IL MESCHINO,
ALTRAMENTE DETTO
IL GVERRINO,
FATTO IN OTTAVA RIMA
DALLA SIGNORA TVLLIA
D'ARAGONA.

OPERA, NELLA QVALE SI VEGGONO
& intendono le parti principali di tutto il mondo,
& molte altre diletteuolissime cose, da esser
sommamente care ad ogni sorte di
persona di bello ingegno.

CON PRIVILEGIO.

IN VENETIA,
APPRESSO GIO˙ BATTISTA, ET MELCHIOR
SESSA, FRATELLI. M˙ D˙ LX˙


HAvendomi la mia buona sorte da certi anni à dietro fatto capitare alle mani questo bel libro della Signora Tullia d'Aragona, & scritto tutto di sua man propria, & essendo finalmente da prieghi di molti stato astretto à uolerlo donare al mondo, io per non mancar dell'uso commune, & di aggiungere al libro tutta quella dignità, & quello splendore che mi fosse possibile, ho eletto di farlo uscire sotto l'onoratissimo nome di V˙ S˙ Et parendo forse conueneuole, che in questo luogo io mi stendessi alquanto nelle lodi del libro, & in quelle di V˙ S˙ io mi asterrò così dell'uno, come dell'altro. Percioche delle qualità del libro ragiona à bastanza nella seguente lettera à i Lettori quella Signora stessa, che l'ha composto, & d'entrar nelle lodi di V˙ S˙ io mi ritengo, sì per non offendere la molta modestia sua parlando à lei stessa, sì ancora molto piu, perche io sò, che elle sono già distese in carta da molto più illustre penna che questa mia, come è principalmente quella

del Signor Girolamo Rvscelli, & da più altri, pienamente informati della nobiltà, & dello splendor della casa di V˙ S in Mantua, & della sincerità, della bontà uera, & della rara prudentia, & grandezza d'animo di lei, con le quali sue lodeuolissime qualità si uede che ella, mal grado della malignità di molti, uien tutta uia prosperando felicemente di bene in meglio nelle cose sue, & è in commune speranza, & predicamento di hauersi à ueder'in brieue così bene accompagnato il fauor di Dio con la sua prudentia & bontà, che ne sieno per gioir tutti i buoni, da i quali V˙ S˙ è sommamente amata, & hauuta in pregio. Percioche io credo di poter quì dir per cosa notissima, come in questa nobilissima città, oue la perfettion del giudicio fa come una continua anatomia, & diligentissima essaminatione del ualor'altrui, non sia da già molt'anni stato forestiero di qual si uoglia grado, che più sia stato conosciuto, amato, & riuerito da i nobili, & da i uirtuosi, di quello che s'è ueduto, & uede esser conosciuta, amata, & riuerita V˙ S˙ come quella, che con la giouiale, & gratissima presentia, con la dolcezza delle parole & della conuersatione, con la modestia, & principalmente con la grandezza dell'animo, & con la uera, naturale, & propria, non finta ò artificiosa bontà sua, tira come à forza gli animi di tutti quelli, che non sieno tinti, & infetti d'inuidia, & di malignità, & dirittamente di natura, & di costumi, & di uita contrarii à lei. Il che tutto io mi son lasciato trasportare à toccar quì così in corso, non per uoler, come ho detto, entrar nelle lodi sue, ma per giustificatione di me medesimo appresso di lei, perche ella non si marauigli, se in amarla, & in riuerirla io procuro di concorrere col giuditio quasi uniuersale di tutti quelli, che per presenza ò per fama la conoscono. Della qual'affettion mia, io, con mandar sotto il nome suo questo libro in luce, ho aspirato non meno à gloriarmi col mondo, che à far utile, & fauore al libro, sperando poi unitamente con tutto questo di conseguirne all'incontro l'affettione, & la gratia di lei, della quale fo tanta stima, quanta ueggio, & odo, che ne fanno in colmo, persone di molto maggior grado, & di maggior ualore che non son'io. Di Venetia, il dì Terzo d'Agosto. M D LX˙


DI qvanti onesti & diletteuoli spassi possono hauer le persone umane, si uede per chiarissima esperienza, che niuno è tanto comodo, & tanto caro quanto quello, che si ha dal legger cose liete & piaceuoli. Percioche tutti glialtri spassi conuien quasi che si prendano, ò con l'interuenimento d'altri, & questi noi non possiamo hauer continui, nè quando ò come uogliamo, ò con modi che tosto stancano, & fastidiscono, sì come è il mangiare, il bere, & l'altre sì fatte cose, ò con pericoli, trauagli di mente, spese, & molte uolte con fine dannoso ò spiaceuole, si come sono l'andar' attorno, i giuochi, gli amori, & molt' altre cose tali, che quì non è mestiere di spiegar più distesamente. Là oue nel leggere, noi possiamo da noi stessi gouernarci à tutto uoler nostro, soli, accompagnati, poco, molto, senza spesa, senza pericolo, senza danno, senza trauaglio, ma con piena satisfattione, & contentezza di noi medesimi. Et se questo sì perfetto solazzo, & questo sì gran solleuamento dell'animo è commune uniuersalmente ad ogni huomo, & ad ogni donna di non in tutto basso & uil'animo, alle donne è poi tanto più utile & necessario, quanto Giouan Boccaccio seppe molto ben con ragioni mostrare al mondo nel primo proemio delle sue giornate, oue distesamente mostra, che quasi à tal solleuamento delle donne sole, egli s'era posto à scriuer quel libro. Nel quale se egli hauesse poi così ben saputo eleggere una cosa importantissima, & fuggirne un'altra, non è alcun dubbio, che egli sarebbe stato degno di somma lode, & hauria pienamente asseguito l'intento suo di far cosa gratissima alle uere donne, & per rispetto loro, & per quello di se medesimi, anco a gli huomini di gentil'animo. Quella cosa, ch'ei non seppe eleggere, è il uerso, il quale non è alcun dubbio che molto

più diletta, molto più uagamente si legge, molto più efficacemente fa impressione ne gli animi nostri, & molto più lietamente ci lascia la forma sua nella memoria, che le prose non fanno. Quell'altra, che egli non seppe, ò per grande imperfettion di giudicio in questa parte, & di natura, non uolse fuggire, fu il metter tante cose lasciuissime, disonestissime, & ueramente scelerate, quante se ne ueggono dall'un capo all'altro di tutto quel libro, non perdonando ad onor di donne maritate, non di uedoue, non di monache, non di uergini secolari, non di commari, non di compari, non d'amici fra loro, non di preti, non di frati, & finalmente non di Prelati, nè di Cristo, & di Dio stesso, come si può chiarir da tante scelerate nouelle, & da tante scelerate parole sue, come è quella, Et così tratta Cristo, chi gli mette, le corna in capo, & altre moltissime, che per certo è cosa da stupire, come non solamente i principi, & superiori, ma nè anco i ladri, & i traditori, che si facciano pur chiamar Cristiani, habbiano mai comportato d'udir quel nome, senza segnarsi della santa croce, & senza serrarsi l'orecchie, come alla più orrenda, & scelerata cosa, che possano udire l'orecchie umane. Ma la natura nostra è tanto corrotta, che non solamente non si è fuggito come cosa abomineuole, ma si è desiderato da ciascheduno, et è salito in tanta stima, che l'han chiamato il padre della Lingua, il Cicerone Toscano, & per fino à muouersi il Dolce, il Rvscelli, il mio Bembo, & tant'altri rarissimi ingegni à far da esso le regole, ad esporlo, à dichiararlo, & à metterlo sopra i sette cieli. Onde non è poi stato marauiglia se ambitiosi di questa sua gloria, si sien posti de gli altri à far le Nanne, & le Pippe, le Puttane erranti, & per fino à quel libro, che ha per certo offesa troppo altamente la maestà della gentilissima Città di Siena, il sapersi che egli fosse fatto da persone nate & nodrite in essa. Io adunque, la quale ho ne' primi anni miei hauuta più notitia del mondo, che ora con miglior senno non uorrei hauer'hauuta, & la quale in me stessa, & in altre molte ho ueduto di quanto gran danno sia ne i giouenili animi il ragionamento, ma molto più la lettione delle cose lasciue, & brutte; & d'altra parte conoscendo quanto le donne, et gli huomini sien uaghi di leggere ò d'ascoltar cose piaceuoli, andar per qualche tempo ricercando, quasi tutti i libri d'istorie, ò di poesie, che hauesse la lingua nostra. Oue risolutami, come ho detto, che per certo la poesia per molti rispetti, ma principalmente per quella del uerso, è molto più grata ad ogni persona, che tutte l' altre, trouai finalmente, che Morganti, Ancroie, Inamoramenti d' Orlando, Boui d' Antona, Leandre, Mambriani, & finalmente l' Ariosto stesso non mancauano di questo gran uitio di contenere in essi cose lasciue, & disoneste, & indegne, che non solamente monache, donzelle, ò uedoue, nè maritate, ma ancora le donne publiche se gli lascino ueder per casa, non essendo però cosa nuoua, che ad

una donna per necessità, ò per altra mala uentura sua, sia auenuto di cader' in errore del corpo suo, & tuttauia si disconuenga, non men forse à lei, che all'altre, l'esser disonesta, & sconcia nel parlare, & nell'altre cose. Dico adunque, che con questa mia saldissima intentione di trouar qualche libro di uaga & diletteuole lettione, oue non fosser cose disoneste & brutte, io doppo l'hauerne riuoltati quanti me ne poterono capitar'in mano, trouai finalmente questo bellissimo libro in lingua Spagnuola, nel quale si trattano tante, & così uarie cose, che per certo non sò se altro più giocondo nell'esser suo ne sia in alcuna lingua. Et è poi tutto castissimo, tutto puro, tutto Cristiano, oue nè in essempi, nè in parole, nè in alcuna altra guisa, è cosa, la quale da ogni onorato & santo huomo, da ogni donna maritata, uergine, uedoua, & monaca non possa leggersi à tutte l'hore. Anzi sempre dall'un capo all'altro si uede, che l' Autore di esso libro ha hauuto pensiero di tirar con uaghezza, con dolcezza, & con piacere, & diletto grandissimo gli animi così delle donne, come de gli huomini alla uita onesta, giusta, & santa. Ma uedendo io, che à questo libro mancaua quella importatissima perfettione, ch'io dissi auanti, cioè la uaghezza del uerso, per esser dall' Autor suo stato fatto in prosa, io, per mio essercitio, & piacere, & per far'anco, se fosse possibile, cosa grata & utile al mondo, mi disposi di farlo in uerso. Et hauendo considerato & inteso da molti giudicio si la diuersità de gli stili in quei libri d'ottaua rima, che fin quì si son uisti, trouai, che alcuni uanno tanto serpendo à terra, che ogni animo non del tutto basso si sdegna pur di uederli, non che possa dilettarsi à leggerli. Altri all'incontro hauendo aspirato à quasi piacer solo à i dotti, si sono alzati tanto, che non solamente, à i mezani, & principalmente alle donne, ma anco à i dotti stessi danno in molti luoghi da fare per farsi intendere, & si ueggono ad ogn'ora commentatori, & espositori sopra di loro, come nelle leggi, & nella filosofia. La onde io ho procurato di tenermi con quei che han seguita la uia di mezo, si come è stato il Pulci principalmente, e 'l Boiardo, & il Mambriano. I quali ancora non son restata di far pruoua d'auanzare in quelle cose, che in quanto allo stile, per hauer la facilità, & la uaghezza insieme, mi son parute opportune. Nella lingua poi, ho uoluto seguir non quella d'una sola Prouincia, ma quella di tutta la nostra Italia, & che communemente è in bocca delle persone chiare, & giudiciose. Nel che tutto io mi son sempre ualuta del parere, del consiglio, & dell' aiuto di quante persone dotte, & giudiciose ho potute hauere. Col sincero & libero parer de' quali, io mi confido d'hauer procurato al mondo un libro, da essergli gratissimo per ogni parte, & da potersi leggere con piena dilettatione & utile di ogni sorte di persona onesta & buona. Il che quando così sia, com'io desidero & spero, sarà ufficio Vostro, gentilissimi spiriti, d'aggradirne solamente la buona intention

mia, & di tutto dar lode à Dio solo, dal qual solo uiene ogni bene,
& da chi solo io riconosco questa gran gratia d'hauermi in questa
mia età non ancor souerchiamente matura, ma giouenile
& fresca, dato lume di ridurmi col cuore à lui,
& di desiderare, & operar quanto posso,
che il medesimo facciano tutti
gli altri, cosi huomini
come donne.


OPERA TVTTA PIENA DI PIETOSA CARITA DI LVNGHI esilij, di cortesie insuperabili, d'inuitte & bellicose proue, di gloriose uirtù, d' Amore inuiolabile, & di somma fede. Quì uà Guerrino à gli Arbori del Sole, & poscia nelle caue Montagne di Norcia all'abitatione della Sibilla. Discende nella profonda caua di SAN PATRITIO, doue egli uede tutte le pene dell'Inferno, del Purgatorio, & parte ancora della gloria del Paradiso, con infinite altre cose notabili, & da dare ad ogni bello ingegno non minor'utile, che dilettatione & piacere.

IN QVESTO PRIMO CANTO SI NARRA COME CARLO Magno hauendo liberato il Regno di Napoli da i Mori, ui lascia al gouerno Guicciardo & Milone. Il qual Milone inamorato per fama di Fenisia in Albania, ua à combatter Durazzo, lo espugna, & prende per sua mogliera Fenisia, della quale nasce Guerrino

CANTO PRIMO.

L'Eccelse merauiglie, il ualor uero La virtv saggia, la religione Canto, d'un franco, e forte Caualiero Degno à star con ogn'altro al paragone Tu celeste Signor, perfetto, e uero Guida mia pura e casta intentione Ch'io non inuoco Febo, Euterpe, ò Clio Ma te sommo Signor del mondo, e Dio.

De'Filosofi antichi, e de'Poeti Non seguo l'orme, in altro loco parmi Da dimostrar de' cieli i bei segreti, Che doue son pellegrinaggi, & armi Lo stile umil, gli accenti mansueti Potranno appresso i più saggi scusarmi Poi ch'io non piglio a far tanto lauoro Per gran desio di fama, ò premio d'oro. Chi de religion, che ogn'hor gouerna La terra e'l ciel, si troua il core accenso, Chi con ogni pensier la patria eterna Ha sempre in mente, e'l suo rettore immenso, Chi con alta uirtù uuol che si scerna Tener'il fren l'alma ragione al senso Da questo libro il pensier mai non mute, Pien di religion, fede, e uirtute. Voi, che pellegrinar ui dilettate, E sapere i costumi altrui diuersi, Il modo da Guerrin prima imparate, E di fuggire i falsi inganni auersi Se la sorte fatal sentir cercate In Guerrin chiara ben potrà uedersi E saprete conoscer quanto importe Pellegrinar, costumi, inganni, e sorte Mostrerauui anco il sito de l'Inferno, Che ui possiate procacciare in uita Di scampare il dolore, e'l pianto eterno E qual peccato, à maggior duol u'incita, Del Purgatorio ui mostra il gouerno, E de la gloria santa la uia trita Sì che intender si può com'è diuiso L'Inferno, il Purgatorio, e'l Paradiso L'origin di tant'huomo, e sì stupendo, Prima ch'altro di lui cominci à dire, Breuemente narrar da capo intendo Per meglio il passo de l'istoria aprire. Correvan gli anni del giusto e tremendo Signore, ilqual per noi uenne à patire In terra morte, sette cento ottanta Quando hebbe origin questa nobil pianta, Era il gran Carlo magno allora eletto Del bel Regno di Cristo Imperatore, Ma non uolse uenir prima à l'effetto Che d'un suo uoto non uscisse fuore C'hauea di ire à l'Apostol benedetto Dal cui corpo Galitia ha tanto onore, Ma fu impedito da diuersi affanni Prima che egli u'andasse, e mesi, & anni. Tra i quali affanni narrerassen'uno, Che'al proposito fa di nostra impresa Ilqual si tolse per il ben communo De fedeli di Cristo, e di sua Chiesa D'Africa essendo uno stuolo importuno Mosso, hauea Puglia e la Calabria presa Sua guida essendo un feroce Africante Molto crudel, nominato Agolante. Di Napoli la parte preser tutta Diuerso la marina, e in prima giunta Fu da lor'occupata, arsa e distrutta Rissa, posta d'Italia in sù la punta, Non tenne Carlo à questo annuntio asciutta La guancia, e l'alma ha di tal duol compunta, Che per saluar quel glorioso Regno Tosto ui andò con apparato degno, Benche Girardo di Fiandra, nemico Fosse di Carlo, à quest'impresa uenne, Con quattro suoi figliuoli, come amico, Fu'l primo Arnaldo, e l'altro nome tenne Raineri, or questi due, che prima io dico Ciascun di Caualiero il titol tenne In Borgogna dal padre, oue fu Duca Perche la stirpe lor chiara riluca. Il terzo fu Guicciardo, e poi Milone Ma questi due se Carlo Caualieri In Aspramonte, sol per la cagione Ch'erano in arme ualorosi, e fieri: Or Carlo, poi che'l santo Confalone Hebbe spiegato, uinse i Duchi altieri. Vinse dico Agolante e'l suo figliuolo Almonte, capi à l'Affricano stuolo.

Trouò da l'empie man di loro spenti Tutti i Signor, ch'erano scorte fide Di Puglia, e di Calabria, e i lor parenti, Onde gli prouedè di nuoue guide L'esser Guicciardo, e Milon sì ualenti Fa ch'egli à lor quel paese diuide, Ma nel ritorno di Francia menolli, Et in molti gran fatti adoperolli. Campata hauendo Italia, e poi ritorno In Francia fatto, fece perigliose Guerre, con onta de' nimici e scorno Et al Borgognon Duca freno pose, Di tutti quei paesi al suo dintorno Morir molti Signori, e di pietose Lagrime, riempi più d' una parte Che tali i priuilegij son di Marte. Mori Don Chiaro, e Don Buoso, nepoti Di Girardo, e Balante, e Veraguino, E Rossetto, e Girardo restar uoti Di uita, come uolse il lor destino: Morto Girardo, i due figli, che noti Vi fei, che per lo figlio di Pipino Fur fatti Caualier, cioè Guicciardo, Col fratello Milon, bello e gagliardo, Passaro in Puglia, oue fu riceuuto Guicciardo, e fù del Regno incoronato E Milon fù gran Principe ottenuto Di Tarento, dal qual dapoi è nato Guerrin, sotto il cui nome, è quì uenuto A faruisi ueder questo Trattato Sterono in pace i due fratei cinque anni Poi uoltaro il pensiero à gli altrui danni. Però ch'essendo allora in Albania Due Turchi, Duchi di tutto il paese. Quiui uoltò Milon la fantasia E tanto più perche da molti intese Che di somma beltate, e leggiadriae, Vna sorella hauien, di cui s'accese Ber fama, ch'Amor fa cose maggiori Qual'hor s'annida ne gli umani cori. Non però scopre Milone al fratello, Ch'Amore à ciò lo spinga, ma gli dice (Tutto d' Amor mostrandosi ribello) Ch'egli non sì terrà gia mai felice S'ei non fa per la fede tutto quello Che à uero Caualier non si disdice, E che se non fallaua il suo disegno Crescer pensaua con la fede il Regno. Guicciardo, che non fu men dal desio Spronato à quel, che mostraua Milone Volentier, disse, quest'impresa anch'io Consento, dunque in ordine ti pone Che per mancar non t'è l'aiuto mio; Tanto ch'insieme à la conclusione A Napoli d'accordo se n'andaro, Per parlarne col Re, nè uel trouaro. Quiui sepper che à Capua egliera andato Ch'edificar faceua una fortezza, Là dunque andaro, & hauendol trouato Gli chieser quel; ch'ai bisogni s'apprezza E conseglio; e fauor non manco grato, Tal quale hauer potien da sua altezza Ottenner l'uno e l'atro, e fu contento Il Re, di dargli ogni lor supplimento. Posta la gente in punto à quell'impresa, Guicciardo già rimosso, frate caro Disse à Milon, nouo dubbio mi pesa Che non sia'l fin di questa guerra amaro, Se dolce il principio è, tu sai, che tesa Fortuna tien la rete, che di raro Vien uota de l'altrui maluagia sorte, D'eterna infamia, e di dannosa morte. Pensa quanto dolor mi saria quando La cruda ti facesse ò preso, ò morto; Perche se uieni in Albania passando Facil fia da pensar, che poi di corto Molti infideli ti uerran cacciando, Con dare à la tua gente aspro conforto; Et oltre à questo i Coruatti, e gli Schiaui, Darangli aiuto, ai qual tu non pensaui.

Facile è, che col piede ne la sabbia Incorra l'huom, doue stenta à ritrarlo; Par che Guicciardo impression fatt'habbia Voler pur da l'Impresa ritirarlo, Pargli uederlo darfine la gabbia; Sì nel petto gli rode un nouo tarlo Replica, e mostra i danni, e le rouine, C'hanno facil principio, e duro fine. Come, dir à qualcun, sì presto uolto S'era, s'al cominciar fu tanto pronto? Fu perche non haueua in se raccolto Quel che pensar non si puote in un ponto, Perche l'huomo assai meglio in tempo molto Discorre col pensiero, e fa buon conto; Occupa il fragil senso la ragione Col tempo, e poi con altra si dispone. Dunque, disse Milon, uuoi per paura Lassar sì degna impresa, & onorata? Vuoi che dal tempo à noi tanta uentura Sia tolta, ò ch'aspettiam che ci sia data? Vuoi che la fama nostra al tutto scura Non sia da chi uien dopo ricordata? Se per nostra uirtù non siam Signori Facciam uergogna a i nostri genitori. La gratia, la bontà, di Carlo è quella Che ci ha data in Italia Signoria E non nostra uirtù, che uoi più bella Ragion, quì de la nostra codardia? La uita è da sprezzar più tosto, ch'ella Al mondo resti in tal poltroneria: Quanto ci fia più gloria al mondo poi S'harem gran regno, & aquistatol noi? Che quand'io penso, e'l tutto ben riguardo Il nostro patrimonio è stato assai, Che habbiam del già nostro padre Girardo Di tutta la Borgogna? e pur'il sai I nostri frati, e non già noi, Guicciardo Ne son Signor, non io teco eredai I tanti ben paterni, or ci bisogna Pensar che non Signor siam di Borgogna, Nè c'è da dubitar, che di quel Regno N'ho piena cognition, doue si possa Tentare, e doue sia da far disegno, Verso Durazzo fia la prima mossa Ch'è posto à fronte di Branditio a segno, Ne l'Isola, ou'il mar discresce, e'ngrossa; Detto Adriano, e uerso Romania Quiui prendere intendo la mia uia. Con la mia gente anderouui in persona E con quella che tu penserai darmi Per portarne, s'io posso, la Corona Con la forza, e l'ardir, l'ingegno, e l'armi, E per far tale impresa con più buona Speranza, che ne uenga meco, parmi Lamberto da Pauia mastro di guerra, Per Capitano in mar, sì come in terra. Al Re Guicciardo il contrastar non piace Et à quel ch'egli uolse, fu contento, Vanne, disse, fratel, ua pure in pace, Bhe dal tuo grand'ardir resto già uento, Nè che teco ne meni già mi spiace Di mia gente, per fare il supplimento Con che ti basti assalire i nemici, I quai nouellamente assalir dici. Diedegli quattro mila Cavalieri, E cinque mila à piedi huomini forti, Quanti quelli hebbe de suoi non men fieri Co iquali ritrouò del mare i porti, Là doue preparar gli fù mestieri Molti nauili, e nauiganti accorti, Così diè quest'armata in un momento I remi à l'acqua, e le gran uele al uento. E passaro à Branditio, e dero à terra In Albania, uerso Durazzo, al quale Giunto il romor de la futura guerra, Tosto per riparare à tanto male, Il suo Signor' Napar fe de la Terra E de l'altre ordinare un campo tale, Ch'ei possa contrastar fin che'l fratello Gli dia soccorso con maggior drappello.
Ma Milon, che non dorme, e uuole onore Attende à sottomettersi'l paese E con ingegno, e subito ualore, Del Regno due castella hauea già prese, Farse fu l'un, l'altro Trapal migliore, E come quel ch'al suo bisogno attese Quelle fornì di gente, nè quì resta Che ueder uuole il fin di quella festa. E ua scorrendo'l tutto, e mette in preda, Nè troua chi gli faccia resistenza Che chi può men, bisogna che gli ceda, Che lor mal grado non posson far senza, Non sa Napar quel che si speri, ò creda, Pur pone a farsi forte diligenza, Assai si duol che tardi n'hebbe auiso Ch'assaltato trouossi à l'improuiso, Pur'uscì di Durazzo à la Campagna Con uentimila tra caualli e fanti Milon per questo nulla si sparagna Ma passa con buon'ordin sempre innanti Ciascun per questo nel sudor si bagna In compartir le genti, e far di quanti Huomin da guerra sono, e quelli, e questi, Vn'opra tal, che uincitor ne resti. Diuide le sue genti, e fa due schiere Milon la prima à Lamberto consegna, Ilqual pose nel mezo le bandiere, Son tre mila cauai sotto un'insegna, Questa pareua, e ben douea parere A gli auuersi di lor gente più degna, Però che ueston l'armi Italiane Di tutte le più degne, e piu sourane. Cinque mila pedon con questi pose, La seconda per se ritenne il fiero Milon, di genti non men bellicose E da non esser uinte di leggiero, Però che d'onor fur desiderose Quanto richiede di Marte il mestiero; Cinque mila caualli furo in questa Seconda, ch'in gouerno a Milon resta Tanti furo anco i fanti, or l'altra gente Che Napar per difesa sua rassetta, Fur tutti uentimila, & ugualmente Gli parte, per far l'opra sua perfetta; Et un suo Capitan molto ualente Diede à la prima schiera, con gran fretta; Per se glialtri ritien, ma gente noua. Che senza altro pensar la pone in proua. Tosto s'appressano i due campi insieme, Cominciar grida orribili i Pagani, Lamberto, che l'onor lo sprona, e preme I suoi conforta à menar ben le mani, Dicendo, chi più grida, è chi più teme Comun costume d'assalti di cani, Tal che'l prouerbio con essi è concorde Che'l can ch'abbaia rade uolte morde. Il fiero Capitan degli Albanesi Ne l'affrontar che'l Cristian campo uiene Sta tutto rassettato su gli arnesi, E'l baston con due mani in alto tiene, Cominciando à menar uerso i Pugliesi Ritroua lor con quel baston le schiene, Adopran piu che l'armi la gran uoce I suoi, ch'ai nostri stranamente nuoce. Storditi son da i gridi lor diuersi, Che fan tremar sotto i piedi la terra Tal che da l'ordin' lor son mezi persi E fan con gran disordine la guerra Di che Lamberto comincia à dolersi Dice chi'l uostro ardir si franco atterra Che puote il grido ch'è cosa bestiale Nuocere, ò causarui oltraggio, ò male? Che puote un brutto uiso, quando un finto Inuisibile à l'huom sa l'opra scura? A che credere al ciel quand'è dipinto Di uaghe stelle, se sì poco dura? A che ual lieto mar, se poscia è spinto Dai uenti? ò se fortuna, ò la natura A sua posta fa nero, e poi non manco Riuolge il nero, e fa ritornar bianco?

Qual fia maggior sospetto, e più timore Che del nemico il celato pensiero Quando costor ui fan ueder di fuore Ch'in lor non è timor punto leggiero Il terror grande c'han costor nel core Causa quel gridar sì strano, e fiero; E tutta uolta proua, e fa uedere Con l'arme in man, che non sia da temere. Fa ueder, che ciascun che gli s'appressa Bagna del sangue il terren polueroso, Là doue uede più la gente spessa Quiui più feroce entra, e furioso, Più d'una spalla, e d'una testa fessa, Lassa col brando, e tutto sanguinoso: Fuggesi ognun, ch'appressar se lo uede E pargli hauer di mille libre il piede. Per la propria uergogna, e per lo ardire Del ualente Lamberto i buon soldati Che ha seco, lo cominciano a seguire, Facendo fatti fieri, e dispietati; Preser partito i Turchi di fuggire Poi che sì malamente eran trattati. Di quà, di là, chi più può si guadagna L'indegna uita, per l'ampia campagna. Tiberio sol senza paura uolta L'orrida faccia, che Tiberio è detto Il Capitano loro, e ne la folta Gente si ficca con ira, e dispetto, Vistol' Lamberto, una lancia haue a tolta Per trargli l'alma s'ei potrà del petto; Non si moue colui, nè fa sembiante Tirare à dietro un dito pur le piante. Quantunque l'arme in man più corta tegna Stima la lancia un gambo di finocchi Nè che con essa adosso gli si uegna Pensa, nè prezza, ch'addosso gli scocchi Ma la punta, ch'à dargli in petto segna Schifa da parte, trauolgendo gliocchi E con la lancia attrauerso percuote La lancia, ei pezzi fan pe l'aria ruote. S'appressa poscia al caual di Lamberto E dagli un pugno onesto in su la zucca Che'l miser ne restò guasto, e diserto Nè più ne uuol, che quel solo il ristucca. Lamberto in pie per dargli pari merto Si uolta, e con la spada gli pilucca La uita d'una punta, e cadde estinto Tral sangue inuolto, e tra più morti cinto. Cadde, ma prima al suo cader, sì forte Percosse in su la testa il Caualiere Con quel baston, che gli diede la morte Così in un tempo l'un sopra'l destriere Languido cadde, e l'altro à simil sorte Anco sopra'l terren uenne à cadere, Perdon la uita, e ogni gente perde La speranza, ch'in lor più non rinuerde. La speranza mancò da ogni banda Hauendo persi i Capitani loro, Ma piu la gente d'Albania si sbanda Che'l piombo al parangon non stà con l'oro, Napar, che'l uede subito comanda Senza osseruar dell'ordin il decoro; Che la schiera seconda uada auanti Mischiati insieme e Caualieri, e fanti. Tu prezzasti color più presto ò Roma Mentre'l Tempio di Iano apri la porta, Mentre che Marte, ch'i cuor pigri doma Ti fù buon padre, e ben fidata scorta. Allor dico prezzasti, che la chioma Con le tue man non t'eri guasta ò torta; Quei ch'ordinati perser la battaglia Che chi senz'ordin uinse ogni puntaglia. Per dimostrar, che le battaglie sono Con la scienza una doppia arte e degna, E che non merta scusa nè perdono Qualunche à caso inutilmente uegna A scontrare i nemici, e con più buono Sperare un può, che con arte disegna; Quantunche pochi, incontro à molti metta; Che stà nel poco gran uirtù ristretta.

Or ecco quì Napar, che cel dimostra Che corre à guisa di furia infernale, Senz'ordin, senza sfida, e senza giostra; Senza de' suoi temere oltraggio, ò male Spinge con quel furor la gente nostra Di sorte che difesa poco uale Per l'impeto di quel che soprabonda E bisogno han de la schiera seconda. Ma Milon saggio, che conosce il gioco Le teste, e i fianchi ben prouisti assetta; Poi muoue lo squadrone a poco, a poco, Et appressato ua con maggior fretta: Visto i nostri il soccorso al primo loco Ciascuno à la battaglia si rassetta: Tanto che giunta la seconda schiera Diuentò la gran pugna assai più fiera. In somma, perche i colpi ad uno ad uno, Sarebbe à raccontar cosa tediosa, Perche de gli Albanesi allor nessuno Vi fù che facesse opera famosa, O pel disordin che fù mal communo, O per proprio difetto, ò d'altra cosa Dico che rotti furo gli Albanesi, E sì sparser per tutti quei paesi. Voltarsi in fuga, e Milon seguì doppo Con tutto'l resto de suoi buon Cristiani, Dir ben si può che non sia pigro ò zoppo Chi gli scappa sicuro de le mani, Napar fuggiua più che di galoppo Per non uenire in man d'Ialiani, I quai son già di Durazzo a le porte, Portando seco il gran terror di morte Pensano gli Albanesi iui saluarsi Senza pensar che'l nemico hanno appresso, Ma quando poi ueggono accompagnarsi Veggon senza speranza il danno espresso: Di quà, di là, ciascuno à dileguarsi Attende spinto dal proprio interesso: Napar si fugge, e la terra abbandona Che sol gli basta à saluar la persona. Cambia nouo signor la gran cittade Per mala guardia, e chi non u'acconsente Subito è posto al taglio de le spade, E per questo più d'un restò dolente, Ma poco questo contrastar gli accade Che'l me che puote ognun sta patiente, Et egli fatto al fin da tutti onore, Milon chiamando sol per lor Signore. De la terra il palazzo principale S'elegge il buon Milon per nuouo nido Quiui trouò la donna, de la quale Bellezza, hauea sentito il uanto, e'l grido; Ell'era di Napar suora carnale. Egli per dimostrarsi grato, e fido; La riuerisce, & umilmente onora, E uuol ch'ognun la tenga per Signora. Per costei dissi già, che Milon'era Mosso per gran desir di conquistarla, Or se la uede fatta prigioniera Nè uuol contr'al uoler suo pur mirarla, E me che può, che la fortuna fiera Per lei non sia, comincia à confortarla, Dicendo sol che la sua fiamma accesa Nel petto, gli fe tor simile impresa. L'amor, che per uoi donna il petto m'haue Dicea Milon, gia molti giorni acceso, Vuol ch'io quì uenga, e non mi paia graue A presentarmi à uoi legato, e preso, Cosi con parlar dolce, e dir soaue S'era già del suo fallo in colpa reso, Se fallo dir sì può, per simil uia Cercar che peruenuta in man gli sia. La Donna, al suo parlar si stà confusa Che tra molti pensier non sà torne uno S'ella si piega pensa con qual scusa Potrà l'infamia tor del dir communo, Seco pensando tien la bocca chiusa, Ma perche'l tempo le pare opportuno Così risponde, poi che le bisogna; Col uiso di duol tinto, e di uergogna.

Alfin, che quest'amor qual dite hauermi Cada non so, ma come si proceda Di poi che uoi cercaste in man tenermi Per forza, e che di uoi fosse pur preda, Che poss'io far, senon sempre dolermi Se contro al mio uoler conuien ch'io ceda? Il uostro ben uolermi à che mi uale S'io so cagione (oimè,) di tanto male? Me cercauate, in uostre man son'io, Et io quì perdo quel ch'io più stimai, Perche quì non consiste l'onor mio, Ma ben tormento, e dolorosi lai, Ch'ancor ch'io salui l'onor, piaccia à Dio, La fama sarà guasta sempre mai, Nè sarò più per pudica onorata, Ma da chi mi bramaua rifiutata. Però ui prego, fe'l mio prego è degno S'in uoi trouo pietà nei dolor miei, S'auien che d'onestà passiate'l segno, Se temete lo sdegno de li Dei, Se'l mio fior uirginal qual saluo tegno Pur mi torrete in tanti tristi omei, Fate ch'al men per ultimo dolore Col crudo ferro mi passiate'l core. A Dio non piaccia, nol consenta il cielo Che contra al tuo uoler tal cosa faccia Dicea Milon, nè ch'io u'offenda un pelo; Ch'à me non pur quel ch'à uoi spiace, piaccia, Che uoi non siate la cagion non celo Per cui d'amore ho seguita la traccia: Venni per fare un'opra, e uerrà fatta S'auien che ne restiate sodisfatta. Anzi per farne due, che l'una è questa D'hauer la terra nostra ne le mani L'altra ch'à fare indietro ora mi resta E' se non fate i miei buon pensier uani Di torui per isposa, se l'onesta Voglia nol uieta, quando trà Cristiani Cristiana ui facciate, però ch'io So ch'altramente offenderei'l mio Dio, Quand'intese Fenisia, che per sposa Tanto huom, qual fù, Milon la richiedeua Timida uenne in faccia, e uergognosa, Che di lui tal credenza non haueua, Ch'oltre à quella uittoria gloriosa Sapea quel ch'in Italia possedeua, Però le par ch'a lui non si conuegna Lei chieder, che di lui si tiene indegna. Non son, Signor mio tal, ch'io debba hauere Fenisia rispondea, per sposo quello A chi son fatta ferua, e se'l uolere Vostro pur fia così, resti il fratello Adietro. resti ogn'un, ch'io uo tenere La uostra fede insieme, e'l uostro anello; Vengo à la uostra fe tanto più intenta Quanto d'una sol moglie ui contenta. La nostra nò, che quante un può nè tiene Nè so come ragion questo comporti, Tanto che non sappiam che si sia bene; Non riceuon le uostre questi torti, Di tal risposta allegro Milon uiene, E per mostrar che di ciò si conforti, Piglia licentia di baciarla in bocca, Per gran dolcezza, ch'al cor gli trabocca Quanto dolce d'Amor lo stral potente Fosse, à sentir. prouò la Donna allotta, Pigliandosi piacer del ben presente, Ch' à buone man gli parue esser condotta, Ste non di meno uergognosamente, Però c'haueua dintorno una frotta Di cittadin, che mai l'abbandonaro; Che'l tutto ad accettar la confortaro. Volse Milon, che dal sagrato fonte Fenisia allor la salute prendesse, Per sodisfare à le sue uoglie pronte, E battezata, per sposa l'elesse: Fatte le nozze, fur le noue conte Per tutta Italia, e Guicciardo commesse Che per tre dì nel suo regno gran fochi Sì facesse, e sì stesse in feste, e giochi,

Fatte le feste, e le nozze pompose E consumato il matrimonio santo, La citta poi talmente si compose Che ciascun l'odio posto hauea da canto, E se pur parte uen'hauea, si ascose Che ben fù riserbato in fino à tanto Che la fortuna trouò modo, e uia, Da mostrar sua uolubil fantasia. In capo di due mesi Fenisia hebbe D'un figlio da Milone il uentre pieno, Ilqual, poi ch'al suo termin giusto crebbe Venne ella à partorir, che fù non meno Caro à Milon, di quel che fatt'haurebbe S'à tutto il mondo hauesse posto il freno; E lo fè battezar, doue al Diuino Fonte, gli fece por nome Guerrino. Così fu il nome de l'auo, che hauea Milon, qual uolse poi ch'auesse'l figlio, E fecelo nutrir qual richiedea L'altezza doue posto haue a l' artiglio, Non più stimando che fortuna rea Gli potesse à la chioma dar di piglio, Così fu dato à custodire à quella Che già lattata hauea Fenisia bella. Laqual di molte, & esperte Nutrici Prouide, e pose ogni sua diligenza Per farlo ben nutrir, ma gli infelici Casi, che han sopra l'huom troppa potenza, Volser che i due fratelli, che nemici Di Milon eran, non andasser senza Vendetta, de lo scorno à lor gia fatto: Massime à l'un, che ne restò disfatto. Non è stabil la rota, che gli affanni In compensa del ben de la fortuna Quiui pose ella freno ai felici anni Di Milon perche mai si sta digiuna Quanto men ui si pensa, à gli altrui danni; E tosto tol, quel che tardi s'aduna. Come ne l'altro Canto io uo mostrarui Se l'altro udir uorrete uoi degnarui.

IL FINE DEL
CANTO PRIMO.


HAVENDO I FRATELLI DI FENISIA RIPIGLIATA LA Terra di Durazzo, mettono in prigione Fenisia & Milone, & Guerrino è saluato in mare dalla Nutrice, poi è fatto prigione da Corsari, & uenduto in Costantinopoli, & finalmente donato all'Imperatore, fa proue marauigliose in cospetto di tutto il popolo.

CANTO SECONDO.

NOn si deue, nè uuole huom mai dolere Sommo conoscitor de l'auenire, Che tu lo leui del mondan piacere Sapendo pur, ch'al fin ne deue uscire, Il tutto per tuo amor dee sostenere Chi teco uuol nel Regno tuo uenire, Ch'ogni cosa à buon fin da te s'aspetta Pur che la fede nostra sia perfetta. Però se condennato il buon Milone Con la bella Fenisia lungamente Sarà da i due fratelli à la prigione, Non fu, Lettor, senza segno euidente Che ne doueuano uscire opere buone Del suo Guerrin, ne l'opera presente, Da me mostrate, à chi sentir le uoglia Et à chi non piacesser non le toglia. A quelli, à chi tal'opera diletta Prometto io migliorar materia, e stile; Or se da me tal opera s'aspetta Può seguitare ogni animo gentile Nè men fia gran uirtute in lui ristretta Che fia rosa dal Maggio, e'l fin d'Aprile Lo splendor de laqual raguagli il Sole, L'odor, qual de le rose, e di uiole. Ceda la digression, che l'opra ormai Non resti dal soggetto disunita, E tornisi à narrar dou'io tentai Il dir del buon Milon l'oscura uita, Ecco'l principio di suoi tanti lai, Poi che pur la sua sorte è stabilita, Ecco i due Turchi, l'un Napar è quello L'altro in suo aiuto, e Madar suo fratello.

Costor fero un trattato, & hebbe effetto Contra Milon con quei de la cittade Che le porte gli aprir senza rispetto Di notte, non hauendo pur pietade A la bella Fenisia, che nel letto Fù presa con Milone, e fur le spade Contra tutti i Cristiani insanguinate Tal son le nimicitie non prezzate. Presi c'hebber Milone, e la sorella Loro, i due Turchi, e tra lor consigliati Quel che ne debbian fare, e se à la fella Morte fia meglio che sien condennati, O pur ne la prigione empia, e ribella D'ogni diletto, fusser carcerati; Ne la prigione al fin lor dieron bando, Per hauerli poi uiui bisognando E saria poi, dicean, troppo gran male Che di Milon sapendolo il fratello (Perche pur son di gran sangue reale) Poi morto uendicar uolesse quello, La guerra è da fuggir, e se pur uale Poco tal cosa, assai minor flagello Per timor che non sia di uita priuo Ce ne potrà uenire essendo uiuo. Cercaro Guerrin poi, ma la Nutrice Con quella, à chi fu dato à custodire Veggendo il tristo caso, & infelice Preser partito con esso fuggire, E mentre che nessun non lo disdice L'impresa seguitar con tanto ardire Che l'una e l'altra si calar d'un muro Con Guerrino, e gli dier luogo sicuro. Onde poi giunser col fanciullo insieme Quanto poteron per coperta strada A la riua del mar, che miglior speme Non han, ch'abbandonar quella contrada; Or mentre che ciascuna spera, e teme E che per tale scampo oltre si bada Giunser nel porto, oue una naue eletta Trouaro, e sù ui salser con gran fretta. Hauendo il Padron d'essa noleggiato, Nè lor mancaua il modo, c'hauean seco Molto tesor de la città portato, E se ne uan uers'il paese Greco: Ma non si può fuggire il tristo fato Che di sua uista altrui fa restar cieco, Mentre fuggono un mal, ne l'altro uanno; Che di fortuna l'insidie non sanno. Al gran Costantinopoli disegno Fatto hauean di saluarsi, che promesso Lor fu così dal padron di quel legno, Ma furo i lor pensieri dal crudo eccesso Di ria sorte dirotti, ò Fato pregno Di tanta crudeltà, poi che sì spesso Con le minacce aggiugni l'opre triste, O Donne sì fideli, à che ueniste? Non eran di tre giorni in mare entrati Che da certi Corsari hebber la caccia E fu la naue e lor presi e legati Che non u'è gente, che difesa faccia Fur i serui e'l padron in mar gittati Seffera, che di doglia hauea la faccia E'l petto pien, nè le cessando il pianto Gettaro in mar, col suo famiglio à canto. Questa Seffera è quella, ch'io u'ho detto Ch'era già di Fenisia balia suta Laqual fu messa per simil rispetto Per custodia a Guerrino, or è uenuta A morir per saluarlo, in tal dispetto: La Balia, che'l lattaua fu tenuta Tanto à sfogar le loro inique uoglie Ch'al fine anch'essa la morte ui coglie. La meschina morì per simil uia In capo à quattro giorni una mattina, C'hebbe de la pietà gran carestia Di color che sol uiuon di rapina, Morta costei, Guerrin menaro uia La doue l'arcipelago confina, E lo uendero à Salonicche à certi Mercanti astuti, & in quei mari esperti.

Nel partir' i Mercanti ad un fu dato Guerrino in parte, che de la Cittate Del bel Costantinopoli era nato, E quiui con le robbe più pregiate Con diligentia grande fu portato, Perche de l'innocentia hauea pietate, Et à la moglie, da chi nessun figlio Hauea, prese di darlo per consiglio. Epidonio chiamossi quel Mercante Che Guerrino condasse à la mogliera, Ella, come sel uide porre innante Non fe nel primo molto buona cera, Pensando che'l marito d'altra amante Sotto color d'una finta maniera Volesse quel, d'un'altra donna hauuto, Che da lei fosse per figliuol tenuto. Ma poi ch'udì da i serui, come il fatto Era passato, assai ne fu contenta, E come dal suo uentre fusse fatto Così'l nutri, che più non la tormenta Alcun sospetto, onde con pie toso atto Lo prese, nè mostrossi punto lenta In trouargli una balia, & ogni cosa Che si richiede ad opera pietosa. Ciò fatto, il fa poi battezar, che pensa Che battesimo ancor non habbia hauuto, Era'l Fanciul di gran beltate immensa, Ma sendo schiauo, e pouer diuenuto; Ella al suo stato un nome gli dispensa Per mostrar com'in man le sia uenuto E come auilito era dal destino Vil nome diegli, e lo chiamò Meschino. Ma non di meno, il fe nutrir di sorte C'harebbe fatto hauendol partorito, Che pregna non fu mai del suo consorte, E per questo hauea preso per partito Di tenerlo per figlio, fe la sorte Il buon pensier non le hauesse impedito: Ingrauidò d'un figlio, sì ch'in tanto Il misero Meschin restò da canto. Vedutisi di lor proprij un figliuolo Nascere, e maschio, secondo il desio C'haue a'l Mercante & ella, Meschin solo Senza padre restò, posto in oblio; Egli di ciò non si prese alcun duolo Nè conosceua alcun suo caso rio, Ma crescendo su guardia d'Enidonio Così chiamato il figlio d'Epidonio. Vero è, ch'ancora che di grado stesse Del fanciullo Enidonio, un passo à drieto; Pur parue ad Epidonio, ch'ei douesse Imparar le uirtù, che nel segreto L'amaua ancora, e col figlio lo messe A' studiar, di che molto egli era lieto E fece in breue ne gli studij cose Stimate da ciascun miracolose. Imparò ben Latino, e Greco à pieno Appresso à quelle poi lingue diuerse, Era robusto, e d'aspetto sereno; Nè di star perso in otio mai sofferse, Ben che Epidonio lo teneua à freno Che per mar poscia al faticar l'offerse, Menandol come Schiauo, e come uile; A' la cui seruitù, ste sempre umile. Così crescendo poi, quando tal uolta Con Enidonio se n'andaua à Corte Doue l'Imperapor facea raccolta Per far proua di qualche gioco forte, Cominciouui egli ancora à mostrar molta Prestezza in armeggiare, e in ogni sorte Di giochi, in trar gran pietre, e lanciar pali; Di se mostrando stupendi segnali. D'ogni sorte di salti, e lotte, doue S'interpone destrezza, forza, e ingegno; Vinceua'l Meschin già tutte le proue, Onde Alessandro figliuolo del degno Imperadore, ad amarlo si moue; E già fatt'ha sopra di lui disegno Seppe chi egli era, e tosto che l'intese Ad Enidonio in uendita lo chiese.

A' cui disse Enidonio, il padre mio Questo può far, per ch'egli già comprollo, Non che di questo già mi ricordi io Ma perch'egli l'ha detto, però sollo; Onde Alessandro un suo messo espedio Et al Mercante Epidonio mandollo, Giunto Epidonio, dargliel fu contento Libero, senza hauerne pagamento. Signor mio car dicendo, quant'è nostro Senza denari, ad un sol cenno fia Con me insieme ad ogni uoler uostro, Ben ch'è più dì, ch'io feci fantasia Di liberarlo, e glielo haurei dimostro; E perch'io bramo ancor che così fia Pregoui che da schiauo nol teniate, Ma come buon Signor lo liberiate. Disse Alessandro, in prima accetto il dono Poi per mostrar, che'l tuo uoler mi piace Libero il faccio, e contento ne sono. E perche ei uiua con maggior sua pace Chiamò più testimonij, con un buono Notaro, e ne fe schritto più uerace In presentia di molti, e gli concesse Che libero per tutto andasse, e stesse. Poi fatto questo Alessandro si uolta In presentia di tutti al buon Meschino E domandogli, come gli fu tolta La libertade, e presso à qual confino Nascesse, e chi fu'l Padre, à questo molta Acerba ammiration prese Guerrino, Oimè dicendo, Signor'io credeua Epidonio per padre, e lui teneua. Ad Epidonio Alessandro riuolto Domandò per qual uia l'hauesse hauuto, Et ei rispose, come l'hauea tolto In parte, fanciullin, sendo compiuto Vn uiaggio per mar, che non di molto Prima à i compagni, e lui, l'haue an uenduto Certi Corsar, nè sapea dir'il resto, Onde prese Guerrin gran duol di questo. E se n'afflisse tanto, che di corto Morto se ne sarebbe senza forse, S'ei non prendeua pur qualche conforto Che suo padre à cercar poteua porse, Per tutt'il mondo, ò fosse uiuo, ò morto; Ma del porlo ad effetto, allora il torse La riuerentia ch'umilmente porta Ad Alessandro, che molto il conforta. E fu contento seco accomodarsi Ad agni suo seruitio, fino à tanto Che miglior tempo uegga appresentarsi, Ponendo allora ogni pensier da canto: Col ben seruir, cercando guadagnarsi L'amor di tutti, e se ne diede il uanto Che in correr lance e maneggiar destrieri Auanzò tosto, gli altri Caualieri. Di liberalità, di cortesia, D'umanità, di gentilezza ogn'uno Superò sempre, e grata leggiadria, Quanto in Corte ui fosse huomo ueruno Potea uantarsi, e fu di uillania Sempre nemico, onde un'amor communo E de l'Imperadore, e da la figlia Guadagnossi, di tutta la famiglia. E perche gliera accetto, e l'hauea caro L'Imperador se lo fece Trinciante, Nel quale offitio non si fe men chiaro C'hauesse fatto nel giostrare innante, Dunque il ciel sempre non si mostra auaro Massime à quel, ch'è di gratia prestante, E c'habbia in se uirtute, e gentilezza; Che da' giusti Signor sempre s'apprezza. L'imperadore hauea una sua figlia Detta Elisena, di quattordici anni Di gran beltate ornata à merauiglia, Ben ch'Amor tesi non le hauesse inganni; Ma ella ben con un uolger di ciglia Legaua i cuor ne gli amorosi affanni; Onde Guerrin senza farui difese Ardentissimamente sen'aceese.

Or'innanzi Alessandro, & ora à quella Trinciaua, sì, che'l delicato uiso E l'accorta maniera, onesta, e bella Aperto gli mostraua il Paradiso, Gli occhi eran le ueloci aspre quadrella Che da se stesso lo tenean diuiso, Di giorno in giorno l'amoroso frodo Più gli stringeua l'intricato nodo. Più d'un'anno passò, ch'ancor nessuno Conobbe entro à qual laccio fosse preso, Nè pensouui Elisena, che digiuno Haueua il cor del fuoco, ou'era acceso Il giouene Guerrino, or pensi ogn'uno Che per entrarle in gratia hauesse teso Ogni laccio, ed ogni arte, ch' Amor mostra; In balli, in salti, in canti, in lotte, e'ngiostra. L'Imperador, che uide al tempo l'opra Hauer fornita, che hauea disegnato Per maritar la figlia, diedeui opra, E se sopra di ciò, grand'apparato, Ma prima fè mandarui un bando sopra Che tosto che l'April fosse passato Libera à ciascheduno e lieta giostra S'hauea da far con generosa mostra Non molti dì doppo il bando passaro Da diuersi paesi, e circonstanti, Da cinque mila, ò più ui capitaro Quasi tutti à caual, con pochi fanti: Quiui i maggior Signor si rassettaro: Per hauer de la giostra i primi uanti, Di sopraueste, e di diuerse insegne Ch'à lor conuenientia stimar degne. D'Astilador, ui uenner due figliuoli Ch'era Re sommo di meza Turchia, Pinamonte, e Torindo, nè fur soli Ch'anco ui capitar per altra uia Degli altri Duci di diuersi stuoli Afimontes fu l'un Rè di Soria Di Macedonia Apollidas, ma prima A gli altri fu tal Re di molta stima, Giunseui Brunas d'Eliconia, e doppo Napaler d'Alessandria, & anche il figlio Del Re di Persia Anfilio, e non poi troppo E Napar, e Madar, nel cui artiglio Era Milon; giunseui di galoppo Costantin, tratto al bellico consiglio, Signor de l'Arcipelago, & appresso Archilao, e'l fratel uenne con esso. Amazone chiamato, & anche molti Cristiani, e Pagan, che non accade Quì dirne il nome, che ui fur raccolti. Di più remote, e uicine contrade: Onde tutti color, che fosser uolti Del bando à trasgredir l'autoritade, L'arme e i cauai perdeuano i Cristiani, La uita s'al fallire eran Pagani. Furon gli allogiamenti apparecchiati Per tutti, & i Signor de l'altre genti Benignamente in la terra accettati Dal Magno Imperador, non altrimenti Che se fratelli gli fossero stati: I più bassi restar da loro assenti, Stan de la città fuor, nessun contende, Sotto à frascate, padiglioni, e tende. Venuto il tempo, & appressato il giorno Per dar principio à la festa solenne, Cominciar ne la piazza à farsi intorno Gran palancati, con traui, & antenne; Essendo di poi fatto il gran Contorno Il deputato giorno al fin ne uenne Per far la giostra, ou'à la piazza centa Ogni giostrante in ordin s'appresenta. Ma il grande Imperador prima bandire Fe, che nessun ne lo steccato hauesse Con più d'un Caualier d'entrarui ardire; Nè che nessuno à giostrar si mettesse A pena de la uita, se mentire Credea, che gentil'huomo esser dicesse; Nè uuol che pria nessuno à giostar uenga Se quel ch'ei dice d'esser non mantenga.

Questo fu'l bando, ch'al Meschino il core Afflisse, sol per ch'à lui fu uietato Il poterui giostrar, per quello errore Di non saper mostrar di chi sia nato; Elisena, à laquale, à tutte l'hore Egli seruiua, ueggendol turbato, Domanda la cagion perch'ei si mostra Sì mesto al far di quella noua giostra. A cui Meschino con un gran sospiro Disse, per non saper di chi sia figlio L'onore, al qual de la gran giostra aspiro Vietate m'è, nè mi gioua consiglio. Non è poco il mio mal s'io dunque miro Che fortuna mi tenga in tale artiglio; Da che uirtute non mi può far grande Indarno dunque nei pouer si spande. Pietà n'hebbe Elisena, e gliene increbbe, E uolta à l'altre Donne, dicea, questo Al cor che ha generoso, esser potrebbe Di nobil sangue, e lo fa manifesto Il desio grande, ch'à giostrare haurebbe, Non senza gran cagion ne uien sì mesto, Tutte le Donne faceuan giuditio Che di sangue gentile ei daua inditio. Volta al Meschin, non dubitar, diceua Elisena gentil, sia pur ualente, E'l dolor, che dimostri da te leua Che ben sarai in gratia d'ogni gente; Al cui parlar Guerrin le si poneua Innanzi inginocchiato, che ne sente Molto conforto, & assai la ringratia Dicendo, sol mi basta esserui in gratia. L'hora de la gran giostra s'appressaua Doue tre gran Baron fur deputati Per giudicar chi meglio si portaua Armato in giostra dentro à gli steccati; Tutta la gran città d'arme sonaua, Così furon gli assalti cominciati Da quei, che fur di condition più bassa, Ch'à questi tali il principiar si lassa, Il Meschino era andato per uedere Cominciare il sanguigno e forte gioco Sù nel palazzo, oue credea potere Vna finestra hauer posta in un loco Doue nessuno il potesse uedere, D'inuidia carco, e de l'ardente foco Acceso del desir, poi ch'egli cede A chi giostrar, com'ei uorrebbe, uede. Battesi il uiso, e si lamenta spesso De la sua ria fortuna, e mala sorte; Alessandro, che'l seppe, s'era messo Per udir quel che tal lamen'o importe; Odel perche non può giostrare anc'esso Dolersi, e lamentarsi in sino à morte E pien d'ammiratione e merauiglia Scopresi al fine, e per la mano il piglia. E senza allor dir'altro, seco'l mena In una certa camera segreta, Con faccia più turbata che serena E l'ammonisce, & al tutto gli uieta Che non debbia sperare à quel che'l mena In così folle audacia, & indiscreta: Parti ch'à te conuenga, gli replica L'arme di tal periglio, e tal fatica? Che crederesti far, che più di uenti Caualier u'è, ch'ognun di loro è buono Superar diece di noi più ualenti? Ond'io so certo ch'in error non sono Che'l grand'animo e'l cor più fier ti senti Più che'l poter, ma questo non è dono Perfetto di natura, onde le uite Son mal difese poi sì disunite. Chiedi quanto tu uedi in mio potere E lassa andar questo pensier sì uano Che più difficil fia questo ottenere Ch'à l'ombra il crin d'Apollo hauere in mano S'io chiedessi altro, io nol potrei uolere Che di prouarmi con la lancia al piano Disse il Meschino, e se ciò non credete Resta che'l mio ualor ben non uedete.

E che mi gioua se'l uostro fauore Non può sì breue cosa far ch'io possa Seguir, perche morendo con onore Non curo far di me la terra rossa; Dio'l sà, disse Alessandro, se'l mio core E se la uolontate io u'ho commossa, Ma che partito pigliar posso ò deggio Se doppo un rio pericol, uiene un peggio? Il primiero è, che l'onor, la persona Si pone àrischio indubitato, e certo, E l'altro è, che s'offende la Corona Del padre mio, di che sai ben, che merto S'acquista di tal fallo, onde ragiona D'altro, se uedi il tuo mal tanto aperto Nè si potrebbe impetrar poi mercede, Ch'ei suol tener la gran giustitia in piede. Queste cose ti dico acciò tu uegga Ch'io t'amo, e perch'amandoti t'appregio Non aspetto altro, senon che tu chiegga Se uuoi comprar l'onor con tanto pregio E quel ch'elegger puoi da me, s'elegga S'esser pur uuoi del martial collegio Segua di poi che uuol, ma il mio conseglio Ti mostra prima, quel che stima meglio. Questo desir m'uccide allor più, quando Me lo sento uietar per tal cagione, Dicea Guerrin, ma non son di me in bando Sì, ch'io non uegga la compassione Che mi portate, ond'io questo pensando Sempre àuostra bontà resto prigione, Prenderò dunque il rio; lassando il meglio, Perch'io ui chieggio aiuto, e non conseglio. Senza più contrastar, sia fatto, dice Questo gentil Signor, uientene meco Sè quì consiste il uiuer tuo felice Contentandoti in questo, io uo che teco Vnito m'habbi, e lo mena oue lice Per armarlo menare, in luogo feco Doue l'armò di sua man propria, e doue Poi gli diede un destrier da far gran proue. E fello uscir per un certo giardino Che hauea'l palazzo, in parte assai segreta Prima hauendo sù l'arme d'acciar fino Messa una soprauesta non di seta Nè d'oro, ma di panno bigiellino, Di poca stima, e ual poca moneta; Et una grossa lancia in man gli pose Da farne un guerrier forte, opre famose. Ma prima l'auisò, ch'egli douesse Con modo ritornar donde era uscito Sì destro, che nessun non s'accorgesse Che'l bando sia da lor disubidito: In piazza giunto poi Guerrin si mosse In frotta d'ogni Caualiero ardito; Ma chi'l uide gridaua forte ò piano Ecco un rozo à giostrare, ecco un uillano. Per quella soprauesta ogn'un non uede Che sotto roza scorza spesso suole Apparir gran uirtù, che non si uede Se più chiara stagion non mostra il Sole; Doue anche spesse uolte quel gli cede Che uuol far pruni di rose, e uiole; Ecco il Meschin, che in non prezzata mostra Potrà col fuo ualor uincer la giostra Ride Elisena ancor di lui, che forse, E senza forse, non ui passò molto Che per il disprezzarlo ben si morse Le man più uolte, e graffiossi il bel uolto. Per simil grida il camin già non torse Il Meschin, ma ben tutto in se raccolto, Con la neruuta lancia, che in man tiene Vn Turco affronta, ch'affrontar lui uiene. E con tanta ragion compassa, e guarda Con l'occhio, che fuor morto de l'arcione, Lo trasse, sì la lancia fu gagliarda; Ma quel ch'aprì la bocca per cagione Di ridersi del colpo, si ritarda Et apre gliocchi pien d'ammiratione, E la bocca ch'aprì, tosto riserra Veggendo il Turco morto esser in terra.

Anfitrion abbatte di Soria, Che di diece piu franchi era tenuto Ogn'un, che uede tanta gagliardia Ammiratiuo stassi, attento, e muto; Tal huom ueggendo senza compagnia Solo à giostrare, e ch'era già temuto Da chi prima si rise di sì brutto Abito, che sù l'arme hauea condutto. Chi sarà? chi può esser, quel uillano? E chi nè fa giuditio, non s'appone, Solo Alessandro si morde la mano Che'l ualor disprezzò di quel Campione; E poi ch'armato non l'haueua in uano Molto allegro ne stà, ma più cagione Harà di rallegrarsi, come appresso Da lui uedrà qualche altro in terra messo. De' circostanti ogn'un desidra, e brama Che'l Villan resti uincitor del gioco. Da l'altra parte, quei che la lor fama Si ueggon torre in sì palese loco, Ciascun con noue astutie cerca, e trama Mettergli à i fianchi più cocente foco; E chi trà loro è stimato più forte Quel prima giostra, e cerca dargli morte. Di questi Costantin fu col fratello, E Tanfirio di Persia, e altri assai Ch'andaro in frotta, & in un sol drappello Con la pungente inuìdia sempre mai, Che hauean per torgli un'onor tanto bello; Dai quali hebbe'l Meschin di molti guai; Ma pur per forza si difese al fine, Col fauor sol de le gratie diuine. Vedeua questo Dio, che'l tutto uede, E perche non gli piacque, mai non fue Abbattuto il Meschin, ma sempre in piede Mostraua il suo ualor tuttauia piue; Dunque egli al suo nemico mai non cede Ma mostra ogn'or più chiar le uirtù sue; Chi'l uide, uide aperto che lui solo Valeua più che tutto l'altro stuolo. Cosa non già senza abominatione Di tanti temerari Caualieri, Che contra un sol far uoglion paragone De gli sdegnosi loro animi fieri; Ma perche guerra fan senzar ragione De l'error lor uidero segni ueri, Per danno loro, e per l'altrui parole, Ch'ogn'un che'l Villan uiua grida e uuole. Già per suo gran ualor l'ama Elisena E per saper chi era ne domanda Ad Alessandro, con fronte serena; Dicendo, chi è quel che tanti manda In terra, e par che non gli tochi appena? Ei dice non saperlo, ò di qual banda Venga, ma sia d'onde si uuol, che basta Che ben'il sà, chi s'incontra in quell'asta. Mentre ch'ella desidera sapere Cadon tre Caualieri innanzi à quello Incognito guerrier, fuor del destriere; Archilao fu'l primo, e doppo il fello Amazone di Stiua, & à cadere Poi uenne Atrapal, di pietà ribello; Allor tutt'il restante gli si serra Addosso, per por fine à tanta guerra. Ai canagliaccia uil, gente bestiale Alessandro diceua per se stesso; E corre al padre, e dice, egliè pur male Che gli sia fatto un tanto oltraggio espresso; L'esserci uoi presente, che ci uale S'un pouer Caualiero in rotta è messo Con tanto oltraggio, e che ciò sia cagione Per non tener uoi dritta la ragione? Vinto dal suo parlar sì giusto, è degno L'Imperador fe sonare al trombetta Per dare à tutti inditio, e chiaro segno Che per quel dì la giostra si dismetta; Sentendo il suono il Meschin con ingegno Sgombrò la piazza allor con molta fretta, E tornossi al giardin, oue ordin'era Dato, c'hauesse à ritornar la sera.
Questo disegno, ben giouò, ch'allora Chi uedesse non fu doue egli entrasse; Or pensi ogn'un s'Alessandro l'onora Ch'ei solo l'arme di dosso gli trasse; Era già de la cena giunta l'hora, Onde à l'usato modo si ritrasse Il Meschino à seruir l'Imperadore; Et io ui lasso di tal canto fuore.

FINE DEL CANTO SECONDO.

NEL TERZO CANTO GVERRINO PER AMOR D'ELISENA figliuola dello Imperatore continua di far mirabil proue in giostra, & ne riman uincitore, non effendo conosciuto da alcuno. Onde il premio della giostra non si da a niuno. Di che nasce poi grandissimo fuoco di guerra.

CANTO TERZO.

ATe Dio debbon gli odorati incensi, Le divine olocauste, & à te solo Vmilemente gratie dar conuiensi; Poi che tu sol, che da questo, à quel Polo Nulla celar ti uedi, or a dispensi La gratia, à chi non solo esser figliuolo Vedi di gran Baron, ma uedi come Deue Guerrin pregiar tuo santo nome, L'alta uirtù, che fin ad or dimostra, Come non è senz'il uoler tuo giusto, Così deue esser la credenza nostra S'ella non perde di ragione il gusto. Vinta hà la prima, or la seconda giostra Vincer potrà, col ben neruuto fusto De la sua lancia, e poi la terza appresso Sio'l posso quì narrar, com'ho promesso. Mi preme sì l'amore, e la pietade Di non lassar questo principio perso Poi ch'io l'ho fatto, benche sien le strade Mal trouate da me del bel dir terso; Ch'io son disposta insanguinar le spade, Romper le lance, e mostrarmi conuerso In huomo ardito, ancor che donna io sia Onde torno à seguir l'istoria mia.

Già era à cena il grande Imperadore La figlia, eraui seco il suo figliuolo, Et ogni degno Barone e Signore, Sì Cristian, come del Pagan stuolo: Doue parlossi del passato onore Che douea darsi à quel Caualier solo, Chi lo lauda, e chi'l biasma, e lo tien pazzo Ch'appresentar non si uada al palazzo, Era presente ad ogni lor parola Il Meschino, e tra se diceua spesso A' la barba l'haurete, ei non si uola Che quel che uinse, uoi l'hauete appresso, Ma ben diceua, mente per la gola Chi di uoi mi tien pazzo, ben confesso Ch'io sarei pazzo, et arcipazzo quando Mi palesassi contro à tanto bando. Finissimi Tappeti furo in tanto In terra stesi, ou'i Turchi mangiaro, Secondo l'uso loro, poi che quanto Lor piacque, de la giostra ragionaro. Guerrin seruendo nel passare à canto Ad Alessandro, con aspetto chiaro Al Meschin uolto disse, à quell'huom sorte Che non t'armaui tu per dargli morte? Mi ui sarei fors' ancor'io prouato Diss'egli, quando maneggiar potesse Il caual tutto'l dì sù'l campo armato, E che prouato come glialtri, hauesse D'esser di nobil sangue ancor'io nato Sì com'il bando Imperial commesse; Non farai poco, Alessandro rispose, Pur che ti proui ben ne l'altre cose. Risero tutti di quella risposta Che'l Meschin diede, apprezzandolo poco, Che molti non san ben quant'ei gli costa; I quai restaro fuor del primo loco, La doue la gran giostra era composta. Prese il Meschino ogni lor riso à gioco: Mostrandosegli umile, e poco accorto; Sperando far noui fatti di corto. E far molti sospir con breue riso Comprare à tutti. e dopo cena poi Non sendo del uillan nato altro auiso, Andaro tutti à cari alberghi suoi, E poi ch'ogn'un da la sala è diuiso, Non par che punto ad Alessandro annoi D'assettar tutta notte col Meschino Vna ueste di drappo Alessandrino. I ricami disfer, che hauea d'intorno E l'assettaron sopra l'armatura Con altro modo, e diuer so contorno De la primiera solita misura Acciò che se ueduta gliè dattorno Nessun di corte, col porui ancor cura La riconosca, onde con altra mostra Del solito, il Meschin comparse in giostra. Il dì secondo nel primiero affronto Abbatte Pinamonte di Turchia; Poscia in quel modo fe cadere à ponto Il suo fratel, con somma gagliardia Torindo detto; onde il popol congionto Lo loda, e grida ch'egli in piedi stia, Poi che i più forti uedeuan cadere Per man d'un solo, e pouer Caualiere. Ecco Amazone, & Archilao di Stiua Inuidiosi, che glialtri sien cascati; Costor l'un dopo l'altro ne ueniua; Che lor piacque cascare accompagnati: Del cader loro al tutto ne deriua Che Brunas d'Eliconia i noui aguati Scopre gridando, e fa cenno con mano Quest'è quel rozo d'hier, quest'è'l uillano. Sù grida à i Caualier, sù presto à dosso Che s'uccida'l Villan tanto molesto; Al quale inuito, uno squadron fu mosso Seguendo Brunas, ma'l Meschin, che questo Oltraggio uede, imbraccia il targon grosso, La forte lancia, e quanto può più presto Affronta Brunas, che ueniua innanzi, A' far, come ui fece, pochi auanzi.

Ben che'l Meschin d'un colpo assai uillano Fosse percosso, pur restò di sopra, E'l nemico restò disteso al piano. Tal che ciascun giostrante ui s'adopra Con grande sforzo, acciò che resti uano Ogni poter, che in forte huomo si scopra, Veggendoli Alessandro infuriati In piazza uien con molti huomini armati. E col baston, che ne la destra tiene Colpeggia sopra le lance abbassate: In sì publico luogo si sconuiene Mostrar simil uiltà qual dimostrate? Grida à coloro, e tocca lor le schiene Tal'ora ancor con aspre bastonate Quest'è, dice, uillan, ch'inodio hauete, A' far tai torti, or dunque uoi chi siete? Poi manda un bando à pena de la uita Che si debbia giostrar lancia, con lancia; E chi giostrar non uuol, faccia partita Ouer ch'ei tenga dritta la bilancia. Vedendo pur la gente inuelenita Nè'l bando suo uolendo addurre in ciancia Chiamo'l Trombetta, alqual subito disse Che col sonar la festa si partisse. Ma douesse indugiar per fino à tanto Ch'ei fosse nel palazzo ritornato, Egli mostrò certa finestra in tanto, Dicendo, quando là sarò montato Allora seguir ai à punto quanto C'haurai da fare, e ch'io t'ho ordinato: Così di piazza uscissi, e diede il segno Quando tempo gli parue, il Signor degno. Fece questo Trombetta il tutto, e seco Fece sonar tutti glialtri stromenti, Onde lo stuol, ch'è d'ogni ragion cieco Si ritrasse àgli usati alloggiamenti, Così'l Turco, col Turco, e'l Moro, e'l Greco, Ciascuno si ritrasse à le sue genti, Con lor poco guadagno, e men contento Poi che non hanno il buon Meschino spento. Ma prima à tutti, uscì del fiero ballo Il Meschin, come accorto, e come saggio, Veloce speronando il buon cauallo, Come fugge ueloce il solar raggio Quando la nube infuriata fallo Debol per lo diuerso suo uiaggio, O' come stral, che da duro arco scocchi, S'auien, ch'un braccio ben robusto il tocchi. Quiui l'Imperador, quiui la Figlia; Con tutti glialtri, di stupor son pieni Ciascun di questo rozo assai bisbiglia Con gesti più turbati, che sereni; Chi quà gliorecchi porge, e chi le ciglia Là torce l'altro, nè troua chi il meni, A' saper noua ancor, che chiara sia Dou'il rozo sen uada, ò per qual uia. Molto cerca Elisena, e ne domanda Ad Alessandro, che le finge, e niega Che non sa pensar come, ò di qual banda Ne la lor terra tal uirtù si spiega, Ella mentre ad Amor si raccomanda, Che l'incognito ardir la stringe e lega, Già l'ama, e già si mostra dolorosa Che tanta gran uirtù le sia nascosa. Non men l'Imperador fa, ch'essa faccia, Ma'l tutto è uan, ch'Alessandro non uuole Che di tal desiderio si compiaccia, Ch'ei sa ben, ch'obedito egli esser uuole. In questo mezo il cenar si procaccia, Il Meschin torna à seruir com'ei suole; E più che prima si mostraua umile, Debol di forze, e di spirto gentile. L'Imperador pur comanda, e commette Che'l terzo dì, che la giostra dee farsi Sien fatte guardie di tal sorte elette, Che'l Villan più non tardi à palesarsi, Alessandro è, che queste guardie mette, Ai quai comanda, che debbian portarsi Di sorte, sì ch'à lun si sodisfaccia, A' l'altro in tutto ancor non si dispiaccia.

Et auisa'l Meschino, e lo consiglia Ch'ei non si uoglta armar, che'l caso importa Ma quel, ch' a'l gran desir sciolt'hà la briglia Ne l'istesso ualor sì si conforta Ch'al parer d'Alessandro non s'appiglia Ma ben lo prega gli sia scudo, e scorta; Com'i due primi giorni gliera stato Mentre egli in piazza era uenuto armato Al fin disse Alessandro, sia rimesso Il tutto in te, se pur andar ui uuoi. Così si fu'l Meschino in ordin messo Di caual, lancia, e spada, & altri suoi Bisogni, e giunse in piazza, oue lo spesso Popol' era à uedere, à che fin poi Resti la giostra, & Alessandro messe Le guardie, com'il padre gli commesse. Pure in quel modo che già dissi innanzi Che con piaceuol modo debbian farlo, Ma'l Meschin fa uedersi, & entra innanzi, La gente ch'era intorno à riguardarlo Non pensa, che sia quel che hauea pur dinanzi Fatto cader, chi uenia ad affrontarlo; Ch'era à bianco uestito, & insieme anco Fornito er'il caual tutto di bianco. E mentre che i Signori, e i Caualieri Stanno à ueder se quel' Villano arriua Il Meschino un di lor, di quei più fieri Fa cadere, e per questo oltre ueniua Torindo, e Pinamonte, i frati fieri; Di questi un, doppo l'altro, in terra giua, Et è seco rimaso ognun balordo, Allor gridossi, gliè nel uisco il Tordo. Quest'è'l Villano, e sono i lacci tesi Dicono i Caualier, tu starai forte E d'odio, e di furore, e rabbia accesi Ciascun cerca pigliarlo, e dargli morte; L'Imperador ueggendo i passi presi E le uie del fuggir, uietate e torte, Fa chiamare Alessandro, e dice espresso Che seguir debba, quanto gli ha commesso. Sola Elisena, nel segreto teme Ch'un tanto Caualier non uenga manco; Son pur cose, dicea, del tutto estreme Che tal torto riceua huomo sì franco, Sentesi al core un non so che, che'l preme Da quel c'ha l'Arco, e la faretra al fianco, Da quel, ch'altri già disse, e non per lei Stanco di saettare huomini, e Dei. Ahi cruda impressione, ahi duro nodo Ch'à scior fia tardo più, chi forte il serra, Repugna il legno, à l'appuntato chiodo Quant'è più dur, ma poi più forte afferra, Tu sei tenace Amore, in ogni modo; Se ben tal uolta sei tardo à far guerra: Costei già duolsi, di quei tesi inganni Et ama solo i fatti, e l'ombra, e i panni. Il uiso nò, perche la fama è quella Che lega i cor soggetti à la uirtute, Ad Alessandro dunque la sorella Diceua, habbi pietà per sua salute, E non patir, che quella gente fella Con lor malignità (che uedi,) astute Gli faccian tanto oltraggio, e tanto danno; Come aperto si uede, che gli fanno. Lassa la cura à me, disse'l fratello, Ch'io n'ho forse di te molto più fretta. Dicea questo tra se, poi come uccello Si moue, ò d'arco ueloce saetta; Se non col proprio affetto, ben con quello Desir, ch'ei puote, e tra la noua setta Giunge, e percote con le guardie insieme Tre n'urta, un ne percote, e uenti preme. Finge il Meschin, ben ch'ei conosca à pieno Non uedere Alessandro, ò altri seco, Mena la spada à tre, che già nel freno L'hauean preso, d'un colpo da cieco, Questi mostrauano il uolto sereno Dicendo, noi non uogliam guerra teco Ma solo il nome tuo uogliam sapere Nè ueniam per farti altro dispiacere.

Queste lusinghe non quadrauan bene Però il Meschin, che uuole assicurarsi Tre man tagliò, che non oprauan bene, Veggendosi nel fren cosi pigliarsi: Non parue à gli altri, ch'ei facesse bene, Però cominciar tutti à dileguarsi Chi con le man'in sen, chi dietro à fianchi Per che qualch'una tosto lor non manchi. Vn Contestabil, che uuol fare il grande E uuole obedientia, e non parole; Dicendo, elle son cose pur nefande E ch'ei farà ueder, che gliene duole: Et poi che quel tanta arrogantia spande Il farà squartar tosto, e porre al Sole Mentre ch'ei braua, e batte le mascelle, Gli fa'l Meschin del capo due scudelle. Quell'estremo ualor fe quel dì proue Sol per assicurarsi la persona Da fare in ciel con Marte, stupir Gioue E la Regina de l'armi, Bellona; Non resta ancor, chi di nouo si moue Con maggior forza, e contra gli sperona Sì ch'è mestiero ancor con più persone Mostrar di se più chiaro paragone Alessandro or da sinistra, or da destra Parte s'accosta, e con uoce alta dice Riposate Signor la uostra destra, Se'l ciel mai sempre ui faccia felice: Da uoi si cerca sol con la più destra Foggia, che quì per noi cercar si lice; Che ne diciate il nome, e chi uoi siete E come piace àuoi, liber sarete. Stringesi ne le spalle, e con la mano Cenna'l Meschino allor, come dicesse Che quello stuolo importuno, e uillano; Nol lassa esser' uman quand'ei uolesse E che ben uolentier farebbe piano Il nome suo, tutt'hor, ch'egli potesse Ma che per forza in tal modo non uuole Che quì bisognan fatti, e non parole. E più che puote à poco si ritira De l'ampia piazza appresso dell'uscita Et à le uolte, uolto con grand'ira Segnaua alcun d'asprissima ferita. Così con essi tanto si raggira Che quella calca è quasi indebolita. Mostra Alessandro hauer gran dispiacere Che quei non lassin dirgli il suo uolere. Così da parte alfin s'era tirato: E torna al padre, e dice, quel Campione E da tutti i Signor sì circondato, Che far non può la uostra intentione: E che più uolte à lui s'era accostato Et ei mostraua hauer gran passione Parte perche non può farui contento: E perche cerca ognun dargli tormento. Strignesi ne le spalle il padre al fine, E fa sonar ch'ognun lassi la festa; Per riparare à l'ultime ruine Di tanti gran Signor, ma nessun resta. Sol con l'ardite forze, e peregrine; Risponde il buon Meschino à la richiesta. Và indietro uenti passi, e diece torna E uitupera ognun che'l segue, e scorna. Ma per dare omai fine à tanta guerra, Che uuol da tal fastidio torsi uia: Stringe la spada, e'l dente arruota, e serra; Punge il caual con tanta gagliardia Che trenta d'urto ne manda per terra; E tre n'uccide, ou'egli fa la uia; Diece restar feriti, onde il furore Fe conuertire in subito terrore. Chi suo mal grado, e chi per sua paura Adietro fassi, ond'il Meschin, che uede La strada del partire esser sicura; Con gran uelocità riuolta il piede; Che'l non esser ueduto sol procura: Ilche ben facilmente gli succede: Ch'alcun per la città non si dimostra: Ch'ognun in piazza era à ueder la giostra.

Dunque egli ben potè sicuro entrarsi A' posare il cauallo, e l'armatura; Quei de la piazza, tosto à dileguarsi Cominciaron senz'ordine, ò misura; Cosìrestaro i lor disegni scarsi Nè di saper più nessun piglia cura. Dicendo ognun, palesisi à sua posta, Che'l uolerlo saper troppo ci costa. Piace à molti saper nulla di manco; A chi sia quell' onore attribuito: Ancor ch'alcuno affaticato, e stanco Fosse, per quel che'l giorno hauea patito; Vuol saper chi fia detto esser piu franco. Et entra ou'il bellissimo conuito Era ordinato nel palazzo, e doue Si parla à pien de le passate proue. Quiui ricorre ogn'un, ne la gran Corte; Tanto Signor Pagan, quanto Cristiani Parte, ch'aspettan che colui sì forte Si uada à palesar, parte, che i uani Pensier li tira, e par che si conforte Che tant'onor gli caschi ne le mani: E ui furon tra questi, i due fratelli Turchi, d'ogni ragion cassi, e ribelli. Torindo, e Pinamonte fur costoro; Di temeraria inuidia carchi, e pieni. Pensando che l'onor rimanga à loro, Quando lor buona sorte non ui meni Quel Villano, che sol diè lor martoro; Ma non sì, che frenasse i lor ueleni; Che pensan quando si ueggano esclusi, Gli odij tener di ciò nei petti chiusi Il Meschin tutta uolta seruia, come Soleua nel passato, di coltello; Dinanzi ad Elisena, che del nome Di quel guerriero, or a à questo or a à quello Spesso domanda, che quel giorno dome Ha l'altrui forze, e fatto tal flagello. Et il uolto al Meschin di poi uoltato, Gli domanda, ouer' ei quel giorno stato. Risposele il Meschin, che ne la piazza Dou'era la gran festa, anch'egli er'ito. Ma non le disse già che di corazza D'elmo, e di lancia, e scudo, era fornito; Che pagheresti esser di quella razza, Disse ella, ch'è quel Caualiero ardito? Vedesti tu, (replica) quell'huom franco Ch'oggi combattuto ha, uestito à bianco? Viddil, diss'egli sì, ma che mi gioua Veder tanti spogliar d'onore, e poscia Che'l grande acquistator, che fè tal proua In uan drizza la lancia in su la coscia? In uan sua forza non più uista, e noua Orna, se d'ogni onor riporta angoscia. Che già per suo ualor gli porto amore Sì ch'ei s'asconda me ne crepa il core. Non merta la uirtù di tal guerriero, Occulto star, tra i Caualieri arditi, Diss'ella, ben che di saperlo spero Pria che tanti Signor uia sien partiti, Non potrai, come credi, di leggiero Così tosto satiar questi appetiti Dicea Guerrin tra se, tacito, e piano; Vita mia, sì, che tu t'adopri in uano. Ma poi che tutti quei, che n'hebber scorno Non ne seppero noua, falsa, ò certa, Fece l'Imperadore andare intorno Vn bando acciò ch'ognun si stesse all'erta; Che chi potesse quel presente giorno Noua saperne, gli faceua offerta D'un don di stima, e per uaghezza ornato Quanto quel per ilqual, s'era giostrato. Nè questa uia bastò, che'l tempo è perso; E bisognouui un'altra espeditione, Dipoi che'l uincitor uuol, che sommerso Sia quell'onor, che gli uien per ragione. Parue à l'Imperador, che miglior uerso Fosse in presentia d'ogni gran Barone, E d'ogni Caualier, quelli à giuditio Chiamar, ch'eletti furo à tale offitio.

Quei, disser, che l'onor non potea darsi Ad altro Caualier, ch'à quell'un solo Che da nessun fu uisto scaualcarsi, Che quel non auenia de l'altro stuolo Doue nessun di lor potea uantarsi Non essere abbattuto, con suo duolo. Sì, che'l giuditio loro, è che si tenga Il pregio, fin che quel per esso uenga. Perche termin non hebbe il bando alcuno In fra che tempo, à domandar uenisse L'onore il uincitor, sì che digiuno Restar ne debbia, non par che'l patisse Legge, nè scusa, ò statuto nessuno; Nè par che'l darlo ad altri conuenisse A tanto Imperador; che la ragione Tutta è riuolta à quel nobil Campione. Restò sospeso dunque, il grande onore; Nè si diede à nessun, sì che per questo Non sapendo che farui, ogni Signore Per partirsi, si pose in ordin presto; Con buona gratia de l'Imperadore; Ma sol con pensier falso, e men ch'onesto; Si partiro Torindo, e Pinamonte, Celando il rio pensier, sott'altra fronte. E'ben lo dimostrar giunti che foro Nel lor paese innanzi à la Corona Del padre loro, e disser come loro Vinser l'onor per un'altra persona; Vdendo questo, il Re Astiladoro In cotal forma, con essi ragiona; Chi ui uieta l'onor? chi ue lo nega? E sopra i fianchi con le man si piega. Il Greco Imperador, risposer loro Sol per inuidia, e mala intentione L'onor ci uieta, che nè gemme ò oro Può pareggiarlo, ò fargli paragone; Mosso per tal parole Astiladoro Sopra se giura, e sopra il suo Macone; Se troppo tosto il ciel nol fa perire, Che lo farà di tanto error pentire. Più bella occasion non uuol che questa Che da già molti giorni ha desiato; Di seco guerra hauer, da disonesta Voglia, e dal uan giuditio suo tirrato Dà ordine à la guerra, e non si resta Che in man gli pare hauer già quello stato; Senz'esser di conseglio più prouisto, Ben ch'al buon gioui, e sia perso col tristo. Crescere il Regno uuol, nè uede ò sente Se'l ceruello gli cresce in testa, ò manca Nè pensa à danno alcuno, ò ui pon mente, Perche gli pare hauer gente assai franca; Cento cinquanta mila hauea di gente Raccolta seco, non già pigra ò stanca; Perch'era scelta, e mossesi con furia, Per non lassar freddar la calda ingiuria. Mossesi questo Re, coi figli suoi; I quai quindici fur, gioueni, tutti Da portar arme, e questi scemar poi, Che de le guerre si trae simil frutti; I nomi loro ben sapete uoi, Ma prima dei paesi, onde ridutti Hauea tutti i guerrier, tristi e perfetti; Che tutti sono al Regno suo soggetti. Erano i suoi confin con l'Vngheria; Di Bossina, e Polonia era Signore; Di Frigia, e Vesqua, e Babilonia ria E de lo stretto d'Elesponto il fiore; Comandaua egli à meza la Turchia. E de lo scettro suo staua in timore Paflagonia, Bitinia, e più paesi; Quai tenea per amor, chi à forza presi. La Galatia, e l'Assiria, e due reami De l'Amazonie, che Panfilia l'uno, L'altro Cilicia, che de i maggior rami Eran del suo dominio, tal ch'ognuno Di questi, per sì piccioli richiami A' rischio pose, con danno communo Di tutti quei, che di tal parte trasse; Senza temer che'l suo pensier fallasse.

Il primo dei figliuoli è Pinamonte Torindo, Manacorre, e Turonoro, Falisar, Antifor, Aferamonte E Tanfirio, e Danate, fu de' loro Turco, Dragone, Anfitras, Aramonte, Mariante, Aritran, sì, che costoro Erano à la grandezza del suo stato Tali, che'l Re potea dirsi beato. Ma quel desio d'hauere, e d'occupare Non lascia mai godere il ben presente; Che'l crin non uuol sempre fortuna dare In mano à quel, che si tien più potente. Presso à Costantinopoli accampare Si uenne Astilador, con quella gente; Et al seruigio de la sua persona Quattro altri Re ui uenner di corona. Albacto fu l'un, buon uecchio, e degno, E di Polonia anco il Re Dolcebrando, Et il Re Mursitan, grosso d'ingegno, Ma fiero armato, di lancia, e di brando; Di Satia, ch'è in Turchia, fu'l suo gran regno; Il quarto uien dopo lor seguitando, Astenio, Re di Pampagonia, ilquale Bello era, e forte, ma molto bestiale. Tal essercito giunto il proprio giorno Di forte la città per mare e terra Assediaro, sì, che d'ogni intorno Daua segnal di stratio, morte, e guerra; L'Imperador, ueduto tale scorno, Prouisto anch'egli, si prepara; e serra Il passo al suo nemico, e la muraglia Accomoda, à difesa di battaglia. Mandò per tutta Grecia per soccorso A quei Signor, che allor u'eran Cristiani Per impedir de' suoi nemici il corso E far d'Astiladoro i pensier uani Che ben che'l uegga innanzi sì trascorso Fin ch'al nemico sia fuor de le mani Vuole aiutarsi, che'n Dio spera, e crede; Non curando morir per la sua sede. Fugli gente promessa, e fin che sia Giunta, di dentro uuol uiuer prouisto Che l'uscir fuor gli parca gran pazzia Con poca gente, à far dannoso acquisto. Or, perche stanco son, per poca uia; Non sarà forse il mio partito tristo, Ch'io ui faccia indugiar d'udire il resto Ne l'altro canto, e por quì fine à questo.

FINE DEL
CANTO TERZO.


IN QVESTO QVARTO CANTO ESSENDO ALESSANdro, figliuolo dell' Imperatore fatto prigione del Re Astiladoro, & tutta la città in gran timore & pianti, il Meschino esce à combattere, & prende prigioni i figli d'Astiladoro, & lo riduce à dimandar pace ò accordo.

CANTO QVARTO.

SI fan tanti disegni, e tante sono Le speran Ze quà giù, Mo tor superno, Che s'io pur di seguir l'opra ragiono, Però non posso senza il tuo gouerno; Che perfetto fu sempre, giusto, e buono: Nè più sicura uia di te discerno. Termin giusto non ho, non alcun segno; Doue si fondi altroue il mio disegno. Il grande assedio, le minacce, e'l grande Pensier d'Astilador, che uuole in mano L'Imperador, l'Imperio, e quanto spande Il suo poter, sopr'il popol Cristiano, V'ho detto già, e perch'io non ui mande In lungo, seguirò di mano in mano, S'io posso far quel, ch'io uorrei seguire; Che del principio so, non del finire. Di tanto assedio il Meschin solo è quello Che sta senza timor, ch'allegro stassi; A'tal che chi'uedea, pensaua ch'ello Del mal de la città si rallegrassi. Ma'l generoso cor suo puro, e bello Desiaua che sol gli bisognassi D'entrare in opra, à mostrar suo ualore; In aiuto del Magno Imperadore. Questo segnal di tanta contentezza Fe (com'io dissi) à molti hauer sospetto Ch'ei fosse Turco, ben che la certezza Non potesser hauer, per tale effetto; A dunque quest'insolita allegrezza Fe che molti il uedeuan con dispetto; Stando l'Imperio tutto in gran paura, E ch'egli di tal mal punto non cura

Ma egli nel seruire intorno à quella Che lo tenea legato in dolce ardore Veggendole turbar la faccia bella (Per la ria noua de l'Imperadore) E gli atti, e i gesti, e i modi, e la fauella Pien di doglioso, e subito timore; Presegli tal piet à del suo languire Che d'affrontar quel campo ha solo ardire Giocondo tutto, e ne la uista altiero; Dicea, deh non temer per Dio, Signora E non t'affliger, con tanto pensiero; Che gli huomini fanno, e Dio dispone ogn' ora. Ella con pensiero aspro, crudo, e fiero; Si uoltò tosto al suo parlare allora Credi, (gli disse) al tuo cianciar, ch'io sogni E tal conforti dar non ti uergogni? Or leuati di quì, uillan, poltrone; Che non sia Turco già negar non puoi; E pensiti or con tua presuntione Conforto darmi con gli inganni tuoi Leuamiti dinanzi, furfantone Schiauaccio, uil, ua stà trà i pari tuoi Chi speranza uuol darmi, e chi conseglio? Vn che non sa chi sia, un uil fameglio. Deh, come dolce Dea, che Cipri onora Gli fusti si ribella? e non temprasti Col dolce, ilqual tutt'il mondo innamora I furor suoi? come non riguar dasti Il cor, che douea poscia, à tempo, et hora Temer gli strai, ch'al tuo figliuol donasti Pianger ai tai parole anco Elisena Nè trouer ai rimedio à la tua pena. Gliè uer, disse tra se tutto smarrito Il misero Meschin, ch'io non so cui Figliuolo io sia, ò donde, e di qual lito In queste bande trasportato fui. Così partissi, tutto sbigottito Ahi ciel dicendo, com in casa altrui Son uilipeso, e tanto più da quella Che per nume hauea tolta, e per mia stella? Altro premio pensaua, altra mercede Speraua del seruir Donna crudele; Che non era altro in me, che pura fede, Per la quale m'hai dato assentio, e fele; Questi sono gli acquisti, e l'alte prede Che doni Amore, à quel che t'è fedele? Questo al mio desiderio si conuiene; Che hauea di trarla fuor di tante pene? Troui or chi questo faccia, e chi si metta A' tanto rischio, per la sua persona, Ahi femine crudeli, ingrata setta; Contrarie à chi per uoi fa opra buona Ben st uedrà, s'in me mai fia ristretta Virtù, che'l ciel di rado à gli huomin dona Prouaila in giostra, è mal lodar se stesso La Dio mercè, che tal don m'ha concesso. E la prouaua ancor, ma non bisogna Ch'un poltron, ch'un furfante questo facci; Nè che'l prometta à una, che non sogna, Che d'altro difensor, uo si procacci, Di quì mi partirei, ma la uergogna Ciò non comporta, fin che tali impacci Sono à questa città, per mostrar' anco Che chi mi uuol far ner, mi uegga bianco, Son troppo debitore, e troppo deggio Al mio Signor dar merito del bene D'hauermi liberato, ond'io non ueggio Cagion d'abandonarlo in tante pene; Però con lui non mi uo portar peggio Che in tal oblighi far mi si conuiene, Nè uoglio abbandonar la sua cittade In tal bisogno, in tal calamitade. Certo Lettor, che sì'l cocente sdegno Il Meschino assaltò, che mancò poco Che uia non si partisse, se'l disegno L'atto non gli mostraua esser dapoco; A' non mostrar per qualche chiaro segno D'aiutare à smorzar l'acceso foco. Ma d'Elisena che già tanto amaua Non più curaua il mal, nè lo prezzaua,

Dunque s' Amore è grande, or l'ira è tale Che le stingue, raffrena ogni sua uampa; Ne rimedia c'huom faccia, nulla uale. Qual hor lo sdegno in un petto s'accampa, Però sempre fuggir si deue il male, Che quest'è poi troppo tenace stampa, Nè basta à remediarvi tutto il mondo, Perche con la ragion ua troppo à fondo. Ei non si uuole armar non uuol prouarsi Se la città non uede ben serrata, Ond' Alessandro, che i partiti searsi Vede, e del padre la faccia turbata; Nè tempo hauendo hauuto à procacciarsi Per far difesa, contr'à tanta armata, Pensa non conoscendoui altro scampo, Al me che puote, assaltar egli il campo. Mal uolentieri il padre ui consente Nè ui essend' altri, che tolga l'impresa Che l'assalti, gli dice, con la gente Che seco uuol menar, per sua difesa; Ma che poi si ritiri in continente Nè faccia con sì pochi gran contesa. Egli d'arme guarnissi il capo, e'l busto, Ch'era assai franco, e di corpo robusto. Allegro tutto di quella licenza, Tre mila buon guerrieri ei seco guida, E pone ordin tra lor, con gran prudenza; Che'l campo assaltar uuol senza più sfida, Tutta uolta il Meschino à la presenza Staua, nel qual non poco si confida Alessandro, e gli dice, che si uada Armar, s'ei uuol giocar di lancia, e spada. A' cui diss'il Meschino, io non mi sento Signor mio, molto ben, si che per hora In dietro resterò, non da spauento Tenuto già, del campo ch'è di fuora: Così disse il Meschin di mal talento Et Alessandro non istette allora A' replicarui, & uscissene fuore Più contento esser sol, s'harauui onore. Ma come uscito è de la porta aspetta Con tutti i suoi, per domandar battaglia; Manda ad Astiladoro un suo Trombetta A' dir, che s'ha nessun che tanto uaglia Per affrontarlo in ordine lo metta Con patti prima, che l'un l'altro assaglia; Che se'l Campion suo resta uinto, meni Sua gente fuor di tutti i suoi terreni. E caso che i pensier suoi restin uani Restando perditor, ben ch'ei nol creda; Vuol la cittade dargli ne le mani, Con ciò che dentro ui si troua in preda: Ma nulla ual, perch'à questi sì strani Partiti il padre conuien che ui ceda: Ma tosto ch'al Re fu tal noua gionta Ascoltato'l partito, lo racconta. Parlonne à i suoi Baron, sì che da fronte Gliandaron molti, per pigliar l'impresa Tra i quali fu il figlio Pinamonte Con fiera uoglia, fuor di modo accesa: Ma inginochiato con sommessa fronte Padre li disse, perche'l caso pesa; S'io son tuo figlio, e colui ch'esser soglio, Lassami ad Alessandro trar l'orgoglio. Consenti il padre, e loda ogni Barone. Sì ch'affrontar lo uà, d'arme guarnito; Tosto ch'ei giugne, sù la resta pone La lancia, & Alessandro, che l'inuito Accetta uolentier con gran ragione Sprona il destriere, il Caualiero ardito, La lancia abbassa, in se tutto ristretto E l'uno a l'altro se la ruppe al petto. Al medesimo rischio er'ito l'uno, Che l'altro, e non ui fu gran differenza: Ma pur per quanto giudicaua ogn'uno Contr'era ad Alessandro la sentenza Il padre, ch' à uedere er'ito ad uno Torion de la Terra, e'n sua presenza Stando la moglie ancora, & Elisena Hebbe senza misur a angoscia e pena.

Però che non ster molto, che le spade Trasser facendo aspra guerra, e mortale Alessandro à la fine, in terra cade Ferito in testa, con gran doglia, e male, Pinamonte, che post ha la pietade Da parte, da caual com'hauess' ale Smonta per far del resto, sì ch'in questo Leuo'l pianto la madre, e'l padre presto. Piangeua anch'Elifena, ma col poco Spirto, Alessandro, che tornato gli era Pur si difende, e tien lontan dal gioco Meglio che può'l nemico, ma non spera Molto d'uscir di quello strano loco, In che si uede colto, e si dispera: A' pena si tien ritto in su'l terreno, Che'l sangue manca, e la forza uien meno. Pur dice à Pinamonte, che'l douere Vuol che si pigli fiato, che l'affanno Non lassa à l'huom la sua uirtù potere Mostrar, che in uno assalto troppo stanno: A' Pinamonte piacque il suo parere, Però ch'à lui tornaua poco danno: Che per lo sangue, che tutt'hor ua fuore La forza d' Alessandro era minore. Et preso fiato, diero nel secondo Assalto, e fu crudele, e furioso; Cose Alessandro fa de l'altro mondo Per hauer preso quel poco riposo: Ma pur prouando de la spada il pondo Che del fèroce braccio, e poderoso, Nasce di Pinamonte, al fin s' arrese Poi che perdute ha le miglior difese. Perche del braccio, oue tenea lo Scudo Era ferito il miser cavaliero Perche rotto lo Scudo, il ferro crudo Tagliò 'l bracciale, onde fu di mestiero, Che gliandasse à trouare il braccio nudo Sì che ferito il braccio, di leggiero Il misero Alessandro andò prigione, Del Re Astiladoro al Padiglione. Doue ferito, inginochion si mette Dinanzi al Re, chiedendogli perdono; Nol guarda Astiladoro, e tanto stette Senz'udir di parola alcuna il suono, Che hauendo già le uene uote, e nette Di sangue, cadde in terra, in abandono; Sì che lo fe portar uia mezo morto Pinamonte, per dargli alcun conforto. Al proprio Padiglion se'l manda, tutto Di uergogna ripien, che sia il padre Stato tanto crudel, che tal costrutto A' i suoi uinti pregion per premio dia. Ahi uitio scelerato, orrendo, e brutto; D'un Re, che hauendo'l nemico in balia Ferito à morte, e perdon gli domanda E'l crudo, uolge'l capo in altra banda. E che ne uuole? è costui dunque quello Che motor di tal guerra stato è forse? O' che'l suo figlio, ò padre, ò che'l fratello Per uccidergli à torto, iui trascorse? Ma ben uerrà dal ciel tanto flagello Che lo castigher à, fe'l camin torse. Pur Pinamonte gli fa qualche onore, Sendo figliuol di tanto Imperadore. Pietosa cosa, d' Alessando il padre Era à ueder, che fe di pianto un fiume, E mesta cosa era; a ueder la madre Che perdè i sensi, e più non uedea lume. Le luci, ch'eran già tanto leggiadre Pien di saggia onestade, e buon costume De la bella Elisena, eran nel fello Dolore inuolte, del suo car fratello. Poi ch'è la gran ruina manifesta E de l'Imperadore il pianto scuro: Pietà di lui il core al Meschin desta, Et per farlo sperar nel mal futuro, Gli fa de l'armi, e del destrier richiesta Che pochi giorni fa, giostrati furo; Per dimostrar di fuor nel campo armato Ardir, che da nessuno era stimato.

A cui l'Imperador, disse, non uoglio Perche se'l uincitor, l'armi chiedesse Per alcun tempo mai, (se da l'orgoglio Campo d' Astilador) uo che per esse Possa uenire, onde s'io me ne spoglio Sarei poi mancator de le promesse Non l'hauend'io, pur s'hai questo desio D'altr' armi ti prouedi figliuol mio. Era tanto l'amor, che quei Baroni Portauano al Meschin, che quasi tutti D'accordo, con dolcissimi sermoni Prometton, (che s'auien che sieno i frutti Del Meschin uani, senz' altre ragioni L'armi perdendo, in modi belli, ò brutti;) Esser tenuti à sodisfarle loro E'l caual, se ben fosse tutto d'oro. Per simil promission gli fu concesso Insieme col cauallo, l'armatura, Nè sopra à quel sì tosto s'era messo Armato, che ponendogli ogn'un cura Ciascun diceua, che parea quel desso Che uinse la gran giostra, che natura Far nol potrebbe, à colui piu simile, Nè fu tenuto (ciò uedendo) à uile. Posesi l'elmo in testa, & poi uoltato Al Popol, confortandol, l'essortaua Che per lui, Dio pregar fosse pregato Che trouar possa quel ch'ei desiaua, Cioè da chi fia stato generato, Et egli, in cambio donar gli pensaua Tosto lieta uittoria ne le mani Contra a quei Turchi, in fauor de' Cristiani. Impugnò poi la lancia, e con lo sprone Punse'l cauallo, e corse com'un uento Verso la porta, per far paragone Di fuor, di quello che si uantò drento, Trouò color, che lassaron prigione Alessandro, e uoltolli in un momento Adietro seco, che così commesso Del loro Imperadore, gli haueua ùn messo. E disse lor, che si douesser porre In luogo da la porta non lontano, E se ueniua seco un solo à torre Guerra, quantunque di ualor soprano Che non si mouan se ben fosse Ettorre; Così s'allarga poi subito al piano, E suona il corno, e battaglia domanda Che si sente del campo in ogni banda. Pinamonte, sù grida à i suoi feruenti Che l'armi, e'l suo caual, pongano in ponto Ma non potè combattere altrimenti, Perche'l fratel Torindo, presto gionto Dinanzi al padre, con sommessi accenti, Ottenne d'esser primo, à tale affronto, Dalqual, così'l Meschin, fu salutato, Qualunque tu ti sia, sia'l mal trouato. Chi sei tu, disse, si presuntuoso Ch'ardisci domandar dal nostro campo Battaglia, c'hai bisogno di riposo, Se ben' in me, di te l'effigie stampo? Disse il Meschin, chi era, e quel furioso Gli rispose, per altro non ti campo Che per la cura c'ho de l'onor mio, Ch'à giostrar con famegli non uengh'io. Fossi pur (disse) fatto Caualiero, C'haurei pur qualche scusa, perc'ho uoglia Veder (se come mostri) sei si fiero; Disse Guerrino, adunque non ti doglia Aspettar, perch'io spero di leggiero Come de la città dentro à la soglia Sarò entrato, farmi anche Barone Se pur sei di sì uana opinione. Fu contento Torindo ch'egli andasse, E d'aspettarla, fin che fatto sia Caualier, se quel dì tutt'indugiasse Ancor ch'à fare haviesse poca uia, Poiche'l Meschino dentro si ritrasse Nessun sapendo com'il fatto stia, Pensaua ogn'un, che per uilta ritratto Si fosse, da che inanzi non s'è fatto.

Egli giunto al palazzo Imperiale Disse à l'imperador, l'esser' andato Senz'esser Caualier, nulla mi uale; E che dentro per quello era tornato A' cui l'Imperadore, è poco male Questo, rispose' e funne contentato. L'Imperatrice, come cosa'onesta Gli fe don d'una bella soprauesta. Elisena gli uolse ancor donare Di gioie, e perle, una ghirlanda bella; Quella non uolse Guerrino accettare E'n cotal modo uerso lei fauella, Che simil cose deue essa donare A' chi non è poltrone, e non uuol ch'ella A' un furfante, à un famiglio dia Quel, ch'un'huom degno n'ha poi carestia. E ritorna à la uolta de la porta E seco fa tornar tutti coloro Ch'eran tornati dentro, e gli conforta Che non debbian mancar de l'ordin loro. Torna poscia à trouar per la piu corta Il Turco Caualier, indi tra loro S'andarono à trouar con l'aste basse, Senza che piu tra lor si ragionasse. Ma prima'l Meschin fe quest'oratione A Dio, pregandol che trouar gli facci, E padre, e madre, e sua generatione Prima che morte fuor del mondo il cacci Però c'hauea ferma opinione Trouati lor, l'altre fatiche, e impacci, Per la fè di Giesù tutte tor poi Sì come si dee far da tutti noi. Vdì quest'oration l'eterno Dio Et esaudilla, perchell'era onesta, Perche quantunche il colpo fosse rio Che gli die'l Turco, con la lancia in resta, Non gli fe mal, com'egli hauea desio; Ma quella del Meschin, con più tempesta Fe lui cader, malamente ferito, Sì che'l pensier non gli restò fallito. Guerrin, prigion ne la città lo manda E poi di nouo battaglia richiede Pinamonte, che l'ode, ridomanda L'armi, e'l caual, per non u'andare à piede; E grida, e chiama, e minaccia, e comanda, Che senza dubbio, inghiottir se lo crede, E dice ad Alessandro, che gli dica Chi è quel, ch'à giostrar quiui s'intrica. Risposegli Alessandro nol sapere Di certo, se non fosse gia'l Meschino; E che s'egli era, mal potranne hauere Onor, perche gliè più che Paladino. Rispose Pinamonte, io'l uo uedere Con chiara proua, e subito il camino Al padre piglia, & à lui giunto chiede La sua licentia, & egli glie la diede. Giunt'al Meschin, disse, Dio ti sconfonda C'hai rotto il patto d'Alessandro, al quale Non piace, che la legge si confonda; Perche disse uoler, per minor male (Se à me la sua possanza era seconda) Far il mio padre, (come principale) De la città padron, con tutti noi; Che n'hai dunque à far tu, che tu non uuoi? Et egli, che n'ha à far, se'l padre è quello, Diss'il Meschin, ch'è nostro Imperadore, Non tel promise lui, sì che fratello Tù e lui siete de l uer camin fuore. O' tù, ò io, che sia fuor di ceruello. Pinamonte rispose con furore; Ben presto si uedrà, ma uo uedere Come tù giostri, e se sei Caualiere, Perche, se ben conosco la fauella Tu sei huom da giostrar la notte à scuro Per ciò che sei colui, cui de la bella Elisena, il seruir non era duro, Nè solazzarti con qualche donzella, Ma questo non è luogo sì sicuro, Sì, che tornati dentro à starti seco. Chi Caualier non è, non giostra meco.

A questo'l tuo fratello anche m'oppose Ond'io mi feci, e presilo prigione Disse il Meschino, e non fe tante cose Com'ei uantossi, e gi fuor de l'arcione Non piu ciarlar, Pinamonte rispose; Siamo à le proue, al chiaro paragone, Volto'l cauallo, e'l Meschin uoltoll'anco Per tor del campo, com'ardito, e franco. L'asta di Pinamonte in pezzi resta, Ma quella del Meschin con miglior nerbo Colse nel mezo al petto quasi à sesta, Del Turco, sì, che'l crudo ferro acerbo, Dietro à la schena fuor si manifesta; E rifrenato il Caualier superbo Morto giù cadde, e non fu di mestiero Mandarlo ne la terra prigioniero. Il Meschin torna, e suona un'altra uolta L'altiero corno, e più battaglia chiede; Per questo, Astiladoro, e'l campo molta Speranza perde, e ne faceua fede Il Re, che con le mani ne la folta Barba si da dolorosa mercede; E per l'un figlio preso, e l'altro morto, Grida à gli altri uendetta in suo conforto. La doglia, ch'era ne la città prima Con la speranza si stingueua in parte. Era à l'Imperadore in tanta stima Venuto gia'l Meschin, che mai si parte De la muraglia, ò sù de l'alta cima Di qualche torre, oue crede ogni parte Veder dou'egli giostra, e intanto al cielo Volto, Dio per lui prega, con gran zelo. De sarà mai, dice Elisena, ch'io Possa ueder questa guerra fornita Per man del mio Meschino? io dico mio Che s'egli resta con uittoria in uita Mio padre mel darà (com'io desio) Per marito, e Signor, ma fia fallita Questa speranza c'ha, perch'egli, certo Terrebbe al bene oprar, questo mal merto. Etti Elisena egli si tosto fuore La male usata uillania di mente Che pensi, che'l Meschin ti porti amore (Come già ti portaua) or al presente? Sai ben, che la grandezza del suo core Mostrò più uolte, ch'amando altamente Non s'era posto senza qualche segno, E potendoui Amor, ui potè sdegno. Non basta tua beltà, quantunche bella Più ch'altra fosse, se con tal ueleno Premij chi t'ama, e non è in cielo stella Che non sappia dar luce al ciel sereno, E che ualpoi, se ne la gran procella A i nauiganti al bisogno uien meno? Costui, non per tuo amor già l'arme piglia. Ch'esser lontan ti uorria mille miglia. Ma uuol, che non gli sia rimprouerato Che in tal bisogno, Alessandro abbandoni; Che uuol che per hauerlo liberato Da lui riceua simiglianti doni. Or, poi ch'ancor di nouo egli ha sonato Venner per affrontarlo tre Baroni Pur del Re figli, e uenner tutti insieme Che men che'l danno, uergogna gli preme. Venner costor, per affronnarlo tutti Insieme, ond'il Meschin, che l'atto ha uisto Per dar (s'ei puote) à tutti amari frutti Chiama in aiuto, e per sua scorta Cristo. E ben che sien per lui tali atti brutti Gli aspetta, e sta con l'animo prouisto. Ma come presso furo i Turchi gionti, Non parue à l'un, che da tutti s'affronti. Fu'l primo Manacor, che prima uolse Andare innanzi, e su'l primo à cadere E dal obligo tosto si disciolse; Disse'l Meschin, tu se mio prigioniere. Questo partito da noi non si tolse Rispose Manacor, nè fia douere Non uenimmo per renderci prigioni Se tutti e tre non siam fuor de gli arcioni.

Se glie così, diss'il Meschin, tu hai Forse ragione, in questo, ecco'l secondo Chiamato Falisar, che per suoi guai Si fece innanzi tutto furibondo, Più ben'huom di costui, non cascò mai Com'ei senti di quella lancia il pondo; E si fiaccò tanto le membra e l'ossa Ch'appena par ch'in pie drizzar si possa. Seguì poi Antifor, il terzo d'elli; Costui si tenne al colpo de la lancia, Onde sperare in parte fa i fratelli; Ma ben s'ha egli da batter la guancia Volar le lance in pezzi a i colpi felli Nè cominciar con le spade da ciancia; Ma'l Meschin, c'hauea'l braccio assai più forte Diede in due colpi à quel Pagan la morte. Che l'un gli ruppe l'elmo, e l'altro poi, Il capo gli parti fin sotto il mento Si che prigion furo i fratelli suoi Che nessun prima andarui era contento. Lettor, dunque per questo pensar puoi Se'l campo per tal danno habbia spauento; E se l'Imperador se ne conforta Ch'era uenuto già fuor de la porta. Con tutti i suoi Baroni, è quasi il resto De gli huomini da guerra seco hauea. Ma com'il fatto al Re fu manifesto Di tre suoi figli la noua sì rea, L'orgoglio, ch'auea prima, tanto infesto In parte col pensier da se stinguea; Dicendo, se tal forza ha questo solo Che farà poi con tutto l'altro Stuolo? Con l'onor, coi prigioni, e con la gratia Di tutta la città, per prender torna Dentro il Meschin riposo, ú non si satia Il popol di uederlo, oue l'adorna Corte, e l'Imperador quiui il ringratia; E chi l'ha uisto un tratto, anche ritorna; Che più sicur si tien fuor stargli appresso Che senza, dentro al mur, ch'intorno è messo Mentre che nel Palazzo erà à cauarsi L'arme di dosso, in quell'instante uenne L'Imperador con fretta à inginocchiarsi Dinanzi al buon guerrier, nè si contenne Si, ch'ei non si uedesse lagrimarsi Di tenera allegrezza, nè ritenne Cosa per fargli onor, che far si possa, Per quanto stender puossi la sua possa. Deh, diceua'l Meschin, pur'or m'aueggio, Verso l'Imperador, ch'io non son uostro Seruo, di poi ch'inginocchiar ui ueggio, Se ben da seruo l'opre mie dimostro; Io non so, Signor mio, che farmi peggio Possa uostra Corona. Tu se nostro, Disse l'Imperador, ma non ti piglio Per seruo già più nò, ma per mio figlio. E drizzato abbracciollo, e ne la fronte Baciollo, & egli inginocchiossi allora. Eranui in tanto à la presentia gionte L'Imperatrice (che molto l'onora) Con Elisena, che le uoglie ha pronte Per fargli onor, ma la tema l'accora; Sa ben quant'il Meschin l'odiaua, et anco Quant' offeso habbia quel Caualier franco Non osa palesarsi, e sta da canto Pentesi, e non le ual, da l'altra parte Amor di lui l'accende ogn'hor più quanto Più lo uede onorar, ma non uale arte, Ingegno non ui ual, che l'odio è tanto Che dimostrar nol posso in queste carte. Dunque d'entrargli ingratia in darno stima. Et s'or non può, douea pensarui prima. Tornale à mente ch'altri esser non puote Colui, che uinse la superba giostra Che mi ual, dice, il batter de le gote Che colui, ch'io haueua in casa nostra Era quel, le cui opre non fur note Che di lui fosser, & però dimostra La ria fortuna il ben tanto celato Ch'appena posso dir ch'io l'ho sognato.

Anzi nol posso dir, ch'io non so quando Prima mi fosse mostrato, che tolto; Mi seruì ben costui più tempo amando Che nè daua segnal l'effigie, e'l uolto; Ma se giostrando temeua del bando E se mia gratia desiaua molto; Sapendo ch'io amaua il uincitore Dir mel poteua pur senza timore. Che corso non sarebbe quel ch'e stato Sapendo il suo ualor, come il so ora, Ch'al suo prometter l'haurei più stimato; E la risposta trista che m'accora Haurei taciuta, & egli ingiuriato Non saria com'egliè, nè io di fuora De la sua gentil gratia non sarei, La qual può far felici i giorni miei. Quiui l'Imperador preci deuote A Dio fe celebrar, per la cittade Le quai non furo in uan, nè restar uote Digratia da l'eterna alta bontade; Ciascun de i Cittadin quanto si puote Onoraua il Meschin, ma la pietade Ch'egli hauea d'Alessandro suo Signore Armare il fe, più che desio d'onore. Astilador, che i figli hauea prigioni E per trarneli fuor, pensaua come, Sapea, che col dar noue occasioni Più gli grauaua di dubbiose some; Tenne à la fin, sol per queste cagioni, Che meglio fosse dar di triegua nome, E dopo il nome poi seguir l'effetto, Per partito miglior, per buon rispetto, Mandò, fatto conseglio, Ambasciadori Dentro à l'Imperador, per trattar pace Caso ch'à pieno egli osserui i tenori Dei patti lor commessi à uno audace Ambasciador, se non tutti i rancori Depor per qualche dì, non gli dispiace; Per conto de' prigion, uuol chieder tregua Acciò che doppio mal non gli consegua. Di Vescoa fu Re l'Ambasciadore Antico, e saggio, e da tutti stimato, Il qual fu'l primo à tutti esploratore Si come piacque à chi l'hauea mandato. Ne l'altro Canto udirassi il tenore Di quel ch'ei chiese, e quel che fu fermato. Piacciaui dunque ch'io quì faccia punto Poi ch'al prescritto termine son giunto.

FINE DEL
CANTO QVARTO.


IN QVESTO QVINTO CANTO ESSENDOSI FERMATO l'accordo fra l'Imperatore & Astiladoro di combattere à cinquanta per parte, sì combatte, & il Meschino ne riporta per l'Imperator la uittoria.

CANTO QVINTO.

GIvsto Signor, che i più potenti poni Spesso nel basso, quand'in lor discerni L'arrogante superbia, che i più buoni Opprime, e fa di lor tristi gouerni; Deh come con giustia or ben disponi, Del Greco Ambasciador gli audaci scherni Tutto pieno d'orgoglio, e di tal sorte Che'l manco minacciare era la morte. Espose l'imbasciata, e disse come L'accetta Astilador per tributario S'egli uuol farsi, e che più de le some Nol graueria di guerre, e'ch'auuersario Più non l'haurà, ma ch'egli farà dome Le forze à chi gli fosse mai contrario; Ma che uuol, che gli renda in dietro i figli Et Alessandro in contracambio pigli. A cui, l'Imperadore, io uo uedere Disse il parer del mio fedel conseglio, Che l'udir di lor menti il buon parere Del mio giuditio mi pare assai meglio; Nè ui rincresca qui soprasedere Mentre, ch'à darui la risposta io ueglio Così restaro, & egli consigliossi Coi suoi perche dar la risposta possi. Or dipoi che'l consiglio suo raccolse Chi loda il nero, e chi s'appiglia al bianco; Chi per miglior partito pace tolse E chi la guerra, facendo cor franco; Dopo lunga disputa Guerrin uolse Parlar, per non parere esser da manco De gli altri, anch'egli, e disse, non mi spiace In questo stato nostro il uoler pace. Caso che sia di sorte, che si resti Ne la primiera sua dominatione; Ma non par che la cosa qui ben sesti A dargli censo, come suo prigione; Io uo morire in prima, se con questi Patti, saluar uolete le persone. Ma se parte d'onor punto ui costa Lassate sopra à me, questa risposta.

L'Imperador gli presta sì gran fede Che per sua man non crede mai perire E l'autorità tutta gli diede Ch'egli pensasse di uoler seguire, Con la douuta riuerentia, in piede Allor drizzossi il Meschin per seguire Quanto promesso haueua, uscendo fuori E trouò gli aspettanti Ambasciadori. Huomin dal Re Astilador mandati (Disse lor pronto) qualunche uoi siate Per non tenerui in lungo quì tediati Piace al gran Signor mio, che uoi prendiate Da me risposta, à i uostri domandati Patti, li quali hauer da lui cercate; E come ho detto, in suo cambio mi manda Or' ascoltate à la prima domanda. In quanto al censo, ò darui alcuno omaggio Vso ei non ui è, nè ui si uuole usare; Nè de le stelle ui darebbe un raggio Se quelle ancor ui potesse negare; Non una lisca ui daria uantaggio S'hauesse i Pesci al suo domin del mare, Sì, ch' ascoltate il resto, perche questa Prima risposta è fatta in tutto onesta. Segue poi la seconda, de i prigioni Che riscattar con Alessandro dice, Quì ben dimostra per chiare ragioni Che darne uno per tre non si disdice, Perche tutti i suoi figli non son buoni A' barattarli con tante camice Che d' Alessandro sien, nè fia bugia Ch'egli sol ual, più che tutta Turchia. Sì, che contento e'l padre, che si facci Non già per tema, ma per fargli onore, Però, ch'in breue, uoi che questi impacci Hauete presi, con maggior furore Procurete uscir de' nostri lacci Auanti il terzo giorno, e non sol fuore Di qui, ma sgombrerete Grecia tutta, E Romania, che fia per noi distrutta. Gran segno di franchezza, estremo ardire Mostro'l Meschin, che fu da lor taciuto Nel campo, e ciò non uolser riferire, Celando il tutto, con bel modo astutto; C'haurien fatta ogni gente sbigottire; Perche già molto era il Meschin temuto, Pel nome ch'egli già dato s'haueua; E per quel che di nouo si temeua. Il cambio de i prigion fa confermato. E poi gli replicò l'Imbasciadore, Il mio Signore Astilador, m'ha dato Comession, che con l'Imperadore (Caso che'l patto non habbia accettato) Tratti battaglia con ordin migliore, Per far manco prigioni, e minor tedio, E non star quì poi sempre con l'assedio. Gli par, che questa lite sia fornita Con cinquanta guerrier, contr'altrettanti E s'ei n'ha il peggio, uuol poi far partita Di quì con tutti i suoi caualli, & fanti. Et s'egli è uincitor, uuol mentr'inuita, E mentre dura il mondo, à tutti quanti Suoi discendenti, fia sempre tenuto Il uostro Imperator di dar tributo. E com'è detto, se i suoi son perdenti Non sol di quì si partirà, ma uuole Che mai da lui, nè da suoi de scendenti Questa città nè in fatti nè in parole Sia molestata. Io non uoglio altrimenti Pensarui, com'in tai casi si suole; Disse il Meschin, e per l'Imperatore Accetto il tutto con allegro core. Perche sarà, quel ch'io farò, ben fatto; E questo al mio Signor diletta, e piace, Dunque si cerchi luogo, e tempo, adatto, Dando à la moltitudin noua pace. Allora il Re di Vesqua stupefatto Partissi, d'una tal risposta audace; E al Re Astilador tal noua porta Poi condusse i prigion presso la porta.

Il medesimo Re, accompagnato A'la porta tornò, che seco haueua Alessandro, per tor, seco menato I tre prigion, che la città teneua, Così fu un per tre figli cambiato D'Astilador, così si prouedeua Al resto, ad esequire à punto quanto Fermato fu da l'uno, e l'altro canto. Fu fermata la triegua per un mese I nel cui tempo ognun sicuro andaua Dentro à la Terra, e fuor per quel paese. L'Imperador in tanto fuor mandaua Messi à far gente per le sue difese; Però che mal fornito si trouaua, E da molti Signori amici suoi Fu ben soccorso in tai bisogni suoi. In questo tempo Costantin comparse Duca de l'Arcipelago, in aiuto, Et Archilao d'Astiua à presentarse Venne, e u'era il fratello anche uenuto Detto Amazon, che fece seguitarse Da i suoi di Negroponte, e fu ueduto Ciascuno uolentier, ben che fra tutti Più che sei mila non u'hauean condutti. Or quì, dice l'istoria, può uedersi Già del Magno Alessandro la grandezza Dou'ita sia, e come tutti persi Sono gli onor di tanta somma altezza; E'l gran poter dei Greci, che sommersi Son già per dapocaggine, e tristezza, Doue fieno or'i gran Lacedèmoni Che sien del proprio mal lor testimoni? Chiamisi Agamennone, e i suoi seguaci Veggan la Grecia, e le cose passate Che'n preda hanno lassata à gli aspri audaci Vicini Turchi, in tal calamitate; Nè il ciel comporta al fin gli empi e rapaci Onde son quelle genti or soggiogate Sotto canaglia, & huomin sì proterui Che già degnati non l'haurian per serui, Or ne le uoluttà satio e sfamato Sei Tolomeo, rompendo i modi onesti, Or s'ei de la sorella innamorato, Contr'ogni legge, or conuien che digesti Sieno Antigono i uin, che ber ornato D'Edera il capo circondar uolesti, Per scettro il Tirso, e deuiando l'orme, L'Imperio traslatasti in porche forme. Quanto crebbe l'onor sì chiaro al mondo, Tanto più biasmo, e uituperio merta Grecia, lo stato tuo già tutto al fondo E di color, che t'han così diserta. L'Imperador, con animo giocondo E grande onor, raccolse già l'offerta Gente, ch'io dissi, & i Signori insieme E dimostra ò per lor la presa speme. Poi che fu'l tempo à la battaglia presso Al posto termin, fece egli raccorre Tutti i Signor, che gli haueuan promesso L'impresa insieme per suo scampo torre; E disse lor, come per patto espresso Hauean cinquanta con cinquanta à porre; E quel che uuol prouarsi, in ordin sia Il deputato dì ne la Bastia. E mostrò lor per sì chiare ragioni Che combatter si deue francamente Che Signori non fur, nè fur Baroni Voti d'acceso alto desire ardente; Chi lance adatta, chi ferrati arcioni, Chi fa proua di spada, ò di possente Mazza ferrata, e chi si proua l'armi Primà che se le uesta, e ch'ei se n'armi. A' Costantin, sì com'à principale Disse l'Imperador, poi che uoi siete Offerti, non temendo oltraggio, ò male Per mio amor contenti, accetterete Il Meschino, che tanto in arme uale Per Capitano, al qual, cose uedrete Far da stupire ogn'un, s'io non m'inganno; Perche le sue uirtù per noi si sanno.

Rospose Costantino, esser contento Che sol per obbedirlo uenut'era. Trasse dunque il Meschin di lor dugento Di gente à tal bisogno, la più fiera, De i quali, tra coloro hauea talento Ch'esser douea il dì de la sua schiera Or udirete l'ordine ch'ei tenne Et come sol cinquanta ne ritenne. Menò seco i dugento, ou'il sagrato Tempio de la città principale era, Doue fu quello à lor da lui parlato Che saluteuol frutto far ne spera, Dicendo lor, di poi ch'io ui son dato Per capitan, contr'à la rabbia altera D'Astilador, confesso esserne indegno E del merito mio passare il segno. Or, perch'alcun non sia che possa dire Ch'io lo conduca à l'improuiso danno, Dico, ch'andiamo in luogo da morire, E per uccider quei, che noi uorranno Vccider, sì, che chi uorrà uenire Pensi non tor l'impresa senz' affanno, Nè altro premio uincendo s'aspetta Che liberarsi da la Turca setta. Il che, quanto gl'importi, or m'ascoltate, Prima l'onor de le uostre mogliere, E de le figlie, che so che l'amate Come uuol la ragion, com'è douere, Di poi, che schiaui lor sempre restate; Nè liberarui haureste mai potere; Nè solo à uoi s'aspetta questo danno Ma sopra à quei, che di uoi nasceranno. Sì, che l'eterno ben, l'eterno onore Di tutta Grecia in uostre mani è messo, Dassi in uostro poter l'Imperadore Con ciò ch'egli si troua d'interesso, Qual dunque sarà mai sì duro core, Che non uoglia morir più tosto, ch'esso Voglia uita sì dura? e dare in mano L'onor, la patria à popol sì uillano? Dunque chi uuol uenir pensi hauer morte, Ma non uoglia morir, se prima un paro De' nemici non ha col braccio forte Morti, e non gli habbia fatto costar caro Il proprio mal, ma se lor trista sorte Vuol, com'io spero, che uorrà, l'amaro Dolor discacceremo, e quel ch'io dico Dicolo, ch'apprezzar s'habbia il nemico. E che con quel ualor, che puote usarsi Da uoi s'affronti, e chi questo non facci Indegno de la uita habbia a chiamarsi, Sì, che colui non pigli questi impacci Che non pensi immortale al mondo farsi Nè per ch'alcun lo braui, ò lo minacci Mai s'abbandoni, perch'io sarò doue Voi, & uedrò chi farà miglior proue. Imitando la uolpe, e'l lupo, e'l cane Da me sarete stimati ualenti, Che mentre de lo spirto lor rimane Oprano à più poter gli artigli, e i denti, In chi persegue lor con uoglie strane Nè far si deue per uoi altrimenti, Quì consiste l'onore, e quì la gloria: E di quì nasce trionfal uittoria. Chi uuol dunque uenire, habbia auuertentia Di pensarui sù ben tutt'oggi, auenga Che doman dè trouarsi in mia presentia A' farsi scriuer, perche poi mantenga Quel ch'ei promette, e così dò licentia E libertà, che chi uuol uenir uenga; E chi non uuol, faccia quel che gli piace, Che la guerra non è, per chi uuol pace. Questo parlar diè che pensare à molti, Onde il seguente giorno ritornaro Di color parte, che s'eran raccolti Il dì dinanzi, e questi poi s'andaro Dopo le messe, à scriuer, che tra molti Volser combatter, e questi arriuaro A' cento, e questi cento il giorno appresso, Furo chiamati al giuramento espresso.

Volse il Meschin, che fino à morte ogn'uno Giuri, nè se, nè glialtri abbandonare, E chi non uuol giurar, di lor nessuno Non uuol per suo compagno confermare, Quei ch'à giurare andaro à uno à uno, Sessanta furo, e ne fece rogare Vn Notar, ch'al bisogno hebber quiui atto; E ne fece di lor chiaro contratto. De i sessanta trae diece à suo piacere; E fu'l numero giusto stabilito. Costantin uolse per compagno hauere Per onorarlo il Caualier gradito, Hebbe di questo Alessandro piacere, Ben ch'egli era per primo riuerito. Et Archilao, & Amazon gagliardo Ambi fur posti in guardia à lo stendardo. De la città fu'l Meschin pria notato Et appresso Alessandro, poi seguiua In quella lista il nome disegnato Di chi di mano in mano oltre ueniua, Et oltre al nome, ancor dond'era nato, (Di poi che questo ancor conuien ch'io scriua) De la città fur uenticinque tutti Valenti, e d'aspettarne ottimi frutti. Di quei de l' Arcipelago fur' otto E di più Costantino lor Signore, Poi Archilao, & Amazon, che sotto Di lor hebbero sei che con amore Glieran Vafalli, ogn'un de l'armi dotto. D' Andrinopoli sette, e tutt'il fiore, Vn sol di Salonicche, e di Patrasso Ancora un sol, che si può dire un'asso. D'Antipoli due furo trai giurati Che fanno il numer giusto di cinquanta; Ch'eran come fratelli diuentati; Baciarsi in fronte, & era tra lor tanta Speranza entrata, che d'esser' armati Lor par mill'anni, per ch'ogn'un si uanta Far quanto si può far per corpo umano, Tenendo hauer quella uittoria in mano. Andaro insieme, da l'Imperadore A' dir che l'ordin dato era già presso E che fuor mandi qualch'Ambasciadore A'rammentar quel che s'era promesso; Onde l'Imperador mandò di fuore Al Re Astilador subito un messo Per un saluo condotto, e gliel concesse Così gli Ambasciadori in ordin messe. Archilao mandouui, e Costantino I quai come dal Re furo arriuati Con animo gagliardo, e peregrino Esposer à che far u'eran mandati. Il nostro Imperador, poi che'l destino Vuuol, manda à dirti, ò Re, che gli ordinati Patti, (disse) si mandino ad effetto; Che i suoi combattitor sono in assetto. Si, che saper uorrebbe doue, e quando, Sendo il tempo à tre giorni approssimato. Rispose Astiladoro, io confermando Dico, che faro fare uno steccato, Ouero una Bastia, & ordinando Anderò sì, ch'al giorno deputato Nulla ci mancherà, sì che si segua, Che già s'appressa al fin la nostra tregua. Tornar con la risposta, e tosto mano Fu messo, à far tra'l campo, e tra la Terra Vna Bastia, in uno acconcio piano Serrato da più poggi, oue la guerra Potea uedersi presso, e da lontano, Che con due porte l'entrata si serra, Fu quadra lunga di due quadri à punto, La qual finita era già il tempo giunto. Era d'intorno di gran fossi cinta, E dentro uno steccato la circonda Da non lo mandar giù con una spinta Di grossi legni, e fan gagliarda sponda L'entrata, (acciò che ben ui sia dipinta) Verso doue di gente il campo abonda Era una porta, & un'altra fu fatta Verso la Terra, ogniuna al bisogno atta.

Et ogni porta il ponte leuatore Hauea, & eran i ponti sì stretti Ch'appena sù u'andaua un corridore Si, che conuien, che'l primo, l'altro aspetti; Fece communicar l'Imperadore I suoi, prima ch'alcun l'arme si assetti E Messa udir, con molta Chieresia Dentro à la Chiesa di santa Sofia, E fatto questo, con gran tenerezza Rigandosi di lagrime la faccia Voltatosi al Meschin, che tanto prezxa Lo bacia in fronte, e con amor l'abbraccia; Dicendogli, figliuol la mia uecchiezza Mi uuol pur far ueder quel che mi spiaccia, Voi gioueni, e gagliardi, e franchi tutti Oggi per me gustate amari frutti. Pensando poi, che non sol giouerete A'me, ma tutta Grecia fia contenta, E che trionfal gloria acquisterete, Laqual non fia per alcun tempo spenta; Questo mi fa sperar, che uoi uorrete La morte prima, che tosto tormenta E tosto ha fine, che uiuer morendo Ogn'hor, ueggendo un seruir tant'orrendo. Piangeua il popol tutto, ch'era intorno; Piangea l'Imperatrice, che per tutti I monisteri, hauea mandato à torno A far fare oration, nei noui lutti Temuti, e che dirò quì de l'adorno Aspetto d'Elisena, che gli asciutti Occhi, più ch'altri di lagrime bagna, Per che con più sospetti s'accompagna. Dicendo, se mai questi son perdenti Perdo forse l'onor, che troppo uale. Che fia del padre, e madre, e dei parenti Che de lo Stato nostro Imperiale? E quando il mio non fosse altrimenti O cruda morte, ò non forse men male Sarà dal mio Meschin, ben ch'io non sia Da lui amata, pur esser potria. Dato l'ordine, uscir fuor de la terra I cinquanta, il Meschino essendo scorta; Per prepararsi à la sanguigna guerra; E gli fece fermar presso à la porta; Astilador da l'altra parte serra I suoi, & dolcemente gli conforta, Ma bisogno non n'han, che son ualenti. Et erra forte chi crede altrimenti. Et à l'Imperador poi manda à dire Che uuole esser con seco à parlamento; L'Imperador, che n'hauea gran desire. Risposegli, à sua posta esser contento; Si, che diede ordin, de la terra uscire, Sa ben che'l Re non anderebbe drento; E cosi abboccati insieme furo In luogo per ciascuno assai sicuro. I patti in questa forma fur fermati Con giuramento graue, e con prestante Animo sopra i libri, che portati Fur già dinanzi à Carlo, & Agramante Sù l'Alcorano l'un, sopra i pregiati Vangeli l'altro, e de le man le piante Ambe fermate, e gliocchi uolti al cielo, Giurò l'Imperador sopr'il Vangelo. Che se la gente sua sarà perdente Si partirà con una sol Galea Dando ad Astilador, come uincente; Tutto quel, che di Grecia possedea; Et che per sicurtade, ora al presente Gli daua cento ostaggi, i quali hauea Menati à posta, e così glieli diede, Per chiara sicurtade, e certa fede. Allora Astilador, sù l'Alcorano Con cor deliberato, e uiua uoce Disse, mettendo sopra à quei la mano; Che se fia la sua gente men feroce Vuol'hauer prese le sue terre in uano, E liberi lassar quei de la Croce; Giurando di partirsi, nè più puoi Vscircirgli contra da i confini suoi.

E cento anch'egli, per ostaggi dette Al nostro Imperador, poscia ogni parte I suoi combattitori in ordin mette Con somma diligentia, e con grand'arte. Or tinte fien di sangue l'armi nette, Or trionfar uedrassi in terra Marte, Ciascuna parte tre giudici pone Per quei notar, che cascher an d'arcione. Di che, diss'il Meschino, e non bisogna Giudici sopra noi, che nostre mani Ben mostreran uittoria, ò la uergogna Di chi sar à de' Turchi, ò dei Cristiani E chi pensa altramente in darno sogna. Si ritrassero dunque à star lontani Quelli d'Astilador, da l'altro lato L'Imparador s'era anche ritirato. Fecesi innanzi un Sacerdote santo Et à i Cristian diè la beneditione. Il primo fu'l Meschin, che dal suo canto Il ponte passa, e la dentro si pone Da l'altra parte entraua un Turco in tanto, Poi Alessandro diede oltre di sprone, Dopo quel, Costantin, così seguiua Mentre ch'entra un Cristiano, un Turco arriua, Sì tosto non si uide dentro entrarli Che fu mandato à pena de la testa Vn bando, per chi faccia cenni, ò parli Di chi staua à ueder l'oscura festa; Fessi innanzi chi dentro hebbe à serrarli; E perche male ogn'un la fede presta Per più lor sicurtà, uerso i Cristiani I Turchi ui serrar, con le lor mani. E la porta che uerso i Turchi è posta Han serrato i Cristiani, onde le chiaui Ciascun, de l'auuersario tien riposta La sua, acciò ch'alcun non se ne caui, E che nessuno uscir possa à sua posta; E fatto ciò con aspri colpi, e graui Si salutar, da l'uno e l'altro canto, Poi che gittato fu'l sanguigno guanto. Chi crederà, che simigliante in terra Nasca, qual Gioue fa col tuono in cielo Folgor, che ciò che troua, apre et atterra Mentre ch'à noi dimostra scuro il uelo; Tale è nel cominciar di questa guerra Tra Macometto, e tra quei del Vangelo, Nè uide alcun, che'l cor non gli tremasse, Il greue scontro de le lance basse. Era alquanto'l Meschin col suo cauallo Iunanzi, e abbattè Torindo morto, Che mai non corse alcuna lancia in fallo Nè quella ancor non gli uolse far torto, Alessandro, che cerca d'imitarlo Scontrossi in Manaccor, sì, ch'à un porto Medesmo uanno, ambe due son cascati; Ma con le spade in piè s'eran drizzati. Con Falisar s'affrontò Costantino Rupper le lance, e con tanto furore S'urtaro coi caualli, che nel chino N'andaro, e l'uno e l'altro corridore Ma uolser poi prouar l'al ro destino Con le spade mostrando alto ualore. Ch'ogn'un gli giudicò trai Caualieri Da sceglier ben, per più forti, e più fieri. Et Amazonne, d'Archilao fratello Con Damon s'affrontò, & ei con esso, Che mai fu uisto scontro così fello; Che l'uno à l'altro aprendo il petto ha fesso; Ambi cascaro in terra, & questo è quello Languido cadde, e da la morte oppresso. Onde fu'l primo scontro di tal sorte Che uenticinque hebber de i nostri, morte. Sol quindici dei Turchi furon morti Tal che l'Imperador si tien disfatto Da l'altra parte, par che si consorti Astiladoro, e loda questo fatto Ma ueggendo'lesch Mino i suoi men forti, Depon la patientia, al primo tratto, E tanta tema de l'onor l'assale Che di furor or non troua al m ondo uguale.

Et adirato, contr'à Afieramonte Là facciagli partì per mezo, e'l petto, E sciolto il manda al fiume d' Acheronte; Spingendo glialtri, indictro à lor dispetto. Poi uoltò in dietro, con ardita fronte, Grida ai compagni il Caualier perfetto Innanzi ogn'un, che la uittoria è nostra Or e'l tempo, mostrar la uirtù uostra. Ma che direm del nostro Imperadore Che quando al primo scontro uide tanti De' suoi girsene in terra con dolore Et dei Turchi à cauallo restar quanti Vede restar? quasi di gloria moue Nè spera più che nessuno si uanti Di dargli più speranza, perch'ei uede Il figlio, e Costantin restati à piedi. Astilador mentre pensa e disegna Et à suo modo col pensier dispone; Nè aspetta'l fin, che de la guerra uegna Che già partisce ad ogni suo Barone Di Grecia (già per fama altiera e degna) Le terre, e dato n'hauea gia'l Bastone A questo e quello, chiamando codardi I suoi, ch'à uincer glialtri stan sì tardi. Pur dicea forniranno, hauendo uisto Quattro de i suoi figliuoli, insieme stretti Con pensier risoluto, e ben prouisto Sopra del buon Meschino, e ch'e gli aspetti; Ilqual per far de la uittoria acquisto, Diede à Mursante de i quattro già detti Vna gran punta col fier brando saldo; Che dietro uscir gli fece il sangue caldo. Glialtri tre, che restaro à un medesmo Tempo, con tre gran colpi furgli intorno Di sorte tal, che i nostri del battesmo Cominciaro à temer di dannò, e scorno. Archilao, in fauor del Cristianesmo Con una punta, il Caualiero adorno, Diede a Dragon la spada ne la gola, Che morto cadde senza dir parola. Veggendo Timbro, il suo fratel Dragone Così morto cader, per sua uendetta Menò nel uiso un grande stramazzone Ad Archilao, che sprouisto aspetta; Tanto che lo mandò fuor de l'arcione. Allor trasse il Meschin con molta fretta Vn colpo crudo à Timbro in mezo al collo Che gliel tagliò come fosse d'un pollo. Dei quattro, sol restaua in piè Brunoro E fu che non morisse una gran sorte Perciò che un Greco per dargli martoro Diede al cauallo, e non à lui la morte Se ciò non auenia, certo costoro Prouauan tutti una medesma sorte, Costui lassò'l Meschin sotto il cauallo; E segui'l resto del sanguigno ballo. E corse in parte, doue il suo Signore Doue dico Alessandro combatteua Con Manacor, con quel miglior ualore Che far da huom ualente si poteua; Giunto quiui il Meschin pien di furore Molti altri Greci già soccorsi haueua; E molti Turchi fieramente morti; Tal che i nostri Cristian restar più forti. Non bisognaua già star molto à bada, Perche non più che rotta quella schiera Dei Turchi, ch' Alessandro da la spada Di Manacor, moriua, perch'egliera Oppresso sì, ch'ei trouaua la strada. Con una punta dentro à la uisiera; In guisa s'era combattendo alzata; Ma il uenir del Meschin gliel'ha uietata. Che ueggendogli insieme forte stretti Dismontò da cauallo, e tosto prese Tra l'elso; e'l pomo, acciò ch'egli non metti La spada innanzi, e l'altra man distese Al mezo de la lama, & interdetti A Manacor gli effetti, poi gli tese La punta al fianco, e meza uela caccis, Onde quel colpo, fuor del mondo il caccia,

Et Alessandro, ch'era sotto in terra Fe poi drizzare, e montare à cauallo. In questo mezo Costantin fa guerra Con Falisar, e battono il metallo. Così ferito, Archilao tosto afferra La spada, e ben diuise questo ballo; E diede à Costantin tanto fauore Che Falisar per le lor man pur muore, Tanfirio uerso Costantin si mosse E d'una lancia lo ferì nel fianco, Che le bianche armature si fer rosse Vccisel con due altri quest' huom franco; Tal che la pugna in gran dubbio rimosse; Soccorre i Turchi, nè si mostra stanco; Ma'l Meschin del pericolo s'accorse Et à caual salito, quiui corse. E fece che Tanfirio quella impresa Lassò, perche restò con glialtri al piano, Che con la forza d'ogni ardire accesa Mettendo insieme l'una, e l'altra mano Con la sua spada, laqual rade, e pesa Gli aprì la spalla, e non tornò più sano; Onde i Turchi lassaro la uittoria Per forza à ì nostri, et ogni onore e gloria. Quattro Turchi restaro à grande stento Mal uiui, & anche i nostri, quasi tutti Feriti, ma per forza hanno pur uento; Mercè del buon Meschin, del quale i frutti, Fer rallegrar qualunche staua drento De la città, per cui sur gli occhi asciutti Del degno Imperadore, e de la moglie; Questo'l frutto è, che d'un fedel si coglie; Come dett'ho, fur quattro i Turchi, quelli Che camparo, (e fur quindici i Cristiani) Quei per fuggire gliultimi flagelli Al buon Meschin si diero ne le mani Per prigioni, e per uinti, onde i coltelli Poser fine à uersare i sangui umani. Le chiaui furon subito trouate E del serraglio le porte allargate. Così con la uittoria sanguinosa La città riceuè'l suo gran Campione; Co i fuoi quattro prigion, ch'era pietosa Cosa à uedere, e gran compassione; Or questo canto pure al fin si posa Poi ch'egli ha data à i nostri saluatione. Ora ne l'altro apparecchiar mi deggio, Però che pronti ad ascoltar ui ueggio.

FINE DEL
CANTO QVINTO.


IN QVESTO SESTO CANTO IN COSTANTINOPOLI si fanno grandissime allegrezze per la uittoria. Ma il Meschino stà dolente per l'in giurie riceuute da Elisena, che lo chiamò schiauo villano, & finalmente si parte per andar per il mondo cercando il Padre.

CANTO SESTO.

FAcile e' giudicar l'altrui fatiche, Increato motor, senz'altro impaccio Però perdona à le lingue nemiche Che poca preda fa lor teso laccio, Ch'io cerco quì le tue gratie amiche, Che ha tosto il bene, e'l mal terreno, spaccio Ben che pur'anco in darno mi lamento, Ch'ancor alcun che mi morda non sento. Mentr'io pur seguirò la trionfale Vittoria, col fauor sol di natura, Che del mio dire è uerbo principale; Elicona lassando à chi n'ha cura. De la città la festa uniuersale Dirò, ch'è fuor d'ogni ordine e misura; Veggendo il suo Meschin uittorioso, Entrar si fiero, e tutto sanguinoso. Te Dio tutti laudiamo, eterno Padre Tutta la Chieresia andò cantando, Et ogni uecchio, ogni canuta madre L'andaua per le strade seguitando, L'Imperador con tutte le sue squadre Gliera ito incontro, sempre lagrimando Per allegrezza, e'l grande, e'l piccolino Venia gridando, Viua il buon Meschino. Troppo sarebbe i molti abbracciamenti Voler ridir, con tutte le parole Tra loro usate, con giocondi accenti; Da far fermar per tenerezza il Sole; Sola Elisena par che si lamenti Che come glialtri, accarezzar nol puole; Tra se sospira, si distrugge, e rode, Poi ch'ogn'altro, e lei non di lui si gode. Deh fortuna crudel, per che non fai Veder, dice, il cor mio, perche nol mostri A' tutto'l mondo? che s'io bene errai, S'erra anche per le carte con gli inchiostri Che ui si pensa, ond'io, che non pensai A' tant'error, non dè giouar ch'io mostri Hauendoui or pensato, esser pentita, Per crescer maggior doglia à la mia uita

Stassi da canto, macilenta, e mesta Portando inuidia ad ogn'altra persona. Quiui per altri si gode, e fa festa; Quiui de i colpi fatti si ragiona. A' trarre l'armi, & ogni soprauesta Ai feriti s'attende, e poi con buona Cura si fece medicargli tutti Ch'eran terrosi, insanguinati, e brutti. Solo il Meschin non si riposa, e chiama Vn suo trombetta, & al campo lo manda Ch'ei dica al Turco Re, che s'egli brama Riscattar da la presa miseranda I quattro suoi figliuoli, e s'egli l'ama Quiui lassarli fia cosa nefanda, Ch'ei mandi à far de la sua fe memoria E far quel che far dè, per tal uittoria. Per simile ambasciata il campo tutto S'empì di gran dolor, nè fu Signore Che potesse tenerui un'occhio asciutto, Rimenbrando il passato disonore, Haurebbon uolentier colui distrutto Se de i prigion non era il troppo amore, Ma'l Re, che riscattargli pur desia Mandò ne la città, l'ambasceria. E fe trattar, che per li suoi figliuoli Per quelli dico, che restar prigioni Per riparare al biasimo, che soli Non restin quiui, al Meschino si doni Molto Tesoro in cambio, e poi gli stuoli Suoi uuol ritrar ne le sue regioni; E ch'a l'Imperador sien dipoi rese Le sue cittadi, & ogni suo paese. Così rese gli fur le sue contrade, Che'l nome narrerò de le più degne Borscia, Apollonia, con le lor cittade, Niconia, e Mesebria, anche l'insegne Vecchie, Andrinopol prese, che pietade Era à uederle, di duol uinte, e pregne, Lascianle or, che n'ha il ciel misericordia, Con le quai fu la città di Concordia. Venn'in persona il Re poscia à giurare La pace, e confermare i primi patti Appresso à la città, là doue stare Potea sicur, quiui fece i riscatti. Oue nel uolto di ciascuno appare Contentezza, e dolor, secondo i fatti, Così ciascuna parte à l'altra rende Gli ostaggi, che nessun non ui contende. Ma nel partir, non potè far Brunoro Ch'ei non dicesse con publica uoce, E' possibil fortuna, che coloro Che son d'ogn'altra gente più feroce Sien uinti, e così ceda al piombo, l'oro? Vint'è'l sangue Troian, ma quel che nuoce Più à nostra grandezza, in ciò sia stato Vn uile schiauo, un seruo ricomprato. Quiui il Meschino, à cui risponder tocca Si fece innazi, e disse, sappi certo Che dal parlar, ch'uscito or t'e di bocca, Ch'io non mi uo restar, ch'io sappia certo (Se morte prima l'arco non mi scocca) Di chi sia nato, e tu n'harai mal merto Se sangue nobile è, che per mia mano Morrai, così ti giuro, e te lo spiano. Ben ch'Alessandro ancor fosse ferito, Era uenuto ad ascoltar gli accordi, Et hauendo il Meschin così sentito Parlar, dissegli fa che non discordi I fatti nostri, & egli allor più ardito Rispose, e son nel parlar troppo ingordi; Duolmi che dimostriate hauer timore. Ma tutto il mondo non basta al mio core. Sappi che in parte non sarò mai, doue Senta, che'n questa banda Turchi sieno, Che qual folgore in ciel tosto si moue Allor che quì tra noi mostra il baleno Ch'io non sia quì, e quando io stessi altroue, Non ci hauro'l cor, di quel ch'io ci habbia, me no, Fra quel parlar ogn'un d'indi si parte; E torna ad abitar ne la sua parte.

Tornaro i Turchi à i lor paesi, e quelli De la città s'entrar dentr' à far festa, E di Trofei gloriosi, e belli Quello orna quella parte, e questo questa. Ritrouansi gli Oliui, e molti d'elli Adopran per corona à la lor Testa; E se ne pianta assai, per far memoria D'un giorno tal, d'una si gran uittoria. Oltre à le uolgar feste, nel reale Palazzo, ui si tien corte bandita, Vi si balla à la Greca, e fa segnale Ciascun di quei Baron, d'allegra uita; Tutte le stanze son tutte le sale Di feste piene, e di gioia infinita. Ma di tutti i piacer, che uì si danno, Che'l Meschin si rallegri mai non fanno. Tal ch'à nessuno, il festeggiar par buono Così à particolar come Barone Nè men le Donne mal contente sono; Ogn'un si duol non saper le cagioni, Alessandro, sapendo questo suono Portar si fece in braccio à due garzoni Però che ferito era, nè si tenne Per fin, ch'ou'era il festeggiar non uenne. A' l'impensata sua uenuta, intenti Si uolser tutti, e poi drizzati in piede Larghi gli danno il passo riuerenti. Il Meschin, che uer lui uenir lo uede Vennegli in contro con passi non lenti, (Che sempre fu d'amor pieno, e di fede) Alessandro per man pigliollo, e disse Ch'egli sedesse, e'l suo parlare udisse. Non è (disse) fratel sì graue il danno De la persona mia, del mal presente; Che non mi prema, e non mi dia più affanno L'udir, che tu da gli altri uiui assente Da le feste, e da i giuochi, i quai si fanno In nostra corte da tutta la gente; Onde se lecito è, piacciati dire Donde procede'l tuo nouo martire. Come uuoi Signor mio, (rispose) come Poss'io con gli altri mescolarmi insieme S'ogn'altro sa di qual patria si nome E di chi nato sia non dubbia, ò teme? Sol'io non so dir pur mio proprio nome, Non che la patria, ò'l sangue, or se mi preme Il dolor più che prima il tristo petto; Sai quel che da Brunor pur mi fu detto. Poi mi ricordo, anzi pur sempre in core Lo tenni, e lo terrò, poi ch'Elisena Tra tante gentil donne con furore Mi disse ingiuria, pur troppo ripiena Di ueleno, (oimè) che s'al dolore Refrigerio non fusse, e à la gran pena, Il pensar pur che'l tempo, che mi resta Cercar pel mondo debbo la mia gesta. Credo, che fino ad or tardi uenuto Sareste Signor mio, per rallegrarmi; Nè però di proposito mi muto; Nè di questo pensier penso leuarmi. Anzi mi dolgo d'hauer già perduto Qualche dì, ch'io potea deliberarmi, Ma qualche cosa ne uedeua'l cielo; Di quanto oprar douea per l'euangelo. Mentre che questo diceua'l Meschino, Tuttauia ne la sala si danzaua; Ecco Elisena con un bello inchino Et il Meschino à ballare inuitaua, Egli, che col pensiero altro camino Facea, con occhio torto la miraua; Et uolgendosi altroue non risponde, Onde la meschinella si confonde. Tanto più, ch'Alessandro, gli fa cenno Che d'indi si partisce, ond'ella tutta Smarrita abbandonando ogni suo senno S'era tra l'altre donne, à star ridutta; Tra se dicendo, dunque sempre denno Tenersi à mente fin ch'io sia distrutta L'ingiurie, nè mai più si placheranno, Tanto fondate dentro al cor gli stanno?

La festa, anch'ella il di pose da canto; Nè più potè ballar, ma sola poi In camera la fece sol di pianto; Maladicendo i duri casi suoi. Torniamo ad Alessandro, che di quanto Il Meschin disse, par che sì s'annoi Che mai prouò col pensier tal martire, Poi che'l Meschin si uuol da lui partire. Che nel parlar più uolte ha confermato Che per simil cagion uuol tanto errando Andar pel mondo, che di chi sia nato Saprà, se morte gia non gli dà bando. Promettegli Alessandro un grande stato, De l'Imperio donargli in fatti quando Il padre il lassi dopo, appresso à quello, Tenerlo in tutti i fatti per fratello. Pur ch'egli non partisse, anzi diceua Che per Cognato già l'haueua eletto Però che dargli Elisena uoleua Per moglie, che già'l padre l'hauea detto Il Meschin, di ciò gratie gli rendeua Ma disse, tal partito non accetto E ben ui prego, se punto m'amate Che più di questo non mi ragioniate. E seguì, ch'io l'amassi, non ui sia Già d'udir graue, per il tempo adrieto, Ben che far questo à me non conuenia Perche fortuna me l'hauea diuieto. O' conuenirsi, ò nò, pur tuttauia Per fino ad or di lei mal frutto mieto Nè so doue sien donne ornate, e conte Per sua cagion, per mai drizzar la fronte. Se mentre giouinetta, e non ancora Da l'età puerile abbandonata Hebbe tant'arrogantia, che fia allora Ch' à gran marito uedrassi appoggiata? Per ben ch'à me non conuien pensarui ora Poi ch'al tutto la mente n'ho leuata. Ma perchio t'amo, il mio gran desiderio E ch'ella habbia un, c'habbia del mondo Imperio. Quand'io l'hauessi, e n'hauessi desio, Con tutto il ben, che tu m'hai quì promesso, Non trouerci per questo il padre mio; Nè di ueder lo mi saria concesso. Con questo ragionar di sala uscio; Dicendogli Alessandro, poi ch'espresso M'hai sopra d'Elisena il tuo uolere; Ch'io più di lei ti parli non temere. Perche più pregio te, che sette mondi, Non ch'una donna, ch'è fragile, e uana, Però giusto è, che'l tuo uoler secondi, Ben che graue mi paia, e cosa strana Che tu debbi lasciarmi, e mi confondi Ch'oggi'l Campion de la fede Cristiana, Et in chi più da noi s'hauea speranza. Vada in essilio il tempo che gli auanza. Da che pur far lo dei, piacciati almeno Tant'aspettar, che liberato i sia Da questo mal, perch'esser un ueleno Il tuo partir sì subito potria, Che molto presto non uerrebbe meno, S'è uer che nuoca al mal malinconia. A' questo, ben'il Meschin fu contento, Che da giusta cagion si uide uento. Aspetta, e tutta uolta rode il tarlo Del desiderio, che presto guarisse. Alessandro, che modo di uoltarlo Non uede, al fin guarito, un dì gli disse Che gli pareua, che fosse da farlo Al padre intender, prima ch'ei partisse, Fu contento egli, ma come l'intese L'Imperador gran fastidio ne prese. Prega Alessandro il padre, che nol lassi Partir, per cosa che per lui si possa Far, ma perse eran le parole, e i passi; Ch'egli più ui s'indura, e ui s'ingrossa. Dicea l'Imperador, se si trouassi Via da uietar questa tua noua mossa, Col ritrouar la tua generatione; Mouerestiti tu, d'opinione?

Certo s'io senza far sì gran camino Lo potessi saper, ch'io non uorrei Partirmi (allor gli rispos'il Meschino) Nè del uostro uoler mi partirei. Allor l'Imperadore, ogni indouino Cristian, come amator di uani Dei, Ogni Astrologo fe che far potesse Trouare, à chi simil cura commesse. Mandò per Epidonio, e domandonllo Di punto in punto, dal dì ch'egli l'hebbe; E doue primamente egli trouollo. E se di chi sia nato dir saprebbe. A' cui disse Epidonio, dir non sollo, E che saperlo difficil sarebbe Ma com'io l'hebbi, (seguì) posso dire, S'hauere pur di saperlo desire. Venner ne l' Arcipelago già certi Corsari, u si faceua una gran fiera; E come gente di rapina esperti Che doue uanno il dì, non uan la sera; Ci uender lui fanciullo, altro poterti Non posso dir, se ben là donde gliera Venuto, si cercò da noi Mercanti, Saper, altro non disser quei briganti. Senon, che ci rispose un men uillano, Che hauendo presa certa nauicella Ch'attrauersaua il bel mare Adriano, Il fanciullino hauean trouato in quella; Et à due Donne il tolsero di mano; L'una era uecchia, e l'altra di più bella Età, u'er a un famiglio ancora, e quello Hebbe di morte l'ultimo flagello. La uecchia in mare à ber de l'onde salse Andò, che fù per lor disutil preda; Nè prieghi ch'ella disse, ò pietà ualse. (Si che per quanto di tal cosa io creda) Dapoi ch'al cielo ancor del Meschin calse; In noi pur la ragion, non manchi, ò ceda, Di pensar ch'à tai segni, egli sia nato D'huom degno, & aleuato à grande stato. Al partir poi, ch'io feci coi mercanti Con altra mercantia melo contai Questi son dunque inditij à punto quanti Vi posso dar, poi che quì lo menai. Diede il Meschino allor principio ai pianti; Dicendo, sfortunato ben pensai Che'l nome di mio padre fosse spento, Ma non di sorte, come dir ui sento. Dicea l'Imperadore à questi segni Che sei di nobil sangue tienti certo; Ma ne farò cercar per tanti regni Che in qualche luogo abitato, ò deserto Si trouerà, pur che tu non ti sdegni Quello aspettar, che da me t'è offerto. Nè restarò per gente, ò per denari, Ch'alcun farò trouar di quei corsari. I porti tutti fe di Romania E quei d'Italia se tutti cercare; Di Schiauonia, di Candia, e d'Albania; E doue s'usa intorno nauicare; Molti Corsar trouò per questa uia; Che in quei tempi scorreuano'l mare. Di quelli non trouò già mai, che forse Ciascuno innanzi à questo tempo morse. Fu uana l'arte ancor dei Negromanti; Et uano è chi gli crede, che da quelli Nulla si seppe, pur tra tanti incanti Vn sol ui fu di questi monstri felli, Che d'Egitto era, ilquale hauendo innanti Vn Spirto stretto, nè con brutti, ò belli Modi, potendo altro inditio ottenere Dimmi almen (disse) oue si può sapere? Disse lo spirto con altre parole, Vada oue gia'l Magno Alessandro andò; A trouar uada gli Arbori del Sole, Che già per altra uia saper nol può; Quei noua gli daran de la sua prole; Che bene anche Alessandro gli parlò. Nè gli usaron di nulla già mentire; E gli mostraro oue douea morire.

Ma non farà già poco, s'ei u'arriua Che gran trauagli patir gli conuiene. La strada, è quasi di salute priua; Che lamorte ui tende assai catene. Mentre che questo il Meschin dir sentiua Gli parue un refrigerio à le sue pene; E domandollo da qual banda stanno Gliarbori, e come trouar si potranno. Lo spirto disse, e son uerso Leuante; Nel fornir de la Terra, oue si leua La Luna, e'l Sole, e più non disse innante. Di girui, il buon Meschin si disponeua. Onde licentia tolse in uno instante; Di che l'Imperador quanto poteua Lo cercaua distor, ma poi che uede Di non lo poter far, pur gliela diede. Quiui sua Maestà, quiui il figliuolo Di lagrime han per doglia gli occhi pregni; Nè resta de la corte un'huomo solo Che sapendol le luci asciutte tegni. Ad Alessandro par restar sì solo Che par che piu di uiuer già si sdegni. Volse l'Imperador, ch'ei promettesse Tornar, se ritrouato il padre hauesse. Promise Guerrin farlo, e per più chiara Certezza dar, per giuramento uolle Fermarlo, e in tanto le lagrime à gara Gli fean con dritte righe il uiso molle; O fede chiara, ò gran bontà, che rara Oggi si uede, e chi l'ha si tien folle; Lassando il proprio bene, elegger prima Morir, che del suo sangue non far stima. L'Imperadore una crocetta d'oro Gli diè, legata ad una catenella Non già per prezzo di mondan Tesoro, Nè perche fosse ancor ben fatta, e bella Gliela diè, che poco era un tal lauoro, Ma perche dentro u'era chiuso in quella Del latte de la Virgin gloriosa, Maria, di Gesù madre, figlia, e sposa. Eraui di quel sangue, ilqual fu sparso Per noi, dal Redentor de l'uniuerso, Quando per ricomprare ei non fu scarso Il seme uman, ch'era dannato, e perso. Sarà ben questo scudo à tempo apparso, Ch'à sì lungo camino, e sì diuerso, Bisogno harà di tanto nobil segno; Ou'era de la Croce ancor del legno. Sì, che l'Imperador quella gli diede Dicendogli, figliuol mentre che haurai Addosso questa, e che la tien con fede; Di false incantantion non temerai; Nè mai potrai perir, per ria mercede Di traditor, se tu non peccherai Con essa carnalmente, & auisato Sia da guardarti da mortal peccato. Con quella diuotion, che puote usarsi Al collo se la messe, e lagrimando Cominciò coi Baroni, accomiatarsi, Or questo, or quello per la man pigliando; Quì cominciaua il pianto à rinforzarsi I cari abbracciamenti riformando, Con tanto amore, e tanta caritade Che hariano un Tigre commesso à pietade. Benedisselo il Vecchio Imperadore Con ogni suo poter, con ambe mani, Concordando la lingua insieme, e'l core E Dio, dice, ti scampi da quei cani Nemici de la fede; e con onore Ti liberi da casi orrendi, e strani; E facciati del padre tuo contento Com'è'l tuo desiderio, e'l tuo talento. S'era'l Meschino ai piedi inginocchiato De la sua Maestade, e perdon chiesto; Dicendo, Signor mio, ciascun ch'è nato De'l'uman seme, ò sia tardi, ò sia presto A' qualche error del mondo è destinato; Io, che non son miglior di tutto il resto S'offendendoti mai trascorso sono Vi chieggo quì del mio fallir perdono.

Dipoi ch'ei perdon chiese, e benedetto Fu da l'Imperadore, e ch'Elisena Vide, il partir più non gli esser disdetto, Tanto dolor la uinse, e tanta pena, Che spinta da l'amore à suo dispetto Non potendo schifar la sua catena Oltre si fe pria che'l Meschin partisse. E'n questa forma, innanzi al padre disse. Giusto è, prima che quel, che perdon crede Trouar', ad altri perdonar disponga; Con qual ragione al suo Signor si chiede Mercè, se l'odio ad altri egli prolonga? Io, padre, com'il cielo aperto uede Conuien ch'in tua presentia quì mi ponga? A chiedergli perdon, poi ch'ei non uolse Mai depor l'odio, in ch'egli già mi tolse. Sforzanmi i beneficij tanti, e tali Quali egli à la città nostra ha usati, A doler d'hauer uisti quei segnali Che da me prima non fur mai pensati; E per quest'io, ueggendo i nostri mali Allor nouellamente apparecchiati, Anzi pur cominciati, essendo quello Occorso ch'ogn'un sa del mio fratello, Per simil nouo, e subito dolore Di lui, non conoscendo quei rispetti Che hauuti hauer potrei, come poi fuore Ben mi rauuidi, e dolsi de gli effetti Ch'io nascer uidi; or che gioua se l'hore Gittate uia fur sempre, & i concetti Di mostrarmi pentita, e del desire C'ho di perdon, s'egli non uuole udire? Poi che biasmar d'ostination mi puote Qualcun, conuien ch'io parli per mia scusa Diss'il Meschin, che non facendo note Le mie ragion, com'in tai casi s'usa, Indarno l'huom si graffia poi le gote; In uan si uede l'opra sua confusa. Prima dirò, ch'io t'hauea perdonato Tutt'hor ch'un fallo tal tenni celato. Se fallo si può dir; ben ch'io non credo Che fallo sia parlando dir il uero; E tanto uolentieri al uer più cedo Quant'io misuro lo stato ou'io ero; Si che di nouo perdon ti concedo Perfare il nostro caso men seuero, Or, da poi ch'altro quì da far non ueggio Restate in pace, ch'io partir mi deggio. Questa à l'Imperador fu cosa noua E uolea replicar, ma'l modo manca, E di gran uampa acceso si rinoua Subito, e poi come persona stanca Resta, ueggendo che più nulla gioua Per ritardar quella persona franca; E gli dispiacque forte hauendo inteso Che'l Meschin fosse (nol sapendo) offeso. E corre col pensier, che'l suo partire Sia per altra cagion, ch'egli non disse; E perche'l caso uolse chiaro udire Fece, che seco Elisena ne gisse Da gli altri separata, e le fe dire La cagion prima che da lui partisse; Onde Elisena, più morta che uiua Con simil proferir la bocca apriua. Dicendo, padre al mio graue peccato Promettetegli dar giusta mercede, Dame tutto l'errore è causato Di fargli fuor di qui metter'il piede; Esser deuea di me, com'or'è stato Così interuiene à chi'n fortuna crede Vditel pur, poi che n'hauete uoglia Pur che'l castico qual'io merto, coglia. E promettendo (oimè) quel ch'ei pensaua Potere oprar, anzi quel ch'ei se poi, Dico, che di buon cor mi confortaua Mentre ch'assediati erauam noi Et io, che col pensier mio uacillaua In tal modo risposi, tu, tu uuoi Con ciance ristorare il nostro danno? Or leuati di quì col tuo mal'anno.

Schiauaccio uile, (oimè) ancor più innanzi, Ch'ei non sapeua di chi fosse nato, E ch'egli era anche Turco, or questi auanzi E' questo giusto merto ho guadagnato; Nemico ho fatto colui, che pur dianzi Per me nel fuoco si saria gittato. Questo l'ha mosso andar pel mondo errando, Sol questo il manda il padre suo cercando. E questo era anche quel (rispose'l padre) Ch'era atto à farti un di portar Corona Di più d'un Regno, tant'è la bontade E la franchezza de la sua persona; Tu stessa te l'hai tolto, or non accade Più dir, che chi del ben perso ragiona Accresce il male, & al mal passione, Et uien l'estrema poi disperatione. Marito hauer potrai, ma non già tale Qual'egli, perch'al mondo son sì rari Ch'oggi non n'è uestigio, nè segnale Di chi si possa à lui mettere al pari; Non rinouiamo adunque il nostro male Che troppo prezzo è quel d'onde tu impari. Sarai, poi ch'al pentir sei stata tardi Esempio à chi di tali error si guardi. Quest'è'l gastigo adunque, ch'io uo darti Di questi error dicendo il mio disegno Che con esso uoleua accompagnarti Per render più sicuro il nostro Regno; E se tu uuoi di ciò certificarti Colei il sa, che di te fu sostegno, E che nutrir ti fece, e chi più bello Inditio ne può dar, che'l tuo fratello? Mentre egli pur sen ua, sì che figliuola Duolti di te, se qualche giorno stai Senza marito, abbandonata e sola Così questo peccato sconterai. Ond'Elisena, senza dir parola Si partì fatta chiara de' suoi guai Che poco più ch'à partirsi indugiaua Dinanzi al padre languida cascaua. Parmi ueder già por calde querele Da color, che dal senso sono oppressi. Accusando il Meschin per huom crudele; Onde non so anch'io quel ch'io facessi, Ancor che stato le fussi fedele, E che seguita gran tempo l'hauessi; La seguirei sì com'huom poco accorto, Dandole ardir farmi qualch'altro torto. Ma pur la forza, anzi la gran ragione Mi sa quì del Meschin procuratore, Senza hauer punto à lei compassione, Che non douea pescar sì ne l'onore, Hauendone sì poca occasione; Dunque lecitamente il suo furore Spesso Amor mostra, e luogo, e tempo aspetta Per far di donna ingrata aspra uendetta. Che uorreste saper mi sono accorto Quel ch'essa sola in camera fe poi; Ma perch'io ueggo auicinarsi il porto Forza è che basti sol pensarui a uoi. Basta sol ch'essa in breue, è tempo corto Monica fessi, e uisse i giorni suoi Vmile, disprezzata, e senza hauere Chi del suo mal prendesse dispiacere. L'istoria costei lassa, & io la lasso; Del Meschin segue, & io di lui ui parlo; Che hauea de la città fuor mosso il passo Doue Alessandro uolse accompagnarlo. In fin al porto, sconsolato e lasso; Che strano gli pareua abbandonarlo. Sì, ch'assai tosto gli parue esser gionto Sù'l mar uerso lo stretto d'Ellesponto. Giunsero al braccio di san Giorgio, ou'era Per ordin d'Alessandro in ordin posta Vna assai bene ordinata galera Doue poteua il Meschino à sua posta Per mare andar uerso quella riuiera Ch'egli uoleua, e quiui su riposta L'arme sua tutta, & il cauallo, & quanto Gli bisognò per auiarsi in tanto.

Alessandro uolea, ch'egli menasse Gente da portar'arme in sua difesa; Tutt'hor che nel camin gli bisognasse; Ma'l Meschin disse non ualer la spesa Che per lui solo tanta gente andasse Sì gran camino, & a patire offesa Senz'util certo, e con lor danno espresso; Che s'egli il cerca n'ha proprio interesso. Non replica Alessandro, ma seconda Il suo uoler, se ben n'è mal contento; Et ordina che in Colchi, ò in Trebisonda O' uerso Armenia, dien le uele al uento, Per fuggire ogni lito, & ogni sponda De le terre de i Turchi, e sol d'argento Presi cento denar, diede il Meschino Principio al desiato suo camino. Ma prima uolto al suo Signor con quello Orsù, con un sospir, che dal cor porta A gli occhi un mar di lagrime, e con quello Abbracciar, che'l silentio seco porta Per lungo spatio, tal che questo, e quello L'effigie d'una statua immota porta. E con quel ritornar de i sensi poscia Ch'allarga il passo à la serrata angoscia. Deh doueua però l'inuida sorte D'insieme torci? Alessandro dicea; Ch'esser mai non douea se non per mortè, Quest'è noua à i Cristian, pur troppo rea Chi sarà fratel mio, che mi conforte? E per la man tutta uolta il tenea E saria uolentier seco inuiato Pur che'l Meschin non l'hauesse uietato. E con parole mozze à meza uia Riforma le promesse, e i giuramenti Di ritornar, tutt'hor che certo sia Del padre suo, e non già altrimenti. E con gli occhi bagnati oltre s'inuia Ne la Galea à discretion de i uenti, Et Alessandro à la città tornossi Che poi per molti dì non rallegrossi.

FINE DEL
CANTO SESTO.


SI NARRA IN QVESTO SETTIMO CANTO COME IL Meschino partito da Costantinopoli, & facendo diuersi uiaggi per l'una & l'altra Tarteria, uccide un fier Gigante, con la Gigantessa sua moglie, & quattro lor figliuoli, & poi libera d'un fosso un Caualier Francese, & un Prete Armenio, & insieme poi fanno altri uiaggi.

CANTO SETTIMO.

Cada benigna in me l'alta tua santa Divina gratia, Redentor gradito; E'l fosco uel de l'ignorantia schianta; Gli sterpi leua, ond'io son'impedito; Pereh'io possa sicur fermar la pianta Del piè, che fu nel dar principio ardito Di fare un tanto insolito camino; Per seguir le pedate del Meschino. E tu lettor senza scusar uedrai Quel, che tutt'hor con mio mal prò, si uede. Or, nel passato canto io ui narrai Con quanta caritade, amore, e fede Desse il Meschin principio di lunghi guai; Per stran uiaggi dirizzando il piede. Sua sarà la fatica dunque, e mia, L'udirlo à uoi piaceuol cosa fia. Dal braccio di San Giorgio, hauendo il legno Per molti di ne l'alto mar guidato E con uele, e con remi, il Campion degno Vedendosi à la fin pur' arriuato Di san Mauro à lo stretto, fe disegno A' la bocca d'un fiume, licentiato Hauendo il legno, la lancia in man prese E tutto armato in su'l cauallo ascese. E tanto dilungossi per la riua Del Vardon fiume, ch'ei uide Corona; Famoso monte, ch'à inuuoli arriua. Poi uerso Colchi il cauallo sperona, Per la cui uia passando, sempre giua Tra Saracine terre, & abbandona I nostri liti, e tanto si distende Che uerso il Caspio mare il camin prende.

Albanos, Terzo, Arcanio secondando Questi di tai paesi nomi sono. Son molti, che per quel mar nauicando Il chiaman Tartaresco, e questo suono Nasce che per la riua caminando Verso la tramontana, uno assai buono Paese abitan Tartari; e son questi Mercanti umani, e più de gli altri onesti. Tartari Maccabei trouansi ancora Gente bestial, de l'altra Tartaria; Che l'uman carne à tutte l'hor diuora Altunoni chiamati; d'ogni ria E pessim'opra pieni, oue s'onora Solo omicidij, ò qualche rubberia; Sono ancor quei, c'hanno corpo di Cane, Che stan più dentro à i monti, per le tane. Sì, che la Tartaria del Caspio mare In uerso tramontana è molto grande, Et uiene al mar di Fiandra à confinare; E per l'India, e per l'Asia anche si spande E per la Persia; & anche ne compare Verso Alemagna, tal che si comprende Se di tal region bensi pon mente Che quasi ua dal Leuante al Ponente. De la superior son quei bestiali; E son nemici à gli altri, e differenti Che son più bassi, e son più communali Di corpo, e sono uman tra l'altre genti. Nè mangian carne cruda questi tali; Nè come gli altri à le rapine intenti Che son giganti, pien di gran magagne; Abitator d'altissime montagne. Dette Taranse; dond'esce il gr an flume Derauo detto, d'un monte chiamato Ceneros, il cui fiume ha per costume Generar ghiaccio tanto congelato Che pietra fassi, e resta l'acqua in fume; E questo è quel, che poscia è nominato Il uer cristallo, perche questi monti Sono i piu freddi, ch'altroue si conti. Sì, che'l Meschin uolto à man dritta, andaua In uerso Colchi; & hauendo trouati Certi Castelli, e uille, domandaua In lingua Turca con accenti grati La uia d'Armenia, doue andar cercaua; Per fuggir Colchi, oue stanno abitati I Saracini, & in fra pochi giorni Appressossi d'Armenia ne i contorni. Nel Reame d'Iberia, il quale è posto Ad Armenia uicino era già gionto; Il cui Regno à l'Armenia è sottoposto; E gli parue paese di gran conto, Per due buone città non molto accosto Le quai uolse ueder dal defio ponto; Sarmagon fu la prima; e la seconda Artanisia, ch'ogn'una in gente abonda. Huomini son, non grandi, ma ben grossi De i Turchi più, ma d'una tale altezza. Poi uerso il fiume Dercrie uoltossi Doue Amatiza città ui s'apprezza Posta su'l fiume, nè molto fermossi A' ueder suoi costumi, e gentilezza; Ma lassolla da canto, e passo'l fiume Che tempo non gli par da couar piume. Entra quel fiume Dercrie nel grande Fiume Eufrate, di uerso Soria, Doue la grande Armenia si spande Appresso Iberia, ond'egli fe la uia Verso Leuante, perche in quelle bande Volea passar ne la bianca Albania; Giunseui, e fugli forza riposare Dou'era una città su'l Caspio mare. Zatar chiamata, ò Gretar, saluo il uero Era quella città, doue il Meschino Fe qualche di riposarsi pensiero; Ch'era sbattuto dal lungo camino. Di quì gli abitator non han mestiero Lisciarsi alcun, perche dal fronte insino A' i piè son bianchi, et han bianchi i capelli, E son le donne, e gli huomin molto belli.

Dipoi che uecchi son, neri si fanno Al contrario de i Greci; or lassiam questi; Che de l'altre cittadi à trouar s'hanno Doue i costumi non son meno onesti. Il Meschin, che stimaua esser gran danno Che quiui à perder tempo più si stessi; Andonne uerso la città d'Albana Ch'era capo del Regno, e la fontana. Di questa, tutti i suoi abitatori Veston di lino ò tela fino al piede La chioma, che di testa gli esce fuori E molto lunga. Et son di molta fede Nel conuersare, & feron molti onori Al buon Meschin, che ancor simil mercede Non ha trouate per altre nationi In tutte le passate regioni. Indi partissi, & il uiaggio prese Verso Narmantia, & ui uide una buona Citta, chiamata Alchimia, in quel paese E finalmente ancor quella abbandona. Passati molti fiumi, si distese Dal mar maggiore, al mar che'l nome suona Tartario, al fiume Derans, ilqual parte, Quel paese, e da'l nome ad'ogni parte. Da una banda la prouincia resta Del'mar maggior, da l'altra u'è la bassa Tartaria, sù'l mar Caspio, sì, che questa E quella ch'io già dissi; onde si lassa Tutta uolta il Meschin la rena pesta Del fiume Derans, ma però nol passa Perche non uede come, e non sapeua L'uso che per natura il fiume haueua. Però che sol di notte usa passarsi Che qual pietra agghiacciata, allor diuenta; E poi di giorno torna à disghiacciarsi. Dunque'l Meschin di passarlo non tenta. E di quiut comincia allontanarsi, E sopra un'altro fiume s'appresenta Verso Cerenio, montagna diserta Ond'ei prese il camin sù per quell'erta. E lungo quel camin, molte giornate Diserto sempre, e pien d'assai spauento; Oltre al pericol gran fame ui pate Tal, ch'ei trouossi quiui mal contento. E molte selue, e colline passate; Presso à Caronca montagna, à gran stento Trouossi una mattina, in sù la riua Del fiume, e uide un che contra gli giua. Era un Gigante smisurato e strano Ignudo tutto, e di feroce aspetto; Tenea per mazza, un mez'arbore in mano La schiena hauea pelosa tutta, e'l petto, Il Meschin scese del cauallo, al piano Perche sol del cauallo hauea sospetto. Raccomandossi à Cristo, & in man tolse La lancia, & per ferirlo se gli uolse. Quando fu presso, il terribil Gigante Trasse un'orribil grido, e spauentoso Che intronò quelle selue tutte quante Pensando fare il Meschin pauroso; Ma egli, che non è molto distante Col forte braccio, tutto coraggioso Trasse la lancia, e fu' l'colpo sì giusto Che tutto fuor passò lo strano fusto. Si, che'l Gigante à gli urli solo attende; Et à trarsi la lancia de la schiena; La moglie sua, che sì gran grido intende Da lontan, uien correndo; che la pena De i non usati stridi sol l'offende; Veggendola il Meschin, pigliando lena Dicea, quì non bisogna stare à bada E pose mano à la sua fida spada. E dal Gigante strano, e smisurato Vna gamba uia taglia, onde quel cade Poi le trasse la lancia del costato; La moglie senza cercar buone strade Haueua ogni sentiero attrauersato. Dicea Guerrin, bandita è la pietade In cotai luoghi, sì che mi conuiene Per la uita campar, portarmi bene.

Ma come presso se la uide, e ch'ella Arme non ha, ne gli uide bastoni Poco stimolla, ben che quella fella Tenesse ne le man sì grandi unghioni Da trar con essi à un Drago le budella; E tosto giunta posta inginocchioni Di terra un sasso suelse, à piè d'un cerro Che tratto non l'harien sei pal di ferro. E con tal furia al Meschino auuentollo (Sendo ella grande assai più che'l marito) Che se'l coglieua tra la testa e'l collo Del fiume gli gia'l capo à l'altro lito; E morto rimanea senza dar crollo. Egli non fu per questo sbigottito Ma l'andò contra con la forte lancia; E ficcogliene un braccio ne la pancia. Grida ella, e con le man uuol trarsi l'aste Del uentre, ma'l Meschin la spada adopra; Onde restar l'imprese di lei guaste Ch'una man le tagliò, che cascò sopra La terra, nè ci uolse unguenti, ò taste; Che poi l'alzò la spada fin di sopra La testa, e cala con tal forza il braccio Che gliela aperse, e se trasse d'impaccio. Sepoltura sol d'Orsi, e Lupi hauranno Costoro, à i corpi lor coi figli suoi Che quattro sono; i quai cercando uanno La madre, e'l padre, che gli trouar poi Nel modo, ch'ancor essi à restare hanno Se'l Meschin non troua altri che l'annoi; Ma ne dubita forte, e teme certo Che ne sia pien quel paese diserto. Quei, perche son bestiali e senza ingegno Vsar non san lor forza, onde fur tosto Morti dal buon Meschin, che fa disegno Che non ne sien de glialtri indi discosto. Ma poi ch'altri apparirui non fa segno Di montare à caual s'era disposto; Pur uolse prima più minutamente La statura ueder di simil gente. Trouò, che per lunghexza diece braccia Erano, e del lor pel proprio uestiti; E che sì sterminata hauean la faccia Che non si conuenia co i membri uniti; Nè par che punto col busto confaccia, La bocca han grossa, & i labri uestiti D'un liuido color, tal che più bella Vna milza à ueder parea che quella. Gli orecchi grandi, e gli occhi non maggiori De i nostri; e'l uolto largo, e smisurato. E se tale il conoscer, tali i cori Che hauea la forza del corpo stimato Hauessero tenuti in uan gli onori Che hauuti hauea di loro, hauer cercato Conosceua'l Meschin, che in tal statura Rendeano, ancor così morti paura. Che tutti i Tartar Maccabei sien tali Pensa il Meschin, perche i figliuoli ancora Teneuan i medesimi segnali. Ma perche già di lassargli era l'hora E in preda dargli à degli altri animali Da cui l'umana carne si diuora; Torna al cauallo, e sù ui salì quando Lo ritrouò, ch'assai l'andò cercando. Erasi per quel bosco dilungato, Onde per rihauerlo, e per potere Correr, s'era de l'arme scaricato Che in altra guisa, no'l poteua hauere, Presol, tornossi à l'armi, e sù montato Non sa che farsi, s'ei deue tenere Il cominciato suo camino; o pure Tornarsi in dietro à strade più sicure. Ma pargli, che imputar se gli potrebbe A' mancamento, & à uiltà di core; Se ben certo ne fusse, eleggerebbe La uita prima perder, che l'onore (Come debitamente far si debbe Da chi del camin uer non sia già fuore) Segue dunque l'andar, che più lo sprona L'onor, che senza, saluar la persona,

Verso la riua, che quel fiume bagna Prese il camin, doue alloggiò la notte; Poi la mattina salì la montagna Di spelonche copiosa, e strane grotte; E già la fame sì ben l'accompagna Ch'ei si sente le forze al tutto rotte; E quel ch'aggiunse tema al suo conforto Fu, ch'ei trououui un capo d'huomo morto. E mostraua che poco era ch'ucciso Fù, per lo sangue, e per altri segnali Che de l'altre ossa gli dauano auiso; Ond'ei pensò, che non altri animali Che quei Giganti l'hauessero ucciso. Vide anche caminando poi più mali Di teste e busti uman di molti giorni Abbandonate, e sparse in quei contorni. Calando il poggio uide un'altra testa Che haueua anco i capei, di fresco morta La qual mirando, se gli manifesta La cherica, ch'in mezo ancora porta; Di questa uista, stupefatto resta Pensando qual cagion sia stata scorta Quiui un prete condur, che prete il uede, Nè sa s'ei debba à gli occhi suoi dar fede. Il desio di saper uinse il sospetto Che ha cagion quiui hauere, e uuol chiarirsi Ancor che questo gli fusse interdetto Pensa ò con l'arme in mano il passo aprirsi O' morir con difesa, per dispetto Di chi uolesse in fuo danno scoprirsi. Et uolti gli occhi in giro al gran sentiero Vide d'abitatori segno uero. Vede tizzoni arsicci in molti lati Che quai col fuoco, e quai senz'esso stanno; Sotto al cenere ancor mezi aguattati Chè quei Giganti abbandonati gli hanno, Vedeui monti in alto rileuati Di legna ancor, che quei condotte u'hanno, Questo trouò doue due monti spalle Si fanno, ou'era un'ampia, e larga ualle, Dipoi sopr'il salir de l'alto monte Vide la gran cauerna, e strano ospitio Dou'il chieder mercè con le man gionte Era crudel de i uiatori offitio, Di quei, ch'auean le uoglie pur congionte Di porsi in rischio à tanto malefitio; O che lor dura sorte hauea condotti Quiui, non sendo del camin ben dotti. Dal basso de la ualle, à la gran bocca Che nel cauato monte, entrare inuita Eran quaranta braccia, che mai Rocca Non hebbe, ò Torre già uia manco trita; Quantunque andarui stimi cosa sciocca Il Meschino, e pericol de la uita. Delibera ueder s'entro ui fia Chi fuor si mostri à troncargli la uia. E scarica di se l'affaticato Caual, che per la fame anch'egli ha meno Gran parte già del suo ualore usato, E lo lega à un'arbor per il freno; Che son due dì, ch'egli non ha gustato Per sì stanco camin, paglia nè fieno. Quest'è maggior cagion, ch'andar s'affretta Che trouar iui qualche cosa aspetta. Ma tra la debolezza e tra'l sospetto Del tristo e rio camino, à gran fatica Ancor che'l passo non gli sia interdetto Da gli erti sassi, mani, e piedi strica. Che da l'un braccio era lo scudo stretto Da l'altra man la fida spada amica; E quand'ei pensa hauer più fermo il passo Il piede il perde, e uagli dietro un sasso. Nè si trouaua ancor sei braccia in alto Che'l uarco stretto, oue s'ascende uede; Doue i Giganti andauan con un salto Ben che carichi fosser di gran prede; Salì con men fatica al duro smalto De la gran caua, e pria che dentro il piede Metta, si ferma sù l'entrata, e grida Per ueder s'altro malfattor u'annida.

Poi che nessun si scopre, acconcio in atto D'huom, che uegga inuitarsi à noua guerra; Entro ui salta, quant'ei può più ratto Che alcuno il passo non gli uieta, ò serra. E l'empia stanza in un medesmo tratto In giro mira, in alto, e in sù la terra; E poi ch'alcun non è pel luogo sozzo Dassi à cercar da rinfrescare il gozzo. Trououui di molt'erba secca, e molte Castagne secche, ancor che l'una fia Del caual cibo, se bene altre uolte L'Orzo col grugno haria gittato uia; Paruer fagiani le castagne colte Di terra, al buon Meschin', c'haria pazzia Tenuta un'altra uolta di mirarle, Non pur con tanta auidità mangiarle. Se quando Tito Imperador, l'assedio Tenne à Gerusalemme, hauesse hauto Da dar di queste à quei, che per rimedio A' lui più d'un fuggiua mal pasciuto (Che tal cagion, faceua più che'l tedio Lassargli la città) non saria suto Cagione il troppo e subito mangiare Di dar lor morte, e farne assai crepare. Si ch'è'l Meschin temperato manduca Ma non ha debil, com'il resto, i denti; E mentre che ciò fa, d'una gran buca Sente uenir dolorosi lamenti; Che par che d'un profondo li conduca Tanto gli sente di uigore spenti; Accostasi più oltre, ou'un gran sasso Serra di quell'entrata il fiero passo. Ma dubita tra se poi, che non fia Di quei che ruinar dal sommo coro Che cerchi qualch'inganno, per tal uia; Di rompergli il pensier con suo martoro, Onde ricorre à Cristo, & à Maria, Togliendo in man la sua Crocetta d'oro; Poi grida, chi è dentro? ad alta uoce Fattosi prima il segno de la Croce. Chi se tù quel; che con si strani accenti Percuoti il sommo del cauato monte Che par che di tua sorte ti lamenti? Vsa con me parol, se puoi, più pronte; Il Meschin parlò Greco, ond'egli attenti Gli orecchi hauendo in suso alzò la fronte Che'l parlar Greco intese, & ha parlato Io son d'Armenia un prete suenturato. Ma uoi, chi site, e chi u'ha quì guidato Che non è luogo'per Leon sicuro? Perche disse il Meschin, chi t'ha cacciato In questo pozzo sì profondo e scuro? Partiti oimè (diss'egli) se trouato Sei da color, che rapitor ne furo Tu uerrai anco, dou'io or mi lagno; O mangeranti come il mio compagno. Io lo uidi sbranare à brano à brano, E poi mangiarlo così caldo, e crudo; Da un Gigante orribile e uillano Da non prezzar difesa d'elmo, ò scudo. Perche dou'egli accenna sol con mano Tanto fa d'huomo armato, quant'ignudo. Partiti presto dunque, se tu puoi E se tu scampi, prega Dio per noi. Disse il Meschin, quanti Giganti sono Questi, che uuoi ch'io fugga così presto? Color, ch'abitan quì, di ch'io ragiono Son due Giganti grandi, e quatto il resto; Il prete disse, & sarà per te buono Di non saperne più altro che questo. Son la femina, e'l maschio i due più grandi Gli altri, suoi figli, poi che ne domandi. Se più non sono, io tanti n'ho già morti, Si che la fuga risparmiar'io posso; Et à te dar saluteuol conforti. Rispose un'altro, ch'era anche nel fosso Col prete, ò car signor, da poi che porti N'hai questi aiuti, leuaci da dosso Quel che serra la bocca à questa caua E se tu puoi di tal prigion ne caua.

Costui parlò Francese, e non fu inteso Dal prete Armenio, perche Francioso era; Ben l'intese'l Meschin, ma'l troppo peso D'un sasso che gli serra, e tra la fiera Fame, che molto debol l'hauea reso Fa ch'egli di leuarlo non si spera; E poco harebbe fatto ancor che hauesse Hauute le sue forze, e quiui messe, Sappiate dice, à quei che sotto sono, Che sì gran sasso ui ricopre, ch'io Solo à leuarlo non ueggo esser buono S'altro soccorso non prouede Dio. Perdon quei la speranza à questo suono; Ma'l Meschin dice lor, sappiate s'io Douessi rimanerci, io uo uedere D'usar, che uoi n'usciate, ogni potere. E cauatosi l'elmo, e postol sopra Quel sasso, con la spada scalza tanto Quel da la banda, oue più facil opra Giudica far, ch'assai ben da l'un canto Smosse di quel terreno, e sì s'adopra Che già con lor cauarli si da uanto; E ui fa già sì larga, & ampia buca Ch'ei fa, che l'aria dentro ui riluca. Trassene il prete al fine, e l'altro seco Con gran fatica, perche'l Francioso era Per tanto quiui star già mezo cieco, E molto debol fatto per la fera Fame, che ha sopportata in quello speco Ch'altro che ghiande da mangiar non u'era; Ma poi che fuor liberato si uede Al Meschin uolse umil baciare il piede. Che già gliera dinanzi inginocchiato E con uoce sommessa il ringratiaua; Veggendolo il Meschin dapoi chinato Che i piedi appresso baciar gli pensaua, Non, gli diss'egli, ch'à migliore stato Tai cerimonie usar si ricercaua, E fattolo drizzare; il Prete & egli Diss'altro mal n'arriccia or'i capegli. Quella gran forza, quella secca e smorta Guerriera, ch'ogni rocca, ogni castello, E'n ogni terra in espugnabil porta In ogni forte core, empio flagello; Quella, ch'abbatte ogni serrata porta Orribil furia, e del nuouo macello, Ne sopragiugne in questa fosca strada, Nè teme colpo lei, di lancia, ò spada. Fame si chiama, d'ogni fama ingorda Nemica di uirtù, ch'ouunque spira Col pestifero fiato, u con la lorda Faccia si uolge; e doue gli occhi gira; Secca erbe, piante, e gli ordini discorda De la natura, e sempre più martira I buoni, umili, e sotto falsi inganni Il sangue gli fa ber da rei tiranni. Meglio è cercar, prima ch'altro si faccia Quel che'l bisogno ne comanda, e uuole; Seguite dice, dunque la mia traccia, Prima, ch'à l'Ocean si tuffi il Sole. E mentre che'l bisogno si procaccia E che'l Meschin con quegli altri si duole; Vedeui un'altra caua, che la serra Vn sasso dritto, il qual giù spiana in terra. Eran pecore in questa, nè sì tosto Videro aprirsi, che saltar on fuore A' pascer l'erba, nè molto di scosto Vn'altra tana uider, che l'umore D'un'acqua appresso gliusciua, che'l mosto Tengon chi copia n'ha, molto peggiore. Era piena la caua di castagne Di fresco colte in quell'aspre montagne. Queste non eran come l'altre dure, E le mangiauan senza discretione: Eran per satollarfene, ma pure Tosto'l disegno (che uolea ragione) Fecero altrouè, e con opre mature Ordine dieron, che chi lo spedone Facesse, e chi scannasse un grande agnello Di quei, che u'era'l più grande, e'l più bello.

Fu fatto il fuoco in un momento, e messo A' cuocere, e'l Meschin fin che sia cotto; Scioglie al caual la briglia, e l mena presso A' la cauerna, donde usciua sotto Quell'acqua, ch'uscia fuor d'un sasso fesso; Cauogli il fren, ch'era già mal condotto, E pascer lo lassò fin che condotta Gli hebbe de l'erba de la prima grotta. Sì, che senza cercarla à poco à poco Poteua satollarsi à suo piacere. Tornò il Meschino in questo mezo al fuoco, Ma prima andonne à quella fonte à bere. Cotto l'arrosto cominciaro il gioco Con quell'agnello, postisi à sedere Sù certi sassi, e non hauendo piatto Fecero à pezzo in mano al primo tratto. Mangiato c'hebber, se n' andaro intorno Cogliendo l'ossa umane abbandonate; Sotterrate, che l'hebber, ser ritorno Chel'ombre hauea la notte apparecchiate; Per quì fermarsi fin'à l'altro giorno Dou'eran da i giganti preparate Quell'erbe secche, ne la grotta prima; Ch'altri che lor, dormirui non fer stima. Ben che'l dormir fu breue, e sospettoso Tal, quale il luogo, e'l tempo concedea. Non era meza notte, che'l riposo De gli occhi, col parlar rotto s'hauea. Il Meschin, ch'è di saper disioso Qual sorte iui color condotti hauea. Disse al Francese, ò Caualier cortese Dite qual nome è'l uostro, e qual paese? D'una città son'io de la Guascogna Chiamata Bona, & io chiamato sono Messer Branditio, che cercando rogna Come udirete di mia uoce il suono; Capitai quì, però che mi bisogna Cercare il mondo, com'io ui ragiono, Non prezzando il morir, per osseruare Quanto in parole già m'hebbi à uantare. Ritrouandomì in Francia ad una festa Bella, che fece il Re, ne la qual furo Assai Signori, & huomin d'alta gesta Di cor feroci, e d'animo sicuro; Per fare il Re più memorabil questa E ricordarla nel tempo futuro Vì fece cinquecento Caualieri Da portar'arme, e maneggiar destrieri. De i quali uno son'io, che per dar segno Di qualch'alto ualore, e degna proua Chi d'una cosa far, chi d'altra pegno Demmo la fede, che'l uantar non gioua Senza l'effetto, ond'io, che haueua à sdegno Vantarmi à cosa uil; presi per noua Fatica, di cercar per mare, e terra Quanto il grande Ocean circonda, e serra. Di quel uoler medesmo, un mio compagno Fu meco, e con la fede ci legamo Di mai non far fino à morte sparagno, Se in casi di pericoli giungiamo Per aiutar l'un l'altro; or quel mascagno Gigante, fa che separati siamo. Con colui molti paesi io cercai Come da me per ordine udirai. Inghilterra cercammo prima, e Irlanda E Scotia, Fiandra, la Frigia alta, e bassa; Hauendo prima cerca Norbellanda Poi dopo Frigia, uenimmo ù si passa In Vngheria; e giunti in quella banda Boemia ancor uedemmo, con la grassa Cicilia, Italia, Corsica, e Sardegna Che son membri d'Italia altiera e degna Maiorica, e Cicilia ripassammo A' Branditio, à Durazzo, & in Dalmatia Di tai paesi usciti, seguitammo Per ordine l'andar uerso Coruatia, Albania dietro, nè Pira lasciammo Nè Macedonia, del mondo mal satia Entrammo in la Morea, bella, e copiosa E per le sue città molto famosa.

Le quai uedemmo, & i lor nomi à ponto Segnati eran per noi, per alfabeto, Per poter darne al Re di Francia conto Come ce gliobbligammio per decreto. Patras, Chiarenza, Malia, Osia, e Coronto Modon, Coron, nè ui lasciammo adrieto Ofaza, con l'Arcadia, e con Misistra; Nè Fermenico posto à man sinistra. Vidi anche Stiue, poi di Negroponte L'Isola tutta, e Candia, & in Tessaglia Tornando, in Romania con non men pronte Voglie, uolemmo entrar ne la muraglia Del bel Costantinopoli, oue conte Noue ci fur di non so che battaglia. E partiti di quì, per terra andammo Verso la Tana, & à Colchi arriuammo. Per Albana ad Armenia poi uenuti Per cercar poi la bassa Tartaria, Vedemmo il Caspio mare, e sproueduti Hauendo presa in quà la nostra uia, Senza mangiar due dì fummo uiuuti Per la riua del fiume, or com'io sia Dal Gigante quì preso, uoi potete Pensarlo; come il Ceruio ne la rete. E son diciotto dì, che ne la tomba Fui messo, e che'l compagno mio mangiorno. Quando fortuna le disgratie piomba Non lascia altrui mai netto senza scorno, Dio lodo, ilqual'in cambio à la Colomba Te m'ha mandato Caualiero adorno; Tu m'hai cauato di sì ria prigione; Or seruo ti sarò, che uuol ragione. Sol per compagno, e per fratel t'accetto Disse il Meschino, e così fur d'accordo L'Armenio, quel che'i Francese hauea detto Intese men, che non intende un sordo. Ma il Meschin la sostanza, e'l puro effetto Veggendolo mirar come balordo; Gli disse, quanto sentì dal Francese, In lingua Armenia, e cosi'l caso intese. Voltato à lui, poi disse, e uoi qual sorte V'hauea condotto à così stran periglio? Diss'egli, e mi ci hauea condotto morte A' cui uoi mi traeste de l'artiglio. Chi ua pel mondo troua de le torte Strade, oue aiuto non ual, nè consiglio; E tanto più fortuna il uischio tende Quanto men ui si pensa, e men s'attende. Sappiate, ch'io son Armenio, e Cristiano Sotto religion sacerdotale. Così fu'l mio compagno, non men sano Di ceruel, ch'io mi sia, ma la fatale Sorte ne la sua uita pose mano. L'amor, che da l'instinto naturale Ci hauemmo, ci fe tor questo uiaggio Nel modo ch'udirai Caualier saggio. Sono oltre ne la bassa Tartaria Certi compagni del nostr'ordin pure Che per lor uisitare, in questa uia Mouemmo i piedi; or di queste paure E fatti, che facea la bestia ria Ben sapeuamo, e come mal sicure Eran di quì le strade, & ogni passo; Ben che mai uenne il Gigante sì basso. La nostra intention fu di passare Il fiume prima, che uenire in questo Luogo tant'oltre, perche suol ghiacciare Quell'acqua in sù la sera, e tutto il resto Poi de la notte suol così restare. Ma dal Settentrion non uien molesto Il uento come suole, il quale il serra Gelato sì, ch'andarui è com'in terra. Questo basta saper, disse il Meschino, E poi ch'anco egli disse la cagione Che'l mandaua pel mondo pellegrino, Disse ancor come la sua intentione Era di seguitare il suo camino; E che d'andare innanzi si dispone. E che passar quel fiume ha destinato Se gratia harà di uederlo ghiacciato.

Non ui curate seguitar tal uia (Disse l'Armenio) che per molte miglia Trouar potreste di questa genia, Ma quel, che più l'impresa ui scompiglia E' che uoi prouereste carestia Del mangiar, nè fia questo merauiglia, Che per quindici dì non trouereste Altro, che laghi, fiumi, e gran foreste, In Armenia tornar, fia piu sicura Via, perch'andar per mar potrai di quiui In questa Tartaria, che la sicura Strada, quando non son gli huomini priui Di uita, fa che l'huomo à tempi dura Da sparger la lor fama in molti riui, Derche gliè troppo mancamento, e male Per poco perdersi un, quand'assai uale. Il tuo ualor, non è di sì uil pregio, Che restar debba in simil modo estinto, Anzi tra ciascun'huom, per fama egregio: Da non restar de gli ultimi, nè uinto. Serbati dunque à far con maggior fregio Segnar'il nome tuo, che fia dipinto Forse in più luoghi di famose carte, Mostrandoti à Dio seruo, e figlio à Marte. Che se tu passi per mar, com'io dico, Tenendo (ben che uile) il mio conseglio: Hauendo estinto un cosi gran nemico Di quella gente, tu potrai poi meglio Con lor fauore andar doue à l'antico Tempo si legge come in chiaro speglio, Ch'ando'l grand' Alessandro, e sappi certo Ch'ei non passò per tal luogo deserto. Non è manco'l camin questo, che guidi A gli arbori del Sol, come tu pensi, Però se del mio dir punto ti fidi, A te tornar dou'io dico, conuiensi, Non crediate (il Meschin disse) ch'annidi In me questo pensier, perch'i miei sensi Son pronti ad obbedir chi mi conseglia S'à creder con ragion chiare mi sueglia. Torniamo pur per quella miglior uia, Che fè quell'Alessandro sì famoso, Se la sapete, & ei per la Soria Disse, e per l'Asia, & India glorioso Passò, entrando in mar, che par che sia Indico detto, nè senza affannoso Viaggio ui si uà, di quì si suole Gli arbor ueder de la Luna, e del Sole. Dopo Armenia, e Soria, in Media andrai, Et per l'India, che u'è molti paesi Da Cristiani abitati, & ui sarai Veduto uolentier, nè male spesi Fieno quiui i tuoi passi, perc'harai Da Dio buon merto, e da color, ch'offesi Eran da quei Giganti, e maggiormente Hauendo i testimoni à te presente. Piacque al Meschin questo consiglio, e tolti Di quelli agnelli, e castagne con loro: Fur subito à tornare à dietro uolti, Guerrin non torna, ch'ei tema coloro, Cioè simil Giganti, nè lor uolti, Ma per fuggir de la fame'l martoro, Nè per questo anche il uiaggio haria torto Se per lui fusse stato iui piu corto. Passaro il fiume la notte seguente. E per cinque giornate caminaro Inuerso un fiume di corso repente, Pur ghiacciato di notte lo passaro, Remino è detto, e ui nasce un serpente Cilestre tutto, e uedesi di raro, Fuor mangia sassi, e nel fiume s'intana Nemico al tutto de la carne umana. Troppo obligo sarebhe à uoler dire Passo per passo d'ogni cosa à ponto. Vn'alto fiume uidero apparire Dopo due altri dì questo congionto Di due rami in un sol mostra'l finire La doue con bassa onda, e dolce affronto De i Tartar bassi l'Isola circonda C'ha due fortezze in sù l'estrema sponda

Non fur sì tosto giunti in sù la riua Del fiume Emintas, che così uien detto; Che di quelle fortezze fuore arriua Gente à cauallo armata, per rispetto Di saper chi così quiui ueniua. Ch'à guardia son del fiume, ou'è più stretto; E uedutili pochi, in una barca Da parecchi di lor, di quà si uarca. E domandaro prima, se passare Ne l'Isola uoleano, e chi lor sono? Disse l'Armenio, ch'eran per parlare Quiui uenuti al Signor lor, per buono Rispetto, ch'un'auiso gli han da dare Intendeua il Meschin ben tutto il suono Di quel che'l prete dice, e in tanto bada Se quiui harà bisogno de la spada. Pur à montare in barca il primo fue Per buon rispetto, tirandoui drento Pel freno il suo cauallo, e facea il bue, A' l'elmo stando tutta uolta attento Ch'era à l'arcion; ma tutte l'armi sue Indosso hauea, che mai, quantunche uento Da fame i giorni innanzi fosse stato Non s'era giorno ò notte disarmato. Così da l'altra ripa giunti, quello Ch'era lor Capitan disse, chi siete? L'Armenio espose il tutto; e come quello Gigante l'hauea preso, e ch'era prete; Seguendo poscia morto ei fu da quello Caualier, che dinanzi ui uedete Mostrandogli il Meschino; e ch'à la moglie E i figli, diè di morte ultime doglie. Sentendo il Capitan, che'l Maccabeo Gigante con la moglie, e i figli hauea Morti colui, che per nimico reo Più ch'altro al mondo da lor si tenea, Disse, se quest'è uero, un semideo Cert'è costui, ma per che gli parea Impossibile, disse, ora ui piaccia Star quì, per fin che cert'io me ne faccia Che se fia uero, à uisitar andremo Il nostro Rè, che per la noua buona Che di quel rio Gigannte gli daremo Farauui grand'onor la sua Corona. Allor disse il Meschino, aspetteremo Pur che sia presto, che'l desio ne sprona Perche tempo non ha mai di uantaggio Chi'l perde, e c'habbia à far lungo uiaggio. Venticinque à caual mandouui armati Con archi, com'usanz'è del paese; I quai fra quattro dì furon tornati E fecer la certezza più palese Perche con grand'allegrezza smontati Da loro, il Capitano il fatto intese; E come tutte sei, uist'hanno in terra Morti, e che i uermi già fanno lor guerra. Per questo il Capitan, con grand'amore Il Meschino onoraua e suoi compagni; Essendo ripien tutto di stupore Dicendogli, e conuien, ch'io u'accompagni Fin doue abita il Re, nostro Signore Ch'oggi hauer fati terrà buon guadagni Diss'il Meschin, andiam, ch'assai contento Son, poi ch'io u'ho sì gran nemico spento. Messer Branditio, e'l Prete ch'eran'iti Dai Giganti, in fin quì senza cauallo A cauallo fur messi, che in quei liti Forza à Messer Branditio fu lassallo. Or quì bisogna, ch'à posar u'inuiti; Ch'assai lungo ho tenuto questo ballo. Ne l'altro canto ad ascoltar u'aspetto Quel che dalor col Re fu fato, e detto.

FINE DEL CANTO SETTIMO.


SEGVESI IN QVESTO OTTAVO CANTO DI NARRARE il uiaggio del Meschino, co i suoi compagni, & come furono molto onorati da un gran Re, & prouisti d'una naue passano in Armenia, & sono poi uoluti oltraggiare dall' Alfamecche, & essi ualorosamente difendendosi li castigano con molta lor gloria.

CANTO OTTAVO.

ALto motor, che dai superni chiostri Venisti à far di te proua sì chiara Che tu ci amaui, ond'i peccati nostri Purgar uolesti, per tua morte amara; Pur che la uia, che tu ci hai mostra, e mostri Da noi s'osserui, e sia tenuta cara; Piacciati che'l mio dir tal gratia troui Ch'ai Cristian, del tuo zelo accesi, gioui. Ne son uergate tante carte, e tanti Fogli, di quei, che sotto la tua Croce Han fatte opre stupende, e tanti Santi Canta ogni dì tua Chiesa in uiua uoce, Che ben poteua tacer questi canti Sì rozi, ma il desio troppo mi coce Per uoglia c'ho di scriuer con mia mano L'opre famose d'alcun buon Cristiano. Poco dei Paladin potèua dire Di uer, che piu si legge di bugia Ond'io, che'l uero seguo, ho preso ardire Volger il canto per un'altra uia. Ilqual quì seguirò, pur che l'udire Sì degna istoria, fastidio non sia. Or trouo, che spacciato hanno il camino, E giunti sono glialtri col Meschino. Son giunti à la città, doue à parlare Al Re condotti, il Capitan gli hauea; Galegan tal città s'usa chiamare Doue la Real sedia il Re tenea; Fece la noua il Remerauigliare Di quel Gigante, e gran festa facea. E'l Meschino stimò di maggior pregio C'huom, ch'allor fosse al martial Collegio.

Con dire, io ho prouati tanti, e tanti Caualier di gran cor, chi per tesoro Promesso, e chi di farlo sopra a quanti Soldati tengo nel mio tenitoro; Se nessun l'uccideua, onde i lor uanti Tornauan uani, e con lor gran martoro Morti restaro; or in prouiso è stato Da te, ch'ogn'altro onore hai guadagnato. Chiedimi quanto uedi in mia balia Pur ch'io tel possa dar, ch'io tel prometto; Ecco quì'l Regno, e la corona mia Che per compagno à reggerlo t'accetto. O se desideri altro, che ci sia Ch'oggi da me non ti sarà disdetto. Disse il Meschin, non Signoria, nè Regno Cerco; ch'altroue batte il mio disegno. Cosa chiedrò, che ti sarà men graue Forse, che quel che mi prometti, e dici. Sol uoglio, che mi presti una tua naue; Che mi conduca da queste pendici In ne l'Armenia grande, or che soaue Il uento spira; con questi altri amici, E cari miei compagni, e tu ti resta Con la ben degna tua corona in testa. Fecegli dare il Re la naue, e quella Fornir di buon Pilotto, e buon Nocchiero; E fe montar Messer Branditio in sella Che com'io dissi, era senza destriero Dandogli una caualla molto bella Gagliarda, destra, e di gran corso fiero Per onor del Meschin, quella gli diede Che non hauea caual di sì buon piede. Sperando che qual, or quella prouasse In luogo che di lei bisogno hauesse O per graue giostrar di lance basse, O pur che gran camin far gli accadesse; Che per la sua uirtù si ricordasse, Quant'egli in pregio il merto lor tenesse Non che di tal ualor tenga tal dono. Ch'à spegner uegga il debito esser buono. Poscia in persona accompagnar li uolse Al porto, in fin ch'ei montasser nel legno; E di poi, che ciascun, comiato tolse A Trepidon fecer d'andar disegno; Di quiui poi partiti, si riuolse La naue nel mar Caspio, uerso il Regno D' Armenia, ù giunser' à uele spiegate, Dou'in mar entra il gran fiume Eufrate. Smontò quiui il Meschino à terra, e dette Licentia à quei del legno, com'usciti Furo i Compagni, & à cercar si mette Con lor molte cittadi, & molti liti D' Armenia, e le città fur queste elette Per principali, & in perfetti siti; Podia, Canafar, Mauria, e Sirtara Ciria, & Brantisca, populata e chiara. Et molte altre cittadi insieme e molti Castelli, che per tedio à dietro lasso. Poi uerso Saracena si fur uolti Quiui il prete lasciò, che di buon passo A casa sua tornò, doue fur sciolti Gli oblighi tutti de l'andare à spasso E per farne à gli antichi suoi memoria Scrisse di tal uiaggio un'ampia istoria. Messer Branditio col Meschin passaro L'Eufrate, e se n'andar uerso Soria. Poi quindi, à Babilonia capitaro; E preser uerso Media la lor uia. Questo Reame senza Re trouaro Che ricaduta era la Signoria Dopo il Re morto, ad una sua figliuola Di quindici anni, sfratellata, e sola, Per questo era quel Regno sottosopra, Per la cupidità, che tra i Baroni Era già nata del regnar, ma sopra Tutti Calidocor, l'altrui ragioni Vane facea tornar, c'ha messo ogn'opra Gente à condur di molte regioni; Che uuol Re farsi con armata mano; E far d'ogn' altro il pensier restar uano.

Questo Calidocor era il maggiore Baron, c'hauesse il Regno, per potenza; Perche de le montagne era Signore Cornocors dette, e non poteua senza Il suo uoler, nessun mouer peggiore Guerra di quel, nè con più prouidenza. Che le montagne, ou'hauea Signoria Cingon parte del Regno, e di tal uia. E son meza giornata appresso à quelle Chiamate Sagrons, à le quali unite Son le montagne Coronas, ma quelle Ch'io dissi prima, son meglio fornite Di castella, e città, sì, che di quelle Traca da guerra gente assai spedite; Eran di circuito da dugento Miglia, nè di tal stato era contento. Eranui due città tra l'altre, tali Che simil tutta Media non hauea. Da quella in fuor, doue i gran tribunali Di tutto il Regno, dal Re si tenea E doue era la figlia. De le quali Fur questi i nomi. Aronta si dicea L'una, ful'altra Samuina detta; Quest'era grande, e più de l'altra eletta. Mentre, ch'eran tal cose al Meschin dette, E ch'egli intese come il fatto andaua; Allegro à caminar tosto si mette; Che trouarsi à tal guerra desiaua. E giunse col Francese à le predette Montagne, ú l' Alfamecche dimoraua; Questo era un principal'offitio dato Dal Re, che l'Alfamecche era chiamato. Et haueua un castello al fin de i monti Fasine detto l'un, l'altro Corona, Che quasi son con quelli altri congionti; Ond'il Meschino al castello sperona. E non sì tosto quiui suron gionti Che fuore ad un'ostier buona persona Ch'un alberghett'hauea, press' al castello; Smontaro, e liecis alloggiar con quello. E poi chi di riposo, e cibo furo Alquanto ristorati, e c'han saputo Dal'oste, che quel luogo era sicuro; Essendo il uenir lor già peruenuto A l' Alfamecche, mandò fuor del muro Vn messo, à dir che qualunch' è uenuto Forestier, uoglia mantener l'usanza; Ch'è, di seco allogggiar ne la sua stanza. Disse Messer Branditio, noi non siamo Per mantenere altra usanza che quella Di noi medesmi, e di chi non sappiamo Che l'usi tal, che per ogn'un sta bella. Nò, nò, diss'il Meschin, non ne parliamo, Metti pure à i caualli oste la sella; E poi s'alcun ci uuol uenga à trouarci, Ch'à noi non par per or di quì mutarci. L'oste dicea, Signor non dubitate Che gliè Signor benigno, e non uuol farui Se non piacere, e uorrà che uoi stiate Seco quanto ui piace, à riposarui. Al dir che l'oste fece, fur mutate L'opinioni, e senza più pensarui Disse il Meschin, se gliè come n'hai detto Di te mi fido, e uo senza sospetto. Ben che Messer Branditio dubitasse, Pur'al Meschin più contradir non uolse; Ma sol gli ricordò, se bisognasse Che l'arme che'n difesa lor si tolse Quando pria le uestir, ch'egli pensasse Oprarle nei bisogni, nè più sciolse Del fuo pensier; nè questo bisognaua; Che con altro disegno, ei non u'andaua. Entraro nel castello, e dal Signore Fur con fronte benigna riceuuti; E facea lor, quanto più puote onore. Poi domandò dond'erano uenuti. E che fede e la loro? al cui tenore Risposegli il Meschin, che per perduti Van doue lucer ueggon Sole, e Luna; E che il Dio loro è'l cielo, e la fortuna.

Dissegli ancor del suo uiaggio parte, E perche mosso era à cercare il mondo; Non dicendo, chi gliera, ma che l'arte Sua, giudicar si può da lui secondo Il suo uestir, se ben sol'il Dio Marte Ne i cori alloggia, e non in greue pondo Di grosse piastre, di ferrigna scorza Ch'un cor feroce scema ogn'altra forza Son belle l'armi, e forti credo sieno Rispose l'Alfamecche, e s'io non erro Non deue il uostro cor risponder meno Che si richiegga un tal uestir di ferro. Or, perch'io sappia il uostro intento à pieno Dir ui uoglio il pensier, che in petto serro; E se di guerra far desio tenete In fauor nostro, nosco ne uerrete. E' capo à questo Regno, una cittade Media chiamata, onde la regione Così si chiama; de le cui contrade Nè questa parte, ch'à contentione N'ha mossi noi Baron, sol la pietade Di dare il Regno, à chi uuol la ragione. E ciò facciam, perche il Re nostro e morto; E più d'un, per succedergli è risorto. Vero è, ch'una fanciulla sua figliuola V'è, che ricade à lei, d'età già tale Da non restar senza marito sola Che reggerne così potrebhe male. E non uuol anco intendere parola, Perche'l più gran Signore è liberale Di questo Regno, la chiede per moglie Et ella contradisce à le sue uoglie. Calidocor si chiama quel Signore; Et è uicino quà sù la destr' Erta. Ilqual, già mosso da giusto furore, Veggendo ch'ei, che più de gli altri merta Re farsi, di speranza è posto fuore, Delibera per forza, e con aperta Guerra mostrare à la sciocca fanciulla Com'il poter d'un tal Signor s'annulla. Et io sonseco, c'hò di questo Regno Le chiaui in man, perche il Re mort'hauendo Gran fede in me mi diede per sostegno Di se l'offitio, ilqual tenere intendo. Tal'offitio, di ch'io non molto degno Son, l'Alfamecche è detto, e s'io comprendo Il uer con giuste, e ben chiare ragioni Gouerna, e netta il Regno di ladroni. Sì, che s'hai pur desir, com'io t'ho detto Di guerra, à quest impresa ne uerrai; Col tuo compagno, che mi par perfetto Guerrier, nè so come riuscirai. Disse il Meschino, ancor non tel prometto Ma domattina il mio uoler saprai. Ch'io ui uo sù pensar, ch'à quel ch'io intendo Tu deui esser da guerra, huomo stupendo. Rispose l'Alfamecche, dei sapere Ch'à quest imprese non istan poltroni. Tra se disse il Meschin, uorrò uedere Se gliè così. come tu mi ragioni. Noi potrem poi far conto con l'ostiere Ilqual fei tu, fedendo in sù gli arcioni Poi disse sta Messer Branditio attento. Ch'ei non ci usasse qualche tradimento. Disse in lingua Francese, che l'intese Lui sol, nè l'Alfamecche ui pon mente. In questo mezo, in terra si distese Vn panno, oue fu posto prestamente La magnifica cena, onde palese Vider la sporca usanza di tal gente. E secondo il costume lor mangiorno Che furono otto ad un sol piatto intorno, Ogn'un pescaua, e come uedean fare Messer Branditio, e'l Meschino, ancor loro Così faceuan, e dopo'l cenare Fur menati à dormir, oue à coloro Assai parue di far nel consegnare Che lo fecer d'un letto di lauoro Simile à quei, che gli sporchi osti danno, A' quei ch'à Roma al giubileo ne uanno.

Hebbero una schiauina bella, e netta Di pelo, e la lettiera fu lo spiazzo. Nè l' Alfamecche facea piu perfetta Di simil uita, & il resto del pazzo Stuolo, à le panche, e sopra'l fien s'assetta; Disse il Me schino, e sia quest'un solazzo. Pur che sta notte uada ben del resto, Che noi siamo usi à peggio ancor che questo. Dicea Messer Branditio, e ci bisogna Far la guardia l'un l'altro, e quad'un dorme, L'altro stia desto, e di grattar la rogna Mostri, ch'è scusa lecit'e conforme; Ond'in fu'l buon, che dormendo si sogna, Starò nell'armi, come stare in forme, E farò buona scolta, e uoi potrete Spogliarui, e riposato dormirete. Passata meza notte, e uoi potrete l'armi uestire, & io potrò spogliarmi; Che più sicure uie, non ci uedrete, Che se ci assaltan, ch'un sol habbia l'armi: Non ne potranno tender sì la rete Addosso, che'l compagno pria non s'armi, E lor riuscirem con l'opre forse; Quant'ei uantando col parlar trascorse. Parue al Meschin, che da diuin giuditio Venga'l consiglio, e tutto si conforta De l'ardir pronto di Messer Branditio, Ch'ancor non sà, com'in arme si porta, Dicendo, che per commun beneficio Gli piace la ragion, qual'egli apporta: E così fer, che fino al nouo giorno La guardia fer, s'alcuno andaua intorno. Nè sì tosto apparir da l'Oriente Vider la bianca Dea, del nouo albore, Che senza ueder surgere altra gente, Per seguir lor camin, uolean gir fuore, In questo l'Alfamecche si risente, E chiama gente à se con gran furore, Dicendo; se quei due drizzati sono, Che gli meniate a me tosto, fia buono. Che l'armi loro à me lascin mi pare, Poi uadan'u lor piace, s'han pensiero D'andare altroue, ch'io mi uoglio armare De l'armi d'un di lor, l'altre pel fiero Calidocor, da parte uo serbare, Perche mi piaccion troppo à dir'il uero Se uestite non l'han, dite ch'io sono Quì, ch'io l'aspetto, e ch'io le uoglio in dono E caso ch'ei dicesser non uolere Lasciarle; dite, che mi son piaciute, E ch'io le uo per loro amor tenere, Che le più belle non ho mai uedute: O che le portin lor, se in uoi hauere Fede non uoglion, pur che sian uenute, Ch'io non sò come quì l'habbian portate, E forse che à qualcun l'hanno rubate. E mal per essi, se fan resistenza, Che s'io trouo che in lor sia tal peccato Impiccar gli uo fare in mia'presenza, E s'auuedran, quanto meglio era stato Darle d'accordo. Odi, che coscienza, Che gliene pare ancor far buon mercato Se per ladroni non gli fa impiccare, E à lui, uer ladron, non par rubare. A lui non par rubar, s'ei uuol per forza, O per amore l'armi, c'han costoro: Ma non sà ben, che sotto quella scorza Di ferro, u'è'l terrore, e'l suo martoro, E chi la rabbia à' fier tiranni ammorza, I quai sol per gli ingordi uoler loro De l'altrui robba fan larga misura Nè doue, come, o quando, pongon cura, Giunti i serui al Meschino, & al compagno, Ch'usciuan fuor de la guardata tana (Dio ui dia disse l'un) miglior guadagno Pecore mie, lassar conuien la lana. Al parlare aspro di questo mascagno, Ben conobbe il Meschin lor uoglia strana Dicendo loro, in tutto, e che uolete? Et a che fare à noi uenuti siete?

E m'incresce (rispose un, che mostraua Esser discreto) che ui siate messe Indosso l'armi, che non bisognaua Ma forse non pensaste le uolesse E l'Alfamecche nostro, or s'ei ui graua Cauarle, patienza, che per esse Venuti siamo à posta, e le uogliamo, Ouer dice ch'è lui là ui meniamo. Come piace al Signor, che u'ha mandati Così farem; ma meglio è uenir noi (Disse il Meschin) perche noi siamo usati Cortesemente dar, quel che tu uuoi Quasi per forza, e senz'esser uolati Quà sette, ò otto, e bastaua un di uoi Ch'era sufficiente à quel c'ho inteso Vn di uoi sol portarci à lui di peso, Col nome sia di Dio (gli rispose uno) E ci basta pigliarui per un braccio, E che tra due di noi, di uoi uada uno Per miglior sicurezza, e meno impaccio Cominciasi accostar quest importuno: Ma gli hebbe un grosso pugno nel mostaccio Dal Meschin, che non uuole esser contento, Che gli sia fatto oltraggio, ò tradimento. Messer Branditio proua anch'ei, se'l grugno D'un'altro è sodo, che gli fè uedere Quante lucciole fa'l mese di Giugno, Che quasi tramortito il fe cadere; Serra di nouo in uerso un'altro il pugno, Ma colui forse no'l douea uolere, Che spauentato pel palazzo è corso Gridando, arme, arme, e soccorso, soccorso. Corse oltre à quel romore assai brigata, Ma nessun 'è, ch'ardisca dir parola Perche'l Meschin, con fieri occhi li guata, Poi ueggon, che quei due, giù per la gola Han mezi fitti i denti, e c'han segnata La faccia del color de la uiola In fino à l'Alfmecche corse urlando, Vn de i percossi, di se quasi in bando. Mezo stordito, disse al suo Signore; Queste son l'armi, che noi ui portiamo, Tal pagamento danno, e tale onore, Ne fan color, che la notte alloggiamo Corse con gente, oue nacque'l romore, E l'Alfamecche, e disse, dunque siamo Di picchiate pagati in casa nostra Da chi sol cortesia se gli dimostra? Tai parole al Meschin con furor disse; Onde il Meschin rispose, io non pensai, Ch'un forestier, ch'à casa tua uenisse: I tradimenti aperti, che tu fai In uece di carezze, compartisse, Nè tu fors'anco intendesti già mai, Che in luogo à tanta, e sì gran cortesia, Da noi tal merto, in cambio gli si dia. Se tu non usi altr' usanza, che quella Del tuo paese, e noi, che non ci piacque, La nostra usamo, che non è men bella, E detto questo, aspettando si tacque, Per ueder s'alcun'e tra quella fella Gente, che per mostrar, che gli dispiacque, Voglia far cenno, ò con bocca, o con mano, E mentre grida, ogn'un si stà lontano. Non può tenersi il Francioso superbo, (Ch'era da l'ira riscaldato, e tinto) Ch'ei non uoglia ueder se miglior nerbo, Harà la spada, che il prima sospinto Pugno non hebbe; e poi con uolto acerbo, Vn colpo mena, non già scarso, ò finto, E colse un caporal sopra l'orecchia, Che gli mostrò, come più non si'nuecchia. Turbossi l'Alfamecche, ch'era ardito, E disse, che uuoi far pazzo spacciato, E trae la spada tutto inuelenito Dicendo, or punirotti s'hai fallato Messer Branditio trouossi assalito, Da trenta, ò più, che l'hauean circondato, Ma l'Alfamecche disse, à dietro tutti, Ch'io uo ch'ei sappia'l sapor de' miei frutti.

Attendete à pigliar l'altro briccone, Ch'à costui di mia man trar uoglio il core, Messer Branditio accetta la tenzone: Ma disse, hauendo cura al suo onore, Come pigliar pensi con me questione? Ch'io son'armato, e tu non hai di fuore Cosa, che riparar ti possa, s'io Far uoglio un colpo buon col brando mio, Questa compassion poco può torti De la gran punition, ch'io t'apparecchio, Diss'egli, nè pensar, ch'io ti comporti L'omicidio c'hai fatto, e s'io mi specchio In questo, sò c'hai fatti mille torti Ad altri, che mi gridan ne l'orecchio, Fà uendetta Alfamecche, tu che puoi Farla per te, e la farai per noi. Col furor del parlar, la forza adopra Del braccio, e de la spada, ond'à la fronte Il colpo gli disegna, e gli fe sopra La uista, andar fauille, e ueder pronte Stelle di mezo dì, sì che tal'opra Gli hauea nel corpo le forze disgionte, Ma Dio non uuol, che così tosto pera, Che in se tornò con la sua forza altiera. E trasse un colpo, e doue uà non bada, La risposta terribil de l'offesa Fuor di se mena attrauerso la spada Il colpo giunse, ou'era l'altra impresa Contra'l Meschin, che non istaua à bada, Et era uincitor de la contesa. Partì quel fiero colpo in un momento Due, che bisogno non hebber d'unguento. Menane un'altro, e mi uergogno à dirlo, Perche cogliendo ad un ne la berretta, Ch'era di pel di capra, fece aprirlo, Fin doue tiene il gozzo la ciuetta; Gli altri, che uider per lungo partirlo, Hebber di sgombrar uia molto più fretta, Ch'à uenir ui non fer, nè il lor Signore Di quiui si partì con men terrore, Nè si creda però, che'l Meschin desse Men danno à la ria turba, e lo spauento Già non era minor, ch'ei non difesse Membra uedere haueua alcun talento, Ma stoccate, e'mbroccate crude, e spesse Facean'uscir con strano, e roco accento; Gli spirti fuor de i male armati busti, Ch'abbandonauan lance, e mazzafrusti. Di forse trenta ne restar soli otto, Che non fossero morti, ò mal condotti: Ecco che son pagati de lo scotto, Disse il Meschino; or n'han prigion condotti. Sentesi in questo un certo suon dirotto Di uoci, e conche fesse, che ridotti S'eran quei, che fuggiro in sù le torri, Perche tu popolazzo à l'arme accorri? L'Alfamecche era à la stalla già corso, Per uietar, che non montino à cauallo, Tanto, che uenga il suo maggior soccorso: Ma non ui puote por troppo interuallo, Che più bizarro il Francioso, ch'un'Orso Col Meschin segue il cominciato ballo E così del palazzo scesi al basso A la stalla ne uan più, che di passo. Era salito sopra un palafreno Già l'Alfamecche, e grida ch'altri saglia, Ma perche il tempo era uenuto meno, Non s'era armato da pigliar battaglia; Ilqual, come s'auede, che quei sieno Venuti à basso, senza far puntaglia, Trouar la porta, & oltre passa i ponti, E per soccorso corre à i uicin monti. Per la futura guerra, eran uicini A quel castello à i lor alberghi andati Molti guerrier di tutti quei confini, Che'l gran Calidicor, gli hauea mandati Sentendo i corni, i bussi, e i tamburrini A l'arme dar, sopra le torri alzati Misersi in ordin, per porgere aita, Contr'à chi hauesse la terra assalita.

In questo l'Alfamecche quiui arriua, Per Dio dicendo, correte al castello, Che poca u'è di mia famiglia uiua, Che Marte la distrugge, e fa macello Bellona è l'altro, & à fatica apriua La bocca, e pazza cosa era à uedello, Cosi fe dar ne i timpani, e ne i corni, Acciò, ch'ogn'uno à la rassegna torni. Messer Branditio era corso à la stalla, E del Meschino il caual prima caua; Poi tosto pon la sella à la caualla Sù la porta il Meschin destro aspettaua, Che non sopragiugnesse qualche calla, Che non sol'il castel sozzopra andaua, Ma tutto quel paese à l'arme grida, Perche ciascun' i lor nemici uccida. Fa pensiero il Meschin uccider prima Tutti quei del castel con ferro, e fuoco, Ma se più quiui tarda, facea stima Ch'in pregiudicio gli tornasse'l giuoco, Ch'ogni ualle risuona, & ogni cima De i uicin monti, onde non faran poco S'uscir potran sicur fuor de la terra Ne la campagna, à più scoperta guerra. E fu tanto il ualor di loro, e tanto Il gran terror di color, ch'eran drento, Che d'uscirne sicuri si dier uanto, Perche ueggendo ogn'un tanto spauento, Dier tutti strada, e si tirar da canto, Che hauean del core ogni ualore spento, Nè trouar ne l'uscir d'alcuno intoppo, Ma senza guerra non isteron troppo. Che color, ch'eran fuore à la campagna Non sapendo il ualor di questi due, Ciascun per affrontargli si scompagna (Per giugner tosto) da le genti sue: Ma chi s'appressa, poco ui guadagna, E se ne duol che troppo tosto fue, Che questo morto, e quel stroppiato resta, Che'l passo gl' impedisce, e gli molesta. Tuttauolta il Meschin, col suo compagno Spingono innanzi francamente, e presto Con disonore, e con poco guadagno Di chi per impedirli era molesto; L'un Cesar par, l'altro Alessandro Magno, Ch'acquistan terra, e gente, e tutto il resto, Ch'innanzi gli si para, e prezzan poco Ripar di ferro, gente, fassi, ò fuoco, Risonauano monti, piani, & ualli Di uoci orrende, e d'alti suon di corni I gran bussi di timpani, e metalli, Il richiamar, ch'ogn'un'à i suoi ritorni, Il sentir dire ammazza, e dalli, dalli, Non dà terrore à i caualieri adorni: Ma dan buon conto di lor forze altiere Tal, ch'ogn'un gia ne comincia à temere. Verso la gran Città presa han la strada, Che pochi son, che lor facciano intoppo, Seguono innanzi, e non si stanno à bada Più che mai franchi, e più che di galoppo Rotte han le lance, & sol hanno la spada, E i pigri fan guarir de l'andar zoppo Pur or conuien, che sudin lor le tempie, Che'l passo è preso, e di gran gente s'empie, Questi eran cinquecento caualieri Sotto un lor capitan, molto feroce Grandi d'aspetto, al primo affronto fieri, Son uantatori, e di terribil uoce Venner coperti quì, per stran sentieri Corre il Meschin, col segno della croce, E di quel s'arma, e così fa Branditio, Ilqual non ha nel cor di uiltà uitio. Lancia non ha'l Meschin, con laqual possa Dar dentro, ma'l nemico ardito aspetta, Ilqual come gli uide, fece mossa, Che fu quel Capitan, con molta fretta Destramente il Meschin la gran percossa De la lancia schisò, dipoi s'assetta La spada in mano, e tien lo scudo stretto, E diede un colpo à Tamor sù l'elmetto.

Nome haueua Tamor quel Capitano Che non pensando à uirtù de la spada Che'l buon Meschin si ritrouaua in mano Conuien che fesso in due parti giù cada O tempra di Minosso, ò di Vulcano Che hauesse, io ben non so, ma par che rada L'elmo tagliò, formato d'un forte osso Con un torchio di tela un palmo grosso. Non potè l'altro oprar la Scimitara Che (com'ho detto) e fesso fin'al busto Per la sua morte la turba bizarra Chi l'arco, che hauea in mà, chi'l mazzafrusto Adopra per uendetta, e fanno sbarra Ma'l buon Messer Branditio, fiero e giusto Dà dentro fedelmente, ch'era franco E fanne ogni suo colpo, un uenir manco. Or da sinistra, & or da destra mano Or con punte, riuersi, or con fendenti Fa la gente il Meschin cadere al piano Chi passato, chi fesso fino à i denti Chi riman senza braccio, e senza mano Tal la grandine, e'l gran furor de' uenti Tribbia le uigne nel terzo fecondo Mese, allor quando uien più bello il mondo Da lance e dardi assai furon percossi I due Cristian, per tutto il corpo spesso Ma l'armatura passar non lasciossi Perche la tempra non l'hauea concesso Pur tosto questa guerra terminossi Che morto il Capitano, e molti appresso Chi quà, chi là, ueggendo i colpi fieri Fuggiro i male armati Caualieri. Quaranta n'hanno morti, gli altri sono Spariti, per fuggir la morte orrenda Allor, disse il Meschino, e'sarà buono Partirsi, non ci essendo altra facenda Ringratiando Gesv di tanto dono Però che tal uittoria fu stupenda E n'andaro à gran passo uerso Media Città, ch'era di tutto il Regno sedia. Il desio di ueder la figlia erede Del morto Re, gli guida à tal camino Guidali la giustitia, e la gran fede Gli sprona, con pensiero alto, e diuino Di far per la ragion, contr'à chi crede Tor per forza à quel Regno il bel domino L'istessa offesa à uendicar gl'incita Contra di chi uolea lor tor la uita Seguir quel primo giorno, col secondo Senza trouare alloggiamento buono Sterile era'l paese, & infecondo Fatto da gli abitanti per il suono De la prossima guerra, che l'immondo Signor Calidocor, senza perdono Vsare à l'innocentia de la figlia Del Re, uuole a quel Regno por la briglia. Pur com'hò detto, la seconda sera Sù la riua d'un lago fer soggiorno Martia chiamato, quiui un borgo u'era Di case del medesmo nome adorno Lor uenne un uecchio con benigna cera In contro, senza più temere scorno Et inuitolli, s'alloggiar uoleuano Essi accettar, che bisogno n'haueuano. Accettato, e smontati da cauallo Lor uenne in contro de l'oste una figlia Molto leggiadra, uestita di giallo Ch'era tela sottile à merauiglia Vien tutta lieta, e non pone interuallo Ch'àl caual del Meschin caua la briglia E lo conduce ne la stalla seco Spinta da nouo amor fallace, e cieco. Gli abiti, i gesti, l'armadura, e'l uolto Parue insolita forma à la fanciulla E'l corpo del Meschin, sì ben raccolto Che quei del suo paese stima nulla Rispetto à lui, onde col desio sciolto Di sue bellezze si pasce, e trastulla E quel cauallo à uezzeggiar si pone Con quel desir, che farebbe al padrone.

Il Meschin, che suol prima uoler dare Al caual buon ricetto, ch'à se stesso Volsele dietro ne la stalla entrare Che non si fida di mandato, ò messo Nè così tosto à la fanciulla appare Che tutta uolta al cauallo era appresso Che gli fa riuerentia, e poi l'abbraccia Et ardisce uoler baciarlo in faccia. L'atto libidinoso, e disonesto Al Meschin, fuor di modo e dispiaciuto E la rispinge da se uia ben presto Dicendo, io non son qui per ciò uenuto Et accenna al compagno, e dice, questo Se tu uorrai per me, fara'l douuto, Il Francioso sogghigna à questo detto Dicendo, & io ben uolentier l'accetto. Voi cacciate da uoi Signor la rogna A me la date, & io ne son contento Nè però colei punto si uergogna Anzi chiama il Meschin codardo, e lento Egli ne ride, e dice non bisogna Altro fuoco, se'l primo non è spento. E dice il uer, quì bisogna riposo E'l corpo empir diss'allora'l Francioso. Dando speranza à la seguente notte Far quanto il suo desir richiede, e brama Così trouossi allor l'imprese rotte E ritirossi la focosa dama, Ma non è merauiglia, se condotte A tal uoler Vener le tira e chiama Che le uicine, e quella regione Son sottoposte al segno di Scorpione. Chi'l zodiaco in questo ciel misura Ne gli uman corpi, questo segno mette Ne l'una, e l'altra genital natura E sopra à queste Region predette Al fin di Cancer questo segno dura Ilqual di se fa le contrade infette De la sua qualità, con gli altri segni Secondo lor nature, in tutti i regni. Furon prima da lor ben gouernati I destrier, che uolesse alcun di loro Cibo pigliar, ch'eran mezi affamati E daua lor il uentre aspro martoro Ma tosto come in casa furo andati Fu la lor cena in punto da coloro Posta secondo l'uso del paese Con modo quanto far sanno cortese. Vn tappeto hauea posto molto bello Quella fanciulla al Meschin per sedere In terra al modo loro, e dopo quello Posegli innanzi da mangiare, e bere Questa cena fu tutta in un piattello Da poterui sguazzar dentro, e godere Con broda da notarni fino à gli occhi Senza antipasto, ò dar di poi finocchi. Intorno à questo piatto smisurato Era l'oste, l'ostessa, e la figlia. Si posero à mangiar da ogni lato Con tutto il resto de la sua famiglia Disse il Meschin, ben si può dir beato Chi meglio pesca, e più gran pesci piglia Ride messer Branditio de l'usanza Per ben che del mangiar nessun l'auanza. Molta uaghezza l'ostessa, e'l marito E la figlia hanno à riguardar costoro Che mai nessun sì ben d'arme guarnito Visto hanno dentro di quel Tenitoro E sopra tutto, del bel uiso ardito Che hauea il Meschin, godeuansi tra loro Dicendo, che da presso, ò da lontano Mai uider sì ben fatto un corpo umano. Pareua ben tutt'il contrario à i nostri Cristian di lor, ma ne fan poco conto E dicon che da essi lor si mostri Il letto, ch'al partir faran poi conto Risp se l'oste, io so che i pari uostri Meritan di trouar gente più in ponto Letto non ci è, ma piglierete questo Tappeto sotto, e no ui fia molesto.

Perche la cruda guerra àpparècchiata In questo Regno ci ha fatta leuare Di quì la robba da noi più pregiata E dentra à la citta fatta portare Fu dal Meschin questa scusa accettata Tolse il tappeto senza replicare E ui si poser sù fin che ritorno Facesse Apollo à lor col nouo giorno. Ma de l'ostier l'innamorata figlia Non potendo frenar l'accesa uoglia Ch'ogn'un dorma per casa il tempo piglia E poi d'ogni timor lieta si spoglia Disiando il camin di molte miglia Non pensa, che'l Meschin se ne distoglia Ponglisi à canto ignuda, e gli s'accosta Nè fu pari à la uoglia la risposta. Sueglia Messer Branditio, e fagli offerta De la da lui già ricusata preda De la qual poi, che'l Francioso s'accerta Non sa s'ancor ben chiaramente creda S'ei non esce à battaglia più aperta Dicendo, e basta, che mi si conceda Ridendo seco, e franco s'appresenta Di sorte tal, che la mandò contenta Il resto de la notte hebbero amica E riposarsi senza hauer sospetto Ch'eran lontan da la gente nemica Ben che non fosse molto agiato il letto. Il dì seguente, con poca fatica Giunsero à Media, e non fu lor disdetto Il passo, da nessun fino à le mura Or quì fornisce il canto, e più non dura.

FINE DEL
CANTO OTTAVO.


NEL NONO CANTO IL MESCHINO ET MESSER BRAN-ditio entrati nella città di Media, sono molto accarezzati, & onorati dalla giouene Reina, & per lei uincono il Re Calidocor suo nemico, & Mester Branditio piglia poi per moglie la detta Reina.

CANTO NONO.

TAnt'e' fragile il fil, Vergine pura De la misera uita de i mortali Che non c'è strada al caminar sicura Ma tu, che presso al uerbo tanto uali Pregal, che guardi sì mia uil natura Ch'io dia de la sua fè chiari segnali Freni la Parca, che possibil fia Pur che sia gratia chiesta da Maria. Io ueggo tante, e sì mirabil proue Di questo amico di sua fede santa E tanto à dirne il gran desir mi moue Ch'io chieggo uita, che mi basti tanta Che di lui dica, ancor ch'udirlo altroue Il mondo senza questo stil si uanta, Ma non sia graue udir da la mia penna Ch'ella ne canta, se l'altrui n'accenna. Or per tornar dond'io già m'era tolto Dal dir di questi franchi due guerrieri Dico, che'l dì seguente andar con molto Contento, lieti, insieme; e uolentieri Rinouando il piacer del piacer colto Con la placata figlia de l'ostieri Burla il Francioso, & al Meschin da poco Dice, che spegner potea lui quel fuoco. Giunsero à Media la seguente sera Ma non u'entraron fin l'altra mattina Che trouar, che l'entrata serrat'era Che così uuol la sua noua Regina Con certe guardie ster la notte intera In una casa à la città uicina Venuto il dì, furon dentro guidati De la città, da quelle guardie, armati.

L'ordin dato era, ch'ogni forestiero, Al palazzo real fosse menato, Fosse huom'di pace, ò fosse Caualiero: Subito, ch'era ne la terra entrato. Accordaronsi i nostri di leggiero, Senza aspettar nessun d'esser forzato, Perche il Meschin sol di parlar desia A' chi de la Città tien Signoria. Giunti al palazzo, smontar da cauallo, Per uisitar la figlia del Re morto, Che bella era, e leggiadra senza fallo; Il Meschin, che'l Francioso tiene accorto, Vuol, ch'egli parli, e innanzi mandat'hallo, Et ei lo segue, in spatio breue, e corto; Vien in questo un Buffon, ch'è mezo pazzo, Ch'era spasso, e piacer di quel palazzo. Costui uede il Francioso, e sù lo scudo Gli dà d'una bacchetta, c'hauea'n mano Messer Branditio, ben ch'ei fosse ignudo Di patientia, uolse essere umano, Disse il Meschin, sarò ben'io più crudo, Perch' è mercè co i pazzi esser uillano, Nè così tosto ha la parola detta, Ch'ei sente un colpo di quella bacchetta. Dagli il Meschin'un pugno sopra un ciglio, Che gli fe l'occhio mezo uscir di testa; Cade egli in terra di fangue uermiglio, Vuolsi drizzar per torsi da tal festa: Ma non potè sì tosto da l'artiglio Del Meschin torsi, che d'un'altro resta Segnato, che non ha con che si copra, E mette quel palazzzo sottosopra. Fugge gridando à la publica piazza, Doue ogn'un dice, di chi ti lamenti? D'un pazzo, disse, assai di peggior razza Di me, che m'ha pestati gli occhi, e i denti; Non andate al palazzo, ch'egli ammazza Co i pugni, e dicel, che tutte le genti Fa rider, doue un Cortegian, che'l sente, A' la regina è corso incontinente. E narrale il lamento del Buffone, Per farla ridere, e dar le piacere; Diss'ella, chi gli ha dato? e qual cagione? Fugli risposto, ch'era un Caualiere Molto ben fatto, & ha un compagnone Seco, quant'altri si possa uedere Disposti, e bene armati; e son di poco Venuti forestieri in questo loco. Menateli (diss'ella) al mio cospetto, Massime quel, ch'al mio Buffone ha dato; Ond'al Meschin da parte sua fu detto, Però fu'l primo, e'l Francioso è restato Adietro, e gli diss'ella, qual'affetto T'ha fatto dimostrar tanto insensato, D'hauer battuto quel mio pazzo, senza Hauer rispetto alcuno, ò riuererenza? S'io l'ho battuto, egli battè me prima, Diss'allora il Meschin, nel uiso ardito; La Donna di sua scusa non fa stima Dicendo, tu sarai anco punito, Mostrando de lo sdegno esser'in cima; Non si mostra il Meschin punto inuilito, E dice, ascolta almen quattro parole, Poi di ciò segua, quel che seguir uuole. Se'l Pazzo con le busse si raffrena, Nè altra uia ci fia miglior che questa, Era obligato à rompergli la schiena A dunque l'opra mia fù troppo onesta A' non toccarlo con le mani appena La Fanciulla il guardaua, che la presta Risposta del Meschin è tanto arguta, Che del primo proposito si muta. Ride per forza sentendo il parlare, E confessò, ch'egli hauea detto il uero, E dipoi cominciolli à dimandare Che gente sono, e sotto qual'Impero; E qual cagion gli faccia armati andare, E doue habbiano preso il lor sentiero; Risposegli il Meschin, d'Armenia siamo, E soldo, e guerra, e uentura cerchiamo.

La uisiera de l'elmo alzata haueua, E ueggendolo in uiso la fanciulla, A' poco à poco di lui s'accendeua, Ch'ei portò le bellezze da la culla, E per torsi dal fuoco, che l'ardeua, E d'onde Amore à poco la trastulla, Dice, che nel palazzo gli si dia Stanza capace, ou'e gli agiato stia. Fella fornir di paramenti adorni, E comandò, ch'ài lor caualli sia Fatto carezze, per tutti quei giorni, Ch'egli, e'l compagno ne la terra stia, Così si uolsero in piacer gli scorni, E lasciata del pazzola pazzia; Il cenar de la sera, e de la notte Il dormir, ristorò le triste dotte. Leuati poi la seguente mattina, S'andaro à presentar tra gli altri in corte, E grand'onor lor facea la Reina, Che mostra ogn'un di loro esser huom forte Ne l'amor del Meschin sempre raffina Colei, che dianzi uolea dargli morte E sentel ragionar' attentamente De le cose di Grecia, e di Ponente, E de le condition spesso dimanda De i popoli, lor leggi, e lor costumi, Iquai non si confanno à quella banda, Perche u'è troppo in mezo e mari, e fiumi; Or perche tempo in uan più non si spanda, E più parole in dir non si consumi, Non fa mai pasto alcuno, oue non sia' Il Meschin col Francioso in compagnia. Il sesto dì, ch'eran quiui arriuati, Standosi lieti à la mensa reale Con alquanti Baroni accompagnati. La guardia d'una torre fa segnale, Come da i monti calan molti armati: In questo quiui arrlua il Generale Capitan de la terra, e le dà aoua, Che'l campo presso à la città si troua, Dimmi Reina quel, che uuoi, ch'io faccia, Diss'ella, attendi à guardar ben la terra, E per timor si scolorisce in faccia, Che non era usa à uedersi far guerra, Il Capitano non sà, che si faccia, Perche'l crudo timor anco lui serra, Il Meschin lietamente la conforta, Che per timor la uede meza morta. Mi merauiglio ben di uoi Signora, Dice egli, e di chi fa tai Capitani, Costui per gran uiltà dat'ha pur ora Voi, e la terra à gli auersari in mani, Lo stil de i Capitan glialtri rincora, E costui gli auilisce, e ne gli strani Casi, dimanda à chi douria consiglio Dar egli, e cercar trarui di periglio. A' lagrimar cominciò la Reina, Dicendo, uoi uedete il bel gouerno, Colui, ch'adosso mi uien con ruina Per l'obligo, c'hauer ci deue eterno La Città uuol per forza, e me meschina, Per quel, che di sua opre rie discerno: Fu Cortegiano in corte di mio padre, Or mi uien contra con armate squadre. Quest'è'l merito degno, e'l guiderdone Di tanto beneficio riceuuto, Che d'huom priuato fu fatto Barone Dal mio buon genitore, or ch'è uenuto In questo grado, uuol, che per ragione Il nostro Regno gli sia ricaduto Domandami per moglie, e pargli onesto, Che per forza, ò amor debb'io far questo. Fauoriscelo à questo un'altro ingrato, Ch'era pur sottoposto al padre mio, Che l'Alfamecche di Media è chiamato: Pur ribellato del mio scettro uscio, Disse allora il Meschin, sono informato Di questo fatto, e per questo uenn'io, Si che datti conforto, e stà sicura, Che temeranno ancor di queste mura.

Ftae pur, che cì segua questa gente, poi dateui piacer senz'altro affanno, La Reina, che tanta offerta sente, Piglia conforto al sospettato danno, E fece à se chiamare incontinente Quel Capitan, che pare un saccomanno Rispetto à i nostri, e gli comanda espresso, Ch'ei faccia quanto gli sar à commesso. Poi fe'l Meschin General Capitano In sua presentia, e'sopra l'arme uolse Porgli una soprauesta di sua mano, Messer Branditio ancor l'armi sue tolse; Poi sceser tutti ne la piazza al piano, Quiui tutta la gente insieme accolse, Fè sonar gli strumenti à loro usanza, Per auezzargli à star in ordinanza. Fa condursi il cauallo, e sù ui sale D'un salto senza staffa, ò girar freno; A'la Reina piacque quel segnale, E di maggior speranza s'empie il seno, Che uenne per ueder la generale Rassegna, e come i suoi arditi sieno Stando à una finestra del palagio, Doue il tutto ueder potea con agio. Messer Branditio in questo mezo corse Due lance, che'l Meschin le squadre assetta, Che le punte ad un mur gagliarde porse, Che d'arco presto sì non uà saetta: Fiaccolle in pezzi, nè punto si torse; Poi ne tolse una tra molte altre eletta, E se la serba per farsi uedere Oprarla poi tra le nemiche schiere. Grande speranza prese il popo'l tutto Di questi Caualier giunti improuiso. Il Mefchin, che l'essercito ha ridutto In ordine, in due parti l'ha diuiso; La Reina, c'ha già ueduto il tutto, Rese il colore al suo smarrito uiso, E ritornò nel solito uigore, Veggendosi tanti' huomo in suo fauore. Di cinque mila uno squadron fu fatto, E ne fe Capitan Messer Branditio, Col Capitan, che d'ufficio fu tratto, Per ueder quanto uaglia, e s'ha giuditio, E gli manda à incontrar il campo in fatto, Dicendogli l'indugio piglia uitio; Gli altri caualli, e l'altra fanteria Seco ritien fin c he'l bisogno sia. Fur sette mila il resto de la gente, E questi seco tien per dare aita Se quel primo squadrone era perdente: Perche non gli par gente molto ardita, Nè son sì tosto fuor, che tra lor sente Vna discordia grande, e inaudita, Che tra il Francioso è nata, e'l Mediano, Ch'era, com'ho già detto, Capitano. Messer Branditio uuol, che quella gente Vada à dar dentro à la nemica armata, Quel Capitan uillan non lo consente: Ma uuol, ch'ài cariaggi sia uoltata, Tutta quella canaglia conoscente Del Capitan s'era seco accordata; Calidocor'in tanto s'auuicina, E dà lor dentro con molta rouina. Così disordinati, e mal prouisti, E con disauantaggio fur forzati Tosto dar'opra à i lor dannosi acquisti, Perche furo in un tratto sbaragliati; Ben ch'à partiti gli uedesse tristi Messer Branditio, e così mal trattati Sprona il cauallo, e con la lancia bassa Vn franco caualier con essa passa. Ma perche gli ha la gente addosso stretta, Lasciolla così star nel caualiere: Caua la spada, e lo scudo rassetta Per far il suo ualor più chiar uedere; Misero è quel, che i suoi gran colpi aspetta Che i morti in frotta in terra fa cadere; Non è chi uegga la sua forza èstrema, Che di lontan da le sue man non tema,

Era ualente, e de là guerra esperto Messer Branditio, e fa proue stupende: Ma ueggendo per tutto esser coperto Di gente, ch'à i suoi danni solo attende, E uoltandosi à dietro, ancora aperto De i suoi la fuga, molto si difende Ritirandosi à dietro per saluarsi Veggendo sì uilmente abbandonarsi. Fu morto il Capitan de i Mediani, Che haueua à morte anch'egli due feriti, Al qual poco giouò menar le mani, Ch'ei suoi soldati son mezi spariti, Perch'à sì furiosi, e così strani Assalti, tosto s'erano auiliti, Ma'l Meschin tosto col soccorso corse, Quando di tal disordine s'accorse. Esce co i sette mila de la porta, E grida à i fuggittiui, Ahi uil canaglia, Doue lasciate uoi la uostra scorta? E' dunque il uostro ardir fuoco di paglia? E tanto or gli minaccia, or gli conforta, Che gli fa ritornar ne la battaglia; Messer Branditio, che'l soccorso ha uisto, Si caccia innanzi, ringratiando Cristo. Calidocor, con uno sforzo altiero Di bella gente, assai robusta, e fiera Gli si fa incontra, & egli uien primiero, Lassando ben guardata ogni bandiera, E col Meschin s'affrontò di leggiero, Perche trascorso assai più de gli altri era; Feron di lance uno scontro sì crudo, Che' mal gli resse l'uno, e l'altro scudo. Calidocor fe de la schiena un'arco, Nulla di meno à caual si sostenne: Non riceuè il Meschin simile incarco, Che come un muro il gran colpo sostenne. In questo la gran calca impedì'l uarco, Che con impeto à guerra soprauenne, Pur per sorza'l Meschin, di quelle schiere Cerca atterrar le nemiche bandiere. E l'hauria fatto, e posto il campo in rotta Tanto spauenta ogn'un, doue egli arriua, Ma la gente, che seco hauea condotta, Secondo il suo uoler non lo seguiua. In ogni lato uccideua una frotta Messer Branditio ancor, doue appariua; I Mediani ancor nel primo affronto Fecer gran fatti, e dier di lor buon conto. Quei, che primieramente eran fuggiti, Veggendo nel Francioso tant'ardire, Con quelli del Meschin s'erano uniti Per fare insieme i nemici morire, Ciascuna de le parti tien l'inuiti Calidocor, poi che uide partire Da se il Meschin, più dietro non gli bada, E cacciò fuor del fodero la spada. Ogni colpo, ch'ei mena un Mediano, O due manda per terra, e in altra banda De i suoi Messer Branditio manda al piano, E fassi spesso intorno una ghirlanda Di corpi morti, un mar di sangue umano Conuien, che di lor uene in terra spanda: Ma qual lingua dirà, per dirne il uero Volendo del Meschin narrar l'intero? Ha riciso l'essercito per dritto Vn mezo miglio, e l'ordinanze ha rotte, Et essi in fino à le bandiere fitto In mezo à tutte le nemiche frotte. Non era l'Alfamecche in quel conflitto, Perche mandato fu prima la notte Con diece mila à dare il guasto à tutta La terra intorno, che da uiuer frutta. Sentì lontan' parecchi miglia il grido Del campo, e si stimò quel ch'era certo, E per parere al nouo Signor fido, Più tosto che potè, gli s'era offerto, Com'ei fu presso, fe dare uno strido, Che pareua, che'l centro fusse aperto A' tutti i diece mile, il cui concento A' i Mediani diè grande spauento,

Veggon per fianco in un tempo assaltarsi E sentonsi stordir dal gran romore; Onde cominciar tosto à ritirarsi E danno opra al fuggir, con gran timore Il Francioso, che uede abbandonarsi E seco esser lasciato il suo Signore In mezo de l'esercito sì solo Cacciasi dentro tra'l nemico stuolo. Dopo le spalle, lo scudo si mette E con doppio furore, e doppia forza Apre in un tratto quelle squadre strette Nè per molto colpir la furia smorza Con due man mena, e fa spesso due fette D'un colpo, l'una à poggia, l'altra ad orza Manda per terra; ond'è forza che uada Innanzi, che la uia fa con la spada. Vuol'egli che sia quell'ultimo giorno De la sua uita, pria ch'abbandonare Si debba il suo Signore in tanto scorno E uuol seco morir, se di campare Rimedio non haranno; e gira intorno La spada, quanto si possa girare Egliè fatto assai largo dou'ei passa Che chi morte non uuole, andare il lassa. Trouo'l Meschin, doue sentì'l romore Che quella gente intorno gli faceua Allora aggiunse forza al suo ualore Et il Francioso in tal modo, diceua Per Dio saluati car Signore E che sua gente abbandonato haueua Il campo; e che tra li nimici stuoli Restati sono abbandonati, e soli. Pensauasi il Meschino, esser seguito Ma poi ch'intese com'il fatto andaua Di ritirarsi prese per partito Che poco più che quiui dimoraua Quel campo haueua addosso tutto unito Perch' altro à far che lor non ci restaua Pur con dispetto, e uergogna di tutti Si furo insieme à ritrar ridutti. Nessun si cura di uietargli il passo Che pensan che dal ciel ui sien mandati Per gran giustitia à far di lor fracasso Tanto, che i due guerrier si son saluati E uanno à la città più che di passo A la porta ch'uscir, son rientrati. Calidocor e l' Alfamecche in quello Seguiro i rotti, e ne fer gran macello. Quei che poter saluarsi in questa, e'n quella Porta dè la città me' che si puote Senz'ordine si caccian, che la fella Tema è lor contra, e'l petto lor percote La giouinetta Reina nouella Haueua del Meschin le proue note E le uiltà da la città uedute De le sue genti, e fuggir per perdute. Non così tosto il Meschin, col Francioso Al palazzo real furo arriuati Ch'ella lor uenne in contra con pietoso Affetto, e da lei furon salutati Salite, disse, à prenderui riposo Ch'io so che deuete essere affannati, Ma il Meschin del palazzo in sù la porta Si ferma, e dice posar non importa. Ma ben ti prego gradita Reina Che per il banditor sia comandato A la tua gente, fuggita, e meschina Che han posto à sì gran rischio questo stato Che uenga in questa piazza à te uicina Sia chi si uuole, armato, ò disarmato Acciò ch'io possa in parole sfogarmi Et ammonirli, e poi potrò posarmi. Fu fatto, & ragunato il popol tutto Disse Messer Branditio, ai gente brutta Doue lasciasti lo sperato frutto Di chi nel campo, t'haueua condutta Il Meschin, per parlar, s'era ridutto Innanzi, hauendo la Baronia tutta Intorno, e la Reina, e così disse Poi c'hebbe le sue luci in lor ben fisse,

Solfo, con fuoco, questa fuga è stata Anzi infocata pece, al nome uostro Che lassa eterna la macchia attaccata Più che non lassa la carta l'inchiostro L'antica gente uostra, con l'armata Hà dato buono esempio al uiuer nostro Che uinsero gli Assirij, e quei d'Armenia Pur siete nati di quella progenia. Quei dominaro tutta la Soria E fecer guerra contra l' Amazoni. Non hebbero i Romani Signoria Senza gran danno in queste regioni Si poca gente or ui fa fuggir uia E noi lasciaste peggio che prigioni E tanto cresce più l'infamia uostra Quanto noi siam sol quì per uirtù nostra. Era già nostra l'aperta uittoria E già faceua guerra à le bandiere Ma uoi, che fuste indegni di tal gloria Via ui fuggiste per non la uedere E che più tengo lunga questa istoria. Si come aperto potete sapere Non uenn'io quì per uoi, ma la cagione Or ui dirò, nè cerco guiderdone. Contra à color combatto, c'hanno il torto E per tenere in piedi la giustitia Dicaui il mio compagno, in parlar corto S'io parlo con ragione, ò con malitia Disse il Francese del Gigante morto E com'il liberò di tal tristitia Di passo in passo, come capitato Quiui era, e dal Meschin di poi campato, E prima come messo in quella tana Fu dal Gigante, e'l compagno mangiare Vide, perche mangiaua carne umana Tal ch'ei faceua molti lagrimare Vn prete Armenio er' anche in quella strana Stanza dicendo; e per abbreuiare Disse quì'l mio Signor, per tali imprese Noi liberò, con tutto quel paese. Certi mercanti di Tartaria bassa Venuti, confermaro esserui stati E ben saperlo, nè però si tassa Cosa, ch'ei dica, anzi son confermati Tutti i suoi chiari fatti; or qui si lassa Il ragionare. Allora inginocchiati. Gli feron riuerentia, come ad uno Da Dio mandato per il ben communo. Crebbe in lor la speranza oltra misura E giuraro non uolger più le spalle Ne la battaglia; sia quanto uuol dura E di seguirlo per monte, e per ualle Noi uerrem teco fuor di queste mura O sia per aspra guerra, ò erto calle Disser gridando con romor diuerso Che uogliam racquistare l'onor già perso. Andatene pur tutti à i luoghi uostri Lor rispose il Meschino, e siate pronti Che'l uer con fatti da uoi si dimostri Quando sarete à la battaglia gionti Andiam, di poi seguì, nei fatti nostri Poscia che da uergogna son componti E salì nel palazzo, con la corte Che lo stimaron saggio, quanto forte. E giunti in sala uolse la fanciulla Onorarlo, e se'l fe sedere à canto Doue Amor la riscalda, e la trastulla E fecesi seder da l'altro canto Messer Branditio, che non uide nulla Che gli piacesse à meza strada, quanto Veder già ordinar la magna cena Di uiuande finissime ripiena. Posti à mangiar, la Donna si mostraua Con bel modo al Meschino iunamorata Ben che'l Meschin tra se stesso pensaua Ch'ella fusse al Francioso maritata Al quale spesso in sua lingua parlaua Io uo dicendo, che ti sia sposata Non pensar dunque contr'al mio disegno Ch'io ti uo far Signor di questo Regno.

Dopo molto uietar di non uolere Abbandonarlo là dou'egli andasse Pur disse, io son per far il tuo parere Quando la donna se ne contentasse Restaro al fin conformi d'un parere. Nè aspettar che'l quarto dì passasse Ch'ei fecer dar ne i tamburi, e ne i corni Perche la gente armata al campo torni, In due schiere il Meschin gli ha disuniti Per combatter, la prima per se tenne Fur quattro mila mal d'arme guarniti Accettar l'altra al Francioso conuenne Che furo cinque mila, tutti arditi E buona guardia à la città ritenne Il primo fu'l Meschino à far la scorta E co i suoi sen'uscì fuor de la porta Poi comandò, che da quella muraglia Non debban discostarsi, perche solo Vuole à quel campo domandar battaglia E se non gli ua contra qualche stuolo Che non si mouan, perch'un sol l'assaglia Poi parue ch'à caual mettessi un uolo E uerso il campo suona il corno, e chiama Se nessun far battaglia à corpo brama. L'Alfamecche che'l sente, s'arma in fretta Dice à Calidocor, dammi licentia Ch'io uada, e ch'io lo porti quì m'aspetta Morto, ò legato ne la tua presentia Ti darò quel guerrier, ch'ha sì gran fretta D'esser prigion sotto la tua potentia, Hebbe licentia; e furioso uenne Et fece uno sbrauar molto solenne. Conosco disse, all'armi, che sei quello Che sì uillanamente ti portasti A questi giorni dentro al mio castello Ma non so come sì tosto scappasti Or t'ho pur giunto quì traditor fello, Disse il Mefchin, non più tanti contrasti Ch'io ti prometto, che s'harai fallito Contr'al tuo Re, tu sarai quì punito. L' Alfamecche adirato à tai parole Drizzossi in sù le staffe, ch'era usato Caualcar molto corto, e ferir uuole D'una lancia il Meschin, ch'era uoltato Per correr contra lui, come far suole Ma l'Alfamecche falso, e scelerato Nel uoltar, ch'ei si fa, sopra man mena La lancia, e pensa passargli la schiena. Molto lunga era la lancia, e sottile Ch'auentò l' Alfamecche, e giunse in fallo Accorsesi il Meschin de l'atto uile E riuoltò poi subito il cauallo Dicendo, quì bisogna un'altro stile Tenere, e cominciare un'altro ballo Piglia la spada, e tosto gli s'accosta Per fargli più d' appresso la risposta. Ma l' Alfamecche prese un gran bastone Tutto ferrato, di mirabil peso Ilqual' haueua attaccato à l'arcione Che pensa esser con questo meno offeso Mena con esso senza discretione Spingelo innanzi, quant'ei può disteso D'un dritto, che gli cade in sù la testa Pensando fargli à quel colpo la festa. Ma l'esser troppo innanzi, gli fe corre Sù'l taglio de lo scudo del Meschino Con la man, che gli uenne il colpo à torre Il baston, come uolse il suo destino A la sua torta scimitarra corre Presto per seguitar l'aspro camino E quì si cominciò crudele assalto Col fier colpir di spade, or basso, or alto. Durò la zuffa, quanto la speranza De l'Alfamecche fu di far difesa Ma poi ch'ei uede, che poco u'auanza Si uorrebbe ritrar da tal impresa Chiede al Meschin riposo, perche sanza Quel, superar si uede da l'offesa Disse il Meschin, nostra guerra è mortale Si che'l chieder riposo poco uale.

Non uo por tanto indugio à uia portarne La testa tua, maluagio, tradittore, Così'l caual, perch'io debbo oggi farne Vn dono à la Reina, e son quì fuore A posta uscito, e'l resto di tua carne Benche lassarla à i lupi è troppo onore Allor ti lascerò, poi ti riposa Quì con ogni opra tua uituperosa. Veduto l'Alfamecche non potere Fiato pigliar, nè uincere altrimenti Vuol fare un colpo, in tanto dispiacere Con ogni forza, che uaglia per uenti Drizzasi sù le staffe, e'l Meschin fere Con ambe mani, e tien serrati i denti E fa calar la scimitarra à basso Che mai più non calò con tal fracasso. Fessi il Meschin da canto assai leggiero E destro sì, che'l colpo giunse in fallo Venne à calare in terra il brando fiero Sì, che'l Pagan quasi trae da cauallo Il Meschin colse il tempo, e quell' altiero Percosse d'un fendente, e finì'l ballo Che tra l'elmo, e le spalle giunse à sesta Nel suo chinar, che gli spiccò la testa, Cascò dal busto separata, e sciolta In terra, e'l corpo lontan diece braccia Dal caual fù portato; al fin diè uolta Abbandonando le gambe, e le braccia Il Meschin scese da caual con molta Fretta, e leuolli l'elmo da la faccia E'l caual prese, con la testa in mano Gridando à i suoi, uittoria, da lontano. Il tutto fu da la città ueduto Da la Reina, e glialtri cittadini E fu da lor di gran ualor tenuto I quai, pria che'l Meschin lor s'auuicini Facciasi egli Alfamecche, c'ha saputo Vccider questo Re de i malandrini Dicono, i quest' egli entra in Media, e porta Verso il palazzo quella testa morta. Presentò quella, e'l caual ch'era stato De l' Alfamecche à la nobil fanciulla Di che fu molto da lei ringratiato Il Meschin, dice, questo non è nulla Io penso liberarti questo stato Se'l Dio, che mi fu dato da la culla, Virtù mi presta, e tu riman sicura Ch'io uoglio or ritornar fuor de le mura. Cosi diè uolta, & al Francese disse Ch'attento stesse, con le squadre armate Acciò che quando il bisogno uenisse Che sien per far battaglia apparecchiate Poi, prima che sua gente lo seguisse Volse saper s'erano inanimate Di far gran fatti, dicendo, compagni Chi si sente animoso, m'accompagni. Menateci pur tosto à farne proua Gridar tutti d'accordo, Signor degno, Allora un messo presto il Meschin troua Perche à Messer Branditio desse segno Ch'ei si mouesse, e subito rinoua L'ordinanza composta con ingegno E dieron dentro à l'antiguardia, e quella Rotta, dier'opra à la battaglia fella. Han tanta fede posta nel Meschino Color, che seco, affrontarieno il mondo Ogn'un è diuentato un Paladino Ogn'un si duol di restar'il secondo Per forza d'arme passano il confino De l'ordinanze de' nemici, e'l pondo De la battaglia sostengono arditi Et uan serrati, e ne l'ordine uniti. Il Meschino, uccidendo, à le bandiere Vuole arriuare, e passa tra gliauuersi Tanto ch'eglier a in mezo de le schiere E circondati son da tutti i uersi. Non è de i suoi chi mostri di temere Ben che si ueggan tra l'àrme sommersi E colti in mezo da souerchia gente Ammazzan de i nemici francamente.

Ristrigneli il Mischin, e fa tirarli A' poco à poco, e rompe i passi sorti, Corre Messer Branditio à rinfrescarli Co i cinque mila da lui fatti accorti, E non bisognò molto confortarli, Perch'eran uaghi di fare assai morti De i lor nimici per uendetta, e uoglia, C'han, che l'infamia hauuta lor si toglia. Calidocor col resto, c'hauea seco Di sua gente, si mette ne la folta, Che da l'ira, e furore, è mezo cieco; Imperò che i suoi uede quasi in uolta, E ritrouar uorrebbe qualche speco Per poter sicurarsi da la molta Furia de gli infocati Mediani, Per la uirtù de i lor buon Capitani. Quei di Calidocor eran quaranta Mila; ma gente mal ne l'arme usata: Ma s'ei n'hauesse ancor due uolte tanta Sarebbe dal Meschin uia sbaragliata, E dal Francioso, che ui mette quanta Virtù metter piu possa in tal giornata; Ma pur Calidocor à i Mediani Fà sentire il ualor de le sue mani. Il Meschin, che lo uede soltra tanti Far tanto danno, à la sua gente ardita Faglisi incontro, e non uuol, ch'ei si uanti Di tardar più la uittoria gradita, Ben uede à l'opre, e conosce à i sembianti, Ch'egli, e non altri, la tiene impedita Dagli due colpi orrendi, che'l secondo, Per gran forza il cacciò di questo mondo. Morto Calidocor, quella canaglia Senza guida rimase, e senza core, Chi di quà fugge, e chi di là si scaglia, Poiche restati son senza Signore, Dieron d'accordo uinta la battaglia Dandosi per prigioni con timore A' chi gli uuole, e sol furon saluati Quei del paese, che u'andar forzati. Il Meschin, come Re fu onorato E giunti à la città gridaron tutti, Ch'à la Reina fosse il Meschin dato In pregio di sue opre, e santi frutti Per marito, perche poi quello stato Non poteua temer d'amari lutti; Ma'l pensier del Meschin non era quello. A' cui fu fatto un trionfo assai bello. Egli passate le gran feste uolse Messer Branditio incoronar del Regno, E fe che la Fanciulla se lo tolse, Scusandosi egli, e mostrando il disegno Da lui fatto più dì, donde si dolse La Reina, & ogn'un; ma per dar segno Di grand'amor la Reina acconsente, Perche'l Francioso era anco assai ualente. Stè poi due mesi, à partirsi'l Meschino, Tanto, che'l Regno fu ridotto in pace; Fè battezare ogn'un grande, e piccino, E di Dio posti ne la fe uerace. Volse poi seguitare il suo camino, La Reina, che uede, che gli piace Partirsi, gli prouede di due guide, C'hauean molti linguaggi, accorte, e fide. Erano stati in India, e san parlare Di quei linguaggi, e uolentier le prese; Il Re Messer Branditio uolse andare Seco con gente; ma egli i lcontese. Tutto'l popol commosse à lagrimare, Quando la sua partenza chiara intese. Or'il canto è quì giunto al suo finire, Poiche'l Meschin ha fatto uia partire.

IL FINE DEL CANTO NONO.


IN QVESTO DECIMO CANTO, IL MESCHINO CON le sue guide arriuano alla Città di Solta, il Re della quale s'innamora del Meschino. Poi gli fa pigliar per forza vna sua figliuola per moglie, & egli doppo alcuni mesi se ne fugge, & seguendolo il Re è vcciso dal Meschino. Ilqual poi corre strane venture per camino.

CANTO DECIMO.

INfondi alto Monarca e senno, e uita, Si', ch'io supplisca à fug gir l'otioeterno Deh Signore apri la strada impedita, Prendi tu cura al corporal gouerno, Scaccia da me la miseria infinita, Che fa, che'l febeo raggio non discerno, Che s'io date non son tratta di stento Al pelago, in ch'io son, mi passa il mento. Quanti spirti gentil, quant' alti ingegni, C'haran' del bel discorso la uia chiara Sento già dire, in uan sì bei disegni Prendesti, hauendo uita tanto amara, E temeraria mi diran, che i segni Credea passar di questa sorte auara; Pur merta qualche scusa il fallir mio, Poi ch'io nol so senza sperare in Dio. Giunto il Meschin al Caspio mar, trapassa La montagna d'Aronte, e ne la cima D'Arantes la Città ueder non lassa, E Samurà, che con Media uicina, Che l'una, e l'altra er' abbondante, e grassa; Poi le montagne di Media declina, E uede un fiume chiamato la Sonda, Che di molte montagne e d'acque abbonda. Indi è Sinica fredda, donde uiene Il gran fiume chiamato in quel paese Bausticone, e'l Regno in se ritiene Di quà dal fiume tre Città distese, Disse la guida, e così ti conuiene Vederle, nè ti basta hauerle intese; Or' odi, com'il nome lor si spiana Ortorecora, Orsona, con Selana.

Gli abitator di questi tre Reami Son'huomin di statura grandi, e rossi Di carnagione, & hanno assai bestiami Dimestichi, però giudicar possi, Che l'aer con dolcezza il paese ami Per esser, com'ho detto, grandi, e grossi. Nasceui molta seta, e grano in copia, Nè u'han di cosa à i lor bisogni inopia. Buoi, e caualli è la lor mercantia, E de la seta fanno tal racolta, Che ne forniscon tutta la Soria Per il mar Caspio, e così uanno in uolta. Al Meschin manco incresceua la uia Sentendo ragionar; ma pur con molta Noia salir di Cornes le montagne, Che scoprono di là noue campagne. In mez'à l'Alpe trouaro un castello Di Bersaricche posto nel confino Chiamato Castel sano, e presso à quello Passaro; dipoi preser'il camino Giù per la ualle, e giunser'in un bello, E spatioso piano, ond'al Meschino Volt'una guida, disse, in Persia siamo, Nè per due dì Città trouar possiamo. Parthians noua si chiama tal parte, Solta è quella Città, che dè trouarsi, Regn'è di Persia; ma molto in disparte, Però che quì comincia à principiarsi; Conuien, come sei giunto, appresentarte Al Re, che fa Pacifero chiamarsi, E' tal paese sottoposto al segno Di Scorpio più, che nessun'altro Regno. Questo disser le guide, poscia entraro Dopo i due di ne la Città predetta, E dinanzi al suo Re s' appresentaro; Ma per le strade uider gente in Setta, Che'l Meschin per miracolo guardaro, Anco al Re molto uederlo diletta; Non sà se maschio, ò femina gli pare, E da le guide sel fe dichiarare. Al Meschin, che l'intese s'inuermiglia La faccia d'onestissima uergogna, E disse, alzando uerso lui le ciglia, Io maschio son, poi che dirtel bisogna; Il Re di sua beltà si merauiglia, E già di brutto uitio seco agogna Di tentare il Meschino, e nel palagio Stanza fe dargli, oue stesse con agio. E poi la sera uolse, ch'egli andásse A' cena seco, e fu sopr'un tappeto Disteso in terra, e tal fu la sua asse; Ma quel lusserioso, & indiscreto, Senz'aspettar, che più'l Meschin cenasse, Per man'il piglia, e con atto inquieto Lo sfrenato desir gli fe palese, Ond'il Meschin di colera s'accese, E se nò, che le guide fanno scusa Del paese, ch'è sotto à cotal segno, Haurebbe già quella cena confusa, Pur dimostr ò d'hauerlo forte à sdegno; Il Re si ferma, e con la bocca chiusa Stassi, ueggendo'l tanto d'ira pregno, E la cena hebbe fin senz'altro dire, Cosi s'andaro à la fine à dormire. Il Re per tema, ch'ei non si partisse Leuatosi per tempo il dì seguente, Trouò't Meschin, e pregando'l gli disse, Ch'à sua presuntion non ponga mente, E che più non uedrebbe, ch'egli ardisse Far simil' atti, e tanto acconciamente Fa la sua scusa, che'l Meschin gli ammette Quante parole in suo fauore ha dette. E seppe tanto far prima, c'hauesse Postesi l'armi in dosso, che parlando Di camera il condusse, oue potesse Poter ben di lui fare il suo comando; Prima gente ordinò, che gli tollesse In questo mezo l'armi, sì che quando Pensa in dietro tornar, fu circondato Da un forte squadrone, e bene armato.

Ne la sala Real, com'un ladrone (Però, ch'armi non han con che s'aiti) Fu menato, pensando ire in prigione; Ma poi uede molt'altri compariti, E uede, che dinanzi gli si pone Vna fanciulla da coloro usciti D'una camera, tra molte donzelle; Tutte assai nere; ma del resto belle. Vn dolce tradimento, un dolce inganno Volto al Meschin, il Re disse, uo farti, Perche questi paesi miei non hanno Nessun, che di beltà possa agguagliarti, Io uo far quel, che glialtri Re non fanno, Però sarai contento accompagnarti, Per moglie quì uo darti la mia figlia, E farti primo tra la mia famiglia. A' cui diss'il Meschin, nol farò mai, Ch'io uenuto non son per quest'effetto, Il Re disse, per forza lo farai, Se no'l fai per amore, io ti prometto, Dicean le guide, Signor tu potrai Lassarla sempre, fa quel, che t'è detto, Se non rimedio al tuo campar non ueggio, Però de i due partiti lassa il peggio. Veggendo pur, che consentir non mostra, Di morte il Re crudelment'il minaccia; Dopo tua morte, seguirà la nostra, Diss'una guida, mezo morto in faccia. Il Meschin disse, per causa uostra, E per non ui far mal, conuien, chi'o faccia; Così mal uolentier la rifiutata Donna restò dal Meschino sposata, Non fu per questo il Re fuor di sospetto, E tanto più la sua partita teme, Che non sà quel, che le guide habbian detto; Ma pur ueggendo, che'l caso lo preme, Deliberò farlo pigliar nel letto Mentre, ch'ei dorme, con le guide insieme, E così fe, ch'à pena erano entrati Nel primo sonno, ch'e' furo assaltati. Al Meschin tolser prima le difese De l'armi, e così poi lo fer prigione; La noua sposa il caso bene intese, Delquale haueua gran compassione, Verso del qual'hauea le uoglie accese, Che uenir fan quel segno di Scorpione, E parle esser gabbata, che'l marito Dal padre sia condotto à tal partito. Era il Meschin in un fondo di torre Statoui già due di senza mangiare, Ne l'altra stanza fe le guide porre Il Re, che seco non possan parlare; Ma pur fuor di prigion fur fatte sciorre, Imperò, che ben sepper cicalare. Il Meschin'era già dimenticato Da tutti, hauendo due dì digiunato. Ma ben con la sua dolce, e cara madre La noua sposa si lamenta, e dice, Che uoglia tanto impetrar da suo padre, Ch'aiutar possa lo sposo infelice; Fur sue parole sì giuste, e leggiadre, Che'l padre al suo uoler non contradice, De la prigion le fece dar le chiaui; Ma non uuol già, che di là dentro il caui. Dicendo, fa mia scusa, ch'io nol lasso Vscir, però, ch'io temo sua partita; La fanciulla n'andò più, che di passo, Portando seco da tenerlo in uita, Che per la fame era fatto sì lasso, Ch'era mancata sua uirtù gradita, Et s'era già con Dio tutto rimesso, Conoscendo sua morte esser' appresso. Vna finestra aprì, che rispondeua Nel fondo de la torre, la dolente Fanciulla, laqual già seco temeua Di non trouarlo de la uita assente; Poscia il mangiar, che portato gli haueua Gli porse in un paniere acconciamente, E con parole dolci lo conforta Chiamandolo sua uita, e chiara scorta.

Posto s'era à mangiar quelle uiuande Il buon Meschin, che'l bisogno uel tira Nè à cosa ch'ella parli, ò che dimande Le risponde egli, nè punto la mira La fanciulla pur dice l'amor grande Ch'ella gli porta, e che per lui sospira Ma pur parendole esser disprezzata Di quiui si partì mezo adirata. Laltra mattina à se fece uenire Vna di quelle guide, e gli racconta Com'il Meschin non l'ha uoluta udire Egli ridendo disse, non si conta Per merauiglia, quel ch'io sento dire Ch'ei la mente non ha già sì disgionta Che'non apprezzi uoi, che siete il fiore Di quante donne mai sentiro Amore. Non intende il parlar, dunque è scusato Per esser forestier, come sapete E questo ui sarà certificato S'un di noi à parlargli condurrete E troueretel sempre apparecchiato E pronto à far di lui quel che uorrete Piacque à la danna il parlar de la guida E tutta nel conseglio suo si fida. Fa portar da mangiare à certi serui Che menò seco, e con la guida gionta A la prigion, dice, Dio ti conserui Al suo Meschin, che con la uoglia pronta Pur la dispregia, che i pensier proterui Suoi, mal con questo nouo amore affronta E delibera porsi in abbandono Nè di parole le mostra alcun sono. Tu uedi, uolta à la guida diceua Egli non mi risponde in alcun uerso Allor (la guida dice) ò Signor leua Questo pensier, che quì ti tien sommerso; Il Meschino acramente si doleua Seco del suo destino, e caso auuerso Dicca la guida, buon uiso le mostra Che quì consiste la salute nostra. Io la uorrei ueder mangiar da i cani Il Meschin dice, ma se fuor con uita Scampo, e con lìbertà de le mie mani Farò uendetta di questa infinita Miseria, e di costumi sì uillani E farò che mai più sarà tradita Dal falso Re persona, che per sorte Venga di nouo à uisitar sua corte. La Fanciulla domanda, ciò c'ha detto Che sì lungo parlare insieme han fatto Disse laguida, ei dice c'ha sospetto Sempre di mal, fin che fuor non è tratto Per questo, al tuo parlar non pose effetto Deh, gli diss'ella di quanto gli ha fatto Mio padre, dì, ch'ei non si pigli affanno Che non gliè per tornare oltraggio, ò danno. E digli, ch'ogni minimo suo male Sarebbe la mia morte aperta, e chiara E pregal, ch'ei mi dia qualche segnale Ch'egli con me non tenga alcuna gara Di quant'io l'amo, e s'esser micidiale Di me non uuol, che faccia manco amara Questa misera uita; e in somma faccia Ch'io mi possa posar ne le sue braccia. La guida il tutto dice al buon Meschino E'l Meschin, gli risponde ogn'hor piu duro Ma pur per allargar sì stran confino Dice, e per darci luogo più sicuro E per poter seguire il mio camino L' animo fin ad hor mio casto, e puro So contento à chinar, poi che uuol sorte Che mi minaccia d'oltraggiosa morte. Dunque, rimanti seco, e non ti doglia Che l'huom di questo non porta uergogna Volto à la donna, dice, la tua uoglia Contenta seco, quanto ti bisogna Ch'egli è contento, e così de la soglia S'uscì, lassando lei, che tanto agogna Far la pace carnal, se per lei tiene Riceuer il Meschino oltraggi, ò pene

Partitasi la guida, la figliuola Del Rè dal grand'ardor spronata, e uinta Ancor che non s'intenda in lei parola Diede opra, à seguitar la sua non finta Voglia, et abbraccia al Meschin suo la gola Ma ben che freddamente fosse cinta Da lui nel mezo con le braccia; fece Quel che stimar si può, ma dir non lece. E presa poi maggior dimestichezza Tornar più uolte, à i dolci abbracciamenti Ne la fanciulla si uedea bellezza Se ben son i colori alquanto spenti In lei, perche sbandita è la bianchezza Di quel paese, in tutte l'altre genti Ma per conchiuder dico finalmente Ch'ella d'un figlio grauida si sente. Tornossi à la sua stanza, allegra, e piena D'un cocente desir di trarlo fuore De la prigion, laquale haueua piena Già d'ornamenti, da real Signore Ordinogli la sera ben da cena Ch'ogn'hor più cresce l'amoroso ardore E le guide, la stimolano ancora Che uada al padre, e lo faccia trar fuora, A' la Reina madre, che l'amaua Spesso ne parla, ond'ella ch'altra figlia Nè figlio non hauea, desideraua Di questo contentarla, e'l tempo piglia Ch'il Re senza pensier, folingo staua Tutto giocondo, e con allegre ciglia E giunta à quel, disse, consorte caro Ascolta di tua figlia il pianto amaro. Con paterna pietà quindi l'accoglie Dicendo, dì pur figlia il tuo pensiero Ella con tal parlar la lingua scioglie Dicendo, tu m'hai dato un Caualiero Per mio marito, e per ch'io sia sua moglie Na non so se tal fatto è finto ò uero So ben ch'appena non uidi il suo uolto Che l'hai fatto prigìone, e me l'hai tolto. M'hai mostro il dolce, e poi mi dai l'amaro A lui prometti pace, e gli dai guerra Destimel per marito, e l'hebbi caro Ma non perche'l mandassi sotto terra Non m'esser padre di tal gratia auaro Liberamel di là, doue si serra O se ti piace pur suo stratio, e morte Fammi il tutto patir col mio consorte. Erasi posta in terra, in ginocchione Dinanzi al padre, e da gliocchi uersaua Lagrime in copia, tal ch'ogni Barone Per la pietà con essa lagrimaua Il padre uinto da giusta cagione Disse à tua posta di prigione il caua Subito menal quì, ch'io uo che giuri E che di non partirsi m'assicuri. Fu cauato il Meschino, e fu condotto Al Rè, che prima hauea fatto uenire Vn suo Cadì, ne la lor fede dotto E fegli innanzi i sagri libri aprire Il Meschin ui giurò senz' altro motto Ma non pensaua gia poi d'obedire Tal giuramento, perch'egli non crede In Apollo, ò Macon de la lor fede. Giurato c'hebbe, il Re perch'egli stesse Più uolentier, di tutta la sua gente Il fece Capitan, di poi l'elesse Re, dopo la sua morte incontinente E comandò, ch à quel ch'egli uolesse Gli fusse ogn'un de' suoi ubidiente E per le noue nozze molti giorni Festa fe far per tutti i suoi contorni. Sì, che'l dominio in poco tempo tolse Sopra la gente di guerra, e di pace Che così il Re per suo contento uolse Per dargli sicurtà maggiore, e pace Ma nel segreto il Meschin non si stolse De l'alta impresa, se ben seco tace Et à la fine, à i Median l'ha detto Poi che'l Re uede star senza sospetto

Le guide esser parate al suo uolere Dicono, e nel camin parlano spesso Dicendo che bisogna prouedere Prima ch'in tal camin si fosse messo Che diece dì da mangiare, e da bere Non troueran pel camin, che concesso Da lana tura, à quel paese è stato Non ch'egli sia di tanto ben dotato; Dicea'l Meschin, lasciate à me il pensiero Che ben prouederò di uettouaglia E di tutto ch'à ciò farà mestiero Prima che'l Sol tre uolte al Polo saglia E se segretamente, di leggiero Far nol potrò, per forza di battaglia Ciò ui prometto far, perch'io non posso Tener, quand'ho la spada, e l'armi indosso. Così dopo tre mesi, c'hauean perso Quiui di tempo, in sù la meza notte Quando ogn'uno era nel sonno sommerso Fur da lor tre ne la stalla condotte Le uettouaglie, e dato modo e uerso Che da nessun non gli sien lor opre rotte Carchi i miglior caualli de la corte Vscir de la città fuor de le porte. Stauan le porte aperte, com'il giorno Però ben lor successe, ogni segreto Et uerso l'India in fretta caualcorno Quanto poteuan costeggiando drieto Al monte Masdron, e girando intorno Nel far del dì, s'accorse'l poco lieto Re, con la figlia, che n'hauean sospetto Non trouando le guide, e lui nel letto. Fece cercar per tutto, e fatto chiaro Fecesi armare, e caualcare ancora Cento de'suoi con seco, e con amaro Pensier lo seguitò, correndo ogn'hora Fin che scoperse da lontan, chiraro O non mai teme,, quand'è liber fuora A' la campagna, onde le guide accorte Ecco il Re, disser, che uuol darci morte. Disse il Meschino, or posso uendicarmi Di quante ingiurie, e quanti tradimenti Riceuuti ho, però uiene à trouarmi E uoi non siate al uostro camin lenti Ch'io uo ueder se forz'haran quest'armi Di far, che d'ogni mio scorno si penti Disser le guide, seguitate poi A piè del monte, e trouerete noi. Così le uettouaglie innanzi messe Fur da le guide, e'l Meschin si rassetta La lancia in mano, e fin che'l Re giugnesse Aspettò, che ueniua con gran fretta Prima che'l Re per giostrar si mettesse Dissegli un seruo, il tuo nemico aspetta Per Dio Signore accetta il mio conseglio Tornati à dietro, che per te fia meglio. Io son d'Arabia, e ben conosco il modo De i Caualieri Arabi, e Turchi, e Grechi Che mai per aspettar, pongono in sodo Che'l cor feroce à questo non gli rechi D'Italiani ancora à questo modo Molti ne uan pel mondo, e non son ciechi Tanto de l'intelletto, che potendo Non odiassero il male al men fuggendo. Ma il sentirsi potere apertamente L'impeto sostenere, e uincer'anco Come d'ingegno, e d'animo potente Fa, ch'egli si dimostra ardito e franco E s'affrontare il uuoi, fa che di gente Ch'adietro uiene, al men non uenga manco Fuss'io pur giunto, il Re gli fa risposta Com'io potrò uendicarmi à mia posta. Al fin ui giunse, e con la lancia bassa Grida al Meschino, ancora à la campagna So castigar chi l'ordine mio passa E so far dare i tordi ne la ragna Disse il Meschin, non fare ormai sì grassa Questa brauata, che quì si guadagna Manco che tu non credi, che spogliato Non m'harai sempre, per ch'io sono armato.

Poser fine al parlar, perche'l furore Del Re Pacifer troppo innanzi scorre Dà di sprone al cauallo, al cui tenore Il simigliante corso al suo fe torre Il Meschin, che non è men corridore Ecco che basse cominciano à porre L'ingorde punte de le lance, e quelle Trouar le piastre per passar la pelle. Resse à lo scontro il ben ferrato scudo Del Meschin, come piacque al giusto Dio Ma'l suo, fu uers'il Re molto più crudo E fe contrario effetto al suo desio Ch'una spalla passar dal ferro ignudo Sentissi, che di dietro un palmo uscio E restouui il troncon, nè più ui bada Il Meschin, che già presa hauea la spada. E mette in rotta quei, ch'à poco à poco Erano giuntì al Re l'un l'altro doppo Ogn'un si tolle dal sanguigno gioco E guariscono i pigri del gir zoppo A tal, ch'in un momento, come il fuoco Fugge la Volpe, e'l Lupo, così il troppo Ardir del buon Meschin, fuggon coloro Che troppo presso ueggono il martoro. Non seguita il Meschin, chi fugge e torna Dou'era il Re, dicendo tu m'hai fatto Sì graue scorno, che come si scorna Vo ch'à tue spese impari questo tratto E con la spada addosso gli ritorna E gli fe dare al fin l'ultimo tratto Nè giù sì tosto in terra cascar fallo Ch'egli cambiò con esso il suo cauallo. Tols'il caual del Re, ch'era migliore Del suo, e segue la sua compagnia Fu ricolto di terra con dolore De' suoi il Re, che stimauan pazzia Il Meschin più seguir, nè lor dà il core Farglisi incontro ad impedir la uia Onde poi la città s' empì di pianti E la corte del Re d'oscuri manti. Rimase sconsolata la fanciulla Pensando al caso non pensato e fiero Così dicea tra se, così s'annulla La fida sposa, falso Caualiero Ma quel destin, ch'è dato da la culla Non passa senz'effetto di leggiero Ma se mio padre tanto in odio haueui Me, che ti fui fedel, menar doueui. De la morte, c'hai data à lui, mi doglio Ma lecito ti fu per tuo men danno Io morrei uolentier; ma uiuer uoglio E perch'il facci, sol li Dei lo sanno Graue di te rimango, ch'al cordoglio Ch'io debbo hauer mi fa minor l'affanno A qualche tempo, per tal mezo un giorno Potresti à la tua sposa far ritorno. Pensaua questa misera Donzella Per qualche uia fargli saper poi, come Fusse nato il figliuol, questa, nouella Ben che per doglia si strappi le chiome In capo d'otto mesi, d'una bella Creatura infantossi, & hebbe nome Pellione, e fu bruno, e fu maggiore Del padre, e forte, e di feroce core. Il Meschin giunse sempre costeggiando Intorno à i monti, à le lasciate guide Vennero insieme ad un fiume arriuando (Aris chiamato) grande, che diuide L' Alpe, dette Sarip, lequali stanno Con Corones congiunte, onde le fide Guide, disser, quel fiume si distende Nel Regno Stupri, e Tabiana fende. Il Regno Tabiana fende in cerchio E nel Regno di Stupri, poi ritorna Va sotto terra, che gli fa coperchio Brombas montagna, et altri Regni adorna Esce in Suascona, e non mi par souerchio Narrar, com'à la fin, dipoi s'informa Muta in Suascona nome, che uien detto Coas, poi tornano otto in un sol letto.

Si congiugne à la fin con sette fiumi E tutto insieme da la Persia parte L'India, che ingrossa come fan più lumi Congiunti insieme, e in separata parte Pindus, Indus, si chiama. Or che i Lacumi Trouano, un Median, ch'era in disparte E forse cento braccia innanzi andato Da un grande animal fu assaltato. Vscì d'una gran macchia, folta, ch'era Vicina al fiume Arich un trar di mano Com'un grand'Elefante, e questa fiera E col cauallo uccise il Mediano Il Meschin, che ciò uede, si dispera Che'l suo soccorso uede tardo, e uano Pur da cauallo smonta, perch'ei teme Più del cauallo, e più di quel gli preme. Mentre ch'à diuorar la fiera attende La fatta preda, il Caualier s'appressa E con tal colpo la lancia distende Che la Fiera passò tutta con essa L'aste quel animal con bocca prende Ch'era dentro à le guance molto fessa Et in pezzi la ruppe, non di manco Il troncon non potè trarsi del fianco. E dal nouo dolor, che la martira Mettesi in fuga, ma non le riesce Molto la corsa, on'il Meschin con ira Segue correndo il mostruoso pesce, Al fin lo giugne, e con la spada tira Col solito ualor, che di lui esce E le gambe di dietro in modo intacca Che dal gran busto, quasi gliele stacca. Rimase morto l'animale strano A uederlo il Meschin fermasi, e troua Che ha pelo asinino, e poi con mano La testa e'l muso, maneggiar li gioua Cinque palmi ha di grugno e non lontano Il fesso de la bocca, che gli schioua Da gli orecchi la troua; e così'l resto Si confaceua di grandezza à questo. Altro fiume, che questo fuor non manda Quest'animale, in solito e bestiale L'altra guida diceua, e in fuga manda Il caual, quì bisogna metter ale Dice al Meschino, & egli, li domanda Qual paura sì subito l'assale Guarda dic'egli, s'ho d'hauer spauento Che ce ne uengon sopra più di cento Con prestezza il Meschino à caual monta E con la guida da lor s'allontana Che nel taglio fidarsi, e ne la ponta De la sua spada gli par cosa uana La fretta del fuggir, far tanto pronta Bisognò, che da tanta furia, strana Non poteron campar le uettouaglie Nè de ilor cariaggi, le bagaglie. E per due dì, continouando forte Di caminare erbe e frutti saluatichi Furo i lor pasti, per campar da morte E fu forza al dìgiun, diuentar pratichi Pur à la fin s'abbatterono à sorte In tra certi pastor, mezi lunatichi. Pur dieron lor del pane, e de la carne Tanta, che ben si poteron satiarne. Quei pien di merauiglia, e di stupore Com'il Meschin sia giunto in simil parte Stanno tra lor gli facean grande onore Quanto sapeuan far, ben che tal'arte Non sia usa tra lor, pur, fu maggiore Che'l Meschin non pensò sendo in disparte Del conuersare uman; & al Meschino Mostrauano per cenni, il buon camino. E l'inuiaro, doue un lago posto Era in un pian, d'acqua dolce perfetta Ilqual dipoi trouò poco discosto Intorno al qual, con la guida s'assetta A' rinfrescarsi, che sì caro il mosto Non saria loro, onde il Meschin con fretta L'elmo cauossi, empillo; e bebbe tanto Che la sete crudel mandò da canto.

Bagnossi il capo, e le man d'allegrezza Lòdando Cristo di sì largo dono E resa al corpo l'usata fierezza, Presero quel camin, ch'à lor piu buono Parue, e andando con molta prestezza, In un fiero leon dati si sono, Ch'al lago in sù quell'hora à ber n'andaua, Onde il Meschin fuor la sua spada caua. E smontò da caual, come s'accorse Il leon, che'l Meschin uuol far battaglia, Con gran furor le branche innanzi porse, E uerso il buon Meschin fiero si scaglia, Se ben co i denti, e con le branche torse Alquanto l'armi, non però le taglia, Perche la tempra loro è sì perfetta, Che'l Meschino saluar da tanta stretta. Staccandosi il leon per far la presa Miglior, fu dal Meschin da una ponta De la spada passato, ei con accesa Rabbia, di nouo il Caualier affronta; Ma egli tosto la spada ha distesa, E gli spacca la testa, onde la pronta Forza, c'hauea'l leon giù cadde à terra, Et al Meschin lasciò uinta la guerra. Dopo quello scontrò un liocorno; Ma non gli fece il Meschin dispiacere, Però, ch'andaua al detto lago intorno, Com'era usato sempre andarui à bere; Con quattro leoncini poi scontrorno Vna gran leonessa, quest'hauere Volse battaglia, e ne restò perdente, Che ui rimase morta incontinente. Nè per quel dì trouaro chi gli desse Altro fastidio, & essendo già sera Il Meschino, e la guida oltre si messe Per ueder d'alloggiar, se luogo u'era, Nè bisognò, che molto distendesse Il camin, che trouò ne la riuiera D'un'altro lago, una ulla capace, E si passar per quella notte in pace. L'altra mattina, non molto lontana Trouaro una Città, Sotora detta; Quiui gente abitaua assai umana, Nè gli fu da nessun punto disdetta L'entrata, ancor, ch'à lor paresse strana Cosa, uedergli correr con gran fretta Per rimir arli, e lor fer grand'onore, Che'l Meschino stimaron gran Signore. Ma crebbe assai maggior la riuerenza, Quando la guida fecelor sapere, Che'l Re Pacifer lor nemico, senza La uita ha fatto il Meschin rimanere; Per questa noua gli deron licenza, Ch'ei di lor faccia quanto è suo piacere, Son questi huomini forti, e sono bruni, E manco di grandezza, che communi. Tre dì ui stè'l Meschin, dipoi partissi Di tal Cittade, e gli fu dato prima Vn'altra guida, con laqual seguissi Più sicuro il camin, che fare stima. Dissegli l'altra guida, io non ui dissi Di tal paese dal piede, à la cima, Cubinar questa Regione è detta, Sonui molte Città, ciascuna eletta. Aras è l'una, e segue dopo questa La arida Alessandria, che fu fatta. Da Alessandro Magno, e dipoi resta Taueciana, Arcana, al uiuer atta, Badassar, Butadana, e se la sesta A' dimostrarmi il uer punto s'adatta, Restane quattro, l'una è Bitignana, Iubibus, Sotorà, Ciura, e Basana. Disse il Median, ch'egli l'hauea cercate, Così parlando arriuaro a i gran monti Detti Barombas, e in tre dì passate Furo da lor queste montagne, e gionti Al calar de le spiaggie, che uoltate Stauan di là, prima che giù si smonti In tutto, al Meschin disse il Mediano, Vedi Signor discosto quel gran piano?

Quello è quel fiume, ch'à dietro lasciamo Chiamato Daria, e questi monti passa Di sotto terra, à tua posta caliamo, Che poco di tal parte à dir si lassa, Però, che in Indià pian pian n'appressiamo. Doue tal fiume il primier nome lassa, Non più Daria, ma Indio uien chiamato, Ora, che sotto i monti uien passato. Tutta la terra dou'il fiume bagna Verso Leuant'e la Tartaria ghiaccia India la grande col nome accompagna, Nel qual paese conuien, che tu faccia Molte giornate, ond'il Meschin si lagna Di tant'impresa seguitar la traccia, E sopra'l destro piè fermossi alquanto, E poi uoltossi intorno d'ogni canto. E squadrato il paese si riuolta Al Mediano, e dice, che ueggh'io? Sù la man manca, quella sì gran folta, Son nuuole, ò son monti? perche'l mio Giuditio, col ceruel già dà la uolta, Disse la guida, tosto il tuo desio Sodisfarò, monti Masarpi sono; Ma pur'aspetta quel, ch'io tiragiono. Noi non debbiam passar per quella parte, Perche son luoghi frigidi; la uia Nostra è nell'altra man, molt'indisparte, Là doue il caldo ha maggior Signoria; Quel giro di montagne, oltre comparte, Et ha principio à l'erta Tartaria, E nel mar Caspio à terminar poi uanno, Nè montagne sì grandi al par non hanno. A tre giornate sono appresso, doue Di tre giri di monti fe serrare Alessandro la bocca, che con proue Miglior, non seppe i Tartari domare, Or e'è qualch'un, che certo dubbio moue, Che de Giudei diece tribu murare Vi fe; ma non s'accordano al sicuro, Perch'à i suoi tempi i Regni lor non furo. E per dir meglio, molte centinaia D'anni, Alessandrò fu pria, che gli Ebrei Regno tenesser, come par, ch'appaia In altra parte, che ne i detti miei; Ma Tartar'furo, e de gli Ebrei è baia, Ben'è uer, ch'Alessandro da gli Dei Volse saper, chi per maggior s'appelle, Il Dio, gli fu risposto, d'Israele. E la notte seguente in uisione Gli apparue il Padre eterno, e Dio uerace; La mattina seguente in gìnocchione Tentar uolse, e ueder quanto uiuace Fosse il suo prego, e fe quest oratione; O d'Israele Dio fa, s'ei ti piace, Se sopra tutte l'opre tue son magne Comanda, e fa serrar queste montagne. Onde Dio per mostrar, che onnipotente Era sopra la terra, e sopra il cielo, Fece serrar quei monti immantinente Sol per leuargli d'ignor anza il uelo. Di tal montagne nascon similmente Molt'altri fiumi, & è tanto il mio zelo Di dirti queste cose, ch'io non guardo, S'io son prolisso, ò nel diffinir tardo. Dì pur, diss'il Meschin, ch'altro conforto Non ho, nè chi'l camin più leggier facci, Però non badar più se lungo, ò corto Questo tuo ragionar meco ti facci; Diss'egli, poi che quest'ardir m'hai porto Seguirò senza tormi tali impacci, Dirò de i fiumi grandi, e piccolini, Che sonde i Regni termini, e confini. Però de le Montagne, c'ho narrate Oltre à l'Indo, esce Sarnacos pur fiume Suastene, e'l Regno là dou'or a andate Indos uien poi, che lassa per costume Viuer d'odor di pomi le brigate, Et è tal uita à tutti lor commune, Però tal Regno, Pomadas si chiama, Nè più tranquilla uita iui si brama.

Vn'altro Regno, che di là poi uiene Casperio è detto, che'l confino stende Per fino al fiume Sardabal mantiene, Varan poi segue, pur fiume, che prende Fino al fiume Bibans, or mi conuiene Dir quanto di tal fiume se n'intende, Perche congiunti insieme Isola fanno, Poi tutti in un camino insieme uanno. Di là da Bibans segue Zilidina Pur Regno, e fin'à Dimuas arriua, Fiume anche questo, con loqual confina Vn gran paese, oue persona uiua (Perch'è deserto) mai non ui declina; Di là u'è'l fiume Gionzes, ch'in la riua Del mar si cala, ch'Indicos si dice, Or'odi qual paese e'l piu felice. Tra Indicos, e Cancer, i migliori Paesi d'India sono, e questa parte E' di quell'una, doue or tu dimori, E come tu cominci à lontanarte, Vscirai sempre di questo più fuori Verso Parisca, conuiene appressarte, Che uien tra India, e Cancer l'altro Regno Sardapora, tra terra uiene à segno. Quel, ch'al monte Masarpia uiene appresso, Cilidia ha nome, in questo non andiamo; Or tra Cancer, & Indus fiumi, è messo Il Regno d'India; ma nota, ch'io bramo Nararle chiar, Masarpia prima ad esso Si troua, & à Masarpia di quà siamo; Di là da India uà uerso Leuante Cancer, e scorre quel paese innante. Et Indus uerso Persia si riuolta, E da l'entrar, che tai fiumi in mar fanno V'è cinquecento miglia, e doue tolta Ciascun d'essi la uolta d'insieme hanno Son mille miglia, e non è però molta La distantia, là donde insieme uanno In India (intendi ben) dou'ogn'un piglia La uolta, perche u'è cinquanta miglia. Tra tal mezanità di questi fiumi Tutta la nobiltà d'India ui siede Mercanti sono, e di ciuil costumi, Trafican spetierie, come si uede; E perche manco tempo io ci consumi Basti à dir, c'huomin sien di molta fede, Gli abitati lor Regni uo mostrarti Più breuemente, ch'io potrò narrarti. Di uerso Persia Albaonas, pur Regno, Largoas, Biruas, al mar di Leuante Vicini, e'l Regno Tauri à quel segno Meduras, Arcufà, poco distante, E' tal Regno Arcufà quasi'l più degno, Per una gran Città, che passa auante, Col medesimo nome, & è la prima Sedia de l'India, e in maggiore stima. Di queste maggior parte ne uedrai (Diss'al Meschin la guida) ond'egli forte Sospirando rispose, uedrò mai La fin di tal uiaggio? per sì torte Vie, mi conuien cercar quel, ch'io pensai Breuemente trouar; ma se la morte Non s'interpone à tanta giusta uoglia Seguitare oltre uo, segua che uoglia. Non ti doler Signor, disse la guida, Che'l più forte è passato, or segue il buono Camino, ei luoghi sol, doue s'annida, E si stà uolentier, che tutti sono Abitati paesi, e ui si fida Ogn'un, quiui natura ha posto il dono Di gran ricchezze, e tante spetierie, Che uan pel mondo da diuerse uie, Quiui l'Indico mar, quiui Plobana Isola, Reuca, e'l monte Tigrisonte Vedrai, là doue è l'Idolatria uana, Che uai cercando con le uoglie pronte, Gli arbor del Sol, quantunque cosa uana, E de la Luna uedrai sù quel monte; Potrai per altra uia poi far ritorno, Che uedrai più d'un bel paese adorno.

L'India abitata, e la Persia uedrai, Così l'India minor, prima l'Egitto Sia che accidente uuol, che tu n'harai Assai più gran piacer, ch'io non t'ho ditto; In Soria dopo questo n'anderai, Nè più, nè men, com'io te l'ho descritto, Il Meschino, che l'ode, si conforta, Poi che sì bene il Median l'esorta. E con questa ragion, calaro intanto La gran montagna, e'n Suastene pronti, Lassando il monte Barcombas da canto, Sì che uerso Leuante erano gionti, Però uadano pur, che questo canto Non mi concede, che più ne racconti, Et io lassato questo, seguir uoglio Se'l potrò fare, e dirne, com'io soglio.

IL FINE DEL CANTO DECIMO.

IN QVESTO VNDECIMO CANTO, IL MESCHINO CON la sua guida seguendo il viaggio loro, incontrano molte strane auenture, sono benignamente riceuuti da alcuni Indiani, si narrano diuersi paesi, & luoghi dell'india, & i bei modi di coglier il pepe & altre diuerse spetierie, che da loro à noi vengono.

CANTO VNDECIMO.

LA man de la tua gratia, e la dolcezza, Che danno i prieghi al tuo fattor per noi, Miseri peccator, Donna, bellezza Del ciel, contento, & pace de li tuoi Deuoti, porgi à la mia uil bassezza, E fammi acquistar Vergine, che puoi Intelletto, e fauor, perch'io non resti Ne l'otio immerso, e che mai più mi desti.

Io fol ne la tua gratia mi confido Seguendo com'in capo dì tre giorni Del fiume Tebas, giunsero nel lido L'altro dì uider, come son due corni Torcer due fiumi, con superbo grido E congiugnersi insieme in quei contorni Così di due fatti uno, e poi chiamato Indio, che uuol dir due in un tornato. Et India, similmente in due partita Altri dicon per Indos Re si chiama Così, che fu suo Re, ma la più trita Ragion si tien come n'è chiara fama Che col raggio del Sol piu presto unita Si troua ch'altra parte, ond'ella brama La notte più che'l giorno, che ui sface Gli abitator com'un'accesa face. La chiaman gli Affricani India minore Perche d'Africa e'l capo, e gente nera Et hanno il prete Ianni per Signore Che la più parte di tal terra impera Consumando in parlar la strada, e l'hore Son già del Nilo sopra la riuiera Disse la guida, in quel paese affronte Vi sono region ch'io non u'hò conte. De le quai, due ue n'è, ch'io l'hò già dette Che sol d'odor di pomi son nutriti Nè alcuno à mangiare, ò ber si mette D'altre uiuande, ò far altri conuiti. Poi trouar genti pastorali inette Che stanno sempre à discoperti siti Trouaron anche molte città guaste In preda à Serpi, à Leoni, à Ceraste. Diece giorni seguir sempr'il camino Per tai paesi, per fin che trouaro I Monoculi, c'hanno sotto il crino Vn occhio solo, e con quel ueggon chiaro Gran caldo già ui sentiua'l Meschino E quanto andaro più, più lo trouaro La guida tutta uolta fa la scorta Passand'innanzi, e'l buon Meschin conforta Ma di conforto bisogno, e d'aiuto Hebbe egli al fin, perch'innanzi à la uia Vn cento braccia sendo peruenuto Sente un gran uento, ne sa quel che sia Soccorso chiede, e per tem'è caduto Già da cauallo, per grand'albagia Ma subito un Grifon col fiero artiglio Vi giunse, & al caual diede di piglio. Squarciolli con l'unghion la schiena e'l uentre E cominciossi à pascer de la carne Il Meschin, ch'appressato era già mentre Di tanto danno non puote altro farne Ma pur conuien, che seco'l Grifone entre A far battaglia, ma prima cauarne Ne uolse il suo cauallo, e già ne scende Et aspra zuffa poi con esso prende. Com'un Drago l'uccel soffia feroce E con l'artiglio lo scudo gli piglia Che'n braccio haueua, e di poi con l'atroce Becco ne l'elmo l'afferra, e scompiglia Ben ch'al Meschin tal presa poco nuoce Che l'elmo resse con gran merauiglia Onde, trouandol col becco sì duro Spiccossi per tirarsene al sicuro Ma nel partirsi, con la spada cala Vn fulminante colpo che gli prese In nel colpire, un gran pezzo d'un'ala Di che'l Grifon di più stizza s'accese E uoltossi soffiando, è fuore essala Vno strido terribil, che'l paese Tutto sentillo, ma'l Meschino in questa Furia, col brando gli partì la testa. Cascò subito morto l'animale Vols'il Meschin ueder la sua statura E disteseli prima ambe due l'ale Da una punta à l'altra poi misura Diece braccia distante fan segnale Poi tutt'il resto molto ben procura D'Aquila il becco, e'l capo, e'l collo haueua Ma di maggior misura rispondeua.

Maschio era, e tutto di color rossigno Disse la guida, ch'era assai maggiore La femina, e pur fiera, e di maligno Aspetto. Il Meschino hebbe assai dolore Del caual morto, e perch'era benigno Disse, daremo al mio caual maggiore Soma, e si pose il Mediano in groppa Et uerso una città così galoppa. Giunsero à la città, ch'era abitata Da gente nera, con un'occhio solo Nè u'era intorno terra lauorata Solo à Bestiami attende questo stuolo La città era Arcoita chiamata Et il Regno Redordas, uerso il Polo A dusto posto; e del nostro Campione Presero tutti grande ammiratione. Grande spauento, e merauiglia grande Preser de l'armi, più che d'altra cosa E corre a gente da tutte le bande Per ueder il Meschin; ma nessun'osa Parlar, sol uolentier par che domande Il Signor lor, mentre ch'egli si posa De i fatti di Ponente, onde le guide Gli dauan relation, ueraci, e fide. Gran merauiglia, e gran piacere haueua Che'l Mediano suo linguaggio intende Sapendo che'l Meschin partir uoleua Del camin l'ammaestra, e dice prende Due di mie guide, e'l Meschino intendeua Per cenni solo, e sol con cenni attende A ringratiarlo, e accetta le scorte Caso ch'ei giunga à qualche passo forte. Indus fiume passò, sù certi legni Legati insieme, e sol meza giornata Quelle guide menò, poi fece segni Ch'ei facessero indietro ritornata Ma prima gl'insegnaron bene i Regni Con ogni strada bene abbreuiata Si che'l Meschin con la sua guida uecchia A' seguir il camin suo s'apparecchia Perche gli haueua altro caual trouato E lungo'l fiume Cancer, uer Leuante Sempre ne ua, tanto ch'egli ha scontrato Tra certi boschi, chi gli mene innante Quest'era un'animale smisurato Che soffiando ne ua di stran sembiante Grandi urli getta, ond'i caualli ombrati Si fuggiuan'in dietro spauentati. Il Meschin, che fuggir per nulla uuole Scende del suo cauallo, e si rassetta Per affrontarlo come sempre suole Il Median, disse, non hauer fretta Per Dio Signor, se'l ritardarti duole Che questa non è fiera maladetta Come son l'altre, e non fa dispiacere A chi non uuol' seco battaglia hauere. Non si resta il Meschin per questo dire, Ma fassi innanzi, per farne la proua, La fiera, com'il uide comparire Con la testa lo scudo gli ritroua Si, ch'in terra per forza lo fece ire Riuerso, che destrezza non gli gioua; Ma poi che uide ch'egli in terra staua Lassollo stare, e più non lo toccaua Rideuansi le guide di quell'atto Diss'il Meschino, al Grison non rideste Questo, disser, Signor non è già fatto Di tal natura, & uoi ben lo uedeste Vuole il Meschin prouarsi un'altro tratto Acciò che uendicato di se reste Schifa ella i colpi, e pur al fin si rizza In piedi, e se gli uolta con istizza Il Meschin, che la uede à la sua uolta Drizzata, le menò una stoccata Che le passò la pancia, senza molta Fatica, onde la bestia, che piagata Trouossi, mise un urlo, e diede uolta Per uia fuggirsi, ma non fu lasciata Che'l Meschin le tagliò le gambe drieto E fu de la sua morte al fin pur lieto.

Volse ueder com'in terra trouossi La bestia, quanto dura habbia la scorza Ne la cui schiena molto riprouossi Ma di tagliarla non hebbe mai forza Disse la guida, molte trouar puossi Per India di tai bestie, ogn'un si sforza D'hauer per arme questa pelle dura Che d'ogni colpo d'arme l'assicura. Dimesticar tal bestia non si puote. Nome ha Sentochio, e di lor pelli moltè Ne son per India, or le sue parti note Chiare farò sì com'io l'ho raccolte Nel mezo de la schiena sonno uote A guisa d'una sella, e com'un ponte Sta'l resto de la schiena e'l corpo tutto D'asino hà forma, & è molto più brutto. Bouino il capo, ma con dritte corna Come tra noi le tiene il becco in testa Le gambe di leon, ma'l piè l'adorna Vna sol unghia, or de la bocca resta Denti non u'ha, ma solo un'osso intorna L'una e l'altra mascella, e quella e questa Adopera à mangiar sol'erba, e pesta Con esse, barbe, con ciò che ui resta. Lassata c'hebber quella bestia morta Caminar uerso la montagna Spera Doue trouar d'una città la porta Chiamata Salum, la gente che u'era Son detti Picinnagli, onde la scorta Diss'al Meschin, come questa gent'era Quella che coglie il pepe, e caualcando Venner noci moscate assai trouando. Nascon come le nocchie, ò le nocciuole Che dir uogliamo, in queste nostre bande Nè tai spetie di noci trouar sole Ma d'altra assai più ch'un nostro ouo grande Chi ce ne porta quà chiamar le suole Noci Indiane, e seruono per ghiande A le lor bestie, e gli arbori del pepe Vider passando, e stan com'una siepe. Ma fu detto al Meschin, che son migliori E più perfetti, quei de la montagna Vespericus chiamata, e già di fuori Scorgono una città, c'ha la campagna Scoperta in torno, che gli huomin minori Hauea di lor, del resto gente magna Secondo tai paesi, e com'è detto Neri son tutti, ma d'umano aspetto. Suo nome è Selapura, e su ueduto Con quell'armi il Meschin per merauiglia. Quiui ciascun caual fu ben pasciuto Che biada in copia u'han per molte miglia Il Meschin passò quella, e peruenuto A Canogitia città, si consiglia Posarsi quella notte appresso fuore E uide cosa che n'hebbe stupore. Perche serrate à la città di poco Le porte, lontan uide i monti tutti Con gran parte del piano, arder di fuoco Nè sapendo perche, quei che ridutti Intorno gli eran, disser di quel loco I Picinnagli, così tranno i frutti Così colgono il pepe, e nè fann'arte Però mettono'l fuoco in quella parte La cagion che ciò fannò, è che la pianta Che fa tal frutto, per la sua caldezza La terra che sott'han, tutta s'ammanta Di certi uermi di strana fierezza Tal che nessuno accostarglisi uanta Che s'ascondon con molta ageuolezza Tra cert'erbacce, e certi spin sottili Così tra essi fanno i lor couili. E come il Sol di Virgo entra nel segno Ilqual arrido, e secco si ritroua Il frutto di tal arbor si fa pregno E si matura, e l'erbaccia che coua Li sotto, diuien secca, che sostegno E' di tai strani uermi, or che si moua A l ostro il uento aspettano, e poi danno Il fuoco, e così i uermi, morir fanno.

Or ch'Ostro spira, in più di sette miglia Di terra han posta la gran fiamma ardente Cessato il fuoco, ogn'un s'accosta, e piglia Vna pertica, e tende incontinente Sotto, con gran prestezza à merauiglia Gran tele in terra, e subito si sente Batter con quelle pertiche, e con questo Ordin lo colgon quanto si può presto. Pei fiumi à i porti loro il portan poi E barattanlo à Gran co i Mercatanti E à bestiame ancor, secondo i suoi Bisogni, che lor son denar contanti Così per questa uia ne uiene à noi, Ora uenuto il dì, passaro innanti Entrati in Canogitia, la passaro E per camino altre città trouaro. Portan sopra i Camelli le lor some, E pel uiaggio ne uidero assai A noi sono assai noti, il narrar come Sien fatti di souerchio esser stimai De le città trouate dirò'l nome Se ben Lettor, poco piacer n'harai Ch'i uocaboli sono, & aspri, e duri Pur bisogna ch'à dirli io mi procuri. Romorica trouar, laqual'è posta In Cautica, e questa è Regione Quella passata'l Meschino s'accosta A la città Cascamus, poi si pone Ad andare à Valmena, che accosta A due gran fiumi, i quai passar dispone Carulo è'l primo, e Vospar il secondo Dipoi trouaro un paese fecondo. Tal regione Calcitras si chiama E sterono à passare un giorno intero Per una selua assai grande per fama Del cui nome non seppero l'intero Ma ne l'uscire, il buon Meschin che brama Spedir tosto il camin, per quel sentiero In un fiero animale, e molto destro Si diè, che di far guerra era maestro. Il Mediano, e'l Sotoro mai furo Da tal timore oppressi, quando questo Animal uider uenir uia sicuro Vers'il Meschin, che non fu tanto presto A prouedersi, che d'un colpo duro Percuoter si sentì sopra'l sinesto Fianco, & à tempo cauò fuor la spada Che mal per lui, se più ui staua à bada S'arrosta quant'ei puote, e non può corre Colpo ch'ei meni, à l'animal ueloce Che destro si ritira, quando porre Pensa'l Meschino à fin tal mostro atroce Scende al fin del cauallo, perche sciorre Si uuol di quel timor, perche quel nuoce Molto al cauallo, e trouasi impacciato Che'l dritto assalta, & or il manco lato. Ma doue manca forza, con l'ingegno Supplir già pensa, e si lassa uenire Riuerso in terra, perche fa disegno Che facilmente sia per riuscire Com'in terra si pose il Campion degno La fiera il uenne subito assalire Con tutta la sua forza il scudo piglia Con bocca e scuote con terribil ciglia. E trouandol sì duro di leuarsi Prese partito, e partir se ne uolse Ma non potè si tosto lontanarsi Che'l Meschino una gamba uia gli tolse E leuatosi ritto, à uendicarsi Cominciò, fin che lo spirto gli sciolse Del brutto corpo, & à ueder si pose Le simiglianze sue miracolose. Haueua il corpo Leonino, e'l uolto D'huomo, e le gambe, e l'ugne di Leone Lupino il pelo, serrato e raccolto Con gran presa di bocca, e grand'ugnone La coda corta, pannochiuta molto Viuo soffiaua come fa'l Dragone Naso haueua schiacciato, e nel palato Tre ordini di denti u'ha trouato.

Armaticor si chiama, e la lasciaro Star così morta, seguendo la uia, Là doue una Città dipoi trouaro, Chiamata Alsagas; quì gran cortesia Fatta gli fu, questa già non passaro Sì presto, onde di simil compagnia Merauigliossi tutta la Cittate, Come iui sien lor persone passate. E fu lor fatto onor tre dì, che preso V'hauean riposo, che poi si partiro, Hauendo nel partire à pieno inteso Del più breue uiaggio, e di men giro, Che g'i arbori del Sol (di luce acceso) Gli guidi, ò de la Luna, e l'ammoniro, Che dritto al fiume Danoas per niente Non gisse, che'l camino era dolente. E gli fu detto cinquecento miglia Di selua u'è sempre continuata Et euui fiere di gran merauiglia, Seluagge tutte, con la trasmutata Forma d'huomini, e donne, che si piglia per bestia, e come bestia esserui nata, Sì ria generation, cosi natura Vi fa serpenti fuor d'ogni misura. Saluatichi elefanti, e tigri, e molti Leoni, e leopardi, & una setta D'animai, che nei boschi stan piu folti, La quale in India, Zempotricia è detta Han lunghi colli, e quando son raccolti, Non gli si ueggon, che con molta fretta Se gli mettono in corpo, e poi cauati Son'otto braccia giuste, misurati. D'elefanti più grandi quattro uolte Sono, & han quattro palmi fuor di bocca I denti, con le punte in sù riuolte; Grand'han le gambe, de i piedi mi tocca A' dir, che u'han tre ugne, in giù raccolte, Et ogni pianta tronca, ch'egl'imbrocca, Il piede ha giusto, per la cui grandezza, Ciò, ch'urta, e'n toppa, ogni cosa scauezza. Sonui certe montagne, che ui stanno, Huomin, che per natura son saluatichi, Che ha testa di cane, e la bocca hanno Abbaian, come cani, & son lunatichi, Chiamansi Canamoni, allegri uanno Nel tempo tristo, & al miglior mal pratichi Mostransi, che fan doglia, & urli strani, Mentre, che da la pioggia son lontani. D'un'altra sorte d'huomini ui stanno, C'han la punta del piede in dietro uolta Ancor d'un'altra, che sol'un piede hanno, E quel sì grande, che senz'hauer molta Fatica, sopra'l capo ombra si fanno, Quand'il Sol più gli scalda à briglia sciolta Senodopes son detti; un'altra ancora Sorte d'huomini strani, ui dimora. Questi son posti in più lontana parte, Doue Danao fiume à l'Ino mare Entra, à i quai la natura mal comparte, Che con un'occhio sol gli fa guardare, E quello hanno nel petto, e non si parte; Vsan con quattro gambe caminare, E così corron forte, & hanno il pelo Lustrante, e bello, co' purpureo uelo. Il capo, han come l'huomo; ma peloso Tutto, e ne l'acqua uolentieri stanno, Staua il Meschin'attonito, e pensoso Al ragionar, che color fatto gli hanno, E così dando fine al suo riposo, Ogn'hor gli par per uia partirsi, un'anno, E uerso l'Indio mar pres'il uiaggio; Per più sua sicurtade, e più uantaggio. Per tal camin Cristiani, e Saracini Trouò con molte diuerse nationi, E molte Città buone, i cui confini Han nere genti in assai regioni. Di quiui poi uoltaro i lor camini Verso l'australe, sopra i liti buoni Del fiume Arancueca, che del monte Melises esce, ne la prima fronte.

In sette giorni a Frigurica gionti Di quiui furo, città popolata Da Cristian, che son'huomin giusti e pronti Mereanti, & è da quelli assai pregiata Tal arte, e son con Tigliaffa congionti Region d'India, la prima stimata E tutti quasi intorno, e in questo loco Cristian son di cintura, e chi di fuoco. Giunse'l Meschino à la città del Regno Predetto, che Tigliaffa pur si chiama In libertà si sta suo popol degno Et è città tra lor di molta fama. Fecero grande d'allegrezza, segno Sapendo che'l Meschino i Cristiani ama E che gliera Cristian, si che l'onore Futal, che far non gli potean maggiore. E tanto più, ch'à l'abito, al sembiante D'huom ualente mostraua, et uso in guerra Da l'altra parte gliè detto le tante Sue proue da le guide, che la terra Di uoce in uoce s'empie sempre innante Onde l'amore in lor sempre si serra E derongli un palazzo de migliori De la città, degno di gran Signori Da molti cittadin fu uisitato Per riuerenza di sue degne proue E fu da molta gente presentato Che la cortesia lor così gli moue Il Doge lor, che fu ben'informato Di sua franchezza, non intesa altroue Mandouui Cariscopo, suo maggiore Capitan, per mostrar di fargli onore. De la felice Arcabia era uenuto De la città di Saba, & è Cristiano Fatto, però c'haueua conosciuto Quanto che ogn'altro creder fusse uano Giunt'al Meschin, dopo un gentil saluto Et un parlar, cortesemente umano Seppe ch'era Cristiano, e perche conto Per sì lungo camin fuss'iui gionto. Come chiar seppe Cariscopo il fatto Et ch'andar uuole à gli arbori del Sole Restò di tal uiagggio stupefatto E cominciolli à dir queste parole Se Dio uittoria mi da questo tratto Contr'al nemico, che battaglia uuole Io uo teco uenir, pur che ti piaccia Restar quì, fin che la guerra si faccia. E seguì poi di dir, che certe terre Di nouo ribellate, han l'armi prese In contr'à la cittade, e che le guerre Eran tra lor, gia crudelmente accese Risposegli il Meschin, pria ch'io mi sferre Di quì, pur che ui piaccian mie difese. Per la uostra città, con uoi tor uoglio Anch'io l'impresa, sì come far soglio Se d'aspettar ui piacè, io ui prometto Rispose Cariscopo, di uenire Con uoi, la doue andare hauete detto E se più oltre harete anche desire Pur che la guerra, che di fare aspetto Con uittoria si possa diffinire Accettollo il Meschino, e fu contento Di fare in questo ogni suo piacimento. Fugli mandata molta uettouaglia E presentato magnificamente, E l'informaron ben de la battaglia Che lo stimaron Capitan ualente, Ben che non sappion quant'in arme uaglia Fu tra loro ordinato in mantinente Con consenso de i primi de la terra Di farlo Capitan di quella guerra. E Cariscopo, per il primo prega Ch'egli accetti'l baston suo Generale, Il Meschin tal'offerta al tutto nega E poi che'l prego de gli altri non uale Cariscopo umilmente almen lo lega Che per compagno à la guerra fatale Gli resti, ei fece il suo uoler di questo E dieron à la guerra ordine esesto,

Il quinto dì, ch'à Tigliaffa era gionto La nuoua à la Città si fece chiara, Ch'era gran gente de' nemici in ponto Per dare à la Città battaglia amara, Et assediarla con superbo affronto Sbigotisce la uulgar turba ignara, L'altra gente feroce, e di cor forte, Sotto i lor Capitan non prezzan morte. Quindici mila buon pedoni, e poi Trecento Caualier furon contati Ne la città, perche gliordini suoi, Non son tener caualli, ch'alleuati Quiui non son, sì come son tra noi Cento elefanti haueuan bene armati, Furon'in ordin'il settimo giorno, Così ne la campagna fuor saltorno. Ma prima ordine diero, è modo, come Si douesse assaltare il campo, e quando Il Meschin, che fortuna ha per le chiome In questo modo uenne ragionando A' i Cittadin; Signori, anch'il mio nome. Noto non u'è; ma chi potria penfando Imaginar, che Dio m'habbia mandato A' uoi, per difension del uostro stato? Io spero per sua gratia, e sua bontade, Che la uittoria haurem, se uoi seguite L'ordine nostro, come far u'accade, Or quel, c'hauete à far, da me l'udite Contr'i nemici, in le uostrè contrade, Perche tutte le forze loro unite, Son dugento elefanti, come habbiamo Per certo, nè di loro altro temiamo. Vi conuien mille luminarie hauere, Fatte con solfo, e pece, e queste sieno Da tre mila di uoi, ne le frontiere Poste de gli elefanti lor, che meno (Così facendo) potrete uedere Spente le forze loro in un baleno; Ma quando far quìsto douiate, harete Da me l'auiso, & allor ui mouete. Il restante di uoi sien pronti, e desti A' far guardia miglior, dou'è men forte La muraglia, però, ch'à seguir questi Auisi, non potrà per tante torte Vie tender lacci, e inganni, che non resti Vinto'l nemico con uergogna, e morte, Nè per occulta, e discoperta guerra Del nemico patir potrà la terra. Ordinate le cose in questa forma, Fero tre squadre de le genti armate, Tre mila trasser di tutta la torma Di gente in guerra manco ammaestrate, E perche l'altro restante non dorma, L'han in due altre parti separate, Fan che la prima de i tre mila assaglia Il campo, e dian principio à la battaglia. L'una de l'altre due per se s'elesse Con cinquanta elefanti, e quei trecento Caualli (il buon Meschin) con iquai messe Ben tre mila Pedon, con gran contento Di Cariscopo, e'l restante commesse Al detto, che non fu pigro, nè lento A' porgli in ordinanza, & i suoi fanti Fur noue mila, e cinquanta elefanti. Sette mila, de l'Isola Blombana Dì quei di Cariscopo, eran uenuti, E fer per quella notte prossimana, Perfette guardie, acciò che sproueduti Colti non sian da quella gente strana, Poi sendo à l'altro giorno peruenuti Il Meschino ordinò di far giornata, E di dar dentro à la nemica armata. Ma prima un bando fe mandar, che fatti Non sien prigion'à pena de la uita Per fin che uinti i nemici, e disfatti Non sien, con ogni insegna lor rapita, Dipoi, fece i tre mila mouer ratti, Et ei mouendo i suoi, pian piano inuita E perch'in Cariscopo si confida, Dice, che i suoi in due parti diuida,

E che ne la Cittade mandì à dire, Che sien co i fuochi in punto, e uengan uia Per far quelli elefanti impaurire, E di poi gli soggiugne, com'io sia Ne la battaglia col tuo grand' ardire Percuoti i fianchi per diuersa uia, Perche meno il nemico si preuaglia, E che parte non sia senza battaglia. Poi uà uerso i nemici passo passo, Con le sue squadre in buon'ordin raccolte, Doue i tre mila rotti con fracasso Le schiene à i lor nemici haueuan uolte Il Meschin, ch'à l'impresa non è lasso Per dare à i suoi più cuor, ne le piu folte Squadre, si ficca con la spada in mano, E fa proue maggior, che d'huomo umano. Nel mezo fende la nemica gente, Ne la cui fronte hauea cento elefanti; E nel uedere l'ordine, pon mente, Ch'in altra parte ne sono altretanti; Ma la primiera parte più potente Paruegli, e giudicò, che tutti quanti Fusser quarantamila, e che tra tutti, Non u'han trecento caualli condutti. Veduto questo, inanimito, e fiero Ritorna à le sue squadre, e le conforta Costui, con Marte ha partito l'impero, Nè si può desiar'più fida scorta; Or quà, or là corre destro, e leggiero, Qua leua file, e là l'aggiugne, e porta Rimedio, oue bisogna, e i santi à i fanti Pon contro, à gli elefanti gli elefanti. E come pecorelle abbandonate Dal suo pastor, che dal lupo affamato, Sien fieramente in prouiso assaltate; Tal il Meschin gli assalta infuriato, E perche pur son genti male armate Ei da i trecento cauai seguitato, E facendo di se proue stupende, Ogn'uno à la salute propria attende. I primi eran gia rotti, e'n fuga uolti I fanti à piè, dou'il Meschin è uolto, E più, che i uiui l'impedisce i molti Morti, ch'ogn'un ne l'istesse armi inuolto, Tra lance, & archi si stauan sepolti, E non duraua quella pugna molto, Se non ch' à gli elefanti primi è corso De i secondi un gagliardo, e fier soccorso. Co i quali i lor cauai s'erano uniti, E racquistar per forza il perso campo, Sì che bisogno haran di chi gli aiti; Quei del Meschin, s'hauer uogliono scampo, Egli uedendo questi stran partiti Nel bisogno soccorre, e mena uampo, E manda à dir, che Cariscopo uenga, E che l'ordin già dato ora mantenga. Per fianco da due bande, entro percosse Il franco Cariscopo in quello affronto, Da la Città tutt'un tempo si mosse La gente con quei fuochi accesi in ponto, Onde contr' ai nemici ancor uoltosse La fortuna contraria in ogni conto, Che gli elefanti lor da i fuochi oppressi Si son con gran timore in fuga messi. Da le fiaccole i primi spauentati, Mal grado de i secondi, fuggon uia, Iquai da gli urti, e da i fuochi assaltati Dan uoltà à dietro per'diuersa uia, E ne i'castei, ch'addosso han fabricati, Mise la cittadina compagnia. A' molti il fuoco, & abbruciar fuggendo, Che glialtri dauan terrore stupendo. Si che gli ordini rotti, facilmente Col senno, e col ualor da ogni parte Restò'l Meschin còn tutta la sua gente, E Cariscopo (buon guerrier di Màrte) Vittorioso ogn'un del fraudolente Nemico campo, le cui genti sparte Di quà, di la, nè u'hebbe trista sorte, Chi di quelli scampò quel dì da morte.

Di uentiquattro mila trionfaro Che morti da quei fur de la cittade Mille de i quali al conto sol mancaro Non dimanco'l Meschin per sua bontade Con Cariscopo, tanto seguitaro Che scorser poi le nemiche contrade Per diece dì senza riposo hauere Con maggior parte di tutte le schiere. Doue città non fu, non fu castello Che non desse l'entrata de la porta Senza contrasto, al Cristian drappello Del quale i due Baroni erano scorta Presi i paesi, e fatto'l gran macello Dè nemici, tornar per la più corta Verso Tigliaffa, doue i Cittadini Gli fecero trionfi, alti e diuini. Le città racquistate in fede diero Tributi, ostaggi, e quant'il Meschin uolse E gli condusse à Tigliaffa col fiero Capitan Cariscopo, che si tolse Di nominar le terre egli il pensiero Per essi racquistate, e così sciolse La lingua à i Cittadini, l'opre nostre Queste città danno or ne le man uostre. Barbano, Malasar, Caspio, e Crosiga Barbaora è la quinta, poi Zabano Vostre fatte si son, senz'altra briga Di Saura il Regno, ci ha post'anco in mano Le chiaui. Al consigliar poi si castiga Con destro modo ogn'animo profano Pria che nel Regno siam di Sauria entrati Le chiaui dunque e tributi ci han dati. Le cui città, come sapete, sono Tutte sopr'il mar Indos, uer Leuante Ansiga u'è la prima posta in buono Et in persetto loco, con alquante Verso Ponente, ui chieggon perdono Pallada, & Albanar, poco distante Bonea, e Depazida, e per buon segno Di fedeltà, danno un tributo degno I negri Moricin coi rami in mano D'oliua, d'ogni sesso, il buon Meschino Circondauan, cantando da lontano Con suon diuerso dal Greco ò Latino Ma per non passar troppo tempo in uano Non dirò quanto d'ogni Cittadino Fu l'amor grande al Meschin dimostrato Nè quant'ei fusse da tutti onorato. Tre dì si riposò, poi per seguire Il suo camino in ordine si messe, Harien uoluto i Cittadin disdire Ma pensando, che'n uan ciò si facesse Fecer consiglio che'l suo grand'ardire Ristorar con gran premij si douesse Ogni cosa il Meschin rifiuta, e chiede Vna sol guida di tanta mercede. Non creder disse Cariscopo, ch'io Voglia tant'huom', con una guida sola Lassar andar per tanto luogo rio Ch'io non ne uoglio intenderne parola Che sarebbe grand'onta al mondo e à Dio Nè così facil tal camin si uola Che'l mar, per la fortuna nol consente De i uenti caldi sotto il Polo ardente. Per terra prouedersi anche bisogna Doue son boschi di Fiere copiosi Che chi col dente fere, e chi con l'ogna Altre coi fiati crudi e uelenosi. Non tiene l'accettarlo egli uergogna Per fare i passi suoi men faticosi Lodanlo i Cittadini, e per tal uia Ordinaro una degna compagnia. Quattro mila pedoni, e quattrocento Caualli, e gli elefanti ben armati Furon quaranta, & per men mancamento Di uettouaglie, gli fur consegnati Di Camelli ueloci cinquecento Che furon à Tigliaffa caricati E per onor di sue uirtù pregiate Assai l'accompagnar per più giornate.

Molti giouin gentil l'accompagnaro De la città, per fin che fuor del Regno De la degna Tigliaffa uia passaro Seguitò Cariscopo il Campion degno Ma perche de la uoce il suon più chiaro Sento mancar, di posar fo disegno Ritornero come posato io sia A seguitar la bell'istoria mia.

IL FINE DEL CANTO VNDECIMO.

IN QVESTO DVODECIMO CANTO, IL MES CHIN CON grande essercito sotto la guida di Cariscopo, & con molti elefanti & porci saluaggi s'incamina uerso gliarbori del Sole. Doue alla fine doppo molte strane auenture incontrate per camino, egli arriua, & da quegli intende confusamente quello che desidera, & poi per uia di mare con Carriscopo, il prete Cristiano & i sacerdoti Pagani se ne ritornò a Tigliaffa oue ancora poscia per uia di terra arriua l'essercito che l'hauea condotto.

CANTO DVODECIMO.

PEr varie uie diuersi error fa chiari La gran bontà de l'immortal Monar(ca A color, che gli son per fede chiari Fin ch'à più uera perfettion si uarca Lassa'l tutto prouar perch'altri impari Ch'egli solo è d'ogni scienza l'arca Dunque al Meschin, quest'andata concede Ch'ei conosca l'error di chi ui crede. Il Regno di Tigliaffa hauean passato E la città di Bòras, quando il fiume Doras, in diece giorni hauean trouato Che corre uers'il mar, com'è costume De i fiumi, e poi trouar da l'altro lato Igonoa città, che nel salsume Del mar Pelago detto, si riposa Di qui giunsero à Tamora famosa. Poi uerso la città detta Picchione L'essercito inuiò, passato prima Sapio, che uien d'Oribia regione Molto gran fiume, e di non poca stima La montagna Stimarius uel pone Che d'India surge, à la più alta cima E quiui appar dou'il principio dia L'Imperio del gran Can di Tartaria.

Ilquale Imperio, à null'altro secondo Principia à i detti monti, e gira intorno Da India in là tutti'il resto del mondo Troua'l mar Caspio di gran gente adorno Che di tal seruitu tengono il pondo Coi monti, che da me si nominorno Corona detti, & di qui s'allontana E stendendo il confin, giugne à la Tana. E del mondo in diuerse parti stende Et han più uolte tutta Persia presa Che male contr'à i Tartar si difende Ma non ui stanno molto à la contesa Ch'al suo stato di prima pur si rende Quando manca la forza de l'offesa Che'l passo è aspro, nè posson seguire L'aggiugner forze al cominciato ardire. Questo d'India un Cristiano haueua detto Pel uiaggio al Meschino, & egli allora Domandò, se'l gran Can mai pose effetto Di pigliar l'India, com'il resto ancora Fugli detto di si; ma per rispetto Del caldo non ui posson far dimora E che le lor città son le maggiori Che sien nel mondo, e fors'anco migliori. De lequai nominò Sipibo, e doppo Zimaria, poi Pasameria, e Salata Anclimarto, è là doue dà d'intoppo Spesso il gran Cane, Archimora chiamata, Vassi in due giorni poi chi non è zoppo A Tantico, città molto pregiata Tartari son, con quest'altre si mette Città in un Regno sol tutte perfette. Vers'il monte Masarpi, poi dou'esce Il gran fiume di Cancer (disse) sono Queste città, poi ch'udir non u'incresce Otolan, Cora, e Salampa, il cui suono E' strano à nominar, ben che più cresce Quanto più dico, pur merto perdono Che manco incresca il fo, questo camino, Seguita pur, gli rispose il Meschino. Con questo ragionar sono arriuati Ad Aman, posta sopr'il marin lito Rimaser quiui tutti sconsolati Perche'l Meschin fu da febre assalito In capo d'otto dì, fur consolati Perch'ei rimase libero, e guarito Ha questa terra in mare un porto degno Sicuro, e buono per ogni gran legno. Quiui nascon Cotoni, de i migliori Del mondo, & anche gengeuo, e cannella Neri son tutti i suoi abitatori Che la lor pelle si può dir morella Naso han largo, occhi rossi, e labbri in fuori De la persona il resto, hann'assai bella Gran piacer si pigliaua questa gente Sentir dir de le cose di Ponente. Per interpreti il Meschin lor parlaua E riceue da lor gran cortesia. Ma perche'l tempo in uan quiui passaua In uerso Caucan tolse la uia In tal città di quanto bisognaua Fornì ben prima la sua compagnia E Cariscopo, che'l bisogno intese Per condur seco molti porci prese. Di quì partiti, andar uerso i deserti E le selue di Rampa, à tal cittade Gli ultimi termin de la terra certi Sono, e doue hanno fin tutte le strade Verso Leuante, onde per segni aperti Vide'l Meschino esser la ueritade Sopra del fiume Seucor è posta Rampa città à l'Oceano accosta. Ch'è sei giornate à gli Arbori del Sole Questa citta uicina gli fu detto Il Meschin non contento à le parole Benche non fusse tal uiaggio retto E perda tre giornate s'ir ui uuole D'andarui pur al fin pose ad effetto Ma ben conobbe l'error suo quì certo Ch'era uolere ir sol per quel deserto,

Per la deserta selua caminaro Vna giornata, mescolatamente E d'acqua dolce un fiume ui trouaro Ilqual non era di corso repente La cui riua due giorni seguitaro Il terzo, allor che l'alba uien lucente Furo assaltati, e morti i manco pratichi Da forse cento elefanti saluatichi. Ma Cariscopo ritirar le genti Fece, e poi mise gli elefanti armati Ch'eran quaranta, con lance pungenti E così furon subito assaltati Tanto ch'al fin fur superati e uinti Essendone di loro assai mancati Pur non lassauan per ancor l'impresa Che fu da Cariscopo ben difesa Fece stridere i porci, al cui romore Gli elefanti saluatichi, lasciata L'impresa, si fuggiro à gran furore Per sentir quella uoce inusitata Ma nel camin trouossi anche peggiore Battaglia, già per loro incominciata Eran gran quantità di tigri e draghi Ch'eran de l'acqua di quel fiume uaghi. Andauano à ber sempre in sù quell'otta Congregauansi là di molte bande Veggendone la gente sì gran frotta Posersi in fuga, con un terror grande Ma Cariscopo, che la uede rotta Diss'al Meschin, pria che'l uelen si spande Mandiam lor sopra i porci, e così fece Il cui consiglio al Meschin sodisfece Spinsergli innanzi, & appiccar la zuffa Che fin'al ciel mandauan l'alte strida E con le sanne leuauan la muffa A quei serpenti, ma il uelen ch'annida Nei corpi loro, spesso li rabbuffa Onde conuien che molti se n'uccida Pur al fin si forni la guerra loro Che i porci à i serpi dier aspro martoro. N'ucciser forse mille, e fu fornita La guerra, sendo gli altri in fuga uolti; Ma i morti di ueleno, e di ferita Fur ottocento porci, il resto colti Insieme, ne lassar molti la uita Poi nel camin, e così furo sciolti Dal pericolo i nostri, e col Meschino Si ridussero al fine al lor camino. Non hebber altro impaccio, in fin la sera Che uolendo pigliar gli alloggiamenti Si fece innanzi una terribil fiera Laqual squartò due Indian coi denti Misegli addosso il Meschin, quella schiera De gli elefanti, e ne fur cinque spenti Di uita, che col dente, e con la testa Gli percoteua con molta tempesta. Hauea diece de glialtri stesi in terra Ma'l Meschin d'una lancia sopramano Due uolte in mezo al uentre ben l'afferra Tal che morissi l'animale strano Hebbe già con un'altro il Meschin guerra Che già l'ho detto, però non ispiano Più la sua forma, Centocropos detto Era quest'animale in tal distretto L'altra mattina, il Meschin desioso Di ueder Rampa, fe uoltar la gente Laquale hauea bisogno di riposo Però d'andarui uolentier consente Ma ne l'uscir del bosco, un periglioso Affronto d'animal subitamente Gli assaltar; ma di questo il maggior male Che ne seguì, fu d'un solo animale. Cauoles è da gl'Indian chiamato Ilqual si moue si destro, e leggiero Ch'ogn'un giudicheria ch'ei fusse alato; Ma non fe danno à l'arriuar primiero Fu l'esercito poscia seguitato Da quel che spesso fermo in su'l sentiero Guardaua in uiso l'huom, come s'ei fosse Vederlo uago; ma poi si rimosse.

Com'eì si uìde un pezzo oltre condutto Cominciolli assaltar con tal destrezza Ch'ogn'un facea difesa senza frutto Perche la fiera à far rapina auezza Diece Indian priuò di uita al tutto Che di nessun la difesa non prezza E pur fu morta al fin, da i più arditi Ma più di trenta ella n'haue a feriti. Gambe di ceruio, e corpo di cauallo La testa hauea com'il porco cignale Coi denti fuor, che mai fan presa in fallo Hauea due corna fuor del naturale Aguzze, & lunghe, come di metallo E forti quanto ben temprato acciale Gliocchi hauea rossi, e peli leonini Dal mezo innanzi; e di cauallo i crini. Rosso dal mezo indietro ha'l pelo, e corto I piedi di Leon, con grandi unghioni Ch'ancor metteua terror così morto Ma non conuien che tant'io ne ragioni Ch'io non faccia'l Meschin prender conforto E maggiormente à gli stanchi pedoni I quai giunsero in Rampa quella sera Ch'è de la terra l'ultima riuiera. Quiui presero alquanto di riposo. Il Meschin col pensier uolto à se stesso Tra se diceua, à quanto faticoso Viaggio, e lungo à caminar son messo E sto di saper noua anche dubbioso Chi fu'l mio genitor, poi ch'io son presso Dou'io pensaua di saperlo, or temo Ch'io resterò di tale effetto scemo. Partironsi da Rampa, e ritornando Per altra uia uers'India in sei giornate Et il camin uerso Aman ripigliando Cominciaro à gridar molte brigate Ecco quel Monte, che si ua cercando Però Signor Meschin ui rallegrate Ond'il Meschin umile Dio ringratia Pregandol che da lui uenga la gratia. Però che poca fede in altro tiene; Ma non uuol che nessun mai possa dire Ch'ad un fuggir fatica non conuiene C'habbia à pigliar' alcun'impresa ardire. Sopra'l mar d'India questo monte uiene Verso Leuante, e fece ogn'un salire Quattro miglia su'l monte, per potere Sicuro star da le basse frontiere. Eranui molte uene di dolci acque Che'l monte stilla, dou'ogn'un contento Per due giorni posarsi non gli spiacque Il Meschin tutto à la salita intento Poi che due giorni in riposo si lacque Il terzo di, fe questo parlamento Con quelli che salir uoleano il monte Dou'era di Tigliaffa un degno Conte. Masdar chiamato, & un prete Cristiano E due d'Apollo esperti sacerdoti Ch'eran Pagani, ond'il Meschino umano Più che mai fusse à quei disse, i miei uoti Voglio omai sodisfare, e porui mano Poi che noi siamo in tal parti remoti Dunque ogn'un si prouegga de le cose Che sono al salir sù più bisognose. D'ogni sua colpa prima confessosse Dal Cristian prete, ilqual assai pregollo, Ch'ei non u'andasse, e sì crudel non fosse Ch'egli adorasse l'Idolo d'Apollo Pur la pietade alquanto lo commosse Poi ch'à sì lungo giogo ha posto il collo E disse, se ui uai, questo far dei Perch'altramente non t'assoluerei. In ogni modo uo che mi prometti Che non adori quest'Idoli uani; Ma lor malgrado à scongiurar ti metli Si com'ingannator di quei Pagani Che tutti son demoni maladetti Quiui postisi à i danni de gli umani. Diss'il Meschin di farlo uolentieri. É seguitò poi gliordini primieri.

Il fido Cariscopo, e'l Meschin sole Di tant'armi portar cinte le spade E à la lor mente con dolci parole Disser, se rotte ci fosser le strade Al ritornar da gli Arbori del Sole Voi ritornate à le uostre contrade, Se noi non torniam quì l'ottauo giorno Ben che'l quarto dobbiam farci ritorno. Ma gli parue del monte l'alta cima Sì forte con le nuuole congiunta, Che d'andarui sì tosto, non fa stima Che'l suo ueder tanto alto non si spunta Poi che fur mossi la giornata prima Da che la cima al fin hebbero aggiunta Sterono un giorno e mezo, & aggiraro Due uolte il poggio, e due uolte tornaro. E uider nel girar, che le bandiere De l'essercito, al mar parian congionte E con fatica scerneuan le schiere Tant'era la grandezza di quel monte. Lettor, per quel Mar d'India hai da sapere Ch'ogni diece anni con le uele affronte Van molti pellegrin pagan deuoti D'Apollo, à sodisfar lor persi uoti. Altri per deuotion, come tra noi Ogni uenticinque anni à Roma fassi Del Giubileo, al qual non com'i suoi, Vi perdono i Cristiani i santi passi Or tornand al Meschino, che di poi Ch'in alto fu tra greppi, sterpi, e sassi, Coi suoi compagni, il passo era sì stretto Che non posson'andar senza sospetto. Perch'un sol piè, che per disgratia metta Alcun di loro in fallo, la speranza Di più campar, er'al tutt'interdetta E dà grande spauento la sembianza De la salita dritta e maladetta Ma il Meschin, che di core ogn'altro auanza Nè di destrezza essendo inferiore Saglie ueloce, senz'hauer timore. Il di secondo, ne la cima gionti Trouaro un'ampio piano e spatioso Sopra'l quale eran tre punte di monti E'l gran Tempio d'Apollo, sì famoso Intorno al giro i monti eran congionti, Il simil'era il Tempio luminoso Il qual'è uerso Tramontana posto Il mur di pietre uiue era composto. Staua un de i monti, di uerso Leuante, E la parte Austral l'altro guardana L'altro à Ponente da glialtri distante Il Meschin l'edificio contemplaua E giudicò, che da l'alto, à le piante Venti braccia s'alzasse, e s'allungaua Per trenta braccia, la larghezza à ponto Quindici braccia n'hauea colto il conto. E, com'hò detto, di pietre minute E uiue, edificate eran le mura Furono insieme sì ben conuenute Che non ui si uedeua una rottura Dintorno ha un bosco di piante tenute Gran tempo uerdi da l'alma natura, E dinanzi à l'entrata una piazza haue Con una quercia di molt'anni graue. Nè fur uicin sì tosto al nobil prato; Ch'un 'huomo scinto, e scalzo uscì del Tempio; Grande, e di grossi panni era addobbato Per dar di castità più chiaro essempio La stesa chioma pendea d'ogni lato Sopra le spalle, e stauasi quell'empio Quiui, per condur sotto à quell'inganno Quanti quell'Idol falsi à ueder uanno. Pareua assai d'aspetto uenerando; Con una barba fin sott'al bellico. Costui ueniua i nostri domandando Che gli hà guidati à quel uiaggio ostico? E quel ch'insieme andauano cercando? Il sacerdote Pagan più antico Che uenne col Meschin, fe la risposta Dicendogli à che far sien'iti; à posta.

Se uoi non siete casti dí tre giorni Disse colui, più quà non u'accostate Ma pel camin chi non è casto torni Ch'ei uenne, che le piante son sagrate; E de la piazza ancor tutti i contorni. Non sol di tre, ma di trenta giornate Siam disse casti Cariscopo, noi; Sì ch'à tua posta là condur ne poi. Prima che'l piè mettiate in la sagrata Piazza, u'ingenocchiate, allor rispose Colui, al quale era tal cura data E che poi si scalzasser loro impose. Ben che'l Meschin tal fede scelerata Conosca, acciò non si turbin le cose Fingeua riuerenza per uedere A che fin dè poi la cosa cadere. Tra se dicendo, benedetto sia Tu Daniel profeta, che tal sorte Di falsi sacerdoti, e gente ria Ben conoscesti, e degni d'ogni morte Raccomandossi à Cristo, & à Maria Così nel Tempio entrò, per quella corte Con Cariscopo, e co'l prete Cristiano E con quell'altro Barone Indiano. I Pagan sacerdoti prima andaro Imperò che la lingua san di quello Ma pria la Quercia con mano toccaro Ch'era nel mezo di quel praticello E glialtri nostri poscia s'inuiaro Con lor nel Tempio, per molto oro bello Oue d'Apollo il sacerdote pose La faccia in terra, e così à gli altri impose. Dicendo, à l'alto Apol gratie rendete, Tant'hauessi tu uita il Meschin disse Così tra se, così diceua il prete Cristiano, il cui pensiero in lor s'affisse Colui, disse, l'Imagin che uedete Che tien sì pronte in uoi le luci fisse E' il grande Apollo, à cui nulla si cela E quel ch'ogni segreto ancor riuela. Hauea la faccia rossa, e d'or la chioma Giouin l'aspetto, e di sembianza fiero Tien due saette in man, con le quai doma Girando intorno, il lucido Emispero D'ogni altra cosa scarco, e d'ogni soma Liber si mostra, ueloce, e leggiero. Son le saette di legno d'Alloro I ferri, un piombo, l'altro di puro oro. Da man sinistra, la casta Diana V'hauea l'imagin, con le corna in testa Ch'è de la Luna, l'Idolatria uana Vecchia si mostra, macilenta, e mesta Di quì poi gli condusse ad una Tana Là doue il Tempio da man dritta resta Sotto un di quei tre monti, ch'eran uoti Doue stauan due altri Sacerdoti. D'abito di quel primo assai peggiore Quì, disse il primo, ui riposerete Per fin che passin de la notte l'hore Dipoi la gratia domandar potrete Con diuotione, e purità di core Sì come fare à tanto Dio douete Così nel Tempio fece egli ritorno I nostri, iui aspettar fin presso al giorno. Che sacrificio ad Apol far uolete, Dissero i sacerdoti de la grotta, V sono i buoi, che menati ui hauete? Disse il Meschin, la strada è tanto rotta Che per uiaggio son morti di sete Nè m'haran forse l'impresa dirotta Perch'io ui darò d'or tanti talenti Che più de' buoi ne starete contenti. E presso al dì la mattina seguente Feron per molti lumi il Tempio chiaro, Facendo sacrificio al Dio lucente. I sacerdoti, lè preci cantaro Con modo al nostro molto differente Il Meschin poi, per non parere auaro Più che per diuotion, l'offerta fece E più ch'ei non promise, sodisfece.

Dipoi s'inginocchiò, sì come imposto Gli fu da'l sacerdote, e gli hauea detto Adora Apol, con tutt'il cor disposto Perch'egli adempia tutto il tuo concetto Poi che'l Meschino inginocchion fu posto Fingendo santimonia ne l'aspetto In lingua Greca à scongiurar si messe Di sorte, che nessun non l'intendesse. Falso demonio (disse) io ti scongiuro Daparte di quel Dio, ch'è sempre eterno Nel passato, presente, e nel futuro, Tenne, tiene, e terrà sempre il gouerno De le cose che son, saranno, e furo, E te condannò (pessimo) à l'Inferno Come uero Signor potente e santo Padre, figliuolo & ispirito santo. Tre d'una sol sostanza, un solo Dio Che'l tutto fece, dimostrando aperto La uirtù ch'era in se, il cui desio Ci fece, nel formar del mondo certo Facendo il firmamento, donde uscio Pel suo comandamento il ciel scoperto Le tenebre partì da l'alma luce Dunque egli è d'ogni cosa il uero Duce. Le stelle, e lor pianeti far gli piacque In terra gli animai, come partita (Come si uede) e diuisa da l'acque L'hebbe, e poi fatta l'oper a gradita Adamo per sua mano, & Eua nacque De gli quattro elementi; e diè lor uita A i quai fu falso ingannator del mondo Perder facesti un stato almo e giocondo. Dunque, per la uirtù del suo gran nome Pel cui comandamento in mare, e'n terra Ogni seme moltiplica, sì come Si uede in ciò che dentro ui si serra Poi per far le tue opre al tutto dome (Che non ti resti ancor di farci guerra) Mandò'l suo figlio à pigliar carne umana Per aprirci del ciel la strada piana. Per l'immensa pietà, ch'à la natura Vmana hebbe, in la Vergine sagrata Incarnò Cristo, e fessi creatura Il Creator d'ogni cosa creata Sì com'ell'era innanzi al parto pura Et Vergine, così immaculata Et Vergine restò nel parto, e sempre Santificata con perfette tempre. Per quella passion, ch'egli sostenne Per ricomprarci, e per tutti i suoi santi Pel gran dì del giuditio alto e solenne Che giudicar ne deue tutti quanti Per la uirtù ch'al Sole anco à dar uenne Nel qual, tu falso ingannator ti uanti Hauer tanta uirtu, però costretto Per Cristo mi rispondi à tuo dispetto. Senza alcun frodo usar, senza bugia Parlami chiaro in qual parte del mondo Ritrouar debbo la progenie mia E doue io nacqui, e se di sangue immondo O pur di chiaro ancora io nato sia E se son uiui, ò pur da morte al fondo Son posti quei, che m'hanno generato Cioè mia madre e'l padre mio pregiato. Fatto lo scongiurar, fuor s'inuiorno Del Tempio, ilqual quel sacerdote uolse Che tre uolte aggirassero d'intorno Dipoi, uerso un giardino i passi sciolse Di palme, e mirti e begli allori adorno Quiui, il sagrato fuoco in man ritolse Ecco (dicendo) con pronte parole Gli arbor sagrati à la Luna, & al Sole. E mostrò lor, due arbori eleuati In alto al par di quei tre monti detti I quai da un'Altar son tramezati La doue i sacrificij eran concetti Sù'l quale Altar, poi che furo arriuati Sagrificaro coi medesmi effetti Che nel Tempio hauean fatto, ingenocchione Mostrando haver di ciò gran diuotione.

Ma'l Meschin, poi che gli arbori ha ueduti Vscì d'ogni speranza fuore al tutto I passi conoscendo hauer perduti Senza nessuno effetto, e senza frutto Poi che gli ha per cipressi conosciuti Et che di quelli ne nasce per tutto Massime in Europa, e che d'intorno Ve n'era di minori il luogo adorno. Ma poi che'l Sol col bel dorato crine Spuntando à l'Ocean pronto ueniua Velando pria le stelle matutine Col suo ueloce corso compariua, De gli arbori, le parti più uicine Diuerso il ciel pian pian già ricopriua Allor quel sacerdote disse, chiede La gratia che tu uuoi, con pura fede. Il Meschin replicò, che pel ualore Dè la scongiura fatta, gli dicesse Quel che già chiesto hauea, per ilche fuore De l'arbore una uoce il Dimon messe Dimmi (diss'al Meschino) huom di ualore Com'è'l tuo nome? io pensai, che'l sapesse Rispose il Caualiero, ora Meschino Mi fo chiamar, dou'io prendo'l camino. Tu sei stato due uolte battezato (Disse lo Spirto) e Guerrin fu'l primiero Nome, e poi fusti di nouo appellato Il Meschin, ma Guerrino e'l dritto, e uero Nome, che da tuo padre ti fu dato Sei figlio d'un Baron gran Caualiero Di real sangue nato, e sei Cristiano Or s'altro uuoi saper, tu cerchi in uano. E quì si tacque, nè uols'altro dire Ond'il Meschino al sacerdote uolto Disse, che sodisfatto al suo desire Quella risposta non haueua molto. Risposegli colui, non ti partire Fin che'l Sole à gli Antipodi sia uolto Perche nel far poi de la notte bruna Risponder atti l'arbor de la Luna Dunque aspettò la sera, e scongiurata Come hauea fatto il Sol, la Luna ancora; Allor che dal suo lume fu toccata La cima à l'arbor, senza far dimora Disse ua in Ponente, e fia trouata Da te la stirpe tua, che dimandi ora Sì che'l Meschin, poi ch'altro non intese Di sfrenato furor tutto s'accese. Doue hai miser (dicea) spese sì male Tante giornate, e tanti passi in uano? A che più stare in uita omai ti cale Poi che sei senza frutto sì lontano. Ma poi ch'altro rimedio non mi uale, Disfarò questi inganni con mia mano Et incambio al mal riuscito disegno Vo d'esser stato quì lasciare il segno. E uolto à Cariscopo, disse, io uoglio Da questa altezza, nel mar dar la uolta. A questi sacerdoti, ch'io non soglio Dou'io uo comportar cosa sì stolta Spegnerò di quelli Idoli l'orgoglio Et uo mandare a fuoco, e ferro in uolta Gli arbori, il Tempio, e per tutto Oriente Far fino al ciel ueder la fiamma ardente. Quand'altro mal, che questo, Signor mio, Rispose Cariscopo, non succeda N'harei di te molto maggior desto Ma quand'ei si facesse, uo che creda Ch'ogni Cristian, ch'adora il nostro Dio Per Leuante, anderebber tutti in preda A sacco, e sangue, pur che ne le mani L'hauesser questi popoli Pagani. Vinto da tal ragion mutò pensiero Il buon Meschin, che non si può dar pace Del riceuuto scorno, ma il primiero Voler rimuta, che saluar gli piace Il Cristian gregge, poi che più che uero Il suo parlar, non sol chiaro, e uerace Conosce, ritornar fu risoluto Per la uia d'onde al monte era uenuto.

Calaro il monte, è fu fatta gran festa Di lor tornata, da l'armata gente Laqual poi il Meschin fe mouer presta Dandole un Capitan molto ualente Che in quattro dì la seluaggia foresta Le fe passar, che del Meschin la mente Era di far per mar sua ritornata E per terra mandar tutta l'armata. Perche d'Arabia, e di Persia su'l lito E del mar rosso, al gran monte uicine Eran naui uenute, nel cui sito Condotte erano genti pellegrine Preser di noleggiarne una partito Che'l Meschin uuol ueder quelle marine Et i tre sacerdoti anche u'andaro Che con l'armata gir non li lasciaro. Il monte di Netupero, han lasciato Sotto il gouerno d'una Tramontana L'Ostra chiamata, pel mar, ch'è chiamato D'India, e girando ogni costa erta e piana Il bel porto di Signa hanno trouato E doue è posto in parte più lontana Il porto Pantalon, poi uer Ponente Venner, dou'è manco nera la gente Ma uide prima l'Isola Arginaria Che d'India il nome tien molto feconda Questa l'aria non ha sopra contraria Che di cotoni, e molte spetie abonda, Nè mai per istagione alcuna uaria Che non habbia ogni lito, & ogni sponda Ricca di frutti, & è la sua lunghezza Ducento miglia, cinquanta in larghezza. Più ch'in Ponente, assai uerso Leuante Larga era, & un'altra Isola possiede Detta Plobana, non molto distante Che in quel camin possando poi si uede Ch'è similmente ancor molto abondante Ma mi riserbo à farne maggior fede Ch'or seguir debbo, come fur uedute Verso Ponente l'Isole Perdute. Da spauentosi draghi spumar l'onde Or fenderle da serpi, e basilischi Che strisciando, saltar fuor de le sponde Da tre Isole, al suon d'acuti fischi, Da la sinistra mano, u' par ch'abonde Da le lor gole, attossicati uischi Videro; e non pur questo, in molti lochi Vomitar di lor bocche orrendi fuochi. Sabastibe, Intropogos chiamate L'Isole son, dissero i nauiganti E che più sotto l'Ostro situate Ve ne son tre, più copiose di quanti Veleni, e brutte fiere generate D'hauer già mai la natura si uanti E nauigando ne passaron molte Tutte perdute, e di ueleni inuolte. Non si poteua'l Meschin ritenere Ch'ei non dicesse, ch'era gran pazzia A i Pagan sacerdoti il lor parere Credendo ch'in quelli arbori un Dio sia E che doueuan per certo tenere D'esser fuor tutti de la uera uia Perche l'huom far non puote maggior male Ch'ador ar cosa stata già mortale E che Grecia, e Ponente i boschi haueua Pien di quelli arbor, chiamati Cipressi L'uno e l'altro Pagan di rabbia ardeua Rodono il chiodo i marinar con essi; Ma quel prete Cristian se ne rideua E con buoni argumenti chiari, e spessi Del Meschin confermana le ragioni Ben che fusser noiosi i lor sermoni Non potean comportare i marin ari Sentirsi predicar contra d'Apollo E con minacce crudelmente amari Feron consiglio di leuarsi in collo Il Meschin, e quel prete, & in quei mari Fargli affogando dar l'ultimo crollo Ma'l Meschin pien di colera, e di stizza Per uccidergli tutti in piè si drizza.

Non far Signor mio car, deh non uolere Diceua Cariscopo, esser cagione Di pilotto priuare, e di nocchiere La naue ch'anderebbe in perditione Questa cagione il fece ritenere E l'hauer del compagno discretione Più che di se; dou'i due sacerdoti Per la tema parean di spirto uoti. Voi non ne siete uil, canaglia, degni Cariscopo diceua à i marinari Ch'un'huom simile à questo non si sdegnì Parlarui, nè che'l buon uiuer u'impari Gli ha cerchi assai di uoi molto più Regni Nè alcun se ne troua, non che rari Che sappia dar più chiara relatione Di fè, diregni, e d'ogni natione. Sì che attendete à far l'offitio uostro Se nò'l farete à suon di bastonate Se adorar non uolete il Cristo nostro Vero fattor de le cose create, L'errore, in che uoi siete, u'ha dimostro Quel che seguir ui pare, or seguitate E che di uoi minaccia è ben douuto Ch'ei sìa primier, (come sarà) battuto. Sapean per fama i marinar chi era Già Cariscopo, e quant'egli era amato Di quei paesi in più d'una riuiera, Per Capitan famoso, & onorato Sì ch'inuiliro la lor mente altiera Vedendo che da quel tant'apprezzato Era il Meschin, nè fu chi respondesse E chi mal fatto hauer non gli paresse. Da questo giorno in làtenete pure Da Cariscopo hauer la uita in dono Disse il Meschin, dipoi che le nature Vostre fuor diragion tant'aspre sono Sette giornate da i uenti sicure Hauean passate, e con quel tempo buono Poi con le uele à man destra uoltate Nauigarono ancor più tre giornate. Al gran fiume Faracchio peruenuti Smontaro in terra, e la naue lasciaro E pagaro i denar, che conuenuti S'eran, quando la naue noleggiaro I Pagan sacerdoti, come muti Con lui, uerso Tigliaffa caualcaro Con loro onore, altroue uolto il piede Haurian, per non parlar più de la fede. La noua à la città corse uolando Com'i due Caualieri erano gionti E uenner per la riua caminando Del fiume, ú fur lor fatti allegri affronti Da molte uille, ch'andauan trouando I Cittadini, il più che poteuan pronti Gli riceueron lieti. Ben ch'alquanto Dubitasser, d'hauer uicino il pianto. Questo timor, fu, che di tanti andati Con loro, i Capitani esser sol quiui, Pensando gl altri esser mal capitati Ma quando sepper poi, ch'erano uiui Et per terra (com'erano) inuiati Fur de i primi sospetti al tutto priui Et indi à diece dì uenne la gente Salua, e ne fecer festa allegramente Prese il Meschin tre giorni altri riposo E quei passati, fece à tutti nota La sua partenza, doue ogn'un doglioso Restò, di che la festa più remota Da lor si fece, e con pregar pietoso Facendo un'oration tutta deuota Con uolontà di tutto il reggimento Acciò ch'ei di restar fusse contento. E gli prouò per tutte le ragioni Che non poteua senza sua uergogna Quiui restar, perch'altre regioni Per suo padre trouar cercar bisogna Per questo, ordinar lor molti gran doni Ma egli, ch'altro che tesoro agogna Due guide chiese sol, nè altro uolse E con pochi denar, comiato tolse.

IL FINE DEL CANTO DVODECIMO.


IL MESCHINO IN QVESTO TERZODECIMO CANTO doppo lungo uiaggio arriua à la Meca, oue dal Soldano è molto onorato. Poi combatte con un gran Barone, che lo chiamò bugiardo, & hauendolo uinto, cresce in tanto maggiore stima appresso tutta la città, & quiui gli mostrano l'arca di Macometto, & uenendo poi una figliuola del Re di Presepoli à dimandar aiuto al Soldano, il Meschino se ne innamora, & per lei esce con grosso essercito contra il Re Galismarte.

CANTO TERZODECIMO.

POi che lo spirto ancor mi serue, e puote In qvesto corpo usar le forze date Da te Motore, e posso farle note, Quali esse sien non fier forse sprezzate Da le persone, che ti son deuote E son de'tuoi buon serui innamorate Per liquai lieue mi par ogni peso Poi ch'io son seco in tal feruore acceso Or tempo è dunque di seguir ormai L'istoria, che m'aspetta, e dice ch'io Il Meschin troui, dou'io lo lassai Ilqual ripien di cocente desio Per seguire il camin, già ui narrai E come di Tigliaffa fuore uscio Per andarsene in Persia, hauendo prese Due guidé dotte di più d'un paese. Però, che de le guide che menate Seco hauea quiui, l'una era già morta Ne le battaglie prima cominciate Di Tigliaffa, e'l dir come or non importa Quel di Media restò ne la cittate Poi che'l Meschin si prese noua scorta Ilqual per dargli al suo seruir ristoro Gli fe donar dal Re molto tesoro. Certi denar per se di poi portossi Per supplire à le spese del uiaggio E Cariscopo seco accompagnossi Pensando poter far con lui passaggio. Di questo il buon Meschin non contentossi Che del ualor non era ancor men saggio E disse, che nel cor seco anderebbe Ma da Tigliaffa partir non si debbe.

Nè lasciar la cìttà per sua cagione Ch'un suo par troppo in tal luogo bisogna Sì, ch'ei restò, uinto da la ragione Conoscendo il partirsi esser uergogna Senza prouarne giusta occasione Ma pur, l'accompagno per fino à Fogna Cittade, e nel partir pianse e baciollo Più uolte, & mesto al fine andar lasciollo Molte giornate per paesi ameni Con piaceuol camin, dai due compagni Fu guidato; e per luoghi tutti pieni Di uillaggi, castelli, fiumi, e stagni Bestiami da pastor lieti e sereni Trouò guardati, intenti à i lor guadagni E quiui trouò gente assai cortese Che gli dier da goder, con poche spese. Trouaro una città bella, e copiosa Di molta gente, al piè de la mangna Espemus detta, e la città famosa Tasipion si chiama, e la campagna Scorrendo, uider Margiran, Palmosa E Paluera, che'l mar uicino bagna Et ha nel porto, e tra quest'altre conte Coricola euui à piè di Sardon monte. Poscia le guide domandar gli piacque Se per terra à la Meca andar si puote Per non u'andare à discrition de l'acque (Che spesso fann'altrui l'imprese uote) Disser le guide', poi che'egli si tacque A noi son queste bande tutte note E puossi uolteggiando andar per terra Senza punto temer d'oltraggio ò guerra Ma forza fu tornar, per la gran uolta Di quel mar, cinque gran giornate indrieto Verso Leuante, & à la fin con molta Fatica caminò tanto, che lieto Contra à la tramontana à briglia sciolta Tornò, ma per camin molto inquieto Passo, perch'ei trouò molti paesi Diserti, hauendo molti giorni spesi. E giunsero à la Meca, oue uenuto Era il Soldan di poco; che possiede Tutta la Persia, che gli dà tributo Ilquale hauendo à Maccometto fede Visitar con gran gente hauea uoluto L'arca, con l' Argaliffo, che possiede Luogo da Papa, che così si noma Come fa'l Papa de' Cristiani à Roma. Giunto à la Meca, il nostro Guerin forte Nè ui trouando alloggiamento meglio, Andò pensando d'alloggiare in Corte Che così fu de le guide il conseglio E giunto del palazzo in sù le porte Feglisi incontro un gentil'huomo ueglio E giudicandol per presentia degno Di fargli cortesia fece disegno Perche pensò, che qualche Ambasciadore Di paese lontan fusse mandato Con qualche degna noua à l'Almansore Veggendolo sì in punto, e bene armato Ma poi che dal Meschin seppe il tenore Ch'egli non era quel, c'hauea pensato Per questo non restò, ch'ei non uolesse Che seco ad alloggiar si rimanesse. Et gli altri due compagni, e i tre Caualli Similmente gli fe far buona cera Perch'ei non uuol che'l suo ordine falli Che liberale, e molto cortese era I destrier costodiro i suoi uassalli E col Meschin uolse cenar la sera Per ragionar di cose forestiere Come tra i grandi suol spesso accadere. Quiui Guerrino àragionar si messe Con Ponedas, (che cosi nome haueua Il degno cortigiano) e de le spesse Fortune, puntalmente gli diceua Ma non già, che per Cristo fatto hauesse Tante battaglie, ch'egli riteneua Quel che'l poteua mettere nel fuoco E fargli molto danno, e giouar poco.

Quando il buon Ponedas tant'oltre intese Che gliera stato à gli Arbori del Sole, E che cercat'h auea tanto paese Disse, parlando con dolci parole Vo che per te dal Soldan sieno intese Quest'opre, perch'udir uolentier suole Cose, che noue sien, come son queste Tai domande, diss'egli, sono oneste. Io son contento, per la cortesia Ch'usata da uoi m'è, che noi u'andiamo A'tutte l'hore che piacer ui sia Diss'il Meschino; e quel disse possiamo Come cenato habbiam, prender la uia Perche di compiacere al Signor bramo Sì che cenato, subito u'andaro E Ponedas gli fece il tutto chiaro Sentendo l'Almansor tanto diuerso E sì strano camino, e le tenzoni Con feroci animali, e che sommerso Non sia per boschi, ò per mari, ò prigioni O in guerra; e che pur or ne uien di uerso Gli arbor del Sol, per tante regioni Prese alta merauiglia, e senza fede Cercarne, il tutto senza dubbio crede. Credonlo anche i Baron pien di stupore Stero à sì fatti, e gran ragionamenti, Vn sol ui fu, pien d'ira, e di furore Che disse, ingannator falso, tu menti Tu se di tutto il mondo truffatore Come à tanto Signor non ti spauenti, A dir che uieni senza tema alcuna Da gli arbori del Sole, e de la Luna. Il Meschin, che riguarda il tempo, e'l loco Inginocchiossi, e disse al gran Soldano Gliè uer, che in me s'accozza il solfo, e'l fuo co Alto Signor, pur gli rispondo umano Sol per tua riuerentia; e'l tengo à gioco E quel ch'io dissi, io ui rimetto mano E lo raffermo, replicò il Barone Del tutto menti, com'un uil poltrone. Alta Corona, fa che la potenza Non superi la fede, e il uero in tutto Dammi almen di rispondergli licenza Poi che sì male è l'onor mio condutto Disse Guerrin, sempre hauendo auuertenza E bellamente mirando per tutto Perche'l troppo fidar tal uolta costa Potendo essere inganno fatto à posta A lui, disse il Soldan, come ti chiami Corona in uitta io mi chiamo Guerrino Diss'egli poi che'l nome saper brami Nè dir gli uolse il nome di Meschino, Acciò che la fortuna non si sfami Che qualcun per Cristiano in quel confino Nol riconosca, e prese per partito Il nome dir, c'ha dal Demon sentito. Guerrin (diss'il Soldano) io ti prometto Ch'àme fia grato quel che per tua scusa O per proua di quel, che tu m'hai detto Vuoi operar, nè che ti sia confusa L'opra da me, giuro sopra il mio petto Che nè in fatti, ò parole ti fia chiusa La uia, e però dì senza timore Quel che uuoi dir, per ricomprar l'onore. Ei disse, io dico, ch'à questo superbo Baron, non posso altramente far uero Il mio parlar, se non ch'io mi riserbo Armato di pari armi sù'l destriero A uendicarmi de l'oltraggio acerbo Però, s'ei non sarà uil caualiero Venga à mostrar se'l suo ualor risponde A quel parlar, che mia ragion confonde. Ecco il guanto ch'io getto, egli sel prenda Da che la tua Corona mel concede Et à difender sua ragione attenda Se ch'io menta, di quant'ho detto, crede; Quel Baron non l'accetta, e non s'emenda Io non mi mouerei, dice, d'un piede Per un'huomo sì uil, poi torce il ciglio Acciò che'l guanto colga un suo famiglio.

Non consentì Guerrin, ch'egli il cogliesse Dicendo, quest'impresa à te non tocca Disss'il Soldano al Baron, che'l cogliesse Poi che cagion n'ha data la sua bocca Accordo al fin sorridendo si messe Mostrand'esser per lui l'impresa sciocca Commise à i Siniscalchi l'Almansore Che in piazza il dì seguente uscisser fuore. Ma perch'ei uide il Meschin forestiero E con poco fauor, tosto compose Ch'un suo gran Siniscalco molto fiero Gli desse ogni fauor, di quelle cose Ch'à la presente giostra sean mestiero Costui seco menollo, e se lo pose In camera à dormir con fe la notte Che l'imprese al giostrar non gli sien rotte. Fe far la notte in piazza lo steccato Il gran Soldan, per ueder quella festa Il Meschin dormì molto consolato Poi ch'accettata fu la sua richiesta Che per quanto egli hauea considerato La sera nel cenar la gente mesta Pel dir di Tenaur, ueder gli parse Ch'ogn'un contr'à quel d'odio in segret'arse Tenaur hauea nome quel Barone Per chi nata era questa noua lite Fur l'armi del Meschin (quantunche buone) Se niente ui mancò, tutte guernite. Ponedas, che gli parue esser cagione De le parole, che fur poi seguite Per hauerlo condotto a l'Almansore Quel che far gli potè, gli fe d'onore. Il gentil Siniscalco giunto il giorno Con quant' amor, quanto possibil gliera A uestir gli aitò l'armi dintorno Tal facea Ponedas, tal'una schiera Di quei di Corte, ch'egli hauea d'intorno Però che Tenaur poco amato era In Corte, per l'acerba sua natura Che d'amicitia altrui non tenea cura Non fu sì tosto il buon Meschino armato Che galoppando un messo era uenuto A dir, che l'ordin'era in piazza dato E che già l'Almansor l'hauea saputo Con l'Argaliffo, sì che d'ogni lato De la piazza, di grosso, e di minuto Popol s'empiua, & hauean già sentito Chiarini, e squille al martiale inuito. Fu menato il caual, che con un salto Destro montouui, e sì facil, che quanti Lo uider, giudicar ch'assai più alto Andrebbe, ancor che l'armi sien pesanti. Il nemico con aspro cor di smalto Salse in arcion, con orribil sembianti E giunse accompagnato ne la piazza Con Caualieri assai di buona razza. Da l'altra parte Guerrin seco haueua Cinquecento à cauallo, huomin ualenti Che'l Siscalco gentil fatti gli haueua Venir, che fur di ciò molto contenti E giunti in piazza, colui che doueua L'ordine dar, fe ritirar le genti E dare à i due guerrier le lance in mano Poi feior di trombe il suono, à mano à mano Il sonar de le trombe, e dato il corso A i ueloci destrier, non fu disuaro Dando disproni, & allentando il morso Sì bene à un tempo, insieme s'accordare, Onde, senz'aspettare altro soccorso Due forbe mal matture s'attaccaro, E ancor che fusser le lor lance dure Non furo di non rompersi sicure. Fu l'uno, e l'altro colpo, aspero e crudo Pur la uisiera resse del Pagano E non toccogli il ferro il uiso nudo Restò la lancia à Guerrin rotta in mano A lui la ruppe il Pagan ne lo scudo Poser le groppe i caualli su'l piano Rimase Tenaur tutto inuilito E del capo, (pel colpo) sbalordito.

Lassarono i tronconi, e riuoltati I caualli, e dal corso ritenuti Cominciar con le spade, più serrati Colpi, e più strani, con aspri saluti Fur quei di Tenaur più temperati Da tutti i circostanti già tenuti Perche non poco l'orgoglioso core Daua segnali espressi di timore.>/i> Pure, spinge'l caual, che la uergogna Audace il fa, che hauer conosce eterna E se stesso uil chiama, ú gli bisogna La gran uirtute usar del core interna Sol il caual, c'habbia uiltà rampogna Cosi di farlo alto rizzar, disegna Per urtar con un lancio Guerrin poi Ma furon uan questi disegni suoi. Perche Guerrin, che i colpi non aguaglia Non resta spesseggiar doue il disegno Il tira à guadagnar quella battaglia, Però senza rimedio, ò far ritegno Con un colpo crudel fgndendo taglia Ben ch'egli nol drizzasse à cotal segno Che'l caual ne restò del Pagan morto Et increbbe à Guerrin sì fatto torto. Con un subito urtar col suo cauallo Potea uincendo seguitar n'impresc; Ma gli pareua à l'onor suo far fallo E men gloria acquistar de la contesa Però senza più porui altro interuallo Del suo cauallo scese, e con accesa Prontezza al suo nemico giunse in terra Che s'acconciaua à far pedon la guerra. Che bisogna più d'orsi, e di leoni O d'altre fiere orribili, e feroci Far de gli assalti lor comparationi Per graffi ò morsi, ò sbattimenti atroci? Costor non già con morsi, ò con ugnoni Nè con fiati di draghi, che lor cuoci Ma con l'onor contendon, che gli preme Più quel, che tutt'il mal del mondo insieme. Sì che non sol le forze, ma gl'ingegni Vniscon per offendersi prezzando Più quell'onor, che cento milia regni, L'esperienza estrema, c'hà nel brando Il buon Meschin, fa che mai non disegni Colpo ch'ei meni qual'hor uien calando, In uan, però c'hauea molta destrezza Che quanto forza in casi tai s'apprezza. Il destro, e spesso, & al suo tempo porre Il colpo il buon Meschin, fa che'l Pagano Si uorria con suo onor di quiui torre Conoscendo men dotta hauer la mano Vedesi rabbuffare, e sempre porre Ogni difesa, ch'ei u'adopra, in uano Ne al suo scampo uedendo altra uia Disse uers'il Meschin tal diceria. Vedi, (diss'egli) Caualier, ch'io serbo La forza al fin, che per tuo danno unita In me non mostro ancor, nè il forte nerbo Di queste braccia, per torti la uita Ma non uoglio esser teco tanto acerbo Per la uirtù, ch'in te ueggo gradita Però se render mi ti uuoi prigione D'una bella cìttà ti fo padrone. Non solo una città, ma tutto insieme Il mondo non uoglio io, ma lite e guerra, Gli rispose Guerrin, però la speme Habbi in quel gran ua'or, che in te si serra. Ma Tenaur, che dentro a l'armi geme Già cascato era ginocchione in terra E resesi prigione, e si disdisse Di quanto innanzi a l'Almansor già disse. L'Almansore il ue deua, & il uedeua L'Argaliffa con tutti i circonstanti Baroni loro, onde ciascun diceua Questi d'Apollo son miracol santi. Il pazzo Tenaur, che non credeua Tutti ha gia persi i suoi fieri sembianti Ecco ch'ei dà la spada, e ch'ei si rende Prigione, e il santo pellegrin la prende.

O sagro Apollo, ò relucente sole Gridaua il popol, benedetto sia Poi che domasti le crude parole Di Tenaur, e la sua gran pazzia Però, diceua ogn'un, creder si uuole Ch'ei non suol comportar falsa bugia Poi mise un grido ogn'un grande e piccino Apollo uiua, e il santo Pellegrino. Prese di questo, Tenaur conforto Poi che quel fu miracolo tenuto E ch's Apollo al Meschino hauesse porto Sì come ogn'un diceua, il suo aiuto Che gli pareua esserne meno scorto Per uil da tutti, e ch' Apol fusse suto E non il buon Meschin, di tale acquisto Cagion; ma Guerrin tien uenir da Cristo. E Cristo ringratiò, ma non contento Di quel che per color ueduto s'era Diss'al Pagan, non basta il pentimento Nè domata esser la tua mente altiera Ma uo che tu ti chiami al tutto uento Dinanzi a l'Almansore, e poi che uera Dica ogni mia proposta essere stata E la risposta tua falsa, e sfacciata. Mossesi Tenaur per obbedire Et à piedi n'andò de l'Almansore Così de l'Argaliffo, e disse, Sire Et uoi santo Argaliffo, il mio ualore Vinto si rende, & à uoi torno à dire Di quant'to dissi, esserne mentitore Incontro à questo Pellegrin ualente Che come uuole Apol, resta uincente. Allor disse il Meschino, ei si conuiene Questo onore à uo i sol degna Corona Et al santo Argaliffo, ch'ogni bene Mio, stane l'alta gratia nostra e buona Molte parole poi, d'essempi piene Trascorse Tenaur, che la persona Mai non deue tentar l'occulte cose E quanto sieno à l'huom pericolose L'onor, che'l Soldan fece al Meschin poi, Fu grande, e uolse ch'ai piè gli fedesse Più basso un grado, più uicin ch'i suoi Baron, senza ch'alcun se ne dolesse. Disse Guerrin, che i desiderij suoi Eran, quando al Soldano così piacesse Nè sia da l'Argaliffo anche disdetlo Di ueder l'arca del gran Macometto. Fugli risposto, che di buona uoglia Eran parati, gratiosamente, E perche'l tempo lungo non si toglia L'altra mattina si faccia seguente, Il Meschin, ch'altro non ha, che gli doglia Più che l'indugio, ringratia umilmente Lor de l'offerta, e de le gratie tante Per non parere in tal caso ignorante. Tutta si rallegrò la Baronia Dipoi che l'arca mostrar si doueua L'altra mattina poi la compagnia De i sacerdoti lor, che ui teneua E l'Argaliffo, presero la uia Dal palazzo Real, doue s'haueua Ne la Moschea à mostrar l'arca; quella C'ha tanto in deuotion la gente fella. Da la sinistra man uolse il Soldano Che seco al pari il buon Meschino andasse Hauendol prima preso per la mano Acciò ch'egli più oltre s'accostasse Seguendo i sacerdoti à mano à mano Con l'Argaliffo, che con uoci basse Le lor preci cantauan, che i somari Miglior musica fan ne i lor cantari. A la Moschea giunser, ch'è ritonda Si com'il Panteon d'Agrippa in Roma Ma così larga in torno non circonda Nè tanto in alto s'alsa con la chioma Per la calca del popol, che u'abbonda Chi s'urta, chi si stroppia, e chi giù toma Corre ogni Mamalucco, & ogni razza Di gente, à quella scempia festa pazza.

Di sua mano il Soldan prese à scalzarsi Sù l'entrata del Tempio, e così tutti Glialtri Baroni; e giunse à inginocchiarsi Il Soldan ne la porta, & à i ridutti Baroni il simigliante uide farsi Così fece Guerrin, se bene i frutti Al tutto tien, com'eran, falsi e uani. Ma finger gli conuien, tra tanti cani. Erano entrati i sacerdoti ornati Di ricchi drappi, e per molto or pesanti, Gli smiraldi, i zaffiri & i pregiati Carbonchi, i chiari e forti Diamanti Nel dosso a l'Argaliffa seminati Si uedean fiammeggiar da tutti i canti Seguì poi dopo quel con grande onore (Col Meschin seco) il Soldano Almansore. Quiui tre uolte, l'Almansor gittossi Col uiso in terra, e disse, io non son degno Veder questa sant'arca, e poi fermossi Sù le ginocchia, com'un'huom di legno Il Meschino ancor'egli inginocchiossi Dando di deuotione un finto segno Et come quel, che n'hauea dispiacere Voltò la schiena per ciò non uedere. Poi chinò il uiso alzando l'anche bene Per più dispregio de la lor credenza. Gran castigo di ciò ti si conuiene Dar, disse ogn'un che u'era à la presenza Grande stupor di questo al Soldan uiene Veggendo quella falsa riuerenza Che atto è questo? turbato gli disse E come à far sì grand'error uenisse. Giustitia (ogn'un gridò,) sia preso e morto E di che cosa? senza alcun timore (Disse Guerrin) son'accusato à torto, Dunque chiamate il mio uoltare errore? Ma son contento, ben che mi sta porto Mal, per far bene, & à quell'arca onore, Morrò martire almen, se m'uccidete Se del sangue innocente hauete sete. Nessun s'accosti, ch'io nòn uo morire Prima che la ragion mia non s'intenda Poi siemi preparato quel martire Ch'à uoi par giusto, e pch'ogn'un comprenda Mi parea fuor di modo allor fallire S'ad una diuotion tanto stupenda Io uerme uile, e ne i peccati inuolto Hauesse ardir mai di uoltargli il uolto. Per mia gran diuotion questo à far tolsi Com'indegno ch'io son uoltar la fronte, Gli arbori anche del Sole onorar uolsi In questa forma, anzi lor feci un ponte De la mia schiena, quand'io poi mi tolsi Di terra, e con le man dipoi congionte In terra, & con i piedi caminai Del Tempio fuore, e così mi drizzai. Di questo il sacerdote poi d'Apollo Molto mi commendò, tennel ben fatto Che l'huom mai douerebbe esser satollo Vno Dio d'onorare in ciascun' atto Il Soldan, molto à questo dir pregollo Ch'egli li perdonasse, poi che tratto S'era à l'opinion falsa di farlo D'un tanto bene à torto castigarlo. Piansero tutti, per gran tenerezza Poi che falsa stimaron sua bontade Volendo dargli pena con asprezza, Tenendolo huomo di gran santitade Tra se disse Guerrin, questa sciocchezza Ch'io ui fo creder, mi fia sanitade Ma bene à uoi fia danno sempiterno Ch'adorate un condennato à l'Inferno. Or perch'io piglio à narrar quelle cose Per ordin, che'l Meschin uedute haueua Pel mondo; cio è quelle più famose Dirò come quell'arca si reggeua In aria, e come quiui si compose, Il che, per gran miracol si teneua Da la gente ignorante, e tiensi ancora Che sotto quella se falsa dimora.

Dal mezo in sù, la cappella è composta Di Calamita, ch'è piètra marina Tra nera e bigia, che se ui s'accosta Il ferro, ouer s'ella gli s'auuicina Per la frigidità c'ha in se riposta Tiralo à se, la cui bontà diuina I Nauiganti san, ch'in la procella Fa lor trouar la Tramontana stella. Com'ho detto di sopra, è Calamita Dal mezo in giuso, e tutta bianca poi Quella Cappella, e doue uiene unita Cioè tra'l nero, e'l bianco, per li suoi Termini, ha una lista circuita Rossa, senz'altro color che l'annoi. Ha due finestre tonde solamente Ch'una à Leuante sta, l'altra à Ponente. Nel mezo hà uno altar ritondo, ilquale Vn cerchio d'oro in torno lo circonda Sopra hà l'arca sospesa, ch'è d'acciale O pur di ferro, d'ornamenti monda Che non è lunga un braccio naturale E qualche cosa men par che risponda A guisa sta di uaso lauorata Ben ch'ella mostri sua forma quadrata. Mentre Guerrino à rimirar si staua Attento à quelle cerimonie loro Con la bocca pian seco mormoraua (Mentre che i sacerdoti intorno al Coro Ad alta uoce ciaschedun cantaua, In uerso l'arca, Dio ti dia ristoro Dicea'l Meschino, ò falso ingannatore E d'ogni tristo error seminatore. Tu hai guidati tanti, e guidi ancora Con tua falsa credenza al cieco Inferno Che ben giusta cagione hai data ogn'hora Di prouar tutto il mal del tristo Auerno, Ma poi che di fornir su giunta l'hora Vscir del Tempio, pur sotto il gouerno De l'Argaliffa, ù uider certi sciocchi. Che s'eran fatti allor cauare gli occhi. Per deuotione il fer, perche uedere Cosamai non pensar più degna, e santa Secondo il falso lor sciocco parere Seco ridea Guerrino à ueder tanta Stultitia, ben c'hauea gran dispiacere Veder sì tristamente persa quanta Vedea generation, ch'è pure umana Per fede sì bestiale & sì uillana. Fugli anche detto, che l'anno, che fanno Il giubileo lor, molti insensati Per una falsa credenza che gli hanno Certi lor carri apposta preparati Tirare addosso subito si fanno. Così morendo, si tengon beati Sono i lor corpi con sommo decoro Poi riportati ne le patrie loro. Santi son detti poi di Macometto I quai la sciocca gente stima e crede Che seco in cìel si godan con diletto E stien ne i primi seggi per mercede Pensando hauer purgato ogni difetto Or riuolgendo al nostro intento il piede Com'al palazzo il Soldan fu tornato Principio al magno desinar fu dato Erasi posto à tauola à sedere Che sopra un fin tappeto in terra staua Con ogni suo Barone, e Caualiere Altroue l'Argaliffa sol mangiaua Quando dolente si fece uedere Vna fanciulla, che l'accompagnaua Due Caualieri, e due Donzelle meste. Di bello aspetto, e di maniere oneste. A l'abito Reale, à l'eccellenza A la beltà del uiso, à l'aureo crino Al pietoso languir, la sua presenza S'empì d'amore, e di pietà Guerrino Nel rimembrarsi il duol, lei restò senza Poter parlar del suo fiero destino Ogn'un pregò'l Soldan, non potendo ella Ch'altri narrasse la sua sorte fella.

Fu detto ad un di quei due Caualieri Chè la cagion del suo dolor mostrasse. Ilqual prese à narrarla uolentieri Furon fatte seder le Donne lasse, In questo mezo, da certi scudieri Come parue che'l Sir loro accennasse. Maestà santa, incominciò colui, Io dirò quel, dou'to presente fui. Di Presopoli è questa Giouinetta Del Re figliuola fu, che nouàmente E' stato morto, senza sua uendetta. E presa sua citta da Turca gente; Trecento mila, essendo di tal setta Re Galismarte feroce e potente, Dopo molte battaglie, al fin la uinse Et il Re con due figliuoi di uita estinse. Finistor l'infelice Re chiamossi Ch'à la tua Maestà fu noto forse, Tolte molte città prima trouossi Che mal prouiste il suo Signor soccorse Presole il Re Galismarte, accampossi Con tanta gente che seco ui corse, Che non ui fu rimedio di soccorso Hauendo à l'altre terre poste il morso. Le città furon queste, in Persia poste Dal Tigre, fin al gran fiume Ilione Zenzafra, Indica, Arbare, et altre accoste E seminate per tal regione Merauiglia non è, se sottoposte Son'or da tante migliar di persone Nè che sia Galismarte sì potente Nè c'habbia al suo comando tanta gente. Costui ha di Damasco signoria D'Assiria, di Giudea, & Palestina D' Cospidam ancor, ch'è in Soria Media, Armenia, e Cilitia si declina Sott'il suo Imperio, e la Panftagonia Di Isauria, di Panfilia ha monarchia Iocadia, e Trabisonda, e non ha meno Vn suo fratello, spatio di terreno. L'altro fratello Astilador si chiama Che'l resto di Turchia tien sottoposta Bossina tien, la quale è di gran fama Tien Polana, tien Vesqua à quell'accosta; Con più regni, nè bastangli, ch'ei brama Gli altrui paesi, & hauui già composta Aspra battaglia, se ben l'ha condotta In dietro al fine, e con la testa rotta Or noi, poi che i figliuoli, e'l miser padre Vedemmo morti, pur con l'armi in mano Che fummo Caualier de le sue squadre E ch'ogni contrastar uedemmo uano Questa fanciulla, ch'era senza madre Al palazzo, e'haueam poco lontano Poi che debol contrasto hauea la guerra Guidammo fuor del sangue, e de la terra. Condotta à braccia più morta chè uiua Ci fu sì fauoreuole la sorte Mutando insegna, che l'habbiamo schiua Da seruitù, da uituperio, e morte Sperando noi, s'ella di uita priua Non fusse, à quàlche tempo, à quale huom sorte Chiedendo aita, ò seco apparentarsi Potere un dì quel Regno racquistarsi. Nè ci essendo altri, à chi la uicinanza Trista de i Turchi più far danno possa Ch'à uoi santa Corona, e più possanza Habbia, però la nostra prima mossa E stata quì, però che l'arroganza De i Turchi non si frena in una scossa Persia felice haran, s'altro riparo Non ci è, che domi Galismarte auaro. Poi per pietate, e per somma giustitia Per l'età giouenil, per lo sprezzato Sangue Real, per l'orribil malitia Del Turco Re, crudele, e scelerato Piacciaui consolar tanta mestitia E la miseria grande del suo stato Che se nel uostro fauor non rimane Conuien che uada a mendicar'il pane.

Come scacciata, e come uilipesa A uoi ricorre, e ui si raccomanda Che tor uogliate la pietosa impresa Poi la ragione in parte lo comanda Sendo nostro Soldan di Persia offesa Come si uede già da una banda Del uostro fauor dunque habbiam mestiero Quì pose al parlar fine il Caualiero. Allora il buon Meschin, ch'ardea di uoglia Di fare opera degna del suo core E conuien (disse) ch'io la lingua scioglia Inginocchiato innanzi à l' Almansore Se fate che'l poter non mi si toglia, Diss'il Soldano io son per farti onore Dì pur senza temer, ciò che dir uuoi Che'l parlar non si niega à i pari tuoi. Noi siamo in questo mondo fragil posti Diss'egli, tutti in simiglianza uguale In quanto à la natura, e sottoposti In preda à la fortuna, al bene, e al male Nè d'altra differentia siam composti Se non qual più, e qual men si preuale O'di forza, ò d'ingegno, ò di ricchezza Laqual, sol gode men, chi più la prezza. Non diede il gran Motor, se ben si pensa, Lo scettro in mano ài Re, se non per segno Di ministrar pari Giustitia immensa E ch'à tutti color, sott'al cui Regno Saran, sian solrefugio d'ogni offensa Et finalmente il uer porto e sostegno Di chi ui corre, e il suo Re giustamente Deue esser guida à la smarrita gente. Oltre che'l uiuèr senz'opre, che sieno Degne del Regno, in che l'huomo si troua Merita per ragion d'esser dameno Se di se non sa far più degna proua Al uil Sardanapal fu posto il freno Anzi al suo Regno, al qual or poco gioua Che mille, cento, e sessanta anni sia Con buon difenditor stata Soria. Aiutando costei tu fai non sola Star la giustitia in piè, che far il dei, Essendo tanto più di Re figliuola, Mafreni il corso à gli auuersarij rei, Che Dio uoglia, ch'io menta per la gola Che s'ostinato à por rimedio sei I Turchi in superbiti da l'acquisto T'assalteranno un di qui mal prouisto Io ti prometto per quel Macon santo, Risposegli il Soldan, ch'à Galisinarte Del mio tesor prometto dargli quanto Basti à sarlo tornare in quella parte Dond'ei si mosse, e di questo mi uanto Se per tesor uoler, seguita Marte Così lasser à il Regno, & ogni terra C'hà presa di Presopoli per guerra Questo saria (disse Guerrino) un farsi Tributario d'accordo, senz'hauere Ardir di mai poter più liberarsi Et un gran segno espresso di temere Però questi partiti sono scarsi Dunque ascoltisi in questo il mio parere Il tesor, che gettar uolete uia Sarà buono à cauargli la pazzia. Et io, se guerra far ui risoluete, M'obligo, e tanto l'animo mi dice Se nel mio far, punto ui fiderete Spero seco uittoria hauer felice. Spegner fia graue in questo la tua sete Disse il Soldan, ben che non si disdice Che non si speri ne la uirtù c'hai, Ma la forza de i Turchi ancor non sai. Poi uolto al Caualier, c'hauea parlato, Domandò quanto tempo guerreggiando Hauea, che Galismarte era accampato A Presopol, del qual son ora in bando, Disse quel Caualier, ch'ei u'era stato D'allora in quà, che'l suo fratel tornando Da una guerra senza frutto uenne. Anzi lasciouui le maestre penne.

Astiladoro il suo fratel si chiama Che se ui piace udir, non lo sapendo, Dirò l'origin per quanto la fama N'ha dato inditio, da laqual l'intendo Poi che fortuna sopra noi si sfama Con nostro duolo, e uituperio orrendo L'Imperador Cristiano, ò Almansore Che di Costantinopoli è Signore, Hebbe una figlia, non forse men bella Quì de la sfortunata mia Reina Ma se uantaggio ci è, lei passa quella Pur fu tenuta in quel tempo diuina, Volsela maritare, & acciò ch'ella Fusse onorata à la festa uicina Fe fare un bando, che ciascun potesse Andarui di qual fede si uolesse, Ordinar fece una giostra superba Et un pregio fe por conueniente, Ilquale ancora al uincitor si serba Che tal causa allor restò pendente. Di quì nacque una guerra molto acerba Che fece Astilador, con la sua gente A quell'Imperador, ma com'ho detto, Fu di tornar col campo adietro stretto. Con undici figliuoli men, che morti Gli fur per man d'un chiamato Meschino, Che fu già schiauo uenduto in quei porti Chel rubbaro i Corsar da piccolino, E per gli inditij, che mi furon porti Costui è molto più che Paladino E fu di seruo in libertà tornato Da Alessandro, alqual fu già donato. Il ualor, la uirtù d'un'huomo solo Diede a l'Imperador uinta la guerra Conuenne Astilador tutto lo stuolo Leuar'e lasciar libera la terra Per non restar priuo d'ogni figliuolo E non sol dar le sue ragioni à terra Ma gli conuenne giurar nel partire Mai non hauer di ritornarui ardire Veduto questo, il fratel Galismarte Di rabbia acceso, e d'acerbo furore Fe presto gente, e uenne ne la parte Di Presopoli, addosso al mio Signore E tanto hebbe poter, tanta fu l'arte Ch'al fin pur causò'l nostro dolore Et euui morta la trista, e la buona Gente del Re, con l'istessa persona. Or se potessi hauer mezo nessuno Per amicitia ò forza di tesoro Di condur quel Meschin, che da ciascuno Tanto è temuto, e cotal forza ha l'oro Che'l suo uago colore abbaglia ogn'uno O sia Cristiano, ò sia Turco, ò sia Moro Hauendo lui, tu puoi ardir d'auere Ciò che uuoi col nemico, e possedere. Disse il Meschin, (che non è conosciuto) A me non par, che si debbia far questo Perch'io ho inteso per chi l'ha ueduto Che la uita, e'l ualor, porria piu presto In opre di giustitia, oue saputo Da'lui fuss'il bisogno, e sia richiesto E in questo assai mi piacque la sua fama Poi ch'egli il dritto, e non il tesoro ama. Ma se dal cielo, e da la buona sorte Mi sarà dato (com'io spero) aita Spero imitarlo, sì costante, e forte Ch'io farò opra, forse à uoi gradita Valti prima di noi, che tieni in corte E se l'opera nostra, uien fallita Posponci à glialtri ò poi dà questo onore A chi è più di noi con più ualore. Per noi colui faria, diss il Soldano Poi ch'è sì fiero, e de i Turchi nemico Pur se uolete à tal guerra por mano Gente non mancherà, però ui dico Che far bisogna uno sforzo sourano E di gente richiedere ogni amico In India, in Babilonia Ambasciadori Mandar bisogna, & à molti Signori,

Saluando il tuo giuditio, ò sommo Sire (Il Meschin disse) e la tua mente buona A me per or non parue di uenire A l'estremo poter, che la persona Ne la guerra non può di certo dire Così farà quantunche si propona Alto ualor, non ti metter sì presto A mettere à la prima del tuo resto Io m'obligo Signor, s'io ne son degno Per la pietà del torto che riceue Questa fanciulla, metter sì l'ingegno Con poca gente (nè ti paia lieue) Che in poco tempo acquisterò quel Regno Ch'ogni fatica non mi parrà greue Nè il pigliar uolentier sì gran tenzone Per mantenere il dritto, e la ragione. Diss il Soldan, per quanto ne uediamo Siam certi che nessun di te migliore A quest'impresa accomodar possiamo Però di questa sala uscirai fuore Acciò che co i Baron ci consigliamo Circa al far gente; e darti questo onore Con quest'ordin si piglia ogni partito Esce il Meschino, e'l mio Canto è finito,

IL FINE DEL CANTO TERZODECIMO.

IN QVESTO QVARTO DECIMO CANTO IL GVERRI-no fatto Capitano Generale dell'essercito de' Persiani, esce contra Finastaur, & rompe tutte le sue genti, Poi egli solo si mette à seguir la persona di Finastaur che fuggiua, & trouatolo combatte seco & l'uccide, & poi così à piede esso Guerrino sconosciuto se ne uà nella Terra de' nemici per ispiare ogni forza & consiglio loro.

CANTO QVARTODECIMO.

TRascorreva nel dir, Vergine sagra, Qvando l'umil Giouan ni tuo Battista. Disse, ricorri lieto à chi de l'agra Morte ti può saluar pietoso in uista, Ricorri al sonte, che'l tempo ti smagra Ilqual perduto, mai più non s'acquista Te Vergine mostrommi, sotto un manto Il Padre, il figlio, e lo spirito santo.

Però mi uolto à te, che preghi lui Che m'inspiri ch'io segua in modo, ch'io Caui chi legge, e me da i Regni bui Del fiume scuro de l'eterno oblio Nè miri quel ch'io son, nè quel ch'io ui Ma solo al puro & acceso desio Del buono amor, ch'io porto à la tua fede Et à chi l'ama, & à quel che gli crede. Or'io lasciai, che'l Soldan nel consiglio Entrò coi suoi Baron, ne l'altro canto Per consultar la guerra, che dal figlio Di Milon, comendata gli fu tanto, Quiui non fu tra lor nessun bisbiglio Tenendo il buon Meschin per huomo santo Dicendo ogn'un, per qualche segno forse Il sagro Apollo in fauor ce lo porse. E già ci ha mostro quanto in arme uaglia Con Tenaur, ch'è de i più franchi, e forti Che sia buono in tua Corte da battaglia Sì che Signore, haresti tutti i torti, A non uoler che Galismarte assaglia Con l'ordin, ch'ei ti dà, con quei conforti Ben si conosce à l'animo suo fiero Quant'ei sia saggio, e forte Caualiero Ogni Signor d'un medesmo parere Il consigliar, che guidar li lasciasse La guerra, e far secondo il suo parere E che'l Soldan la gente gli trouasse E molti ancor secondo il lor potere Gli offerser genti quante si trouasse Da portare arme ne i paesi loro E per condur de l'altra anche tesoro. Più di cento Signori s'obligaro Di fare armati al Meschin compagnia Questo al Soldan fu sommamente caro Poi che contenta era la Baronia E cosi dentro Guerrin richiamaro. Diss'il Soldan, gliè uinto che tu sia Campion de la fanciulla, e quella gente Che uuoi condur si faccia incontinente. E per seguir co i detti ancor l'effetto Manda per tutta Persia commissari Che gente d'arme mettano in assetto Non risparmiando spesa nè denari Nè sol la fama corse pel distretto Di Persia, ma di quindi non ste guari Che molti amici del Soldan uicini Vi uenner, presso e lontan dai confini. E tra la gente trista, e tra la buona Si condusse à la Meca in tempo corto Quattrocento mila huomin con persona Da guerra, e da sperarne buon conforto Tra i quai tredici Re fur di Corona Ch'amauano il Soldan, mostrando scorto. Due Re d'Arabia ui furon tra questi Con cento mila Arabi, arditi e presti. Disse il Soldano à Guerrin, tu sarai Di tutta questa gente Capitano E s'altretanta anche condur uorrai Coprirotti ogni monte, & ogni piano Allor disse Guerrin, mi piace assai Veder tanto potente e tanto umano Il mio Signor; ma per la prima mossa Non uoglio ordir battaglia così grossa. Il terzo dì, ch'i Capitan fu fatto Volse ueder la moltitudin tutta E far rassegna, per ueder chi atto Fusse, e qual gente ne la guerra instrutta Presso à quindici dì u'hauea disfatto Di tempo, e con buon'ordine ridutta Tre battaglie ne fe con lunghe fila Furono ne la prima ottanta mila. Cento mila ordinò ne la seconda E ne la terza tutt'il resto pose Che di due tanti più di gente abonda Poi elesse la prima, ch'ei compose Questa, disse al Soldan, per me risponda Ch'erano genti assai più bellicose Vn'altro sia col resto dal suo canto Ch'io romperlo con questi mi do uanto.

Non basterebbon trenta carte ancora S'io uolessi narrar l'ordine intero, Che'l Meschin fe di quelle genti allora Mostrando esser'huom degno d'alto impero, Tanto ch'ogni Signor sen'innamora Veggendolo cosi destro e leggiero Di quà, di là, sopr'il cauallo armato E di guerra esser tanto ammaestrato. Tende, e trabacche, e carriaggi porre In ordin fece, e con le uettouaglie Molti Camelli seco uolse torre E l'ordin, che si suol de le bagaglie, Poì fece il suon de l'alte trombe sciorre Et d'altri suoni usati in le battaglie E fe gli ottantamila mouer uerso Persopoli, nel sangue ancora immerso. Et lassò nel partir, che bisognando I centomila, il Soldan gli mandasse In due partite, tuttauia sperando Che tal soccorso non gli bisognasse Pur il Soldano il ueniua essortando Che seco tutti allor ne gli menasse Ma lodata gli fu tal prouidenza, Si da ciascun, ch'ei non fe resistenza. Or, se mai ualse il buon Guerrino in guerra A questa uolta farà cose estreme Ch'Amor lo sprona ad acquistar la terra Di quella ch'ama, riuerisce, e teme Q uanto d'Amor il dolce artiglio afferra Già proua sì, che di dolcezza geme, Ella men lui non ama nel segreto Poi ch'ei si moue in suo fauor sì lieto. Antinisca hauea nome la donzella Di somma gentilezza adorna ancora, Quel dolore aspro, la sua faccia bella Le scolorisce, per ch'egli scolora Faccia più fiera che non hauea quella Or'il Meschin, non sol così l'onora Ma il Soldan prega, che le faccia onore Come pietoso, e cortese Signore. Hauea'l Soldan dugento donne elette Tra le più belle per sue mogli come Da la sua legge non gli son disdette Ma una sola ha di Reina'l nome A la qual sol la corona si mette De la cui s'orna la testa e le chiome In compagnia di questa, egli la messe Che sol di farle onor la cura hauesse. Da la Mecha à Presopol quattro cento Miglia era, & à la uolta di Leuante Fece tornar le guide ogn'un contento Per non gli fare star giornate tante, Seco Guerrino, e di poì non fu lento D'auisar Cariscopo ancor di quante Fortune buone, e trist'habbia incontrate Così n'andar di denar contentate. Il fiume Palisado con l'armata Passò Guerrino, il qual correndo ancora Fa prima per la Mecha sua passata Poi Coronassa trouò, che dimora, Sopra'l fiume Prisona, assai pregiata Cittade, e trouo'l fiume Rocomora Ne la cui sponda anch è la città posta Di Tarbaì, e quiui giunse apposta. Giunseui apposta, & alloggio la notte L'esercito, non gia ne la campagna Ma parte per le case, e per le grotte Senza far danno, ò alcuna magagna, Che'l Capitan, che tai genti ha condotte Gli ammaestrò, che poco si guadagna Ne le città del suo Signor, che quella Del Soldano era, popolata, e bella. E tra le terre triste, e tra le buone Che poi per molti dì prima passaro Giunsero aduna su'l fiume Vlione Attinus detta, un'altra ne trouaro Grande, abitata da molte persone Chiamata Barbian, poi caminaro Molte giornate, e fece al fin posata A Darida città, tutta l'armata.

A Presopol cinquanta mila è presso Questa cittade, e quiui rinfrescati Alquanti dì senza mandar più messo A i Turchi à dir, perche quì sieno andati, Seppe per certe stirpe, c'haue a commesso, Così Guerrin, ch'à Galismarte stati Molti eran, e'hauean dato inditio intero Di quante genti egli haueua l'Impero. E come Galismarte poco conto Haue a fatto di loro, e ch'ei commesse, Che si mettesse ad un suo figlio in ponto Con centomila, e romper gli douesse Finistauro ancor non era gionto Con le sue genti in ordin quando messe In ordin da Guerrin le sue già furo Per esser dai nemici più sicuro. In questo mezo giuns'un messo, ilquale Portaua un breue da Presopol, doue Scritto era, come i Cittadin, che male Eran contenti di tai genti noue A Guerrin danno inditio, e chiar segnale, Che tutte le sue forze, e le sue proue Faccia per dare à i centomila drento, Senon, che le migliar saranno cento. Che come Finistauro inuiato (Che così'l nome era del suo figliuolo) Fu caldamente il Re poi consigliato Ch'ei lo seguisse con tutto lo stuolo Che'l dubbio de le guerre, d'ogni lato Può riportarne in allegrezza, e duolo, Doue che hauendo unita lo sua gente Potrà romper quei pochi facilmente. Per tali auisi se Guerrin raccorre Tutti i Signori, che'l seguiro in campo, E disse lor, che si douesse porre Ordine à la uittoria, & à lo scampo De le lor genti, prima che comporre Possa il nemico il disegnato uampo Perche se quei, ch'appresso habbiam, rompiamo De glialtri (disse) manco dubitiamo. E già gli Dei e'l sagro Apol per darci Di lor uittoria, disunir gli han fatti, Et (come per noi fa) poco stimarci Pensando hauerci con cenni disfatti, Con ordine or conuiene innanzi farci, Per ueder se n'haran così buon patti. Al cui dir, tutti i Baron Persiani Dissero, ueniam pur tosto à le mani. Così di Darida uscir fuor, mettendo Il campo in ordin posto in cinque schiere, Venne Guerrin la prima commettendo A Tenaur, ch'era quel Caualiere Con cui già combattè, però ch'essendo Forte, uolse mostrarlo in conto hauere Due Re pose con esso, e le sue genti Furon quindici mila combattenti. Quindicimila ancora à due Re diede D'Arabia, Aginapar l'uno chiamossi L'altro Arabismos, che questo possiede Huomini forti, ualorosi, e grossi. Al Re Daredin l'altra poi concede Con tre Re più, che s'eran seco mossi Quindicimila ancora furon questi Caualier tutti ne l'imprese desti. La quarta per se tenne, che fur pure Quindicimila, e l'ultima fe torre Al nipote al Soldan, che di sicure Genti, gli uolse la schiera comporre. Fur tutte l'altre con uguai misure Partite; ma sol questa non concorre Con l'altre, perche uentimila sono E de i membri del campo anco il più buono Il giouine, à chi data fu tal cura, Nipote è del Soldan, per nome detto Personico, & è fiero di natura, Pur'il Meschin gliordinò per rispetto Di seguir la battaglia più sicura, Ch'egli stesse al suo luogo attento e stretto Fin ch'ei gli desse il segno, ch'ei mouesse Le genti, e che soccorso à glialtri desse.

La scolta in questo gli fece sapere Il modo, ch'erano i Turchi ordinati E come di lor fatte hauean due schiere Con quattro Re la prima incoronati Cinquantamila son di genti fiere In ogni schiera, così separati E non può lor ne l'animo capire Che i Persian gli debbiano assalire. Ma quando il poluerin ueggono alzarsi In alto, e Tenaur già quiui gionto E fieramente in prouiso assaltarsi Ne fecer, più che non faceuan, conto Già cominciaua l'arme a in sanguinarsi Con intricato, e terribile affronto, Intanto era Guerrino innanzi corso Per dare ardire à le squadre, e soccorso. La gente in dietro sua lasciò correndo, Da cento buon caualli accompagnato, Ei passò gli altri, sempre mai mettendo Ordine, e cor, com'huomo alto e prègiato, Et andò tanto, or quà, or là scorrendo, Ch'al Re Aginapar era arriuato E gli ordinò, che destramente andasse E che co i suoi ne la battaglia entrasse. Ma egli prima e il Re diuotamente Smontaro in terra, e cor parole sante, Il Meschin pregò Cristo onnipotente Per esser di tal guerra trionfantè Era col uiso uoltosi à Ponente, Quando adorando il Reuerso Leuante, Disse, ò Guerrin, tu non adori bene, Ch'adorare à Leuante si conuiene. O'Leuante, ò Ponente, ò doue io sia Volto, per tutto sente, e'l tutto uede Colui che creò'l tutto, e monarchia Di quà, di là, d'ogni cosa possiede Non l'intese quel Re; ma tuttauia Per seguir l'opra si drizzaro in piede Co i cento Caualieri Guerrin corse Ne la battaglia, e n più parti trascorse. E uide che serrata nel mezo era E circondata da i nemici intorno Di Tenaur la ualorosa schiera, Ond'egli uolto à quei, che'l seguitorno Quì disse è da mostrar la uirtù uera Per uoi celebrerassi questo giorno Disse, se ui da il cor di seguitarmi, E di far strada quì per forza d'armi. Per uoi nel foco, non solo in battaglia Vogliamo entrar, dissero i Caualieri, Ond'il Meschin con gran furia si scaglia Innanzi con orrendi colpi, e fieri Sù presto, grida, addosso à la canaglia E spesso taglia più giù che i cimieri, Gli ordini rompe, e fassi far la uia Ben che di luogo ui sia carestia. Dal primo entrare al mezo era due uolte Corso di quà, di là per fare il passo Ampio, allargando le genti più folte Mostrandosi ogni uolta manco lasso. Prima che i suoi compagni à briglie sciolte Potesser seguitarlo di buon passo A tal quel uarco in un tratto ridusse Ch'Aginapar ne la guerra à condusse. Da quella banda entrò con quella gente, Perche Guerrin, c'ha de la guerra l'arte Fece una di due schiere immantinente E rinfrescò di Tenaur la parte Le cui genti un buon terzo erano spente Poi (fatto questo) subito si parte Et à la terza à Daridan commesse Che sù gli auissi à dar soccorso stesse. Poi à la sua (ch'era la quarta) gionto Per ordinargli, non gli fu bisogno, Che da le stessi s'eran messi in ponto Poi che la guerra non giua da sogno, De l'ultima bisogna anche far conto Da che l'ordine dir per tutto agogno, Quiui cors'il Meschin con grand'amore Atutti i Caualier mettendo core.

Finistauro entrò, poi che'l soccorso Si fiero uide esser de i Persiani Coi soi cinquanta mila al primo corso E col Re Aginapar uenne à le mani Il miser Re tant'oltre era trascorso Ch'ei restò morto da quei Turchi ca ni Nè su gran fatto, che nel primo affronto Da più di uenti lance ui fu gìonto Quell'impeto primier diè gran fracasso A i Persiani, e ne cascaron molti Tanto che Tenaur, già passo passo Al meglio ch'ei poteua i suoi raccolti, Per non trouarsi del soccorso in asso Gli haueua già à ritirarsi uolti; Ma giunse Daridano in sua presenza E fece à i Turchi una gran resistenza. Et unissi con glialtri francamente Facendo testa, e grand'uccisione Or prima che fue genti fusser uente Di Personico l'ultimo squadrone, Guerrin partillo in due parti ugualmente E questo fatto, subito compone Con Personico, ch'egli in mezo metta La Turca gente da due parti in fretta. Grande de i Turchi fu la merauiglia Sentendosi assalir da tanti lati Di quà, di la, la gente si scompiglia Son tutti gliordin già disordinati Quì l'arme bianca diuenta uermiglia Quì si sentono i colpi dispietati Ogn'un s'aita, ogn'un si fa uedere Con l'arme in man ualente Caualiere. Finistaur di quà, di là si uede Tenaur, e Personico feroci De i lor percossi restan pochi in piede Gridano i Persian con alta uoci, Apollo or la uittoria ci concede Contra uoi Turchi crudelmente atroci; Ma quel dir non iscema à i Turchi il uampo Anzi acquistauan sempre più del campo. Il Meschino, che pender là bilancia De i suoi uedeua, à la sua schiera corre, E chi uuol, dice, si gratti la pancia Ch'ànoi conuiene altro esercito torre E presa in mano una gagliarda lancia Con la sua schiera in la battaglia à porre S'andò, e fe far testa à i rifugiti Hauendoli co i suoi per ale uniti. Poi gli strumenti tutti de la guerra Fece sonar con accento tremendo Non è sì forte cosa, ch'egli atterra Doue s'adopra col braccio stupendo Beato chi de le sue man si sferra Or io tenerui à tedio non intendo, Veggendo nel Meschin sì grand'ardire Preser partito i Turchi di fuggire. Così, chi quà, chi là di timor pieno A coppie, à diece, à uenti, à squadre intere Si diedero à cercare altro terreno Poi che per tutto si ueggono hauere Nemici intorno, e tanto più che sieno Guidati da sì franco Caualiere Che come quiui Guerrin su sentito Venne ogni Persian per quattro ardito Finastaùro, poi che spauentata In fuga la sua gente fuggir uede E la battaglia quasi abbandonata Anch'egli à i Persiani il campo cede E perche fuga in lui non sia notata Verso il fiume Vlione à gir si diede Mostrando quiui andar, com'altri uanno A rinfrescarsi per sete, & affanno. In preda à i Persiani il campo resta E son già de i nemici al padiglione, Onde assai spinti da la disonesta Voglia di preda, pigliauan prigioni E roba, in modo già, che di far testa Dauano à i lor nemici ampie cagioni Quando il Meschin tal'ordine in lor mira Non potè contener la stizza, e l'ira.

E fe tosto pel campo bandi andare A pena de la uita, che nessuno Ardisca la uittoria abbandonare E sia à tutti tal bando communo Perche l'ingorda uoglia del rubare Spesso di bianco fa diuentar bruno, Chi per rubar lascia l'armi dà canto Fa spesso ritornare il riso in pianto. Fu da un Mamalucco à Guerrin detto La uia che Finistauro faceua Fe porgersi una lancia ad un ualletto Perche assoluto lasciar nol uoleua Dipoi disse à Personico, s'io metto Tempo à tornar, di quiui il campo leua Ma non più tosto, che per monte, ò piano Vegga à Turchi tener quì l'arme in mano. Spronò poi, detto questo, il buon Guerrino A la uolta del gran fiume Vlione Andando sempre in giuso uers'il chino Doue la strada mostraua un Vallone Tanto, ch'al fin le pedate e'l camino Trouò di Finistauro, e quì si pone L'orme à seguir, ch'eran d'un sol cauallo Che'l feron certo di non gire in fallo In questo mezo i Persian Baroni D'allegrezza ripieni, e di stupore Del campo al tutto restaron padroni Godendo insieme la preda, e l'onore, A raccolta fer dar del campo i suoni Il cui raccor non fu senza dolore Però che'l Capitan maggior mancaua Nè con tanta uittoria si trouaua. E mentre ch'aspettandolo si staua Scorreuan di tal guerra ogni successo E del lor Capitan si raccontaua Ogni bello ordin, ch'in loro hauea messo E con quanta uirtute ammaestraua I Capitani nel proprio interesso E com'or quinci, or quindi prouedeua A'tempo, doue il bisogno accadeua. Vedeste uoi, (diceua un gran Signore) Come con cento sol caualli diede A' Tenaur serrato gran fauore? Et egli, ch'è presente ne fa fede. Vedeste uoi poi con quanto ualore Temporeggiando fin ch'à l'Ostro riede Il Sol, ch'à i Turchi abbagliaua la uista Entrò con la sua squadra ben prouista? Di quì nacque la fuga de i nemici Questa l'origin fu de la uittoria Che più di diece mila d'infelici Turchi, nel primo assalto, con sua gloria, Vccise con sua squadra, & à gli amici Porgendo cor , Ma qual distesa istoria Potria narrar quantì da sue man fortì Si potrebbon contar nel campo morti? Gli Dei infusa gli han tanta uirtute (Dicendo) e noi da ringratiar gli habbiamo Che ce lo dieder per nostra salute Così gratia ci dien, che'l ritrouiamo Sien le genti ferite prouedute In questo mezo che noi l'aspettiamo. Così dicendo in Daridà n'entraro Gran parte, e gli altri di fuor s'accamparo Lasciamgli stare, & à Guerrin ritorno Farem, che seguitaua le pedate, Già male attese nel passato giorno Pur da lui fur di sorte seguitate Ch'andando poco de la riua intorno Del fiume, oue le sponde eran mangiate Dal crescere, e'l discrescer di quell'acque Ch'ei trouò quel, che di trouar gli piacque. Doue restato un bel pianetto u'era Trououui Finistauro fermato Che si dolea de la sua sorte fiera Di sudor pieno, e di sete scalmato Che per ber, l'elmo già cauato s'era. Guerrin gli domandò, s'era passato Finistauro quiui, dubitando Ch'egli non fusse quel, ch'ei gia cercando.

Chi sei tu? (disse) che cercando il figlio Del gran Re Galismarte così uai? Che pur ora è scampato da l'artiglio De la crudel fortuna, dillo omai, Che più non uale aiuto, nè consiglio S'in te per suo conforto tal cura hai Piglia dunque il camin per altro uerso Che uoler consolarlo, è tempo perso. Io uo per dargli l'ultimo flagello Disse Guerrin, non per pietà ch'io n'habbia, Ma tu chi sei, che porti elmo si bello? Certo tu non mi scappi de la gabbia Se tu uolassi ben com'un'uccello, Che or'or sarà frenata la tua rabbia Tu sei quel desso, ponti l'elmo in testa Ch'altri che te cercan più non mi resta. M'incresce che tu sia tanto cortese, Finistauro disse, e basterebbe A quel che fa tremar questo paese Guerrin chiamato, e forse non direbbe Che l'armi prima al luogo suo sien rese. Disse guerrin, de l'onor mio m'increbbe Che s'io credessi hauer meza Turchia Non ti farei senz elmo uillania. Vediam se tu riesci à l'altra parte Diss egli; ma pregar prima ti uoglio Che tu mi dica s'è figliuol di Marte, Q uel uostro Capitan, c'ha tanto orgoglio, Che ha già mezo disfatto Galismarte. Io, che sia uiuo e tu e lui mi doglio Rispose, e per non far parole in uano Io son mortale, e son quel Capitano, Sì, ch'à tua posta quì del campo piglia Chi miglior sorte haurà, quel uiuo resti Colui senza parlar girò la briglia Tanto gli fur quelli auisi molesti Et di morir più tosto si consiglia Che comodi fuggir come son questi Di uenire à le man con chi più grato Huomo non gli poteua esser mandato. Non ch'ei sperasse già d'hauerne onore, Ancor ch'ei fusse animoso, e gagliardo; Ma teneua per certo che'l ualore C'hauea Guerrin, facesse ogn'huom codardo, Perche quel dì sentito hauea'l romore Allor ch'egli abbatteua ogni stendardo Fuggasi ogn'un, tirateui da parte Che non si può contr'al figliuol di Marte. Ma perch'è disperato, e uuol morire Posesi l'elmo, e la sua lancia prese E poi contr'à Guerrin uenne à ferire Ch'à dargli in quel buona risposta attese Si ruppero le lance nel colpire Perche ben resse l'uno e l'altro arnese Sì, ch'à far proua uenner de le spade Qual d'esse meglio punge, e meglio rade. Il Pagano parlò prima ch'appresso Potesse colpo far da corre à pieno, Mi merauiglio ben, che ti sia messo A fauorir gente che sì uil sieno Disse à Guerrin, poi che si uede espresso C'hauendo te non posson far dimeno, Ma se tu uuoi di Galismarte farti Campion, del tutto farò perdonarti. Oltre che tu sarai suo Capitano Egli è tanto benigno, e sì pietoso Ch'io farò porti il gran bastone in mano D'uno essercito grande, e poderoso Tu parli (allor disse Guerrino) in uano Non più ciarlar, non più tanto riposo Ma per leuarti ogni speranza uia Io Cristo adoro, figliuol di Maria, Io son Cristiano, e per distrugger nato. (Come tu uedi) di Macon la setta E son stato due uolte battezato Sotto la fede Cristiana perfetta E per dir chiaro, il Meschino son chiamato Ch'à undici figliuoli dei la stretta D'Astilador, già tuoi cugin fratelli Or sì, ch'in uano al padre tuo m'appelli.

Così di te farò, così ancora Spero de tuoi fratelli far non meno, Non men tuo padre forse anche trar fuora Di questo temperato aer sereno, Finistauro allor, non se dimora Di gran colera armato, e di ueleno Spinse il cauallo, e con la spada in alto Con Guerrin diè principio al fiero assalto. Ecco risponde in questa, e'n quella ualle Al crudo martellar de i colpi orrendi Sù gli elmi, sù le braccia, e su le spalle Che fan chi più forza hà, più ue ne spendi Nè tempra u'è di piastra, ch'ancor falle Ancor che colpi sien più che stupendi, Ma si fiaccan le membra, al cui furore S'allarga l'uno, e l'altro corridore. Quell'odio, che douea bastar tra loro N'auanzò da far parte anco a i caualli Che mentre che si dauano martoro Lasciandosi il terren senz'interualli, De la fatica lor dier mal ristoro E gli fecer fornire i tristi balli, Vccisero i destrier, ch'eran leuati In alto, con due colpi dispietati. Co i piè dinanzi s'eran ritti in alto Liberi, da le mani c'hanno il freno A custodir, che con due man l'assalto Fanno, per far che i colpi doppi sieno I lor Signori, & con un cor di smalto Menan le spade, e tinti di ueleno, E mentre al colpeggiar nessuno cede Di sella si trouar restati à piede. Rinforzaua Guerrino i colpi crudi Quand'era Finistauro già lasso, Non domandar se la fronte gli sudi E quant'ha di tal giuoco poco spasso, Haueane l'armi assai migliori studi Fatti Guerrino, e gito passo passo Col suo temporeggiare, or uede chiaro Che poco u'ha Finistaur riparo. Perch'ei tentar conla spada non puote Più, perche l'arme in penetrabil troua. Poi che Guerrin si fiero lui percuote, Vuol tentar s'altro rimedio gli gioua Piglialo à braccia, & quà e là lo scuote Ma non può far ch'egli si torca ò moua, Era Guerrino nel lottar più dotto Ond'il nemico suo si cacciò sotto. Sciolseli l'elmo, e la spada riprese E gli segò le uene de la gola Poi che leuate gli hauea le difese De le braccia, gli tolse la parola La testa li tagliò, dipoi la prese, E gittola nel fiume così sola Cauò prima de l'elmo due rubini Ouer Carbon di gran ualuta e fini. Tosto che morto l'hebbe, inginocchione Dio ringratiò de la uittoria hauuta Et il pregò con pietosa oratione Che oltre à la uittoria riceuuta Gli desse appresso buona ispiratione Al seguir l'opra, ancor non ben compiuta Che dar potesse ad Antinisca il Regno Suo, come fatto haueua già disegno. Haueuala nel cor sempre scolpita E s'hebbè mai ualore, or desiaua Opra spupenda far, non che gradita Che di feruente amor la Donna amaua, Quando al suo Regno sia restituita Per le sue man, di farsela pensaua Sua moglie, e il sottoposto stuol Pagano Ridurre à Cristo, e farlo far Cristiano. E per uenire al desiato segno Pensa, che quiui non bisogna meno Vsarui de la forza anche l'ingegno, Ma si nasconde il suo pensier nel seno, E per seguire il già fatto disegno A piedi misurar prese il terreno Poi ch'à piedi trouossi, e ne la prima Hora di notte, il che, poco egli stima.

Le lodi, chio dourei sparger cantando Del suo cor generoso, inuitto, e franco Lettor tu stesso gli darai, pensando Che quando egli dourebbe esser più stanco. A più fatica si uenia uoltando Nè forza nè uigor mostraua manco Quand'ei doueua andar uerso gliamici Egli tolse il camin uerso i nemici. Verso Presopol se n'andò soletto Di notte à piedi, per tentar più cose Senz'hauer de'nemici alcun sospetto L'elmo sopra un troncon di lancia pose Poi ne la spalla, ad uso di barletto In frotta con le genti dolorose Ch'eran fuggite de le squadre rotte Si mise à caminar tutta la notte. E Macon Triuigante, & Apollino Sentendo maledir da questo, e quello Chi la fortuna, chi'l fiero destino, Chi piangeua l'amico, e chi'l fratello, Van'è à pensar, diceua altri, diuino Capitan uincer un di Dio flagello Mandato à castigarci in questa parte Del semenato de l'inuitto Marte. Et è ben dritto, dipoi, chel Re nostro Senza ragione in Persia hauere alcuna Che Macon gli habbia l'error suo dimostro Pensando hauer nel crin l'empia fortuna, Fors'anche u'è rimaso il figliuol uostro O' Galismarte; onde la ueste bruna In sì uani trionfi porterete Così spenta sarà la uostra sete. L'orme seguì de la fuggita gente Fin ch'à Presopol sù la meza notte Giunse, là doue gran tumulto sente Di genti che giongean del giorno rotte, Rimprouerate da gli altri uilmente E risponder sentiua poi le frotte Di quei suggiri, quando prouerete Di Marte il figlio, ancor uoi fuggirete. Ancor per uoi ci resta del ualore Che Maconeha concesso à i Persiani Nel Capitano loro, ira, e furore Del fiero Marte; e questi & altri strani Lamenti pien di scusa, e di dolore Spargendo, udì Guerrino, e gli fur piani Ma non potè entrar dentro à la terra Che'l passo armata gente guarda e serra. In un borgo di fuore, ad uno ostiere Giunse, e gli domandò s'hauea ricetto Rispose l'oste, tu puoi ben uedere Se quì ci fia dauanzo nessun letto, Beato è quel, che pur possa giacere Sù'l mattonato in terra puro e netto Che non sol quì ci fia comoditate Ma non supplisce pur la gran Cittate. In cortesia (disse Guerrin) ti piaccia Per fin al dì darmi luogo coperto Io ueggo ben la gente, che t'impaccia Ma più di me non son per darti merto. L'oste, che'l uide signorile in faccia Poi che'l lume c'hauea gliel fece certo, Se già la uista (disse) non m'abbaglia Voi non parete di questa canaglia. E sel condusse in camera, di tante Stanze restata sol per suo ricetto E de la moglie senza seruo, ò fante Con una figlia di leggiadro aspetto Quiui carezze gli fur fatte quante Comportaua quel luogo sì sospetto L'oste tenedo in lui le luci fisse Voi uon parete Turco al fin gli disse. E che la moglie, e la figlia in disparte Andassero accennò, poi gli replica S'ei uien di uerso il campo, ò di qual parte E s'ei ne uien, lo prega ch'ei gli dica Se è uer, come si dice, figlio à Marte Il Capitan de la gente nemica E che di Finastaur stato sia Ch'era figliuol del Re, nato in Turchia.

Disse Guerrin, da quella guerra uegno, E quel gran Capitan ben'ho ueduto Sappi, ch'egli è mortal, se bene è degno De la persona, è qual son'io compiuto. Di Finistaur, fe con le spalle segno Stringendole, e si stè del resto muto In questo, da la figlia l'oste fatto Hauea portar da cena in un gran piatto. Prese riposo, e cenò ragionando Con l'oste in un pensiero ambi fermati, Il ber, zibello fu, che i uini in bando Hanno costor, perche gli son uietati, Da la lor legge, ilqual zibello quando Si fa, empiono i uasi deputati D'acqua, e con quella metton macinate Vue fecche, con spetie mescolate. L'oste da lor presentia fe la figlia Partir, che molto il Meschin uagheggiaua E seco destramente poi bisbiglia Però ch'assicur arsi non tentaua, E cominciò, non ti sia merauiglia, Se d'accettarui mal m'assicuraua Che questi Turchi, in poco più d'un mese Hanno disfatto già questo paese. Nè gioua, che le stanze sien partite A discretion d'insoportabil gente; Ma dico cose da uoi forse udite, Pur il dolor mi fa parlar souente Anzi di ciò cosa noua mi dite Disse Guerrino, e pensai certamente, Che del nouo Signor fuste contenti, Nè ch'ei facesse tristi portamenti. Anzi (diss'egli) non bastando ch'io Fussi prima dal campo ruinato, Che quando Finistaur fuore uscio In contro à i Persian, sendo rubato, Seco mi lamentai del danno mio, Et indietro tornai da lui beffato Così non si potesse ritrouarlo Più uiuo, com'il uero è quel ch'io parlo. Poi si uide temer, quasi mostrando D'hauer mal detto, e s'arrossì un poco Ma Guerrino lo uenne assicurando Dicendo, e mi dispiace questo gioco. L'oste si diede al pianto al fine in bando Poi che da consolarsi troua poco, Tra se disse Guerrin, questo dolore Mi sar à ne l'impresa mia fauore. E confortollo, e tiratol da canto Disse, ritieni in te quel ch'io ti dico, Finistauro è morto, frena'l pianto Ch'egli non ti sarà mai più nemico Io'l uidi senza testa, piglia in tanto Quì questa gioia, e siemi buono amico, E così gliela diè, dicendo, questa Ne l'elmo haueua Finistauro in testa. L'oste, che uede in sì piccola cosa Ristorarsi la perdita del tutto, Anzi tre uolte più, la sua dogliosa Vita lasciò, facendo l'occhio asciutto Che stimò quella gioia luminosa Di gran ualuta, e da trarne gran frutto, Non han le gioie prezzi terminati; Ma men non ual d'otto mila ducati. Gittossi inginocchioni, & umil fatto Rende le gratie debite del dono. Trouogli da dormir poscia in un tratto, In un suo letto assai comodo, e buono, Al dì poi quando s'hebbe il sonno tratto Diss'à l'ostiere, io resoluto sono Andar ne la città, s'haì qualche uesta Da Turco, fin ch'io torni me la presta. L'oste trouò la uesta e un cappello Aguzzo à la Turchesca, e glie lo diede, E si mutò, che non parea più quello, Poi uerso la cittade ei mosse il piede Vols'andar l'oste insieme ancor con ello, Per dare ombra à la cosa, e maggior fede, E giunti à la città, uider la corte Tutta del Re, che non si tenea porte.

Per una strada andando rincontraro Vn gentil'huomo amico de l'ostiere, Quest'era un Cittadin per sangue chiaro Paruidas detto, c'hauea dispiacere Che la città, ch'era suo nido caro, Fusse stratiata da tai gente fiere, E fu quel, se l'hauete bene à mente, Che'l breue gli mandò sègretamente. Con quello à casa andaro ragionando E quando furon dentro, Guerrin disse, Io uo mostrarui gentil'huomo, quando Il tempo, e il luogo ciò mi consentisse, Ch'io ui son buono amico, e uo cercando Far cosa, che piacer ue ne uenisse, L'abito non mirate, ou'io m'inuoglio, Che fuor di quì, portar questo non soglio. Nè dubitate, io lessi un uostro breue Mandato al Capitan de i Persiani, Che contenea, perch'il tempo era brèue Ch'ei cercasse uenir tosto à le mani, Però che Galismarte uenir deue Con l'altro stuol di questi Turchi cani E cetera. quì basti à saper ch'io So quel ch'io dico, e uoi, & egli, e Dio. Oimè (Paruidas gli disse) come Et in qual luogo fe questo palese? Io mi fidai del suo famoso nome, Pensando hauerlo segreto, e cortese; Per questo, infido da uoi non si nome, Disse Guerrin, che in tutte le sue imprese, E'sempre proueduto, e molto accorto Nè u'ha fatt'egli in questo caso, torto. Io son tanto suo stretto amico caro Che differentia non ci disaguaglia, Nè ci suole auenir mai, non che raro O sia ne gli agi, ò sia ne la battaglia, Che d'un uoler non siam sempre di paro. Pericol per suo amor non mi trauaglia, Poi che da lui à posta son mandato Per informarmi del presente stato. A uoi mi manda, acciò che mi mostriate Il tutto, e che la Turca Baronia, Con destro modo ueder mi facciate, E che del tutto raguagliato io sia, Sentendo Paruidas queste ambasciate Tutto ripien d'amore, e cortesia, L'abbraciò con gran festa, e fegli onore Seruo (dicendo) son del tuo Signore. Al qual mi raccomando mille uolte, Quando al cospetto suo ti trouerai Disse queste parole, & altre molte Che souerchio di scriuerle pensai Di segrete faccende in se raccolte Tutte in sostanza, nè quì le notai, Perche parlauan piano, e non l'intese, Quel ch'à compor questa cronica attese. Con Paruidas mangiò quella mattina Così l'ostiere, e desinato poi, Per seguir l'opra degna, e pellegrina, Nè ueggendosi dubbio, che l'annoi Disse Guerrin, per far la medicina D'un mal, bisogna conoscere i suoi Difetti, e riparar secondo doue Il tristo umor più la materia moue. Sì, che squadrar la Corte ci bisogna E intender qualche cosa à noi celata, Che'l danno mena seco la uergogna, Così n'andaro tutti di brigata Nè Paruidas in questa impresa sogna Fin che tutta la Corte gli hà mostrata, Laqual per quella rotta, trauagliaua, E per far gran uendetta s'ordinaua. Tra molti Re, che giuraron la morte Sopra à Guerrin, uen'eran cinque ancora, Che si trouar ne la battaglia forte Et n'erano tornati pur allora. Tutta era sottosopra quella Corte, Et uidero ordinare in men d'un'hora Le squadre, e fare i Capitani loro, Per dare à i Persian nouo martoro.

In questo, senza testa fu portato Finistauro morto, oue gran pianto Dal padre, e da i fratei fu cominciato, E poi sopra à tal corpo si dier uanto Insieme tutti, e ciascun separato Con giuramento espresso di far quanto Si potea far contra del Capitano De i Persiani, con armata mano. Senza punto indugiar'ordine dette Galismarte sospinto da furore La prima squadra à Grandonio commette Et à Pantaleon, ch'era minore Ch'eran suoi figli, e tre Re con lor mette Di gran riputatione, e gran ualore Cinquantamila Turchi fu la prima Squadra, laqual non fu di poca stima. A glialtri due figliuoli fu commessa (Che furo Vtinifar, e Milidonio) L'altra, e tre Re uolse metter non essa Che fu maggior di quella di Grandonio Settantamila furo, e poi l'istessa Persona anche del Re, per testimonio Di tutte, l'altre genti, che in finita Caualleria haueua seco unita. La città disfornita per la fretta Del caualcar lassò, che la mattina Seguente, per far tosto sua uendetta Con l'essercito tutto suo declina Verso'l fiume Vlion, ch'era più retta Strada, & à Daridà uia più uicina Ma perche più seguire or non mi uanto Tornate, ch'io u'aspetto à l'altro Canto.

IL FINE DEL
CANTO QVARTODECIMO.


IN QVESTO QVINTODECIMO CANTO GVERRINO ritornato all'essercito suo, lo mette in punto per far battaglia contra Galismarte. Ilquale uenutogli incontra co i suoi figliuoli, & con grande essercito, resta finalmente morto & distrutto da Guerrino. Alqual poi uiene in potesta la Città, & il Regno, & fattasi uenire Antinisca, la rimette nella seggia Reale, & le promette per giuramento di non pigliar altra moglie che lei.

CANTO QVINTODECIMO.

QVella pietà Signor, ch' al santo legno Ti diede in preda, p sal uar chi t'ama, Gratia m'infonda ancor nel basso ingegno Ch'io torni à chi, per sentir dir mi chiama Al cominciato mio fatto disegno E spanda ancor del tuo Campion la fama, Che staua attento, sì com'io già dissi, A quel che'l campo de i Turchi uenissi. Com'egli intese, che quel Re doueua La mattina seguente andar con fretta E che ne la città non rimaneua A guardia gente, ma per far uendetta Più ch'à pensare ad altro, s'attendeua Pensò quasi tornarsene à staffetta, E pregò Paruidas, che gli trouasse Vn buon caual, ch'à Darida'l portasse. Dicendo come in battaglia era morto Il suo, e gli fe don de l'altra gioia. Prese del don Paruidas gran conforto, Ben che senz'esso con poca sua noia Poteua accomodarlo, c'hauria torto Dipoi che'l suo tirate hauea le cuoia, Non il facendo, e diegli un de' migliori Cauai, che fosser tra i buon corridori. La propria sera in ordine si messe Per caualcar poi la seguente notte; Ma prima ch' egli in ordin si mettesse, Seppe da Paruidas, che se condotte Il suo buon Capitan le genti hauesse Verso Presopol, che l'imprese rotte Farian di Galismarte, e che uedere Del Soldan gli farebber le bandiere.

Io sarò, disse Guerrin, forse ancora Mouer sì presto il nostro Capitano Ch'egli uerrà con la sua gente ad hora Attrauersando ogni monte, ogni piano, Con largo giro, e sì queto, che fuora A' Galismarte scapperà dì mano E far à due effetti in un sol tratto Scoprendo à Turchi un nuouo scacco matto Saluerà se, torragli questa terra, Pur che l'entrata dar gli promettiate, Che se quel resta fuor, più d'hauer guerra Che ui possa far mal non dubitate Se m'aiuti Macon, che dirade erra, (Paruidas gli rispose) la cittate S'una bandiera del Soldan pur uede Tristo quel Turco, che restar ci crede. Dì pure al tuo Signor, che quì si brama E ch'ei non ponga tempo à l'opra degna, Per c'habbiam tanto in pregio la sua fama, Che pur che sol se ne uegga un'insegna Il popol, che'l Soldan Persiano ama Si uolterà, perch'altro non disegna. State pur (disse il buon Guerrino) attenti Ch'io oprarò di faruene contenti. Ma come potrò (disse) al mio Signore (Senz'esser impedito) far ritorno Ch'altra strada non so, da quella in fuore Ch'al gran fiume Vlion camina intorno? Disse l'ostier, non n'habbiate dolore C'huomo non ua di notte, nè di giorno Che meglio sappia ogni coperta uia Quant'un mio figlio, ch'è ne l'osteria. Da lui farò guidarui di tal sorte, Ch'altro che Dio rincontrar non ui puote Moretto ha nome, & è giouene, e forte E se ben l'opre sue son poco note Non u'abbandoner à fino à la morte Se bisognasse, in strade sì remote Piacque à Guerrino, & accettò l'offerta Per far l'andata più sicura, e certa. Vestissi l'armi, che s'era cauate Allor, ch'ei si parti de l'osteria Per entrar poi da Turco in la cittate, E'posto in ordin, presero la uia Ch' eran sei hore di notte'passate Sì, che'l dormir conuien ch'adietro stia Il giorno poi trouar la cune, e boschi Con passi strani, assai diserti, e foschi. La notte che seguì, seppe il Meschino Esser fuor di pericolo uenuto, Confortando la guida, per camino Dicendo, frate non m'hai conosciuto Fin quì, ma come tu sarai uicino A Daridà con meco peruenuto Ristorerotti de la tua fatica, Et uo che tal uiaggio benedica. A' diece miglia, ne la meza notte A' Daridà uicini si trouorno. I Saccomanni hauean le strade rotte Del campo Persian, per gire attorno Per trouar strami e fieni, onde ridotti Di tal gentaglia, si uidero in torno Molti di loro, che uolean far presa Nè lasciarli passar senza contesa. Ma quando uider ch'era il Capitano, Prima s'inginocchiaro umilemente, Dipoi correndo, ogni monte, ogni piano, Di uoci, e grida tutti allegramente Empir di sorte, che di mano in mano Fin tutta la città tal grido sente, Sentillo ogni Barone, & ogni Duca, Ogni Re per uederlo fuore sbuca. Empissi tutt'il Campo d'allegrezza Beato chi può salutarlo prima, A lui s'inchina ogni superba altezza, E quant' è più gran Re, più ne fa stima, Il non hauer, dou'ei fusse, certezza Lor rodea'l cor, sì come ferro lima. Or, che'l ueggon tornar quando più caro Gliera, lasciaro ogni dolore amaro.

Moretto nel ueder tantì Signori, Et ogni Re uenirgli incontro, e poi Smontar per fargli onor de i corridori Non sa s'ei si dia fede à gli occhi suoi, Mira come balordo, e di se fuori Cosa non sente più, che più l'annoi, Che non saper chi fusse, ma poi certo Ne fu, quando sentì suo nome aperto. Il uedersi onorar di pompe altiere Da Re, Baron, Duchi, Marchesi, e Conti, Non fa, che con il figlio de l'ostiere Il debito Guerrino non isconti. Fecelo in mezo à tutti Caualiere Carcollo di tesoro, e disse, ponti A caminar, ch'à Presopol ritorni E dì, ch'io sarò là tra cinque giorni. In questo mezo trouò, che uenuti Eran cinquantamila più soldati, Che dal Soldan di quei già proueduti Gli furono in fauore anche mandati, Quei che tra l'armi morti eran caduti Seppe che diecemila erano stati Quaranta quattromila de la setta Turca morir, nè fu poca uendetta. Fe la rassegna, e centomila prese Che condur seco uuole i rimanenti, Lassò ne la città per sue difese, Ch'à quel ch'ei comandò, furon contenti Con glialtri caminò per quel paese Ch'era uenuto, nè fece altrimenti Noto il camino, e doue andar uolesse Nè quel, che fuor di lor già fatto hauesse, Caminaron tre dì, con gran fatica Per boschi, per lacune, e per buroni La gente del disagio già nemica Cominciaron con uarie opinioni A disfidarsi, e creder, ch' ei non dica Il Capitan de l'andar le cagioni Per non saper che opera si faccia E ch'ei seguiti in uan qualche sua traccia. E con aperte uoci à lamentarsi Cominciaron, con dir, che gliera meglio Indietro uerso Daridà tornarsi E che uedeuan, com'in chiaro speglio Tante tra laghi e selue auilupparsi Che senza aiuto poterui ò conseglio Non potrian poi saluarsi à posta loro Di disagio morendo, e di martoro. Venne à l'orecchie di Guerrino il dire Che fan costor, la poca fe, che gli hanno E ueggendo il disordine uenire Senza aspettar che ne nascesse danno Ogni Re, ogni Duca fe uenire Al suo cospetto, per cessar l'affanno, E fe'l campo fermare, e poi bandire Che nessuno habbia à drizzar tende ardire Incominciò di poi, Signori io sono Datoui dal Soldan per capo e guida Se fino à quì capo son stato buono S'odono ancor de' nemici le grida Or, che'l mio buon pensier non ui ragiono Ogn'un di me si duole, e si disfida Et io mi doglio, che'l premio ch'aspetto Del mio seruire, è l'esserui io sospetto. Debb'io dunque un pensier far noto à tutti? Io lo farò, se uoi mi fate certo Che non sia chi'l disegno nostro brutti E che nol faccia à Galismarte certo, Per farui più sicur quì u'ho condutti Segretamente per darui buon merto Chi sa? che in questo campo per più uie, Non possano ire à Galismarte spie? Si ch'attendete al camin ch'io ui meno Che ricchi ui farà, se saggi siete, Nè pensate per fame uenir meno Che per dì sette, uettouaglia hauete Et io due giorni sol uo che ui siéno Ancor fastidio, é poi bon porto haurete Però non mormorar siate pregati E non mi siate di tant'opra ingrati.

Tutta si confortò la gente allora, Et ogn'un s'offeri di seguitarlo Senza dolersi più, nè far dimora, E per mostrar più certo d'osseruarlo Faceuan più camin sol'in un'hora, Che prima in tre, per mostrar di stimarlo In questo uenne un messo, e portò noua Dou'il nemico campo si ritroua. E auisò sì come à sacco, e fuoco Il paese di Daridà era posto Da l'essercito Turco, & ogni loco Disfare affatto haueuano disposto, Che per uendetta del figliuol far poco Pareua al Re, e la città discosto Il tiene, e ch'ella scaramuccia spesso, Perche già l'antiguarda u'era appresso. Nulla ne palesò, sempre aspir ando Al suo camin, tacitamente, e presto, Senza che trombe, ò che tambur sonando Facesser, doue fusser manifesto Si, ch'à Presopol si uenne appressando; Ma come la città conobbe questo, Et uider le bandiere del Soldano Diedero à l'arme, con tumulto strano. Da ottomila Turchi, che trouaro Per la città, senza remissione Sopra lor le lor arme insanguinaro C'hauean di far uendetta gran ragione, Però che male i Turchi gli trattaro Et alzar del Soldano un confalone E Guerrino fu dentro ricettato Con tutto il campo, ch'egli hauea guidato. E perch intese, che quella mattina Le uettouaglie, e i carriaggi mossi S'eran de i Turchi per più lor ruina. E perche migliore opra far non puossi Mandò gente Guerrin per la collina, Vers'il fiume Vlion, doue inuiossi Ogni bagaglia, e gli fece impedire, E per forza à Presopol riuenire, Fur uintimila Persiani arditi, Che corsero à caual, ueloci, e pronti, E i carriaggi che erano infiniti, Fur, com'ho detto, da costor raggionti, Rimaser troppo i Turchi sbigottiti, Quando lor furon quest i casi conti, Nè poteuan pensar come sì presto Possa Guerrino hauere oprato questo. Sì che se mai timor gliassalì prima, Or senza più sperar cresce lor tema E se mai di Guerrin ferono stima Or treman de la sua uirtute estrema. I Persian son d'allegrezza in cima, Nè u'è nessun, che di gaudio non gema, Nè che Guerrin per un Dio non adori Sì gli huomini uil, com'i maggior Signori. La preda si partì tra tutti uguale Secondo il grado, che fu gran ristoro, D'ogni disagio del passato male, Là doue fu del Re molto tesoro, Dico di Galismarte, e'l trionfale Suo Padiglion, carco di gemme e d'oro, Al Capitan Guerrin fu posto in mano Et egli poì mandollo al gran Soldano. La notte, che la noua trista porta Fu nel campo Turchesco, si fuggiro Più di sessantamila senza scorta, Che di sì tristi auisi impauriro Galismartè, che uede quanto importa Il danno, co i Signori, che'l seguiro, A Presopol tornò senza por mente Con che ordine guidasse la sua gente. Ma Guerrino, sì tosto non l'intese Ch' ei fece un'oration molto benigna A i suoi Signori, dicendo l'imprese In lor fauor, incontr'à la maligna Setta de i Turchi, e se mai gli difese, O con l'ingegno, ò sotto la ferrigna Scorza, or è il tempo à mostrarlo di corto Però nessun dee lamentarsi à torto.

Or'ì segreti miei uo far palesi Perche la guerra si guida scoperta Voi sì com'io sapete quanto offesi Già si tengano i Turchi, or state à l'erta Che dal furore, e non da l'ordin presi Vengono i Turchi, con la guerra aperta, A darci in mano ogni palma, ogni gloria, Et arricchir de l'ultima uittoria. Or se m'amate, anzi uo dir s'amate Il Soldan uostro, e le case c'hauete, Per uenir quà con li uostri lasciate A i quai per sangue congiunti ui siete, Et s'ornarui la patria, e la cittate, D'eterne spoglie de' Turchi uorrete, L'usato ardire in uoi non uenga meno Or che felici, e ricchi à far ui meno. Detto questo, e che quegli esser contenti Vide d'ogni sua uoglia, e proueduti, Lasciò de la città gli alloggiamenti, Et in campagna giunse, oue uenuti Furo i soldati, e per due dì presenti Di uettouaglie uuol che sien pasciuti, E fe serrare à i Cittadin le porte De la città, per far ciascun più sorte. E perche ne la fuga non si spere, Fecesi à i Cittadin fuor de le mura Gettar le chiaui, e presso à le bandiere Le fe portar per cosa più sicura, Dicendo, questo fò per ch'à uolere Sperar ritrarsi da la guerra dura, Non si possa saluar nessun, se prima Ritornar con uittoria non si stima. Ma senza inuidìa, sua gloria non puote Passar, che Tenaur (credo che fosse Per non hauer le colere remote; Quando per uinto seco abbandonosse) Hebbe ardir di uantarsi in chiare note C'harebbe fatte le campagne rosse, Come il Meschin, de le nimiche schiere S'egli guidate hauesse le bandiere. E che con là metà di quella gente Farebbe à i Turchi anche sudar le tempie, Nè sì tosto Guerrin tal cosa sente (Per ricorregger sue parole scempie Sperando nella uirtù sua possente) Più che non dice Tenaur adempie Dagli cinquantamila, e dice, quest Saran boni à seguir quanto dicesti, Questa schiera mise egli per perduta, A Personico diede l'altra appresso De l' Almansor nepote, e fu compiuta Trentamila, & in questa haueua messo Due altri Rè, de i quai nessun rifiuta, Arabismonte fu'l primo, e con esso Re Doridano; e la terza con uenti Mila, tenne per se de i più ualenti. De i Turchi se tre schiere Galismarte, Settantamila ne la prima pose In questa due de figli suoi comparte L'autore i nomi lor non ci nascose Grandonio il primo, c'hebbe à la sua parte Pantaleon, poi l'altra, ch'ei compose, Due altri figli, Vtinifar in questa E Milidonio pose, or l'altra resta. L'altra rimase con il resto tutto Per esso, & in ciascuna de le schiere Haueua cinque Re, de' quai buon frutto Speraua sopra à questa guerra hauere Ma perche l'utile, ò'l dannoso lutto Senza indugiar ne uoleua uedere Diede ordin', ch'ogni schiera seguitasse Di mano in mano, e ne la guerra entrasse. Perch'era forza ò seguitar mostrando Vn'animo feroce, ò per timore Di peggio, altroue andarsi ritirando, Ma prima uuol cercar se con onore Può la fortuna sua uenir tentando Che fuggirsi con tanto disonore Per mancamento ancor di uettouaglia Gliè forza presto uenire à battaglia.

Dier dentro con grand'impeto, di modo Che Tenaur si spauentò, mostrando Timor nel core, e douendo star sodo S'andaua à poco à poco ritirando, Ahi, disse un Persian, quest'è gran frodo, Che poco innanzi t' andaui uantando, Questi modi non son da dimostrare Di Guerrin meglio la guerra guidare. Tenaur, che sentì rimprouerarsi, Da uergogna spronato, si rimosse E consortando di douer portarsi, I suoi, ualentemente, riuoltossi, Cominciando nel sangue à mescolarsi, E far per le ferite gli huomin rossi La calca era crudele, i colpi spessi, E molti membri già si uedean fessi. Cascauan d'ogni parte gli huomin morti D'ogni parte s'odian le strida orrende Di tutti i Capitani anche i conforti, Et ogni Capitano à l' arme attende Tenaur non può far, ch' ei non si porti Bene, e non mostri l' opre sue stupende Grandonio, che lo uide da lontano Tennel de i Persiani Capitano. Tols'una lancia, con simil pensiero, Che in tutti i modi uol torgli la uita, Più destro, ch'ei potè giunse, e leggiero, E perche l'opra non fuss' impedita, Andò da parte per tanto sentiero Senza cercar far con onor partita, E per fianco gli diè senz'altro dire Passollo tutto, & uidelo morire Il grido corse, e l'allegrezza grande Trai Turchi, come morto era Guerrino Per questo i Turchi da tutte le bande Era ogn'un diuentato un Paladino Poi che tal nome per tutto si spande Galismarte si fece più uicino, E con superbia dar se tutti drento A i Turchi, tutto giocondo e contento. E ne fe certo grande occisione Ma Personico allor mandò con fretta Vno à cauallo nel terzo squadrone Ch'à Guerrin disse di loro la stretta, E poi che u'era giusta occasione Se gli par che in battaglia ancor si metta, Disse Guerrin, che nò; ma ch'egli stia Attento, acciò che bene in punto sia. E ch ei s'ingegni dar qualche conforto A i primi à sostener quanto si possa, Perche soccorso gli darien di corto Fe Personico allor uerso lor mossa, Nè gli potendo dar più sicur porto, Diede da una banda gran percossa, Con mille Caualier che se co haueua, Là doue miglior frutto far credeua. Così ritenne quell'impeto un poco, Ma Guerrin, che uedeua tutto il fatto, E l'abondar de i Turchi in ogni loco Et ogni Persian quasi disfatto, Fece accostar la squadra à poco à poco Di Personico, e dar quasi in un tratto Da due bande l' assalto, & egli poi Nel mezo tutto à un tempo entrò co i suoi. Allor con ogni sforzo Galismarte Si fece innanzi doue le bandiere Di Guerrin uide, egli, che in quella parte Si faceua con l'opre sue uedere, Mentre che Galismarte pensa l'arte Con che Guerrin giù possa far cadere, Abboccossi con esso, che Guerrino Andaua innanzi per dritto camino. Si, che fu forza uenire à le mani Là doue non ui fu molto contrasto, Non fer due colpi i condottier sourani, Che l'un di lor già morto n'è rimasto, Con la testa in due parti sopra i piani Galismarte cascò, seguinne il guasto Di tutta la sua gente, & il terrore D'ogni Re Turco, e d'ogni gran Signore.

E atterrò per forza le bandiere Guerrino, come far presto cercaua L'ardire aperto si potea uedere, Che'l campo Persian di ciò pigliaua Non parue à i Turchi quiui di potere Stare à uedere, ond'ogn'un s'auiaua, Di lasciar tutt'il campo al uincitore, Poi che in lui cresce ogn'hor l' alto ualore. Le bandiere Personico, e Guerrino, De l'una, e l' altra squadra si cacciaro In mezo, e quà, e là d'ogni confino, Insieme le lor genti ragunaro, E fer tutt'una squadra, ou'il poluino Del miser sangue Turco rinzupparo, Quando Grandonio, disperato al tutto Già s'era contra al buon Guerrin condutto. La lancia, c'hauea in man, gli ruppe addosso, Onde s'auicinar poi con le spade, Grandonio era membruto, grande, e grosso Quant'huom, che fusse per quelle contrade Haueua un forte scudo tutto d'osso, Con una scimitarra in man, che rade, Et resse si ne la prima difesa Ch'ugual parea partita la contesa. Personico gridò su tutti innanzi, Date fauore al uostro Capitano, Chi ci uerrà, ci far à pochi auanzi, Disse Guerrino, ogn'un si stia lontano, Io uel dico or, s'io non uel dissi dianzi, Ch'a quest'impresa basta la mia mano Attendete à seguir pur la uittoria, Nè si ritardi più la uostra gloria. Personico seguì di dare il resto De la gran rotta, à la nemica gente, Dicendo, che dormir non era onesto, Nè si guadagna oprandosi uilmente. Pantaleone hauea ueduto in questo Molto affannarsi, e poco patiente, Che la sua gente in rotta se ne uada, Facendo opre stupende con la spada. Se'l mio S'gnor (dicendo) mi dimostra Con l'opre degne, che uenir si debbe Co i più gagliardi sempre in campo, e in gio stra Ch'io debba uccider la ragion sarebbe Vn di Re figlio, che impedir la nostra Vittoria cerca; e far' anco potrebbe Gran danno, e uoltosi à Pantaleone Cominciò seco terribil tenzone. Guerrino in questo mezo con Grandonio Si daua assai da fare, al fine il uinse, Perche'l segnò ne la testa d'un conio Che'l corpo esangue, al fin in terra spinse L'anima à Belzebù maggior Demonio Mandando in fretta, e poi molti altri estinse, E de le pagane alme oscure, e sozze Fece il dì far nel tristo Abisso nozze. Diedesi al fine à trascorrere il campo Oue Personico, e Pantaleone Cercauan per la morte, oue lo scampo Correuan per trouar l'altre persone, L'acciar percosso spesso rendea lampo Di fuoco, ma nel far tal paragone Personico mancò, per dire il uero, E gittato restò fuor del destriero. Nè più Pantaleon, poi che caduto Il uide, seguitò seco la guerra; Ma ueggendo Guerrin quiui uenuto Con lui s'attacca, per mandarlo in terra; Ma trouollo di braccio più nerbuto, E ben s'accorge quanto di lungo erra, Perche sendo Guerrin prima percosso, Contra gli s'era fieramente mosso. E tanto più l'ira, e la forza adopra, Quant'ei uide il compagno mal condotto; Menogli un de i suoi colpi usati, sopra La spalla, e li cacciò la spada sotto La manca poppa, acciò ch'ei non si copra Più de lo scudo, ilqual cascò di botto Sott'il cauallo, e così aperto, e guasto. Pantaleone al fin morto è rimasto.

Morto lui, chi facesse resistenza Non ui restò, nè chine la difesa Sperasse più, che l'alta esperienza Hauean, mal grado lor, chiara compresa, C'hauea Guerrino, onde senza licenza Tor, se l'haueua Vtinifar già presa, E Milidonio, che lasciaro il campo A i Persian, per procacciarsi scampo. Di Galismarte, e de i suoi figli, questi Due sol camparo, e tutta l'altra gente Che restò uiua, à fuggirsi fur presti Lasciando il campo Persian uincente. Veduto che non ci è chi più ui resti, Il buon Guerrin diede liberamente Licentia al corre i frutti de la preda, Poi che par che l'onesto lo conceda Le spoglie innumerabili, il tesoro De i Turchi, fu con gran trionfo posto In preda, e innanzi al Capitano loro, Ne la città'l condusser, d'onde tosto I Cittadini uscir, che'l gran martoro De i Turchi haueuan ueduto discosto E con isforzo quanto si può grande S'ornauano d'oliuie di ghirlande. Poi ch'egli entrato fu ne la cittate, Si feron i feriti medicare, Dipoi tutte le prede fur portate A Guerrino dinanzi, doue appare Molto tesoro, con le più pregiate Cose di Galismarte, al mondo rare, Quando uide Guerrin tanto tesoro Fe raccorre i Signori à concistoro. E domandogli, à chi peruenir debbe Tanta ricchezza, dissero i Signori Ch'era il suo tutto, ne si conuerrebbe Ad altri tal ricchezza di tesori Disse Guerrino, à me dunque starebbe La cura tutta secondo i tenori, Che uoi mi dite, & io uo che sia data A chi e'stato ne la nostra armata. Risposegli un, non l'accettando uoi, Meglio sarebbe mandarlo al Soldano, Che farne tante parti quì tra noi, Disse Guerrin, questo parlare è uano, Perch'io l'accetto, e lo ridono poi A i miei soldati, di mia propria mano, Al Soldano non manca oro, ò argento, Sì, ch'egli fia del uoler mio contento. Fur dodici cameli caricati D'oro coniato, e fu partito tutto, E dato in premio tra tutti i soldati Così gustar di lor fatiche il frutto, Questi segni d' amor, lor fur sì grati, E l'atto liberal fe tal costrutto, Ch'ogn'un le lodi sue giua cantando, E che è figliuol di Marte confermando. Et à Moretto, & à l'ostier suo padre, Ch'era Amigran chiamato, fe tal dono, Che non sol quei; ma la figlia e la madrè, Per farne gaudio eterno tra lor sono. Sopr'i portichi à lettre tonde, e quadre Scritta, fu la memoria, con gran suono Di molte uoci, de la liberata Città, da chi, e'l dì de la giornata. L'ambasciata Real sì come l'empio Re era estinto, e la sua gente rotta, Mandò Guerrin, de i ualorosi essempio Al gran Soldan, con pregar, che condotta Fusse Antinisca, oue con duro scempio Il padre, & i fratei perse ad un'otta, Et uoglia dare il Regno a l'innocente Figlia, e suo sia l'Imperio di sua gente. E che cinquantamila gli piacesse Huomin mandargli, con li quai uoleua Ciò che Soria fino à Damasco hauesse Pigliare, à i quali Ambasciadori haueua Dato un manto Real, dou'er an messe Si degne gioìe, ch'un mondo ualeua, Ch'era di Galismarte, e'l padiglione, E d'or massicio un Idol di Macone.

E fece ornar di Regia sepoltura Di Galismarte il corpo, e glialtri seco Che furo Re, non ui ponendo cura S'eran nemici, che da l'odio cieco Non erasì, che con pari misura, Non uolesse onorar nel cauo speco Come gli amici, i suoi nemici insieme Ch' apparentia di morti non si teme. Glialtri, di più uil pregio, à le uoraci Fiamme fe consumare, acciò che pasto Non fusser de le fiere empie, e rapaci, O che da la lor puzza l'aer guasto Non ui restasse, nè mancar seguaci Nè chi i fuggenti Turchi di contrasto Accompagnasse, che per quei paesi Ne fur per molti dì poi morti, e presi. Nè si partì Guerrin, fin che tornata L'ambasceria gli fu, con gente noua, C'haueuan seco la Donna menata, Ond, à Guerrin la fiamma si rinoua, Nel contemplar sua faccia delicata Nè prouò mai dolcezza com'or proua, E tanto più, che prima non fu gionta Ch'ella, per fargli onore, in terra smonta. E l'era ito il Meschin da diece miglia Incontra, da i migliori accompagnato Cittadin de la terra, per famiglia, E da molti Baroni seguitato. Or la bella Antinisca il tempo pìglia, Veggendosi per lui reso lo stato, Dismontar (com'hò detto) in terra uolse Simil fece Guerrin, che poi si dolse. Dolsesi seco, e disse, il seruo debbe Vsar questa umiltà, non tu mia diua. L'huomo è tenuto, poi ch'al cielo increbbe De l'innocentia, à far la ragion uiua. S'opra per uoi ho satta, chi potrebbe Negarla, poi ch'in sorte mi ueniua Dal ciel di farla? il fe perch'ei sapeua C'huom con più uolontà far nol poteua. Or bisogna, Lettor, senza ch'io dica Cosa per cosa, c'harei lunga fine, Che tu ti stimi, che la gente amica De la città, poi facesse diuine Feste, se ben de la sua sedia antica Il padre Re cadde ne le rouine Vltime de i nemici, ma il pensiero De la uendetta, fe'l duol più leggiero. Fu dunque posta in la sedia paterna, E perch'ell'era ancor di tredici anni Il Meschino ordinò, ch'ancor gouerna Col Regno fusse, e tratta fuor d'affanni E di pensier, da gente che discerna Lontana da nemici, e falsi inganni. Questò offitio commise à tre maggiori Amici, ch'eran del Regno amatori. E prima Paruidas gli diè per padre, De i primi furon glialtri, per ricchezza, E disse lor, che con tutte le squadre Volea ridur quel Regno in più grandezza E de i Turchi domar le uoglie ladre, Facendoglì depor l'aspra fierezza, Dipoi uerso Ponente andar disegna Doue ei deue trouar sua stirpe degna. Paruidas gli rispose, Signor mio Che stirpe mai più degna trouerete, Che questa, e c'habbia più di uoi desio Che quì con la Reina acquisterete? Il Regno è uostro, & ella, e sallo Dio Se meglio nel cercar per hauer siete Già la bella Antinisca tien d'hauere Voi per marito, e con uoi sol godere. La fiamma raddoppiò, crebbe l'ardore Nel sentir dir d'esser desiderato, Da la sua Donna, e tutti per Signore, Ma uennegli dolor da l'altro lato Non potendo restarui con onore, Così da più pensieri trauagliato, Lo star, rispose, fia danno e uergogua, Però ch'un uoto osseruar mi bisogna.

Sentendolo Antinisca, c'hauea fatto Il conto senza l'oste, à se lo fece Venir, dicendo, Signor mio, qual patto Oscura il mio pensier con nera pece? Il Regno è uostro, che l'hauete tratto Diman de i Turchi, or come in uostra uece Volete ad altri darlo? e me che u'amo? Però prendetel uoi, che uoi sol bramo. Bramo che come tolto, sia difeso Sotto la uostra spada, ch'altrimenti Non uo rimaner sola à tanto peso, Ch'ancor ch'assai nemici habbiate spentì Senza uoi sempre mi sarà conteso Il Regno, e la persona, da più genti. Et io nè il Regno, nè la mia persona Vo senza uoi tener, nè la Corona. Disse Guerrino, io domarò di sorte I Turchi, prima ch'io lassi l'impresa E di mia mano à tanti darò morte Che per molti anni, non n'haurete offesa. Io uorrei dimostrar quanto m'inporte, Questo partire, e quant'al cor mi pesa Ma non uel posso dir, ben sallo Amore, Che se'l corpo sen ua, rimane il core. Ma se mai trouerò quel c'hò promesso A glialberi del Sol, che m'hanno detto, Ch'io ne uada in Ponente, (oue l'istesso Mio padre trouar debbo, à me diletto E la mia madre con lui anche appresso) Ritornar senza frode io ui prometto E non andando, io fo gran mancamento Oltre che poco ne sarei contento. S'io trouo quel ch'io cerco, ò mia Signora; Mi riuedrete quà, pur ch'à Dio piaccia, Antinisca al suo dir rispose allora (Alquanto mesta, e con languida faccia) Poi che'l partir crudel, che sì m'accora Conuien Signor mio car, ch'io ui compiaccia Vo, se la stirpe uostra ritrouate, Che di tornar quì certo mi giuriate. Et io ui giurerò d'aspettar tanto Che sarete tornato. Eh non per Dio Disse Guerrin, lasciam questo da canto Ben di tornar prometto giurar'io; Ma uoi sarete uecchia, s'io sto quanto Dubito star, perche'l uiaggio mio E di cercare il mondo mezo ancora Si, ch'al tornar sarebbe tarda l 'hora, Tra quanto tempo, (diss'ella) credete Cercar tanto paese? Guerrin disse, Diece anni credo star, sì che potete Pensar, che poco ben ciò ui uenisse. A uostra posta dunque giurerete Diss'ella, perche prima ch'io patisse Torre altri, eleggerei la morte prima, Così ui giuro, e così fate stima. Conuenne confermar con giuramento Pur'à Guerrino, e darle la sua fede, Meglio ch'ei può, reprimendo il tormento De la partita, & ella anco lo diede, Per colui, disse, che fe il firmamento, E formò il tutto, & ogni cosa uede Giuro io Guerrin di non torre altra moglie Che Antinisca, nè cangiar mai uoglie. Ella giurò non torre altro marito, Nel termine di diece anni seguenti Sopra à tutti gli Dei, così'l partito Fu confermato da gli huomin presenti. Or, perche'l Canto già mi par finito Siate Signori à la tornata intenti, Tornate ad ascoltar, ch'io ui prometto Di darui (s'io potrò) maggior diletto.

IL FINE DEL CANTO QVINTODECIMO.


IN QVESTO SESTODECIMO CANTO GVERRINO prende quasi tutta la Turchia à contemplation della sua bella Antinisca. Dapoi licentia tutte le genti, & solo se ne ua al suo camino per trouar il padre, & arriua finalmente in paese di Cristiani, combatte con fieri Giganti, & uccideli, & poi uccidendo uno smisurato drago, resta quasi morto dal suo ueleno. Onde si riposa in una uilla per risanarsi, & indi poi confortato al seguire il suo uiaggio da un confessore, se ne ua uerso l'Africa, & L'Europa.

CANTO SESTODECIMO.

NOn so, ne uoglio, alto Signor, seguire Le ciance di Parnaso, e d'Elicona, Per tuo mezo sol cerco di uenire La, doue il fin desiato misprona A te sagro le rime, à te il mio dire, Tu solmi guida, e mostrami la buona Strada, doue drizzar debbo la penna, Che caminare à la tua Croce accenna. Pen che Guerrino dal paterno amore Fusse spronato, e dai più gran pensieri Non solo ad Antinisca il suo fauore Diede, ma se l'offerse uolentieri D'esser suo sposo, e di tenerla in core E se da casi inopinati e fieri Impedito non fusse, far ritorno, E celebrar le nozze, e il dolce giorno. Era grande l'ardor, ma non già tale Ch'egli non fusse à maggior opra intorno, Pensando à la salute uniuersale, E quel popol ridurre à saluamento Sotto la santa Croce trionfale, Per questo confermando il giuramento Baciolla in bocca, come piacque à certi Buon testimoni, in simil casi esperti. Appresso, itre che s'erano obligati De la Donna al gouerno, e di quel Regno Giuraro d'esser sempre apparecchiati Con tutte le lor forze, e con l'ingegno Fin, che diece anni fussero passati, De la Donna esser sempre buon sostegno E tra quel tempo, ordinaron costoro Che non portasse ancor Corona d'oro.

La sconsolata fanciulla rimase D'Amor (con poca sua, uentura) presa Ad aspettar ne le paterne case Di stinguer tardi la sua uoglia accesa. Il Meschin poi la gente persuase, Che stesser pronti à seguitar l'impresa, Che di molte città sott' à quel Regno Cacciare i Turchi fatt'hauea disegno. Con centomila huomin da guerra prese, Partendo da Presoli, il camino A la città di Trata si distese, E il terzo dì l'hebbe nel suo domino, Et ogni Turco, che gliela contese Fece morir, poi entrò nel confino D'una città Gresofonea chiamata, Che si rende con gente disarmata. Vn'altra, detta Arabia, prese ancora Poi passò'l fiume Coronel con fretta E Canepolis, che'di là dimora Prese, con Arbalis, senz'interdetta, Poi passò'l Tigre, guadagnando ogn' hora, E in una regione entrò, ch'è detta Presopotamia, e Iubbilis oppresse Per forza, & Vatiuoria sottomesse. E passò'l fiume Serafalis, doue Prese poi la città di Parabola, Ch'era sù'l lago d'Ascala, poi moue L'essercito, e Samesca quasi sola Rimasa, prese, perch'i Turchi altroue Eran fuggiti, nè sì tosto uola La fama di Guerrin, ch'ei nettan uia, Che'l uolersi tener tengon pazzia. Da Samesca partito, uerso'l monte Statalia il camin prese, e racquistata La città d' Alessandria, la fronte Voltò uerso Damasco, con l'armata, E tre altre città, che saran conte Da me, fu l'una Antiochia pregiata, Tolosa, con Solon, giunse in Soria, E di Tripoli prese Signoria. Ste diece giorni à Tripoli, e partito Prese Baruti, e Damasco, la quale Le chiaui gli mandò, senz'altro inuito Aspettare, e di guerra oltraggio, ò male Elsiar, Acre, al medesmo partito, Si diedero anche loro al trionfale Guerrino, & in Cesaria peruenuto In Bettelem fu anche riceuuto, Rama, e Gerusalem anco acquistaro. Quiui fece Guerrin, fermar la gente Là doue tutti ben si rinfrescaro La notte poi Guerrin segretamente, Al diuino Sepolcro, à noi sì caro Vegliando sempre ste diuotamente, Orando al Re dei Re, chiedeno aita Per suo padre trouare essendo in uita. Lassò Gerusalemme, e uide ancora Il monte Libano, e'l monte Caluario, Palestina, e Scalona, ch'era allora Vna bella città, or'è il contrario, Prese la Rasa, nè ui fe dimora Perch'ei uoleua far poi camin uario. Brofetta anco acquistò subitamente Quiui poi licentiò tutta la gente. Attoniti restar tutti pensando Douer solo lasciare huomo sì degno, Fecero sconsolati il suo comando, Poi ch'à seguirlo non u'era disegno. Il buon Guerrin gli uenne confortando, Veggendo in tutti di dolor gran segno Et i Baron pregò con molto amore D'esser raccomandato à l'Almansore. Nè poteron le lagrime frenarsi Da quei Baroni, poi che tanto umile Il uider sì soletto separarsi Da lor, con atto benigno, e gentile E di gran Capitan, priuato farsi, Et io non posso accomodar lo stile Poi ch'io debbo seguir con esso solo Ch'ei non meni pur'un dì tanto stuolo.

Andonne solo al monte Sinai, E stè cinque giornate nel uiaggio Doue gran carestia d'acqua pati, E gli costaua caro il suo lignaggio, Trouonne pure al fine, il quinto dì In un Vallone, doue appena il raggio Del Sol vi penetraua, e quand'ei crede Rinfrescarsi, impedirsi il passo uede. Vide un, uestito di corame cotto, Là doue usciua l'acqua desiata Gridando, qui conuien pagar lo scotto, Prima che pur si gusti l'insalata Guerrino, che'l disegno uede rotto E farsi da colui tanta brauata Strinse la lancia, & imbracciò lo scudo Ch'à combatter non hà con huomo ignudo, Colui, con un bastone smisurato Si fece innanzi, e con lo scudo forte, Ch'e s'era in sua difesa preparato Per dar (s'ei puote) al buon Guerrin la morte. Il colpo de la lancia andò fallato Perche colui con lucifiere, e storte Mena con quel baston con tal destrezza, Che'l colpo schifa, e la forte asta spezza. Voglio dir ch'ei spezzò l'asta, che s'era Ferma col ferro ne lo scudo fitto, Poi menò col baston botta sì fiera, Che bene era crudel, se gliera dritto, Con destrezza Guerrin molto leggiera Indietrò si tirò, sì che trafitto Funne il terreno, û si ficcò'l bastone Valse à Guerrin di scrima hauer ragione. Ma come franco e degno Caualiere Fecesi innanzi per quel colpo uano, E con la spada gli fece uedere Se di core e uirtute era soprano, Ch'in terra quel baston fece cadere, E con un colpo l'una e l'altra mano Gli spiccò da le braccia, onde il Gigante Vn urlo mise, con fiero sembiante. Voltossi per fuggir, ma nel uoltarsi Guerrino gli tagliò quasi una coscia Sì, che di quiui non potè mutarsi, Ma in terra cascò per grande angoscia, Guerrin di nouo poi uide assaltarsi Da un'altro Gigante, ch'uscì poscia Di quel uallone, ond'era uscito quello E uenia minacciando alpestro e fello. Ne la man manca haueua una gran mazza Ferrata, e forte, & hauea ne la destra Due dardi, da passare ogni corazza, E in ogni usbergo fare ampia finestra, Lanciolli un dardo quella bestia pazza. Ma Guerrin, ch'à difendersi s'addestra Parò lo scudo, e fu pur tanto forte Ben che'l passasse, che'l campò da morte. Colui riprese in mano l'altro dardo Gridando allor, se tutti glialti Dei Ti uolesser campar tristo bastardo A lor dispetto per campar non sei. E tirò' l dardo col braccio gagliardo Perche Guerrino era smontato à piei Ne l'assalto de l'altro, con disegno Di tagliarli la testa il Campion degno. Sì, che quel colpo fuor di modo crudo Gli colse à pieno, perch'ei gliera appresso E conficcolli nel petto lo scudo Ma non restò tanto l'usbergo fesso Che gli andasse à trouare il petto ignudo, Poi col baston s'era con furia messo Innanzi, e lo menò con gran tempesta Per infragnerli l'elmo ne la testa. Benche Guerrino il dardo uia tagliasse, E si coprisse con lo scudo presto Far non potè, ch'ei non s'inginocchiasse Per quel colpo terribile, e molesto A dire il uer, ch'ei non s'abbandonasse Vi mancò poco, e facesse del resto, Il Gigante, che'l uide inginocchione Disse, à tua posta mi ti dà prigione.

A dagio un poco, allor disse Guerrino, Non tanta fretta, che da far ci fia Ancor non m'hai tu preso al tuo domino Il rendersi si tosto fia pazzia, Ma colui, come piacque al suo destino, Gli corse addosso con la fantasia Di farselo prigione, & abbracciarlo, E com'un'huom di legno via portarlo Guerrina, che si uide la gran salma Addosso andar, uoltò tosto la punta De la sua spada che gli diè la palma De la uittoria che nel mezo giunta Del petto, il fianco aprì de la trista alma Ch'era à quel busto disutil congiunta, Cascò nel ritirarsi l'huom bestiale, Pensando di fuggire il giunto male, Volea fuggir, ma non fu caminato Via diece passi, che giù cadde morto, Era Guerrino ancor mezo intronato Da la percossa, e uendicato il torto In piedi s'era pure al fin drizzato, E prese di tal morte gran conforto, E tagliolli la testa, e rinfrescossi Salse à cauallo, & al monte inuiossi. Temendo tuttauia ch'altri Giganti Il camin non gliandassero à uietare Sù'l monte Sinaì salendo innanti E quel passato si uenne appressare A l' Arabia felice, che di quanti Regni si troua, quelle singolare Giunse à Malartia, città ch'era posta A' le montagne de l'Arabia accosta. Quiui tre giorni prese di riposo V' son le genti grandi, e Donnè belle Gran barbe portan gli huomini, e peloso Il petto, duri i denti, e le mascelle, Partissi da Malartia, disioso Veder d'Arabia queste partie quelle, Giunto in Arabia, fu l'anno fornito, Ch'ei s'era da Presopoli partito. Nè sì tosto ui fu, ch'andò pensando De là Reina Sabba profetessa Che fu d'Arabia, e de tre Magi, quando Seguitàron la stella, che da essa Guidati, venner il fanciul trouando De la Vergine nato, che confessa, Chi crede il vero, oue pensaua hauere Qualche notitia, e del padre sapere. Passate l'Alpe, trouò uille piene Di poche case, che gli abitatori Cominciato di poco abitar bene Haueuan quiui, che i lor genitori Non abitauan case e stanze amene; Ma per le Tane à caso senz'onori Cercare, eran pastori la più parte Nè si uedeua in lor più famosa arte. Rincontrò per camin molte brigate Carchi di pane, e di minestra e carne, Veggendole Guerrin così carcate, Si fece dir quel ch'e' uoleuan farne Perche le uide molto accomodate In bei uasi di terra, e senza starne Ad un, ne domandò molt'altra gente Che gli rispose ogn'un cortesemente. Che quella roba, il mese si raguna, Poi la danno à mangiare à i morti loro, Che fanno un bel conuito ad ogni Luna Nè senton per quel di pena, ò martoro, E fassi lor l'aria chiara di bruna E danno lor tal uolta, anche tesoro Gettan la roba in certe spaccature De le montagne, in giù profonde e scure. Da certe bande, oue più batte il Sole Fanno questa lor festa scempia, e sciocca, Guerrino disioso ueder uuole Come questa lor roba giù trabocca, Conobbe il creder uan di ciance e fole, Che uenian serpi con aperta bocca, A diuorar la preda a lor donata, Da sì falsa credenza, e scelerata.

Quelle diceuan gli sciocchi, e insensati L'anime de i lor morti, essere in modi Diuersi, in quelle forme tramutati Secondo i gradi, non sapendo i frodi, Che dal Demonio gli eran preparati Credendo, ch'altrila roba non godi. Tal'ordin tengon dunque questi genti Gettando roba ad ingrassar serpenti. Quattro giorni à passar quei monti pose Poi giunse à Rama, e tre dì di riposo Vi prese, per tante opre faticose, Ancor che d'andar fusse desioso Quiui si prouedè di quelle cose Ch'ei si uedeua esser più bisognoso, Fe ferrare il cauallo, e nel partire Per Arabia il camin tolse à seguire. Passò per molti giorni assai paese Et anco il fiume Arabito, ilqual uiene, De la montagna Ziames, ch'intese Ch'appresso una città seggio ui tiene, Clafar chiamata, il cui fiume comprese, Ch'Arabia attrauersaua, e poi l'arene Del mar rosso ritroua, e ui si tuffa, E con l'onde marine si rabbuffa. A la città Badeiron uicino Entra quel fiume, poi uolse uedere Doue nasce la Mirra, in quel confino, Ch'è la più fina, che si possia hauere. Surge d'un'arbor, com'à noi dal Pino La Ragia, e uolse l'altezza sapere Cinque braccia è il più alto, e uerde tutto, E de la buccia esce sì nobil frutto. E' questa Mirra un'ontion, che uale A conseruare un corpo umano schietto. Senza marcire, ò fare alcun segnale Di corromper si mai per suo difetto, Nasce in due monti, l'uno e l'altro uguale Cramus è l'uno, e l'altro Elimas detto Molte cittadi ancor trouò di poi, Che troppo è a dir di tutte i nomi suoi. Vide poi la grande Arbia, e'l porto bello A merauiglia, e la sua regione, Merifica si chiama, e questo, e quello, E' del color de i Greci in paragone, Oprò natura il suo miglior pennello In far de le sue donnè le persone, Entrò nel Regno d'Abbora partito E giunse à Sabba il Caualiero ardito, Di questa Sabba, uennero i tre Magi Gasparre, Baldassarre, e Melchiorre A uisitar quel che fuor de i palagi Al nascere il suo nido uolse torre, Per frenar la superbia de i maluagi Sotto un'umil cappanna uenne à porre L'unica deita uera e compiuta, Che fu da questi Magi conosciuta. Risiede sopra al mar questa cittate Vna giornata, & hàtre'poggi intorno L'un uers'il mar tien le spalle uoltate, Chiamato Pòssidon; da mezo giorno, L'altro è Cabubatras; uerso la state, Che fa Leuante, nel solar soggiorno Euui il monte Oselisi; e uer Ponente Vna giornata sta da Sabba assente. Lontan da glialtri, è sol meza giornata, Dipoi trouò Busar, e Menabrosa Bifar è degna d'esser nominata, Qual è per un bel porto assai famosa. Di Turbin ne lo stretto, oue passata Fa l'acqua del mar Indus, che si posa Dentr'al mar Rosso, il loco doue passa Dugento miglia di larghezza lassa. Poi (com'hò detto) genera il Mar rosso I quale, è lungo miglìa settecento Ne le piazze d'Egitto si fa grosso Là doue ei diede à Faraon tormento. E ua, (per quanto ben comprender posso) Appresso à cinque miglia, ben che lento A Babilonia, & i suoi liti bagna, E spesso inonda più la sua campagna.

Per quello stretto mar le spetierie Passan di Persia, Arabia, India maggiore Di poi si parton per diuerse uie Di quì Guerrino andò ne la minore India, e ui uide strane fantasie Non senza sua fatica, e suo dolore, E ne i trauagli inuolto, e ne gli affanni Ne le terre passò del Prete Ianni. E prese porto à la città d'Ancona Terra del Prete Ianni, di gran conto Di tesor ricca, popolata, e buona. Nel porto pien di naui essendo gionto, Che in quel paese di esse il nome suona Argon, & Atizo, che vuol dir pronto Grandi e piccole naui, e dismontato Si riposò dal camino affannato. Q uiui si paga il passo da i mercanti, Che uan per quello stretto, al rosso mare Tre porti sonvi, e son tutti abandonati, E fassi il passo à tutti tre pagare Mosia si chiama l'un, che passa innanti, Ne l'entrar del mar Rosso, e l'altro appare Al mezo de lo stretto, quest'e quello Chiamato Ancona, di tutti il più bello. Ancona è su'l mar Melo, in questo Regno; Di quiui caua un Tesor senza fine, Il Prete Ianni, per gran fama degno; Molte Isole hauui, lontane, e uicine. Ora Guerrino con l'usato ingegno, In certe stanze si ridusse al fine, Ch'eran d'un Ammiraglio gran Signore, Che gli fe gran carezze, e grande onore. Parlò per Turcimani, e domandollo Doue era nato, e che fede teneua, Parlando il uer Guerrino contentollo, E del paese che cercato haueua, Sentendo esser Cristian, molto onorollo, Che in quel paese in Cristo si credeua, E son sei region d'India minore, Che tutti adoran Gesu per Signore. Il fiume Astapo ua uerso Leuante Zinamon tiene uolto all' Ostra calda. Gente ha questo paese, che di quante Ne gli altri sono, e più fiera, e più salda Son d'Etiopia questi, c'hanno innante Vn'altra region ch'il Sol la scalda, Azania è detta quest'è la maggiore Del Prete Ianni, e de I'India minore. L'altra e l'Isola Mercon, & è posta In mezo al Ni'o, e questo è il uero sito, E parte al Prete Ianni sottoposta, Che tiene in estimabil circuito, Ogni cittate, che quiui è riposta, Seppe Guerrino, prima che partito Fusse da quelle, e tuttauia ragiona, Con l'Ammiraglio del porto d'Ancona. E' questa Ancona molto popolata, Son gente nera, & han corti i capelli Veste cilestro quella più pregiata Di pannilani, di perfetti agnelli, Va la uil plebe sol di tela ornata Di lino fatta, e paion monacelli, A l'Ammiraglio hauea detto Guerrino, Com'era al Prete Ianni il suo camino. Diegli due guide quel Signor cortese, Ch'er ano ricche di più d'un linguaggio Quei caminando poi per quel paese, Parlaron molte cose pel uiaggio, Non note à Guerrino anco, appresso intese, Doue che si poteua far passaggio, E doue non; e d'Ancona passaro Il Regno, doue à Ponor dia arriuaro. E da Ponordia, à Cologna arriuati, La gran città di Sardaim trouorno, Di quindi à Bramaì eran passati Quand'al gran monte Garbastano andorno Sonui assai uille, e castei seminati Spillan buone acque à la montagna intorno Sonui bestiami assai come tra noi Capre, uacabe, caualli, asini, ebuoi.

Camelli u'è, pecore non uedute Ne l'al reparti de l'India minore, Perche le guide nò istesser mute, Volse Guerrin da quelle hauer sentore Di molte cose da lui non sapute, Lequai gli rispondean con amore E domandò se in Africa, d'Egitto Si potesse arriuar s'andasser dritto. Riser le guide e disser non potete Di quì passare al Cairo, & à la grande Babilonia d'Egitto, che uoi sietè Al dritto quì doue Libia si spande, Ethiopia arenosa trouerete E il gran mar del sabbion, per queste bande Poco paese u'è uerso Ponente, Che ui possa abitare umana gente. Euui il mar de l'arena, questo dura Dal Nilo, fin'al gran mare Oceano, Quiui è la spera grande, che tien cura Da l' Atalante, e se ne ua lontano, Fino al Marocco, per dritta misura, Parue à Guerrino questo auiso strano, Che maggior crescer si uede afatica, Ch'era del suo spèdir, fiera nemica. Caminauano sempre innanzi; e quando A Palestina fur le guide, allora (Seguendo sempre pel camin parlando) Disser, che per la Libia surgon fuora Lioni, draghi, e serpenti, soffiando Aliti tristi, che portano ogn'hora La morte seco, e la ruuina espressa Di chi per tai paesi lor s'appressa. Trouasi ancor, che molti hanno passato (Dissero) il Nilo, e di qua capitati Son dou'or siamo, & con orribil fiato Hanno questi paesi auuelenati. Or se da noi ne fusse alcun trouato Andian pe i fatti nostri disegnati; Che'l mal'non uenga per nostro difetto, Perche di ciò che veggono han sospetto. Poscia, del Prete Iandi à dire entraro Che dimoraua nel Regno Tioco Nè la città d'Eriponda, che raro L'abbandonaua; E già l'ultimo loco E fin de là montagna terminaro, E caminati per un piano un poco Nel passar d'uno scuro e gran uallone, Venne gli incontra un terribil Dragone. Voltarono i caualli spauentati Col peso addosso, che ue lo guidaua; Gli interpreti al sicur s' eran saluati Volse ueder Guerrin la bestia braua Laqual due lanci smisurati, Poi che'l Guerrier per uederla aspettaua, Al secondo fermossi in se ràccolta Per far' il lancio ancor laterza uolta. Guerrino, che fuggir non era usato Volse uedere il fin di questa cosa; Essendo già del cauallo smontato, Che gli pareua cosa faticosa. Il cauallo campare, & imbracciato Lo scudo contra à quella uèlenosa Fiera si mosse, ou'ella al uarco staua, Ch'assalire il Campion si preparaua. Lanciossi al fin, poi che lo uide in terra, Guerrino con la spada la saluta, Ma il taglio il duro cuoio non afferra, Il drago che la guerra non rifiuta, Co i denti l'elmo subito gli serra, Lo scudo con le branche, ne si muta Che con la coda intorno poi l'auinse, E fieramente legato lo strinse. Gratia dal ciel, misericordia Dio Mostrò, doue non era molta speme, Che se le braccia quell'animal rio, Gli hauesse prese con le forze estreme De le sue branche, hauria pagato il fio, Di questa, e d'ogni pugna fece insieme Piacque à Dio ch'egli uccise l'animale Ficcandoli nel uentre il suo pugnale.

Ficcolli tra le scaglie essendo stretto Da non potere adoperar la spada (Com ho detto) nel uentre il suo stilletto Quattro e sei uolte, ch'ei trouò la strada Di trargli il fiato del rabbioso petto Colse la spada senza stare à bada, E tagliossi i legami insieme auuolti De la gran coda, e così furo sciolti. Ma nel partirsi fu tanta la forza Del uelenoso fiato, e tanto fiero L'assalto, che stordito à poggia & orza Voltaua i passi il miser Caualiero E tuttauolta il uigor gli si smorza Nè fa cinquanta passi in quel sentiero, Ch'ei casca in terra, e pian tra se parlando Gesù, disse, lo spirto t'accomando. Pensò senz'alcun dubbio, hauer forniti Gli ultimi dì de la sua degna uita. In questo i Turcimani impauriti, C'haueuan fatta fuggendo partita; Videro da lontano, à che partiti, Era Guerrino, e prima la gradita Vittoria, e ritornaron con dolore Dou'era tramortito il lor Signore. Nè ueggendol ferito, il disarmaro Conoscendo la forza del ueleno, Dipoi ad una uilla presso andaro D'onde un certo uasetto portar pieno, D'un' unto, da tenerlo molto caro Contr'à simil uelen, che si faciéno Gli abitator di tutti quei paesi, Che da tai fiati erano spesso offesi. E uenner de la uilla forse trenta Per allegrezza de la morta fiera Ch'ancor che morta sia, pure spauenta La uista orribil di sua testa altiera Vedutala ciascun poi s'appresenta, A dare aiuto dou'il bisogno era, Vngongli i polsi, e la persona tutta, Che sì faceua già liuida e brutta. Cauando la camicia uider quella Crocetta d'or, che'l campaua da morte Al collo gli pendea lucente e bella Che nel partir ch'ei si fece di corte Prima che per cercar montasse in sella, Tante uie per il mondo dritte e torte, Gli diè l'Imperador Greco Cristiano, Sol per camparlo d'ogni caso strano. Non prima uista fu la Croce santa, Che tutti s' assettaro inginocchione Quei de la uilla, e dimostraron quanta Si possa dimostrar mai diuotione Nè fia gran merauiglia, ch'abbian tanta A sì giocondo segno diuotione, Perch'erano Cristiani, com'io dissi, Quando questi lor Regni ui descrissi. Come da graue sonno scioglie spesso Il sensitiuo spirto l'huom legato, Così uenne Guerrin tutto in se stesso, Per la uirtù de l'unto à lui portato. Il popol si faceua intanto spesso, Che s'era d'ogni sorte ragunato Tratti à le grida del morto serpente, Che diuoraua il bestiame e la gente. D'altri uillaggi corse gente, quando Giunti fur quelli de la uilla prima Di Guerrin tutti l'opera mostrando Hauer in pregio, e farne molta stima. Vennegli in tanto il uigor ritornando, E così unto da i piedi, à la cima Del capo, fu portato poi di peso Ne la primiera uilla, e meglio atteso. Quiui, unto, e medicato con amore Fu tanto, che'l uelen si spinse al tutto Beato chi più potea fargli onore; Dipoi che da lui uien sì nobil frutto Fu presentato da real Signore Poscia da l'animale orrendo, e brutto Spiccarono la testa, e fer memoria Del dì, c'hebbe Guerrin di lui uittoria.

Del Tempio de la uilla sù la porta Sospeser del Dragon l'orribil testa, E serui un' epitaffio da chi morta La bestia fu, la sostanza fu questa, A questa uilla fu salute porta Da Guerrin, ch'ammazzò ne la foresta Questo dragon, pel quale abbandonata Era già la contrada, e disolata. Ne glianni di Gesù più d'ottocento Trenta, passò di quì quel Caualiero, Cercando il mondo con intendimento Di saper di suo padre il fatto uero, E de la madre. Questo fu'l concento De le parole, or uoltando il pensiero In capo d'otto giorni fu guarito Il buon Meschin, ma mezo intiepedito. Pensando ai casi auuersi, al gran uiaggio C'haueua fatto, e ch'ancor far douea Stando pensoso un sacerdete saggio, Che così mal contento lo uedea, Pigliollo per la man, c'hauea linguaggio Greco, e gli domandò che lo premea, Disse Guerrin, dirouui la cagione, Ma ui domando la confessione, Da lui si confessò dicendo il tutto Ciò c'hauea fatto, e ciò c'hauea promesso, Per quel'uiaggio, sperando far frutto Or staua in dubbio con pensier dismesso, Il degno sacerdote, ch'era instrutto Ben ne la fede, hauendolo confesso, Or odi (disse) ò nobile Guerrino Quel, che mi par sopra à questo camino. Quell'huomo, il qual comincia un alta impresa Dandole un bel principio, e ua seguendo Infino al mezo con la uoglia accesa E non uiene à la fin poi aggiugnendo, Non merta ei già, che gli sia gloria resa, Che'l tempo habbia perduto quello intendo; Ma chi de l'opre buone arriua al fine Merita gratie hauer dal ciel diuine. Sai tu (gli domandò) che cosa è fede? Disse Guerrino, una ferma speranza, Che s'ha in quel, che tutto regge'e uede, Ilquale è trino, in una sol sostanza, E ch'à la destra il figlio al padre siede Nè l'uno ò l'altro mai si troui sanza Lo Spirto santo, nè il padre dal figlio, Ma sieno in una essentia, un sol consiglio. E finalmente un solo Dio, fattore Del Cielo, e de la Terra, e d'Elementi E fede è creder con perfetto amore Ne i ueri diece suoi comandamenti Et osseruargli ancor con puro core Et ne idodici articoli seguenti Sopra la Fede, e creder altrettanto Ne i sette don de lo Spirito Santo. Et osseruar le sette opre pietose De la misericordia, e così credo, Che cosa è caritade allor rispose Il Sacerdote? Questa ui concedo Disse Guerrin, sopra tutte le cose Che è il prossimo àmare & io lo cedo Rispose il Sacerdote, or chi più presso Per natura ti sia che il Padre stesso? Or non sai tu, ch'onora padre, e madre De i diece è'l primo tal comandamento Niente fin qui hai fatto per tuo padre Lassandoti occupar dal pentimento Ruban la gloria queste uogliè ladre Ch'oscuran la ragione, è'l sentimento La qual gloria non s'ha senza fatica Che sò ch'è grande, senza che mel dica. Pur l' Asia hai cerca, con l'India maggiore Che di tutt'il gran giro de la Terra Non u'è luogo di quello più peggiore Et chi pensa altramente, non poco erra V non sol la natura ha posto fuore Le bestie di sua forma, ma fa guerra A l'uman seme, che'n più uariato Modo in più parti il troui tramutato.

Et gli ha fatti saluatichi, e bestiali, Et abitar grotte, cauerne, e boschi, Or i miglior paesi, e naturali Restan, e luoghi men seluaggi, e foschi Se ben la Libia u'ha molti animali, Di pessimi ueleni, pieni di toschi Non u'è, sì com'in India, e in Tartaria, Tanta Canaglia monstruosa e ria. Ecci l'Europa, e l'Africa, che sono Ben'abitate, e nuocere, e giouarti Ti può quì'l tuo gouerno ò tristo ò buono, Secondo che tu stesso uuoi guidarti. Chiedi à Dio dunque d'ogni error perdono E pregal, che non uoglia abbandonarti Che ben t'aiuterà la sua clemenza Per ch'egli è il sommo d'ogni prouidenza. Allora il Caualier con diuotione Promise di seguir la tolta impresa Et umilmente stando in ginocchione Baciolli i piedi con la uoglia accesa Diedeli il Confessor l'assolutione Dopo la penitentia d'ogni offesa C'hauesse fatta à Dio, d'indi leuossi Guerrino, e per partirsi rassettossi. L'arme uestissi, e le due guide in ponto Si posero, e menarongli il cauallo Ei per parer di sar di tutti conto Tolse comiato senz'altro interuallo Da gli huomin de la Villa, or'io son gionto Al fin del Canto, se'l termin non fallo E perche de l'istoria uiene il meglio Per poi seguir, riposar mi conseglio.

IL FINE DEL
CANTO SESTODECIMO.


ARRIVA GVERRINO IN QVESTO DECIMOSETTIMO Canto alla città del Prete Ianni, di cui si descriuono le marauigliose ricchezze, & l'artificiosi ornamenti. Oue essendo Guerrino altamente onorato, uien nuoua al Prete Ianni d'un'essercito nemico che se glí era mosso contra, & fa il Guerrino suo Capitano Generale contra di loro.

CANTO DECIMOSETTIMO.

DEh Qvanto alto Signore, obligo tengo A qvel de la tua fe buon sacerdote; Quant'à te prima, poi che per te uengo A far più che l'ingegno mio non puote. Più uolte il camin aspro, ch'or mantengo (Trouandomi le forze hauer rimote) Pensai di non seguire, or mi rimuto Acciò che'l tempo in uan non sia perduto. Ripiglierò la cronica, seguendo Come Guerrin da la uilla partito Andasse pel uiaggio discorrendo Quant'errore era l'essersi pentito, De l'alta impresa, al fin uenne rompendo Con parlar con le guide assai gradito Sol per fare il camin fuo più leggiero, In questa forma disse il Caualiero. Vedete cari amici ciò ch'è l'huomo, Il qual composto di quattro elementi Terra, aria, fuoco, & acqua, al fin'è domo Da morte, nè si può far'altrimenti Natura tosto gli fa far'il tomo, L'anima resta, che da i portamenti Del corpo, si fa salua, ouer dannata, Per quella libertà che Dio le ha data. Quest'e'l quinto elemento di salute Da Dio donata, pur che la uogliamo Le uie, dond'ella uien, mal conosciute Son dal nostro pensar, nè le sappiamo, Senon che'l giusto Dio per sua uirtute Vuol ch'in eterno poi celo teniamo; Ma come à noi lo dà, ce l'ha diuieto Perche dipende dal suo gran segreto.

La santa Chiesa ben ci mostra come Senz'alcun dubbio saluare il possiamo. Anima uien chiamato per un nome, Non come i corpi, che diuersi habbiamo, I nomi, e carchi di diuerse some E con uile atto generati siamo, Però terreno è il corpo, e l'alma tiene Spirto impalpabil, sì come à noi uiene. Nasceci dunque l'huomo, e quand'è nato De gli elementi uien sottil gouerno Da i quali à poco à poco è nutricato, Sì come piace al Signor nostro eterno. Ma sarei troppo lungo se lo stato Nostro uolesse dir quant'io discerno E come un resta uil, l'altro s'innalsa La cui cagion molti interpetran falsa. Seguirò sol di me, che s'io pensasse Al beneficio, al don, che m'è concesso Dal Ciel, non sò con qual opra arriuasse Con dargli merto, ch'esca di me stesso, Che quando util maggior non si mostrasse Hauer da Dio, sol questo ch'io son messo Tra gli huomini, & m'ha fatto creatura Di niente, ch'era, per uia di natura. Padre poi diemmi, e la madre, diletta, Che per me sopportar tanta fatica Per darmi questa forma, c'ho perfetta Ch' amor com'à Dio piace si nutrica, Perche mentre ch'inuita, ancor uien retta Mi deue esser la uoglia sì nemica, Ch'io non metta per lor, quel che da loro E da Dio uenne Rè del sommo Coro? Qual beneficio & obligo maggiore Si può mostrare? e perche non si deue Spender la uita pel suo genitore. Perch'esser non mi deue dolce e lieue? E per mia madre, che con tant'amore Mi diede à nutricare, e'l uentre greue Di me già tenne, onde pensar dobbiamo, Che giusto è che per lor ci affatichiamo. E quando ingrato à tanto ben si resti, Se Dio è, come egliè, somma giustitia, Perche non si dè creder, ch'ei si desti A castigarsi di tanta nequitia? Sì, ch'in lui mi rimetto: Egli mi presti Gratia, e fauor ne l'andata propitia, E se meglio gli par che per me sia, Faccia ch'io troui la progenie mia. Così fin'à la morte si dispose Seguir l'impresa; & eran caminati Cinque giornate; quando lor s'oppose Innanzi una Cittate; e dentro entrati Essendo quelle genti disiose Di ueder quel, che non erano usati Correuan per le strade, per uedere Sì bene armato, e nobil Caualiere. Era questa Cittate in un bel piano V' la montagna di Gabusta è posta, Appresso al Nilo à due tratti di mano Dou'è la sedia del Regno riposta Or, per uedere il Caualier soprano Beato chi più presso gli s'accosta, Parlan tra loro, e Guerrin non gli intende. Et ogni Guida à rider solo attende. Di che ridesser uols'egli sapere, Noi ridiam (disser) che tutti costoro Dicon, ch' a ueder uoi lor par uedere Gran merauiglia, e ne parlan tra loro, D'un'huom sì ben'armato sù'l destriere Stimando l'armi uostre un gran tesoro. Neri son tutti, e ueston panno lino Ma i ricchi portan drappo Alessandrino Di panno lano cilestro i mezani Fondachi assai, per la Città si troua. D'ogni sorte mercanti, sonui e strani D'abiti, e di parlàre; Al Guerrin gioua Veder tele sottili, che fan uani Velami à quelle donne, e fanno proua Mostrar le carni ignude, che tal tela Poco, ciò ch'ella copre, à l'occhio cela.

Motteggiando le Guide, seco entraro Ne la gran piazza, u uider gente armata D'archi, e di mazze, & era quell'huom raro C'hauesse spada, e quella mal temprata. Da l'uno e l'altro era poco disuaro Di preminenza, ma disordinata Correa la gente in piazza, e facea testa Perche di mano in man chi giugne resta. Da le Guide Guerrin si fece dire, La cagion di tal fatto, e chi gli manda, Quei risposer, perche debbon uenire I Cinnamonij, mossi da la banda Australe, e qua li uengon assalire Presi da la superbia lor nefanda Han contr'al Prete Ianni l'arme prese Da l'ultimo confin del suo paese. E che causa gli moue? Guerrin disse, Non altro (gli risposer) che il sentirsi Troppo abbondanti, causa tai risse E son pastori, c'hanno in cambio à i Tirsi Prese le lance, con le uoglie fisse D'allargarsi il paese, è'l passo aprirsi Son huomin grandi di corpo, e bestiali Vsi ne i boschi à star tra gli animali. Se ui fermate, più chiaro il uedrete, Or bisogna al palazzo appresentarui, E come glialtri fan, così farete Che innanzi à i forestier bisogna farsi, Dal Prete Ianni la cagion saprete Non che'l solito sia questo d'usarsi Ma per simil sospetto usar si suole Com'il Signor di questi Regni uuole. Però che la sua tema è che non vada Qualche buon Capitano à l'arme auezzo A' i Cinnamonij, perche d'altra strada Non può passar gente di molto prezzo Ch'altro non manca lor, se non ch'accada Chi l'ordin de le Guerre per un pezzo Gli insegni, che s'hauesser di guerra arte Occuper ebber tutta questa parte. Giunsero al bel Palazzo ragionando E dismontati dentro al gran Cortile Il Meschin giua intorno rimirando Ogni sua parte ben fatta e gentile, Et assai merauiglia prese quando D'argento anelli come cosa uile Vide murati, e non d' altri metalli Per legar (com'è solito) i Caualli. Stupisce nel salir poi de la scala Ch'era sol d'Alabastro chiaro e schietto, Di quà di là ogni sponda, et ogni ala Di brunito or, riluce puro e netto L'aria soaue, che nel muro esala Mostra un degno lauor, senza difetto Di musaico fatto, con grand'arte Et uede Azurro, & Oro in ogni parte. Da capo pur d'Azurro oltramarino E stelle d'oro, in ogni stella è messo In mezo un'infocato e bel Rubino, Che ne uacilla chi gli mira spesso Allor le Guide uoltesi à Guerrino Veggendolo mirar fuor di se stesso. Dissero, non ui paia cosa noua Se qui tanta ricchezza ci si troua. Quattro cose lo fan, la prima è questa Non hauer guerra, e non pagar soldati, La causa seconda manifesta Sono i tributi grandi e smisurati De i Saracin, che non sia lor molesta L'acqua del Nil. la terza i frequentati Tre Porti nominati, or l'altra uiene Che manco tai ricchezze non mantiene. Et quest'è, ch'ogni mercantia cauata Di questi Regni, à la Camera deue Pagare un certo Censo, ch'un'entrata Innumerabil di questo riceue. Or pensa quanta molti anni sia stata La cosa grassa, e la sua spesa breue Et è tal parte par la sua bontate Terra chiamata de la ueritate.

Così salendo de la sala in cima Trouarono una porta di smiraldo Dal piè d'oro fregiata, in fin la cima Ben ch'à lui dice forse con piu saldo Giuditio di Cristallo, perche stima, Ch'essendo quel paese molto caldo Et il Cristallo freddo, par credibile Molto più, che non par quell'impossibile. Ben che possibile era maggior cosa In simil luogo, e ne faceua fede L'entrata d'una sala luminosa Per molte Gioie, & Or, che ui si uede Lunga sessanta braccia, e spatiosa Quaranta per il largo, e doue il piede Camina, è d'alabastro, & altrettanto Composto è de la sala ogni suo canto. Di massiccio Oro ha due colonne in mezo E da la parte uerso Tramontana Cinque finestre son, dou'entra il rezo Intorno tutte d'or, ne la soprana Parte di santimona un dolce lezo Surge, nè ui si tratta opera uana Euui da capo un degno tribunale Di gioie ricco sì, ch'un mondo uale. La ricca sedia d'oro in alto staua Disopra à sette gradi, in fronte à i quali Per ciascuno il suo breue si mostraua, D'effetti uarij, e diuersi segnali Nel grado, che da piedi cominciaua, Di nera stampa è scritto, & à i mortali Dice, fuggi auaritia, & il tesoro, Et era questo primo scalon d'oro. D'argento er'il secondo, oue diceua Accidia fuggi, & il terzo di rame Questo bel motto scritto si uedeua, Non seguir de l'inuidia il rio legame Di ferro è il quarto, che ui si leggeua Fuggasi l'ira bestiale, & infame Il quinto era di piombo, e, fuggi gola Dicea la prima, e seconda parola. Il sesto era di legno intarsiato Con certe fiamme com'arder uolesse, E questo breue u'era accomodato Le fiamme di lussuria sien dismesse. Il settimo di terra lauorato Doue il Meschino ancor dentro ui lesse Fuggi superbia. E uide gli occhi alzando Su quella sedia, un uecchio uenerando. Di sacro abito ornato con papale Mitria in testa, e da ciascun de i lati Sei sedie, c'hann'in mezo il tribunale Doue sedeuan dodici prelati Che ciascun rappresenta un Cardinale Che sono per gli Apostoli onorati Quattro scaloni ogni sedia teneua Di marmo, per li quai ui s'ascendeua. Entro à le cui cornici scritto u'era Sette parole, e l'una era fortezza Primiera, e temperanza, e la seuera Giustitia, che da i buoni sol s'apprezza V'era fede, prudenza, e la sincera Caritade, e speranza sempre auezza Di risguardare il Ciel, d'onde le gratie Vengon, che fan le nostre uoglie satie. Sopra del capo al sommo sacerdote Ch'era nel tribunal di mezo assiso V'eran d'un Crocifisso le deuote Membra, mostrand'esser per noi diuiso Di uita, sol per farci sì gran dote Quai son l'aprirci l'alto Paradiso Quiui eran gioie di tanto splendore Che stimar non si puote il lor ualore. Dietro à la sedia, una uite surgeua D'Oro, e d'Argento, e di Smalto contesta Che co i tralci pel palco si spandeua De le cui uue, e pampanine resta L'occhio ingannato, sì chiara pareua L'uue eran gioie, in quella parte, e'n questa E ben che gioie sien, paion si uere Che dan di lor, speranza à poter bere.

Sopra à quella eminente sedia ancora, Son de lo Spirto Santo i sette doni. Diceua il primo, Dio temete ogn'ora Perche chi'l teme fa ch'ei si disponi, Scaccia da se la superbia di fuora, Et à uincer gl'inganni de i Demoni, Dice il secondo, Pietosi sarete Al prossimo; e l'inuidia fuggirete. Siate al uoler di Dio obedienti, Il terzo dice, e si disprezza l'ira. Il quarto, siate pronti, e diligenti Di Dio ne la fortezza, che ui spira A' disprezzar l'accidia & siate intenti Consigliarui con Dio, ilche ui tira A fuggir l'auaritia; quest'è'l quinto, Or dirò com'il sesto era distinto. A Dio uolta il pensiero, e la tua uoglia, E fuggirai di gola il brutto uitio. Il settimo, à uoler che tu ti scioglia Da la lussuria, fa che sia propitio A' la gran sapientia, e la raccoglia Da Dio, che ne sà dar sol chiaro inditio. Questi sono i rimedij naturali Contrari à i sette peccati mortali. I quai, (com'hò già detto) eran notati Ne i sette gradi di uarie misture, Fatti secondo i modi de peccati Per c'hanno uariate lor nature: Il più basso è quel d'Or de gl'insensati Auari, i quai fan le lor uite scure E bramare il terreno uiuer frale, Quest'era'l primo peccato mortale. Per l'accia d'ariento figurato Er'il secondo, à la Luna simile, Vmido e freddo; Così tal peccato Fa l'huomo umido, e freddo, abietto, e uile Che d'ogni tempo pare adolorato Di rame è il terzo, c'ha d'inuidia stile, E tra'l pouero, e'l ricco si nutrica E l'uno e l'altro col pensier nimica. Per la ricchezza l'un, per sanitade L'altro, e col suo color par ch'egli ardisca L'Oro imitar, per dolcezza e bontade: Poi che non par che natura il patisca, Per farsi Argento per diuerse strade L'Alchimia cerca, che lo raffinisca, La ruggin uerde fa, ch'ancora spera Satiar l'inuida uoglia, ingorda, e fiera. De l'ira è quel di ferro, che s'adatta Vccidere, e sprezzar ciò ch'egli arriua. Così fa l'ira dal suo furor tratta Ch'ogni conseglio, ogni ragione schiua. Vien la gola nel quinto, simil fatta Al piombo, che sempr'hà la uoglia uiua, D'aggrauar ciò ch'ei tocca, così'l pasto Il corpo aggraua, fin che'l uede guasto. Et fallo pigro, sonnacchioso, e lento: Saturno ha per signor questo metallo, Ch'è zoppo, contrafatto, e macilento, Si che l'anima, e'l corpo senza fallo Ella dannata n'è, presto egli spento E' il detto del Filosofo entra in ballo. Il qual ci dice, che maggior flagello De gli huomin fa la gola, che'l coltello. Il sesto è legno, con le fiamme ardenti Che mostra ben, che nè il fuoco, nè il legno Puote molto durare, ecco i cocenti Effetti di lussuria, che l'ingegno Consuma, stempra'l corpo, & fa le menti Lungi da Cristo, e senz'altro ritegno, L'anima, c'hauut'ha sì mal gouerno Casca tra le gran fiamme al foco eterno. Resta'l settimo & ultimo di terra, Che la superbia rappresenta in uista, Laqual come la terra anch'ella afferra, Ciò che da terra di lode s'acquista Questa col gran pensier uacilla & erra Fa'l corpo al fine odioso, e l'alma attrista, E cieco fumo, e uan'ombra riporta E in terra, ond'ella uien, poi resta mortà.

Il uecchio (com'io dissi) che sedeua Ne l'alto tribunal, ch'ogni Barone Ne la gran sala, adoraua, e temeua Che u'eran di più d'una regione Era il buon Prete Ianni, che faceua A tutti dritta, e sommaria ragione. Nel giugner di Guerrin, torse le ciglia Ciascuno, e lo mirò per merauiglia. Con umil riuerentia inginocchiossi Egli tre uolte, prima ch'ei giugnesse A i santi piedi, e inginocchiato alzossi Sù i rileuati gradi, e con dismesse Luci, con bocca sù'l piede inchinossi Come fu ammaestrato ch'ei facesse Così baciando l'un de i santi piei Tre uolte disse, miserere mei. Benedillo egli con l'inuitto segno De la trionfal Croce, à noi sì caro E poi fe cenno ad un suo Baron degno Dopo quello ad un'altro, che'l menaro Seco in un'altra stanza con disegno Di fargli onor, perche si suol di raro Veder huomin. com'egli in quel paese E pargli obligo usargli atto cortese. Questa seconda stanza, ricca e bella Non era men che la primiera fosse Fu fatto à i lor Caualli trar la sella E ristorar de le perdute posse Le guide ancor furon menati in quella Stanza, non sendo ancor di sala mosse E fe lor far l'uno e l'altro Barone A tutti un'onorata colatione. Dicendo lor che'l suo Signor da tante Faccende er'occupato, sì ch'allora Non era d'impedirgli l'opre sante Ch'ei uà trattando con più gente ogn'ora Rinfrescossi Guerrino in quell'instante Nè fece appresso poi molta dimora, Che l'audienza era calata al tutto, Allora al Prete Ianni fu condutto. Trouò che da seder leuato s'era Et passeggiaua per la sala intorno Inginocchiossi armato com'egli era. Chi sei tu (disse) Caualiere adorno? Il Prete Ianni, con benigna cera Et perche porti sì quest'armi intorno? Guerrino, che sua lingua non sapeua, Già fatto cenno à gli interpreti haueua. Il Prete Ianni hauea Greco, e Latino Onde prese à parlar senza mezani Gran merauiglia ne prese Guerrino, Essendo egli in paesi sì lontani E' ben dritto (dicendo) che domino Sì grande ad un tant'huomo sia ne le mani Et disse in Greco tutta la sua uita Dal dì, ch'ei fè d'Alessandro partita. Allora, il Prete Ianni à se uenire Fece i dodici suoi gran consiglieri, E in lor presentia gli fece ridire, Quel ch'ei cercaua, & i molti sentieri C'haueua cerchi, e feceli stupire De' passi strani, spauentosi e fieri Costui (disser parlando in suo fauore Merta che gli sia fatto eterno onore. Le guide à l' Ammiraglio ritornaro Poi che Guerrin fù quiui riceuuto, Che quei Signori assai l'accarezzaro, E fu per cinque giorni ritenuto A mangiar sempre con quei che mangiaro Col Prete Ianni, or poi ch'io son uenuto A questo passo, l'ordine saprete Et come mangia il santo Ianni Prete. Vanne in un'altra sala di grandezza Di quella prima. ma più ricca molto E risplendente di maggior bellezza Però che u'era più tesoro accolto Con una sedia in capo, che l'altezza Era di tre scaloni, e d'or poi colto In massa un quadro, ch'inuanzi gli staua Et quiui il seruo di Gesù mangiaua.

Otto tauole poi accomodate V'eran di marmo molto basse poste Da destra tre, da sinistra acconciate Pur tre, e l'altre due eran composte Da capo, e queste sole eran lasciate Pe i Consiglieri al Prete Ianni accoste A la sua d'oro, ond'ella in mezzo appare Stauan ne l'altre i Baroni à mangiare. Basse eran tutte, e quest'è la cagione, Che quel paese è caldo per natura, E poco nel girar d'altra stagione Vi mutano quei cieli tanta arsura; Ma l'arte à la natura s'antepono, Che son gli spazzi di fredda mistura, Dunque chi per mangiar quiui sedeua, Le gambe in terra distese teneua. Quel che trinciaua, staua inginocchioni; Guerrin mangiaua in un tempo medesimo Col Pontefice insieme, e co i Baroni, Però che tutti haueuano il battesimo. Il Prete Ianni gran consolationi Prendeua à ragionar del Cristianesimo, Con Guerrin, d'Europa, & ogni giorno Volea parlar col Caualiero adorno. Eraui stato cinque giorni, quando Venne à Dragonda assai male nouelle, Che i Cinnamonij andauan rouinando Già di quel Regno molte parti belle, E il fiume Stapo hauean'passato, dando Il guasto, e per superbia anco le Stelle Minacciauan, non tanto quei paesi, Che son di quà, ch'ancor non hauean presi. Perche di quà dal fiume assediata La città d'Agriconia haueano al tutto; Vdita'l Prete Ianni l'ambasciata, E sentendo, che male era condutto Il suo paese, da potente armata Ad un suo Capitan', ch'era condutto Fin d'Europa, à quel tosto commesse, Ch'assaltare i nemici suoi douesse. Con cento mila, che s'eran raccolti Di più paesi, e trecento elefanti; Ma di tal Capitan non parean molti Gli ordini buoni, ancora che di quanti Esser poteansi à tal'impresa tolti, Non u'è chi meglio condurli si uanti, Guerrin per seco andar chiese licentia; Ma non hebbe di ciò grata udientia. Dal dì, che quella gente fe partita, Corser uint'otto giorni, che nouella Venne, che'l Capitan priuo di uita Era, e la gente rotta, e che di quella Vna quantità mort'era infinita; L'altra è fuggita in questa parte e in quella Dopo questa ne giunse una peggiore, C'hauea mutato Agriconia signore. C'han presa la città, morta la gente, Senza guardar'ordin, sesso, ò etate, Et un signor n'han fatto, il più potente, Che sia tra le lor genti dispietate; Ond'un timor cominciò sì dolente, Essendo le speranze abbandonate, Che non sol la uil plebe hauea terrore; Ma non fu senza il cor d'ogni Signore. Staua affannato il Prete Ianni ancora, Per non hauer gente nel'arme usata, E quel che più l'afflige, e più l'accora E' ueder la città sì spauentata; Sì che Guerrin ui sar à giunto ad hora, E daragli speranza non pensata, Andonne al Prete Ianni, e confortollo, E che dolor non si desse, pregollo. Mandate (disse) per li uostri Regni A trarne quella gente che si puote, Che s'hanno à guerra far grossi gl'ingegni Forse l'opere nostre non son note; Or non e'l primo dì, ch'à guerra uegni. In Dio sol spero, & anco à le deuote Vostre orationi, & in quella uirtute. Che Dio m'ha data per nostra salute.

Sì, ch'à i nemici più temer bisognà, Chè maggior bestie; ho già dome di loro Ma chi si uanta senza l'opre sogna, Io m'offro à farle senza premio d'oro. Allor con faccia tinta di uergogna, Il santo padre disse, il mio tesoro Niente mi ual, poi che'l bisogno mio Consiste in un tuo pari, e prima in Dio. Non ti merauigliar s'un tal timore, Ho preso, e n'arrossisco fra me stesso, Che de tanto paese so Signore, Nè ho spedito mandato nè messo Ancor, che mi uenisse alcun fauore; Che poco io ui speraua, e lo confesso Non è usata à guerra questa gente, Sì come sono i uostri di Ponente. Puossi bene sperar, che se uerranno, Con un tuo pari, e che tu ue li meni, Che l'ordin che darai, lor seguiranno, Che son robusti, e di gran forze pieni; I messi manderò, che spediranno, Di quà, di là, per tutti i miei Terreni, E scrisse prima in Asianilis, doue Genti terribil son, da far gran proue. Ch'abitan le montagne nominate, Di Camerata, ò pur monti Camestri Le chiaman', doue sono le ferrate Porte, che chiudon i passi maestri Del Nilo, le cui genti sono usate Ben'à far guerra, e son gagliardi e destri, Ma non son use in ordin di battaglia Doue sol par, che la militia uaglia. Mando à Tralian, Caeuol'detto, E ne la region di Succentare, A l'Isola Morcone, e pel distretto Del Regno Barbaris, il quale appare In Asia, e presto fu messo in assetto Vn' esercito bello e singolare, Onde la tema s'erà già partita, Et la Città di uil, fattasi ardita. E tanto più, che'l Prete Ianni uolse In presentia di tutti i Capitani, Poi ch'uno anello di dito si tolse, Darlo per segno à Guerrin ne le mani; Dicendo, poi che Dio uide e raccolse I casi, che douean uenire strani, La sua gran prouidentia u'ha mandato Vn Capitano, & io l'ho confermato. Voglio, e comando à uoi (disse) signori Che qui'l Guerrin sia uostro generale Capitano, e gli usiate quegli onori, Ch'à me fareste in un'impresa tale. A la cui uoce s'alzaro i romori, Facendo d'allegrezza gran segnale Accettando l'di gratia c'han sentito Quanto ualesse il Caualiero ardito, E secondo l'usanza del paese, Accio ch'ei fusse onorato e temuto, L'esercito à furore à braccia il prese, E sopra un carro d'or, ch'era tenuto A posta quando fan simili imprese Il fer salir, accio fusse ueduto, E fu menato per quella cittate, Accompagnato da le genti armate. Del campo lo stendardo innanzi andaua E intorno al carro le bandiere tutte, E i bellici strumenti si sonaua; Ma poi ch'al fin fur le feste ridutte, Il Meschin, che spedir gli bisognaua; Mirando prima le genti condutte, Smontò del Carro, e diede ordine e forma, Douendosi seguir, che non si dorma. Ma prima s'informo del tutto appieno, Che genti sieno i Cinnamonij, e'l modo, Ch'in campo uanno, e quanto numer sieno, Per castigarli de l'usato frodo, Vuol' che prouiste le sue genti stieno; Di poi secondo che si dè star sodo Ne la battaglia mostrin la rassegna Di tutti, e il modo d'assaltar gl'insegna.

Furon dugento mila, nè tra essi Più che due mila à cauallo ue n'era. Quei c'haueano archi et frezze, erano spessi Et maggior parte armati à la leggiera, Vols'il Meschin, ch'in ordin si ponessi Del medicame, in ogni acuta e fiera Saetta, acciò non habbia alcuno scampo Chi fia ferito nel nemico Campo. Quattro mila Camelli, e quattrocento Elefanti feroci, e bene armati Haueuan seco, ma'l Meschin contento Non fu d'hauer tant'huomini menatì. Perche poteuan fare impedimento Però uolse che fusser dimezati Cento mila migliori insieme messe, E quelli à'condur seco soli elesse. De le montagne eran di Camerata La maggior parte, e son più franchi molto. Con la benedittion che gli fu data Dal Prete Ianni, con buon passo sciolto, Fè da Dragonda partir uia l'armata Hauendo sù la riua il camin tolto, Del fiume Nilo, & in cinque giornate Ad Antonana giunse, gran Cittate. In questa il Prete Ianni stà gran parte Del tempo, per ch'è bella oltr'à misura, Grandi edificij sonui, con grand'arte Fattiui, & hà bel sito per natura Non puoi di tal Città Grecia uantarte, Disse il Meschino, e stattene sicura Nè sol non n'è ne l'Imperio tuo solo Ma quanto stende l'uno e l'altro polo. Nè altroue gente più ricca si uede Di tesor, nè più giusta, e più uerace Nè che meglio conserui nostra fede, A cui sol la uirtù diletta e piace, Et di quì uien che Gesù gli concede, Che non sieno or per perder la lor pace, Nè com'à noi Eretici si troua Che cerchino ogni dì per legge nova. Di tal Città partiti, costeggiaro Di Carbesten le montagne, & in molte Giornate al fiume Atapus capitaro, Quiui fer massa, e fur le genti colte Insieme, ch'al Meschin fu fatto chiaro, Come le genti nemiche eran uolte Per affrontar l'essercito Cristiano Et eran sol tre giornate lontano. Fecesi dir com'erano ordinati, Fugli risposto, à caso, e' senza freno, Andando à branchi, quà e là spezzati, Et che le lor speranze pur che sieno In trecento Elefanti bene armati, Che poco tempo innanzi, tolti hauieno, Al rotto Capitan del Prete Ianni, Così ne uanno altier de l'altrui danni. Han mill'altri Elefanti appresso à questi Ma male armati, e di poco momento E che si sforzan quanto posson presti, Di uenirne con impeto à dar drento, Quest'esercito ancor pensan che resti, Come quell'altro superato, e uento. Or come à uoi par meglio u'ordinate, Ch'ei sono appresso à quì già tre giornate. Guerrino per tal noua uuol sapere Quanti arcieri habbia, e ne fa la raccolta, E truoua che fra tutte le sue schiere, Son quattordici mila, e gente sciolta Da far co ineruuti archi il lor douere Di che si prese egli letitia molta. Poi raccolse à consiglio i Capitani, Con tutti gli altri signori Indiani. E così disse, habbiam per fermo inteso Quant'è sfrenata la nemica gente, E quanto pessimo ordin' habbian preso, Per uenirci assalire incontinente. Ma Dio, che per più resta offeso Da loro, non sara più patiente, Sì come quì m'hà riferito un messo Per il brutto peccar con ogni sesso.

Per abondanza de la preda tolta Da la cieca superbia, che n'han presa; Hanno Dio disprezzato, e posto inuolta, Ciò che comanda lor la santa Chiesa Con le stesse lor carni à briglia sciolta, Con opra brutta di lussuria accesa; Seguon lo stil'di Sodoma e Gomorra, Sì, che conuien'che la giustitia corra. Queste per Turcimanni, & altre assai Parole disse, come per certezza; Referito gli fu, quali stimai Nel raccontarle far troppa lunghezza, Perche'l facesse lettore or saprai, Per armare i lor cuor'd'alta fortezza; Accio che combattesser con desio D'hauer per loro la giustitia e Dio. E fe leuar subitamente il campo Contr'i nemici, in ordinanza posto Tanto, ch'un miglio u'era sol'di campo, Et le scolte mandouui molto accosto Che se spie passan'non habbiano scampo Imperò che'l buon Meschino hauea disposto Che'l nemico non fusse anco auisato Come egli hauesse il suo campo ordinato. In questo mezo uettouaglia abonda, Che ui giugneua per diuerse uie; Qual'ne i Nauili il gran Fiume seconda; Qual'sù i Camelli, con più salmarie. Sì, ch'ogni lito è pieno, & ogni sponda; Però fa far gran guardie per le spie I Cinnamonij, quel medesmo giorno Con l'oste à i nostri s'appressaro intorno. Sì, che presso à la sera il romor grande Nel campo si leuò, perche sentiro, Che la nemica gente quelle bande Vicine, con ueloce corso empiro; Doue la uoce orribile si spande In fino al Ciel'già con superbo giro; Ond'il Meschino à pena de la uita, Fa bandir, che nessun faccia partita. Che nessun dal suo ordine si moua Per affrontar, ma che sol si difenda; Rinforza l'antiguardie, e le rinoua Spesso, che uuol'che l'altra gente attenda A rinfrescarsi, chi debil si troua; C'hauea con prouidentia già stupenda; Fatte tre schiere, e in ogni schiera pose, Degli elefanti il terzo, e gli compose. Impone à tutti che'l giorno che uiene, Nessun per far battaglia si mouesse; Ma se'l nemico uuol, comandò bene? Che francamente gli si rispondesse; Quest'ordin dunque il Meschino mantiene Che uolea, che l'assalto si facesse, Passata poi la notte, à la prim'hora, Che comincia apparir la bella Aurora. Et così ordinò, che stesse in ponto, Per la mattina ogni suo Capitano; Sì, ch'à quell'hora ciascuno fu pronto, A nemici assaltar, ch'eran pel piano; Spartiti à caso, non facendo conto, Che da altri uenisse à metter mano; Parendo lor, che lo star stretti insieme, Sol fusse segno di gente che teme. Fur colti sonnacchiosi e sproueduti, Ne l'ombre ancor de la passata notte, Et assaltati da gliaspri saluti, De le saette auelenate, in frotte; Sì, ch'in uano aggirauan per perduti, Trouando al fuggir lor, le strade rotte; Onde la lor superbia e forza estrema, D'ogni poter tosto rimase scema. Al Meschin par uergogna insanguinarse In sì uil sangue, ma la forza il tira; Che doue ei uede gente ripararse. Gli urta, gli spezza, e quà e là gli aggira, E sempre mira con quello attaccarse; Che de li suoi uccide, ò ne martira; La strage fu crudel, nè fu dì chiaro, Che più di cento mila n'ammazzaro.

Del Meschin sol ducento morti furo, Da suoi medesmi la parte maggiore, Et hebber ne le man quasi al sicuro Da i lor nemici la robba migliore; Chi si caccio per qualche luogo scuro Sol ui campò, che poi usciuan fuore Lontani de le tane, e ne fur molti, Che furono in prouiso rotti e colti. Mille e sei cento elefanti trouaro C'haueuan'i nemici, de li quali Quattrocento i miglior si riserbaro, Glialtri, il Meschin con tutti i caporali Al Prete Ianni à Dragonda mandaro; Per segno d'esser stati trionfali. Medicati i feriti, e rinfrescata La gente, si posar quella giornata. La notte che seguì, prese la uia, Verso Giaconia, sempre lungo il fiume, Che non hebber di lume carestia; Lucea la Luna com'è suo costume, Che di tre dì per la solita uia, Dal Sole in Taur gli era dato lume; Giunti à quella Città poser l'assedio Intorno, che nessun ui fe rimedio. Fece il Meschin far buona guardia, e prese Il Fiume, che di là non uenga aita, Che quel nouo Signore esserui intese Il qual'era persona accorta, e ardita, Chiamato Galafar, ma sien distese; Nel'altro canto de l'opra gradita Le rime, che diran quel che facesse Il campo, & come la Città s'hauesse.

IL FINE DEL
CANTO DECIMOSETTIMO.


IN QVESTO DECIMOOTTAVO CANTO ESSENDO Guerrino arriuato à campo à Gaconia, il Re Galafar gigante lo manda à disfidare à corpo à corpo. Egli accetta, & Galafar ne rimane ucciso, Prendesi la città, & finalmente Guerrino torna al Prete Ianni trionfante. Dalqual poi si parte, & arriua in Egitto. Et sono in questo canto molte belle cose da udire de gli Elefanti, del Nilo, & più altre dimolto diletto.

CANTO DECIMOOTTAVO.

Felice si può dir chi uie ne al mondo, Alto signor nel numer de i Cristiani; Ma più felice assai, e più giocondo, Chi domar puote gl'infidei profani, E discacciare l'opre false al fondo; E trar fuor di timor di casi strani Quel che ti crede, perch'e segno chiaro, Quanto ne la tua gratia si stia caro. Non Regni, non Città, non Pompe altiere; Tira'l Meschino à tal'impresa certo, Per le cui opre chiar si può uedere; Ma sol'acquistar press'à Dio merto. Or'ritornando à le lassate schiere, Et doue à la città già s'era offerto, Che come l'hauea (dissi) assediata Per terra, e per quel fiume con l'armata. Eraui stato cinque dì l'assedio; Allor che Galafar signor nouello. (Non trouand'al suo scampo altro rimedio) Poi che presso uedeua il suo flagello, Deliberò d'uscir di questo tedio. El Meschino fe chieder di duello, Et ch'ei non nieghi se'l nome sia uero. Ch'ei sia sì franco e forte Caualiero. Non tanto lo facea, ch'egli credesse Mostrar d'esser più franco e più ualente; Nè che quand'il Meschino pur uincesse, Sperasse di cacciarne uia la gente; Ma'l fe, che quando ben gli succedesse. (Sapendo il Prete lanni esser clemente) Qual'ch'accordo speraua hauer migliore, E punito esser con manco rigore.

Pur sperando nel corpo suo robusto, Che ceder forse gli par incredibile; Mirandosi anche Porro il fiero busto, Si uergognò, ne gli parea credibile Ch'Alessandro il uincesse, nè men giusto Di farglisi prigion, ch'era terribile; Combatter uolse, e rimase al fin uento, Per non restar d'esser signor contento. Priamo ancor da tal superbia preso; Troia e se stesso, ui pose in rouina. Accettollo il Meschin di uoglia acceso; Ma l'altra gente, od altra uoglia inclina, Dicendo poi c'hauiano il laccio teso, Et che Dio la uittoria ci destina Al tutto, e tu Signor combatter uuoi, Non ben gustando i tristi pensier suoi. Si che meglio e pigliar quel che Dio dona, Senza cercar di tua uirtù far proua; Galafar di gigante ha la persona, Et disperato appresso anche si troua; Vostra ragion (diss'il Meschino) è buona Et à mia sicurtate molto giuoua; Ma'l perder tempo a me molto piu nuoce, Che combatter con huom tanto feroce. Et fe tornare il messo, e dir che gliera Di ciò contento, e ch'armato uenisse Seco à combatter la seguente sera, Et per più sicurtade, in man'gli misse Vna carta piegata, ove scritto era Il suo saluo condotto, accio seguisse L'ordin senza sospetto, ò tema alcuna, Et esca fuore al lume de la Luna. Il combatter di notte, era cagione Il Sol, che scalda fuor d'ogni misura, (Quand'egli è fuor,) tutta la Regione, Nè si potria combatter, per l'arsura. Fatto questo, il Meschino ogni barone, Et ogni Capitan, ch'à quelle mura, Intorno staua, fece chiamar presto, Et gli fece un parlare, ilqual fu questo. Io ueggo ben'ch'à uoi Signor'Cristiani, Parrà fuor di proposito, il uenire Con Galafar così presto à le mani, E ch'io di ciò, dimostri troppo ardire; E che senza cercar casi sì strani, Si poteua à l'acquisto differire Qualche di più, senza arrischiar sì presto La uita, e far del nostro onor del resto. Ma quand' à ciò, pensiate; ou'è la fede, Che con costantia à Cristo hauer douete? Se Galafar senza battaglia cede, Voi fenza patti non l'accetterete, Che se daccordo ui si dà, si crede Ch'almen la uita gli perdonerete. Ad altro patto non puote accostarsi, Se nò prima morir ch'abbandonarsi. Nè può sì poca uettouaglia hauere, Che drento non si tenga almeno un mese; Quando uoi siate di questo parere Di perdonargli le passate offese, Ben chiaramente potete uedere, Che per la trista fede sua palese, Riuolterassi un'altra uolta ancora, Nè con uoi me già trouerete ogn'hora. Quand'assediato ancora un mese resti; Chi sa che come disperato poi Veggendosi i suo danni manifesti; Che con quei pochi, c'ha seco de suoi Non bruci la Città, perche non resti Vittoria allegra, qual pensate uoi? Vccida i Cittadini, e poi se stesso? Questo sarebbe un crudo danno espresso. Poniam'ch'egli pur resti ò preso, ò morto Dopoi che stati sarem molti giorni, Non puote questo tempo esser sì corto, Che poca gloria poi non ce ne torni. Al Signor uostro prolunga'l conforto, Et fallo anche temer di nuoui scorni. Che'l beneficio ch'è desiderato Facendo'l tardi, non è poi sì grato.

Auenga, ch'io perdessi la battaglia, E ch'io ui resti morto, ouer prigione, Gente dentro non ha, con che u'assaglia, Nè d'assediar ui manca occasione, C'habbiam distrutta già la sua canaglia, E posta in preda ogni sua munitione, Sì che'l caso di me saria leggiero, A Dio si lasci di questo il pensiero. Nel qual si dee sperar, che non ci uoglia Abbandonar, la ragione aiutando, E ch'egli in odio i superbi si toglia, Come a Lucifer già uenne mostrando, Et à Nembrotto, e perch'ancor germoglia Del brutto uitio, e peccato nefando Contr'à natura, il suo diuin giuditio Gli ha forse preparato il precipitio. Pel cui peccato, & Sodoma, e Gomorra Per fuoco consumò, per questo ancora (Accio ch'in uno esempio chiar' si corra) Mandò'l diluuio, trattone sol fuora Noè con pochi; tanto par ch'abborra Iddio questo peccato. Or perche l'hora S'appressa, questo solo or ui replico S'io perdo, allor più serrate il nemico. Rinforzato le guardie, ne lasciate Vscir nessun, che non sia morto, ò preso Fin che le uettouaglie sien mancate; Quest'esser deue il uostro maggior peso. In questo l'armi gli furon portate, Che da nessuno gli fu più conteso, E ciò ch'ei disse, ogni cosa hauea detto Vn'interprete lor, molto perfetto. Preser conforto, che con tant'amore Haueua egli mostrate le ragioni, Che ricusar senza lor disonore, Non potea d'un'huom sol le rie tenzoni, Già luceua la Luna, quando fuore Accompagnato sol da due pedoni, Giunto era Galafar al fiero ballo Armato tutto, sopra un gran cauallo. Col suono orribil d'ùn tremendo corno Si fe sentire, il cui rimbombo altiero S'allargò piu di uenti miglia intorno, E tremar fece tutto quel sentiero; Ma per tema'l Meschin di qualche scorno (Sentendosi un'inuito tanto fiero) Mille buon Caualieri insieme messe, Per seruisi di lor, se gliaccadesse. E disse lor, che s'altra gente armata Vscisse fuor de la città, che sieno Pronti al soccorso à bandiera spiegata; Ma s'un sol uien, ch'al segno saldi stieno, Tolse una lancia gagliarda, e fidata, E la strada seguì sù'l palafreno, E giunto dentro al disegnato piano, La corsa tolse il Caualier uillano. Senza parlar, senza aspettar più segno, Venne incontro al Meschin col ferro basso, Et era con iganno il suo disegno, Perche'l Meschin ueniua sol di passo; Ma egli non fu sì grosso d'ingegno, Che ueggendo uenir tanto fracasso; Non corrrsse ancor'egli con tempesta, Contr'al nemico, con la lancia in resta. L'uno, e l'altro scontrar fu fiero, e crudo Ruppesi l'una e l'altra lancia ancora; Galafar al Meschin diè ne lo scudo, Che resse à la percossa per allora, Ritrouogli il Meschino il petto nudo, Tal che'l sangue apparir fece di fuora; Ma gli fe poco mal, che l'armadura Meglio, che può, da morte l'assicura. Trasse il Meschin la spada, e colui prese Vna sua scimitarra à la turchesca Molto pesante, e di stizza s'accese, E perche la uittoria gli riesca Sù l'elmo furiando la distese Al buon Meschin, che ui mancaua l'esca A'le fauille, che ne trasse; in modo, Che mai prouò'l Meschin colpo sì sodo.

Alzò la scimitarra un'altra uolta Per dargli l'altro, nè fu tanto presto, Perche'l Meschin, c'haue a destrezza molta Gli diede una stoccata à punto à sest o In mezo de la gola, & non fe colta Quanto'l bisogno u'harebbe richiesto. Pur non andò sì la punta fallita, Ch'ei non facesse un poca di ferita. In questo il colpo calò quel Fellone, Che se'l Meschin sotto ui rimaneua L'harebbe fesso fino in sù l'arcione; Ma con destrezza cazzato l'haueua Colui poco di schirma hauea ragione Sol d'una estrema forza si ualeua, Si che calò la scimitarra in uano, Che diede con la punta sopra il piano. Il Meschin che quel colpo uano ha uisto, Spingesi innanzi, e Galafar allora Per esser tosto à l'offesa prouisto, Alzò la spada un'altra uolta ancora Trasse il Meschin, sempre inuocando Cristo, Di Galafar ne la medesim'hora; A'tal ch'insieme s'affrontar le spade, Si che l'una saprà se l'altra rade. Quella di Galafar restò tagliata Infino al mezo per trauerso, ch'era Carca di ferro, ma mal temperata, Galafar aueduto non se n'era, E menò una punta disperata Cogliendo del caual ne la frontiera, Che portaua il Meschin; talche stordito, Col suo Signor cascò sopra quel sito. La scimitarra, non usa à dar ponte, E tanto più, ch'intaccata trouossi, Si ruppe à quel Cauallo in sù la fronte; Il Meschin del cauallo liberossi, E così à piedi, per uendicar l'onte Del suo cauallo, subito assettossi Lo scudo in braccio, e trouandosi à piede. Vn fiero colpo à l'altro caual diede. Gli tagliò una gamba, e il fe cadere. In quell'instante Galafar feroce Rizzossi sù le staffe per potere Tirargli quel troncon, col braccio atroce, Che ne lo scudo orribilmente fere Al buon Meschin, che non poco gli nuoce, E quello fesse, e fu'l colpo sì fiero, Che stordì'l braccio e'l petto al Caualiero. Volsegli spinger'il cauallo addosso; Ma non gli riuscì, che sottosopra Sù quell'altro cascò dal furor mosso; Si che uano restò l'auiso, e l'opra. Il Meschin si cansò, che'l corpo grosso, Per uoler stare à bada, non lo copra, E l'harebbe ben subito ferito; Ma (com'io u'ho già detto) era stordito. Colui, come il caual suo uede morto, Drizzossi in piedi, e de l'arcion gli trasse Vn mazzafrusto, c'hauea, come accorto Quiui portato, se gli bisognasse; Con questo pensa al Meschino far torto, C'ha tre catene, e nelle parti basse, Tre palle di metallo di gran peso, Col qual s'arrosta di collera acceso. Il Meschin si raggira quanto puote, Per far gingnere in fallo le percosse, Che non giugneuan mai di colpo uote, Ch'in terra non facessero tre fosse; Attento sta Guerrino, e con deuote Preci Dio prega (quando meglio fosse) Che gli dia tal uittoria ne le mani, Per campar da tal bestia i suoi Cristiani. Nè potè sì schiuar con la destrezza, Ch'una di quelle palle pur lo colse In mezo à l'elmo, che la sua durezza Lo spirto quasi del petto gli sciolse; Ma Dio, ch'egli tant'ama, e tanto prezza, Abbandonarlo in tal punto non uolse, Che pur riuenne presto, e non fe segno Di perder l'ardir solito, e l'ingegno.

Quel mazzafrusto tanto distendea Le fiere braccia, che senza riparo; Troppo lontano il Meschino tenea; Poiche i disegni tutti gli fallaro, D'usar uirtù de liberato hauea, E fare un'atto coraggioso, e chiaro, E quando in alto uide quelle palle; Coprì di scudo la testa, e le spalle. Spinsesi innanzi con un dritto presto, E diè sopra al ginocchio del Gigante, Che u'era disarmato; ond'egli presto Vn'urlo messe con fiero sembiante, Perche la gamba cascò senza'l resto, Et ei col mazzafrusto in un'instante Maladicendo il Cielo, i Santi, e Dio, Come pessimo Can, maluagio, e rio. Il Meschino parlogli per uedere Di conuertirlo in quell'ultimo passo, Come di Cristo uero Caualiere; Ma colui più faceua il cor dì sasso, Erasi dritto, che staua a giacere, A' seder, benche quasi fusse lasso, Pel sangue, che ua fuor senza misura, E quanto Guerrin dice, più s'indura. Ma quand'ei uede ch'egli pur riplica Tutto in uoce rabbioso, al fin chinossi, E prese il mazzafrusto con fatica, Ch'ancor uèder uuol se uendicar puossi, Che gli parea la morte manco ostica; Ma'l Meschino al caual suo ritornossi, Ch'era in se ritornato, e sù salito, Lasciollo, già pel sangue indebolito. Riman (dicendo) ò maladetto Cane, Nemico al Cielo, al mondo, e à la naturà, Dò l'infame tuo corpo à fiere strane, Che non merta più degna sepoltura; L'anima per ragion uiene, e rimane A' Satanasso, & egli n'habbia cura, Et io non resto render gratie à Dio, Poi c'ho tratto del mondo un'huom sì rio. Grand' allegrezza i mille Caualieri Fer quand'il Meschin giunse con onore, Perche stauan sospesi, con pensieri Diuersi presi, che più di tre hore Durò la guerra, e de'gran colpi fieri, Da lontano sentiuano'l romore; Et era da temer, perch'era forte Quello, e bastaua un colpo à darglimorte. Ou'era Galafar, andar con festa, Di tal uittoria, ch'era uiuo ancora, E dal corpo tagliar l'orribil testa, Ch'ancor minaccia, ch'è di spirto fuora. Giunser nel campo, che l'arena pesta Del fiume, essendo ritirato allora, Come uolse il Meschin, per far sicuro Il nemico, à l'uscir fuor di quel muro. Al tornar di Guerrin uittorioso, Fu colmo d'allegrezza il Campo tutto; Che era fin'all'or stato dobbioso, E lodar Cristo, che l'haue a condutto In quel paese per dar lor riposo, E goder de la pace il nobil frutto. La testa fu mandata al Prete lanni, Perch'era il fin de' suoi passati danni. La cittade anco si teneua forte Da li seguaci di quel maladetto, Pur molto ardir gli tolse la sua morte. Fece Guerrin l'essercito più stretto (Come fu morto) accostare à le porte, E fecegli auisar per un Trombetto, Che fra tre dì, debbian dar la cittade, Da indi in là, n'andranno à fil di spade. I propri Cittadin sentendo'l fatto, Con tumulto s'armar contr'à coloro, E uolean la cittade ad ogni patto' Aprir per forza, e dargli aspro martoro; Ma tutti s'accordaro al primo tratto Senza tor guerra più con esso loro, E dentro, e fuor chieser la uita in dono, Domandando del fallo lor perdono.

Il Meschìn non mancò de la promessa, Fu perdonato à tutti fuor ch'à pochi Capi de la congiura, e che commessa Hauean la sedittione, accesi i fuochi Ne i petti altrui, e lor persona stessa Messa in far ribellar tutti quei luochi, Quali eron sotto al Prete Ianni posti, Tanto lontan, come uicini accosti. Mandò al Prete Ianni à saper poi Guerrin sel suo uoler era, ch'entrasse De Cinnamonij ne paesi suoi, E che con più rigor gli castigasse, Accio ch'alcun di lor più non l'annoi. Rispose il Prete Ianni, ch'ei guidasse La cosa, com'à lui pareua meglio, Ch'altro non uuol, che l'istesso conseglio. Non parue à lui d'entrare à dare il guasto Più là, perch'era troppo bel paese. Quando si possa hauer senza contrasto, Perche de le città gli furon rese Le chiaui in man, che non u'era rimasto, Chi più uolesse pigliarui contese, E Guerrin ui mandò nuoui Rettori, Che gli purgasser de passati umori. Questi la testa fer tagliare, à quelli Capi del male, acciò non dien matera Di dar orrigin di nuoui ribelli, Con giustitia, e ragion molto seuera. Del Prete Ianni questi eron più belli Paesi, e'nuero appresso non impera Regno di questo maggior, nè più grasso, Nè di sua condition parlar ui lasso. Sol'ha cinque città, ma il Regno è grande, Quanto del Prete Ianni il resto'sia, E lanto da quel lato in là si spande Tra lagumi, tra boschi, e prateria, Che non mostra hauer fin da quelle bande La terra, se gliè uero, ò sia bugia, Ch'il sà lo dica, loro afferman questo, Che'l Nil non u'ha principio manifesto. Quel ch'impedisce lor questa certezza I laghi, i fiumi, le montagne in copia, I molti boschi, la cruda fierezza De serpenti, e de draghi, & euui in copia D'ogni comodità, che più s'apprezza; Ma seluaggi elefanti de la propria Forma de glialtri u'è, u'è uelenosi Tigri, con altri mostri spauentosi. Illusteri, Mustiferi, e leoni, Arpie ui sono, scimie, e babbuini, Et leopardi ancor di più ragioni, Che fanno tristi termini, e confini. Le ribellate fur due regioni, Cinnomonij fu l'una, & i uicini Del Regno Agama, e sonui ne la prima Queste città, di più pregio, e più stima. La prima è Agriconia, poi passato Il fiume, è Mastius la seconda; or uiene Per la terza Arapin, nel mar chiamato Indicon, l'altro Regno si mantiene Ne la sua spiaggia con un porto ornato, La città Rapia ancor ui si contiene, Et infra terra Asiria si uede, Et più uillaggi tal Regno possiede. Infiniti bestiami han questa gente, Grandi di corpo son; ma molto grossi D'ingegno, e i loro studi, e la lor mente E domar leosanti; hann'occhi rossi, La pelle han nera, e bianchissimi'l dente, Habitan molto uolentier pei fossi, Per rispetto del Caldo, e son forzuti; Ma disadatti, ignoranti, e neruuti. E com'io dico, la lor mercantia E' domar leofanti, i quai domati, Gli uan uendendo per diuersa uia. Dirouui il termin nel domargli usati Vanno ne i boschi, oue san, che ne sia, E perche nel dormir ritti appoggiati A'gli arbori si stanno, segan quelli Il dì, quai san che hanno per ostelli.

Seganli, ma non tanto che non resti, Il segato anco in piedi, doue poi Che gli elefanti si senton richiesti Dal sonno, trouan tutti gli albor suoi, Et cascan ne gli inganni manifesti Cascan gli alberi, e loro i duri cuori Battono in terra, nè posson rizzarsi, Che ginocchia non han doue appoggiarsi. Ritti usano dormir, che le gambe hanno D'un pezzo tutte, e uolendo chinarsi Col grugno in terra ruffolando uanno, Et nel dormir sol' usano appoggiarsi; Di poi che i Cinnamonij in poter gli hanno Per poter meglio seco assicurarsi; Gli legan prima, e poi gli fan rizzare, Quest'ordin tengon'ora nel domare. Gouernalo uno un mese, e innanzi pasto Il finocchio gli dà con un bastone, Sera e mattina, senz'alcun contrasto, Perch'è sbandita la compassione; Quand'è (come allor par) lacero e guasto; Vn'altro ua poi di più discretione, Che lo gouerna un'altro mese intero, Nè il batte quel, come fece il primiero. Anzi gli dà mangiare, e l'accarezza Con larga man, mostrandosi pietoso; Tal uolta giugne l'altro con fierezza, Et fa uoce con suono spauentoso; Mostra, l'altro cacciarlo con prestezza, L'animal, ch'è del primo pauroso, Veggendolo cacciar uia con furore, A quel secondo porta molto amore. Et seco s'addomestica, e da esso Si lassa maneggiare à suo piacere; E fuor menarsi, lontano e dappresso, E caualcarsi ad ogni suo uolere; A questo modo fann'ancora istesso, Quando lontan gli menano à le fiere Gli fanno ingiuria per parecchi giorni; Accio ch'umil con quel che'l compra torni. Et per questo interuien ne le battaglie; Che se sia morto quel che n'ha la cura; Nessun gli può guidar, nè far puntaglie; Però che con ognun la lor natura Non si lassa guidar ne le serraglie, Et fan poi la battaglia men sicura; In Agriconia ste guerrin due mesi, E solidò gli stati de i paesi. Poi con trionfo à Dragonda tornaro, Con incredibil festa fu raccolto Dal Prete Ianni, da Signor pregiato; Non sol da capitan benigno in uolto Ogni Signor, che con esso era stato Ne l'entrar dentro, in mezo l'hauea colto; Gente correan da queste strade e quelle, Cantando al modo lor, donne e Donzelle. Troppo sarebbe à dir ciò che fu fatto, Per fargli onor così minutamente. Or per rimunerarlo del riscato Di tanto bel Paese, in continente, Tre di passati, indi comodo & atto; Il Prete Ianni con ogni eccellente Signor, sopra à Guerrin feron conseglio Quel ch'a remunerarlo fusse meglio. Variati pensier furon tra loro, E tratto da l'inuidia, anco qualcuno Volea che si pagasse con tesoro, Et poi mandato uia, senza nessuno Segno di uoler dargli ugual ristoro, Nè era pari il consegliar d'ogn'uno; Altri diceua, che signor si faccia Là di qualche Città, quando gli piaccia. Dice altri ancor, che la sua forza teme; Non si faccia Signor, ch'è troppo fiero, Perche potrebbe con sue forze estreme; Occupar forse un dì poi quest'impero, Carcategli una naue, e due insieme, Prima di quel ch'allui fa più mestiero, Et con salui condotti, al gran Soldano, Il guidi in Alessandria saluo è sano.

O'mandisi per terra, con camelli Carichi di tesoro, un'altro dice Con priuilegij, e con uostri suggelli Per il passaggio, e terrassi felice, Quei che non son poi del parer di quelli Dicono, ogn'altra cosa'si disdice Bene è, che Capitan fermato sia, E che difenditor sempre ne stia. Con buona prouisione, e si possegga Palazzi, serui, con uille, e bestiami, E quinci moglie à suo uoler s'elegga, E cittadin di Dragonda si chiami, Per quello, il Prete Ianni, ch'io ne uegga. Disse, mi par, ch'essaltarlo si brami; Ma non come conuiensi à sua uirtute, Essendo l'opre sue mal conosciute. Ditemi un poco, se ui ricordate De la necessità, che ui premeua? E che speranza, che ne gli altri hauiate? Cioè nel Capitan, che si teneua, Per far, che fusser le forze domate Del fiero Galafar, che ci premeua, Che opre mai fur fatte, ò che speranza Haueste mai contr'à la sua possanza? Vltimamente poi ch'ei fu mandato, Che senza più saper uenne à le mani Co i Cinnamonij, dou'è ritornato? Pur restò morto, e fur suoi pensier uani, E del campo, che seco haue à menato, Morì quarantamila de Cristiani, E fece Dio, che'l nostro mal gli spiacque, Che'l Meschin uenne quì, uolò, e nacquè. Egli ha spenti color, che senza speme Contra lor forze inutili stauamo; Egli ha stinto colui ancora insieme, La cui gran forza tanto temauamo, E che di ricordarlo ancor si teme, E il partito, che già preso haueuamo; Pur il sapete. Or come tanto presto V'è de la mente uscito tutto questo? Ricordasi nessun de i carri presi, E de i cametti in quantità raccolti? Che con sommo dolor, tanto difesi Voleuate fuggir, fatti già stolti Dal duolo, & ritrouare altri paesi, Ad abitar co i uostri tesor colti, Parendoui difficil di potere L'impeto de nemici sostenere? A lui dunque conuiene esser Signore, E riceuer da lui ciò, che ci resta, Non che uoler con questo disonore Fargli una parte tanto disonesta; Però mi par, che sia poco fauore Se meza l'India ne le sue man resta, E se tutta la uuol, gli sià lassata, Che noi persa l'habbiam, lui racquistatta. E gliè tanto gentil, sì giusto, e santo; Sì fedele à Giesù, che se'l facciamo Signor, per noi sol riseruando'l manto Diuin, ch'indegnamente ci uestiamo, Ch'ei farà porre à gli Infidei da canto (Dai quali, in parte circondati siamo) La superbia, e l'ardire, e similmente Far à tremare ogni nemica gente. Sia fatto (ognun gridò) com'à uoi piace, O' padre santo, in uoi rimesso sia, Egli ama la uirtute, & è uerace, Per noi si fa, c'habbia tal gagliardia, Per nostro più riposo, e nostra pace Date ciò che ui pare in sua balia; Così dentro al conseglio fu chiamato, Per dirgli quant'haueuan consultato. Come à Signore, ne l'entrare ognuno, Leuati da federe il riceuiro; Il Prete Ianni di parer commune, Fece, che due Baron primi gli giro Incontro, il uolean porre al pari in uno Seggio col Prete Ianni; ond'egli in giro Voltando gliocchi à tutti, disse questa Vsanza, non m'è stata manifesta.

Qual'ordine, ò qual legge ui comanda, Che'l seruo à par del suo Signor sia posto? E riuolgendo il uiso in altra banda, Da quel pensier mostrossi assai discosto; Dipoi à la persona ueneranda (Ad onorarlo in sè tutto disposto) Inginocchiossi, & egli ritto poi, Sel se porre à sedere à i piedi suoi. Quiui il preso conseglio gli fu detto, Alquale in questa forma, egli rispose; Padre santo, e Signore, il mio concetto Non tira à posseder tante gran cose, A' me basta, che Cristo benedetto, A' cui non son nostre menti nascose, Mi rimeriti in ciel de l'opre buone; Se queste sono, di quella ragione. Perche per la mia fede ho combattuto, E già u'ho detta qual sia la mia uoglia, E la cagion perch'io son quà uenuto; Or conuien, che de l'obligo mi scioglia, E replicò ciò che gliera accaduto Più pienamente, che narrarlo soglia, E de l'andare à gli arbori del Sole, Ch'ogn'un per pietà pianse à tai parole. Ma ben seguì, ui prego Padre santo, A'Dio pregar ne le uostre orationi, Il padre, il figlio, e lo spirito santo, Vn sol monarca, acciò ch'ei mi perdoni I miei peccati, & esaudisca quanto Sempre lo prego in tutti i miei sermoni, E dopo gran uiaggi, e grandi impacci, La mia sanguinità trouar mi facci. Leuossi in piedi allora il santo padre, E presel per la mano, e fece entrarlo. Ne le sue stanze, per molto or leggiadre, Che pure ha uoglia di remunerarlo; Quiui gli aprì cassoni posti à squadre, E lo pregò, che non debbia negarlo, Ch'ei si pigli il tesor, che u'era drento, Ch'era tutto oro, & i casson d'argento. L'argento staua pei canti raccolto Di quelle stanze in diuersi lauori Formato, e quel che parea bello molto, E quel che rifioriua i fuoi tesori Era molto oro in arbori riuolto Con begli smalti di uarij colori, Con foglie, e frutti di ua ga mistura, Che fan uergogna à l'istessa natura. Ringratiollo il Meschin con quello ornato Parlar, che quiui far si conueniua, Pel merto (disse) ch'io ho acquistato, Altro tesor non cerco, che la uiua Confession, che far sono obligato Da uostra santita, poi con la diua Sacra communion, da uer Cristiano, E la benedittion di uostra mano. Fu contentato, e commendato assai De la feruente fe, ch'egli usar uolse, Nè gente seco, nè tesor già mai Volse accettare, e sol due guide tolse, Non te mendo fatiche à i lunghi guai; Molto di sua partita ogn'un si dolse. Cento à caual pur gli fer compagnia, Fin doue il Prete Ianni ha monarchia. La sobria, e casta sua partenza fece, Che non sol chi l'amaua, ma coloro, Che per inuidia il cor di negra pece Haueuan tinto, patiran martoro Del suo partire, e chi non sodisfece A' sè, d'offerte, di gente, e tesoro. Da l'inuidia tornato à penitentia. Si dolse poi fuor de la sua presentia. Però ch'ei disse, signori, e fratelli, Innanzi al suo partir, pregate Dio, Che mi dia gratia, ch'io ritroui quelli, Che generato m'han, com'ho desio Godete in pace i uostri regni belli, E l'affanno, e'l dolor sia tutto mio, E so gliè chi da me per ignoranza Offeso fusse, chieggo perdonanza.

Partito da Dragonda in compagnia Caminar molti dì, sempre passando Per Castelli, e per uille, che la uia Gli facean dolce, gran piacer pigliando; Che à gara ognun gli facea cortesta, Per ch'erano informati del mirando Trionfo hauuto, e quant'era ualente, Nè si satiaua alcun di porgli mente. Or, caminati per molte giornate, Giunsero al fin dou'il gran fiume detto Stapo si diuideua per metate; L'una parte ne ua per camin retto, Verso'l Mar de la rena e fa passate, Tra due Reami con più stretto letto; Europa tra'l fiume l'un si chiama, L'isola Mercon l'altro di gran fama. Il bipartito fiume la circonda, Doue Guerrino con glialtri passaro Del mezo fiume l'una e l'altra sponda; Tanto che dentr' à l'isola arriuaro, La qual di ricchi casamenti abbonda, E quattro gran Cittadi ui trouaro Che sono, Esser, Darone, Maor, e Mago, D'aer benigno, temperato, e uago. Il diletto e'l piacer, che Guerrin prese, Fu grande spasso à suoi lunghi pensieri, Et à pigliar costrutto del paese; Parecchi giorni gli facea mestieri Questa passando, di là si distese In Asia Nili con quei Caualieri, Et uide Caboon, di quindi mosso, Giunse con gran piacer sopra al mar Rosso. Sù la cui riua, entrar ne la Cittade Protolomea, e uidero'l suo Porto Toronas detto, e dopo altre giornate S'appressaro à l'Egitto pel più corto Camino, e le Montagne haue an trouate Di Camasor, com'al Meschin su detto Da quelli del paese, & in Egitto, Camarata gli dan per nome dritto. Diuidè il Nil queste montagne, e passa In Egitto di quiui, e quiui sono Le porte, oue si tiene, e u si lassa Passar correndo con orribil suono. E sopra tai Montagne una gran massa D'un muro fatto sì gagliardo e buono, Che cala uers'il fiume d'ogni parte Che ne stupisce la natura, e l'Arte. A questo si congiugne un'altro muro, Ch'attrauerso è fondato del gran fiume, Due mila passi lungo è per sicuro Sostegno tà larghezza si presume Dugento braccia, oue in arcate furo Cento gran porte, che sono il cocchiume Dond'esce l'acqua ch'in Egitto uarca, Or seguirem come si chiude l'arca. Ad ogni porta, con forti catene, Vna saracinesca si sospende, Di ferro di gran peso, e quando uiene Che mai l'Egitto con l'India contende, O pel tributo che dar s'appertiene A l'India da l'Egittò ne gli rende L'entrata, che gli uien, si cala abbasso Le gran Saracinesche, e uolta'l passo. Volta il passo il gran fiume, e gira intorno A le montagne, e nel mar rosso sbocc E parte gira da l'altro contorno, Et al Mar del sabbion tal parte tocca, Il qual, uerso Ponente fa soggiorno, Che dou'è Libia correndo trabocca, Sì che l'Egitto per questa cagione Riman senz'acque, che sien per lui buone. Settanta due Reami Egitto serra, Doue mai pioue, e sol due uolte l'anno, Il Nilo inonda tutta la sua Terra, Così le lor semente uigore hanno; Però non fan col Prete Ianni guerra, E gran tributo per questo gli danno Quiui Guerrin ringratiò quella gente, Et poi gli licentiò cortesemente.

E menò seco le due prese scorte, E le montagne à salir prese in suso; Ma benche quel camin fusse aspro, e forte Per due giornate, e di passi confuso Non gli par che la cosa tanto importe, Perche'l passo era abitato con uso Di gente assai dimestica, e cortese, Sì che la fera là riposo prese. Ma ne la sommità de le montagne Ben u'abitaua gente più bestiale, Pien di scelesti uitij, e di magagne; Ma non ne riceuero oltraggio, ò male, Passati poi calar ne le campagne D'Egitto in sei giornate, oue segnale Di Scinafi città uider lontano, Doue arriuar, passati un lungo piano. Ragionando le guide haueuan detto, Che uerso Libia, à le montagne al fine Son genti, ò per natura, ò per difetto D'umor, che cali da quelle colline, Che tra'l busto, le gambe, e'l capo, e'l petto Son mezo braccio, e forse più piccine, E perch'è cosa strana da sentire, Dò fine al canto, & or non uò più dire.

IL FINE DEL
CANTO DECIMOOTTAVO.


IN QVESTO DECIMONONO CANTO IL GVERRINO deppo altre strane auenture nel suo viaggio è assalito da grandissimo numero di cani pastorali. Iquali egli vccide tutti, & ha poi guerra co i lor pastori, & vccisi li, & postigli in fuga, è poi pigliato à tradimento dal Re loro. Ma vltimamente è liberato per ordine del gran Soldano. Ilquale lo fa suo Capitan gene rale contragli Arabi.

CANTO DECIMONONO.

Armato d'vm ltà, pien di disio D'amor, di carità, ferma speranza. Piglio la penna, pur per tentar s'io Posso nel poco tempo, che m'auanza, Seguir col tuo fauore, eterno Dio, C'hauendol, penso hauer'altra abondanza Di quel, c'hauer per inuocar potrei Le fauole cercando de gli Dei. Or'io lasciai Guerrin, ch'era passato, Scesi i monti Camestri, ne l'Egitto, E ne la città Scinafi er'entrato; Dipoi messo in camin seguitò dritto Sù la riua del Nil, qual'è chiamato Variato da quel, che ora ho ditto, Non più Nilo, ma Cailes s'appella Ne la lor propria Egittica fauella. Per rispetto del Cairo gli danno Tal nome, e questo Cairo è congionto Con Babillonia, in tal paese fanno Gran guardie, e stanno à l'erta sempre in ponto; Sì che da i forastieri, che ui uanno, Voglion sapere, e doue, e perche conto; Onde à Guerrino inanzi gli si fece Vn'Ammiraglio, & egli il sodisfece. Mostrossi seco l'Ammiraglio umano, E lo tenne à posar con sè la sera, Però ch'ei disse, ch'andaua al Soldano, E che dal Prete Ianni uenuto era; Le lettere del qual gli pose in mano Mostrogli l'Ammiraglio buona cera, Che molto l'arme, e'l suo caual gli piacque, Benche simil pensier, seco si tacque.

Guerrin con le sue guide per seguire', L'altra mattina a cauallo montaro, Nè uider l' Ammiraglio comparire, Nondimeno al camin lor s'inuiaro; Ma fu lor detto, che suol spesso uscire Del Nil (da certe genti, ch'incontraro) Gran cocodrilli, e di certi ualloni, Vi sogliono apparir spesso leoni. Sì che per tal cagione in sù l'auiso Andaua, e con pensier di far difesa, Accioche colto non fusse in prouiso Semplicemante, e per scampar l'offesa; E conforta le guide, che con uiso Pien di sospetto temeuan l'impresa Di quel camin, benche senza sospetto Poteuan uia passar per tal rispetto. Pur, perche la fortuna non concede, Di lassargli passar senz'hauer lite, Poi ch'altro impedimento non gli uede, Cerca tesser le tele sue ordite, Perche quell'Ammiraglio, la sua fede Finta scoprì, e le sue troppo ardite Voglie, di rubar l'armi, e'l suo destriere Al buon Guerrin, gli si fece uedere. Perch'à l'entrar, ch'ei fece d'un uallone, Ilqual duraua forse diece miglia, Fù colto in mezo da molte persone, Che l'Ammiraglio era, e la sua famiglia; Ilqual tosto gridò; Tu sei prigione Volto à Guerrino, & allentò la briglia Del suo cauallo, & altri diece ancora Chinar le lancie à la medesim'hora. Guerrin, che con sospetto innanzi giua, Voltossi, & abbassò la lancia presto, E quanto puote gli altri colpi schiua, Che con la mano, e con l'occhio era desto; La lancia, ch'abbassò, non andò priua D'un colpo, che non uolse aiuto questo A'traboccarne l'Ammiraglio in terra, Onde Guerrino addosso à glialtri serra. E come quel, che non fece mai fallo, Resse à lo scontro, e fu certo gran sorte, Ch'ei non fece pur mossa del cauallo, Nè di lui stette il suo caual men forte; Or con la spada entrò nel crudo ballo, E diè con essa à sette, od otto morte, In questo mezo le guide assaltate Furon, da altre genti separate. Nè facendo difesa, fur prigioni, E gli menauan uia per altra strada, Quando Guerrino à quei pochi poltroni, Hauea fatta assaggiar la fida spada E pochi ne campar, per quei ualloni Sapendo à l'altrui spese, quanto rada; Restossi l'Ammiraglio abbandonato In terra, e tra quei morti inuiluppato. E perche morte aspettaua ancor'esso, Tutto tremante, e di sospetto pieno, Inginocchioni à pregar s'era messo, Che perdonate sue colpe gli sieno; Disse Guerrin, l'error ti fia dismesso, Purche le guide in mio poter si dieno, Che se i tuoi mascalzon l'hanno ammazzate Con la tua morte saran uendicate. Et à cauallo il fece montar tosto, Senz'alcun'arme, & egli con la spada In man, dinanzi se l'haueua posto, Perche le guide seco à trouar uada. Nè per il bosco andar molto discosto, Che si trouò de i malandrin la strada, E li trouar c'haueuano legate Le guide, e già di morte minacciate. Onde Guerrin le fe subito sciorre, Tenendo in man la sanguinosa spada; Il giel de la paura al cor gli corre, Sì che le guide, senza stare à bada Furono sciolte, e gli s'andò à porre Inginocchion tutta quella masnada, Chiedendo al Caualiero, umil perdono, E ch'ei lor dia l'indegna uita in dono.

Ma se pure al Soldan facea pensiero Accusargli, più tosto son contenti Morir per le sue mani, in quel sentiero, Nè si curan di uiuer'altrimenti. L'ucciderui sarà caso leggiero, Disse Guerrino, e spegner sì uil genti. Perdoni la uendetta, disse Cristo. Chi uuol de la mia gratia fare acquisto. Et io con questi patti ui perdono, Ch'attendiate a seruire il Signor uostro, E far l'offitio più perferto, e buono, Sì comè dal Soldan u'è stato mostro, A'uoi la uita torre, io ue la dono Poiche n'usciam senz'alcun danno nostro Di quel, che scarsi siete stati à noi, Liberamente io uò donare à uoi. Così del gran pericolo campati, Per uirtù di Guerrino oltre seguiro Il uiaggio, doue erano inuiati, E per due giorni disagio patiro Del uiuer, che trouar disabitati Tutti ipaesi, il terzo dì poi giro Verso Libia à man manca, e ritornaro Sù'l Nilo, e quiui il camin seguitaro. Trouarono acque dolci, in quel contorno, E infinite mandre di bestiami, C'hauean gran quantità di cani intorno, Acciò che il lupo di lor non si sfami, E questì cani il Meschino assaltorno, E senza, ch'altro soccorso si brami Da i lor pastor in a stavano a uedere Mostrando di tal festa hauer piacere. Vccisero il cauallo ad una guida Così de gli altri hebbero fatto ancora; Ma Guerrin, perchè'l suo non gli succida, Smontò piedi à la medesim'hora, E fe l'altro smontar, di poi la fida Spada per rifrenar gli trasse fuora, Poi fe che i due destrier, ch'eran campati, Fusser da l'altra guida uia menati. E che con essi dentro à l'acqua entrasse Del Nil, per fargli da queì can sicuri, E (com'ho detto) egli la spada trasse, Acciò che quell'assalto poco duri, Benche forse quaranta n'ammazzasse, E desse à gli altri colpi mal maturi; Non però cala la lor rabbia fiera, Che più d'ottanta ancor rimasi n'era. E con fatica l'atterrata scorta Da l'empito lor trasse, e da gli unghioni, Che per ogni altro indugio saria morta, Ch'eran gagliardi i can, come leoni I lor pastor, com'à chi non importa Si stauano à ueder, perche i ladroni Hauien uerso Guerrin l'animo tristo, Pensando far de le sue spoglie acquisto. Gittato hauea Guerrin lo scudo in terra, E con due man tagliaua e nerui, & osssa A i Can, ch'ogn'or la rabbia più gli serra Quanto più di lor fa la terra rossa; Al fine pur d'intorno se gli sferra, Che can non u'è, che più durar gli possa; N'uccise forse cento, e glialtri furo Feriti, e si ritrassero al sicuro. Fuggiron tra i bestiami, scompigliando I greggi tutti, e con orrende strida Le ferite s'andauano leccando; Guerrin colse lo scudo, e con la fida Spada si pose tra i pastori in bando, Che non uuol, che nessun di lui si rida, Non tirsi, ò mazze sero, ò chiauerine, Che di lor molti non ue desse il fine, Poi che difesa non gioua, ò trar sassi, Nè le grida mandar fino à le stelle. Cominciaro à fuggir, mouendo i passi Di quà, di là, in queste parti, c'a quelle; Non uuol Guerrin, che la uendetta lassi Di quei (che giugner può) sana la pelle, Et era già sopra al caual montato, E gli perseguitaua in ogni lato.

Il bestiame era con gran spauento Per tal romor, grosso e minuto insieme Mescolato, aggirando, sempre intento Di uia fuggir, ma d'ogni banda teme; Quattro miglia era l'auuiluppamento, Chi salta in alto, chi s'urta, e si preme, Fuggian gridando i pastor pel paese, Perche le grida lor fussero intese. Mirabil cosa fu, (forse) e diuina, Che i can così feriti, si cacciaro Tra i lor pastori, e con molta rouina Di quei parecchi di uita priuaro; Sì, che per ogni pian, ualle, e collina, Come nemici lor li seguitaro, Che fu degno castigo, à l'aspra uoglia; Per pigliarsi piacer de l'altrui doglia. Scompigliata Guerrin questa canaglia, A le Guide tornossi, Dio lodando; Poi dice à l'un, ch'in su'l cauallo saglia De l'altro, seco la cura pigliando; Ch'era ferito, & appar quanto uaglia La carità, che sempre andò usando; Tolselo in groppa medicato un poco, Sì come il tempo richiedeua, e il loco. E poco caminar, che d'huomin uote Trouaron le cappanne de'pastori, Ch'ancor fuggiuan ne le più remote Parti, doue empion di strida, e romori. Deronsi à rinsrescar quanto si puote, Per racquistare i perduti uigori, Con buona carne, e pan che ui trouaro, Con acqua chiara, e presto caualcaro. Portando seco pane, e carne cotta, Caminaron quel dì fino à la sera, Che parue lor di riposarsi l'otta; Ma teneuan di qualche ciurma altiera, Che la quiete lor non fusse rotta; Però passar à un'Isoletta, ch'era Nel Nil, chiamata Tacia, tutta ornata Di casamenti, e ben tutta abitata. Non fur sì tosto ne l'Isola entrati, Che di pastori, e genti del paese Ch'eran più di trecento, infuriati; Sentì Guerrino il gran romor palese, Andauansene al Rè, com'insensati, A lamentarsi de l'hauute offese; Parendo lor d'hauer ogni ragione, Et d'incolpar Guerrin piena cagione. A' lui ben detto fu, ch'era sicuro Ne l'Isola doue era, che coloro Sempre de gli Isolan nemici furo, Et ch'era gran discordia fra di loro La mattina Guerrin, che gli par duro Stare assediato, e uia maggior martoro, Che l'esser tra inemici fino à gli occhi, Tenendo l'indugiar cosa da sciocchi. De l'Isola uscì fuore, e senne uscire, (Come fu dì) poi seco ancor le guide; Ma non ueggendo più gente apparire, Pensò che fusser fornite le gride, Nè pensò, che i pastor douesser ire A là Città, quando le scorte fide Scoperser di lontan certi altri armati, E dubitaron di maggiori aguati. Rassettossi Guerrin lo scudo in braccio, E fe restar le guide à dietro un poco, Accio che lor non facessero impaccio; Ch'à lui le zuffe pareuano un gioco, E per dare al suo dubbio tosto spaccio, Andogli in contro per auanzar loco, E giunto à lor, disse, che gente siete? E che uiaggio far pensato hauete? Rispose un Caporal, gliè bene onesto Che ui sia detto, che l'alta presenza Merita di sapere altro che questo, Se non m'inganna già falsa credenza, Noi siam mandati, che non sia molesto Questo paese, per in auuertenza Dal nostro Rè, però che ci è sospetto Di guerra, e così sta'l paese netto.

Però, non ui dispiaccia in cortesia, Poi ch'al Re nostro obedienti siamo, D'accettarci in la uostra compagnia; Fin ch'à la Città dentro ui uediamo. Che'l Re, che con tutti ha la mente pia, N'hà comandato che così facciamo, Ch'è giusto uecchio, e più degno, e cortese Chuom che reggesse mai questo paese. Se gliè cortese, & io non son uillano, Rispose egli, & andianne à uostra posta; Tra se dicendo, pur che questa mano Possa far (bisognando) la risposta, Crescea la gente più di mano in mano, Quanto più sempre à la Città s'accosta, Tolse licentia poi tutta la scorta, Come fu uisto entrar dentro à la porta. Disse Guerrino à le sue guide, quando Furo ne la Cittate, io mi credeua Che mi uolesser fare oltraggio, stando A'l'erta, che deliberato haueua D'insanguinarui tanto questo brando, Che uiuo star più nessun ui uedeua; Chi sa, che forse poi che siam qua drento Non pensino ancor farci tradimento? Ma pel mio Dio, che'l cor sì mi conforta Che mentr'addosso haurò quest'armatura, Farò tremar da l'una à l'altra porta; Se di lor stessi hauran sì poca cura, Che tanta gente ha questa spada morta, Che non staria dentro à queste mura In quattro uolte, e spesso si castiga Chi senza altro pensar cerca la briga. Con questo ragionar tutta la strada Videro prima di molte osterie, Et quanto più da lor ben ui si bada; Non u'è trafichi d'altre mercantie, Quiui (disser le Guide) ogni contrada Ha le sue arti, secondo le uie, E doue l'una sta, l'altra non fassi, E ciascuna al suo luogo, à trouar uassi. Presero albergo dunque ne la prima Strada, e si rinfrescaro, e riposati Forse due hore, con intento e stima Di ristorarsi de'giorni passati; Ma non fur ne la terra giunti prima Che fur di lor gli auisi al Re portati Il qual, mandò tre suoi messi à cauallo; A dir ch'à lui ne uadan senza fallo. Per ch'egli si terrebbe mal contento Non gli onorando, com'è sua usanza, Però ch'à lui pareua un tradimento; Non prouedere à i forestier di stanza, Però non uoglia il buon proponimento Romper, s'in lui era buona creanza; Guerrin rispose, uolentier ne uengo, E uolentier tal'ordine mantengo. Così giro al palazzo, e lor fu data Vna stanza real da gran signori, E fu lor buona cena apparecchiata; E custoditi appresso i corridori, Vna ueste à Guerrin fu poi portata, Acciò che l'armi si traesse fuori Di dosso, che dipoi così n'andasse Al Rè, che de l'andar suo l'informasse. Fecegli il Re buon uiso, e domandollo Del suo uiaggio, e s'egliera Cristiano, A pien del tutto Guerrino informollo D'ogni uiaggio da presso e lontano; Il che sentendo il Re, molto onorollo, Ben ch'ei mostrasse sotto uiso umano Variato pensier da quel ch'aueua, Di che tradito Guerrin rimaneua. Nè lettere giouar del Prete Ianni Nè l'innocentia sua, che da i uillani Male informato, sotto falsi inganni, Hauendolo con atti molto umani Seco fatto cenare, e de gli affanni, (Ch'egli narrati hauea) hauuti strani, Doltosi seco, per questo fu colto Guerrino à non temer più di lui molto.

Cenato c'hebbe, e passeggiato un pezzo, Ragionando col Re, di molte cose, Da lui fu licentiato poi da sezzo, Nè prima in letto per dormir si pose; Ch'ei uolse far, sì come gliera auezzo, O fusse in uille, ò in Citta famose; Veder s'al suo caual nulla mancasse, E s'hauea buon gouerno, e spese grasse. Fe medicar la guida ancor ferita Da i cani, & à dormir prese la uia In una bella camera fornita Di uaghi drappi, e di tappezzaria; Fu sua persona da signor seruita Ne lo spogliare, e senza fantasia Porre à sospetto, tosto addormentossi, E sol la spada in compagnia serbossi. Perche le guide sue furon menate In altra stanza, à posarsi uicina A quella, e furon le porte serrate; Pensando starui fino à la mattina, Ma ui corser gran ciurme infuriate, Nel primo sonno, con molta rouina, Eran costor tutti uillan pastori D'arme forniti, ma più di romori. Dicendo, ammazza, piglia, para, e serra, E uogliono il Meschino ne le mani; Il Re, ch'intesa da lor ha la guerra, E tanta uccision d'huomini e cani, Sapendo l'incolpato ne la terra Esser, sotto i suoi gesti tanto umani; Tradillo, e fello uenir nel Palagio, Per poterlo pigliar con più suo agio. Che ben intese quant'egli ualeua; Prima da quei pastori, e dando fede A quanto ogn'uno incolpandol diceua; Diede licentia senz'altra mercede, Che ne facessin quel ch'a lor pareua; Or, poi che'l Re licentia lor concede, L'han colto al primo sonno disarmato Per dargli il non supplitio meritato. Guerrin, ch'al suon dì quelle uoci orrende, Smarrito ha'l dolce sonno, salta in piede Così in camicia, e la sua spada prende; Ma, come altre armi può pigliar, non uede Perche l'uscio da lor mal si difende; E già l'entrata larga gli concede, Non era nel Meschino il sonno spento Ancor, che n'era già gran parte drento. Sì che'l campion, che se gli uede sopra, Con mazze, e lance intenti per ferire; Ne mandò più di uenti sotto sopra, Che spento ancor non era in lui l'ardire; Poi che scudo non hà, con che si copra, Tagliò molte aste nel primo colpire, Vn ne sbudella, e gli altri adietro caccia, Tagliando à chi le gambe, à chi le braccia. Ancor (dicendo) in camicia, e serrato Il uiso so mostrar, brutta canaglia; Si com'io ue l'ho mostro tutto armato A la campagna, à la canal battaglia. Lo stuol s'è fuor de l'uscio ritirato, Veggendo che Guerrin così li taglia Attrauerso à la porta egli ne pone Vn di lor morto, e se ne fa bastione. Color non fanno altro di se uedere Dentro à la porta, che l'acute lance; Ma s'era posto il franco Caualiere In luogo, che l'offenderlo eran ciance, Stassi da canto, e sopra l'aste fere, Pel cui timor fa impallidir le guance A i suoi nemici, e spesso saglie addosso Al morto, e fa qualcun di sangue rosso. Questa zuffa durò forse tre hore, Sentendo il Re, che i pastor non fan frutto. Cominciaua à temer già de l'errore, In che l'haueua il suo creder condutto; Fece pigliar le Guide à gran furore, Facendo esaminarle ben del tutto Ciascuna separata, e riscontrando Il lor parlar, uenn'il uer ritrouando,

Seppe come l'assalto consentiro, De lor cani ì pastori, attento ch'essi Si stauano à uedere, e che patiro Veder, senza dir nulla, tai successi Trasse seco pensando un gran sospiro, E perche'l uer più chiar gli si confessi, Fece pigliar quei che furon presenti A ueder questi strani portamenti. Per sua famiglia fece incontinente, Dire à Guerrin, che per un falso inganno, Patito hà quell'assalto sì repente, Che tutti quei Pastori usato gli hanno, E gli fe ritirar subitamente Perche più non tirassero al suo danno; Questo inteso Guerrin, non diede fede, Dite al Re, disse, che Guerrin nol crede. Et disse ancor, quand'ei fusse reale Secondo il nome, che di questo fatto Che m'ha incolpato la gente bestiale; Ch'io sarei sempre à render buon conto atto Di me, con la ragione aperta quale Si debba usare, e non tanto in un tratto Esser giudice e parte, perch'è cosa Da tiranni, e in un Rè uituperosa. Vengane egli in persona, & ei mi giuri Di castigar chi prima errato hauesse, E poi co' suoi giudicij più maturi, Faccia che le pietadi sien dismesse Altramente, i partiti sarien duri, Che à cento gaglioffi io mi arrendesse; E spero così ignudo con la spada Farmi à uscir di qua patente strada. Fu detto al Rè, ch'indugio non ui pose; Andouui, e gli giurò sopra al suo petto Che quel, ch'ei fece, fu perche le cose Gli furon riferite con difetto Vinto da l'alte grida lagrimose, Che quello stuol di uillan maledetto, Intorno gli hauea fatto, e maggiormente, Mostrand'anco ogni piaga sanguinente. Per concluder, Guerrino fu contento, Che'l Reuedesse essaminando chiaro Da chi uenisse questo mancamento, E fece quel che solea far di raro; Porse la spada al Re, non come uento; Ma come quel, ch'à quel tempo era raro Di gentilezza, e come quel c'haueua In fronte la giustitia, e la uoleua. Stessi come prigion forse due mesi, Che gli fu molto scomodo e disagio; Da l'altra parte i Pastor furon presi Prigioni, e fur tenuti in più trist'ago, Et bisognò che tenendosi offesi; Il Rè mandasse à l'Imperial palagio Mandasse in Babillonia al suo Signore Di Soria e d'Egitto Imperadore. Ch'altro non potea far, per ch'avea cento Per gran malignità contr'al Meschino; Testimoni, nè altro assegnamento Di proue hauendo; che di quel confino Era più tosto ciascheduno intento Di dargli contra, & era già uicino A la sentenza, quando il Rè temendo Di maggior mal, s'andaua trattenendo. Di fauore le lettere hauea lette Del Prete Ianni, e nol uuol far nemico, Che sa quanto in periglio grande mette Tutto l'Egitto, e'l Soldan, ch'era amico Con India allora, e di nouo ristrette Le conuentioni, gli pareua ostico Et ben uedea del Meschin le ragioni, Ma mal può darle senza testimoni. Però per più suo scarico gli parue Al Soldano mandar per la parola; Sì tosto il messo al Cair non comparue Che una trista noua al Soldan uola Laqual fe che del cor uia gli disparue Ogni allegrezza, onde per questa sola Cagione, il messo tre dì si trattenne Tanto ch'à dir l'ambasciata sua uenne.

La nuoua, ch'al Soldan trista fu data, Fu, che gli hauean gli Arabi mossa guerra, E che rotta gli haueuano l'armata, Che'l Soldan contra gli mando per terra, E che la Rissa, c'hauean'assediata, Haueuan presa, e se non gia si serra Il passo presto, e si uieti tal'opra, Manderan tutto Egitto sotto sopra. Per questo il Soldan fe far sacrifitio A un Idol suo per domandar conseglio Di quella guerra. Ei disse, ch'ogni offitio Era gittato, e non farebbe meglio De glialtri, che sono iti in precipitio; Ma disse, s'al uostro utile ui sueglio, Facciasi senza fallo, ch'altrimenti Sarete sempre disfatti, e perdenti. Il Re Polinador di Palismagna, Ch'è sott'al uostro Imperio, tien prigione Vn caualier, che gli diè ne la ragna, Perche ha co suoi pastor certa quistione, Che'l lassaro assaltare à la campagna Da i cani, ond'hanno il torto, ei la ragione, E per malignità resta incolpato Da tutti, & à la morte condennato. Hauui mandato un messo per sapere Il Re se deue à morte condennarlo O mandarlo prigion, per non hauere A'torsi questa impresa lui di farlo; L'India ha campata questo caualiere Al prete Ianni, e uolse incoronarlo Di mezo il suo paese, e ricusollo E senza uoler premio, al fin lassollo. Del tempio uscito, il Soldan si ritrasse Al palazzo real, per tale inditio, Et ordinò, che presto si mandasse A' Polismagna per suo benefitio, E fe, che'l messo à dichiarar gli andasse Dal Re Polinadoro il dato offitio, E confrontando il uer, fu molto lieto, Mandando presto la risposta in drieto. Il breue de la noua elettione, Gli diè, dou'era nel principio scritto La già concessa sua liberatione; Poi com'è fatto Capitan d'Egitto, Giunto'l breue, fu tratto di prigione, Hauendogli ogni cosa il Re già ditto, Posegli il breue di fauore in mano, Che gli haueua mandato il gran Soldane. Di che ringratiò Cristo sommamente, Al qual con l'oration sempre era corso; Giustitiaro i pastori incontinente, Poi che per testimon u'era concorso, Sì come il buon Guerrino era innocente, Il loro Dio Amon, doue han ricorso In quel paese, ilquale è sopra'l uino Bacco anco detto, ò uero Dio diuino. Il breue comandaua al Re ancora, Ch'ancora in punto sua gente mettesse, Sì dentro à la città, come di fuora, E ch'à Guerrin la cura di quei desse, Poi senza porre interuallo, ò dimora, A' Babillonia trottando giugnesse; Colse quarantamila il Re de' suoi, Co i quali à Babillonia andaron poi. Di Polismagna, e da Sensiraccolti, Da Polisberde, e da Tropol ue n'era, De l'Isola dì Tacia furon molti, Ch'erano tutti insieme in una schiera, Co i quali essendo uerso il Cair uolti, Dopo più giorni giunsero una sera A'la citta di Cartis, che è posta A' piè del monte Libici, & accosta. Cinquanta miglia al Cairo, e quì uolse Di se l'esperientia far uedere Guerrino, e strinse le genti, e raccolse Insieme, poi ne fece quattro schiere, E pose in ordinanza, e il passo sciolse, Ponendo à tutti in mezo le bandiere; E sì ben gli comparte, e gli compila, Che nessun moue il piè de la sua fila.

Stupisce il Re dì tal compartimento, Due giorni poi passaron di campagna, Stando sempre Guerrin con l'occhio intento Se nessun del suo ordin si scompagna; Passaro una città, senz'entrar drento, Al Cair presso, detta Mompias magna, Doue il Soldan, che tal uenuta sente, Fuor del Cairo uscì con molta gente. Vennegli in contra forse diece miglia; Ciò sapendo Guerrin sollecitaua Intorno à quelle squadre à tutta briglia, Per ueder se de l'ordin si mancaua; Appressato il Soldan per merauiglia, Vn'ordine sì bello rimiraua, Co suoi dicendo, ecco'l figliuol di Marte, Mai uidi ordinar gente con tant'arte. Per l'andare ordinati, assai più bella Gente gli parue, che non solea prima, E mentre, che'l Soldano ai suoi fauella, E da la somma parte infin da l'ima, Sendo corso Guerrin saltò di sella, Per dimostrar, che gliè da fare stima De la sua maestade, e'nginocchiossi; Onde il Soldan con la testa chinossi. Fello poi rimontar sopra'l destriere, Che ui saltò, com'uno suelto pardo; Poi come franco, e nobil Caualiere Non fu di ringratiar il Soldan tardo, Che per sua gratia si uedeua hauere La libertade insieme, e lo stendardo De la sua gente, ancor ch'ei conoscesse, Che per necessità quiui l'elesse. Di Polismagna il Re si fe uenire Dinanzi il gran Soldano, e così disse, Sempre t'ho conosciuto un saggio Sire, Questa uolta non sò, come fallisse, Tu mi mandasti per un messo à dire (E non sò come il cor te ne patisse) S'io uoleua prigion, che tu mandassi Questo Guerriero, ò che tu'l giustitiassi Dicendo, ch'era posto in contumace, Per essere assassin de tuoi pastori; Ma'l nostro Dio Amon saggio, e uerace, Disse, che lor furo assassinatori; Ma senza hauere inditio sì capace, Non sai tu, che i pastor tutti i migliori Sono assassini, e ladri; or che sien quelli, Che son mezani, e che fieno i più felli? Parti, che l'apparenza del suo uolto, E'l discorso diuin, ch'in lui si uede, Mostri d'esser ladrone ò poco, ò molto? Ilche per me già non si pensa, ò crede; E detto questo, à Guerrin poi riuolto, Del nome si fa dir, ch'egli possiede, Guerrin (diss'egli) sendo à la presenza I Baron più pregiati d'eccellenza. In presentia à costor, disse, Guerrino (Fattasi dare un pezzo d'asta in mano) Sopra l'armata, ch'è nel mio domino, Ti dò'l bastone, e ti fo Capitano Mio generale, e comando, e destino, Che sia seguito e per monte, e per piano E questo anello tien per più segnale, Che sia secondo à me, tu principale. Così comando à tutti, sotto pena De la mia gran disgratia, che si faccia Tutto quel, che sua uoglia à fare il mena, E che l'ordin seguiate, e la sua traccia; Allor con uoce chiara, alta, e serena, Mostrando, che tal'obligo gli piaccia, Capitan Capitano, udì gridarsi, E uidesi quell'oste rallegrarsi. Di uoce in uoce andò, di suono in suono, Per fino à Babillonia la nouella, Senza mandar più bando, oue con buono Studio, ogni gente da piedi, e da sella, Per ueder à chi dati à guidar sono, Veniuan uia da questa parte, e quella, Di tanto onore Guerrin non ingrato, D'ogni cosa il Soldano ha ringratiato.

Allora uerso il Cairo se n'andaro, Con molta pompa, & allegrezza grande, Il suon dì trombe risonante, e chiaro, Già s'allargaua da tutte le bande; Due dì le genti à passare indugiaro Il ponte, che su'l Nil lungo si spande Tra Babillonia e'l Cair, per lunghezza Vn miglio, e più, dice chi n'ha certezza. Per mezo Babillonia in ordinanza, Fece passar l'essercito Guerrino, In certi borghi poi gli diede stanza, Nè per tre giorni fece altro camino, Seppe à pieno del Cairo, che sanza Le uille, ò ricercare altro confino, Fece a d'huomin migliaia quattrocento, Da portare arme, e stare in guarnimento. Altretanti il dintorno ne faceua, E Babilonia n'hauea poco meno; Ma tal gente à Guerrino non piaceua, Perc'hauean d'ogni uitio pieno il seno Più gentilhuomin Babillonia haueua Alquanto più onesti, nondimeno Sporchi, e lussuriosi erano tutti, Con altri uitij scelerati, e brutti, Or il Meschin fe più d'una rassegna, Per far di tutti esperienza uera, E saper qual natione è la più degna, Sì come usato in tai casi à far'era, E quanto può d'addestrarli s'ingegna, E chi non sà, metter ne la maniera De le battaglie, con somma uirtute, Acciò ne traggan uittrice salute. L'essercito poi mosse à poco à poco, Con quella munition, che bisognaua Tra diece dì gli condusse con poco Disagio, oue Damiata dimoraua, Che sù'l mare Ocean possiede loco De la cui parte Guerrino bramaua Sapere i suoi confini, e fugli ditto Nel modo, che da me quì sarà scritto. Detto gli fu, ch'à tre confini sono In mezo de la terra, & al mar presso Di Soria, deliquali era ii più buono L'Egitto, e Palestina appresso ad esso, Poi Arabia Petrea ha nome, e suono L'altro, ch'è il terzo, & euui à canto messo Il lago Solis, che nel mezo giace Di questi mari, come al Motor piace. Di quà il mar rosso, e di là di Soria Che è l'Egittio pelago chiamato, Per aspettar la gente, che uenia Di mano in man, s'era Guerrin fermato, Che uolea tanto prolungar la uia, Che l'essercito fusse ragunato; Ma troppo al suo parer gente ui uenne, Per otto dì, ch'aspettar si trattenne. Di paesi diuersi del Soldano, Vi si raccolse ottocento migliaia D'huomin, la maggior parte da por mano A' zappe, e uanghe, e batter grano à l'aia A' some, à remi, e se più rozo, e strano Essercitio conuien, ch'in terra appaia Sette Re furui, co i uassalli loro Ornati tutti di corona d'oro. Di Dragondasca Sandor, fu prima A'glialtri, Balisarca il secondo era, Di Renoica Re di molta stima Albanico anco di persona fiera Re fu de la Morea, & era cima Di superba alterezza, e d'aspra cera, Bench'à dirchiara quì la sua ragione, Fu ben gran uantator; ma non poltrone. Galapidas il quarto si chiamaua Da monte Libici, il quinto seguiua Libarisi, Lenor, poi seguitaua Polinador, che Guerrino obediua, E in Polismagna pur dianzi pensaua La uita torgli, dopo esso appariua Polinodos per settimo, c'hauea Il suo poter ne l'Arabia Petrea.

Del costui Regno, gli Arabi leuate Gli haueuan tre città, Bostra era l'una, Malauria, & Alberor l'altre lasciate, Pigliauan senza ritenentia alcuna; Ma furono ora à tempo assicurate, Che l'essercito grande si raguna; Et oltre a i sette Re, u'eran uenuti Cinquantacinque Duchi proueduti. D'arme, e dì genti, da quai s'aspettaua Regia corona, scettro, e maestade, Che se tal guerra in ben gli terminaua, Fornita quella, le lance, e le spade Poste in riposo, gran parte bramaua Giugner subito à questa dignitade; Guerrin per questi lor fatti disegni, Del Soldano conobbe i mòlti Regni. Con Babillonia, e'l Cair possedeua Tre gran Reami, e glialtri numerati Regni, che nel su'Imperio si godeua, Settantacinque fur, uenti pregiati Porti di mar, ch'ogn'un cittade haueua In diuersi paesi situati, Sei nel mar Rosso, il resto sopra il grande Mare Ocean, che da Soria si spande. Da Cabeltaur uà uerso Soria, Tra terra d'Asia, d'Europa, & doue In Africa tien seggio, e monarchia; Ma l'Arabo scemar la uuol, che moue Ribellione, e guerra tuttauia; Or quì si lassa, e seguirassi altroue, Cioe ne l'altro canto, e la rassegna, Che fe Guerrin de la gente più degna.

IL FINEDEL
CANTO DECIMONONO.


IN QVESTO VIGESIMO CANTO SI NARRA LA gloriosa impresa di Guerrino contra gli Arabi, & la sua gran uittoria. Et come poi tornato dal Soldano, il suo conseglio uoleua farlo morire. Ma al fine fu molto onorato, & si parte per andare al Monte Atlante à'cercar di suo padre, com'era l'intention sua in tutto quel uiaggio.

CANTO VIGESIMO.

Vaso del Padre eletto, eletto uaso, Incorrotto, purissimo, e pudico; Tu la mia Elicona, e'l mio Parnaso Sia col tuo figlio tu, sia con l'amico, Sia tu col Re de l'orto, e de l'occaso, Accio che quel ch'io penso, e quel ch'io dico, Col suo uoler sia conformato à pieno, Ben che l'opere mie mal degne sieno. Risguarda alta Regina, mira Madre, Quanti spirti gentil posson sentire Mia debil uoce; che tra molte squadre, Penetrar poco può, se nel mio dire Non s'infonde per te dal sommo padre Gratia, che'l Canto mi faccia seguire Il qual sia tal, che i cori infiammi, e prema, Si ch'ognun sua bontade adori, e tema. Ecco per luì saluato il suo Campione, Non uolse egli mancare à l'innocenza, Ecco c'ha essaudita l'oratione De la sua pura & umil conscienza, L'ha fatto conduttier già, di prigione, Perch'è somma bontà, somma clemenza; Ecco per lui si fa sua uirtù chiara, Et buon per chi d'essergli seruo impara. Guerrin (com'io narrai) fece far presto Più ch'ei potè la bramata rassegna De l'essercito grande, che richiesto Fu per pòter seguir l'impresa degna; Trasse dugento mila, e tutto il resto Lasciare in dietro subito disegna La quarta parte sol con seco elesse Che più gli parue, che per lui facesse.

Et à chi più mancaua fornimento D'arme supplì, ma ben tutti i Signori Et Re di menar seco fu contento, Perche secondo il grado ognun s'onori; Tornossene il Soldan poco contento In Babilonia, e di speranza fuori, Perch'ogni sua speranza era fondata Ne l'assai gente, ben che male armata. Passò con quei Guerrino in Palestina, Dou'era il campo de'nemici appresso, Nè sì tosto à tal parte s'auicina, Che da gli Arabi fu mandato un messo Ch'era usat'à sonar la naccherina; Per più dispregio, alquale hauean commesso Che portasse una lettera' à Guerrino, Non di Greco uergata, ò di Latino. Fece Guerrin chiamare un gran uecchione Di resonante uoce, e bello aspetto, E quanto scritto u'è subito impone Che legger debba senza alcun difetto, In presentia di tutte le persone, Il cui tenor gli diè molto sospetto, Perche'l tenor fu questo, à te Guerrino Ladron, perfido, falso, & assassino, Gli Arabi fan saper, ch'un, che sia uso A star prigione, e condennato à morte, Per la sua trista uita, e suo mal' uso, Non puo mostrarsi sì potente e forte, Che da noi anco non resti confuso; E che Dio l'ha, non già suo caso ò sorte, A lor mandato, perche s'appartiene, A lor far la giustitia, e dargli pene. Come Signori nouamente eletti, Di quanto Egitto circonda e possiede, Perche con gli altri Signori ei si metti Ciascuno in croce, c'hanno uolto il piede Contra à lor, per purgarsi de i difetti; Il che fatto sarà senza mercede, Di qui nacque un terror, ch'ogni Signore Non hebbe, nè prouò fors'il maggiore. Guerrino, poi ch'ognun uide temere, Al messo disse, in presentia di tutti, Va à gli Arabi, e di, che con le schiere In ordin son per dar lor giusti frutti De le parole che scriuono altiere. Et che con l'arme siamo qui condutti Per dar lor la risposta meritata; Sì, che'l messo uolò con l'ambasciata. Dal'interprete stesso fece esporre A suoi Guerrin, c'haueua fatto al messo Et domandar, se quando si ricorre A lo Dio lor, per un tanto interesso, Se la risposta sua da lor s'abborre; O danno fede à quel che gliè promesso Da esso Dio? Risposer d'hauer fede, E che quanto quel dice gli si crede. Donde uien dunque, (Guerrin lor rispose) Che uoi ui disfidate del suo detto? Non diss'ei, che à seguir le liti ombrose Che uano ui uerrebbe ogni altro effetto, Non facendo guidar le uostre cose, A un seruo di Cristo benedetto; Io son Cristiano, e son'uso in battaglia; Dunque perche'l timor tanto u'abbaglia. Non s'hanno le uittorie con parole, Nè con brauate d'ombre, e brutti uisi; Noi gli risponderem con l'arme sole, Stando ben proueduti sù gli auisi. Vostra ragione indubitata uuole Che due tiranni da ragion diuisi, Che'l campo guidan de i nemici nostri, Non sieno uguali à gli alti ualor uostri. Qual rio destin uorrebbe (dite) quale Instabil sorte harebbe uigor tanto, Che di sì degno sangue, e si reale, Che tiene in uoi ogni gran pregio e uanto, Ne hauesser due tiranni trionfale Vittoria, e d'un ualor sì chiaro, quanto In uoi risplende? & io poi doue resto? Ben che uantarmi non sia molto onesto.

Non ho io uinto con gente peggiore, E manco, un'oste di più crudo aspetto? Ma uoi mostrate per ueder s'ho core D'hauer di tal canaglia alcun sospetto; Scoprite pur di fuor l'alto ualore Ch'in me mai di uiltà non fu difetto; Mise lor tanto ardir questa ragione, Ch'ognun bramò uenire al paragone. Menaci, disse ogni Signore, e Sire; Guidaci Capitano à la battaglia, Ch'à noi non preme terror di morire, Più che l'onor, sì che presto s'assaglia. Guerrin fece tre schiere à questo dire; La prima per metà tutti raguaglia, Che furo centomila, e fenne guida Due Re, del cui ualor molto si fida. De la Morea Albanico il primiero, L'altro Polinados d'Arabia seco Fu pel secondo Re giusto e seuero, E fuor di rio timor dannoso, e cieco; Molti altri Duchi, e con animo fiero Gli seguiro; cacciando il pensier bieco, Che preso hauean; de la seconda poi Guida fece Guerrin due altri Eroi. Che di cinquantamila fu partita; E quanti questi la terza rimase Per esso, ne la qual seco u'inuita Tre Regi, e con tal dir poi persuase A'i degni Duchi, con la fronte ardita, (Comesei fusse à le paterne case) Ognun stia questa notte bene in ponto Ch'abbiamo à far con li nemici conto. Di Polismagna il Re Polinadoro, E Balisarca fu de la sua schiera, Di Dragondasca anche il Re Sanadoro Con la sua gente ualorosa e fiera, Scoprì Guerrino; il suo pensier con loro, E l'ordin, ch'egli imaginato s'era; Il qual fu questo, che tre hore al meno Innanzi giorno à la battaglia sieno. Vn numero infinito di bandiere, Pose Guerrin ne la squadra dinanzi, Perche da creder s'hauesse, e tenere Che lo sforzo maggiore andasse innanzi; Quando sien de'nemici à le frontiere, Non dimen uolse che ne gli altri auanzi; Cioè de le squadre ultime serbate Fusser l'insegne da lui più pregiate. Ordinò poi, ch'Albanico e'l compagno, Co i centomila rompesser la guerra, Che i nemici tirati dal guadagno De la uittoria, come chi spesso erra, Ingannando il loro animo mascagno, Con ogni sforzo guadagnando terra Dessersi in preda del sanguigno caso, Senza guardar s'indietro altri è rimaso. Poi ordinò, che se la schiera prima De suoi, hauesse forza inferiore; La seconda dia dentro, e faccia stima Porgere à quella quanto può fauore, E quando di ualor pur fusse infima, E l'una e l'altra di speranza fuore; La terza supplirà, che su diuisa Da esso per metate, in questa guisa. Dice à Polinadoro, e à gli altri due Regi, ch'ei pensata ha la lor salute, Che quando ueggan che le genti sue Sieno à l'estremo del uigor uenute, Che con l'ingegno faccian, che puo piue, Che quante forze furon mai uedute; Il quale ingegno, disse, sarà questo, Che con poco parlar fia manifesto. Con questa meza schiera tutta notte Disse, caminar uoglio, e l'altra resti, Et accio che non sien le strade rotte, Anderò per inditij manifesti. Di sentinelle del paese dotte, Con largo giro, e perche non si desti Alcun de li nemici con aguato, Tacito n'anderò da l'altro lato.

Onde nel cominciar de la battaglia; Hauendo l'inimico il pensier uolto Al grande assalto, tutta la puntaglia Terranno hauer dinanzi, ond'io, che uolto In mezo gli corrò, non ch'io l'assaglia S'io non ueggo il bisogno, che raccolto E stretto mi starò, ueggendo il segno, Poi si uedrà quanto possa l'ingegno. E questo sia, ò Re Polinadoro; Che se uedrete pender nostra gente, Et esser carca con troppo martoro; Fate pel Campo fare incontinente Gran quantità di fuochi, che da loro Compresi non saran subitamente, E di poi col restante date drento Et io starò da l'altra banda attento. E così diero effetto, e confermaro L'ordine, onde Guerrin prese la uia Passata meza notte, s'ordinaro Il Signor de la squadra, che douia Prima attaccare il crudo affronto amaro Con incredibil forza, e gagliardia Nel che à gli Arabi nel primo furore, Comincio à tremar nel petto il core. Tra'l pasto, e'l sonno, e la lussuria inuolti Poco stimando che'l nemico fosse Ardito tanto, in prouiso fur colti A suon d'acute lance, e di percosse; Furne in quel primo assalto morti molti, Pur il bisogno à tor l'arme gli mosse, Sotto la guida di due Capitani Cominciar fieri à insanguinar le mani. Sostenne il forte Albanico, e con esso Polinados quell'empito gagliardo; Contra à Nabar, e Falisar, che messo Haueano in mezo l'Arabo stendardo, Vedeuasi ondeggiar la gente spesso Innanzi e in dietro, al fin con passo tardo Si ritirar gli Egittij à poco, à poco, Che di gente non era part il gioco. Presero forza gli Arabi di sorte Che la gente d'Egitto in fuga andaua, E molti ne sostennero empia morte Chi men libero il passo ritrouaua La schiera allor seconda con un forte Assalto, che'l bisogno procuraua; Diede soccorso, e fa uoltar la faccia A i fuggitiui, contr' à chi gli caccia. Or, qui si fer gran fatti, per un'hora E più, senza discernerui uantaggio, Ben che gran sangue si spargesse ogn'hora, E che s'aprisse à Caronte il uiaggio Nabar, con uoce, e con fatti rincuora, Gli Arabi, ch'era ualoroso, e saggio; E tra la gente più folta si caccia, Diuidendo da gli huomin teste, e braccia. Da l'altra banda Falisar non meno, Fa, che Nabar si faccia, del nemico, Erasi fitto de la Guerra in seno, Et à Galapidas diede uno ostico Colpo, che'l mandò morto in su'l terreno, Et ogni suo seguace, & ogni amico Fe spauentar poi che lo uider morto; Nè più cercan uendetta di tal torto. In questo instante, hauea Nabar tagliato Anco Al Re Libarisi un braccio netto; Che ne rimase diuita priuato, Non essendo uso portar braccialetto; Del resto andaua sempre bene armato; Dunque fu'l caso sol per suo difetto Morti questi due Re, non potrei dire Quanto gli Arabi ne pigliaro ardire. L'uccision fu d'ogni banda cruda; Pur gli Egittij nel fin dieder le spalle, Del cui sangue la terra e l'aria suda E ne fa lago ogni propinqua ualle. La cruda turba d'ogni pieta nuda, D'umane membra ueste il uicin calle, E nel sangue tuffati in fino à gli occhi, Beato al primo ch'à spogliare un tocchi.

Poi, che'l nemico non resiste, e fugge La maggior parte à la rapina intenti, Si diedero à predar, chi ancor mugge Vscendogli lo spirito tra i denti; Altri ancor qua è là, chi fuggè strugge, Ma per la preda carchi, giuan lenti; Non aspettando, ch'altra gente resti, Che l'hauuta uittoria lor molesti. Polinador, che d'un uicin uallone Vide la cruda rotta, diede il segno De i fumi, e la sua gente in ordin pone Con Sanador, e Balisarca degno, E aggiunse per ale al suo squadrone Molti suggiti, facendo ritegno Di quanti puote, per fargli far teste, Poi uscì à battaglia manifesta. Contr'ogni creder de gli Arabi immersi Ne le spoglie de i morti, e ne la molta Superbia, con disordine, e dispersi, Di quà di la giostrando à briglia sciolta, Parue la nouità grande il uedersi In un tratto assaltare, e porre in uolta Dal fier Polinador di Polismagna, Che tristo è quel, che gli dà ne la ra gna. In quel primo apparir n'uccise tanti, Che saria cosa incredibile à dire; Nabar, e Falisar si fero auanti, Lor genti raccogliendo con ardire, Pur fan gli Egittij uendetta di quanti Di lor gli Arabi hauean fatti morire. Se'l fatto d'arme grande fu da prima, Maggior molto fu questo e di più stima. Già francamente l'uno e l'altro campo Contrastaua con dubbio di uittoria, Quando Guerrin, come cel ste lampo Arriuò, per ornar di se l'istoria Con la sua gente, or quì perso è lo scampo, Ormai gli Arabi perdono ogni gloria, Poiche per fianco arriua gente noua La più fiorita, e che meglio si proua. Giunto Guerrin con la fiera asta bassa Infilza il primo Caualier, ch'intoppa Poi con la spada in mano innanzi passa, Con la gente, che dietro gli galoppa, Ognun l'impresa à contrastargli lassa, Nè più difesa fan, ch'al fuoco stoppa; A le nemiche insegne il buon Guerrino, Con la sua spada in man prende il camino. E seco inuita chi lo seguitaua Per forzaaprendo ou'il passo è men buono, Ad ogni colpo al meno un n'atterraua, Nè troua chi resista al crudo suono Tanto, ch'à le bandiere s'appressaua Dè suoi nemici, quando in aria un suono Sali di uoci, soccorso gridando A' le bandiere, e sempre riparando. Corse Nabar tutto confuso in uista, Pensando ou'il disordine sia nato; Ma poi ch' ei seppe la nouella trista Com'un'altro squadrone era arriuato Da l'altra banda, e ch'alcun non resista, Veggendo tutt'il campo sbaragliato: Fecesi innanzi ad affrontar sua guida, S'ei può far sì, che'l suo ualor l'uccida. Ma mirando da presso i colpi crudi Vn'huom sì bene armato, e sì robusto Harebbe uolentier uolti gli studi, Per saluar se, se fusse stato giusto; Ma pur con quegli Arabi manco ignudi (Che gran parte eran disarmati il busto) Il Meschino assalì con grand'ardire; Il qual uoltossi, ueggendol uenire. Così senza por tempo di parole, Si serrarono addosso francamente, L'un con la spada, e l'altro come suole Con una scimitarra assai presente; Ma'l Re del Ciel, ch'indugiar più non vuole Ancor che molto il Pagan sia possente, Fe tosto di uittoria Guerrin degno, Contr'à Nabar, com'era il suo disegno.

Morto quel Capitan, doue la speme Era fondata de seguaci suoi, Esso perdendo, persero anco insieme Il cor, la scrima, e tutti gli ordin poi; Allora il buon Guerrin dentro urta, e preme, Nè u'è senon chi di lontan l'annoi, Tirano lance, e dardi da lontano; Ma l'offender, che fanno, è tutto uano. Le frezze, che pioueuan' à migliaia Da gli archi uscite, e da robuste braccia; Non fanno sì, che qualche segno appaia Di danno, ch'oltre à l'armi à Guerrin faccia Sì ch'egli il saettar tiene una baia, Quanti ne giugne uccide, il resto caccia Togliendo i suoi dal suo ualore essempio, Faceuan de'nemici un crudo scempio, Hauea Guerrin sei bandiere atterrate, E messo infuga più di mezo'l campo; Quando fur l'altre genti sbaragliate Mentre, che Falisar, per dare scampo A' le sue genti l'haueà riparate, Dal furor de i tre Re, dal fiero uampo Del Re Polinador, da Balisarca, Da Sanador, ch'innanzi à glialtri uarca. Essendo Falisar dunque à le mani Col buon Polinador mez hora stato, E datisi l'un t'altro colpi strani; Restò pur Falisar poi superato, Perche stordito allargò piedi, e mani D'un colpo, che quel Re gli haueua dato Diegli poi d'urto, e fello andare in terra; Così fornita fu seco la guerra. Fecelo poi menar presto prigione, D'arme spogliato, e priuo d'ogni onore, Da certi mamaluchi, al padiglione, Ch'era tre miglia di quel campo fuore; Gli Arabi posti in gran confusione, Lasciaro il campo al fine al uincitore, E non han cosa, in che meglio si speri. Che lo studiarsi d'esser buon corrieri. Guerrin poi che'l disegno de l'altiera Vittoria, uide in suo fauor riuolta, E del nemico presa ogni bandiera, E quei, che restar uiui, andare in uolta; La preda, di che ricca quel campo era, Lasciolla à i uincitor goder con molta Lor allegrezza; essendo in questo stato, Fugli menato Falisar legato. Fecelo il Re Polinador uenire, Perche Guerrin ne faccia il suo parere; Alqual Guerrino incominciò à dire, O' Falisar, le tue parole altiere, Che ci scriuesti, or ti faran morire, In presentia di tutte le mie schiere, Perche tra loro andò sparsa la uoce, Come tu metter mi uoleui in croce. Io non uò tanto indugiar la tua morte, Nè farti il uituperio, che tu merti; Ma la tua testa mandar uoglio in corte; Con quella di Napar, perche s'accert i Al gran Soldan, ch'io son stato più forte, E acciò che più chiaro io te ne accerti; Ecco quì in punto l'opra manifesta, Ecco quel, che tagliar ti dè la testa, E presentogli un naccherino, assai Più storto, e più mal fatto del suo messo. Dicendo, à fare scorni imparerai; Ilqual gliela tagliò, poiche commesso Da Guerrino gli fu, nè parlò mai Falisar, fin, che morto in terra messo Fu, nè dipoi, com'huom, ch'è senza scusa, Ch'à chi gli parla tien la bocca chiusa. Le due teste mandaronsi al Soldano, Messoui prima dentro molto sale; A'i due Re morti se poi con soprano Onor, fare l'essequie funerale, E fegli imbalsimare, e nel lontano Paese poi portar lor, per segnale De la sua carità uerso gli amici, De lor casi dolendosi infelici.

Di quindi il campo fe partir, seguendo Innanzi ad acquistar le ribellate Città, che nominar per nome intendo, Secondo, che da lui furo acquistate, Ne la Petrea Arabia, mettendo Vennero il piè le sue genti armate; Preser Bostra città tra pochi dì, Laquale è presso al monte Sinaì Sol due giornate, e da Bostra arriuaro A'Marlanzone, à Bardona, e Torcassa, E Timalutte con quelle acquistaro, Là doue il fiume Armasolis si passa; Fa questo fiume partimento chiaro, Da l'una parte Arabia Petrea lassa, Caldea da l'altra; e tre città ui sono, I nomi de lequai disotto sono. La prima è doue fece l'alta mole Il superbo Nembrotto, con pensiero Di passar Marte, e Gioue sopra il Sole, E torre al suo Fattor di lor l'impero, Là doue si cangiaro le parole, Prima essendo un linguaggio solo e uero Babillonia la uecchia, posta parte Sù'l Tigre, in Armasolis l'altra parte. Bembribae fu l'altra, e Barlindana, Si resero d'accordo; appresso à queste Molte per far la guerra a più lontana, Non aspettando pur d'esser richieste; Mandaro Ambasciador, per la più piana, A'rendersi al Soldan, poi che fur meste Per forza prese, e tolte al lor Signore, Da l'indomito Arabo, empio furore. Che fur Filanaredo, e Trefa, e doppo Caramaura, e molte seminate Per l'Arabia felice, oue d'intoppo, Hauea dato Guerrino, e già passate Quell'anno innanzi, quasi di galoppo, Che sono intorno à le già nominate Montagne Arabe; poi per altra uia, L'armata riuoltò uerso Soria. E di Giudea, e Palestina parte Soggiogò, e di Licia il Regno insieme, Qual con ingegno, e qual per forza d'arte Di guerra, doue il brauar non si teme; Giunse al fiume Giordano, ou'in disparte, Chiamò tre messi, e con pietosa speme, Mandolli ad Antinisca à raffermare Quant'hauea già promesso d'osseruare. Quiui per sua cagion fe, che'l Soldano, Contento fu di ciò che preso s'era, E dal far guerra ritrasse la mano, E fe fare una pace salda, e uera; In Egitto tornò, doue un soprano Trionfo (ilquale apparecchiato gliera) Fatto gli fu, & à tutta l'armata, Venne incontra il Soldan, fino à Damiata. Vn numero infinito di tesoro, Presentogli Guerrin, c'hauea portato, Et acquistato ne' trionfi loro. D'ogni Regno, ogni terra, & ogni stato; Piacque al Soldan, che poi tutto quell'oro. Fusse tosto à Guerrin riconsegnato, Et egli uolse, ch'à tutta la gente, Che seco fu, si partisse ugualmente. Acquistossi un'amore uniuersale. Poi ch'ei mostrò con sì splendida uoglia, Non esser men, che forte, liberale, Da che di tanto gran tesor si spoglia; Or de la festa fatta, non mi cale Narrar passo per passo, e ch'io mi stoglia Di ciò curar lettor già non ti dei, Perche lasciui fatti ti direi. Poi che'l campo in Egitto fu tornato, E che Guerrin con la gratia di tutti S'era parecchi dì quiui posato; I messi d'Antinisca bene instrutti Di lei, che se gli serba col suo stato, A'Guerrin dieder questi auisi tutti A' bocca, & poi con più segreta norma Di lei per la sua lettera s'informa.

Hauea Guerrin grande amistà contratta Col Re Polinadoro, alqual palesa Ogni secreto, e col fidar s'adatta Seco, che gliè fedele in ogni impresa, Dipoi che la certezza gli hebbe fatta De la sua promession d'amore accesa, E ch'ella si douea far Cristiana, Con tutta l'altra gente sua pagana. Venne desio à questo Re gentile Farsi Cristian, considerando certo Esser la fede sua al tutto uile, E nel più modo, che potè, coperto Si fece battezar, fattosi umile, Parendogli uedere il Cielo aperto, Per la ueracità di nostra fede, E per la gran uirtù, ch'in Guerrin uede. Così secretamente seruì poi A'Cristo fedelmente, nè fu sanza Timor, che ciò non sapessero i suoi, Perc'haueua il Soldan troppa possanza. Or per tornar lettori oue già uoi Intendeste di prima la sembianza De le gran feste, lequai terminate Furon le genti d'arme licentiate. Fece il Soldan poi di trenta Signori Vn conseglio real, per trouar uia, Che'l Meschin sia premiato, e che s'onori, Secondo il merto, che si conuenia; Chiamato ei non ui fu, ma stè di fuori, Acciò ch'ognun la sua sententia dia Senza timore, e parli ognun sicuro, I quai consegli in questo modo furo. De la Morea Albanico fu prima, Ch'à la proposta del Soldan rispose Poniam (disse) che sia da fare stima De l'acquistate uittorie dubbiose, Per le cui opre, il uoler porlo in cima, Considerar ci bisogna più cose. La prima, ch'è Cristiano, e non conuiene Il farlo grande, à nostra logge bene. Potrebbe insuperbir di troppa altezza, E per poca cagion poi farci danno, Troppo è l'ingegno, e la sua gran prodezza Ancor che le buone opre, che se n'hanno Non mertassero in cambio poi tristezza; Pur da gli Dei sol tali opre s'hanno, Vogliam dunque patir, ch'egli si uanti, Che dal suo Cristo uenga, e da suoi Santi? Bandirlo sarà buon, ma s'ei si fida, E partesi sdegnato, forse un giorno La fortuna uolubile, & infida, Ce ne potrebbe far' hauere scorno, Però meglio mi par, ch'egli s'uccida, E leuarsi un Cristian simil d'intorno, Leuossi poi il Re Bouoricone, E fu de la medesma opinione. Chi sà (dicendo) che non sia uenuto In queste parti per far tradimento, E, che con qualche Re sia conuenuto, Per seguir qualche loro intendimento? Raffermò Sanador, così l'astuto Re Balisarca, c'han d'inuidia tento Il cor crudel, che non gli par douere, Ch'un sol tanta uirtute debbia hauere. D'Arabia Petra in piè dipoi leuossi Re Calimon nouellamente eletto Dicendo, maggior mal pensar non puossi, Nè fare à gli Dei nostri più dispetto, Iquai per lor pietate essendo mossi, Veggendo il nostro dannoso sospetto, Disser, ch'ei s'eleggesse, nè ci uenne Secondo il dir, che Balisarca tenne. Anzi pensar si deue d'altra sorte, E non come l'inuidia ui fa dire, Che dargli in premio cercate la morte, Non riguardando al suo fedel seruire; Vede Polinador quanto gl'importe, S'ei uuole il suo conseglio differire; Leuossi anco egli in piedi, e così disse Pensando, ch'altri più non contradisse.

O'Soldan nobilissimo, la legge Nostra comanda, che non sia tenuta La sua fatica à chi l'opra corregge Fin ch'al termine buon sia peruenuta, Poi che la legge in tai casi ci regge, Et che chi di pagare anche rifiuta Il mercennario, deue esser battuto, Con le uerghette, con aspro saluto. Come suol farsi anco à chi beue uino, Che in una fossa d'acqua poi si getti; Or non e questo il Caualier Guerrino, C'hà riparati i uostri gran difetti, Qual sì grande sciochezza, ò rio destino, Empie di tanta inuidia i uostri petti, Che non sol di tanta opra lo pagate; Ma d'ucciderlo ancor ui consigliate? Deh guardate Signori al grand' amore Ch'egli mostrato u'hà, ueggasi l'opra; Torniui à mente con quanto ualore Metteua quegli Arabi sotto sopra, Guardate che di sopra anche il furore De gli Dei con uendetta non ui copra, Poi che gli hauete già dimenticati, Et siete à tanto bene al tutto ingrato. Leuossi un'altro à questo Re contrario, Che presentò la lettera mandata Da Guerrin, con le teste, in tenor uario Da la lor dignità tanto osseruata, Fu del Soldan questo un referendario Che in seno à posta l'haueua serbata Così la lesse, & il tenor fu questo Che nel seguir ui sarà manifesto. Significhiamo (disse) al Re d'Egitto, E de sette Reami principali, Del suo nemico l'acerbo conflitto, E l'opre fatte per uoi trionfali De l'uno, e l'altro Capitano uitto, Et mandansi le teste per segnali Che'l campo de gli Arabi habbian distrutto, Godete dunque di nostre opre il frutto. Questo improuiso ben ui dè piacere Molto più, poi che nel nostro partire V'addolareste de le poche schiere Che mi uedeste da l'altre partire; A questo ben potete chiar uedere Che Cristo mio Signor leua l'ardire A chi contra i suo serui l'armi piglia; Ben che non siate de la sua famiglia. Noi dunque seguitiam l'alta uittoria, E ne l'Arabia petra entrar uogliamo, Et far sì, ch'à la uostra somma gloria, Tutti i paesi uicini aggiugniamo Che fia eterna à gli Arabi memoria De la uendetta che per uoi facciamo. E procurando in suo poco fauore, Questo fu de la lettera'l tenore. Sopra laqual parlaro gli auuersarij, Ch'auendo detto Re, e non Soldano Che suona Imperador, non sol contrarij Gli furo à questo, ma fendo Cristiano; Mostrandosi esaltare in modi uarij, Attribuendo ogni alto onor sourano Solda Cristo uenire, e che per questo, Mostraua di sprezzare ogn'altro testo. Et hauea contra à gli Dei lor parlato Onde per questo, & ancor per cagione Ch'era d'hauere il Soldano sprezzato, Meritaua per morte punitione, Sia dunque à morte, disse, condannato Colui che lesse; e su più d'un barone, Che per inuidia raffermaro ancora, Che'l Soldan faccia sì, che Guerrin mora. Allora il Re fedel di Polismagna Mezo adirato, incominciò, Signori, Non uo che senza difesa rimagna La ragion che non cape in uostri cuori, S'egli la morte appresso uoi guadagna, Non hauendo osseruati quegli onori Al nostro Imperador conuenienti, Sopra à questo rispondo, state attenti.

Costui, (com'ognun sa) tenni prigione, (D'India sendo uenuto,) ben tre mesi; Non già per assassino, ò per ladrone, Com'i pastor, che glieran contro accesi, M'haueuan data salsa relatione; Che l'offenderon senz'esser offesi Co i cani loro, per falsi guadagni De le sue spoglie, e quelle de compagni. Or come piacque à la sua buona sorte; Anzi al Ciel, che non uolse l'ingiustitia, Fè chel Dio uostro lo campò da morte Per darui aiuto à la guerra propitia; Il rammentar non mi par che glinporte; Ma per mostrar che non scrisse à malitia, Come potea del gran Soldano il degno Titol saper, ditemi à questo segno? Ch'essendo forestiero, & in tre giorni Capitan fatto, e dal Cair partito Per riparare à i nostri graui scorni, Non haueua anche impreso il nostro rito; Or che del nome del suo Dio s'adorni, Fa come franco Caualiero ardito A 'tener la sua fede immaculata, Nè per questo la nostra ha disprezzata. Altro Dio non conosce per signore, Però ricorre à quel, mostrando chiaro Esser uerace, e non simulatore, Sì che frenate il uostro animo auaro; Ci è chi dice per torgli questo onore, Come se n'è senti i più d'un paro Che senz'esso la guerra harebbe uenta, Nè de la sua buon'opra si contenta. Se'l uostro Dio ui disse esser perduto Il tempo, s'un Cristian non pigliauate; Dunque del suo parlar fate rifiuto, Et quel ch'egli ordinò non apprezzate, Nè uede alcun l'error, doue è caduto, Et un ch'è giusto à morte condennate; Se Marte nessun odiar deue, uoi f te Che disprezzato ogni suo detto hauete. E'qui nessun, che si ricordi ancora Da gli Arabì la lettera mandata, Al cui gran minacciar non fu chi fuora Non uscisse di se, sendo ordinata Si poca gente e sbigottiste allora; Ma questo Caualier, ch'auea pensata La cosa ben, con tant'ardir rispose Che l'animo perduto, in cor ui pose. Lassiam le proue di spauento piene Che gli si uider far contr'al nemico, L'ingegno ancor, che lodar si conuiene A chi del bene oprar si troui amico. Ancor se'l uostro dire ho'nteso bene? Il che mi par più d'altra cosa ostico A creder (come dite) ch'egli sia Venuto qui de li Cristiani spia. Quand'egli uien da gli arbori d'Apollo, E pur hieri arriuò d'India minore, Et io molto più chiar de glialtri sollo, C'hò letto de le lettere il tenore, Et come il Prete Ianni già mandollo Incontro a i Cinnamonij in suo fauore, E che campion di Tigliaffa era stato, E fu de i Persian duce pregiato. Fu Capitano lor, contra la rabbia De i Turchi, uostri perfidi nemici; Nè mai si troua che uinto non habbia, E poi lassati queì Signor felici, Ch'egli ha seruiti, e netti d'ogni scabbia De gli auersarij, e fin da le radici Sbarbate le zizanie, il che mai fatto</