L'ENRICO,
OVERO
BISANTIO
ACQVISTATO,
POEMA HEROICO.

Di Lucretia Marinella.

AL SERENISS. PRINCIPE
Francesco Erizzo,
ET SERENISSIMA REPVBLICA
Di Venetia.

Con Licenza de' Superiori. Et Priuileggio.

IN VENETIA, M DC XXXV.

Appresso Ghirardo Imberti.

MEntre io andaua con la mente ricercando di valoroso Capitano attione tale, quale potesse con la sua grandezza, & eccellenza di rozo, & depresso stile la natura nobilitare, & ringentilire; tra molti, & rari soggetti, che mi occorsero, si mi appresentò à gli oocchi dello intelletto la sublime, e notabilissima impresa di Enrico Dandolo, Principe di Vinegia nella espugnatione, & Acquisto della famosissima Città di Constantinopoli, dalla quale deriuò poi la soggettione della maggior parte dello 'mperio di Oriente. Impresa senza dubbio la più magnifica, la più gloriosa, la più difficile, la più pericolosa, che sia mai stata fatta da qual si voglia gran Rè, ò valoroso Capitano: Impresa vera ente tale, che può di leggieri colla sua sublimità, e splendore illustrare, e rendere degnodi Heroica maestà il mio Poema; ilquale ho voluto formare secondo li documenti di Aristotile nella sua Poetica, non allontanandomi però dalli insegnamenti di Homero, che sù da lui chiamato viua, & vera Idea della Poesia Heroica; & se in alcuna parte parerà ad alcuno, che habbia imitato li moderni Poeti, vederà poi; onde ne habbia pigliate le inuentioni, se leggerà i primi, & veri fonti della poesia Greca, e Latina, & scoprirà, che primis gratiæ sunt habendæ. Si come nelli primi Libri della Metafica si legge.

E perche vuole esso Filosofo, che l'anima del Poema sia vna attione sola, così vna sola attione di questo prestantissimo Capitano è da me stata eletta per fondamento, & soggetto principale del mio Poema, che è l'hauere debellato l'antico Bisantio, ilqual poi fu dal suo gran Restauratore col proprio nome Constantinopoli nominato. Gli Episodi, & altre digressioni pur, come piace allo stesso Filosofo, ho procurato, che sièno cosi vnite colla principale attione, che non si potesse facilmente leuarne vna parte senza confondere il tutto. dalla compositione della principale attione, & digressioni vnite ne deriua armonia, & dilettatione tale, quale, come Esso dice, dalla vista di Animale in tutte le sue parti perfetto si piglierebbe; ma essendo, che questo non sia luoco da trattare dell'arte Poetica, passerò à narrare in qualche parte l'Historia à Sauij, e prudenti Lettori.

Essendo adunque dal Pontefice Sommo publicata la Crociata per vietare, che da gli Infedeli non fosse la Christianità afflitta, & trauagliata, & ricuperare etiandio il Sacro Sepolcro di Christo, da tutte le parti per fare cosi honorata operatione, si mossero à gara Prencipi, Duci, Conti, Cauallieri, e Baroni, liquali tutti nella venerabile Città di Vinegia si ragunauano; percioche il prudentissimo Principe Dandolo, non meno di amor celeste infiammato, haueua con incomparabile spesa apparecchiata vna formidabile Armata, nella quale era mirabile moltitudine di Galee, Naui, & altre sorti di Legni terribili, non meno per lo numero, e grandezza, che per la quantità di armi, & altri ordigni militari, ond'erano aggrauati. Sopra cui salito esso Principe Dandolo con gran moltitudine di nobiltà, & gente soggetta; Baldoino Conte di Fiandra, Bonifatio Marchese di Monferrato, Luigi Conte di Bles, & altri Principi e Signori Ecclesiastici partirono dalle Adriatiche sponde; ma poco andarono, che vdirono il pianto del Figliuolo di Isaccio, Imperatore di Constantinopoli, il quale era stato priuato del seggio Imperiale, & della luce de gli occhi dal Fratello Alessio Angelo Comneno, vinto il Dandolo con gli altri Principi da pietà, & misericordia ritornarono nel consueto Impero Isaccio con il Figliuolo, scacciatone il Fratello traditore: fatta opera si lodeuole, verso Palestina di nuouo drizzarono le Vele. Quando intesero, che Mirtillo, che Murcifle si chiamaua, haueua col laccio, e col veneno vcciso il giouinetto Imperatore; onde di nuouo il Dandolo con li Compagni smontarono à Scutari; oue fecero con li Greci vna horribile battaglia. Poi fu cinta la Città di assedio; molti furono gli assalti dati cosi per mare, come per terra alla Città; ributtati gli esserciti; vinte le insidie, estinte le fiamme nemiche; superati gli aguati; domate le inespugnabili alterezze, e fortezze de gli animi, e della Tracia. e dopo infiniti sudori, trauagli, fatiche, e contrarietà sofferte da così glorioso Capitano, & poderoso esercito con l'acquisto della maggior Città dell'Europa, apparue il vittorioso Dandolo suprema merauiglia à gli occhi di Dio, e del mondo.

Enrico scioglie mille, e mille vele Per gire in Palestina. Alessio intanto Toglie lo stato al fra te a lui fedele; Onde s'ode del figlio il grido, e'l pianto. Tornato in Regno; il Ducaaspro, e crudele L'vccide; al Capitan ciò spiacque tanto, Che torna in Grecia, fa consiglio; elegge Il campo lui, ch'altrui dia norma e legge. LA Cetra humil, ch'osò cantar del Cielo L'armi, l'alta Regina, ei Sacri Heroi, Volta in Tromba superba il foco, e'l Telo Hor di te Marte, l'ire, e i furor tuoi Canta il gran Capitan, qual con pio zelo Difese il giusto, e'l pregio, ei merti suoi; Come vincente, glorioso, e degno Concesse al Gallo inuitto il Tracio Regno. Musa, che sù nel Ciel detti, & inspiri A' le angeliche squadre eccelse lodi, Che d'auree gemme oltre à gli eterni giri D'alto Diadema adorna immortal godi, L'alma m'infiamma, desta i miei desiri; Sciogli à la lingua inetta i freni, e i nodi; Onde dir possa con sublimi Carmi Del Veneto Rettor le glorie, e l'armi. E s'appo i merti tuoi chiari, e sourani Poco in Prose ne scrissi, e'n versi esposi, Perdona ò Diua, e se gli affetti humani Dolce cantando d'inescar disposi, Bramo hor recar da secoli lontani De la gran patria mia gesti famosi; E destar co'l su' essempio inclite menti Ad opre illustri, à gloriosi euenti. Magnanimo LEON, che Illustre splendi Pe'l tuo immenso valor d'eterni pregi; Ch'altamente ruggendo, altero offendi D'insolito timor Principi, e Regi, Sij presente al mio Canto, e'l cor m'accendi Co l'ardente tuo spirto à fatti egregi, Che'l verso sia ben di te degno, come Degn'hai di chiaro stil l'opre alte, e'l nome. E tu, ch'à l'armi, à Pesti, & al periglio Togliesti Italia, e à pace il varco apristi, ERIZZO Serenissimo, e col ciglio Facesti d'alto honor famosi acquisti Gradisci, e Voi gradite, il cui consiglio Regge i Regni de l'Adria al mar commisti, Inuittissimi Heroi, ben picciol segno Di gran voler; ma non già forse indegno. Già quinci, e quindi udiansi acuti gridi De gli amici di Christo, e vn graue lutto, Le case afflitte, depredati i lidi, Le città scorse, e discipato il tutto Era de Mori, e dagli siti infidi, Quasi il mondo vedeasi arso, e distrutte, Gia per forza, & inganni haueano prese Sion dal pio Buglion vinto, e difeso. Dunque per tai disagi, e danni, & Onte; Ond'era oppressa la Christiana G eggia, Mesto nel cor con nubilos fronte Pietro piangea ne la sua sacra Reggia; Ma desta poi su voglie inuitte, e pronte; Onde à mal tanto, à tanto ardir proueggia, Per dare à tempo al Christianesmo aita, Li fedeli di Christo à guerra inuita. Inuita, e prega, à le preghiere aggiunge Gratia che l'alme al Ciel guida, & adduce, E con lettere, e messi insta, e ripunge, Si che fù al suo voler pronto ogni Duce. Allhora il pio Pastor, cui l'alma punge Zelo de' suoi, tant'oltre si conduce, Per trar di Palestina il nemic'empio, Ch'apre del gran Re Giano il chiuso Tempio. Però in habito sacro intorno cinto Da sacro stuol con la potente mano Franse, disgangherò l'vscio, ch'è auinto Con cento sbarre, e'l ruppe, e'l sparse al piano. Al suon de le catene; onde fù scinto Li furor mostro implacido, e inhumano, Intuonò'l Padre sommo alto di guerra Principio horrendo, e'l Terror scioglie, e sferra. Del ferro rugginoso al suon feroce Intuonò, rintuonò di guerra il segno Il gran Rettor per torre al Turco atroce Del sepolcro di Christo il nobil pegno: Sorse vn tumulto allhor; s'vdì vna voce, Ch'al Ciel salì, scese al tartareo Regno; Ch'ogni vn s'offria col cor, con lieto volto. Pronto à ritor ciò, che'l nemico hà tolto. Tal era forse il moto, e'l rumor quando L'irata Giuno con crudel desio Ruppe, spinse, percosse, e fulminando Del crudo Giuno l'alte porte aprio, Scatenato il furor, la pace in bando Gia posta, forsennato, irato vscio; Arme la giouentù, battaglia, & armi Chiedean le Trombe in bellicosi carmi. Allhor l'Italia, anzi l'Europa tutta, Ch'assidea mesta, è'n trauagliata pace. In più parti s'accese, che distrutta Fosse del reo Macon la rabbia audace. Quà, là vedi à far armi dotta, e instrutta Gente soggetta, che s'adopra, e sface, Italia, Spagna, Francia, & Inghilterra Arma i suoi Duci; ond'ogn'hauer disserra. Tra li più degni Heroi, tra i più famosi, E di nome, e d'aspetto, e di possanza, Per opre eccelse, e fatti gloriosi Ch'ogn'altro; benche illustre in pregio auanza, Fu'l grande Enrico, ch'offre à gli animosi Di felice auenir speme, e baldanza. Forse d'Adria Feconda il maggior figlio Di saper, di prudenza, e di consiglio. Di mille glorie adorno egli sedea Sopra i Veneti suoi Duce sourano; Ne men saggio, che pio del mar reggea La Vergin veneranda, e'l lito, e'l piano. E perche à por per Christo amor l'ardea, La vita, e stima ogni altro oprare insano, Da mille parti mille Fabri chiede Per amor, per tesoro, e per mercede. Accioche in breue grand'Armata, e forte Construtta sia con modo, ingegno, & arte, Che co' Franchi compagni inuitta porte Trauaglio e pianto à la contraria parte. Spoglian, per farne poi remi, e ritorte; E quant' opo è à la Classe à parte, à parte, Con prestezza, & industria i fabri accensi Li campi aperti, ei boschi oscuri, e densi. La Selua non si duol, perche si spoglie De la frondosa sua pompa superba; Anzi grata in veder letitia accoglie Premer l'eccelse cime l'humil herba. Gemono à i colpi i tronchi, e l'alte foglie Gittan lor caro pregio, e'l pian s'inherba; Cade à l'aspre percosse il Cerro, e'l faggio, Il dritto Abete, e'l frassino seluaggio. Caggiono i duri Pini, e i bei Cipressi; Ne caggion gli Orni, e le vittrici Palme; Caggion le sacre Quercie à i colpi spessi, E l'Olmo, ch'al Ciel guida le viti alme. Al suon del ferro, à i gridi non dimessi, Al gran cader de le grauose salme, Trema il pian, freme il Ciel, fuggon d'intorno Fere, & Augei l'antico lor soggiorno. Già in mille parti, e in mille suon diuersi S'ode il legno già imposto a i colpi praui, Già in bellici stromenti son conuersi Li duri tronchi, e le nodose traui Per fatica hanno i Mastri i volti aspersi, Come di foco, e spiran fiati graui, Ne in simile apparecchio alcun riposa, O sorga l'Alba, o giunga notte ombrosa. Bagnan ne le fucine i fabri ignudi Di liuido sudor la terra, e i volti. Mentre gli vsberghi, e i ben ferrati scudi A' rintegrar, à rinouar son volti, A' gara fan sù i risonanti incudi Elmi forbiti, estrali & archi molti, De' martelli il gran suono à quel s' accorda Di mantici, e di fiamme, e intorno assorda. Trà Lipari, e Sicania simil forse Era ne l' Antro immenso il moto, e'l tuono. Quando l'ardente Dio la mano scorse L'armi à compor, che poi d'Enea far dono; Che'l fremer de le fiamme al suon, che porse Battuto il ferro, il suono vnito al suono, Di bollor, di Tanaglie feàne intanto D'vna graue armonia numero, e canto. Vomeri, Marre, e falzi, che già furo In opre indegne, in vil seruigio poste, Godon, che l'arte, il maglio, e'l foco impure L'habbin rifatte, e'n forme tai riposte. Fila d'oro, e d'argento al ferro duro Son per ricamo, e fregio souraposte: Chi maglie innesta, chi à la spada elegge L'else dorate, e l'opre altrui corregge. Chi di penne diuerse adorno rende Il lucido Elmo di fin or fregiato; Chi varie imprese ne lo scudo stende Con modo illustre, e'l fa vago, & ornato ; Chi di strale la punta ottusa estende; Perche più fina a il suo nemico armato; Chi intorno à spiedi, e spade industria, e cura Ponne, e'l ferro ammollisce à fiamma oscura. Altri con fretta di pungenti strali Graua faretre, e corde à gli archi adatta. Altri di guerre, di discordie, e mali Parla, s'allegra, e duol, discorre, e tratta. Alcun s'addestra in dar colpi mortali. E feroce la spada, e l'arco tratta. Chi terge il ferro à l' aspra Cote, & altri Spiegan le schiere in pugna esperti, e scaltri. Già d'Adria al ricco mar premeua il dorso Di forti Legni vn numero infinito. Non con tanti mai Serse il mare ha scorso, Quando Sesto d'Abido aggiunse al lito: Ne tanti à Menelao porser soccorso Contra à Colui, che li hauea il cor rapito, Che più l'alta Republica non mostri Coperto il mar da mille, e mille Rostri. Ammirò il mondo stupido, e confuso Le nauali grandezze, e l'arte, e'l pregio, Le forme varie e rare, e soura ogn'vso Spedite, e vaghe, opre di spirto egregio: L'oro, e i colori hauean celato e chiuso Il legno, e adorno di mirabil fregio; Tal era di gran mastro il bel lauoro, Che vincea d'eccellenza argento, & oro. Ben si conobbe quanta fosse, e quale Del Veneto Leon la possa immensa, Qual Dominio reggesse, e quanto sale Sopra l'altrui poter sua gloria estensa: Che'n ricchezze, e'n tesor sia senza eguale, Quanto ne porge altrui, dona, e dispensa; Qual magnifico, e grande habbia nel petto Sopra Principi, è Duci, altero affetto. Fornito il tutto ecco i compagni Heroi, Che lasciar Francia, Italia, & Inghilterra, E la Belgica Gallia, e i vicin suoi Di Gheldria, Olanda, e de la Frisia terra; La Spagna, la Castiglia, Heluetia, e poi L'ampia Germania à la lodata guerra Ne vengon pronti, oue con lieto volto Ogni guerrier dal saggio Enrico è accolto. Mentre attendeano à l'honorata impresa, Per liberar Sion dal Turco irato, Odond' Alessio il pianto, e l' aspra offesa Fatta dal Frate al genitor amato, Come con tradiggion, senza contesa Scacciato fù, tolt alli luce, e stato, Ritardò 'l pio Passaggio il fatto ingiusto; Onde ogn'vn d'ira accese il petto giusto. Onde per racchetar tai moti infesti; E rintuzzar l'orgoglio à vn tal nemico, Tu spiegasti l'insegne Tu mouesti L'armi temute, ò glorioso Enrico, Ratto il vittorioso piè ponesti Sùl' alte Naui con lo stuolo amico, Diero i Nocchieri, come al Duce piacque Le Vele à' presti venti, i remi à l'acque. Geme Nettun sotto il grauoso pondo Di tanta Classe, e spuma, ondeggia, e bolle La frequenza del moto giù dal fondo La rossa arena al sommo inalza, e tolle. Il grido de le Ciurme alto, e giccondo, L'applauso, e'l riso tal s'erge, e s'estolle, Che'l gaudio loro impetuoso fere Co' suoi contenti le celesti sfere. Degna, e mirabil cosa à veder era, Quando l' Armata si spiccò dal lito, Tesa ogni Vela, sciolta ogni bandiera, Quasi Regno natante al Ciel gradito; E ben vista terribile, e guerriera La maestà porgea, l'ordine, e'l rito, L'oro, e'l ferro dal Sol percosso intorno Gli occhi abbagliaua, e raddoppiaua il giorno. Escon de' Porti, à la sinistra mano Lasciano d' Aquilea l'alte ruine, Del Timauo la foce, e non lontano De l' Illirico sen stato, e confine. E Grado, è Polo; & ondeggiare il piano D' Alghe, e di giunchi in parti assai vicine Veggono; e poscia l'lsole Iedere, Che'l mar rode d'intorno, e batte, e fere. Rimane à destra Clodia, il nome ha colto Da chi l'eresse, il mar la cinge, & orna; Trà due foci del Pò s'ha luoco tolto Adria, antica Città, c'humil soggiorna Scopresi il toruo Eridano, che'l volto Superbo inalza, e le famose corna, Che minacciando; & ondeggiando pare Vn vasto mar, che porti vn mar nel mare. Veggon Iapigia, il cui vezzoso sene Ride cosperso d'odorati fiori, Sott'aere dolce, e placido sereno, Nutre Cedri, Mirtelle, Aranzi, e Allori E Taranto, e Brundusio, che'l veneno Quasi ha distrutto d'ire, e di furori, Vedi à lo'ncontro suo Dibra, e Velona, Cha genti à piede, à l'armi esperta, e buona. S'ergono al Ciel quiui i Cerauni monti, Formidabili in vista à riguardanti, Quai nel petto, nel dorso e ne le fronti Soffrir di Gioue i fulmini sonanti, Cinti d'empia procella i crini inconti Porgon terror, dan tema à i Nauiganti. Gli habitatori suoi, quai fiere belue, Viuon di furto, e infestan monti, e selue. Poi che d' Adria lasciar le placid'acque, Entran nel Ionio, à la sinistra appare L'Isola de'feaci; oue gia nacque Alcin di gesti, e d'opre illustri, e rare. Quiui più, che del Regno si compiacque De gigli, e delle rose amate, e care, Resta Daunia à la destra ancho, e Messina Presso l'irata, e feruida marina. Dal manco lato scorgon Cefalene, Che'n trina forma in mezzo l'onda giace. Poi zante cinta di marine arene Parte sassosa, parte alletta, e piace: Le strofadi, oue già giunser con pene L'Arpie fugate dal valore audace Di Zete, e di Calai, lasciano in tutte Del Ionio mar l'inuitte Naui il flutto. Resta Retimò à tergo, e Creta, e poi S' ingolfan ne l'Egeo turbato, e fero. Qual con horribil suon, co' moti suoi Fe impallidir nel viso ogni Nocchiero. A l'apparir di que' famosi Heroi Depose il formidabile, e'l seuero, Eolo i venti nociui accolse, e chiuse, E à li benigni ogni Vscio aperse, e schiuse. E perche'l Cielo, la Natura, e'l vento Del saggio Enrico al pio voler s' adopra, Cessò'l fiato importuno, e restò spento Del marino furor lo sdegno, e l'opra; Sol fauoreuol aura il molle argento Dolce rincrespa, e par, ch'allhor si scopra Icaria, e l'altre Cicladi, che intorno Cingon di Delo il mobile soggiorno. Si scopre Sciro, oue già il grande Achille In bianco velo, sotto vaga veste Trà le figlie ben nate, e tra l'ancille Di Nicomede visse in risi, e'n feste Lunga, e ristretta trà ben mille, e mille Onde stassi del mar sonanti, e preste. Curua verso Beotia si auicina Calcide de l' Egeo Donna, e Regina. E Sciro, e Mitilen passa l'altera Mirabil Classe, e và lieta, e felice, Tenedo veggon, che la Greca schiera Tenne nascosa, e fe Troia infelice, E Lenno, che Volcan da l'alta sfera Cadente accolse già, se'l ver si dice. C'è'l monte arsiccio, à quel Dio sacro, in seno Serba virtù contra il letal veneno. Passano Xanto, e Simoenta, e doue Regnò già vn tempo Troia alta, e superba, Che vinta al fin da insidiose proue Segno di sue grandezze alcun non serba. Le Torri eccelse, e'l Tempio alto di Gioue Copre sprezzato, e vil, vil pianta, & herba: Di gran Re fù gran Reggia, e l'alte mura Fur del gran Re de l'onde industria, e cura. Lasciano il mar Egeo di spume asperso, Et entran d' Helle in tra'l propinquo lido; Oue restò dal vento empio sommerso, Gia'l lume estinto, il giouine d' Abido. Ne pur in Sesto pianse il caso auerso Hero; ma seguì in mar l'amante fido. Quiui fe'l Ponte Serse, e'n Grecia tutti Passar Color, che d' Asia hauea condutti. Navigan la Propontide, ogn'vn mira Altri monti, altri Colli, altre pendici, Oxia, cui verde Lauro veste, e gira, Qual Piramide s'alza à i Cieli amici. A' l' Asia quel, questo à l'Europa aspira, Del Bosforo à l'entrar, due scogli aprici, Cianee detti, sembrano hora alzarsi, Hora farsi vicini, hora ritrarsi. Entra nel porto la temuta Classe, Quasi spinto da Dio folgore ardente, Rompe intoppi, e ritegni, e ciò, che ostasse Di tanti Duci à la sourana mente. Al suono, al moto, al fonte si ritrasse Il Barbiese, e'l Cidaro corrente; Pianser le vaghe piagge, e di lontano Eco rispose al bombo, e tremò il piano. Tosto con l'armi inuitte, e gloriose Tolse lo scettro Enrico al Duce ingiusto; E dal rapito Impero il Reo depose; Oue Isaccio regnò, Re saggio, e giusto. E co' gli Heroi compagni erse, e ripose Nel patrio seggio il giouinetto augusto, Lasciaro il Corno, a' venti dier le vele, Per portar guerra al Moro empio, e crudele. Già del Bosforo Tracio hauean lasciate Le ricche piagge, e i delicati Colli, Le fresche Valli, e l' aure vaghe, e grate, Li Giardini pregiati, e i prati molli. Già veggon la Propontide, e l'ornate Cittadi intorno, e i fiumi in più rampolli Temprar col dolce lor de l'onde amare L'amaro, e'l salso, e farle grate, e care. Quando suonar s'vdi dal vicin monte Con flebil suon ben miserabil metro. Dir torna Enrico à vendicar non l'onte; Ma il fin d' Alessio, e l'horrido feretro: Torna, ò gran Duce, à volger l'armi pronte Contra il crudo homicida, à te n'impetro, Che traditor sforzommi far partita, Spirto infelice, e abbandonar la vita. L'iniquo Duca, che Mirtil si noma, Mi tradì, mi pigliò, mi chiuse, e auinse: Di catena seruil grauosa soma Prouai, d'atro veneno il cibo tinse: Col laccio al fin la mia seconda Roma Fe, ch'io lasciai, con questo egli m'estinse: Cosi scaccionne in sempiterno essiglio Per doglia il Padre, à tradimento il figlio. Se memoria, s'amor più viue in voi De l'infelice Alessio, hor vi souegna. L'armi, e le Naui vostre, inuitti Heroi, Volgete à gli empi, e la vittrice insegna: Superi il fasto altero, e i vanti suoi Vostra virtù, spegna la vita indegna. Quì tacer parue; ma tra rami, e fronde Di nuouo à l'aura il suo dolor diffonde. Io sono Alessio, ò Enrico, ò franchi, io sono, Ch'inalzò al seggio il vostro alto valore. Spirto errante, e infelice ho posto il Trono D'ombrose selue hor nel seluaggio horrore. A' le languide note, al mesto suono, Ch'empiò'l tutto di tema, e di terrore, Gli crini s'arricciar, restò sospeso Il Duce, e gli altri, il tristo annuntio inteso. Fermosi l'alta Classe, e l'aura, e'l vento A' quel rumor de la terribil voce, S'inhorridi, s'empì d' alto spauento De marinari il petto si feroce, Ci stiman vano, e horribile portento; O spirto vscito da la infernal foce A'sgomentar con importuno auiso Gli animi, e tor à volti il lieto, e'l riso. Mentre questi, e quei stà sospeso, e muto Al diro annuntio ecco vn legnetto giunge Ala Trireme, e con humil saluto Elio Italiano à dir cosi sorgiunge, Di Mirtillo al desio maluagio imputo Il fin d' Alessio, ahi duol, che'l cor mi punge. Estinto ha l'innocente, ohime, ch'io sento Aprirmi il cor da insolito tormento. E dir vdio, per ripigliar lo'mpero Alessio, hauer Mirtillo à ciò far spinto. Che fosse, volse il suo crudel pensiero Con mille pene il giouinetto estinto. Altri dice, che'l Duca atroce, e fero, Ch'à rapir per se il Regno s'era accinto, Lo' nfelice occidesse, cosi il Reo Tant'osò, tant'ardì, tanto poteo, Ne la terra lo 'nghiotte; e'l Ciel non spiega Ver lui de' sdegni suoi folgori acuti: L'applaude il greco; perche dar gia nega Quei, che a voi deansi debiti tributi. E Parte al Duca inchina, e parte piega Al vecchio Imperator de Traci astuti. Cosi disse piangendo, e tacque, e'l duolo Sparse nel cor di quello inclito stuolo. Lo'ngiusto ardir di giusto sdegno accese De l'Italo, e del franco il saggio petto, Pianse il fine immaturo, e l'aspre offese Fatte da l'huom superbo al giouinetto. Di questo Enrico non pur doglia prese, E per tanta empietade ira, e dispetto; Ma conchiuse di farne aspra vendetta, E fremenan à me ciò (dicea) s'aspetta. Ben è ragion, ch'amor, giustitia, e fede, C'hebbi al giouane Tracio, hor m'arda il core, E ministri à colui, che'amor possiede Per tanta ferità sdegno, e dolore. Che se'l Cielo al mio ardir gratia concede, De l'alma indegna, e del regal splendore Spoglierò'l Crudo, e porrò al sacro Tempio Del Reo le spoglie scelèrato, & empio. Ciò sdegnoso dicea volgendo intorno Gli occhi d'ira, e d'ardor chiari, e lucenti, E da l'aspetto vscian per tanto scorno, Quasi Nuntij del cor, fulmini ardenti. Soffrir non può, che goda l'aura, e'l giorno Il maluagio homicida in tra le genti; Onde il franco à consiglio inuita, e gli altri Ne' consigli, e ne l'armi accorti, e scaltri. Tosto i principi Heroi saggi, e maggiori De l'essercito inuitto vniti furo, Gloriosa adunanza, à cui gli honori A' seguir per virtù non sembra duro: Oue le gratie, e i pregi; oue i fauori Seguono i merti per camin sicuro. Tralor di regia maestà ripieno, Sciolse Enrico à la lingua irata il freno. Ch' io narri vopo non è, sò ch' è già inteso Del Duca infido il fatto horrendo, e sirano, Come priuò d'ingiusta inuidia acceso Di vita il Greco Imperator Romano; E come fosse à tradimento preso, E poscia vcciso il giouinetto humano, O per se'l fece, o pur spinto da quello, Che tolse il lume, e'l Regno al pio fratello. Fù bene ingiusto, e pien d'insano ardire Colui, che tanto Duce à morte spinse, Ne le squadre guerriere, o le nostr'ire Lo tennero, o pietà lo iniquo vinse. Pur sà se i brandi nostri san ferire; E se'l valor de' nostri sparse, e tinse Del sangue loro campo, piaggia, e lido, Pur ci sprezza, e non teme il petto infido. Crede anco forse chiuderci la via. E trame farci, dispiaceri, e oltraggi, Che con disagi, e stenti à la Soria Andiamo, e'n noi tanto ardimento caggi. Quai contrasti non fece à l'alma pia Del gran Buglion ne'santi suoi passaggi? Vietolli il passo, l'assaltò, li volse L'acque in veneno, ogni alimento tolse. Chi puo narrar le insidie, i danni, e l'onte, Gli occulti tradimenti, e l'empie frodi, Da l'Angel fatte al buon Corrado, il fonte Chiuse, il sentier negolli, e'n mille modi L'offese, l'oltraggiò; le voglie pronte Ritardò, ch'eran volte à sante lodi. Egli, qual noi, co' franchi vnito giua Per liberar Gerusalem Captiua. Malgrado al fin del Greco iniquo, & empio Vinse disagi, & homicidi, e inganni Il gran Corrado, e fece crudo scempio Dando al Turco inimico acerbi affanni; Quando al fiume Meandro, altero essempio Portò à fieri nemici, e strage, e danni. Io stesso vidi in monti erette l'ossa, E anchor del sangue lor la terra rossa. Taccia, chi vide biancheggiar le mura, E l' alte siepi à bei giardini intorno, Già de l'ossa de' Cimbri, la cui dura Sorte fe Mario d'alto lauro adorno Maggior fù, quando in vista horrenda, e oscura Portò il Meandro al mar purpureo il corno, E quasi nuouo, e insolito portento A' mortali recò tema, e spauento. Giusto non è, che noi soffriamo in pace Tante impietà, tante ignominie, e torti, Che contra l'huomo, e'l Cielo il Greco audace Commette, e par che morte al mondo porti. Il punirem, se à voi, come à me piace, E seco, e scelerati suoi consorti, Ne à Dio togliam suo dritto in cotal opra, Anzi per lui seruire ogn' vn s'adopra. Ne creder vo', che sia men caro à Dio Ritor da l'empie man del crudo Scita La sua Culla funebre, ch' à l'huom rio Con l'vsurpato Regno tor la vita: Poiche infatta, e contrista il retto, e'l Pio, Hauendo ogni bonià dal cor sbandita: Per farne aspra vendetta moue il Cielo Per le man nostreil suo fulmineo Telo. Com'haurem doma questa infida gente Al Ciel nemica, à l'huomo infesta, e graue, Che di Christo il Pastor sprezza, e non sente La vera Fede, e Dio non teme, o paue. Volgerem Vincitori à l'Oriente Le vele sciolte ogni spalmata Naue; Maggior aita hauremo, e genti, & oro Vinto Bisantio contra il Turco, e'l moro. Ne ci fù graue aspri perigli, & onte Per la fè, per Giesù soffrir souente, Vincer del mar, del Cielo, e d'Acheronte Contrasti, ire, e furor strano, e nocente. Gli spirti ardenti haurem, fera la fronte: Sempre volta à gran fin ferma la mente, Ne ci spauenteran minaccie; od armi, O fier prodigio, od incantati Carmi. Qui tacque Enrico, vn mormorio sommesso Trà que' Principi, e Duci sorse allhora. Qual suol, se spira in bosco ombroso, e spesso Soaue fiato di piaceuol ora. Questi in Soria, che deuria far progresso Diceua, e che ciò à Dio più grato fora. Altri far di Bisantio pria l' impresa, E vendicar del giouine l'offesa. Ma la più parte de' guerrieri Heroi Approbaron ai lui sensi, e parole, Pria scacciar de la Tracia il Duce, e i suoi Seguaci; onde grà l'huom si lagna, e duole, Ciò fatto, ver Soria riuolger poi L'hauer, le forze, & il saper si vole. A liberar Gierusalemme, e torre Giogo di seruitù, che l' alma abhorre. Tosto s'a dì da ogn'vn lodar l'acquisto De l'antico Bisantio, e poscia andare Ver l'eccelsa Cittade; oue gia Christo Per noi saluar sofferse pene amare. Solo Elpidio maturo, e saggio, e auisto Di lunga, sperienza, e a'opre rare, D'alto saper, tenne le luci fisse Ne'forti Heroi, sciolse la lingua, e disse. Hor per sedar risse, discordie, & ire, Che nascon doue vn sol non regge, e impera, Che s'vn brama, altri nega vn sol desire, E poco, ò nulla s'opra, e men si spera: Far scherni, vsar trà noi l'armi, e l'ardire Osa mente non giusta, alpestre, e fera, Vario voler, parer ritrosi, e vari Tutti à quel fin, che posto habbiam contrari. Giusto è, che quegli, à cui non è secondo, E'n virtude, e'n valor tutt' altri auanza, Prenda il carico regio, e'l graue pondo Di noi c'habbia di Rèforma, e possanza. Saggio, seuero, placido, e giocondo Dia pene, e premi, e in vn tema, e baldanza, A' cui gli altri vbidiscano, e dien segno. D'amor, di riuerenza al Duce degno. Tace, & ogni altro al suo parer s'appiglia, Che'l campo regga vn principe fedele, Possa, e della guerriera, ampia famiglia Gli odij scacciar, temprar sdegni, e querele: Ch'à superba ceruice por la briglia Sappia; e meschiar altrui l' essenzo, e'l mele. L'vn l'altro mira; ma lo più tien fiso L'anima, e gli occhi al Dandolo nel viso. Hor chi sarà, che degnamente prenda Di tale, e tanto essercito la cura, Celeste amor li comanda, & accenda Che i merti, e le virtu pesa, e misura. Par, che di tanti, e si diuersi renda Vna voce il voler ferma, e sicura; Onde in grido chiamar lieto, & amico Duce sourano il glorioso Enrico. Con sembianza, e con fronte alta, e sublime, Di maestade, e d'alterezza adorna, Quel grado accetta Enrico, e tra le prime Schiere de' suoi ciè à dir, cosi ritorna. Quando il Crastino Sol l'eccelse cime De' monti indora, e'l cieco mondo aggiorna; Schierato il prode essercito si mostri Armato, e in punto e pronto à gli occhi nostri.

Il fine del Primo Canto.

Mira in ordine Enrico le sue schiere; S'acconcia in frena ogni sdruscita Torre; Torna Alessio fuggito e le su' altere Pompe ripiglia e basso stato abhorre; Rinforza la Citta; per trouar fere Squadre a futura pugna il tutto scorre; Guida à Scutari poi sua gente fida; L'Italo il Greco a la battaglia sfida. A' Pena vscìa de la superna chiostra Il Sol di raggi incoronato, e cinto, Che sotto la sua insegna ogn'vn si mostra Quanto egli può pomposamente accinto: Ogni Duce, e guerrier scopre, e dimostra Di se, de gli altri il numero distinto; Enrico intanto da più eccelsa parte Mira i seguaci de l'horribil Marte. Musa, c'hai con Apollo aureo soggiorno, Conosci il tutto, e nulla à te s' asconde, A'noi sol giunge, e da noi s'ode intorno Fama, che vario il suon versa, e diffonde, Dì quai Duci, e guerrieri in si bel giorno Fer di se nobil vista, e dimmi donde Partiro, il lor valor, la forza, e l'armi, E'l cor m' infiamma, e fà viuaci i carmi. Rainiero è 'l primo, e tra i più forti Heroi Riguardeuole, e chiaro, e degno figlio Del gran Duce de' Duci, à i pregi suoi, A' sua virtude alcun non rassomiglio: Giouinetto real tre milla, e doi Cento guerrieri al militar periglio Guida, ne pon da Capitan più degno Esser condotti, o da più illustre ingegno. Segue poi Bonifatio, ilqual reggea Del Monferrato i luochi vaghi, e colti, Gran Cauallier, di guerra il Dio parea Sempre co' spirit à souran fin riuolti. Tra'l Pò, Tanaro e l' Alpi scelto hauea Sue genti armate, e di feroci volti; Di Saluzzo, di Ceua, e di Ponzano, Spogliando de' megliori il colle, e 'l piano. Poi Baldouin di Fiandra quella gente, C'habita Brugia, & Ipri, e Guant adduce, Cui bagna Lisia, e Schelda, eccelsamente Scoprene gli occhi suoi lo inuitta Duce. De l'vna, e l'altra Frisia Offrin Possente Sua schiera guida, che d'acciar riluce, Che tra'l Visergo, e Amasio accolse, il mondo Al suo saper non ha pari, o secondo. Scorge ristretti sotto i gigli d'oro Guido mille guerrieri in pugna esperti; Terribile in Battaglia è l ardir loro Nel primo ingrosso; al fin son pigri, e inerti: Grande il fa maesta, chiaro il decoro De la prosapia sua, de'propri merti, Si credea, che di lui l'arte, e la possa Scoter potesse il giogo à Olimpo, & ossa. Tolse tra la Garonna, e l'Oceano, E i gioghi Pirenei tre milla armati Da Bordeo, da Tolosa in monte, e in piano Il saggio Irenio, & in Baiona nati. Con Gilberto, il Guascon prode, e sourano, Memorabile, e chiaro in tra i Iodati, Vanno quelli di Scotia, e d'Inghilterra, Che'l mar fremendo intorno cinge, e serra. Reggea quei di Liguria Alciono, ilquale Va di vanto, e di pregio à gli altri innanti, Fecero gli anni in lui la forza frale; Ma non gli spirti o i regi suoi sembianti. Mostra Roberto, che 'n valor preuale, Li Suoi Terreni, ch'ei raccelse in quanti Luochi, che son tra'l Magra, il Tebro, e'l mare, Mastro d'aguati, in armi huom senza pare. Dietro è Tarso, e Parmen; costoro il Padre Generò à vn hora istessa, à vn punto istesso, Et ad vn parto la feconda Madre Fe lieto il Genitor del lor progresso: Tarso anco è dolce tra nemiche squadre, Far men tra i suoi superbo, e d'odio oppresso, Qual mentre placid' è par c'horror metta; Tarso anco d'ira acceso il senso alletta. Ambo in perigli auezzi, ambo nutriti Tra Cittadine gare, e rabbie, e morti, L'vn fu preso d'amor; l'altro ha fuggiti D'amor, e d'Himeneo gioie, e conforti: L'vno à retta ragion gli sdegni ha vniti; L'altro à furor congiunti acerbi, e torti, Duramente s'adira, e quando cessa L'ira, ancor ira puossi dir l'istessa. Perche dopò egli è tal, qual il mar resta, Poi, che'l vento hebbe in lui libero impero; Che tetra notte, horribile tempesta Minaccian l'onde al pallido Nocchiero; Benche Aquilon non soffi, non arresta Gli empiti suoi, mastà turbato, e fero: E ch'alcun non l'irriti, abbatte, e spezza Li caui legni, e affonda ogni ricchezza. Ma di Tarso gentil l'età fiorita Priua d'ogni viltà, colma d'amore, Di bontà, di giustitia, il ciglio addita, C'ha in se prudenza, e militar valore; Por per l'altrui salute la sua vita Al suo nobil pensier non da timore, Per ciò di bei vestigi ha 'l volto impresso, Che feci il ferro in varie pugne, e spesso. Costor lasciar l'vno d'honor rapito, L'altro da crudeltà Dibra, e Velona, Elesser ambo da l'ambraccio lito Fin à Durazzo squadra eletta, e buona, Dotta ne l'armi, tu Parmeno ardito; Tu Tarso haurete al fin Palma, e corona; Se al nascer voi fosti concordi insieme; Concordi anchor sarete à l'hore estreme. Aramon dietro è a lor, costui raccolse Tra'l lago di Costanza, il Lecco, e'l Reno, Da piagge, e colli i suoi guerrreri, e volse, Che fossero ne l'armi instrutti à pieno; Ei, qual Hercole inuitto, cinse, e auolse Di vn cuoio di Leon gli homeri, e'l seno, Par, che'l ceffo de grigni, i denti, e copre Con lui la fronte, non l'ardir, ne l'opre. Scorge il Venier quei, ch' assoldò, mentr' era Ne la Germania, gente ferma, e forte, Tarda al moto in battaglia, audace schiera, Cui non porge timor periglio, o morte. Tra la Vistula, e Mosa, e l'onda fera De l'Oceano, e l'Alpi ha scelta, hor scorte Son tai genti da lui, ch'alto, e gentile, Di valor, di poter passar ogni stile. Trà l'Eridano toruo, e'l Menzo doue L'aria è felice, e i campi, e i prati ameni, Mille n'adunò il Zen di chiare proue, D'ambition, di gloria auidi, e pieni. E di là, donde il Sil tacito moue Nitide l'onde tra fioriti seni, N' accoglie, e doue la Liuenza bagna, E la Mesola, e seco altri accompagna. Molti n'vnisce Melicerta, e guida Sotto l'insegna sua campioni in mostra, Son cinquecento, e ciascun d'essi sfida Marte, se credi, quanto ogn' vn dimostra Ario lo segue, assai di mente fida, Ne men chiaro in duello, in lotta, in giostra, Che sia nel campo tra le schiere armate, Di modi, e di virtù rare, e honorate. In ripa al Reno Ersilia Ario produsse E di mente, e d'aspetto à Dei simile, Costui scelse in Felsina, e seco addusse Seicento pur di stirpe, alta, e gentile: Seguia Gandolfo, il genitor lo instrusse Ne l'arti regie, e vscì chiaro, e virile, Auanzò il Padre, e quasi auanzò quanti Mai furo al mondo cauallieri erranti. Scorgon Pietro, & Alfeo squadre possenti, Quai già compagni trasser di là donde, Il crudo Anasso co' suoi piè correnti Per sassosso sentiero agita l'onde: E dal Patrio terreno, e da gli algenti Luochi di Clodia, e Matamauche sponde Hanno altri ancora, e da gli algosi liti D'Adria, e circonuicini anco infiniti. Ecco seguir di tutta Europa il fiore, Squadra d'Auenturieri, in cui risplende Con grandezze di Scettri, eccleso core, Che'l gran campo, anzi il mondo illustre rende, Per fortezza dicor, per le splendore Del sangue antico suo, da cui discende, Degna è d'eternitade, Elpidio regge Tanta virtude, e dalle essempio, e legge. Lungo vede, e preuede, ei seguir volse De la sua cara Patria il Duce amato Tra periglio, e soffrir, d'Adria si tolse Per lo campo arrichir, priuò il Senato: Di senno, e di prudenza in se raccolse Il maggior pregio: onde si mostra ornato, Per lo suo merto à tali è capitano. El consiglio opra in guerra, ingegno, e mano. Trà primi è Achille nou'età l'adorna, Costui la bella Almena espose al mondo Là, dove il Po le sue famose corna Muggiando in alza, e imbianca il mar col pondo, Desio d'honor feroce hora distorna Da i primi vezzi il gi ouine giocondo, Ne la fronte, chei cori, e l'alme alletta Promette assai; ma'l Duce più n'aspetta. Lasciò di Pindo le fiorite fronti, E d'Hippocrene le chiarissim' acque Il famoso Antonino, e tra i più pronti Guerrieri in armi Enrico seguir piacque; Ha cangiato à' suoi crin nobili, e conti Il Lauro in Elmo, in cui pur si compiacque, La penna in brando, e legger par si appaghe Gli sdegni suoi ne le nemiche piaghe. De li Natali suoi si vanta, e gode Librizzi di Sicilia illustre parte, Che d'ogni alta virtù riporta lode. Ricca d'ingegni, e di mirabil arte. Ne meno in armi è coraggioso, e prode, Che chiaro, e dotto in sue descritte carte. Questi in fido consiglio à ogn'vn prepose Febo, che al suo saper meta non pose. Doue lasc' io te de la Geldria honore, Diuo Odetto de' forti emulo chiaro? Oue te d'alta stripo almo Agenore De l'oro sì, non del tuo sangue auaro? E tu prole regal verace Hettore Oue resti ne l'armi, vnico, e raro? Ne lasciar voglio te Galesio degno Pompa di Senna, e del Francescho Regno. Ma certo vopo non è, che'l canto mio, E di rozo intelletto arida vena Rapisca voi dal tenebrose oblio, E riconduca al bel d'aria serena: Perche 'l vostro valor dal cieco Rio Di smenticanze al Ciel vi guida, e mena, Piacciaui almen donar co'nomi vostri Qualche lume di vita à i detti nostri. Vedi tra i più sublimi il bel Giacinto, Qual noua marauiglia, altrui mostrarsi Di pregiata virtù, quasi vn sol cinto Di raggi, e'l miri ogn'hor più viuo farsi; Ne al suo, da dotta man sculto e dipinto Volto di diuo Amor puote agguagliarsi, Di regia nobiltà risplende, hor viene D'Adria feconda à le Pelasge arene. Partiro altri per lui, di donde posa Il feroce Leon superbo, e siede; Di donde il toruo mar la sponda algosa De la Vergin Regina batte, e fiede: Tien sotto il lembo de' suoi pregi ascosa La manchanza d'Italia, altrui precede Di gloria, e d'oro, cedono à i suoi pregi Li più potenti Cauallieri, e Regi. E'vltima è Claudia altera, che discese Dal gran sangue latin, progenie augusta; Costei ne' suoi primi anni auid' apprese De' prischi Heroi l'alta virtù vetusta; E'n cheta pace, e'n militari offese Si mostrò ogn'hor magnanima, e venusta; Mostra, che l'vso, e non natura ha messo Timor ne l'vn, valor ne l'altro sesso. E quando d'otio alquanto mai concede Il souran Duce à le gradite squadre, Quà, là con gli altri essercitar si vede Ne l'opre di Bellona alte, e leggiadre, Dopò tai scherzi moue audace il piede A'le selue, à le grotte oscure, & adre, Cacciatrice guerriera à dar spauento A'boschi, & auanzar col corso il vento. Quiui la fera Donna il serpe horrendo Co l'estremo de'diti à morte spinge; Aspira à cose ecclese inclita ardendo Di noua gloria; onde gia'l Cielo attinge; D' Orso, e Leone à l'ire resistendo Con dura guerra il suol di sangue tinge; Ne stima quell'honor degno di pregio, Cu periglio non fregia, o fatto egregio. De i Cauallier gia l'honorate schiere Scorse eran tutte, & ecco innanzi viene Sotto altri Duci, e sotto altre bandiere La gente à pie, gran Campo occupa, e tiene, Luigi da Tirol le menti fere Auien, che sotto il suo dominio affrene, Di quà del Reno in Basilea raccolie, Di Nerua, e Tigurin le meglior tolte. Sceser da'monti Bulgari due figli Di Marbilan, nati in quei luochi alpestri; Con quel furor, ch'à insanguinar gli artigli Scendon da dure Rupi Orsi siluestri; Ale contese auezzi, vsi a' perigli, Al corso, à la palestra, agili, e destri, Guidan seco ducento animi atroci Spregiatori de' forti, e de' feroci. Di volto acerbo, e di voler più crudo Plautio sorgiunge, e i suoi seguaci scopre, Noto è tra gli altri per lo immenso scudo, Per l'Elmo, che qual Torre il crin li copre; Copre il gran petto la corazza, e nudo E'ne le braccia auezze à feruid' opre, Più forte, o formidabile il sol vide Ne'l fiero Cleomen, ne forse Alcide. Da contrade, e Castella molti tolse De' Cenomani popoli, e di donde L'Adige furioso il passo volse, E'l minor Meduaco agita l'onde, E ancor fin, doue Antenore raccolse Le sue sparse reliquie, e da le sponde Del maggior Meduaco; oue son molli I Campi, e liete piagge; e verdi i colli. Poiche schierati vide Enrico i chiari Nobili Duci, e gloriosi Heroi Con bel ordin distinti, e de' suoi cari Amici l'armi, e i feri aspetti suoi: Par che inuitto ne l'alma altrui prepari Palme, e trionfi, à gl'Indi, & à gli Eoi Fama illustre procuri, e gli occhi fisse Ne suoi fidi campioni, e cosi disse. Tosto, che habbiam riffatti, e ripoliti Gli ordigni militar quassati, e guasti, Dal dì, ch' Alessio noi guerrieri arditi Ponemmo in seggio tra liti, e contrasti: Passarem con prestezza à i Greci liti, A' rintuzzar de l' Empio orgogli, e fasti, Ch'al suo sfrenato ardir facile il morso Porrem, s'altra non ha speme, e soccorso, Da le Selue vicine hauer potranno Quanta cheggion materia i fabri accorti; Perche da gli inimici offesa, e danno Non habbin, schiera sua di guerrier forti A'lor difesa fin, che tratti hauranno Sotto le nostre tendi i legni, e scorti, Essequiscono tosto i fermi petti Del gran Duce do' Duci i saggidotti. Che'l buon Rainiero, Elpidio, e Baldouino, E Bonifatio à parca mensa accoglie, Gioue Enrico parea, quando à diuino Pranso co' Dini siede, e'l suo dir scioglie; Scioglia de la gran mente, e del Destino Fermi Decreti, & immutabil voglie; Mentre così dimora, il Regno Acheo Ferue dirisse, e d'odio acerbo, e reo. Alessio, che fuggito: onde restato Tra lo scettro, à chi di lui s'inuoglia, Com' vdì, che'l nepote hauea lasciato Il Patrio albergo, è la terrena spoglia; Fauorito da' suoi corona, e stato Ripigliò lieto, e ne la regia soglia Di nuouo il piè ripose, e pien di sdegno Biasmò se stesso, che gia cesse il Regno. Ne giusto à l'huom parea prauo, e possente, Cupido di regnar, proteruo, e fero, Vedere il seggio vuoto, e immantinente Non ripigliare il fren del sommo impero. Ceddè Mirtillo, che'l bramaua absente, A' l'antico Signor, qual pio Nocchiero, Ch'à terribil tempesta cede al mare, Al Cielo, à i venti irati, à l'onde amare. Era in Bisantio, anzi nel Regno ancora Guerra, sedition, discordie, e risse; Chi vendicar l'estinto, e far, che mora Quel crudo vuol, che'l giouine traffisse; Chi biasma d'esser retto, e meglio fora Far, che d'Angel la stripe in oblio gisse; Onde ne nascon da discordi detti Contentioni, incendi, odij, e dispetti. La fama intanto vola, e scorre intorno Li campi, e le Città del Regno Trace; Grida, e spauenta, e narra, che ritorno Su'l lito Greco ha fatto Enrico audace; Grande militia, e prode attende il giorno Per gir contra Bisantio, e ferro, e face Prepara, e inalza ogn'hor più il grido e porge Tema, e terror, quanto più s'alza, e sorge. Picciola Fanciulletta in fascie accolta E'la fama in principio, ecco poi cresce, E di spirto, e di membra; ardita, e sciolta Di punto, in punto forza à forza accresce: Con mille orecchie il vero, e'l falso ascolta; Con mille lingue il vero al falso mesce, S'auanza sì, che sormontando serra Tra nubi il crin, col piè preme la terra. Dicesi, che sdegnata la gran Dea, Che i ferroci Leoni al Carro affrena, Contra Celesti d'ira atroce, e rea Produsse questa figlia d'horror piena: In questo modo vendicar credea D' Encelado, e di Ceo la mortal pena; Mostro horribile, e grande, da cui s' ode Grido hor di falso biasmo, hor falsa lode. Gia di sue voci il suon basso, e dimesso Per la Tracia scorreua, e tra le genti; E con vn mormorìo sonoro, e spesso Fea noto il suon de' suoi dubbiosi accenti. Lo' mperator, che teme essere oppresso Da' nemici, e da' suoi; tien fissi, e attenti, Gli spirti, e l'alma à picciol suono, e breue; Morde memoria il petto ingiusto, e leue. Teme congiure, e insidie, come quelli Che'l proprio ben con l'altrui mal procura, A' gli amici non crede, empi, e ribelli Stima i sudditi suoi, ne s'assicura; Affligge gli innocenti, e s'ange, e nelli Secreti suoi se in crudeltà più indura; Ragion non ode, ne stim' atto indegno Con l'altrui morte stabilire il Regno. Ardon per suo voler ne' campi aprici Le bionde biade, e la minuta herbetta, Li Palagi, i giardini, e i luochi amici Guasta, frange, dissipa, e à terra getta; I laghi, i fiumi, e i fonti d'infelici Liquori, e di venen sparge, & infetta: Accioche nel tornar l'Italo irato Stanza non troui, o posa, o cibo grato. Mira con occhio incerto alti perigli, E lor prouede, e quinci, e quindi gira Il gran pensier feroce, hor quai consigli Non sà, che prenda, à cose ecclese aspira; Poco men, che sprouisto i feri artigli Del nemico hà vicin, paue, e sospira, Ne sà dubbioso, oue'l cor volga, o pieghi; Ne come i suoi con amicitia leghi. De' popoli accheto risse, e contrasti, Ch'erano al mal riuolti, al Duce infesti L'odio, o Trace, ch'à gl'Itali portasti Rabbie ripresse, e i moti acri, e molesti: Lo sdegno, e'l vilipendio, che mostrasti Del Pastor Santo à segni manifesti; La fè contaminata, e l'alterezza; E la superbia tua, che'l Ciel disprezza. Queste fur le cagion, che dolci paci, Care concordie, e placidi fauori Seguir tra primi: il Re l'accese faci Estinse di querele, e di furori: Anzi si feron più caldi, e mordaci Dentro à seni, e nei cor fiamme, & ardori Contra Veneti, e Franchi; ardesti, o Greco, D'inuidia, e d'odio infellonito, e cieco. E quando il Sol rinuigorisce, e auuiua Il mondo nostro, e la superna Reggia; E quando in bell'azur di luce viua Notte le Stelle accende, e'l Ciel vagheggia, A'consiglio sedeua, e cauto apriua Scaltro, e accorto pensier, ch'al mal proueggia. Ne men di lui, Venusio, Aldo, e Dioro Al Re mostrano à gara il saper loro. Del lungo consigliar la forza chiede L'essequir presto. però manda in fretta Ne l' Egitto Venusio, e doue siede Giouanissa, il buon Aldo a gir s'affretta; Al Soldano Dioro, Irmeno il piede Volge al Germano, da cui gratia aspetta. Tai quattro Messaggieri à chieder vanno Genti, & aita in pro del fier Tirranno. Tosto il Tessalo apprest' archi, aste, e spade, E i cor più neghittosi à guerra accende; E da remote, e prossime contrade Per premio, forza, e preghi hauer n'intende; Non amor, non giustitia, non pietade Di fortuna, o d'età vede, o comprende, Coi danni, e stratij altrui d'hauer consente Città spogliando, e tempi, & oro, e gente. Quinci, e quindi suonar s'odon gli incudi; Rimbombar gli Antri al suon d'armi nouelle; Sudano, quinci, e quindi i Fabri ignudi. O rida il giorno, o splendan l'auree Stelle: Bruniscon gli Elmi, e fan ne' forti scudi Noui pensieri, e imprese illustri, e belle; E bei manti purpurei à quelli, e à questi Si fan con fregi di viu' oro intesti. Ne attender vuol, che l'inimico stuolo A'le mura s'appressi, e guerra porti, Pien di terror, porga spauento, e duolo A' popoli rinchiusi, e danni, e torti: Quando vniti habbia i suoi, vuol gire à volo Per portar ad Enrico ingiurie, e morti, E da lontana, e da vicina terra Chiama i soggetti à la futura guerra. Lasciò Tessaglia, e i suoi monti aspri Eumeno Chiaro più per malie, che per valore, Al suo incantato dir trema il terreno Toglie al Cielo, & al Sol moto, e splendore, Più d'vna volta giù dal bel sereno Trasse la Luna, e porse altrui stupore; Sceser per lui, seguir d'Olimpo, e d'Ossa Genti dure, siluestri, e di gran possa. Vengon Color, ch'vscir gia di Patrasso, E ch'Olimpia lasciaro, Elide, e Pisa; Quei, che beuon d' Alfeo, mouono il passo, Ch'à dar soccorso al Duce ogn'vn s'auisa, Capo à costoro, e'l forte Radagasso, Di Modone, e corone in simil guisa Regge lo stuolo, d'arco, e di faretra Vale assai bene, e in pugna non s'arretra. Lasciò Megara d'habitanti vota Quasi Tealdo, ed Attica, ed Atene, Pe' sapienti suoi celebre, e nota, E i monti eccelsi, e le Marine arene. Da Maratona guida schiera ignota, Da Capo Sidro il fier Dorillo viene Vengon d'vn dardo armati, hanno i destrieri Asciutti, e soura i piè destri, e leggieri. Da Silurea, da Eraclia, e da Rodosto Scorge squadre Ilion forti, e sicure, Di corpo agile, e lieue, e ben disposto A' le fatiche, anzi incallite, e dure; Lancian astette quei d' Alcarnia, e tosto Portan fuggendo sempre aspre venture, Gente importuna, che trauaglia, e fere Rotta, e spedita le contrarie schiere. D' spoglia d'habitanti vn Licaone Dal sacro Eurota l'ampie piagge amene; Napoli trahe con placido sermone; E da Mediterranei Argo, e Micene; Han Scimittare al fianco elette, e buone; Di graui Mazze il peso ogn'vn sostiene Hor paiono assalire, hor si ritranno In pugna, e dan con l'armi estremo danno. Nè restò Ismeno, ilqual gia in Grotta alpestre Lo nudrì da bambino Orsa feroce: Quiui cresciuto fraghe, e mel si uestre Li dier dolce alimento, e ghiande, e noce, Fu di Re figlio: ma l'empie, e mal destre Voglie del Genitor crudo, & atroce Fero il figlio portar tra strane Selue, Ch'à diuorar l'hauessero le Belue, Perche gia inteso hauea, che'l nato figilo Morte darebbe al Padre, il fine al Regno. Però con stratio, e con mortale essiglio Punisce, anzi, ch' errasse, il nobil pegno: Per torsi il Re da quel fatal periglio, Sfogò contra il fanciul cordoglio, e sdegno; Ma serbato dal fato mille hor mena Di Constantino à la feconda arena. Sotto la scorta d' Asterdan gagliardo Turba crudele, e indomita s'accoglie, Da lungi vsan la fromba, l'arco, e'l dardo; Dan vicin co l'Accette piaghe, e doglie; Eratti van, qual Capriolo, o Pardo Per balze, e monti, quando il corso scioglie, E braccia, e gambe han nude, arditi, e forti. A' fatiche, à perigli inuitti, e scorti. Lascian Beotia d' alti monti cinta, Da cui sorgon paludi, e laghi, e siumi, Tien la faccia del Ciel d'oscuro tinta Mandando dal suo seno humidi fumi, D'ingegno duro, e mente risospinta Son gli habitanti, han roze arti, e costumi; E pur gia vn tempo Epaminenda nacque. E Pelopida illustri in tra quest' acque. Color, che'l Rossio bogna, corron doue Lo Imperator gli attende, e'n fretta aduna Da Corinto, e Magnesia à l' alte proue; E quando aggiorna, e quando il mondo imbruna. Lasciò d'Ebro, e di Neso l'acque, e moue Con molti Eurito à la regal fortuna, Di lieui armi guerniti; ma di core Audace, e pronto in acquistarsi honore. Scende da vaghi, e delicati Colli, Ch'ornan del Bosfor tracio ambidue i liti, Da Valli, e Monti suoi placidi, e molli, Stuolo superbo, auezzo à danze, à liti: Spendon più l'hore in farsi culti i folli, Ch'esser ne l'armi prouidi, e spediti, Son dieci milla, e loro ha in cura Armano, Argalto, Gardo, e'l suo compagno Albano. Dispoglia il Colle, e la Città, ch'eresse Del Macedone inuitto il Padre Augusto, Araspe, ei suoi Villaggi, e rende oppresse Le terre, e'l popol vuol fermo, e robusto. Ne manca false far preci, e promesse Per ben seruir lo Imperatore ingiusto; Guida sei milla questi, e mostra altrui Per gli occhi quel feruor, che bolle in lui. Quasi da vn gran Villaggio, e non da vera Cittade d'Andrinopoli, escon poi, E da' suoi Borghi sotto la Bandiera Di Russimeno, e da confini suoi. Da mille parti vien gent' aspra, e fera Al greco, e da l'occaso, e da gli Eoi, Di tanti al moto trema il Tracio seno, Bosforo, & Helle, e d'armi il tutio è pieno. Come per molte vie nel vasto grembo Scendon de l'Ocean le frigid' onde, O come ad arricchir del prato il lembo Corrono i fiori e ad abbellir le sponde; Come vengono al pian di vn largo nembo Stille di pioggia ad inaffiar le fronde, Così venia da mille parti à lui L'Hoste gia in punto à i desideri sui. In tempo breue, in pochi giorni ha vnito Proue essercito, e grande il falso Trace; Gia premon di Bisantio il vago lito; Gia la guerra si pregia; odia la pace. Ogni Pelasgo d'armi, è già guernito Formidabil ne gli atti, in volto audace: Par che spauenti il Ciel, par che minacci Il lontano nemico, e i cori agghiacci. Mira il gran campo Alessio, e piacer n'hebbe, Di costor disse tacito, e secreto. Al numero, al valore in ver si debbe Nobil vittoria, e fin placido, e cheto. Se fortuna non manca, o'l Ciel, deurebbe Farsi il Regno, e'l mio cor contento, e lieto: Spero pur contra Enrico, e l'empio seme Vedere vnito il Mondo, e'l Cielo insieme. Poi secondo il valor parte; e concede Promesse, premi, titoli, e fauori; Oue la inopia vede, oro, e mercede; Oue pregio, e gran cor, glorie, & honori. Fa vn Duce, vn Cauallier, ch'alti ui precede Marchesi, Conti, Principi, e Signori: Secendo la virtù dispensa, e dona L'astuto greco, e offeso anco perdona. Ma più d'ogn'altro al Cielo alza, e sublima Mirtillo, e d'alti fregi illustre rende, In cui del Regno suo l'altezza prima Dopò del Re più che in altrui risplende: Da la feccia del volgo infima, ed ima Costui gli oscuri suoi principij prende, Importuno, e superbo, auido brama De lo' mpero goder grandezze, e fama. Ma temenza raffrena alto desio; E'l non poter nasconde intensa voglia, Micidiale, e crudel, che'l giouin pio Vccise, tal de'scettri amor lo'nuoglia: Pur tra si duri affetti Amor s'vnio, Che de la dolce libertà lo spoglia, Eudocia ama, ch' Alessio ha quasi in figlia, Bella, vezzosa, e vaga à marauiglia. Mirò con istupor del nobil viso I chiari Soli, e le bellezze rare: Ond'arsa porta l'alma, e'l cor diuiso Gia da l'armi d'amor gradite, e amore, Però più parco in lui si vede il riso; Proua pene nel petto aspre; ma care, E incominciò ad hauer possa, & impero Ne maneggi de l'armi Amor guerriero. E incominciò tra lancie, dardi, e spade, Trà i furori di Marte, e sangue, e morte A' correr l'asta, e per ignote strade Vittoria à riportar con la man forte; E spesso anchor da scettiche contrade Riportò honor di non sprezzabil sorte, Anchora Amor mosse le squadre, e in guerra Stupir fe'l Cielo, e fè tremar la terra. Benche per lei languisca, non è forse Greco, ch'al suo valor voglia agguagliarsi, Coraggioso, & audace timor porse A' molti; onde tentò di lode ornarsi; Si offerse à casi rei, corse, e trascorse L'vltim Clama, per più caro farsi, A la su' amata luce, & anchor essa Por di lui nel cor la gratia impressa. Da sette colli di Bisantio ha mille Guerrieri seco, & altri, che raccolse Da i Borghi suoi, da le propinque Ville, E de'più valarosi il fior ne colse. Lo 'mperator, che par, ch'arda, e sfauille, Bramoso di pugnar, seco si dolse, Che non può, qual vorria, senza interuallo Sfidar Enrico, & assaltare il Vallo. Dispon, che'l di seguente, mentre sorga Il Sol dal Gange immenso, le sue schiere Drizzar vorso Grisopoli, acciò scorga Lo inimico, quant'ha forze, e bandiere; Non sueste il ferro, ancor che notte porga L'ombra importuna, Fante, o Caualliere; Ma d'armi auolto aspetta, che l'Aurora, Opportuna al partir demostri l'hora. De la Cittade i più gagliardi, e forti Arman d'odio, e venen, di rabbia i petti Contra gl' Itali, e i Franchi; e mille morti Soffririen per far lor danni, e dispetti. Piangon le spose i fidi lor consorti; Piangon le Amanti i cari lor Diletti; E piange il Padre il figlio, il figlio il Padre, Che partir dee con le guerriere squadre. Ma non si testo di purpureo rose Sparse il suo vel di neue Alba ridente, E le faci notturne, e rugiadose Ha nel fonte di luce estinte, e spente, Che le genti mendaci, e coroggiose, C'han di sangue, e di strage il seno ardente, Gridan l'hora è presente à che si bada? Ch'al nostro andar non ritrouiam la strada? Qui sussurar s'vdian gli eletti stuoli, C'hauean di cruda guerra aspro desio, Qual s'ode il mar, cui par, che baci inuoti A l'onde sue fiato benigno, e pio, Qual poi cresca, e s'auanzi, e ratto i voli Dispieghi, e turbi il fonte, il fiume, e'l Rio: Con tal chiedeano in bellicosi accenti Tosto il partir le temerarie genti. Par che'l Duce non men s'allegri, e goda De l'essercito suo pronto, e fornito. Che vecchio Padre, e buon, che impensat'oda La voce del figliuol, c'hauea smarrito, Lor virtude, e'l valor inalza, e loda; E quel desio seconda, e'l loro inuito Con dolci modi, con prudenza & arte Ordina, e indrizza il gran campo di Marte. Poi con moto superbo n'esce fuori De la Città co la sua gente vnita; Ha'l Duca seco, ch'a sublimi honori Di regal pompa brama far salita, Et Enea Paleologo, che i cori Con dolci detti à le sue voglie incita, Lo segue il biondo Olindo, e'l fier Niceno, Arasse, e Arnaldo, e'l prouido Vlieno. Con passi eguali, e spessi giungon oue D' Agenore la figlia il bianco Toro D' Asia in Grecia condusse, e'l luoco, doue Passò contento, si nomò Bosforo. Gettano i Ponti, quel gran campo moue Prendendo da' bei siti ampio ristoro, D' Europa in Asia, ne discosto molto Dal saggio Enrico s'ha gran luoco tolto. Ma ben vn miglio, o più da lui lontano S'accampa Alessio, si trincera, e pone Guardie, e difese, intanto in l'Oceano La bionda testa il sol lasso ripone, E de l'arriuo suo tacito, e piano Giunge del Franco al martiale Agone, Verace annuntio, ei n'ha piacere, e vuole Messo inuiarli auanti il nouo sole. Chiama vn Araldo, & à lui dice tosto Và, troua, e dì in mio nome al Re nemico, Che fra tre dì senz'altro indugio posto, S'armi à guerreggiar meco in campo aprico; Se non ne le trincere, oue è nascosto Verrà à trouarlo il Venetiano Enrico. Tace, ciò detto, ei moue rato il piede, E va doue il gran Re d'Traci siede. Chiede d'essere vdito; onde al cospetto Del Greco andò, cui sua disfida espose. Mostrò lieto d'vdirlo, e'n simil detto Con volto acerbo al Messaggier rispose. Dilli, ch'io sarò pronto, e ch'io l'aspetto Nel campo il giorno istesso, ch'ei propose, Che spero in Dio ben dimestrare à lui, Ch'è ingiusto, e turba à torto i Regni altrui. Parte l' Araldo, al sue Signor ne riede, E narra del Tiranno, e detti, e voglie, L'ode il Dandolo accorto, e ben s'auede, Che de le squadre sue timor no'l coglie. E per trattare, e consigliarsi siede Tra le sue tende, e i Principi raccoglie; De la futura pugna à lungo in sieme Ragionan, ne di posa il cor li preme. Anzi, che i Duci, e i più sublimi Heroi Chiedessero al partir congedo humile, Ad essi il Capitan sarete voi, Disse, parati à la battaglia hostile; E'n pronto i guerrie, vostri, e seco i suoi Destrieri, & armi, qual di guerra è stile; Perche conosca il fier nemico vestro Segno à mezo il suo cor del valor nostro. Il giorno, ch'antecesse al gran conflitto Con Trombe fer gli Araldi i Duci accorti, Che'l seguente mattino, e'l dì prescritto, Ch'vscir douean contr' i nemici forti. Però prepari l'alma, e'l petto inuitto, Ogn' vn, seco virtude in guerra porti; S'adoprar essi, fin, che notte ombrosa Spiegò i suoi veli, e recò pace, e posa.

Il fine del Secondo Canto.

Allessio, e'l Capitan Veneto i suoi Essorta in modi ardiui a la battaglia; Claudia con gli altri valorosi Heroi Il campo Greco fulmina, e trauaglia: Ne meno il trace fia, che strugga, e annoi E'n molti, e vari modi i nostri assaglia La notte al fin pacifica diparte Le rabbie, e l'ire del terribil Marte. A'Pena vscìa de l'aghiacciato grembo Del suo pigro Amator la bella Aurora; Ne di Rubini il ricamato lembo Fer le piagge del Cul stendeua anchora: Sol spargeua di fior candido nembo Da bei Giardin: suoi vezzosa flora. Quando gli occhi, & il cor bellica Tromba Risueglia, e desta, l'aria, e'l pian rimbomba. À l'armi, à l'armi, vn grido horrendo, e fiero Suona iterato, e quinci, e quindi s'ode, A' l'armi, à l'armi; onde ogni spirto altero A' quel feroce suon s'allegra, e gode, Tosto il ferro si veste ogni guerriero, Di sangue ha sete, & auido è di lode; Suona ogni Tromba audacemente, e inuita A' la pugna, à la gloria ogni alma ardita. Non è si caro à lasciuetto petto Scherzar tra Ninfe al suon d'aurata Cetra, Quanto à mente superba alto diletto E d'arco il suon, di Fromba, e di Faretra. Cresce à simile inuito ardente affetto; Ne per fuggir periglio alcun s'arretra; Anzi precipitoso à la battaglia S'accinge, e'l brando piglia, e piastra, e maglia. Già d'armi è inuolto Enrico, e tosto preme Del suo Corsier feroce il bianco dorso, C'ha nero il labbro, e l' altre parti estreme, Grande, folto di crine, agile al corso: Gagliardo, forte, il guerreggiar non teme Con calzi, & voti, e col terribil morso. Sopra cotal destriero assiso il Duce Fuori del Vallo i suoi guida, e conduce. E con arte, e saper ordina, e moue Le schiere amiche, placido in sembianza, E seconda, & indrizza à l'alte proue Con prudente consiglio; ond altri auanza. Mentre dispone lor, discende, e proue Da gli occhi, e dal suo ardir speme, e baldanza, Che i suoi rincora, e al guerreggiar alletta, E fa sì, che'l periglio altrui diletta. Fà l'ordinanza in fronte ampia & aperta, Stretta nel mezzo, al fin s'allarga, e stende, D'ambo i lati ha i Caualli, e'l mezo esperta Schiera pedestre, e'n guerra instrutta prende. Nel manco Corno il Zeno, e Melicerta Pone, e'l Venier, che per virtù risplende: Non lungi ha'l luoco suo Tarso, e Parmeno, E'l buon Traian, che già regnò su'l Reno. E tra Principi, e Duci per se tolse Il destro corno, e quiui il fior ripose De' più scelti guerrier, trà quali accolse Claudia; & Arrigo, e Baldouin vi pose. Poi li straordinari in vn raccolse, E dietro a la destra ala loro ascose; Perche tal squadra, oue il bisogno fosse Spenda in giouare altrui l'armi, e le posse. E pien d' alto saper tra schiera, e schiera Pone ne'statij Arcieri, e Frombatori, E con modo perfetta, e ragion vera Di guerra auien, che regga, & aualori: Ne manca in parte alcuna; accioche intiera Sia la virtù, che impera anco à megliori, Cosi à la zuffa il prode Capitano Ordina il campo, e s'offre alto, e sourano. E sopra Arabio il suo destrier gagliardo Corre tra Cauallieri, e tra pedoni. Ne forse d'arco l' auentato dardo Si ratto porta l'aspre sue ragioni: Ne forse è si veloce, agile il Pardo, Com'era allhor col stimolo de' sproni, D'armi, e digenti; oue il bisogno vede Con saggio auiso, & ordina, e prouede. E con le sue parole; ond'egli suole Rinutgorir li più smarriti cori, Vn riprende, altri loda, ad altri vole Donar, pe'l bene oprar spoglie, & honori. Toruo lo miri allhor, ch'alcun si duole; Perche tema di morte i ciechi horrori, Credi (dicea) con lo pallor del volto Metter terror nel Greco infido, e stolto? Non è d'huom di valor, di virtù pieno Lasciar, che'l cor timor di morte pigli: Quando à fronte ha'l nemico, anzi sereno Mostri, e intrepido il volto tra i perigli: De l'vso vostro non scoprite meno Chiare prodezze, ò generosi figli, La voce, e'l volto vostro mi fan fede, C'haurem vittoria, e in vn trionfi, e prede. Solo la fama di cotanto, e tale Essercito d'honor porge spauento: Non che l' aspetto horribile, già frale Sembra il ferro contrario, e l'ardimento: Ogni vn di voi di possa, e d'ardir vale, Che staria di nemici incontro à cento, Deboli, & inesperti in guerra adduce Sforzati, e mesti il lor mal cauto Duce. Veggio in vesti lugubri, e sciolte il crine, Di pianto molli i volti, egri i sembianti Le Donne de la Tracia meste, e chine Pianger figli, mariti, altre gli amanti: Parmi anchor di veder le sue ruine Sepolcro de' lor fasti, e de' lor vanti: Morto, ò prigione hor fia del valor vostro Questo di crudeltade horribil mostro. Tacque, e nel suo tacer, mossero vn grido L'ardite squadre, e'l suo parlar gradiro, E con detti, e col volto amico, e fido, Mostran, c'han di battaglia alto desiro. A' quelle voci audaci d'Helle il lido, E i monti, e i mari risonar s'vdiro, E quasi dar con chiaro suono intorno Inditio certo di felice giorno. Come gli Achiui videro le fere Squadre de'nostri in ordine disporse. Vscir de'chiusi valli, e con sapere. Alessio il Duce lor distinse, e scorse; E'n fila lor dispose, e con maniere Grandi, e reali altrui vigor ne porse. Nel mezzo poi de l'ordinanza accolse I Fanti, e'l manco corno il Duca tolse. Per se ritiene il destro, il Rè Aradino Dorillo, e Fidocaio appo se tiene, Eumeno il Duce mago, & indouino, C'hà ne' magici errori ogni sua speme: Ne preuedea, che'l crudo suo destino Dal Ciel li minacciasse oltraggi, e pene. Poi mira il capitan con fronte altera La gente sua, che vincitrice spera. Ed'ardir generoso acceso il volto, Con gli occhi pieni di vn viuace ardore. Magnanimo valor dimostra accolto Del sembiante non men, c'habbia nel core. E da loco eleuato; oue raccolto Era de la militia il primo honore, Verso il suo campo simili parole Mosse accorto, e guerrier pur come suole. Ecco il dì desiato, ecco il nemico Di forza nò, a'audacia altrui preuale; Furor lo spinge; accioche'l fallo antico Laui col sangue, giunto al dì fatale: Meco le cupe Valli, e'l monte aprico, Gli ardori estìui, e'l ghiaccio al dì brumale Già superaste; e l'ira di Cariddi E'n guerra per voi venni, vinsi, e viddi. Voi siete quelli, quelle forze, e quello Vigor è in voi, che fù, quando abbatteste Del furor Siciliano il popol fello, Pien d'insidie, e d'inganni, à morte deste; Ed io son pur quel Duce, che già nello Campo d' Anfilia vincitor faceste; Se voi siete gl'istessi, & io, non lice Sperar se non successo alto, e felice. Benche sien molti, voi timor non prenda, O scemi empito, e ardir nel petto vostro, S'essercito par grande, e che risplenda Riguardeuole in vista d'oro, e d'ostro. Pigro, e codardo e in proua anchor, che estenda Tant'alterezza contra il poter nostro; Genti incaute di guerra, inermi, e vili, Da paludi già tratte, e da fenili. O' Fratelli, ò compagni, il Cielo, e i Dei, L'ardito aspetto, e l'animo guerriero, C'imprometton vittoria, e hauer la dei Mio essercito famoso; e hauerla io spero, Pensate quale fama, e quai trofei Al nome accrescerete, e al nostro impero, Fate veder, come si vinca, e come S'ornin di gloria, d'or inuitte chiome. Così sue genti à la battaglia inuita Alessio, acro, e feroce il volto, e'l seno, Con mente certa di lasciar la vita Pria, che partir d'alt'ignominia pieno. Dato il sogno di guerra, vscì spedita Schiera di Fanti; e i Frombatori vscièno. Di quà, di là la pugna aspra s'estende, Qual foco rio, che secche legna accende. Già ne le corna arde la zuffa, hor senti Spezzar si l'aste, e risuonar gli scudi, Suon del ferro percosso, e de' cadenti Gli gridi, e'l minacciar d'huomini crudi: Scintillar gli elmi, e le corazze ardenti Ne miri, e vibrar fiamme i brandi ignudi; Vuotansi fionde, e volan dardi, e tosto S'alza la polue, e'l tutto hà in se nascosto. Sparì, cessò la polue allhor, che molti Col lor sangue inacquar, bagnar la terra; Onde mirar non già da timor sciolti Crudo principio di terribil guerra: Nicen, che vede i suoi già in fugga volti, D'ira infiammato contra lor si sferra, E por si sforza; ou'è viltà e timore Coraggiosa virtù, forza, e valore. Entra Claudia in battaglia, e tal si moue, Qual trà le nubi impetuoso il vento, Che freme, tuona, fulmina, & in noue Forme porge ad altrui tema, e spauento. Mentre vien, trema il piano, à l'alte proue Parche stia l'acre, e'l Ciel fiso, & attento, Gli occhi per la visiera mandan fuori Di feroce beltà lampi, e fulgori. Apre le vnite squadre, à terra getta Due Cauallier, ch'à vn colpo estinti rende. Non si horribil il Pò, ne con tal fretta Li forti argini rompe, e i campi offende: Quando gli alberi suelle, e la concetta Ira disfoga e si dilata, e stende, E le case, e la greggia audace porta L'irato Rè ne la crud'onda morta. Mauro incontro le vien di sangue asperso, Ch'vcciso haueua il Sicilian Rosmondo. Tosto ella il crudo brando ha in lui conuerso, Ne tu (disse) di vita andrai giocondo. Due volte, e tre nel sen li ha 'l ferro immerso, Freddo cadè del corpo il graue pondo. Lieto il destrier, che libero si sente, Quà, là s'aggira trà l'armata gente. Ad vn passa la gola, ad vn recide Il collo affatto, à vn altro fere il seno. Dal cor d' Assetio l'anima diuide, E fa in vn tempo Arbante venir meno. Mentre il greco Filen Cleante vccide, Cala vn fendente d'alta forza pieno, Di peso tal, ch'à lui partì l'elmetto, Come fral vetro, il collo, il volto, e'l petto. Tealdo il brando inalza, e'ncauto crede Fendere il capo ad essa, e'l fianco mostra, Di punta sotto il braccio ella lo fiede, E'l sangue fuor ne spiccia, e l'armi inostra, Pari al voler il colpo non succede Al misero, e'l di lei valor dimostra, Che ferito nel lato, ogni potere Mancando, à terra si lasciò cadere. Tal rosa da l'etade, o da la rabbia D'improuiso Aquilon pianta s'atterra: Benche pria mille volte soffert habbia Da più d'vn vento impetuosa guerra: Pesta l'herbetta, al Ciel salta la sabbia; Trepida al suo cader trema la terra: Cosi caggendo l'huom già in guerra chiaro, Gli Antri, e i spechi d'intorno alto tremaro. Ne men Tarso, e Parmen suena, e distrugge Il Tracio Campo, e doma il poter loro, Già da suoi volti minaccianti fugge Il più famoso Artemio, e Bianoro. Filemon ciò veggendo stride, e rugge, Qual vento chiuso, o qual percosso Toro, E contra lor s'auenta, e far vendetta Crede de' suoi con gente in vero eletta. E coi suoi da Magnesia, e da Corinto Gli Albanesi guerrier circonda, e stringe, Tenta, che questi, e quei rimanga estinto, A' gara ne lor fianchi il ferro spinge; Ma di vero valore adorno, e cinto L'vno, e l'altro campione il pian dipinge De l'inimito sangue, e arditi fanno Strage portando à Traci immenso affanno. Così si mostran due Leoni accesi D'ira, e di rabbia infelloniti, e crudi, Da cui sièn Cani, e'l Cacciator sì offesi, Quai; benche armati, sembran d'armi ignudi. Dan piaghe, e morti, straccian forti arnesi. E vane fan d'altrui l'arti, e gli studi, Cede lo stuolo al gran poter di quelli Inuitti in guerreggiar, prodi fratelli. Liquali hora di taglio, hora di punta Troncan le membra, e satian caldi affetti Da lor la gente fugge, o vien consunta. Ch'à pena mira lor feroci aspetti. Vedi di quà, di là gente defunta, D' horror, e d'empietà miseri effetti. Con fiero ardor, da l'vna, e l'altra parte Tronca, & vccide il furioso Marte. S'odon de gli vccisor le voci altere, E di chi spira i gemiti, i lamenti, Gridi, annìtrir Caualli, altri cadere Si vedea viuo tra l'estinte genti: Priuo altri de la testa rimanere In sella assiso, al fin cader tra spenti: In queste, e in altre forme aspre, e diuerse Pallida morte à gli occhi altrui s'offerse. Dal Cauallo altri cade, e lascia vn piede In staffa, e muor con flebile concento; Altri innanti si caccia, e per se crede Vincer; ma troppo è poi nel fuggir lento. Vario, ne' varij volti ha ferma sede Indicio di timor, e d' ardimento. Tal hà terror nel core, ardir nel volto, Tien l' atto simulato il ver raccolto. Ma Enrico, il sommo Duce il destrier gira Trà suoi soldati, oue il bisogno vede, Hor nel manco si mira, hor si rimira Nel destro corno, e in anima, e prouede. Il faticar non fugge, e non ammira, Chi senza perigliar gloria possiede, Il più debol rinforza, e doue manca, Gente, Armi, ò virtù porge, e rinfranca. Di Capitano, e di guerrier feroce Il poter, e'l saper suela, e discopre, Nel bellicoso aspetto, e con la voce Di magnanimo cor gran segni scopre, Nè meno è in essortar pronto, e veloce, Che sia nel guerreggiar, che sia ne l'opre, Ogni ferro inimico è in lui conuerso Nè teme, ò fugge colpo o volto auerso. Questi, e quei pon la vita, e indarno tenta Hauer di lui le gloriose spoglie, Questi la spada, quelli vn dardo auenta, Questi, e quei dal suo ardir mort' aspra accoglie. Arabio, il suo destrier pugna, e spauenta Con vrti, e calzi, e se al periglio toglie, Tra Greci infuriati, ei già col morso Vccide Algier, ch'à lui vicino è scorso. Con voce allhor sonora in modo altero Guatando i suoi disse il feroce Argalto, Sbranate, & vccidete il Lupo fiero, Ch'atterra voi con sì crudele assalto. Rendete vano il suo letal pensiero Troncando il capo suo superbo, & alto, Ch'vcciso lui, risorgerà la pace, Che pur per sua cagion cotanto giace. Ch'io vegga in voi, fate, ò compagni eletti, La virtude, e'l valor, c'ho visto altroue Fieda ogni ferro lui, sol si saetti, E à gara mostri in lui mirabil proue. Il volto aggiunto à gli animosi detti, Ogni spirto rauiua, ogni alma moue, Non pur la schiera sua; ma l'altre anchora, Cercan di far, che'l gran Campion ne mora. A' quell'inuito, à quel sembiante pieno D'orgoglio Greco, e di superbia, e d'ira. Corse Eurito, e Michel, vi corse Eumeno, Ch'ansio ad hauer tal gloria ogn'vno aspira, V'accorre il fier Mirtillo, e in vn baleno, Fi ocaio, e Fileno, Enrico mira, Tanto furor, ne si ritira, ò teme, O' del Veneto honor sourana Speme. Allhor ben mille lancie, e mille spade Folgorar per dar morte al Duce degno, Ma'l furor lor confonde, e fà, che bade Il desio di ferir quel nobil segno. Così stillando à goccia, à goccia cade L'humor, di cui gran vaso il ventre ha pregno, Se riuolto à lo 'n giù nel picciol loco Mormora, e geme in suon confuso, e roco. Cosìla fretta insana, e'l desio ardente Di por trà morti il Cauallier soprano, Fe'l cor sospeso, attonita la mente, Gli ordin confuse, e ritardò la mano. Vn vieta l'altro, e questi vn, che furente Corre con l'asta per gittarlo al piano, Ogn'vn cerca esser quello, ilqual col brando Faccia nel sommo Heroe colpo mirando. Ben è da più di mille spade insieme Percosso, e ripercoso, e non s'arretra, Stà, come, quando il mar mormora, e freme, Esposta à suoi furori alpina pietra: Ruota la spada intorno, e nulla teme; Benche 'n lui sol si vuoti ogni Faretra, Ogni ferro si volga, ei s'alza intorno Argin d'estinti contra il loro scorno. Chi con spada, ò saetta, chi con l'asta Piagarlo, ò almen spingerlo à terra tenta; Ma 'l tutto oprano in van, ch'egli sol basta A' render quella gente incisa, e spenta. Hora con questo, hora con quel contrasta, A' questo, à quel, qual fier serpe s'auenta, Et in ogni suo moto auien, che porte Ne gli occhi, e ne le man spauento, e morte. Così Leon famelico, ch'entrato Sia nel chiuso couil di grossi armenti, Da Cani, e Cacciator sia stimolato Con ferri acuti, e con mordaci denti; Stratia il feroce Alano, e sbrana irato Vn misero Pastor con occhi ardenti, Guata, e di là partir, non vuol; se pria La cupa fame sua satia non sia. Eurito, e Clito vccide à vn colpo, e passa La gola al forte Ascreo col ferro crudo: Ogn'hor, che fere, nel ferir ne lassa La morte, e ciascun par di ferro ignudo. Sdegnoso il Duca ver lui l'asta abbassa, E ferì il Capitan nel forte scudo; Lo và strisciando, ne come hà desio Il valoroso Heroe, punse, ò ferìo. Già tanta gente intorno à lui s'accoglie, Che grande di sua vita era il periglio; Tosto vi accorre con irate voglie Claudia, Roberto, e del buon Duce il figlio: Fer, che gli audaci con ferite, e doglie Lasciaro Enrico, e'l pian caldo, e vermiglio, Chi potria dir, quanti n'vccida Amico, Quanti l'alta Guerriera, e'l fier Numico? Vede Argalto Costei, ch'à morte mena Li più arditi guerrier de la sua schiera, Ch'vn viuo abbatte, vn fiede, vn tronca, vn suena, Par quasi tutta sol per sua man pera, Torbido il Ciglio, e l'alma enfiata, e pienae Di veneno, e di rabbia, aspro in maniera Ver lei spronando il Corsier forte disse Tenendo in lei l'accese luci fisse. Meglio era assai trà Tele, ed Aghi, e Fusi, Degne dele tue man pompe, e lauori: Trà vili Ancelle, in tetti occulti, e chiusi Temprar di seta, e d'or fregi, e colori; E rimanessi ogn'hor fuggendo gli vsi D'acerba guerra, e i martiali honori, C'hor conuerrà, che per mia mano essangue Resti, e paghi de' miei l'anima, e'l sangue. Con ambe mani inalza il brando, e fiede, Quant'ha di possa sopra l'elmo aurato, Che di partir la fronte, e'l viso ha fede A' lei, che strugge il suo drappello amato, E' tale è il colpo, che stordita diede Del capo illustre su'l destriero armato; La spada le cadea; ma con vn laccio Sempre in pugna tenea legata al braccio. Tornata in se ne la terribil mente A lei ministran forze, ira, e furore; La punta de la spada in lui repente Volge, spinta da sdegno, e da dolore, Esso v'oppon lo scudo, immantinente Lo spezza, e per l'vsbergo entra nel core. Cade il Meschin, più, che'l morir, l'aggreua, Che da man femenil morte riceua, Caduto Lui, caddè forza, & ardire Da l'animo de' suoi, di timor pieni, Voltaro il tergo, e speme nel fuggire Poser, ne c'è, chi 'l lor fuggir raffreni: Onde potèano i Franchi estinguer l'ire Nel sangue lor, ne lor timidi seni, E mostrar quanto sien di Marte infeste Le Cene horrende, e le terribil Feste. Vede; benche da lungi, il fier Dorillo Già d' Argalto la squadra in fugga volta, V'accorse, ira, e disdegno dipartillo Dal gouerno de' suoi con fretta molta. Disse d'odio, e di doglia ardo, e sfauillo, Vsono i vostri vanti, o gente stolta? Dunque così si vendica la morte Del Signor vostro valoroso, e forte? Ahi, così si guerreggia, e vince, e i vinti Si dona à l'Orco, e le vittorie habbiamo? Senza sudor le palme, e de gli estinti Nemici i monti al nostro Rè mostriamo? O Cielo, ò sorte, e già di morte tinti, Anzi morti vi veggio, io voglio, e bramo, Che gli honori bramiate, ò amici, in questo Sfauillò in volto, e'l cor fe manifesto. E minaccioso il brande intorno gira, Che spezza ogn'elmo, e non resiste vsbergo, Capi, e braccia troncando sfoga l'ira, Al franco Idilio possa il petto, e'l tergo. E col ferro crudel lo spirto tira Di Dauno, e fà lasciar l'amato albergo, E l'aria chiara, e'l Ciel sereno, e i lieti Campi, le bionde biade, e i fiumi cheti. Strugge, e ruina, ouunque il passo moue Il barbaro crudel le fide genti, Alza vn argin di strage, e da lui pioue Fiume di sangue, e'l fiume onde hà correnti. Ne'l terremoto, o'l folgore di Gioue Porgon tanto ad altrui tema, e spauenti, Quanto col ferro, e co l'horribil grido Nel crudo assalto, il Caualliero infido. Vn more, vn per lui cade, vn resta in sella Di percossa mortal vinto, e ferito, Vno scaccia, vn minaccia, altri rapella Seco à battaglia il Caualliero ardito. Non cosi turbo, o rapida procella L'aria conturba, i campi, il mare, e'l lito, Che più stratio, e terror l'acuta spada Non porti, ouunque fulminando cada. Numico inuidia quel Campion feroce C'hor col brando, hor con l' asta i franchi strugge, Rabbia, e disdegno il cor li accende, e coce, Qual Orso freme, e come Leon rugge; E contra lui volge il corsier veloce, Ch' orgoglioso l'attende, e già nol fugge, L'vn contra l'altro con mordaci detti Venner con l'aste, e si feriro à i petti. Ne quel, ne questo Vsbergo allhor sostenne Di cosi intiere forze i colpi feri; L'vno, e l'altro si ruppe, à terra venne L'vno, e l'altro, ambo estinti i Cauallieri. Vincitori ambo illustri, e l'alte antenne Immobili restar ne' petti alteri; Cader puniti, e vendicati, e gloria Hebber del pari, e perdita, e vittoria. Di là non lungi giace Olindo vinto, Da Melicerta, Elito, e'l bel Dimante, E'l saggio Euterio d'amor seco auinto, Gia cosi caro, e gratioso Amante. Lo cui viso d'amor formato, e pinto Impallidì, d'horror tinse il sembiante. Mentre cadea disse Amerina à Dio, Amerina gentile, e qui finìo, Forse in cotal maniera, e'n si bei modi Su'l fiume di Caistro il bianco Cigno Forma l'estreme note, mentre i nodi Scioglie la parca al viuer suo benigno. Volto Ario à Melicerta, disse, hor godi Carnefice crudel, spirto maligno, Mentre del mio compagno, & odi, e miri La morte acerba, e gli vltimi sospiri. Ma io ti sbranerò, ne pianti, o preghi Ti gioueran, ne supplicanti note, Ch'à cani, & à gli augei disdica, ò nieghi Le infami membra tue di spirto vote. Mentre par, che del cor la doglia spieghi. Melicerta ne l'Elmo Ario percote; E fa gran piaga là, ve si congiunge Il collo al petto, e mortalmente il punge. Spira il miser guerriero, affronta Elino, Il ferro inalza, e sopra il capo il fere, No'l fiede, il pesta; onde stordito, e chino Su'l collo del destrier venne à cadere: Ma nel leuar, che fece, ahi fier destino, Li diè nel ventre, e fuor venne apparere, Pe'l tergo il brando, e risuonar caggendo L'armi, e tremò la terra al moto horrendo. E trà sospiri, e lai l'anima atroce, E di sangue, e di gloria auida spira, Non bada il Vincitor, corre veloce, Doue debito sdegno, e ardir lo tira. Ouunque giunge sua terribil voce: Ouunque irato il crudo braccio aggira, Cede ciascun; perche egli par, che porte Nel taglio, e ne la punta, e piaghe, e morte. Lo mira Almonte à lungi, Almonte, ch'era Ne le terre di Grecia nato, e apprese Col mestiero de l'armi anima fera, Paga, quando ad altrui fà danni e offese. Ne formidabil più, ne più guerriera, Ne più d'orgoglio piena, ò più scortese, Produsse Acaia, e contra lui s'auenta, Qual Belua, che nel fianco il ferro senta. A' pena, allhor s'auide Melicerta Del furor sopragiunto: perche intento Era à donar la vita à fraude esperta, Di Trace supplicante à gran lamento, E lo fiede così, ch'egli, che offerta Hauea la vita altrui, rimase spento: Al vinto fà trar l'armi, à cui fean l'oro, E le gemme quà, là fregio, e lauoro. E come Almonte fè del guerrier franco, Cotal la schiera sua fututta estinta Da la sua crudeltade: il petto e'l fianco Passa ad Almonio, e al fratello Aminta: Ne anchor per tante vccisioni stanco Si mostra: ò sua virtù lassa, e sospinta; Stillante ha'l brando di recente sangue, Vn spira à lui d'intorno, vn gemè, vn langue. Qual è trà nubi horribilmente cinto Di foco, e di terror fulmin cocente, Che dal proprio furor mosso, e sospinto Tuona, e rugge la sù fero, e possente, Poi, c'hà d'aurato giro il Ciel dipinto Strepitoso nel pian cade souente, E strugge, arde, & abbatte, atterra, e fiede; Ouunque porta imperioso il piede. Tal l'orgoglioso Almonte impiaga, e vccide, E stratio fà terribile, e crudele, A' questi, à quei di vita il fil recide; Onde s'odon sospir, pianti, e querele. Aramon sol tra tanti auien, che'l sfide, C' hà nel core, e nel volto incendio, e fele, Ne teme il coraggioso à fronte, à fronte. Porsi del crudo, & orgoglioso Almonte. Vegg onsi hor alti, hor bassi i crudi brandi; Paion monti al cader graui, e pesanti, Fischia l'aria è quei colpi aspri, e mirandi; Splendon d'intorno à lor l armi sonanti, Fan si à quei moti acerbi, e memorandi Timidi i cori, e pallidi i sembianti. S'intorbidaro i fiumi, e da lontano Rimbomba ogn' antro, e trema il Tracio piano. Ne di quelle percosse à i colpi feri Piegaro il capo lor superbo, & alto, Ambo di core, ambo di forze intieri Conoscer fansi nel feroce assalto; Quà, là s'aggiran; ma non è, chi speri Trar dal nemico suo purpureo smalto, E s'arrabbia, e bestemmia, e quello, e questo, Che'l suo valor non porti fin funesto. Lo sdegno in lor le forze accresce; spinge Contra l'altro Aramon la forte spada, Là ve 'l crudele Almonte vnisce, e stringe L'elmo à l'vsbergo, e picciol hebbe strada; Pur piaga fà, che'l sangue l'armi tinge, Doppia il colpo Aramon, ne resta à bada, Sù la spalla sinistra il ferro scende, Fende lo scudo opposto, e fere, e offende. Come di doppia piaga Almon si vede Vscire il sangue, e'l suo nemico illeso Con vn suon strepitoso l'aria fiede, Il ferro inalza, e cala con tal peso, Che frange l Elmo, e vcciderlo si crede, Va in molti pezzi, ei non è punto offeso, De' colpi tra le grandine si spinge Almonte, e'l suo nemico abbraccia, e stringe. Gitta la spada, e furibondo tenta Trarlo di sella, e di gittarlo al piano, Il suo s udier, ch' à ciò la mente ha intenta Fiede il Cauallo al Cauallier soprano. Miser la vita sua più non sostenta; Cade vinto dal colpo acerbo, e strano, Più assai, che del morir sente dolore, Ch'al suo cader ne caggia il suo Signore. Hor ben si crede Almonte aspro, e feroce Vittoria hauer del Cauallier gagliardo; Ma co' suoi Bonifacio vien veloce Ne gli atti formidabile, e nel guardo. E questi, e quegli al greco Almonte nuoce, Con lancia, spiedo, scimitara, e dardo, E lo trauaglian si, ch' al suo dispetto, E'l caduto guerrier lasciar costretto. Mentre affligono Almonte, Aramon trasse Dal già morto destriero il fianco oppresso; Il guerrier forte poscia si ritrasse Oue è più il battagliar feruido, e spesso: Per trouar vn Corsier conuien, che lasse Almonte, e hauerlo tosto li è concesso, Fauor del Ciel, forte, e famoso in guerra, Da cui caduto era il suo Sire à terra. Arde ne l'vn, ferue ne l'altro corno, Bolle nel mezzo la battaglia rea, Ne men Greci, che Franchi hor gloria, hor scorno Hanno, & incerto Marte anchor sedea; Hora l'vn cede, e l'altro fa ritorno; Hor quel, che ritornò, ceder parea, L'vn campo, e l'altro anco, e dubbioso, e incerto, Qual deggia hauer di tanta pugna il merto. Librata sopra l'ali in aria pende, Tinta il bel volto di vn celeste ardore La Vittoria bramata, à laqual rende Più cari i pregi suoi polue, e sudore, A' cui ne porga dubbia il cor sospende Di tanta zuffa il trionfale honore, Piene ha le man di verdeggianti Palme, Caro dono à virtù sublimi, ed alme. Di strage il tutto è pieno, il sangue scorre Tra le sponde a'estinti in molti riui, Horribile miscuglio à gli occhi occorre D'armi, e corsieri e d'huomin morti, e viui. Formidabile in volto intorno corre Marte, e Bellona in rosso manto quiui: Scatenato il furor quà, là s'aggira, Morte indefessa la sua falce gira. Imprese, soprauesti, armi, e colori, Che facean vaga, e gratiosa vista, I pomposi cimier, fregi, e lauori, Da cui ben spesso, alto piacer s' acquista; E del ferro, e de l'or, lumi, e splendori Fanno apparenza hor tenebrosa, e trista, E quanto era di bello, e di leggiadro, E' di polue, e di sangue horrido, & adro. E più s'infiamma, e più de forti Heroi Lo spirto generoso, e'l petto audace: Stimula anchor Megera i serpi suoi, Souente agita la tartarea face. Gridò'l Greco Ariaden, qual fia di noi E di voglia, e di cor pronto, e viuace, Che mostri vincitore il nostro Campo? E si mosse, qual suol folgore, o lampo. Và contra Acrisio, ilqual sù l'elmo porta Fregio regal, del suo valor gran segno, Nacque in casa siluestre, e poi fù scorta Del man sueto gregge, huom nato al Regno. L'inalzò à pregio tal maniera accorta, Parlar saggio, alto cor, guerriero ingegno, Lo Scettro opra col giusto, e lascia incerto, Se'n guerra, o'n pace habbia più grande il merto. Si dice, ch' egli essendo in fascie stretto Vezzosetto bambino, in culla accolto, Che dal Ciel scese entro il seluaggio tetto Foco gentil qual fiamma aurea, raccolto, Ch'al biondo crin del molle fanciulletto Con lieti giri intorno si fù auolto, E con placidi modi, & atto dolce De la fronte il seren vezzeggìa, e molce. Atterrita la Madre à tale, e tanto Spettacolo improuiso, horrore, e tema L'assalse, hora, con l'acque, hora col manto Cercò estinguer la face alta, e suprema: Siluano à tal prodigio accorse intanto, E guatatol gridò con voce estrema, Costui godrà de' boschi amici fuori Corona, e Scettro regio, e regi honori. Ne la Scotia hora impera, e gran desio D'esser tra Cauallteri anch'esso in pregio Fè, che gli agi lasciar non fù restìo Cinto da stuolo di guerrieri egregio. Hora Ariaden con colpo acerbo, e rio Posto hauria meta al suo Dominio regio, S'interposto al suo brando non si fosse Elio, che in se quel colpo aspro riscosse. Va contra Arbante: questi nacque doue Di Namur la Contea tra monti siede De la Mosa à sinistra, huom d'alte proue. Auezzo à liti, à occisioni, à prede, Nouo accidente Ariaden rimoue Dal Cauallier, che debellar si crede, Che'l Franco la sua schiera in fuga hà volta, Ne minacci, ne preghi, o gridi ascolta. Mirtillo trà le squadre vnite, e spesse Entra, con gli vrti, abbatte, e freme altero; E perche si èn l'ire Italiane oppresse, Chiama ogni fante, inuita ogni guerriero. Che sièn in libertà poste, e rimesse Col valor vostro Città molte spero, Così discendo auanti gli altri moue La spada, e inuita à far mirabil proue. E dona morte con diuersa piaga Oete, e Lico di vna madre nati, Per te Arbante di sangue il piano allaga, Onde sei, di virtù tra i più lodati, Vccide Elerio, la cui mente paga Eù di morir trà Cauallier pregiati, Per compiacer à lei, ch' amò cotanto, C'hebbe di crudeltà trà l'Empie il vanto. Cinto di bianco, e di purpureo velo Sù destrier forte ecco Giacinto assiso. Bello così, che non mirò dal Cielo Febo vn più vago, e gratioso viso: Se mai vedesti trà la neue, e'l gelo Fiammeggiar noua rosa vn dolce riso, Tai son le guancie sue, ne anchor da loro Spuntano à ornarle i primi fiori a'oro. Sottile ha'l crine, inanellato, e biondo, Che de l'aura al sospir, che l'aere scote Lascia cader da l'ordin lor giocondo In dolci nodi le dorate rote. Quanti per la sua spada vscir del mondo? Vn'vccide, vno atterra, alteri percote. Già di Luce purpurea è fiammeggiante Pe'l sangue altrui, già tepida, e fumante. Chi dir potria, che popolo ne caggia Priuo di vita à la gran Madre in seno: Quanti ridon direbbe in lieta piaggia Fiori di primauera al Ciel sereno. Fa, che osiri di morte il vaso assaggia Per la sua mano, & Armidor vien meno. Per lui cade Talete, & Enio vcciso, L'vn troncò il capo, à l'altro il sen diuiso. Cade di Fromba Autolico, e nel collo; Vien ferito di Spiedo Ismaro, il forte, Colto da selce diè l'vltimo crollo Il saggio Orsilio, sprezzator di morte; E poi di dardo Arpin non mai satollo Di guerre, e risse, hor ha contraria sorte; Che per le mani altrui more, e si duole Ch'à gli occhi suoi si celi il giorno, e'l Sole. Dal destriero in quel punto Eugenio cade, Punto nel cor d'auenenato strale. E tra'l feruor de le fulgenti spade Spira Tesco che tanto al corso vale. E'l Tessalo Dibreo, che le contrade Lascia d'Etolia giunge al fin fatale Da scure tocco, qual eccelsa pianta Caddè, che man nemica, o turbo spianta. Trà gli altri miri il Capitano acceso Di giusto ardor trà le nemiche schiere, Quasi Leon da troppo sdegno offeso, Che contra ogn'vn discopre il suo potere, Vno per le sue mani in terra è steso; Vn geme, vn langue, vn versa il sangue, e pere, Contra Almonte si moue, e ver lui lancia Con forte man la ben ferrata lancia. Nel mezzo de lo scudo a punto colse L'acuto Telo, sette piastre, e sette Di metallo, e d'acciar ruppe, e si volse A' la corazza, ch'è di tempre elette. Ne qui fermando rapido s'accolse, Vson di vita le virtù ristrette; Al lor vscir fece si larga strada, Ch'auien, ch'al pian con fretta estinto cada. Ne meno Alessio, il Re sparge, e disperde L'Italo, e'l Franco, e'l Campo a stratio mena; A' furia tal l'ardir, l'animo perde Il Flammingo Gerniero, e forza, e lena. E Piladelfo ne l'età più verde Di vaghezza, e d'amor folle ripiena: Mentre di vccider tenta al Re il Cauallo. Atterra il Trace accorto, e à morte dallo. Ecco Michiel, che vede Elio, che vcciso L'haueua in cruda pugna il frate amato, Ch'ad Atio de Tessalia hà vn braccio inciso, E'l capo; in sella mira il tronco armato. D'odio d'ira, e di duol reman conquiso, E ne gli occhi, e nel volto arde infiammato, E contra lui con furia tal si mosse, Che vn turbo parue, o vna saetta fosse. Ma quei, che nulla teme, audace il volto Contra lui volse, che'l trauaglia, e fiede, E la punta del ferro ha in quel riuolto, E di ferirli il destro fianco crede: Ma in questo sopra il capo in modo è colto, Che da l'arcion stordito in terra diede Risuonan l'armi, nel cader risponde Eco da l'ime Valli, in cui s'asconde. O'tal sua sorte fosse, ò pur, che'l Cielo, Di cui seruo, e ministra è fato, e sorte, Non vollè più, che in lui nemico Telo Sfogando l'ira li porgesse morte. Ma intanto il Sol raccolto in rosso velo Chiuse del Ciel le luminose porte: Cadèan da' monti l'ombre, vscìa la notte Col sonno in collo de l'oscure grotte. Diè fine al guerreggiar. Febo caggendo Nel grembo à Teti languido, e pietoso Per tanto sangue, e stratio altrui porgendo L'hora hormai di ristoro, e di riposo. Si ritrassero i Campi d'ira ardendo, Mirtillo toruo in volto, e disdegnoso, Che stesi vede in terra i fidi suoi, E satio anchor non è del sangue altrui. Di quà, di là tanta è la strage, e tanto Il numer de' feriti, e de gli estinti, Che ne questi, ne quei dar si pon vanto Quai d'essi sièno, o vincitori, o vinti. Miri laghi di sangue, & odi il pianto, Che fan de' suoi gli esserciti distinti. Questi piange il fratel, quell' altro il figlio. Cui morte in fera pugna ha chiuso il ciglio. Pria, ch'à gli vsati alloggiamenti rieda Il Capitan, come pietoso amico, Gli egri fa riportar; ne vuol, che preda Restin gli ordigni bellici al nemico. Che sian tratti al sicuro, e si proueda Vuol de rimedio à quei, che ne lo 'ntrico Di Marte fur feriti, e'n tutto segno Scopre d'alta pietà nel petto degno. Raccolto ne le tende il saggio Duce, Quasi amoroso Padre i figli cari. Gli accarezza, e rincora, e lor conduce Al ben sperar; benche habbia i fati amari. E di soaue gratia apre vna luce Ne la fronte, e ne gli occhi illustri, e chiari. Bench'egli mesto poi prema nel core Del futuro auenir tema, e dolore. Poiche'l fedel essercito secondo Il comodo, e'l poter pietosi vffici Con dolci modi, e con parlar facondo Fece à i piagati Cauallieri amici. Ne le solite tende con giocondo Modo, quiui à passar l'hore felici Incominciaro, e con soaui canti A' rallegrar gl' animi afflitti innanti.

Il fine del Terzo Canto.

Mesto è 'l Latin pe'i riceuuti danni; Va spia Giacinto à l'inimica soglia; Lo stato loro intende, e morte, e affanni; Consola il Greco, e di dolor dispoglia: Giunge in Cipro il Venier; teme gl'inganni Clelia del mare; e prega, alio s'addoglia. Lucillo auido anchor d'eterna fama Non si piega al pregar di lei pur, ch'ama. STillante il crin d'humide perle intorno Notte il mondo cingea tacita, e nera; E le stelle ridenti il lume adorno A' noi scoprian da la stellata sfera: Gli Animai stanchi per l'oprar del giorno, Altri in bosco, altri in selua, altri in riuiera; Col sonno raddolcian ne' lassi petti L'acerbe cure, e i troppo amari affetti. Il numer de gli estinti, e de' feriti In modo il petto al Capitano preme. Qual con lai taciturni, e pianti vsciti Dal profondo del cor sospira, e freme. Teme i casi presenti, e i non seguiti Successi sièn contrari à l'alta speme, Maggior de la sua parte stima il danno Assai, di quel, c'hauuto ha'l fier Tiranno. Ode Elpidio il gran Duce, che discosto Da quel poc'era, à lui ratto s'inuia, E vestito, & armato il mira, ascosto Ciò che t'addoglia (diss) à me non sia: Prudentissimo Sire, hor che composto La gente ha 'l cor nel sonno, e'l male oblia: Tu de' guerrieri popoli Pastore Sol vegli, e cura d'essi t'angue il core. Ne dopò il trauagliar riposo prendi; Ne dopò il guerreggiar ne siedi in pace; Ne di spogliarti l'armi anchora intendi, Che nel grembo del sonno ogn' alma giace: Solo à l'atre tempeste, o saggio, attendi, Che fa nel mar del cor pensier mordace E'n te raccogli di timor il gelo Pur sai, c'human poter non regge il Cielo? Venerabile Elpidio, honore, e fregio De la senile età di saper piena, Di tua prudenza il consigliar egregio Giudicio incerto ad oprar certo mena; Caduto è'l vanto nostro, e'l nostro pregio, Viue amico per noi cordoglio, e pena: Poiche tanti de' nostri stesi al piano Fur dal poter del popolo Romano. Veggendo, mortal duol m'ingombra il seno, Tanti de' cari miei piagati, e morti; Gli inimici in pensar col cor sereno, Derider noi, come più audaci, e forti: Temo notturni assalti, ire, e veneno, Di chi fortuna in meglior stato ha porti, Vorrei, ch'vn nostro à lor ne gisse, e poi Quant'ode, e vede riferisce à noi. Si disse Enrico, al Padiglione accorse Parmeno, e Tarso, e'l prode Ariadeno: E'l buon Giacinto; Aramon nò, che corse In fretta à raccor genti apresso il Reno; Bonifatio, e Rainiero, e'l quasi in forse De la sua vita ligure Labieno: Et altri molti, quai Cittadi, e Regni Fanno più, che virtù famosi, e degni. D' Adria vedendo il glorioso Duce Tanti Baroni vniti al suo cospetto, Spiegò da gli occhi vna tranquilla luce, Tra le sue nebbie, e rallegrone il petto. Cosi talhor tra l'ombre arde, e riluce Di vaga stella il gratioso a aspetto: A' lor poi (disse) vostr' alta presenza Porge al nostro timor gran confidenza. Fermi di forze e d' animo guerriero, Formidabili in pugna amici Heroi, Chi fia d'alma, e voler si audace, e fero, Che di gir tra nemici osi tra noi? Ch'à noi riporterà, gran Caualliero, Anco in picciola parte i pensier suoi, Soccorso alto daracci, che souente L'altrui saper fa lieta afflitta mente. Tacque con guardo chiaro, e voltò graue Quelli mirando il saggio Elpidio, disse. S'alcun di gloria eterna brama hor' haue, Ch'al Campo auerso coraggioso gisse: Se grato à l' alma, c' hora dubbia paue De lo stato inimico il ver scoprisse, Oltre le lodi, e i meritati fregi Haurà fauori, e doni, illustri, e regi. Quattro grandi destrier candidi il dorso Con chioma, e capo nero, e nero il piede, E quali aure volanti agili al corso. Ne al lor raro valor premio si crede; Han seriche le briglie, e d' oro il morso Di lauor tal, ch'ogni eccellenza eccede, Son di seme celeste, e d'Eto figli Creduti, e nati à i liti aurei, e vermigli. Lor mi concesse Arnolfo allhor, che in campo. Da solo à sol pugnando oppressi, e vinsi; Ne trouar contra me potendo scampo Prigion si diede; ed io prigion l' auinsi. Poscia mostrommi in verde, è aperto campo. Dapoi che prigioniero il presi è strinsi Questi corsieri à mariuiglia belli. Al giro, al corso, al moto agili, è snelli. Stupido à me de le fatezze loro In magnifico dono esso quei diede; A' me, più assai, c'hauer castella, & oro Cara mi fu si nobile mercede. A' lui la libertà d' ogni tesoro Piu grata, e vn brando, che tra molte prede, Toccommi, li concesi; ei poi rimase Hospite caro à le paterne case. Io cosi nobil premio dane intendo A chi à noi d' alto cor scoprirà segno Andando al campo greco, e poi venendo Dirci s'è lieto; o di mestitia pregno. Tacque il buon consigliero, allhor sorgendo Grande ne gli atti, è nel sembiante degno. Il buon Giacinto, e disse, io m' offro solo Gire, e tornar da quello auerso stuolo. N' andrò notturno, e spero le lor voglie Portar in buona parte al campo amico; Se tra diletti gode, ò viue in doglie Mesto in tra se l' esercito nemico; Prouerò, tentarò, trionfo, ò spoglie Non bramo; perche è honesto m'affatico; Doni non curo; bastami ch'io faccia Cosa, ch'al Duce, e à gli altri sodisfaccia. Il tuo sommo valor morte, ò periglio Non cura ò teme, ò forte, tra i più forti. Giouine valoroso, hor da te piglio, E sol di ciò puoi dar gioie, e conforti. Si disse Elpidio, allhor nacque vn bisbiglio, Ch' espor voglia sue vita à strati, e morti; Et non temea, che tante volte, è tante Andò nel Campo hostil nemico Amante. Mentre ripor volea nel seggio antico Del cieco, e vecchio Isaccio il figlio augusto. Trataua l' armi il glorioso Enrico, Pe'l Tiranno scacciarne acerbo, e'ngiusto. Tacito, e sconosciuto lo inimico, Campo passaua il sen di foco onusto; Li porgean certa sicurezza al core Due cari vniti in vn speme, & amore. Perche la bella Argea, figlia diletta Del gran Rettor di Pera ardea per lui, Vago Giacinto, e più d'vna saetta A' lei venne nel cor da gli occhi sui, Già per trouarla (mentre il sonno alletta) Tra Greci, ne temea gli sdegni altrui. Ne alcun chiedeali, chi si fosse, o come. O doue andasse, o patria, o stato, o nome. Tanto era il bel del gratioso viso E d' esso i modi, e'l portamento adorno, Ch'à lor parea veder del Paradiso Angelo sceso al militar soggiorno; Ne c'era; benche alcun n hauesse auiso; Chi l' andar distornasse, o'l suo ritorno; Hor cosi spera, si prepara; e vole Ritornar pago auanti il nouo Sole. Toglie dal biondo crin, leua dal petto La ferrea soma, e le pompose spoglie; E'n vili panni, e'n vestir rozo, e schietto Le generose membra sue raccoglie, Ma nel suo dolce, e venerando aspetto Di si rara beltà splendor s' accoglie, Che mostra ben, c' habitator di selue Non è, ne fero cacciator di Belue. Anzi più fra tal manto il vago volto Mostra di giouentù viuaci ardori; Da gli occhi spiega, e dal crin crespo, e colto Di natura, e del Ciel diuini honori. Tal mostra il Sol tra nuuol denso, e folto, Più che in puro seren viui splendori; Ne gia cosa mortale altrui rassembra Al guardo, al moto alle famose membra. Parte il prode guerrier, sol porta seco Baston nodoso à pastorale vsanza; Moue ignoto, e solingo à l'aere cieco Sicuro i passi suoi pien di baldanza? Vede color, che fur dal furor bieco Di Marte vccisi ne l'horribil danza, In terribil miscuglio armi, e destrieri Nel sangue immersi, e fanti, e Cauallieri. E vede alcuni, che da corpo essangue Predauan cheti vesti elette, e care, E tra corpi stracciati, e appreso sangue Satiar in parte le lor voglie auare; Altri pria, ch'empio lupo, o maligno Angue Venghin del frate amato à traformare L' armata faccia, darli con pia face Lagrimando Sepolcro, e requie, e pace. E mentre il pigro Carro il freddo Arturo Volge tra l'Orse, e notte il dì possiede, Sotto il silentio di quel aere impuro Notturno moue, e sconosciuto il piede, Benche veduto sia, saggio, e maturo Porta il passo, ne tema il cor li fiede, Gia fochi vede, e faci accese, & ode Dar gl' inimici à le sue gratie lode. Ne alcun dimanda, chi si fosse, o donde Partisse, o doue andasse, o che chiedesse: Stimato non è spia, si ben nasconde L'insidie sue, tra quelle genti oppresse; Il nobil viso, che pietà diffonde Par, che di pace inditio altrui porgesse; E allettasse ogni cor; ma più con detti Grati tempraua à l' alme amari affetti. Il nobil peregrin per l'ombra oscura Ne và, passa ampie fosse alti steccati; Entra con faccia intrepida, e sicura Entro i ripari de' nemici armati; E molti, e molti à la pietosa cura Ved'esser de' feriti, e de'piagati, E questi, e quei mira dolente, e mesto, Pianger de la sua vita il fato infesto. S' aggira, entra, e penetra in ogni parte, Accorto scorge, e intende opre, e pensieri. Che brami il Rè, se voglia vsar nou' arte; Ciò che tema tentar, ciò che far speri: Nota modi, e parole à parte, à parte, Ch' iui fan tristi, e lassi i Cauallieri; Ode di molti il pianto; ode i lamenti De gli amici de gli egri, e de' languenti. Alcun chiamar del figlio, altri del Padre Il caro nome, altri del frate estinto; Altri del zio, che tra contrarie squadre Fu dal furor hostile vcciso, e vinto; Altri, c'ha gia di morte cieche, & adre L'hore vicine, d'alta doglia spinto Geme, e si sdegna, ch'è à spirar costretto Gli vltimi spirti fuor del patrio tetto. Tra'l pianto gode, e gli occhi cauti gira D' alte querele al miserabil choro; Benche ciò lieto ascoltio anco sospira Il nobil cor l' aspre miserie loro: Vede vn, che cheto langue, vn, che s' adira Contra se, contra il Ciel; che ne ristoro Vuol d'amica pietà, ch'empio di morte Si brama aprir le si temute porte. La mestitia è commune, ei riconsola Questi, e quei con pia voce, e saggi detti, Non volge gli occhi, non forma parola, Che non rinfranchi quei smarriti petti Di tante genti è vna sentenza sola, Ch' egli sia vn Dio da li superni tetti Benigno sceso, à far, che men mortali Sien le cagion de' lor estremi mali. Se verso lor pietoso i lumi pieni D'alta tranquillità riuolgea in giro, Pare ad altrui pe i lucidi sereni Venere bella ne suo vago giro. E raddolcir gli trauagliati seni: Temprar le pene, e'l duro lor martiro. E di speme vedeasi à i bei splendori Sorger viuo desio ne' morti cori. Ma come intese quanto intender puote Dentro i ripari altrui nemica spia, Da speme al mesto, con soaui note; Fa si, chi in qualche parte il male oblia: Ma vide poi, che l'ingemmate rote L'humida notte ver l'occaso inuia, Pensò tornar; per schifar danni, e offese, Temendo il Sol, se l'ombra lo difese. Scerne mentre egli vien, che notte pinge Ogn'hor più di candor le chiome nere; E ch'ogni stella ad ammorzar si accinge Ne la scena del Ciel faci, e lumiere: E che del manto suo s' orna, e si cinge L' Aurora in Ciel con placide maniere, E che l' aure scotean dal fresco crine Miste à le rose le gelate brine. Quasi vscìa fuor de l' Oriente il giorno Di chiare fiamme il viuo aspetto inuolto. Quando gl' Itali Heroi del suo ritorno Stauan sospesi, e addolorati molto; Ma'l desto Duce rimirando attorno Ved' huom, c'ha di se verso il passo volto, Chi si fosse è dubbioso, pur li è auiso, Che sia il guerriero à l' habito, & al viso. Ma fatto più vicin, conobbe certo La sembianza, e l' andar del bel Giacinto; Onde l' alma sospesa e'l core incerto Affida, e accerta, che'l temeua estinto: Il valor, la virtù, la fede, e'l merto Del giouin regio ha tutto il campo spinto, A' riuerirlo, amarlo, e darli lode, L' abbraccia Enrico, e del ritorno gode. De le vedute, e de le vdite cose Al prode Enrico vera Historia aperse; Onde le cure sue graui, e noiose Di nettare soaue alquanto asperse. Il nobile Pastor dopò, ch'espose Il tutto à Duci, e i danni altrui scoperse; Depose i panni pastorali, e intorno Si cinse l' armi, e ne refulse adorno. Se già parea colui, ch' al fiume Anfriso Pascea del Duce Atneto il gregge amato. Hor par nel dolce aspetto, e nel bel viso Vezzoso Amor di duro ferro armato; E se feroce su'l destriero assiso, E fulmina per gli occhi il core irato, Marte ressembra, se dal Ciel discende; E i Regni strugge, e le cittadi accende. Tra Greci, quando à pena steso hauea Febo il manto di luce in torno al mondo, Colui, che di Rodosto, e d'Eraclea Trasse sue genti, en hauea d'esse il pondo; Al Duce Alessio stupido dicea, Io vidi andar tra noi graue, e giocondo Huomo non già; ma vn Dio, che dolcemente Leuaua il duolo à l' affannata mente. Mentr' io riuolto era à i benigni vffici De' gementi, de gli egri, e de' feriti, E curaua le piaghe à i cari amici, Ch'à far ciò par, ch' amor sempre m'inuiti; Sconsolato addolcia gli altri infelici, Furon da me cari saluti vditi; Misero, e dirmi, ah, che contendi in vano Col pianto mitigar fat' empio, e strano? Da le pie cure inalzo il volto à quello Nuntio felice di futura gioia, Giouinetto vid'io vezzoso, e bello, Che scemar parea 'l mal, che'l petto annoia, Dal nostro trauagliato egro drappello Scacciar in parte il duol, l'ira, e la noia, E sentiuamo vscir dal diuo aspetto Di sourana virtù sublime effetto. De' suoi lumi sereni al viuo Sole, In cui del Ciel parea ogni ben raccolto; A' l'odor, che spiraua, à le parole Vn Dio sembraua, al venerabil volto: Suona la voce sua più, che d' huom suole. In cui stà somma forza, e poter molto; Onde à sua voglia i più codardi moue A' bramar pugna, à far lodate proue. A' me, c'hauea de la battaglia atroce Le piaghe in mente, e i miei, compagni vccisi, Che t'angi (disse) in si piaceuol voce, Che quesi il duol crudele in oblio misi; Non disperar qualhor fortuna noce; Ne insuperbir se mostra gioie, e risi; Simula, e finge, e ciò che dona toglie, E rende il tolto, e quello anchor ritoglie. Anzi goder ne dei, che sempre riede Ben dopò il mal; non sai d'ingegno pieno; Ch' à nubiloso Ciel sempre succede Tranquilla luce, e placido sereno? Cosi'l bel a'aere puro ogn'hor si vede Da vapor conturbarsi, e venir meno. Però chetar ne dei lo spirto lasso, E porger gioia al cor di speme casso. E se voi de la guerra estremo danno Hauete, e peggio forse anchor s'attende; Non stimate, ch'Enrico senza affanno S'adagi, e posi ne l' vsate tende. Maggior mal là s' aspetta appo quel, c'hanno; Minor, e'l vostro assai, se'l ver s'intende; Il numero è minor de' vostri estinti; E i Franchi son non vincitor; ma vinti. Quando ritorni il Venetiano audace; E'l Gallo pronto à la crudel battaglia, Con viril cor non timido, e fugace, Ciascun di voi quel gran nemico assaglia: Tra'l periglio la gloria occulta giace; Da la guerra la pace auien, che saglia; Dal valor vostro la vittoria parmi Vedere vscire, e da le Tessal' armi. Qui tacque, e salutommi, e nel partire, (Pur, come vn Dio, ch'à l'huomo amico gioua) Forza spirommi, e generoso ardire, Di conforto m'empìo, di gioia noua. Il parlar saggio suo parmi anco vdire, Ilqual dal petto ogni viltà rimoua, E nel rammemorar mi sento il core Ardere anchor di bellicoso ardore. Lo mirai, lo'nchinai, l'vdì, li porsi Lodi tra me da marauiglia vinto; Ne mai da lui quest' auidi occhi torsi. Da troppo brama di mirarlo spinto. Quale è rozo Pastor, tale io lo scorsi Nel rustico suo manto; ond'era cinto, Che diuino voler tallhor non sprezza, Che ignobil panno accresca sua bellezza. Non sò, se sparue, se partisse, ò come Si togliesse à i miei lumi marauiglia N'hebbi, che parue di grauose some Alleggerir la martial famiglia; O d' Angel sia, che ben merta tal nome; Poiche in ogn'atto ad Angelo assomiglia; Huom no'l dirò, che per sua gratia sente Forza, e vigor la pria smarrita mente. Qui si tacque Ilione. Alessio, e'l Duca Sospesi stan; stiman fauor celeste, Ch'impossibil lor par, che non riluca Raggio di ben fra tante doglie infeste; O'l Genio amico, ch'à speranza induca Cor gia prostrato, e al ben l' ecciti, e deste. Cose ben varie pensano, & assai; Ma, che spià fosse, non ardiuan mai. Pensa rittrarsi al gran Bisantio il Duce, Che son di molto sceme le sue schiere; Ne Giouan di Moldauia alcun conduce; Ne di Moncastro à lui genti guerriere; Ne d'altre parti combattenti adduce Altri, che l'ami, onde non ha, che spere; El però cheto à la Cittade antica Ratto si volge con la squadra amica. E gli infermi, e i feriti fa riporre Ne tetti poi con diligente cura; Cauto vede, e rinforza, & vscio, e Torre, E da l'hostil furor si rassicura; Profondar fa la fossa, e guardia porre A' l' alte Porte, à le sublimi mura. Quiui à l'oprare ogn'vn pronto s'impiega, Aggiorni, ò annotti, e'l faticar non nega. Mentre d'alti ripari entro, e d'intorno La Patria sua munisce il Re superbo; E temendo d'assedio notte, e giorno Fa ogn'hor di vettouaglie ampio riserbo; Fuggir vuol danni, alte ruine, e scorno L'animo infellonito, e'l petto acerbo: Rassegna Enrico i suoi, gia sà, che molti Dal ferro fur nel gran certame tolti. Elpidio, Bonifatio, e Baldouino, Il Veniero, e di Pleia il Conte ardito Raguna il Duce à gran Concilio, e Alcino, Huom graue, e saggio, à lui caro, e gradito. Desia mandar di Cipri al bel confino Per raccor genti, & à l' Albano lito, Per lo campo rifar di quella parte, Che già li tolse il furioso Marte. Determinar tra lor, che 'l buon Veniero Vada là, doue l'amorosa Dea Tra le delitie care il Dio guerriero Talhor ritiene, e di sue gratie bea: E vuol, che Tarso dal fiume Cimero; Oue il popol Alban viuer solea, Da Camoli, e statei monti raccolga Genti, e più, che può in fretta al campo volga. Il frate di Parmen tosto, che intende Del gran Duce de' Duci il voler saggio, Piglia congedo, e parte, e ratto prende Ver l' Albane contrade il suo viaggio; Ma'l buon Venier le bianche vele stende, Nel primo vscir del matutino Raggio, Per lo placido Egeo, sperando al fine D'illustre fregio incoronarsi il crine. De la Naue volante i tesi Lini, Propitio il Ciel, gonfia piaceuol vento; Va costeggiando i lidi à lei vicini, Poi tende in alto, e solca il salso argento; Già, già fuggon da gli occhi i bei confini, Di terra ogni apparir già resta spento, E l' aure lieui per le piagge apriche Portan la Naue à le riuiere amiche. Portan su l' ali i venticelli grati Soaue odor del bel Paese ameno, Prìa, che i Lauri vedessero, e gli ornati Giardini, e'l luoco di bei fior ripieno. Conosceuan, che v'erano, che i fiati Sentian de l' aure lungi dal terreno; E quando vscir del ben felice legno Vider pien d'ogni gratia il nobil Regno. Ben degno, à cui la più vezzosa Diua, Quasi in trionfo incatenato Amore Conducesse captiuo; à lor si offriua D'ogni rara eccellenza il primo honore. Quà vn Boschetto di lauri; là si apriua Limpida fonte di Nettareo humore; Quà d' Augelli s'vdia musico choro, Colà gir si vedea Cigno Canoro. Era ne la stagion, che i secchi prati D'herbe, e di fior tesson nouelli ammanti, Che si veggon d'argento in tutti i lati Lucidissimi à i fiumi i piè tremanti; Che gli augeletti dal pastor lodati Tempran tra i rami i lor graditi canti; E che Zefiro à noi da gli occhi pioue Largo nembo di gioie elette, e noue. Quando col buon Venier la gloria, e'l grido De' chiari fatti, e de 'famosi gesti De' Veneti, e de' Galli al lieto lido Giunse & auien, ch' ogn' alma al suon si desti; Onde à Lucillo il petto illustre, e fido Di generosa inuidia arder potesti, O Fama, tu, che le bell opre accresci Garula, e'l falso al ver confondi, e mesci. Se di canora Tromba n'ode il suono Animoso destrier s'infiamma, e scote; Sembra ne moti suoi folgore, e tuono, Altamente nitrisce, e'l pian percote. Tai di Lucillo le sembianze sono; Tai di valor nel petto ha fiamme ignote; Già colà coraggioso d'esser brama, Oue canta d'altrui verace fama. Questi è figlio del Rè, ch' affrena, e regge De la più bella Diua il nobil regno, Riuerito Pastor, l' amato gregge Con amor regge, e non qual Duce indegno; Giouinetto real, ch'à se fà legge, Ciò, ch'à sudditi è legge, altero ingegno Accende al suon de l'opre Itale, e Franche Lo spirto, e le sue voglie inuitte, e franche Onde desia lo stimolato seno Da magnanimo ardir caldo, e feruente Lasciar il Padre, e'l patrio almo terreno Per portar guerra à la Romana gente: Ne de la sposa il dolce aere sereno A' vietarli l'andar punto è possente; Ne i molli pianti de l'amato figlio, Benche graditi, il fan mutar consiglio. Pregia, e accarezza il Veneto Veniero Con regal pompa, e ne la Reggia accoglie, L'appresenta, lo 'nuita, e'l suo pensiero Discopre in fronte, e l'animose voglie; E quanto di sublime, e di guerriero, E di chiaro, e d'eccelso in se raccoglie, Con ogni affetto al caro hospite scopre Ne l'aspetto, ne' detti, e più ne l'opre. Come il Veneto scorge, che Lucillo Arde Voglioso per gir seco doue, Contra lo'ngiusto Trace il gran Vesillo Dispiega Enrico, e tutta Europa moue: Inuita con molti altri Atio, e Camillo, Guerrieri esperti, e ai famose proue, E'l gratioso figlio ama, & honora, Ch'al suo partir lunga li par breu'hora. Quiui vedresti i Cauallieri eletti, Quai col figlio del Re partir si d i nno; Benche di guerra sièn mastri perfetti; Por per farsi più dotti industria, e senno: Lucillo anchor, che gli amorosi affetti Di Clelia il pungan, non le fece cenno Del suo partire; abhorre la sua pace Sturbare; onde sospeso finge, e tace. Essa lieta viuea, ne sapea quale Infortunio crudel dal Ciel minacci; Ne sapea, che'l suo caro aspra, e mortale Guerra, in vece di pace à se procacci; Pur tra sue gioie ignoto duol l'assale; Par, ch'acculta paura il cor l' agghiacci, Talhor sospira, e se stessa riprende, Che in dolce stato amaro augurio prende. Onde dicea; perche dal petto mio Così caldi sospir, doglia si fera, M'escono, e m'ange? la bell' alma, ond'io E viuo, e spiro, è lieta pur, qual era? Dunque: perche dal seno al Cielo inuio Aure dolenti, e per duol par, ch'io pera? Se d'infelice euento inditio è questo, Sol del mio Ben tem'io, ne curo il resto. Ne d'esso anchora, che d'ogni periglio E' lungi, io del suo amor sicura viuo; E se certo è del cor messaggio il ciglio, Il godo, il miro ogn'hor lieto, e festiuo. Dunque; perche senza cagione, ahi, piglio Martir, che m'ange à l' alma aspro, e nociuo? Perche contra mia voglia, o Ciel dimostro La pena, e'l duol, ch'asconde il petto nostro? Così dicendo da le belle labbia Scioglie in dolci sospiri aure vitali: Picciol suon la spauenta, e par, ch'ella habbia Traffitto il cor da stimoli mortali; Scacciar vuol la mestitia, e gitta in sabbia Il seme, e l' opra, e teme incerti mali; E da questo terror par, ch'ella accoglia Infausto annuntio di futura doglia. Intanto giunge il tempo; onde partire Deue Lucillo, e gli altri eletti Heroi, Che pria, che lasci la sua Reggia, aprire Vuol la sua mente à Clelia, e i pensier suoi: La troua, l'accarezza, al suo apparire Par, che quel, che l'offende, hor non l'annoi, E l'aspetto bramato mira, e gode, E li fa vezzi, e li da pregio, e lode. Ma come à te sua Luce, il chiuso petto Scoprì pien di desio d'eterno honore, Tosto vn rigido ghiaccio, vn mesto affetto Occupò i lassi membri, e strinse il core; Puggir le rose, e forse ne l' aspetto Più, che di bosso, vn horrido pallore; Si sforzò dir tre volte, e tre le note Restaro, e sol di pianto ornò le gote. E'l morto volto, e gli occhi in dolci giri Volgea languente al Caualliero amato, Spessi singulti, e flebili sospiri Fèan de le pie querele il suon più grato: Qual mia colpa (dicea) pene, e martiri Mi prepara si graui, ò Cielo, o Fato? Dunque mi fuggi, e caro à te più fia L'horrendo mar, che la presenza mia? Non teme ei già de' brandi tuoi lucenti I moti, o'l lume, o sdegno, o prego, o grido: Tumultuante, e fero chiama i venti Seco à pugnar con tempestoso strido: Poscia i flutti a dirati atri, e possenti Saltan al Ciel, turban la terra, e'l lido; Fin che le Naui, e i Nauiganti absorti Restan dal lor furor sdruscite, e morti. Se'l camin fosse in terra, io men profonde Le pene haurei, per cui ne vengo meno; Ma'l fier sembiante de le tumid' onde Sgomenta l'alma, e desta horror nel seno; Naui lacere vidi, che seconde Acque gittar su l'arido terreno; Poc'è, del mar, che su l'arene vidi Biancheggiar l'ossa li amanti fidi. Non t'inganni, o mio cor, fallace speme: Perche sei di Nocchiero, arte, & ingegni: Vane son l' arti, quando i venti insieme Cozzan fremendo, e sfogan' ire, e sdegni; Spezzan le Naui, e fan, che l'onda geme; De la terra, e del Ciel turbano i Regni; E gittansi tra loro empi, e furenti A' concorso crudel folgori ardenti. Chi lor da legge, o chi tempra, e raffrena L'immoderata furia, e l'ira insana? Volgi dal mar la mente, e questa pena Toglimi al cor, fa mia paura vana; Ma se fisso hai d'andar, me teco mena Ne perigli era scogli in parte istrana; Sarò beata se viuremo, e anchora Felice à pien, se fia, che teco io mora. E's auerrà, che nostra iniqua sorte Ne l' onda immensa ci sommerga, e vccida; Ne tu la mia, ne io tua dura morte Piangendo l'aria intronerai di guida; E fièn da noi tra le sals' onde porte Co' baci estremi anchor l'vltime strida; A' vn punto, à vn hora tra'l marino gelo Renderem l'alma, che douemo, al Cielo. Per quel primo d'amor segno, e di fede, Ch'à me mostrasti, pe'l dilette figlio. Nostro commune ben, per chi ti diede Con tanto illustre cor, sì lieto ciglio: Del Padre tuo, di me del caro herede Pietà ti moua; ne à si gran periglio Andar ti piaccia. Dunque, ohime, potrai Trar da noi lunghi di senza trar guai? Così dess'ella, e in copia versa, e scioglie Limpido humor da le viuaci stelle; E'n lei rendon del cor le meste voglie Le sembianze dolenti sì; ma belle, Diè fine al dir, ma non al pianto; accoglie D'hora, in hor' più nel cor pen'aspre, e felle. Ei pensa; in lei s'affissa, amore il foco Tragge dal pianto, e l' arde à poco, à poco. Tenne poi, ch'ella il petto à lui traffisse, La fronte à terra, e sorridendo poi Nel viso molle, e rugiadoso fisse Il tranquillo seren de gli occhi suoi: E le dicea, chi te cotanto afflisse? Ferma i sospiri, affrena i pianti tuoi, E caramente dal soaue volto Rasciuga il pianto da begli occhi sciolto. Deh non negar mio cor, che'l nome mio Con l' armi in campo adorni d'alti pregi. Questo più assai, che vita amo, e desio, E bramo, ch' anchor tu quest'ami, e pregi: Cheta il moto di pene acerbo, e rio; So pur, c'hai spirti, e sensi incliti, e regi? E perche m'ami, fà, che la tua voglia Sia conforme al voler, che'l cor m'inuoglia. Non porger preghi più, che le tue note L'vso hanno in me di fulminanti strali; E' sangue mio, quel che tue belle gote Irriga, e bagna volto in pianti tali; Non mi negar, che in parti à noi remote Rechi à la stirpe mia glorie immortali: Deh piacciati dar fine à tanto affanno; Ch'à te di noia, à me d'estremo danno. Fà poi con modi grati, e dolci preghi; Non sol, che lasci, gemiti, e querele; Ma, ch'ella à lui più non disdica, o neghi, Che spieghi in alto a suo voler le vele; E poi par, ch'à fidarlo non si pieghi A' l'instabilità del mar crudele, Dubbia, e confusa oltre ogni modo ondeggia La mente sua, ne sà ciò, che far deggia. Parte, e da lei partendo seco porta D'amor, e di dolor mille ferite, Sospeso, gia lo turba, e lo sconforta Il mesto volto, e le parole vdite. Quinci pio affetto à rimaner l'essorta; Quindi al partir lo spingon voglie ardite; Ma più d'honor può ambitiosa brama; Che l'amor di Colei, che cotant'ama. E tosto à i suoi compagni impone, e dice, Nel primo biancheggiar de freschi albori Sièn parate le Naui, e l'armi, hor lice D'Enrico gir tra martiali horrori: Ch'à por la vita mi terrò felice, S'acquisterò di fama eterni honori, Ciò detto tacque. si prepara, e gode, Solo di lasciar Clelia il cor li rode.

Il fine del Quarto Canto.

Lucillo col Venier si parte, e lascia La Sposa afflitta a triste cui e intenta; Si sommergon le Naui; per ambascia Questo abbracciando resta fredda, e spenta Lascia il legno il Veniero; e in un rilascia Speme di vita; morte si appresenta: Ma'l vento e'l mar con molti amici e fidi, Saluo gittollo a strani, e ignoti lidi. GIà l' aure matutine il lieue spirto Dolce sciogliean fra l'herbe rugiadose; E tremolar facèan al Lauro, al Mirto Con dolce suon le frondi alte, e famose: Lasciaua intanto il vecchio hirrido, ed irto, Tra gigli accolta, e tra purpuree rose La giouinetta Aurora, al suo viaggio Giuà, e chiamaua à se del Sole il raggio. Quando il Venier con molti ascendè allhora Vna ben di ricchezze onusta Naue. Solo attendon Lucillo, che dimora A' Clelia consolar, che trema, e paue! Al fin del regio albergo n'esce fuora, Premendo il duol nel petto acerbo, e graue: Pur mostra lieto il gratioso aspetto; Perche n'abbia il suo Ben gioia, e diletto. L'abbraccia, e prende gli vltimi congedi, A' Dio, (dice) o mia Vita; e'l legno ascende, Misero amante il pianto suo non vedi? Ne'l tuo cuor d'empio augurio inditio prende? Clelia à fatica stà per doglia in piedi: A' pena al salutar saluto rende, Stà, qual stupida e immota, che non puote Stretta da troppo duol formar le note. Il Nocchiero la vela al vento scioglie, Che dolce, e pio per l'aria il passo moue, Gli ordini assetta, e l' Ancora discioglie Dal fermo lito, e se da quel rimoue, Lucillo colmo il cor di crude doglie, (Da i cui begli occhi vn rio di pianto pioue) Mira il lido fuggente; e la sua Sposa Da lungi il guata, pallida, e dogliosa. Intanto i giouin fieri à i forti petti Tirano i remi; onde và in alto il legno, E con egual percosse, e lieti aspetti Percuotono di Nereo il salso regno. Spumanti i flutti à gemer son costretti; Benche non mostrin d'ira, o d'odio segno, Soauemente con felice volo Correa il Nauiglio pe'l salato suolo. Già quattro volte luminoso vscìo De l'ampio sen di Teti il di ridente; E tante volte d'ombra atra coprio Notte, sparsa de stelle il di lucente: Che nel caro terren Patrio natio Lasciò Clelia Lucillo egra, e languente, Ogn'hor fu dolce il vento, ogn'hor à pieno L'aere chiaro, il mar cheto, e'l Ciel sereno. Onde ogn'vn crede rintuzzar l'orgoglio D'Alessio, e dar al franco alto ristoro, Pazzo nostro sperar, che rompe in scoglio; D'auenir cieco. contra il creder loro, Fuor del pensier d' ogn'vn sorge (ahi cordoglio) Con moto subitano Africo, e Coro, Ch'ogni pace confonde, e Borea insieme Gia tra frondute Selue; stride, e geme. Cheto il mar, lieta l'aria, e puro il Cielo, Viui raggi dal crin Febo diffonde; Non freme il vento tra'l fiorito stelo, Ne con sforzi violenti agita l'onde. Et ecco vn cieco, e tenebroso velo, Ch'al Sole il lume, al ciel l'azuro asconde, E più, che in tetra notte il mondo inuolue, E'l Regno di Nettun conturba, e volue. Rugge il Ciel, mugge il mar, trema la terra. Spezzansi i monti al gran rimbombo, al suono, S'arma intorno l'Olimpo à cruda guerra, E di lampi, e di turbini, e di tuono: Naui affonda, arbor suelle, e tetti atterra Il vento, e quasi abbassa l'alto trono; La pioggia il pian sommerge, & ogni core Teme vn si strano, e repentin furore. Che s'abbassin l'antenne, che sien tolte Le vele à i venti il pallido Nocchiero Grida, e comanda; ma le pioggie folte Toglion la vista, e l'horror denso, e nero: Ne s'odono le voci à l' arie sciolte, Ciò vieta il tuon, le strida, e'l vento fero; Ma per se alcun le vele abbassa, e i remi Toglie altri à l'onde, & à trauagli estremi. Contra gli è'l mar, che, quasi empio Gigante, Tenta toccar col crin le bionde stelle; E lor minaccia insuperbito errante, S'arma di sdegni, e d'horride procelle; Spumoso il lido frange; e nel sembiante Crudel, cui chiaro fa lampi, e facelle. Con impeto, e con rabbia il legno assale Il batte, à l'arte del Nocchier preuale. Forse con minor forza urta, e percote Ben ferrato Ariete alta muraglia, Hor s'alza sì, ch'à le superne rote: Far che la Naue sfortunata seglia: De quella altezza in Valli ime & ignote Scende, e poi par, ch'al Ciel s'alzi, e risaglia, Cosi palla da vento hor s'erge, & hora S'atterra, ne là fa troppo dimora. Tant'alto ascende co' suoi flutti il mare, Che n'asperge del Cielo il nuuol denso; Feruon l'arene resseggianti, e appare Tra l'acque sciolte in monti il fondo immenso. Per li moti sonanti imbianca, e pare; Ch'ogn'hor più cresca notte horrore intenso, Di cui men cieco e a' Acheronte il fiume, In cui di stella, o Sol non ride il lume. D'acque i gran Monti l' alte Valli, doue Sembra lo'nferno, che tra'l foco auampi; Il suon de l' onda, mentre si commoue, I spessi tuoni, iluminosi lampi; Il grido de le genti al suon, che moue Da le ritorte per gli ondosi campi: Ciò, che si vede, & ode, auien, che porte Tenebre à gli occhi lor, spauento, e morte. Quà, là vedi le Naui a l'acque in preda. Vinte, e disperse, qual dal vento spinta Tra Sirti, e scogli urtando auien, che ceda Al furor, da cui vien scossa, e respinta. Nel'arene altre immerse, ne ancor seda Il mar sua rabbia, o vien depressa, e vinta. Huomini vedi, arnesi, e traui, e remi Errar per l'acque in que' perigli estremi. Il vento hor spinge, hor caccia, & hor raggira Doue è Lucillo, e'l Veneto la Naue; Gia ciascun per se sol piange, e sospira, E'l più intrepido cor ne trema, e paue. Questo, e quelle à le stelle il guardo gira, (Benche stell a non sia) d'affanni graue, E con note dolente chiede aita, Per trar de l'onde la dogliosa vita. Scerne il Veniero il gran tumulto, e'l moto Del pelago adirato alto temendo, Già del legno infelice il fin li è noto, Così genti ad Enrico, e aiuto rendo? Misero, dice, così vinco, e scoto L' Achiue forze, così à l armi attendo? Che senza gloria (ohime) sarà, ch'io cada Dal campo lungi senza oprar la spada? Deh perche, ò Cielo, ò Fato, io non cadei Per le man Greche nel contrasto atroce, Di Scutari ne' campi, e non potei Di te hauer morte, o Licaon feroce; Hor hora senza honor tra flutti rei, Che morte tal, più assai, che morte, noce Cosi dicendo hor guata il Cielo, & hora Il mar, che lo trauaglio, e che l'accora. Mesto Lucillo vede infeste l'onde; Sdegnoso il Cielo, e l'aere oscuro, e nero, Hor scender tra voragini profonde Il Pino, hor soura l'acque andar leggiero: Sospira grauemente, e non asconde Il dolor del suo petto acerbo, e fero, Si pentisce; ma tardi, assai si duole, Che non restò di Clelia à le parole. Deh; perche (ohime) nel sen di Clelia mia Spirar non posso questi estremi spirti: Dunque fia ver, che'l Pelago à me fia Tomba, e Feretro, hor hor, tra scogli, e sirti Deh; perche à consolarmi dolce, e pia In quest' vltimo fin non posso vdirti? Ciò merto anima cara, ch io potei Lasciarti in pene, espormi à flutti rei. Di me non già; ma ben di te mi doglio, Che rimanesti segno à vn fier dolore; Al mar del suo gran pianto vn duro scoglio Fu sì, non nego, il mio ferino core. Hor mi traffigge il sen graue cordoglio, Che pe'l lume acquistar di vn breue honore; Lontan dal Regno e da la patria à morte Corro, senza con l'armi vsar mia sorte. L'hauer Regno felice à me che gioua? Padre cortese Sposa honesta, e grata; Se di tal flutto: tra l'horribil proua Perdo per sempre, ohime, la vita amata. Ne'l pianto mio fia, ch'infelice moua Del perfido Nettun la mente ingrata, O'sorte, ò Ciel nemico, ò mar crudele, Ch' ogni mio ben riuolgi in tosco, e fele. Ecco vn soffio crudel, che sterpa, e atterra Le selue intiere, e l' acque alza, e profonda Che suelle e getta con terribil guerra L'arbor, la Vela, & il Nocchier ne l'onda. Ei s'aita col nuoto, e'l legno afferra In modo, che fortuna hebbe seconda, Con forza, e con saper di nuouo salse Su'l legno afflitte, e fuggì l'onde salse. Da le nubi, e dal mar, ch'in alto ascende Priuo è rimaso d'ogni luce il Cielo; Onde si denso horror notte distende, Che fa à mirarlo in volto il cor di gelo. Ecco tra l'ombra il vento desta, e accende, E tra pioggia, e tra nebbie acceso Telo; E la rapida fiamma arde, e riluce, Che'l mal si vede, e'l mondo empie di luce. Segue al chiaro Balen fulmineo strale, Ch' apre de' monti la marmorea asprezza, Rimbomba il lito, il pian ne trema, e l'ale Spiega à lo'n giù da la suprema altezza. E col furor, e con l'ardor mortale Precipitoso ogni riparo spezza, Colse il maser Nocchiero, e'n mezzo l'acque, Per cui temea morir, di foco giacque. La Naue allhor per la mortal ruina Disarmata riman d' albori, e sarte, Di Rettor, di Timon sdruscita, e china Afflito aprissi in questa, e'n quella parte. Quà, là, la gente errar per la marina Vedi, se lume il lampo altrui comparte; Chi mostra vn piè, chi'l capo, e chi le braccia, Chi quanto può nuotando i flutti scaccia. Lucillo à i tronchi de l' infausto legno Con contrasto de l'onda al fin s'apprende, E de la Sposa 'l nome amato, e degno Chiama, ch'à i propri affanni afflitta attende. La voce sua de l'acque tra'l disdegno Gorgogliando indistinto il suono rende, Brama che portin l'onde anchor nemiche Il corpo suo su le riuiere amiche. Nuota, e s'aita sì, che qualche frutto Par, che ne pigla, onde non corri à morte! Ma il moto horrendo del terribil flutto Lo trauolue, e raggira di tal sorte, Che di lasciar la trave, e spinto, e indutto, E insieme le sue membra essangui, e smorte. Mentre potè l'humide labbra aprìo, E disse, ò Clelia, ò Clelia, i moro à Dio. Il dolce nome il mar turbato, e oscuro Può raddolcir, e raffenar gli orgogli, Ma già non può Nettun tumido e duro Del caro nome amareggiar gli inuogli. Tratto è quà là de quel torbido, e impuro Il colpo suo tra sassi, e alpestri scogli. Misero amante nel cui nobil petto, Più che d'amor, potè di gloria affetto. Ben ho stupor, che del suo nobil seno Lo'ncendio immenso e smisurato ardore Non infiammasse l'onde; e venir meno Far d'aspro verno l horrido vigore; Ma non son mai da l'huomo intese à pieno Le leggi, ch'usa nel suo Regno Amore. Hor l'acqua infiamma, e'l foco fà di ghiaccio; Muta le voglie, e stringe à i venti il laccio. Clelia; poiche dal fermo lido sciolse L'infausta Naue, e dispiegò le vele Lo infelice Lucillo, e fidar volse La cara vita al mare empio, e crudele. Pallida, e fredda ogn'hor pianse, e si dolse, Empiendo il Ciel di voti, e di querele, E pria, che morto, il pianse morto, e vide, Con qual ferro il dolor l'anima ancide. Gia fugge il cibo, abbandonata, e sola, Oppressa il cor da i suoi pensier mortali, Al comercio d'altrui si toglie, e inuola: E nutre il cor de' soui grauosi mali. Dolce conforto lei non riconsola; Ne ragion racchetar puo i sensi frali: E del martir sotto il grauoso pondo Geme, chiamando il nome à se giocondo. Clelia, se in aria l'aura i fiati moue, E'l mar rincrespi, escota foglia, o fronda, Trema, e le par, che folgorando Gioue D'intorno anneri, e'l mar turbi, e confonda, Ma, quando acerbo il Ciel fulmina, e pioue; Spirano i venti; in alto sbalzan l'onda. Fredda sopra il suo letto stesa giace, Languida geme, e sospirosa tace. Come d'alpestre vento ode il rumore Le son saette al cor di mal presago; Sembra vn ombra d' angoscia, e di terrore; Simulacro infelice, horrida imago, Le bianche gote di dolente humore Riga, da cui fuggito, e'l color vago. E l'aere dolce del sereno volto In oscura tristezza in tutto è volto. S'ella ode calpestìo, se venir vede Paggio, o guerrier verso il suo regal tetto, Pallida, e sbiggottita vn messo crede, Che dica in mar sommerso è 'l tuo Diletto. Mossa da tal pensier, che'l cor le fiede; E di perdita tal dal rio sospetto Mira, e d'ogni salute gia dispera Torbide l'acque, e l' aria oscura, e nera. Vdir parle, e veder moto, e tumulto Del mare irato, e'l flutto atroce, e fero; E de gli venti il repentino insulto; E d'ogni speme priuo il buon Nocchiero. Vedere il caro suo squallido, e'nculto Chiamar soccorso dal celeste impero. E quel, che più l'aggraua d'aspre some, E' che chiami le par di Clelia il nome. Cosi s'incentra, e interna il cor turbato In tal pensier, che già le ha il sen diuiso, Che sparge di vn sudor freddo, e gelate Le 'mpallidite rose del bel viso. Se non hauesse il pio soccorso à lato De le donzelle, quai con saggio auiso Sostentan lei, cadria ma la pietade De l'amica bontà fa, che non cade. Intanto, ecco la notte, e intorno il mondo, Stringeà tra'l fosco horror de l'humid ali, De le cure noiose il grave pondo Il sonno accheta, à i sensi infermi, e frali: Ma fine à lei non da lieto, e giocondo, Traffitta il cor da dolorosi strali. E notte, e giorno cresce il fier dolore Da mille parti al combattuto core. Mezo, e più del camin, già scorso hauea Notte, e verso l'occaso il volo aprìa, E'l candor d'Oriente si vedea Vincer con la sua luce l'ombra ria. Quando à Costei, che'n pianto si dolea De l'occulto infortunio, qual solia. Horribil sogno il sonno egro discopre; Quel, ch'era incerto, e certo, e vero scopre. A' quell afflitta mente il bel Lucillo Mostra col capo chin, languido, e smorto, Non già simile à se, quando partillo Brama d'honor dal suo paterno porto; Che per seguir d' Enrico il gran Vesillo Rimase in mar esasperato absorto; Ma d'acque il crin stillante, horrido il volto Gia latte, & ostro, gratioso, e colto. Riconosci il tuo Caro, o Clelia mia, Dir le parea, che'n mar rimase spento? Guardami? io d'esso sono, hor saggia, e pia Da Tomba al corpo, e fine al tuo tormento. Potenza ignota, e'l Ciel cortese inuia Al lido tuo, ne à te porga spauento, Il miser corpo mio, selui vedrai Da quel, che di già fù, mutato assai. E prego te, s'alcun mio prego mai Hebbe forza appo te, che questo vaglia. Mentr'era in vita sai, quanto t'amai, Ne à l'amor tuo credo, ch' alcun s'agguaglia; Che intatto anchor lo serbi; ne giamai Fuor, che di me nouello amor t'assaglia, Io t'amo, e adoro, ne fia d'arder priua Fiamma d'amor, ch'anchor ne' morti è viua. Ella piange al suo pianto, e grida, e dice, Mentre per rittenerlo apre le braccia. Ben de l'anima mia teco infelice Me infelice condurre hormai a piaccia: Che à me senza di te viuer non lice, Ch'io viua e'l mio Lucillo estinto giaccia, Ah ver giamai non fia, s'era tua vita Mal grado mio da me farai partita? E s'l dolor lo spirto egro, e languente Non rapirà con dispietata mano, O nero tosco o ferro empio, e tagliente; Perche ti segua, a me 'l farà lontano. Mentre cosi dicea, lasso, e dolente Con dirle à Dio, si sciolse in aere vano; Come tallhor veggiam face se l'ira Di superbo Aquilone in essa spira. Il dolor, il timor, il sogno, e'l sonno Scacciò da se con vn terribil grido, Come Colui, che de la vita dono Vede gia fatto il suo nemico infido; Perche i fren di ragion regger non ponno Più la bell alma sua, gia caro nido, Qual fors nata l'aurea chioma e'l seno Stratia, e percote, i gridi il tutto han pieno. Di Manto negro e nubiloso cinta Sorgea l'alba tra nubi atra, e pensosa. Non di porpora, o d'or fregiata, e pinta Ma turbata, dolente, e lagrimosa. Lassa pendea di pallidezza tinta Per pietade di lei mesta la rosa; Piange, non canta i suoi grauosi danni L'augel tra boschi, e i suoi futuri affanni. Esce stracciata il crin, liuida il volto, Sparsa di pianto, dal real soggiorno, Vede il mar procelloso, e'l Ciel riuolto Al fine suo di nero auolto intorno: Portar pe'l vento impetuoso, e stolto Per lei dolente, e sospiroso il giorno, Teme trouar, chi cerca, e chi vorria Veder, teme veder, chi pur desia. Con mesta schiera di seruenti Ancelle La mestissima donna guata, e mira Giunta al Pelago irato, o Cielo, o stelle', O vista, o duol, che'l cor lange, e martira: Molle, languido, e freddo sopra quelle Arene vede quel, per cui sospira, Vede il suo Bene, e riconosce il viso Amato, e caro; ond'è il suo cor conquiso. Non si piegò, caddè, tratta dal pondo Di quella angoscia, che nel cor' ritiene, Vede placido sì; ma non giocondo Il volto, à lei cagion di amare pene. Vede implicato, e intesto il suo crin biondo D'alghe, di Giunchi, e di minute arene, Il mira, e tace, e par che pensi, e poi Poc'apre a detti incerti i labri suoi. Ohime, qual ti riueggio, ohime, son queste Chiome d'or fin, che m'allacciaro il core? Queste le luci, o Cielo, oscure, e meste, Ch'eran riso, gioir; gratia, esplendore? Son quelle, ohime, che le mie voglie honeste Acceser prima di bramato ardore? Hor torni morto, à portar morte à quella, Ch'eri sua vita, ahi sposo, anima bella? Che giouò, ohime, che del futuro fosse Infelice indouina, & io temessi De l'orgoglioso mar l'ira, e le posse Trepida l'alma, e ghiaccio il petto hauessi? Se vietar non potei quel mal, che mosse Te fido mio da mei pudici amplessi. Fu'l fato, e'l Cielo auerso, che in te volse Il cor molle in diaspro, ei Lini sciolse. Te non accuso, o del mio afflitto petto Vista horribile, estrana, vnica speme. Sento, che m'erri intorno, o spirto eletto, E intendi, & odi queste voci estreme. Ma teco tosto vengo in questo detto Bassamente intra se mormora, e geme. Si piega, e'l collo al caro Amante abbraccia, Da freddi bacci à la gelata faccia. Non, cosi auidamente ed era cinge A' l'amato marito il collo adorno Ne cupida cosi circonda, e stringe Vite amorosa il caro tronco intorno, Come Costei, che già al morir s'accinge Ne l'amplesso di morte, o infausto giorno Mesto mirasti di duol aspro, ed empio E d'amor, e di fe souarano essempio. Ne piu riuolse al Cielo i lassi lumi; Ne sospiro, ne si percosse il seno; Ne si vider dagli occhi amari fiumi: Scender pe'l volto à far molle il terreno; Ne tremò, ne si scosse; ma costumi Casti, e colmi d'amor scoperse à pieno, Mentre abbracciato il tiene, cangia stile, S'aggela, e affredda, à lui diuien simile. Ne giàle belle, e delicate braccia Da que' nodi amorosi alcun può sciorre, Giunta hà la faccia à la bramata faccia, Ne concess'è di mouerla, o disciorre. O miracol d'amor, chi fia, che'l taccia? E non tra le altre sue queste anchor porre Si preme merauiglie, Amor congiunse Quei, che del Fato ira, e furor disgiunse. Pietosissimo Ciel, quando al dolore Acerbo, il fin con la sua morte desti, E col suo caro, e tanto amato amore Dopò tanto martir lei congiungesti. Rimase per la morte, e per l'horrore Dolente il Regno, i Padri afflitti, e mesti. Cosi vniti in vn sasso i corpi amanti Diero al riposo con singulti, e pianti. Rotto il legno infelice, il buon Veniero De la speme di vita in tutto priuo, Quà, là dal mar tumultuante, e fero E' trauolto, agitato à pena viuo, Con le braccia, e co i pie s'aita, e'l nero Flutto col soffio scaccia, à se nociuo. Tutto è mar, quanto l'occhio intorno vede, Ne sà doue por creda in terra il piede. Lasso già d'ogni ardìr, priuo, e di lena Gir si lasciò, stimosi morto in tutto; Ma vn onda fatta pia sopra l'arena Gittollo fuor del tempestoso flutto. Disperata la speme anchor serena Mostra faccia di gioia in mezo il lutto, Saluo; ma stanco in vn girar di ciglio Trouossi fuor di si mortal periglio. Cosi fortuna spesso, e ben far suole Ciò, che non può saper d'huom scaltro, e saggio E con la mente, e tacite parole S'allegra; benche in loco ermo, e seluaggio. A'punto allhor tra cieche nubi il Sole Scoprì del volto suo lucente il raggio: E saettò giù da' Celesti Campi Di calor dolce temperati i lampi. Poi, che l legno fù rotto, e gli huomin viui Lasciar l'alma tra l'onde, egri, e somersi; E di pianto, e di Tomba ignudi, e priui, Esca de l'Orche, e d'animai peruersi, Chetossi il vento, e sedar l'ira i Rivi Spariro i monti in mar di spuma aspersi, L'aria, e'l mar tranquellossi, al vasto seno Mostrò ridente asperto il Ciel sereno. Sopra l'arena il giouinetto molle Stupido pensa, oue si troui, e mira, Vede piagge diserte, e sassi, e zolle; Onde dal cor profondo alto sospira, Hor verso il Ciel sereno il guardo estolle; Hor ver l'ande marine i lumi gira: Mentre guata sospeso il mare, e'l Cielo Gli empeti hauer deposto, e'l fosco velo. Vede venir di venerando aspetto Donna d'età perfetta inculta, e bella; Ma di graue beltà, candido, e schietto Ha'l suo vestir, nuda la pianta snella; Fiammeggia il biondo crin, com'oro eletto; Qual sol lucente ha l'vna, e l'altra stella; Li dardi ha in man, son sue bellezze altere De' boschi honor, terror de l'empie fere. Tal ne va forse à l'habito, al sembiante Ne le selue à cacciar Ninfa, o Diana, Con gli occhi casti, e con maniere sante, Crudo ha'l cor contra amor; ma in volto humana. Pur innamora il Ciel, celeste amante Par disprezzar la Vergine sourana; Segue le vaghe Fere, Amor non cura, Prende le Belue, e doma ancor sicura. Come la Donna in lui fisa le ciglia Tremò nel core, e impallidi nel viso. Poi, com'è rosa nel matin vermiglia, Venne, il passo fermò con saggio auiso: Con dolce suon di voce ella à dir piglia Ver lui, che siede pallido, e conquiso Poi, ch'al lume del sol questi occhi apersi Huomo sopra il mio lito vnqua non scersi. Chi ti spinse, e condusse in questa parte, Che di legge mortal non serba segno; Chi ti resse il camin, dì con qual arte Approdasti à tai liti audace legno? Donde sei? perche vieni? hor suela in parte Sia tua sorte o voler, giouane degno, Che veggio ben, che tu tra sassi, e Belue Nato non sei, ne in cieche horride selue. Ed egli, o Dea, che da gli empirei chiostri Scendi hor pietosa à consolar mie doglie, Diua àl'aspetto, à i panni, al dir ti mostri E Dea t'inchino, e Diua il cor t'accoglie, Come tal dammi aita, à lupi, à mostri Togli queste al gran mar rimase spoglie; Togli hormai questa vita à pene, à lutti. De' venti auanzo, e de' marini flutti. Benche ti basteria veder mi solo Di fortuna crudel, misera imago; Pur dirò per scemar de l'alma il duolo, E far di te mia Dea l'animo pago: Bench'esser giunto à l'arenoso suolo Tratto dal mar tumultuante e vago Rechi qualche contento, e'l mesto core Raddolcisca; amareggia anco il dolore. Nacqui là, doue al gran Nettun nel seno Sublime posa, e gloriosa siede Venerabil Città, c'ha'l cor ripieno Non men d'amor, che di giustitia, e fede, Venetia detta, hor chi può dir à pieno L'ampie doti, che'l Cielo à lei concede? Poiche cortese pioue nel suo grembo Di gratie, e di virtù perpetuo nembo. Angel genitor m'era, il primo della Gran Republica mia, se ciò dir lice. Hebbe in sua sposa Ifilea honesta, e bella, Per cui ben era, e si tenea felice: In breue tempo con amica stella Me primo parto dal bel fianco elice; Il Padre, ch'essa più, che se stesso ama, Da la stirpe di lei Venier mi chiama, Com' intes' io, che'l pio Dandolo spinse Contra i Romani coragiose schiere, Che di pallore ogn'vno il volto tinse, Ch'udì il gran nome, e mirò le bandiere. Che questo, e quel il crin di gloria cinse Per voglie illustri, & opre alte, e guerriere; Anch'io d'inuidia generosa punto Con Enrico m'accolsi, e à gli altri aggiunto. Ilqual poi dopò dura aspra Tenzone, Ch'egli hebbe contra il furibondo Trace, Vede il campo scemato; onde dispone Rifar ciò, che rapì guerra vorace. Me manda à raccor genti elette, e buone La ve tra fiori, e scherzi paga giace La bella Dea, che'l furioso Marte Alletta, e lega con piaceuol arte. Molti, e molti guerrieri, e demegliori Al saggio Enrico già condur volea, Chi per oro acquistar, chi sommi honori, Alcun predar la Grecia si credea. E la prole del Re, che d' aurei fiori La bella guancia nou'età spargea, Per me seguir, lascia la Patria grata, Il Padre caro, e la consorte amata. Le Naui, ch'attendèan parate, e pronte, Di quanto bramar possi adorne, e piene, Salimmo, il Nauta, da con lieta fronte La vela à venti, e abbandoniam le arene. Il mar Panfilio senza temer a'onte Solchiam col petto pago, e pien di spene, Godo tra me, ch'al militar periglio Guido anchora del Re lo inclito figlio. Placido il Ciel diletta il core, e'l senso, E sicuro il Nocchier drizza la prora, Già quattro volte era dal grembo immenso De l'Ocean sorta la bionda Aurora. E tante il Sol di viue fiamme accenso Tuff'o ne l'onda il crin che'l mondo indora. Daldi, che lasciam Cipri, e al mar crudele Fidam le troppo (ohime) credule vele. Quando à vn tempo si stende, e si diffonde Più, che pec' otro un nubiloso velo; L'aria allhor si conturba, e'l volto asconde Tra le nebbie importune il Dio di Delo: E mormorando il Ciel versa ne l'onde Tra grossa pioggia il grandinoso gelo; E'l tutto innonda, il vento porta guerra A' i Campi, à i Paschi à i fior, ch'abbatte, e atterra. Ma con più sdegno, & ira il vasto seno Del mar placido pria trauaglia, e volue, E sfogando ogn' hor più rabbia, e veneno, N'agita il legno, e i cor d'affanni inuolue; E Borea, ed Austro d'ulto furor pieno L'ampia vela, e'l timon rompe, e dissolue; Gira la mesta Naue à mezo l'acque Al fin la spezza; onde à noi morte nacque. Sommerso il legno, i miei compagni amati Restaron meco à l'onde, à i mostri in preda. Io poi tentai tra i venti, e i moti irati Saluarmi; benche 'l mar m'abbatti, e fieda. Cessò l'ardire, à i membri miei gelati, La forza, e'l senso; ond'è ragion, ch'io ceda; Ch'io ceda à l'acqua, à la procella atroce Da stancar huom più assai di me feroce. Ne più scacciar potendo i flutti amari Co' soffi, e con le braccia in tutto morto Mi stimai, non veggendo in que' gran mari A' le tempeste mie sicuro porto. Ne lido ù ricourassi, i Padri cari Chiamai nel cor per vltimo conforto. E gir poi mi lasciai, ne sò, com'habbia Asceso, vn sogno par, sopra tal sabbia. O che per mio tormento il Ciel mi serbi Però l'alma dal corpo in mar non sciolse; O ch'à fama beata anchor riserbi Questa vita ch'à morte acerba tolse. O quelli miei desiri alti, e superbi Con infortunio tale affligger volse: E vuol, c'hor qui tra Pin, Cipressi, e Faggi Purghi le voglie, e i miei desir non saggi. Bagnò, mentre dicea di vn largo pianto Il petto afflitto, e le smarrite gote. Datti pace, diss'ella, e cessi intanto Il trauaglio, e'l dolor, che'l cor ti scote. Non ti doler, se 'l tuo maluagio tanto Destin ti ha spinto in parti erme, e remote, Che qui tra fiere, e tronchi anchora lice Viuer beato, e'n se lieto, e felice. Col contemplar de le cagioni ascose Gli alti principij, e le mirabil opre, Vien l'huom diuin, sue voglie gloriose, Per cui l'ascoso, e occulto apre, e discopre. Vieni al mio tetto, in cui gran saper pose Somma bellezza, e l'oro il vela, e copre. Io mortal Donna in bel; ma frale albergo Vino, e l'alma, e i miei strai polisco, e tergo. E lodo lui, che tra le stelle, e'l Sole Di sua diua bellezza eterro regna, Che lungi dal sentier di scherzi, e fole Se tra nebbia mirar mi fece degna: Et à mente mortal, che Dio ben cole Far parte del Ciel seco non isdegna. Cosi dicea, faceano i dolci detti Men crudi al di lui cor gli amari affetti. Giunser poscia al Palagio, ilqual nel Monte Ha Loggie, ampi Verron, Camere, e Sale, Disputo Scarpello opre alte, e conte, A'cui non vede il Sol, ne vedrà eguale. Scioglie per mille fori vn chiaro fonte Sopra lui l'acque in copia tanta, e tale, E con tanto furor dal monte scende. Che quesi un nouo Nil l'vdito offende. Cento Vergini allhor già nate in quelle Selue sacrate à la Triforme Dea Venner, questa al Guerrier le spoglie belle, Ei lacci d'or molli dal mar sciogliea: Quella appo staua vn bagno, e di nouelle Frondi il tutto più adorno, e bel rendea. Vna da le chius' A che i panni trasse, Per cinger del Campion le membra lasse. Chi lo lauò, chi'l terse, l'vnse, e'l cinse Con gentil modo in delicata veste; Chi'l letto ornò, ch'el duol, che già lo strinse Scacci, e ponga in oblio le pene infeste; Questa il foco acstò, quell' altra auinse Le carni à'Spiedi; vna in dorate Ceste Cerere porta, & altra i bianchi lini Stende, altra pone i pretiosi vini. Qual la Madre Cirene il caro figlio Con regal pompa accolse entro il suo tetto; Quando piangea con doloroso ciglio De le dolc' Api il morto suo diletto. Tal fu'l moto gli affari, & il consiglio, Lo splendido apparato, e'l lieto affetto, Col qual Erina honora il nouo amico Nel luoco alpestre solitario, e aprico Fornito il tutto. Altea giunge veloce Con dolce Cetra, e canto di Sirena, La bella Erina allhor con grata voce L'Ospite caro inuita ala sua cena. Quel non parea, che già dal mare atroce Solo viuo fuggì; ma viuo à pena, Più, c'huom sembraua in regal manto inuolto Nel parlar saggio, e nel leggiadro volto. Più, che mai bello hauea fatto ritorno L'ostro già in pallor volto al morto viso; Nel suo sembiante di grandezza adorno De l'altezza del cor da certo auiso. Par, ch'abbelli d'Erina il gran soggiorno Con modi honesti, e mansueto riso: Stupisce la Donzella, e tace, e mira, E spesso gli occhi, e'l cor ver lui raggira. Intanto Altea con la dorata Cetra, E col carme soaue alletta i cori, Al canto, à i detti, al suon, la terra, e l'Etra Godendo l'vn da rai, l'altr'herbe, e fiori. Cantò, come aspro freddo in chiusa pietra L'aere condensi, e'l volga in viui humori; Sorgan poi già pien l'Antro i chiari argenti, E faccian sopra il pian Riui, e Torrenti. Come di vn vapor grosso, e'n aria adusto Si mostri à gli occhi altrui Cometa, o Stella, Con luce infausta à reo Tiranno ingiusto Minacciar seruitù, mort' aspra, e fella; Come terreo vapor di gelo onusto S'aggiri in aria in questa parte, e'n quella; Spezzi Naui, arbor suella, e à' giorni breui Turbi, e confonda, e porti ghiaccio, e neui. Come la terra in acqua, e'n aria l'acqua Si cangi, e fatta lieue in foco ascenda; E come il foco in aria, e l'aria in acqua, Poi l'acqua di vil terra forma prenda; Perche di Luna à i moti in mare l'acqua Di sei hore in sei hore, hor s' alzi, hor scenda; Perche varie virtù sapor diuersi Habbino i Fumi al salso mar conuersi. Come poi chiuso de la terra in seno Vento crudel gli alti edifici scuote; Perche si mostri il Ciel chiaro, e sereno, Mentre trepido il pian crolla, e percote: Perche del Sol la luce venga meno, Mentre più splende ne l'eterne rote, Ed Eclissi la Luna, à che si mostri Hor ritonda, & hor scema à gli occhi nostri. Come di molte Stelle il lume vnito, E restasse tra lor candida via Formi, qual latte sparso, e disunito, Ch'al Palagio di Gioue i Diui inuia: E che vapor non sia surto, e salito Per virtude di quelle chiaro aprìa Perche à Febo tallhor cinga, e circondi Viuo cerchio a'argento i capei biondi. Qui tacque, al suo tacer, tacquero insieme Del sonoro strumento i bei concenti, A l'armonia di cose alte, e supreme, Tacque ne l'aria il sussurar de' venti. Mentre cantò le mar auiglie estreme Godero i cori, i Cieli, e gli Elementi. L'Heroe pose in non cale à i dolci carmi Le tempeste del mar, l'amor de l'armi. Poiche con cibi grati, e vin soaue Il desio di natura auida estinse, Ch'è dal mar lungi, e più non teme, o paue L'orgoglio suo, che gia'l trauolse, e spinse. Gli aggrada il tutto, li è noioso, e graue, Che luoco alpestre, e sconosciuto attinse: Ma pur lieto si mostra; benche il core Dubbioso ondeggi tra gioia, e dolore. La notte intanto con la destra in Cielo Componea 'n varie fere aurate stelle, E sotto l'ampio, e tenebroso velo Tutte qui nascondea le cose belle: E de le lunghe chiom humido gelo Stillaua Delia, e fra le caste ancelle Sublime giua, e che' mostraua à loro De le piagge del Ciel pompa, e decoro. Però la saggia Donna al pro guerriero Vaga stanza assegnò ricca, & adorna, In cui di nobil marmo in vista altero Formato è Pan, ch'al tetto alza le corna. E poco lungi in habito leggiero Siringa, che di Canne il crin s'adorna, Par che di furto il Dio la noti, e miri, E che d'amor ferito arda, e sospiri. Siede da parte vn letto alto, e pomposo, Che per porpora, ed oro arde, e risplende, Là si corca il Venier, quiui riposo Dona à le stanche membra, e'l sonno prende. Erina parte; ma col cor doglioso Sù le solite piume il corpo stende. Pensa, come l'Heroe tra pochi giorni A'gli honori, à le guerre, al campo torni. Ma non sà come, i suoi pensier molesti Le aprono il petto, alquanto di duol pieno; Ma intanto il sonno à li suoi moti infesti Raffrenò'l corso, e'l vaneggiar fe meno: E con dolci lusinghe i sensi desti Caramente occupando acchetò 'l seno, Gli occhi onde chiuse; ma gli spirti interni Opran; benche sopiti i sensi esterni. Perche, mentre men son distratte, e mosse Di vari oggetti le potenze humane; Tanto più l'alma sue virtudi, e posse Mostra d'otio nemica, alte, e sourane; Raro la mente à sensi aperse, e scesse Dal verace suo sen sembianze vane. Se non è, quando falsa cura adombra Il bel de la sua luce, e'l ver disgombra.

Il fine del Quinto Canto.

Fileno in sogno la gradita figlia Consola, e le fa noto il suo lignaggio; Al Venier ella i casi, e la famiglia Narra de l'Auo, e'l grand'opra del saggio: Del suo Palagio 'alta merauiglia Veggono e'l tutto di vn Carbonchio al raggio; Guata il Guerriero in sasso illustre, e bello Del genitor d'Erina il ricco Auello. NE la pace del sonno à pena inuolto Fu'l cor turbato, e i vigilanti lumi, Ch'à la mente suegliata il nobil volto S'offri del Padre suo, voce, e costumi: Qual disse à lei con dir distinto, e sciolto, A che t'affliggi, e'n van t'angi, e consumi? Dimmi alma di quest'alma, o del mio core Più caro cor, c'ho del tuo duol dolore. Il giouinetto Heroe col giunger forse Importuno à tue voglie hora t'annoia? Diuin poter serbollo, il trasse, e scorse Sicur per l'onde, e'l tolse à morte, à noia: Il suo venir; benche à te strano, porse A'lo spirito mio contento, e gioia, De la Patria; ond'io vengo, è illustre figlio, Chiaro per virtù d'arme, e per consiglio. Gli antichi d'esso à i nostri fur congiunti E d'amor, e di sangue; e visse, e viue L'Affinità tra voi; benche disgiunti Siate per tanti mari, e tante riue: E se scarsi son gli anni; anchor aggiunti Voi due stimo di stirpe; ah non sien priue Di lui, ne'l consentir, le nostre piagge, Trattienlo con maniere honeste, e sagge. Ma se vedrai, ch'alto desio lo'nuoglia Di tornar non potendo al suo viaggio, Che di guerriero honor la intensa voglia Negherà di restar tra'l Pino, e'l Faggio. Sappia, ch'andar non può da questa soglia Lungi, e nel Latin campo far passaggio; Se prima à te mia figlia non dia preghi, E à te con pianto il suo pensier dispieghi. Non bramo questo; perche l'odia, ch'io L'amo, e d'ogni suo ben contento piglio; Tor ad Adria il vorrei, che se rapio Il Regno à i nostri; priui lei del figlio: Se non puoi contrastare al suo desio, Sforzata al fin darai fedel consiglio. Buon non è ritener cor, che non sente Dolce la pace, e torbid'ha la mente. Come l'horror noturno sparir suole Di Febo à i rai, cosi l'amato aspetto Del Padre in questo; il senso, e le parole Serba la cara figlia entro il bel petto. De' cui vaghi occhi il lampeggiante sole Lasciò tornando il sonno al suo Ricetto. Lor apre, e se veder potesse guata Del suo gran Genitor la faccia grata. E d'ogni parte gira i lumi intorno Per mirar se può anchor la fuggit'ombra. Ferma Erina de gliocchi il guardo adorno, Di dolor, di desio l'animo sgombra: O saggia, piangi; perche il tuo soggiorno La sembianza paterna non ingombra? E perche al senso tuo celossi, mostri Molli del pianto tuo del volto gli ostri. Spinta dal duol che l'hauea il core vcciso Sciolse con vn sospir l'auree amorose. E disse, ah Padre, à me chi t'ha diuiso Chi lo tuo aspetto à le mie luci ascose? Per te son, per te viuo, à questo viso Tu i gigli desti, e le'purpuree rose; De la mia fronte apristi in bel sereno Raggi, al cui lume fuggi, e vieni hor meno. Pur già cari ti fur, pur già souente Dolci baci godendo à lor porgesti? Tu lo semplice spirto, e questa mente Saggia, dotta, e prudente à vn tempo festi? Perche fuggi, o bramato? e si repente Rendi gli affetti miei scontenti, e mesti; Se m'ami? perche fuggi, à che t'inuoli A'me, che t'amo, e me non riconsoli? Forse chiamò già in cosi lassi accenti Da le bell'onde il genitore amato La bionda Dafne, qual co'i crin lucenti Hauea di Febo il cor preso, e legato. Come Costei, che in placidi lamenti Sfoga del suo desio l'affetto grato; Ma intanto il Sol co i matutini ardori Sorgendo acchetò in lei pianti, e dolori. Ma come adagio à ripensar si diede, Quanto, ch'à lei commise, e che l'espose Conosce, che su lò cosa, ch'eccede Ogni credenza, e'n gioia la ripose. In si dolce maniera à l'alta sede Volse del Ciel le stelle rugiadose, Ch'accender lo potèo, ridente rese Gratie à lui, che di lei già cura prese. Trasse del Padre la memoria greue Da gli amorosi rai lacrime pie, Che le Verginee guancie, e'l sen di neue Rigando fa pe'l volto humide vie. Qual bianco giglio, che nel sen riceue Lucide perle à l'apparir del die, Quai la bell Alba dal raccolto lembo Versa mentre à'bei fior rinfresca il grembo. Intanto sorse da le molli piume Il nobil peregrino, e guata, e mira. S'abbaglia di ricchezze al chiaro lume De la gran Mole, e la struttura ammira; Ma come pensa, che non sà, o presume D'andar al campo amico, il cor ritira; Ne bel ciò ch'è bellissimo, li sembra, Tanto vn desio vietato aspro rassembra. Poi con modi deuoti al Ciel cortese Porse col cor bramoso, e lodi, e preghi; Perche à la Patria, al Padre, à degne imprese A' lui sentier sicuro dar non nieghi; E che l'ire c'ha in se d'alt'odio accese Plachi, e l'asprezza in tenerezza pieghi; Mostri via, dia fauore, e porga aita Al suo patir, salui l'honor, la vita. Poi tosto andò, doue la saggia figlia Di Fileno era in se tacita, e queta Parea in vago giardin bianca, e vermiglia Rosa, che del mattin le pioggie mieta. Al cui venir alzò le care ciglia, E la fronte assai più gioiosa, e lieta. E sorse, è scintillò per gli occhi fuore Gli honesti rai di consanguineo amore. E con amiche note, e dolce riso Per man lo prende, e dolcemente dice, O del mio nobil Ceppo in Cielo affiso D'alta gloria immortal tronco felice, Di te conosco la sembianza, e'l viso, Ti vidi tra la schiera empia, infelice, De' Tessali maluagi, e l'opre tue Viuon d'Albin ne le pitture sue. Benche lontano, pur mi sei Cugino; Ma ben più assai, che frate amato, e caro, Tu del buon sangue Veneto, e Latino, Pompa suprema, & ornamento raro: Le tue glorie, i tuoi pregi, il tuo destino, Quando ti piaccia fièti aperto, e chiaro; Ma tempo anchor non è, ch'io questo suela, Se'l Fato al tuo saper ricopre, e cela. Stupido, e immoto il giouinetto al detto De la gentil Donzella, ne sà come Le sia di caro parentado astretto, E già di lui conosca,e faccia, e nome, Se'l Ciel de le tue gratie il tuo bel tetto Colmi, e lo sgraui di noiose some, Dimmi l'origin tua, grand'ho stupore; Perche'l tuo dir ristora i sensi, e'l core. Cosi dicea il Veniero, essa col ciglio Caro, ridente; e man suete note; O del Padre Nettun gradito figlio Appresso noi stan le tue sorti immote: Quà tue belle virtudi; e'l tuo periglio Pinto si vede, e non da mani ignote; Ne negar ti vogli' io cosa, che brami, E sciorti del futuro anco i legami. Non sò, s'à le tue orecchie vnqua peruenne Di Pietro Candiano ingegno, e voglie, Qual fù, qual visse, quale Patria il tenne, Che'l tempo ogni memoria à lungo toglie, Per molta età la fama anchor le penne Lasse già fatte, à se stringe, e raccoglie, Io dirò, come quà venisse, e gli anni Passasse lieto doppo graui affanni. Il Padre mio, che più de gli occhi suoi, Più de la propria vita era à lui grata, Voglio (dicea) che de gli antichi tuoi Conosci la regal stirpe honorata. Due etadi, e più tolse da i liti Eoi Febo di rai la fronte incoronata, Dal di, che Pietro lasciò fuor di spene Il Regno, e in vn le meritate pene. Sò, che quanto à te dico, occulto è anchora, E' quasi Historia isconosciuta giace, Come già Candian, fu Duce, e allhora Hebbe di regnar sol desio vorace; Come Vinegia tua tentò, ch'ei mora, Di dotta penna il ragionar non tace; Che risuonar fa ne gli scritti sui La gloria somma, e'l vituperio altrui. Al Padre Prence all hor Costui successe Pietro di nome al popolo gradito, Creato Duce con amor poi resse Le tue belle contrade, i mari, e'l lito, Che parea certo, che nel seno hauesse De le sacre virtudi il choro vnito; Ahi d'imperar troppo sfrenata voglia Dal dritto, e da ragion lo torce, e suoglia. Tu sai, che del regnar continuo bolle Ne'magnanimi petti alto desio, Questo la Fede, e la giustitia tolle Dal cor sincero del grand' Auol mio. Cosi superbo l'alta mente estolle, Che'l mondo sprezza, e poco apprezza Dio; Ma di se stesso, e del suo affetto pago, E di farsi sol Rè diuenne vago. Nutre nel seno il periglioso ardire, In lui già nato d'importuna voglia, Farsl il Veneto stato hebbe desire Soggetto; ond'egli ogni deuer dispoglia. Già mostra i segni, già'l vedi apparire Tumido, e gonfio; e par, che à gl'altri toglia Del comandare ogni possanza, e solo Sourastar crede à l'honorato stuolo. Benche tenesse il suo pensier nascosto, E del secreto suo parte non faccia; Al Ciel non piace, che sia in opra posto Voler si reo, ne si nascondi, e taccia, S'ode vn bisbiglio, vn suon tacito, e tosto Vn di ciò si querela, altri il minaccia; Già e noto, gia è sprezzato, già il prepara La Patria disdegnosa à morte amara. Già conoscendo, ch'inalzarsi brama Oltre sua voglia à i termini del giusto, D'ira il popolo offeso il Duce chiama Scelerato, crudel, perfido e ingiusto; E per priuarlo affatto di quant ama, Voglion gittarlo da lo soglio augusto; E con mille tormenti, e crudo scempio Stracciarlo, e darne à gli altri iniqui essempio. Pietro, che sà, che cheggion suoi demerti; Qual pena deasi al sciocco suo dissegno, (Morde la conscienza) vsci, e coperti Rinforza, con grana'arte, e scaltro ingegno: Le fenestre, gli spaldi, e i luochi aperti Forti assai rende al popolar disdegno; E s'assicura sì, che indarno spera Iui por entro il piè nemica schiera. Mille, e più armati fuora stanno, e'l loco Occupano de' passi; acciò non esca, Pone tumul tuaria gente il foco Nel Palagio real, ch'à star l'incresca. Tal pon crud'huom lo incendio à poco, à poco; Perche l'Api soaui l'amat' esca Lascino, e i cari Faui, e i nidi grati Felici manne de' fioriti Prati. Sorge horribil la fiamma, e'n sen nasconde L'eccelso albergo, e intorno à vn tratto accende Gli ampi edifici, e dona à le profonde Sue voragini, e'l tutto in polue rende; S'aggira, e volue, e freme, e si confonde Nel Rogo suo, che a'ogni intorno splende L'Auolo mio, di se, del figlio vede L'vltimo eccidio, e moue insano il piede. Spinto dal duol, qual forsenato corse, Oue giacea sua suenturata prole, Tra le braccia l'accolse, e'l bacio porse, Dicendo, mentre in van si stratia, e duole. Vn voler temerario al suo fin scorse Nel nascer la tua vita, questa mole Arde; e tu senz'error per l'error mio Innocente fanciul ne paghi il fio. Cosi godi la Reggia, e'l crin ti cingo, Diletto mio, d'imperiali honori; Cosi in manto regal tue membra stringo, E t'orno di ricchezze, e di tesori? Miserabil Bambin; ma ben t'astringo Morir, qual empio tra mortali ardori, A' me quel foco deasi, il fallo hauendo Commesso, e quello cancellar morendo. In questo, ecco in su'aita il saggio Armano, Che nudi il picciolin, lo scorse, e resse, Qual con versi incantati assai lontano Transferia i monti, e mouea pioggie spesse; Benche sereno il Cielo; al fier Volcano Col suo saper così il furor ripresse, Che depose il nociuo, e qual di rose E'la freschezza, tale in esso pose. Tra 'l foco, e le fauille, che già accese Imperuersando la Cittade infesta, Passò col figlio, non sentendo offese Da quella fiamma horribile, e funesta. Arman fe allhor, che spirto infernal preso Di Candian la faccia manifesta. Mentre de lo suo albergo il miser sgombra; Stratiaro in vece sua la pallid'ombra. Le genti infellonite il falso Sire, E del figlio gentil la finta imago Feriro, e trucidar, fin che de l'ire S'estinse il foco, e fe'l lor petto pago: E lor corpi infelici à sepelire Mandaron tra le fiamme. intanto il Mago In sicur trasse il fuggitiuo, e'l caro Pegno per sua cagion dal caso amaro. Poi fa vn legno apparir, da cui fu vinta L'aura nel moto, e lor sol tre raccoglie, Solo raccoglie lor; perche fu estinta Dal timor, dal dolor l'afflitta moglie. Lasciò la Patria d'alto incendio cinta A' la voracità de l'altrui voglie; Ma non lasciò già coi regali fregi Del magnanimo cor gli spirti egregi. Quando credea Vinegia tua, ch'ei fosse Gia traffitto con l'armi, arso col figlio, Sopra Naue volante i remi mosse Per l'Oceano in sempiterno essiglio. Veduto questo scoglio, il vel rimosse Da la fronte del cor, serenò il ciglio. Pensando ritrouar, come il ver fue Tranquillo porto à le tempeste sue. Nudo è lo scoglio, e sol d'alghe, e d'arene, E di conchilie pieno, horrido & arso. Forse, di Ninfe il choro à sciugar viene Al calor di vn bel Sole il crine sparso, Mentre, che'l Re sbandito fiso tiene Le luci al pian d'ogni ben priuo, e scarso. Lieto è sì; ma però dolente spira Sospiri al Ciel di pentimento, e d'ira. Sospiri? di che temi? noua doglia Di futuro disagio il cor ti preme? (Diceali il Mago) perche frutto, o foglia Non vedi, e di vederne hai poca speme? Ma poco anderem, c'hauerem d' Illustre soglia Le grandezze presenti, andiamo insieme. Processer poco, e di si eccelso tetto Si offerse il bello, e diè pace, e diletto. Confuso Pietro à tanta vista disse Con suon di merauiglia, o saggio Armano. Chi ricercando tutto il mondo gisse, Per trouar tanto pregio, andrebbe in vano: Ne la mia Reggia, in cui gia vissi, e visse Il Padre mio giustissimo, & humano, Resplende à par di questa, io non sò doue Mi guidi, forse in Ciel vicino à Gioue? Cantan per le campagne ampie le bionde Spiche il valor de le lor graui chiome; Verdeggiano appo i sposi le feconde Viti, gia onuste di gradite some; Vedi in schiera scherzar tra lucid'onde Gli agili pesci, par che mostrin come, E'la terra abbondante, e ricca, e lieta; Ou' ogn' agio, ogni ben s' accoglia, e mieta. I vaghi siti, l'alta Mole, e queste Piaceuoli acque, i verdi prati, e l'ore Godeua Pietro, in boschi, ed in foreste Con Fauni, e Dei traheua in pace l'hore: Hor contemplaua del Giardin celeste De' lumi erranti il moto, e lo splendore; Cosi premea gli affanni, e di natura Desio sublime, e al ben l'alma assicura. D'etade intanto, e di bellezza crebbe Del Duce il figlio, e giunse à que' begli anni, Cui per natural termine si debbe Prouar di dolce amor gaudio, e non danni; Cui no d'huom: ma di vn Dio sposa sarebbe Degna la figlia; e tale in bianchi panni Vergine vide, che le lucide acque Specchio faceàsi, e d'essa si compiacque. Di vn Dio siluestre prole, e d'vna Diua Era costei, ch'Eonide s'appella, Da' cui begl'occhi amor con fiamma viua Auentolli nel cor dardi, e quadrella; Nel suo virgineo volto vn lume apriua, Aria serena più d'ogn'altra bella, Che reggea'l giouinetto, ne mai riso Mouea, se non presente il chiaro viso. Ma Pietro, che di ciò s'auede, e brama Gia le nozze, e i Nepoti, à lui congiunse La desiata figlia, che tant'ama, E nouo gaudio al nobil petto giunse; Con destro auiso la felice Dama, Ne anchora intiero à l'anno il fine aggiunse; A' la luce del Sol diede, e fè pago A' l' Auo il sen con pargoletto vago. Quali amplessi, quai baci, o Dio, quai vezzi Pietro, il duce non fece al nato figlio; Per contento si grande auien, che sprezzi I regni, e apprezzi il suo perpetuo essiglio; La sensi alteri in sicurezza auezzi, Hor mansueti à lui fan lieto il ciglio; Vagheggia il caro Infante, e col presente Bene addolcisse il fel de l'egra mente. Era il bel Germe amato à pena giunto Al quintodecimo anno, che'l gran Zio D'anni più, che maturo, estremo il punto Senti per torlo al mondo, e darlo à Dio. Di dolce cura il saggio petto punto Abbracciò il figlio, e disse, hora m'inuio Per via tanto temuta, à la Natura Horribil tanto, al sciocco mondo oscura. Io poi, che nel gran Sol, da la mia mente Tolta ogni nebbia, affissai pronto i lumi, E conobbi il mio, error, gia in tutto spente Calde voglie di fama, ed'ombre, e fumi. Lieto rendo al terren la spoglia algente, E varco d' Acheronte i negri fiumi, Cosi dicendo fece noto à lui La progenie, i perigli, e i voler sui. Del dire al mezo il senso e le parole, E la vita, e lo spirto à vn tratto colse La fredda Parca; e lasciò meste, e sole Le piagge intorno, e'l riso in pianto volse. Cosi non è, che la memoria inuole Obliuione, o i nomi, o l'opre tolse; Perche li Padri à i successori suoi Dicèan de la lor vita, e l'ante, e'l poi. Pietro d'Arman chiare scienze apprese, Dal Padre il figlio; e'l successor da lui, Cosi di vn gran saper le faci accese L'vn da l'altro hebbe', e questi da Colui: Più d'ogn' altro Filen gradille, e prese Del cui valore vnica figlia fui: Egli priuo de suoi giouin rimase Donno, e Signor de l'incantate Case. De la sua nobil vita il verde Aprile; D'età felice i più sereni giorni, Spese in mercar virtù, vago, e gentile Era di gratie, e di costumi adorni: V'è quel Monte, che s'alza oltre ogni stile, Colà faceua i grati suoi soggiorni; Gli aspetti osserua, i moti, i corsi, e i giri Scherzo de gli Astri ne' stellanti Giri. Non da gli effetti à le cagioni occulte; Ma da le cause à manifesti segni Passò l'acuto spirto; roze, e inculte Son le vostr'arti, e vani i vostri ingegni; Che da gli effetti à le cagion sepulte Con studio à pena di salir son degni; Oso dir, che in virtù sì s'auanzasse, Che'n terra i Dei del Ciel solo agguagliasse. Ei spessissime volte me con seco Condusse al monte pargoletta anchora. Mentre con nera man ne l'aere cieco A'le stelle la notte il crine indora; E di quanto sapea, ne partia meco, Il buono, e'l bello; & io qual noua Aurora Crescea di virtù al Sole, e anchor del Cielo A' i cari influssi, amica al Dio di Delo. Queste Vergini mie, che miri, sono Figlie di questi Boschi, e vscir da quelle Selue; del Padre mio son caro dono, Lor mi diò per compagne, e per Ancelle. Altre à la caccia, altre di Cetra al suono, Altre à le pescaggion trà l'onde snelle; Altre al Palagio attendono, altre intesti D'oro, e di perle fan fregi à le vesti. Alletta, e piace il ragionar soaue De la vaga Donzella al pro guerriero, Par, che del petto il duro affanno sgraue; E lieto renda il giouinil pensiero. S'à te (dicea) non è noioso, e graue, Che nel cor scerna del futuro il vero, Non negar, nobil Donna noto farmi De la mia inclita Patria paci, & armi. Guata picciole l'ombre, e'l Sol riposto A' mezo il Cielo ha del suo carro il lume; Hor s'accoglie la Greggia in Antro ascosto; Tra rami affrena il lieue Augelle piume. Mira, ch' Altea sopra le mense ha posto Cibi assai grati al solito costume; Perche ne prenda il natural disagio Dolce alimento con contento, & agio. Ma com'haurem concesso, quanto chiede De la necessità modesta voglia, Diceua Erina, moueremo il piede Del mio Fileno à la gradita soglia. Finito il pranso di là, donde siede, Si toglie, e vuol, che seco i passi scioglia Il giouinetto, e van per gli ampi tetti Di statue adorni, e di lauori eletti. Mentre passaua l'alta merauiglia Del sublime Palagio intento scopre. A'lui più volte-fero alzar le ciglia De' vari fregi le mirabil'opre. Tra se dicea, non fia, ch'io l'assomiglia, A' qual più degna mole il Sol discopre: Forse del Ciel la Reggia è à questa eguale; E come quella forse anco è immortale. Ella con saggio dir per man lo prende Con grati modi, e seco lo conduce A' vn Vscio, che gran lume intorno rende Per le gemme, e per l'or, che in lui riluce. Aperto, v'entra, il guardo intorno stende Nulla vi scerne, non v'è face, o luce; Ne i desiati aspetti vede, accolto Il tutto stima, e'n tenebre sepolto, Tosto la nobil figlia squarcia il Velo, Ch'ad vn Carbonchio chiude fiamme, e lampi, E'l tutto alluma; vn improuiso gelo Par che nel petto à lui per ciò s'accampi; Non tanto lume mai diffonde il Cielo, Quando d'ogni vapor suelato hà i campi, Quanto quest è, c'hor fà, ch'ei scerna tanti Duci, Caualli, Cauallieri, e Fanti. Cosi ne lo'ntelletto nostro assise Imagin sono, e intelligibil forme; Ma rimarrièno oscure, e'n quello affise De le spetie Ideal le belle norme; Se non l'illustra in gratiose guise L'Agente facoltà, che mai non dorme, E quel, ch'era, e non era, fà, che fuori Appaia, e mostri in atto i propri honori. Quiui à i raggi de l'oro, al Sol lucente Di Rubin, di Smerardi, e di Giacinti Artificio gentil guata, e la mente Rende confusa, e gli alti ingegni vinti: Nel mezo al ricco Hostel siede eminente La gran Tomba fatale. Erina tinti Di pietà gli occhi pianse, indi in suon lasso Disse additando il pretioso sasso. Han qui tranquilla pace, almo riposo Le venerabil ossa, e'l cener lanto Del mio buon Genitor, che glorioso Portò (cred'io) d'ogni sapere il vanto: Fra questi illustri marmi giace ascoso Lo spirto eletto, e vi starà fin tanto, Che tra que' boschi solitari l'alma Lasci la mia mortal corporea salma. Allhora il monte, il tetto adorno, e queste Eccellenti ricchezze, or gemme & ostri, Come fumo al soffiar d'aura celeste Sparir anno, o qual nebbia à gli occhi nostri: Rimaran Selue, & horride foreste Tane, e stanze di Fere, & empi mostri, Noi lieti andremo doue i gloriosi Spirti hauranno felici, alti riposi. Deh disse il giouin saggio, o de la mia Salute, alto principio, vnica speme. Dunque senza Batesmo andar potrìa L'anima nostra co i Beati insieme? Ma questo ver non è, se l' acqua pria A' lei non laua il crine; ampie, e supreme Son le sue doti; ella tra viue rose Mosse l'aure soaui, à lui rispose. Fede, e culto di Lui, che per noi fece Col tesor del suo sangue eterno acquisto Segiumo, hauemo, & honoriam, che lece Viuer tra le mort'ombre ancho al mio Christo. E credo, che di noi voti, Are, e prece Gradisca, empio cor sprezzi, e pensier tristo; Ne del mio Genitor, la Fè, la pièta Abhorri, che in bontà passò ogni meta. Benche di noi la salutifer' onda La colpa original non purghi, e laue Tant'è la Fede; onde il cor nostro abbonda, Che del Drago Infernal timor non haue; E l'alma quì viue si pura, e monda, Che non è, che dilitto human l'aggraue; Ne stima error il Ciel, quel che ci nega Necessità, se l'alma à lui si piega. Ma forse quella eterna, alta bellezza Non haurem noi, che serba à i più felici, Ma gli agi, il Ciel sereno, e la dolcezza, Che sua bontà concesse à i primi amici, Allhor che nel gran dì la somma Altezza A'l alme, o buone, o ree, liete, o infelici Darà la gran sentenza, i più perfetti Vedranno Dio, n'hauran gioie, e diletti. In questo ella stillò da i chiari lumi Lagrime di dolor per tanto danno. Sempre auien, che la speme al cor consumi Tema mal nata di futuro affanno, Mentre il Rettor del Ciel quest' alma allumi Tema non hà de l'Infernal Tiranne: Perche giustissim'è, ne spinge' fuore Confidente pensiero il vil Timore. Il Venetiano Athleta il grande Auello Vede di bel lauoro ornato, e sculto In vn solo smeraldo, e scopre quello D'oro, di fiori, e d'altri doni culto. Erina à lui volgendo il viso bello, (Ch'immoto stà per nouo affetto occulto,) Volgi (dicea) Venier? volgi quà i rai, Ch'eccellenze maggior mirar potrai.

Il fine del Sesto Canto.

La bella Erina al buon Venier discopre D'Adria gli alti principij; e come cresca Per gli altrui dani; e morti; e non giust'opre, E l'oro insieme, e la sua gloria accresca. Vede, come ogni Duce al ben s'addopre; E come altri sormonci, altri discresca; Guerre, esserciti armaci: poi ritorna La nobil coppia a sua magione adorna. SIedi, o Guerrier, se di veder ti caglia De gli Patritij tuoi gesti famosi, Che' seggo anch'io; perche sò quanto saglia A' virtù l'alma ne' suoi bei riposi. Guata fuor de la lucida muraglia Del sagace Nettuno i prati ondosi; E sìs que' scogli, quasi vniti, estretti Rozi Tuguri, e Pagliareschi tetti. Ella ciò dice, & ei gli occhi riuolse Ad vn souran balcon, ch'aperto stima, Ma vn chiaro, e sol Christallo il Fabro accolse Dal pauimento à la suprema cima; Non tanta trasparenza in se raccolse Viuo Diamante, qual più si sublima, Quanto vedeasi in quel, che l'occhio crede puro acre, e di beltà vince ogni fede. Q' quanta gente à lor correa nel grembo; Quasi in porto di pace si raccoglia, Vento impertuno, e procelloso nembo Fuggon di guerre, e la paterna soglia; E de que' sassi su'l salato lembo Farma popolo inuitto eccelsa voglia, Alza delubri, fa Palagi, e porge Lodi à quel Rè, ch'al ben oprar lo scorge. Mentre barbara Torma Italia tutta Con ferro, e foco intorno arde, e tra scorre, Per fuggir furor tanto; onde distrutta Era ogn'antica terra, ogn'alta torre, Di giorno in giorno gente in vn ridutta: Correua in quelle parti il piede à porre. Mentre Etruria piangea suo stratio, e morte Essa sol gode fortunata sorte. Volgendo gli occhi à lui veder parea Pargoletta Città, cui cingen l'onde, Che qual chiaro folgor ne gli occhi ardea. De gemme ornata, e ai vittrici fronde: Sopra la cui bellezza il Ciel scotea Aure di pace stabili, e giocorde, Tra sabbia, e flutti, ed Apio amaro posa Vergin del gran Nettun lodata sposa. E guata tra Conchilie, e giunchi, e scogli, Ch'ogn'hor più sorge al Ciel famosa, e grande La patria gloriosa, che gli orgogli D'altrui non teme, e mille gratie spande; Par che sua maestade à l'altre togli Il vanto d'opre inuitte, e memorande, Indarno dotta man tenterà d'essa Narrar con penna la beltade impressa. E crescer la vedea non altrimenti, Che cara figlia à dolce Madre in seno, C'habbia propitio il fato, e gli Elementi, Cara amica la sorte, e'l Ciel sereno: O di quai fregi cinge i crin lucenti, Di quai doni, e quai pompe ha'l grembo pieno. Già s'inuaghiscon de' suoi ricchi pregi A' gara Duci, Imperatori, e Regi. Sdegna Vergine saggia, abhorre, e sprezza, Ch'altro Rè la lusinghi o la vezzeggi; Lieta, e contenta de la sua bellezza Viue sublime in Christallini seggi; Nè in ampiezza di Regno, nè in ricchezza Sà, che'l mondo non hà, chi lei pareggi. Da Dio dipende, nè d' altrui deriua, Sua forza independente al Ciel s'ascriua. Come conduca il crudo Atila mira De gli Hunni, e d' altri essercito possente Rotto da Etio irato si ritira; Torna ne l'Vngheria con poca gente; Colà schiera sleal dietro si tira; Là passa l'Alpi, e'l mondo fa dolente; E scende ne l'Italia, ahi quanti affanni Porta il crudel, quanti homicidi, e danni. Ecco assedia Aquilea, saccheggia, e accende Verona Brescia, Bergamo, e Milano; E de la bella Ausonia strugge, e stende Gli edifici superbi, e'l fertil piano. Ecco de' fiori la Città, ch'ei prende Con dolci modi, e'par cortese, e humano; Ma tosto guata, ahi miserabil sorte, Per lui tutte sue genti à terra morte. Ecco Colui, che lascia il caro nido, E tra Veneti Giunchi il pie riposa, Lascia à l'empia ingordiggia, al petto infido D'Atila la Città culta, e pomposa, Magno di nome, e d'opre, amico fido Del Cielo, à cui tien gli occhi, e con pietosa Voglia il miser solleua, e di bei Tempi Orna Vinegia, e da sublimi essempi. Scerni? tra quella horribile tempesta Che non pur batte i fior; ma boschi, e piante, Qual noua merauiglia sorger questa Patria famosa di real sembiante. E mentre, che'l crudel Barbaro infesta L'Esperia tutta in tanto mal costante; S'abbellisca, s'adorni, al Ciel sormonte Per virtù illustre, e per ricchezze conte. Come dal sen di tanta guerra sorga Popol di pace, e di costumi egregi: A' cui non voglia ambitiosa porga Morso, o punta di duolo à i petti regi: Onde creduto fù, che'n lei risorga Quell'aurea età qual par, che s'armi, e pregi: Da l'altrui pouertà, morti, e ruine, Nascan contenti, e glorie, alte, e diuine. Cosi Miriam tra spine, Vepri, e sassi, In arsiccia campagna allhor, che'l Cielo Cinto è di nubi, e'l verno freddo stassi Stillando dal crin bianco horrido gelo; Rider vezzoso fior, ch'arresta i passi Al viandante à corlo dal suo stelo, E ricco il sen di lucido candore Di dolce stupidezza empie ogni core. Nè più potendo il tirannesco impero Di Clefi Rè de' Longobardi ingiusto Soffrir l'Italia, allhor fermò il pensiero Sottrar il collo suo dal giogo onusto: Prese fuggendo tacito sentiero Da mille parti stuol nobile, e giusto, Onde legni infiniti iui approdaro, Ch'era al furor de gli empi alto riparo. Che non da plebe vil principio prese; Ma da più generosi, e più lodati, Di magnanimo cor prode, e cortese, Di modi, e di pensier santi, e pregiati, Per fuggir danni, per schifar offese, Le rapine, gl'incendi, e i campi armati: Di nation Barbariche, là molte Gloriose famiglie s'han raccolte. E perche ragion è, che da megliori Nascan megliori, come il Saggio disse, Quel saggio, che di gloria à i primi honori Alzò Stagira, insegnò à'dotti, e scrisse, Però stupor non è, che s'auualori La Republica tua, che viue, e visse, Tal che Febo non vide, o vedrà mai Simile in terra, ouunque spiega i rai. In numero, e in potenza ogn'hor crescea La fortunata parte, e'l caro seno, Il Consolo, e'l Tribuno allhor reggea Con giusta Lance il Veneto terreno, Poscia elessero il primo in Eraclea Duce, d'ogni bontà, di laude pieno, Paulin'huom giusto, e d'ottimi costumi Lontan da fasti, ambitioni, e fumi. A' Costui dopò, il popolo feroce Orso di nome nel Ducato elesse; Poi contra lui sdegnato. (ahi quanto noce Talhora il Regno) come colpa hauesse, Nel misero sfogò l'animo atroce, E col ferro assaltollo, il vinse, e oppresse. Dopò à Marcello Eracliano il pondo Dier di Vinegia, huom placido, e facondo. A' cui successe Ipato, & à costui Teodato, il figliuol del Duca vcciso; E poco men del Padre duro à lui Il regger fù, che ne restò conquiso; Perche temendo i Cittadini sui, Che di Tiranno al fin non dasse auiso, De gli occhi lo priuarono, e del Regno, E lo scacciar, come negletto, e indegno. Galla tosto s'ornò de, primi honori, Nè più de gli altri hebbe propitio il fato, Che del popol lo strepito, e i furori Lo spogliaron del giorno, e de lo stato. Poi di Fortuna à' placidi fauori Sie de Giouanni nel bel seggio aurato. Nè guari stette, che di lume priuo Al mondo visse, e à se medesmo à schiuo. Quel è'l Prence Mauritio, che percote Giouanni si, ch'à morte lo conduce: V'è Fortunato, qual con arti ignote Trama congiure contra il nouo Duce; Ei se ne accorge, e le contrade note Lascia, e co'l figlio in Francia si riduce; Nel soglio abbandonato ecco riposa Obelerio con sorte aspra, e noiosa. Che la Città tumultuando sorge Contra di lui di sdegno, e d'ira armata. Qual serpe rio, ch'al Viandante porge Col dente acuto piaga auenenata: Del Titolo lo spoglia, e fuor lo scorge Del regal tetto, e de la gratia data: Esso dolente scopre al Rè Pipino L'odio in se de la Patria, e'il suo destino. L'ode, e si duole de l'oltraggio, e accoglie Grand'essercito in fretta il Rege amico, Con li veneti tuoi guerreggia, e toglie Modi, e patti formò col suo nemico, Onde Obelerio con la regia moglie Occupano di nuouo il seggio antico. Ma Venegia l'abhorre, à cruda morte Lo 'nfelice destina, e la Consorte. Quegli è Pietro Cian, che buono, e saggio Il popol suo fedel gouerna, e regge; Tiepolo è l'altro, c' hà forza, e coraggio Li Liburnici vince, e lor da legge: E' quegli il Contaren, che'l suo viaggio Tien dritto al Cielo, e i rei scaccia, e corregge; Benche del solio si più, ch'altri degno, Fugge lo Scettro, hà le grandezze à sdegno. Venerio è là, che qual Torquato, o Bruto, Seuero giusto, e d'efferato core. Et priuarsi del figl io ha pria voluto, E'l figlio de la vita, e de l'amore; (Perche rapito ha quel d'ingegno astuto A' Vergin figlia il suo pudico honore.) Che far, che la sua mente al mal si pieghi. E giustitia sia ingiusta à gli altrui preghi. E'Domenico Siluio quel, che veste Aurato manto, e nel gran tetto siede. Và de' Normandi contra l'armi infeste; Ma contraria al voler l'opra succede; Che le suenture sue strane, e moleste Fan, che scontento al gran palagio riede. Ecco è deposto da l'altezza. è accolto Altri ne l'armi fortunato molto. Questi è Orlafo Falier, che là riceue De la Donna del Mare il regal segno, Spirto guerriero, fa, che Zara in breue Al Leon torni assai gradito pegno: Ne' Liburnici Campi piaga greue Hà nel pugnar da barbaro disdegno. Ecco di belle piaghe torna adorno Vincitor monto al solito soggiorno. Ecco Pietro Tradonico, che viene Ad Adria in grembo, e lascia Pola, e l'ira D'Equilia, e'l furor Franco, che l'arene Bagna di sangue; ond'Istria alto sospira, Duce, Manto, e Diadema eletto tiene, V'è quai spirti d'honor folgora, e spira: Quà al Trace Imperator aiuto porge; Là ne l'Apulia noua Armata scorge. Domenico Michel guata, che adduce Ducento Legni armati in Palestina, Per dar soccorso il valoroso Duce Del popol fido à la fatal ruina: Gia per molte vittorie, e fè riluce: Ma più per quel, ch'oprò ne la Marina, Che Spalatro, e Modon sotto il suo impero Raccolse, Rege inuitto, e Caualliero. Giouanni Patriciaco è Colui, Che del gran Genitore imita i gesti, Ben di gran Padre degno figlio, à cui Simile hauer la terra non vedresti, Iniqua sorte, gli alti pensier sui Con dura infirmità legar potesti, E troncar nel principio il nobil corso Di brame illustri, e porre à' sensi il morso. Lascia vn altro Giouanni i gigli d'oro, Di nuouo pronto à la sua Patria riede, A' lui ridona il saggio Concistoro Le regie insegne, e la lasciata sede: Da'suoi nemici, e da' misfatti loro, Quando, che men stimaua, il mal succede. Li priuar de la chioma il capo, al mento Troncar quel di Natura alto ornamento. Mira nouo prodigio, vn, che rifiuta Le cercate d'altrui pompe, e grandezze. Ecco le voglie repugnanti muta, Vento da'preghi; e par, quant'odia, apprezze, Venerabile, grande, e di canuta Mente, brama per Dio pene, ed asprezze; Cenobi, e chiese inalza Orseolo, à dietro Poi lascia il seggio odiato, e'l mondo tetro. Là fugge in Aquitania, e'n sacra veste Lieto le regie membra il Duce avuolue. Mentre le genti d'Adria afflitte, e meste Piangon la sua partenza, ei pago volue Gli occhi, la voce, e l'alma à la celeste Patria, e'l cor dolce in lagrime dissolue. Intanto non men giusto Vital prende Scettro, e Diadema, e tosto altrui lor rende. Ottone il figlio à quel succede, auampa, Qual nouo incenaio di bell'armi cinto; Gli Adriatici oprime, ne vn sol scampa, Rimira i liti, e'l mar di sangue tinto. La Crouatia debella, e'n essa stampa Segni del suo valor dal giusto spinto, Che val sorte, o virtù, quando il liuore Piglia, & accieca scelerato core? Precipitato è dal gran soglio, e in bando Spint'è senza cagion, se cagion dire Non vogliam li suoi pregi, el'ammirando Vigor, che dimostrò tra ferri, & ire; S'error non è con gl'infidi pugnando Le vittorie acquistar, pronto al soffrire. Ah secolo infelice; poiche dai A' i merti, a le virtù supplici, e guai. V'è Candian, come l'amato figlio Di cor proteruo, e rigida maniera, Contro il proprio voler spinge in essiglio, Genitor pio, di duol conuien, che pera. Morto. Il Senato allhor prese consiglio Di richiamar à se quell'alma altera, Venuto à i suoi richiami. ecco, che danno Lo stato à lui, non Duce; ma Tiranno. Quest'è Colui, che in queste strane piagge Per lo saper d'Arman fuggendo attinse; Oue con brame poi modeste, e sagge Pensiero ambitioso oppresse, e vinse: E più tra queste parti erme, e seluagge Pasiò contento i giorni, e al Ciel si strinse, Che tra sublimi honori, e tra Palagi, Nidi d'Adulatori, e di maluagi. Di tutti non dirò, c'hebber Domino Sopra la bella tua Città gradita; Solo d'alcuni; per che è già vicino Il Sole à far la solita partita: Mira colà trà quel furor marino Vn'altro Candian, che l'hoste inuita, E pugna contrai Narentani, e poi Morto; ma chiaro torna à i liti suoi. Ecco con pensier alto, e spirto acceso Orso ripor del gran Senato al piede Di regia insegna l'honorato peso; Il ricco scettro, e quanto ben possiede: E' de l'amor del Ciel piagato, e preso, Sacrarsi à Dio, che brama, spera, e crede: Come con duri cibi, e rozi panni S'appressi à quel, fugga mondani affanni Tra l'asprezza colà d'alpestri Rupi Viue contento, ne disagio sente; E da gli Antri, e da Spechi horridi, e cupi Vagheggia Dio l'innamorata mente: E l'innocenza sua d'Orsi, e di Lupi Non teme innacerbiti l'vgna, o'l dente: Siede giocondo, e gode in terra il Cielo Ne sente astio, o rigor di caldo, o gelo. Con simil nome vn Patriciaco mira Reggere il Regno suo prudente, e saggio Al fin satio d'impero à Dio sospira, Tocco lo spirto suo da diuin raggio. Ecco come animoso al Cielo aspira, Quasi fuori di se, con qual coraggio Felice con Felice viue, e i giorni Passa del Ciel ne' placidi soggiorni. Quel, che quasi Alba, ch'à noi porti il Sole Sopra il carro di rose à i primi Albori, Risplende, e auien, che l'auree lodi inuole A' i più chiari, e famosi, e i primi honori, E' Michele, il gran Sir, che l'alta mole Di Ioppe toglie à i barbari furori, E Samo, e Mitilene, e Rodt, e Scio Da' Greci e toglie al Re maluagio, e rio. Dopo i Patrizij tuoi pronti crearo Domenico di nome, e Contareno Di stirpe, egli espugnò con valor raro Del furor Macedonico il terreno: Andrea del sangue istesso al popol caro Fugge de l'acque il fortunato freno; Onde sbandito lascia i Partij nidi, E noue terre creca, e strani lodi. Veduto in parte hai de Quiriti tuoi Gli alti principi lor, l'armi, e la gloria; Ma pochi fur, s'oltre saper ne vuoi Suona di lor virtù nobile istoria; Ti scoprirò d'alcun, che verran poi, (Non è, ne fù di lor segno, o memoria,) Gli animi grandi, e le mirabil opre, Ch'anco il futuro in sen nasconde, e copre. Da le passate, le future cose Conoscer puoi di questi animi regi Le magnanime imprese, e le famose Palme, l'ampie ricchezze, e i fatti egregi. Come da l'Alba se con luminose Vesti risplende, e con gemmati fregi, Conosciam che felice il giorno sorge, A'fiori, à frutti, al mondo piacer porge. Se di ciascun di lor lo studio, e l'opre, Li costumi, e'l valor narrar volessi, Mancherebbono l'hore; ogn'vn discopre Rai di virtù; non mai da nube oppressi. Non debil lena, o picciol voce scopre Grandezze immense; onde partire elessi, Che più vn silentio riuerente loda Colui, che'l sommo de le glorie goda. Mentr'ella ciò diceua, oscura vn ombra, Quasi Caligin densa intorno appare, Da gli occhi desiosi toglie, e sgombra Gli atti diuersi, e le sembianze rare: E pienissimamente accieca, e adombra Le Campagne già liete, e l'acque chiare. Allhor sorse la Donna, e'l buon Guerriero, E lasciar quell'aspetto ombroso, e nero. Poiche (dicea la vaga Ninfa à lui,) Si gloriosa vista à i lumi tolse, Nube importuna, e con gli horrori sui La pace; onde godiamo, in parte colse: La fronte, e gli occhi volgeremonui A' l' altra parte de la stanza, e volse A' questo dire i passi, doue il lume Porge il Carbonchio, e par, che'l tutto allume. Corone, Scettri, Porpore, e Tesori, Esserciti animosi, armate schiere; Spiegate insegne, & habiti, e colori, Spirar ardir, faccie, e sembianze altere; Vede, e da l'armi vscir lampi, e fulgori, E raggio tal, che gli occhi, e l'acque fere. Gia Christalline; hor rosseggianti vedi, E ira quelle natar spad', aste, e spiedi. Veggon là tra nemici, e dardi, e spade Drappel rapito di nouelle spose, Seco amor mesto, & egra la beltade, Lasso Himeneo, le gratie lagrimose: Si stratiano il crin d'oro; à vn tempo cade Dei volti viuo à le purpuree rose. Ecco son tolte à gli Empi; ecco che riede Vinegia tua con le'nuolate prede. Non Appelle, ne Zeusi a l'huomo, o al Cielo Scoprì del lor saper si chiaro segno, Quanto il pennel a' Albin nel sottil velo Mostra del cor gli affetti ira, e disdegno; Vede splender il ferro, ardere il Telo, Sosopra gir del gran Nettuno il Regno; Par tutto vero, e vscir fumante il sangue Da piaga di guerrier, che geme, e langue. Par, che i sospiri s'odano; & il suono De' Combattenti, e di Baliste, e d'archi. Mentre stridono i dardi, e spinti sono Da sollecite man curvati, e scarchi; E la luce del Ciel mirabil dono Ad oscurar, non sono lenti, o parchi. Quando col foco la sulfurea polue Caccia la Palla, e'l tutto spezza, e volue. Là tra l'onde spumanti guata, come Arde al fulgor de l'armi il Ionio immenso. Che percosso da' Remi, e da le some Di tanti legni ha'l dorso graue, e denso: L'ordine, i modi; fien le forze dome De l'orgoglioso Campo, e'l petto accenso Del tumido Dragon, che vome, e spira Fumo d'atre venen, fulmini d'ira. Poco discosto volgi gli occhi à quelle Genti feroci à far pugne, e contese, Le veloci Galee, le Naui snelle Rotte tra l'onde erranti, e parte accese; De' soldati, e guerrier la torma imbelle Saltar ne l'acqua, per fuggir l'offese, Qual dal moto spumante fatta, ondeggia Turbando à Proteo la squamosa greggia. Scopri il flutto purpureo, e i mari sparsi Di tronche membra, e di squarciata maglia Altri tentar saluarsi; adusti, & arsi Gli eccelsi Pini, e quanto il foco saglia; Vedi l'aria, & il mar, e'l Ciel turbarsi Pe'l terror de l'horribile battaglia; V'è'l gran Sebastian che i suoi rincora La Luna abbatte, e i Traci discolora. Guata quel Cauallier, che sol col brando Tra barbari si scaglia, e feri, e forti, Se stesso di valor prode auanzando Gitta molti feriti, & altri morti: Miralo (ahi caso infausto, e miserando) Prigion restarne (ahi miseri riporti) S'ode, che'l Bragadin con fermo petto Del martirio per Dio prende diletto. Come immobile, e cheto soffre, e tace, Inuittissimo Heroe tra pene, e doglie. Mentre rea mano lo traffigge, e sface; A' le sue membra trahe natiue spoglie; Con l'alma in grembo à la superna Pace Alta virtù, sommo vigor raccoglie, Ilqual prepara al capo illustre, e regio Di vittoria, e martirio illustre fregio. Gloria del mondo, e de la Patria, e della Stirpe honorata tua, chiaro Rampollo, Vattene sù nel Ciel nouella Stella, De gli inganni del mondo hormai satollo. Cosi ver quel dicea la casta, e bella Vergine consecrata al diuo Appollo; Additando le guerre, e le vittorie Vegnenti al figlio, e le future glorie. Di se mira i successi, e in parte noti Li son, che la pittura segna, e spiega, Qual dal cor de' venturi arcani ignoti Trar viui essempi à gli occhi altrui non nega: D'Enrico il Duce, e d'altri Heroi remoti Le pugne, ei bei trionfi apre, e'dispiega, Poi se vede in Bisantio, quasi solo Fugar di Cauallieri armato stuolo. Vide se stesso, sopra l'alte mura De la gran terra far proue immortali; Come inalzi le scale e senno, e cura Ponga; perch'altri inuitto ascenda, e sali, Come la gente sua faccia sicura, Sparga, e disperga i Traci lenti, e frali, E tra le Torri à l'aere più tranquillo Tremolar vede in preda il gran Vessillo. Ondeggiar vede à i soffi d'aura leue La gloriosa insegna il buon Veniero; E far con virtù molta in tempo breue Grand'opre, e render libero il sentiero. Ne'l veder poi se stesso li par greue Cader al pian per colpo acerbo, e fero. Ride, e dice ad Erina, poco importa Pur, che viua l'honor, la spoglia morta. Non più vedrai Venier, diss' ella, quella Patria tanto lodata, o i cari amici, Soprauinto da piaga ingiusta, e fella Ne la Città cadrai de' tuoi nemici. Mira colei, che l'horride Quadrella Da le Torri dispensa, e da pendici, Per le sue mani, tu pugando, o Forte, Formidabil guerriero, haurai la morte. Ammira poi l' essercito latino Spogliar di pregi la seconda Roma; E d' Adria il Duce per voler diuino Di sacro lauro incoronar la chioma: E come porge al franco Baldouino Con mille alti trofei la Grecia Doma, Come si mostri con il Trace ingiusto Di pietosa bontà, d'animo giusto. Ved' Adria già vittrice offrire al Cielo Gratie per tal trionfo, e sacri incensi; E de' tolti stendardi il nobil velo Donar al Tempio, e spoglie, qual conuiensi; E cantar dotto Cigno al freddo gelo Di vn bel Rigagno gloriosi sensi; L'acquistate Prouincie, e i Greci inganni, Le tolte glorie, e de' nemici i danni. Volgi gli occhi, o guerriero al Menzo, e mira Quali armi cingon la famosa Manto, Quai minaccie; quai genti, e qual sospira Il nouo Duce, e'l tutto volto in pianto. Ma dal soglio di stelle il guardo gira Il Motor Sommo, e tanta strage, e tante Furor riguarda; e d'ingiustitia toglie Del posseder l'altrui sfrenate voglie. Hor vedut' hai de' secoli futuri I chiari lumi; onde n'andrà pomposa Non pur l' Italia; ma douunque i puri Raggi del Sol fan l'aria luminosa: Cosi la virtù vostra fia, ch'oscuri Qual altra sia più illustre, e gloriosa, Bastaci del veduto, nega il fato, Ch' oltre ti mostri del tuo regno amato. Andiam, che sera ottenebrato ha'l tutto; E buona pezza de la notte è scorso: Quiui più a' vn essrcito construtto Vedesti, e tuoi por à nemici il morso. Tacque essa, e fuor del nobile ridutto N'andar, tosto con fretta fer ricorso Quattro Donzelle, con le faci ardenti Rallumar l'aria, e scacciar l'ombre algenti. Ne la gran Sala i delicati Lini Copron le Mense, e i saporiti cibi, Creta non dà si pretiosi Vini, Nè meglior credo in Ciel si gusti, e libi; Li cauati Diamanti, ei bei Rubini Serban viuande; onde poi si delibi Quant'ha di pregio in se la terra, e asconde Fiume tra le sue Riue, e'l mar tra l'onde. Già l'hora, e la stanchezza il sonno inuita Per dar riposo alla suiata mente; Ma del giouin gentil l'anima ardita Star tra gli agi si dolci non consente; Ch'assai più stanza rigida, e romita Li piace; ma la Vergine prudente Vuol de le piume, ch'à la pace torni Fin che co' noui raggi il dì s'aggiorni. Ma poco dorme, nel gran petto volue De' prischi Heroi le rimirate imprese, Quai; benche sien ridotti in poca polue, Risplendon chiari, e le lor glorie illese, Fermo hà nel cor, determina, e risolue Lasciare, e tosto il placido paese; E ritornar là doue il suo nemico Opprime, e abbatte il poderoso Enrico. Nè per tutta la notte il sonno molle Dona al riposo i suoi vaganti spirti; Ma già da l'onde il capo, L'Alba estolle, E'l crine indora à gli Orni, à' Faggi, à i Mirti; Come ondeggid nel mar l'acqua, che bolle Spinta da Borea in torno à l'aspre sirti: Cosi ondeggiando và nel mar del core Caldo voler di desiato honore.

Il fine del Settimo Canto.

Ver tracia Enrico tende; e dentro il Corno Fa col Greco Michiel naual battaglia; Vincitor resta. E son giunge al soggiorno D'Alessio; e par, che del suo mal li caglia: Vuol la Veneta Armata ardere; e intorno Mostrar quanto d'incanto l'arte vaglia; Scacciano il foco i Franchi; salua resta La Classe da la fiam ma alta, e funesta. IN tanto giun ge al campo aspra nouella, Che'l buon Venier dal mar rimase absorto; Che'l Cielo irato, e l'horrida procella Ha del Rè il figlio, e ogn'altro à un tempo morto. Rimase ogn'vno à quella voce fella Pien di dolor, di tema, e di sconforto; Ma più d'ogn' altro il generoso Enrico Piange nel petto il suo fidato amico. La virtude, il valor, la fama, e i modi Aueneuoli, e cari ogn'vn rammenta Del giouinetto amato; e i dolci nodi D'amor soaue col pensier ritenta: E par che questi, e quei la lingua snodi, Con pietà molta à le sue lodi intenta, E d'essalti di lui gli eccelsi pregi, L'opre, i consigli, e i portamenti egregi. Mentre, che'l campo ignaro piange, e crede Hauer Tomba tra l'onde il gran Veniero. Ecco Tarso, che genti, e noue prede Da Dibra guida, e dal fiume Cimero, Forte è sì ciascun d'essi, che non cede Col ferro in mano al più possente, e fero. Vsan Caualli, e come in guerra i Sciti Guerreggian, l'armi n'han, costumi, e riti. Sente del suo ritorno il Capitano Sommo nel petto pio contento, e gioia, Grato il riceue placido, & humano, E tempra alquanto del Venier la noia; E perche Alessio sà, ch'ito è lontano Dal campo, & altra pugna non l'annoia; L'armi, e le tende, e'l tutto fa raccorre Con arte, e studio, e ne nauigli porre. E perche intende, che fatt'ha ritorno Lo Imperatore à la sua patria antica. Però lasciare il solito soggiorno Vole, e partir con la sua gente amica. Che poi disegna d'alto assedio in torno Cingere, e tosto la Città nemica; Onde saglion le Naui, e le Trincere Lascia il gran Duce, e le famose schiere. Solca del mare Eusin l'acque profonde La inuitta Classe, al Ciel gradita; e lassa A' dritta mano del Sangario l'onde, Li superbi edifici, e i colli passa; Lascian del mar poi l'arenose sponde, Giungon la' vè con fronte falsa, e bassa, Il finto bue co'l delicato viso D' Asia trasse in Europa il Paradiso. Di quà, di là con vaghi scherzi miri Lieto Vertun passar l'hore felici; Zefiro, e flora in gratiosi giri Pe'giardini posar, pe'i colli aprici: De l'aure dolci i placidi sospiri Portan da verdi prati, e da pendici, A' lo spirar altrui da vaghi fiori Spirti soaui di celesti odori. E mo veggon da lungi eccelso monte, Ch'oltre le stelle in alto il capo estolle; Da cui scorgon mirando luci pronte D'Adria, di Ponto, e d'Istro l'onda molle, La Liburnia à sinistra, e più d'vn Fonte Sorger da Monte, o da sassoso colle, Nel Corno, quando entrar, la Tracia, e i mari Tremaro, annunti fur di casi amari. Da Pera al gran Bisantio il porto serra Grossissima di ferro aspra catena, Maggior di quella, che in perpetua guerra Il Trifauce infernal lega, e raffrena; Ma l'empito naual spezza, e disserra La ferrea fune, ch'ambo i liti affrena, E co'l furor, che suol fuggir saetta, Entra la forte Classe in vn ristretta. Quiui instrutta attendea la Greca Armata, Ch'antiuedendo questo Alessio pose, Dentro del Porto in punto, e ben parata Di quanto deàsi ad opre bell cose. Quando vider la nostra essere entrata, Sorser colme d'ardor schiere animose, Che preparando à la battaglia l'armi Chiedean la pugna con odiosi carmi Allhor Michel, che de la Classe siede Donno, e Rettor d'animo atroce, e fero; Come le genti nostre iui entro vede Chiama à rischi, e à perigli ogni guerriero, Con promesse, e con doni essorta, e chiede Pronti petti à grand'opre il cor seuero. Hoggi, amici, (dicea) scacciar conuiene Il reo nemico da le nostre arene. Nè fatica, o temenza il valor vostro Ritardi, od auilisca inuitti cori; Quello sfacciato ardir, c'ha in noi dimostro Desti in voi con ragion sdegni, e furori. Rechi à noi gran desio col sangue nostro Ne' secoli futuri eccelsi honori; E goda il Duce con felice sorte Salua la Grecia per la nostra morte. O fortunata morte, o care piaghe, Quando per esse resti in vita il regno. Libere le Città, contente, e paghe, E per noi s'oda di vittoria il segno; Più di morir son nostre menti vaghe, C'hora è del viuer certo assai più degno, Quando à serbar habbiam Prouincie, e genti, E trar di seruitù, disagi, e stenti. Mentre parlaua à gli Itali s'oppone Del sangue Paleologo vn Niceno, Huom, che non ode impero, ne ragione, Di cor superbo, e d'alterezza pieno; Audace à l vso suo forma, e dispone Le Naui; benche assai di numer meno, Pur osa andar contra vn tal Duce, e tanto Poter, c'ha pur d'alti trionfi il vanto. Da gli alti monti allhor, da le vicine Piagge si parte, e da bei colli intorno Vn nembo di saette, e di ruine, Di sassi, e pietre, e dal regal soggiorno: Che genti rusticane, e Cittadine Per diffender d'Achaia il bel contorno, Auentano con frombe; ogn'vno offende La Classe, che ragione, e'l Ciel difende. Con molti legni piglia l'acqua, e gira, E per poppa, e per fianco il Franco assale, Che da gabbie sublimi incontro aggira Di Ciottoli, e di strai nembo mortale: Non mai scender dal Ciel tanta si mira Ruina accolta à portar danno e male, Quant'era allhor la grandinosa pioggia Di Pietre, e Dardi c'hor discende hor poggia. Pieno il Niceno di vn focoso ardire, Sprezza di duri ferri atra tempesta; Oue'l risco è più grande; oue il morire E' più sicuro, iui i nemici infesta; Ruota la spada horribile, à ferire Và impetuosa quella gente, e questa, Del saggio Albin si scaglia ancor nel legno, Quiui sfoga del cor rabbia, e disdegno. Cosi dal Ciel tallhor se folgor scende Di bionde Spiche in Campo già maturo, In tortuosi giri abbatte, e accende La Secca Messe, s'alza il fumo oscuro: Cotale il Greco impiaga e morto stende Co'l tagliente suo brando huom più sicuro, Già la man cruda, e'l minaccioso volto Fuggendo ogn'vno, il Pino è preda tolto. Ma'l giouinetto Affranio illustre figlio D'Adria felice, d'alta stirpe nato, Caro al Padre, e à la Patria tal periglio Vede, & al suo desio contrario il fato: A' l'arco, à le saette dà di piglio Di magnanimo orgoglio il Ciglio armato: L'arco, qual cerchio tende, e pon su l'arco Di pungente Quadrello il crudo incarco. Rallenta il neruo, suona l'arco, e vola L'arma pennata, fischia l'aria al moto, E di Niceno la nemica gola Passa, e'l fil di sua vita incide Cloto: E senza pur poter formar parola Cade, ghiaccio diuien, rimane immoto, Lodato è'l colpo, il giouinetto audace La Naue salua, e'l nome fà viuace, L'Achiuo Ismen, Leucaio, Elio, e Michele Con forza, e ardir si mostran desiosi Sopra le prue dar morte aspra, e crudele A nemici feroci, e bellicosi; Già s'empiono di pianti, e di querele, Di strage, e sangue intorno i mari ondosi, L'empito chi può dire; onde si vanno Le Classi à vrtar insieme, à farsi danno? Contra costoro è'l coraggioso Zeno, D'Enrico il forte figlio, e'l fianco Hermesto Guerreggiano animosi, ad Elio il seno Fiede il Rainiero, e'porta il fin funesto; Ismen con due ferite venne meno, E tra l'onde cadeo gelido, e mesto. Ecco ferro volante il braccio manco Aspramente traffigge al guerrier franco. Rittrassi il Gallo, il poderoso Pino Mosse il Rainiero, e si feroce venne, Si furioso è l'empito, e vicino Porta il suo cors a le nemiche Antenne: Spezza gli auersi Ordigni, e nel marino Flutto il Rettor con gli altri andar conuenni. Nuotano i remi, e le sdruscite Naui Lascian cader a a lor gl'huomini praui. Ma'l Greco Capitan, ch'auido aspira Trionfo hauer de la Naual Tenzone; Tentando alta vendetta il legno gira Con arte, possa, e militar ragione: Ei drizza la sua prora, e cauto mira, La prora auersa, ch'assalir dispone, Si sforza con tormenti, e con le Fionde D'Enrico la Galea por sotto l'onde. Da machine. ecco vien di Marmo alpestre Scaglia tagliente, e per la prora entrando, E per Corsia scorrendo empie, e sinestre Ferite viene à gl'Itali portando, Morte stende le Ciurme capi, e destre Nel passar suo terribil va troncando, Fin, ch'à la poppa torreggiante arriua, E'l superbo Castel de' fregi priua. Benche mancasse quel furor, pur tanto Rimase in lei, che tolta ogni vaghezza A' la Turrita poppe diede alquanto Ne'l Rostro à la vicina, e'l frange, e spezza. Vede de' suoi la strage, e n'ode il pianto Enrico, e s'ange; ma pur l'alma auezza A' perigliosi incontri, da tormenti Lanciar fa scaglie, Acete, e palle ardenti. Lanciato da Balista vn duro sasso, Anzi d'eccelso Monte vna gran parte, Che de l'arbor sublime il piede à basso De la Galea del Greco, suelle, e parte: Cade il troncon pesante, e con fracasso Rompe, spezza, e dissipa arbori, e sarte, Soldati, Marinari, e remi, e quelli, Ch'à seruir gli altri gìan veloci, e snelli. Quasi preda del Dandolo rimane Ne marini perigli il Greco Duce, Gia ferito è in tre parti, e scerne vane Minaccie, e sforzo, il Cielo odia, e la luce; Si configlia tra se fuggir l'immane Poter nemico, ch'à far ciò l'induce, Morto è Niceno, & Elio; Ismen cadeo Per le man del Rainier da colpo reo. Parte rotta, e sommersa, parte presa Vede l' Armata sua l'esperto Trace; Parte da fiamme folgoranti accesa Portar al Ciel di duol funesta face: L'irreparabil danno, e l'alta offesa Michel conosce; onde s'addoglia, e sface; Fugge, & odia il fuggir, pur l'Empio fugge. E di sdegno, e dolor si rode, e strugge. Fugge il meschino, e'l desio perde insieme, Che pur serbaua in se d'alta Vittoria: E d'Enrico à le forze alte, e supreme Con veloce fuggir, cede la gloria; Ma con acuto spron traffigge, e preme L'afflitto cor del perder la memoria; Fugge fremendo, e sospirando torna Con poco auanzo, oue il suo Re soggiorna. Poiche Michel fu superato, e vinto Nel contrasto Naual. tratto in disparte, Riuolse il venerabil volto tinto Di gaudio Enrico à la superna parte: E rese à lui, cui d'amor santo è auinto Gratie, che tante gratie à se comparte, Disposto il tutto col suo popol fido Voleua risalir, su'l Greco lido. Ma d' Adria il Sir, che gran temenza scorge Ne lo 'ntrepido cor de'guerrier suoi, Coraggioso su'l lito primo sorge, Viltà non è, che'l nobil petto annoi; Lo stuol, che de l'ardir pronto s'accorge; Ne segue i passi gloriosi poi; E per lor codardia mostraron molti Di vergognoso vel coperti i volti. D'intorno dieci, & otto miglia gira Il gran Bisantio, e sette colli accoglie, Di dure pietre la muraglia aggira, Con spesse Torri, e di forti Vsci, e soglie; La parte sua, che ver la Tracia mira, Ha triplicate le sassose spoglie, Doppia, e grossa è colà, ch'al mezo giorno Guata, & à Borea, oue s'allunga il corno. Alessio intanto freme, inalza al Cielo D'ira infette le luci, e di veneno; Ch'è perduta la Classe; e d'aspro Telo Ferito il Capitano; onde vien meno. Trauaglio, rabbia, e timoroso gelo Fiedono à proua infellonito il seno; E qual Leon sdegnoso al viuo offeso Passeggia alteramente a'ira acceso. Mentre afflitto è da l'astio, e da lo sdegno Stratiato ha 'l petto, e lacerato il core, Ne venne Esone à lui Mago, assai degno Da l'ampie Selue sue colme d'horrore, Se col ferro non pnò co'l scaltro ingegno Non nega dar aita al suo Signore; Hor s'offse à lui con incantati Carmi Oprar più assai, che i suoi guerrier con l'armi. Quando in più cheta pace il mar riposa, E'l Sol più che mai chiaro à noi riluce; E che l'acqua è tranquilla, e rugiadosa. L'aria, e'l suo viuo spirto à l'alme induce. Turba inuolue, e trauolue la più ascosa Pace, e con sue Malie, porta, e conduce Terremoto, terror, scompiglio, e fera Tempesta, e'l Cielo, e'l mar turba, & annera. Eperche presta fede il Duce à i versi, Ch'vsa ne l'opre infami il crudo Mago, L'accarezza, l'accoglie, e di dolersi. Alquanto cessa, e'n parte il cor fà pago: Par che direa Fortuna i casi auersi Non curi e'd'arti occulte auido, e vago: Lo'ncantator del sen le incluse note In cotal suon da l'empia lingua scote. Dir non può alcun, che neghittoso siedi, Molle di luso tra delitie, & agi, Che Duce, e Cauallier vedi, e preuedi Con occhio lungo altrui danni, e disagi; Se'l Ciel non esta à le bell'opre credi, Rintuzzerà'l tuo ardir pensier maluagi: Cader già vinto il tuo nemico veggio Dal tuo poter, ne per te meglio cheggio. Tua prudenza, o gran Rè, l'alto valore, C'ha pieno il mondo, l'animo feroce, Desta, auiua, e preuede; onde il furore Vinto già scerno, ch'à noi tanto noce: Vengo in tu' aiuto, trarrò tosto fuore, Sol per giouar da la tartarea foce, L'anime estinte, quel, che far vogl'io Odi, il Ciel doni effetto al voler mio. Mira, c'habbian vicina, anzi d'intorno Del nemico furor la rabbia insana; Che quasi vn terror nouo là nel Corno S'alloggia, e rende ogn'opra irrita, vana, Con lode nostra nel prefisso giorno Voglio, che quella Armata alta, e sourana; Onde s'inalzan tanto, ardiamo, e poi Sia polue, e fumo il fin de'fasti suoi. Comporrò la materia in cui fia acceso Il foco, onde di Dite ardon le mura; Questo in venti tue Naui resti appreso, Ch'egli à tempo s'accresci, haurem noi cura. Quando ver gli inimici il vento teso Il volo haurà sotto la notte oscura, Spinte à lor s'vniran rimarran tutte Le lor Galee dal foco arse, e distrutte. Di Triremi essi priui, e quà ridutti, Senza hauer per fuggir speme, o bàldanza. Incatenati, à fil di spada tutti Lor menaremo à militare vsanza; Queste fien le vittorie, e questi i frutti Del latino valor, ch'ogn'altro auanza, Essi puniti; rimarremo nui Spauento estremo à gli ardimenti altrui. Tacque il Tiranno le parole, e'l modo Lodò, l'amor de l'huom, l'arte, e lo 'ngegno, Che sappi, o saggio, disse, quanto godo. Senza sangue serbar lo stato, e'l Regno: Quanto ti par comanda; che ben lodo, Che s'essequisca tosto, e vegga segno Del tuo saper di tue vitrù supreme, Irreparabil mal poi che ci preme. Perche non habbia tema, ne sospetto D'inganno il campo auerso, finta tregua Seco faremo: intanto forma il detto Foco, e'l gran fatto contra Enrico segua. Di cotai palme il franco habbia diletto, Ben degno premio à merti suoi consegua; Resti prigion sotto l'imperi nostri Lo 'nuclator de'bei riposi vostri. Lo 'ncantator Eson tosto, che tacque Il superbo Rettor del soglio Acheo, Lo 'nchina, e parte: perche andar li piacque In vso à por lo 'nganno ingiusto, e reo. Tosto, che'l Sol notturno in Ciel rinacque; E'l giorno affatto il suo spendor perdeo. Si ritirò nel sen di vn cupo bosco, Secreto, oscuro, inuiluppato, e fosco. Formidabile in volto al Cielo eresse Gli occhi infiammati, indi lor volse à terra, E poscia doue il Sol, l'ombra già oppresse, E ver poi doue stanco al fin s'atterra; Nube in cui strane forme sono impresse Nitida al Ciel la fronte addombra, e serra, Ecco vn Carro apparir, li cui destrieri Son feroci Dragoni horrendi, e neri. Il Carro ascende il Mago, e l'ali al volo Spiegano i Draghi vigilanti, e presti: S'alzano al Ciel; lasciano il basso suolo, C'huom di minor virtù prema, e calpesti. Giunge in breu'hora doue alpestre, e solo Ha'l suo soggiorno tra gli horrori infesti Di vn monte arsiccio pien di horride Selue, Tra cui stridono ogn'hora irate Belue. A'punto allhor la notte d'atre bende L'aere tranquillo, e chiaro inuolge, e copre, Forma in terra vno cerchio, e'n quel si stende, Che di se ne maggior, ne minor scopre: Poi sorge, vn piè nel mezo pone, e prende Picciola verga à far l'horribil opre, E'n voce di terrore, e di spauento D'Erebo chiama i Duci à cento, à cento. Con occhi accesi, e furibondo aspetto, Tre volte con la verga il pian percosse; Onde destar suol nel tartareo tetto Spirto già estinto, e darli moto, e posse; E imperuersando da l'enfiato petto Tali voce tuonando mosse, e scosse, Principi, o voi, che nel penoso Inferno Accendete, e dat'esca al faco eterno. Tosto di quelle fiamme; onde solete Affligger l'alme inique, e i petti ingiusti, Che cingon Dite, & in Cocito hauete, Sien date à me per fatti santi, e giusti, Ciò vi comando, & essequir douete Le imposte cose, o spirti oscuri, e a dusti. Portate rati à me dal basso loco Lo 'ncendio, e'l puzzo de l'Infernal foco. A' tal voce, à tai detti, à tanto impero. Sbigotti Pluto, e ghiaccio il cor li strinse; Fuggir le viue stelle, e'n manto nero Il candor del bel volto Delia auinse; Sdegnoso grida in volto horrendo, e fero, A che dimorar tanto vnqua vi spinse? Gente importuna, vostro orgog' io ceda A mie voglie; onde il Greco in pace sieda. Il Demon empio, ch'arsa esser desia Del saggio Capitan l' Armata forte, Da Flegetonte, e da Cocito inuia L'horribil Face de l'eterna morte. Piglia (disse) quel foco, onde poi sia Arsa la Classe, e nel suo seno absorte Le Naui, e di tai moti sieno il fine D'vn sciocco, e van penfier morti, e ruine. Piglia il Mago l'ardor, che cinger suole L'alta Reggia infernal d'eccelse mura; L'atra Pece d' Aspalto, & altre vole Gomme, e l'vnisce à l'opera futura; Da le Selue d' Auerno fia, che inuole Le negre Raggi, e tempra atra mistura, Ch'arde ne l'acque, e fuma, e gli occhi offende, Ne trar si può di là, doue s'apprende. La tregua intanto al Dandolo ne chiede Per solo dieci giorni il Greco audace Si mostra pago Enrico, à lui concede L'Imago sol di fuggitiua pace; Lo iniquo intanto à preparar si diede Gli Arsili, in cui vuol por fiamma vorace, In punto e'l tutto, aspetta sol, che torni Il Mago da Seluaggi, atri soggiorni. Portaua il terzo giorno; ond'ei partiò, Febo il fulgor del luminoso volto. Quando ne l' Alba il Duce i lumi aprìo, Tra l'oro, e l'estro, da le piume accolto, E del suo Eson da grato Nuntio vdìo Il desiato arriuo, e gaudio molto Portò del falso incantator l'aspetto, Grande attendendo del suo oprar' l'effetto. Comparte il crudo la materia, in cui Ad accender s'hauea d' Auerno il foco: Con modi astuti gli empi inganni sui Dispone; onde s'accenda à poco, à poco, Aspetta, che la notte il mondo abbui, A' dar in luce il periglio so gioco, Con diligente cura ogn'hor s'adopra, Per far più certa, e più perfetta l'opra. Non con tanto desio par, che n'attenda Il pouerel digiun, con che ristori, Le fameliche viscere, e ne prenda Virtù, che'l cor rinfranchi, & auualori, Che con più non aspetti, che discenda Il Sol nel mar co i lucidi splendori Il Mastro de gl'inganni; e'l Rè crudele, Ch'accender spera mille, e mille vele. Ne le Naui eran d'oglio Otri infiniti, Secchi Sarmenti, Nitro, Solfo, e Pece, E gl'ardor d'Acheronte à gli altri vniti, Che'l falso Insidiator compose, e fece. Nou'esca aggiunge, che lo 'ncendio inciti; Nè vaglia ad ammorzarlo forza, o prece, Fornito il tutto aspetta poi, che'l Cielo Stenda le frigid'ombre, e'l fosco velo. De l'immenso Ocean la notte intanto Esce, e nel seno suo nasconde, e copre La terra, e'l Cielo, e nel suo nero manto De'Traci traditori inganni, & opre. Mentre in soaue oblio sopiàno alquanto Sensi, e pensieri i franchi, e che ricopre Tutto il mondo con l'ali il dolce sonno, D'ogni cor, d'ogni mente fatto Donno. L'iniquo Esone, ch'opportuno vede Il tempo, e l'hora à la sua ingiusta frode; Perche accender que' Legni inuitti crede, Non troua loco, si raggira, e gode: Spera hauer dal suo Rè gratia, e mercede; Sourano applauso; e gloriosa lode; Dal Bosforo nel Corno i falsi legni Volge gran fin de' suoi fallaci ingegni. Portati allhor dal natural suo corso Di quelle acque, ne gian veloci, e snelli, Come, che spinti da natio discorso Mutan stato, e region sagaci augelli: Entran nel Corno, senza human soccorso Gli ascosi fochi al mondo, à Dio rubelli, Tal moto ha l'onda, ch'entro i legni spinge, E pe'l contrario anchor tragge, e rispinge. Spira il vento secondo al lor desio, Tosto s'auiua l'accensibil esca Con modo, e tempo, che lo'ncendio rio, A lor voler si spandi intorno, e cresca. Fuman gli Arsili, e dal suo mezo vscìo Fiamma, ch'ogn'hor più grande par, che n'esca S'alza horribile in vista il suo splendore; Batte ne l'acque, e fuor n'esce il fulgore. Gia'l foco si dilata, e serpe, e sorge; Già l'empie insidie à palesar si danno; Gia si confessa chiaro, e timor porge L'occulto tradimento, e'l greco inganno. Grida la guardia, che da lungi scorge L'horribil foco, e'l lor propinquo danno. Sù, sù Veneti, e Franchi, ecco la fede Del traditor, qual premio à voi concede? Sù, sù replica ogn'altro, à l'armi, à l'armi, Che fiamma insidiatrice à noi sen viene, C'habbia gia Dite, e Flegetonte parmi Versato il suo feruor tra queste arene. Sorgono i feri Duci, e prendon l'armi Con la fretta maggior, che si conuiene, Corre Rainier, Roberto, e Baldouino, E Bonifatio, e Andropono, e Latino. Veggon lo'ncendio, scorgono il periglio, Ch'à l'Armata potente allhor sourasta, Lascia le piume ogn'vn; tema, e scompiglio Li petti pronti lor turba, e contrasta: Quei prende, e questi in vn girar di ciglio Lo scudo, e l'arco, e mazza, e spada, & asta, S'odon suoni, e rumor d'armi, e di Trombe; Onde par, ch'ogni Valle, e'l Ciel rimbombe. L'horribile spettacolo, e tremendo Percosse il cor feroce, e forte, e inuitto Del glorioso Dandolo, che ardendo Non men di sdegno, che da doglia afflitto: Conobbe, come Alessio amor fingendo. E vera fede, trauiò dal dritto, Ne promessa osseruò, ne mostrò segno D'obligo; ma siben d'odio, e di sdegno. E che dal ragioneuole, e dal giusto Lontan camin per dubbia strada hà preso, E i pensieri maluagi, e'l seno ingiusto De Tessalici iniqui ha già compreso; Pien di trauaglio, e pianto il volto augusto Riuolse al Ciel, da greci tanto offeso; Sommo Signor (dicea) con l'alta forza De l'acque di pietà lo'ncendio ammorza. Ma s'egli è tuo piacer, che i nostri Legni Sien da nemica fiamma arsi, e combusti, Non sian per man de'Traci infidi, e indegni, Con tanto danno nostro, o Padre, adusti; Mala tua sacra man da gli alti Regni Per li peccati nostri enormi, e ingiusti, Vibri folgori mille; onde sièn poi In nulla spente forze, ei poter suoi. O Borea, & Austro nostra Armata forte Spezzi, franga, sommerga à mezo l'onde; Restin le nostre Naui rotte, e absorte Da le parti del mar cupe, e profonde; Ma serba, o mio Rettor, serba da morte Nostre schiere infelici, e tornin donde Partiro vincitrici, hor pia si mostri Dolce la tua pietà ne'danni nostri. Cosi dicendo il valoroso Enrico D'armi le membra faticose auolse, Salì Arabio il Corsier, ver l'inimico Sospirando, e fremendo i passi volse. Esperto stuolo in men, ch'io non lo dico D'audaci Cauallier seco raccolse. Grida, e comanda, che'l vorace foco S'estingua, o si raggiri in altro loco. A lo splendor di quel incendio immenso S'arma già Plautio, e seco ogni sua schiera, E và là, doue il fero ardore accenso; Minaccia de gli Heroi la Classe altera: Gittan per ammorzar quel foco intenso Li ponti; ma con rigida maniera A'lor vietan ciò i Traci, Ario, & Orillo, Canabo, Alessio, Araspe, Etio, e Mirtillo. Filocaio, Strifino, Elio, e Fileno Sono à vietar, che non estingua il foco Italo, o franco; onde poi vane sieno Le lor speranze, e'l non sicuro gioco; Rainier con molti, e'l coraggioso Zeno In frotta vanno al destinato loco; E` tentan con industria, e prouid'arte, Volger le Naui à la contraria parte. E' gran tempo, o Rainier, gridaua Araspe, Che teco solo hò dipugnar desio, E di andar dal mar Indo à quel di Caspe, Sol per trouarti, non sarei restio. Non cosi da piè rozo oppresso l'Aspe Il capo inalza dal terren natìo. Quanto il Veneto allhor; ma quelle voglie Di pugnar seco, alta ragion ritoglie. Giusto non è, che la cagion priuata Al commun prò mi toglia, al commun danno; E lassi la possente, e regia Armata, Preda à le vostre fiamme, al vostro inganno Quando sia'l foco estinto, essa serbata, Al tuo sfacciato ardir mortal affanno Darò, la tua disfida accetto, intanto. Godi la vita, c'hai vicino il pianto. Cosi del Capitan lo' inclito figlio A' l'audace campion pronto rispose; Ne di lasciare à l'vltimo periglio La Classe senza il suo poter dispose Egual forza con l'armi, e col consiglio Mostra, e à' nemici suoi proue animose, Arsenio vccise, e per lo petto il dorso Traffigge, e con lo spirto il sangue è scorso. Co i suoi Terenni il prouido Roberto Li Tessalici iniqui abbatte, e scaccia, Ad Eumeno lor Duce hà l'elmo aperto, E lo fiede nel petto; e lo minaccia; Ne le pugne egli perigliose esperto Non perde ardir; ma pronto il ferro caccia Nel fianco à Teio, e lo distende al suolo, Che non da colpo senza piaga, o duolo. Luigi, Alciono, e Baldouin dimostra De la lor gran virtù viuaci segni: Gia questi, e quei la spada bagna, e innostra Nel sangue de' più forti, e de'più degni: Ne meno, anzivia più Plautio ne mostra Contra le genti ree lodati sdegni; Ei, qual folgore horrendo, ouunque il piede Moue, atterra, ruina, vccide, e fiede. Con atto formidabile nel volto Di duolo, e d'ira conturbato, e acceso, Riprende i Traci infidi. ah popol stolto, A' l'insidie, à l'inganni, à' mali inteso, Del vostro foco allume, in voi raccolto Veggio di quanta infamia è'l mondo offeso; Popolo imbelle, à tradimenti auezzo, D'Europa, anzi del mondo obbrobrio, e lezzo. Cosi Plautio dicendo l'asta spinge Tra loro, e molti, e molti à vn colpo passa, Gitta la lancia co i traffitti, e stringe Il duro ferro, e piaghe, e morte lassa. Ne del sangue di vn sol la terra tinge; Ma tronca suena, atterra, vrta, e fracassa. Con poche punte vn numero infinito De l'empio stuolo contra i Franchi ardito. Tal fà d'Agni, e di Capre alto sconfitto, Se'n stalla aperta, o à pasco lor ritroua, Lupo da fame stimolato, e afflitto, C'hora à questa, hor à quel piaghe rinoua. Volgea dal brando, e dal timor traffitto La spelle il Trace, à cui fuggir ben gioua, Ne contra tal possanza, o piastra, o maglia Resiste, ogni Lorica straccia, e smaglia. Questo è'l Rogo Funebre, ch'à voi stessi, A' i vostri figli, à le speranze vostre Hauete eretto, in cui pur sono impressi I bei trionfi, e le vittorie nostre. Cosi dicea Parmen, facendo d'essi Stratio, e flagello in sanguinose giostre: Canabo lui col brando al collo il colse, E i lacci; onde era auinto l'elmo sciolse. Ma Tarso, che vedea l'alto periglio In aita del Frate irato corre, Sopra il capo il percote, indi vermiglio Ne tragge il ferro, il sangue à terra scorre; Il Greco, che di forza, e di consiglio, E d'astutia ogni Trace anco precorre, Nel tempo istesso sotto il braccio il coglie, E schioda, e frange le ferrate spoglie. Mirtillo intanto, il fiero Duce, e'l forte Lascari, Filocaio, Atio, e Fileno. Il Campo Franco, e l'Italiano à morte Dan, fan del sangue lor rosso il terreno: Del Duca vn colpo sol auien, che porte A'due la fine, figli ambo del Reno. Ambo fidi compagni, à lor recide Dal collo il capo, e l'vno, el'altro vccide. Cosi con Falze adunca il Villan suole Ne i lunghi dì del dilettoso Maggio, Dal campo, che già ornar rose, e viole, L'herba troncar sotto cocente raggio. Vede in questo Fileno; onde si duole, Morto per man di Bonifatio, il saggio, Striffino, amico suo, ch'amò cotanto; Onde tra l'armi, e'l foco sparse il pianto. E portato da l'empito, e dal duolo Corre tra Franchi, e'l ferro ignudo stringe Molti, e molti feriti, e morti al suolo, (Qual Orso d'ira stimolato,) spinge: Da tanto esempio il suo feroce stuolo Di sangue il ferro rincorato tinge. Sospira Enrico, ch'ammorzar non puote Del foco immenso le fumanti rote. Pieno il gran Capitan d'alto valore, Di generosa fiamma acceso il volto, Opra con l'armi, che'l nociuo ardoro Resti estinto, cacciato, a dietro volto; Ma'l contrasto, lo strepito, e'l furore Tani'è del popol Greco insieme accolto, Ch'andar non ponno, e se pur vanno, vccisi Sono, e tratti nel foco, arsie conquisi. Cotal forse mirò di Troia il lito Mischia, e battaglia impetuosa, e forte. Quando le inuitte Naui Hettore ardito Accender volse, e por gli Achiui à morte. Questo essercito, e quel morto, e ferito, Di quà, di là cadea con pari sorte, E scorrer si vedean fonti, e Torrenti Del sangue sparso de le estinte genti. Stan sopra il lito, oue Bisantio siede, Fanciulli, Madri, figlie, e vecchi inermi, Per saper, per veder, qual fin succede Di loro insidie, e de'fallaci schermi: Benche tai genti tengan fermo il piede, E molti sien di cor deboli, e infermi; Nulla dimen con sassi, e con saette Fan, di chi estingue il foco, aspre vendette. Tra Costoro er a Emilia, vna Donzella Vaga, leggiadra, e di bellezze rare, Figlia de' Boschi, d'Arco, e di Quadrella Armata Cacciatrice, non hà pare: Vince l'Aura col corso, lieue, e snella La pianta di coturno auinta appare; Succinta in bianchi panni, tien raccolta In breue nastro d'or la chioma incolta. Tal forse vide tra gli atroci Peni, Ne l'ampia Selua il generoso Enea L'alta sembianza, e'begli occhi sereni De la sua cara genitrice, e Dea; Qual Vergine Spartanai Campi ameni Ornar, tal la Faretra, e l'arco hauea; O qual per l'Hebro Harpalice feroce Spinse con fero ardir corsier veloce. Viene hor Costei da le sue Selue, doue Gia d'vn Rè nacque, e d'vna Dea siluestre Quiui era auezza à far mirabil proue In Cerui, in Daini, in Lepre, in Fera alpestre, Hor lo strale, e la Fromba aggira, e moue, Con viril volto, e mani agili, e destre, Con assai maggior lode in tra gli amici Contra il Veneto, e'l Gallo aspri nemici. Scocca la bella Emilia l'arco d'oro, Suona la corda, fischia il fiero strale, Da l'vna tempia à l'altra Artemidoro Passa, ei cade pe'l colpo atro, e mortale. Mentre le Naui il Sicilian Caloro Con mano prende, e'n esse s'alza, e sale; Spinge il secondo stral la Vergin cruda, Et al legno la figge inerme, e nuda. Mira del Corno sù l'opposta riua Le soprane bellezze, e'l volto altero, Qual rallentaua il neruo, e qual feriua Stupido, e vinto Alfeo, nobil guerriero: Già pregion, già ferito egli seruiua De la bella nemica al duro impero, Tra l'armi anchor di marte, e tra l'horrore Vibra ne'petti altrui suoi strali Amore? Vien ronzando, e stridando à nouo male Frezzia da l'arcoben ferrato, e forte, Che porta sù la punta, e sopra l'ale. Piaga crudele, irreparabil morte; A'lui, che mira, il Calamo fatale Porta reo fin per non vsate porte, E auien, ch'à punto à mezo il petto tocchi, Serbò la man lo stil de'suoi begli occhi. Con mirabil prestezza al neruo aggiunge Dardo nouel la Vergine feroce, Et à Resin, che i modi insegna, e punge Gli animi ad ammorzar l'ardor, che noce, Tra le labbra, e tra i denti passa, e giunge Al palato, e la lingua, e fuor veloce Per la Nuca trapassa, e Cesio coglie Ne l'occhio destro, e pene amare accoglie. Il vento soffia, e rompe, e spezza, e suelle Lo strano incendio, il gitta, e lo trasporta Parte à le vie superne de le stelle; Parte tra l'herbe, e i fior raggira, e porta; Parte de' Cauallier su l'armi belle, Nè vale à trarlo ingegno, o mano accorta; S'addata al ferro, e scalda; ond'è pur forza O perire, o spogliar la dura scorza. L'aure spiranti, che non san lo'nterno Del Re maluagio, e sue nemiche voglie, Portan la trista fiamma de lo 'nferno De' Traci ingiusti su le ferree spoglie; Fà d'amici, e nemici aspro gouerno, Oue s'asside, e ferma; oue s'accoglie; Arde la bionda Messe, e l'altre piante, E'l tutto d'vno incendio hà vn sol sembiante. Al proprio fonte, ch'è nel Monte Ismaro Pallido in volto fuggi'l fier Strimone, Temendo à tanta vista vn fin amaro Sol ne la fugga sua salute pone. E'l Barbiese, e'l Cidaro tornaro Donde partiro, in altra regione Pianse Flora, e Pomona, i frutti, e i Fiori Arsi, e consunti da' letali ardori. La Dea, che'l dolce sonno à noi conduce, Teme, che Febo habbia sue leggi rotte, Da lo splendor di quella immensa luce Gì saettata à le Cimerie grotte: Nè ardì partito il Dio, che'l giorno adduce; Nel dì seguente dar l'ombre à la Notte, Fin, che non vide rimaner estinto Il zoppo Dio, ch'era à mal opre accinto. Tronca il vento la fiamma, e seco porta, Oue'ènel mar Egeo spalmata Naue. Mentre Sicura gia per l'onda torta Di Merci pretiose onusta, e graue: E gode il Nauigante, e si conforta, Che de l'acque, o del Ciel timor non haue, Cade soura essa, e la consuma, estrugge, E ciò, che auanza il mar sorbe, e distrugge. O vano sperar nostro, o cieche menti, Mentre le ciurme gian contente, e liete, E'l mar riposa, e i più rabbiosi venti Scende, o pietà, nel cupo sen di Lete, Ma in tanto le Latine, e franche genti, Che possan di valor tutte le mete, Cotal Tragedia de' nemici fanno, C'hauran fin, che'l Sol giri eterno danno. Plautio piglia Arnasette, e quanto puote L'aggira, e tra lo'ncendio indi lo scaglia; Dicendo falso Tessalo, hor fa note; L'insidie, e quanto'il tradimento vaglia, Poi volge il ferro in rilucenti rote, Stratia, calpesta, suena, vccide, e taglia, Sfogano i Galli, e gl'Itali del core Sopra i Greci mal nati ira, e dolore. Sembra di Claudia à i colpi ogn'elmo frale; Ogni forte Corazza vn debil vetro; Sembra ogni brando ottuso, & ogni strale Perde in lei volto il suo natural metro: Se tocca altrui fa piaga aspra, e mortale; Onde scende il ferito al Regno tetro: E indarno Appollo, oue ella fere spende L'arte, e'l sapere, e vana ogn'opra rende Fende l'armi, qual cera, tra la fronte Passa il fulmineo ferro al fier Costante, Che di minaccie, d'improperi, e d'onte Offendea'l campo nostro in quello istante. E Rainier coraggioso vede, Irmonte Cha membra, e la statura di Gigante, Ei da Cimerij popoli è venuto Per dar co'suoi soldati à' greci aiuto Tra le labbia lo passa, indi al Ceruello Peneria co' la lancia il Caualliero: Poscia con forte man solleua quello Fuor da l'arcion lontan dal suo destriero. Cosi veggiam l'accorto Pastorello, Che spese ne la Caccia opra, e pensiero Portar pendente à vn tronco, caro peso, Lepre, o Coniglio con sudor già preso. Spezzò la lancia del Gigante immane Del corpo suo lo smisurato pondo. Al suo cader, da parti assai lontane Risuonar gli Antri, e quasi scosse il mondo: Pianse il Tracio Signor sue sorti strane; E fuor trasse sosprir dal cor profondo; E quasi mar irato horibil freme, Morto è già Irmonte, vana è ogni sua speme. Quanti per te giaciono, o fier Dibrese, Quanti per le tue man prode Rainiero? Quanti pe'l tuo valor Conte di Blese? Quanti per Balnauilla, e per Ruggiero? Vedi tra tronche membra, e tronco arnese, Ch'ampio fiume di sangue apre il sentiero. Già di spauento pieno il Tessal cede, E'l passo à i Franchi, e à gl'Itali concede. Allhor tra'l fumo, il foco, e le fauille, Lo stuolo entra de' nostri inuitto, e audace; Tentan de l'acque con l'humide stille Quel ardor far perir crudo, e vorace; Ma'l tutto in vano; benche mille, e mille Lo spargan d'acque senza posa, o pace. Si consiglian di trar con danno, e scorno De' Greci i legni accesi fuor del corno. Gittano i Ponti i nostri, e'n fretta vanno Per estinguer Volcan, che tanto offende; Ma Plautio non temendo oltraggio, o danno, Ne le Naui dal lito vn salto prende: Si sforza spinger lor con graue affanno Fuori de l'acque, e senno, & arte spende; Grida, e comanda, e più se stesso adopra, E pon Caualli, e Fanti e il tutto in opra. Riman tra quelle fiamme Eluetio estinto Dal colpo reo d'impetuosa Fromba; Già dal ghiaccio di morte è intorno cinto; Ha Feretro ad vn tempo, e Rogo, e Tomba: Mezo arsicciato Orosio, e nero, e tinto, (Che corse al suon di strepitosa tromba,) Cade, tocco da stral nel salso humore, E di foco, e di ferro, e d'acqua more. Altri tra'l grand'incendio morto resta; Alcun, ch'à dar aita il ponte passa, Tocco da sasso, o da saetta infesta, Moribondo caggendo il mondo lassa: Altri da quella luce altrui molesta Abbagliato, e confuso il capo abbassa, E tra le bragie, e giù ne l'acque troua Riposo al corpo, se tra suoi no'l proua. Mentre Enea con vn legno il fiume varca Per volger l'inimica Classe altroue. La Fionda, c'hà d'acuta selce carca Emilia al braccio suo trauolue, e moue, E nel capo à Colui, che'n picciol Barca Crede di far merauigliose proue, Coglie, & impiaga, e giù nel' acque getta; E anchor de gli altri fàstrage, e vendetta. Caddè per le sue mani il buon Filerto, Che nacque già tra l'Antenoree mura, Huom dotto, e saggio, e da Minerua esperto Ne l'arti sue con diligenza, e cura. Lo segue Artemio, huom prode, e d'alto merto Colto in fronte da Pietra alpestre, e dura, Caggendo punto è di saetta, e duolo Diede morendo à l'Italiano stuolo. Tra mille sassi, mille Dardi, e mille E ferri, e Spade; ond'era il Cielo oscuro, Tra'l fumo, il foco, e fetide scintille Bonifatio coi suoi ne và sicuro; Tentan volger le fiamme, e le fauille Del Corno per l'humor sanguigno, e impuro, Con fatica, con forza, e con ingegni Traggono, e con sudor gli accesi legni. E Giacinto, e Rainiero, & altri molti Adriatici Heroi, porgono aita, E consiglio, e saper; perche sièn tolti Li nostri legni à l'empia fraude ordita, A'lor non cale, à sommo honor riuolti Per l'armata serbar, perder la vita; Laqual credon sol degna, quando è spesa Per l'honor de la Patria, e'n sua difesa. Gia incominciaua aprir gli Vsci del Cielo L'Aurora, e vsciua del suo bel soggiorno, Portando il luminoso Arcier di Delo A'scacciar l'ombre, à far sereno il giorno, Quando i Veneti Heroi pe'l salso gelo Guidan le naui ardenti fuor del Corno, E lascian quelle à Greci nel Bosforo Misero auanzo de gl'inganni loro. A'gli eterni Teatri il cor riuolse, Di gioia pieno il glorioso Enrico, E rese gratie à lui, che dar li volse Palma, e trionfo contro il reo nemico, L'Armata formidabil poi raccolse, Che dispersa, e confusa per l'aprico Già del mare, e del Corno per fuggire Del'irato Volcan minaccie, & ire. Rassetta il tutto, & ordina, e prouede Al tutto, e porge à i suoi lode, e baldanza; Biasma d'Alessio, il Re, la rotta fede, C'hauea di vero amor faccia, e sembianza; Fornito il tutto, volge pago il piede Da'maggiori seguito à la sua stanza; E da riposo al corpo; ma la mente, C'ha del celeste riposar non sente.

Il fine del Ottauo Canto.

In aita del Trace Oronte arriua; Col Nepote Meandra, & altri seco; Icete a terra de la dotta Diua Gitta l'Imago, tanto al suo ben cieco. Enrico intanto a la superba riua Con l'ampia Armata sua giunge del Greco: Oronte sfida i Franchi, e con Giacinto Pugna; ma notte in questo ha'l giorno estinto. MEntre il gran capitan l'armi, e lo sdegno spoglia, e dona riposo al corpo stanco; E che lo 'nganno Trace enorme, e indegno Biasma pien di ragion l'Italo, e'l franco: Doglia, e confusion d'Achaia il Regno Tutto conuolue impallidito, e bianco. Ne san, come difendersi; ne sanno Portar al vincitor trauaglio, o danno. Qual incauto Pastor, se mal rinchiuso Lasciato hà l'Vscio del'amato Ouile. Che famelico Lupo aperto, o schiuso L'habbia, e stratiato, e morto il gregge humile; Nel cor ferito, timido, e confuso Mira l'auanzo del furore hostile; Sol, ossa, e sangue; stupefatto, e lasso. Non gir'occhio, trahe fiato, o moue il passo. Cosi lo'mperatore immobil resta. Dopo il foco notturno, e'l gran conflitto. Non preuisto, o creduto, e manifesta Esser la fraude al Gallo, e'l suo o delitto; Per ciò gran doglia, e horribile tempesta Di pentimento batte il petto afflitto; Ne men ch'à Titio l'auido Auoltore Rode ogn'hor nato à noua pena il core. Onde il Re, c'ha perduta ogni sua speme D'arder l'alte Triremi à mezo l'onde, Deluso, e mesto, si lamenta, e geme Ne le parti del cor cupe, e profonde. Hor ben si, che'l valor Veneto teme; Ma'l trauaglio, e'l timor cela, e nasconde. Folle, chi ne l'insidie speme pone Sprezzando il giusto, il dritto, e la ragione. Di giorno, in giorno al Re maluagio giunge Noua forza straniera, e noui aiuti, Il Prence di Bittinia à lui congiunge Mille guerrieri i più prodi, e saputi: Del sir Vallaco schiera ancor sorgiunge Di Fanti, e Cauallieri in pregio hauuti: Guida i primi Sternier di senno, e d'anni Già graue, e auezzo à militari affanni. Van quei di Vallachia sotto la in segna Del biondo Flauio giouinetto anchora; Ne l'età sua giunge à la vita degna Del sestodecimo anno anco l'Aurora; Di sangue regio, sue vestigia segna Per la strada di gloria; il grado honora Di sua virtù co'l lume. il Duce Greco Spera gran cose, hor che s'è vnito seco. Venne in soccorso ancora al Trace ingiusto, Già lasciata l'Ircania, il forte Oronte, Di cui guerrier più fero, o più robusto Non vide il Sol, ch'è d'ogni luce il fonte: Stimò del suo valor breue, & angusto Spatio la Straua, che di guerre, e d'Onte Grauò, turbò sua pace, e'l suo disdegno Sfogò il crudel del cor nel proprio Regno. E'ngiustamente molti à morte spinse Per leggiere cagion, per falsi detti; Onde in se stesso poi l'odio sospinse De' suoi deuoti, e'ncrudeli gli affetti: E veneni, e congiure, e assalti vinse A` ragion fatti à lui da' suoi soggetti Quasi sbandito al fin fece partita Dal proprio stato, per saluar la vita. Non chiude in petto nostra vera fede; Ne quella di Macon l'infido tien; Ne ben, ne fermo in questa, o in quella crede, E poco in quella, e meno in questa ha spene. Solo legge, e ragion dona, e concede Al ferro, in cui ripost'ha ogni suo bene, Impatiente, e acerbo, audace, e fero, Quanto mai fosse, o sia Duce, o Guerriero. Perche la Fama à lui spiegò le penne, Ch'era tra'l Greco, e'l Franco aspra contesa, D'Alessio à la gran Corte ratto venne, Per oprar l'armi, e l'alma in sua difesa: Esso gradillo, e chiaro inditio dienne; Poiche pronto si offerse à l'alta impresa. Mentre lo inalza à i più brumati honori, C'habbia lo 'mpero suo ricchi, e maggioni. Il Re s'allegra del nouel soccorso; E che campion cosi possente, e forte, Come amico, e compagno habbia ricorso Con molti armati à la sua regia Corte. Cosi munito spera porre il morso Al suo nemico, e hauer felice sorte, E lo conferma in questo suo desire De' Sacerdoti suoi sfacciato ardire. Imperaua in que' giorni Argo, e Corinto Giunt'à l'età senil mirabil Donna; Ch'al Regno fù; poiche'l buon Re fu estinto, Ne le ruine sue Base, e Colonna: Già in Campo trattò il ferro; & hor, c'hà scinto Il brando, e presa la negletta gonna, Mira Meandra sua, ch'ama, qual figlia, Ramo gentil di sua real famiglia. Costei vede Meandra, che prepara Per contra Enrico gir, l'armi, e le posse, Per raddolcir, se può, fortuna amara, Che si d' Alessio il cor traffisse, e scosse: Destossi quell'ardor, che inuitta, e chiara La fece in guerra, e'l gran suo pensier mosse; Mala forza, e l'età non corrisponde Al voler pronto' e si turba, e confonde. D'vnica prole è Madre, che tant'ama, Quanto del petto suo l'alma, e la vita; Perche eccelse hà le voglie, auida brama, Ch'à bei pregi d'honor faccia salita; E ch'apprenda virtù splenda per fama; Faccia audace il suo cor; la mente ardita; Con la guerriera al militar periglio Pensa mandarne il gratioso figlio. S'accosta à la Donzella, e l'elmo prende Dorato, e vago, e l'arte, e'l pregio mira. Poscia, quasi scherzando adorna rende La fronte al figlio, che tal pompa ammira: Ei tosto al brando la man pronta stende, E con saper per l'aria il volge, e gira, Bramò la pugna, ma negò la Madre, Che scoprì il suo valor tra forti squadre. Qual tra gioia, e mestitia il guata, e gode, E nega, e vole à vn tempo il suo desire. Ardelio in questo apre le braccia, e lode Porge à la Madre, e fà tai voci vdire. Piacciati, ch'anchor io d'animo prode Chiari segni ad altrui faccia apparire; E non voler, che inglorioso, e vile Per sempre resti vn Cauallier gentile. Temendo ogn'hora, che dal Franco orgoglio La cara Prole rimanesse oppressa, Sempre à suoi preghi fù, qual duro scoglio, Ne consentìl' andar; ne diè promessa. Non vò negarti, ne priuar ti voglio Di gloria, che t'hà forse il Ciel concessa, Vanne felice, e torna vincitore, De la tua Madre à consolare il core. E tu, Vergine, mia Nepote, e figlia, Per sangue, e per amor diletta, e cara; Vanto d'ogni mia gloria, e merauiglia Del sesso, e de l'età sublime, e rara, Non mi negar; teco compagno, piglia Questo mio Germe, e ne la pugna amara Difendillo, e ribatti i colpi auersi. Che fien da man nemica in lui conuersi. Sai Fida mia, che dopo i graui danni; E'l duro fin del mio fedel Consorte, Ch'io viuo mesta, e sotto negri panni Passo i miei giorni desiando morte. Ardelio solo à i miei noiosi affanni Par che dolcezza, e pace alquanto porte; Che farei lassa, se colà perisse? Ciò dir non oso, e tacque, e più non disse. Ben è ragion, rispose, se qual Madre Teco me pargoletta difendesti, Allhor, che la mia man tra crude squadre Palme, e'l ferro à pigliar pronta facesti, Ch'io tra l'armi da piaghe acerbe, & adre, Il guardi, e'l toglia à co'pi amari, e infesti, E s'allieui, che sembri, e forte, e audace Ben di te degno figlio in guerra, e in pace. Se fi'a, che'l Ciel no'l voglia, che'l furore Di feruida battaglia à noi l'inuoli, Con certa speme l'addogliato core Di vendetta crudel prego consoli: Lo spirto del nemico al cieco horrore Solo col guardo mio farò, che voli; Ma per Dio tal augurio hormai si saccia, Viu'egli, e per sua mano altri ne giaccia. Cosi disse Meandra, al gran periglio Prepara al suo figliuolo armi, e destriero. La Madre, e drappi d'oro, di vermiglio Color contesti; accioche splenda altero. Poi con maturo amor, saggio consiglio Li porge. Notte intanto il velo nero Stese d'intorno, e'l dolce sonno sorse, Ch'almo ristoro à' spirti stanchi porse. Fuor de l'Indico mar di raggi cinto Porgea'l crescente lume il chiaro volto. Quando ogni Cauallier da gloria spinto Sotto il Vessillo suo s'era raccolto; E s'armò il nobil figlio, e tosto accinto Nel ferro si mostrò leggiero, e sciolto. La Regina godea, che'l mira adorno, Nobil guerriero nel suo bel soggiorno. A'lui tal hor simil si mostra il Cielo, Quando in parte s'annera, e che lampeggia; E poco lungi poi senz'alcun velo Vaga del Sol la luce arde, e fiammeggia. Quel porgendo terror fa'l cor di gelo; L'affida il chiaro, e'l vil timore alleggia. Cosi porgea timor, pace, e diletto D'Ardelio il lieto, e minaccioso aspetto. Quando l'Illustre terra i pronti, e audaci Giouin vede, ch'à fine incerto vanno, Timorose le Madri à i figli i baci Porgono, a' Tempi offerte, e voti fanno: E la Regina, cui d'amor le faci Materne ardono il cor, colma d'affanno. Humida il volto, e lagrimosa il ciglio, Strinse, e baciò, porse tai detti al figlio. S'io fossi ne l'età, che oppressi, e vinsi I Vincitori, e i forti Re fei serui; Ch'alte mura abbattei, che i fiumi spinsi Di sangue al mar vincendo i cor proterui, Ch'io stetti contra vn Campo intiero; e'l strinsi Fuggir, come dai Can timidi Cerui; E di mille trofei, di mille spoglie Fregiando me, posi i nemici in doglie. Se non l'etade, verdi almen le posse Fossero in me, ch'ancor ti seguirei; Ogni brando, ch'à te drizzato fosse, Te difendendo sopra me torrei. Da nemici, da ferri, e da percosse Saluo, e vittorioso ti trarrei; Ma, poi che gli anni, e la mutata scorza. Me'l contradice, misto lenta à forza. Tacque, e di tristo pianto irriga, e bagna Il petto antico, e le rugose gote. Poi preme il duol, le lagrime ristagna Ne le parti del cor cupe, e remote. Intanto i pro guerrier per la campagna Si stendono, e per vie più trite, e note, Tra lor Meandra, e'l giouine reale D'ornamento, e d'aspetto ogn'vn preuale. Talfuor de l'onde immense il capo estolle La bella Dea d'amor nitido, e puro, La qual ridendo, e rosseggiando tolle Vapor, che chiudea'l Cielo humido, e oscuro La guerriera con fren placido, e molle Non men, che con saper saggio, e maturo; In vn squadron gli accoglie, e vniti accende Con detti l'alme, e più feroci rende. Pallide, e di timor percosse i petti Le caste Madri, e le dilette spose, Mirano i figli, e i cari lor diletti, Sopra le mura meste, e sospirose: Veggon tra Dumi, e sterpi i dolci aspetti Splender ne l'armi chiare, e luminose: Fatti lontani il guardo più non vale. Guatano il poluerio, che in alto sale. Van con felice via, giungono poi Di Costantino à la Città superba, Al sembiante guerrier de' forti Heroi, Che de l'antico ardir l'imagin serba: Scacciò il popol la tema, e Alessio i suoi Pensieri al petto afflitto disacerba: Parendo à lui, ch'al suo fedel desio Fauoriscan più ogn'hor gl'huomini, e Dio. Come il Pelago sempre in se raccoglie Da mille, e mille fiumi ampio tributo, Ne satie vnqua ne son l'auide voglie; Ne fa di lor per molte acque rifiuto; Vno dolce accarezza vn'altro accoglie, Che sia giunto in su' aita il Greco astuto: Ne mai si mostra pago, e ogn'hor desia, Ch'à l'altre aggiunta noua aita sia. Proua il tutto, ne c'è, che lasciar tenti, Giusto, od ingiusto, o sia crudel, o pio; Spoglia de l'oro, de l'hauer le genti, Desta ogn'hor più nel cor l'ardor natio: Confonde à detti magici, e possenti, E ad opre inique il gran saper di Dio: Co' serpi Aletto ogn'hor dando terrore Dal sonno il sueglia, e li amareggia il core. Ne la piazza maggior di marmo eletto Sopra ampia Base alta Colonna siede, Sopra cui cinto d'armi, e con l'Elmetto Simulacro spirante posa il piede: Di Minerua è l'imago, il più perfetto Lauoro occhio mortal non vide, o vede, Rileuate ha le mamme, appo comprendi De la Gorgonea testa i crimi horrendi. Il volto ha bello, e lieto; e con la manca Mano la crespa vesta inalza, e tiene, Ha l'aspetto, e la fronte ardita, e franca; Lungo il collo, in cui scerni nerui, e vene: Gli occhi tien fissi à l'Austro, e quasi stanca Sopra la destra il capo suo sostiene, Dal capo al piè la bellicosa Dea Bella era sì, ch'ogn'opra altra vincea. Era in Bisantio vn huom di già venuto Da la Biarmia, nominato Icete; Oue i venti si vendono, e in aiuto Vengon per prezzo i potator di Lete: Destar folgori, e tuoni huom s'è veduto; E turbar l'aria chiara; e l'onde chete Con sonore tempeste, e in muti accenti Il mar confonder, la Natura, e i venti. Costui mirando la sembianza, e'l volto De la famosa Dea, che l'armi apprezza, Stimolla à gli atti, al portamento (ah stolto) Che del mal della Tracia habbia vaghezza: Per far tal pensier noto ha'l piè riuolto Del maggior Duce alla sublime altezza, Con modo riuerente; in volto humile Sciolse questa dal cor voce, o simile. Quella effigie di Bronzo essere io vedo Di Minerua l'Imago, o di Bellona, D'ornamento, o di guardia esser non crede A'la Cittade, o diua amica, e buona; Ma d'ossa la ruina esser preuedo, E ciò nel cor con mio dolor risuona; L'aspetto la maniera, il graue ciglio Minaccia al Regno tuo morte, e periglio. Dal mezo giorno, e da l'occaso inuita, Nostra pace à sturbar la Dea guerriera Genti ribelle à noi priuar di vita, E far che Tracia, e l'honor Greco pera: E se non è da noi sua voce vdita, Ben rimbomba ne' petti aspra, e seuera De' Barbari stranieri, à terra getta L'Imago à nostro precipitio eretta. Comanda o Sire, che si gitti al piano La Diua iniqua, à noi guardia infedele, Che grida, e chiama in suon tacito, e strano A'consumarci mille, e mille Vele: Ella auentò dal popolo Troiano Nel petto à Menelao lo stral crudele; E lor patti confuse; onde poi corse, Quasi acqua, il sangue, e altrui spauento porse. Ella di Marte innanti il Carro vola Superba, i petti infiamma, e i tetti offende? Destatrice di guerra, toglie, e inuola La dolce pace, e le Cittadi accende. Soggiunse il Rè, quando l'Imago sola Esser dannosa il tuo saper comprende; Sia ciò, che vuoi, comanda, che s'atterra, E seco ogni suo sdegno ancor sotterra. Tosto si moue Icete à l'opra ingiusta, Seco ha color, c'ha nel suo error sospinti, E l'Effigie bellissima, & augusta Si sono à disformare à vn tempo accinti. Mentre con man fortissima, e robusta Percuoton lei, da cieca insania spinti, Come sia corpo viuo par, che senta, (O stupore) chi lei spezza, e tormenta. S'vdì 'l ferro suonar, parue co' sdegno Crollar l'asta pesante, in volto oscuro La Greca Roma minacciare, e al Regno Inessorabil danno, e mal futuro: La sfinge, c'ha su l'elmo, horribil segno, Spira, qual fiamma estinta, vn fumo impuro. E con atto d'horror scotendo l'armi Sciolse vaticinando atroci carmi. O fosse d'huomo in ver mirabil arte; O facesse ciò in lei spirto rinchiuso, Con voce articolata à parte, à parte Dice tal note al popolo confuso. Stato infelice, non già più di Marte Ricetto; poiche vinto, arso, e deluso, Tosto sarai da l'Italiane spade Ben à ragione ogni tuo fasto cade. In minaccioso suon queste parole Svelse dal sen l'ardito simo acro. Ogn'vn pien di timor s' attrista, e duole A' l'annuntio di morte acerbo, & acro; Ma'l furioso Icete in tutto vole, Che sia rotto, e spezzato il segno sacro, Che s'abbatti egli grida, e proui intanto Prima, che noi la doglia detta, e'l pianto. Gitta co i suoi compagni il pazzo à terra, Sordo à detti tremendi; al male intento; La viua effigie de la Dea di guerra, Essempio di fortezza, e d'ardimento; E cosi pensa far, miser quant'erra, Quello incendio di risse oppresso, e spento; E che ritorni il coraggioso Enrico De l'ampia Patria sua nel seggio antico. L'Imago eccelsa, che lodato eresse Con tanta gloria, studio, e magistero, Colui, che ne la bella Italia elesse Far chiaro, e grande il successor di Piero. Cade, e in breu'hora insana mano oppresse Opra si illustre; o ben sciocco, e leggiero, Chi ciò permise; il misero, e infelice Mirando i suoi, cosi ragiona, e dice. Per lo tempo auenir non fia, che chiami La ingiusta Diua à noi nemiche squadre; Onde poi questi, e quei pasca, e disfami Ne' seni nostri voglie ingorde, e ladre, Ne fia, che' l nostro fin cupida brami Questa, d'empi Certami horrida madre; Che porta seco, ouunque moue il piede Morte, sangue, terror, ruine, e prede. Mentre cosi diceua, ahi vista atroce, O portento terribile, e funesto, S'apre la terra, e fuor n'esce veloce Drago squamoso il tergo, agile, e desto; Con occhi accesi, e con terribil voce, La coda annoda in groppi, il popol mesto Mira, stupisce vn tanto, e tal prodigio, Ne sà dond'esca, si dal Regno stigio. Sopra gli occhi d'ogn'vn, quasi presente La Città tutta, al cielo Icete corre; L'auince, e stringe con la coda, e'l dente Nel collo figge, ci tenta se disciorre: Ma'l tutto in vano, che di rabbia ardente Il rode, e impiaga, il sangue à terra scorre, Il meschin manda in aria vn gran muggito, Qual Bue, che non fu à pien da l'huom ferito. E d'horribili strida il Cielo empiendo, Sgroppar si sforza l'annodata coda, E quel; mentre il reo sangue và fuggendo Ogn hor più fermo l'auiticchia, e annoda. Poi da l'essangue fulminando, e aprendo Per gli occhi l'ira si suiluppa, e snoda, Entra nel cupo de l'aperta terra, Entrato lui per se si chiude, e serra. Cosi talhor si mostra à gli occhi altrui Folgore dal Ciel sceso in chiuso tetto; Spezzar il tutto, e gli alti furor sui Mostrar tuonando miserando effetto, Scende retta la terra à i Regni bui Al suo Volcan; oue hebbe pria ricetto; Che lo rinoui, d'altre fiamme accenda, Fatto più forte al Gioue suo lo renda. Pien di tema, e d'horror riguarda intanto La vil Plebe d'Icete il caso oscuro, Com'a l'error sequì la pena, e'l pianto, E'l morir al dispreggio acerbo, e duro: Dubbi è da cui venne il castigo tanto; Se dal Ciel chiaro, o da lo'nferno impuro; Ma della bella imago le parole Attristan l'alma, onde si lagna, e duole. Rauilupparsi il Ciel scerne lontano La fida guardia, e torbidarsi attorno, Qual dal terribil nembo, e monte, e piane, Che quasi toglie, e scema il lume al giorno. Par, che lampeggi, e fulmini, e di strano Lume è per entro splendido, e d'intorno: Vede, o venir par veggia; vede certo D Enrico pio l'essercito conserto. Vn tumulto, vn sussuro, vn moto, vn grido Per tutta la Città s'aggira, e volue, Maggior di quel, quando Aquilone al lido. Con l'humid' Austro il mar batte, e trauolue, Gridan le Guardie, ecco il nemico infido, Che nel sen lo nasconde horrida polue: Ecco il lampo de l'armi, ecco i fulgòri, Ch'escon dal ferro, da gli argenti, & ori. Ei lasciat' hà di Pera l'altra riua, E passat' hà del Corno l'onda molle. A' porre vn duro assedio intorno arriua A quella terra insidiatrice, e folle; Il grande, & ampio essercito copriua Le piaggie in giro, e Campi, e prato, e Colle; Segnano il Vallo, inalzan le Trincere, Cauan le fosse le seruenti schiere. Si rintegran le machine, che danno Scotendo la Cittade alte percosse Noui instrumenti bellici si fanno Di duro capo, e di ferrate posse; Perche à le mura dien pena, & affanno, Quando da loro sieno vrtate, e scosse, Fan di ferma materia i fabri pronti, Per passar larghe fosse ordigni, e Ponti. Si rinchiudon le vie, donde hauer stimi Vettouaglie, od aiuti il Rè rinchiuso; Spianansi gli alti luochi, empionsi gli imi; Perche decenti sien di guerra à l'uso: Sono infinite scale; onde s'opprimi Per loro al fine il volgo egro, e confuso; Si preparan Sarmenti, legni, e sessi Per quel cupo otturar, ch'al muro vessi. Si grauan le Faretre, à l'arco forte Si rinouan le corde e si procura Noua materia ogn'hora; acciò, ch'apporte Felice aita à l'opera futura: Dissegna quai tormenti à le gran porte Por voglia Enrico; e quali à l'alte mura. Miran da la muraglia i Greci mesti Non senza guai quei Cauallieri, e questi. D'armi, d'insegne piena, e di caualli Di squadre armate, e di schierati fanti, Si vedea la campagna, e rossi, e gialli Stendardi gir, trastullo à l'aure erranti: A' i suoni, à i gridi al calpestio le Valli Rispondeano sonore, e rimbombanti; Arde la terra, e'l Ciel del ferro à i lampi: Parean conuerse in selue, i prati, ei campi. Da le sue Torri le rinchiuse genti Mirano à por le gloriose tende: Come scherzan tra lor le squadre ardenti, E quanto il grande essercito si stende; Ma il Greco Duce, in cui più ogn'hor cocenti Fansi i furori, da cui forza prende Pensa, ne sà, come sfogar del core Contra il nemico suo rabbia, e dolore. A' l'alte porte, e su l'eccelse mura Soldati con consiglio vtile pone; Rinforza, stabilisse, e rassicura Tetto priuato, e militar magione: Altre chiude con pietre, e dona in cura A' fide genti, vigilanti, e buone; Fame non teme, c'ha in Bisantio accolte E greggi, e vettouaglie molte, e molte. Pallide per timor le Madri meste Bacian le figlie, e i pargoletti infanti; Quà là ne vanno, e miran la celeste Patria, non senza dolorosi pianti, Gli antichi Padri torbide tempeste Volgon nel cor; ma i giouini prestanti Corron sopra le mura, e scopron come Sott' entran paghi à le guerriere some. Mentre il Latino, e'l Franco era riuolto Per lo futuro o assalto ordigni, & opre A far compor; che d'honor denso, e folto Notte l'aere pria chiaro abbraccia, e copre; Fero adirato impatiente, e stolto, Che in otio viue, e non ha, in che s'adopre E Oronte, e quasi Can, che'l duro impaccio Spezzar vorria del troppo fermo laccio. Qual feroce Leon, che mal soffrire Può la prigion di ben ferrata Gabbia, Horribilmente rugge, orgoglio, & ire Desta, e nel crudo cor freme, & arrabbia: Volge gli occhi infiammati, e via d'vscire Non troua, spira foco insieme, e rabbia. Tal l'Ircan rattenuto, arde di sdegno, Quà, là passeggia, e non può star à segno. D'hauer portata al Rè si lagna, e pente Ben forte sì maneghittosa atta, E quel lento posar l'altera mente Sprezza, brama à periglio por la vita; Ne raffrenar del cor l'affetto ardente Puote, ne ritener la voglia ardita, E se ciò fa, quasi rinchiuso foco Formidabil si mostra in più d'vn loco. Lo indomito guerrier, c'hauer desia Di chiara lode i più sublimi honori, Fugge i riposi, e dice, ah ver non sia, Ch'io tempri in tedio indegno i miei furori. Dunque il valore, e la possanza mia, Mie proprie doti, e i militari ardori Neghittosi staranno? ignari, e vili Fansi per l'otio anco i guerrier gentili. Ah non sia ver per Dio, che quà richiuso Human poter mi tenga, e mi raffreni, S'hora sin quanto fui, s'al solito vso, O mio cor l'alterezza vsata tieni: Sarà mai ver, che timido, e deluso Di gloria, e nome priuo i dì ne meni; Cosi dicea tra se, pensa col brando, Lasciar del nome suo segno ammirando. Tal volgea 'l suo desio superbo, e fero, Alessio sprezza, e l'otturate porte, Fulmina fuor per gli occhi il Caualliero Folgori horrendi di terribil morte; Con guardo oscuro, e con parlar seuero Chiede, che alcuno il suo voler rapporte Al Campo auuerso. Ermen viene, & attende Ciò, che'l guerrier di comandare intende. Và doue in ampio Campo à danni nostri Siede di Tracia il Predatore ingiusto, Dirai c'è Oronte ne' regali chiostri Di chiusa terra di bei vanti onusto: Qual vuol, che'l suo valore altrui dimostri. Che non brama di gloria, od altro giusto Vi spinse à trauagliar di Grecia i Regni; Ma d'avaro desio principij indegni. Che sfida ogn'vn, c'habbia possanza, e ardire, Latino, o Franco di star seco à fronte L'arme à sua voglia elegga, ne de l'ire, Tema de'nostri, o vilipendio, od onte; E'n promettere à voi, quanto è'l desire, Il Rè benigno haurà sue voglie pronte; E se meco à pugnar non basta vn solo, Ne vengan più, s'arrischi il franco stuolo. Cosi parlogli audace, e furibondo L'Ircano. Ei veste i suoi purpurei ammanti, Và, doue il grand' Enrico in dir facondo Aualoraua, e Cauallieri, e fanti Scopria con volto in vn ferro, e giocondo Seueri insieme, e placidi sembianti. Dissi, o gran Sir, ch'io possa espor del petto Liberi sensi (disse) al tuo cospetto? Dassi rispose quei, che d'Adria impera Le grandezze sublimi, e i mari immensi. Ermen fa noto con sembianza altera De l'audace Ambasciata, i detti e i sensi. Il saggio Enrico, e la sua nobil schiera Con moto regio, e i lumi d'ira accensi, Al tuo Re torna, Araldo, e narra à lui. Che pronti sua disfida accettian nui. Torna il Messaggio, e la risposta espone A' lui, cui lunga par picciol dimora, Che de l'elmo, e d'altr'armi elette, e buone Aiutato da' suoi s'armò in breu'hora. In tanto si prepara à la Tenzone Giacinto, che la Patria, e'l campo honora; E benche molti s'offrino à l'incerta Pugna, l'ottien, che quant'ogn'altro il merta. Chiede in gratia il pugnar Tarso, e Parmeno, Il Marchese, Rainiero, Orseolo, e'l Conte; Perche ogn'vn brama rintuzzar del seno Lo strano orgoglio al furioso Oronte. Per tanto ardir de' suoi dal cor sereno Spiega di gioia il Sol per l'ampia fronte Il Veneto Signor; gode nel core Di lor veggendo il merito, e'l valore. Da suoi seguito Enrico à la battaglia L' Adriatico Heroe guida, e conduce, Intanto appar vestito à piastra, e maglia Circondato da' suoi. L'Ircano Duce: E con Alessio fuor de la muraglia Vien, qual suol d'Orion l'infausta luce; E ne lo spatio, ch'ètra Roma, e'l Vallo Ferma l'Italo, e'l Greco il buon Cauallo. Giurano entrambi non lasciar, ch'alcuno Sturbi la pugna; o porga aita, o noia, Finche Fortuna dia, qual d'essi l'vno Habbia vittoria, e l'altro in biasmo moia: Fornito questo, ritornò ciascuno A' la sua parte, à nostri il petto annoia Timor pe'l bel Giacinto; ch'a lor sembra Di maggior possa Oronte, e maggior membra. A' mezo il Campo rimaner li due Guerrier famosi à cui gli occhi ogn'vn gira Smenticati se stessi, à quelle sue Creste ondeggianti, e lor gran scudi ammira. Il Veneto Campion disse le tue Superbie Ircano, e la tua tumid'ira, Ti spinge, insano, à ricercar la morte, Che rimaner deuei con miglior sorte. Ma se fortuna al mio desio nemica Con importuna man mi scota, e prema, In guisa tal, che de la Madre antica Batta la faccia, giunto à l'hora estrema; L'armi, e'l destrier non fia, ch'io ti disdica; Ma se qual soglio son, non fia, ch'io tema; Se vinto sei, mie sien l'armi, e'l destriero, E'l corpo à tuoi darò, cosi far spero. E cosi farai tu, l'altro contento Di quanto disse, ogn'vn poi si rittrasse; Presse ne l'alma i detti, e l'ardimento, Ne respose al suo dir, tacito stasse. Di quà, di là poi vedi in vn momento Mouersi, qual se'l vento lor portasse; Sibila, e'stride, e intorno lor s'accende L'aria al rapido moto, e s'apre, e fende: Come duo strali, o tur bini spiranti Vengonsi incontro da contraria parte; Dal cui furor non pur tra l'onde erranti Restan con genti immersi arbori, e sarte; Ma suelle, e atterra antiche Selue, e tanti Fiori, e vezzose herbette ha tronche, e sparte, Cosi crudeli, impetuosi, e feri Vansi a lo 'ncontro i prodi Cauallieri. Ferirsi à gli Elmi, l'aste al Ciel volaro In scheggie, à i colpi vscir fauille, e lampi; Ne si mossero in Sella, o si piegaro Ma in volto par, che questi, e quelli avampi, Al moto, al suono graue alto tremaro E rimbombar le selue, i colli, e i campi, Trassero i ferri poi sdegnosi, e vanno A portar l'vno à l'altro oltraggio e danno. Tal ne' campi due Lupi d'ira ardenti, Per la preda partir, che in pace han presa; Con occhi accesi, & arrotati denti Fan aspra guerra, horribile contesa: Suonano i boschi à i stridi, è'n aria i venti S'accendon di quegli empi à l'alma accesa. Tal li guerrieri à le percosse prime Stridono. E corisponde, e'l Ciel sublime! Tuonano hor alti, hor bassi i brandi ignudi, Mossi da braccio pien d'arte, e di posse, Non si rapide, e spesse sù l'incudi Porge il maglio Fabril botte, e percosse. Cauti à li colpi graui i guerrier crudi S'inuolan ratti, e ben cred'io, che fosse Il ferro lor, di quel, che già Volcano Fè l' armi à Teti pe'l guerrier sourano. Giacinto à gli occhi del proteruo Oronte La folgorante spada irato gira: L'altro v' oppon lo scudo, e sù la fronte. Vuol ferir l'inimico; ei si ritira; Ma'l brando volge, e le man preste, e pronte, Che passarli la gola intento mira. Porge l'Ircan lo scudo in sua difesa; Mà non resiste à la crudele offesa. Rittrar la spada più non li è permesso, Che riman fitta; onde più sdegno desta, Lo gitta Oronte. priuo à vn tempo istesso De lo scudo vn, l'altro del ferro resta. Trar à Giacinto il suo li è anchor concesso Nel braccio al Trace; e lo stordisce, e pesta; Ond'è sforzata di lasciar la mano Cadere il brando periglioso al piano. Ambo di scudo priui, ambo di spada, S' auentar l'vn ver l' altro atroci, e feri. Quai Serpi ardenti in Scittica contrada, Che fansi per furor liuidi, e neri. Questi, e quei tenta, che'l nemico cada; E pongon per ciò studio, opre, e pensieri. E tanto fan, ch' al fine auien, che suella D'Adria il figliuolo Oronte da la sella. Il qual interno abbarbicato, e stretto A' lui ne stà con le robuste braccia; Onde di batter seco egli è costretto De la madre commun la dura faccia. Tall' Aquila, che tien tra'l piè ristretto Serpe, che L'ali à lei co'l corpo allaccia; Che cosi in guisa l'auiticchia, e afferra, Che di seco cader sforzat'è à terra. E cosi vniti, e auinti sopra l'herba Cadero entrambi, il franco, l'altro prese Per l'Elmo, da la testa alta, e superba Tenta di trarre, e farli acerbe offese; E'l moue, e'l scote; ma si fermi serba Li lacci contra à quelle aspre contese. Che resiste, e stà forte, al fin lo suelle, Rotti i ritegni, e'l lancia in ver le stelle. De giri eterni le felici menti Maledì l'Empio, e bestemmione il mondo, Le Deità nascose, e gli Elementi, L'horrendo Pluto, e'l Tarsaro prefendo: E l'vn da l' altro validi, e possenti Si suiluppar da lo inimico pondo. Guata Oronte il latin con volto crudo Del ferro anch' esse priuo, e de lo scudo. Mentre ei bada, Giacinto gli occhi volse. E vede al piano il suo tagliente brando, Che nel cader entro lo scudo colse La terra, e vscinne; il prese, e'l scudo quando Oronte l' Elmo, e dentro il capo accolse, La spada anch'esso, e scudo: il suo mirando Odiato nemico, se via troua. Da superarlo, o forza, od arte noua. Hor di ferro, e di scudo ambo muniti, Ad assalirsi van ratti, e leggieri. Come talhor veggian due Cani arditi L'vn contra l' altro girne audaci, e alteri, Ne conlatrati terminar lor liti; Ma con graffi, e con morsi horrendi, e feri, S'offendono aspramente, ermi, e remoti Muggiano gli antri, e i luochi oscuri, e ignoti. Hor quinci, hor quindi di ferir dan segno; E il colpo altroue poi batte, e trauaglia; Crescela rabbia in lor, l'ira, e lo sdegno; Tentan piastre schiodar, d'aprir la maglia. Pongono ogni saper, forza & ingegno; Perche al valor d'altrui lo suo preuaglia; L'arte à l' arte contrasta, e talhor l' arte E vinta, hor vince, hor si dimostra, hor parte. Cosi pugnar fin, che la notte pose Meta à l'opre mortali, e l'ombre stese, E la sua man pacifica interpose Tra gli odi loro, e le mortali offese. Armano com Arasso, allhor compose Gli animi incrudeliti, e l'alme accese. Dicendo, o Cauallieri, assai scoperto Di vostra possa hauete il pregio, e'l merto. Pari è la virtù vostra, egual risorge Del valor sommo il meritato honore: Cessi il trauaglio, hor che la notte sorge Dolcezza, e porta à noi, pace, e fauore, Ch'importuna nasconde, quando sorge Tra le ner'ombre sue gloria, e valore: Generoso pensier, che'n virtù abonda, Sdegna, che d'opre rare il bel s'asconda. Ma questi, e quegli rigido mostrossi A' i preghi lor, negan lasciar sua lite. Pur alhor s'acchetar, che in mar corcossi Febo, e furon nel Ciel le stelle vscite. Giàsi vedean d'alquanto fregi rossi. Che caldi vscian ai picciole ferite, Fregiate le bell'armi, e si vezzose Parean giunte à l'argento ardenti rose. La guerra terminar fia, che dal Gange Cinque volte da l'onde il Sol si mostri, L'Ircan torna in Bisantio, ch'alto piange Di lui temendo, à i consueti chiostri. Giacinto à la sua schiera, che pur s'ange Temendo, che mortal piaga dimostri; Con sommo gaudio fù da lor compreso Da poche, e picciol piaghe à pena offeso. Ne l'Aurora seguente il bel Giacinto Lasciando il Campo il suo destriero ascese; Solo con due scudieri culto, e cinto A' l'vso suo di militare arnese. Da piaceuel desio mosso, e sospinto Di conoscer di Tracia il gran Paese, Città Berghi, e Castella vedervuole Fin, che 'l prescritto giorno porti il Sole. Vuol gir fin che'l dì giunga, in cui decida Marte superbo, qual di lor sia il forte, Ch'vn vinto, e morto resti, à l'altro arrida Fato benigno, e fauoreuol sorte. Moue il Cauallo: il Ciel lo spinge, e guida Per tor Vergine bella à cruda morte; Di già vicina è Cloto, e già presente Per troncar di sua vita il fil lucente.

Il fine del Nono Canto.

Perche il foco notturno in vano accese E son si straccia il crin pien di dispetto, D'Artabano à la figlia il crudo attese; La piglia; e spegne il suo drappello eletto. Piang'ela sue suenture, e strane offese, Teme d'acerba motte il fie o aspetto, Il Mago reo sacrificar la vole Vittima à Pluto, anzi che mora il Sole. COme il reo Mago Eson conosce, e vede Vano del suo pensier lo 'ngegno, e l'arte, Ch'appo l'opra, e'l desio; poca mercede Hà del suo incendio, e de le fiamme sparte, Infellonito il pian battè col piede, Muggiò, scosse la terra in quella parte, Qual ferito Leon sfogò del petto Rugendo, e sospirando amaro affetto. Forse, che vscir de la Tartarea Tomba Non feci à mille, à mille alme d'auerno E di mia voce al suon, ch'iui anchor bomba Pluton impallidir tremar lo' nferno; Accioche più de l'Italiana Tromba Lo glangor non s'vdisse in nostro scherno; Ma che giouo? ben sù l'opra, e l desio Compiuto, e buon; ma vi s'oppose Dio. Io mi credea, ch'à quella fiamma immensa, Al feruor, à lo ardor alto, e vorace Fosse poc' esca il mondo; non che accensa Del nemico restar l' Armata audace; Ei benche vincitor, sagace pensa Farci aspri danni; e starne in otio, e in pace; E come possi, ahi ben fiero inimico. La Tracia hauer, dar morte al Duce antico. Cosi diceua, e con enfiate labbia Stridea coi denti di veneno infetti. Quasi offeso Mastin, che pien di rabbia A dar di morso al pellegrin s'affretti? Mira sdegnoso il Ciel; come il Ciel li habbia Inuido fatti amari i suoi diletti: E con horribil atto, e con parole L'aria conturba, e auolge in nebbia il Sole. Paion sue luci accese in flegetonte Tra l'atre fiamme, ha'l volto oscuro, e nero. Tal vide Enea già'l squallido Caronte Del Tragetto infernal strano Nocchiero, Quando s'annera, e adombra l'Orizonte; E l'ombre tetre copron l'Emispero, Piange, e si duol con spauentosi accenti Del crudo Re de le perdute genti. E del Ciel si lamenta, e de la fede De' sotterranei Numi, e de la Sorte, Che destò il Campo francho; hor che non diede Il vento aita; e mal le Naui hà scorte. Ira, e dolore il cor li oppugna, e fiede Per la notturna vccisione, e morte: Si lagna anchor di tanti amici, e cari Con nero lutto i fini atroci, e amari. Come il Carro tuffò Febo ne l'onde Pe'l lungo trauagliar languido, e lasso, E da monti, e da Valli ime, e profonde Notte à noi volse sdrucciolante il passo, Pe'l sereno del Ciel con chiome bionde Giua la Luna, e diffondeua à basso Di viue perle rugiadoso nembo, Su l'herbe, e i fiori, e de la terra in grembo. Discerne il Mago, che'l silentio, e l'ombra, Al suo desio conforme, occupa il mondo; E che'l sonno le menti, e l' alme ingombra Di dolce pace placido, e giocondo, S'accolse in Grotta solitaria, e sgombra Di genti, e disse, in modo aspro, e profondo; O tu, che in solio d'empi Serpi auolto Reggi, o Prence infernal, popol sepolto. A' miei preghi, à mie voci, à gara vscite De l'atre Bolge, e da gli oscuri, e vecchi Luochi, lasci il suo Re la cieca Dite, E seco il vero il venir vostro arrecchi. Saper desio di tanta guerra, e lite Il fine, e di tant' armi, e tai parecchi. De l'Antro allhor tra quelle parti nere Vn Demon vede, o pur li par vedere. Tra l'ombra vn ombra, ch'à turbato foco Simigliante ha'l color del fosco aspette, Che, qual turbine immenso il basso loco Circonda intorno, ne risponde al detto. Il Mago, à cui lo spauentoso gioco Porta più, che piacer, noia, e dispetto. Risposta aspetta intanto il terren fende Lo spirto iniquo, e tra'l suo mal discende. Cosi mentre, che'l Ciel mormora, e freme, E da venti sonori e'l tutte offeso, Con grande forza la terra apre, e preme Porgendo altrui terror fulmine acceso; Bestemmia l'Empio, che di quanto hà speme Di saper, reo silentio li ha conteso; Con atto minacciante, in volto atroce Mosse di nouo la terribil voce. Io gia l' Aluo materno incisi, e trassi Anzi i natali suoi bambin nascente; Hostia à voi lo sacrai de' Regni bassi Principi, e Dei de la tartarea gente. Scannato i membri picciolini, e lassi Gittai deuoto à mezo il foco ardente; Vittima sacra à voi; di poi raccolsi Il cener pargoletto, e meco il tolsi. Come potente à far, ch'al voler nostro Ostinato Demon suoi pensier pieghi: E gli Vsci horrendi del tremendo chiostro A' molesto icchiar d'aprir non neghi, Ceda il fermo rigor del voler vostro A l'alto poter nostro, à i nostri preghi; Ghe noi sappiamo anchor far vinte, e dome Forze d'inferno con temuto nome. Fuggir del Ciel le luminose faci; Onde il manto notturno adorno splende, Delia le Corna pria chiare, e viuaci Ne rauolse à quel dir d'oscure bende. A' quel chiamar, c'ha in se forze efficaci, Che Flegetonte acceso ghiaccio rende, L'Auersario Demon dal tetro Trono Manda insana risposta in cotal suono. Può di Vergine illustre il sangue casto Sol d' Auerno placar l'alme sdegnose, E d' Erine crudel moto, e contrasto Sedar di lor, placar brame noiose, Cosi d'Itali, e Franchi il moto, e'l fasto Rintuzzeran quì fine al suo dir pose, Lasciando quel di tema, e di dolore Graue, dubbio, e sospeso entro il suo core. Vdito questo Eson tosto rimoue Rapido il piè da la solinga soglia, Consiglier scelerato, e va la doue Alessio, il Duce si trauaglia, e addoglia. Gioisci, disse, o Re, tue chiare proue Han vinto Enrico, e tosto il franco in doglia. Pur, che Vergine regia estinta cada, Vittima sacra à l'infernal contrada. Caro fu al Re quanto li espose il Mago; Ma come hauremo, à lui dice il Tiranno. Vergin casta, e regale; onde sia pago Lo 'mperator del sempiterno affanno? Vede (ei rispose) il cor di ciò presago, C'haurem quant' vopo fia; arte, & inganno Vsar si dee, pur, che si salui il Regno, Pur, che scacciam da noi barbaro sdegno. Sò, ch'vna figlia d' Artaban ne viene, Fatta dal Padre al Re Roberto sposa, Giouin di tal beltà, qual si conuiene Essere al fin d'April ridente rosa: D'oro ha'l crin, neue il sen, luci serene, D'ogni gratia, e virtù ricca, e pomposa, La seguono Baroni, e Cauallieri De lo stato i maggiori, e amici veri. Tale à lo desir nostro ottima stimo, Prole è di vn Re, fanciulla honesta, e bella, Sposa di vn tuo nemico, il qual fù primo A' scoprir contra te mente aspra, e fella. Vendicherò l'oltraggio, in petto imprimo La sua maluagia in te voglia rubella, Per saper, oue ponga essa i vestigi, Mille schiere haurò in via d' Angeli stigi. E perche sò, che senza sangue, e morti Hauer non la potremo à me concedi De tuoi guerrieri coraggiosi, e forti Cento à Cauallo armati, e cento à piedi, Quanto sai (disse) il Re, che à questo importi, Tanto senza timor comanda, e chiedi; Il vano Imperater ben stolto crede Hauer da fatto ingiusto alta mercede. Mille insidie Eson tende, e mille reti Per pigliar sol la desiata figlia Per por in opre gli empi suoi secreti Seco compagno stuol d' armati piglia. Mentre ella già co i suoi contenti, e lieti? Ecco vn turbo, che l' apre, e gli scompiglia. Questo è'l Mago co' Greci; molti stesi Restaro à quello assalto, e à morte offesi. Non con tanto furor da monti scende Sciolta la neue in liquidi torrenti; Ne con tal Selue, e case atterra, e stende Il gran soffiar de' più rabbiosi venti: E'l folgor con minor dal Ciel discende A' batter Torri, ad atterrir le genti, Con quanto i Traci con astutie, e inganni Fanno à i fidi custodi oltraggi, e danni. Son colti innaueduti, che celati Eran di vn bosco tra l' oscure piante, Ne s'auider, che molti eran piagati, E molti vccisi nel medesmo instante: Con l' Aste basse i Cauallier pregiati Con volti audaci, e rigido sembiante Fiedono i Greci, e fan di lor qual suole, Lupo tra greggia, oue non luce il sole. Il numero, e l'ardir del Tracio stuolo Fe, che rimase ogn'vno oppresso, e vinto, O fuggito, o ferito, o steso al suolo, Già vicino à la morte, o in tutto estinto. Il nobil cor toccò spauento, e duolo; Fù dal ghiaccio di tema horrida cinto, De la Donzella, che confusa mira La strage horrenda, e pauida sospira. Qual candida Colomba, qual si veggia Sopra il capo il falcon rapace augello, Trema s'inorridisce, erra, e vanneggia. Qual forsenata in questo luoco, e'n quello. Cosi Costei no sà ciò che far deggia, Vede cader à terra il suo drappello, Il sen si batte, e volge al Cielo in vano. Le belle luci, e l' vna, e l' altra mano. A' lor diceua, (à le cui dolci note Per mia fe i marmi haurian versato il pianto) C'han fatto le mie genti? o come puote, In essi vn petto incrudelir cotanto? Non huomini; ma Fere de le ignote Selue vscite d'Etolia, o d'Erimanto, Anzi d'inferno vsciste, e in quella parte D'impietade apprendeste i modi, e l'arte. Cosi dicendo del soaue viso Il bel candor di pallidetta Oliua Sparge d'acque dolenti; in cui del riso Splende quasi d'vn sol, l'imagin viua: Forsi simili, o tali in Paradiso Scendon vaghe rugiade in monte, o in riua, A' far adorne d'imperlati fregi Le rose de l'aurora, e i manti regi. Solo il custode Asiareo, che tale Era il suo nome stupido rimaso. Mentre mira de' suoi stratio mortale, L'esito horrendo, e'l miserando occaso: Gran pietade, e disdegno il cor li assale; Onde da giusta doglia persuaso, Vuol quel infame volgo vccider esso, O restar morto à i cari amici appresso. Benche li doglia assai, che la Donzella Resti prigion di strane, e inique genti, Pur brandì l' asta, rassettossi in sella, Destò gli spirti à sommo honore intenti: Si mosse poi, con quel furor, con quella Fierezza à Greci dando alti spauenti, Che l'Orso assalta il Can se ver lui corso, Duro li diede, e auenenato morso. Colmo di sdegno l'ampia squadra atterra De' Traci ingiusti, poscia il brando prende, Porta crudo esterminio, e dura guerra, Tronca braccia, apre petti e capi fende: Sparsa de' corpi lor la fredda terra, Già in fiume, e'n gorghi, il sangue iui s'apprende, Nè cura rischio, disperato ardire Le forze accresce, e sueglia incendio, & ire. Poi quel, che de gli Achiui esser parea Nel fier sembiante prode Capitano, Assalì, lo inuesti di piagha rea Lo colse sì, che'l trasse morto al piano. Temendo ogn'vn le spalle à lui volgea, Pe'l gran timor de la sua inuitta mano, Certo ei vincea lo scelerato stuolo Con armi poche abbandonato, e solo. Ma'l tristo Mago, che dubbioso il fine Vedea, temeàne vituperi, e scorno. De' suoi l'vccisioni, e le ruine Fatte da quel guerrier di lode adorno. Con fronte oscura, e rabbuffato crine Inuoca i Numi del letal soggiorno, Con humil core in supplicheuol voce Volge tai detti al Rè del Regno atroce. Sai ben d'Auerno, o poderoso Nume, Che ingrato vnqua non vissi à i merti tuoi: Spesso sacrai sotto notturno lume A' la tua Deità pecore, e Buoi; Cercando à l'ombra andai l'infauste piume Del Gufo Augel per consecrarlo poi A' te Dio del mio cor; perche cortese, Si èn poi da te le mie preghiere intese. Tu, che dal cupo centro, e da gli horrori Del Baratro Infernal ternibil porti A' praui petti, e insidiosi cori Gli strale rei di sempiterne morti, Reggi, drizza per l'aria aspri furori Del dardo mio, che ponga quel tra morti; L'vdì, volando il resse, e dentro il seno Al guerrier spinse, ei cade, e ne vien meno. Tosto le Donne, che compagne, e serue Eran de la figliuola d' Artabano, Quà, là fuggir, quai timidette Cerue, Che veggano vn Leon poco lontano. D' Eson rimase ne le man proterue Idilia, che chiedea con atto humano. Pietade, aita contra i Traci mostri Dal nostro mondo, e da' superni chiostri. O quanto gode, o quanto è lieto il Mago. Gia'l Re vincitor crede, e se felice, Desia veder ei, ch'è di mal presago, Mesero il Franco, e più, ch'altri infelice; E che si stenda al Gange, à l'Orse, al Tago Lo 'mpero Greco, o più s'anco più lice, E più, che fosse mai pago, e giocondo Sotto il Tracio gouerno vnito il mondo. Con l'aspetto odioso, onde potea Spauentar de lo inferno il nero Duce, A' lei ne và, che'l nobil sen spargea D'vn fonte, ch'apre l'vna, e l'altra luce: E'l petto, e'l casto viso percotea; Onde vn viuo color in lor s'induce, Come veggiam s'alcun tra gigli pose Con grata man le fiammeggianti rose. Com'ella vide quel terribil volto D'oscuro horror, di pallidezza tinto, Nel qual; benche di gaudio iui sia accolto Qualche splendor pur è di fosco cinto. Tal equal è tra nuuol denso, e folio Lampo, che in parte è viuo, in parte estinto, Tremò à tal vista, sbigottì, diuenne Fredda qual neue, e in piè non si sostenne. Caddè la figlia al pian, qual cader suole Pianta sterpata da contrari venti, La faccia, ch'era di bellezze vn Sole. Languendo è sparsa di sudori algenti, Vago color di Pallide viole Copron de le sue guancie gli ostri ardenti, Dolce fa'l duolo amaro, il dolce viso, In cui par; benche morto, allegro il riso. Con l'acque il fiero di gelata fonte Richiamar tenta gli smarriti spirti; Ne può far altro in Valle ascoso, e'n monte; Da Città lungi in mezo ad Alni, e Mirti. Fra se si lagna, con parole inconte; Geme, qual mare intorno à scogli, e Sirti; Ma non riuien la giouine dolente, Che più, che viua, morta piacer sente. Onde fà vscir da la Tartarea porta Del Baratro d' Auerno vn vento lieue, Che prende lei, che per dolor par morta, E la pone in Bisantio in tempo breue. Quiui con acque, e fiori riconforta Li sensi presi già da sonno greue; Vaga schiera di Donne, chiama, e inuita Con dolci modi l'anima fuggita. E contra ogni sua voglia torna quella Del lasso corpo à i non bramati offici; Ne scorge più la timida Donzella Le sue amate compagne, ei cari amici; Ma in parte ignota si cognosce Ancella, Cinta da l'armi Greche, tra nemici; Si lagna, piange si lamenta, e duole Del Ciel, del mondo in tacite parole. Mentre, con largo pianto, e meste note Sfoga lo sdegno e'l duol, che in petto serba, E'l vago, e'l bel de le polite gote Spruzza di pianto, e'l duol non disacerba. Eson ritorna, e asconde quanto pote Sotto placido aspetto anima acerba, Con mente dura, e con soaue detto Cerca addolcir l'inamarito petto. Rasserena la fronte, e i tuoi dolori, Deh riconsola hormai Vergin regale, Sei eletta à gran cose, a sommi honori, Per la salute altrui, chi à te fia eguale; Fin, che'l Ciel nutrirà lucidi ardori, Risplenderai per fama alta, e immortale. Par le bocce de i Re volerà intorno Il vanto tuo d'eterne lodi adorno. Che se l'ombra à placar del grand' Achille La bella Polissena il capo offerse. Per la cui morte mille Naui, e mille A' le proprie riuiere fur conuerse, Cosi tu per serbar Cittadi, e ville; E le guancie asciugar di pianto asperse, Lieta offrirai per tutta Grecia l'alma, Quali trofei n'haurai, qual gloria, e Palma? In quai bei versi, in quai viuaci carmi; Il tuo chiaro valor vedrassi assiso; In carte, in bronzi, & in perpetui marmi Fia il sublime tuo cor sculto, & inciso: E de le Dee, che sij raccolta parmi Tra'l numero beato in Paradiso. Già veggio ergere tempi, & offrir voti. Al chiaro nome tuo spirti deuoti, Breue è la vita, e s'à dar vita altrui Di volontaria morte il fel ne vuoi, Magnanima virtù ben fia, per cui Salua sia la Tessalia, e i vicin suoi: A' toi conforti, à i detti di Costui Rinfrancò l'alma, e i sentimenti; e poi Essa conobbe in si contraria sorte Porto di sue suenture esser la morte. A' sue parole il lagrimoso Riuo Rasciuga, e co'l suo vel l'humido volto, Pone il viril suo cor dispeme priuo In vn bel fine ogni suo ben raccolto; Onde di vn lume assai lucido, e viuo Abbella gli occhi, e l ciglio d'ombra inuolto, Quasi stella, che tragga fuor de l'onda Stillante d'acqua la sua chioma bionda. O tal si vede aprir candido fiore Nel sen di primauera allhor, che'l Cielo Ride sparso di gratia, e di splendore Vezzoso, e vago, senza nube, o velo: Che l'aura, l'acqua, e l'aria à farle honore Paion venir con riuerente zelo. Cotal apparue la gentil Donzella A' quel annuntio più d' ogn'altra bella. Anchor che crudo, e c'habbia l'alma auezza Tra gli spirti, e le tenebre d'Inferno: Pur di Costei li modi, e la bellezza Fan de gli affetti suoi dolce gouerno: Scalda nobile foco arida asprezza, E'l natural d'irrigidito verno; Ciò vieta, e contra l'innocente vita La natia crudeltà desta, & inuita, Vietalo 'ncantator, ch'entri nel seno Di soaue pietà piaceuol fiamma. Però con l'acqua di letal veneno L'estinse sì, che non ne lasciò dramma. Con falsa lingua pur d'insidie pieno. La generosa à dura morte infiamma. Che chieggono i suoi incanti, ch'ella sia Paga morendo, e ver la Tracia pia. Diss'ella, amico, ogni fatal disdegno Ditempesta celeste in me raccoglio; Contenta, per serbar Cittadi, e Regno Di giouinetta età mi priuo, e spoglio: Godo, che'l mio morir base, e sostegno Di Achaia sia, possifrenar l'orgoglio De' suoi nemici; e far sicura, e lieta La gente, e la tua Patria ornata, e cheta. S'hor, hor t'aggrada con pietoso affetto Pronta ne verserò lo spirto, e'l sangue: Fiedi, qual più ti piace, il collo, o'l petto, Gratia à me sia, per voi restare essangue: Brama vn nobil morir nostro intelletto, Qual sà, che; benche il corpo, e spira, e langue, In vece poi de le cadute some Chiaro risorge, e glorioso il nome. Intanto il Sol raccolse à mezo l'onde L'ardente Carro, e'l caldo lume estinse. Notte vscendo da Grotte ime, e profonde A' nero i varij aspetti auolse e tinse. Lasciolla il Mago; altrui si cela, e asconde A' fatti iniqui, al mal oprar s'accinse, Sola rimasa in dolorosi accenti Piange di vita i suoi desir già spenti. Crucciato ha'l cor da due contrari affetti. L'vno è'l terror de la futura morte, L'altro e'l timor, che sua grandezza infetti La rabbia, e l'ira di contraria sorte: Sdegna altero pensier, che sien negletti Suoi chiari pregi, e viltà biasmo apporte: Onde pugnano à gara il regal core Fugga d'infamia, e gran desio d'honore. Di laude il desiderio illustre, e raro Mostra, ch'à gran virtù morte non noce; Ma Natura, che abhorre il fato amaro Scopre, ch'è mal d'ogni gran mal più atroce. Onde i pensieri timidi parlaro Nel dubbio, e incerto sen con somil voce, Che fai? che pensi? ahi misera, non vedi, Come anzi tempo al tuo bel viuer cedi? Nel fior de la mia età, nei di più chiari, Nè le giornate mie prime serene, Cadrò Vittima in fausta à sacri alteri, Questo fia di mie nozze vltima spene. O stelle à me contrarie, o Cieli auari, Dunque vn fin cosi reo mi si conuiene? Qual misfatto, od errore ho fatto; ond'io Sia al mondo in odio, à gli huomini, & à Dio? Doue, quando, da chi fù mai commessa Tanta empietà contra innocente figlia? Chi portò tanta insania in petto impressa, Chi l'insegna, l'essorta, o la consiglia? Da chi tal sceleraggine è concessa, Da cui lo Trace il crudo essempio piglia? Ohime, mi manca l'alma, hor fia, che porte Il natal del bel Sole à me la morte? Tace, e tacendo, c'habbia sensi, e preghi Par il muto silentio, e pietà deste. Pensando, che la vita à lei si neghi Volge le luci al Ciel dogliose, e meste: Cosi par che languente intorno spieghi Pallida Aurora auolta in fosca veste, I vaghi lumi suoi, s'humido velo Si stende, e toglie il bel sereno al Cielo. E che pensi, e che brami, e che vaneggi? Dunque serua sarai di gente infida? Per viuer solo? e non tempri, e correggi Questo voler, ch'à indegno far ti guida? Rauiua il morto ardir, tue voglie reggi, Ch' ancho par, che nel mal fortuna arrida; Poiche con tanta lode à dare aita A' tutta Grecia perderai la vita. Ch'ami forse la vita? essule, e priua Del Padre caro, e de la regia sede; Di reo nemico preda, egra, e captiua, Cui catena seruil gia cinge il piede. Degn'era del mio amor, quando, che apriua Da tesori di gratie alta mercede, Che figlia di gran Re d'eccelsi honori, M'ornauan cari, innamorati cori. Perche Colui, ch' è di gran stirpe nato, Di virtù pieno, e di pensieri egregi, O viuer dee felice, & honorato, O lasciar questa vità, e i suoi vil pregi. Dunque ad vn nobil car fora più grato, Cui di gentil desio splendano i fregi, Lasciar ogni sua pompa, e'l bel del Cielo, E restar fredda terra, e immobil gelo. Quante inuitte Donzelle offriro il petto, Per fuggir seruir empio, al ferro, al Tosco, De la cui chiara fama il lume eletto Non proua de l'oblio l'oscuro, e'l fosco. Morte fù al lor gran cor dolce diletto, Ne io pensando à lei l'animo attosco, Hò pur vigor, ardir, e forza anch'io. Da satiar co'l soffrir crudel desio. La vita nostra è come vn bel tesoro, Che spender non si deue in cosa vile; Ma, se la chiede debito, o decoro, Dar la si dee con cor pronto, e virile. Quai Palme à vn cotal deansi, qual Alloro? Sua fama per lui suona à Batro, à Tile, E com'è estinto più, che viuo spira, E l'applauso commun l'alza, e l'ammira, Hor questo, hor quel pensier Costei confonde, Hor grande, e ardito; hor timido, e dolente, Cosi se'l vento spira, hor s'alzan l'onde, Hora declinan giù nel fondo algente; Hor aletta, hor da piaghe aspre, e profonde Voler contrario à la dubbiosa mente, C'hor brama morte, hor timidetta fugge, L'horribil fin, ch'ogni speranza strugge. Hor tema di morir l'ostro del volto Gelido volge in horrido pallore; Hor pensier generoso il ghiaccio tolto Di magnanima fiamma accende il core, S'infiamma il viso, in cui dimostra accolto Qual nel sen si ritroua altero honore. E contenta la fà nobil desire Mille, non, ch'vna volta ancor morire. Già saettando vscia del mare immenso L'ombra scacciando il Portator del giorno; Le stillanti rugiade, al lume accenso Fèano à le perle più viuaci scorno: Quando vscì fuori Eson del buio intenso, De l' Antro suo, del solito soggiorno; Oue la notte tra sulfurei fumi Spese à consiglio co' tartarei Numi. L'hora è gia del partir, seco n'adduce La giouinetta contra morte audace, Fassi di molta gente capo, e Duce Temendo, ch' altri à lui sturbi sua pace. Intanto l'Arene la noua luce Fansi, ch' ardere hauea fiamma vorace, Vn sacerdote il Mago seco guida, Che la bella innocente à tempo vccida. Non lungi dal Strimon tra monti, e Colli Di fruttifere piante, e fior ripieni, Pompe di flora, delicati, e molli, Mostra vna Valle verdeggiante i seni, Ha di chiar'acque in se riui, e rampolli, Che fanno i prati suoi ricchi, & ameni. Questa eletta è dal Mago à far lo 'ngiusto Sacrifitio crudel co'l sangue giusto. Vittima ài sacri Altar la Vergin bella Ne guida l'Empio, ne pietà lo moue; Ma ben nel petto altrui de la Donzella L'etade, il bello, e'l grato amor commoue, Vn maledice Alessio, altri l' appella Lestrigone crudel; flagel di Gioue; Ma molti, à cui l'incanti in gratia sono Stiman del Duce il fatto vtile, e buono. Genti legate in vincolo d'amore Stan con il Re de' sotterranei Regni; Perche dela sua gratia, e del fauore Ne l'occorrenze lor sien fatti degni. Però stan certi, se la Vergin more, Scacciar l'armi inimiche, e moti, e sdegni, Già chiama con gli spirti intorno à l' Are Il mantice le fiamme ardenti, e chiare. Mir' essa il Rogo, in cui douea sua vita. Per la cagion d'altrui cenere farsi, Non l'abhorre, o lo fugge, anzi l'inuita, Brama per fuggir biasmo à morte darsi. Spirto più, che virile, anima ardita, A' cui sembran di gloria i pregi scarsi; Potess'io, Inuitta, almen co'l canto mio Eterna farti e torti al cieco oblio. Già vicino e'l suo fine, è d'ogni speme, E di soccorso priua, e di conforto. Nondimeno al gran cor virtude, e insieme Desio d'honor qualche dolcezza ha porto. Pur tra tanto valor la Donna preme Doglia ne lo vedersi afflitta à torto, Ne può; benche sia petto alpestre, eforte, Di ferro cinto, non temer la morte. Le sue virtù raccoglie, abbella, e veste D'vn magnanimo ardir gli spirti, e'l core; Tenta sue voglie à quelle Fiamme infeste Rinuigorir, armar di santo ardore. La mente inalza, e anchor le luci meste De l'alto Olimpo al sempiterno Amore, E vincer tenta con valor supremo Il timor, e'l terror del punto estremo. Mostra nel volto, e nel pudico aspetto Di regal maestà gratia, e decoro, Se per mandar dal sen mesto concetto Di coralli, e di perle apre il tesoro, Non da co'l canto suo tanto diletto A'desioso cor Cigno canoro. Quanto, quand' ella in sospirosi accenti Spargea pietà tra l'adunate genti. O Sol dicea, qual dei tuoi chiari lampi Il tutto auiui, e'l mondo orni, e ristori: Che gli eterni non men, che i bassi Campi Illustri, e bei con luminosi ardori, Vedesti mai, che in huom com'hor s'accampi, Quanto in costoro, asprezza, ire, e furori? Ne di questo maggior da l'alto Tempio Vedesti di fortuna acerbo essempio? Dhe; perche ingrato Cielo, ohime, concedi, Ch'empietà tanta vn cor mai capir possa? E pria con la tua man non l'apri, e fiedi Del folgor tuo con la mortal percossa? Ne di Megera il sen contener vedi Di simil ferità l'horribil possa, Quant'è il Diaspro, di che s'arma il seno Questo huomo d'ira colmo, e di veneno. Ne di rare bellezze il volto adorno Ne saggio, o dolce detto à costei gioua; Nel suo valorne lo infelice giorno Nel fero stuol venia, o pietà ritroua. E se troua pietade à se d'intorno; Vana è pietà, se crudeltà non moua, E se virtù non opra, ignota giace, E incerto è l'huom, se per lei langue, e tace. Benche desij la morte Idilia, e brami Quel fin, che trar la può di biasmo, e doglia, Che di sua vita i pretiosi stami Brami, che Parca amica incida, e scioglia, Non è però, che non si lagni, ed ami Chi à le miserie sue piange, e s'addoglia, Ci à stridono le fiamme, e'l ferro splende; E la Vergine illustre il colpo attende.

Il fine del Decimo Canto.

Libera Idilia, fugga il Mago, e i suoi Lascia morti, e distesi à la campagna Giacinto: con la Donna parte poi, Che le suenture sue narra, e si lagna; Tende il fellon irato in ambidoi Nouelle insidie, e'l sen di pianto bagna; Al fin la Donna ad vn Pastor s'accoglie; Giacinto torna à le guerrie e soglie. MEntre in tanto periglio Idilia sdegna/i> De la vita si cara il lume altero. Ecco apparir con Italiana insegna Di sembianza regal prode guerriero: Mira la Torma de la gente indegna; E'l foco, che gia'l Ciel s'apre il sentiero; E la bella Captiua star pensosa, Qual sotto i rai del Sol languida rosa. Pietade, e Amor con doppio strale il seno De l'Heroe genereso impiaga, e fiede, Che tace, pensa, e guata il bel sereno Del nobil viso ch'innocente crede. Pur, che sia in petto human tanto veneno, Ch'al supplitio lei dia, non può dar fede; Onde ad vn huom, c'hauea vicino disse, Tenendo in lei l'ardenti luci fisse. Qual infortunio, o colpa, o insania spinge Giouinetta si bella à cruda morte? Rispose quegli; il Mago Eson sospinge Semplice figlia à miserabil sorte. Crede, se del virgineo sangue tinge Li Campì e l Are, à Grecia gloria porte Sceleraggine tanta; vccisi, e vinti L'Itali, ò Sire, ei stima, e i Franchi estinti. Per salute del Regno, e per la vita D' Alessi afferma, che far tutto lice; Sia giusto, o ingiusto, chiama, sforza, e inuita; Perche sia de la guerra il fin felice. Le compagnie d' Auerno à darci aita; Lor tragge anchor dal centro atro, e infelice; Perche teme, ch'al fin preda rimagna Del Gallo inuitto hor hor l'Achea campagna. La tenera pietà, ch'à i fidi suoi Il Duce porta, e l'amoroso affetto, Consente, che s'vccida, e per ciò poi S lui i sudditi sieno, e'l proprio tetto: E crede fermo, che sua morte à noi Rcchi (e forse è cio ver) pace, e diletto: Cosi promette quel, che de lo'nferno Gli gran secreti intende, e sa lo'nterno. Adunque per vittoria hauer di queste Battaglie incerte di periglio piene; Vuol, ch'à Pluton la Vergine celeste Vittima caggia, e così hauerla hà spene: E del suo petto turbini, e tempeste Spera per lei far placide, e serene. Tacea; poiche de'Traci al Sir possente Narrate ha l'onte, e l'inganneuolmente. Diede fede del Greco Ignaro al detto Con merauiglia il Caualliero ignoto, Fero sdegno, & amor le accende il petto; Mentre, che'l caso strano à lui fa noto. Tra se diceua al gratioso aspetto La mia vita, e i miei aì consacro, e voto: Vò por le spirto, e'l cor per tor dal mondo Peste si rea, si abbomineuol pondo. Poi dice al Mago imperioso, sciogli, Sciogli, brutto Ladron quella Donzella, Se non col ferro da terreni inuogli Scaccierò l'alma tua crudele, e fella; Di fraude colma, e di superbi orgogli, In questo, ecco la gente al Ciel rubella, Vn lo fiede nel fianco, altri nel volto, E nel tergo, e nel collo à vn tempo è colto. Qual alta Quercia, c'habbia cento, e cento Volte deposta la frondosa chioma, Ch'al soffio fier del più sdegnoso vento Immota stassi, non offesa, e doma; Ne teme il vano suo folle ardimento, Che de la sua radice l'ampia soma, Tanto tende à lo'nferno; quanto al Cielo Porta la pompa del suo verde stelo. Tal il guerriero immobile rimane A'i colpi lor; benche possenti, e feri. L'Asta, ei brandisce, e con le soprahumane Sue forze atterra Fanti, e Cauallieri. Poi con la tersa spada rende vane Di quel volgo malnato opre, e pensieri. Già fuma il brando, già purpureo è'l verde Di quella Valle, e'l fior la gratia perde. Vn viuo cade, vn moribondo, vn morto Per la sua mano, vn di morir desia; Vn geme, vn stride, vno bestemmia, e torto Riguarda il Ciel, come nemico sia; Vn aua, vn perdon chiede, altri smorto Fugge, e serbar la vita pur vorria: Vedi confusione, odi alti stridi; Onde fuggon gli augelli i grati nidi. Cosi rapido fiume che da mille Fonti ha l'origin sua, tumido scende Da monti impetuoso, à boschi, à Ville La Messe toglie; e l'Orno, e l' Alno stende. Così 'l guerrier più assai del forte Achille Terribile, e feroce abbatte, e offende Le Torme scelerate; e mentre impiaga, Del sangue iniquo la gran Valle allaga. Che quasi vn mar tra gli argini sublimi Di corpi tronchi allhor s'allarga, e scorre; Li fuggitiui segue, non che stimi Di stuolo merte la vittoria corre; Ma d'agguagliar desia gli eccelsi à gl'imi, E tutti à vn punto in sen di Pluto porre; E per crude percosse à morte vanno Gli Achiui, e al Mago porgon tema, e danno. Il qual veggendo vscir tanta ruina Del braccio allhor del Cauallier feroce, Fugge; la schiera sua cade, e declina, Ne vergogna la tien; ne sdegno coce. Ei chiamò fuor de l'infernal fucina Gli ardenti spirti con dimessa voce; Vuol sforzar quei con importuni detti Ch'escan de' cupi; e affumicati tetti. Sordi oltre l'vso lor d'Auerno troua Al chiamar suo gli scaltri habitatori; Scerne lo stratio Greco, e non ritroua Consiglio tal, che'l danno suo ristori: S'ama la vita, s'à lui viuer gioua, Che fugga è buon, ne quiui più dimori, L'ispida barba, e'l crine irsuto suelle, Graffia con duol la rugginosa pelle. Desta ne l'aria i Numi erranti, e moue Rapido vento, che' l solleua, e porta A' la sua solua, à l' Antro oscuro; doue L'alma coi cari suoi s'erge, e conforta: Vede i Rombi, e i Sigil d'inutil proue, Forma triangolare, e quadra hà scorta; Lor rompe, e spezza, e gitta vn tale ardore D'ira, e di sdegno acces'ha intorno il core. Il Campion coraggioso hà intanto estinto La turba rea, ch'al pian tra'l sangue giace, Vn sol restò così dimesso, e vinto, Ch'al vincitor ne chiede, aita, e pace. Habbila, và al tuo Re, di che Giacinto La Donna ha sciolto, e vcciso il volgo audace; Se vendicarsi vuol, dì, ch'io l' aspetto D'Enrico inuitto al militar ricetto. Quando dal Messo il Re Tiranno intese, Come Giacinto sol sue genti vccise, Scacciato il Mago, l'Are à terra stese; E'l Sacerdote Sacro in'fugga mise: C'ha la Vittima sciolta, e seco prese La strada; e dire à lui quelli commise; Se vendicar voleasi, ch'ei l'attende Del gran Latino à le famose tende. Non così horribilmente mugge, e freme Vapor rinchiuso de la terra in seno; Ne con tale spauento lasso geme Ferito Bue di mortal duol ripieno. Come Alessio ciò vdito, vome insieme Dal tempestoso sen rabbia, e veneno; La ricca Reggia al suo furor risuona, A'pena al fedel nuntio anco perdona. Come cessa il feruor di fiamma ardente Se scende stilla in lei di frigid'onda, Cosi nel cor superbo restan spente Vane speranze, di che il sciocco abbonda: Stupida, e muta è l'inganeuol mente; Benche ad altrui lo suo dolor nosconda. Pur brama à se con tacite parole, Che la terra se li apri, e ascondi il Sole. Giacinto intanto à lei ne và, che tolse Al ferro, al Rogo, à cruda morte à vn hora, Vegger dolo i begli occhi al pian riuolse, E del viso il candor di rose infiora. La prega dir, perche lo iniquo volse, Che fanciulla innocente à torto mora? Con dolci note, e gratiosi medi Sciolse di sue suenture intrichi, e nodi. Soggiunse poi, se potè prego mai, Appo'l Sir vincitor d'humil prigione, Prego la tua bontà, per cui ne vai Adorno il crin di mille altre corone; Poiche'l Ciel m'odia sì, lascia, che in guai Con tal supplitio à li lor Dei mi done, Lascia cortese Cauallier, che spenta Resti, che nel morir sarò contenta. Ohime di che ragioni? adunque io posi La vita mia, per conseruar in vita La tua più degna vita à morte, & osi, Bramar per morte far da me partita? Non t'odia il Ciel, ben t' ama, e gli animosi Tuoi gesti ammira, e tua beltà fiorita; Cui virtù tanta adorna, ei disse, & ella Soggiunse, e volse à lui la faccia bella. Ma poi, che t'è piacer, ch'io viua, e vuoi, Che par tua gloria goda il mondo, e'l Sole. Quai fièn gratie condegne à i merti tuoi? Quai à lodarti formerò parole? Pompa di Marte, honor de' forti Heroi. Mentre deuoto il cor t'adora, e cole, Suonin, douunque il Ciel sua beltà scopre, Del tuo valor le merauiglie, e l'opre. Mentre del petto suo la bella figlia L'affanno espose, e le cagioni amare; L'orecchie attente, immobili le ciglia Teneua à i detti, à le maniere rare. Tra se dicea spirto diuin somiglia; Ne mai tal luce in mortal spoglia appare Ch'anco l'esteriore à noi riuela, Quai fièn le forme, ch'vn bel corpo vela. Soggiunse, nulla fei, fei quanto deue Far Cauallier per quel, ch'è afflitto à torto; E'l douea far per caso tanto greue, Anchor che rimaner douessi morto: Il mondo fastidito ne riceue Vinta vn'alma infernal gioia, e conforto; Ne à me si deue hauer gratia, ne dono, Senza premio il ben fassi, essendo buono. E perche è bene, il ben sempre far deessi, D'ogni animo gentil bersaglio, e fine, Che per giouar altrui, non per noi stessi Siam nati, à tor dal mondo intrichi, e spine: E s'altro hora in prò vostro oprar potesi, Con espormi à periglio anco, e ruine. Pronto non, men di quel sarei, che fui; Ne morte temo per giouare altrui. E s' altro anchor non fosse i tuoi bei lumi, Quai m'han rapito il core, e'l dolce viso, Che m'ha piagato il petto; e i tuoi costumi Soaui, e cari, nati in Paradiso. Farien, che in te seruir porga, e consumi La vita, e l'alma, e s'anchor fia diuiso Da me lo spirto, andria vagando almeno Tra'l tuo crin d'oro, e nel tuo bianco seno. Cosi dicendo il Cauallier possente Mostrossi pronto al risco, ed al periglio. Fa lieta Idilia à questo dir la mente; Serena alquanto il nubiloso ciglio: E del foco d'amor già fatta ardente Di seguir il guerrier prende consiglio, Che del cor la beltà minor non crede, Di quella ch'al bel viso amor concede. In questo il suo scudier prouido scelse Tra quei Corsieri il più gagliardo, e forte, Che già fu di color, che incise, e suelse Con la sua falze, e con ragion la morte. Tal destrier vuol, che le bellezze eccelse Di cotanta donzella al campo porte. Essa in lui poi s'asside, e da le spalle Col suo Giacinto à la funesta valle. E poco van, che di lontan appare, Quasi di noua fiamma ardente vn lume, Che de l'aere facea splendide, e rare Quelle nebbie, c'hauere ha per costume. Poi scerne gente molta il piè affrettare Ver lor ben ratta, e auicinarsi al fiume. Ei sente nel suo cor con muta voce Dir con cheto silentio in suon feroce. Che pensi? e stai? che neghittoso guardi? Perche non t'apri à noua gloria il passo? A'le insegne son Greci, à che più tardi A mouer contra lor le forze, e'l passo? Tu poco à si gran foco abbrucci, & ardi; E se'a recente amor debole e lasso; Se l'ami dè; perche non mostri à lei. Qual valor tu possiedi, e quanto sei? Son Tessali à lei dice, e per leuarmi Vengon te, vita mia, gran premio, e caro Di tanti miei trauagli; andro con l'armi A'portarli aspro fin senza riparo: Disse, mosse n'andò, men ratto parmi Scender Falcon al nido; oue volaro Con dolce applauso i prouidi augelletti, Che portan l'esca à i figli lor diletti. Misera vede à lungi intorno cinto Da l'armi Greche il Caualliero amato, E teme assai, ch'ei ne rimagna vinto, E veda di sua vita estremo il fato: Tremante ha l'alma, e di squallor dipinto Il bel volto d'amor ricetto grato. Per vietar essa à lui colpo diretto La vita vorria por, lo spirto, e'l petto. Desia, che'l destrier vada, ei tanto è scorso, Che par da noua furia in fretta mosso; Nè à cenno, o sprone egli vbidisce, o al morso: E peggior vien, quanto è battuto, e scosso: Nè con tanto furor lo strale in corso Và, quando d'arco curuo vien rimosso; Nè fermò'l piè, che fuor di via la trasse In parti d'huom d'ogni vestigia casse. Tenta, e ritenta; ma trouar non puote Il già noto sentier, gran pena accoglie; Perciò il viu'ostro dele belle gote Bagna co'l fiume, che da gli occhi scioglie: E con aure dolenti, e meste note Sfoga del cor le troppo intense doglie; Che per mia se potean ne marmi algenti Foco destar; fermar ne l'aria i venti. Ohime; perche s'espose il guerier forte, La cui gratia, e valor m'aprono il core; A' certa quasi, e indubitata morte Per tormi à i lacci, al ferro, al crudo ardore? Se poi doueua, ah ingiuriosa sorte, Succeder mal d'ogn'altro mal maggiore; E senza gloria in tra le oscure Selue Satiar con questa spoglia horride Belue. Deh; perche non potei per le tue mani Esone à l' Are tue restare vccisa, E placar de' tuoi Diui empi, e profani, L'orgoglio e l'ira in più lodata guisa; C'haurei sperato hauer da voi Romani Fama, che non saria da me diuisa, Che sola può trar l'huom da l'atre Tombe, E far, che'l nome ogn'hor suoni, e rimbombe. Dopo molte riuolte, e molte voci, Che forma mesta in dolorosi pianti. Allhor, che'l Sole i suoi corsier veloci Volge à l'occaso, e annera i bei sembianti. Discerne strade isconosciute, e foci Non più le vie, che calcò lassa innanti, Sospira, e s'ange, e più non hà in pensiero Dì riueder l'amato Caualliero. Che far poss'io, ch'oprar, misera, deggio? Prole sublime, auezza à sommi honori. Quà la reggia Paterna, ohime, non veggio, Ne di segno real fregi, o splendori; Et ho perduto, ohime, ciò ben fu peggio, Il caro incendio à i miei primieri ardori, La cui virtù mi tolse, o forte, e caro, A' l'atre fiamme, à l'homicida auaro. E forse il prode mio Campione anchora Mi chiama, di me cerca, e tutto in vano: Sorte infida, e crudel, fà almen ch'io mora; Poi che lo spirto mio tanto è lontano, Dicendo ciò si lagna, e s'addolora, Batte il bel petto la nemica mano: Eco pietosa al suo dolor risponde Da gli Antri, e da le caue, in cui s'asconde. Come miri reciso in vn giardino Giglio, Ligustro, o pargoletta rosa. Qual tiene il capo suo pendente, e chino, Par per souerchio ardor lassa, e pensosa. Idilia tal per lo suo fier destino Languida stassi, afflitta, e sospirosa. Vede oscurarsi intorno, e ornarsi il Cielo Di fiori d'oro, e di imperlato gelo. Emulo vscia de la diurna lampa De l'immenso Ocean Febo notturno; Che mouea tra le faci; in cui s'accampa Con gratiosi passi il piede eburno; Ciprigna, che d' amor gli animi stampa, Ratta fuggia da l'horrido Saturno, Spargendo dal suo volto, e dal crin biondo Di soaui diletti intorno il mondo. Ridean le bionde Stelle; i rai lucenti Delia spargea da i tremuli sembianti; Tacean le Selue, l'aria, e l'onde algenti. Chetaua ogn'animal gli spirti erranti. Tu sola Idilia mesta tra tormenti Passi tacita l'hore in pene, e in pianti. Ne vincendo tue doglie farsi Donno Può de li frali sensi il molle sonno. Quando ella vide vscir del chiaro Gange Coronata di rai l'Alba sorgente; Torna à tentar, mentre s'attrista, e piange La anchor dubbiosa, e timorosa mente. Trouar sentiero; onde Fortuna cange Lo sdegno, e l'ira in lei, c'ha si possente. Quesi Agnella smarrita moue il piede, Doue, che sia, non sà, solo il mal vede. Tra spauentosi boschi, e foschi horrori Quà, là incerta ne và, ne sà ben doue. Di cotal laberinto vscir mai fuori: Ne doue la via trita si ritroue. Dopo molte riuolte, e molti errori Al Sole, à l'ombra, auien, ch'al fin pur troue Ampio paese, piagge, e prati molti, E pallareschi alberghi, e luoghi colti. Portar fiorite piante al mesto seno Di soaue ristoro aure gradite; Vede Cerere gir pe'l campo ameno; Posarsi à l'Olmo la frondosa Vite. Sgombra la nebbia; onde il bel petto ha pieno A'le vaghezze incognite, e romite, Poi di rustiche canne, i rozi accenti, Al canto, e al suono ode fermarsi i venti. Ferma il corso à le lagrime, à i sospiri, Spirti languenti e gemiti, e querele; Boscareccio concento par, che spiri Dolcezze al lasso cor, più che di mele. Chetar vuol del suo Amante alti desiri, Fin che con sorte amica vscisca dele Seluagie stanze; onde tra se dicea; Mentre i bei lumi à lor dolce volgea. Fortunate Campagne, alberghi amati, Chiar'acque, e viue à le mie voglie antiche; Selue opache, alte piante, e verdi prati. Vaghi colli aure dolci, e piagge apriche. Raccogliete costei benigne, e grati Pastori cari al Ciel, Ninfe pudiche, Che da voi pietà spera, e crede hauere Pace tra tronchi, e tra le vostre Fiere. Ne sdegnate Costei, già scherzo, e gioco Di nemico destin, d'empia fortuna; Onde il cor egro possa in questo loco Goder del vostro ben vaghezza alcuna: Tra voi possa talhor l'acceso foco Ch'amor d'intorno al petto ogn'hor raguna, Scemar in me, che fia, ch'ancor restaure Al grato rinfrescar de le vostr'aure. Mentre spargea tai detti. ecco uscir vede D'humil Capanna vn'huom già d'anni graue, De la bontà di lui fà certa fede Volto cortese, e ragionar soaue. Ver quel con guardo amico volge il piede; Che di lui l'innocenza sua non paue, Caramente il saluta, e tosto quelli Inchina il diuo aspetto, e gli occhi belli. Et ella, o Padre, il Cielo orni, e feconde Di gratie sue tua numerosa Greggia; Poi che felice quì tra l'herba, e fronde Più, ch'altri in regal tetto par, che veggia. Già vn tempo stimau'io, che doue abbonde L'oro e l'hauer dentro sublime Reggia Felità posasse; hor veggio, ch'io Credendo questo erraua il pensier mio. Figlia anchor tra le Selue, e'n mezo à boschi Passiam l'hore gioconde, e senza affanno: Rispondea il Veglio, e desir ciechi, e foschi D'alterezza, e difasto à lungi stanno: Minacci atroce il Ciel, s'anneri, e'nfoschi, Non temiam morte, aspro seruaggio, o danno; In ricca pouertà, sol soruo è l core Al dolce Impero di soaue amore. Gratia, e sommo fauor de i Cieli amici Tra piante trassi solitaria vita, Quà serene le notti, e i dì felici Passai contento, e'n libertà gradita: Nè inuidia hebbi à color, che tra nemici Sopra li gradi altrui fatt'han solita. Misera altezza, audace spirto doue Precipitio più grande auien, che troue. Buono mi par da gli innestati rami Le rosse Pome, e l'auree fraghe corre, Ne cosa c'è, che l'huom ben saggio brami, Che non si possa quì le voglie torre: Corron gli augelli al Visco, i Pesci à gli hami Ne Lepre, o Daino i nostri lacci abhorre; Pioue à noi manna il Ciel, corrono i fiumi Nettare; e son l'età d'oro, e i costumi. Ne di Saturno al secolo beato Inuidia habbiamo, o al bel Giardin d'Eliso Quì la benignità di Nume grato Non pur dà con la rosa il bel Narciso; Ma che cantando in questo, & in quel lato Le spesse spiche dien felice auiso Di lor ricche abbondanze, quì contento Gode il Pastor tra'l suo lanuto armento. Però se tu, che regal donna sembri, In tai bassezze alti pensieri acqueti, Fia, ch'à te, come à noi caro rassembri Di vita humil lo stato, e i giorni lieti. Se di regio poter il ben rimembri, Beni infelici, instabili, & inquieti. Lagriman d'essa le sue fresche rose Dal viso ornando al suo parlar rispose. Padre, ne la mia Sorte, o'l Ciel consente, Che d'alte, e nobil voglie il cor mi adorni; Per gratia haurò, se con pietosa mente Mi raccorrai ne i grati tuoi soggiorni; Ma se mai sia, che del mio sen l'ardente Desio si tempri, e à la mia Reggia torni; Ricco non men di me ne' tetti nostri Sarai, quando tu anchor pietà dimostri. Ei dipace, e d'amor diffuso il volto Riceue lei tra rustica famiglia; Qual ha in se di sua vista al bel raccolto Stupor, gioia, contento, e merauiglia. Hor lieta, hor mesta con dir breue ha sciolto Su'incontro e buono, o reo la nobil figlia, Come la guardia sua restasse vinta; Essa prigion del Mago, e in laccio auinta. Come à i Duci d' Auerno Eson bugiardo Vittima la traesse, e come poi. Mentre morte attendea, forte, e gagliardo La togliesse Giacinto à i furor suoi; Nel proferire il caro nome il guardo Riuolse à terra; non perche l'annoi; Ma; perche mal del petto suo na sconde Quel cocente desio, ch'amor le infonde. Ad entrar paga ne l'humil magione Dura necessità la spinge, e sforza: Acchetta il suo voler saggia ragione; E gli occhi asciuga, e'l caldo incendio ammorza; Ciò soffrir non può Amor con duro sprone, La piaga impiaga, e'l suo poter rinforza, E la fiamma, che sembra estinta, desta. E noui lacci à i lacci antichi appresta. Forse in oblio ponesti, in grata quelli, Ch'à gli altari ti tolse alto guerriero? Nè più l'amato viso, e gli atti belli Di lui, nè'l valor suo serbi in pensiero Forse per man de gli huomini ribelli Finì per te la vita, ah, che più spero; Ma ciò pensar non posso, ei viue, e vole Scoprirmi ancor di sue virtude il Sole. Spesso di vn fiume appresso i chiari humore Mesta sedea su le fiorite riue, Vdia'l canto d'augelli, ei vaghi errori Vedea di pesci gir per l'acque viue: Ma non porgon ristoro à suoi dolori Piagge, fior, fonti freschi, od aure estiue; Anzi parean porgendo altrui diletto Crescer le pene al conturbato petto. Cosi cibo pregiato, e vin soaue, Ch'è dolce, à gusto infermo amaro sembra; Ciò ch'altrui porta gaudio, à lei par graue, Sol del perduto ben tra se rimembra: E quel, che'n se contento, e piacer haue, Al pensier deprauato atro rassembra; E disprezzando quel, ch'ogn'altro apprezza, De le lagrime sue, solo hà vaghezza. Tallhor la regia man le bionde spiche Col ferro suo dal campo ampio rescide; Talhor l'herbetta da le piagge apriche Tronca, & al caldo Sol sparge, e diuide: Spesso ne'tronchi de le piante antiche Con falze adunca il caro nome incide; Ei suoi miseri amori, e tristi euenti, Poi moue verso lor simili accenti. Se noi viui, & Amanti empio destino Diuide, ch'egual fiamma forse accende, Mal grado suo, fia'l nome mio vicino Al nome amato, e'n ciò gioia il cor prende; Ma se quì à caso il nobil peregrino Giungesse da cui vita l'alma attende, Crescete piante, e crescan vosco insieme Li nostri amori, e la mia cara speme. Cosi dicendo da begli occhi scioglie, Nuntie del suo martir, pioggie cadenti, Che i duri tronchi, e l'insensate spoglie Bagnan, poi dice in taciti lamenti: Se dal mio pianto vostra vita accoglie Acque non pur; ma tepidi alimenti, Se porgon questi lagrimesi humori Vita, gratia, bellezza à l'herbe, e à fiori? Giust'è, ch'anchor cortesia à' detti nostri In voi serbate l'amorose note, Che s'auerrà, che tra i silentij vostri Venga il guerrier, che'l sen m'apre, e percote. Pietà leggendo i versi miei di mostri; Conosca del mio cor le fiamme ignote. De' vostri rami intanto à la bell'ombra Errerò nudo spirto, e pallid'ombra. Mentre crescete, o belle piante; e al Cielo La chioma vostra s'offre altera, e bella, Voi non estiuo ardore; o freddo gelo Souerchio offenda, o man nemica, e fella; Eterno stia nel vostro verde stelo Il crudo amor di misera Donzella; E di chi legge desti al molle potto Di pietade, e d'amor tenero affetto. Cosi dicendo i caldi suoi sospiri Accendon l'aria, si consuma, e sface, Qual nobil fior, che inlanguidirsi miri Se sotto Ciel feruente à lungo giace. Piangendo, alquanto à i duri suoi martiri Rileggendo il suo duol concede pace; Talhor co i baci liba al dolce nome Soaui sì; ma troppo lieui some. Da lei lontano intanto il pro Giacinto Contra lo stuol, c'hauea vedut' it'era; E d'ardir generoso acceso, e spinto Fèali battaglia perigliosa, e fera, Intrepido, e feroce; anchor che cinto Si vegga intorno da nemica schiera; Non hà tema, o spauento, hor basso, hor alte Risplende il brando nel crudele assalto. Giacinto inalza il ferro, e partir crede Il capo à quel, che Duce è de lo stuolo; Pesante scende, impetuoso, e'l fiede, Per quanto appar non porta offesa, o duolo: Stupido resta; ne vermiglia vede La spada, o cade il Greco estinto al suolo; Par nel ferire, vn fanciulletto vile, E non guerrier, com'è fero, e virile. Qual se percota il vento, o liquid'onda, Cedono à le percosse i corpi, e l'armi, S'ammira, e'n questo par, che si nasconda, Tal schiera, ne più in lui s'adiri, e s'armi: Ma che'l puro aere allhor copri, e diffonda Oscurissima nebbia; horrendi carmi Ode, dicon rimanti fuor di spene, Di sentir più del Ciel l'aure serene. Al moto, al suon de' minacciosi accenti, Ne d'huom vestigia, o segno apparli intorno, Solitudini ignote, e vede spenti Del Cielo i lumi; e folgorarsi attorno; Muggiar la terra, in superbire i venti; Tremar le piante del letal soggiorno; Nè sà, che sia, ne che dir voglia questo Nouo accidente al suo voler molesto. Pur và per l'ombra opacha, e tutto in vano, Quà, là s' aggira, e gitta tempo, & opra; Ne sà pensar doue il bel viso humano; E'l caro aspetto si nascondi, e copra. Chiama l'amato nome Eco lontano L'amato nome à replicar s'adopra; E già dispera di trouar quel volto Qual con la man d'amor li hauea'l cor tolto. Quanto si lagna, e duol, quanto li è duro. Che dal suo Ben fortuna lo distolga, Pur iutrepido và per l'aere oscuro, Ne sà, doue si pieghi o'l destrier volga; Con ferma faccia, & animo sicuro, Non vuol, che viltà il cor li prema, e colga, Cedea al fin l'ombra, e'n mezo dense selue Si troua, e fremer ode irate Belue. Cinge l'horribil selua vn largo fiume, Cui son secche le riue, e negre l'onde; Ne ardisce il Sol col luminoso lume D'entrar ne le sue parti ime, e profonde: Quiui non spiega vago augel le piume; Ne pia di Progne al pianto Antro risponde, Ne fiorito Cespuglio, o verde herbetta, Ne fonte, o chiaro Riuo il senso aletta. Sospiroso, e dolente il guerrier forte Ritornar brama al glorioso Enrico, Poi, c'ha smarrito lei, laqual da morte Tolse à gli artigli, e al Mago aspro nemico. Teme, che sia caduta in simil sorte; O d'ampio boscho in qualche strano intrico; E, che satij col bel del suo bel viso, Fera siluestre, di veder li è auiso. Tra l'intrecciati rami, e spesse piante, Tra'l fremer, e'l ruggir d'Orsi, e Leoni, Ben molte, e molte miglia era ito innante Il buon Corsier co'stimolo de'sproni Quando vn Torrente torbido, e spumante Corre con mormorio, con rauchi suoni Che li tronca la via, ne vede, ahi lasso, Come à por habbia à l' altra ripa il passo. Ecco vn legno venir per l'onda impura, Che quel bosco fatal circonda, e cinge; Remo non ha, ne chi gouerno, e cura Habbia di lui, l'acqua il trasporta, e spinge, Qual la Cimba, ch' Enea portò sicura A' i negri Regni, à gli occhi suoi si pinge, Per picciole fissure anco riceue L'humor, di cui si mostra molle, e greue. Ei per desio, c'ha di fuggir la densa Parte de Serpi piena, e d'altre fere; D'un troncon fassi un Remo, entra, e non pensa, Quanto sien l'onde perigliose, e fere: Rapido e'l fiume, e gonfio per la immensa Acqua, e trauaglia il nobil Caualliere, E'n più pezzi d'aprirsi mostra segno, E raffrenar non può co'l Remo il legno. Ne ferma il corso impetuoso, e strano, Che ne l'Egeo precipitando scende, Per lo 'ncauto d'Eson, per doglia insano Con tal periglio il giouinetto offende: Affogarlo nel mar volea; ma in vano, Che l'aita del Ciel contra il difende, Che; benche lasci i suoi talhor patire. Non consenti vederli almen perire. Ma come quel fù trasportato, e scorto Dal furore infernal ne l'onda Egea, Al supremo periglio alto conforto Portò vna Naue, che ver là tendea, Qual raccolse il guerrier, che quasi absorto In voragin profonda esser credea. Vota la Cimba à gli occhi suoi s'aprio, E scese forse là, donde partio. Tosto nel Ciel sereno eccita, e desta Il nemico furor procella, e nembo, Tuona, fulmina, e freme, atra tempesta Conuolue allhor del mar placido il lembo: Cade al fin quella rabbia empia, e funesta Tra li turbini suoi del mar nel grembo, E quì d' Eson lo'ncanto il suo fin haue Contra la forte, e tolerante Naue. Acchetossi il gran turbo; aura soaue Si desta, e l'alte nubi rompe, e spezza; E de l'aere il vapor tenace, e graue Scaccia, & induce in lui luce, e vaghezza; Ride il Cielo, e la terra, e più non paue De la terribil sua forza, e fierezza, Alza l'humido volto il vago fiore Di Febo al dolce, e temperato ardore. Giacinto; benche intrepido, & inuitto, E di mente, e di cor pronto, e feroce, Non può dir, che'l timor di morte afflitto Non l'habbia; cosi fù crudo, & atroce. Hora prende il Nauiglio il camin dritto, (Che diabolico ardir no'l tocca, o noce) Ver doue sà, che'l campo, e'l buono Enrico De l'assenza si duol del caro a mico. E con gratie decenti, e con mercede Satisfece appò gli altri il suo Nocchiero; Poi tra fiorite piagge moue il piede, Il tutto è noto à lui fiume, e sentiero. Bella anco dopo tanti affanni riede Idilia ne la mente al Caualliero, Si duole anchor, che non sà come, o doue Il bel viso d'amor nido, hor si troue. Breui eran l'ombre e'n Ciel con spatio pari, Lucido il Sol tra viui lampi ardea, Languida da suoi rami amati, e cari La rosa il pian mirando egra pendea. Quando à gli humori Christallini, e chiari D'vn Fiume vien, che cheto al mar scendea, E si ferma, e disarma, e à la fresc' ombra De le vene il calor scaccia, e disgombra. E de l'arida sete i caldi ardori Con sollecita mano estingue, e bagna; Poi ne le sponde tra l'herbetta, e i fiori S'asside, e del suo amor s'addoglia, e lagna. Piangendo fà pietose à' suoi dolori Le fere, i sassi, i boschi, e la Campagna, E lasso vnisce il suon de' tristi accenti Al mormorio de l'acque, al suon de' venti. Ma guerriera ragione il molle affetto Scaccia, e desta di gloria alto desio, Di magnanima fiamma accende il petto, Sà, che ne vuol, ne può porre in oblio, Che mancan sol due giorni al giorno eletto Con Oronte à finir contrasto rio, Sueglia l'alma, ch'amor fere, e trauaglia, E fa, che d'altro, che d'amar le caglia. Disegna tosto al Campo far ritorno, Per finir con l'Ircan l'aspra contesa, Che, se non giunge nel prefisso giorno, Teme, che l'honor suo patisca offesa. Con fretta allhor si cinge l'armi intorno, Ne meno il volto hauea, che l'alma accesa, E tosto verso il campo il eamin prende, Ne per giungere à tempo il destrier scende. Ne à la ner' ombra, al Ciel sereno, al fosco Ferma il passo, o'l pensier tanto li cale; No'l ritien via scoscesa, o fiume, o bosco; Sprona il corsier, par, c'habbia al tergo l'ale: Teme, ch'Oronte tutto sdegno, e tosco Porti ali vanti suoi piaga mortale; E s'affligge, e si duol, che occulto inganno L'habbia deluso con periglio, e danne. Ma'l fiero Ircan, che'l ai seguente intende Terminar con Giacinto la battaglia, L'armi vede, e riuede, e sottil rende Il brando; perche in pugna assai più vaglia, Prouassi l'elmo, e la Lorica, e prende Lo scudo, in cui Volcan d'oro s'intaglia, Che formar sembra, e rinfrescar à Gioue Faci, e saette in forme horrende, e noue. Poi la lancia pesante, e acuta piglia, La mosse, la brandì, girolla, e scosse, Forte, e terribil si Marte assomiglia, Quando à Tebe il crudel la guerra mosse: L'elmo, quasi vn incendio arde, e vermiglia Luce diffonde, e fiamme ardenti, e rosse; Il folgor, che sopr'esso ha per cimiero Lampeggia, e versa foco oscuro, e nero. Spauenteuole intorno volge, e gira, Ne l'armi rilucenti inuolto, e cinto, L'oscure luci, ed orgoglioso mira L'acuta spada. per te sia, ch'estinto Resti (dicea) Colui, che audace aspira A gran vittoria meco quel già vinto Seco il mio cor sdegnato il gitta, e volue Sprezzato, e vil nel sangue, e ne la polue. Dicendo tai parole ardea nel volto, E vibraua da gli occhi ira, e furore, Sospiraua, e fremea, qual Tauro sciolto, Che mugghiando à Battaglia eccita il core. Ma in tanto il mondo il suo gran corpo auolto Hauea ne l'atro vel d'ombra, e d'horrore, Allhora ogn'vno al suo couil ritorna, Fin, che con noua luce il dì s'aggiorna. Si vedeuano rare in Ciel le stelle, Poco splendor ridea ne l'Oriente. Poco il buio notturno le sue belle Fiamme spiegando lo rendea lucente. Quando il guerriero impatiente delle Lunghe dimore de la notte algente; Lascia le piume, e de l'vsato ammanto Si veste, e l'armi altrui cagion di pianto, Con parlar interrotto, e torua fronte Chiama l'Araldo dal suo ardor sospinto, Và, troua il Franco, di che'l forte Oronte Vede il Sol fiammeggiar del giorno quinto. Però s'accinga, & habbia l'armi pronte, Meco à finir la pugna il suo Giacinto: Ma se teme, o non fosse, altri per lui S'accetta, e s'vn non basta, e quattro, e dui. In tanto s'arma, & il destriero ascende, Che ben tra mille, e mille selto hauea, L'asta ferrata, e noderosa prende, Qual già in molte battaglie oprar solea: L'Araldo in questo sue proposte estende, Ch Enrico, e'l campo tutto vdir potea, Esso con voci altere, & animose Al Messo de l'Ircan cosi rispose. Amico al tuo Signor tosto n'andrai A dir, che al suo desie sian pronti noi, Benche non sia'l guerriero, altri vedrai Superar con fortezza i vanti suoi. In questo vede del'vsato assai Mutati in fronte i suoi già pronti Heroi, Mostrar tacendo timide, e sospesi, Da la man del timor lor petti offesi. Con volto di giust'ira il Duce saggio De lo sguardo i seren turba, e confonde; Come talhor se del bel Sole il raggio Nube importuna col suo fosco asconde: Fuor per gli occhi infiammati fa passaggio L amaro sdegno; che il gran cor diffonde: Poi disse, ah vituperio, in tanto stuolo, Ch'osi seco pugnar, ne pur c'è vn solo? Qual onta, ohime, qual vilipendio e scorno Fia questo à noi d'ogni pensier lontano? Si mostra intanto fulminando intorno Formidabile in vista il forte, Ircano, Che dando fiato horribilmente al Corno Fiede ogni orecchio co'l suon graue, e strano; Ne men d'Enrico il coraggioso petto Al rumor s'empie d'ira, e di dispetto. Tal de l'Vscio del Ciel fera si vede, Vscir del Sirio Can l'infausta luce, Trema la torra, ouunque moue il piede, Chiaro il pensiero è'l suo valor riluce, Con rauca voce, ed incomposta chiede Giacinto il prode, e valoroso Duce; E che fa, che non osa; oue hor s'annida? Fugge, e nel suo valor più non confida? A'i suoni, à i detti, al turgido sembiante, Mesto discopie, e conturbato il volto, Il magnanimo Sire in quello instante, Che scerne ogn'vn da vil paura colto: Dubbio, e sospeso pensa, e offrirsi auante Non vede alcun, non osa, il poter molto Temon del crudo, ahi, quanto caru è questa Vita mortal, ch'à morte ogn'hor s'appresta. Elpidio è quiui, non più d'anni graue, Che di prudenza, nobilità, e decoro; D'alto consiglio, affabile, e soaue: Ne trauagli d'Enrico alto ristoro E benche vecchio sia, non però paue Del più forte Garzon del popol loro, Verdi, anchorche maturo, egli riserba L'ardir, le forze de la vita acerba. Benche l'età cadente, e i già sofferti Lunghi affanni, aspre cure, alti perigli, M'habbino indebol ito, e i duri, e incerti Casi di Marte, e i miei noùsi essigli: E che questo mio stato à segni certi Ad altro, che à pugnar par, che corsigli; Non vò però, che sia tal scusa degna; Onde seco à battaglia hoggi non vegna. S'io fossi certo di restare estinto, E morto anco per man del guerrier forte. Non curo, o Duce, à ciò mi trouo accinto; Premio sia del mio ardir lodata morte; Poi che tratar ti vn sol non veggo spinto Da voglia illustre esporsi à dubbia sorte: Oue son l'altre inuitte è i fieri vanti, Solo di nome Cauallier prestanti. Ah che non voglia Dio cio, ch'oda il fero Oronte, od altro Caualliero istrano, Che per torta vilà sciocco, e leggiero Stimaria'l poter nostro, e'l grido vano. Benche à ragion; poi che non c'è vn guerriero, Ch'osi lui affrontar con l'armi in mano: O Ciel; te che non fai, l'hor hora torni De gli anni miei, ne' più felici giorni? In que' giorni dic'io, ne quali vinsi Cento guerrier di ferro aspro guerniti. Là vicino à la Senna, e molti auinsi Molti piegai, n'vccisi altri infiniti; E'l capo, huom di gran pregio, à vn cenno strinsi Fuggir, di noi gli primi gridi vditi, Vna sol mezza m'era stocco, e brando, Onde sei l'honor mio più, che mirando. O quando in Lusitania, al crudo Ormonte Tolsi la vita, e l'alma empia, & atroce, Terror d'Europa ei prodezze conte De l'human seme struggitor feroce. Io, ch'era allhor di forze intiere, e pronte; E di piedi, e di man lieue, e veloce. Non dubitei seco pugnare, e'l stesi Morto, e'l mondo di lui libero resi. Fia pur vergogna eterna al nome nostro, Che vn solo sia de lo inimico stuolo, Che ci sfida, e ci spezzi, e'l valor vostro Stia neghittoso; ahi qual m' affugge duolo; Pensando à cio mi struggo, e' volto innostro, Che si dirà dal' vno à l'atro Polo Questo in infamia nostra; e pur sonoro L'honor nostr'era e chiaro à l'Indo, e al Moro. Mentre cosi dicea, d'arme lucenti Il dorso, e l petto inuitto rende onusto, E ricopria del crin le neui algenti Con l'Elmo; onde apparia graue, e venusto; Per gli occhi accesi d'ira spirti ardenti Spira, e si scopre indomito, e robusto. E quasi par, che Marte in Ciel minacci; E i cor più forti sol mirando agghiacci. Ha lo'ntrepido Sir ne detti suoi Tal forza; onde poi desti alto valore: Dal nobil petto de guerrieri Heroi Scaccia di codardia gelo, e timore: Hor non par, che la pugna altri più annoi, Anzi è, di chi l'ottien, gratia e fauore, E' chiesta à gara, e questi, e quel desia, Che sua la gloria, & il periglio sia. La chiede à proua Alcidemonte, e insieme Con volto pien di ardir Tarso, e Parmeno, E Ciro, à cui vergogna il cor ne preme, Roberto, e Achille, e'l forte Rusimeno; E quel, che con inganni, e con supreme Forze diè tema al Dalmate terreno: Nè men pronto di lor si scopre il Conte, Il figlio Albino, e'l Genitor Creonte. Con dolce mano il sen gaudio soaue Tocca, onde gode il pria dolente Enrico; Vede, che ogn'vno ardisce, e più non paue L'orgoglioso furor del gran nemico. Con maestà real, con ciglio graue A sorte trahe di quel drappello amico Chi di virtù di mostra i'segni, e spegna De l'huom malnato l'alterezza indegna. A' caso vscì del buon Roberto il nome, Di fortuna al fauore o quanto gode, Ne di battaglia talle dubbie some Rifiuta e grande attende honore, e lode. Render spera le forze oppresse, e dome D'Oronte; benche coraggioso, e prode. Che fastidito de lo indugio freme, Venga altri, grida, s'egli fugge, e teme. Oue son le minaccie, i vanti, e i crudi Implacabili aspetti e modi alteri? Vengan si son di forze affatto ignudi, A' cento à mille Fanti, e Cauallieri. Con ogni lor poter, con arte, e studi, Ch'io stimo e sdegni lor vani, e leggieri, Con vn sol guardo penso, e con la voce Fuggar di voi la squadra più feroce Ecco Bisantio illustre, ecco la doue Il seggio stà d'Imperatori, e regi; Che non v'andate, là fia, che si troue De le gemme, e de l'oro il bello, e i pregi. L'ingordigia di cui vi mosse, e moue De la Tracia à turbar paesi egregi, Vil gente, e imbelle à pescaggioni auezza, Tra scogli nata, e tra marina asprezza. Ha cotal detto sensi acri, e cocenti. Ch' auiuar può virtù lenta, e sopita. Però le pria si neghittose menti, Qual vento il foco, ad infiammarsi inuita, Di questo dir gli stimoli pungenti A' la vendetta più, anima ardita Accendon di Roberto, ilqual recide Ogni dimora, e su'l destrier s'asside. Gran Guerrier, gloria nostra, hor vanne, e riedi D'alta corona di vittoria adorno, Fiacca il superbo orgoglio, e struggi, e fiedi Costui del honor nostro infamia, e scorno; Quell'aita del Ciel, che teco credi, T'accompagni felice nel ritorno, Che te stesso, e noi tutti, e'l nome nostro Illustre scopra, e'l tuo valor sia mostro. Si disse Enrico, e con dolce atto honora Il Cauallier, che và, qual vento, o lampo. Che'l liquid'aere, e'l Ciel seren talhora Scorra, tale costui presente il Campo. A' l'ignota sembianza, al moto allhora Conobbe Oronte, che fù fermo in Campo; Che Giacinto non è con duro volto Sprezzando quello, disse à lui riuolto. Qual error, qual sciocchezza, ò qual destino Nemico à te contra di me ti sprona? Auidità di gloria io m'indouino, Al tuo poco poter gran forza dona; Miser per le mie mani à capo chino Cadrai, ne anchor dite la fama suona; Torna, cangia con altri il tristo fato, Di te più accorto, e'n armi più lodato. Saggiunse l'altro, pensa à l'empia sorte, Che ti sourasta, ne di me ti caglia, A' cui non sembra cosi acerba morte, Che ricusassi far teco battaglia; Tuo dir non dà spauento à petto forte, Se'l tuo fà piaga anco il mio ferro taglia, Hò ardir, e cor, che te non teme, insano, Vdendo ciò rugge il feroce Ircano. Poi che arrogante orgoglio il mio disprezza Saggio consiglio, hor hor farem le proue; Se la tua a la mia lena, e destrezza, S'agguagli, auanzi, o inferior si troue. Presero campo, da l'eterea altezza Men scende in fretta il fulmine di Gioue, Di quella, onde à lo 'ncontro vansi i feri, Terror del mondo, indomiti guerrieri. Corser le lancie, e ne lo scudo terso Colse l'Ircan del prouido Roberto: Ma dal voler fù'l colpo assai diuerso Solo strisciollo, e la sciò il segno incerto: L'altro anchor ne lo scudo ha'l suo conuerso Ferro de l'asta il lascia fesso, e aperto, Gittar li Cerri, à cui s'era la punta Spuntata, e torta, e dal troncon disgiunta. Quali horridi Cingiali, od animosi Leoni d'ira rabbidi, e furenti, Trassero i brandi crudi, e disdegnosi. Fulgidi, e tersi i Cauallier possenti; Suonano l'armi à i colpi aspri, e noiosi; Fischian ne l'aria ripercossa i venti; Fiedono hor braccio hor capo, e più là, doue. Par, che di vita il seggio si ritroue. Rapide agilità, destrezza, & arte Difende il prò guerrior dal forte Oronte, Ch' à lui si serra, e stringe, e fugge, e parte, Ch'appo se di grandezza è quasi vn monte: Accorto fiede hor questa, hor quella parte, Hor il petto, hor il fianco, hora la fronte. I colpi ripercote e tenta, e proua. Se la via di far piaga apre, e ritroua. Sempre quanto può più da lui si scosta, A' gli in contri s'inuola, à le percosse; Lieue quà, là s'aggira, hor se li accosta; Hor si ritrahe da le tremende posse. Rende al foder di quel dura risposta; Benche pari in valor d'armi non fosse, Pur pari à lui si mostra, tale aita L'auualora, il diffende, e serba in vita. Cosi in ampio Teatro errar si vede. A' lo indomito Tauro il Cane intorno, C'hor l'assale, hor s'arretra, hor torna, hor cede, Teme gli vrti, la forza, il moto, e'l corno: S'arrabbia l'altro, che non sà, ne crede, Di qual pregio, e virtù risplenda adorno Il suo nemico, il qual credea, ch'vcciso Restasse à vn colpo, onde s'infiamma in viso. Ch'hor scerne, che l'auanza, o almen l'agguaglia Ne l'arte, ne la forza, e ne l'ardire, Sdegno auiua il cor fero à la battaglia; E la cruda Tenzon rinoua l'ire: Tenta romper il ferro, aprir la maglia; Ma non seguon gli effetti al suo desire; Ribatte i colpi il franco, e si diffende Col forte scudo, e à la vendetta attende.

Il fine del Vndecimo Canto.

Del pertinace Oronte, e di Roberto Sturba la pugna in arriuar Giacinto; Ne i Principi maggior sta'l core incerto, Temon, ch'alcun d'essi rimagna estinto, Mouon le schiere. Affranio audace, esperto Impiaga Oronte; ond a lasciare è spinto Il campo; tornare con ferite, e morte Nè segue il Franco fin dentro le porte. MEntre l'vn tenta far, che l'altro ceda, E l'altro far, che'esso rimagna estinto: Ch'ogn' vno immoto star par che si veda Per saper, qual sia'l vincitor, o'l vinto: Par, che vn lume lontano ogn' occhio fieda; Ciò, che sia, non si sà; ma più distinto Vider fatto vicin, ch'è vn Caualliero, Al fin Giacinto à l'habito al cimiero. Non rapida cosi da l'arco teso Parte danni à portar mortal saetta. Che di tanto guerrier di spirto acceso Nel suo venir non sia maggior la fretta: Vede; onde arde di sdegno, e d'ira è offeso, Ch'altri prese il pugnar, ch'a lui s'aspetta; Feroce in atto furioso grida Ad Oronte, e col ferro accenna, e sfida. Ah Roberto, ah Roberto, ah tua non fia La battaglia già mia; l'aspro periglio; A' me'l risco conuiensi, e non oblia L'alma t'obligo, c'ha, c'hora ripiglio; Sdegna il suo dir, odio la cortesia, Ceder non vuol; guata con torto ciglio Il Cauallier, che ne le piagge amene Nacque per vagheggiar l'onde Tirrene. Qual Can, che de la fera il piè fugace Seguì già indarno, e gittò il tempo, e l'opre, Se à caso giunge, oue nascosa giace, Che bosco, od Antro la diffende, e copre, Si scote, si raggira, e fatto audace Latra, geme, schiantisce, empio si scopre Cotale Oronte dal desio sospinto Corre, lascia Roberto, in ver Giacinto. Nega Roberto di lasciar l'impresa, Ne, ch'altri entri in sua vece egli desia; Ceder non vò, ch'à la battaglia presa Sorte, e'l Cielo m'elesse à gli altri pria. Cosi dicea; benche l'alta contesa Col Re distraua di sua vita sia Dubbia, & incerta; pur di cambiar brama Co'l suon la vita di perpetua fàma. Sdegna il Veneto Heroe, che'l buon Roberto Voglia seguir l'essitial certame, L'altro si duol, che de suoi rischi il merto Par, ch'à lui l'altro toglia, e'l renda infame: Sà, che di quel si fà nemico certo; Ma sua lite la sciar fia, che non brame, Mentre, che si lamenta, è'n se si duole Con iraconde, e tacite parole. Con Giacinto l'Ircan si stringe, e serra, Seco desia pugnar; lascia il Tirreno, Comincian cruda, e dispietata guerra, Spiran dal petto lor tosco, e veneno. Al moto de' Caualli odi sotterra Tuonar gli horrendi spechi, d'ira pieno Vede Roberto, che'l signor di Straua Seco rissa non vuol; ma l'altro aggraua. Spinto da rabbia accesa alto percote Il Guerrier, che lasciò d'Ircania il Regno; Fa meco pria (dicea) tue forze note; O che già cedi al mio valor fà segno. Esso tai detti sofferir non puote, Lo fiede, e lascia l'altro, e con disdegno Disse, vedrai, come ad Oronte caglia, Con due codardi far letal battaglia. Già la Tenzon contr' ambo hauer desio: Venga ancho Enrico, e sua falange insieme, Che vedrà il mondo, qual sia'l poter mio; Se del Veneto, o franco, Oronte teme; Tuonando tal de la visiera vscio Il detto, mentre in se bisbiglia, e freme, Quanto può bestemmiando il capo fere Del sebeto famoso al prò guerriere. Feriscon tai parole il petto ardente Del buon Giacinto, e con furor si mosse, Con lo scudo, e la spada vrto possente Li dà cosi, che'n sella il mosse, e scosse: Ferma muraglia di nemica gente Non Testudin cosi spinse, e percosse, Perde l'Ircan la staffa, intanto torna In se Roberto, e sgrida, e à dir ritorna. L'andar Giacinto meglio per te fia, Vanne; il Ciel già m'elesse, hor datti pace, Tu struggitor d'egni vittoria mia Sembri, e d'ogni mio ben mastin vorace. Quando, ch'estinto io fossi, o vinto sia, Farai per l'auenir, quanto ti piace. Parti, se non volgerò contra Oronte, Non men, che contra te l'irata fronte. Non mai con furor tanto il capo inalza Serpe, che presso fù da incauto piede. Mentre gia à cor la Villanella scalza Da l'herba il fior, che più vezzoso vede, Con quanto l'altro crudo, e sdegno s'alza Turbato il volto, e fuor tal voce diede, Vogli, o non vogli, io ti faro dal campo Fuggir, qual suol nel Ciel folgore, o lampo, Tra lor crescon gli oltraggi, e l'odio, e cresce L'alterezza, l'ardir, l'onta, e l'orgoglio, Brama d'honor, timor di biasmo accresce L'empito, e' n'han di ciò pena, e cordoglio; Farsi nemici à l'vno, e à l'altro incresce; Pur la ragion fà, che, qual fermo scoglio, E questi, e quei si mostri, e che l'vn ceda Aspetta l'altro e'l campo à se conceda. Ma in van questo s'attende, ch'ambo accesi Secondo il lor pensier di giusto foco, D'alti spiriti ambo adorni, i piati presi Negan lasciar, o mutar voglia, o loco. Da l'altro questi, e quei stimansi offesi. Cui lo tardar rincresce, e'l lungo gioco. Si minaccian, s'accennano, e si danno Già col ferro tra lor mortale affanno. L'Ircano intanto rassettossi in sella, Corre à Gracinto, erge l'acuto brando, E quanto può d'aspra percossa, e fella Lo coglie, ei resta d'ogni forza in bando: Vede più d'vna face, e d'van stella Andar per l'aere, e per lo Cielo errando; Grida Roberto, pria finisci meco La mia battaglia Oronte, e poscia seco. Guerreggiar seco, e teco non rifiuto Disse, ne in me se fosse il mondo vnito, Fuggo, en in mia difesa, od in aiuto Chiamo il mio Duce, o amico altro gradito. Intanto d'Adria il figlio è riuenuto, Che dal Tirreno stimasi schernito; Onde à quelli, e à l'Ircan la fronte, e'l petto Fiede, ad vn la corazza, à quel l'Elmetto. Tre cauallieri i più famosi e chiari, Ch'abbracci il Ciel, c'habbian famoso grido In picciol cerchio son; pur terre, e mari Diuide ogn'vn di lor dal Patrio nido. Lor congiunge hor fortuna, illustri, e rari Son di valor contra l'amico fido Moue il brando Giacinto, e contra lui Roberto, e'l fiero Ircan contra ambidui. Contra Giacinto, e'l buon Roberto Oronte La spada aggira, e spezza piastra, e maglia; In Giacinto, e in l'Ircano alza la fronte Roberto, e mostra quanto in armi vaglia; Al Strauese, al Tirren sue forze pronte Scopre il latin ne l'horrida battaglia, Di quà, di là le schiere miran questo Certame horrendo, e forse il fin funesto. Da quelle man le folgoranti spade Di taglio, e punta raggirate, e mosse, Quasi fulmin pesante, hor questa cade, Hor quella con terribili percosse: Stride l'aria qualhor scende, e ricade Il ferro spinto da sourane posse, Chi dir può, come impetuose, e ratte Sono le spade, e questi, e quei combatte. Direbbe anchor, con qual furor discende, Quando d'oscuro horror grauat'è'l Cielo, La grandine indurata, e turba, e offende Rozo Arator col suo importuno gelo. Il miser mira, come abbatte, e stende Le sue speranze, e sfrondi il verde stelo, E come i frutti anco immaturi à terra Gitti de' venti la terribil guerra. Suonan l'armi percosse, e i forti scudi Tuonano à gli vrti impetuosi, e feri; Stridono à i colpi acerbi i brandi ignudi; Spiran morte, e terror gli atti guerrieri. Ne pur pugnan gli Heroi superbi, e crudi; Ma con Calzi, e con morsi ancho i destrieri, La fortuna, e'l valor s'accoppia insieme; Negli Antri il suono rumoreggia, e freme. Ci soun d'essi di due forte sostiene L'empito, el'ira, ne teme vrto, o scossa, Con pondo assai minore à scender viene Da monte eccelso Pietra suelta, e mossa. Da quei ferri taglienti su l'arene Caggion l'armi stracciate; ne già rossa De lor sangue è la terra; con tant' arte Ciascuno si diffende, e riede, e parte. Rassembra Oronte vn Orso d'odio acceso: Quasi vn Dragon Giacinto d'ira ardente: Simile à vn Can da duro sasso offeso Vedi Roberto, il Cauallier possente, Ogn'occhio fiso, ogn' animo sospeso, Le membra immote, attonita ogni mente Era, e guataua ogn'vn, qual fin douesse Hauer la pugna, ch ogni patto oppresse. Mira quella contesa il Duce Enrico, E di tale accidente alto sospira. Conosce il fin del periglioso intrico, Che doglia, e morte al Campo, e a i guerrier tira: Da l'altra parte pe'l Campione amico Alessio nel cor piange, e non respira. Quasi ad vn tempo queste, e quelle schiere Mossero impetuose armi, e bandiere. E ciascun d'essi à le lor squadre accenna Mouersi à vn tratto, questo, e quel si mira Chiudersi gli elmi, ed arrestar l'antenna, Armarsi i volti, ei cor d'audacia, e d'ira. Deh; per che il vostro ardor mia tarda penna, (Che pur di gloria à meta ecclesa aspira) Seguir non puote, e trar dal sangue vostro, E dal vostro sudor lodato inchiostro. Si vide allhor da questa parte, e quella Spronar corsieri, e rallentare il freno; Spinger le lancie, & auentar quadrella Il moto turbar l'aere, e'l Ciel sereno Tal Borea, & Austro torbida procella Mouon del mar nel pria placata seno: Sdegno, e furor tra quelle armate torme Portan di morte miserabil, forme. Scudo à scudo risuona, e brando à brando Percossi, che vicin si son venuti; Grande è'l moto, e'l tumulto, imperuersando Scorre tema, & horror tra ferri acuti. Quà, là cedeano i franchi à Greci, quando Giunser noui perigli, e noui aiuti, Che portar noua speme, e noue doglie; Onde morte s'ornò di noue spoglie. Di Tamburi, e di Trombe il Canto, e'l tuono; E del ferro percosso, il pianto, e'l grido, Porger preghi s'vdia, chieder perdono Fremere, e minacciare il volgo infido: Di ruote, e de i destrier nitrito, e suono Misto assorda la terra, il mare, e'l lido: Ne l'aria è vn poluerio si cieco, e denso, Che toglie à gli occhi, e al cor la cura, e'l senso. Vn langue, vn more, vn sospirando geme, Alcun di rabbia è contra il Cielo acceso, Cade il ferito, e'l feritore in sieme; Piange alcun del destrier sotto il gran peso: E questi quelli infuriando preme, Egualmente offendendo resta offeso, Spesso pugnando l'vno, e l'altro more, A' vn tempo stesso il vinto, e'l vincitore. Come gran fiume, in cui da gli alti monti Scendan per mille vie l'acque correnti; Ch'vsciron già da mille aperti fonti A' porger danno, à sbiggotir le genti. Tal il sangue de'stuoli arditi, e pronti Si dilata, e s'allarga in più Torrenti; Si stringe in molte parti in gorghi, e in riui, Tra gli argini d'estinti, e di mal viui. Le querele il furore, e'l moto horrendo De l'vno, e l'altro essercito famoso Simile è al mar, se in lui ratto fremendo Scende crudo dal Ciel finto orgoglioso, Che l' onda inaspra, e fero percotendo Al mondo noce, e turba il suo riposo, E soffiando aspramente accende, e desta L'acque, attizzando horribile tempesta. Qual Nume amico, o qual Pieria Diua Mi darà aita; ond'io dimostri, e canti, Tante, e si varie vccisioni, e scriua Di fera morte i miseri sembianti. Gl' Itali quinci, e quindi il Greco apriua L'armate squadre di guerrier prestanti, Rotto il trino duello, il forte Ircano Quà, là si volge con la spada in mano. Ei tra i terrori de la morte atroce, In cui salute e'l disperar salute, La mano inalza, e la terribil voce, Com'huom, ch'inuita i rischi, e non rifiute, Mostrando altrui, ch'esser codardo noce; Ch'à generoso cor vita è virtute, Ferisce, e piaga fà, la piaga à morte Conduce l'huom; benche gagliardo, e forte. Ne men Roberto, e'l buon Giacinto aggira L'acuto ferro tra le Torme Achiue. Bolle nel petto, il ciglio crudo gira. E questi, e quei di vita fia, che priue. Il Tirreno robusto Flauio mira, Giouin, ch'à i Padri à somma speme viue, Cala vn fendente, & apre l'elmo solo, Ne al Cauallier porta fastidio, ò duolo. Il primo, che tra i primi al pian stendesse Guerrier di pregio, d'armi onusto, e graue, Ardelio fù, ch'à morte à vn colpo oppresse Olenio, à cui fu'l dir grato, e soaue. Dissipolli il Cimier, diuise, e fesse L'elmo, e la fronte, e fia, che bagni, e laue, Co'l sangue proprio il Cauallier di Francia La punta, e'l tronco à la nemica lancia. Lodata è l'opra; i Traci alzan le grida Al sereno del Ciel chiare, e festanti. Gode il giouin Corintio, e l'homicida Sua spada arrota tra Caualli, e fanti: Passa il fianco ad Elenco, che la fida Moglie lasciò co i figli in pene, e'n pianti, A cui promesse, il ratto suo ritorno Racconsolar l'affitto suo soggiorno. Er hora Ardelio moribondo à terra Esca à cani, & augei superbo il lassa; Al le gare Sulmon port' aspra guerra, Che contra lui correndo l'asta abbassa: Lo scudo, sotto cui s'accoglie, e serra Il Duce di Corinto apre, e trapassa, Poscia li tronca il capo, il capo resta Ne l'elmo, e l'alma va sdegnosa, e mesta. O quanto insuperbisce, o quanta accoglie Alterezzando nel' alma il giouinetto; Gode lasciate hauer le regie soglie. A' pena il gaudio suo capisce il petto. Qual Serpe, che lasciò le antiche spoglie Vscito al Sol de l'horrido Ricetto; Tre lingue vibra, arde ne gli occhi, e moue Sibili intorno, e luoco par non troue. Le vittorie felici, il chiaro euento Lo 'nuigorisce, a grand'oprar lo spinge Più ogn hor desta l'audacia, e l' ardimento Desio, che d'auanzar se anchor sospinge, Poco lungi da lui piaghe, e spauento Porta Meandra, à gloria alta s'accinge, E genti molte con diuersa morte Restan di Lete nel reo fiume absorte. Qual fa stratio d' Agnelle il lupo atroce, Se da gran fame è trauagliato, espinto. Tal parea far la Vergine feroce, Cade il latino, e'l Gallo à terra estinto: E con baldanza à suoi porgea tal voce, Mostrando il ferro suo di sangue tinto, Amici, per tal via dobbiam noi porre La pace in Grecia, e in libertà riporre. Oprate sì, che del valor, ch'è in voi, Splenda in Sparta, ò in Corinto eterno lume; Goda la sua Regina, e i vicin suoi; Spieghi per voi la fama aurate piume: Che scoprendo virtù scaccierem noi, Lontano il reo, che tanto si presume; Imparate da me, come s'vccida, Come si vinca, e come il fato arrida. Cosi dicendo i cor depressi, e lenti Rinforza, rinualora, e rassicura, Essa tra membra tronche, e corpi spenti Scopre per gir al Ciel strada sicura: Fansi ad essempio tanto i suoi più ardenti; Li prepara ardir sommo, alta ventura; Gli apre virtude à la vittoria il passo; Alza à meta immortal cor vile, e basso. Lo suo stuol precorrendo a piagar viene Clodio con l'asta dal Corsier lo getta, No'l ferì, non l'offese, che sostiene L'vsbergo il colpo, ch'è di tempra eletta: Ma disprezza ferirlo sù l'arene L'alta guerriera, e farne essa vendetta; Trofeo non degno, e non pregiate spoglie Stima, che d'huom, che giaccia, altri raccoglie Disteso il lascia, e segue Ermon, che segue Del già Rettor di Pera il gran Germano, Morto il desia, ne seco paci, o tregue Cura, già sopra li è con l'armi in mano: Ma quelli tosto par, che si di legue Da gli occhi suoi, qual suol ne l'aere vano O Fumo, o nebbia, che sapea ben quanto Suo valor fosse, e come chiaro il vanto. Ne Vò, che de l'oblio le torbid' onde Celin tuo nome, o coraggioso Aluide, Non merta il tuo valor, che non circonde Gloria il tuo crine, e verso il Ciel ti guide. Mentre, che in altra parte ogn'vn s'asconde Di Straua al Duce, che i più forti vccide, Solo tu osasti porre il fermo volto Contra il di lui furor nociuo, e stolto. Tu la possente man, ch'ouunque gira La spada, lascia piaga, e strage, e morte, Sdegnoso moui, e oduto, e inuito aspira Hauer vittoria d'huom si fiero, e forte, Ne cala impetuosa, e da giust'ira Guidata, auien, ch'à lui gran danno porte: Perche schiodando il ferro al viuo scende, L'armi vermiglie al suo ritorno rende. Rabbia improuisa in solito furore La furia Aletto al cor li auenta, e spinge, Tosto, che'l sangue vede ispicciar fuore, E le già lucid' armi irriga, e pinge. Si scema quello in lui; cresce l'ardore Di subita vendetta, in se si stringe, E quasi in vn sol fascio accoglie insieme Con crudeltà tutte sue forze estreme. Il brando inalza, quanto alzar si puote, L'altro, ch del suo mal pronto s'accorge, V' oppon lo scudo, il ferro scende, scote Il petto à chiunque tal periglio scorge; Frange l'elmo e'l Cimiero, tra le gote Và la percossa, ne quì il suo fin porge, Per mezo il fonde, e caggion d'ambo i lati Del feroce destrier li membri armati. Non hà nel sangue misero anco estinta De l'ardor suo crudel la foce appresa, Corre, oue dal valor Italo è vinta Sua gente in fugga, e solo è sua difesa; E in Costor crede che rimagna vinta La fiamma ardente, c'ha nel petto accesa, Spargendo sangue, e quanto più ne versa, Tanto più vigorosa è al mal conuersa. Non toglie, o scema in lui l'aspra ferita La cruda forza, o le percosse immense, Anzi vn ricordo li è, che sprona, e incita A' incrudelir tra genti vnite, e dense. Non pur co'l ferror priua altrui di vita; Ma con l'vrtar, ne v'è, chi fuggir pense, Và lor col destrier sopra, e grida in degno Fosti d'hauer da la mia spada segno, Da valorosa schiera allhor seguito Il feroce Mirtillo al campo riede: Lieto, come il Corsier, che sia fuggito Di stalla, sbuffa, alza superbo il piede: Scote altero la chioma, e co'l nitrito L'aure volanti, e'l vento à guerra chiede, Pago par di se solo, e sol s'apprezzi E'l mondo tutto vilipendi, e sprezzi. Consuma con cor empio, e cruda mano Armi, Caualli, Cauallieri, e fanti, Fugge il vicin da lui, teme il lontano; S'odon pe'l brando suo gemiti, e pianti: Guata il Marchese, e il Capitan sourano; Gli stuoli suoi gir pallidi, e tremanti; Non senza duol, che ritener non ponno Li Duci lor: poiche'l timor n'è donno. V'è Bonifatio, come ogn'hor più cresce La furia ostile, e come ogn'vn distrugge Il crudo Oronte, come volue, e mesce Il campo ohime, che impaurito fugge; Come co'l cenno, e con parole accresce Audacia à i suoi Mirtillo, e'l sangue sugge: Tu quà di lui l'alto poter sostieni, Fia, ch'io di là li Traci à morte meni. Cosi il Dandolo disse; egual fortuna Ambo lor guida ad opre eccelse, e chiare, Contra Mirtillo va'l Marchese, e aduna Schiere di passo in passo pronte, e rare; Ne meno il Capitan molta raguna Gente, che quà, e colà dispersa appare, Moue irata, qual suol Leon feroce Contra il Mastin, cui rabbia il petto coce. E trahe l'asta pesante, e ne lo scudo Altamente percote al forte Ircano, Che la sua Lancia infellonito, e crudo Rispondendo auentolli; il colpo è vano, Come sia il ferro di virtude ignudo In più pezzi si ruppe, e cade al piano, Fatti vicini incominciar co i brandi Tra loro à fulminar colpi mirandi, Due Cauallieri i più possenti, e forti, Che nutrisca la terra, e'l Ciel ricopra; Gloria di Marte, i più aueduti, e scorti De quanti à i più sublimi auanzan sopra, Non è, che di viltà segno alcun porti O questi, o quei, la cui mirabil opra Degna ben è, che con mille occhi miri Gioue supremo da' stellanti giri. Chi può dir, come il ferro ratto scende: Quali vsano tra lor schermi, e contese Li generosi Heroi, come s'accende Il petto franco à le nouelle offese; Furor l'vn regge, e ragion l'altro; pende Ciascun da lungi, e in lor le luci hà intese, Stupidi à tanta guerra par, che stieno I duri monti, e d'Helle sponto il seno. Affranio, che lontano attento mira La cruda Zuffa, e de l Ircan l'ardire Piglia vno stral l'adatta à l'arco, e'l tira. Al segno; ou'hà pria di ferir desire, Rallenta il neruo, ei vola, e doue aspira Il valoroso Arcier, venne à ferire, Noioso passa del gran sir distraua La destra man, con aspra punta, é prava. Cade la spada allhora, assai più vale La natia ferità, che la ferita; Non cura il duol, ch'ogn'hor più in se preuale L'anima ferocissima, & ardita; Benche porti à la man fitto lo strale, Non è ch'à i fidi suoi non porga aita; Ma lascia Enrico; poiche senza spada Si troua, e seco à guerreggiar non bada. Con lo sinistra mano il ferro piglia, Che à lui Sergesto suo scudier riporge, Via pia cruda del altra à far vermiglia La terra, ond'egli, allhor più fier risorge. Ad Orso infellonito s'assomiglia, Qual già punto, e piagato esser s'accorge, Che danneggiando, e spauentando mostra Il suo dolore; e l'ampia selua innostra. Presta fortuna al furioso Duce Desiato fauor di stupor degno, Che tra le Lancie, e dardi, che lì induce Il nemico voler non serba segno: Fe al Gallo Amico abbandonar la luce, Qual fù di vita instabile, e d'ingegno, Ei tra gli amici suoi si diede vanto Fermare il moto al Ciel col dolce canto. Et hor fermar non può quel desir empio, Che'l manco braccio à crudeltade alletta, Che non vccida, e faccia acerbo scempio Di vita à Febo si cara, e diletta; A morte diè con inhumano essempio Narso, à cui duel non far di se vondetta; Ei altri poi, che'l tempo, qual gran fiume, Portò nel mar a'oblio de nomi il lume. Dal lungo trauagliar, dal moto ardente De la piaga il martir cresce, e la pena, Per tutto il corpo il duol scorrer si sente, Crescer l'affanno in se, scemar la lena; Onde à partirsi, e abbandonar sua gente Dura necessità lo caccia, e mena, Si ritrahe sospirando; de la piaga Per trar il ferro, che lo affligge, e impiaga. Come se'l Sol si cela, e notte ingombri Il mondo intorno, e'l volga in fosco velo, Auien, ch'al peregrin gran tema addombri L'alma; e la mente, allhor faccia di gelo, Cosi partito lui, sembra, che sgombri Ogni virtù de' suoi; pigro è ogni zelo, Se lancia, o spada al sen d'Italo giunge, E torpe, e langue, e non ferisce, o punge. Ma pe'l contrario à l'hora istessa crebbe Vigor al corpo; e'l cor par, che respire, Del latino, e del franco, e maggior hebbe Forza ogni petto, e voglia di ferire. Il timoroso, e'l vile hora potrebbe Di gloria al sommo grado anco salire, Tanta virtù raccoglie, poi, ch'ei volse I passi altroue, e dal pugnar si tolse. E con impeto immenso contra il Trace Piega d'Enrico il valoroso stuolo, Frange, distrugge disunisce, e sface Le squadre intiere, e gitta estinte al suolo; A' fuggir tanta furia il piè fugace Bisogna; perche il Gallo, quasi à volo Gli occupa, li conuince, e atterra, e fere. Caualli, Cauallieri, arme, e Bandiero. Come se d'Austro impetuoso sorge Al fiato horrendo in mar terribil onda, Che col giro, e col suon spauento porge, Percote intorno il lido e i legni affonda; Trema il miser Nocchier, che tanto scorge Periglio, e volge la dipinta sponda; Ma nulla gioua, che trauolge, e immerge Naui, e Rettori, e'l Ciel sublime asperge. Ne alcun più si vedea, ch'osasse porre, Per l'honor conseruar, lo petto, e l'alma; Pochi, o nessun desia la morte corre, Per hauer del suo arder Cipresso, o Palma. Solo vn guerrier, che i timidi precorre; E'n nullo pregio hà la corporea salma; Miringo e'l fiero, à cui non è, che porte, Secondo il creder suo timor di morte. Con vago arnese, e soprauesta d'oro Il Cauallier superbo in guerra viene, Vuol del suo grido non pur l'Indo, e'l moro: Ma far di se tutte le parti piene; Terribile vn leon cinto d'Alloro, Che i Veli arrufa, sopra l'Elmo tiene. Par, che s'egli s'adira, egli s'adiri, Se si sdegna, si sdegni, e fiamma spiri. Lasciato hà de la Russia il regio albergo, E gli agi, e l'oro, in cui felice nacque, Il Padre, il Regno, e i cari amici à tergo, Per lo Greco aiutar, lasciar li piacque: Tra se diceua hor la mia lancia aspergo Del sangue del più forte, e quì si tacque, E và contro Roberto, e in esso spira Da gli infiammati rai folgori d'ira. Ne gli homeri di punta il brando volge, E passar lo credea da parte à parte; Ma in pensiero maggior l'animo auolge Roberto; e vigor sommo aggiunge à l'arte, Velocissimo in quel l'asta riuolge, E l'ampio scudo à lui sdruscise, e parte, Poscia la volge ratta, e gli apre il fianco, Quel caddè dal destrier traffitto, e bianco. Errando gia tra quelle armate squadre Degli vccisori, e de le genti vccise, Ati nobil fanciullo, a cui fù Padre Canabo, al cai natal pianse, e sorrise; L'hebbe di furto; à quel fù Gelia madre. Che per lui troppo amar, se in pianto mise, Che da lei fuggi il figlio, e tra l'amate Stanze seluaggie visse à lui si grate. Tra oscure Quercie, e sempre verdi Allori Godeasi lieto il giouinetto regio; Ne regal solio, o tumidi fauori, Lauti conuiti, o ricchi manti hà in pregio; Ma in schietti panni i pastorali amori Cantaua; ne bramaua altro hauer fregio; E con dolce sampogna, è cari accenti Porge à' rustici Dei gioie, e contenti. Ma come vdì de la sonora Tromba Pe'l mondo risonar bellici Carmi, Che la terra, & il Ciel trema, e rimbomba Di Marte à la presenza, al suon de l'armi; Per trar il nome suo, qual d'atra Tomba Estinto corpo, e da rinchiusi marmi, Le care Selue, e i solitari honori Lasciò per acquistar fama, e tesori. Hor splende d'oro, e di più gemme hà intesta La ricca spoglia; onde riluce adorno, D'elmo lucente la vezzosa testa Copre, cui gira vn aureo cerchio intorno: Di punta adunca lunga lancia arresta; Preme vn destrier, ch'à quei del Sol fà scorno, E d'acro, e di piaceuole sembiante, Rassembra armato, giouine prestante. Il suo volto era tal, qual si conuiene A' Vergine, e à Fanciul gentile, e bello: Di fanciul parea in Vergine, che tiene Vago ogni moto suo, biondo il capello: Di vergine in fanciul, c'ha le serene Luci acerbette, e dolce il guardo, e fello: Pauenta, & addolcisce, e porge à' petti Tema, e diletto in vn contrari affetti. Hor questi, hor quei trauaglia, e gitta à terra: Quà, là si aggira, e da nissuno è offeso; Tra la crudele, e formidabil guerra Offendendo altri, esso rimane illeso. Mentre bramoso và di lode; e atterra, Chi in lui s'incontra da vaghezza preso, Irenio, il Tolosan lontan lo vede, E di lui spera hauer ben ricche prede. Li và vicino, & à lui dice queste Vane apparenze tue scherzi, e follie Contra le mani valorose, e preste Nulla potranno, e contra l'armi mie: Me' t'era à star tra fiori à le foreste; Perc'hor vedrai di te l'vltimo die; Ne, 'l mio cor fermo fia, che moua, ò pieghi Supplice aspetto, o lagrimosi preghi. Non minaccioso volto, o detto audace, M'atterrisce, od attrista, Ati rispose, Tua spème è vana, e'l tuo voler fallace, Tosto vedrai, se Febo il ver m'espose. Ciò vdendo il Tolosan sdegno mordace Con venenoso dente il cor li rose; Ma tace, e preme la proterua rabbia Nel profondo del core, e tra le labbia. In Ati il giouinetto l'asta spinge Con mano mossa da spietata voglia, Stratia il vel d'oro, che'l bel petto cinge; Ma lo diffende la ferrata spoglia. Ben à cadere il Cauallier lo stringe, In questo auien, che l'elmo à lui si scioglia, Con atto gratioso i lumi gira; E'l vincitor Campion supplice mira. Guerrier, di cui più chiaro il Sol non vede, O di più merto, o di più glorie ornato, Miserere di vn huom, che vita chiede, Scaccia, che puoi l'ingiusta Parca, e'l fato. In modo, in suon queste parole diede Gemente, e lagrimoso à quello ingrato, Che men soave da felici s'ode Temprar musiche voci alterna lode. Quai già ne l'alto Oeta orecchie porse Di Lica al pianto il generoso Alcide Per l'empia spoglia; onde poi si tra scorse, Ch' al fin da trista fiamma arder si vide. Tal il guerrier, ne pietà al cor li corse; Non dolce prego crudeltade ancide; Due volte, e tre seuero il ferro caccia Nel bianco seno, e la mest' alma scaccia. Quelle rose, e que'gigli; onde solea Dolce in sembianza diportarsi Amore, Spariro, e'l color viuo si volgea A' poco, à poco in horrido pallore: Il lume de begli occhi, ilqual potea Arder di ghiaccio i più indurato core; Vien languido, e tremante, e sopra il tergo Cade il capo, d'amor leggiadro albergo. Spira morendo dal smarrito volto Di si dolce pietà tenero affetto, Che non pur piange il Greco; ma par colto Da pio voler anco il nemico petto; S'attrista Alessio, e non conosce stolto, Che poco ha danno pianga Achaia, e'l tetto; Regio, che cadrà tosto; e i suoi consorti Quai son da mano hostil percossi, e morti. Ei contra quel, che temerario colse Co'l bel fior di beltà la vita degna, Riuolse il ferro rutilante, e sciolse La lingua, e come l'odio, e'l duol l'insegna: Poiche (disse) sterpò dal mondo, e tolse Questa pianta gentil tua destra indegna, Sterperò te; pianta nociua in tutto, Ch'ombra hai funebre, e venenoso il frutto. Cosi dicendo col maggior sapere, Che'l dolor li ministri, e senno, e forza, Percote Irenio, e in modo il batte, e fere, Che'l sangue bagna la ferrata scorza; Ferito, e vinto à i piè venne à cadere Del vincitor, che l'ira non ammorza, Anzi con la sua lancia il petto preme Del miser, che già spira, e langue, e geme. Prode, e feroce Bonifatio intanto Tra le timide squadre, alto scorrea. E con opre ammirande, e nobil vanto Il suo nome immortal, più bel facea; Nè di lui manco da l'auerso canto Meandra formidabil si vedea, Con gli vrti essa, co'l guardo, e con'la spada Fà, ch'à terra tremante il franco cada. Nè, men da quella parte, che da questa, Nè men da questa parte, che da quella, Sono vccisi, & vccidono; e si desta Ogn'hor via più rissa, e battaglia fella. Cosi se Noto, & Quilone infesta L'aria tranquilla, torbida procella Salta nel mar; ne l'onda à l'onda cede; Ne soffio à soffio luoco dar si vede. Oronte, che lasciato haueua in questo Il gran certame, e trattosi in disparte, Co i cari amici il ferro acuto, e infesto Tentaua trar da la ferita parte, Già per le membra si facea molesto Sentire il duol, ch'ogn'hor cresce, e non parte: Tenta di trar lo strale Ismaro figlio Di Febo, & vn del suo diuin consiglio. A cui fù Patria Coo; dicesi, ch'era Nepote à lui, che gli Aphorismi fece, Però di sua Dottrina eccelsa, e vera N'apprese quanto ad huomo apprender lece: Con man leggiera, e lieue; e con maniera Dolce; volto benigno; e muta prece, Il ferro trahe; con placido liquore Ristagna il sangue, e scaccia il fier dolore. Il Campion fatto forte, e ristorato Da la saputa man; la lancia prese, Salse il Cauallo, e co i suoi fidi à lato Vien per sfogar in noi le voglie accese, Torna animoso, il Greco spauentato; Che portar brama à franchi vltime offese, Seco s'accoglie, e Flauio, e'l buon Gerniero. Gran Consultor distato, e gran Guerriero, Come gran fiume, se continuo nembo Di lunga pioggia à noi dal Ciel discende, Da mille, e mille Riui aduna in grembo Cotal fauor, che poderoso il rende. fatto gonfio, e superbo spezza il lembo. Star non può chiuso, e i gran Villaggi offende. Il Bifolco di vn monte à l'alte cime Mira il crudel, che la sua greggia opprime. Co là si volge, e'l suo Corsiero punge V'son di morte strani essempi incisi; Et oue son; precipitoso giunge, Archi rotti, armi infrante, huomini vccisi, Grauosa pena al fero petto aggiunge De'suoi mirando i moribondi visi, Con atto allhor festante Alessio applaudo Lieto al di lui ritorno, e li da laude, Tal dopo vn lungo ardor de' giorni estiui, Per cui stanche languian l'herbe, e le genti, Se'l Ciel s'apre cortese, e'n mille Riui. Versa de'suoi tesori i freschi argenti; Si rinforza, si desta à i cari, e viui Humori il Prato, e i cori afflitti, e lenti; S'allegra il mondo, e l'acqua, e'l Cielo, e l'aura, Quasi spirto vitale orna, e restaura. Cosi fù à' Greci il rigido Guerriero, Suegliorno al suo venir le timid'ire, Fassi ogn'vn più gagliardo, e forte, e fero, Desta, chi pria languia, l'alma, e l'ardire, Chi fù cacciato, caccia; già'l sentiero Fuma del latin sangue, già sentire Puoi de' nostri i sospiri; già si vede, Ch'al valor ritornato il franco cede. Felice quei, che da la man feroce Fugge d'acerbo fine alto periglio; Ne sol col brando, e con terribil voce Porta à nemici suoi tema, e scompiglio; Ma col sembiante horribile, & atroce, Con fronte oscura, e tenebroso ciglio; Il grido, il brando, e'l si temuto volto Il più intrepido petto in fugga ha volto. A' lo 'mprouiso di vn grand'vrto coglie Del Re di Lusitania Vgon fratello, L'atterra, e sprezza, e con amare doglie Fà la via del destrier su'l viso à quello; E'l calpesta, e'l deride, e gaudio accoglie De gl'altri danni l'huom proteruo, e fello; Vede l'atto crudel di Pleia il Conte, E sdegno n'ha, scioglie la lingua à l'onte. E gridando dicea, barbaro indegno, E di lode, e di vita, infame, e vile; Poi che di ferita si brutto segno Mostrasti contra il Cauallier gentile: Quello di alpestre Tigre odio, e disdegno, A'quello del tuo cor non è simile, E ben mostrasti altrui con chiaro effetto, Ch'assai di Fera hai più ferino il petto. Non risponde al suo dir, che troppo crudo Empito di dolor l'alma li prese; Ma vibrò l'asta, e trapassò lo scudo, E la corazza; e poche fur l'offese: Che si piegò, ma pur pe'l seno ignudo Stilla di sangue giù rigando scese, Tremaro i suoi; stimar mortal la piaga; Ma poco l'armi di purpureo allaga. Et ogn'vn contra lui l'arme nocenti, Per farne alta vendetta, à gara moue; Ma, come stà contra i più ratti venti Ben ferma Torre, non si crolla, o smoue: Benche in quel cento spade, e più possenti Braccia facciano allhor ben degne proue, Par, esso non offendano; ma dieno Forza, e vigore al tempestoso seno. Non il poter di tutti vniti insieme Può ritardar la furiosa mano, Vn ferisce, vno vccide, vn caccia, vn preme, Quasi tutta la schiera giace al piano. Tal veggiam, quando il Ciel tuonando freme, Fulmineo vento mouersi lontano, Ch'abbruccia, e toglie ne le piagge apriche I vaghi fiori, e le dorate spiche. Vede Enrico lo stratio, ode il rumore De'cadenti, e feriti, e di chi spira, E de' nemici in solito valore, E l'essercito amico in fugga mira. Tocco da doglia il generoso core A' spettacolo tal s'infiamma d'ira; Ma raffrena il desio ragion, che spera Vincer de Greci la potenza altera. Però suona à raccolta, e dentro toglie De le trincere il popolo smarrito, Il qual seguito fin dentro à le soglie Vien da l'insulto lor morto, e ferito Con li franchi più d'vn dentro s'accoglie Da la confusion tratto, e rapito; E quasi entro il gran Vallo il forte Ircano Guerreggia, e sfoga il suo voler insano. Due volte, e tre, dou'er ano più folte Le Achiue schiere, il buon Giacinto corse; E scacciolle, e ripresse, e d'esse molte Genti con piaghe, e morti à l'Orco porse. Al fine anch'egli tra le squadre accolte S'accoglie, e torna, il Trace oltre non scorse; Ma si ritrasse à la cittade, e tale Fine hebbe il giorno horribile, e mortale.

Il fine del Duodecimo Canto.

Per picciola vittoria eccelse, e degne Giostre fansi in Bisantio, e scherzi, e riso E con finte contese, e ricche insegne Fan la Cittadi gioia vn Paradiso. Hermete piange, e le loro opre indegne Riprende; e del Re lascia il cor conquiso. Enrico à Greci rei prepara intanto De' suoi piaceri al dolce vn mar di pianto. POiche i franchi, e i latini entro à i ripari Fur da l' Acheo furor cacciati, e spinti, C'hebber contrario il giorno, e i fati amari, Restar sospesi, e di vergogna tinti: Ma il Duce Alessio, e li più illustri, e chiari Baroni suoi per li ne mici vinti Portano à la Città de la lor gloria Lume, e nouo sperar d'alta vittoria. Mentr'essi entrar nel gran Bisantio, forse Voce à lor di salute vn grido degno; Che di Gioue à l'vdito ratto corse, Vago à portar de'lor contenti il segno: Vn bisbiglio, vn sussurro allhor trascorse Per tutta la Cittade, anzi pe'l Regno; Come ad vn tratto il Sol spiega, e diffonde Il chiaro, e'l bel de le sue chiome bionde. O' come versa il giouinetto Aprile Nembo di fior dal gratioso volto, Empie i prati, e le piagge, e'l basso, e vile Luco fà, come il bello, ornato, e colto. Lo 'mperator qual buon Pastor l'ouile, Mira de' suoi l'essercito raccolto, Da piacer raddolcito il cor superbo Grato si mostra, non crudele, o acerbo. Porge à gli egri, e à' feriti in cari modi Pe'l fido affaticar dolce ristoro; Fa, che quel, ch'osò molto, il premio godi De' suoi sudori, spoglie, honori, & oro; Perche più il Campo à lui d'amor s'annodi, Con larga man dispensa tra costoro Cibi in gran copia, e à far la mente lieta Di Grecia il vino, e'l Nettare di Creta. Tanto nel valor proprio speme pone, Che le porte serrar non prende cura, O forza occulta, o in lui vana ragione Dal nemico poter lo rassicura; Senza timor la gente, o sospitione Parte, e ritorna allhor dentro le mura; E già credea, ch'Enrico far ritorno Douesse d' Adria al solito soggiorno. Che non hauria (dicean) donde potesse Nutrir ne l'auenir caualli, e fanti, E che sarà la sua sperata messe Da la Grecia raccor vergogne, e pianti: Che'n pochi giorni renderanno oppresse Sue forze, e insieme i gloriosi vanti, Da lor cacciato timido, e confuso N'andrà al suo Regno, dal mar cinto e chuiso. Mirtillo anchor disangue asperso, e tinto Con l'elmo infranto, e l'armi aperte, e rotte, Da lo strale d'amor traffitto, e spinto, Và, doue le Regine eran ridotte; Dal cui fier volto à fatti iniqui accinto L'opre lor feminil furo interrotte; A'la sua cara Eudocia i lumi gira. Infiammato la guata, arde, e sospira. Discopre il crudo nel feroce aspetto D'amor, e di terrore acre sembianze; Amor scherza tra'l ferro, e con diletto Porge al cupido cor gaudio, e speranze. Mentre ella il loda, e mostra hauer nel petto Foco, che quel di lui vinca, & auanze, Con soaui sospiri, e cari vezzi Scaltra li scopre, quanto l'ami, e apprezzi. A'i terribili sguardi ella il bel viso Di vergognosa fiamma asperso rende; E con modi leggiadri, e dolce riso L'anima innamorata ogn'hor più accende: Talhora amor di se da chiaro auiso; Talhor ciò vieta, c'honestà contende; Hor l'affida, hor dissida, hor grata, hor graue, Fà, c'hor speri, hor disperi, hor teme, hor paue. L'armatura si tragge, in bianchi panni De la faccia feroce è'l sudor colto; Tempra, e ristora i martiali affanni De la sua Dea nel gratioso vòlto; O quanto, o quanto fia, che'l vero appanni Grand' odio, alta superbia, e desir stolto. Si apparecchia per far scherzi, e contese La Città tutta, e giuochi, e finte imprese. Grande, è'l riso, e maggior, che far conuiensi Nel pregio hauer di picciola vittoria; Dan mille voci, e mille fochi accensi Del valor del lor sir viua memoria; Scriue altri in chiaro stil con dotti sensi De l'opre sue famose illustre Historia; Si veggon recitar con scenici atti Heroiche imprese, e memorandi fatti. Gli Atrij riposti, e la superba Reggia, A'i gridi allegri, à i populari accenti, Dolcemente risuona, arde, e fiammeggia La Grana à farla adorna, e gli ostri ardenti. Già la più saggia mente erra, e vaneggia; Crede di guerra i crudi sdegni spenti, Miseri, e non s'aueggono, che'l Cielo Terge in lor danno il suo fulmineo Telo. E quai pompe, quai fregi, quai ricchezze Si veggon sparse in quelle parti, e in queste; E ciò, che par, che più si stimi, e apprezze Vasi d'oro, e d'argento, e ricca veste Si pon in vso, il giuoco, e l'allegrezze S'odon per tutto, ne son cure meste, Miri di fiori, e di ghirlande intorno Con nastri d'oro ogni bel tetto adorno. Grande è l'applauso, e'l riso; illustre, e grande L'apparato, le Cene, i canti, e i chori. Il pieno Corno la Douitia spande Tra soldati, e guerrieri, i suoi tesori, Preparansi, à far proue alte, e mirande A' Duci, à Cauallier, premi, & honori A'le voci festanti, à i gridi lieti Rimbomban gli Antri, e i luochi più secreti. In oro, in Cedro ne la Notte oscura Il balsamo pregiato arde, e d'odore L'alme molce, e ricrea, sì ch'ogni cura Noiosa, e graue altrui scaccia del core: L'arte quà, la con ordine, e misura Del suo immenso saper mostra il valore, Mentre di se le merauiglie scopre, E di Natura auanza i pregi, e l'opre. Contra Pantere, Tigri, Orsi, e Leoni, E d'alte corna armato il Toro audace, Con Cani fan contrasti, altri co' sproni Spingono al ratto andar corsier fugace; Fansi in nauigli, à piedi, e ne gli arcioni Giostre, pugne, e contesa aspra, e mordace; Ma però il tutto è per cagion di gioia; Benche in tai giochi alcun piagato moia. Mostro horribile allhor, da strane Selue Da molti Agricoltori, era condotto; Che non pur infestaua huomini, e belue, Ma Città molte al fine hauea ridotto; E perche'l suo furor più non s'inselue A' danni altrui; l'hauean con arte indotto Di ferro in prigion dura, il torto aspetto Porgea terrore al più sicuro petto. Forma rigida, e cruda, erano gli occhi D'oscura fiamma in Flegetonte accesi; Co'l guardo vccide, e doue auien, che tocchi, Restan l'herbe consunte, e i Campi offesi; Se Achiui à se vicini auien, ch'addocchi, Restan tosto da lui stratiati, o presi; Di bianca spuma ha'l muso intriso; infetta L'aria, e fa non offeso anco vendetta. Si credea, che del Seme; onde già sorse Quel antico Piton, che febo oppresse, Esso hauesse i Natali, e chi li porse Latte ferino, à quest' anchor porgesse; Simile à cui non vide il mondo forse; Ne in Fora alcuna tali asprezze impresse, Cruda insieme, e terribil, empia parue Compor ne' sensi altrui terrori, e larue. Dicean color, che del futuro han cura Predir d'occulte voglie il senso vero, Che, se'l primo guerrier non rassicura La Patria con dar morte al Mostro fiero: Cadrà la Tracia; perche acerba, e dura Sorte sourasta al Duce, e al sommo impero; Ma s'à morte è disteso, il Campo franco Resteria di sua possa irrito, e manco. Ogni Greco guerrier primo si stima D'eccellenza ne l'armi, e d'alta loda; E d'esser quel, che la gran Bestia opprima; E di nobil vittoria il grido goda; A' molti inuidia il cor con sorda lima; Ch'ardir non han, fia, che li affligga, e roda: Guata con malign'occhio i guerrier forti, Che voglion porsi à stratij, à rischi, e à morti. Leucippo, Leucaio, Alcasto, e Alceste Del sangue imperial chiaro Rampollo, Et Echion, che visse à le foreste, Del Seluatico sangue mai satollo; Ma più d'ogn'vn con forz pronte, e deste Vedi, à chi Amor, gia pose il giogo al collo; Dico Mirtillo, prepararsi ardito A'la battaglia, ne aspettare inuito. Per farsi grato à la sua Donna, e Diua, Vuol mostrar di valor mirabil segno; Ch'ella, ch'alquanto, è ritrosetta, e schiua, Del bramato suo amor lo faccia degno; E pare à lui, s'à tanta altezza arriua, Pareggiar l'alme del superno Regno; Vestito ha l'armatura, al suo cospetto Vuol mostrar di virtù stupendo effetto. Brama, che l'ami, e che in amar s'auanzi, Geloso del suo amor scaltrito, e fero, Quanto, che possa hauer le porta innanzi Famoso amante, e prode Caualliero, Che se vada, o se stia, riposi, o stanzi, L'ha bella, e viua sempre nel pensiero: Poco li par, per far, che l'ami porre La vita à risco, si l'ardor trascorre. Intanto ecco apparir da l'alta chiostra Sù marmoreo Verron d'Eneo la figlia; Par di bellezze à gli angeli si mostra; Ne dolci modi Venere assomiglia. Quando tra i più begli astri il volto innostra, E vibra ardor da le stellanti ciglia; Spettacolo amoroso, e di Natura Sforzo maggior, ch'ogn'altro pregio oscura. Quando il volto leggiadro, e gli occhi degni Volse di lode, e di regali honori, L'alba sembrò, quando de gli alti Regni Tutta porpora, & or lieta esce fuori. Co i lumi bei, quai d'honestà dan segni Mille arme impiaga, e accende i freddi cori; Ne troua alcun, che de ridenti Soli A' i lampi, al saettar sano s'inuoli. Tra schiera di Baroni, e di Donzelle, Cinte di drappo d'or, di gemme ornato; Giouinette famose, e le più belle, Che fioriscer d'honor nel Greco stato; Sedeva Eudocia, qual tra vaghe stelle Notturno Sol di quelle incoronato; Ne di mirar la pugna alcun rimase, Ad opre intento in Chiesa, o ne le case, Mirtillo il volto supplice volgendo Del grand'impero à la sublime Reggia, Mirando lei, disse d'amor ardendo, (Che pur d'alto lo mira, e lo vagheggia) Se tu nobil cagion sei, c'hora prendo Risco, qual forse nullo altro pareggia; Movi l'alma, e la mano à l'opra, a l'armi Si com'hora il voler tu mouer parmi. E giusto ben, che di quel Mostro; ond'io Spero la Palma, e la vittoria anchora; Regina di mia vita, Idolo mio, Riceui il segno; ond'il mio cor t'honora; Li miei pregi ti sacro, e'l mio desio, Non negar dar aita à chi t'adora; E la darai se à me volgi que'lumi, Onde ogni alma, ogni cor scaldi, e consumi. Squillan le Trombe, già s'odono i suoni Di Timpani, di vari altri instromenti. Sono i musici Metri, eletti doni Per rauiuar le afflitte, e lasse menti: Già si sente il destrier punger da sproni Nel primo andar de' Cauallier Possenti Contra la fera, in duri ferri auinta. Di funi, e di catene intorno cinta. Mirtillo, Filocaio, Isauro, e quello, Che d'Angelo il cognome à illustrar viene; Drizzan l'acute lancie al mostro fello, E nel collo, e ne' fianchi, e ne le schiene; Ma far non pon di lui strage, e macello: Ne à tante punte lor segno ritiene, Se di Diaspro, o di Diamante fosse, Mosso s'haurebbe à le tremende posse. Di duro ferro i caldi Cani armati, Fremon latrando d'aspre funi inuolti. Spuma hanno à i denti, e foco gli occhi irati, Chieggiono essere hormai da lacci sciolti. Da l'altra parte i Cauallier pregiati A' chiari gesti, ad opre illustri volti, D'armi guerniti, d'archi, frombe, e strali Per dare al reo Piton piaghe mortali. Spade rotte, aste infrante, al pian distesi Vedi Cani stratiati, huomini estinti; Che doue quello hai duri artigli stesi, Son trucidati, o almen di sangue tinti; Nel primo moto gli occhi d'ira accesi Terribilmente assisa sopra i vinti; Lambe le piaghe, e sugge il nero sangue Dal corpo di guerrier, ch'à morte langue. Irmapilon con l'asta acuta spera Ferir la Belua; e alquanto se le appressa: Drizza il ferro; su'l pian, che madido era Strucciola, e cade poco lungi d'essa, Stende le Zampe la terribil fera, Tragge quel, che cadeo verso se stessa, Figge i denti nel capo, e con ambascia Di spuma, e sangue asperso il miser lascia. Già teme ogn'vno, il can la mira lunge Latrando, à quella hor s'autcina, hor fugge, Gran desio d'assalirla il cor li punge, Schiantisce, arrabbia, si consuma, e strugge; Quando, ecco à gli altri Panopeo soggiunge, Per desio, per furor mormora, e rugge Tigrin suo fido Can, che'n pugna toglie A' l'Orso, & al Leon d'honor le spoglie. De ferri il slega Panopeo, che pensa Co'l forte aiuto de'compagni egli habbia, Con dente fermo far, con l'vgna estensa A'quella fera insanguinar la sabbia; Come il vede venir la Bestia immensa; Freme altamente, si contorce, e arrabbia; Tigrin si moue, qual tra denso velo Rapido vento; ond'è velato il Cielo. E corre, e non abbaia, e quel nel collo Pur preso hauria, ma'l duro pel lo 'nfesta, Che intorno lo ricopre; onde satollo Far non può quel desio, che lo molesta: Ma'l mostro quel, che più non può dar crolla Con l'artiglio ferin piglia, & arresta, E'l forte Can che chiede aita stratia, Di cui sua feritade alquanto satia. Il suo signor di doglia, e d'ira ardente Per vendicar il suo Tigrin si scaglia Contra la Belua horribile, e nocente Osa, e s'arrisca far letal battaglia; E non cura, e non pensa, e non pon mente, Che poco, o nulla al suo poters'agguaglia. Pur l'assale, e la fore, essa co'l piede Lo prende, frange l'ossa, à Cloto il diede. D'Andronico due figli erano quiui, Armati vno di stral, l'altro di fiomba, Tra le battaglie auezzi, il sangue in Riui Scorrer facean, s'vdian clangor di Tromba; Questi auenta vn quadrel, l'altro sentiui Lanciar vn sasso, che per l'aria bomba, E coglierla nel petto, par non senta, E contra ambo i frateli empia s'auenta. Non con tanta ruina vrta, e percote, Dissipa, abbatte, che s'oppone, e spezza Formidabil Bombarda, e d'apre, o scote De l'alte mura la sublime altezza, Com'essa tra costor se fia, che ruote L'acute sanne con seluaggia asprezza; Frange ossa, e nerui, e senza anima stende Cane, o soldato, che la punge, e offende. Ben da le corde molte frezze scioglie L'adunanza Pelasga al mostro strano, Ma non fà colpo, o poco porta doglie, Si che languisca, o caggia morto al piano; O che'l pelo l'arresta, e'l ferir toglie, Picciola punta il fà per furia insano, Ne'l mar, quand'è da venti offeso, mostra Tanto furor se co i celesti giostra. Mentre à gli vrli tremendi apre la bocca, Di voragin profonda assai maggiore, Valoroso Mirtillo il dardo scocca Passa lingua, e'l Palato, e n'esce fuore, Per l'acerbo dolor cade, e trabocca, Ma sorge poi con più rabbia, e furore, Non puo chiuder le labbra, che lo vieta Lo strale; onde conuien, ch'affanno mieta. Assai meno in gran bosco à i giorni breui Il superbo Aquilon stridor diffonde. Mentre, che'l verno di gelate neui Li monti ingombra, e l'ime Valli asconde; O quando d'ira pien co i fiati greui Batte, trauolue il mar, n'aggita l'onde; Che più con suono horribile, e crudele Non empia il Ciel di fremiti, e querele. Del popol circostante il grido s'ode, Che loda il colpo, chi lo spinse, e resse; Ne men di lor la bella Eudocia gode, Che'l caro Amante la vittoria hauesse. Mentre la fera si dibatte, e rode Con moti, e con riuolte horrende, e spesse; Pon su la fune anchor lostral secondo Il Duce, e crede allhor trarla del mondo. Del mio ferro volante drizza, e reggi Diua de lo mio spirto, il corso, e'l volo. Tu, che d'alte bellezze il Sol Pareggi, Dammi virtù, ch'io mandi il mostro al suole. Scorgi l'occhio, e la man; già signoreggi L'anima, e'l cor, cui già per te consolo, Che tua fia la vittoria, e tuoi gli honori, A'te le Palme deànsi, à te gli Allori. Cosi dicea ver la sua Donna, e poi Rallentò il neruo, volò il dardo forte, E nel collo à la Bestia i furor suoi, Qual mosso da Balista, auien, che porte: Credea la Plebe vil, credean gli Heroi, Che la brutt' alma spiri, e giunga à morte. Quand'elle mosse vn spauenteuol grido L'vdì il Cidaro, ed Helle, e'l Greco lido. Frangonsi le catene; ond'era auinto Lo 'nfernal spirto, sciolto, vn salto prende; Come sia da lo stral scosso, e sospinto, Quà, là s'aggira, e i passi, gitta, e spende; E benche allhor fosse slegato, e scinto, Le genti non però sbrana, od offende; Se questi, e quei con l'armi lo trauaglia, Sue offese à vendicar par non le caglia. Intanto per la piazza i passi moue Con l'armi in se la formidabil fera, Gli occhi da lei quel popol non rimoue Aspettando veder che caggia, e pera. Ecco, o stupor, o Cielo, o sommo Gioue; Sparisce à i lumi de la Greca schiera; E porta seco de l'altrui vittoria Lo pregio, e lo splendor d'inutil gloria. Come fuggon talhor fantasmi, o larue, A'i sensi infermi, o imagini fallaci, Cosi da gli occhi il gran prodigio sparue, E del suo horribil guardo l'empie faci; Allhor questo, e quel Cane abbaiar parue A'l'aure vane, e dar morsi mordaci. Parte, quà, là s'aggira, e intorno guarda Hor corre, hor torna il freno no'l ritarda. Ogn'vn pien di timor riman confuso; Al dileguar de la feroce Belua; Ogni guerrter riman stolto, e deluso; Che non sà doue l'Animal s'inselua. Stima, e ogn'vno il credea, che sceso giuso Fosse d'Auerno à la profonda Selua; Tra Pitoni, e Serpenti, e vari mostri, Viua di penne ne' tartarei chiostri. Alcun tenea per fermo in essa ascoso Esser spirto d'inferno; altri credea, Che non Demon hauesse in lei riposo; Ma vn Demon fosse, tal ne gli occhi ardea: Altri dicea, ch'Eston da l'Antro roso, Doue gl'incanti essercitar solea, Mandato hauesse quella; accioche fosse Gioco in Bisantio à rauiuar le posse. Ne immobil si di Cepheo dentro il tetto De la Gorgone rimirando il velto, Pineo resto, nel cui feroce aspetto L'odio c'hauea in se, rimase scolto. Come Mirtillo gli altri, nel cui petto Ghiaccio ristrinse il cor da timor colto, Quando voce s'udì l'aria ferire Non conosciuta, e al popol cosi dire. Come si dileguò la Bestia, o Traci, Aggrauata da piaghe, e da ferite, Cosi le rabbie tumide, e rapaci Saran del franco Duce dipartite: Sorgono, e Sorgeran contenti, e paci, E fuggiran risse, discordie, e lite; Gioite hor, che ne tempo; che'l sereno Del Cielo anco s'annoia, e'l bel vien meno. Scacciar del petto altrui queste parole Lo spauento, e l'horror che pasto hauea Lo sparir de la Fera, gioco, e fole Sol lor mente suiata in se accogliea. Ma quando notte in bel seren qual suole, Vaghe fiamme d'amor cieca accendea, Di gran lampade al lume altrui si mostra, Lotta, Certame, torniamento, e giostra. Ciò che di più pregiato in se nasconde Il ricco mar; cioche gran Fiume tiene; Di pretioso entro le gelid'onde Cibo soaue à ricchi prandi viene; Cio che nutre la terra, ò in seno asconde D'illustre, e chiaro entro l'occulte vene, Serue ornamento ài cupi vasi; doue Si pon l'Ambrosia, e'l Nettare di Gioue. Mentre le Donne, e i Cauallieri assisi A' le gran mense sono, e che d'intorno, I chiari lumi in lucid'oro affisi Destan tra l'ombre oscure acceso il giorno, Tra Scenici apparati, e lieti risi Di immortal lauro allhor comparse adorno Il dotto Irenio, che'l suo canto accoppia A'dolce cetra, & il piacer raddoppia. Cantò del Sol le marauiglie, e i moti, Come à noi s'auicini inherbi, e'nfiori, La piaggia, e'l monte, e come desti, e scoti Li semi occulti, auiui, & innamori, E come tolto à noi, porga à remoti Co' viui raggi suoi gratie, e fauori; Perche lunghe le notti, et giorni breui. E adorni il secco pian manto di neui. Per qual cagion biancheggi il bel sentiero, Che di Gioue al Palagio i Dei conduce; Perche Venere pia, Marte seuero Con crudo, e vago aspetto in Ciel riluce: Perche minacci nel superno imporo A' Nauiganti d'Orion la luce; Perche non possan l'Orse il caldo ardore Spegner de l'onde nel salato humore. Quì si tacque il Cantor, stettero al canto Le Donne, et Cauallier stupidi, e à i detti. Poi ristorò gli spirti lassi alquanto Con cibi Pretiosi, e vini eletti; A'le voci di giota in giro, o quanto Suonan le lunghe loggie, e i gran Ricetti Godono al lor godere i Prati molli; I monti, i mari le Campagne, e i colli, Qual ne la state limpida, e serena L'Api ingegnose à dolci prede attente, Con grato sussurar fan, che l'amena Parte dolce risuoni, e l'onda algente. Tal mormorìo s'v dia per l'aria piena Di dolce gaudio, mentre il Re possente Si loda, e i fatti chiari, e gli alti pregi D'esso, e de gli altri imperatori, e regi. O quai risi, quai sguardi, e quai parole, Si dispensan d'amor dolci, e furtiui, Tra Donne, e Cauallier, ne alcun si duole, Che solo non amato Amante viui: Tra pransi, giuochi, e placide carole Li diletti, e i piacer corrono in Riui: Ma più d'ogn'altro gode il fier Mirtillo Amor con speme tacito, e tranquillo. Che de le gratie sue la Donna bella Il colma sì, che n'è contento à pieno; Ne brama il suo desio più amica stella; Ne di fortuna il volto più sereno; N'ode la soauissima fauella; Vagheggia il viso amato, ammira il seno; E merta il suo valor senza suo inuito D'armi da la man cara esser guernito. Mentre tra pompe altere, agi, e conuiti, Applausi, allegri gridi, e danze liete, Passa ogn'vn l'hore hauendo sempre vniti Gli spirti accesi à l'amorose mete; Nel mezo à scherzi, e giuochi à lor graditi. Ecco il figlio d'Eson, gran saggio, Hermete, Tra'l viso lagrimoso,i lumi fisse Nel Re Tiranno, e ne gli Heroi, poi disse. Ab mia Patria infelice, ah, che non vedi, Qual ti sourasta fato acerbo, e duro, Corron di pianto i fiumi, e non t'auedi C'Herebo muggia, e l Ciel s'è fatto oscuro? Da sospir calda è l'aria, e lieta siedi; Stillano sangue i marmi, e sangue il muro. Del Ciel le faci hanno il lor lume estinto. Notte ha'l Carro di Serpi intorno cinto. S'odon per l'aria stridi, vrli, e latrati. Di mostri di cui par, che'l Ciel s'adombre; Già piena è Tracia, e piene in tutti lati Son le ricche magion di pallid'ombre: Queste gioie non son, ne canti grati; Ne riso è quel, che par ch'ogn'alma ingombre, Ma son fatali essequie à questa terra Madre d'Heroi, giù si temuta in guerra. Madre d'imperi, al Ciel nemica, splendi Di porpora regal, di perle, e d'oro; Gran Donna di prouincie, che distendi Le lunghe braccia, quasi à l'Indo, e al Moro, Stratia l'inclita chioma, oscura prendi Veste intesta di cruccio, e di martoro: Tosto ti fia da'barbari crudeli Pesta la faccia, e lacerati i veli. Già Regina di popoli, e felice, Madre d'imperatori, e augusti regi; Cieca, non vedi? ah misera, e infelice, Quai ti prepari hauerne onte, e dispregi: Mira, deh mira, come il mondo elice Da tue sciocchezze, e sontuosi fregi, Morte, incendi, e trauagli; e come desta. Nel mar di gioia horribile tempesta. Quando, com'hor fù in te veduto tanto Riso, e trastullo; quanto si vede hora; E mostri hor più, che sei vicina al pianto, Fasti superbi, e graui errori anchora; Cosi la morte sua con maggior tanto, E concento soaue il cigno honora; Tal anco accesa, foce ha per costume Giunta à l'estremo raddoppiarne il lume. Veggio, con guardo acerbo, e crudo volto Formidabile in vista, d'odio ardente, L'irato Dio tenere in te riuolto Del suo furore il fulmine cocente; Il qual da l'alta destra suelto, e sciolto, Ch'atterri fia la tua proterua mente; Arda, accenda, ruini, e gietti al piano Il fasto tuo l'onnipotente mano. Cader vedrai, se voglia il Ciel turbato Non muta, vinta da nemico foco Questa Reggià sublime, e'l greco stato Fia del Veneto ohime, ludibrio, e gioco: E tale vccision fia in ogni lato, Che à capir strage tal mancherà il loco: Più di sangue, che d'acque al mare il Corno Porterà l'onda in quel terribil giorno. Parmi vederti mesta, e lagrimosa, Percossa il volto, e lacerata il petto, Con tue pene, e suenture egra, e pensosa Dar à nemici tuoi riso, e diletto, Ne ti riscuori? ah pigra, e neghittosa Fatta dal lusso del tuo molle affetto? Ma'l franco attendi, che ti sueglia, e dome, E ti scota in disnor le culte chiome. Ne finì tai profetiche parole, Che'l volto si percosse, e'l crin si suelse; Qual far su'l morto figlio il Padre suole, Fa de la patria sù l'altezze eccelse: Alcun fede non dielli, ciancie, e fole Stimar sue voci; onde partir ne scelse; Ma'l Re teme, e stà incerto, e'l dubbio core Fù ferito, e ripien di nuouo horrore. Fugge il Vate diuin, ne la vicina Percossa sourastante aspetta, o attende: Perche l'opporsi à quel, che'l Ciel destina, Giudicò vano, altroue i passi stende, Del Patrio seno in mente la ruina, I gridi, e'l pianto già vede, e comprende; De'suoi Duci le morti in vari essempi, Desolate le case, accesi i tempi. Ma gli alteri Romani, che discorso Non han, ne temon di future doglie; A'l'arco, al cesto, à la Palestra, al corso, A'le pompe, à i piacer volt'han le voglie; Chi di bianco corsier già preme il dorso Di ricche adorno, e sontuose spoglie, Di dar diletto ogn'vn si sforza à pieno De la sua Diua al delicato seno. D'a l'altra parte il Capitano Enrico, Ch'ogni lusso, e piacer fugge, & abhorre, Lo cui sommo valor dee lo inimico Campo, che gode, in seruitude porre: E le regie grandezze, e'l solio antico Al molle Greco, e vil con virtù torre Con consigli iterati, allhor prepara Al sciocco Imperator ruina amara. Pensa la forza di crudel battaglia Far sentir tosto à la Città contenta: Con quali armi, e tormenti Alessio assaglia, Sopra ciò inueglia, & hà la mente inpenta: Benche quella sia grande, e che preuaglia A' molte, e molte, ha gente pigra, e lenta; E sà, ch'anco il diletto il cor virile Vccide, e gran virtù fa inferma, e vile. Ecco Plautio, che viene, e guida seco Vettouaglie ad Enrico, & armi, e genti, Apunto allhor, che fuor de l'aere cieco Escon di bel mattino i rai lucenti: S'allegra il Campo al suo ritorno, il Greco S'attristeria, se de' futuri euenti L'occulto conoscesse; ma non teme. Fortuna auersa, tanto viue in speme. O forse vuol il Ciel, ch'alquanto goda, Anzi il venir del formidabil giorno; O che'l senso allettando allacci, e annoda La mente, e come vuol l'aggiri intorno; Che in vece poi di sempiterna loda Biasmo ne coglia, vituperio, e scorno; Sia, qual si voglia, il Tessalo sicuro Pago s'adagia entro il paterno muro.

Il fine del Decimo terzo Canto.

Con Machine il Latin Bisantio assale; Vengono vccisi i Buoi, che ducon quelle: More il Zen sù le mura, aspre, e mortale Pugna fassi in campagna de le stelle Prendon la Diua i Franchi, e quasi strale Entra Plautio in Bisantio, e con facelle; E con ferro il ruina: e torna à i suoi; Ferito Alessio si ritira poi. DOuendo il grande Enrico à l'ampie mura Dar del Greco Bisantio il primo assalto; Ordina, regge, indrizza, e rassicura, Con prudenza, e valor sublime, & alto: Si preparan le scale, e si procura Arena, e sassi: ond'essi possun d'alto Empir le fosse: con bell'arte fatti Sono Arieti, Catapulte, e Gatti. Cauto fà riuedere, e risarcire Le machine guerriere à fabri pronti; Vari ordigni, e materie fà venire Per far noui Tormenti, e strade, e ponti: Le Machine di cuoio ricoprire, Perche loro non arda, e lor sormonti Imperiosa fiamma; e'n tempo breue Opre lunghe al fin dia, quasi al Sol neue. Mentre apparecchia Enrico; onde far possi A'le nemiche mura oltraggio, e offesa, Al Greco imperatore huom vil mostrossi. Simile à chi del Gregge hà cura presa; A'la cui maestà da quel narrossi, Qual si prepari il franco à la contesa; Quali armi habbia apparate, e quali attenda. E come toste d' assalirlo intenda. Rimase il Re, come Colui, che moue Per felice sentier contento i passi, E ch'improuisamente à i piè si troue Scesa cotal, ch'al precipitio vassi: S'arriccia il pel, s'inhorridisce, e Gioue Chiama in aita sua, stupido stassi; Miser credea, che l'Italo à fuggire Hauesse, e non mai d'assalirlo ardire. Tosto l'ardor natio risueglia, e scote, Che parue tra'l piacer morto, e sopito; L'huomo proteruo con sdegnose note Gli occhi riuolge, stimasi schernito: E se stesso riprende, e si percote La fronte, e'l volto, qual di mente vscite, O dal sonno mortal desto, s'accorge Del periglio vicin, da l'otio sorge. Con quel furor, ch'esce del cieco grembo Di fosca nube il Fulmine cocente; Allhor, che'l Cielo il tenebroso nembo Sgombra; e dal volto suo l'humido algente. O cosi fuor de lo 'nfocato lembo De la Bombarda vien la Palla ardente, Si mosse, e fa precipitoso, e forte Poner le guardie, e custodir le porte. Ne l'essercito suo, che molle, e lento Giacea nell' otio, e nel riposo stanco, Tardo à l'opre, & al moto; in lui già spento Quel incendio guerrier, che fà l'huom franco, Desta l'orgoglio estinto, e l'ardimento, Con dir rinprouerante, il core, e'l fianco, Punge aspramente, e con grida, e rampogna Fà che risorgi in esso ira, e vergogna. Son dentro la Città soldati, & armi, Di vettouaglia abbondate di virtude; Laqual domar non può, ne facil parmi, Ma ben, c'huom forte s'affatichi, e sude, Diceua, à questo dir, viè pur, che s'armi, Lassa dai lusso, e inferma giouentude; Ma cola miri il gran Rettor latino Con fatti illustri gire al Ciel vicino. Braman le squadre de' soldati audaci, Satij di posa, & auidi di preda, Che la ferma Città s'abbatti, e sfaci, E ch'à le forze lor s'inchini, e ceda: E con volto, e con detti assai mordaci Braman, che'l guerreggiar lor si conceda; Perche ben san quanta ricchezza accoglia Bisantio antico entro la nobil soglia. Con raddopiati preghi al Duce Enrico, C'hormai s'atterri la Città regale, Cheggiono instantemente in modo amico, Nouo vigor gli animi forti assale, Snidiam (dicean) scacciam l'empio nemico, Qual con inganni al valor tuo preuale; Scacciam quel Reo, che tolse audace, e fero La luce al frate, e libertade, e impere. Il Duce vdendo ciò, qual caro Padre, Che de figli animosi il core intenda, Sente diletto, che l'inclite squadre Osin cotanto, e l'ardimento ascenda, Che'l desio di far proue alte, e leggiadre Li magnanimi in faccia arda, & accenda; Ma in lor raffrena con soaui modi La viua voglia, dando pregi, e lodi. Ei qual cauta Nocchier, che volga, e pieghi Dal furioso Borea il Legno errante; Poi con industria, e forza inalzi, e leghi La sottil vela al tepido leuante. Cosi placidamente auien, che neghi La pugna à quel essercito prestante, Con piaceuole aspetto, come sùole, Pago scioglie la lingua in tai parole. Poscia, ch'à segni assai veggo, e conosco Lo 'nuitto ardor, che infiamma i vostri cori, Vi lodo, e pregio, e godo d'hauer nosco Hoste, che vaglia, e'l Capitano honori: Dunque à l'aere sereno, al cieco, e fosco, Si prepari ciascuno, e s'aualori; Perche 'l vostro desio d'alta vittoria Presago stimo, e di futura gloria. Poi, ch'à fera battaglia i vostri petti Veggio parati à esporsi à incerta sorte. Ne dolcezza di sonno i sensi alletti; Ne raffreddi l'ardir timor di morte. Quando diman con rugiadosi aspetti De l'Oriente in Cielo apri le porte Il candido mattino, vdrassi il suono, Ch'inanimisce il lento, e piace al buono. Però vi preparate accorti, e desti Ogn'vn di spada, e de l'altre armi auolto, E coraggioso al gran Certame appresti Stabil fortezza, e minaccievol volto; Onde i nemici hor lieti; afflitti, e mesti Restin per voi, sia ogni lor fasto tolto. Tacque, & à l'altre sue graui, e seuere Opre si volge, e guata armi, e bandiere. Tosto i soldati, che'l vegnente giorno Vdir han dela pugna il segno altero; Vn terge il brando, e l'asta, vn rende adorno De l'vsate vaghezze il suo cimiero; Altri ad vn sasso aguzza il ferro, e intorno, Pon, che pungente sia, studio, e pensiero: Quel le machine sue vede, e riuede, Per cui por crede entro Bisantio il piede. A'riposar le membra, à ristorarsi Speser quel giorno in gozouiglie, e'n riso; Similmente la notte, questi armarsi Vedi disdegno il cor, d'orgoglio il viso. Quando incomincia horribilmente à farsi Il Carme vdir, ch'è del venturo auiso, E le Trombe cruenti le chiar' alme Chiamar al pregio di future Palme. Vedeansi à pena fuor de l'onda vscire De la bell' Alba i lucidi Messaggi; Ne l'aurate finestre anchora aprire Del luminoso Appollo à i viui raggi; Ma porgea inditio altrui del suo venire A' l'aure fresche il suentolar de' faggi; E'l ricopir le sue sembianze belle Con sottil velo le minute stelle. Ma quando rinforzò de l'aurea Tromba Il formidabil suon, ch'à Marte inuita; E ch'al canto guerriero hormai rimbomba L'alto monte, e la Valle erma, e romita; Questi prende la spada, quel la fromba, Copre de l'elmo altri la fronte ardita, Con forti armenti alcun le Torri tranno Sotto le mura del crudel Trianno. Come de l'Oricalco s'ode il suono, A' cui pronti rispondon Sesto, e Abide; Che l'aere intorno rumareggia al tuono Di Machine, e de gli altri ordigni al strido. Bonifatio, e Rainiero, & altri sono. Con cor feroce, & iterato grido Sotto scudi appiattati, empion la fossa, Scoton le mura con l'horribil possa. Sotto liquali gli Italiani accolti, Non men de gli altri coraggiosi e audaci, Questi appoggian le scale, & altri molti Vibrano dardi, & altri auentan faci; Odi detti odiosi à lor riuolti; Odi di quà, di là voci mordaci; Giù da le mura, i Tessali superbi Lancian foco, e saette empi, & acerbi. Minacciar vedi con terribil fronte Da l'alte mura il coraggioso Duca; Non molto lungi il furioso Oronte, Come à la pugna grosso stuol conduca; Scorgi Meandra, acccioche al Ciel sormonte, Il nepote suo caro in guerra adduca; Come lo'ndrizzi, e'l giouinetto desti Ad opre illustri, à gloriosi gesti. Sopra gli assalitori vn graue, e spesso Crudo nembo di fassi scende, e pioue; Che percote le membra, e rende oppresso Ogni lor elmo, e'l volge in forme noue: Fanciulli, Vecchi, e'l più benigno sesso Fan trale Torri memorabil proue, Loro aualora, e rende inuitto il core Del Paterno terren perfetto amore. Costei porta materia; onde essa offenda Con forte mano le contrarie schiere, Colei le faci, e'l foco, acciò si accenda La Torre, e l'altre machine guerriere; Ne c'è in lor, che stanchezza si comprenda; Ne c'è, chi fugga, s'altra in guerra pere; Anzi sia quasi vita iui il perire, Cresce la forza in lor, cresce l'ardire. Et in sembianza di guerrier feroce Si scopre allhor la Vergine miranda, Con fermo braccio, e con teribil voce Spauenta, e l'alte scale à terra manda. De' suoi seguaci tra la schiera atroce Fulmina, ad vno sgrida, ad vn comanda; Vn essorta, vno lauda, vno riprende, E cosi à dir la saggia lingua prende. Se mai di lode, e di vittoria haueste Guerrieri amici in cor fedel desio, Prego, c'hora vi sia; ciascuno appreste Forza, ne'l suo valor ponga in oblio, Voglie animose in gentil petto aeste Ogn'hor sublima, e fauorisce Iddio, E rare volte auien, che 'l saggio, e prode Il premio perda almen di chiara lode. Il Re quà, là s'aggira, & à le Porte Prouede, e rassicura; e intorno pone A' la Cittade squadra fida, e forte; E ne le Torri genti elette, e buone: Tra merlo, e merlo; accioche diano morte A' gli offensori il Duce altri dispone. Guerrieri, Saggittarij, e frombatori. Scelti di tutta Grecia, e tra i megliori. Tra costor era il gratioso Armillo, D'honorati sudori asperso il volto, Cui del ciglio seren l'aere tranquillo Sdegno guerriero ha conturbato, e tolto; Mira con Bonifatio il buon Cratillo, Ch'à empir la cupa fossa era riuolto, Sceglie vno stral de la faretra, e tende L'arco, il coglie nel petto, e morto stende. Vn'altro assai più ratto, e più pungente Dal neruo reso il giouinetto auenta, Et al Rainier, che di guerrier possente, E di Duce il valor, l'arte appresenta; Traffiggè il destro braccio; inferme, e lente Le forze rimaner, la virtù spenta; E di negri dolori il corpo franco Gran nembo assalse, e quasi venne manco. Da la mura guataua, à qual bel segno Hauesse Armillo le saette impresse, Aristide, huom sublime, e di quel Regno Lume maggior; perche già'l Scita oppresse; Guerriero, e consiglier, forse il più degno, Che'n que' miseri giorni il Trace hauesse; Tra sagittari andonne, e del suo petto Suelo'l chiuso pensier con simil detto. Volgete hor, hora i Calami volanti Dagli archi vostri à' faticosi armenti; Quai tran l'eccelse Machine, e cotanti Ordigni, sien per voi feriti, e spenti; Lontan stien da le mura, e pria, ch'auanti Portino il passo; il lor venir s'allenti; Che poca offesa pon lontani à noi Farci, con l'armi, e co i soldati suoi. Ciò disse à pena, ch'adattati à gli archi Fur mille, e mille allhor saette, e dardi; E quasi à vn tempo rallentati, e scarchi Nel corpo anchor degli animal gagliardi; Resero i presti passi infermi; e parchi; E i moti de le Torri lenti, e tardi, Caggiono al pian traffitti, e restan esse Inutili à battaglia, e quasi oppresse. Sospira Enrico, e dentro il cor ristringe Graue dolor, che lo consuma, e strugge, Vede tant'opre vane, e l'ira spinge Nel mesto ciglio, e in se sospira, e rugge. Però con più furor le sue sospinge Genti à l'assalto, e i difensor distrugge Con nube atra distrali, che va'l Cielo, E scendendo fa i Greci horrido gelo. Già molte, e molte scale al muro poste Sono, ei porge col guardo animo, e forza, Già i gradi ascende innumerabil Hoste, L'vn caccia l'altro, e di salir si sforza; A' chi ascende primier son già proposte Corone, e Palme; onde ogn'vn si rinforza: Questi, e quei d'esser primo auido brama, Spinto dal suon d'allettatrice fama. Vn s'alza spinto da l'altrui furore, Preme altri il primo, e ferro, e morte sprezza; Altri punto da' stimoli d'honore Và contra l'armi, e'l Greco ardir disprezza; Punto da frezzia in aspettata more A mezo il cor, da torma al male auezza, Che cader fà sù l'Italiane squadre Brutte ferite, e morti acerbe, & adre. Quà, là corre, conforta, essorta, e caccia Li suoi Soldati Oronte à la difese; Questo, e quello guerriero entro si agghiaccia, In se prouando le latine offese: Ond'vn s'arretra, vn fugge, alcun la faccia Di bianco tinge, che già sdegno accese; Ma in ciascun di viltade i segni vede, Che quanto può in sicure volge il piede. L'HIrcan s' attrista; tutto folle, & ira S'inaspra in questo; e qual mar crudo freme; Per le braccia, e pe' i panni tragge, e tira Color, che nel fuggir posto hauean speme. Il misero Bessan sdegnoso mira, Che de gli altri assai più pauenta, e teme, Con forza il prende, e quanto hà in se potere, Lo scaglia in mezo à le contrarie schiere. Tù, che l'armi inimiche abhorri tanto, Disse, hor tra franchi và, codardo, e vile; E con tal salto mostra ad essi, quanto Superi noi, à te chi fia simile? Caggendo colse, Statio huom pien di vanto Aspro, e superbo; ma distirpe humile, Cade, e con la sua morte dona aita A' l'vccisor, che lo priuò di vita. Pioggia d'armi pungenti ver le mura Volge l'italo inuitto, e'l Gallo audace, Hor questi, hor quei però con morte dura, Sù le Torri, e tra merli estinto giace. Già nel più baldanzoso alta paura Raffredda il cor, ch'arse calor viuace; Gli animi prodi, e l'infiammate voglie Tarda, e da l'opre i più lodati toglie. Alzan le faccie intrepide, & ardite Tarso, e Parmeno, e auentan pietre, e dardi; Piaghe profonde, horribili ferite Portan; benche lontani, à i più gagliardi. Il Zen; benche à pugnar null'huom lo 'nuite Aspetta i suoi, che sembran lenti, e tardi, Poi sprezzando i perigli espone il petto Pe'l suo signor, che s'hà per gloria eletto. Scalo dicento gradi, e cento appoggia Con saldo braccio à l'inimico muro; Ne di selci la grandine, o la pioggia Lo ritien de' Bitumi, o parli duro: Ne trattiene, ch'al fin non saglia, e poggia A'l'alte Torri l'animo sicuro; Ne spada, o lancia, o colpo di saetta Può render la sua via manca, o interdetta. Salito à l'alte cime spiedi, e spade, Volge in lui tutta quella schiera infida; Con quel furor, che fulminando cade Graue sasso dal loco, oue s'annida: O con quel, che scorrendo l'aeree strade Sfoga vento crudel l'irate grida, Fermo stà, quasi torre, a le percosse Di tanti, che in lui spendon'arte, e posse. Ma quali armi, o qual forza adoprar puote, Che da morte lo scampi? pianti, e preghi Vserà? questi no? pria l'alte rote Si fermeran, ch'egli à viltà si pieghi; Che farà? morir vuol? sue voglie vote Di speme son; ne fia, che morir nieghi. Dispon morir; ma di si illustre morte, C'habbiano i viui ad inuidiar sua sorte. Ei tra loro si scaglia in fretta, e caglie Co'l brando ignudo il misero Orcomeno. In guisa tal, che con singulti, e doglie Lasciò l'anima errante il caro seno; Piaga indi Eurito, e con vn colpo toglie La vita à Salio, à cui rincresce meno Abbandonar quest'aria, e l'alma assai Che bella Donna in Sparta in pianto, e in lai. A' Stenel, che gridaua, ah, non s'vccide Costui, che stolto, è costà sù salito? Tra denti caccia il ferro, e li diuide La lingua, è morto già, non che ferito, V'accorre Oronte, che da lungi vide L'opre famose co'l suo stuolo vnito, Con forte mano, e formidabil faccia L'assale, lo ferisce, e lo minaccia. Le piaghe impiaga, e le ferite fere, Tante in se n'hebbe allhor quel corpo audace; Ma sue virtù magnanime, e guerriere Ritengon l'alma, ch'al fuggir si sface; Offeso, offende, e molti fà cadere Per la sua man priua d'humor viuace. Da l'ampie mura à basso il sangue pioue, Mentre di valor scopre opre alte, e noue. Quasi da vn sol voler; ma ben da cento Spade, è percosso il giouinetto quiui, L'ira viuo il sostien; perche non lento Vien da mille ferite il sangue in Riui, Mancar si sente; e qual di vita spento, Sente fuggir gli spirti ardenti, e viui; Perciò per se corcossi in terra; o degno D'animo generoso inditio, e segno. Per te posasti, inuitto, hor chi mai fia, Che del cader tuo goda, e dica spinto Da vana ambition, che 'l vero oblia, D'hauerti con sue forze al pian sospinto? Fai qual leon magnanimo, chesia Da Cani, e cacciator ferito, e cinto. Ch'al basso ponsi in mezo à Pini, e à Cerri, Sdegnandosi veder, ch'altri l'atterri. All hor l'Eternità, c'ha 'l Tempio in Cielo, Scrisse i tuoi merti in sempiterni carmi; Onde fia eterno il nome, e senza velo Splenderà il tuo valor, la gloria, e l'armi; La Patria tua di lagrimoso gelo Si bagnò'l sen stillar lagrime i marmi; Crebbe pe'l pianto suo quel mar, ch'intorno D'Adria felice cinge il lido adorno. Ti pianser di Bellona i fidi amici, Zeno famoso, e la battaglia atroce; De l'arte militare i crudi vffici; E'l ferro, che cotanto al mondo noce; Da sponde allhor, da lidi, e da pendici A' dir con chiaro suon s'vdì vna voce, Vedoua è la militia, & orba l'arte, E vani i pregi del superbo marte. Intanto Enrico, che di Capitano, Non men, che di guerrier l'opre adempia, Vigor porgea co'l dir graue, e sourano A' la gente, che i gradi alti salia; E Plautio, che da lui poco lontano Per gir ne la Città tenta ogni via; Con vn Pallo di ferro romper proua Le mura, al gran pensier sua forza gioua. Sù per le scale innumerabil sorge Popolo bellicoso, e quasi giunge A' l'alte cime, e timor grande porge A' gli assediati e il cor trapassa, e punge; La torma, ch'indefessa à gli altri scorge Materia; onde s'offenda, e presso, e lunge: Tra tanti, che raccolgon sassi, e marmi E fochi accesi, & offensibil armi. Porta sopra le mura aspra, e pesante, E di strana grossezza immensa Traue, E sù le schiere nostre in vno instante Spinta, caddè giù ponderosa, e graue; E scale, e genti, & armi rotte, e infrante, Di lor tristo miscuglio, empia fatt' haue; A' chi vicin tronossi, o braccio, o testa Tronca, altri sotto lei sepolto resta. Al moto, al tuono, al gran rimbombo, à quelli Danni, e di tanti morti al mesto horrore, Sbiggottì il Campò, e si ritrasse nelli Di tema abbissi, e s'aggelò nel core. Hor chi fia più di voi vili, & imbelli, Che di mural corona al primo honore Audace aspiri, che'l supremo ardire Senza premio non fia; premio e'l morire. Cosi con occhio torto, e volto oscuro Oronte disse con sdegnoso riso. Si ritrò alquanto dal nemico muro L'Italo à tanto mal tristo, e conquiso. Alcun però da lui non è sicuro, Che di saette vn nuuolo improuiso Cade suora essi, in guerra i più famosi Manda di Lete à i torbidi riposi, More il Cantacusin; Cade il figliuolo D'Andronico, che'l regno odiato resse: Ambo i volti traffitti, e vn grande stuolo Il nembo di saette affatto oppresse; Molti partir feriti, e molti à volo N'andar temendo le punture spesse, Mirtillo parte, Oronte solo in cura Resta, e Meandra de le Achiue mura. Veduto il Duca hauea, ch'allhor si tolse Da la muraglia il Franco, e l'Italiano; Disse ad Alessio, o Sire, in cui far volse Virtude il seggio, o Imperator Romano; Hor, che lontan da la Città s'accolse Timido in vista il Gallo, e l'Alamano, E con ferri volanti è lungi danno A li Soldati tui morte, & affanno. Consiglio te, se à te par buono, e degno, Et vtile il consiglio, aprir la Porta, E gir co i tuoi meglior contro lo 'ndegno Capo latin, che tanto mal ci aporta, Piacque il pensiero al Rè, tosto diè segno, Che partir vuole, i suoi regge, e conforta, Sà, se assale improuiso, dar à quello Tema, e strage, gran danno, al suo drappello. Eran Girsi, & Alpin d'vn Ati figli, E di rustica Ninfa, à Pindo in seno, Nacquer già tra le Selue, e tra gli artigli Di crude fere sotto Ciel sereno: Poi da le mamme tolti tra i perigli; Guidar la vita senza legge, o freno; Fur posti ambo dal Rè guardia, e difesa Di quella vscita, che d'aprir s'han presa. Ruuidi, rozi, e di seluaggio aspetto, Simili à l'alto monte; onde son nati. Quasi due Quercie, ch'à l'Etereo tetto Alzin d'horride foglie i capi ornati: Con armi terse, e con superbo Elmetto. Di scudo, e spade rutilanti armati, Girsi si pose à vn lato; Alpino à l'altro De la porta à custodia huom aspro, e scaltro. Sù gagliardo corsier, qual fiamma al corso, Di fattezze leggiadre, auezzo in guerra; Con le redini d'oro e d'oro il morso Alessio n'esce de la chiusa terra: Michiel il segue, e viene in suo soccorso Ardelio, il qual già fulminando atterra Con la mente i nemici. ha quasi tutto L'Essercito suo grande il Rè condutto. Con regal pompa, e venerando rito Dauanti al grande Imperator veniua D' Sacerdoti tra lo stuolo vnito, L'Imago santa de l'Eterna diua: Con cor deuoto, e con celeste dito Questa dipinse, e sue bellezze apriua; Vno de' quattro, che scoperse al Cielo Con veridica penna alto Euangelo. Quando il Veneto Sir vide apparire Il volto gaudio de le eccelse menti, La mano ritardo, ripresse l'ire A'mezo il corso, e fe suoi sdegni lenti, Scese il destriero, e quella à riuerire Pose il ginocchio sopra i sassi algenti, Tacito, e humil con risonanti note A'l' vdito diuin cosi percote. Sdegni la tua bontà di rimanere Del sacrilego à vdir le sacre note; Ma di noi; benche ingiusti, à le preghiere (C'hor dal cor sant' affetto à l'aura Icote.) Vieni à noi, lascia l'Empio, che le vere Leggi del Ciel non serba à te deuote, Vieni, o lume de l'alme, e porta teco Nobil vittoria contra il falso Greco. La seguon Duci, Cauallieri, e Conti Li megliori del Regno, e li più forti: A'por la vita ad ogni rischo pronti; A'sprezzar per l'honor perigli, e morti. Alteri in vista con audaci fronti Mandan le strida al Ciel, par ch'ogn'vn porti Tema, e terrore, impetuosa fere Tal voce l'alma à le Latine schiere. Quai con lo scudo, e con la lancia in resta Ad incontrarli van con tanta fretta; Con quanta lascia l'arco, e l'aria infesta A'portar morte horribile saetta; Gia si fiede, si abbatte, e si calpesta; Fassi di quà, di là stratiò, e vendetta; Suenan Loriche, e arnesi à i colpi, e l'ira Arde à l'offese, e v'è chi geme, e spira. A' l'assalto impensato, al moto horrendo, Cede alquanto atterrito il popol franco; Alessio, e gli altri Achiui ciò veggendo Fecer la mano, e'l cor più ardito, e franco; Il Belgico Adamasto al pian caggendo Ferito, restò allhor di spirto manco, Elimo, Remo, e Orsilio il Trace atterra, Vn di Fiandra, vn di Spagna, vn d'Inghilterra. Plautio, che vede i Greci vsciti, e anchora La porta aperta à la Città superba, Stende i gran passi, e tolta ogni dimora, Che l'onta anchor del foco in mente serba: Però vuol vendicar, quanto in quell hora Fecero, e raddolcir sua voglia acerba, Vola, non corre, asceso vn suo destriero, Lento li par, benche veloce, e fiero. Ne l'entrar il grand'Vscio Plautio vede Gli altri Giganti, quasi monti immensi; Per passar quello affretta il presto piede; Ma di costor ferm s'affrena, e tiensi, A' lui ben per piagarlo Girti diede Nel fianco, e grida, ah sciocco, che far pensi? Ne le presenze nostre, o queste spade Temi, per cui gran possa, e inuitta cade? Non risponde à colui; ma il brando volge, E dal tergo il gran capo à vn colpo scioglie; Che rotando di polue al pian s'auolge; Cade il tronco infelite sù le soglie: Tuonar del centro le tartares Bolge, Al gran cader de le Gigantee spoglie, Qual se dal monte Pindo suelto à basso Caggi, e ruini dirupato sasso. Alpin mirando il suo compagno estinto Co'l ferro l'vscio allhor chiude le puntella; Con la spalla e con piè, ch'aperto, e spinto Non possi esser da man nemica, e fella. Plautio del suo furor caldo sospinto Lascia il forte destrier, scende di sella; Vrta con forza tal che rompe, e spezza Catene, e sbarre, e ogni ferrata asprezza. S'apre l'entrata, fulmine, o Bombarda Non mai tanto rumor seco n'adauce, Quando tuonando, e fulminando, ch'arda Il mondo par vibrando fiamme, e luce, Entrato non il piè ferma, o ritarda, Ch'ad altro aspira l'adirato Duce, Temendo Alpino l'alta porta chiude, Quel dentro serra, e la sua gente esclude. Ne pensò, ne stimò, c'huom solo, e stretto Da genti irate, e da nemici auolto, Non fosse afflitto da gli Achiui, e astretto L'alma audace à spirar, qual folle, e stolto, Anzi d'hauerlo chiuso hauea diletto Gioco al popolo allhor d'affanni inuolto, Che sol credea; benche gagliardo, e forte Non fuggiria da Greci suoi la morte. Ma Plautio per la terra volge intorno Gli occhi auidi di sangue, e di ruine, Nei campi, nelle strade, e nel soggiorno Strugge le genti misere e meschine; Co'l grido, con lo sguardo estremo il giorno Porta; ne c'è, chi lui pur s' auicine; E felice Colui, c'ha'l pie veloce Per fuggir d'vn tal huom la spada atroce. Fugge la plebe vile, il volgo insano, Che'l timor più, che'l ferro in rotta spinge; La faccia oscura, e la terribil mano, Che morte quella ad abbracciar constringe. Quanti ne incontra, tanti stesi al piano Miri, e s'è viuo alcun caccia, e respinge, Cade il popolo imbelle, che sol pone Ne la fugga, e ne piè merto, e ragione. A' costui tronca vn braccio, ad altri fende Il capo, alcun traffitto estinto cade, A' simil sorte và, chi si diffende Dal ferro suo, che val per mille spade; Pietà no'l moue, prego non intende; Non bellezza, non sesso, non etade Il piega, il mondo teme, e teme il Cielo Più il brando suo, che'l suo fulmineo Telo. Entra in humil albergo, e prende il foco; N'esce, quà, elà lo gitta, e lo dispensa; Onde l'ampia Cittade in più d'vn loco Per la man formidabil miri accensa: Misera, doue son le feste, e'l gioco; Li lauti cibi, e l'honorata mensa? Ahi, come in doglie i tuoi contenti cangi, E se lieta ridesti, hor mesta piangi. Se le Valli profonde, e i Colli aprici Ridicean paghi i tuoi soaui amori; Godero, al tuo goder, quai fidi amici. Che de l'amico lor pregian gli honori; Hor le suenture, e i casi tuoi infelici Piangon, fatti pieto si à i tuoi dolori; Ma pietosa non fan la cruda spada, Ch'à far strage di te punto non bada. Struggon l'aride fiamme, e'l foco oscuro Le dorati Palagi, ei fregi illustri, Quai di marmi eccellenti eretti furo Con ingegno, e sudor da i fabri industri: Quai poi credean nel secolo futuro Esser a'honor per mille, e mille lustri: Mirano in tempo breue, in picciol hora, Come il foco letal strugge, e diuora. Con sciolte chiome, e con le guancie asperse D'amaro pianto, impallidite, e meste, Chieggion soccorso à lor sciagure auerse Le Madri, e ogn'vn da la Magion celeste, Suonan l'aperte loggie, e le diuerse Stanze à' gridi, à le voci egre, e funeste; Cangian gli habeti lieti in negri panni; Le dolci cure in tormentosi affanni. Suon di sospiri, vn mormorio d'intorno S'ode d'alti singulti, e di querele; Va'l popol contra lui poi fa ritorno; Nè sà per tema; oue s'ascondi, o cele; Con fretta allhor dal solito soggiorno Parte per raffrenar la man crudele Risano, in terra tanti estinti vede, Ch'à pena à l'occhio proprio presta fede. D'huomini stesi le troncate membra, Di caldo sangue vn ben ampio lauacro Mira, e la piazza, à cui vero rassembra Tragico campo à l'empia Parca sacro; Resta stupido sì, ch'ad' altrui sembra Non huom, ma a'huom verace simolacro; Guata lo stratio de'suoi cari amici, Imagine crudel de' sdegni vltrici, Merauiglia, stupor, cordoglio, e sdegno, Traffigge à vn punto à quel guerriero il petto: Quanto più innanti và, più certo segno S'offre, e d'immanità più chiaro effetto: E fuggir vede il volgo inerme, e indegno, O vcciso, ond'arde d'ira, e di dispetto: Dolente à vn suo scudier và, dice, e chiama Mirtillo, à cui di ciò non giunge fama. Và tosto il messo sbiggottito, e smorto Troua Mirtillo, e sospirando dice, Ohime, Signor, dure nouelle io porto: Nuntio d'esser bramaua più felice. Plautio ne la Città distrutto, e morto Hà quasi tutto il popolo infelice; Ne alcun osa assaltarlo; che'l morire Temon, sia certo premio à pronto ardire. Ne pur fà dela gente accerbo scempio, Quel huomo formidabile, e feroce; Ver le case, e i Palagi il furor empio Sfoga, e con ferro, e foco al tutto noce: Io stesso vidi, o non più visto essempio Con forte man, qual folgore veloce Quasi nouo Sansone à vn colpo solo Trar tetti, e Torri, & adeguarle al suolo. Vieni, e soccorri à la Città dolente, Di cui sei propugnacolo, e difesa, Se non fia in breue morta la tua gente; E la tua Patria, ohime, distrutta, e presa! Sospesa, ferma attonita ogni mente Restò del danno la nouella intesa; Ma più di tutti il Duca sente al core Per tanta nouità rabbia, e dolore. Vieni, ogni breue indugio alto periglio Porta, o gran sire, il foco mira alzarsi; Deh alza, anchor soggiunge, inalza il ciglio, Vedrai Torri, e Palagi accese, & arsi; E quel, che mette in noi tema, e scompiglio; E'l veder per lui tanti à terra sparsi; E traffitti, e troncati; la Cittade Trema, e s'asconde à tanta crudeltade. Ne quella parte, oue è à difesa posto, Lasciar disegna del suo aiuto priua, Troua Meandra, & à lei narra tosto, Da Plautio quanta strage, e mal deriua. Nobil guerriera lo cui vanto ascosto Non tien di Teti la più ignota riua; Ma doue dir si può, che non si mostri Il sol de la tua gloria à gli occhi nostri? Prego, che prendi, e'l tuo valor no'l nieghi, Sopra parte de'miei, gran Donna, impero? Dura necessità fa, c'hora pieghi L'armi, e'l poter contra il nemico fero. Tacque, vopo non son tuoi detti, o preghi, Doue il bisogno, e'l mal si scorge vero; E se poco potrà la spada, il petto, Disse, supplirà pronto al mio diffetto. Ciò rispos'ella, ei gratie rese, e poi Da la bella guerriera in fretta parte. Và Gernier seco, & altri illustri Heroi, Oue ogn'vn strugge l'Italiano Marte. Estinti molti Gittadini suoi Vede, e le membra per le strade sparte; Vede le fiamme raggirarsi intorno, Arder le case, e'l ragio alto soggiorno. Eorse tal mira da sublime altezza Rozo Pastor, non senza doglia, & ira Foco, ch'ardendo toglie ogni bellezza Dei campi; onde gemendo alto sospira; O fiume, ch'ondeggiando abbatte, e spezza Stalle, & alberghi, e'l gregge seco tira, E muggiando rapisce, e porta insieme Del cupido Arator la cara speme. Mirò, stupì, gran pena il cor li offese Veggendo vn solo; benche Achille fosse, Tanti habbia vccisi, impauriti, e accese L'ampie contrade, e mura mosse, e scosse; Infiammato di sdegno à i suoi dir prese, Quai per vergogna hauean le guancie rosse. Cosi Romani, anzi Romane, altrui Pugnate, & opprimete i furor sui? Ne la nostra Città, ne le man nostre Vn huom rinchiuso sol vr sbrana, e straccia; Oue è l' ardire? oue le forze vostre, Oue il vanto; ahi, che gia s'informa, e agghiaccia; O Vergogna, o misfatto, hor sien dimostre Vostre virtudi, à lui volgiam la faccia; Che dirà il mondo, se quà inerti tutti Siate per man di vn sol morti, e distrutti? Al venir di Mirtillo torna, e viene Il popolo fuggito, e ascoso, doue; Plautio gagliardo, inacerbito tiene La piazza tutta, e fà stupende proue; Di mille spade, & aste in se sostiene La punta, e'l taglio, ne si scote, o moue, Se non, in quanto à incrudelir lo spinge Quel furor natural, ch'al cor ristringe. Più assai si moue à i tempestosi fiati Di furente Aquilon sassoso monte, La cui matura etade ha i piè portati Al centro, e verso il Ciel la dura fronte: Di lui, che spinto allhor da tutti i lati, Da quelle man ben valorose, e pronte; Ne si sgomenta, o mostra di fuggire Di cotanti nemici armi, & ardire. Con quel furor, con qual l'Orso s'auenta Di forti cacciatori à stuol feroce; Che di volante dardo il ferro senta, Impiaga quello, e i Cani offende, e noce. Cosi'l latin guerrier crudel diuenta Stimolato, ferito; il brando atroce Volge d'intorno, e duolsi, che non possa Spegner di tutti à vn colpo anima, & ossa. Moue al mezo di tanti gli occhi in giro, E quanti ne colpì, tanti ne stese; Felici si stimar quei, che fuggiro De l'alta destra le mortal contese: Risano, Arnaldo, Osmiro, e Casimiro, Guerrieri inuitti in lui le lancie han tese, Vn percote la gola, & altri il petto, Vn i fianchi, vno il volto, alcun l'elmetto. Cosi veggiam da cento Cani offeso Indomito Giouenco acceso d'ira, Che molti, e molti sù le corna ha preso, Con superbo muggir quà, là s'aggira. Tal il guerriero, che pur resta illeso Solo tra tanti hor questi, hor quelli mira. Poi con gli vrti, col guardo, e con la spada Fà, che'n terra gran turba estinta cada. De la stirpe regal d' Angelo viene Consaluo, huom d'alto ingegno, e d'opre giusto Del qual forse meglior non vede, o tiene De la reggia sublime il sangue augusto. Qual al pazzo tuo ardir, hor si conuiene (Venia gridando il giouine robusto) Si darà il premio, in questo gira l'asta Nel petto; ma la forza à lui non basta Qual, se da debil vecchio, o da inesperto Fanciul di vigor priuo tocco fosse, Tal strisciò à pena l'armi, il segno incerto Si conobber lasciar le sue percosse; Ben à lui lasciò il Capo, e'l ventre aperto Plautio col brando, quando in lui si mosse. E caddè bipartito su'l terreno. Pria, che cadesse era venuto meno. Con impeto maggior, con maggior forza Spingonsi i Greci, e lancie, e dardi, e sassi Gli auentano, e più ogn'hor cresce, e rinforza La gente, e l'armi; onde dubbioso stassi; Vede, ch'ogn'vno in lui s'auanza, e sforza Di superarlo; ond'ei più fiero fassi, Ceder non vuol, che l'odio no'l consente; Ne'l suo valor, ne la su' nobil mente. Sdegnoso, e lento, qual leon feroce Da molti Cani, & offensori appresso, Da spiedi, strali, e da terribil voce, Trauagliato, traffitto, spinto, e presso: Sdegna volgere il tergo, oscuro, e atroce Il guardo volge, e teme di se stesso. Pur magnanimo in vista alto terrore Partendo porge de'nemici al core. Il dico, o'l taccio, il dirò, anchor che sieno Per non hauer credenza i detti miei, Crescer vede ogn'hor più, qual fiume pieno, Gli Greci à stuoli, non à quattro, o sei, Teme, ch' al fine il vigor venga meno; E di morte sentir gli vltimi omei, Sbalza co'l salto sopra l'alte mura Il suo gran corpo l'anima sicura. Cosi scorgiam tallhor, da vn sasso alpestre L'ali spiegando alzarsi Aquila altera, E battendo le penne agili, e destre Poggiar sublime à la superna sfera; Cosi la spoglia sua graue, e terrestre Inalza fuor de la nemica schiera, Gli Achei lasciando stupefatti, e intanto Di estinti la Città piena, e di pianto. Poi da le mura, o ben mirabil salto Nel mezo à i fidi suoi lanciossi, e scese, Stupido il Campo il vide scender d'alto, E del Greco fuggir armi, e contese, Parea, che Dio per dar l'vltimo assalto A' la Città per tante hanute offese; Marte giuso dal Ciel scender fatt habbia Per trarre al fin cosi importuna rabbia. Restar di sdegno, e di vergogna ardenti Gli Traci, e'l Duca immobile, e confuso, Simile à quel che vede, onde pauenti, Il fulmine aggirar, doue è rinchiuso. Meandra intanto le nemiche genti Hauea scacciate, e molte scale giuso Precipitate, e combattenti molti Con la spada Fatal dal mondo tolti. E si scorgea da questa parte, e quella Il Dandolo animoso, e'l forte Greco Molti hauer stesi, e qual turbo, o procella Sparse le squadre, e spinte al mondo cieco; Ma il danno era maggior ne Greci, e fella La strage, e grande; onde s'attrista seco Il cor de' più famosi; Ardelio vccide Decio, & Eletro, e'l lor poter deride. Panetio, che già nacque, oue si mesce Del Pò l'onda sonante in grembo al mare, Contra il giouin fastoso irato n'esce Per cangiar viue voglie in pene amare: Inegual paragon, ben li rincresce D haue si esposto al risco, hor che dee fare? L' orta, e l'abbatte con la lancia forte, Onde ne corre il buon campione à morte. Gloria vana, e superba, e vanto audace Il giouenil pensier regge, e commoue; Ne di fortuna instabile, e fallace Crede il poter sia in militari proue; Ma, che sol di virtù splenda la Face, Quiui chiara riluca pia, che altroue, Di Scotta il Duca assalta, e sopra il braccio Il batte, il brando và qual vetro, o ghiaccio. Resta la destra inerme, à vn tempo istesso Rapido strale in fronte al destrier giunge, Cade morto il meschin; rimane oppresso Sotto il Guerrier, la sua Meandra è lunge, Come vn felice stato, hor li è concesso Veder, ch'à lo infelice si congiunge, Ne può se stesso aitare, o morto, o preso Fia dal nemico, se non è difeso. Il Scocese li è sopra, ha'l ferro stretto, Dar li vuol morte; inalza il braccio armato, In questo il guata, e vede vn giouinetto Di nobil faccia, e di sembiante grato; Dolce pietade à intenerirsi il petto Sente, e raffrena il desiderio irato, Si dà prigione, ond'à le proprie tende Il manda, & egli libertade attende. O come in picciol hora à terra cade Baldanza, e fasto in fortunato core; S'auiluppò tra mille lancie, e spade, Temuto, riuerito, e vincitore; Et hor tanta sciagura al forte accade, Per sorte iniqua, non per proprio errore, Hor prigion tra Catene in forza altrui Gemendo piange gl'infortunij sui. Elpidio, Claudia, Bonifatio, e'l Conte, Enrico, e d'esso il generoso figlio. Con alto grido, & empito a la fronte Fiedono i Traci, e dan rotta, e scompiglio. Cosi l' Itale genti altere, e pronte Fan del nemico sangue il pian vermiglio, Claudia Ilio, il Conte Ifilio, Enrico, Acesto Vccide, & il Marchese Eneo, e Sergesto. Impaurito Alessio à pena tiene A' l'empito, al furor ferme le schiere; Onde s'arrabbia, e'l foco per le vene Scorre, e fuor n'esce per le luci fere; Fuggir non vuol, ne vuol voltar le schiene Il Re superbo à l'Italian potere; Da la Città Meandra intanto mira Il successo de' suoi, geme, e sospira, Scende, vn destriero ascende, esce la Porta. E giunge al Re ben opportuna aita, Con guardo lieto, e con maniera accorta Le lente squadre al loro vffitio in vita. Non tanto danno à l'auree spiche apporta Grandine vnita, che lor frange, e trita. Che più non sia sopra la gente nostra La destra sua, che gran virtù dimostra. L'assalto grande sola ella sostiene Di tanti stuoli, i suoi rinfaccia, e grida, Cosi si guarda, si difende, e tiene L'amico muro, e l'alta Patria, e fida? Cosi gli afflitti cor s'empion dispene; Cosi altrui si rincora, o gente infida; Cosi gli antichi padri, e i vostri tetti Difendete, e per lor ponete i petti? Co'l fuggir dunque, e co'l mostrare il dorso A' gli inimici nostri haurem vittoria? Questo è quel, c'hora date al Re, soccorso; Onde pe'l vostro ardir riporti gloria: Cosi si pone à l'Italiano il morso: Cosi si acquista al nome alta memoria; Cosi poniamo in libertade queste Parti, che'n breue fien stanze funeste? Cosi ragiona la gran Donna, e accende Tra'l freddo ghiaccio lor fiamma d'honore? Con l'essempio, e coi detti audace rende. Già timoroso, e pigro; hor foco, il core: Resiste il Greco fatto forza; offende Il Gallo audace, e scaccia il vil timore. In modo tal s'adopra, che si vede, Ch'al coraggioso Trace il franco cede. Da i suoi se guita l'immortal guerriera Dei latini al poter pronta s'oppone, E fulminando in rigida maniera Auien, che molti, e forti à morte done, Ecco fremendo, e folgorando annera Saetta l'aria, e par, che strida, e suone, E volando ad Alessio acuta giunge, La corazza trapassa, e'l viuo punge. Sospirando, e gemendo il ferro trasse Le'Imperator da la nouella piaga, Stilla il sangue maligno, e l'ime, e basse Parti inuermiglia, e alquanto l'armi allaga; Veduto il campo ciò timido fasse, E volge il tergo, ne più l'Hoste impiaga; E di Constantinopoli à le porte Fugge, e piange del Re l'iniqua sorte. Lor sgrida Alessio, ilqual lasciar desia La vita, e l alma pria, che l'armi, e'l loco Ma mira i suoi fuggir, la piaga ria Teme, sente inasprirsi à poco, à poco; Vede notte, che vien placida, e pia Per interporsi al disperato gioco; Ne sà, che farsi; ond'anco ad esso piace Volger le spalle, e darsi al piè fugace. Segue il Campo latin l' Achiue schiere, Ch'à la terra spronando il passo han volto, Sempre gli vltimi vccide, atterra, e fere, Vien stillando, anzi in fiumi il sangue molto. Fugge Meandra contra il suo volere, Ciò vole il Re; perche è al fuggir riuolto; Fuggendo essa talhor, volge la faccia, Vn opprime, vn percote, altri minaccia, Chi dir potrebbe in quanti modi, e'n quante Maniere à stuoli il Greco estinto cada; Come la morte in horrido sembiante Mouendo l'altrui braccio opri la spada; Chi tronco ha'l capo, el'altre membra infrante, Horrenda strage copre campo, e strada, Quiui le pompe sue dispiega, e mostra L'alta miseria de la vita nostra. Già Teti haueua al ritornato Sole Aperte al Tago le purpuree porte, E i suoi destrier tra l'herbe, e le viole Ne gian pascendo senza guide, o scorte. Quando superba al fin ritrar si vuole Da tanta vccision stanca la morte, L'armi sue rintuzzate essa depose, Dentro gli honori suoi s'accolse, e ascose. Mirtillo, Olindo, il fiero Brana, e quello, Che trasse gli occhi à Isaccio, indi il rinchiuse In pregion tetra; e'l giouinetto Eumello, Dentro tolgon le genti egre, e confuse: Il latin qual di Dio nouo flagello, Lor segue fin dentro à le porte chiuse; Ma tanta copia d'armi, e sassi scende D'alto, che di partir partito prende. Restò ad Enrico, o gran fauor superno, Nobilissima preda il volto santo De la Donna del Ciel, dal cui gouerno Fuggila schiera sacra in grido, e in pianto; Qual affetto deuoto il senso interno Toccò al pio Duce, o quanto gaudio, o quanto Ha l'essercito tutto, o quanto gode: O quante à lei di ciò dà gratie, e lode. Tosto il Campo Italian lieto ritorna De le trincere à i forti alloggiamenti: S'allegra Enrico, che l'altere corna Depresse al Greco, e i suoi pensieri ha spenti. Li feriti raccoglie, e volge, e torna Sicura in parte Machine, e tormenti: Poi tra i maggiori Heroi sereno il Ciglio S'accoglie, e siede à placido consiglio.

Il fine del Quarto decimo Canto.

Con Dione Meandra, e con Ernesto Va nel Campo inimico; Ardelio scioglie Fanno il Campo latin, Campo funesto; Rapiscon fregi, e sontuose spoglie; Ma nel ritorno lor da strale infesto Ernesto è colto, che di vna il toglie; La cui traffitta, e sconolata Madre, Prange la morte sua tra meste squadre. CHiuso in Bisantio il reo Tiranno gira A i suoi gli occhi di rabbia, e d'odio ardenti, Il numer de' Baroni più non mira, Che'n battaglia restar di vita spenti: D sperato dolor cosi l'aggira Pe' duri cosi, e sfortunati euenti; Che, quasi fù per rinouare al seno La piaga per se stesso, e venir meno. Ma'l Duca, Michael, Breno, e Gerniero, Aradino, e Bessan tant'oprar sanno: Ch'al Palagio real l'animo fero Con preghiera gentil concordi tranno; A sciorli l'armi questo, e quel guerriero S'addopra per scemarli al cor l'affanno, E pur son molti di que' prodi Heroi, Ch'odiano i giorni, ei portamenti suoi. Ancor, ch'egli habbia da la punta atroce D'acuto strale vulnerato il petto, Stassi con fronte immobile, e feroce Da pensier mille combattuto, e stretto; Ode sospiri, e lamenteuol voce; Sente di pianti, e lai pieno ogni tetto, Trauaglia sì la sua terribil mente Quella mesta armonia, che'l duol non sente. Curata la ferita, e di salute Sicuro; anchor, che lasso alquanto sia; Non fià, ch'egli tralassi, o che rifiute Di Tiranno, e di Duce opra aspra, o pia; E di sospetto pien le guardie mute, Teme, a misero impero, non oblia, Li suoi misfatti, e parli ogn'hor, che cada Dal Cielo in se vendicatrice spada. Pon sentinelle pronte, e vigilanti A l'ampie mura, à le rinchiuse poite: Pon d'alma, e d'armi giouani prestanti Quà, là indifesa de la regia Corte: Meandra, ecco s'accorge, che tra tanti Non son d'Ardelio le sembianze scorte, Pensa, ch'estinto sia, dubbiosa chere Con ansio modo à le sue amiche schiere. Mentre la donna guata, cerca, e chiede Di lui tra genti, e tra le squadre armate, E quinci, e quindi frettolosa il piede Moue, e non troua le maniere amate: Dione di Corinto, huom di gran fede, A' lei già noto per virtù pregiate, Dissele da Gilberto Ardelio è preso, Prigion l'ha seco, e non dal campo è offeso. Respirò alquanto la Guerriera, ch'ella Rimaso lo credea nel campo morto; Rischiarar parue la sua faccia bella, Porse al graue suo duol qualche conforto Dicea, quando nel Ciel più d'vna stella; La notte accenda, il Sol dal mare absorto; Vò gir notturna tra l'auersa gente. E quà menarne il Caualier dolente. E se'l Ciel non contrasta al bel desio; E'l Fato non inuidia à lodat'opre, Gilberto vccido, & il nepote mio Quà trarrò saluo, e fia, ch'n ciò m'addopre, Dion soggiunse, verrò teco anch'io, Ch'almen fia, che fedel la via ti scopre, O magnanima Donna, e sai ben quanto L'amo, e n'habbia di lui cordoglio; e pianto. E sai, che non per altro di Corinto Lasciai la Patria cara, e i Campi grati, Che da verace amor, da i merti spinto D'Ardelio tuo, da miei contrarij fati; Teco verrò, se son poi preso, o vinto, Ferito, o morto da' nemici irati, Non curo, o penso, meglio non intendo Spender la vita, se in suo prò la spendo. Parte la nobil Donna, il buon Dione Và, doue Ernesto era tra molti assiso; Giouine d'alta stima, e di ragione, Ne gli affari di guerra mai conquiso: Costui li era compagno, e in esso pone Suo maggior ben; ne mai da lui diuiso; O raro fù veduto, ambo gentili, D'età, di Patria, e di virtù simili. Dicea Dion fisando gli occhi al volto, Graue nel dir, del suo Compagno amato, D'audacia pieno ha già volto, e riuolto Cura di fama il petto egro turbato; Non sò, se buono, o reo desir m'hà colto; Se mal, se ben fia al mio non fermo stato; S'vtile, o danno à portar m'habbi questo; Se biasmo, o honor non emmi manifesto. Sdegno, Amor, Ira, & odio, e cruda voglia Con puntura crudel m'aprono il seno; Poiche prigion tra l'inimica soglia Hor giace Ardelio di miserie pieno; Ben à ragion Meandra alto s'addoglia; E l'astio sente in se d'atro veneno: Perche di vn tanto Heroe grande è l'honore E'l grido, e'l pregio di souran valore. Designat'ha, che quando à mezo il Cielo Notte l'oscura faccia habbia riposta. Lasciar il Campo, e sotto il fosco velo Gir tra nemici incognita, e nascosta. E Sciorre il Duce, per cui mi querelo, A' ciò far la guerriera è già disposta; Vuol ritornar quà seco, o rimanere Morta per lui tra le nimiche schiere. Me le offersi Compagno, e seco gire Se non guerriero, almen qual fida scorta, Ch'à me non dà spauento humano ardire; Ne fantasma crudel terror m'apporta: O s'altro più terribil huom può dire; Non fia, che resti in me l'audacia morta: Sò quanto possa vn huom: sò d'ardir quanto Habbia il latin o, à noi cagion di pianto. A me da'l cor per mezo ad archi, e spade Del nemico furor passar sicuro; E tornar il mio Duce in libertade, Quando ciò fia, del viuer mio non curo, Che quando questa vita nostra cade Per bene altrui, nel secolo futuro S'auiua, e qual Fenice aurea risorge. E di sua morte altrui stupor ne porge. Che per gloria acquistar pensier si ardenti, E tal desio stia sotto verdi spoglie, Stà immoto Ernesto, in cui d'honor men lenti Non son gli sproni, e le animose voglie; Disse gran cose far procuri, e tenti, Ma forse, che apperecchi affanni, e doglie; Perche à sommo voler sempre non segue Bramato il fin, che sua grandezza adegue. E se la regal Vergine non teme Ne l'ombra tetra gir tra genti auerse; Molto può, molto ardisce; le supreme Sue forze fer le vie di sangue asperse; Hoggi, quando il gran Re priuo di speme, Ferito il volto franco non sofferse; Quasi fuggente, sola ella sostenne L'Italo Campo, e gran soccorso dienne. Vò, che se vna fortuna resse queste Vite, con sorte pari, e virtù eguale; Ch'anco vna Parca con le man funeste Tronchi del viuer nostro il fil fatale; Che senza te Dione acre, & infeste Mi son le gioie, e'l mio poter, che vale, Gloria non mi saria senza te cara; Ma'l Ciel oscuro, e questa vita amara. Accheta il cor, deprimi questa altera Brama, che troppo, e troppo al mal trascorre, Tu rimanti, io n'andrò, doue la schiera D'Enrico posa, che noi tanto abhorre: Ne forse sdegner à la gran guerriera Me'n vece tua seco al periglio accorre, Ch'à te simile son di petto audace, Oso ciò dir; ma con tua gratia, e pace. S'à i lieti giorni, e à tenebrosi, e oscuri Te segui solo, o à te trascorsi innanti; Serbando sempre inuiolati, e puri De la nostra amicitia i riti santi. Esserti anchor compagno bramo, e i duri Successi abbracciar teco, e glorie, e vanti. Amico vuoi; ch'io resti solo, e humile, Sprezzato, e inerme tra la turba vile? Con lei dunque n'andrà, come dissegna, Il mio Dione à l'aere denso, e cieco, Me sprezzando, e schiffando; perche sdegna D'hauere à tanta lode Ernesto seco; Et io soffrir potrò, che doue regna Tant'odio, vadi sol, ne io sia teco; Nò, s'à te fui, ti sarò anchor conforme, E del tuo bel desio seguirò l'orme. Ma se disegnerà la nobil Donna D'hauermi amico, e seruo à suoi perigli. Il cor, che per honor mai non assonna, Prenderà solo, e mesto i suoi consigli; Se di te tal voler tanto s'indonna, Che de franchi non temi i crudi artigli, Dion rispose, e cosi'l viuer sprezzi, E'la virtù, come grande huomo apprezzi. Fà quanto à te par bene; io bramo certo, Che resti; Corriam quasi à certa morte; Ma tu di maggior fama, e d'alto merto Non espor l'alma inuitta à simil sorte: Ricordati, quant'hà per te sofferto La Madre tua d'animo illustre, e forte, Che sola ti ha seguito, e'l dolce affetto, Che ver te chiude nel suo saggio petto. Il risco è grande, e facile, ch'io cada Da lo contrario stuol traffitto, e vinto; Il mio amor, se ciò fia, narrar t'aggrada, Viua l'honor, se resta il corpo estinto: Tu con l'oro, con preghi, e con la spada Ricoura il corpo mio da pietà spinto; E di Tomba, e d'essequie, e anchor di pianto Honora il tuo Dione amato tanto. Per questo Ciel, per questo chiaro sole, Che'l mondo auiua, e'l tutto nutre, e serba; Il cor, che del Re nostro assai si duole, Sciolto in pensarlo il mal ne disacerba; Per la vittoria sua, pur come huom suole, Timor forse di noi più non riserba, Il reo Campo nemico, & ebro, e lasso Deue posar già d'ogni guardia casso. E facile assalir, vincere, e porre A' morte gente, c'ha di morte imago, Tra le dolcezze sue voglio interporre L'amaro assenzo, e far di sangue vn lago; Rimanti, e non voler te stesso esporre Al risco, e del tuo fin mostrarti vago, Che caro più d'ogni felice Regno. E'l viuer, quando l'huom di vita è degno. Soggiunse Ernesto à lui, ne porti in vano Al mio stabil voler ragion fallace, Lo mio stato non curo, à risco strano M'esporrei, per mercar fama loquace; Quel beato stim' io, grande, e sourano, Ch'eterno viue; ancorche morto giace. Cosi dicean tra loro i fidi amici, Sol pensando i famosi alti, e felici. E di pari voler và doue siede Meandra, il fier Mirtillo, e'l Sommo Duce, Quella coppia pregiata, e di gran fede, Cui di lode desio guida, e conduce. Ernesto à ragionar principio diede. Ne sdegnar ciò, ch'à dire amor m'induce; Benche parra ad altrui forse, o gran sire, Pazza speranza, e inconsigliato ardire. Poi ch' Ardelio, il guerrier fù vinto, e preso, Del Re di Scotia hor seruo, e prigioniero; A' ragione Meandra ha d'ira acceso Il petto illustre, e'l cor sublime, e fero, Tra latini gir vuole, e'l figlio offeso Vendicar; poi tornar seco hà in pensiero; Ma lei preghiam, lasciar la cura à nui, E se serbare à le miserie altrui. Andrem noi, doue il fortunato Enrico, Contento Vincitor dorme, e riposa, E quì trarremoil Caualliero amico Sotto il silentio dela notte ombrosa; Essa ne resti, e non tra stuol nemico Porti il felice piè Donna famosa; Oue il fine è sicuro, oue si pone Cara vita di morte al paragone. Poco danno saria di due la morte Al Campo nostro, à la Città dolente; Ma s'ella cade, il Ciel si iniqua sorte Tolga pietoso da la nostra mente; Chi sarà mai si coraggioso, e forte, Di mano, e di virtù fermo; e possente, Che possa sostener l'Itale squadre; E far proue quai fà chaire, e leggiadre? E nosco habbiamo; onde cadran d'intorno A' lo 'nuitto Garzon ceppi, e catene, Mirabil herba, che dal mezo giorno A' noi si porta, e da l'estreme arene: Con questa il Re di Trota il gran soggiorno D'Achille aperse assai colmo di pene; Quando à mercar ne gia languente, e solo Il corpo amato del gentil figliuolo. Il Duca allhora, ch'era afflitto, e mesto Per la battaglia, è pe'l guerrier captiuo, Com' vdì ciò, qual huom dal sonno desto Sorge, e consola se di speme priuo, E bacciando nel volto hor quello, hor questo, Loda del Ciel lo spirto eterno, e diuo, Disse, god'io, che viuo anchor rassembra Quel antico valor, che morto sembra. Qual gloria posso eguale al mio desio Darui, ch'à vostri pregi agguagli il segno; Generosi Campioni, hor porga Dio A'le vostre virtù premio condegno. Ma tal valor magnanimo stim' io, Ch'egli sia don sol dise stesso degno; Canti ogni Tromba i vostri fatti, e scopra Al mondo il bel di si lodeuol opra. E se de l' hauer mio terra, o Castella V' aggrada, haurete, e porpore, e tesoro: Ma sò, che non apprezza anima bella Dominio, o signoria d'impero, o d'oro. Rispose Ernesto non vuol premio quella Virtù, ch osa per dare altrui ristoro; Ma prego te, ch'à mie preghiere attendi, E'l tuo volere al mio benigno rendi. S'auerrà, che colà nel Campo Hostile Quello spirto; ond' io spiro, estinto resti. Mirtillo à te, che sei saggio, e gentile, E di petto sublime, e d'alti gesti, De la mia genitrice à cui simile D'amor non vedi, e forse non vedesti, Il peso lascio, e tua bontà ne dia Conforto à lei ne la mancanza mia. Che dritto è ben, che si gran Madre, e tanto Amore, e quell' età graue, e cadente, Habbia qualche dolcezza, e'l suo gran piant Troui qualche pietà ne l' altrui mente; Fallo per Dio, ch'è vssitto giusto, e Santo, Che mai del ben oprar l'huom non si pente; Che allhor tu porgerai; benche già morto, A' l' afflitto mio sperto alcun conforto. Tu questa adunque abbandonata, e sola, Lagrimosa, e dolente in negri panni; Per pietade, o Signor, reggi e consola, Dà soccorso, e ristoro in tanti affanni; Non feci cenno à lei, non fei parola De' miei forse e de' suoi propinqui danni, Che soffrir non potrei del mesto volto La vista, o se' l pregar fosse in me volto. E più assai, che que' doni, e quegli honori: Onde me ornare, & illustrar t' ingegni, Caro à me fia, se i gemiti, e i dolori In mia vece di lei temprar ti degni: De la terra, e del mar moti, e furori. In pace tolse, e loro atroci sdegni, Lasciò commodi, ed agi, & al periglio S'espose, sol per seguir me suo figlio. A'le parole tenere, e di pieta, E d' amoroso affetto in tutto piene, Lagrimò'l Duca, e disse, hor rendi lieta La fronte, e di ciò in me poni ogni spene Per questa vita mia, per quel Pianeta, Che l' hore affretta, e fà l' ombre serene; Certo ti faccia il grand' obligo mio, Che' n lei seruir mai non sarò restio. Pria torneran dal mare à i propri fonti Con dolce moto i furiosi fiumi; Pria saran dure l' acque, e molli i monti, E priuo il Ciel de i suoi stellanti lumi; Che di fe manchi, e come hò i desir pronti, Che tempo o duol non fia, che mai consumi; Tai saran l'opre, e tacque, e à vn tempo diede Pegno la destra à quel d'amor, di fede. E à l' altro Gioue supplico, che sorga Fuor del Campo inimico à voi vittoria E' l Ciel, che sò, che m'ode, à voi ne porga Per cotanto fauor perpetua gloria; Meandra vdendo sia, che'n lei risorga; Dolor, pe'l suo nepote; onde si gloria; Essa hauer vuole; perche à lei s'aspetta, L' opra, e'l trauaglio, e farne aspra vendetta. Nega, ch'à risco tal pongan la vita; Sola gir vuol, ne vuol compagno, o guida; Nè, chi la segua, o chi le porga aita; Perch' essa nel valor proprio si fida. Lor rende gratie, e volea far partita, Ne vuol, che seguin lei tra gente infida; Si turbò l'vno, e l' altro à sue parole; Dion rispose, e nel suo dir si duole. Noi seguirem tuoi gloriosi passi, Pompa d' ogni grandezza, alta guerriera; Fidi serui, e compagni, e noi mai lassi Vedrai d'vccider quella iniqua schiera; Ti seguirem, doue il nemico stassi Tra gli horrori ai morte à l'ombra nera; Vinta al fin da lor preghi seco accolse Ambo gli amici, & al partir si volse. Stillante il crin già d'imperlato gelo Hauea la vaga luna al mondo esposto; E con pari distanze à mezo il Cielo Notte il Carro stellato hauea riposto; E'l silentio co'l sonno in fosco velo In pace ogni trauaglio hauean composto, Quando con quelli due la Donna prende La trita via ver l'inimiche tende. Dubbio cosi per tacito sentiero D'ombra notturna và ladro sagace, Com' essa, e l'vno, e altro Caualliero. Mentre, che l' aria, e'l Ciel tranquillo giace, Al fin veggon quà, là più d'vn destriero, E gente lassa, che riposa, e tace, Quà, là stan l' armi lor sparse, e disperse, Anchor del sangue hostil bruttate, e asperse. Lasciato han dopo se fosse, e steccati, Tra l'inimici van taciti, e cheti, Quasi li fochi estinti in tutti i lati Sono, ne c'è, chi'l lor viaggio vieti; Veggon guerrieri armati, e disarmati, In terra, qual sù paglia, e sù tapeti, Altamente russar, languidi, & ebri, Non il più vil; ma i più grandi, e celebri. Tra Bolge, carriaggi, & Otri pieni Di vin soaue stan nel sonno immersi, Si tosto non credean, che li sereni Diporti si mutassero in peruersi; O nostro van pensier, come i tuoi beni Di fortuna al soffiar restan dispersi, Che quando più stimauansi sicuri, Tanto son presso i fati acerbi, e duri. E giungono entro là, doue le tende Pose già il Campo, c'hor del senno è in seno; Veggono il luoco, oue Gilberto prende Posa soaue sopra molle fieno, Scorta la parte il cor viril s'accende. Qual da' venti agitato arde il Baleno; E lieta, e coraggiosa porta il piede Doue si giace, ei ciò non pensa, o crede. Ne sdegnò quella man, ch'osò star sola Contra il poter d'essercito feroce, Al gran Duca di scotia aprir la gola. Mentre il sonno li toglie, e senso, e voce. Cosi l'ira, e la rabbia toglie, e inuola L' alterezza, e l' honor, che'l cor le coce. Poscia à frondin co'l ferro aperse il core, Oue regnò, quasi in trinofo Amore. Vede tra due destrier languente, e steso Iro, che nacque già d' Adria nel grembo; Oue il mar procelloso, e d'ira acceso Rode, e dibatte ogn'hor l' algoso lembo: Li traffigge la gola, e fuori hàpreso Dal collo, e da la bocca il corso vn nembo Di negro sangue, batte, quasi stolto, Co'l piè sdegnoso à la gran Madre il volto, Giunge la forte Donna, oue pensoso Scinto de le armi proprie il terren preme Ardelio, il Cauallier, già si fastoso, Di cara libertà priuo, e di speme; Che'l suo caso infelice, e largrimoso, E lo 'nfortunio suo deplora, e geme, Co' Ceppi à i piedi, aspettar sol, che morte Le tragga fuor di si maluagia sorte. Co i suoi mirando la regal Donzella Il Re pur di Corinto illustre, e chiaro In fortuna si auersa, e si rubella Versò da gli occhi belli il pianto amaro: Ei riconobbe ben tosto di quella L'aspetto amico, e'l volto amato, e caro; Ne meno i due; ma pe'l dolor intenso Vaneggiar crede, e non dà fede dal senso. Che lo 'ntelletto, che impossibil stima: Quanto l' occhio li mostra; anchor che certo; Nega veder, quel, che pur vede, e prima Pensa, e pensando è nel pensiero incerto: Ma l'accorto Dione fia, ch' imprima Nel sen dubbioso il vero, e'l faccia aperto; Quando à disciorlo trahe, di donde chiude, De l' Etipo sua l' alta virtude. Quel con l' herba in cantata tocca à pena Le seruili catene; ond' era auinto, Che caderon disciolte, e da l' arena Stupido sorge il Cauallier discinto: Ch'à la parte del Ciel pura, e serena Le mani inalza da dolcezza spinto; E loda lui, che moue l' alte rote; E far possibil lo impossibil puote. Presta à fatica à quanto mira fede Il giouinetto Heroe lieto, e confuso; E stà, come Colui, ch'è dubbio, e crede Da gli inganni del sonno esser deluso. Drizza pieno d' amore il sciolto piede Di saggia riuerenza il volto infuso; La zia diletta abbraccia, e gli altri poi, Ch'al periglio si diero, incliti Heroi. Poi con breui accoglienze, e dolci note, Che dettaua il silentio accorte, e grate; Palesa ogn'vno il gaudio, e ciò far puote, Che tutte posan hor le schiere armate, E s'alcun forse è desto; si li scote Temenza il cor, veggendo l' armi odiate, Che tace, e finge non vederli; e proua, S'à torlo à presta morte il tacer gioua. De l' armi, onde è la terra sparsa intorno Si cinge ratto il giouine sourano; Di seruitù non teme oltraggio, o scorno, Ch' armato è in tutto, & ha la spada in mano; Brama strezzar del Veneto soggiorno Quanti là sono, e colorire il piano; Vede di quà, di là tanta la gente, Che sospesa è la man, dubbia la mente. Cosi da fame stimolata, e spinta Ircana Tigre s'ode a'ambo i lati; (Mentre cerca per far sua brama estinta) Di pecore, e di buoi muggi, e balati; D' assalir quinci, e quindi è risospinta La debol greggia, e far suoi desir sati, Nel tempo, che quà, là guarda, e riguarda, Il sommo del desio l'opra ritarda. Ei vede Cherso, ilqual dal sonno preso Giace tra i cibi, e' l vin languido, e lasso; Desia di ber sognando, il braccio hà steso Per vn Nappo pigliar; ma piglia vn sasso; Da la spada d' Ardelio in modo, è offeso, Che rimane di sangue, e d' alma casso; E scese à mescolar con l' onde chete Il vin beuuto de l'oscura Lete. Dione allegro, Salio, e Filemone, Troncando ad ambo il capo, à vn colpo vccide, In Liburnia lasciaro essi, e in Crotone, Diletti figli, e spose amate, e fide. Poscia vccide Amintore, il gran Campione, Ch' anchor par, che morendo Marte sfide; Costui viuendo già vanto si diede Stugger del vano Alessio Impero, e fede. Stretto anchor tien ne la feroce destra Tinto del sangue Greco il ferro ignudo; Da la superba sua Magion terrestra Partì lo spirto disdegnoso, e crudo; Ne da la man di morte empia maestra Voi Glauco, e Laomedon toglio, & escludo, Ch'à questi, e quei lasciar fa'l bel del mondo, E l' età giouinetta, e'l Ciel giocondo. Ne stratio minor far rimiri Ernesto, Furioso di rabbia, e d' odio ardente; Di genti senza nome, nel funesto Sonno, quasi senz alma, e in tutto spente; D' alcuni i nomi fur Dalio, e Fernesto Da Clodia, e Decio, e'l Palestin Volscente; Fuggì da' corpi lor l' alma già Donna In rossi veli, & in purpurea gonna. Dion, ch' attento ascolta, e intorno mira, S'ode, o vede alcun desto in tanto stuolo; Ne vede, o sente, e pur gli occhi raggira, Dal sonno sciolto, o marauiglia, vn solo. Rincorato da questo il brando gira Contra Albasen, che supin giace al suolo, Il sen li passa, e ad Ilio, & à Diamante. L'vn di Febo nemico, e l' altro Amante. A' Pelion poi passa il dotto seno, Gran Mastro d'arti occulte, ei si diè vanto Viuendo di trar giù dal Ciel sereno La Luna, e ricoprir d' oscuro manto; Traspiantar monti, e colli; & il terreno Far muggire, e crollare in più di vn canto, Et hor vietar non può, che'l Caualliero Non li dia il fin di morte horrendo, e nero. Lungo saria narrar quanti n' vccise Dione irato, e'l suo compagno forte Quanti Meandra in mille strane guise Con la spada crudel n' offrisse à morte; A' quanti Ardelio anchor l' alma diuise; Ma non senza timor d' infausta sorte; Timor non è viltade in gran periglio, Ma cauta cura, e prouido consiglio. Onde egli dice à la guerriera assai Distrage fatto habbiam; facciam ritorno; Pria, che del Sole i luminosi rai Porgano danno à noi portando il giorno; Ecco al bisogno mio, qual desiai Destrier di sella, e di sue briglie adorno. Qual di Scotia già'l Re portar solia, Quando, qual Dio de l' armi in guerra vscia. Cosi dicendo il prese per le belle Redini, e à la gran Donna pronto offerse. Mentre ella vccide quello stuolo imbelle, Cui d'estinguer la via sort' empia aperse, Vede splender più rare in Ciel le stelle; E le vie d' Oriente à bianco asperse; Partiam; ne fia, ch' alcun di gir ricusi, Pria, che'l nemico sol nostr' opre accusi. Cosi disse Meandra, allhor Ernesto A' Dion di partir scoperse il segno, A' gli altri venne; benche in volto mesto; Perche non sfogò à pien del cor lo sdegno; Di preda carchi lasciano il funesto Campo latin, di tanto male indegno; Cheti, quai lupi, che sospesi vanno Dopo, ch' al gregge dier mortal affanno. Tant' eran da Bisantio lungi, quanto Da le tende Italiane, quando venne Per vedere Aramon, se da quel canto La guardia il carco fa, ch'à lei conuenne, Vede ira l' ombra, che biancheggia alquanto, Vn moto, che di lor contezza dienne: E teme, e chiama, e spia lor crede, e vole Quegli arrestare, e gitta ira, e parole. E perche sà, ch'à lor ferro non giunge, O Lancia, o spada, ratto l' arco prende, Et vno stral, che più d'ogn' altro punge Pon su la corda, e'l neruo incurua, e' l tende, Come da lui stridendo si disgiunge, Corruccioso per l' aria il camin stende: Et ad Ernesto passa, ahi crudo duolo, Il petto, e l'alma, e steso il manda al suolo. Tal tornar suol da perigliosi, e graui, E del Cielo, e del mar moti, e disdegni, Naue spinta da zefiri soaui, Che porta ricche merci à i patrij regni, Che poco lungi à sassi occulti, e praui Si franga, e spezzi, e abbassi alti disegni: Onde de l' acque, e di marini mostri Preda ne resti seta, & ori, ed ostri. A' lor incontro van Mirtillo, e Niso, Quai son del lor tornar tristi, e gelosi, S' attristar, com' à lor fù dato auiso, Ch' Ernesto era ito à gli vltimi riposi: La cui spoglia portar caro, e indiuiso Illustre peso languidi, e dogliosi Li pietosi compagni, e diero intanto A'la terra il Guerrier non senza pianto. Sanguinosa vittoria, infermo, e mesto Ritorno, lagrimosa, ed egra gioia; Infauste spoglie, misero, e funesto Trionfo: pien di miserabil noia. De la trista nouella il grido è desto, Ch' ogni alma addoglia, & ogni petto annoia, De la morte d' Ernesto, e al tetto giunge De la sua Madre, e la traffigge, e punge. A' la misera allhor per l' ossa corse Vn gel più, che di morte, vn duro horrore, Che tanta tema à lei ne l' alma porse; Che ispauentò, quasi fè ghiaccio il core, A' tal annuntio la sua vita in forse Fù per fuggir, spinta da gran dolore: Ma ben fù noto, e aperto al Greco stuolo, Che troppo è ver, che non si muor di duolo. Stratia il canuto crin, si batte il seno, E'l volto antico, pallido, e rugoso: Percote Palma à Palma, il Ciel sereno Mira, quasi nemico al suo riposo, Viene à i lamenti allhor la voce meno. Sol freme in atto mesto, e lagrimoso: Ogn'vn viene à tal vista, à tanto, e tale Spettacol di pietà, cui non è eguale. Corre, qual forsennata, doue steso Ne giace il figlio di pallore asperso, Vede la piaga, e d' atro sangue appreso Il collo, e'l seno, che fù bianco, e terso; Al pian caddè, tratta dal proprio peso, Che ristretta nel cor dal caso auerso Rimase ogni virtù, ne moto, o voce Allhor formò punta dal duolo atroce. Ma, come in se riuenne abbraccia, e stringe Di gloria il corpo pien, d'anima priuo: E' l volto, che già l'ostro, hor morte tinge, Bacia, e di pianto poi visparse vn riuo: Il chiama, e grida, ohime, doue rispinge Morte de' tuoi begli occhi il lampo viuo? Deh, chi silentio à le tue note pose, E'l tuo bel riso à le mie luci ascose? Deh; perche col suo stral pria non vccise Morte à me il cor, che di tua morte il grido; C'hora è rimaso in dispietate guise Non par di duol; ma d' aspra morte, nido; L'ossa mie da le tue non fièn diuise, Ti seguirò giuso al tartareo lido: L'anima slegherò dal fragil velo, Se per pietà non toglie il duolo, o'l Cielo, Il qual serbò; perch'io seco m' adiri Lo mio spirto infelice al petto auinto In questa vltima etade; accioche miri La mia fredda vecchiezza il figlio estinto; Deh, chi fia, che pietoso a miei martiri Mi fieda il cor, che già'l suo fin si è accinto? Deh, chi darà mai fine à quel tormento, Per cui dal sen suellermi l' alma sento? Ma morta son, mori, quando morio La vita del mio cor cara, e gradita, D'anima in vece il duol proteruo, e rio Contra mia voglia anchor mi serba in vita: Poiche non c'è tra tante squadre huom pio, Che dia fine à tal pena aspra, e infinita: Se tanto hauer non posso, almen raccoglia La terra per pietà quest' egra spoglia. Se per seguirti incomodi, e disagi Dolci mi furo, e vie Scoscese, e torte; Caro anchor mi sarà lontan da gli agi Seguir l'anima tua con la mia morte; In Corinto il tuo Zio ne i gran palagi T' aspetta lieto, e con felice sorte: E già vago de' figli a te prepara Nozze reali, e sposa illustre, e chiara Tu giaci, o figlio, & io, che già douea Al Feretro, à la Tomba il corpo infermo. Ti soprauanzo, e spiro? ahi cruda, e rea Stella, o destin contra mie voglie fermo; Troppo presago, ohime lassa temea Tanto infortunio il cor, qual forza, o schermo Puossi vsar contra il Fato; in questo detto, Il crin si suelse, e lacerossi il petto. Ella si lagna, qual nel bosco folto Progne infelice in miserabil suono; Al cui dal nido empio Aratore hà tolto Gli figli di natura amabil dono; Par, ch' al suo gemer; gema il luoco incolto; Le fere à suoi lamenti attente sono: E fa pietose con languenti note, Le piagge intorno, e le campagne ignote. Vn dolor, vn terror, vna tristezza. Nacque tra l'armi, e ne' feroci petti Pe'i lai di tanta madre; vna lentezza, Che raffreddò li più cocenti affetti; Ma Dione, e Mirtillo con dolcezza, Con filocaio, & altri à i mesti tetti Condusser la dolente, e car' aita Dier con conforti à la cadente vita. Tra color, che d' Ernesto il caso amaro Piangon de l'alma con trauaglio immenso; Il buon Dione il fido amico, e caro Co l' acque honora di vn gran pianto intenso; Ne di lagrime il Re mostrossi auaro; Ma co'l commun desio mostrò consenso, Morta tanta virtù, li suoi martiri Fà noti altrui con fremiti, e sospiri. Mala guerriera à cui pietà commoue Il nobil petto, al popolo infelice Promette, e chiama in testimonio Gioue Vendetta far, quanto lor voglia indice: Fia, ch'Aramon superbo anchor si troue Preda di Cani, e fere, e più non dice, Vuol s'egli Ernesto vccise, vccider lui, E nudrir col suo sangue i sdegni sui. Quì di dolce vendetta ardita speme Scema il cordoglio à i trauagliati cori, Tempra la pena graue, e le suppreme Di singulti, e pietà, noie, e dolori; Mentre le genti fean le pompe estreme Al guerrier morto, e i funerali honori, La Fama vniua; accioche eterno tuoni, Il suo valor viua di tromba à i suoni.

Il fine del Quinto decimo Canto.

Araspe, & il Rainier notturna fanno Pugna crudele in solitaria parte; Estinto cade Araspe; & con affanno Cade il Rainier nel furioso Marte; Criso, & vn Angel santo vniti vanno, Per far sano il guerrier, ch'è viuo in parte: Tornato in se; cosa mirabil scopre, E di Vinegia i pregi eccelsi, e l'opre. POiche spinse Aramon l'acuto dardo Pe'l tergo al cor del troppo audace Greco; A vedere, à conoscer non è tardo Cedendo à l' Alba chiara l' aere cieco, Morto Gilberto, il Cauallier gagliardo: Nerito, & altri molti estinti seco; Geme, e si duol, che la Vittoria renda L'huom non curante, e ignaro à otio attenda. Ma quando vide poi tra l'armi, e'l Sangue Ancora palpitanti, e in parte viui Frondino, & Iro; Cherso in terra essangue; Filemon, e Amintor di vita priui; L' Augure Polion, che spira, e langue. Appo cui son di Sangue appresi Riui, Et altri, che senza alma, o d'honor lume Varcar di stige il Fabuloso Fiume Fà, che in vn tratto risonar s'vdiro De le belliche Trombe i suoni attroci, Temendo inganni, e insidie; onde n'vsciro De le lor tende i Cauallier feroci, Quà, là volgendo i presti lumi in giro Vider Meandra, e gli altri andar veloci; Ne alcun, che troppo il suo nemico è lunge, Per seguire lor passi il Corsier punge. Ma'l buon Rainiero, à cui stimula il seno Di gloria, e di virtù nobil desio; Fà por al suo destrier l'aurato freno, E'n lor seguir non è lasso, o restio: Non presto si per l' aere d'horror pieno Vola lo stral, che da la mano vscio Di Gioue irato; più cred'io, che fosse Il moto del guerrier, quando si mosse. Guata cerca, e ricerca; cresce intanto A l'Emispero nostro il lume, e'l giorno; Ne ode, o vede in questo, od in quel Canto Greci; onde far ne pensa à i suoi ritorno: Ma quel desio, c'ha di godere alquanto La Classe, che nel Corno fa soggiorno; Dal ritornar lo stoglie, e colà scende; Ne riede in fretta à le paterne tende. Dar vuol consiglio, e legge; ne si tolse Da lor, che'l crin tuffò nel'onde Ibere Apollo, e i lampi, e i rai spense, e raccolse Tra l'humido apparir de l' ombre nere: Da lor tolto commiato, il piè riuolse Per ritornar d' Enrico à le Bandiere; E duolsi il nobil cor, che resti senza Il Campo allhor di sua vital presenza. Mentre il Veneto Sir dal Corno riede; Oue à vedere i suoi compagni era ito, Incontra se venire Araspe vede, Scotendo l'armi fuor di vn bosco vscito; L'ira l' odio raccende, a ferma il piede Il Dandolo animoso al primo inuito; La notte si sfidar, che spinse il foco Il Tracio inganno de l'armata al loco. Quant'è'l desio maggior, c'han di trouarsi, Tanto più lor diuide la Fortuna; Hora se l'vno à l' altro può agguagliarsi, Per far la proua il caso insieme aduna; Ne tentan di fuggir, ne di ritrarsi, Hor, che'l buio notturno il tutto imbruna; Ma braman testimoni à le lor belle Prodezze, il Ciel sereno, e l' auree stelle. Grida il Greco insolente, hor non rammenti Quando meco à pugnar sfidai te solo? Che temesti, e fuggisti? e tra le genti Ti meschiasti; non sò, n'andasti à volo; Hor fuggir non potrai, benche sien spenti Del Sole i chiari rai nel nostro Polo; L'ombre non gioueranti, c'hora il punto Per la mia spada di tua vita è giunto. L' altro rispose à lui, l' opre, e l' effetto Daran di mia ragion segno, e contezza: Quando l'alma tua vil scacci del petto Questa mia destra à le vittorie auezza. Cosi dicea. poi diede al suo Valletto Il buon destrier, c'hauer vantaggio sprezza, A' piè veggendo il suo nemico, e poi Cercan parte opportuna à i desir suoi. Lo scudiero ad Enrico il destrier guida, Cui fà del figlio ogni successo noto; Il qual sceglie con l'altro, oue s'annida, Luoco tra vaghi Colli ermo, e remoto. Quiui stridendo questi quelli sfida Con ciglio irato, e furioso moto, Ad assalirsi van con quel orgoglio, Che batte il mar turbato immobil scoglio. Con l'empito, con che da vn alto monte Scendon sciolte in humor le neui algenti; O con quel, che sdegnosi à fronte, à fronte; Cozzano insieme impetuosi i venti: A' lo 'ncontro si van con le man pronte Girando i brandi i Cauallier possenti: Musa, purga lo stil; desta lo 'ngegno, Riscalda il cor; giunga di lode al segno. E questi, e quei moue con senno, & arte, La mano, e'l piede, e cauto l'occhio mira, Hor s' alza audace, hora si abbassa, e in parte Hor cede, hor riede, & hor d' intorno gira; Hor si copre, hor si mostra, e doue vn parte V à l' altro; e cresce ogn'hor l'empito, e l'ira; Son simulati, hor veri i colpi; e doue Ferir accenna, lascia, e fere altroue. Satio è'l Rainier di schermo, assai lontano Gitta lo scudo, e'l ferro à due man prende: L'altro al cader del colpo horrendo, e strano V' oppon lo scudo, in pezzi il rompe, e fende. Al suono, al fischio, al moto, il monte, e'l piano. E il Ciel d'intorno rumoreggia, e splende, Restò piagato allhor nel braccio dritto Il forte Araspe dal guerriero inuitto. Qual feroce Leon, che giunger sente Tra le coste, o nel tergo acuto strale, S'adira, entra in furor, lo sguardo ardente Vibra, sembra ad altrui folgor mortale; Le giubbe arruffa, spiiga l'vgna, e'l dente Spumoso arruota, e rugge in modo tale, Ch'ogn'vn spauenta, co'suoi moti atterra Il Bosco, e porta impetuosa guerra, Tal s'infuria, s'arrabbia, odio, e furore Inaspra il cor del Cauallier feroce, Che per gli occhi adirati scopre fuore, Quanto quel foco sia, che l'arde, e coce; Drizza vna punta per passare il core Al gran Campion dala purpurea Croce, Passò lo scudo opposto, cui pur sette Piastre fan forte, e son di tempre elette. Ma doue si congiunge al lato manco Le spalla, lascia piaga assai capace, Stimolo à l'ira, e più risueglia il Franco Rainiero à far vendetta aspra, e mordace: Volge la spada àl'inimico fianco, Fiede altamente, & ampia strada face, Muggia, qual Belua offesa, à parte pone D'ogn'vso militar modo, e ragione. Cruccioso inalza il brando, e giù declina Mosso da forza, à cui non è simile, Partire il capo, e'l volto allhor dostina, E priuar d'alma il Cauallier gentile; Quel cala, il colpo allhor rompe, e ruina L'Elmo, e quel, c'ha d'intorno aureo monile. Ma poco, o nulla nocque il colpo fiero; Benche horribile fosse al Caualliero. Poco mancò, che quel istesso brando, Colqual render credea l'altro ferito, Non volgesse in se stesso; e minacciando Morte al Contrario suo, tiensi schernito; Freme, bestemmia il Cielo il Trace, qua Vede tal fin il ferro hauer sortito; Spegner credea con simili percosse Il più forte guerrier, ch'al mondo fosse. Crede, che fuor d'Auerno à darti aita Escono à mille, e mille audaci schiere, Dicea per contra me serbarti in vita, E di me vincitor farti apparere; Rintuzzerà, deprimerà l'ardita Mia forza il loro orgoglio, e'l tuo potere, Mal grado lor, da cui pur sei difeso, Tosto sarai sotto i mie piè disteso. Cosi tuonando Araspe il braccio estolle, Gran possa, crudo sdegno, e insane voglie, L'acciecan sì, che non s'auede il folle Come d'ogni difesa il petto spoglie; Ma l'altro, che ciò vede, e d'ira bolle, Caccia la spada, e porta estreme doglie, Che nel seno inimico à pien s'immerge, Trattone il ferro il sangue in copia emerge. Benche al brando, che vien sia alquanto tolto Vigor, e forza da la noua piaga. Pur ruinoso scende, e horribil molto, L'elmo riapre, e in fronte il franco impiaga, Quasi mortal è il colpo, il sangue sciolto La fronte, l'armi, e la gran Valle allaga. In terra cade Araspe con rea faccia, Morendo vinto il vinoitor minaccia. Ne segno di viltà morendo scopre; Ma ben d'altero cor rigidi effetti; E simile la morte allhor discopre Al viuer suo, ch'agghiaccio i caldi affetti, L'Aurora intanto vscendo chiama à l'opre Gli egri mortali da i superni tetti; E'l tutto illuminando, al guerrier forte Portò co'l lume suo l'ombra di morte. Il Rainier del nemico, quasi spento Guata il corpo giacer, che spira, e langue; Ne par di furor priuo, o d'ardimento Tra le maglie stratiate, e l'armi, e'l sangue Ma porgere ad altrui tema, e spauento, E dar terror; benche si mostri essangue. Per fauor tanto, lodi al Re di gloria Rende per l'acquistata alta vittoria. Ne molto stette, anco il guerrier di Christo Cade, ne de suoi vanti più rimembra, Giaccion de l'vn nel sangue à l'altro misto, Priue d'ogni vigor l'illustri membra: Al pallore, al squallore, al moto, al tristo Taciturno silentio morto sembra; E vi peria, se la pietà di Criso No'l soccorea spinto da santo auiso. In caua grotta d'aspro monte ascoso Viueasi Criso, grato al suo Signore; Copria con panno vil, lacero, e roso Del corpo afflito il natural pudore; Troua lontan da gli agi alto riposo; E dolcezza di pace il nobil core: D'acqua, e d'insipid'herbe à pien contento Di molle cibo il desiderio spento. Sù roza paglia, o su'l terreno ignudo Pone de l'alma sua la stanca spoglia; Se'l sonno lui talhor ne l'aere crudo Del notturno silentio à posa inuoglia. Che da lorica, o ben ferrato scudo, Fia, che costi più sicurezza accoglia La bontà del suo cor tra strane Belue, Tra Boschi opachi, e abbandonate selue. Con santo ardir de la diuina essenza L'essere imperscrutabile, e sourano Quiui contempla; e l' alta sua presenza Non mai compresa da lo'ngegno humano: La pietade, l'amor, la prouidenza; Onde ci regge la superna mano, Li è nota; e ne l'eterna Merauiglia S'incentra, lieto gode, e stupor piglia. Come il Padre ab eterno, il figlio eterno Produsse à la sua Essenza eterna eguale, Et ambo eterni dal lor seno interno Spiran lo Spirto, quali essi son, tale, Questi poi spinse à debellar lo 'nferno Il figlio Dio, fatt'huomo egro, e mortale. Come co'l suo fauor chiari, e felici Vaticinar del Cielo i fidi amici. Cosi tallhor tant'alto Aquila spiega De l'agil'Ali le volanti piume, Ch'al Ciel vicina d'affissar non nega Gli occhi del Sol nel folgorante lume. Vede mentre s'affissa, e loda, e prega De l' alto Cielo il sempiterno Nume. Come del mondo à le discordi parti Gioui, e'l suo dolce amor doni, e comparti. Prima de l'opre le cagioni ascose Con penetrante stil conobbe, e intese; E de le occulte, & inuisibil cose De l'eterne sostanze esser comprese La mente nostra, qual se luminose Fiamme del Sol di pura luce accese Mirin di oscura Talpa i ciechi lumi, Auezza à l'ombre dense, à neri fumi. Mentre il santo Eremita al gran Dio porge, Quasi incenso odorato humili preghi: Che lo 'ncendio de l'armi, ch'alto sorge, Con l'acqua di pietà smorzar non nieghi; Ch'al saggio Enrico, ch'affannato scorge Per cagion aspre, la vittoria pieghi; Portar sù l'ali à i più sublimi giri Le deuote preghiere, i suoi sospiri. Del fedel seruo allhor porgea dal Cielo A'le supplici note orecchio grato Colui, che porge luce al Dio di Delo; E'l tutto fà di se pago, e beato: Gradì l'amor, la fede, e il puro zelo; Onde l'huom giusto risplendeua ornato, E con amico, e placido sembiante Formò al di lui voler sue voglie sante. Ei dal solio di stelle, à cui d'intorno Stan d'honor, e d'amor diuini aspetti, Da le sue stanze di perpetuo giorno Gli occhi riuolse à i trauagliati tetti. Mirò d'Enrico il militar soggiorno; Scorse de l'alme i più rinchiusi affetti; Ne men vicino à morte in terra vede Il geloso Campion de la sua fede. Si dolse, e disse, ahi non sia ver, che resti Il mio buon diffensor priuo d'aita; Ma per opra terrena hormai s'appresti Dolce conforto à la fuggente vita: Parlin del voler mio spirti celesti, Al puro cor del semplice Heremita, Ch'à lui discopran, come su'l sentiero Giaccia, quasi à la morte, il gran Rainiero. Picciolo suono, e tacito bisbiglio Con l'orecchio del core allhor par, ch'oda: Ogni senso fermossi, eresse il ciglio A'moto tale, e la sua lingua annoda, Del Duce d' Adria il glorioso figlio, Di cui fia anchor, che'l mondo, e'l Ciel ne goda; Da te non lungi à morte vicin langue, E spande co i sospir gli spirti, e'l sangue. Sorgi, lascia lo speco, al caro amico Vanne à curar le piaghe acre, e mortali; Sotto aere crudo, e su'l terreno aprico L'anima per partir dibatte l'ali. Di Criso al petto candido, e pudico Con muto dir suonaron voci tali, Mentre ei del pio guerriero alto si duole, Scioglie il suo senso in simili parole. Drizza del seruo tuo signore, i spassi; Regga l'opra, e'l pensier la tua bontade; Quasi Naue il Nocchier, che scogli, e sassi Vieta à sua possa de l'ondose strade; Mostrami, doue moribondo stassi Il Cauallier, da l'ampie tue contrade; Perche dia quel aiuto, che nel core M'nspira, e mostra il tuo pietoso amore. Ne sà, se per trouarlo, ò scenda, ò monti; Ne che pigliar per dar vital dolcezza Al guerrier, quasi estinto, hà i desir pronti Per vbidire à Dio, che tanto apprezza: Ma la sua fe, che può de fermi monti Volgere altroue la marmorea asprezza; Fà, che non cerchi; e sol la fe confermi In fermezza di speme i sensi infermi. De l'Antro vscito vede vn giouinetto, Ch'al volto il terzo lustro non eccede; Soaue d'aria, placido d aspetto, Meze le braccia ha nude, e nudo il piede; Cadean del crin gl'anelli d'oro eletto De l'ordin lor, se picciol aura fiede: Facean tocchi dal sol lampi, e splendori, E cari scherzi i lor lasciui errori. In man tenea di lucido Christallo Picciol Vasello à gemme ornato, e vago; Rosseggia il piè, non sò, s'è di corallo, O di Rubini, rendea l'occhio pago, Splendido è si, che non commette fallo Chi vuol saper ciò, ch à nel seno, imago Par, c'habbia in se di picciol fiamma, e viua, Come vn liquor, ch'estinto spirto auiua. Dolce saluto à Criso il giouin diede, Ei caramente al salutar risponde; Doue; che gisse, à l'Eremita chiede; Ei, che del petto il chuso non asconde, Mouo spinto da Dio dubbioso il piede, Per sanar di vn guerrier piaghe profonde; E mi confido, in lui che sorga i passi; E dia rimedio; onde à salute vassi. Spendendo giua sensi alti, e parole Con tempo, e movo Criso pien di spene: Era nel hora, ch'à veder va'l sole In rosso vel le mauritane arene; Quando il Cidaro andar ratto, qual suole Videro, & irrigar le parti amene; E i monti fidi testimon di quello, Che fecero li due, crudel duello. O prouida Natura in cerchio hà posto Scherzando a caso i delicati colli; O cosi loro l'arte habbia disposto Ad instanza d' ingegni agiati e molli; Come tra quegli entraro, vider tosto Rosseggiar l'armi in terra, e in più rampolli Rapreso il sangue, & occupar gran parte Del prato i corpi estinti in crudo Marte. S'offerse à gli occhi lor, sul pian disteso Araspe ucciso nel mortale assalto; Morto minacciar morte, e d ira preso Anchor airesti il cor fercce, & alto; E veggion poco lungi a terra steso Tra le verdi herbe lu vn purpureo smalto Del latin Duce il gloriose figlio Giacere appresso a l'vltimo periglio, Di questi, e quegli il rigido Eremita N'hebbe chiara contezza, e'n se si dolse, Che di Rainiero à l'honorata vita Inuida Parca il fil, quasi disciolse, Con sacri detti, e con celeste aita L'anima errante al sen strinse, e raccolse, Vnge le piaghe co'l liquor, che chiuso, Tenea l fanciul divino, da cotal vso. Mentre ei s'adopra il Messaggier del Cielo Sparue, e'l volto sereno, e'l bel sembiante; E in vn l'horror di morte, e'l freddo gelo, Che tenea immoto il giouine prestante; Che sorge, e più de l'inimico Telo Non sente il danno, e di sue piaghe tante, O poter, ò virtù, che'l sommo Amore Versa, e dolce diffonde in human core. Come egli i lumi aperse, vide Criso, A' cui lo stringe amor con forte laccio Lo guatò, riconobbe à gli atti, al viso Esser quel, che lo tolse al mortal ghiaccio, Non lieto è del ritorno, anzi conquiso; Sembra la vita à lui grauoso impaccio; E con voce dolente, ahi miser, dice, Doue son hor, pur vissi in Ciel felice. Padre, che fai? pur vuoi, che in questa oscura Valle di morte, e di miseria torni? E dal goder d'aria serena, e pura, Tra'l terror venga d'horridi soggiorni; Se questa è vita, e quella è morte, cura Diletto amico, ch'lo colà ritorni; Frangasi il nodo, c'hor vnisce questo Corpo à l'anima mia; poich'è molesto. Si dicea sospirando, à lui rispose L'habitator de' solitarij Chiostri, E che parli, e che pensi, e chi propose Il premio à l'opre, e pace à furor nostri? Non porge il Motor Sommo à l'otiose Genti per guiderdone, od'oro, od ostri; Ma ben à quei, che pria soffrir del giorno Il caldo, e l' opra à l'alta Vigna intorno. E saper dei, che non riceue il pregio Colui, che lento moue, o lasso giace; Ma quegli ben, che pien d'affetto egregie Corre anhelante, e'n bel sudor si sface; Cosi racquista il Cielo animo regio; E dona à le sue guerre eterna pace; Viui, al signor ciò piace, & à le sue Voglie, ferma, o guerrier, le voglie tue. Se per vil Regno hauere, e spirto, e vita L'huom s'espone à i disagi, à stenti, à morte; Quanto, e con più ragion l'anima ardita Per mer carne immortal rimarrà forte? A' trauagli, à fatiche il Ciel t'inuita; Perche gloria al suo nome inuitto porte; Ne può sopra le stelle hauer sua sede, Chi senza l'opre sol la fè possiede. Cosi parlolli il saggio; ei quella volge Mente al suo Duce, à cui tornar desia; E cede à ragion vera, e si riuolge A'bramar del riposo il sudor pria. Mentre à l'humane cose, il cor s'auolge Per piacer al suo Re, gaudio sentia, Mirando il nido, oue i beati han loco Io quà disse, o Signor, ti chiamo, e inuoco. Vieni, o Luce del Ciel, che suegli, e desti Li pigri lenti, e addormentati cori, Che l'alme à glorie, e preghi alti, e celesti Accendi indrizzi, essalti, & aualori; L'atre nebbie del cor, e i moti infesti Col lume alluma dei tuoi viui ardori; E fa, ch'al voler tuo cedan mie voglie; Orna l'huom vecchio mio di noue spoglie. Scaccia l'horror, ch'è in me, dolce ritorna Fuor del Ginge di gratie, o diua Aurora; S'Aurora posso dir quella, che aggiorna L'aria del Paradiso, e i Campi infiora; S'aurora posso dir quella, che adorna Del Ciel le piazze, e i ricchi poggi indora, Tù questa mente, e questi spirti a l'opre Chiama, cui tetro buio asconde, e copre. Cosi dicea, mirando doue han loco Felice, e caro quelle ben nat'alme, Che nel sen già nutrir sacrato foco; Bench'anco appresse da terrene salme: Poi mesto in volto volse à poco, à poco (Pensando in Ciel quai son trionfi, e Palme) Gli occhi al suo Criso à dir comincia in queste Voci alta gratia, e vision celeste. Mentre in sopor di morte egro io giacea, Quasi di moto abbandonato, e priuo, O gran fauor del Cielo, il cor vedea, Quasi di fiamme vn ondeggiante Riuo; Da cui partire ogni beltà parea, Mirando io questo, vdia suon chiaro, e viuo, Che dolcissimamente alto concento Facendo raddolcia lo spirto attento Quiui ampio loco, e spatioso ammiro. Cui più di vn lume illustra, il moto, e'l riso; E'l pauimento assai più, che zafiro E bello, e chiaro, e di più stelle inciso: Tra'l candor di quell'aere venir miro Gran Cauallier sopra vn Leone assiso, Qual luminosa stella à i rai nel seno, Lieto, di volto affabile, e sereno. Al Leon splendon d'oro: Veli, e mostra D vn ardir generoso acceso il volto, Lucenti hà gli occhi, e del bel piè dimostra L'vgna, doue è il candor di perla accolto, Ha l'ali al tergo, e per l'eterna Chiostra Il passo moue in se tutto raccolto; Scopron l'altere sue sembianze honeste, Ch'è di Selua immortal fera celeste. Fermasi à me vicino, e in dolce suono Questo Guerrier, ch'à me par, ch'arda il core, Riconosci me (disse) io quello sono Prottetor di tua Patria, e diffensore: Hebbe per me più di vn pregiato dono La Republica tua dal mio Signore. Ne cesserò con gratie anchor diuine Sempre di noua gloria ornarle il crine. Et à me parea dirli, vnica spene, Del mio natio terren, cortese Donno, Tu sei nostra salute, e gaudio, e bene; Onde quai lodi à te render si ponno? Per te felici i dì, l'hore serene Habbiam, dolce il veggiar, tranquillo il sonno; Tu custode fedel, tu desti, e moui Spirto otioso, e'n lui dolcezza pioui. Mentre, ch'al santo Euangelista, humile Vere voci spargea, venir vid'io Per la strada del Ciel Vergin gentile, D'apparenza real, di aspetto pio, Mostrar per gli occhi il cor saggio, e virile, Che la maggior sua speme vnisce in Dio, Il cui poter à lei nel manto d'auro La Palma intesse, il mirto, e'l verde lauro. Ne venne à lui, che in Aquilea già scrisse Scorto da verità sacro Euangelo Che l'accolse, e gradì, gli occhi in lei fisse, Come auampasse d'amoroso zelo, D'inchinar; benche indegna, io bramo, disse, La faccia augusta de la Dea del Cielo; Riuerir lei, che diè Vergine, e Madre, La Prole al mondo de l'eterno Padre. Rispose il Santo, io sarò Duce, e guida Pe'l sentiero di luce, o Vergin bella. A'lei, ch'à i Nauiganti è dolce, e fida, Nel vostro mar d'affanni e porto, e stella. Andiam, segui i miei passio e l'alma affida, O saggia, e prudentissima Donzella, Doue la Diua in più sublime parte Doni, e fauori à voi dona, e comparte. Segue la figlia le vestigie, e l'orme De l'Heroe caro à Dio, che la conduce; Oue tra mille raggi, e mille forme D'angeliche bellezze, ella riluce. Tra gran schiera di figlie à se conforme, Sante allegrezze à gli altrui petti induce, Tra lor dimora, quasi in grembo à vn sole, Oue da mente humil s'honora, e cole. Di bontade, e d'amor placidi aspetti Le stan vicini, e co'l piè casto preme Chiare stelle, e tranquille, angeli eletti, Bianca fe, Santo amor, viuace speme. Queste intorno le stanno vniti, e stretti, Cantando le di lei doti supreme; E con l'ali, e co'l volto ornan la sede, Ou' ella eterna eternamente siede. A'lei gli imperi, le Prouincie, e i Regni Seruono vbidienti, e à i Cenni sui La terra, e'l mar con gl'nfimi, e i più degni Del mondo, e i Regnatori inferni, e bui: In Dominio, e'n poter le mete, e i segni Passa d'ogn'altro, e solo cede à lui, A'lui sol cede, il cui souran potere Formò già d mondo, e le superne sfere. Modestissima il volto à i piedi santi Strette le man al seno, humil s'inchina, Dimessa il guardo, supplici i sembianti; Con maniera discreta, e peregrina: Tace non osa, teme, e trema auanti L'aspetto de l'altissima Regina; Ma rincora il timor, da speme, e porge Animo a lei quel, che la guida, e scorge. Vergine, il cui gran nome eterno spiega Per l'ampiezza del Ciel glorie, e splendori La cui dolce pietà supplice prega Il Signor, che dia venta a i nostri errori: Io son Colei, che à te, gran Dea si piega, Qual d' Adria siede à mezo i salsi humori, Forsi me riconosci? poiche pieno Porto de tuoi tesori, e adorno il seno. Per mercè vengo à te, dal cui bel viso Versi nembi di gratie à noi mortali; Virtù cara, e gradita in Paradiso Cheggio, che sopra ogn' altra inalza l'ali, Che goder pessa con felice riso Nel grembo al mio Nettun lungi da mali. Con gloria tua, con mio lodato pregio Di mia verginità perpetuo il fregio. Quì diè fine la Donna à i casti accenti, Che scoprian del suo cor doti preclare, Mal'alma haueua, e i caldi affetti intenti A'la rispota, e spera, e temer pare; Ma Colei, che l'orgoglio à i fieri venti Toglie, e raffrena le tempeste al mare; Benche'l voler gradisca, il cor nasconde Sotto incerta sembianza, e non risponde. Non nega allhor la gratia, ne concede; Ma pensa, e tace, quasi troppo cheggia; Simile il nobil volto à quel si vede, Ch'è dubbio, e vario, e nel pensiero ondeggia; Brama prego maggior, maggior la fede, Che l'affetto, e'l desir maggior siveggia; Onde à lei tal dimanda, anchorche piaccia, Non scende à dar; par, che sospesa taccia. Come assetata terra, arida aspetta, Nuda di fiori, e d'ogni herbetta priua Di desiata pioggia à le' interdetta Le care stille, onde orna prato, e riua; Cosi del gran Nettun la figlia eletta Le voci attende de l'eccelsa Diua, Laquale al fin tra le viuaci rose Mosse spirto di vita, è à lei rispose: Somma cosa desij, maggior ne chiedi, Che'l restar da' nemici in tutto illesa E la gratia maggior pur certo credi, Ch'io possa dar, che sia da petto intesa: Roma fù grande; e benche resti in piedi, Fù dal furor hostile oppressa, e lesa; Sparta restò tra l'alte sue ruine; Cartagin vide di sue glorie il fine. Tacque l'alta Regina, à queste note La supplicante lagrime diffonde; Sembran di quella l'ingemmate gote Vezzoso fior, se'l bagnar lucid'onde Ne la dolce stagion, che l'Alba scote Limpide perle da le chiome bionde, Sospira, e geme, e aspetta più soaue Da lei risposta; ma pur trema, e paue. Parlaua il suo dolor nel ciglio mesto, Che'n taciturno suon gran voce scioglie, E de l'afflitto cor fa manifesto Smisurato il desio, calde le voglie; L'humido sguardo nel sembiante honesto De la Donna del Ciel languida accoglie, E d'essa à i moti, à le maniere attende; Onde del cor chiuso voler s'intende. Mentre la Vergin' Madre immobil mira, E gli atti osserua, e'l glorioso aspetto, Dubbiosa è in ripregarla, versa, e spira, Pianto, e sospir da gli occhi, e dal bel petto: L'Euangelista Marco lei rimira, Per cui le fiamme d'vn paterno affetto Sente, ver essa, che s'affligge, e duole, Dice in pietoso suon simil parole. Raddoppia il pianto, o Vergine regale, Moui aure meste, e fa più ardenti i preghi; Vinci con viuo affetto il senso frale; Perche si illustre dono à te non neghi; Credo, se flebil voce il core assale Benigno, e pio, ch'anchor si volga, e pieghi; Et anchor io con l'animo deuoto Pregherò lei, ch'à te conceda il voto. O Dio, quai fur le note, e qual Torrente Da gli occhi aperse, e con ragion ben poi Mosse la ferma, & immutabil mente Del Rettor sommo, e'l don concesse à noi, Che'l Ciel; benche immortale anco esso sento Di giusti preghi forze, e'poter suoi, Anchor che in se non voler vario accoglia, Si piega, e muta, e volge ad altrui voglia, Non porge tal concento à spirti eterni Di sirena del Ciel la Cetra e i canti; Quanto dier de la Diua à i sensi interni Le nouelle preghiere, e i molli pianti. E con volto, nel qual fà, ch'ella scerui. Le dolcezze del cor, gli affetti santi, Apre le braccia, e caramente al seno Stringe Colei, che par, che venga meno. Prouai l'amor (dicea) la fe prouai, E la grandezza tua, la tua costanza, Non riceue da Dio gratie, tu sai, Chi di virtù nel pregio non s'auanza, Voglio, che fin, che porta i lumi, e i rai, Il Sol del mondo vostro occhio, e speranza; Che intatta resti, e pria, che tu chiedessi Tanta mercede, al tuo desio concessi. Se d'aita talhor priua, e di fama Ti lasciai disprezzata, in preda al duolo, Qual Madre fei che'l figlio, che tant'ama. Perche à l'andar s'indrizzi, il lascia, ir solo, Soffre lagrime, e stridi; perche brama, Che vada; ma cader s'accenna al suolo, Corre, l'abbraccia, il baccia, e'l nettar porge, Che da i fonti, ch'ha in sen, dolce risorge. Vò, che per gratia mia t ammiri il mondo D'ogni valor, d'ogni virtude amica; E che di te mia cara il sen fecondo Pigliando resti ogn'hor vergin pudica; Nè, che di seruitù l'odiato pondo Ti aggraui, o mano, o forza empia, e nemica. Ne possi cor del tuo vergineo fiore L'eccelsa gloria, e'l desiato honore. Vergin viui, o Vinegia, fin, che'l mondo Caggia percosso da fulminea mano; E da vendice fiamma dal profondo Resti consunto, e seco il pieno, e'l vano; Quando in più bella faccia, e'n più giocondo. Aspetto volto rida il monte, e'l piano. Emula di virtù fia, che ti mostri Nel Palagio superno à gli occhi nostri. Tacque, e temprauan poi l'eterna lira Fiù dolce in suon le musiche sirene; Mentre il canto, e'l gioir quà, là s'aggira Per le piagge là sù di gaudio piene; La cara Patria mia volger si mira In Trombe d'or le sue palustri auene: Per lodar con l'amica sua famiglia Il don concesso à la mirabil figlia. Come potrà? de gli Angeli, o Regina, Ornamento de Dio, Tranquilla Pace. L'humile spirto mio ch'à te s'inchina, Renderti gratie onde s'inferma, e sface, Per me ti lodi, o Dea, voce diuina, E terra e mar venga per me loquace, E quanti lumi ha'l Ciel tante sien voci. Che ti essaltin per me pronte, o veloci. Et à queste aggiungea noue parole, Quai si opriuano à lei quanto essa deue E saggia ristringea pur, come vole, Alti, e sublimi sensi in spatio breue; Quì tanta vision fuggì, qual suole Al vento nebbia, al Sol tenera neue De l'alma à i lumi, mentre mirau'io De la mia Patria i pregi in grembo à Dio. Di più dirò, che ne lo specchio eterno Merauiglie vid'io supreme, e diue, Quel, ch'è, che chiudon forse ne lo 'nterno I secoli vegnenti, e immobil viue, De l'immutabil mente alto gouerno Conobbi, e come in sacro foco auiue L'anime fide, e come inciti, e deste Spirto morto nel mondo, aura celeste. La vidi te, mio Padre, al Cielo Offrire Con Torribolo d'or diuini Incensi; E de tuoi preghi, e del tuo ciglio vscire Luce, che illuminaua oscuri sensi: E godendo di te l'eterno Sire, Mille virtù spargea, come conuiensi, Sopra la tua bell'alma, ò me beato; Poiche veder dal Ciel tanto, m'è dato. Il Cittadin de' Boscharecci horrori, Che dal guerrier cose mirabil ode; Sente dolcezze, e insoliti stupori, E del suo Re le glorie eterno gode; Per tanti, e innumerabili fauori Porge al giusto Dator sourana lode, E ben conosce, che sol può la fede Dar quanto brama, e con pia voglia chiede Cangiò volto, e color; mutò'l sembiante, E grande, e venerando altrui mostrosse, Splenderli parue in fronte in quello instante L'occhio del Sol, se già le nubi ha scesse; Poi, qual fuor di se stesso in note sante, E in voci risonanti il chiuso smosse, Narrò con noui Vaticinij, e Carmi De la Donna del Mar lo'mperio, e l'armi. Come con genti inuitte il Scitha vinse; E soggiogò del Trace audace orgoglio; E'l Dalmate, e'l Liburno, e l'acque tinse Del sangue Sicilian, cui die cordoglio, Come il Ligure, è'l Narentano auinse, Che infestatuano il mar, qual cieco scoglio, C'hauran per l'auenir grauoso pondo De l' Italia lo scettro, anzi del mondo. Narrò d'Enrico le vittorie, e i chiari Trofei, c'haurà del gran Bisantio, e poi Taccio, disse, o Rainier, che i vostri mari Non han tant'onde, quanti i pregi suoi: Viurà la Patria tua senza hauer pari; Non ti vantar più de Quiriti tuoi, O Roma, andiam poi, disse, che già l'hora Notturna vien, ne'l sol per noi dimora. L'Eremita per via Scoscesa, e rotta, Con saggio ragionar và con Rainiero; Tende oue sta la sua scabrosa Grotta, In cui sempre al suo Dio volge il pensiero, Giun sero allhor, che' lucido aere annotta Il Sol caduto dal nostro Emispero. Quiui Mensa parata, o letto molle. Non troua; onde addolcisca il senso folle. Aspro cibo, e siluestre pago rende D'auida fame il natural desio; Sù duro sasso, o paglia possa prende. Fin che del chiaro Gange l'Alba vscio; Per porger preghi al Ciel l'anima accende De l'amico à l'essempio santo, e pio: Dato fine à l'orar, disse à lui Criso Con sembianza gentil, con dolce viso. Hor ben potrai del Genitore Enrico Tornando al Campo consolare il core. Che teme, e trema, che dal fier nemico Non sia rimaso vinto il tuo valore; A' l'essercito tuo caro, & amico Torna, à torlo di noia, e di timore: Scaccia i Tiranni, e fà nouello acquisto Del reo Bisantio, qual guerrier di Christo. Ne mai poni in oblio gli eccelsi doni, Che del Ciel l'alta destra ogn'hor ti porge. Tul'orecchie de' sensi chiudi à i suoni Di rea Sirena, Ch'empia ogn'hor più sorge. Ne per volger del Sol fia, che abbandoni Virtù, che l'alma à Dio beata scorge. Vanne felice, Dio ti guidi, & io Darò aita al tu oprar co'l pregar mio. Egli toglie congedo, honora, e loda Del deuoto Eremita, e vita, e detti. Amor vero à l'huom pio la mente annoda Co i lacci di virtù santi, e perfetti: E fia che'l campo, e'l capitano goda Del ritornato figlio a i lieti aspetti; Narro i successi, e quanto vide e come Salue si trasse, e l'altrui forze dome.

Il fine del Canto Sesto decimo.

In sembianza d'Araspe in sogno appare Spirto d'Inferno al furibondo Oronte; Lo consiglia distruggere, e sturbare D'Enrico le trincere, e poggio, e monte: Sorge; assale i ripari; doglie amare Porta al latin; ma con man forti, e pronte Lor scaccia il Franco; si lamenta Areta; Ma delo sposo il reo destin non vieta. SPargea d'vn nero pianto il volto horrendo L'habitator del sotterraneo Regno; Il caro amico suo chiuso veggendo Ne la Città con duro assedio, e indegno: Sà la morte d'Araspe, e d'odio ardendo Pe'l foco estinto; e'l sacrifitio degno D'Elidia tolto; con sospiro interno Crollo le selue, e i boschi atri d' Auerno. Che rida, ah ver non sia, de'danni nostri Lo 'ngiusto struggitor del Campo Greco; Ma sturbi à lui sua pace, e ne' suoi Chiostri Affligga il Franco, e l'Italiano seco. Lo 'mperator; versi il lor sangue, e innostri Le piazze, e i prati, ei sarà à l'opra meco. Voglio, che tremi, e che pauenti il Gallo Al nome nostro, e l'empio hor hor saprallo. Ciò detto tacque, e rasciugo da i lumi De le lagrime il fiume in sozza benda. Poi tra le pene, e tra fatenti fumi Per noua speme par, che gaudio prenda; E' che volgendo il pie cespulgi, e Dumi De la piaggia infernale arda, e raccenda; Si prepara à partir d'Herebo, e poi Sparger tra Traci, & altri i furor suoi. Giace à mezo l'Italia vna profonda Valle tra i monti suoi detta d' Aspanto, La cui profondità par che nasconda L'horror di cieche Selue in più a'vn canto Tra cui di Stige mormorando l'onda Cade, e rode le Piue in suon di pianto; Forma spelonca horribile, da cui, Spira Acheronte, e Dite i vapor sui. Da cosi sordi d' Antro al mondo Sorge Lo crudo in vista, e dispietato Mostro, L'aria infetta, il Sol turba, e tetra porge Oscurezza, e spauento al mondo nostro: Le negre ali dispiega, e seco scorge Furia, e terror: e dal rapace Rostro Versa rabbiosa spuma, e in breue giunge In Bisantio, tal fretta il scote, e punge. La chioma, il volto, e la sembianza tolle D' Araspe Cauallier d'alto valore; Và doue Oronte, il fero, il sonno molle Prende, e alquanto dà pace al suo furore, E sopra lui; che posa, il capo estolle, E con sommesso dir ragiona al core, Giaci tu de l'oblio nel sen profondo, O Domator di Straua, anzi del mondo. Quand è in periglio il proprio Duce, e'l Regno Giacer non dee nel sonno il Re prudente; Di quando cada fin. ch'esca del segno Del lucido Orizonte il Sol nascente; Cui son grauose cure, e ch'è sostegno Di Prouincie, di popoli, e di gente; Pon mente a far, quanto t'essorto, e tosto Fallo, e non sia da te tempo interposto. Arma i tuoi fidi Duci; arma i Romani Lor prepara à battaglia, esci del chiuso; Assali il franco, e'l Veneto, e fa vani I lor disegni, e'l lor poter deluso; Snidalli fuor del Corno, le tue mani Sien fragelli dal Ciel discesi giuso. Che lento stai, che temi, che non osi; Ma neghittoso anchor dormi, e riposi? Tacque, spirolli, & inspirolli al petto Spiriti di furor, di sangue, e d'ira; Si scosse, ne anchor desto, fù constretto L'armi à cercar tra piume, in cui s'aggira: Suegliato à' suoi con repentino detto Chied'armi, e vesti, e tosto, che si mira Accinto, corre al Tracio Duce, e à i suoi Temuti in Campo generosi Heroi. Vidi, o gran Re, ne falso e'l veder mio, Araspe, il gran Campione, à cui diè morte D'Enrico il figlio, alqual pur debbo anch'io Portar il fin con più maluagia sorte. Ei c'inuita à brucciar del Duce rio Gli ampi steccati, e ruinar le porte; Il mirai, lo conobbi al ciglio, al moto, A' voi non men, che à me famoso, e noto. Tra l'amico silentio, e l'ombra oscura De la notte n'andrem sospesi, e cheti; Doue il lor campo senza studio, o cura Posa, e non è, che'l sonno tronchi, o vieti, Senza periglio haurem la via sicura Da penetrar ne' luochi più secreti De' loro alloggiamenti, il capo à terra Del Latin caggia horror di tanta guerra. Hor non ci aspetta, noi di animo vile. Stima, & il nostro ardir disprezza, e sdegna; Ne, ch'osiam, tanto crede; ne virile Sia'l pensier nostro, e anchor la vita indegna; Ma s'auedrà, quando nel Campo hostile Vedrà al vento ondeggiar la nostra insegna; E sentirà da valorosa mano Aprirsi il petto il barbaro inhumano. Andiam, tronchiam gl'indugi, atterriam quelle De l'essercito franco alte Trinciere; Dormon forse le Guardie, hor, che le stelle Spargon dolce sopor tra l'opre fere; A' tai modi, à tai voci acerbe, e felle, Vn pigliar l'armi, vn dispiegar Bandiere Vedresti; Alessio, il Duca, e' gli altri seco S'armano, e li meglior del Regno Greco. L'empito proprio Oronte spira, e desta: Quasi in cendio crudel ne l'altrui core; Gia impetuosa quella schiera, e questa S'infuria, arde, e s'infiamma al suo furore: Che mentre à lui seguir si accinge, e appresta, Dicea ripiena di vn guerriero ardore; Credo, che vn Dio sotto terrena spoglia Al ferro, al guerreggiar, ci sforzi, e inuoglia. Cosi s'acceser le pria fredde menti Al feroce parlar del forte Oronte; A' cui forza porgeua, & ardimenti Colui, che impera stige, & Acheronte; Come al fermo soffiar de i crudi venti Ardon l'aride spiche in piaggia, e'n monte; Se man nemica, e ingiuriosa pose Vicino à l'esca sua, le fiamme ascose. Mentre stende la notte il manto oscuro, E'n profondo riposo ogn'alma giace, Vscì co i suoi Guerrier più, che sicuro; Di speme colmo il coraggioso Trace: E sotto il Ciel caliginoso, e impuro, Oue non luce luna, o stella, o face, Tacito s'incamina, oue s'asside D'Enrico il Campo, à cui fortuna arride. Da lo steccato Veneto non molto Lontan ferma le squadre il Re superbo, Con amica sembianza, e dolce volto; Con maturo parlar, non acro, o acerbo, Disse, Essercito amato, quà raccolto (Di mia destra regal potenza, e nerbo) Per mostrar mia ragion al mondo, à nui, E'l voler prauo, e l'ingiustitia altrui. Ecco il Vallo Italiano, oue ne gode De' nostri danni l'ostinato Enrico; Ne men del nostro hauer, che de la lode Tumido stassi il Predator nemico; Luoco si auenturato; ma non prode; Famoso si, non forte, amati dico Fratelli, hor vopo è ben, che'l valor vostro In tanta occasion sia chiaro, e mostro. Non caggia à voi di mente esser Romani, Stirpe d'antica gloria eterna herede; Hor che del cor, del petto, e de le mani La prontezza, l'ardir, l'opra, si chiede. Per ritor siamo hor presso, e non lontani Le già rapite à noi pregiate prede; Scoprite al mondo, che in noi viue quella De la prisca virtù chiara facella. Ciò detto, il Campo in ordin tre diuide, E sotto capi, e Duci lor dispone; Il primo il Re di Straua fia, che guide, Con Teodoro Brana, & Ilione; Il secondo Mirtillo, e'l forte Alcide, E Michel scorge a la crudel Tenzone; Il terzo la Donzella, e Ardelio adauce, E Filocaio anchor n'è scorta, e Duce. Van con quel precipitio a l' alte porte Le 'nfuriate squadre, quale al piano Scendon da rupi alpestri, e morsi, e morte Temon dal Cacciatore, e da l'Alano, Gli Orsi lanuti, ch'à infelice sorte Stendon la Selua; à quel furor in sano, Frangonsi i densi rami, cosi atroce In vista và l'essercito feroce. Del Dandolo la Guardia non s'auede Del tacito venir, del crudo assalto. Che Notte cieca è si, che non concede A' l'occhio scerner cosa o à basso, o ad alto. Però portato hauea vicino il piede A' le trincere tra l'herboso smalto; Quando si accorse; ch'improuiso celto Non puote huom saggio, ne sprouisto molto. Tosto d'intorno i bellicosi accenti Odi destar li più sopiti cori, Armi, armi odi chiamar le deste genti, Voce importuna à l'anime megliori; Vedi di quà, di là que' petti ardenti De'stolti Greci à i fremiti, à irumori; Pigliar il ferro, ma la troppa fretta Ritarda l'opra, quanto più s'affretta. Tema, confusion và intorno, e tosto S'armano, chi non son d'armi guerniti; Ne troui assai, che'l ferro mai deposto Non han per vso lor ne van vestiti; Costor primi n'andar, doue hauean posto Le Scale i Greci, e alcuni eran soliti, Crede l' Achiuo far stupende proue. Gli altri pei ratti corrono la, doue. L'acerbo Cronte il muro eccelso ascende Del forte Vallo, e i suoi compagni inuita, Fatto vicino à quel, s'agroppa e'l prende, E'l Crolla, e'l moue, à lor le tende addita; Mà quì l'Italo, e'l Gallo a proua offende Gli Achei, che tentan fare iui salita. Gittando giuso ne si mostran lassi Palle di acceso ferro, e dardi, e sassi. Ne pon far star lontan da i lor ripari Ne l'ira i Greci infelloniti, e feri; Cui non lice cacciar con colpi amari Da la diffesa i franchi Cauallieri; Ma con egual vigor, con sorte pari Pugnan, ne c'è di lor, chi vincer speri, Ne si scerne da questa, o quella parte. Che ceda, o pieghi in lor la forza, o l'arte. Tale in bilancia pon lo stame aurato Donna, ch'à i cari figli il cibo appresti; Che scender, ne da questo, o da quel lato; Ma retta, e ferma rimaner vedresti; Grande è la strage, e sparso è lo steccato, E le fossa di sangue, e quelli, e questi Sono vccisi, & vccidono, e su'l vinto Spesso riman, chi già l'vccise, estinto. Alcide, e'l Duca ad vna Porta han posto; Accioche n'arda, con la pece il foco; Ma'l legno à prender quel poco disposto, O non s'accende, o che n'apprende poco; Fastiditi di ciò, sdegnosi tosto Seguono i fermi gradi, e mutan loco, E per brucciar gli ampi steccati anchora Gittano nouo incendio ad hora, ad hora. Il Conte vna gran asta lancia, e coglie Illion prode là, doue si aggiunge, La fronte al naso, e'l passa, e crude doglie Porge, e mortali, cosi il miser punge. Però lascia lo spirto, che si scioglie Per l'aria errando, il corpo a terra giunge, Con l'asta fitta ne la faccia, e intorno Risuonar l'armi; onde n'andaua adorno. Come se d'alto monte alpestre sasso, Che sopra il mar pendente suelto s'haggia, Piomba scendendo, e ruinando à basso, Frange, e discipa la marina spiaggia. Sparge l'acqua, e l'arena; al gran fracasso, Che par, che in grembo al centro il mondo caggia, Rimuggianole Valli, e l'alte fonti, Gli Antri, egli spechi de gli eccelsi monti. Michel, il Duca, Alcide, Oronte, e seco Lo Brana, e molte anchora inuitte squadre, Con armi acute, e sguardo acceso, e bieco Si sforzano far note opre leggiadre; Vnito sù le mura il Campa Greco Porge à nostri ferite acerbe, & adre; Guastano le trinciere, altroue in questo Meandra il suo valor fà manifesto. Con grossa Traue la Donzella ardita Con forza immensa vn Vscio ampio percote, Batte, e ribatte, & altri à l'opra incita Con cruda voce, ed infiammate gote; E perche quella via s'apri spedita Co'l pie, con la man ferma il crolla, e scote, Suelto da i forti Cardini, l'atterra, Estrada s'apre à dispietata guerra. Resiste à furor tal Tarso, e Parmeno; Ma non già si, che vietin, che non cada Rotti i saldi serragli sù'l terreno La Porta, e faccia à gli inimici strada, Cosi d'acque abbondanti il Riuo pieno Gli argini rode, e cerca, doue vada; Fatto al fin gran Pertugio, quasi vn mare Sommerge il tutto, ne campagna appare. Arrigo, il Conte, il buon Traiano i suoi Sopra i ripari inuitano à battaglia; Con detti hor dolci, hor aspri; accioche poi Ciascun dimostri, quanto in guerra saglia, Non mai grandine tanta scende à noi, Quando strugger le biade par le caglia. Quanti di pietre gli horridi drapelli Lancian con gli altri, vnici i due fratelli Suonano à le percosse i forti scudi. Gli elmi forbiti, e le corazze ardenti; Con colpi assai, men graui in su l'incudi Fanno i Ciclopi i folgori concenti; Negan l'entrata i franchi, i Greci crudi Si sforzan gir ne'forti alloggiamenti: Vn rincalza, vn resiste, vn preme, vn caccia, Vn fugge, vn fiede, vn cade, altri rinfaccia. Tuonò Gioue nel Ciel, s'vdia d'intorno Nettun percoter de la terra il dorso; A'quei moti contrarij il mare, e'l Corno Turbossi, e raffrenaro i fiumi il corso: Sbigottì Pluto nel regal soggiorno, Eolo à i venti volanti sciolse il morso; Muggiro al suon li sotterranei spechi, Del Regno opaco, e i boschi oscuri, e ciechi. Rompe intanto i ripari Oronte, e'n vano Spendon gli Itali, e i franchi ogni lor possa, Tanto è'l furor de'Traci, han pieno il piano, Le Trincere d'intorno, e l'ampia fossa. Oronte salta, quasi Veltro in sano, Dentro à iripari à far la terra rossa, Quasi Tigre famelica, che sia Tra'l gregge humil, che pria bellare vdia. Entro i rotti steccati atroco, e fero Terribilmente volse gli occhi in giro, L'armi sue risonaro, e'l suo Cimiero Ondeggiò sangue, e da lo scudo vsciro Folgori, e Lampi accesi, à l'aere nero Branda l'asta più volte il giouin diro, Videro i nostri allhor con timor molto La sembianza temuta, e'l crudo volto. Adoprando hor la lancia, & hor la spada, Porta tra squadre inuitte alte ruine, Qual ghiaccio sciolto, che fremendo cada Strepitoso à lo'ngiù da pietre alpine, Che stalle, e case inuola, e si fà strada Pe' volti Paschi, oue il furor decline; Qual co'l moto, co'l suono, e con la vista Il Ciel spauenta, e i circonstanti attrista. Odi vn suon furioso, odi vn tumulto Di gente ch'iui par, che pugnar osi: Lamenti stridi, gemiti, e singulto, Fremiti miserabili, e dogliosi: E di chi vccide, e di chi resta inulto Bestemmie stridi insoliti, e orgogliosi, Anchor c'è alcun, che per vilta de il seno Si fiede, e graua inutile il terreno. Fugge chi quà chi là, chi corre, doue La gran Classe famosa ad agio stassi; Estimano, ch'à loro assai più gioue, Che la spada aggirar, frettar i passi: Ma Elpidio, e'l Capitano à chiare proue, Lor chiaman per la via, ch'à lode vassi, Con real maestà seuero, e dolce Punge co'detti, e i cori alletta, e molce. Fà, che volgan la faccia, e con rampogna La viltà lor, la codardia rinfaccia; Desta vera virtù nobil vergogna; E contra i rischi i fuggitiui caccia; Ch'à destrier animoso non bisogna Punta di spron; ma picciola minaccia; Van coraggiosi contra il tracio ardire Ad atterrare, à vccidere, à ferire. A'quel, che fà cotanta strage, e torti Volge intrepido il Conte audace il viso; Rainiero, e Atore, e molti ha seco scorti D'Adria giouani figli, Aldo, e Cefiso, Claudia, e Giacinto tra i famosi, e forti Accorron ratti; e con prudente auiso; L'ira del brando ogn'vn nel taglio arreca, L'Ircano assale, e la Falange Greca. Chi dir potesse, quanti stesi furo Da'Pelasghi, e da franchi à i primi ingressi, Conculcati, e feriti, e dal sicuro Oronte incisi, e dal destriero appressi; Diria quanti nel verno horrido, e oscuro Scendon fiocchi di neue in nembi spessi; O quanti versa Zefiro dal lembo Soaui fiori à primauera in grembo. Mentre tra questi esserciti famosi Seguia la pugna horribile, e crudele; E L'opre ignare, e i fatti illustri ascosi Notte tenea tra le sue oscure Vele; Vscia tra rai lucenti, e rugiadosi La matutina luce à portar dele Cose notturne i pauentosi effetti; E di morti, e languenti i vari aspetti. Con sue genti Meandra occupa il tutto, Aramon cerca, e chiama, e par, ch'altrui Sdegni, e disprezzi, & sol sia degno frutto De le vittorie sue, dei furor sui; Nondimeno, oue passa, horrore, e lutto Lascia, e gran danno à questi, & à Colui Ma, chi già vccise Ernesto, vccider vole, Pria, che ne l'onda porti il lume il Sole, Indarno il cerca, e di sue spoglie crede Trionfante mostrarsi à le sue squadre; Ma dal campo ei partì famoso herede Di Castella, e Cittadi, estinto il Padre, Essa ciò non sapendo il chiama, e'l chiede Per consolar le sconsolata Madre: E serbar sua promessa; e farne stratio Tal, che s'appaghi il Trace, e resti satio. Vittima cade à Marte il forte Eumeno Per la spada crudel del buon Rainiero; Cade Leucippo, e Steno, il Ciel sereno Celossi à loro, e il bel del sommo impero: Ne giouò à lui portar nel duro seno Più, che di sasso, vn cor rigido, e fero, Nemico di pietà; poi che già vccise La Madre; hor more in dispietate guise. Per le tue mani Ardelio morto giace Mauro, che de le steile i corsi, e i moti, E'l numero sapea; speso fallace L'arte conobbe; e gli alti influssi ignoti, E dopo Mauro il ligure Eborace, Chiaro per stirpe, e per famose doti; Ei percotendo quel con forte braccio, Per trarne honor, portò di morte il ghiaccio. Coi suoi d'Ipri, e di Brugia entra in battaglia Baldouin ratto à pena d'armi cinto, Auanti gli altri, e mostra quanto vaglia Da deuer, da furore vn cor sospinto; Spezza Elmi, apre corazze, e schioda, e smaglia L'altre armi, onde più d'vn ne cade estinto. Poi contra Flauio il presto brando gira, E sfoga in lui del cor la doglia, e l'ira. Plautio, ch'alquanto lungi hauea sua schiera, Primo non giunse à l'opportuna aita; Hor giunge, qual tempesta horrida, e nera Da gli Antri occulti à viua forza vscita: A la su' osoura, etorbida maniera Dimostra ogn'vn la guancia scolorita; Conobbe il Greco la Turrita fronte; L'aspetto acerbo; e quelle forze conte. Seco è Marte homicida, à vn tratto ei mosse Li suoi negri destrieri horrore, e tema: Con horribile grido l'asta scosse; On d'il cor più feroce aggela, e trema; Per venir scorta à'l Italiane posse De l'Olimpo lascio l'aria suprema; E dar soccorso à le latine squadre, E dar morte à le genti inique, e ladre. Non tanto suon del mar tumido rende Spinta d'atro Aquilon l'onda sonante; Quando importuno, e impetuoso offende Contra retta ragion legno volante; Ne con più crepitando in Selua accende Imperiosa fiamma, e sterpi, e prante Sopra gli eccelsi monti, mentre doma Con incendio fatal de i Pin la chioma. Quanto rumor, grido, e sussuro à vn tratto, Tra quelle genti pria vincenti, sorse, Quando, qual vento repentino, e ratto Al ferro il prode Plautiola man porse: Non cosi resta il campo arso, e disfatto Dal fulmin, che per entro horribil scorse; Come rimane hor la falange Achiua; Poi che molti ad'vn colpo d'alma priua. Marte il tutto contrista, o venia, o pace, Ne à fante, ò à Cauallier dona, o concede; Le squadre intiere coraggioso sface, Strugge, consuma, tronca, e sbrana, e fiede. Tra tanta vccision Riuo viuace Di caldo sangue anchor scorrer si vede; Saltan gli incisi capi, e d esse vn nembo Cade del pian sopra il purpureo grembo. Congiunta tanta possa à quel valore, Che pugnè fermo contra il Greco ardire, Aura spira di speme al franco core; Desta nouo vigore; accende l'ire; Nota, spauento, insolito timore Venno i Grecisi indomiti à ferire; Voltano oue han la fronte, il tergo à i Franchi; Fuggon dal Vallo sbigottiti, e stanchi. Ne disdegnò quel già si inuitto petto, Gran Terror di battaglia, Oronte il forte, Fuggir con gli altri, ed è a lasciar constretto Le voglie che le furo al venir scorte. Fugge Alessio, e Meandra, vn freddo affetto Par, ch'à costor più assai temenza porte, Che l'istesse armi, paga Alessio audace Con sue genti il desio, che piacque, hor spiace. Fuggono i Traci impauriti il volto Del campo nostro, e'l poderoso braccio; Ch'vno occulto poter cosi li ha tolto E mentre, e forza; il ferro è loro impaccio; Ma di quel popol pauroso, e stolto Plautio congli altri fa macello, e straccio; Ne la gran fossa caggion molti, e anchora Per caloa auien, ch'alcun tra i piè ne mora. Tra sassi, spine, o sterpi allhor fuggendo Il temerario Trace l'aspra guerra; Plautio i timidi à tergo vien seguendo, Molti, e famosi, e senza nome atterra; E quasi turbo horribile scorrendo Le folte torme Greche apre, e disserra. E anchor Guido, Roberto, e Bonifatio Non si vede in lor danno stanco, o satio. Ne mai fermar di quel lor moto il corso, Che fuor del Vallo stupidi, e confusi Si ritrouar, soffrendo ogn'hor nel dorso Piaghe, e ne gian senza ordine diffusi; Ritiene al fin di tanta caccia il morso Lo 'mperatore à'miseri, e delusi: Mirtillo, e la gran Donna voltar fanno Quei, che storditi al precipitio vanno. Non vi scordate l'alte forze, vostre, La Casa, i figli, e la diletta moglie, Che forse al Ciel per le saluti nostre Preghi, voti, e sospir promette, e scioglie, Hor in prò de la Patria sièn dimostre Con virtù ferma ben feroci voglie; Ch'i perigli, e le piaghe anchor di gloria Vi fieno, e di gioir dolce memoria. Voi del Romano Imperator sostegno; Del giusto Difensori, e de la fede; Dal mondo anchor, non, che dal nostro Regno Acquisterete honor gratia, e mercede. Se voi scacciato haurete il francho sdegno. E l'ira insana da la nostra sede, Cosi diceua l Duca à tutti innanti. Rinuigorendo gli animi tremanti. Non altrimenti, che dal Ciel discende Fredd' acqua in tonda grandine raccolta, Cui vent' aspro raggiri, i tetti offende Suonante, e cade strepitosa, e folta. Spoglia l'opache Selue, e i Campi stende. Abbatte i fiori, ogni bellezz ha tolta. Folgora l'aria, e stride, ad ogn'vn pare, Che gia ruini il Ciel conuerso in mare. Tal vedresti Mirtillo, e i suoi d'intorno. Fuggon le squadre sbigottite, e smorte; Ma non lontan con più grauoso scorno Plautio le auerse schiere in parte ha morte; Ciò vede Alessio, e duolsi, che nel giorno, In cui speraua, habbia contrar a sorte, E sospirando disse al Duca, ahi quanto Degno il nostro destin veggio di pianto. Però ritorno entro in Bisantio, e tosto Condurrò noui stuoli, e noue squadre, Tu mia mancanza adempi, in te riposto Del Campo è'l pondo, hor scopri opre leggiadre; Li nostri, à cui tu sei da me preposto, Guarda da sorti vergognose & adre, Che ratto à te verrà nouel soccorso. E taglierem di vita à gli empi il corso. Ne và ciò detto, ratto più, che augello, Con pochi amici à la Città dolente; E'n breue tempo stabile drappello Arma quel Rè di Cittandina gente: E capo, e Duce tosto elegge à quello Il giouin Coradin saggio, e prudente, Franco in duello, ne'l certame fero; Quant' altri oprasse mai spada, o destriero. Era più, ch'altro affabile, e gentile, Di regia stirpe nato in tetti regi; Prode, gagliardo, e d'animo virile; Vago d'aspetto, e di famosi pregi, Questi da vn volto, à cui non fù simile, Preso rimase, e da costumi egregi Hor d'amante, e di sposo il nome gode, E di sposo, e d'amante ha gratia, e lode. La Donna è Areta, e questa cugin 'era De la Regina, e à lei gradita, e cara; D'alte bellezze, e di real maniera, Per valor, per ingegno illustro, e chiara; Per puro, e santo amor, per fe sincera; Per pudica honestà splendida, e rara; E più de l'alma sua, più del suo core Il giouin ama, e pari è in lor l'ardore. Come il guerrier del suo signor intese Il bisogno, i pensieri, e quanto brama, Lieto più de l'vsato l'armi prese Ardendo nel desio di noua fama: Se ne adorna, si cinge, e poi discese, A' ritrouar Colei, che cotant'ama, Cinto di ferro il giouin più rassembra Nobil di faccia, e assai maggior di membra. Come Areta, la sposa il caro amante Vede venir di lucid'armi inuolto: Ch'vn cor guerriero, vn animo prestante Vede, e conosce ne l'amato volto: Si mutò, si smarrì nel bel sembiante, Che tal vista gran duol le hà in sen raccolto: E da le labbra in pretiose note Sciaglie quel gran timor, che'l cor le scote. Doue, o mio cor ti volgi? dimmi? doue Mi lasci? dunque senza me potrai, Tra lancie, spale, e periglio se proue Andar lasciando Areta in pene, e in lai? Pietà di te, di me, che fia, che gioue A'miei trauagli, e pur per vso sai, Che son di marte gli ornamenti egregi Piaghe, morti, sospir, scherni, e dispregi? Tu Padre caro, e veneranda Madre Mi sei: tu fratel dolce, e sposo amato. Poscia, che tra guerrieri il mio buon Padre Spirò lo spirto al Ciel deuoto, e grato: Il fratel mio tra coraggiose squadre Caddè sù l'età prima al crudo fato, Ohime nel dì, ch'Enrico Pera vinse, E del sangue de'nostri il Suol dipinse. Vinta perciò dal duol la genitrice Finì gemendo i trauagliosi giorni; Rimasi sola al pianto, à lo 'nfelice Successo de la Patria, à danni, à scorni, Di tanti solo tu sostien la vice, Per te mi sono i di lieti, & adorni: Per te seren m'è l'aere, e'l Ciel gioioso. Padre, Madre, fratel, Compagno, e sposo. Io mi credea, che dopo tanto affanno, E foco, e sangue, e sorti empie, e seluagge, Ch'io stessa vidi, e con mio graue danno De le nostr'ossa biancheggiar le piagge: Fosse il fin di tant'ire: ma lo 'nganno Del Duca con sue voglie poco sagge, Vccise il Rege, e destò caldi affetti, Ch'estinti asser parean ne i franchi petti. Chi mi vieta seguirti o amata speme, Tra'l feruor di battaglia & armi, e morte? Che s'vopo fosse il petto, e'l capo insieme Ne porrei per sottrarti à cruda sorte: Per te l'hospitio nostro trema, e teme: Sien chiuse al tuo partir le nostre porte, Che tua vita è quell'alma: ond'io respiro, Tua faccia è'l Sol, che solo adoro, e miro. Cosi dicea, spargendo del bel viso D'vn largo pianto le fiorite rose, Forse con modo tal dal Paradiso Mostra il mattin le guancie rugiadose. Il guerrier stando à' detti attento, e fiso, Al gradito suo Ben cosi rispose, Cio piace al Re cui d'vbedir ne cale: Poiche'n Dominio, e forz'à ogn'vn preuale. Dolcissimo mio cor se'l mio desio Non fosse al tuo d'amor congiunto, e stretto, Ti dorresti à ragion: ma'l voler mio Sol di piacere à te prende diletto: Per non turbare il tuo bel petto anch'io Mi sottrerei di guerra al duro effetto: Ma'l saggio Imperator: perch'io non neghi Sua voglia à far, giunse à comandi i preghi. Dissemi in dolci modi, o Coradino, Giouine valoroso, vnico amico: Mira il Regno famoso oppresso, e chino A' danni estremi, e come ha'l Ciel nemico: E come fauorito dal destino Tutto puote, tutt'osa il crudo Enrico: Di quà, doue il valor Roman si cole, Sembra fuggito, ne più o'è, qual suole. Tu per gradirmi, e far quanto far debbe Prode guerrier, c'hà lo suo Duce in stima. Vestì l'armi, escì in Campo, e se già crebbe La tua virtude hor s'oda in ogni Clima, Forse il tuo ardire inanimar potrebbe Tal, che l'otio, e'l sopor consuma, e lima, Che poi tra'l denso horror de' miei martire Nasca tal luce; onde il mio cor respiri. Pensando à tanta strage, e à danni tanti La prudenza regal, che mai non erra. Da gli anni graua, e da pensier cotanti Sospira il fin di si dannosa guerra, E de' nemici, e de gli amici erranti Teme, e con sospir spessi il cor diserra; Con lagrime talhor da duolo oppresso Ne la perdita altrui, piange se stesso. Vita, che questa vita al ben conduce, Arsa non vedi questa terra intorno Da quel nociuo ardor, che Plautio, il Duce? Sparse in quel mesto, e sfortunato giorno? Che se del Ciel l'onnipotente Luce Non volgea gli occhi à questo egro soggiorno Consunta la Città noi presi, e vinti, E da l'hostil furore in breue estinti. Non vedi il franco, con che studio, & arte; E con quai genti il Cittadin percota; Con qual fortuna amica in ogni parte Ci assedi, e facci sua possanza nota; La città guata, e i Campi à parte, à parte. D' Agricoltori, e d'habitanti è vota, E tra monti d'vccisi ampi Torrenti Corron di sangue, ahi, de le nostre genti. Onde fuggir non posso; benche'l core Sia d'empio fato, e d'alto mal presago? Veggo serua la Grecia, e'l mio signore Del Regno priuo, e de la morte vago; Veggo il crudo seruaggio, e'l tristo horrore; Fatto Bisantio mio di sangue vn lago; Che gioua, ohime, se l'alma ciò preuede! Ma'l futuro schiffar non può, ne crede. Pria mi fulmini il Cielo, e s'apra questa Terrà, e sepolcro al miser corpo dia, Ch'io ti rimiri lagrimosa, e mesta Preda, e serua di gente infida, e ria; Che bassa seruitù, graue, e molesta T'opprimi; onde à te morte dolce fia; Sò, ch'auerrà, quanto ti dico, e ch'io Preuedo, e fà, che scorga, il Cielo, e Dio. Ma che gioua ò, mio cor; de la vergogna L'auuertenza mi tragge à pigliar l'armi; E dal sen mi ti suelle, e la rampogna Temo del Re, che'n me di saegno s'armi; Vn desio forte, e coraggioso agogna Gloria, ch'ogn'hor pur seguo, e giusto parmi, Però acchetar tue voglie pensa, e quanto Vuol il Re, piaccia à te, da fine al pianto. E ciò si taccia, e tu lo spirto vesti Di gaudio, e scopri hormai tranquillo il volto; Se me tra grande essercito vedesti Tra mille lancie, e mille spade auolto, Se'l dì non è, che posero i celesti, Temer non dei, ch'io sia dal mondo tolto; Ch'affrettar non possiam la Parca, hor piglia Per rallegrarmi più serene ciglia. Come se d'atra nube ombrato è'l Cielo; E l'aria oscura, e senza Sole il mondo, Se spira fiato d'importuno gelo Il superbo Aquilon dal sen profondo; Scaccia, e dissolue il nubiloso velo; Ritorna il tutto allhor chiaro, e giocondo, Tal essa scaccia del suo Amante à i detti Per compiacerlo i nubilosi affetti. Le ragioni ella vdite, e la suprema Necessità, ch'à guerreggiar lo 'nuita, Qual magnanima Donna auien, che prema Quel duolo in se, che sua suentura addita; Benche s'affigga, e che pauenti, e tema; E lassa tremi per l'amata vita; Nulladimen queste parole elice Da le labbia soaui, e cosi dice. Secondi il tuo voler alto, e sourano L'alta possa del Ciel, ch'à ciò ti moue; Ella giri la destra, e la tua mano A'somme indrizzi, e memorande proue; Il Franco per te giaccia, e l'Italiano, Sia di te meno il fulmine di Gioue, Di terror, di possanza, e care Palme Nascan di tue virtù sublimi, ed alme. Ma poi che l'andar tuo ricerca, e chiede Il bisogno presente, e'l tuo valore; Serba l'amor in sen, serba la fede, Che deui à me, c'hai verso il tuo signore; E sia del braccio tuo degna mer cede Del franco, ch'è di tanti danni autore, E di tanti trauagli, il capo indegno, E tu saluo, & io lecta, e fermo il Pegno. Tace, s'accheta, e di viuace spene Colma il bel petto, e di futura gloria; Già gode i pregi del su' amato bene, S'impromette trionfi, alta vittoria; Perche non sà, quale infortunio, e pene Le apparecchi fortuna; in ciò s'ingloria, E non essendo d'armi à pien guernito Serue in tal opra al feruido marito. Li allaccia l'elmo, hor con vn dolce riso Lo mira, e lo vagheggia; hor d'acque amare Bagna il vago splendor del nobil viso. E più, ch'altra dolente, e mesta appare; Con amoroso sguardo, e bel sorriso Di nuouo par, che gli occhi orni, e rischiare; Sembraua il sol, quando da nebbie inuolto Hor chiaro scopre, hor nubiloso il volto. Non mai nel sen di primauera rise Rosa di tal color purpureo tinta; Simile à quel, che in gratio se guise La bella faccia sua rendea dipinta; Talhor con fronte dolce in esso fise Le luci hauea da casto amor sospinta Tra meste insieme, & amorose voglie Co i baci il bel da quel bel volto coglie. Rimanti in pace, io vado, ce'l tuo pianto Non far à me di tristo augurio segno, Disse, partendo, e sorridendo, intanto Sfauillò di delce aria il ciglio degno, E per mostrar à lei se l'ama, e quanto. Porse di canto amor la destra in pegno; E diè con voce placida, e gioiosa L'vltimo vale à la diletta sposa. Con guerrir mille i più feroci, e forti De la Cittade al gran periglio n'esce; Ch'à cor inuitto il gir tra ferri, e morti. Per la Patria serbar poco rincresce; E, chi sarà, che maggior vanto porti Di chi à vera virtù s'inalza, e cresce, Che pugnar perle Patrie mura, e poi Saluar le genti, e le penati suoi.

Il fine del Canto Decimo Settimo.

Sospesa Areta il caro amante arrende; Ma in vece n'ode di sua morte il modo; Piange, il cerca; il ritroua, e d'aure bende Cinge il crine, e e in vil panno d meilo. Alessio fa consiglio; e fuori intende Mandar de la Città Femineo il sesso: E l'età troppo tenera; e da gli anni La troppo afflitta tra auezza ad aspri affanni A 'Le mura vicina eccelsa Mole Ne sorge si ch'ogni altra altezza auanza, E par, che'l nome à la Regina inuole De gli Alamanni, e in tutto ha somiglianza, Perche Irene era detta, quando il Sole, Non mostra anchora à noi la sua sembianza, Gl' illumina la cima, e quando è sceso Ne l'onda, nel suo crin si vede acceso. Da la cui sommità scopiansi intorno I monti, i campi, ogni lontana parte: Le Trincere nemiche, e'l lor soggiorno; E de l'auersa Classe albori, e Sarte: Essercitarsi non lontan dal Corno Gli scherzi horrendi del terribil Marte; Quiui la bella Areta ascende, e mira Gli incerti assalti, e dubbia in se sospira. Tal la figlia di Tindaro ascendea La Torre, e co'l gran suocero miraua Il fier Certame, e la battaglia rea De' due Campi nemici, e sospiraua; Costei se spada, lancia, lo stral volgea Le penne ver Colui, che tanto amaua; Trepida, e mestà sentia dentro il core, Senza offesa di lui, graue il dolore. Ne mai gli occhi mouea da le maniere Dilette, e care, in pugna acre, & acerbe; Temendo l'armi auerse, e le guerriere Sembianze, formidabili e superbe; Spesso anco volta, à l'Italiane schiere Dicea cose, del cor, ch'eran riserbe, Che se fosse ne l'armi senso, spenti, Haurian di morte i desideri ardenti. O guerrieri famosi, ò voi, c'habbiate Ne la felice Ausonia i dolci regni, O franchi, ò voi, quai con virtù pregiate Rendette i vostri nomi illustri, e degni: Tenete lungi da le membra amatè Le mani, i ferri, l'ire, e i vostri sdegni, Perdonate à lui solo in tra cotanti, Ch'vsciro in pugna giouani prestanti. Ch'è à voi lasciare à vn sol l' alma, e la vita! Temer non v'è d'vn sol; benche feroce; Torni à dar gioia à l'anima smarrita Del mio sposo fedel l'amata voce: Cosi dicea la Donna sbigottita Mirando d'alto la battaglia atroce, E quando in lui vedeua il ferro eretto, Bramaua opporui il cor, lo spirto, e'l petto. La frequenza de l'armi, il moto, e l'ombra. Togliono a gli occhi il senso, al cor la cura; Perche la polue col suo buio addombra L'aria, gia fatta alquanto in vista oscura. Però lascia la Torre, e di se ingombra Le proprie stanze, assai dilui sicura; L'hora attendendo, ch'eid al Campo rieda, E, ch'à gli altri d'honor solo anteceda. Ma poco, ohime, che son conformi insieme Il fato iniquo, e l'amorosa voglia; Questa al Ciel s'erge, e quello al fondo preme; Questa brama goder, quel portar doglia: L'aspetta incauta assai piena di speme; Pensa, qual l'accarezzi, e qual l'accoglia, Con gli affetti del cor puri, e deuoti, Per la salute sua fa preghi, e voti. L'vn campo, e l'altro fatto già vicino Con voci altere immensa strage fanno; E questi, e quelli con egual destino A'vicenda dan piaghe, e à morte vanno: Anchorche Oronte il popolo latino Spegni, e consumi, sente intenso affanno, Parli offender lo poco, e teme, e stima, Che'l nemico furor sua gloria opprima. Tra l'essercito nostro acerbi segni Lascia del suo furor da' suoi seguito; Giunge in questo tra'l sangue, e tra gli sdegni Coradin, ch'ora al gran Certame vscito; Che tra i più coraggiosi, e tra i più degni; Chiaro si mostra, e più d'ogni altro ardito; Benchel Destino à lui neghi il ritorno, Pago esser puo nel trauaglioso giorno. Poi, che d'intorno s'erge in tempo breue Eccelso Argin di membra incise, e sparte, Tra cui scorre con moto non gia lieue Purpureo fiume, che da quel si parte; Discende il brando suo pesante, e greue, Con forza assai non senza industria, & arte, Sopra i più forti, O indo à terra manda, Che giusto già godea Regno in Irlanda. Cosi quando tra nebbie stride, e freme Rinchiuso vento caccia, vrta, e percote, Raccolte in vn tutte sue furie estreme. Scende fatto di fuoco, e'l mondo scote. E ne l'altezze più grandi, e supreme Sfoga de i moti suoi le rabbie ignote, Cosi i maggiori de le franche schiere, Quasi fiato importuno atterra, e fere. Non tante spiche d'oro à i giorni ardenti Caggion recise da robusta mano; Ne sorgon tante à i di vagi, e ridenti Herbette, e fiori à far più bello il piano. Quanti giacion tra gemiti, e lamenti. Per quella spada, ohe non fiede in vano Di Plautio, che non stende à vn colpo solo Vno: ma porta à molti oltraggio, e duolo. Nude di ferro, al ferro, à le ferite Esposte hauea le nerborute braccia; D'elmo, qual Torre l'irte chiome vnite Copre, e spauenta con l'horribil faccia; A'gara intorno à lui genti infinite Corrono, vno ferisce, & altri scaccia: Perche la spada sua per cento spade Vale, cosi le genti tronca, e rade. Vede; benche lontano, quanti atterra Coradin viui, e quanti morti stenda; E come à cruda, e perigliosa guerra Gli ignari di sua schiera à l'armi accenda; Come, e con qual dispregio Eueno afferra, E lo strozzi, e conculchi, & altri prenda, L'osserua, il segna, e guarda, quando possa Vccider quel con semplice percossa. Tal stà, qual Cacciator, ch'al varco attende Cinghial, ch'impetuoso cala il monte. Che rompe, spezza, frange, e giù distende D'antica selua l'alte chiome inconte; Da sassi trahe con l'vgna il foco, e offende Oue il pie volga, o la terribil fronte. Par ch e'l mondo ruini, e caggia il Cielo, E'l timor cangia i petti in freddo gelo. Mentre pugnando il prode Coradino Troncare à Bonifatio il capo tenta, L'ha già preso per l'elmo, e già vicino A' la strozza la spada li appresenta. Tempo non gitta Plautto il buon latino, E col grido, e col ferro hà in tutto spenta La vita sua; perche dal petto al tengo Passollo, lasciò l'alma il caro albergo. Caddè, qual cader suol da vn alto Colle Suelto da forte man rotondo sasso: Caddè si; ma sua fuma il capo estolle Pe'l suo valor; benche di vita casso. Mostrò la squadra sua la guancia molle; Diuenne il cor feroce infermo, e lasso; Teme il più vil nemico hor, come prima, Disprezzò ogni guerrier, benche in gran stima. Atra nube di duol gli occhi coperse Del Greco Re, quando sua morte intese; Laqual conue'sa in pianto à quello asperse L'ispido petto, e fino al piè gli scese; Ne sol per lui gran doglia il cor gli aperse; Ma anchor per altre care genti stese; E pensa, e guata; attonito ne resta, Come Plautio ad ogn'vn la morte appresta. Onde questo veggendo teme assai, Che l'esse cito suo resti distrutto; E di raccor con suo gran danno, e guai Del suo sfrenato ardir troppo aspro frutto; L'Italo è in dubbio, ch'ode gridi, e lai, Che'l campo resti ruinato in tutto; Onde suona à ritratta; ei si raccoglie A' le sue tende, altri à le Patrie soglie. Areta intanto cauta orecchie porge, Se da la pugna il caro Amante riede; Del suo ritorno impatiente, hor sorge, E quà, là desiosa hor spatia, hor siede: Ne del suo mal la misera s'accorge; Ne di tanta suentura il cor s'auede, Ecco vn Messo anhelante in volto essangue, Tinto, & asperso di sudor, di sangue. Che dice mesto (ha in fronte il duol dipinto Per l'annuntio, che porta tristo, e strano) Coradino, il tuo sposo è in Campo estinto; Quel, che cotanto amasti, hor giace al piano: Quel, che di tua beltà fù in modo vinto, Cui parue ogn'altro amore indegno, e vano, Quel delqual fusti ogn'hor pace, e conforto Steso è tra gli altri lacerato, e morto. Come al cader del Sol dispoglia il mondo Di tanti vaghi aspetti il bello, e'l grato; Freddo, & oscuro, & horrido, e infecondo Sembra, e pien di spauento, orbo, e gelato. Tal quant' era di lieto, e di giocondo, E di caro, e di regio e di lodato Sparue à i detti funesti, e restò solo Tristezza in essa, pallidezza, e duolo. Rimase tal, qual resta quello, alquale Ferro crudel da man nemica è sceso, A' rapirli lo spirto, e di mortale Piaga nel cor da quel si senta offeso; Tace, stà immota, à la mentar non vale; Che del trauaglio è troppo graue il peso, Ne'l suo penoso affetto è in pianto sciolto, Ne in sospir graui è'l suo dolor disciolto. Depon tornata in se l'odiate some De le pompe già in pregio, or gemme, & Ostro; Copre di nero vel le belle chiome; Empie di pianto, e strida il regio chiostro: Ne mai die pace al suo penar; ma come Febo lasciò pietoso il mondo nostro; Le lasse membra inuolue in rozi panni, Segno euidente de'suoi graui affanni. E'con due fide sue, che ogn'hora hauea, Di gentil sangue à suoi seruigi pronte; Lascia l'amica terra, e non temea, Tal ardir li dà amor, ch'altri l'affronte; Per l'ombra quinci, e quindi s'auolgea, Per ritrouar di sua speranza il fonte; Chi à te posso agguagliar di pianto aspersa, Niobe forse in lagrime conuersa? Stese, fuggito il giorno, oscuro velo Notte; onde il tutto n'era à nego inuolto, Da nubi vsciua à far più bello il Cielo La Luna, vaga il piè, candida il volto; Che chiari raggi, e rugiadoso gelo Dal sen versaua, e dal crin biondo, e colto; Onde emula del dì parea l'oscura Ombra d'horror ripiena, e di paura. Coperto in ogni parte il Campo vede Di corpi tronchi, di scipati, e morti: Questi incise ha le braccia, quelli vn piede, Ne si distinguon da gl'imbelli il forti, Et alcun moribondo ode, che chiede A' l'alma in ferma gli vltimi conforti; Fitto alcun ne la terra ha l'elmo, e viuo Non può ritrarsi, e d'ogn'aita è priuo. Là tra 'l miscuglio de le estinte genti Cerca quella infelice il caro Amante; E tra pallide faccie, e volti algenti Al fin troua di lui l'egro sembiante; Gli occhi, e i color del viso horridi, e spenti Conosce al lume de la luna errante; Cade sopra di lui, freddi sudori Fregian del viso i pallidetti fiori. Ohime, quai furo i pianti, ohime, quai furo I sospiri, le angoscie, e le querele, Chiama le stelle, e'l mondo acerbo, e duro; Sua fortuna, & il fato empio, e crudele: Mirando il Ciglio, quasi vn Cielo oscuro, Che fù lucido si del suo fedele; Facea pietoso l'aere, attento, e fiso Ne staua à gli atti di quel nobil viso. E da' piouosi soli in lui diffonde Nembo, e pioggia di lagrime dolenti; Ne al bianco seno, od à le chiome bionde Perdona, stratia, e frange ambo innocenti: Tra i notturni silentij egra confonde Al mesto pianto dolorosi accenti; Liquai dal lasso petto n'escon fuore Messi lugubri del suo gran dolore. O del mio core anima eletta, e cara; O de la vita mia più degna parte; Oue è la fe promessa? ah sorte auara, A' la tua sposa, ahi, fur parole sparte; Giurasti di guardarti in quella amara Guerra, e contrasto de l'horribil Marte; Per non offender me, che nel tuo petto Hauea di casto amor nobil ricetto. Come possibil è, ch'io viua, e spiri? Se chi fù l'alma mia, quì giace estinto? Non viuo, nò, da crudi aspri martiri Lo spirto fù da questa spoglia spinto; Hor lo 'nfelice d'Herebo ne i giri S'auolge, e aggira dal dolor sospinto, Ahi quanto questa mente erra, e vaneggia, Pur è morto, & io viua fia, che'l veggia? E pur io viuo, ahi, come pur sei quello; Onde li sensi miei dolce hauean vita, Che morto miro, e'l volto a mato, e bello Squallido, in cui c'è ogni beltà smarrita; Oue'l lume de gli occhi, e del capello L'oro viuace, e de l'età fiorita I bei Ligustri, e le vermiglie rose, Che ne le belle guancie amor ripose? Ben mi percosse il cor mortal affanno, Quando apparir le Venetiane Antenne; Si scosse l'alma, e del futuro danno Presago il cor trista sembianza dienne; Ohime, troppo indouina, ah miser anno. Rea stagion, giorno infausto; il cor sostenne Si crudo incontro, che'l mio ben presente Raddolcia'l fel di questa amara mente. A' che viu'io? la vita m'era à grado, Quando più fortunata al mio Signore Spiraua amata; hor perche al mondo bado? Poiche m'è l'aere, e'l sole ombra, & horrore? Ne'l mio core in felice persuado A' mirar più di lui gratia, o splendore; Da Cani fia sbranato, & in sepolto Rimarrà l'amor mio nel sangue inuolto? Ah? ver giamai non sia, pria restin queste Membra odiate à mille Belue in preda; Ma questo sen fia à le sue belle, e meste Seggio; oue anchora egli s'appoggi, e sieda; Cosi dicendo à l'opre atre, e funeste; Perche, quanto desia, tanto succeda; Con le mani il solleua, e tosto quelle A'l oprar dan fauor, pietose Ancelle, E dal soaue pondo oppresse, i passi Vengono al loro hospitio vsato, e caro. Vrlo, latrato, o dirupati sassi, Non pon tardar la via, che incominciaro; E doue il marital suo letto stassi, Gementi, e sospiro se lo posaro; Quiui di nuouo al lamentar si volse, E quasi in acqua il vago corpo sciolse. Cosi veggiamo à i caldi rai del Sole Ne lieti giorni, quando ride il Cielo, E l'augelletto tra scherzi, e carole Lusinga i rami del fronduto stelo, La neue sciorsi, e liquefarsi suole In turgid' onda il condensato gelo: Onde innonda le piagge, e rende paghi Del suo fauor i prati ameni, e vaghi. La clemenza real vinta, e conquisa Da le lagrime sue, dal suo lamento. Fa, che in marmi pregiati resti incisa La virtude, e'l valor del guerrier spento; Credendo in parte anchora in questa guisa Alleggerir di lei' l'aspro tormento; E con pompa di spoglie, e di trofei Honorarlo, e riporlo in Ciel tra i Dei. Di rauca Tromba il lagrimoso metro Segue l'estinto, e'n bello ordine accese Mille facelle auanti, e mille dietro, E schiere armate, e à tronchi l'armi appese; Seguiuan poscia l'horrido feretro Donne, sciolte la chioma, al pianto intese. Poi sepolcro li diero; e seco insieme D'Areta al cor, che sospirando geme. C'ha di continui fonti molli, e asperse Le bianche neui de le belle gote; Sprezzato ogni piacer se poi conuerse Al sommo Dio, cui fa sue voglie note; Fa le brame del senso pure, e terse Di dura penitenza à l'aspra cote; E'n rozo panno, e cenericio accoglie De l'alma sua le delicate spoglie. E le lodi gradite, e'l fasto, e'l vanto Fugge, che fur si grate al petto fido, Magnanimo dispregio ha in odio quanto E d'amabile, e caro al mondo infido, E qual pura Colomba in schietto manto Spiega l'ali à cercar più stabil nido; E goder brama, come Aquila suole I viui rai del sempiterno Sole. Tra cento serui in gran Palagi auezza, Ricca di spoglie porporine, e d'oro, Di pregi, di dilitie, e di bellezza, Gran Donna di Castella, e di tesoro: Hor si ritrahe tra tenebre, e bassezza Di pouertade, e chiede il bel tra loro, E stando in bassa Cella, in humil loco Il mondo sprezza, e tien sue glorie à gioco. Mentre stendea la notte il fosco velo, E tacea'l mare, e ogn' animal riposa, Vscia ripiena di pietoso zelo Del morto Coradin l'amata sposa; Et al dubbio splendor, che porgea 'l Cielo Tra'l buio oscuro di quell'hora ombrosa. Scegliea de' suoi congiunti, e de gli amici Li cadaueri essangui, & infelici. E con la man, che regio scettro sdegna, Piglia la zappa, e'l terren tragge, e poi Con fronte mesta; ma di lode degna, Dona sepolcro à i cari estinti suoi; E con lo spirto, in cui santo amor regna, E pio voler verso gli vccisi Heroi, Prega in atto deuoto eterna pace, E che risplenda à lor perpetua face. E cosi paga in fin, ch'al suo, Dio rese L'anima, tra digiuni, e pianti visse; Per vincer del nemico aspre contese Con catene, e cilicio il corpo afflisse; La saggia, false gioie, e voglie accese Domò del senso, e'l mondo in oblio misse, Hor del gran Re l'alte bellezze godi, E del tuo caro amor le gratie, e i modi. Ma'l Greco Imperator, che indarno porse A'i forti alloggiamenti horrendo assalto, E, che vide de' suoi, che'l sangue corse A' far il verde pian purpureo smalto; Che sorte, e'l fato à se contrario scorse, Mandò vn sospir dal cor profondo, & alto, E bestemmiò del Ciel la Cagion prima, Come quel, che tutto osa, e nulla stima. Teme, che'l lungo assedio al fin procuri Fame, e bisogno à i popoli soggetti; Perche con gran periglio à i tempi oscuri Portan le vettouaglie entro i lor tetti; Ma poche sono, e molti i dì futuri; Molti son già da la penuria astretti; Che molto, e molto chiede la gran terra Per gli habitanti, & huomini da guerra. E per lo più le vettouaglie sono Da latini rapite, e quelli vccisi, Che le guidano à Roma; vtile, e buono Pensa ne suoi pensier dubbi, e diuisi, Gl'inutili à la pugna habbian perdono Poter viuer lontan tra l'otio assisi; Giusto dicea non è, che i lenti, e vili. Facciam disagio à gli animi virili Arsenio, Filocaio, e Michaele, Et Aristide al suo consiglio inuita, Saggio di mente, d'animo fedele Per virtù chiaro, e di lodata vita; Dal cui sagace sen più, che di mele Dolce d'alta eloquenza ha'l fiume vscita, Acuto consiglier, gia'l suo parere Fù non pugnar con l'Italiane schiere. Costui con altri al gran consiglio il piede Moue sospeso, e ne van molti, e molti; Qual'à lor Aluei con fiorite prede Soglion l'Api ingegnose à i giorni colti, E doue il Regnator di Tracia siede Nel Palagio regal si son raccolti, Ne men l'orecchio hauean, che l'alme attente, Per saper, quanto brama il Repossente. Con maestà due volte, e tre riuolse Gli occhi ne' volti de gli amici Heroi, Poscia con graue suon la lingua sciolse, E'l varco aperse à i chiusi sensi suoi. Quì l'alto impero mio voi saggi accolse, Perche de l'auenir consultiam noi, Hora de la Cittade à la difesa, Ch'al fin non resti soggiogata, e presa. Come habbiam, con qual armi, e senno, e quale Prouidenza, e sapere oprato à fine, Di soacciar da la Grecia il dì fatale, E le Galliche squadre, e le latine, Tutto sapete; ma'l saper che vale? Quando schiffar non ponsi aspre ruine, Ne'l foco ci giouò, che'l mago accese; Ne'l dare al Vallo lor mortali offese. Tentato habbiam di por con l'armi nostre Le Trincere nemiche à terra rotte: Quando, e ben chiare fur le virtù vostre, Che diè'l loro splendor lume à la notte. Non consentillo il Cielo, e ben dimostre Ci fur sue voglie inique; onde interrotte Di noi fur l' opre; audace fù'l desire, Per lo franco annullar, del nostro ardire. Dura l'assedio, e durerà, ne habbiamo Scacciar potuto le francesche spade; Ne con morte de' nostri hauer possiamo Le munitioni, e le decenti biade; E benche sia noioso à quanto bramo Ciò, che dirò, pur questo dire accade; Dura proposta in ver; ma tal la chiede Il tempo auerso, e questa inferma sede. Poco è'l commodo, e'l cibo appresso quella, Gente, che quì par, ch'infinita abbondi; Temo, che per disagio al fin rubella, Ben, c'hor grata, si faccia, e'l mal secondi, A' fatti iniqui spinge iniqua, e fella Necessità, tu graui insidie ascondi. Però dobbiam con prouidenza amica, Far quanto pietà insegna, e par, che dica. Color ne la Città nosco staranno Di viuo spirto, e di feroci voglie, Ma il delicato sesso, e i figli andranno Lungi da noi; benche ciò apporti doglie: Che spesso è ben, quel, che ci arreca affanno. Quando l'huom dal periglio si ritoglie, Seco andrà Filocaio; acciò prouegga A' le miserie loro, e indrizzi, e regga. Oue son di Filippo, e d'Adriano Le città colme d'oro, e in ver felici. Quiui sicuri, & anco assai lontano Viueran da suenture, i cari amici. Ch'à noi troppo sarebbe acerbo, e strano, In questi horrendi secoli infelici, Veder perir color, ch'amiamo, solo Per penuria di cibo, e qual fia'l duolo? Sgrauata la Città da inutil peso, Più ageuolmente sofferir potremo L'assodio, e l' armi, e d'ira il petto acceso De l'essercito ohime, che contra hauemo: Se ciò fia, tolga il Ciel, che oppresso, e presso Giunga il nostr' alto impero al punto estremo; Non vedrem tanti afflitti, e lagrimose, Madri languenti, pargoletti, e spose. Nascon da buon pensier le lodat' opre. Come i raggi dal Sol, da l'herba il fiore. Però con l'alma, e co'l pensier s'adopre Ogn'vn, c'hauer desia gloria d'honore. Qual essercito sia, che cinge, e copre I campi, e la Città, sallo ogni core; E sappiamo anco, con qual odio antico Ci oppugni, e stringa il pertinate Enrico. D'Alessio à la proposta ogn'vn rimase Tacito, e muto, in se scontento, e mesto, Troppo, e troppo priuar le proprie case De le Donne, e de'figli è lor molesto: Ma questo à sua possanza dissuase Costanzo, al Re nimico manifesto; Perche vn Cugin li vccise vnico, quando Discacciò Isaccio del suo seggio in bando. Amator de le Donne, amico à gli agi Viuea; benche tra l'armi, anchor sicuro, Disse, per torre, o Re, tema, e disagi A'la Patria diletta, al Greco muro, Impouerir potrai case, e Palagi Di ciò, che piace più, ciò fia ben duro, Languiran l' armi, el' alme, à cui fien tolti I Padri, i figli, e i delicati volti. Quando scacciati i genitori amati, Le care mogli, e i pargoletti figli, Li Cittadini mesti, e sconsolati Vedrai, dolente il cor, dimessi i cigli: Chi sarà, dimmi, ò Rè, che à i petti armati Somministri valor ne' gran perigli? Forse credi à gli stimoli a'honore? Quai vani son, se non li aguzza amore. Non sai, ne' seni nostri quanto vaglia De i dolci pegni vn puerile amplesso; Quanto del nostro albergo anchor ne caglia; Oue ha riposo l'huom, da cure oppresso; Non dirò poi, con qual poter ci assaglia Con grata fronte, e guardo honesto, e spesso La cara sposa, e con quai sproni ardenti Sforzi, & infiammi le più fredde menti. Ch'in tacita maniera alte parole A' l'orecchio del cor par, che ti dica, Difendi, o sposo mio l'amata prole, L'hospitio caro, e me tua fida amica Da l'armi auerse; e non lasciar, che inuole Il mio candido honor rabbia impudica, Ne, ch'io misera à franchi serua, e preda Resti, e far di me stratio il mondo veda. Qual huom si vedrà mai si basso, e vile; Cosi lontan d'ogni clemenza humana; Ch'al loquace silentio il cor virile Non faccia e scacci ogni temenza vana? Meglio saria, che vsar si ingiusto stile, Dar al nemico la Città sourana. Però con patti, e modi vtili, e degni, Che poi sforzati con dannosi, e indegni. Onde il saggio guerrier, che si rimira Da' suoi diletti circondato, e stretto: E che pietosamente i lumi gira Di bella Denna ne l'amato aspetto: Di cruda fera Hircana à i morsi, à l'ira Per serbar quella egli porrebbe il petto, Et andria, tanto è in lui l'amor possente, Tra mille spade, e'n mezo il foco ardente. Forse, che de le Donne illustre grido In ogni parte il pregio alto non suona: Quante Città serbar col petto fido: Le cui virtù lor fan nobil corona, Giouanna di gran fe verace nide Conseruò i Galli: e chiaro anchor risuona De le sabine il nome, e d'altre molte Da la fama per fregio, e honor raccolte. Quando vdremmo squillar nemica tromba, Che'n sanguinosi accenti à l'armi inuita: Quando al suon minaccioso alto rimbomba D'intorno il mondo, e rende ogn'alma ardita. Ogn'vn per se temendo l'atra Tomba Haurà la faccia bianca, e scolorita: Che non fia, chi lor moua, e scota, e desti. Per difender la prole, à chiari gesti. Ancho esser può del vincitor crudele, Costor da noi scacciati, esuli, e priui De la Patria, e de' suoi, caggiano ne le Mani, e restin per sempre egri, e captiui. Noi, che sarem cagion de le querele De gli innocenti, à pena per duol viui; Seditioni forse in tra i dolenti Sorger vedremo, e liti, e tradimenti. A' molti piacque il ragionar soaue Pieno di dolce amor del Greco accorto; Mostrando più, che de nemici paue, Se fosse altroue il più bel sesso scorto; Ma di parer contrario è'l dotto, e graue Aristide, con dir maturo è sorto, Li discordi parer nostri celati Più temo assai, che de i nemici armati. Sempre è paruto, e parmi, e parer deue A' mente sana discacciar da noi Il lusso, e'l gioco, e anchor, che paia greue Al desio nostro, e'l fragil senso annoi; Che spesso vna dolcezza inferma, e lieue Amaro pianto al cor ci arreca poi, E chi non sà? ch'è grato hauer vicino La bella Donna, e'l placido Bambino? Ma'l riguardarli poi da fame oppressi. Perirci auanti gli occhi nostri, o duolo Maggior di morte; ond'io consiglio, ch'essi Vadino ad habitar più agiato suolo. Però dobbiam con iterati, e spessi Sospir lodare il gran Rettor del Polo, Che posse in te pensiero, ò Re, che serui Non pur il Regno; ma li tuoi conserui. E dirò, che quel sesso lento, e molle Con risi, sguardi, e con lusinghe, e vezzi Inferma l'armi, e'l coraggioso tolle Da quel feruor, che fa, che gloria apprezzi: Timor, confusion, discordia, e folle Credenza empie i lor petti, al peggio auezzi; Onde escludendo loro, escludi insieme Quel maggior mal, che'l cor più saggio preme. Se tu ritroui, ch'vna volta, o mai Serbata habbia la Patria Donna imbelle; Cento ne trouerai, ch'n pianto, e'n lai L'han posta, e furo à lei ferro, e facelle; Tempo non e di addur, come tu sai, Gli essempi miserabili di quelle. Che pensier chiede, & opra, anchora spero Libera la Città, fermo lo 'mpero. Perche color, c'han de la guerra il peso, Ch'al viuer lor non patiran disagio. Con petto pronto, & animo più acceso. La terra guarderan contro il maluagio; Falso è quel dir, che porti al Regno offeso Il far patti co'l Reo, commodo, & agio, Che superbo, e ritroso à i voler nostri Fia, che quel campo iniquo ogn hor si mostri. Dar poi la terra à l'Italo sagace: Meglio saria donarla in preda al foco; Poco pensi, mal pensi, e poco piace Il tuo parer, ne in mente esperta ha loco. Credi, ò Costanzo, ch'ei conceda pace A'questo lungo, e periglioso gioco? E cosa vana; che si sà ben; quanto N'odia, e desij di noi la morte, e'l pianto. E noi prima la morte amiam, che'l mondo Ci vegga tributari, e serui al crudo Veneto, e pago; oue hebbi, il mortal pondo Anco la sciarlo per suo amor conchiudo; Consacro al mio terren Patrio giocondo La vita, e l'alma; sua difesa, e scudo Fia questo capo, quando il fato auerso Habbia contr'esso il suo furor conuerso. Piacque il consiglio à color solo; i quali Fur da vera ragion retti, & instrutti, A' gl'imprudenti poi, quai feri strali Trasfisse il seno, e fù cagion di lutti: Dato fine à i pareri in modi tali; A' le proprie lor stanze son ridutti. Ad aspettar, ch'à i soliti soggiorni Il Sol stanco, d'andar purpureo torni. Ma come sorse l'ombra, e in sen nascose De le spetie diuerse i vari aspetti; E ch'à l'oprar deldì termine pose Doglia accrescendo à gli affannati petti; E ch'à gli occhi d'altrui pinse, e compose Ben mille fere ne gli azuri tetti, Con aurea penna, e che si cinse il crine D'humide perle, e di lucenti brine. Allhora Filocaio insieme aduna Gran quantità; ma non però raccoglie Tutta l'inutil plebe, à l'opportuna Fugga, che porta à Greci acute doglie: Tacita à i rai de la già sorta Luna, Ne leua il piè da le paterne soglie, Pregando il Ciel, che sopra il franco pioui Pioggia di fiamme, e'l prisco horror rinoui.

Il Fine del Canto Decimo ottauo.

Acconcia le Trinciere Enrico; e poi Da l'assalto à la terra: Claudia offende Con l'auentate frezzie i Greci Hero: La Torre per rio foco arde, e s'accende: Fa tanto Eson con gl'empi incanti suoi, Che'l buon Campo latin l'armi sospende; Enrico irato al Vallo, e mesto riede; Lo segue il Trace, e molti atterra, e fiede. POiche del duro assalto il fin comprese Il Regnator de l'adriane arene, Molte genti ferite, e morte, e stese Viue; ma viue forse à crude pene. Per tanta strage, e sangue affanno prese Il nobil cor; ma'l suo valor sostiene Ogni strano auenir; che di rea sorte Vince ogni accesa rabbia vn petto forte. A pietosa bontà la fedel cura Lascia de gli egri, e poi vede, e riuede De le trincere le desfatte mura, Che l'orgoglio nemico à terra diede: Perche rifatte sièn studia, e procura: E fabri, e tempo, & ordine concede, Le Porte, e à rintegrar; ch'à terra spinse Meandra, e'l pian d'Italo sangue vinse Del tutto il Ciel ringratia: da cui pende La vittoria, i trofei, l'alma, e la vita, Poi ritroua le Guardie, e loro accende A' propri vfsici: al bene oprar l'inuita: Perche la negligenza spesso rende Ragion ben ferma anchor lassa, e smarrita, E spesso anchor si perde pe' suoi danni La fatica, e'l sudor fatto in molti anni. Ma quella troua armate, e vigilanti. Quai fidi Cani à costodir l'Ouile. Elpidio allhora, o giouani prestanti, Disse, d'alto desio, di cor virile. Non grato sonno vostri sensi erranti Prenda, e dimostri il vostro pregio vile, Dando gioia à nemici, à noi dolore, Scemando il bel del nostro viuo honore. Poi, c'ha mirato, rimirato, e dato Comandi, e leggi à Cauallieri, poi Da suoi Baroni, e Duci circondato Tornò à li propri alloggiamenti suoi; Ha'l consigliero, e Baldouino à lato, Et altri à se d'intorno eletti Heroi. De le venture, e de l'andate cose. Si ragionò, si consultò, e dispose. Quando sien rimunite, erte, e rifatte Le muraglie cadute al nostro Vallo; E sien le squadre anchor gagliarde fatte. Hor egre, e stanche; allhor senza interuallo, Farem, che l'alte machine sien tratte Sotto Bisantio al litigioso ballo; Oue spero veder cadere al piano La terra, e insieme il Rè fero, e inhumano. Intanto aguzzeremo i ferri, e pronte Farem l'alme, e gli spirti à gran perigli; Finche (ciò piaccia à Dio) le forzè conte, E'l saper nostro il lor poter scompigli; E superati poi gli orgogli, e l' onte, Stratiato il Rostro, e rotti i crudi artigli Di quel malna