ORIGINE
DELLE
Feste Veneziane
DI

GIUSTINA RENIER MICHIEL

VOLUME PRIMO.

MILANO PRESSO GLI EDITORI DEGLI ANNALI UNIVERALI
DELLE SCIENZE E DELL'INDUSTRIA
MDCCCXXIX.

TIPOGRAFIA LAMPATO.

Questa parola Festa, questa parola si bella, non si pronunzia giammai senza un vero senso di gioia. L'oggetto di bitte le Feste sì civili, che religiose, dalla loro origine sino ai nostri di, dalla capanna del selvaggio alla città la più incivilita, è di richiamare alla mente qualche epoca favorevole, qualche prospero avvenimento. Ognuna ha un carattere suo proprio, come ogni nazione ne ha uno di particolare a sè. Quelle de'bei tempi della Grecia e di Roma erano bitte appoggiate sulli antiche finizioni mitologiche, le quabi rummemoravano benefizii ricovuti, bisogni da soddisfare, piaceri da godersi. Semper l'idea di una divinità benefica o vendicatrice presiedeva ai lor misteri, si mischiava ne'loro incensi. Qualora si prostravano essi dinanzi all' altar di Cerere, ciò facevano pensando, che quella divinità invigilato avesse sulle loro abbondanti raccolte. Se tremanti sagrificavano alle Eumenidi, lo facevano per placar la collera di quelle Dee infernali. Una venerazione religiosa, secondo i tempi e gli Dei, dirigeva sempre tutte le loro solennità. Se poi da queste finzioni del paganesimo innalziani la nostra mente alle pratiche della vera Religione, le Feste fondate dal Cristianesimo tutte presentano l'idea di epoche consaorate da'favori ricevuti dal Cielo, e per li nostri cuori il bisogno pressante di dimostrarne la riconoscenza. L'ultimo giorno poi della settimana, destinato dalle saere Carte al riposo, fa si che la debile creatura imiti il suo benefico Creatore; ed in quel giorno l' artigiano, l' agricoltore, il negoziante, e persino il magistrato, si godono della quiete e del riposo. All' albeggiar di quel di l' aria rimbomba del maestoso suono de'saori bronzi; apronsi i templi; i divoti vi concorrono in folla; i sacerdoti indossano i loro sontuosi paramenti, alzano le mani al cielo, cantano inni e pirci per li beni ottenuti, e per implorarne di nuovi. Terminate le ecclesiastiche funzioni, incomincia la Festa civile, e l'amabile gioia si presenta sotto altro aspetto. Chiusi sono i tribunali della giustizia; il romor delle officine cangiasi in suoni giulivi per le strade e per le piazze; i banchetti si moltiplicano; il vino scorre più in copia dell' usato, e per ciò più vivace è la letizia. Musicali stromenti sparsi di qua di là invitano alla danza, in cui i sessi, l' età stesse si confondono in una; pare sino scemarsi la paterna e materna severità. Con quale impazienza dunque non devono essere aspettati questi giorni? Godesi già di essi coll'immaginazione; e passati, servono ancor di giocondo trattenimento. Per tal modo il popolo dimentica le suo giornaliere fatiche, e benedice gli autori della sua felicità.

Oh quanto bella e confortante instituzione fu quella di consaerare con atti solenni le epoche le più importanti della vita, sì liete che tristi! Il nostro cuore, la nostra sensibilità trovano in essi qualche cosa di sì sublime e di sì consolante, qualche cosa che conviene tanto perfettamente ai nostri bisogni, alla debolezza dell'esser nostro, che vengono ricevuti come mezzi celesti e necessari. Gli. antichi. Veneti legislatori, che ben sapevano qual'influenza abbiano le idee religiose sull'immaginazione, vollero che il Governo fosse sempre a parte delle solenni. cerimonie sacre, e che vi si frammischiasse sempre la divozione e la pompa. Conoscendo que' saggi essere l'immaginazione il talismano di cui la natura si serve per condurei a sua voglia verso l'oggetto de'suoi disegni, essi pure adoperarono questo medesimo talismano al nobile scopo di eccitare sempre più l' entusiasmo patriottico. Quindi vollero che il Battesimo, il Matrimonio ed anche i Funerali si facessero colla maggior pompa. Oltre poi a certe epoche gloriose stabilirono alcune Feste nazionali, che negli Stati repubblicani hanno sempre una grande influenza sul comun bene.

Il precipuo scopo di queste Feste, che appo noi corsero, era quello di avvertire ogni Veneziano, ch'egli aveva una patria, che tutto in essa risiedea, e che questa patria che doveva adorare non era un essere ideale e chimerico, ma che era il cittadino stesso che la formava, egli stesso che la sosteneva. D'altra parte i legislatori di un popolo, che ad altro non obbedisce che alle leggi, sapevano, che per formar cittadini, che sieno veri figli della patria, conveniva por loro sotto gli occhi gli esempi atti ad in fiammar la loro emulazione, e certi quadri valevoli a spignere sino al trasporto l'amore della virtù e della gloria. Era utile l' acerescere nell'animo d'ogni cittadino la venerazione dovuta ai padri della patria, ai genii benefici che l'avevano difesa e tratta da esterni pericoli, ed insieme l'inspirar loro un profondo disprezzo verso quegli uomini vili, ambiziosi, e perversi, che avevano abusato del potere per distruggere le leggi fondamentali della società.

Festeggiandosi le vittorie, si venne insieme ad esaltar la moderazione de'vincitori, la giustizia ed il buon ordine stabilito ne'governi delle conquistate provincie. Simili instituzioni sono i monumenti i più onorifici per quelli che hanno servito la patria, valgono di sprone il più potente per quelli che devono ancora servirla; sono i documenti i più autentici della storia patria, e sono infinci precettori della filosofia e della morale, che persuadono assai più di tutti i ragionamenti, di tutti gli scritti.

Ciascuna Festa ripeteva dunque un'origine sua particolare. Quasi tutte per instituzione dovevansi celebrare ogni anno, e la lor durata esser doveva quella della Repubblica. Il popolo le risguardava come un nuovo pegno della sua indipendenza, ed avevale care, poichè vi compariva egli stesso come attore, come spettatore, e come giudice insieme. In mozzo ad esse egli sentiva crescere il suo ardimento, vedeva dilatarsi i suoi lumi, e la loro celebrazione gli richiamava in mente quelle illustri e memorande azioni, che avevano contribuito al comun bene. Gustandosi dopo alcuni secoli di questa felicità ripartita sopra ciascun cittadino, rimaneva il popolo appieno convinto, che quelle erano Feste veramente nazionali, e sfoghi sinceri dell' universale contentezza. Per esse univansi tutti i tempi sotto un sol punto di vista; il presente diretto dalla cognizion del passato, tramandava al futuro un carattere nazionale. La riunione spontanea in simili occasioni di tutti li Magistrati, e di tutti li cittadini nasceva dal general entusiasmo, che fuor di dubbio è la leva più possente per innalzare l' anima e i cuori, e per dirigerli con un sol movimento inverso il bene di tutta la grande famiglia.

Ma sì fatte instituzioni, attrav-ersando lo spazio di molti secoti, soggiacquero a qualche alterazione, a qualche cangiamento, e di molte si smarrì quasi l' origine. Esse però non perdettero giammai il sostanziale loro carattere, ch'era quello di riferir tutto al vantaggio comune ed al solo amor della patria. Non ci vuol meno di una rivoluzione forzata per alterare le idee ed i costumi di una nazione, per far obbliare le antiche instituzioni; anzi è a credersi che le resti sempre una tenera reminiscenza, a cui si abbandoni con interna dolcezza, e di cui le sia grato occuparsi. Non v'ha certo uomo generoso e sensibile, che non si senta spesso in necessità di trattenersi col pensiero sulla sua patria, sia che egli rammentisi quel tempo felice di splendore e dignità ch' ella godeva ingrembo alla pace, sia ch'egli pianga sopra i suoi guai. Egli inoltre è avido di ogni occasione di parlarne colla più viva passione, e chiunque osasse accusarlo di parzialità soverchia, mostererebbe che non fu mai capace di sentir quell'amore che ingrandisce e nobilita tutti i pensieri: Quanto la patria a un cor gentile è cara! Non si sono forse veduti alcuni popoli mal paghi della loro sorte attuale abbracciar avidamente insin le favole della passata lor gloria? Sarà dunque permesso ad una Veneziana, che d'esser tale si vanta, di frugare negli annali e nelle cronache della patria, a fine di ripescarvi i principali fatti, che stabilirono la sua gloria per quattordici e più secoli. Maggiormente ciò sarà permesso in tempo che nulla più esiste di quanto fu. Che s'è già osservazione antica, non iseriversi mai sopra un' arte, che allora quando essa è perduta, come se allora solo gli uomini ne prendessero parte; quanto maggiore non sarà la premura di conoscere instituzioni, che formarono non già degli schiavi, ma de'cittadini d'una patria sì illustre, e che essendo ora interamente annientate, ben presto svanirebbero dall'universale memoria? Io non ardisco tuttavia pormi all'impresa di dare una Storia della Repubblica di Venezia; solo accingomi a parlare sull'origine di una delle sue più antiche instituzioni, cioè delle antiche sue Feste Nazionali, lusingandomi che una tal'opera abbia ad essere favorevolmente accolta in grazia delle ricordanze nobili e interessanti, che per essa si ravviveranno.

Per queste Feste, a mio avviso, meglio che per qualunque storia, verrà a porsi in chiaro la purezza dell'origine di questa celebre Repubblica, le cause che concorsero a formarla, la perpetuità della sua indipendenza, la semplicità delle prime sue leggi, la riforma del suo governo. Per esse si verrà ad ammirare in questa singolare aristoerazia la fina politica de suoi consigli, la prudente austerità delle sue massime, l'irremovibile patriottismo de' suoi cittadini, la sicurezza e la prosperità di tutti. Esse faranno conoscere il suo nerbo marittimo, l' immensità del suo commercio, la vasta estensione delle sue conquiste, frutto della profonda sapienza del suo Senato, dell'emulazione operosa de' suoi Ammiragli, del vivo entusiasmo e del perfetto attaccamento del popolo: il che servirà pur anco a far riconoscere il torto di chi osò testè stampare a Milano, che,, i Veneziani non diedero per sè stessi luogo giammai a grandi avvenimenti.,, Spiccherà in oltre in queste Feste il grado sempre distinto ch' ella ottenne tra le potenze di Europa, e la sua felice ed affatto straordinaria sorte di aver dato a molti vinti la legge senza essere mai divenuta conquista di alcun vincitore. Esse per ultimo offriraranno la pittura dell'indole, delle opinioni, delle usanze, de costumi di un popolo molto diverso dagli altri tutti oggidì esistenti, ed in cui l'uomo osservatore troverà raffigurati gli antichi popoli della Grecia e di Roma. Che se allora quando si rivolge la mente alle immortali geste degli antichissimi eroi, la cui effigie appena conservasi ne'bronzi e ne'marmi, svegliasi in ogni seno un generoso palpito di emulazione, quale senso inspirar non dovrà la rappresentazione vera della gloria acquistata da que' personaggi, di cui portiamo tuttavia li medesimi nomi, e quasi l'impronta sul volto di quelle medesime venerande fisonomie?

La critica potrebbe rimproverarmi qualche anacronismo nella successione delle mie Feste; nui è uopo osservare ch'esse cangiarono spesso divisa secondo le circostanze de'tempi, e che per poter particolareggiare utilmente ne'racconti, conveniva discendere ad epoche posteriori alla primiera lor fondazione. Non avendo dunque potuto far sempre susseguitare la Festa all'evento da cui trasse l'origine, io chieggo qualche indulgenza, se talvolta sconvolsi l'ordine dei tempi, ed abbracciai quello che mi parve il più proprio, acciocchè la lettura portasse seco maggior interesse e piacere, ora variando i soggetti, ora approssimando quelli che hanno fra di loro maggiore analogia. Ecco la sola licenza che mi sono presa. Il resto è tutto appoggiato sopra fatti ed autorità incontrastabili. Io aveva anzi divisato d'indicare tutti gli Autori da'quali trassi i materiali della mia opera; ma ho rinunziato a questa idea perchè una lunga lista di nonu non avrebbe avuto che un' apparenza di pomposa erudizione, senza che recar potesse diletto alcuno a'nuei lettori. Posso bensi assicurare, ch'io ebbi ricorso agli storici Veneti, a quelli di Stati ch'ebbero comunion di affari con Venezia, e fin anche a certi scrittori, che non le erano punto propizj. Ho inoltre consultato molti uomini illustri del mio paese, talmente provveduti di perspicacia e di critica da non temere che in loro cada ombra di troppo parzial patriottismo. Sostenuta da tali appoggi oso assoggettare al giudizio pubblico, le nuo veglie e i miei studj. Vi avrà forse chi mi accusi di artificiosa esagerazione nello sviluppar l' influenza che puossi attribuire a queste nazionali Feste? E che? Simile taccia viene ella apposta forse agli scrittori della Greca storia, i racconti de' quali per lo più sono misti a favole mitologiche, che ne travisano la verità, o sono impregnate d' uno spirito di superotizione tutto appoggiato al meraviglioso? Non è forse facile il persuadersi che tutto sia possibile ad un popolo libero, sovrano e della sua patria perdutamente amoroso, quando ad un risoluto volere congiunge il nerbo delle ricchezze, che permette ogni cosa intraprendere?

Futtavia queste mie descrizioni, per quanto veritiere sieno, mi faranno urtare in alcuni inevitabili scogli. Il primo è, che scrivendo in tempi di convulsioni politiche, non havvi concetto o parola che non sia suscettibile di qualche allusione, e di qualche interpretazione a norma del vario interesse di ciascun lettore; ma queste allusioni, queste interpretazioni stanno soltanto nello spirito di chi legge, non nella mente di chi scrive. Il secondo è, che chi sceglie per soggetto de' suoi studii cosa che riguardi il patrio nido, malgrado tutti gli sforzi, i sacrifizzi, e, direi quasi, una vittoria riportata sui proprii affetti, troverà di raro lettori, che vogliano fare altrettanto, e trionfare al par di lui delle proprie disposizioni, delle proprie opinioni, de'proprj sentimenti. Quindi questi suoi giudici rigetteranno come falso tutto ciò che combatte i lor principii, e si scaglieranno con ardore contro tutti i fatti anche i più luminosi. Io intanto rinnovo le mie proteste, che qui tutto è riferito colla più scrupolosa verità. Ebbi inoltre somma avvertenza di usare uno stile tranquillo e semplice, acciocchè appunto la verità apparisca nelle spontanee sue forme. Ma se ad onta delle mie cure, fossi qualche volta uscita in alcuno di quegli sfoghi, che partono da un cuore veramente patriottico, prego che vengano essi riguardati come fiori irrigati dalle lagrime, che la più tenera delle figlie sparge sulla tomba della miglior fra le madri, da lei veduta fatalmente spirare.

Non sono d' accordo fra loro intorno all' epoca della fondazione della città di Venezia, e quindi nè meno intorno a quella della festa instituita per celebrarla, li nostri Cronisti medesimi. In tale incertezza, mancandoci documenti sicuri, non ci resta che la lusinga di accostarci al vero, col percorrere la Storia de' primi secoli di quest'Isolani. E se ad onta di ciò non verremo a scorgere che simil festa sia veramente stata la prima instituita in queste lagune, una tale indagine almeno varrà a farci conoscere la nascita di una repubblica, che occupò lo spirito di tanti scrittori, e diede argomento ora ad elogi esagerati, ed ora a critiche eccessive ed ingiuste. Ma poichè il cominciamento della Repubblica di Venezia è intimamente legato colla Storia di tutta l'Italia, e lo fu durante il periodo di più secoli, converrà che mi sieno spesso perdonati alcuni deviamenti dall'oggetto principale.

Non havvi, quasi direi, nazione la di cui origine involta non sia fra i prestigi della favola, e fra i vaneggiamenti del nazionale orgoglio e della superstizione, e quindi non offra nella sua Storia contraddizioni, incertezze, dubbi ed errori. Se si volesse porgere credenza a certe tradizioni particolari, noi troveremmo ogni popolo discendere gloriosamente da Eroi, da Semidei; ma l' osservazione e gli accurati esami ci provano, che questi Eroi e Semidei non furono per la maggior parte, che capi di masnade e di nazioni ingorde e feroci, le quali scagliandosi sopra altre nazioni men forti, portarono la desolazinoe e la rovina per signoreggiare in loro luogo. La sola Repubblica di Venezia nacque legittima, crebbe onorata. Non ardor di conquiste, non sete di gloria, non avidità di bottino, ma orror della tirannide, amor della libertà, bisogno della propria sicurezza furono gli elementi della sua creazione. In que' tre secoli, creduti prima d' ora il periodo di tempo più infelice pel genere umano, ne' quali barbari conquistatori piombarono sulla bella Italia per disputarsi fra loro le parti disunite del vasto corpo dell'impero Romano, e per immergere queste floride contrade in tutti gli orrori della barbarie e della crudeltà, in que' secoli fu, che una fratellevole famiglia, riparatasi ne' paludosi stagni, che giacciono all'estremità del golfo Adriatico, ricevette il suo incremento, e divenne poscia una celebre Repubblica.

Allorquando Alarico re de' Visigoti, dopo le sue conquiste sulla Grecia, si presentò l'anno 402 alle alpi Giulie, e la fama, come dice Claudiano, battendo con terrore le sue ali, proclamò la marcia dell' armata barbara, ed empì di costernazione tutta l' Italia, ciascun abitatore assalito da uno spavento proporzionato alla sua fortuna, non pensò ad altro, che a prender la fuga, trasportando seco il bello e il buono di quanto possedeva. Fu grande il numero di quelli che s'imbarcarono, e che giunsero in queste lagune, le quali già abitate trovarono. Non accade ora di esaminare se quest'Isolani venissero da Veneti Armorici delle Gallie, o da Veneti Paflagonii dell' Asia, o da Veneti Sarmati del Baltico, o, come ad altri piace, da Senatorie famiglie di Roma. Qual che si fosse la loro origine, egli è certo ch' erano uomini pacifici e laboriosi, che con somma industria avevano saputo costruire sulle acque le loro case, e le loro saline. Le seconde lor case erano le barche, e con esse facevano il traffico del sale, al qual fine tenevano canticri ed arsenali. Qui non regnava distinzione di grado, ma viveva ognuno pressochè ad uno stesso livello; qui non l'apparato formidabile delle leggi, ma i saggi principii servivano a ciascuno di norma; qui non sacrileghi giuramenti insultavano il Vangelo, ma la sola parola era per tutti un vincolo sacro; qui non la minacciosa spada della giustizia, ma l' incorrotta fede, e la stima de' proprii concittadini avevano bastevole forza per porre un freno alle passioni. Educavansi i giovani coll'indurarli al travaglio, coll' esporli ai pericoli, coll' esercitarli per tempo nella pesca, nella caccia, nel nuoto, nella navigazione, ed in tutto ciò che vale a rendere l' animo intrepido, e valido il corpo. D' altra parte la virtù e la semplicità erano i maggiori pregi delle fanciulle, nelle quali il cambiar dell' età riconoscevasi per lo sviluppo delle membra e non per quello de' desiderii. Le loro giornaliere occupazioni erano le faccende domestiche, di cui facevano parte colle vigilanti lor madri, che in tal modo addestravanle a procacciarsi quella dote, ch'elleno medesime recata aveano ai lor mariti, cioè un cuor puro in corpo sano, mani operose e industri, ed una scrupolosa esattezza nell'adempiere i doveri del loro stato. I vecchi intenti sempre alla prosperità de' loro simili, non esigevano che rispetto, e rispetto ottenevano. Tutti finalmente questi fortunati Isolani vivevano tra loro legati in dolcissima comunanza, unanimi essendo i loro sentimenti, ed uniformi ai voti della natura.

I nuovi ospiti furono soddisfattissimi del grazioso accoglimento, che ricevettero da quegli abitanti nel seno di una felice mediocrità. E lo furono ancora più, quando appresero da' nuovi rifuggiti qui giunti, che se il valore di Stilicone generale de' Romani avea costretto Alarico, giunto alle porte di Roma, a ritirarsi sino alle Alpi Rezie, un turbine ancor più tremendo era scoppiato in Italia. Radagasio avea passato le Alpi, il Po, e gli Appennini co' suoi Visigoti, ch'erano i Goti vagabondi, e con i Gepidi; e senza trovar opposizione alcuna, avea già preso molte città, che furono tosto saccheggiate, e distrutte. All' avvicinarsi di que' barbari a Roma, il Senato, ed il popolo tutto furono compresi da tale spavento, che i più presero la fuga, e molti vennero ad accrescere la popolazione delle nostre lagune. Ma Radagasio, quell'orgoglioso monarea di tanti popoli guerrieri, dopo la perdita di quasi tutta la sua armata, cadde vittima del valore di Stilicone, che per la seconda volta, cioè nell'anno 405, meritò il nome di Liberatore dell'Italia. Egli non pertanto questo liberator valoroso cadde vittima anch'esso, non del valore altrui, ma dell'invidia e della gelosia, passioni che regnano sempre nelle monarchie. Da quel momento le truppe ausiliarie del debole ed imbecille imperatore di Costantinopoli, vo' dire Onorio, oltraggiate dall'ingiustizia crudele di aver messo a morte il loro generale, ad altro non aspirarono che alla vendetta. Gettarono gli occhi su quel medesimo Alarico, il quale non aspettava che l' occasione favorevole per ricalcare le prime sue orme. Rinforzato in tal modo, passò le Alpi, il Po, saccheggiò le città di Aquileja, di Altino, di Concordia, ed altre; poscia continuò le sue stragi sulle coste del mar Adriatico. Felici, mille volte felici, quelli che poterono scampare da tanti orrori, e ricovrandosi in queste pacifiche lagune, godervi di una vera sociale felicità! Alarico proseguì la sua marcia, e spiegò le sue tende sotto le mura di Roma. Una cospirazione segreta fece aprirgli di notte le porte della città, e gl'infelici abitanti si risvegliarono allo squillo spaventevole delle trombe de' Goti. L' anno 410, o sia il mille cento e sessantatrè dopo la fondazione di Roma, quest' imperiale città, che avea sottommesso, e civilizzato la maggior parte della terra, venne abbandonata al furore degli Sciti de' Goti e de' Germani. Non potrebbesi annoverare la quantità di quelli, che da uno stato comodo, ed onorato furono ridotti in un istante all' orrenda situazione di schiavi, e di profughi. Tante calamità fecero cercare agli abitanti di Roma gli asili i più sicuri, e i più rimoti: i nostri tranquilli Isolani quindi si accrebbero.

Alarico, dopo un breve soggiorno a Roma, postosi alla testa delle sue armate cariche di ricche e pesanti spoglie, si avanzò verso le provincie meridionali dell'Italia, e vagheggiando la Sicilia, non la riguardava però che come un primo passo a confronto della spedizione importantissima dell'Africa, ch'egli già meditava; ma la sua prematura morte, accaduta in seguito di una breve malattia, troncò tutti i vasti disegni di conquiste. Allora i barbari d' una voce unanime collocarono il bravo Adolfo sul trono del cognato Alarico. Adolfo conoscendo il costoro carattere indocile, fiero ed incapace di assoggettarsi a quelle leggi, senza le quali non vi può essere un solido e civil Governo, rivolse tutta la sua gloria e ambizione a difendere l' impero romano, e a conservare la sua proprietà. Dietro queste pacifiche mire, il nuovo re de' Goti concluse un trattato di alleanza colla corte di Oriente; poscia diresse la sua marcia verso la Spagna, e in tal modo l' Italia si vide l'anno 414 liberata da' Goti e dagli altri barbari.

Non sì tosto il Continente si ripose in calma, che i nuovi rifuggiti dimentichi del passato, e poco previdenti dell' avvenire, non sentendo che il desiderio di rivedere le loro native contrade, risolsero di subito ritornarvi. Tale infatti si fu la folla delle persone restituite ai loro focolari, che il prefetto di Roma, parlando della sua sola città, annunziò alla corte l'arrivo in un sol giorno di quattordicimila emigrati. Non è dunque a quest'epoca che debbasi fissare l'instituzione della nostra festa, poichè quantunque la popolazione si fosse accresciuta in tutte queste emigrazioni, pure essa non era tanto numerosa quanto conviensi a città. Ma si accrebbe assai più nell'anno 452, all'arrivo degli Unni in Italia, popolo uscito dal fondo della Scizia, che guidato da Attila stampò orme di sangue ovunque i passi rivolse. Questo nuovo conquistatore superava tutti i suoi compatriotti sì nel coraggio che nella destrezza. Sapeva alternativamente impiegare l'influenza della speranza e del timore, dell'ambizione e dell'interesse per giungere ai suoi fini. Adoperò perfino le superstizioni religiose, adattate allo spirito del suo secolo e della sua nazione. Questo artificioso re accettò come un dono celeste un'antica spada, che un contadino, trovata fra l'erba, osò offrirgli. Attila giudicandosi allora legittimo possessore della spada di Marte, reclamò i suoi diritti divini e incontrastabili. Da quel momento questo favorito del Dio della guerra acquistò un carattere sacro, ed i suoi cortigiani sia per divozione, o piuttosto per adulazione, solevano dire, che i loro occhi non potevano sostenere lo splendore maestoso del re degli Unni. Un monarca più incivilito, cioè Augusto stesso, compiacevasi che si credesse esservi nel suo volto un non so che di divino, e gioiva quando alcuno nel guardarlo fiso era costretto di abbassare gli occhi, come se offeso fosse dai raggi del sole. E a' giorni nostri non abbiamo noi forse veduto un uomo straordinario, il quale divenuto sovrano di una grande nazione, amava di porre in angustia le persone più illuminate e meglio accreditate, confondendo il loro spirito con quistioni disparate e le più opposte ai loro studi e alle loro occupazioni? V'è luogo a credere, ch' egli agisse in questa maniera per indurre la gente a persuadersi, che fossevi qualche cosa in lui di soprannaturale, atta ad abbagliar le altrui menti. In fine Attila valicò le Alpi, e venne a porre l' assedio ad Aquileja, che era la sola barriera che ritardava la conquista dell'Italia, e ben presto egli la ridusse a tale, che i posteri giunsero a discernere appena le sue rovine. Dopo ciò Attila continuò la sua marcia. Altino, Padova, Concordia, che si trovavano sulla via, non presentarono poscia che un ammasso di pietre e di cenere. Portò egli in oltre le sue stragi nelle fertili pianure della Lombardia. Che più? Eccettuatene le nostre lagune, tutto il resto dell' Italia era per divenire un deserto, se il Senato ed il popolo romano non avessero risoluto, come per celeste inspirazione, d' inviare ad Attila alcuni oratori, e con essi quel Leone pastore santissimo di Roma, il quale espose la propria vita per salvar le sue pecore. Essi trovarono Attila accampato dove il lento e tortuoso Mincio esce dal grembo del gran padre Benaco, e la cavalleria Scitica calpestava impunemente i sacri poderi di Catullo e di Virgilio. Ivi si fu dove Attila ricevette gli oratori Romani entro la tenda, e gli ascoltò con soprendente rispetto. La divina facondia di Leone, il maestoso portamento, e que' suoi abiti sacerdotali inspirarono nel barbaro re, ch' erasi meritato il soprannome di Flagello di Dio, un sentimento tale di venerazione per l'augusto Pontefice, che la liberazione d'Italia fu sul fatto decisa.

Un avvenimento sì grande poteva giustamente meritare l' intervento del cielo, che facesse discendere li due apostoli Pietro e Paolo a minacciare questo terribile conquistatore d' una morte subitanea, se rigettato avesse le preghiere del loro successore. E appunto sotto queste forme venne rappresentata una tale discesa dal pennello dell' Urbinate, dallo scalpello dell' Algardi, e dalle penne di più scrittori di cose ecclesiastiche. Nondimeno prima di lasciar l' Italia minacciò ancora una volta d'invadere Roma, e di ritornarvi in una maniera ancor più terribile dell'altra. Per buona fortuna la morte il colse, e nell'anno 453 vide l' Italia dissipato l' impero degli Unni.

Pure non potè essa rimettersi per anco dalle sue perdite, che anzi un'improvvisa irruzione di nuovi barbari aggravò viemmaggiormente i suoi guai, ed in particolare quelli di Roma. Il terribile Genserico re de' Vandali alla testa di uomini selvaggi e crudeli, dopo di avere, per dir così, in un istante conquistato le sette fertili provincie che si estendono dal Tanger sino a Tripoli, e messa a guasto l' Africa, meditò un genere di guerra che dovesse aprirgli l' entrata in tutte le contrade marittime. I suoi nuovi sudditi, cioè i Mori e gli Africani, erano generalmente istrutti sì nell' arte della naval costruzione, che in quella della navigazione; e perciò Genserico operò in modo, che dopo un intervallo di sei secoli, le flotte uscite dal porto di Cartagine signoreggiarono di nuovo sul Mediterraneo. Dopo la conquista della Sicilia, il sacco di Palermo, e le reiterate discese sulle coste della Lucania, fece egli gettar le ancore all' imboccatura del Tevere, e seguito da' feroci suoi popoli, marciò audacemente verso le porte di Roma. Entrò furioso in quella costernata città, e la fece divenire sua preda. Il saccheggio durò per quattordici giorni; dopo di che Genserico fece trasportare sopra i suoi vascelli tutto ciò che restava delle ricchezze pubbliche e private, dei tesori della chiesa, e di quelli dello Stato. Ciò offerse un nuovo memorabile esempio delle vicissitudini delle cose umane; poichè si videro le spoglie dell' antica Cartagine ritornar da Roma nella vendicata sua patria.

La successione di tanti tiranni discesi in Italia accrebbe sempre più la popolazione delle nostre lagune. Il numero de' rifuggiti erasi aumentato di molto, senza che per anco si avesse pensato a legge alcuna, nè dato magistrati che invigliar dovessero alla pubblica sicurezza. Fu dunque risoluto, per provvedere alla durata della vera felicità che qui godevasi, di abbracciare una costituzione adatta ai bisogni dello Stato. Si volle dapprima, che ciascuna isola avesse un tribuno particolare, che amministrar dovesse la giustizia, correggere le trasgressioni, e decidere le differenze che potrebbero insorgere fra gli antichi e i nuovi abitanti. Questi tribuni esser dovevano scelti dai suffragi di tutti gl'isolani. Le loro funzioni duravano un anno, e dovevano essi render conto della loro condotta e della loro amministrazione all'Assemblea Nazionale, la quale raccoglievasi ora in un'isola, ora in un' altra, perchè non vi fosse luogo a rivalità. Per tal modo tutte le isole si trovarono regolate da una costituzione libera, nè vi fu d' uopo, per farla accettare, di occultare il rigore sotto la maschera della ragione, nè di fingere misteriose comunicazioni con Enti sovrumani, siccome fatto aveano Solone, Licurgo, e Numa. Qui essendo probo ogni uomo, sentiva già nel proprio cuore la forza della legislazione, e già si rallegrava del concerto armonico, che risultar dovea dai costumi uniti alle leggi. Avvezzi ad obbedir come figli, ben presto impararono ad obbedire come cittadini: avvezzi a comandar come padri, ben presto appresero a comandare come magistrati. La vita privata era una continua lezione della vita pubblica, ed il più illustre cittadino era quello che segnalavasi per le sue virtù e qui pure, del pari che in Grecia, il figlio di Polimnio, il celebre Epaminonda sarebbe stato più ammirato per la sua tenera pietà filiale, che per la gloria acquistata a Leuttra ed a Mantinea. Sotto una tal' egida fiorì l' attiva ed utile industria, e si propagò l' avventurosa popolazione. Quindi i sommi progressi nel commercio e nella navigazione, come pure nelle scienze e nelle arti. Tuttavia non potrebbesi riferire nemmeno a questo tempo, che fu l' anno 455, l'epoca della festa per la Fondazione di Venezia, poichè non potevasi certamente dare per anco il nome di città ad un ammasso d' isole separate, e distinte fra loro con nomi diversi, e non aventi ancora un centro fisso.

Ma nuove calamità rìpullulate sul Continente tornarono a vantaggio de' nostri isolani. Questa infelice Italia per necessaria conseguenza delle sofferte sciagure era a tale stato di miseria e di desolazione ridotta, che non vi avea più con che pagare le truppe, e le terre medesime restavano incolte. Da ciò nacque che i barbari quivi assoldati vennero alla risoluzione di prendersi in loro proprietà le terre per coltivarle, e trarne profitto. Vollero però farne la inchiesta formalmente ad Oreste, che regnava in Italia in nome di Augustolo. Oreste rigettò la dimanda, e questo rifiuto favorì l'ambizione di Odoacre, generale degli Eruli, il quale attrasse sotto i suoi stendardi tutti i malcontenti, fece proditoriamente uccidere Oreste, e costrinse Augustolo a rinunziare all'impero, segnando di sua mano la propria disgrazia. Nè pago di ciò ancora volle che Augustolo significasse al Senato la sua risoluzione, come se spontanea fosse, e che il Senato medesimamente dirigesse all' imperator Zenone una lettera in nome della Repubblica, per rappresentargli l'inutilità di un sovrano in Italia, e per dichiarare che un solo monarca era sufficiente per riempire della sua maestà l'Oriente e l' Occidente. Gli fu forza in oltre di aggiungere, che le virtù civili e militari di Odoacre meritando la pubblica confidenza, egli supplicava l'imperatore di accordar ad esso il titolo di patrizio, e di governatore d'Italia. In tal modo Odoacre, quantunque senza nome di re, fu il primo principe barbaro che nell' anno 476 regnò sopra un popolo, innanzi al quale erasi sottomesso l'universo tutto. La caduta dell'impero Romano eccita ancora una rispettosa compassione, e ci sentiamo portati a rivolgere tutto il nostro sdegno contro Odoacre, per aver egli voluto aggiungere l'insulto alla schiavitù, giuoco facendosi, ed abusando del sacro nome della Repubblica.

Dopo un regno di quattordici anni, Odoacre fu costretto di cedere alla superiorità di Teodorico re degli Ostrogoti, eroc che veramente possedeva tutti i talenti militari, e tutte le virtù di un legislatore. Dopo di aver distrutto gli Eruli, e conquistata l'Italia, venne proclamato re, coll'assenso, benchè tardo e involontario, dell'imperatore d'Oriente. Teodorico ci offerse il raro e virtuoso esempio di un principe, che seppe rinunziare alle imprese guerriere in mezzo all' orgoglio della vittoria, e nel vigor dell'età. Un regno di trentacinque anni fu consacrato interamente all'esercizio della giustizia, e dell'umanità, allo studio del ben essere di tutti i suoi sudditi, e persino alla conservazione ed all'aumento delle belle arti. L'Italia tutta respirò in questo tempo, ed i Veneti incominciarono ad estendere il loro commercio, sostenendolo valorosamente coll'armi. In queste si mostrarono sin d'allora sì forti, che quando Giustiniano imperator d'Oriente s'accinse alla conquista dell'Italia, il di lui generale Narsete successor di Belisario, venne per soccorsi in queste lagune. E tali infatti gli ebbe, che a ragione si può dire, aver i Veneti grandemente contribuito alla disfatta di Totila, insigne generale de' Goti. Conquiso costui, e riacquistata l'Italia, Narsete la riunì al Greco impero da cui era stata separata pel corso di settant' un anni. D' indi in poi quel terribile Senato instituito da Romolo, quello che durò tredici secoli, e vide i re della terra venire quali schiavi o liberti di Roma, implorare di essere ascoltati, fu dal Greco vincitore per sempre annientato. Instituì egli gli Esarchi di Ravenna, che furono i rappresentanti dell'imperatore sì in pace che in guerra. Ma quantunque egli avesse tolto all'Italia il suo più bel lustro, procurò nondimeno di richiamarvi la prosperità interna, e di riaccender la fiaccola delle scienze e delle arti. L'ignoranza era divenuta generale, poichè non è già in mezzo al frastuono guerriero e alle stragi, che l'uomo possa con animo sereno abbandonarsi ai pacifici studi. Oltre di che i barbari, come sono generalmente tutti i conquistatori, non avevano tenuto in fiore, che l' esercizio delle armi. Tutta l'Italia, eccettuate le nostre isole, era divenuta mezzo barbara ella stessa, miserabile e spopolata. Alcuni scrittori pretendono, che in que' cento cinquantasette anni di guerre continue essa tanta gente perdesse, quanta ne contava alla metà del diciottesimo secolo: il che vuol dire un numero assai maggiore di quello, che computar potrebbesi oggidì, attese le replicate sciagure che distruggono la sua popolazione.

A simiglianza di Belisario venne anche Narsete dimesso dal comando. Ma costui mal sofferendo un tale scorno, sfogò la sua vendetta col far piombare sull'incolpevole Italia un torrente di nuovi barbari, col toglierla per sempre ai suoi antichi possessori, e col gettarla tra le sanguinose zanne de' Longobardi. Giammai la felice Colonia delle nostre lagune non ebbe maggior ragione di attirare a sè nuovi fuggitivi; giacchè alla nativa ferocia que' barbari aggiunsero un inaudito disordine di amministrazione, e per dirla in breve, una tirannide ridotta a sistema. I magistrati e i ministri, comechè disuguali nel grado, erano eguali nell' immunità e nell'ingordigia. I soli Gabbellieri la facevano da veri padroni dell'impero. Virtù e pudore erano nomi ignoti per essi; imposte legittime sfacciatamente chiamavano le sanguinose estorsioni a danno de' popoli. Nè soltanto i ricchi ed i nobili erano preda de' loro rapaci artigli, ma non ne sfuggivano nemmeno i poveri, mentre qualunque volta non potevano essi pagare i tributi, vedevansi que' cannibali strappare di dosso agli uomini il saio, e alle femmine le loro sdruscite gonnelle: tutto in fine era calamità ed orrore. Ma quadro ben diverso offrivano le nostre lagune, che si popolavano e arricchivano incessantemente mercè le generali sciagure. Siccome però bene al mondo non v' ha che duri stabile e fermo, così, è pur forza confessarlo, questa nascente floridezza venne contaminata da quel miasma venefico, che per la troppo libera comunicazione con esterne nazioni incominciò a serpeggiare tra nostri indigeni, e giunse ad attoscare la comune felicità. La ferocia de' barbari, l'instabilità de' Greci, l'umore irrequieto e turbolento de' vicini Longobardi a poco a poco si erano insinuati nel costume de' Veneti isolani. Aggiungasi, che la popolazione, almen per due terzi, era già fatta marittima, e che il viver sul mare, se per l' una parte assai contribuisce a rendere forte e robusto il fisico, genera per l' altra una certa fierezza, irritabilità, durezza d'animo. Quel navigare e viaggiare sempre in mezzo ai pericoli; quel dover combattere talor colla terra, spesso col vento, sempre coll'acque, e talvolta cogli uomini insieme; quel passar di continuo dal sol cocente al gelo intenso, dalla pioggia al vento; quello starsene sempre in moto; quelle faticose veglie; quella sete rabbiosa; quel poter ad ogni momento perder la vita o per improvvisa burrasca, o per fortuito incendio, o per lungo disagio; quel rimaner mesi e mesi in un vasto acquoso deserto senza relazioni, senza commercio col rimanente degli uomini e della natura, sono tante ragioni, che raffreddano la sensibilità, e indurano il cuore: ond'è, che venne alterata l'indole primitiva de' nostri buoni isolani. Al cader del settimo secolo, i Tribuni suscitarono nelle isole turbolenze e partiti, gare di preminenza e di nobiltà, che giunsero a minacciar la popolazione intera degli orrori dell'anarchia, mentre i Longobardi dalla parte del continente, e gli Slavi dalla parte del mare preparavano già le catene della schiavitù, se non si veniva ad un pronto e necessario rimedio. Fu dunque conosciuta la necessità di una riforma nella Costituzione, che unendo sempre più gli uomini fra loro, e gl'interessi scambievoli, fosse un sicuro riparo alla pubblica sicurezza, una barriera inespugnabile contro i nemici. Quindi fu preso di convocare in Eraclea un' Assemblea Nazionale, dove coll' intervento del patriarca di Grado, e de' Vescovi ponderare si dovessero le morali cause de' mali, maturare i consigli, ed approntarne il rimedio. Si venne alla creazione di una autorità superiore ai Tribuni, non però regale, nè ereditaria: autorità, che andasse perfettamente d' accordo coll' Assemblea Generale, e venisse fregiata del modesto titolo di Duce, o Doge, qual convenivasi al capo di una Repubblica, non già ad un assoluto sovrano. Il primo ad essere insignito di questa dignità fu l' ottimo fra i cittadini: chiamvasi egli Paoluccio Anafesto, il quale essendo di Eraclea, piantò ivi la Ducal Sede nell' anno 967. E siccome Eraclea era lontana dalle nostre lagune, così non v' è luogo a credere, che neppur questa sia l'epoca, in cui venne stabilita la Festa, che celebravasi nel nostro Estuario.

La Nazione non ebbe certo a pentirsi di avere scelto Anafesto per suo capo, poichè egli nulla neglesse per la felicità, e sicurezza di tutti gl'isolani. Alla sua morte trovandosi lo Stato prospero e felice, risolsero tutti di conservare la medesima forma di Governo. Procedettero dunque all'elezione del nuovo Doge, il quale non fu meno avventuroso del primo, ed essendo egli pure di Eraclea, conservò quivi il suo seggio. Ma il terzo Doge, ch'era anch'esso di Eraclea, sia ch'egli avesse irritato il popolo colla sua arroganza, sia che lo avesse ingelosito coll'abuso del potere, restò vittima del furor cittadino, assassinato nel palazzo ducale. Nè di ciò pago abbastanza il popolo, chiaramente espresse, ch'egli non voleva più soffrire un capo permanente della Repubblica, poichè il tempo della sua durata era troppo lungo; ch'era egualmente pericoloso d'assoggettare la sorte comune all'arbitrio di un solo; e ch'era cosa odiosa per le altre isole, che la sola Eraclea dovesse essere il seggio ducale, mentre le altre pure alla lor volta dovevano essere onorate del seggio del principato. Si convenne dunque di stabilir subito nell'Isola di Malamocco la nuova sede del Governo, e si sostituì al Doge un annuo Magistrato, detto Maestro della Milizia, cercando allontanare con tale denominazione l'idea de' Tribuni a cagione de' torbidi passati, e quella del Doge per le sciagure presenti. Ma non per ciò furono più tranquilli. Molte sommosse si suscitarono nelle isole, le quali finirono col privare il quinto Comandante della luce degli occhi: tanto era viva l'indignazione verso di lui, e veemente il desiderio di cangiare l'attuale Governo. Mormoravasi altamente, e dicevasi, che questa nuova dignità sia pel corto tempo della sua durata, sia per la sua debole riputazione, non era sufficiente a moderare la licenza di una nazione divenuta numerosissima, nè per impedire le turbolenze troppo frequenti, che non erano mai accadute, durante il Governo de' Dogi. Tutti in fine concorsero nell'opinione, che per la tranquillità, per la sicurezza comune conveniva rimettere un Governo che non fosse soggetto ad incomodi cangiamenti, o ad avvenimenti scandalosi. Si ritornò dunque all'elezione de'Dogi, e fissossi la loro residenza nell'isola di Malamocco. Ma quantunque si fosse deciso di non cangiare mai più questa forma di Governo, pure il quarto, il quinto, il sesto Doge furono condannati a quel supplicio medesimo, a cui sottostar dovette l'ultimo Maestro della Milizia: supplicio ancor più spaventevole della morte, e che sembra separar l'uomo dalla natura. Quanti soggetti di riflessione! Quanto mai è difficile ad un popolo geloso custode della sua libertà, de' suoi diritti, il fissare la propria costituzione! Il settimo Doge o più saggio, o più fortunato de' suoi predecessori ristabilì la pace e la tranquillità fra gl'isolani. Fu nella sua Ducea che l'Italia ebbe di nuovo a cangiar di faccia. Avendo Desiderio re de' Longobardi usurpato gran parte de' dominii, che Pipino re di Francia donato aveva al Papa, questi reclamò le proprie ragioni presso il successor del suo benefattore, vo' dir Carlomagno che regnava allora in Francia. Carlo, che già vagheggiava l'Italia, credette essere giunto il momento opportuno per la sua impresa, e sotto pretesto di sostenere i diritti della Chiesa Romana, discese con una formidabile armata. Desiderio colpito tutto ad un punto di panico timore corse a rifuggirsi in Pavia, città che oltre all'essere fortificatissima, poteva anco per la via del fiume ricevere vitto e rinforzi. Carlo spedì Oratori ai Veneziani per farli concorrere alla buona riuscita della sua impresa; ed essi approntarono tosto una flotta, mercè la quale, impedendo ogni nuovo soccorso, costrinesero Desiderio a cedere Pavia, e con essa l'impero, e a rimettersi alla discrezione del vincitore.

In questo modo finì il regno de' Longobardi i quali dominato aveano tirannicamente per lo spazio di due secoli, ed avrebbero signoreggiato ancora più, se divorati dalla sete di più ampii dominii, sete che guida sempre alla rovina dell' usurpatore, non avessero offerto il destro ad un principe potente di venire alla difesa degli spogliati ed oppressi, senza però che questi migliorassero la loro sorte. Di fatto Carlo non alterò menomamente il sistema del Governo, e tutto continuò, come se un nuovo re Longobardo fosse montato sul trono d'Italia. Egli poi se ne partì per andar a cogliere altrove novelli allori. Ma vi ritornò ben presto, e venne proclamato e coronato a Roma Imperator d'Occidente. Si convenne colla corte di Costantinopoli di riconoscere i due Imperi d'Oriente e d'Occidente. I Veneziani non neglessero in tale occasione i loro affari. Trattarono con ambidue gl'Imperatori per i limiti del lor territorio. Carlomagno ratificò que' medesimi già convenuti con Luitprando re de' Longobardi. Fu in oltre stabilito, che i Veneziani resterebbero sempre indipendenti sì dell'uno che dell'altro impero, come anticamente lo furono i Saguntini dietro una convenzione fra Cartaginesi e Romani.

Ma tutto che recente fosse l'esempio della fine di Desiderio, Pipino, figlio di Carlomagno già creato re d'Italia, non potè moderare la brama ardente che in se nutriva di aggiungere al suo dominio le isole Venete, le quali ognor più fiorivano. Cercò dunque un pretesto per muover loro la guerra, credendosi aver in pugno la vittoria. Essendo accaduto qualche disparere fra lui e l'Imperator di Constantinopoli, chiese ai Veneziani la loro alleanza, benchè fosse certo che non potevano accordarla a cagione de' vantaggi assai maggiori ch' essi traevano dall'Oriente. Di fatto i nostri isolani deliberarono nella loro Assemblea generale di spedire oratori a Pipino, adducendo per ragione del lor rifiuto, che la fedeltà ch'essi dovevano osservare ai loro antichi impegni, non permetteva di fare in quest'occasione ciò che avrebboro desiderato per potergli testimoniare quel sentimento di rispetto, di cui erano penetrati per la di lui regale persona. Essi avevano un bel che dire; un re potente non si acqueta per ragioni. Pipino in sul fatto pensò di vendicarsi altamente, e giurò la loro perdita. Essi tosto seppero, ch'egli radunava a Ravenna un gran numero di truppe, ed una flotta di vascelli, di barche e di zattere per esterminarli. Tal nuova ben lungi dal far che si umiliassero, non gli sospinse ad altro, che ad allestire una flotta, la maggiore che poterono, ed a fornirla d'intrepidi cittadini. Spedirono tuttavia onori a Carlomagno, pregandolo della continuazione della sua amicizia, e con destrezza gli richiamarono in mente quanto avevano operato per la di lui gloria sotto Pavia, e assicurandolo del vivo lor desiderio di potere con prove maggiori concorrere alla grandezza del suo impero. Carlo ascoltò i Legati con affabilità, e poscia congedandoli inspirò loro dolci lusinghe di poter egli cangiare l'animo del figlio riguardo ad essi. L'effetto però mal corrispose all'aspettazione. Pipino continuò i suoi preparativi di guerra. Riunì a Ravenna il nerbo delle sue truppe; raccolse vicino alla città navi di ogni genere, e delle zattere per li canali di basso fondo; tutto in fine approntò onde cominciare le ostilità. In vano gli fu fatto osservare la difficoltà della sua impresa a causa delle situazioni ignote a tutti, fuorchè ai soli abitanti delle Lagune. Pipino credeva di poter tutto ottenere dal valore delle sue truppe, e dall' avvilimento in cui caderebbero i nemici al di lui avvicinarsi. Ma avvenne tutto il contrario. Allorchè i nostri si videro esposti al furore di un re possente, che non lasciava altro partito da prendere, che la vittoria o la morte, si prepararono ad una risoluta difesa. Affondarono grosse barche ripiene di sassi per impedire l'entrata nelle lagune dove il tragitto è più facile; poscia attraversarono tutti i canali con palafitte bene strette, e tolsero tutt'i segnali che servono di scorta in quel uniforme cammino. Ma già i Franchi s' impadroniscono di Brondolo; il castello stesso si arrende. Poco appresso cedono e Chioggia, e Palestrina, e Albiola, separata da Malamocco solamente per un piccolissimo canale. I Veneziani per questo non si scoraggiano, anzi ognor più si animano ad opporre forza a forza. Abbandonano l'isola di Malamocco, sede allora Ducale, per essere troppo difficile a difendersi, e vengono ad unirsi nell'isola di Rialto, fermamente risoluti di perir tutti piuttosto che vedervi penetrare il nemico. Dispongono con intelligenza le loro forze, formano una barriera di vascelli all' isola, e deliberano di attendere il nemico, non di provocarlo. Giunge il giorno destinato dai Franchi all' attacco. Si slanciano con tutto l'impeto proprio del loro carattere sopra gl' isolani. Nondimeno i nostri vascelli grossi si conservano fermi in ordinanza, mentre i più leggieri corseggiano, assalgono, si ritirano, e tongono per tal modo a bada la flotta nemica. Frattanto le acque cominciano il loro periodico decrescimento, e si scaricano velocemente in mare. I vascelli Franchi non vengono più regolati; gli uni sono ritenuti nei bassi fondi, e gli altri danno in secco senza potersene trar fuori. Allora il Comandante Veneziano dà il segnale; tutti in un istante si gettano sopra i Franchi, che separati fra loro ad altro non pensano che a salvarsi. I soldati non ascoltano più la voce del loro Generale; questi non ha più direzione; le grida de' vinti aumentano l'ardire de' vincitori; tutto è morte e carnificina; il sangue Franco tinge le acque del Canal Maggiore, ed il terribile figlio di Carlomagno è costretto a cangiar l' arroganza in paura, ed è un prodigio se può salvare la vita, fuggendo vergognosamente a Ravenna. Il canale divenuto sepoltura di tanti guerrieri acquistò il nome di Canal Orfano, che tuttavia gli rimane.

Il finto Pipino non solo depose ogni pensiero di violar più la Veneta libertà, ma bramò di venir egli stesso ad ammirarla, ed a trattare di pace. La proposizione venne aggradita ed accettata. I Veneziani andarono ad incontrarlo con molti navigli a Malamocco. Era egli vestito in tutta la sua regale magnificenza, tenendo in mano lo scettro d' oro. Ascese egli il maggior legno, e rivolto al popolo accorsovi per curiosità, gettò in mare lo scettro, dicendo altamente queste notabili parole: “Siccome ho gettato in mare il mio scettro, che mai più non apparirà di sopra, così non sia mai più ch'io abbia intenzione di far offesa a questo Comune. E siccome solo sopra di me (che senza causa e senza alcuna giusta ragione sono venuto ad offenderlo) è discesa l' ira di Dio, così possa essa sempre discendere sopra tutti coloro, che ingiustamente ne' secoli futuri venissero ad offenderlo.”

Recossi indi a Rialto fra le acclamazioni del popolo. La pace assicurò ben tosto la libertà e l'indipendenza degl'isolani, che da questo trattato colsero ben anche vantaggi grandissimi pel loro traffico nazionale. Fu da quel momento, che il nostro Estuario non si riguardò più come una raccolta d'isolette disgiunte fra loro, ma come una Repubblica unita ed una vera città, che fu denominata Venezia. Si stabilì per sempre in Rialto la sede Ducale, e si raffermò il Governo con gelose discipline e con ottime provvidenze.

Ecco l' epoca in cui possiamo veramente credere nata la Festa che si rinnovellò ogni anno in commemorazione della Fondazione della città di Venezia. Oltre le ragioni addotte sin qui havvene pur anco un' altra, ed è, che nella sala dell'attuale Biblioteca, ove si vedono ancora i ritratti de'Dogi, essi non cominciano da quel di Anafesto, ma da quel di Obelerio, sotto la cui Ducea fu trasportata in Rialto la sede del Governo all' occasione di Pipino. Non si fu dunque che a questo momento, che le nostre isole acquistarono il nome di città, e che dopo la nostra vittoria si stabilì la festa della sua Fondazione. Celebravasi essa in marzo, il giorno dell'Annunizata, e ciò fu con accorgimento felice. È noto, che un tal mese fu venerato molto dagli Egizii, e da altre nazioni, poichè in esso la natura comincia a riacquistare le sue perdute bellezze, e ad ornarsi de' più vaghi colori. In marzo anche i Romani cominciavano l'anno, e da esso vollero altresì i Veneziani cominciarlo; ond'è che veggiamo le date delle nostre pubbliche scritture contrassegnate col More Veneto. Il dì dell' Annunziata dunque il Doge con gran pompa e accompagnato da tutto il suo regale corteggio usò sino al termine della Repubblica scendere alla chiesa di san Marco, ed assistere alla messa solenne, che cantavasi in rendimento di grazie all'Altissimo per i fausti natali d' una città sì portentosa, accompagnando il sagrificio con sensi di tenera riconoscenza, fra la gioia del popolo. V'ha ragione di credere, che una tal Festa fosse celebrata ne' suoi principii con più solenni spettacoli, avendo sempre i Veneziani frammischiato alle cerimonie della religione i giuochi civili, ed altre dimostrazioni che manifestassero la comune allegrezza. Ma il tempo a poco a poco questi usi distrusse, e fece perderne, come di tanti altri, ogni ricordo. Bensì in progresso si volle, che come la vittoria sopra Pipino era stata per ogni conto di grandissimo vantaggio alla Repubblica, così fossevi qualche monumento pubblico che la eternasse. Di fatto, malgrado i varii incendii accaduti nel palazzo ducale, vedesi ripetuta in varie sale di esso la rappresentazione in pittura di questa celebre battaglia navale, diversificata dagli Storici in quanto alle circostanze, ma non già in quanto agli effetti.

Dal detto sin qui riluce abbastanza, che Venezi fu sempre libera e indipendente, checchè ne dicano alcuni scrittori. Non havvi storia, nè autentico documento negli archivii da cui si possa dedurre il contrario; sicchè qualunque confronto che far vogliasi del popolo Veneto con altri popoli, diverrà per esso mai sempre un torto verace, ed una insopportabile macchia. Nè Atene, nè Sparta, nè Cartagine, nè Roma, benchè sedi d'illustri Repubbliche, non potranno vantare di essere nate libere come Venezia, nè che questa libertà sia stata giammai da esterna forza turbata pel corso di ben quattordici secoli, durante i quali essa si fe' ammirare non meno per le sue provvide leggi che per la dolcezza de' suoi ben temperati abitanti.

Nell'anno 596 Totila alla testa dei suoi Ostrogoti lacerava, come vedemmo, quest' infelice Italia. Quel Narsete che Giustiniano aveva eletto in suo Generale per opporlo a sì terribile conquistatore, conducendo seco de' possenti rinforzi, traversò la Dalmazia, l'Istria e giunse dinanzi ad Aquileja. Per progredir nella marcia eranvi due vie da scegliere, l'una lungo il mare, l'altra fra terra per Treviso, Vicenza e Verona. Questa divenuta era difficilissima per l'accorgimento avuto da Totila d'impadronirsi di tutti i passaggi; l'altra era impraticabile a cagione dei fiumi e delle maremme, che rendevano quella costiera incomodissima al transito di un' armata. In tale perplessità Narsete ricorse ai Veneziani, e chiese loro de' vascelli pel trasporto delle sue truppe sino a Ravenna. Non durò fatica ad ottenerli. Essi si diedero ad apprestare colla maggiore celerità e legni, e armamenti, ed equipaggi, ed ogni maniera di soccorso, nulla avendo più a cuore che di veder annientato l' impero Ostrogoto. Frattanto Narsete volle scendere a Rialto per esaminar da vicino la singolare posizione di que'luoghi, la sorprendente industria e l'attività di quest'isolani, de'quali aveva udito tanto a parlare, e che vide in fatti colla più viva ammirazione.

Egli prima di lasciare le nostre lagune fe' voto, se riuscita gli fosse l'impresa, di erigere nella medesima isola di Rialto due Chiese, l'una in onore di San Teodoro, ch'era allora il santo protettore de'Veneziani, l' altra di San Geminiano, e di consecrare a sì pia opera le spoglie de'nemici, che sperava di vincere. L'esito fu compiutamente felice. L'armata di Totila venne messa in fuga dopo una grandissima strage, e Totila stesso fu nel numero degli estinti. Narsete fedele alla sua promessa intorno a Rialto, approvò il disegno offertogli da' Tribuni delle due Chiese votive, ne ordinò a sue spese l'erezione, ed i Veneziani così trassero un nuovo vantaggio da questa guerra in cui avevano essi pure avuto sì gran parte.

Li due Templi furono eretti l' uno in faccia all' altro nelle due rive opposte di un canale, che occupava allora una parte dello spazio, che forma oggidì la piazza di San Marco. Vedremo poscia ciò che avvenne alla chiesa di San Teodoro. Ecco ciò che accadde a quella di San Geminiano.

Nel 1156 fu preso il consiglio di ampliare la piazza. Cominciossi dal disseccare, e riempire il canale. Indi si demolì la chiesa di San Geminiano, o per meglio dire, si trasportò nel luogo ove fu sempre da poi: ma siccome tutto ciò si fece dal Governo senza avvertirne il Pontefice, così questi se ne crucciò altamente, e minacciò tosto l'anatema. Maneggiossi l'affare, ed in fine si convenne, che il Doge d'allora, e tutti i suoi successori dovessero il giorno della Festa degli Apostoli visitar quella chiesa in segno di penitenza. Se ne stabilirono le forme, e fu prescritto, che il Doge col suo augusto corteggio vi dovesse andare a piedi. Giunto alla porta, dovea incontrare il Piovano in gran vestito sacerdotale, seguito da tutto il suo Clero. Colà offrivasi al Doge l'acqua santa, gli si dava a baciare la Pace, ed incensavasi mentre il Coro intuonava il Salvum fac servum tuum Ducem nostrum, Domine, e la Orazione usitata per la conservazione sua, e della Repubblica. Dopo di che il Doge recavasi verso l' altar maggiore per udirvi la Messa cantata dai musici della Cappella Ducale. Colà giunto, ponevasi ginocchioni sul primo gradino, e in quell' atteggiamento rispondeva alla Messa sino al Confiteor; indi andava a sedere sotto il suo magnifico baldacchino. Compiuto il santo Sagrificio, il Doge ritornava processionalmente verso il suo palazzo, preceduto dal Parroco, e dal Clero di San Geminiano, non che dai Canonici di San Marco. Ma quando il corteggio era arrivato alla metà della piazza, cioè al luogo dove prima sorgeva l' antica chiesa, la processione fermavasi, ed il Piovano, dirigendo al Doge la parola, gli ricordava la cagione di questa visita, e l' obbligo di rinnovarla l' anno seguente, aggiungendovi un suo particolare invito. Il Principe rispondeva con cortesia, e prometteva che ciò sarebbe fatto. Il Piovano allora si restituiva alla sua Parrocchia; i Canonici rientravano nella loro chiesa, e il Doge nel suo palazzo.

Durò simil festa sino al 1505, nel qual anno fu dal Governo intrapresa la riedificazione di questo Tempio, che però rimase a lungo imperfetto. Finalmente l'anno 1556 felicemente si compiè sul modello del celebre Sansovino, le cui ceneri onorate vennero in esso riposte. L' uso dell' antica cerimonia venne allora ripigliato senza menomamamente alterarne le forme, checchè riguardo a ciò abbiano spacciato alcuni scrittori, aggiungendovi inoltre un'immaginaria tenue offerta del Doge al Piovano. Per conservar poi la memoria, fu posta una pietra rossa nel sito dove il Parroco diceva al Doge le sue parole, pietra che vi si vede ancora.

E chi mai pensato avrebbe, che questo Tempietto di San Geminiano, modello di semplicità e di eleganza, dovesse miseramente andare distrutto, ed essere argomento di comune amarezza? Era per verità ben giusto il riguardarlo come un' opera, che faceva all' arte distinto onore; comecchè il contrario paresse a qualche difficile forestiere, che accusava di nazionale predilezione il tributo di lode, che da noi gli fu sempre renduto, e singolarmente allora quando segnossi la sentenza della sua distruzione. Un incontrastabile suo pregio era certamente quello di portare nella facciata un carattere, che allontanando il confronto, faceva quasi svanire la dissonanza delle fabbriche contigue, e armonizzava in pari tempo la varietà degli edifizii, che fanno cerchio e corteggio a tutta la piazza. Di questa piazza appunto parlando, ebbe a dire il Petrarca a' suoi tempi: cui nescio an terrarum Orbis parem habeat. E che non avrebbe detto egli, se veduta l'avesse due secoli appresso? Il di lui sentimento passò di bocca in bocca senza contraddizione. Di fatto non ve n'ha alcuna in Europa che possa vantare una eguale raccolta di monumenti così singolari e magnifici. Essa è l' opera di quattordici secoli, del concorso di circostanze diverse, e dello sforzo de' più celebri architetti. Quivi è dove scorgesi la grave semplicità dell' architettura Greco-Barbara; quivi le bizzarrie leggiadre e ardite della Gottica; quivi le forme più ornate e nel tempo stesso più cure del buon gusto risorto della Greco-Romana; quivi in fine gli edifizii più solidi, più eleganti e più ricchi, che possono quasi emulare quelli della culta Grecia e della magnifica Roma. Non è soltanto la considerazione del suolo sopra cui sono posti, che dia grande risalto al vastissimo recinto; ella è per giunta l' unione e la varietà di tanti diversi caratteri, che forma l' ammirazione del dotto, l' istruzione dell' artista e l' incanto di tutti.

Per tale amore appunto di varietà s' erano più volte uditi alcuni conoscitori dell'arte asserire, null'altro mancare alla gran piazza che un genere di architettura, il quale, a differenza degli altri, facesse unicamente mostra dell' ordine Corintio. Quindi men si dolevano essi della recente demolizione di San Geminiano, sperando di veder sorgere in suo luogo un edifizio, che sotto forme diverse dalle abolite, ed affatto corrispondenti all'uso destinatogli, riparasse a questa mancanza. Ma le speranze andarono fallite, e videro in vece trionfare quella noiosa monotonia, ch'è il difetto principale dell' arte; talchè, sebbene la memoria di ciò che più non è perdasi prontamente, non sarà facile in questo caso che venga dimenticato quel felice accordo di parti, che un dì veniva prodotto dal prospetto dell' atterrata chiesa.

Consoliamoci però che se il recente edifizio colla novità dell' idea non colpisce, ha il pregio almeno di offrire al pubblico un passeggio piacevolissimo in forma di Galleria, mercè la comunicazione testè aperta fra amendue le Procuratie; comunicazione fin ora impedita dall' interposto Tempio. Si lasci a chi più compete l' esaminare, se questo bel vantaggio si avesse egualmente potuto ottenere, anche scegliendo un' architettura diversa dalla presente; e noi congratuliamoci intanto colle nostre Veneri, perchè adesso possono più comodamente far pompa di tutte le loro grazie, e possono i loro Adoni più facilmente seguirle a gara, incontrarle, ammirarle. Conviene essere indulgenti, in quanto alle belle arti, sopra tutto ciò che adesso ferisce spiacevolmente i nostri sensi. V'è ragione di presagire, che fra poco non ci si penserà più, e che tutto sarà trovato bello, tutto armonico, tutto piacevole. Non vi sarà forse che qualche accigliato misantropo, che in giorno di festa osservando questo delizioso passeggio e questo nuovo edifizio, oserà ancora ripetere:

Quando appar galanteria, Il buon senso fugge via.

Mentre le isole venete godevano pace e prosperità sotto il Ducale Governo, tutto il resto dell'Italia era diviso ed oppresso da Greci e Longobardi. Questi tenevansi i popoli soggetti, parte tiranneggiandoli essi medesimi, e parte secondando alcuni potenti Duchi, che la facevano da despoti. I Greci colla loro pessima condotta fomentavano i tumulti e le discordie fra i popoli. Verun rispetto non ispiravano i loro Imperatori, sia per gli ordini che mandavano, che per la scelta de'Ministri. Gli Esarchi stessi, che pure esser dovevano i rappresentanti di que'monarchi, non sapevano nè far onorare quelli, nè farsi essi medesimi temere, giacchè spesso contenti di arricchire a spese delle città soggette, d' altro punto non si curavano. I Ravennati si tenevano per superiori d' assai ai Romani e Napolitani, perchè fra loro riseduto avevano gli ultimi Imperatori, e vi risedevano tuttavia gli Esarchi: dal canto loro e Romani e Napolitani odiavano i Ravennati, male sofferendo di venire sprezzati da chi per solo vantaggio di tal prerogativa prostravasi vilmente, e di buona voglia tanto a' Greci che ai Longobardi. Quindi ne derivavano odii e dissensioni fra i popoli. Quanto poi alla città di Ravenna, la sua posizione la faceva vagheggiare da amendue quelle nazioni in Italia sovrane. Al tempo di cui ora parliamo, la possedevano i Longobardi. Allorchè Luitprando passato era in ajuto de' Francesi contro i Saraceni, Ildebrando di lui nipote, insieme con Perindèo Duca di Vicenza suo alleato, avevano a di lui volere espugnata quella città, ed appena appena era riuscito a quell' Esarca di sottrarsi alla schiavitù, rifuggendosi in queste lagune.

La perdita di Ravenna fu un colpo terribile sì per la corte di Costantinopoli, che per quella di Roma, ed entrambe meditarono tosto ogni mezzo per ricuperarla. Il migliore si era di rivolgersi ai Veneziani, riputatissimi omai per valore e per forze. Intanto il fuggitivo Esarca erasi già presentato al Doge Orso Ippato, il cui carattere vivo e intraprendente inspirar poteva le maggiori speranze. Il Doge accolto avealo con dignità ed affetto, ma qual che si fosse la sua propensione a favore del supplicante, nulla da per sè solo decidere poteva, siccome quegli ch' era semplice capo di libera Repubblica. Potè egli bensì convocare una Assemblea Generale ad oggetto di trattarvi questo importantissimo e delicatissimo affare. Vi venne ammesso anche l'Esarca, il quale in tuono patetico ed insinuante espose tutti i suoi mali, il pressante bisogno di soccorsi, l'aggradimento che ne avrebbe mostrato l' Imperatore, e la fama che ne sarebbe venuta al Veneto nome, se si fossero accinti alla giusta impresa di assisterlo. Egli diceva bene; ma come rompere una pace sì vantaggiosa, segnata poco fa con Luitprando? In quale stato miglior di prima trovavasi la Repubblica, per arrischiarsi di stuzzicare questo possente vicino, le cui armi circondavanla presso che da ogni parte? Non era da dubitare che rivolgendo noi le nostre forze contro i Longobardi, questi tosto sfogherebbero l' odio loro sulle Isole, le quali per ciò esposte resterebbero a gravi pericoli, prima che giunger potessero ajuti dall' Oriente. Inoltre come determinarsi a favorire un imperatore, che tutto faceva per istabilir l'eresia, quel Leone che persino spedito avea emissarj per far assassinare il Sommo Pontefice? Dall' altra parte però osservavasi essere di minor danno all' Italia, che due potenze la dividessero, piuttosto che una sola e superba, com'era quella de'Longobardi, unicamente la signoreggiasse. Tolte le insegne imperiali da Ravenna, que' Barbari non mancherebbero di tentar ogni via per sottopporre a sè tutte le altre provincie, e le stesse Isole Venete correrebbero simil sorte, tuttochè allora in pace con essi; mentre la gloriosa libertà, di cui godevano, era un perpetuo rimprovero della loro tirannide, ed un motivo possente di attirarsi il loro odio. Riguardo poi all' Imperatore, dicevasi, che ricuperata in tal modo Ravenna, eravi a sperare, ch' egli s' inducesse ad annullare l'empio decreto contro le Sacre Immagini; o almeno potevasi tener per fermo, che grandi profitti egli avrebbe accordato ai nostri pel commercio nelle sue provincie. Intanto che que' Saggi bilanciavano così li diversi pareri, giunse al Doge quella celebre lettera di Gregorio III, lettera che conservasi tuttavia come un autentico documento della Veneta indipendenza, e come una prova convincente di quanto quel sagace Pontefice, deponendo ogni suo particolare risentimento per il pazzo furore di Leone, detestava i Longobardi, nemici per sistema della Chiesa Romana, e di ogni umanità. Con essa implorò egli istantemente l' ajuto de' Veneti per ricuperare Ravenna.

Il Doge Ippato, che vivamente bramava la guerra, sperando di segnalarvisi, e che tal oggetto fatto aveva educare la gioventù negli esercizi militari, insorse a dimostrare, che le istanze del capo della Chiesa, ed il pericolo della perdita della Veneta indipendenza troncar doveano ogni irresoluzione. Aggiunse… Ma che cosa faceva uopo aggiungere? Coscienza, amor patrio, religione, e libertà non furono in tutti i tempi i mezzi potentissimi e sicurissimi dei politici, e dei più scaltri per suscitare tutte le passioni, e spignere gli uomini ad ogni impresa? Non altro dunque rimase a fare, che concertar le forme dell' attacco. I Veneti con ottanta legni comandati dal Doge stesso anderebbero ad assaltare la piazza, mentre l'Esarca colle sue milizie la stringerebbe per terra. Si convenne inoltre del giorno e del segnale. L'Esarca pieno l'animo della più confortante fiducia, prese commiato, e andò tosto a raccogliere le poche truppe, di cui egli potea disporre. L'Assemblea pure si sciolse, e tutta la Veneta gioventù corse spontanea ad imbarcarsi.

Già la flotta in breve spazio di tempo viene provveduta di soldati e di marinaj; già salpa. Nel giorno stabilito si avvicina a Ravenna, e sull'imbrunir della notte arriva sotto le mura della città. Il Doge dà il segnale; l'Esarca comincia con tutto il furore l'attacco. I Veneti applicano le scale, entrano in città, respingono, e fanno strage de' difensori. La sorpresa, e le notturne tenebre aumentano sugli assediati il terrore, e il disordine del combattimento. Chi può sen fugge; gran parte però della guarnigione è tagliata a pezzi: Perindèo resta ucciso; Ildebrando è fatto prigioniere dai nostri, e Ravenna ricuperata, viene sul fatto con magnanima generosità rimessa in potere dell'Esarca.

Questa segnalata azione militare de' Veneti diede generalmente a conoscere quanto potevasi in avvenire aspettare da un popolo sì illuminato e valoroso. Di fatti Luitprando conoscendo di non potersi vendicar di loro, da uomo saggio dissimulò il suo rancore, e si mostrò pago e soddisfatto che rimesso gli fosse il suo nipote Ildebrando. L'imperatore Leone ebbe oltre modo cara la ricuperazione di Ravenna, ed il Pontefice pure ne esultò. Tutti gli storici convengono fra loro nel dire, che il Doge Orso Ippato superbo di avere diretto la felice impresa, volle ritornarsene alla sua sede trionfalmente, ed ordinò sontuose Feste sotto il plausibile pretesto di celebrare questa prima vittoria delle armi Venete. Ma gli storici di que' tempi, ne' quali anarchia e confusione regnava per tutta l' Italia, così male c' informano degli avvenimenti di allora, che poco o nulla possiamo sapere delle Feste celebrate in tale occasione. Oltre le generali cagioni di tale ignoranza, ne abbiamo altre ancora di nostre particolari. Le Venete isole non erano per anco costituite in città, e forse non tutte vollero concorrere al trionfo d'Ippato, il quale essendo di Eraclea, colà risedeva, ed era detestato dai veri patrioti, che male sofferivano il di lui tuono arrogante ed imperioso. Aveva egli de' partigiani, è vero, ma qual è il principe men degno di lode, che non ne abbia? Le dissensioni ed i partiti infierivano ognora più fra gl'Isolani, e le cose giunsero a segno, che il partito dichiarato per la libertà, ch'era il più numeroso, assalì il Doge nella sua propria casa, e' si vendicò d' ogni oltraggio col dargli morte. Indi si volle persino abolita la Ducal dignità, la quale venne sospesa per lo spazio di cinque anni. In questo stato di cose, dove e come rintracciar potrebbonsi Feste e trofci di quel tempo? Perchè dunque parlarne, mi si dirà da taluno? Perchè il mio assunto è di parlare non tanto delle Feste, quanto della loro origine; perchè è certo, che il militare avvenimento della presa di Ravenna alcune ne fece nascere; e perchè infine rid onderà in gloria della nazione, il poter conoscere come anche in un' epoca sì rimota vi fosse tra noi tanta sagace politica, per bene scegliere il partito da prendersi; tanto amore di libertà per andare contro i pericoli a danno di chi la odiava; tanta venerazione verso il Capo della chiesa per aderire alle di lui brame; e finalmente tanto valore e tanta scienza militare per dirigere un' impresa certamente non comune, e ferace di grandi conseguenze.

La religione fu sempre di grande aiuto ai Governi, sia per condurre le armate a pericolose ed importanti imprese, sia per soffocare in mancanza di leggi le passioni e le discordie della plebe, sia per accrescere quello splendore, che gli uomini utili alla patria trassero dalle loro azioni, sia per seppellire i malvagi nell'obbrobrio insieme co' loro disegni distruttori dell'ordine e del ben pubblico; sia finalmente per forzare gli uomini non inciviliti a rispettare certi utili instituti, e certi regolamenti, de' quali il solo legislatore conosce lo scopo e le conseguenze. Quando questo potente mezzo esiste in uno stato, e lo spirito di vera pietà per gli oggetti consacrati dal culto si conserva in un popolo, riesce più facile allora di spingere la credulità sino a quelle cose, che appoggiate sono a semplici tradizioni umane, e ad utili opinioni, senza discuter altro, ma che omai credute celesti rivelazioni, vengono più volentieri accettate, ed esser possono uno stimolo fortissimo a nobili azioni, a generose imprese. In tutti i paesi gli avveduti politici non solo tolierarono, ma eziandìo favorirono cosiffatte opinioni, secondo che la loro prudenza e l' utile dello stato le fecero credero opportune. L'autorità di quegli uomini rispettabili produsse mai sempre una credenza universale. Chi sa che in queste lagune non si fosse a bello studio disseminata tra il popolo la fama di certa profezìa, che avea fatto breccia in tutti i cuori? Ci sentiamo portati a crederlo dai felici effetti che produrre dovea, e che realmente produsse in vantaggio della Repubblica. Lo Spirito Santo, dicevasi, avea annunziato a San Marco per bocca di un angelo, che un dì le sue ossa riposerebbero in queste lagune; ed aggiungevasi, che la nostra Repubblica, sotto la protezione di quell' Evangelista, aveva a divenir grande e possente, e si sarebbe conservata in perpetuo.

Simile tradizione era per quest'Isolani un gagliardo incentivo per procurare ad ogni costo di acquistare quel sacro deposito, che alcuni monaci custodivano con somma vigilanza e gelosia in Alessandria d' Egitto. Ma se per l' una parte gli sforzi della navigazione sempre crescenti, e i replicati viaggi a quelle spiaggie davano motivo a sperare del buon esito, per l'altra l'interesse de' mentovati monaci, più assai che la loro divozione, rendeva scabrosa l'impresa. Ed in fatti riuscì vana per assai lungo tempo. Finalmente un fortunato accidente presentò favorevole occasione all'industria de' nostri illustri conquistatori d' impadronirsi di quel sacro Palladio.

Nell'anno 828 due mercadanti, Bono di Malamocco, e Rustico di Torcello partiti di qua su i loro vascelli approdarono in Alessandria: dove appena giunti andarono, com'era il solito pio costume di tutti i Veneti navigatori, a visitare la chiesa dove riposava il corpo di San Marco. Trovaronvi i religiosi, che ne facevano la guardia in gran cordoglio; e chiestane la ragione, seppero da loro stessi, che i Saracini entrati testè in quel Tempio, avendo veduto la quantità di marmi preziosi e rarissimi che là si chiudevano, giudicaronli di buon acquisto, e li fecero trasportare su i loro vascelli per impiegarli nel palagio, che il Califfo di Alessandria faceva costruire nella sua capitale. I nostri mercadanti mostravano vivo dolore e somma indignazione d' una sì esecranda rapina, ed insieme spiegarono assai destramente il loro timore per tutto ciò che poteva avvenire di peggio. Fecero vedere, che i Saracini non eran gente da contentarsi di questo, ma sì bene da venire ad eccessi vieppiù detestabili. E chi può sapere, aggiunsero, che non aspirino ancora al corpo di San Marco? La sola idea di ciò (gridavano malizioamente i nostri) ne fa fremere, e desta in noi un ragionevole batticuore; quindi è che pieni di zelo conclusero, che sarebbe tornato meglio affidar loro questo Santo Corpo, il quale avrebbe ottenuta convenevole collocazione, e sarebbe stato salvo da ogni insulto. La proposizione non poteva essere nè più saggia, nè più giusta: gli stessi religiosi li confessarono; ma come privar se stessi di sì preziosa reliquia, che per loro era fonte iuesausta di profitti? Avevano un bel dire i due Veneziani, ora assicurandoli della loro riconoscenza, ora dei premii che dovevano aspettarsi dalla Repubblica, e ancor meglio da Dio per sì gran sacrifizio. Nulla valse a persuaderli. Si pose mano finalmente a quel metallo sì seducente e sì ricercato, che, a somma vergogna della nostra specie, assai spesso fa nascere l'equilibrio tra l'ouore e l' infamia, tra la giustizia e il tradimento, tra, la riconoscenza e l'esecrazione, tra i talenti e l'ignoranza; l' oro in una parola fu impiegato come un onesto compenso, che non lasciava luogo ai rimorsi. Ci sogliamo d' ordinario dolere, che l' ingordigia umana abbia malamente trionfato della natura, la quale con gran ragione avea rinchiuso questo dannoso e funesto metallo nelle viscere più profonde e più dure della terra; ma l'uso che in tale incontro di esso fecero i nostri navigatori, non può meritare biasimo; nè avverrà, che l' uomo il più severo se ne scandalezzi, quando il lucido incanto ad altro non servì, che a far dissotterrare un morto con intenzioni sì pie, che bastano a giustificare la scelta del mezzo.

Superato un inciampo, se ne presentarono degli altri. Siccome conveniva celare ai fedeli di Alessandria il sacro furto perciò si ebbe ricorso ad uno stratagemma. Si stabilì di trasportare il corpo di San Marco in tempo di notte, sostituendovi quello di San Claudio, che non ottenea fama e venerazione sì grande. Ma ciò non bastava essendovi motivo di temere non venisse scoperto dai Saracini presidi alla dogana, soliti a visitar con gran rigore ogni sorta di mercanzia per esigerne il diritto di uscita. Era uopo adunque o lo scansar questa visita, o renderne vani coll'astuzia gli effetti. Parve quindi opportuno collocare il santo corpo nel fondo di un corbaccio, ricoprirlo di erbami, e riporvi sopra molti pezzi di carne porcina. Il ribrezzo che provano i Munsulmani per questo cibo è tale, che non sì tosto i gabellieri poservi l' occhio sopra, lo rivolsero altrove, nè più oltre cercarono. Per tal modo riuscì ai nostri Veneziani di recare felicemente il corbaccio nel naviglio, dove appena giunti spiegarono le vele.

Prospero da principio fu il viaggio; ma poscia insorse fiera burrasca, che pose la nave in gran rischio. Non temevano però i pii marinai di naufragio, avendo il corpo del Santo per mallevadore della loro salvezza, e questa buona fede gli empì di un coraggio, che valse realmente a salvarli. Se ammirasi l' ardimento, quando pur non produce se non se misfatti e rovina negli uomini, ardiremo noi prenderlo in burla, allorchè viene eccitato da una bonarictà divota, e produce effetti non meno innocenti che la loro origine? Sopravvenne alfine la calma ed i viaggiatori arrivarono alla patria, annunziando qual sacro deposito avventurosamente recassero. Sul fatto stesso il Doge, il clero e tutto il popolo accorsero in riva al mare per accogliere quelle spoglie da sì gran tempo desiderate, e con processione pomposa e insieme divota le trasportarono nella cappella Ducale, collocandole entro una cassa sotto l'altar maggiore.

La consolazione de'buoni Veneziani di possedere un sì prezioso tesoro sorpassò ogni espressione. Da quel momento San Marco fu acclamato il Protettore della città, che quasi contemporaneamente avea ricevuto il suo formale principio. L'immagine del Santo e il suo Leone, divennero il contrassegno di tutti i pubblici monumenti, lo stendardo delle flotte, l'impronta di tutte le monete, la dolce speranza di tutti i cuori. Non vi fu mai eccitamento più più valido a tutte quelle imprese che dovevano far prosperare la Repubblica, la cui sorte, secondo la profezia, dipendeva dal possesso di questa reliquia.

I nostri provvidi legislatori che assai bene conoscevano quanto importasse il mantener sempre scolpita profondamente ne' cuori una divozione da cui scaturivano tanti vantaggi, vollero istituire una festa da celebrarsi ogni anno il dì 31 di Gennajo, nel qual giorno il sospirato deposito approdò a Venezia. Essa celebrossi sino a' nostri ultimi giorni, ma non consisteva che in una messa solenne a cui interveniva il Doge colla Signoria. Quali altri segni di giubilo si sieno dati il primo giorno dell'istituzione, non potremmo dirlo; mentre non trovasi su di ciò verun documento. Ma qual che si fosse la festa, parve sempre di poco momento ai nostri avi per isfogare la loro esultanza, e perciò pensarono d'innalzare un tempio al nuovo Protettore, in cui riporre il suo venerabile Corpo. Il luogo scelto a quest' oggetto fu quello dove stava la picciola chiesa di San Teodoro, che sino allora era stato il solo Santo tutelare de' Veneziani. Ottima fu la scelta del sito, venendosi in tal guisa a congiungere il nuovo tempio al palazzo Ducale già intrapreso, e adempiendosi così l' avvertimento del Salmista, il qual vuole, che la giustizia sia strettamente legata colla pace e colla religione. L' edifizio fu assai presto terminato, se non che nell'anno 976 un terribile incendio il ridusse quasi tutto in cenere. Alcune ragioni politiche e divote concorsero a far considerare questo accidente come un favore speciale della Provvidenza; e sull'istante fu decretato, che si costruisse un tempio, il quale superasse ogni altro in nobiltà, ricchezza e buon gusto. Quindi si consultarono i migliori artisti di ciascun paese, benchè non ne mancassero in Venezia di eccellenti; ma quando trattasi di cosa di somma importanza, è sempre miglior consiglio il raffrontare le opinioni e le idee di molti. E perchè le belle arti tenevano a que' giorni il loro regno in Costantinopoli, di là si chiamarono li più rinomati professori, e fu loro ordinato di formare il disegno di un tempio, che a qualunque costo riuscisse senza pari al mondo. L' ordine fu eseguito, il disegno approvato, e la grand' opera ebbe principio nel 977 sotto gli auspizi del Doge Pietro Orseolo. Si aggrandì l' area, che prima era troppo angusta, e parve, tal quale è oggidì, abbastanza spaziosa; essendo eguale a quella di Giove Capitolino in Roma. E in fatti gli antichi nell' erigere i templi, non facevano tanto caso dell' ampiezza, quanto della magnificenza. Il Vescovo di Venezia ne gettò la prima pietra sotto gli occhi del Doge, e di tutto il popolo accorsovi. Il lavoro durò più di tre secoli, nei quali non si cessò di far trasportare dalla Grecia i marmi più rari e più fini destinati ad onorarlo. Lungo sarebbe il descrivere le superbe e numerosissime colonne di porfido, di granito e di altre preziose qualità, come pure le insigni sculture, e i mosaici, che adornano e dentro e fuori questa famosa Basilica, È una galleria di cose mirabili, è un edifizio illustre e portentoso. La facciata, benchè in minore stima del resto, rispetto all'architettura, merita tuttavia d' esserlo assaissimo, per i fregi e gli ornati che ci presenta. Veggonsi nelle statue e bassi rilievi gli eroi della religione misti a quelli del paganesimo, e figure mitologiche ed allegoriche. C' è di tutto, dice il Temanza; ma questo tutto è un tesoro di singolari e bellissime produzioni dell'arti. Fra le statue ve ne sono alcune dei primi secoli della Repubblica, e così di mano in mano sino al celebre Sansovino. Non si dee lasciar d' osservare l' eccellente lavoro in mosaico, che trovasi appunto sulla facciata. La scelta del soggetto che rappresenta è analoga al luogo e alla circostanza. Vi si vede espressa per intero la storia della traslazione del corpo di San Marco in Venezia. E in vero si ha campo di ammirare l' ingegno dell' artista, che seppe infondere tanta verità, tanta somiglianza, tanta naturalezza nelle fisonomie e nei gesti de' suoi personaggi. Su i volti de' Veneziani leggesi la svegliatezza e la penetrazione del loro spirito; poichè mentre stanno mostrando ai Saraceni i pezzi di majale, la malizia del loro sguardo, e 'l movimento delle loro bocche palesano in maniera assai viva la compiacenza che provano nel corbellarli. Dall'altra parte notasi nelle fisonomie de' Saraceni una certa rustica goffezza, e una specie di ripugnanza religiosa nel mirare oggetti dalla loro legge vietati, che gli allontana dal sospettar d'altro. Finalmente per tacere del resto, nel bel mezzo della facciata si collocò l' emblema di San Marco, cioè il suo alato Leone tutto di bronzo dorato. Questo Leone si moltiplicò in infinito non solamente nella Città, ma in tutti i paesi ancora, che appartenevano alla Repubblica; giacchè presso i Veneziani il Lione, cioè il nome di San Merco, s'identificò talmente con quello dello Stato, ch' egli colpisce l' orecchio, e tocca il cuore, direm così, più che la memoria delle tante vittorie ottenute dalla Repubblica. Il buon popolo Adriatico vi accoppia una certa idea di affezione mista a rispetto e a divozion nazionale che trae anche in presente dal petto sospiri di tenerezza, o di dolore al sol vederne le immagini.

Convincente prova di tal verità si è quanto avvenne l'anno 1796, allorchè le vicende politiche atterrata avendo una macchina di quattoridici e più secoli, si volle tolto anche lo stemma rappresentativo del Veneto Governo. Il popolo tutto ne fu vivamente afflitto, e in particolare la porzione meno incivilita, e conseguentemente più prossima alla natura e alla schiettezza, non potè nascondere il suo grande cordoglio. Tutti i sudditi della costa marittima del Levante, della Dalmazia, dell'Istria ne diedero i segni più manifestri. Lunga sarebbe, quantunque commovente cosa, il narrarli tutti: siami però concesso il deliner qui la scena interessantissima accaduta in Perasto. Io mi lusingo che non potrà a meno di non ispirare a' miei lettori i sentimenti medesimi, da cui furono agitati quegli affettuosi abitanti.

Pel Trattato di Campo Formio la Dalmazia doveva passare all' Austria. Quindi il general Rukovina ebbe ordine di prenderne possesso. Li 22 agosto del 1796 arrivò egli con una flotta, e mille soldati da sbarco a Pettana, ch'è un miglio e mezzo lontano da Perasto. I costernati Dalmati veggendo che nulla più rimaneva a sperare, vollero almeno rendere gli estremi onori al grande stendardo di San Marco. A tal fine i Perastini, non che le genti del vicino contado, ed altri ancora si ragunarono dinanzi al palazzo del Capitan Comandante, il quale con dodici soldati nazionali armati di sciabole, seguiti da due alfieri, e preceduti da un tenente, si recò nella sala, dove stava quello stendardo, e la bandiera di campagna, che da molti secoli la Repubblica Veneta aveva affidato al valore e alla fedeltà de' bravi Dalmati. Doveano essi levare quelle amate insegne; ma nel punto di eseguire un atto che squarciava i loro cuori, perdettero le forze, e tante solamente ne conservarono, quante bastavano per versare un diluvio di pianto. Il popolo affollato, che stava in piazza aspettando, e che non vedea più uscire nessuno dalla sala, non sapea che pensarsi. Mandossi uno de' giudici del paese per ritrarne il motivo; ma questi rimase egli stesso sì commosso, che colla sua presenza altro non fece, che aumentare la tristezza degli altri. Finalmente il capitano, vicendo per necessità sè medesimo, fa uno sforzo doloros; stacca le insegne dal luogo dove erano erette, le inalbera su due picche; le passa in mano ai due alfieri, che scortati dai soldati e dal tenente escono in ordinanza dalla sala, e su' lor passi vengono e il capitano e il giudice e tutti gli altri. Appena fu visto a comparire l' adorato vessillo, che diventò comune il lutto, e universale il pianto. Uomini, donne, fanciulli, tutti mandano singhiozzi, tutti spargono lagrime. Altro più non s' ode, che un lugubre gemito, contrassegno non dubbio dell' ereditario attaccamento di quella generosa nazione verso la sua Repubblica.

Giunta la mesta comitiva in piazza, il capitano toglie dalle picche le insegne, e ad un tempo vedesi calar la bandiera di San Marco dalla fortezza, che tira vent'un colpi di cannone. Due vascelli armati per guardia del porto le rispondono con undici spari e così fanno tutti i vascelli mercantili; fu questo l' ultimo addio, che la fama posta a lutto diede al valor nazionale. Le sacre insegne furono poste sopra un bacino; il tenente le ricevette in presenza de' giudici, del capitano e del popolo. Indi marciarono tutti con passo lento e melanconico alla volta del Duomo. Colà giunti, vennero accolti dal clero e dal suo capo, al quale si fece la consegna del sacro deposito, ed ei lo pose sull' altar maggiore. Allora il capitan comandante proferì il seguente discorso, che fu tratto tratto interrotto da rivi sgorganti ancor più dal cuore che dagli occhi:

“In questo momento crudele, che lacera il nostro cuore per la fatal perdita del Serenissimo Governo Veneto, in quest' ultimo sfogo del nostro amore e della nostra fede, con cui onoriamo le insegne della Repubblica, deh! siaci almeno, o mici cari concittadini, di qualche conforto il pensare, che nè le nostre passate azioni, nè quelle di questi ultimi tempi hanno dato origine a quest' amaro ufficio, che per noi ora diviene anzi virtuoso. I nostri figli sapranno da noi, e la storia farà sapere all' Europa intera, che Perasto ha sostenuto degnamente sino agli estremi respiri la gloria del vessillo Veneto, onorandolo con quest'atto solenne, e deponendolo irrigato di lagrime universali e acerbissime. Esaliamo, mici concittadini, la nostra disperazione; ma in mezzo a questi ultimi solenni sentimenti con cui suggelliamo la gloriosa carriera da noi percorsa sotto il Serenissimo Governo Veneto, rivolgiamoci tutti verso quest' amata insegna, e sfoghiamo la nostra afflizione così: Oh vessillo adorato! dopo trecento e settanta sett' anni, che ti possediamo senza interruzione, la nostra fede e il valor nostro ti conservò sempre intatto non men sul mare, che ovunque fosti chiamato dai nemici tuoi, che furono pur quelli della religione. Per trecento e settanta sett' anni le nostre sostanze, il nostro sangue, le vite nostre ti furon sempre consacrate, e da che tu fosti con noi, e noi con te, fummo sempre felicissimi, fummo sul mare illustri e vittoriosi sempre. Niuno con te ci vide mai fuggire, niuno con te ci potè vincer mai. Se i tempi presenti infelicissimi per imprevidenza, per viziati costumi, per dissensioni, per arbitrii illegali offendenti la natura e il jus delle genti, non ti avessero perduto in Italia, tue sarebbero state sempre le nostre sostanze, il sangue, le vite nostre; e piuttosto che vederti vinto e disonorato, il nostro valore, la fedeltà nostra avrebbero preferito di restar sepolti con te. Ma poichè altro a far non ci resta per te, sia il nostro cuore la tua tomba onorata, e la nostra desolazione il tuo più grande elogio.”

Terminato questo discorso, Monsignor Abate ne pronunziò un altro sullo stesso soggetto e con sentimento eguale. Indi il capitano si levò, ed afferrato un lembo dello stendardo vi pose su le labbra senza poternele divellere, e ciascuno a gara concorse a baciarlo tenerissimamente, irrigandolo di calde lagrime. Ma dovendosi una volta por fine alla cerimonia dolente, si chiusero quelle care insegne in una cassa, che l' Abate collocò in un reliquiario sotto l' altar maggiore.

Poichè fu compito quest' atto di verace attaccamento, non che gli altri uffizj dettati dal cuore, il popolo taciturno uscì di chiesa, portando in volto l' impronta della tristezza e dell' ambascia, contrassegni i più infallibili della procella dell' animo.

Al tempo che Agostina Morosini era Badessa in San Zaccaria, cioè a dire, l' anno 855, il Pontefice Benedeto III fu in Venezia, e visitò quella chiesa e quel monastero. Penetrato vivamente d' ammirazione per la virtù e santità che vide regnare fra quelle sacre vergini, volle, tornato a Roma, dare una testimonianza della sua soddisfazione coll' arricchirle di un gran numero di reliquie e d' indulgenze. Fu allora che il Doge Pietro Tradonico (la cui famiglia fu poscia detta Gradenigo) cominciò a visitare il tempo di San Zaccaria fra il concorso del popolo. Sarebbe stato un vero scandalo a que' tempi, in cui tutto respirava la più pura, e la più solida pietà, se il capo della Repubblica avesse manca to di assistere a solennità religiosa. Fissossi dunque il giorno di Pasqua come il più adattato all' annua visita. La Badessa Morosini lietissima di vedere il Doge processi onalmente venire alla sua chiesa gli offerse, d' accordo colle sue religiose, un regalo degno di lui, e della ricca eredità di cui ella godeva. Fu questo una specie di diadema repubblicano, che chiamavasi Corno Ducale di un valore straordinario. Esso era tutto d' oro: aveva il contorno ornato di ventiquattro perle orientali in forma di pere. Sulla sommità risplendeva un diamante ad otto facce, di un peso, e di una lucidezza mirabile. Nel dinanzi un rubino anch'esso di massima grossezza, che abbagliava colla vivacità del suo colore e del suo fuoco. Come poi descrivere la gran croce che stava nel mezzo del diadema? Era questa composta di pietre preziose, e particolarmente di ventitre smeraldi, de' quali cinque, che formano il traverso, vincevano in bellezza quanto si può vedere in tal genere. Regalo così inestimabile venne dal Doge sommamente gradito e da quel momento si stabilì, che il superbo diadema non avesse a servire se non per il giorno della coronazione de' nuovi Dogi. Ma perchè quelle buone religiose non istessero del tutto prive del piacere di rivederlo (piacere che richiamava alla memoria un' azione nobilissima di quella comunità), si decretò inoltre, che tutti gli anni nel giorno della visita da farsi a San Zaccaria, esso verrebbe tratto dal pubblico tesoro, e sopra un bacino presentato dal Doge medesimo, e mostrato a tutte le suore; il che fu sempre esattamente eseguito.

Un triste avvenimento accaduto l'anno 864 contribuì a dare a questa Festa un lustro maggiore. Da lungo tempo v' aveano in Venezia forti dissensioni fra alcune nobili famiglie, e sotto il Ducato di Tradonico più che mai infierivano. Tutta la Città parea divenuta un campo di battaglia; non essendovi giorno, in cui le due fazioni non si scontrassero, e non venissero fra di loro alle mani. Si azzuffavano a torme, nè mai distaccavansi senza prima avere sparso molto sangue. Il Doge tutto tentò per conciliare gli accaniti cittadini; ma gli venne ciò che d' ordinario incontra chiunque nel calore delle altrui dispute spiega uno spirito conciliatore. Volendo destreggiare, si rese sospetto di parzialità ad entrambe le parti. Di fatti è impossibile l'amare ad un' ora due fazioni diverse, e il farsi da esse riamare; conviene di necessità che una di esse rimanga scontenta, e non è raro, che questa mediti la perdita non men della sua rivale, che quella del mediatore stesso. Il Doge mandava ordini, e non era obbedito: minacciava, e le sue minaccie sprezzavansi; non regnava più disciplina alcuna, nè sicurezza nella città. Egli avrebbe voluto punire taluno fra i più ostinati d' entrambi i partiti, ma nelle discordie civili le punizioni hanno talvolta conseguenze ancor più funeste perchè di vantaggio inaspriscono gli animi. Il disordine andava più ognora crescendo: si mormorova contro il Doge; gridavasi contro dell' ingiustizia, della tirannia; dalle mormorazioni si venne alle invettive, e l' eccesso del fermento ebbe per isviluppo la morte sciagurata del Doge. Venne egli assalito nel momento che usciva con tutto il suo corteggio dalla chiesa di San Zaccaria. Le guardie cercarono in vano di difenderlo; egli spirò sotto reiterati colpi di pugnale.

Succeduto appena il fatto, i cittadini tennero una generale Assemblea in cui dopo aver deplorato il tragico fine del Doge, come un attentato orrendo, si crearono tre Commissarj che prendessero in rigoroso esame l' alfare. Covneniva assolutamente punire i rei per impedire ulteriori sfrenatezze nel popolo, ma dovevasi anco far sì, che in avvenire non potesse alcun Doge abusare della sua autorità, nè parzialeggiare con alcuna fazione: altrimenti non sarebbevi differenza veruna fra il capo di una Repubblica libera, ed un monarca, il quale si crede tutto permesso, perchè niuno osa contrariare i suoi voleri, nè prescriver limiti alla sua autorità. Questi Triumviri si trassero fuori con vero zelo da una commissione sì gelosa. Si riconobbe l'utilita di tale magistratura, e quindi piacque che fosse perpetua. Ad essa si affidò la custodia delle leggi, ed i suoi membri chiamaronsi Avvogadori di Comune. Furono essi sempre mai in grandissima riputazione, poichè erano i principali sostegni della pubblica sicurezza.

Si volle poscia dare alla Festa, o per meglio dire, alla visita di San Zaccaria, un aspetto più decoroso, e per ciò si risolse, che il Doge colla Signoria invece di andare a piedi si dovesse recare al monastero nelle sue barche dorate, e che le grandi confraternite troverebbonsi a quel momento nella chiesa. La folla del popolo si accrebbe allora, e continuò poscia sino all' anno 1796, sì per acquistare le assegnate indulgenze, e sì per voglia di ammirare quel diadema, che col suo splendore abbagliava gli occhi di tutti. Il popolo non sa dimenticarlo, e lo piange tuttavia, come piange il pubblico un tesoro sì rinomato, e tante altre ricchezze nazionali miseramente disperse.

Il matrimonio fu ogni tempo celebrato in queste lagune con grande solennità. Gli avoli nostri conoscendo l' importanza e i antaggi del matrimonio, giudicarono necessario di aggiungere alcune parziali formalità, onde renderlo più augusto e più santo. Di fatti, se si pone mente alla storia di tutti i popoli, troverassi, che il matrimonio è sempre stato il mezzo migliore per consolidare la pace e l' unione tra le nazioni anche le più nemiche fra loro, e per comporre in tal modo la grande famiglia sociale. E chi può dubitare dell' effetto di una istituzione fondata sopra uno de' primi bisogni dell' uomo, che converte una sensazione passaggiera in un nodo permanente, e che colla felicità particolare degl' individui assicura la felicità generale delle società? Non potrebbesi al certo ma abbastanza proteggerla; posciachè concilia sì bene le viste della natura colle viste politiche. Ben videro i nostri maggiori, che questa dolce unione e questo legittimo innesto di schiatte e di famiglie, non solo diverrebbe un mezzo d' ingrandimento e di forza per la patria, ma distruggerebbe altresì ogni germe di dissensione e di rivalità, se mai ve ne fosse a temere. Perciò appunto credettero, che quanto più la pubblicità di quest' atto sarebbe solenne, tanto più gli sposi sentirebbero la forza dei loro impegni e doveri verso la società, e tanto più ancora dal canto suo la società assicurerebbe, e guarentirebbe questa unione a lei troppo preziosa, col prendere gli sposi sotto la sua tutela, e col proteggerli contro ogni genere di attentati. Quindi è che della solennità di celebrare le nozze si fece una Festa veramente nazionale. A questo fine si stabilì l'uso di celebrare quasi tutti i matrimoni in uno stesso giorno e nella stessa chiesa. Il dì a ciò destinato fu quello della Purificazione di Maria, che cade ai due di febbrajo, e la chiesa quella di San Pietro di Castello, detto allora Olivolo. Venivano le spose alla chiesa portando seco la meschina lor dote in una picciola cassa, chiamata Arcella; poichè in que' felici tempi d' innocenza e di moderazione, non compravasi nè marito nè moglie con oro. Colà stavano esse aspettando gli sposi che le raggiungevano col corteggio de' parenti, degli amici, e di una folla di spettatori. Udivano insieme la messa solenne celebrata dal Vescovo, dopo la quale pronunziava egli un discorso sopra la santità dell' impegno, che gli sposi stavano per contrarre, e sopra i doveri, che Dio stesso a loro imponeva; indi santificavasi la loro scelta colla benedizione episcopale ad ogni coppia. Finite tutte le cerimonie, ognuno degli sposi porgeva la mano alla sua compagna, e, prese in consegna le Arcelle, s' avviavano tutti alle loro case accompagnati da quello stesso lieto cortèo, che gli aveva seguiti alla chiesa. Il rimanente del giorno era consacrato ad una tavola frugale sì, ma saporita, e ad una danza gioviale sì, ma senza arte.

Quando fu poscia fissata la costituzione, stabilito un Doge come capo della Repubblica, e la città cresciuta in ricchezza e popolazione, allora si volle rendere questa cerimonia più brillante e magnifica. Decretossi, che dodici fanciulle di condotta irreprensibile, e di non comune avvenenza, tratte dalle famiglie più povere, venissero dotate dalla nazione, e andassero all' altare accompagnate dal Doge stesso rivestito del suo regal manto, e circondato dal pomposo suo seguito. Allora gli abbigliamenti delle spose ottennero maggior gasiezza e magnificenza. Ritenevano esse, è vero, la modestia e l' innocenza nelle vesti, ch'erano tutte candide, siccome candido era il lungo velo, che dalla testa dove appuntavasi, scendea largamente a ricoprire gli omeri; ma i loro colli vennero fregiati e cinti d' oro, di perle e di gemme. Quelle che non potevano riccamente ornarsi del proprio, non arrossivano di prendere in prestanza, per quel dì, li fregi, e sino la corona d' oro che lor venìa posta in cima al capo, qual segnale di nuove spose. Il Governo avea cura di abbigliare in pari modo quelle, che venivano dotate dal pubblico; ma finita la Festa, dovevano esse restituire tutti gli ornamenti, non ritenendo per se, che la dote. Quest' aggiunta di splendido apparato rese la commovente istituzione ancor più bella e maestosa.

Ma un fatto accaduto intorno l' anno 944 fece sì, che la Festa venisse a prendere un nuovo carattere. Alcuni pirati Triestini, avidi sempre di preda gelosi dell' ingrandimento di Venezia, e dolentissimi che le loro sconfitte recassero un lustro sempre più grande al nome Veneto, osarono fra di loro tramare un' orribile insidia. Per assicurane l' effetto, nella notte precedente alla gran Festa de' matrimonj, si appiattarono entro le loro barche dietro l' isola di Olivolo. La mattina cogliendo il tempo, che i Veneziani stavano affollati in chiesa per la cerimonia, ecco che a guisa di lampo attraversano il canale, balzano a terra colla sciabola alla mano, entrano in chiesa per tutte le porte ad un tratto, rapiscono le spose appiè dell' altare, s'impadroniscono delle Arcelle, corrono alle barche, vi si gettano dentro colla preda, e fuggono a tutte vele. Che far potevano i pacifici abitanti delle isole, che non altre armi avevano allora a difesa, che festoni di alloro, e ghirlande di fiori?

Il Doge Pietro Candian III presente all'infame oltraggio, compreso d'altissima indignazione, si slancia il primo fuori della chiesa, e seguito dai giovani sposi, e da tutti gli astanti, scorre con essi le strade della città chiama tutti i cittadini alla vendetta, in tutti ne accende smaniosa brama, e tosto un gran numero di barche si appronta, e si riempie di gioventù risoluta col Doge stesso alla testa. Per difensori di una sì giusta causa il cielo e l' amore si dichiarano favorevoli: il vento gonfia le loro vele: raggiungono i rapitori verso Caorle, e scorgonli sulle rive del piccol porto tutti affaccendati in disputarsi, e dividersi le femmine e il bottino. I Veneziani non tardano in punto; gli attaccano con furore, li combattono, li conquidono, nè v' ha pur uno, che sottrarsi possa. Il Doge non abbastanza satollo della vendetta, comandò che i cadaveri fossero tutti gettati in mare, affinchè rimanessero insepolti, e venisse tolto ai parenti, e agli amici il mezzo di prestar ad essi alcuna maniera d'onore. Onde poi perpetuare la memoria di un tale avvenimento, egli impose a quel piccolo porto il nome di Porto delle Donzelle, nome che ancora sussiste. In seguito i Veneziani si pongono di nuovo alla vela; riconduconsi in trionfo le racconsolate fanciulle; nessuno ha perduto la sua sposa; tutte ritornano intatte fra le braccia materne. La gioja inebbria tutti i cuori; ognuno si sente felice, e giubila dell' esito di un' impresa, che accresce gloria alla nazione. Ricominciasi la sacra funzione: gl' inni della riconoscenza si frammischiano ai canti nuziali, e le giovani spose gustano ancor più la felicità e l' orgoglio di appartenere ad uomini, che avevano saputo sì ben difendere il loro cuore, e meritare viemaggiormente l'affetto loro.

La nazione di unanime consenso volle, che la memoranda impresa si celebrasse ogni anno alla stessa epoca. E perchè il corpo de' Casselleri (specie di falegnami) che per la maggior parte erano della parrocchia di Santa Maria Formosa, avea somministrato un numero maggiore di barche, e colla sua prontezza e col suo zelo avea avuto parte maggiore nella vittoria, il Governo lasciegli la libertà di chiedere quella mercede, che stata gli fosse più cara. Quanto mai la loro domanda non ci dee sorprendere oggidì? Essi non supplicarono se non la visita del Doge alla loro parrocchia nel giorno dell' annua Festa, ch' erasi decretata. Lo stesso Doge, benchè vivesse in un tempo assai dal nostro diverso, ne rimase maravigliato; e per porgere ad essi occasione di chiedere qualche cosa di più, mise in campo alcune difficoltà intorno a questa visita, dicendo allora col candore di quei tempi: E se fosse per piovere?-Noi vi daremo dei cappelli onde coprirvi.-E se avessimo sete?-Noi vi daremo da bere. Non v'ebbe più luogo a repliche, e bisognò accordare una sì discreta domanda. Il patto fu d'ambe le parti mantenuto, e sino agli estremi della Repubblica, il Doge colla Signoria nel giorno della Purificazione della Vergine si recava alla chiesa di Santa Maria Formosa, ed il Parroco nell' incontrarlo presentavagli in nome de' Parrocchiani alcuni cappelli di paglia dorati, dei fiaschi di malvagìa, e degli aranci. Oh l' avventurosa e mirabile semplicità!

Per ciò poi che riguarda la Festa, si cominciò dal sostituire al nome di Festa dei Matrimonj, quello di Festa delle Marie. È ignoto se posteriormente si continuasse la celebrazione de' matrimonj nello stesso modo di prima; certo è bensì, che sino agli ultimi tempi della Repubblica i matrimonj delle famiglie patrizie si celebravano così pomposamente, e con tanta affluenza di popolo, che ogni giorno di nozze potevasi computare un giorno di festività nazionale. È pur anco ignoto d' onde avesse origine il nome di Maria dato a questa Festa; non essendovi scrittore che ne parli. Potrebbesi credere, che ciò fosse, perchè il più delle rapite vergini avevano nome Maria; nome tra noi molto comune oggidì, e ancor più comune anticamente. Fors' anche ciò nacque dall'essere seguita la vittoria de' Triestini; e'l racquisto delle spose nel dì della Purificazione di Maria, ovvero perchè la Festa finiva colla visita a Santa Maria Formosa, unica chiesa allora consacrata alla Vergine. Ma comunque ella si fosse, tal Festa da principio non fu che mera divozione e gratitudine di questi buoni Isolani, e quindi la sua fama non oltrepassò gli angusti confini, entro cui celebravasi. Ma in seguito tanto divenne famosa per la sua magnificenza, che gli stranieri accorrevano da ogni parte a Venezia, per vederla. Essa non fu più la Festa di un sol giorno; diventò in vece una Festa animata dal trasporto di un piacere, che durava otto giorni, e per cui meritò di venire descritta da parecchi scrittori, i quali servendosi della lingua del Lazio, preferirono di darle il nome di Ludi Mariani, a somiglianza de' Ludi Megalesi, Cereali, Floreali ed altri. In questi otto giorni adunque dodici leggiadre zitelle venivano condotte con pompa per tutta la città. La scelta veniva fatta da tutti i cittadini nel modo seguente. La città di Venezia, che in sei parti, detti sestieri, è divisa, raccoglieva in ciascuna delle sei principali parrocchie li proprj abitanti, i quali per via di suffragi eleggevano le due figlie più belle e più saggie, che si trovassero nel sestiere. Al Doge spettava il confermare la scelta; alle parrocchie il somministrare quanto faceva mestieri per adornar le Marie; alla nazione il pagar la spesa necessaria per la celebrazion delle Feste. Ogni giorno eravi un nuovo spettacolo. Il primo dì le Marie vestite col maggiore sfarzo accompagnate da un numeroso seguito, salivano su certe barche scoperte, e con eleganza adobbate, ed erano condotte dinanzi al Doge, il quale accoglievale nel modo, che più s'addiceva alla sua dignità. Tutti andavano alla chiesa Patriarcale a ringraziare l' Altissimo dell' ottenuta vittoria, e della ricuperazion de le spose; e le dodici Marie accrescevano l'augusto corteggio del Principe. Ritornate a San Marco, il Doge congedava in bella forma le Marie; indi volto all'immenso popolo, davagli la sua benedizione. Oh quanto questa benedizione era commovente! Oh quanto essa riusciva cara ai Veneziani, che la ricevevano non come sudditi trepidanti, ma come figli, amici, fratelli! Qual Sovrano si arrischiò giammai d'impartirne una simile? qual altro popolo fu mai degno di riceverla? In questa cerimonia in cui tutto era animato dalla tenerezza, dalla concordia, dalla felicità, la benedizione del Capo dello Stato era quella di un padre, che non avendo nulla ommesso per la prosperità di quelli, che a lui sono affidati, e ch' egli predilige, finisce implorando sovra di essi tutti i benefizj del cielo. Qual confidenza reciproca! Qual amore inspirar non doveva un atto sì tenero? Di fatti tutti si ritiravano poscia allegri e pieni del vivo trasporto; e già sentivano che i lor legami col Governo si stringevano ognora più. Le Marie rimbarcatesi come prima percorrevano il Gran Canale, e da per tutto dove passavano spiegavasi un ricco apparato di tappezzerie di ogni maniera, e di frequenti orchestre con mille strumenti. Toccava a qualcuna delle famiglie più nobili e più doviziose il ricevere in casa le Marie, e il loro seguito; il che facevasi con tal profusione e splendidezza di doni, che alle volte la famiglia ospitale pativane notabilmente. Quindi furono necessarie alcune leggi, che ne moderassero le spese. Egli è per questo che cambiò anche il numero delle Marie, e nell'anno 1272 un decreto del Governo le ridusse a quattro, indi a tre sole.

Negli altri sette giorni tutto era gioja e piacere, e non passava dì, che non vi fossero gozzoviglie, danze, mascherate, commedie, regate e mille trastulli. L'amore stesso coglieva l'occasione di estendere ed esercitare il suo impero. In que' dì le femmine riscattavansi dal servaggio, in cui le teneva il pudore e il severo costume di que' tempi. Le Marie stesse non dissimulavano la loro compiacenza e vanità, allorchè giungevano ad attirare sovra di se medesime il viril guardo, togliendolo alle sacre immagini, che recavansi in processione l' ultimo giorno, nell' andare a Santa Maria Formosa. In somma una Festa, che dapprima era stata quella della virtù e dell' innocenza, divenne poscia per ogni classe di persone Festa di apparecchiata malizia.

Essendosi per tal modo introdotto il disordine morale, ed oscurata la bella semplicità de' primitivi secoli, il Governo credette opportuno di sostituire alle zitelle, che accompagnavano la processione, alcune figure di legno rappresentanti le vergini rapite. Una mutazione sì nuova e singolare, è ben naturale che dispiacesse al popolo, il quale si abbandonò ad ogni sorta di eccesso, per far conoscere tutto il suo disprezzo verso quei fantocci di legno. Egli seguivali con fischi, con urli, che interrompevano la sacra funzione, e col lanciare loro addosso una pioggia di navoni, il che diede motivo nel 1349 ad un decreto del Maggior Consiglio a favore delle statue di legno: decreto che ci porge una distinta idea del carattere e dei costumi di allora. In esso viene proibito il lanciare, durante la Festa delle Marie, navoni, rape e cose simili sotto pena di soldi cento di amenda, somma a que'giorni importante. Per questa legge ebbero fine i popolari trasporti ma non isvanì il disprezzo conceputo per quelle nuove figure. E perciochè non evvi mai cosa che valga a distruggere un sentimento interessante, la plebe si vendicò del freno impostole dal decreto contro i navoni, col sostituire ad essi un proverbio, che anche in presente dura, chiamando Maria di legno qualunque femmina, che sia magra fredda ed insulsa.

Le luttuose vicende della guerra di Chioggia 1379 furono cagione, che si sospendessero i Ludi Mariani i quali non vennero più ristabiliti, sia perchè delle immense somme che costavano si fece un uso migliore per lo Stato; sia forse anco per lo sconcerto morale che andava crescendo ognora più. Di tutte le cerimonie della funzione non restò negli ultimi tempi della Repubblica, che l' annua visita del Doge a Santa Maria Formosa.

Se il racconto per me fatto del rapimento delle spose Venete non avesse soddisfatto appieno alla curiosità dei miei lettori, ponno essi ricorrere a parecchi scrittori, che trattarono lo stesso soggetto in prosa ed in verso. Ma non giungeranno essi a gustare vero piacere, se non leggendo un grazioso poema in sei canti composto da tre illustri amici Carlo Gozzi, Daniele Farsetti e Sebastiano Crotta. Ciascun di essi prese sopra di se il lavoro di due canti, e al Gozzi fu lasciata inoltre la cura di comporre gli argomenti. Nelle opere di stampa di questo ultimo i suoi due canti si trovano; ma i quattro altri dei due bravi patrizj non si divulgarono. Cagione di tal mancanza fu la modestia del Crotta, che vi si oppose. L' amicizia rifugge di accusare un uomo ripieno di fino spirito, e dottrina, e dettato di quei doni, che il rendono caro alle anime oneste: tuttavia non può frenarsi di far altamente suonare i suoi lagni per una privazione sì amara. È questo il caso, in cui la modestia si trasforma in difetto. Perchè avvien mai, che coloro a cui meno si può perdonare di averla, sieno appunto quelli, che la portano ad un eccesso sì pregiudicevole ai nostri piaceri? Buon per noi, che il poema tutto intero venne con gran diligenza ricopiato per mano del Farsetti stesso, e puossi vedere nella pubblica Biblioteca di San Marco, sotto la custodia del celebre Bibliotecario Morelli, il quale col suo sapere ne forma il principale ornamento.

L'imbecillità de' discendenti di Carlo Magno colla morte di Carlo il Calvo fece terminar l' impero Francese in Italia. Allora si fu, che molti principi disputandosi la Signoria di questa bella parte d' Europa, le riaprirono quelle piaghe, che mai sempre l' afflissero, e che per isciagura l' affliggono tuttavia. Sembrò essere suo destino il dar fama a quella nazione che dovea renderla più infelice. Quasi non fossero state assai le calamità che sin allora avevanla oppressa, si videro nell'anno 888 lanciarsi su i nostri ameni e fertili campi immense torme di mostri peggiori ancora di quanti barbari ne' secoli precedenti gli avevano devastati. Erano questi i Tartari Ugri o Ungri, popolo feroce, crudele, avido di bottino, senza freno di leggi, che sacrificava uomini e donne alle sue deità, che si abbeverava nel sangue degli uccisi nemici, e se ne mangiava il cuore per medicina. Percorsa di ciò la fama, i Veneziani, memori delle sciagure già sofferte dai vicini, e del loro stesso pericolo, pensarono a tempo alla propria sicurezza. Il Doge allora regnante Pietro Tribuno propose i mezzi di prevenire qualunque attentato. Fece egli fortificare il quartiere d'Olivolo, che per ciò acquistò il nome di Castello. Innalzò quivi una muraglia, che estendendosi lungo tutta la odierna riva degli Schiavoni, e radendo il Canal Grande, arrivava sino a Santa Maria Zobenico. Durante la notte ordinò che si tirasse una grossa catena di ferro da quest' ultimo punto sino alla Carità, con che attraversavasi il Canal Grande in modo da non potervisi passare. Comprovò il fatto quanto saggia fosse stata simile previdenza; poichè dopo che que' barbari aveano messo in fuga gli eserciti fra di loro belligeranti dei Duchi del Friuli e di Spoleto, e portato il ferro ed il fuoco in tutta la Lombardia, rivolsero le loro mire anche sopra Venezia. Avevano udito parlare di questo paese fatto ricco dal commercio, ed atto a somministrare largo bottino. Tanto bastò perchè se ne invogliassero. Quindi è che Venezia corse allora maggior pericolo di quello che provato avea nella guerra contro Pipino, la cui memoria durava ancor fresca, L' antica Eraclea, o Città-nuova, fu la prima a sperimentare la inumana ingordigia degli Ugri. Depredati i tesori, uccisi gli uomini, arse le case, da per tutto rimase la miseranda impronta della costoro brutalità. Trattarono in simil guisa Equilio, Capo d' Argine e Chioggia; ma non potevano rimaner sazj, se non facevano guasto eguale anche in Venezia. A tal fine posero in ordine le loro barchette portatili, che chiamavano Scafe, tessute di vinchi, o assi sottilissimi, coperte di pelli non concie. Con queste erano usi varcar non solo il Danubio ed altri fiumi più rapidi, ma persino navigare sui mari, sempre corseggiando e predando. Aggiunte alle Scafe quante alte barche poterono raccogliere dai vicini fiumi, s' accinsero a tragittar le lagune, ch' erano il solo inciampo che si frapponesse alla loro conquista. Alle prime minaccie, l' idea spaventevole, che regnava di que' Cannibali, fece provare a tutta la città le più mortali ambasce. Ma ben presto i bravi isolani si riebbero dal primo sbigottimento, avvertendo, che quanto più grande era il rischio, e terribile il nemico, tanto più conveniva armarsi di coraggio, e mostrare al mondo tutto qual potere abbia su anime Repubblicane l'amor della patria e della natìa indipendenza. Non dovevano essi essere men fortunati de' loro padri, che di recente avevano vinto su queste stesse acque un re potente con que' suoi valorosi Francesi soggiogatore di quasi tutta l' Europa. I nemici, quando pur fossero formidabili in terra, nol potevano essere del pari del mare, ove fu uopo non solo forza ed ardire, ma intelligenza ed ingegno. Animati così da un sentimento concorde i Veneziani allestiscono di tutto punto una flotta; il fior della gioventù la riempie; il Doge stesso ne prende il comando, e tutti intrepidi si avviano verso Albiola ad attaccare il nemico. Volano quinci e e quindi acutissime freccie, ma il mareggiare dell' onde comincia a dare il vantaggio ai Veneziani, giacchè per esso gli Ugri mal ponno reggersi in piedi sulle picciole loro barche. Il loro ordine di battaglia viene sconcertato e vanno perduti all'aria i loro colpi. I nostri al contrario avvezzi all' agitazione dell'acqua, e pratici al maneggio delle vele, tirano i colpi ben aggiustati, nè ve n'ha neppur uno che vada fallito. Fatti poscia alcuni movimenti di tutta la flotta, investono il nemico di fronte, il tormentano ne'fianchi, il flagellano in ischiena. Gli Ugri avvezzi alla vittoria resistono con ostinazione rabbiosa, ma sono costretti a cedere e a fuggire, lasciando le lagune coperte di cadaveri e di frantumi di barche.

Vittoria sì segnalata recò il massimo onore al Doge Tribuno, che discese a terra in mezzo alle acclamazioni di tutto il popolo accorso per vedere il suo liberatore. La gloriosissima giornata de' 29 Giugno, consacrata a San Pietro, lasciò a lungo di sè una gradevole rimembranza, poichè venne annualmente solenneggiata con isplendide Feste. Ma quali esse si fossero non sapremmo dirlo, mancandone nelle storie la descrizione, ed essendo state in questi ultimi secoli dimesse. Grandi e magnifiche certo dovettero essere, se concorrevano in numero grande gli Italiani, come alcuni scrittori ci avvertono, non meno per ammirarle e goderle, che per compiacersi del sommo vantaggio, che avevano essi medesimi tratto dal buon esito di questa celebre battaglia. Gli Ugri in fatti sconfitti, svergognati, avviliti, parte montarono su o carri coperti di pelli, parte montarono in groppa ai loro cavalli, coi quali parevano immedesimati; abbandonando in tutta fretta le nostre contrade se n' andarono a piantarsi nella Pannonia, che da loro fu poscia chiamata Ungheria.

In quei tempi infelicissimi per la bella Italia, in cui sanguinose guerre la straziavano e desolavano, i soli Veneti isolani godevano della maggior tranquillità, ed erano pacifici navigatori e commercianti; ma ben presto furono essi pure costretti a divenire soldati.

Una popolazione barbara e feroce, dotata dalla natura di una straordinaria forza, era uscita dagli agghiacciati climi della Scizia, e dopo essersi trasferita sulle sponde del mar Nero, erasi divisa in due porzioni, l'una delle quali, valicato il Danubio, venue nel sesto secolo a fermarsi nell' Illirio. Indi acquistando sempre nuovo terreno s'inoltrò fino alle spiaggie dell'Adriatico, e vi eresse Narenta città, che comunicò poscia il proprio nome a tutta la nazione. Fortificatisi i Narentani in quel sito, pigliarono sempre maggior animo: penetrarono a mano armata nell'Istria, costrassero vascelli, e si diedero ad esercitare la pirateria per tutto il golfo. Non tardarono i nostri a provarne i tristi effetti, e furono obbligati ad armare legni da guerra, onde proteggere il proprio commercio e la navigazione. Ebbero allora principio quelle zuffe così frequenti e feroci, e quella guerra sì lunga ed ostinata, che durò per più secoli. Alla fine poi le città situate sulle coste dell'Istria e della Dalmazia, stanche dalle continue incursioni di que' barbari, e prive di una forza navale sufficiente a distruggerli, si volsero di comune consenso ad impetrar l' ajuto della possente Repubblica di Venezia, promettendo di dedicarsi a lei, qualora venissero liberate dalle vessazioni di que' pirati. Spediti a tale oggetto alcuni oratori a Venezia, venne l'invito di que' popoli accolto con quel giubilo, che può ispirare una favorevole occasione di prender vendetta di un antico nemico, e di ampliare al tempo stesso il proprio dominio. Furono dunque promessi i richiesti soccorsi: e senza indugio posta in ordine una forte squadra, e il Doge Pietro Orseolo II volle esserne il condottiere. Salpò dal porto il dì dell' Ascensione l'anno 997 e a vele gonfie si recò in Istria, ove venne incontrato colle più vive acclamazioni, e salutato da tutti gli abitanti per loro vero liberatore. Ricevette egli il giuramento di fedeltà dai nuovi sudditi, lietissimi di sottomettersi ad una ben augurata Repubblica. Lo stesso avvenne in Dalmazia. Giunto il Doge a Zara, trovò il popolo, che affollato lo stava aspettando, e tutti i cittadini con trasporto di gioja offrirono sè stessi, le città, le pubbliche e le private fortune al Veneto Dominio.

Non meno dell'ingresso del Doge fu pomposa, rispetto a que' tempi e a que' luoghi, la cerimonia colla quale egli accolse gli oratori di tutte le altre città Dalmate ansiose di presentargli i contrassegni della spontanea lor dedizione. Diritto di conquista, che sei tu mai al paragone dei voti unanimi di un intero popolo, che di proprio moto si spoglia della sua sovranità per deporla nelle mani di un altro popolo? Un tale esempio fu seguito dalle Isole adiacenti a quella costiera, tranne però due che se ne mostrarono ritrose, cioè Curzola, un dì chiamata Corcira nera, e Liesina, altre volte detta Faro. Riuscendo queste un ricovero troppo vantaggioso ai Narentani, non doveva il Doge soffrire che volessero sottrarsi al comune destino. Usò nondimeno in prima le esortazioni e gl'inviti; venne poscia alle minaccie, ma nulla giovando, fu costretto necessariamente di ricorrere alla forza delle armi.

Curzola siccome debole e mal difesa, ben presto si arrese; ma non così Liesina. Per vincere la sua rocca posta sopra rupi scoscese, cinta da mura inaccessibili, e inoltre guardata da un copioso presidio di Narentini, non ci voleva meno di un formale assalto. Orseolo tosto fece i suoi approcci in buon ordine, e dispose ogni cosa da prode capitano. Dato il segnale, e soldati e marinaj fanno a gara per immortalarsi in valore. L'assalto divien generale, furioso, tremendo. Tutto cede, tutto fugge dinanzi ai nostri gloriosi stendardi, e la città è ridotta ad implorare misericordia. Rovesciato questo antemurale de' barbari, Orseolo non tardò a portare la strage nel seno del loro proprio paese. Borghi, città, castella tutto fu atterrato, distrutto. I miseri Narentani, ridotti alla disperazione, chiedono la pace ad ogni costo. Il Doge accordolla, ma esigendo condizioni sì gravose pe' vinti, che fu tolto a questi per sempre il poter di risorgere. In fatti d' indi in poi non si udì più parlare de' loro ladronecci, e il mare restò libero ai Veneziani.

Terminata così la più bella impresa, che dopo la nascita della Repubblica si fosse mai eseguita, Orseolo ritornò con lo spirito più tranquillo a visitare quello spazio di circa 350 miglia, che aveva prima trascorso colla rapidità di un guerriero, che vola a combattere. In niun luogo pose Preside o gnarnigione; non violò in alcun conto l' autonomia, nè alterò le pratiche ed i costumi degli abitanti, e compiacquesi d' indi in poi di riguardarli come socj ed alleati, non come vinti o sudditi. Bella politica in vero, e molto accorta degli Avi nostri, i quali ben conoscevano, che non solo i popoli colla forza sottomessi, ma quelli ancora, che spontanei si dedicano a lungo andare non senza qualche ribrezzo portano il giogo, ond'è per avvezzarli insensibilmente, conviene da prima far loro credere tutto al contrario, lusingare le loro passioni, e conservare intatti, il più che si può, fin anco i nomi delle cose. Orseolo conchiuse un trattato, in cui si stabilì, che ogni città avesse a pagare un annuo tributo alla Repubblica; che in caso di guerra dovesse ciascuna somministrare un certo numero di marinaj, di soldati e di vascelli, e che i mercadanti Veneziani entrati nei porti e sulle terre dell' Istria e della Dalmazia, avessero a godere piena sicurezza, ed ogni maggior vantaggio per l'esito delle loro merci; siccome la Repubblica per sua parte promise eguali privilegi a tutti gl' Istriani e Dalmati, che per cagion di commercio avessero approdato a Venezia, ed alle lor Patrie ampla protezione e difesa contro ogni loro nemico.

Avendo così poste le cose nel miglior ordine possibile, Orseolo ricondusse a Venezia la valorosa sua flotta e convocata un' Assemblea generale, quivi con tutta semplicità fece il ragguaglio della sua spedizione, a cui seguirono le grida di applauso, di ammirazione, di riconoscenza. Non vi avea chi non serbasse in mente la memoria dei danni sofferti, le tramate insidie, le prese de' vascelli e delle loro merci, la schiavitù e persin la morte de' loro congiunti ed amici; e lo scorgersi salvi per sempre da tali pericoli, era per tutti un motivo di straordinaria esultanza. Nè meno consolante fu l' acquisto di tutta la costa marittima, che si estende dall' Istria sino ai confini della Dalmazia, compresevi le Isole adiacenti, talchè il popolo con voto unanime stabilì, che il Doge Orseolo e i suoi successori assumessero per l' avvenire, negli atti pubblici, il titolo di Doge di Venezia e della Dalmazia. Si volle inoltre, che la memoria di un impresa tanto segnalata, che avea dato ai Veneziani il dominio del Golfo, come in epoche anteriori l'avevano avuto e Pelasgi, ed Etruschi, e Adriesi, si rinnovasse ogni anno con una solenne visita, che il Doge farebbe al mare. Non senza avvedimento fu scelto a tal oggetto il giorno dell'Ascensione giacchè in tal dì era uscita dal porto la flotta, che s'era di tanta gloria coperta. D'indi in poi il Doge nel giorno dell' Ascensione montato sopra un vascello distinto, e accompagnato dal Vescovo, da' suoi Consiglieri, dai principali membri della nazione, anzi quasi dalla nazione intera, usciva dal porto di Lido, e praticava certe cerimonie adattate a' que' tempi di semplicità e di moderazione. Ecco l' origine vera, o l' epoca incontrastabile della famosa visita, che il Doge faceva al mare. Lasciamo pure alla fervida fantasia straniera l' attribuire la sua instituzione al fine politico di tener con essa gli animi de' cittadini distratti dalle interne discordie, che potevano a quella stagione dell' anno più vive emergere, per esser tempo di mutazioni di cariche, e di potere insieme, in mezzo all' ebbrezza del comun giubilo strappar meglio i segreti del popolo, spiarne la condotta, conoscerne i cuori. Chi mai udì dire, che solo in maggio si cambiassero le cariche? Quale fra' detrattori del nome Veneto immaginò mai più bizzarro impasto di assurde calunnie e di ridicolaggini?

Per lo spazio di 180 anni si celebrò, a quel modo che abbiamo detto, la Festa. Al terminar di questo periodo, ne' diciasette ultimi anni, l'impero eristiano venne conturbato dallo scandalo di uno scisma, che nacque dall'elezione di due Pontefici, i quali egualmente pretendevano al Triregno. Alessandro III era stato eletto Papa dai voti unanimi del Couclave; ma l'Imperator Federico Barbarossa per l'odio che gli portava, fece proclamarne un altro da due Cardinali. Indi con suo decreto bandì Alessandro dall' Italia, e scagliò minaccie contro chiunque avesse osato prendere le sue parti. Allora fu che si videro e Vescovi, e Prelati, e persino il Sommo Pontefice, venire a Venezia per rifuggirvisi. Quando si seppe il di lui arrivo, gli furono resi tutti gli onori, ed ognuno spiegò la più viva brama di vederlo rimesso alla venerazione del mondo cristiano. Il Governo di Venezia superiore ad ogni minaccia, spedì all'Imperatore deputati ed oratori per procurar di calmare il suo odio contro Alessandro. Furono questi sì fortunati, che ottennero di farlo riconoscere per vero Pontefice, e di conciliare la pace fra l'impero e la chiesa. Venne stabilito un incontro a Venezia dell'Imperatore col Papa; la qual cosa empì di giubilo i nostri buoni Isolani. Federico si mise subito in viaggio: arrivato a Chioggia, trovò sei galere Veneziane destinate a condurlo in città. Anche prima d' imbarcarsi ricevette l' assoluzione delle censure da tre Cardinali spediti dal Papa. Questi lo attese nella chiesa di San Marco vestito pontificalmente, sedendo in mezzo a' suoi cardinali a' suoi Prelati, ed in faccia a tutto il popolo di Venezia. Allorchè Federico giuuse in chiesa andò umilmente a prostrarglisi ai piedi, ed ei tosto lo alzò, lo abbracciò, e gli diede l' apostolica benedizione.

Questo è ciò che intorno a tale incontro ci offre di più certo la primitiva Storia. V' ebbero poscia degli scrittori, che co' loro racconti favolosi porsero soggetto a non men favolose pitture. Quindi è che tanto nella sala dell' attuale pubblica Biblioteca di Venezia, quanto nel palazzo della famiglia Rolandi di Siena, da cui era uscito Papa Alessandro, ed anche nel Vaticano di Roma, venne rappresentata una gran battaglia uavale fra i Veneziani e Federico; ed inoltre alcune bizzarre ed esagerate cerimonie della di lui riconciliazione col Pontefice. La verità è, che in tale occasione nè battaglie, nè vittorie ebbero luogo. Nè Federico aveva forze marittime atte a resistere alle nostre, nè il di lui figlio Ottone era allora in età di poter comandare. Com'è dunque probabile, che i Veneziani, fatto avendo prigione questo giovine principe, si valessero di lui per rappacificare col Papa l'Imperatore suo padre? In mezzo a tanti e sì mal fondati racconti tengasi solo per fermo, che il buon esito dell'accennata mediazione, e lo splendido trattamento fatto dalla Repubblica all'Imperatore ed al Papa, moltissimo accrebbe in Europa la di lei riputazione. Non arrechi quindi stupore, se Alessandro pensò ricompensare alla sua foggia i Veneziani, ricolmandoli d'indulgenze, e se essi conoscendosi benemeriti della Santa Sede, s' indussero a pregarlo di voler loro concedere l' investitura dell' Adriatico, di cui però da quasi due secoli potevano chiamarsi signori. Tale richiesta, che parrebbe oggidì ridicola, nulla avea di strano in que' tempi, quando l' autorità del Vicario di Cristo era sì rispettata, che i principi cristiani non credevano abbastanza legittimi i loro diritti, e le loro pretensioni, nè bene assicurato sul capo il diadema senza l' approvazione pontificia. E in quanto al Papa, nulla di più caro per esso, quanto l'aver occasione di esercitare un simile atto della sua possanza. E siccome poi il simbolo di ogni investitura ora l'anello, così egli uno ne diede al Doge di Venezia, con cui sposasse il mare, e desiderò, che a quella prima solennità della visita quest'altra fosse aggiunta dell'investitura, sotto l'immagine di sponsali. Egli è per questo, che allora quando il vascello Ducale era gianto alla bocca del porto, si volgeva al mare colla poppa, e il Vescovo benediceva l'anello nuziale, e presentavalo al Doge; indi versava un gran vaso di acqua santa nel luogo dove dovea cadere l' anello, e il Doge gettandovelo pronunziava in latino queste parole: Mare, noi ti sposiamo in segno del nostro vero e perpetuo dominio.

Simile costumanza venne da parecchi riguardata non solo come bizzarra, ma come ridicola. Pure il filosofo osservatore deve considerarla come saggia, provvida e umana. E chi non sa quanto questa idea di dominio sia propria a risvegliare in ogni uomo sublimi sentimenti e straordinario entusiasmo? Per renderla poi più sensibile, e in certo modo più palpabile anche alle anime rozze e volgari, qual migliore spediente potevasi immaginare, quanto un' augusta cerimonia, il cui simbolo richiamasse in mente quella del matrimonio? Per essa ricordavasi, che il vincolo tra Venezia e l' Adriatico era non meno stretto e indissolubile di quel santo vincolo, che insieme congiunge due sposi, e che siccome tra due sposi devono perpetuamente avvicendarsi i servigi, le difese, gli ajuti, così in questa coppia allegorica dovea regnar sempre un generoso scambio di uffizj. Era il mare sorgente di sicurezza, di opulenza, di gloria alla nostra città, e se in essa diveniva sacro il dovere d'impiegar tutte le sue cure, e gli sforzi maggiori per assicurarsi tanti benefizj, proteggendo la libertà delle sue acque, d' altra parte era giusto, che ad esso tributasse solennemente i sentimenti di pubblica riconoscenza. Ma quel versare l' acqua santa, e quel benedire le volubili onde non era egli un atto di religiosa invocazione in pro di quelli, che dovevano esporvisi, ed un bel presagio di prosperità per lo Stato? O non potrebbesi anche prendere per un segno di pietosa riconoscenza verso i nostri sventurati concittadini, che dentro quelle onde giacciono sommersi? Volgendo infatti il pensiero sopra tutti i disastri della navigazione, e sopra il numero degl'infelici ingojati dal mare, senza godere dell'onor del sepolcro, senza l' accompagnamento di preci ed esequie, senza il fumo di odorosi incensi che consoli le loro ombre, senza che la mano dell' amicizia scolpir possa i loro nomi amati sopra di quella mobile e profonda tomba, non è fuor di ragione, che ottenere dovessero questo tenero addio dalla patria, e ricevere questo Asperges divoto in quel loro comune vastissimo cimiterio.

Ma per ritornare a questo giorno sì rinomato, esso anche in antico fu detto la Festa della Sensa, cioè dell'Ascensione. Concorrevano a Venezia in folla i forestieri sino dal tempo delle Crociate, essendo quella la stagione, in cui i pellegrini usavano fare il passaggio di Terra-Santa. Quando poi la navigazione ed il commercio si dilatarono, e lo Stato andò crescendo in potenza, allora il marittimo spettacole prese l'aspetto di un solenne trionfo, quale certo non sarebbesi potuto vedere altrove, e la cui fama si sparse per tutto il mondo. Il giorno dell' Ascensione era veramente quello in cui il Doge si presentava al pubblico in tutta la pompa, e come capo supremo della più ricca e florida tra le Repubbliche. Accompagnato dalla Signoria, dal Senato, e pressocchè da tutto il Maggior Consiglio, andava ogni anno a rinnovare il possesso di quel Golfo, che le Venete vittorie avevano sottomesso allo Stato. Gli ambasciatori delle primarie corti d'Europa assistevano pur essi a questa singolar cerimonia, e seduti presso sua Serenità parevano in qualche modo sanzionare quest' atto di antico possesso, confermare i diritti della Repubblica, e applaudire alla gloria de' suoi fasti.

Anche il naviglio destinato pel Doge venne costrutto e portato ad un grado di ricchezza e di magnificenza sorprendente. Chiamossi Bucintoro, nome che alcuni credono essere una corruzione di Ducentorum, perchè allora quando nel 1311 dal Senato fu dato l'ordine di fabbricarlo, si disse nella legge: quod fabricetur navilium ducentorum hominum, cioè della portata di ducento uomini. Altri fanno derivar questo nome da Bicentauro, per essere grande il doppio di quella nave detta Centauro, di cui parla Virgilio nella descrizione de' giuochi funebri celebrati da Enea per onorare la morte del padre. Ma poco monta infine il fantasticare sul nome. Alla gran macchina fu a bella posta dato una forma straordinaria fra' vascelli. La distribuzione dell'interno corrispondeva egregiamente all' uso, e la sontuosità degli ornamenti era del pari degna del glorioso suo oggetto. Lunga 100 piedi, e larga 21, in due piani distinguevasi questa reggia galleggiante sull'acque. Nell' inferiore stavano i remiganti; il superiore poi coperto di velluto cremisino ornato di frange galloni e fiocchi d'oro, formava un salone di tutta la lunghezza del naviglio. Il salone innalzavasi verso la poppa, in capo alla quale trovavasi un apposito finestrino, da cui il Principe gettava l' anello in mare. Questo pertugio stava dietro alla ricchissima sedia del Doge collocata sopra due gradini. La poppa rappresentava una Vittoria navale co' suoi trofe. Due bambini sostenevano una conchiglia, che formava il baldacchino Ducale. Sì dall' una parte che dall' altra del seggio, eranvi due figure rappresentanti la Prudenza e la Forza, volendosi intender con ciò, che la mente ed il braccio sono i veri sostegni del principato. Vicino ai gradini erano i sedili pur essi magnificamente apparecchiati ad uso del Patriarca, degli Ambasciatori, della Signorìa e de' Governatori dell' arsenale. Per indicar poi che mediante la coltura delle scienze e delle arti, un popolo potente si acquista maggior considerazione, ed accresce la sua felicità, la parte di questa sala che serviva come di tribuna al trono, era coperta di bassirilievi dorati, fra i quali distinguevasi Apollo in mezzo alle Muse, di cui il Bucintoro poteva a ragione essere riguardato come il tempio. Sulle pareti di tutto il restante vedevansi, pure in basso-rilievo, le Virtù, e quelle Arti che servono alla costruzione de' vascelli, non che quelle, che ricreano gli spiriti da gravi cure occupati, come sono la pesca, la caccia e simili; il tutto distribuito con isquisita eleganza, resa più cospicua dalla somma profusione d' oro. Il numeroso corteggio del Doge era in questo caso accresciuto dai forastieri più illustri, che ambivano l' onore di essere del seguito del Principe. Essi misti ai Magistrati occupavano le due ale della sala, ora stando seduti sopra le panche, ora godendo la vista dello spettacolo affacciati a qualunque delle 43 finestre, ond' erano traforati i fianchi del naviglio. Sulla prua la statua colossale della Giustizia, Dea tutelare d' ogni ben regolato governo, attraeva a sè gli sguardi de' sudditi della Repubblica, che ne facevano giulivi l' applicazione. In fine riguardando il complesso del Bucintoro, potremo dir francamente, che giammai forse la pubblica Maestà si scelse un albergo tanto proprio di lei quanto questo; nè per la via de' sensi essa instillò mai negli animi tanta venerazione di sè, quanta allorchè si accoglieva tra l' oro e la pompa di sì portentoso naviglio.

Tenerezza poi e giubilo aggiungeva il vederlo mosso e fiancheggiato dalla classe de' primi abitatori di queste lagune, che spontanea e senza mercede alcuna accorreva colle sue apposite barche giocoudamente a rimorchiarlo, sopravvegghiando a'suoi movimenti per ogni accidental cangiamento di venti e di meteore.

Oltre li rimorchi che lo traevano, avea 168 remiganti molto opportuni ad agevolare il maestoso suo corso. Non erano essi nè galeotti, nè marinaj, nè gondolieri; ma bensì gli unici Arsenalotti, cioè que' membri, che componevano la famiglia prediletta della Repubblica, che con sì soave e dolce nome erano chiamati, e col quale eglino stessi chiamavansi con una specie di vanità derivante da veracissimo attaccamento. Essi ambirono ed ottennero il privilegio di condurre il Doge a tali nozze, ed abbandonati in questa sola occasione i loro giornalieri stromenti, non isdegnavano, seduti sulle panche d' impugnare a quattro il remo, godendosi a gara de' loro inusitati sforzi, e de' loro anniversarj sudori.

Seguivano a lento corso il Bucintoro numerose Galee, non solo per aumentar la pompa dello spettacolo, ma più ancora per richiamare alla memoria de' veri patriotti, che segnatamente su simili bastimenti gli Avi nostri, mercè delle più ardite navigazioni, e delle imprese le più difficili, avevano portato la Patria all' apice della gloria, mentre le potenze marittime, che sono grandi oggidì, radevano appena con batelli le coste de' fiumi.

Certe grosse barche dorate del Dominio seguivano dappresso il Bucintoro. Esse in questo giorno, ed anche in qualche altro solenne, servivano a comodo del Patriarca e degli Ambasciatori.

Aumentavano il corteggio lancie, canots, caicchi spettanti agli Uffiziali di mare; e tutti questi legni erano sfarzosamente apparecchiati.

Il Doge de' Nicolotti, cioè degli abitatori della contrada di San Nicolò, aveva esso pure una barca particolare per sè. Questo capo di una classe utilissima di que' pescatori, che abbiamo veduto figurare come rimorchianti, godeva molti privilegi, fra i quali avea l'onor di seguire il Bucintoro, e di sopravvegghiare a' suoi subalterni.

Anche i capi principali dell' arte Vetraia e delle Conterìe, dalle quali arti traevasi un grandissimo vantaggio nel commercio, avevano il privilegio in tal giorno di accompagnare il Doge. Seduti in una peota ornata a loro spese, avevano l'ambizione di farsi osservare ed ammirare per il buon gusto e per la molta magnificenza. Ed in vero eravi sempre motivo d' applaudir vivamente all industria di questi ingegnosi ed utilissimi abitatori dell'isola di Murano.

Ciò poi che animava nel modo più brillante la Festa, era l' infinita quantità di barchette di ogni fatta, che quasi tutte ricoprivano la laguna da San Marco sino al Lido, dalle quali venivano spesso scelti concerti musicali. Non solamente la nobiltà e gli opulenti cittadini concorrevano a gara nelle loro barche e peote, ma persino le diverse classi del popolo artigiano ornavano a festa dei battelli con festoni di fiori, e sopra tutto con corone di alloro, pianta cara agli Dei ed agli Eroi, e di cui il popolo Veneto impiegava sempre le foglie immortali come contrassegno sicuro dell'universale allegrezza. Le grida di gioja di questo felice popolo mescevansi insieme cogli spari dell'artiglieria de' vascelli sì pubblici, che mercantili ancorati, paviglionati, sfilati, che facevano ala all' illustre comitiva, e le rendevano il militar saluto. In mezzo al lam po, al rimbombo guerriero, in mezzo ai vortici del fumo, e sopra que'flutti vivamente agitati, le ninfe dell' Adriatico passavano sì intrepide, che si sarebbero potute prendere per Amazzoni, se la loro agile gondoletta, l' eleganza del lor vestito e la voluttuosa lor giacitura non le avessero fatte riconoscere per le legittime figlie della bella Dea nata da quelle onde medesime, ch'esse sì mollemente solcavano.

Così accompagnato il Doge rientrava nel suo palazzo, dove tratteneva a pranzo tutti i Magistrati che si erano trovati nel Bucintoro.

Altri spettacoli v'erano in questo giorno; essi troveranno il lor luogo. Non volli qui parlare che dello sposalizio del Doge col mare; di quella Festa sì celebre, che per l' applauso popolare e il gran concorso di gente sembrava ogni anno improvvisa e novella, benchè per tanti secoli ripetuta. Essa non era altrimenti la Festa di pochi fastosi ricchi, ma di tutti indistintamente i cittadini, che vi concorrevano spontanei, e mossi non meno da particolare zelo, che da spirito di nazionale orgoglio; e le loro acclamazioni non erano prezzolate e bugiarde, ma figlie di quel sentimento patriottico, che nasce dalla personal sicurezza e dalla gloria dello Stato.

Dalla pubblica solennità del giorno dell'Ascensione non può andar disgiunto il ragguaglio della Fiera o Mercato, che in tal tempo usavasi tenere in Venezia. Oso sperare, che non vi sarà chi mi gravi di colpa, se dovendo parlare di arti e di mestieri nazionali il mio amor patrio mi farà deviare alquanto dal soggetto primario, e retrocedere col discorso fino alle epoche più rimote della nostra storia per meglio indagare e scoprire di queste arti e di questi mestieri l' origine. Gioveranno tali ricerche a convincerci che questi oggetti figli dell'intelligenza e dell'industria de' secoli precedenti, lungi dall'essersi perduti in Venezia, come altrove, per le successive incursioni barbariche, qui fin da' primi tempi conservavansi in vita, e col progredire degli anni vennero di mano in mano acquistando un sempre maggiore incremento.

Una nazione che si andò formando in queste lagune mercè del prodigioso concorso di quanti uomini vi avea nelle vicine, ed anche nelle lontane regioni, e per dovizie e per nobiltà più riputati, non è strano che ritenesse qualche scintilla di coltura anche in mezzo alle tenebre della comune ignoranza. Le arti e le scienze accompagnano sempre il grande ed il ricco, non mai l' abbietto ed il povero. Ma a sostenerle in qualche credito tra i Veneziani, e a farle prosperare qui più rapidamente che altrove, si aggiunse quel gran maestro di ogni arte e largitore d' ingegno; il bisogno. La posizione marittima di queste isolette sterili per sè, e staccate dal continente esigeva dai primi abitanti uno studio ed un'attenzione affatto diversa da quella di tutti gli altri popoli, per procacciarsi le cose di prima necessità come a dire, il cibo, la bevanda, e l' abitazione. A tal fine di fatto essi posero in opera tutta quella sollecitudine e quell' industria, di cui eran capaci; ed è appunto la descrizione di questi sforzi, che diverrà il soggetto del quadro, che mi sono prefissa di presentare, colla lusinga che per la sua singolarità non abbia a riuscir punto discaro.

Il frumento e l'altre biade si considerarono sempre presso tutti i popoli non selvaggi, come la nutrizione la più necessaria e la più utile per l'uomo. Insino a tanto che la popolazione di queste isole per esser piccola non ne faceva gran consumo, i mulini a braccio bastavano per la macinatura de' grani; ma allorchè crebbe il numero, questo mezzo non fu sufficiente, e convenne inventarne di nuovi. La natural perspicacia, e la replicata considerazione fecero comprendere, che dal flusso e riflusso del mare poteansi trarre que' vantaggi medesimi, che procurati ci vengono dal corso de' rivi e de' fiumi Ben in ciù più filosofi del grand'Aristotele, che non potendo rilevar la ragione del flusso e riflusso dell'Euripo, affatto simile a quel di Venezia, si morì disperato; anzi v' ha chi pretende, ch' egli si lanciasse in quelle acque, dicendo di voler essere compreso da ciò ch' egli non potea comprendere. Malgrado però della nostra sì utile osservazione del flusso e riflusso, quanti ostacoli non aveva il genio da superare per la costruzione di mulini, il cui meccanismo esser dovea dagli altri tanto diverso? Qui non potevansi fondare che sopra un terreno paludoso e molliccio, e le ruote dovevano ora dall' una parte, or dall'altra girare, per cogliere la direzione dell' acqua variantesi ad ogni sei ore; e questo stesso periodico cangiamento di corso soffre talvolta alterazioni notabili; poichè la maggiore o minore durata della marea, e la sua maggiore o minore velocità dipende spesso dalla diversità delle influenze e delle stagioni. Dalle traccie che trovimo negli scrittori si conosce, che tutto fu preveduto, a tutto fu rimediato. Si scelsero i rialti di melma più solidi, e sopra essi si costrussero le case contenenti l' Acquimolo, o sia macina. Erano queste altrettante isolette in mezzo ad un gran bacino, cui si diede il nome di Lago. Due canali o acquedotti scoperti chiamati Forme, e destinati a ricevere in sè le ruote del mulino, fiancheggiavano l'edificio. Avevano essi di necessità opposto il declivio, e le loro imboccature erano per conseguenza rivolte a parti opposte, cosicchè or l' uno or l' altra ricevendo e regurgitando a vicenda l' acqua marina secondo il variar del suo corso, faceanla precipitare or su questa or su quella ruota, ed in tal maniera, sia che il mar si gonfiasse, sia che refluisse, non mai restava ozioso il mulino. Varj documenti attestano, che fino dal nono secolo v' aveano molti di questi mulini nelle nostre lagune. Pure i Francesi pretendono essere questa una moderna invenzione, che ad essi appartenga, ed esaltano a cielo i loro mulini costrutti nel porto di Dunkerque. Nel secolo passato vedevansi ancora nel canal di Negroponte, e segnatamente nello stretto dell'Euripo, mulini simili ai nostri. È credibile, che i nostri antenati, padroni di quell'isola. gli avessero anche colà introdotti, e che i Turchi, conosciutane l' utilità. ve gli abbiano conservati. In quanto a quelli delle nostre lagune, esistevano ancora intorno l' anno 1440, ma dopo le conquiste da noi fatte nel Continente, si trovò più comodo di servirsi de' mulini della Terra ferma, e de' fiumi, il che fece trasandar affatto gli antichi.

Non fu meno difficile il vincere la natura, onde procurarsi l' acqua dolce e salutare. Se da principio poteva bastare lo spedire picciole barchette alle foci de' vicini fiumi per approvvigionarsi di un elemento indispensabile a tanti usi della vita, divenne inefficace il ripiego ne' tempi posteriori, quando le isole tutte dell' estuario formicolavano d' abitanti. Il bisogno di raccorre e di conservare le dolci acque piovane e di difenderle dal mescolamento colle salse che da ogni lato ci attorniano, fece immaginare cisterne d'una costruzione del tutto nuova. Nè certamente il merito dell' invenzione può appartenere ad altri che ai Veneziani; poichè ad altri fuori che ad essi non si rese mai necessaria. Furono adunque messe a tributo le grondaje delle case, i cui scoli raccolti in canaletti orizzontali, che formano corona ai tetti, si fecero discendere per alcuni tubi inseriti nel muro, ed invisibili all' occhio, i quali hanno il loro sbocco sotterra. Quivi l'acqua viene raccolta in un ampio recipiente quadrato, le cui alte pareti di creta sono un valido riparo contro gli insulti dell'acqua marina. Tutto il vuoto del gran sotterraneo è riempiuto d'arida sabbia; mercè la quale l'acqua, che in esso sgorga, perde tutto ciò che ha di men puro, prima di passare nella canna, o pozzo propriamente che sta nel centro del recipiente. Usasi formar questo di figura circolare, e di curvi mattoncini sovrapposti l' uno all' altro senza cemento, acciocchè l' umore già depurato dalla sabbia lentamente possa filtrare. Il che con sì buon effetto succede, che noi suoliamo attingere l' acqua sì leggiera e salubre, da non invidiare a chi che sia le migliori sorgenti del continente. Prima che la fabbrica de' pozzi si conducesse a tal perfezione, è da credersi che si facessero non pochi tentativi. È però assai manifesto per le antiche carte, che sino da lontani tempi numerosi pozzi v'aveano in Venezia sì privati che pubblici, e questi bastantemente acconci al bisogno, giacchè nè il blocco del re Pipino, nè quello degli Ugri, nè quello ancor più lungo de' Genovesi, valsero a por mai in angustie la nostra città per difetto d'acqua, comecchè tutte le imboccature de' fiumi fossero intercette e gelosamente custodite dal nemico.

Il sale, che fu in ogni tempo considerato per l'uomo il quinto elemento, meritò le medesime cure de' nostri primi isolani. Riconobbero ben presto l' impossibilità di costruir le saline alla stessa foggia degli altri popoli. Conveniva dunque trovarne una affatto diversa. Cominciossi dal cercar un fondo di purissima argilla. Questo si circondò di un muro abbastanza forte all' urto dell' onde, ed abbastanza alto per impedire, ch'esse non mai vi entrassero, per quanto grande fosse il traboccamento del mare. Tutto quel chiuso spazio da prima si asciugò, indi lastricossi di marmo. Nel muro si apersero qua e là dei fori per la necessaria introduzione delle acque, le cui più lievi particelle venendo dalla forza del sole attratte in vapori, rimanevano le altre più pesanti convertite in una dura crosta salina attaccata alla superficie del lastrico. Queste saline così costrutte, ed in luoghi dove la natura stessa proibiva di farlo, erano una delle meraviglie del nostro paese. Esse ebbero la riuscita la più felice; poichè procurarono non solo la quantità di sale occorrente a tutta la popolazione, ma apersero inoltre un ramo di commercio molto esteso, e che i nostri isolani seppero condurre in guisa da render ligia ai loro voleri non solo quasi tutta l'Italia, ma altri popoli ancora, come gli Ungari, i Dalmati, i Greci, che per liberarsi da tal giogo mossero molte guerre. Tutto fu vano, perchè i Veneziani per quasi dieci secoli la vollero a modo loro. Dopo lo conquiste che facemmo delle saline dell'Istria e della Grecia, o forse, ciò ch'è più probabile, da che non potemmo più costringere le altre nazioni a comperare il nostro sale, tutte queste Saline scomparvero dalla faccia delle nostre lagune; solo si crede essersene trovato qualche resto nell' atterrare la Chiesa di San Geminiano, e nell'isola di San Giorgio Maggiore, costruendovi il porto franco.

Non è difficile a concepirsi, che dopo tante fatiche per soddisfare ai primi bisogni della vita, non potessero più i nostri Isolani esser paghi di abitare tuttavia modeste e semplici casette, quasi misere capanne. L' opulenza volle qui trovare que' medesimi palagi che aveva abbandonati. Ma come giungere a conseguirli sopra un suolo molle, cedevole, ineguale e che spesse volte pareva totalmente mancare? La destrezza, il coraggio, la pazienza e l' oro sormontarono ogni ostacolo. Cominciossi dall' estendere gli spazj del suolo naturale, coll' assettare lungo i suoi margini alcuni gratticci di vinchi ripieni di terra, ben calcati e industriosamente connessi. In seguito si pensò a riempire di terra affatto tutte quelle conche paludose, e coperte di canne, che qua e là rimanevano sparse fra mezzo le abitazioni; operazioni che piacque al Governo di favorir grandemente, accordando la proprietà di questi nuovi terreni a chiunque avesse saputo in certa guisa crearseli. Essi però non potevano sostener edificj di gran peso senza che si avesse ricorso a qualche altro espediente. Ciò fu il conficcare ad una certa profondità varj ordini di pali di quercia strettamente congiunti fra loro, e rafforzati al bisogno da lunghe travi trasversali, sopra le quali distendendosi grossi panconi si venne a formare un solido piano, attissimo a reggere per infinita serie d'anni le necessarie fondamenta. Chi mai percorrendo oggidì le strade di Venezia potrebbe sospettar di premere un terreno fondato dall' arte, e non, come altrove, dalla natura? E chi non rimane sorpreso dalla grandezza dell'impresa, osservando queste splendide e immense moli di marmo, che s'innalzano sopra masse di suolo avventizio? Nè queste son già opere soltanto degli ultimi secoli. Sin dal 995 il pubblico palazzo venne considerato come cosa assai ragguardevole, e degno che vi albergasse l'Imperatore Ottone, che fu allora in Venezia. I cronisti dell' undecimo secolo esaltano grandemente i palagi maestosi, belli ed ornati, che già esistevano. Sì in questi, come pure nelle case anche mediocri, vi erano i loro cammini, quando in Italia, e nella stessa Roma anche i Signori accendevano il fuoco in mezzo alle stanze, e per un buco cacciavano il fumo. Le forti procelle e venti furiosi delle lagune avranno forse spanto il fumo a segno li cagionare troppo grave incomodo; quindi gli avi nostri saranno venuti alla costruzione dei cammini, che per la loro esterna forma a campana, diversa da quella che poi costumasi altrove sembra assicurare essere cosa nativa, e non appresa da altri. I pavimenti delle case erano anche allora formati la maggior parte, come lo sono oggidì, di quel lastricato, quasi da noi soli usato che chiamasi Terrazzo. Egli è un composto di calce, di mattoni infranti, seminati a capriccio di vario-pinte pietruzzole, il quale indurasi con battitoj, si lustra con olio linaceo, e si liscia colle pomici, e diviene bello e polito. Vedendolo lavorato con tanta perfezione solamente nelle nostre lagune, esso può venire considerato se non come una invenzione assolutamente Veneziana, almeno però come una delle arti, in cui i maggiori nostri si sono distinti; di che ne fanno fede molti avanzi trovati sotto il guasto moderno.

L'arte di fabbricar vascelli non dovette essere men coltivata e accarezzata tra i nostri, di quello che fosse l'arte di costruire adifizj; anzi è a credere, che godesse il privilegio di una maggiore anzianità. Una popolazione, che non possedeva nè terreni, nè miniere, sarebbesi ridotta ben presto all' estrema miseria, se non avesse pensato ad introdurre per via de' fiumi e del mare un' utile corrispondenza con altre nazioni. I nuovi abitanti abbastanza felici par aver salvato il loro oro dagli artigli de'barbari, tosto portarono lo sguardo sul globo intero, e dissero: “Sia pur l'acqua il nostro principal elemento, e sia sul mare la nostra dimora; noi di tutto godremo mediante il traffico e la navigazione: volgeremo a profitto nostro l'indolenza e l'attività, la schiavitù e l'indipendenza, l'opulenza e la povertà; pur essi i vizj e le virtù degli uomini dirigeremo a vantaggio nostro.” Queste idee così ardite furono il primo passo verso la navigazione ed il commercio. Il ricco vide una nuova sorgente di ricchezza; il povero un nuovo mezzo di sussistenza assai maggiore che quello della caccia, della pesca o del picciolo traffico fluviale; ed entrambi concorsero a formare un popolo di navigatori e commercianti. Alle piccole barche vennero sostituite da prima delle maggiori, e poscia vennero messi in mare navigli capaci di trasferirsi con grossi carichi di mercanzie in paesi ancor più lontani, e di resistere a viaggi di più lungo corso sopra questo formidabile elemento. Fu allora che i nostri isolani si avvidero, che un popolo non può essere navigatore, nè commerciar in grande, senza avere una forza armata che imponga rispetto, e che castigar possa l'altrui violenza e cupidigia. E molto più se ne avvidero trovando sin dai loro principj tutti i mari mal sicuri e pieni di corsali. Dovettero adunque necessariamente armarsi per difendere la loro vita e i loro averi. Nè fu ciò difficile, poichè fin dall' anno 558 attesta Cassiodoro testimonio oculare, ch'essi avevano numerosi navigli, ed arsenali, cantieri e costruttori. Di fatti ben presto si resero celebri da per tutto, non solo come gran trafficanti, ma come guerrieri valorosi. Già nel 729 presero d'assalto Ravenna: nell'804 fecero la guerra contro Pipino con grossi vascelli, come lo assicura il celebre Costantino Porfirogenito: nell'808 andarono a spaventare le coste Dalmate: nell'827 ebbero due forti battaglie contro gli Arabi Saracini, ed alcune contro gli Slavi. Verso la fine del nono secolo riportarono quella vittoria sì celebre nelle nostre lagune sopra gli Ugri o Ungri; e finalmente quella già resa tanto famosa nel 998 sopra i Narentani, che gli umiliò per sempre. Tutto ciò fecero i Veneziani non solamente con semplici galee, ma con navi da 1200 e due mila botti per ciascheduna: misura ch'essi diedero a tali navi, e che venne ricevuta dalle altre nazioni. Queste navi veleggiavano con tre alberi, mentre quelle de'Greci, i quali pur si giudicavano avere la migliore marina, non ne usavano che due. In somma gli stessi storici Greci e Normanni di quel tempo, tuttochè nemici de' Veneziani, chiamavano le nostre navi Fortezze ambulanti, e dicevano che le flotte Veneziane riuscivano terribili sul mare, e che le Venete lagune formicolavano di marinaj, di soldati e di ricchezze. Che se discendiamo ai secoli X, XI, XII, infiniti s'incontreranno gl'; irrefragabili testimonj non men del Veneto perfezionamento nell' architettura navale, che del prodigioso numero de'vascelli sì mercantili che da guerra, co'quali essi intrapresero ed eseguirono lunghe e perigliose navigazioni. Basta senz' altro sapere che noi possiamo vantare un Codice marittimo sin dal 1255, quando alcune nazioni, che tanto ora grandeggiano, non potevano forse contare due vascelli sul mare. I Genovesi più che altri, assottigliarono l'ingegno loro per competerla con noi; ma egli è vero però che più la cupidigia delle ricchezze, che l' orgoglio nazionale fu il fomite di quella lor nimicizia, che fece poi da una parte e dall'altra tingere tante volte di sangue l' onde del Mediterraneo e dell'Adriatico. La scoperta del Capo di Buona-Speranza sul fine del quindicesimo secolo pose fine a tanta strage, ma fu pur anco il primo passo della decadenza di tutte le Repubbliche Italiane, compresa la nostra, tuttochè si trovasse allora avere 36000 marinarj, 16000 operaj nell'Arsenale, 330 grandi navi, oltre poi moltissime galee, e gran numero di bastimenti mercantili. Tale scoperta aperse agli altri navigatori un nuovo universo, che parve soddisfare alla loro avidità. A questa l' altra si aggiunse più importante dell'America. Nuova disgrazia, nuovo colpo fatale per la prosperità del nostro commercio; nondimeno ci sostenemmo nel Levante e nell'Egitto. I Veneziani ben calcolato avevano, che le vere basi della forza marittima soprattutto consistono nell' incoraggire la navigazione mercantile e nel far sì, che il commercio non sia mai sacrificato alla Finanza. Fu questa appunto l'arte che fece tanto fiorire la potenza Veneziana, che le apportò tante illustri vittorie, e che mantenne per quasi mille anni il suo commercio vastissimo e floridissimo.

Le scoperte nelle scienze e nelle arti sono per tal modo legate le une colle altre, che il loro sviluppo è quasi immediato al raffinamento dello spirito umano. Sembra che quegli, al quale toccò afferrare il primo anello di questa catena, si traesse dietro tutte le parti di un immenso tesoro da gran tempo nascosto. Così avvenne dell'arte nautica. Come regolarsi nel corso, come dirigersi in uno spazio, dove altro non iscorgesi, che due superficie eguali, l'aria e l'acqua, che si confondono all' infinito? Di qua dovette cominciare l'uso della Bussola di eui tutti i popoli se ne arrogano l'invenzione. Se ascoltiamo alcuni perspicaci critici, abbiam motivo di sospettare, che antichissima fosse la sua origine, parendo impossibile, che senza di essa e Fenicj, e Ateniesi, e Cartaginesi, e Romani potessero inoltrarsi ne'mari dell'Indie, e rigirare tutta l'Africa; altri penetrare verso il settentrione fino alle isole Cassiteridi, che sono sopra l'Islanda. Ma posciachè nei classici autori non si trova mai fatta menzione di bussola, avviciniamoci a'secoli meno oscuri, e troveremo, che in una spedizione fatta in Terra Santa nel 1248 dal piissimo re di Francia Luigi IX, adoperossi la Marinette, ch'è quanto a dire un ordigno usato per conoscere il nord, la cui descrizione lasciataci da un cronista francese cel fa conoscere essenzialmente consimile alla bussola. Nello stesso tempo seguì il primo viaggio dei due fratelli Veneziani Nicolò e Maffeo Polo nella Tartaria e nella China; e vent'anni appresso il viaggio secondo, nel quale si unì a loro compagno il celebre Marco Polo figlio di Nicolò. Questi per verità nella descrizione dei suoi viaggi non parla di bussola; ma dond'è, che l'opinion comune vuole ch' egli fosse il primo a portar quest'invenzione dalla China, ove da gran tempo era nota, e a divulgarla in Europa? Non sempre le tradizioni volgari vogliono essere poste nel ruolo delle favole. Che se al nostro Polo uon si volesse intorno a ciò accordare qualche merito, niuno per certo contenderà ad un altro Veneziano, vo'dire a Sebastiano Cabotta, l'insigne scoperta dell' ago magnetico: scoperta che diede l' ultima perfezione alla bussola.

Or che si dirà dell'astronomia e della geografia, scienze cognate e indivisibili, ed ambedue necessarie alla nautica? In quanto alla prima, come si potrebbe conoscere i varj punti di quel globo che si percorre sopra un instabile elemento, senza andarli a cercare negli oggetti permanenti del cielo? La contemplazione adunque degli astri o delle costellazioni fu quella che da principio indicò la direzione, e quindi i sicuri confini alle dimensioni della terra. E se questo studio fu coltivato dagli antichissimi navigatori siccome indispensabile per non perdersi a guisa di ciechi sull'immensità delle acque, non fu men caro ai Veneziani, comechè la barbarie de' tempi l'avesse quasi universalmente fatto smarrire. Il P. Ximenes assicura che sin dall'anno 873 esso aveva de' cultori in Italia. E chi meglio de'Veneziani doveva farlo fiorire, se, come vedremo, furono essi i primi e i più coraggiosi marinaj fra gl'Italiani, anzi fra gli Europei? Quel Marco Polo, che scorse l' Asia dal Tropico Capricorno sino al Polo Artico, penetrando nella Zona glaciale più in là che alcun altro o prima o poi, inserì nella sua relazione tali osservazioni intorno alla Stella Polare, che ben dimostrano quanto egli tenesse gli occhi studiosamente rivolti verso il cielo. Ma dopo lui non sorsero forse i due fratelli Zeni, che nel 1390, cioè un secolo prima del Colombo scopersero l' America settentrionale e l' Islanda? e un Alvise Cadamosto che nel 1455 scorrendo l' Oceano Atlantico s' avvicinò più di ogni altro all' Equatore? Certamente senza molti lumi astronomici nè un Josafat Barbaro, nè un Ambrogio Contarini, nè un Marin Sanudo, nè il mentovato Cabotta col suo fratello Antonio non si sarebbero spinti tant' oltre, come pur fecero, ritornando salvi dopo molti anni alla patria.

In quanto poi alla geografia, altra scienza importantissima che traccia su brieve carta gli spazj che si devono valicare, e così li rende soggetti ad un facilissimo calcolo, non abbisogniamo di congetture per concedere in essa il primato ai Veneziani. Non vi ha certamente nazione che vanti documenti sì antichi come i nostri, siasi nell'arte di delineare e misurare le vie del mare, e di segnarne le spiaggie ed i porti, siasi nella descrizione de' vasti continenti e delle isole con esatta proporzione delle distanze, e con precisione mirabile nell'indicazione delle rispettive loro figure. Parlano abbastanza in nostro favore e le insigni tavole geografiche del Palazzo Ducale, le quali si vogliono delineate sulle memorie di Marco Polo, e di altri viaggiatori di quel tempo; ed il celebre Planisferio, che trovasi oggidì in questa pubblica Biblioteca, in cui si scorge l'Africa nella vera sua figura di penisola, copiata dalle carte che Marco Polo portò seco dal Kitay sul cominciare del decimoquarto secolo.

Con uno spirito sì illuminato ed un'anima sì intraprendente i Veneziani divennero ben presto i provveditori di tutti i popoli. Essi percorrevano mari e regioni terrestri, mentre le altre nazioni se ne stavano neghittose, ed era per esse il viaggiare un oggetto di tanta importanza che una gita di 80 miglia riguardavasi come affare grandissimo. Prova ne sia quell'aneddoto che quantunque abbastanza noto, mi piace qui di ripetere. Un conte Francese nel 1400 si partì dalle vicinanze di Parigi per andarsene in Borgogna, onde ottenere dall' Abate di Clugni alcuni Monaci per fondare un monastero nelle proprie terre. Vedendo che l'Abate avea difficoltà di accordarglieli, lo pregò di por mente al lungo e penoso viaggio da lui intrapreso per ottenere tal grazia. Ma l' Abate dopo un maturo esame disse, non bastargli l'animo di esporre i suoi monaci a tanti e sì gravi pericoli del viaggio, per poi domiciliarsi in un paese ad essi affatto ignoto. I Veneziani al contrario andavano da per tutto, facendo cambi utilissimi. Il viggiator Bruce trovò anche a giorni nostri a Lokeja nel Thama Arabico sopra di Moka i nomi di peso, rotolo, cantara, dramma, oncia, che vi aveano lasciato gli antichi Veneziani; nomi che anche a Massuak sul lido opposto Africano si ripetono tuttavia. Andavano i nostri in Oriente a prendere le spezierie, ed ogni sorta di zucchero, cose di cui i popoli inciviliti non ponno quasi far senza; e per tal modo resero a se stessi tributarie le altre nazioni, e si arricchirono sommamente.

Per un' anima sensibile è cosa in vero assai affliggente, che, percorrendo la storia dello spirito umano, abbiasi a vedere che l'uomo sì sublime nelle sue invenzioni, sì grande nelle sue imprese, la finisca poi sempre coll'avvelenare que'beni che sono il prodotto della sua intelligenza. La sete insaziabile delle ricchezze, l'ambizione di dominare, l' odio, la rivalità, l' egoismo anneriscono con dissensioni e con guerre i più luminosi monumenti della sua gloria. Dopo di aver veduto degl' intraprendenti viaggiatori trasportare i prodotti di un popolo ad un altro popolo, stringere un commercio tranquillo e leale, ed una corrispondenza attiva fra le nazioni le più lontane, li vediamo poscia guardarsi gli uni gli altri come nemici, ambire ciascuno di essere solo a formare il legame del commercio fra le nazioni, armarsi per l'altrui distruzione, e per rapirsi a vicenda i grossi carichi nel punto che attraversano i flutti. Ed ecco ad un pacifico cambio di generi succedere la più sanguinosa pirateria. Già il ferro non è più bastante alla loro rabbia, non abbastanza celeri sono le ferite; il ferro distrugge troppo lentamente, troppo individualmente; conviene sostituirvi il fuoco, la folgore, e già l'artiglieria è inventata. Essa rimbomba su quell' elemento che prima non veniva percosso che da nembi furiosi. Gli antichi scrittori ci parlano di certi sifoni che lanciavano sul nemico globi di fumo e di fuoco. I Greci non altro opposero all'attività de' Saracini che queste macchine dette appunto Fuoco Greco; ma essi ne custodivano inviolabilmente il segreto, ed anzi dichiararono infame ed incapace di pubblici impieghi chiunque lo avesse promulgato. Pure è incontrastabile che i nostri isolani, mediante le loro relazioni co'Greci, giunsero a discoprirlo, e ch' essi se ne servirono con prospero evento sino dal settimo secolo. Ma è vero insieme che ne'tempi posteriori s'imparò meglio la scienza di moltiplicare le materie che entrano nella composizione della polvere d' archibugio, ed a mescolarle in modo da vibrarle con forza mortale; il che non fu che un grado maggiore di perfezionamento. Ma i Veneziani già si valevano dell' artiglieria innanzi alla pretesa epoca della guerra di Chioggia contro i Genovesi. E di vero in quella occasione recarono seco tal numero di cannoni, e si mostrarono sì esperti nel maneggiarli che ben si vide, come essi da gran tempo conoscevano interamente questa macchina. Vadano dunque più guardinghi i Tedeschi nell'attribuire al loro P. Schwartz l'invenzione della polvere d' archibugio; e d' altra parte gl' Inglesi prima di produrre intorno a ciò le loro pretese, pesino un po' meglio le oscure parole del loro Bacone. Giova piuttosto di sì grand' uomo studiar le filosofiche dottrine che cercare nella sua autorità un appoggio sopra un fatto di storia sì ambiguo.

Lungi però i nostri pensieri da sì funeste scoperte. Quanto più diletta il fermarsi sopra gl'innocenti lavori figli di un'industria utile a sè, non disutile agli altri! Conobbero ben presto i nostri isolani che una nazione non può dirsi commerciante se si limita a trafficare soltanto cogli altrui prodotti. Convivendo adunque fra gli artisti e negozianti di Costantinopoli, cioè di quella superba Città ch' era succeduta a Roma nello splendore, si invogliarono di trasportare alla patria le sue arti e i suoi lavori, sperando così di emulare Antiochia, Alessandria, Damasco, città che in grazia delle loro celebrate officine, essi vedevano non senza invidia essere cotanto floride ed opulenti. L' abitudine di scegliere e comperare tutte le cose di lusso per oggetto di guadagno, aveva di già addestrati i loro occhi a valutarne l'intrinseco pregio, e a riconoscerne tosto le formo più o meno eleganti, secondo l' uso del secolo. Inoltre il genio di imitazione, e la natural perspicacia rendevano ad essi non difficile il trasportare nelle opere proprie ciò che vedevano di più raro in quelle degli altri. Quindi è che non non si tardò ad introdurre in queste lagune un buon numero di fabbriche che facevano fra loro a gara di superarsi nella perfezione de' proprii lavori. E già sin dal 775 si videro comparire mercadanti Veneziani alla Fiera di Pavia, non solo con merci acquistate in Levante, ma con manifatture di stoffe lavorate nelle nostre isole. Oh quale orgogliosa compiacenza avran essi provato in vedere i Paladini, i Capitani di Carlomagno fastosi per la recente distruzione del regno de'Longobardi, pagar loro un tributo strappato dall'ammirazione! Accorrevano que'prodi in folla a comperar le stoffe, e le drapperie di seta con oro e argento, i panni tinti di viva porpora, i ciambellotti tessuti col morbido pelo delle capre Paflagonie, dette capre di Ancira o sia Angora, li tappeti di Damasco, li cuoj da noi dorati ad uso di fornimento da camera, e simili altri raffinati lavori. Carlo stesso, dice uno storico della sua vita, compiacevasi di portar il robone di stoffa Veneziana. Che più? Le piume di cui avevano spogliati mille uccelli diversi, formavano parte dell'industria di questi novelli artefici. L'arte di sceglierle, di disporle, e forse anco di colorirle valeva a farne degli ornamenti bellissimi, ed i Francesi le acquistavano a caro prezzo, particolarmente perchè i venditori, profittando della loro ignoranza in tutto ciò che non riguardava alle armi, le spacciavano quali piume della favolosa Fenice.

Queste arti per così dire nascenti non fecero però negliger quelle ch' erano qui stabilite ab antico, anzi concorsero a sempre più perfezionarle. L'arte de'Fabbri Ferraj rimonta ad un'epoca assai rimota, mentre uno dei primi lavori, in cui si resero celebri i nostri isolani, fu quello delle armi, da cui trassero immensi guadagni, giovandosi destramente delle sciagure dell'infelice Italia lacerata tutto dì da crudelissime guerre. Indi ne fecero grande smercio ne'paesi Maomettani, ch'erano privi di ferro, tuttochè assai dediti alla guerra ed alla marina. I Veneti fino dai primi loro secoli sapevano ben temprare tutti i metalli, inciderli, intarsiarli, fonderli, amalgamarli, il che al certo esige qualche non lieve cognizione di chimica. Di fatti essi non solamente furono dei primi a coniar le monete, ma la purezza del loro oro ed argento le rese riputatissime anche in tempi assai rimoti, ed in contrade assai da noi lontane. Nicolò Conti che fu gran viaggiatore dopo Marco Polo, trovò i notri zecchim in corso nell'Indie di qua del Gange, e sulla costa del Malabar. Quando Gama fu a Calicut, vide accreditati e in uso i ducati Veneti; e gli zecchini furono e sono tuttavia estremamente apprezzati in entrambe le Indie. Il Colonnello Cooper in una sua memoria asserì, che dal Mediterraneo alla China altra moneta non conoscono gli Asiatici. fuorchè il zecchino Veneziano. Anche nell'Yemen, o Arabia felice, con somma stima si guarda. Que'Sceriffi parte ne colano per farne picciole monete d' oro, e parte conservanli dentro vasi di vetro per goderne il vago colore. Il signor Bruce che viaggiò colà, ci racconta che quegli Arabi gli dimandavano, s'erano i soli Veneziani tra tutti gli Europei che possedessero le miniere d' oro; ed aggiunge che molti di essi fermamente credono che i Veneziani conoscano la pietra filosofale, o sia l'arcana scienza della trasmutazione de' metalli. Sarebbe mai possibile che quegli Arabi avessero alla fine persuaso di ciò questo viaggiator Francese, e ch' egli ritornato in patria ne avesse persuaso i suoi stessi concittadini? I Veneziani non seppero formar l'oro, ma seppero bensì formare grandi ricchezze, e fare lavori ingegnosissimi in ogni sorta di metalli. Fra questi è celebre quello degli organi. Certo prete Gregorio sin dall' 824 mise in pratica nelle nostre lagune questo gratissimo strumento musicale, e tanta fama si acquistò che venne egli stesso presentato all' imperator Lodovico, il quale lo accolse con tutta cortesia, fermollo al suo servigio, e lo regalò di una ricca Badia in Francia. Un tanto applauso non ha niente di strano per chi conosce la somma industria ch' esige la costruzione di un organo, e il diletto che trar si può da quella ce leste armonia. Bensì recar potrebbe molta sorpresa il dono offerto nell'868 dal Doge Partecipazio all' imperator Basilio il Macedone di dodici campane di bronzo. Veramente un tal dono sembra poco degno di sì gran principe, trattandosi di cosa, che, siccome ad ognuno è noto, fu comune anche agli antichi; avendo usato le campane tanto gli Egizj nel prestar culto al loro Serapide, quanto i Greci, e la stessa Roma signora del mondo ne'templi di Proserpina e di Cibele. Convien però dire, che ne' posteriori secoli di rozzezza l'arte di fabbricarle fosse deteriorata, e che la veneziana manifattura si segnalasse fra le altre, ovvero toccasse un punto di perfezione affatto sconosciuto da prima, e meritevole di attirarsi le meraviglie de'forestieri. Sia detto a lode del vero; benchè l'abuso che di questo istromento si fa oggidì, lo renda ingrtissimo all' udito; qual mezzo però evvi più di esso efficace, più pronto e men penoso del suono delle campane, o vogliasi chiamare il popolo a recar in qualche parte soccorso, o si ami invitarlo agli esercizj divoti, o bramisi di eccitarlo alla gioja nei giorni festivi? Se il filosofo Pitagora si sentiva deliziato al picchiar di un martello sopra l'incudine, da qual maggior estasi non sarebbe stato rapito, se avesse conosciuto un simile istrumento, il quale mediante alcuni suoni rimbombanti ed armonici fa nascere un sentimento solo in un istante stesso in mille cuori, e a distanze grandissime?

Passiamo ora all' arte vetraria, che ognuno sa qua, o esclusivamente appartenga alla nostra città. Non si negherà, che una volta i Greci e gli Arabi la trattassero con sommo successo, meritando le loro opere di essere presentate in dono agli stessi monarchi. Ma da che l' Oriente decadde dal suo lustro, ed alla Greca coltura sottentrò la barbarie, egli è certo, che altro miglior rifugio non trovò quest' arte, quanto il tranquillo seno di queste acque. Poco propizia potea parere la natura del sito, giacchè se Tiro abbondava di quella sabbia, che può sola dar la trasparenza alla materia vitrea, Venezia al contrario n' era priva affatto. Ma a che non giunge lo studio e l'ingegno? Fu per loro mezzo che si ottenne una composizione di cenere, che nell' effetto eguagliò ed anche sorpassò quella di Tiro. Le fornaci de' vetri erano qua e là sparse per la città. Sulla fine del secolo XIII vennero con decreto provvidamente ristrette nell' isola suburbana di Murano; e a tal Decreto è debitore quel luogo della celebrità del suo nome. Non v' ha in fatti forastiero, che di qua parta senza avergli prima renduto il debito omaggio, e senza avere ammirato l'infinito numero di lampane di capricciosa e varia simmetria, le graziose girandole tagliate a faccette, che disputano in pregio di lucidezza co' brillanti, e tanti fiori e frutti colorati, così imitanti la varietà, che l' occhio ne potrebbe rimanere ingannato, se la bocca ed il naso non ne cercassero in vano il sapore e l' olezzo. In Murano si lavoravano pur anco le lenti, un giorno da per tutto sì ricercate, ed altresì quegli specchi, la cui perfezione indusse le nazioni tutte a dimettere gli specchi metallici per sostituirvi quelli di cristallo.

Le Conterie o Margherite formano una classe di lavoro a parte. Sono esse certe perle di vetro traforate, di ogni grandezza e d' ogni colore, le quali anche oggidì da qualche paziente e industre mano si adoperano, infi zandole con ingegnosa distribuzione de' colori, per rappresentare qualunque più difficile ed anche emblematico disegno, risultandone una specie di mosaico assai vago, che ben può venire offerto, come lo è sovente, per sicuro pegno di dolce amistà. Il modo di lavorar queste perle è di special nostro diritto; nè v' ha chi ignori con quanta gelosia vegliassero le leggi Venete perchè tal arte non uscisse fuori dello Stato, e quali pene sovrastassero agli operaj disobbedienti alle leggi. Bella sorgente in fatti di lucro fu questa merce per noi, empiendosene ogni anno parecchi vascelli, che lieti volavano ad abbellire le sale ed i Cioschi degli Orientali con variopinti fiocchi e frange di vetro, sicuri di riportarne in quello scambio le perle e i diamanti. Sino dai tempi molto lontani ebbero le conterie Veneziane gran credito tra gli Asiatici e gli Africani. Vasco di Gama le trovò diffuse in Calicut, ove facevano le veci di moneta; ed il signor Macartney racconta, che tuttora i Mandarini Cinesi e Tartari usano su i loro abiti bottoni di pasta Veneziana, e oranti di margherite Veneziane, come distintivi onorifici, e segni di alto grado. Nè v'è in ciò punto da meravigliarsi; poichè qual valore reale avevano le antiche corone di quercia, o quale ne hanno fra noi gli altri segni rappresentativi? e chi non sa, che il loro giusto valore consiste solo nella giusta loro ripartizione?

Anche dell' arte dell' Orificeria devesi parlare. Essa non è gran fatto diversa da quella di fonder metalli che pure abbiamo veduto fiorire in Venezia fin o dal nono secolo. Forse sarà scorso qualche altro secolo ancora, prima che si arrivasse a trattar l' oro e l'argento con isquisitezza di gusto; e per verità sino al 1123 non incontrasi nessun cenno ne' nostri archivj di cose attinenti a quest' arte. È tuttavia cosa osservabile che a quell'epoca si eseguisse uno de' più gentili tra sì fatti lavori, cioè le smaniglie d' oro. Per esse un nostro erudito intende la voce Entrecosei che si legge in un testamento. Ed in vero male non si appropria l'epiteto d' intrigose a quelle delicate catenelle d'oro fatte di minutissimi auellini che le donne Veneziane ebbero sempre particolar vaghezza di portare pendenti in più giri dal collo, e ravvolte intorno ai polsi. Era questo nei primi tempi il loro unico e signorile ornamento. Se non che quando videro ritornar dal Levante i loro mariti colle gemme e colle perle, s'invaghirono de' nuovi fregi. Il loro capriccio porse alimento ad un' arte novella. S'imparò a legare in oro e in argento le pietre preziose, ed a foggiarle in cento forme diverse, e per esse si credettero le patrizie che la bellezza de'loro volti acquistasse risalto maggiore. Acquistò bensì maggior distinzione il loro grado giacchè fregi venuti di lontane regioni, e a caro prezzo comprati, non potevano convenire che alle nobili e alle ricche. Fu allora, che l'uso delle smaniglie d' oro rimase soltanto per le donne del popolo. Esse continuarono sempre ad ornarsene, ed in particolare quelle della classe de' gondolieri. Una loro moglie o una loro figlia riputerebbesi infelice, se non potesse in giorno di festa presentarsi alla Chiesa o al diporto, ornata di molte fila di cordon d' oro. E ben hanno giusto motivo di questa lor vanità; poichè esso è il vero cordon d'onore, essendoselo procuralo col frutto del travaglio delle loro mani, col sudore della loro fronte, e colla loro frugale economia.

Queste furono le arti con cui Venezia tanto si arricchì; ma v'è ancor da osservarsi che per quanto grande sia la svegliatezza e l'attività d' una nazione, non mai le arti vi possono fare progressi sensibili, se l'intelligenza sovrana non le anima col suo spirito, non le sostiene colle sue leggi. Di tale soccorso non mancarono esse al certo in Venezia. La sapienza con cui qui si pervenne a regolare le diverse manifatture, e ad invigilare sopra gl'intraprenditori e gli operaj, fu sempre oggetto di ammirazione pei forestieri. Sino a tanto che si osservarono, ed ebbero forza queste discipline, le manifatture, non che il resto, si sostennero, e furono la gloria e la prosperità de' Veneziani.

Abbiamo veduto sin qui una popolazione di navigatori, di mercadanti, di artefici e di operaj. Non è però a credersi che a ciò soltanto limitassero la loro sollecitudine, e sdegnassero di associarvi quelle arti più nobili che sono la vera delizia dello spirito umano. La poesia, per esempio, quanto non prosperò tra le nostre lagune? Se altri non potessimo schierare che un Bembo, un Navagero, un Bernardo Capello, avremmo abbastanza di che insuperbire per questi nomi soltanto. Ma l'eloquenza doveva essere il partaggio di un popolo che più d' ogn'altro somigliava a quello di Atene e di Roma. Quattordici e più secoli di politica esistenza può numerare la nostra città, ed altrettanti appunto ne conta appo noi la gloria di quest' arte divina. Se v'ebbe chi presagì non ha guari alti destini all'Italia, perchè creata dalla natura alla poesia estemporanea, non oscuri dovrebbero essere i giorni d'una nazione capace di adeguare la magniloquenza de'Romani e de' Greci. Che che sia di ciò, in mezzo ad un popolo sensibilissimo alle grazie della poesia e della eloquenza, non è a stupire che con rapidità non comune si sviluppassero altresì le arti del disegno che non men di quelle, son figlie di fantasie fervide, pronte, creatrici. A coltivarle e a mantenerle in fiore a Venezia ci avea qualche parte anche l'interesse. Il soccorso della pittura, della scultura, dell'architettura non potea che giovare al perfezionamento di quelle arti meccaniche che aprivano sì ricca fonte di lucro al genio mercantile dei nostri padri. Che sarebbero in fatti le manifatture degli artisti, se il gusto del disegno non ne tracciasse le forme, e non le riducesse ai principj generali della bellezza? Ma intorno alle belle arti ci si offrirà miglior campo di parlare nella Festa susseguente. Esse rispetto alla Fiera dell' Ascensione che attualmente forma il nostro primario scopo, non potrebbero occupare che il secondo posto. E d'altronde la Scuola Veneziana che nella pittura ci diede un Tiziano, un Paolo Veronese, un Tintoretto; nell'architettura un Sansovino, un Palladio, uno Scamozzi, e nella scultura parccchi egregi scarpelli, tra quali l'ultimo che ci rinnovellò i prodigi di Fidia, di Policleto, di Prassitele, la Scuola, dico, Veneziana merita di avere un articolo ad essa sola consacrato.

Giunta l'industria de' nostri poco lungi dall'apice della perfezione, non istettero le altre nazioni ad aspettare che i Veneziani recassero le proprie manifatture ne'loro paesi, ma spedirono qua de'mercadanti a farne la compera. Ciascuna faceva a gara per acquistar ciò che in nessun altro luogo si sarebbe trovato. Venezia allora divenne l' emporio di tutte le genti. Anche prima del nono secolo usavasi tenere ogni settimana un mercato in Olivolo a cui però concorrevano solamente gli abitanti delle vicine spiagge; ed in Murano si facevano due Fiere all' anno per lo spaccio degli specchi, e dell' altra merce vetraria. Crebbe l'affluenza de'forestieri quando Papa Alessandro III concesse molte indulgenze a chi visitasse la Chiesa di San Marco, e quella della Carità negli otto giorni sussegnenti alla festa dell' Ascensione. Si videro allora venir persone divote da tutte le città d'Italia, non che d' oltremare. E benchè il primo oggetto fosse quello della pietà religiosa, pure giungendo in una città sì mercantile e sì ricca, coglievano quest'occasione per provvedersi di quanto può abbisognare al sostentamento e ai comodi della vita. Ed ecco nata nel Governo l' idea di stabili e una Fiera formale, in cui si sfoggiassero tutti i prodotti della nazione, ed i gran depositi delle straniere mercanzie. Fu nel 1180 ch'essa ebbe il suo principio, e sin d'allora si tenne nella Piazza di San Marco, cominciando dal giorno dell'Ascensione (donde trasse il corrotto di Sensa), e continuando per gli otto dì susseguenti che poi si estesero a quindici.

In un ampio recinto si distribuivano infinite botteghe di legno, dove ponevansi in bella mostra le produzioni migliori dell' Oriente a canto alle nostre che le uguagliavano nell' eccellenza, nè temevano punto il confronto. Quivi trovava ognuno di che soddisfare non meno al proprio bisogno che al diverso capriccio. Qui spiegava l'arte vetraria i pregi del suo magico artificio; qui l' orificerìa le sue vere ricchezze; qui i pannajuoli, i setajuoli facevano conoscere il loro valore nella squisitezza de' panni, nella sontuosità de'broccati e delle stoffe intessute di oro e d' argento. Nè le arti men nobili rimanevano escluse; e calzolaj, e calderaj, e fabbri, e magnani, ed ottonaj, e fin anco i lavoratori di panieri di vinchi, ed i fabbricatori di fantocci e di trastulli fanciulleschi, acciocchè non v'avesse condizione o età che non vi ci trovasse di che appagarsi. Tutto era in copia, tutto era scelto. Non si può passare sotto silenzio l'antica usanza curiosa di esporre nel luogo più cospicuo della Fiera una figura di cenci vestita da donna, la quale serviva di modello per la moda di tutto l'anno. Le nostre belle accorrevano ansiosamente ad ammirarla, felicissime se aveano i mezzi di poterla ricopiare. Esse erano allora ben lontane dall'immaginare che verrebbe un tempo, in cui questa moda incostante cangierebbesi quasi ogni giorno, e diverrebbe la principale occupazione del sesso.

L'accoppiamento di sì moltiplici, e sì varj oggetti in un medesimo luogo raccolti, eccitava ognor più negli artefici una gara ardentissima di superarsi l' un l' altro, con che venivasi a guadagnar molto per l' incremento delle arti. Oltre di che l'immensa folla de' forestieri, attiratavi parte dall' interesse, parte dalla curiosità, aggiungeva nuovi stimoli alla vanagloria della nazione che raddoppiava gli sforzi per farsi ognor più rinomata.

Il recinto della Fiera, di cui facemmo cenno, non si deve confondere con quello che il Senato ordinò e fece eseguire l'anno 1776. Benchè questo pure fosse di legno, sorpassò di gran lunga l'altro per l'eleganza della costruzione, e pei fregi architettonici di cui lo abbellì il valoroso Architetto Macaruzzi. Era esso quadripartito, elittico di figura, e rigirato nell'interno da un largo porticato, sotto cui si aprivano i fondachi delle merci più pregiate, lasciandosi alle altre men nobili il far di sè mostra nel circuito esteriore. Macchina veramente ammirabile anche per la somma facilità, con cui i varj pezzi ond' era composta, potevansi connettere e sconnettere, tal che in cinque o sei giorni essa nasceva dal suolo e in men di tre giorni spariva. A mal grado della recente decadenza del nostro commercio, e più ancora delle manifatture, meritava qualche attenzione anche lo spettacolo della moderna Sensa, giacchè se in ricchezza e in rarità di lavori non poteva competere con quella de'tempi andati, la vantaggiava per altro nello studio e nella pompa usata dai bottegaj, perchè risaltasse maggiormente all' occhio de' risguardanti il pregio delle loro opere, e delle loro merci. Chiunque anche fuor della Sensa s'abbattè a vedere gli apparati della nostra Mercerìa all'occasione di qualche Festa o trionfo solenne, può solo dire, qual sia il singolare artificio de'Veneziani nel disporre con simmetria e buon gusto i generi esposti in vendita; anzi non so se si potesse darne un' adeguata idea con parole. Sia desso un fondaco di tele o di panni, sia una bottega di argentiere, sia pure una panca di frutti, tu vedi bene immaginata la collocazione per riguardo alle forme, ben disposti con armonica gradazione i colori, tutto prendere un'aria di decorazione e di prospettiva; qua sorgere una piramide, là incurvarsi alquanti festoni, altrove distendersi un quadro. Chi il crederebbe che tra noi, specialmente nel Venerdì Santo, fin le botteghe di selvaggina usassero offerire di se un sì grazioso spettacolo? Pretendesi con tali apparecchi di attribuire un carattere di distinzione alla solennità; ma a dirla schietta, non sarebbe piuttosto che si volesse attirar meglio la gola di chi passa verso qualche ghiotto boccone, dopo molti giorni di mortificazione e di astinenza?

Al difetto delle mercanzie massiccie e delle manifatture squisite, si supplì ancora coll' esporre in mostra i parti migliori dell' ingegno nelle arti delicate del Disegno. Ed in fatti i nostri professori riguardavano la Fiera dell' Ascensione come il principio della loro gloria come il cammino che condur li doveva alla celebrità. Spendevano essi nel ritiro, nel silenzio, nel mistero le loro cure, le loro veglie per comparir poscia in que' giorni a ricevere il tributo di elogio e di ammirazione dovuto alle egregie loro produzioni. Fu appunto in questa Fiera che si potè conoscere a qual grado di superiorità giunger dovesse quell'illustre scarpello già mentovato, per cui finirono d' essere inimitabili le opere più rinomate degli antichi Greci scultori. Canova ancor giovinetto espose nella Fiera della Sensa il Gruppo di Dedalo ed Icaro che puossi tuttavia ammirare nel palazzo Pisani a S. Polo. L' artista ardì ancor egli innalzarsi sulle ali del genio fino all'apice della gloria; ma non ebbe già la sventurata sorte dell' imprudente giovane da lui scolpito. Canova si è alzato e si è sostenuto nel sublime suo seggio, e già la posterità lo ha proclamato primo fra gli scultori del nostro secolo. Ci perdonino quegli altri valenti artisti che in questa Fiera colsero un giorno corone, se dopo quel di Canova non rammentiamo i lor nomi. Oltre l'affezione singolare che a quest' insigne scultore ci legò, egli esigeva da noi un distinto tributo, siccome vero portento dell'arte, massime ove non si trattasse di ricopiare servilmente in marmo un volto vivente, ma fosse siato lassiato aperto il campo agli sfoghi del suo versatile genio. L'autore del Laocoonte non ci apparirebbe al certo così sublime, se non avessimo avuto di lui che una comandata effigie di qualche borioso monarca, invece di quell' ammirando gruppo, che desterà in tutti i secoli pietà, raccapriccio e terrore.

Non si durerà fatica a credere che un luogo in cui si raccoglievano tanti oggetti piacevoli a riguardarsi, divenisse il centro, anzi la reggia del divertimento e della gajezza. A questo concorreva da ogni parte il bel mondo, e in esso le giovani Veneziane sfoggiavano più che mai il potere e l' incanto de' loro vezzi. Passeggiavano la mattina nel loro abito nazionale, cioè ravvolte nel seducente lor zendaletto di seta nera che giustamente fu detto emulo della cintura di Venere. Con artificio stava appuntato sul capo, con malizia copriva e discopriva il volto, con eleganza si attortigliava alla vita, e quest' artificio, questa malizia, quest' eleganza davagli il potere veramente magico di abbellir le brutte, e di fare viemmaggiormente spiccar le attrattive delle belle. Esse la sera, mascherando la graziosa loro persona entro un nero mantello ed una cappa pur nera di finissimo merlo chiamata bauta, prendevano tutte una medesima forma. Pure quel piccolo cappello alla maschiele, di cui erano adorne, messo con una non so qual bizzarrìa, aggiungeva maggior espressione alla fisonomia, maggior vivacità agli occhi, e freschezza alle guance. Nella Sensa trovava ognuno un diletto a suo modo, ed anche il più severo Aristarco era costretto di rallegrarsi, osservando quel felice miscuglio della più antica e rispettabile nobiltà, coll' onorata cittadinanza e coll'altra moltitudine di ogni classe che si approfittava indistintamente di un passeggio abbagliante di giorno per l'apparato di tante ricchezze, e molto più la notte per lo splendore di tante faci.

Questa specie di Festa, giacchè tale poteva chiamarsi la Fiera dell' Ascensione, continuò in tutto il suo lustro, e col medesimo concorso de' forestieri sino al 1796. Ma l'anno appresso quando appunto lo steccato della Piazza doveva venir rinnovato, la sedicente Democrazia nel suo furor distruttivo, coperto dal velo della perfettibilità, fece man bassa sopra la Sensa, sul Bucintoro, sul Corno Ducale, sul Libro d' oro, e su tutto ciò infine che risvegliar poteva la memoria degli autichi patrj istituti; e parte di queste cose mise in pezzi, parte ne incenerì con trasporti sfrenati di gioja, forzando, per così dire, i miseri Veneziani che non potevano certo partecipare nè dei suoi eccessi, nè delle sue idee, a ridere dentro ai fianchi del toro dì Falaride.

Un pubblico Banchetto facendo parte della gran solennità del giorno dell' Ascensione, pare opportuno il parlar qui sì di questo come degli altri tutti, con cui la Repubblica costumò di rallegrare alcune sue Feste.

I nostri saggi antenati incessantemente intesi, com'erano, alla comune felicità, si compiacquero di ammettere tutti quegli utili usi che trovarono presso altri popoli. La storia avea loro mostrato che tutte le nazioni avevano instituito pubbliche mense, chiamate dai Greca Dilitie, cioè a dire, associa ioni di amici, ovvero Agapi, cioè bancheiti rallegrati dall'amore e dalla virtù. Venivano essi considerati come il miglior mezzo per la conservazione delle leggi, per l'unione da i cittadini, e per aggiunger energìa ai legami della loro mutua amicizia. I Veneziani risolvettero adunque d' introdurre anche fra loro un sì lodevole costume. Ma siccome avevano del pari osservato, che malgrado la santità, in cui anticamente tenevansi questi conviti, a segno di chiamarli coll' augusto nome di Sacramento che rinserra l' amicizia, non erasi però potuto impedire che i vizj più enormi, quali sono l'ambizione, l' intemperanza, la discordia non vi s' introducessero per profanarli, così da saggi Repubblicani vollero regolarne le forme, limitarne il numero, e la spesa; al qual fine diedero al Doge una prefissa somma, lasciando a lui la cura del resto. Cinque Banchetti all' anno si stabilirono, e questi ripartivansi nelle giornate fra noi più solenni, acciocchè venissero a far parte delle Feste civili e religiose che vi si celebravano. Questi giorni erano quello di San Marco, quello dell' Ascensione di San Vito, di San Girolamo, e di Santo Stefano.

Presso di noi non facevasi già come negli antichi conviti, dove ognuno indistintamente avea luogo, nè come nei banchetti regali, ove di raro la virtù, bensì la nascita, il rango o le ricchezze decidono della scelta. A Venezia non potevano parteciparne che gl'invitati dal Doge. Ognuno d'essi avea ricevuto in prima la pubblica sanzione, per essere stato eletto in qualche Magistratura, sia come principale, o come Secretario. Contavansi presso a poco ogni volta cento coperte. Le primarie cariche dello Stato, come i Consiglieri, i Capi del Consiglio de' Dieci, gli Avvogadori, i Presidenti de' Tribunali Giudiziarj vi erano sempre ammessi; le altre Magistrature avevano la loro volta. In ogni occasione desideravasi bensì di eccitar l' emulazione alla virtù, l' amor della patria, ma volevasi però evitare tutto ciò che suscitar potesse la gelosia, la rivalità; ed è per questo che un antico statuto o legge ordinava al Doge di regalare cinque anitre di mare a que' patrizj che non avessero potuto trovar luogo nei banchetti; e queste servir dovevano per la loro porzione del pranzo; esse furono poi cangiate in una moneta coniata espressamente per quest'occasione, e che per ciò trasse il nome di Osella; da una parte della quale vedevasi l' immagine di San Marco in atto di presentar lo stendardo al Doge, e dall' altra il nome del Doge regnante, e l' anno della sua Ducea. L' uno e l' altro di questi compensi ci fanno conoscere la frugalità patriarcale di questi conviti. E pure non è essa preferibile a quelle cene così sontuose dei Romani, delle quali una sola era bastante, come si dice, ad annientare affatto il patrimonio delle più opulenti patrizie famiglie? Nondimeno coll' andar del tempo si deviò anche in Venezia dalla prima semplicità, e vi s' introdusse tale magnificenza, quale però non disconvenivasi al capo d' una florida Repubblica.

Si cominciò dal destinare a quest'oggetto una superba Sala nel palazzo Ducale che portò il nome di Sala dei Banchetti. Questa nella sera preecedente al giorno della Festa, illuminavasi maguificamente per lasciar godere dello spettacolo, che presentavano quelle tavole tanto ben preparate, e quelle credenze coperte di molta argenteria d'una ricchezza e d' un lavoro ammirabile. Una porzione apparteneva al Doge, l' altra al Governo, e n' era la custodia affidata ad un apposito Magistrato che la faceva esporre ad ogni occasione di Banchetto. Li Desserts erano tutti di cristallo a colori: opera d' industria nazionale già sì famosa. Questi rappresentavano le imprese, le vittorie, i Veneti trofei. Cangiavansi di forma qualunque volta si offerivano al pubblico. Concorreva il popolo in questa Sala per ammirar lo splendore di tante ricchezze, e di tante opere di buon gusto; ed intanto ritraevane il frutto più atto alla sua felicità, poichè istruendosi, mediante questi quadri mobili, dei fasti della Repubblica, egli vieppiù si affezionava al Governo.

Le vivande erano le più squisite e le più ricercate. Noi però non avevamo bisoggno per questo di ricorrere ai paesi più loutani per procurarcele, chè i nostri mari, i nostri laghi, i nostri fiumi, le nostre terre, le nostre stesse lagune ci porgevano quanto mai sapevamo desiderare. Storioni di una grandezza sorprendente: trote eccellenti non ci lasciavano punto invidiare il famoso rombo di Domiziano; ed alle ostriche del nostro Arsenale, per superar la fama delle lucrine, mancò solo un poeta che le celebrasse. Le frutta primaticcie del nostro littorale, e delle nostre isole davano a conoscere la beata fecondità del loro suolo. Il vino era versato abbondantemente, il che vieppiù eccitava a portare i brindisi all' amicizia, alla comune felicità. Il maestro delle cerimonie del Doge era incaricato di porgerli da una all' altra mensa. Vedevasi da per tutto brillar la gioja universale, la quale assai più che dalla piacere della conversazione, e dalla reciproca effusione del cuore. Non v' ebbe mai bisogno qui di ricorrere a quella legge stabilita da Licurgo, la quale ordinava che si esponesse nella sala del convito il simulacro del Dio del Riso. La giovialità nobile e decente che regnava fra i nostri convitati, escludeva pur anche quell' altro uso greco che commetteva al più vecchio fra i convitati di avvertire gli altri a moderare il tuono della voce, sia nel parlare che nel ridere. La gioja che deriva veramente dal cuore, non è già un movimento convulsivo e disordinato che giunga fino al trasporto: gli uomini costantemente felici si abbandonano al piacere con una tranquillità, poichè la loro anima non ha bisogno di venire distratta da scosse atte a cancellare le anteriori impressioni.

Da lungo tempo era proibito rigorosamente ai patrizj, al Doge stesso il tenere comunicazione di sorte alcuna co' ministri delle corti forestiere, eccetto che nelle occasioni di pubbliche solennità. Quindi è che il Corpo Diplomatico coglieva allora l'opportunità di parlare col Doge, e compiacevasi di corteggiarlo. Gli Ambasciatori che avevano fatto il loro ingresso, sedevano fra i commensali; gli altri non potevano presentarsi che incognitamente all' uso Veneziano, cioè a dire, mascherati di mantello e Bauta. Gli individui della famiglia ne facevano gli onori: toccava ad essi l' accompagnarli; presentavano essi al Doge i Re ed i Principi che si trovavano in Venezia: vi furono degl'Imperatori che si compiacquero di assistere ai banchetti della Repubblica. Questi illustri personaggi si trovavano misti col popolo Veneto, al quale non veniva perciò tolto il diritto che aveva di essere spettatore di queste mense. Vi accorreva in folla, giulivo di poter contemplare dappresso Sua Serenità seduta sul seggio Ducale in mezzo ai suoi ospiti augusti. Non potevasi vedere senza una tenera commozione tutta questa moltitudine resa ardita dalla sua nobile fedeltà, avvicinarsi con sicura fiducia a quelle mense, offerendo al suo Principe, cioè, a' suoi Magistrati raccolti, i più canduli omaggi del cuore, senza mai sentire la menoma invidia, nè cagionarvi mai il più piccolo disordine. V' interveniva il bel sesso ancora, poichè nulla può farsi in Venezia di piacevole senza l'intervento delle donne. Venivano esse ad abbellire il convito colle loro attrattive, ed avvicinavansi quale all' uno, quale all' altro de' convitati, da nulla altro trattevi, fuorchè da quell' amabile simpatia che si sente, senza poterne nè meno render ragione a sè medesimo: esse non si mostravano punto restìe a ricevere gentilmente i piccoli doni di fiori, di frutta, e di confetture che lor venivano offerti. Il Doge stesso non credeva offesa la sua dignità alzandosi alquanto dal suo seggio per porgere qualche omaggio alla bellezza, e per dare alla radunanza tutta un pubblico testimonio della sua benevolenza. Se Platone credette giusto il rimproverar Minosse e Licurgo per non avere ammesso le donne nelle loro Filitie, egli avrebbe certamente approvato quest'affabilità del capo della Repubblica, siccome il mezzo più sicuio di altezionarsi i sudditi.

Ma perchè la folla empieva la Sala, ed i servi si trovavano impicciati nel prestare il loro ufficio, era pur uopo che il popolo si ritirasse dopo il primo servito. E come fare per riuscirvi? Ni iuo aveva la permissione d'intimar la partenza, nè certo veruna forza militare dovea intervenirvi. Fu preso dunque l' espediente, che, come si usa nei sacri templi, quando alcun fervido divoto rapito in estasi dimentica l'ora della partenza, un usciere del palazzo scuotesse un fascio di chiavi; al qual segnale ognuno senza più se ne andava.

Partiti gli spettatori, sottentravano i musici. Sempre fu l' armonia fida compagua dei festivi conviti. Credono alcuni, che vi fosse introdotta, perchè col suo incanto accrescesse quella giocondità, che provano gli animi nel confondersi liberamente insieme, il che sempre accade tra il fumar delle tazze e delle vivande; ma chi sa che il costume non fosse anzi diretto ad un oggetto tutto contrario? Egli è certo, che il misurato suono delle note musicali può giovare ad infrenar gli smoderati trasporti del giubilo, ed assoggettarli ad una non so quale armonica legge, ed a ritenerli tra i confini dell' ordine e del decoro. Procuravasi sempre, che in queste nostre musiche entrassevi qualche cosa di particolare. Troviamo memoria, che a' tempi del Doge Agostin Barbarigo, Cassandra Fedeli, giovane Veneziana illustre non men per bellezza che per sapere, dilettò una volta l' augusta brigata col cantare all' improvviso bei versi latini, accompagnandoli col suono della sua lira. In tempi posteriori le pubbliche mense venivano rallegrate dalla recita di Drammi per musica, quando questi non si avevano ancora aperta la via del teatro. Ma divenuti in appresso spettacolo troppo comune, furono congedati dai banchetti, ed in lor vece si costumò sino agli ultimi tempi l' introdurre nella sala un coro di musici della Cappella Ducale di San Marco, i quali con variati concerti di suono e di canto porgessero diletto all'orecchio de' nobili commensali.

Terminato il banchetto, venivano gli scudieri del Doge a presentare ad ogni convitato un gran paniere di dolci, ornato dello stemma del Principe regnante. Tutti poscia alzavansi dal loro seggio, e andavano ad accompagnare al suo appartamento il Doge, il quale giuntone alia soglia, si volgeva per salutar gentilmente i suoi ospiti, che gli facevano riverenza senza aggiunger parola, e se ne andavano.

Duranti tali complimenti, ogni gondoliere de' convitati entrava nella sala dei banchetti per prendere il paniere del suo padrone, che ne faceva poscia un presente alla dama del cuore. Quanta curiosità di sapere dove sarebbe portato! Ma questo era spesso un mistero, ed il fedel gondoliere mostravasene ignaro, e custodiva gelosamente il segreto. Il cuor delle belle palpitava; mentre la gondola il maggior canale e i minori fendeva. Il paniere poi era troppo grande per venire occultato; ed esposto essendo agli occhi di tutti, non lo si perdea mai di vista. Felici quelle che potevano ottenere questo pegno di una predilezione, che accarezzava il loro cuore, ed insieme lusingava il loro onesto amor proprio! La sciagura maggiore che accadere potesse, quella si era di vederlo diviso.

FINE DEL VOLUME PRIMO.

Prefazione pag. 111

Fasta per la Fondazione della città di Venezia 1

—del Giorno de' SS. Apostoli. 43

—per la prima Vittoria de'Veneti 53

—per la Traslazione del Corpo di S. Marco a Venezia 63

—o Visita del Doge a S. Zac caria 84

—dei Matrimonii o delle Marie 91

—per la Vittoria riportata sopra i Tartari Ugri 109

—del Giorno dell'Ascensione 116

Mercato ossia Fiera dell'Ascensione 142

Festa dei Banchetti Pubblici 197



ORIGINE
DELLE
Feste Veneziane
DI
GIUSTINA RENIER MICHIEL

VOLUME SECONDO.

MILANO
PRESSO GLI EDITORI DEGLI ANNALI UNIVERSALI
DELLE SCIENZE E DELL'INDUSTRIA
MDCCCXXIX.

TIPOGRAFIA LAMPATO.

La chiesa di Santa Maria della Carità, una delle più antiche nelle nostre lagune, fu da prima costrutta di legno, e tale si conservò sino al 1119, quando Marco Giuliani animato da una particolar divozione per la Vergine, ne gettò a proprie spese le prime fondamenta di pietra. L' edificio fu poscia magnificamente compiuto per la liberalità de' fedeli, i quali vi aggiunsero la fabbrica per la confraternita, non che il monastero, in cui colla permissione del pontefice Innocenzo II, presero stanza i canouici regolari. In questo stesso monastero si rifuggì papa Alessandro, allorchè dovette cercar un asilo tra noi contro le persecuzioni dell' imperator Barbarossa. Ottenu ta ch' egli ebbe la pace, consacrò la chiesa di Santa Maria, accordandole le medesime indulgenze, che concesse aveva a quella di San Marco, ed il governo stabilì con decreto, che il 3 aprile fosse il giorno della festa solenne destinato per acquistarle. Nell' anno 1177 ebbe principio la divota usanza, e il Doge col suo augusto corteggio diede un luminoso esempio di religione al rimanente del popolo. Forse congiunto all'oggetto della pietà quello pur v' ebbe di fasto nazionale, volendosi con tal annua visita, non men che colla Festa dell' Ascensione, tener viva la memoria d'una mediazione, ch'ebbe riuscita molto felice, e che aggiunse onore al Veneto nome. Gli abitanti della città, quelli delle vicine provincie, ed anche non pochi de' luoghi lontani accorrevano in folla alla partecipazione di questi spirituali favori, e con ciò si accrebbe lo spettacolo di questa Festa, ch'ebbe luogo sino all' anno 1796.

In quest' occasione, particolarmente col progredire degli anni, venne il popolo a contemplare e ad ammirare i tanti monumenti del genio riuniti nel recinto della Carità. E architetti in fatti, e scultori, e pittori eransi presi una singolar cura in abbellirlo. Pare propriamente che il suo destino lo riserbasse in ogni tempo alla celebrità, malgrado ai danui apportati di quando in quando a que' capi d' opera. Egli è certo che le pitture di Tiziano oggidì non hanno più la loro primitiva originalità; che il famoso chiostro di Palladio perdette in parte la sua natural eleganza, e che i mausolei dei due Dogi Barbarigo, e dell' altro Doge da Ponte sparirono. Ma a perdite così irreparabili successero in quello stesso luogo nuovi oggetti gratissimi, che ci colpiscono vivamente lo sguardo. Colà nell'anno 1807 venne stabilita l' Accademia delle belle arti. Fu ben saggio avviso lo scegliere per loro sede una fabbrica resa splendida dal valore dell' immortale Palladio, e rispettata insino dal fuoco, allorchè con sue fiamme divoratrici consunse le altre parti di quel convento. Il primario oggetto di questa scelta non fu già quello di procurare un più magnifico albergo all' Accademia, ma veramente quello di ricoverare in tale edificio que' monumenti non meno illustri pel lavoro, che per la memoria dei gran personaggi, a cui erano stati eretti, in caso che venissero rimossi dalle antiche loro sedi. Felici pur noi se fo se stato in tutto eseguito un sì provvido pensiero. Per conforto nostro vi si trova però, come dissi, una preziosa unione di cose, che onorano altamente la splendidezza, il buon gusto, e l'ingegno de' Veneziani. Ma prima d' internarci ad esaminarle, gettiamo uno sguardo, giusta la promessa nostra, sulle belle arti in generale, e sulla loro antica esistenza presso di noi.

I Veneziani, o poco gelosi della loro gloria in fatto di belle arti, perchè occupati abbastanza in sostenere quella del loro impero e delle armi loro, o poco fortunati ne' loro scrittori in paragone de' Toscani e de' Bolognesi, si lasciarono con indifferenza rapire dagli altri il vantaggio dell' anzianità nell' averle accolte, anzi direi quasi rigenerate. Pure egli è certo che appena si potè da noi godere un po' di ozio, vedemmo nascere fra noi le cose di ornamento, e tutto ciò che appartiene alle arti belle. I preziosi avanzi de' monumenti Greci furono i nostri modelli. Fino dai primi secoli dell'era volgare i Veneziani andavano colle loro navi nel Levante e a Costantinopoli, sede allora delle belle arti. Eranvi colà le più celebri statue prese dai varj luoghi della Grecia, dall' Asia minore, dal tempio di Diana in Efeso, da Atene, da Elide e da Roma. Queste egregie opere vennero poscia frammiste alle ruine di quella città nel 1204. Anche nel resto eravi un gusto elegante nel disegno formato sull'antico, cosicchè possiamo veramente dire, che di là traemmo la regola per ben determinare il bello, per sostenere l'unità e la verità ne' lavori, e che furo no insomma gli artisti Greci le nostre scorte non meno per bene eseguire, che per ben giudicare. Liberi come essi, non dovendo nè adulare i re, nè umiliarci dinanzi ai tiranni, gli artisti Veneti lasciarono sciolte le briglie al loro genio inventore. L' architettura ci diede il mezzo di rendere un tributo di riconoscenza all' Essere Supremo, di contribuire all' abbellimento della città, e di accrescere i comodi di tutta la popolazione. La scoltura servì a ricompensare onorevolmente i nostri prodi cittadini; la pittura a perpetuar la memoria delle nostre gloriose azioni.

Un tal uso dunque delle arti belle non solo contribuì al loro perfezionamento, ma vantaggi di gran lunga maggiori procurò alla Repubblica, utili alla patria, e a promuovere quelle virtù, che ne formano il più sicuro e solido fondamento. I monumenti innalzati ai cittadini più benemeriti erano per essi altrettanti tempj consacrati alla gloria. Frequentissimi furono sì in pittura, che in iscultura o in architettura quegli eretti dalla pubblica autorità. Ognuno ben sente quanta emulazione destar dovea questa usanza sì ne' cittadini, che alla virtù si esercitavano, come negli artisti, i quali dividevano in certo modo con essi l' onore del monumento. Oltre a ciò da tali cospicue memorie poteva chiunque apprendere quasi senza fatica la storia patria, e quella de' suoi celebri antenati. I sepolcri stessi considerati come un civico premio, volevasi che fossero grandi e magnifici. Il primo lavoro in marmo di questo genere fu quello del Doge Vital Falier posto l' anno 1096 nel vestibolo della chiesa di San Marco. Dirimpetto ad esso avvi quello dell' illustre matrona Felice Michiel, che per la sua singolare pietà meritò tanto onore. Queste, per vero dire, non sono opere di gran pregio in quanto al lavoro, pure esigono venerazione per la rimota loro epoca, e per essere quasi il primo gradino, dal quale i nostri scultori ascesero fino a toccar l'apice dell'eccellenza. V' ha chi pretende, che ancor prima di quell'epoca, alcune statue di marmo fossero scolpite da' nostri, parte delle quali erano collocate nell' antico tempio di San Teodoro, e che furono poscia rimesse nella chiesa esistente di San Marco. Nè v'è in ciò da maravigliare, poichè è ben noto il gran guadagno che sino negli antichi tempi ci veniva da nostri fini intagli, in qualunque materia essi fossero. Fummo sì abili in questo genere di lavoro, che il Doge Orseolo nell' anno 998 spedì ad Ottone imperatore di Costantinopoli una sedia di avorio col suo sgabello lavorata in Venezia con tal maestria da poter essere presentata senza rossore a sì gran principe, e da meritarsi un pieno aggradimento.

Ben più sorprendenti furono i nostri progressi nell'architettura. Fin dall' anno 829, per non parlare di parecchie chiese ch' erano già erette a quel tempo, furono poste le prime fondamenta della grande basilica di San Marco, di quel tempio sì rinomato; e nell' anno 888 quelle della maestosa torre, che gli sta presso. Quante cognizioni non occorrevano per piantare sull'onde le basi di moli sì immense? Il Ducal palagio fu pure cominciato nel 976; infine passando di prodigio in prodigio scorgemmo formarsi nel nostro seno varj celebri architetti, fra i quali quel Palladio superiore a tutti gli elogi.

Quanto poi alla pittura facemmo sì gran progressi, ch' essa divenne oggetto delle ricerche degli stranieri, come diverse cronache il provano. Nè si dee lasciar di osservare, che le nostre antiche pitture hanno un carattere affatto diverso da quello che scorgiamo in Cimabue, in Giotto e nelle primitive figure dell' arte; ciò che dimostra l' anzianità del dipingere tra noi. Le stesse pitture del nostro Tiziano comprovano una certa originalità nativa, e lo fanno conoscere come maestro insigne.

Potrebbesi forse assegnare per cagion principale di sì rapidi avanzamenti l'antichissima instituzione di una coufraternita delle belle arti, e il disinteresse e la nobiltà con cui queste arti si esercitavano. Non potea por mano ad esse chi non era aggregato a questo corpo, nè a tal corpo veniva ammesso chi non avea dato buon saggion de' precedenti suoi studj. Da esso inoltre escludevansi coloro, che attendevano ai men fini lavori, come alla pittura degli stemmi, de' cuoj e di cose simili. Gli statuti di questo corpo meritano di essere conosciuti, come pure i regolamenti posteriori, che portano la data del 1345. Essi segnatamente provano l' anzianità di quest' adunanza sopra tutte quelle che furono stabilite in Italia, ed anche sopra quella di Parigi. Il suo spirito conservossi sempre lo stesso fino a che le circostanze avverse sopravvenute nel quindicesimo secolo per cagion di guerre, ed ancor più della peste, rapirono la maggior parte di quegl' individui, ai quali affidata n' era la direzione. Allora fu che vi s'introdussero giovinastri inesperti ed indotti, i quali prendendo a reggere quel corpo, lo fecero precipitare intieramente, e diedero il crollo alle arti medesime. Il secolo decimosesto recò un periodo di tranquillità, il che rianimò lo spirito della società, creò de' genj novelli, e fece nascere dei capi d' opera. A quest' epoca segnatamente i socj presero il nome di Accademici, ed il corpo quello di Accademia. Nuove leggi allora assai provvide si fecero, e sopra tutto si crearono alcuni professori, che insegnassero quelle scienze, le quali hanno un intimo legame colle belle arti. Si profusero eziandio distinzioni ed onori ai professori delle arti medesime. A tale oggetto appunto il Senato emanò due decreti, col primo de' quali dichiarò nobili i professori di quest' Accademia o Collegio, cioè concedette, che le loro figliuole o sorelle potessero apparentarsi con persone patrizie, senza che una tale cognazione recasse onta alla nobiltà delle famiglie, in cui fossero entrate. Nel secondo si dichiarò, che tali artisti onoravano altamente la nazione, e procuravano un vero bene allo Stato. Alle quali distinzioni conviene anche aggiungere, che un numero considerabile d'illustri soggetti, non solo di Venezia ma di stranieri paesi, si gloriarono di venire inscritti fra i membri di quest' Accademia, come poscia il furono altresì le accademie stesse di Parma e di Roma, che tutte desiderarono di dare una simile testimonianza di onore a quella di Venezia.

Essa cangiò più volte di luogo, ma per verità non n' ebbe mai uno più esteso e magnifico del presente. L'antica chiesa della Carità scompartita nella sua altezza da un tramezzo, porge ora nel piano superiore nobile stanza ai modelli di gesso. Nel pian terreno ha le molte camere inservienti alle scuole di architettura, di scultura, di disegno, di ornato. Il monastero è convertito in più appartamenti; v' è scuola dell' incisione, del disegno nudo, della pittura. Evvi comodo albergo per li professori forestieri, pel segretario, per l'economo, per gl' inferiori ministri, ed altresì sale per la libreria, per la pinacoteca, e per le private adunanze del corpo, che suole ivi unirsi una volta al mese per trattare degli oggetti accademici. Finalmente il bell' edificio contiguo, in cui altre volte raccoglievasi la confraternità della Carità, riesce ora opportunissimo, mercè della vasta sua sala, per l' esposizione delle opere, e per l' annua distribuzione de' premj.

Visitiamo alcune di queste sale. Ecco la scuola del disegno del nudo. Quelle quattro colonne di marmo d'ordine corintio, che sostengono il soffitto, formavano parte del celebre mausoleo eretto dallo Scamozzi in onore del Doge da Ponte già collocato nella soppressa chiesa. Elegante è la distribuzione delle panche per li scolari in forma di anfiteatro. Ingegnosissimo il meccanismo della gran lampada, che mediante la facilità de' suoi movimenti, getta sul modello or più or meno vivi i suoi raggi, e produce moltiplici variazioni d' ombre e di luce.

Ascendasi alla biblioteca. Qui sta una rara serie di volumi tutti attinenti alle belle arti. Parte fu tratta dalla famosa libreria del monastero di San Michele di Murano, e parte da quella del Convento de' Domenicani Osservanti; libreria illustre e rinomatissima, dono altre volte fatto a que' Padri dal gran letterato Apostolo Zeno.

Appresso s'incontra la pinacoteca. Poichè dovevano andar rimosse dalle prime loro sedi taute cospicue pitture, non potevasi concepire miglior idea di quella, in uno stesso luogo collocandole nel debito lume, e formando di tutte quasi una sola famiglia. L'occhio tanto si perde nel rimirarle, che non lascia campo di affliggerci per quelle che ci mancano.

Passiamo da questa alla sala de' gessi, e benediciamo la memoria di quel nostro Filippo Farsetti, che con animo da principe e con intelligenza da professore, riuscì nella difficilissima impresa di far ricavare le forme di tutte le statue greche di maggior merito, che quai tesori si conservavano nei musei di Firenze e di Roma. Giunte in patria le forme, ei ne fece gettar i gessi, e per molti anni il suo privato palagio ricettò quest'insigni prodigj dei greci scarpelli, venendo perciò frequentato non men dagli amatori del bello, che dalla studiosa gioventù. Se non che mancato a vivi il mecenate, stava per andar a male la preziosa raccolta; quando la munificenza sovrana rimosse ogni pericolo, facendone la compera, e trasportando in questo sacrario di Pallade un sì cospicuo popolo di statue. La maggior ampiezza del nuovo albergo, l' accorgimento avuto nel disporle in favorevol lume, tutto adesso concorre a destar la sorpresa e l'incanto. Non è sempre vero, che il tempo sia un fatal distruggitore delle belle opere; egli è talvolta per esse un liberal donatore. Suo dono in fatti è la fosca tinta di cui vanno aspersi questi gessi, e che imita sì bene il color del marmo antico da produrre un piacevole inganno. I pochi che tuttora biancheggiano, ci avvisano delle nostre glorie recenti. Son essi quelli, che il Canova trasse dalle ammirate sue opere, e che quel tenero figlio attaccato alla sua patria, tratto tratto ci mandava da Roma, ove i suoi lavori e le sue abitudini il tenevano legato. Tempo verrà che perdendo anch'essi il loro colore nativo, svanirà l' unico indizio che ci restava per distinguerli dai lavori di Fidia, di Prassitele e di Policleto.

Alla rinata accademia delle belle arti null' altro mancava, che un genio intelligente ed attivo il quale prendendola in cura ne dirigesse le funzioni, ne allontanasse gli abusi, e ne accrescesse i fregi e l' onore. Questo genio lo vedemmo con piacere nel presidente conte Cicognara, che secondato dal suo degno segretario, e nostro ottimo concittadino Antonio Diedo, nulla lasciò intentato, onde contribuire ai di lei progressi.

Non vi sia chi mi accusi, che col diffondermi in tali narrazioni, siami un po' troppo allontanata dal primario mio assunto delle Feste Veneziane. Parmi di esservi ancora, parlando di quella che celebrasi al presente ogni anno nel mese di agosto nel medesimo ricinto della Carità cogli sforzi che fanno tutti gli artisti, onde abbellirla colle loro opere. Questa è la festa del genio, del buon gusto, dell'amore del bello. Il pubblico vi accorre in folla con entusiasmo; prova mille sentimenti diversi e tutti nobili alla vista degli oggetti dell' arte, che i professori e i loro degni allievi espongono in quel giorno. Esso attende con impazienza e con vivo interesse di sentire il giudizio che deve essere pronunziato, e di mirare tante giovani fronti inghirlandate d' alloro. Quale solenne festa per Venezia! quale carriera è aperta dinanzi a voi, giovani artisti! Gli elogi de' vostri maestri, gli applausi de'vostri concittadini, le lagrime de' vostri genitori, che stampano vivi baci sulle corone vostre, tutto deve accendervi e stimolarvi ad accrescere i vostri sforzi, per restituire alla Scuola Veneziana il celebre nome già posseduto, e per estenderlo ancora più oltre; giacchè oggidì tutte le arti si trovano in un sol corpo raccolte. Animatevi a gara, o Veneziani, o voi degni figli della patria, anelate tutti alla gloria.

La Festa delle Palme venne instituita dal Pontefice Giovanni VIII l'anno 877. Essa si solennizza in tutto il mondo cristiano in memoria dell'ingresso del Nazareno nella città di Gerusalemme, allorquando i Giudei gli andarono incontro con rami di palme e di ulivo, che poi vennero spargendo sotto i suoi passi. I Veneziani nel celebrarla tennero uno stile loro proprio, che a narrarne la storia, parrà a prima vista troppo lieve, anzi puerile; ma qualunque ella siasi, spero che i miei lettori la troveranno in appresso interessante, siccome quella che dipinge in modo assai nuovo l' indole gentile e generosa, che in tutti i tempi distinse il popolo di Venezia.

La mattina del giorno delle Palme un canonico di S. Marco, detto il Cassiere dell' anno, collocava sull' altar maggiore alcuni panieri di palme artificiali da essere presentate al Doge, ed ai Magistrati, che dovevano intervenire alla funzione. Ve ne avea pe' canonici, pe' chierici, pe' musici e per gli uscieri del Doge, di men belle però, ma tuttavia lavorate con molto buon gusto. La palma del Doge, fatta a piramide triangolare, distinguevasi sopra tutte per ricchezza e per eleganza. Il manico ch'era tutto dorato, portava lo stemma del Doge maestrevolmente dipinto; le foglie erano tutte d'oro, d'argento e di seta, accomodate con somma industria ed intrecciate con grazia. Questo finissimo lavoro usciva dalle mani delle Suore di Sant' Andrea, che non ci erano l' eguali per opere così fatte. Esse altresì formavano la palma del Primicerio, inferiore a quella del Doge, ma non per tanto men bella.

Benedicevansi le palme, indi si distribuivano fra ciascuno degli assistenti. Veniva poscia la messa solenne accompagnata da un' eccellente musica, dopo la quale il Clero faceva una processione intorno alla Chiesa, venendo seguito dal Doge, da' Magistrati e dal popolo portante in mano un ramo di ulivo. Giunta la comitiva dirimpetto alla porta maggiore faceva alto, ed i cantori intuonavano l'Inno: Gloria, laus et honor. Intanto che il coro cantava, alcuni sagrestani saliti sulla loggia esterna della facciata, davano al volo alcuni uccelli di varie specie, e segnatamente molte coppie di Piccioni, che portavano certi cartocci legati alle unghie, affinchè non potessero volar alto, e fossero costretti a calar presto a terra, il che porgeva comodo al popolo ragunato in piazza, di prenderli e di serbarseli per delizioso cibo il giorno di Pasqua.

Tre volte ripetevasi questa cerimonia durante la processione, dopo di che il Doge ed il suo seguito si ritiravano. Molti, non v'ha dubbio, recavansi in piazza per godere col popolo di questa piacevole caccia, che non finiva sì presto, attesi gli sforzi che gli uccelli facevano per isfuggire dalle mani di chi li perseguitava, e dai gridi d' una moltitudine ebbra di gioja, la quale nell'atto che bramava ghermirseli, applaudiva tuttavia al buon destino di que' volatili, qualora ad essi riusciva di non essere acciuffati. Gli applausi che alternativamente facevansi or a questi uccelli, che procacciavansi per sempre la libertà, or a quelli, che piombavano a terra per divenir vittima degli Dei Penati, porgevano un'idea dello spirito versatile degli uomini, agitati a vicenda da contrarie passioni, allorchè sono uniti in corpo, e tolti a quello stato d'isolamento, che può sottoporli ai serii calcoli della ragione e della giustizia.

Ma la natura provvide gli uccelli di un mezzo di difesa assai valido, contro il quale nulla può l' uomo, s'egli non prende in prestito dalla meccanica e dalla chimica una forza superiore. Senza tale soccorso il suo orgoglio dominatore resterebbe umiliato a petto dell'agilità di queste mansuete creature, che con un volo rapido come lo sguardo, si slauciano a distanze impercettibili, e lasciano il sovrano del mondo vergognoso della sua pesantezza, e della sua debile pupilla, che le perde di vista, allorchè si accostano al sole, in cui egli non può fissar l' occhio. Avveniva dunque che ciascun anno alcune coppie di questi timidi colombi, spaventati dal tumulto e dalle grida, ma però abbastanza accorti per non ispendere a vuoto i loro sforzi, si sollevavano per l' aria cercando qua e là un asilo. E dove potevano essi trovarne uno più sicuro e più felice, quanto in un luogo di pace consacrato a Colui, che tanto s'era compiaciuto in crearli? Nel tetto adunque della famosa chiesa di S. Marco i piccioni si ricovravano. Alcuni eziandio ebbero rifugio sotto a' piombi del coperto Ducale, quasi avessero voluto co' loro teneri lamenti ricreare e distrarre gl' infelici abitatori di quelle carceri. Questi pennuti coloni formarono una Repubblica, la cui base fu una libertà senza discordie, una comunità senza invasioni, e condita di tutte le delizie dell' amore. Da quel momento in poi essi si tennero quasi posti in salvo da ogni persecuzione, e scordati tosto di quella che avevano sofferto, furono visti frammischiarsi con fidanza in mezzo a quel popolo, che poco prima era stato loro nemico.

Compiacendosi i Veneziani di quest' amabile confidenza, si fecero un sacro dovere di non turbare mai più la tranquillità di que' Repubblicani; anzi spinsero a tale questo sentimento affettuoso, che vollero rispettar in essi la specie tutta, e si contentarono che il dì delle Palme venissero dati in balìa altri uccelli, tranne i colombi. Ecco in generale il carattere del popolo: un sentimento di dolcezza e di bontà lo attrae spontaneamente a favorire e a sostenere chi è debole; e se talvolta è crudele, ciò nasce per un impulso straniero. Fu mai esso che trascorse coll'arma alla mano le campagne e le foreste, per dar la caccia ai pacifici abitanti, gareggiando in furore colle fiere carnivore?

Anche il Governo volle concorrere col popolo per il buon essere di questi ospiti, ed ordinò che fossero loro apprestate alcune comode e ben disposte cellette, che sussistono tuttavia in que' siti ch'essi mostravano di preferire; ed inoltre volle che un Delegato dell'amministrazione de' pubblici granai facesse disperdere ogni mattina in sulla terza una certa quantità di grano per la piazza maggiore, e per l' altra dinanzi al palazzo Ducale. Bella lezione di morale che ci davano i Magistrati! Il costume di somministrare il vitto a tutti i discendenti di que' primi fuggiaschi, che non abbandonarono mai più il nido avito, stette sempre in vigore. Ma nel 1796 i semplici abitatori del tetto di S. Marco si videro in procinto di perire in que' momenti di anarchia e di confusione a Venezia tutta fatali, giacchè cessarono allora le leggi favorevoli a que' pensionarj dello Stato. Essi però furono fortunati, trovando fra i cittadini alcuni cuori sensibili e benefici, che si presero cura di porger loro ogni giorno qualche alimento. Non fu al certo per vanagloria, e ancor meno per interesse, che questi nuovi benefattori si assumessero cotal debito. È cosa in vero commovente il vedere ogni giorno questi pacifici uccelli fastosi in certa guisa di destar nell'uomo quel tenero senso di umanità che li sostiene, aggrupparsi in istormo in mezzo alla piazza, e conoscere e seguire la mano amica, che loro somministra l'ordinario cibo. Essi ragunansi ai piedi de' lor benevoli provveditori, vanno beccando con sicurezza l'offerto grano, accettano da' fanciulli, le cui malizie non temono, i bricciolini delle loro merende; passeggiano baldanzosi fra mezzo a noi, e se cedono il passo, il fanno in certa guisa per rispetto, non per timore.

Oh quanto dolci e insieme tristi pensieri non risveglia questa scena nell'anima d'un Veneziano buon patriota! Per iscansare gli orrori della guerra e la barbarie dei conquistatori gli avoli nostri si cacciarono in queste lagune a trovarvi un sicuro ricovero: e per isfuggire del pari crudeli persecuzioni e morte, i padri di questi felici colombi si ripararono, ora sono molti secoli, dentro i tetti di fabbriche consacrate alla pietà e alla giustizia. Essi fondaronvi una popolazione, la cui libertà venne fin ora rispettata, e si conserverà lungo tempo, siccome io spero. Servirà essa quasi per immagine di quella che noi ereditammo dai nostri antenati, in tempi, ahimè! da questi troppo diversi. Se le insegne della Repubblica di Venezia rimasero estinte, voi, o amabili colombi, ne sarete i ravvivatori sotto una forma ancor più acconcia a risvegliare l' immagine de' primi fondatori di Venezia, che non era lo stemma del leone alato, opportuno soltanto a rimembrare la sua forza e la sua generosità, allorch' essa fu giunta all' apice della potenza.

Qualunque storia, che risalga a tempi assai rimoti, oltre al mancare di solidi documenti su cui appoggiarsi, viene talmente deformata dalle narrazioni popolari, che in essa mal puossi riconoscere la sincerità de' fatti. Simile inciampo presentasi a chi tenta decifrare l' origine della visita, che il Doge di Venezia faceva il giorno di Santo Stefano alla chiesa di S. Giorgio Maggiore. Ma lasciando a parte le opinioni volgari che non saprebbero meritare veruna credenza, potremo fissare l' epoca dell'instituzione di questa Fest all' anno 1009. Allora si fu che venne trasportato a Venezia da Costantinopoli il corpo di Santo Stefano, che fu subito deposto sull'altar maggiore nella chiesa di S. Giorgio. Il popolo tutto contento del prezioso acquisto, corse in folla ad invitare il Doge Ottone Orseolo a portarsi a quel tempio, e lo pregò inoltre ad obbligarsi per se e successori suoi di fare ogni anno una simile visita il giorno della festa del Santo. La grazia venne accordata di buon animo; poichè il singolare bene di possedere il corpo del primo martire della fede, poteva con ragione animare la divota pietà della Repubblica a stabilire una particolare solennità per la venerazione di lui.

Coll' andare degli anni i Dogi vi si recavano anche per visitare un luogo, come facevano di parecchi altri, il quale ad essi apparteneva per ragione di principato, volendo con ciò richiamare alla memoria de' sudditi il supremo dominio da loro conservato su questi ospizj. L'isola di S. Giorgio, chiamata anticamente de' Cipressi, per essere allora molto copiosa di questi alberi, era appartenuta in gran parte al Doge Tribuno Memmo; ond' è che l'isola tutta venne chiamata Memmia, Questo Doge regalò la sua parte a Giovanni Morosini, a condizione però che vi fondasse un monastero dell'ordine di S. Benedetto. Il Doge Sebastiano Ziani, che vi aveva un palagio, alcune saliue, de mulini, e un po' di terreno, fece anch'egli di tutto ciò un dono a que' medesimi religiosi. In oltre rifabbricò la chiesa, e mise a coltura il terreno all' intorno. Non era cosa nuova che i Dogi facessero tali doni agli ordini monastici, i quali sapevano ben conservarli e migliorarli; ed al caso di qualche pubblica urgenza, quasi per gratitudine, porgevano con offerte veramente spontanee importanti soccorsi allo Stato. Queste visite del Doge erano tante feste nazionali, poichè tutto il popolo vi accorreva con trasporto. Quella di cui imprendo parlare era una duplice visita, perchè una se ne faceva nella sera di Natale, l'altra nella mattina susseguente. Quella della sera divenne uno spettacolo così superbo, che il nostro celebre pittor Canaletto lo credette degno di figurare in una delle sue belle vedute, che venne poscia intagliata in rame, e che si può riscontrare anche oggidì. Essa era la sola visita in cui Sua Serenità comparisse pubblicamente di notte fuori del Ducale recinto. Essendo in quella stagione i giorni brevissimi, terminata la sacra funzione di Natale in chiesa a S. Marco, cominciava a farsi grande la notte. Allora il Doge montava ne' suoi magnifici peatoni accompagnato da' suoi consiglieri, dai capi delle quarantie, dai savj dell'una e l'altra mano, e dai quarant'uno che furono i suoi elettori. Veniva egli preceduto da certe barche co' lumi, appositamente dal Governo destinate, e seguito da innumerabili barchette di ogni maniera, fornite anch'esse di fanali, che tutte insieme coprivano lo spazio che avvi fra S. Marco e l' Isola di S. Giorgio Maggiore. Illuminavano questo spazio a dritta e a manca certi fuochi piantati sull'acqua, chiamati ludri, composti di corda bene impeciata, che mandavano anche da lungi un vivacissimo splendore, il quale riflettuto nell'acqua produceva un effetto magico. Giunta Sua Serenità alla riva dell'Isola, passava a piedi per mezzo di una elegantissima galleria costrutta appostamente, tutta coperta e chiusa sino alla porta maggiore della chiesa. Vedevasi in quest'occasione e nell'altra dell' Ascensione schierata la truppa Dalmata, sfarzosamente vestita, con bandiera spiegata, con banda militare suonante, il tutto per dimostrare esser essa intervenuta festeggiante a decoro del Principe, e a destare la commovente idea di amorosi figli che si recano come spontanei a circondare il loro tenero padre, non giammai a mantenimento dell'ordine, nè alla sicurezza di lui; cose queste ch' erano sempre affidate al solo cuore della Veneta popolazione. Veniva Sua Serenità ricevuta alla porta maggiore della chiesa dal Rev. Padre Abate di que'monaci, il quale vestito pontificalmente e colla mitra, faceva un complimento al Doge, e questi graziosamente gli rispondeva. Indi entravano in chiesa, dove facevano alcune preci. Frattanto anche le nostre Venete matrone scendevano dalle loro gondole, vestite di nero, con lungo strascico, ornate la testa, il collo, il petto e le orecchie di preziosissime gioje, avendo il volto velato di un finissimo merlo nero. Entravano esse pure divotamente in quella chiesa già affollata di gente. Dopo alcun tempo, tutta la regal comitiva rimettevasi in viaggio, rinnovando agli spettatori, accorsi sulle due opposte rive, uno spettacolo singolare, abbagliante, piacevolissimo. L' abbiamo ancora veduto tale a' nostri giorni. In questo modo davasi fine ad una sì bella sera.

Le mattina susseguente, il Doge col medesimo corteggio della sera antecedente recavasi di nuovo all'Isola di S. Giorgio, e rientrava in quel suntuoso tempio, opera insigne del nostro celebre Palladio. Vi si cantava la messa, dopo la quale il Doge col suo seguito recavasi nel proprio palazzo. Allora davasi principio alle feste civili, le quali, sia in un modo o nell' altro, quasi sempre seguivano in Venezia le sacre funzioni. In questo dì il Doge riteneva a pranzo tutti quelli ch'erano stati con lui. Il popolo che avea ammirato il divoto raccoglimento de' togati padri nel tempio, non era meno soddisfatto di poter godere dappresso la loro dolce serenità al pubblico banchetto.

Frattanto la piazza empivasi de' più sfarzosi ed eleganti cittadini. Le nostre belle vi andavano anch'esse a far pompa non meno dell'avvenenza che delle domestiche ricchezze. Questo era uno de' giorni della loro maggior gala. Sotto il velo della maschera nazionale passeggiavano esse la gran piazza, ove da una parte e dall'altra stavano schierate due file di scranne, sulle quali ognuno poteva sedere liberamente e godere di quella pompa brillante. Ad accrescere l' allegria della giornata si formavano numerosi pranzi di società, e il tutto finiva coll' apertura di sette teatri, dove ogni classe di persone trovava un diletto ad essa proporzionato.

Gl'infelici avvenimenti accaduti nel 1796 diedero fine alla Festa, ed a' suoi molti piaceri. Non è però a dirsi che ogni cosa svanisse, poichè le persone divote possono tuttavia soddisfare al loro sentimento, portandosi a quel medesimo tempio di S. Giorgio, riaperto non solo alle quotidiane preci, ma alla celebrazione altresì di quelle medesime solennità ne' giorni medesimi che hanno esse luogo in S. Marco. Altro oggetto pure può invitare oggidì a quell' isola, dove venne stabilito il Porto-Franco, che presenta ai Veneziani una prospettiva lusinghiera, ed offre nel tempo stesso ai curiosi un' opera veramente degna di venire osservata.

Grandi scavazioni furono necessarie per dar ingresso alle pesanti navi mercantili, e perchè potessero facilmente approdare. Un vasto molo forma il recinto, ed agevola lo sharco delle mercanzie, che debbono essere depositate negli ampli magazzini eretti di faccia. Ingegnosissimo e veramente ammirabile fu il ritrovato del nostro celebre ingegnere Venturelli per sostenere del molo le fondamenta. Dirimpetto ad esso fu costrutta una larga sponda marmorea, alle cui estremità sta attaccata una forte catena di ferro per chiudere l'ingresso e l' uscita alle navi, e separar quelle merci, che dirette per esteri Stati devono transitare con assoluta franchigia, da quelle che destinate al consumo della città o delle adiacenti provincie sono soggette al pagamento de' pubblici diritti. Il bacino è capace al meno di 18 bastimenti mercantili. Che se a taluno può sembrare alquanto ristretto per la città di Venezia, osservare egli deve, che non trattasi già di quella Venezia, il cui lustro spargevasi sul mondo tutto, e la cui preponderanza commerciale dava leggi all' universo; nè di quella Venezia sì ricca, in cui la folla dei navigli ancorati era tale da rendere difficile e stretto il passaggio delle gondole nel vasto canale della Giudecca; nè di quella Venezia a cui giugneva ogni giorno, anche da' soli fiumi, sì gran copia di mercanzie, che la città tutta parea un quotidiano mercato; non infine di quella Venezia che era l' emporio di tutte le nazioni, e il cui commercio estendevasi dall' Abissinia alla Svezia. dalla Persia alla Spagna; ma trattasi di quella Venezia, che più d' ogni altra città ha perduto nelle rivoluzioni politiche, che per i progressi delle altre nazioni non può più essere ciò che fu, e che deve sostenere la concorrenza degli altri porti del Mediterraneo. Ciò posto si deve riconoscere, che anche un luogo non molto esteso può in oggi esser bastante per contenere tutte le merci di transito, e dove sì gli esteri che i nazionali possono contrattarle, senza che abbiavi ad essere nè distinzioni umilianti per gli uni, nè pretesi privilegi per gli altri; giacchè la giustizia è una sola, è può ammettere protezioni. lutesa questa gran verità da' nostri antichi legislatori, sino dall' ottavo secolo trattarono essi col massimo riguardo tutti gli Orientali, che venivano a mercanteggiare in Venezia. Furono segnatamente date ad essi vaste fabbriche per alloggiare con libertà e comodo. Havvi ancora il nome di Ruga Jaffa, ch' era una contrada dove abitavano gli Armeni Persiani, o sia gli Armeni di Jaffa. Eravi il fondaco dei Saraceni o Mori, il quale più non esiste, ma di cui rimane ancora la memoria nella Piazza detta Campo dei Mori, sulla quale sorgeva un vasto e magnifico edifizio con colonne, statue ed altri ornamenti, di che si vedono tuttavia i rimasugli nelle casette costrutte poscia in quel luogo. Il fondaco de' Turchi si conserva pure oggidì sul canal grande, e serve ancora alla loro abitazione. Ne' tempi posteriori vi si eresse pure il Fondaco dei Tedeschi, famoso oltre al resto, per le superbe pitture delle quali lo hanno arricchito li nostri più celebri pittori. Tutto questo lusso non è certamente necessario all' essenza della cosa, e basterà solo che rimangano in vigore le basi essenziali del commercio.

Che se la sapienza e l'accorgimento d'un illuminato Governo consiste principalmente uell' approfittare delle opportunità, che somministra il paese, nel secondare i vantaggi della sua posizione, del suolo, del clima e sopra tutto del genio e delle abitudini dei suoi abitanti, certo è che creando Franco il Porto di Venezia si avrà preso la migliore possibile misura a suo riguardo. Non v' è forse in tutta Europa una località più opportuna di questa per siffatta instituzione (1) A ognuno è noto, che que' generosi voti della nobile Autrice sono ora stati pienamente soddisfatti.
Gli Editori.
E chi mai v' ha, che volgendo lo sguardo alle nostre lagune, ai fiumi che accolgono, al mare che toccano, alla nostra superba città, agli edifizj vastissimi, all vaghe isolette che nel loro giro racchiudono, ai liti abitati da cui sono cinte, non esclami: oh quale immensa potenza marittima e commerciante qui un giorno non si doveva ricoverare! Nè meraviglia potrà fare, che il nostro commercio siasi mantenuto floridissimo per lo spazio almeno di nove secoli, cioè dal 700 sino al 1600, e che anche nei secoli posteriori Venezia abbia superato in ricchezze ogni altra città d' Italia, come lo provarono le somme incredibili uscitene per le vicissitudini politiche, senza che per un tempo ne rimanesse mal concia. Venezia potrà sempre riprendere gran vigore, avendo essa, come osservammo, sopra tutte le altre città commercianti, infiniti vantaggi, ai quali dobbiamo aggiungere il suo credito di già stabilito, la solidità già fondata del suo commercio, e la conosciuta moderazione di chi lo esercita. Che se tutto ciò non avesse bastato per l' intera prosperità di una tale instituzione, vi avemmo inoltre uno zelante e ben instrutto cittadino, il quale animato dal favore del Governo potè farsi capo di altri non meno zelanti cittadini per indicare gli utili regolamenti da farsi affine di ottenere il desiderato effetto. È questi il signor Treves, il quale ad estesi lumi in fatto di commercio unisce un appassionato amor patrio, ed un carattere sì leale e franco da non trovarsi mai sopraffatto da ingiuste accuse, nè disanimato da ostacoli di qual si sia sorte, ma sempre dritto va pel suo cammino, la cui meta è il bene della sua patria. Eletto l' anno 1807 Preside della Camera di Commercio, immaginò egli questa bella istituzione del Porto-Franco, ne tracciò le basi, ne invigilò all' esecuzione, e vi concorse non coi consigli soltanto, ma coll' opera la più efficace. Da tutto ciò possiamo assicurarci, che le misure già prese relativamente a questo grande oggetto, sono le più atte e bastanti per ravvivare in gran parte ciò che languiva, per arrestare le minaccianti rovine, e per riavere tutto ciò che le politiche circostanze permettono.

Fin da quando i Longobardi presero ferma stanza nel Friuli, i Patriarchi di Aquileja molestarono di continuo quelli di Grado soggetti al dominio Veneto, non cessando mai di adoperare e gl' intrighi e la forza per rovesciare la Sede Gradense; e fu spesso abbominando spettacolo il vodere sacri pastori, deposta la mitra e il pastorale, prendere l' elmo e la spada, invadere il nemico paese, violare monasteri, abbatter chiese, rapir tesori, e portare da per tutto desolazione e terrore. Che se non giunsero mai ad ottenere il fine da loro sì vagheggiato, ciò vuolsi in gran parte attribuire ai Veneziani, che zelanti difensori, com' erano, del Patriarcato di Grado avevano sempre opposta la forza e rintuzzati i rabbiosi loro tentativi. Ulrico, eletto Patriarca di Aquileja nel 1162, divorato anch' egli dal medesimo tarlo di rivalità e di odio, ben conobbe che non potea sfamarlo senza superare sì forte ostacolo, nè superarlo poteva senza ricorrere al vilissimo mezzo dell' astuzia. Quindi colse il momento, che i Veneziani facevano la guerra ai Padovani e Ferraresi, per ragunare egli in fretta un buon sussidio di gente dai feudatarj Friulani a lui bene affetti, e per occupare a tradimento l' infelice città. Ma appena il Doge Vital II Michiel udì l' ingiusta aggressione, che armò una flotta, fece vela inverso Grado, circondò la città, pose a terra le truppe, sconfisse il nemico, riacquistò la piazza, e vi sorprese il Patriarca con dodici de' suoi canonici e alcuni de' suoi vassalli, che fece prigionieri, e condusse in trionfo a Venezia.

L' entrata del Doge tanto fu pomposa, quanto cospicua cra stata la sua vittoria. Dietro lui veniva Ulrico vinto, abbattuto, disperato di vedersi vittima del suo folle ardire. L'avvilimento e la tristezza, conseguenze ordinarie di una vergognosa sconfitta, il persuasero a fare ogni sforzo per placar la Repubblica e ricoverare la sua libertà. Egli offerse di sottoporsi a qualunque condizione fosse piaciuta al vincitore, e di pagare ad ogni costo il suo riscatto. Le replicate sue offerte e le calde preghiere furono lungamente vane. Due forti motivi mossero il Governo ad usar sommo rigore. L'uno fu quello di annientar l' orgoglio di Ulrico, togliendo al tempo stesso ai di lui successori la voglia di provocare più oltre la vendetta della Repubblica con pretensioni novelle; l'altro fu per rendere la memoria del fatto eternamente durevole, onde impegnare il popolo stesso a conservarsi pronto a difendere il proprio suolo, la sua indipendenza, e i diritti e i privilegi della nazione. Alfine si permise ad Ulrico di ritornarsene co'suoi a casa, purchè subito giuntovi, come pure quind'innanzi ogni anno pel Giovedì Grasso, giorno anniversario della vittoria, avesse a spedire a Venezia un pingue toro e dodici porci per servire di spettacolo e di solazzo alla plebe. Ulrico tutto accordò: ma è credibile, che goffo com'era, non si accorgesse di venire rappresentato egli ed i suoi canonici, sotto sì umiliante allegoria?

Che che sia di ciò, la festa fu decretata; se ne prescrisse la celebrazione ed il metodo, e ciascun anno si rinnovò con solennità, con entusiasmo, con allegria generale. Eccone l' ordine stabilito. Picevuti dal Patriarca gli effetti stipu ati, si custodivano gelosamente nel Palazzo Ducale. Il giorno innanzi la gran festa, erigevansi nella sala, detta del Piovego, alcuni castelli di tavola, rappresentanti le fortezze dei signori Friulani. Ivi pure raccoglievasi il Magistrato del Proprio, che in forma legale pronunziava sentenza di morte contro il toro ed i porci. Il corpo de'Fabbri essendosi altamente segnalato nella vittoria contro Ulrico, come quello de'Casseleri nella liberazione delle Venete Spose involate dai Triestini in Olivolo, meritò il privilegio di tagliar la testa al toro. E per ciò la mattina del Giovedì Grasso, armati tutti di lance, di scimitarre ignude e di lunghissime apposite spade, si recavano al Palazzo Ducale con alla testa il loro gonfalone, e preceduti da scelta banda militare. Ad essi consegnavasi il toro ed i porci, che venivano condotti con molto apparato sulla piazza di san Marco. Queste vittime passavano in mezzo alla moltitudine, avida di vederle atterrate. Il popolo coll' occhio scintillante e pieno il cuore della propria gloria, usciva in trasporti di gioja, ch' erano quasi altrettanti pegni di nuove vittorie. Stava esso attendendo con impazienza il segnale, e parevagli rivedere il giorno del suo trionfo, e vi applaudiva con altissime grida a punizione e vergogna de'suoi nemici. La grande esecuzione, o diremo piuttosto il simbolico sacrificio, che si faceva alla presenza del Doge e della Signoria, era sempre accompagna to da non interrotti battimenti di mano, e a fischi ed urli di scherno contro i vinti. Ciò fornito, il Doge col suo corteggio passava nella sela del Piovego, dov' erano que'castelletti sopra menzionati; e qui Egli ed i suoi Consiglieri, dato di piglio ad un bastone, armato di punta di ferro, ed ajutati dal popolo che da ogni parte accorreva, battevano a gran colpi que' castelletti, sino a tanto che non ne rimanesse più traccia; per significare con ciò la vendetta che si sarebbe fatta de' Castellani feudatarj, se mai più avessero favorito le ingiuste pretese dei Patriarchi Aquilejesi contro la chiesa di Grado.

Conviene confessare, che oggidì tali spettacoli non avrebbero nulla di piacevole e di giocondo: ma quelli dei Greci e de' Romani erano forse più ragionevoli di questi? Abbiamo inoltre a nostro vantaggio il tempo in cui furono instituiti, tempo di tutta semplicità non disgiunta da una severa giustizia. Col progredir degli anni si conobbe quanto ridicole fossero tali costumanze, e come poco si addicessero alla dignità di una nazione incivilita. Esse poi erano divenute insignificanti per essere in appresso li prelati della vecchia Aquileja, come pure l'intero Friuli, passato sotto il dominio della Repubblica. L'illustre Doge Andrea Gritti, che visse ornato del Ducal diadema nella prima metà del secolo XVI, ebbe il merito di riformare questa Festa, e a tale la ridusse, che appena appena serbò vestigie di ciò ch'era stata in origine. Si volle però conservar ai Fabbri l'antico decoroso privilegio di troncare essi soli il capo alla vittima carnascialesca: e di tal privilegio erano sì superbi, che prima di andar la mattina in piazza s'arrestavano alle porte de' primarj patrizj loro protettori, quasi invitandoli col suono delle trombe a portarsi ad ammirarli. Anche nel resto si studiò di conservare a questa Festa il carattere popolare; e sotto colore di divertir li plebei, ebbesi la principal mira di esercitarli in tutti que' giuochi, che valgono a sviluppare ed accrescere le loro forze e la loro destrezza; di eccitare l' emulazione mercè l' opposizione de' partiti; di renderli in somma atti a tutte le operazioni sì marittime che terrestri, formandone uomini intrepidi, ardimentosi, gagliardi.

Nella pittura di quest' antichissima Festa noi non vedemmo fin ora che un ignobile simbolo e bizzarro dell'ottenuta vittoria, un sacrificio ridicolo e spiacevole consacrato alla vendetta: qui la scena si cangia, ed apre uno spettacolo nazionale e veramente solenne. Qui tutto diventa interessante e grande non meno in quanto allo scopo, che in quanto agli effetti. Qui il Doge, la Signorìa, il Senato, gli Ambasciatori intervengono solo per presiedere, e per aggiunger decoro colla presenza ad una specie di giuochi proprj del solo popolo di Venezia, che se non gareggiano in pompa e splendore con quelli dell'antichità, sono degni di competer con essi per la fina politica, ond'ebbero origine, e per la ilarità che svegliano ne' cuori. Ma prima di far parola dello spettacolo, diasi una occhiata a due fazioni differenti e sempre tra loro rivali, l' una detta de' Castellani; l' altra de'Nicolotti, dalle due contrade di Castello e di S. Nicolò, che sono tra le principali, l'una di qua, l'altra di là del gran canale, che divenne di ambedue le fazioni il confine.

Il principio di quella contrarietà, che il tempo non valse ancora a distruggere, è non meno antico che incerto. Potrebbe essere anteriore all'epoca in cui queste isole non erano per anco congiunte in una sola città, e potrassi dire, che la caccia, la pesca, i limiti non ancora fissati del loro territorio, facessero nascere, e mantenere certe dispute e querele fra gl'isolani, che in appresso si convertirono in odio e divisione di partiti. Potrebbesi anco a tali congetture aggiungere, che a'tempi calamitosi dell'Italia, quando Venezia apriva il suo grembo consolatore a tutti gli sventurati, che vi si rifuggivano, gli abitanti di Equilio e d'Eraclea, formanti due fazioni fra di loro molto accanite, venissero qui a cercare un asilo, e che secondando probabilmente gl'impulsi dell' avita loro avversione, si piantassero nelle due opposte sponde del gran canale, onde vivere gli uni segregati dagli altri; e che meschiandosi quelli co' Castellani, questi co' Nicolotti vi diffondessero tra loro lo spirito di partito, il quale venne crescendo in proporzione dell'aumento della popolazione, e delle rispettive cause di odio scambievole. Gli stranieri poi, pe'quali il nome di Veneziano e di politico sono quasi sinonimi, attribuiscono a conseguenza di sistema politico, che il governo soffrisse, anzi fomentasse questa ereditaria animosità di fazioni; giacche, dicevan essi, per simile divisione di popolo nella capitale, la sospettosa Aristocrazia assicuravasi, che non sarebbero nate trame contro di essa. Ma tale opinione potrebbe perdere alquanto del suo credito, poichè vediamo le due fazioni ora più che mai accanite. Tuttavia non crediamo ingannarci sul loro spirito attuale. Più che avversione, ella è concorde vaghezza di far rivivere una fra le Venete antiche consuetudini già perdute, rinnovando gare, rivalità e disfide, che negli animi delle classi meno incivilite, dopo avere eccitato il più vivo trasporto, vanno a trasformarsi in soggetto di trastullo e di gozzoviglia.

Ma ritornando a' tempi primitivi, senza perderci in congetture più ingegnose che solide per istabilire l'origine di questa opposizione di partiti, è da osservarsi, che da per tutto dove gli nomini respirarono l'aura salutare e vivifica della libertà, il popolo usò accarezzarne e santificarne le instituzioni e le usanze; che fu sempre non meno zelante in nodrire e coltivare i primitivi sentimenti inspirati dalla natura, perpetuando tutto ciò che aver potesse legame con questa originaria dote dell'uomo. Quindi è, che in tutte le società nascenti, gli esercizj del corpo, le sembianze di pugna, le lotte, il pugilato, i ginnasj, le palestre, le corse, vennero singolarmente praticate e tenute in onore. I nostri padri pertanto, scorti prima dall'istinto dell'uomo ancor barbaro, indi rischiarati dal genio delle scienze omai fatte adulte, seppero rivolgere a profitto della patria le passioni tutte, l'industria e le forze del popolo, col presentargli continui motivi di gloria, di superiorità, d'interesse. Per questa via seppero cangiar la gelosia e la rivalità delle due fazioni plebee in quella nobile emulazione e in quell'entusiasmo, che si alimenta della cosa pubblica, della prosperità comune, o della grandezza dello Stato. Fu da tali giuochi, e da tali combattimenti, sì analoghi ad un popolo libero e indipendente, che scaturirono tutti que'mezzi efficaci, pe'quali Venezia nel corso di tanti secoli ottenne quella superiorità che sì la distinse fra tutte le altre nazioni di Europa. Ed infatti non si serve mai bene la patria, se non si chiude in seno un'anima forte e generosa in un corpo robusto e consumato nella fatica. A questo fine mirarono tutte le Repubbliche più celebri, e posero tutte in opera gli stessi mezzi. Vogliamo noi convincerci di ciò senza rimontare ai Greci ed ai Romani? Leggansi le storie delle piccole Repubbliche di Firenze, di Siena, di Pisa e di Bologna, e si troverà, che tutte a certi tempi avevano le stesse feste, gli stessi giuochi, gli stessi esercizj e spettacoli, diretti a mantenere lo spirito di libertà e l'amor della patria, requisiti necessarj, perchè una Repubblica possa consolidare la sua esistenza e perpetuarla.

Condotti adunque da sì sublime principio di comune utile, noi abbiamo sfiorati e con gelosia serbati tutti i preziosi avanzi degli antichi usi di Grecia e d'Italia. In particolare l' ultimo giovedì di Carnovale, detto volgarmente Giovedì Grasso, le due fazioni de'Nicolotti e Castellani facevano i maggiori sforzi per superarsi a vicenda. Seguiva lo spettacolo nella piazza di san Marco sotto gli occhi (siccome abbiamo di sopra accennato) del Doge vestito a gala, della Signoria, del Senato e degli Ambasciatori, collocati dignitosamente nella galleria del palazzo Ducale, che guarda la piazza.

La Festa cominciava dal sacrificio del toro; cerimonia che teneva dell'antico, e la sola che si conservasse della prima instituzione, della quale abbiamo parlato. Ciò ch'eravi di più osservabile del popolo, ciò ch'eccitava per parte sua i maggiori gridi di gioja, gli applausi i più vivaci, si era la destrezza di quello che decollava l'animale, la cui testa dovea cadere e rotolare sulla terra ad un sol colpo di sciabla, ed il ferro non doveva, malgrado la violenza del colpo, toccare il terreno.

A questo spettacolo succedeva il volo di un uomo armato di ali, che vedevasi partire da una harca ancorata alla sponda della piazzetta, ed innalzarsi sino alla camera del gran campanile di san Marco. Traversava costui sì grande spazio di aria, mercè di una gomena fortemente assicurata da uno dei cavi alla barca, dall'altro al comignolo del campanile. Egli veniva legato a certi anelli infilzati nella gomena, e col mezzo di un'altra fune e di parecchie girelle lo si faceva ascendere e calare con gran velocità e agevolezza, come se adoperasse le sue ali. Il suo cammino aereo era tracciato in modo, che dopo essere asceso al campanile, calava sino all'altezza della galleria del palazzo, dove presentava al Doge un mazzetto di fiori ed alcuni sonetti; indi ritornava all'alto della torre, e quinci di nuovo scendeva alla sua barca. Usavasi scegliere a tal fine un uomo di professione marinajo, forte di petto e di reni, che potesse lungamente resistere ad un viaggio sì violeuto e sì strano: perciocchè gli anelli non lo ritenevano se non ai piedi e alle spalle, affinchè agli occhi degli spettatori si presentasse, per quanto potevasi, sotto il vero aspetto del messaggiere celeste, che fende l' aria per eseguire i comandi di Giove. Il leggiero farsetto ond'era vestito, i nastri che gli svolazzavano indosso, i sonetti che per l'aria spargeva, il suo volto composto a letizia, i suoi gesti, le sue voci di gioja, tutto giovava all'illusione, ed inspirava nella moltitudine spettatrice ammirazione, premura, trasporto.

A questa scena venivano dietro le Forze di Ercole, che così i Veneziani solevano chiamare certa gara tra' Castellani e Nicolotti. Di esse non puossi formar idea giusta senza averle vedute. Immaginiamoci però di scorgere sopra un apposito palco costrutto in sul fatto, perchè il popolo anche da lungi tutto mirar potesse, erigersi a vista d' occhio un bellissimo edificio composto di uomini, gli uni sovrapposti agli altri sino ad una grande altezza. Mercè delle loro positure e scorci diversi, questo edificio rappresentavasi sotto differenti forme, a norma del loro immaginato modello. Or era una piramide egizia, ora la famosa torre di Babilonia, ora ciò che può offrire alla vista di meglio l'architettura navale e civile. Nel far ciò non si valean d'altro ajuto che delle proprie braccia, degli omeri loro, ed alcune volte di certi lunghi assi che posavansi sulle spalle, o su qualche altra parte del corpo, onde vieppiù legare e strignere tutti i membri di questa fabbrica equilibrata, di cui essi medesimi erano gli architetti, inventandone il disegno, ed erano anco i materiali, somministrandovi i loro corpi e la combinazione delle loro forze. Volevano, per esempio, innalzare una sublime piramide? Essa veniva formata da quattro o cinque file d'uomini gli uni montati sulle spalle degli altri, che poi terminava in un solo. Sull'ultimo apice di questa piramide colossale arrampicavasi con somma destrezza un giovinetto, il quale, poichè v' era giunto, si tenea ritto e fermo in piedi sulla testa dell'ultimo uomo in modo maraviglioso. Nè ciò bastava ancora. Vedeasene un altro salire velocemente d'ordine in ordine fino a quest'ultimo, e volto il proprio capo in giù, ponealo sul capo di quello, facendosi puntello delle sue mani sulle mani dell'inferiore, agitava pe'campi dell'aria i leggieri suoi piedi, e faceva con essi galloria. Talora anche rivolgevasi, e stando ritto sull'estremo apice ne formava il cimiero, e coll'agitar delle braccia, e col battere delle mani dava il segnale della comune allegrezza. Gli spettatori che temere non potevano pericolo in quelli atleti, perchè vedevano non temerue essi alcuno, gli rispondevano battendo anch'essi le mani, vociferando e gridando maravigliati, e tutti ebbri di gioja.

Ma già l' altro partito preso da nobile emulazione ardeva di voglia di ottenere anch'esso gli stessi applausi, nè intralasciava nulla per sorpassare in destrezza la fazione rivale. Quindi que' prodigj e quegli sforzi che non si potrebbero nè narrare, nè credere, ma che pur succedendosi da banda a banda quasi per incanto, raddoppiavano le apparenze di un' architettura superiore ad ogni modello, benchè passeggiera e fittizia. Il popolo in tal guisa ammaestrato, quando occasione gli si fosse offerta, non avrebbe avuto mestieri, come gli altri popoli, di ricorrere al comun ajuto delle scale per ascendere ad una fortezza; potea pur anco di leggieri manovrare un vascello in burrasca, montare sull'estremità degli alberi e dei cordaggi per quanto soffiasse il vento; tenersi saldo su piedi, o piegare il corpo in modo, che secondasse le scosse del bastimento, e l'agitazione dell'onde sbattute o dalla burrasca o dal combattimento; e tutti questi vantaggi preziosissimi per lo Stato erano l'effetto delle sue gare da scherzo.

Compiuto questo spettacolo, tantosto ne veniva un altro, motivo anch'esso di nuova emulazione tra i due partiti. Era desso una specie di lotta o scherma tolta dai Saracini, che volgarmente dicevasi la Moresca, la quale non men dell'altra esigeva agilità, pieghevolezza di membri e gagliardìa. Li combattenti si accignevano con sì grand'ardore, che avresti detto trattarsi dei loro interessi più cari e del loro più importante trionfo. Gli spettatori cogli occhi ed i cuori fisi sui bravi atleti, osservavano il principio di quest'esercizio guerriero, ne seguivano i progressi, ne aspettavano l'esito con quella inquietudine piacevole, con quel palpito, con quell'impegno, che fa sospendere il respiro, quasi per tema di turbare con picciolo sussurro l'azione de' lottatori. Ma lo stato di estasi, d'immobilità e di silenzio che teneva tutti i moti dell'anima in freno, ben presto cessava, e scioglievasi in un immenso scroscio di viva, di applausi, di trasporti, di cui rintronava la piazza, e che a poco a poco mancando, cangiavasi in quel cupo mormorìo, che nasce dal contrasto di tante migliaja di uomini, che si sforzano colla voce di attribuire la vittoria a quella fazione che ciascun favorisce. Questa Festa era infine la festa di tutti, ed ogni cittadino portava impressa nel volto una porzione del diletto comune; e chi non v'interveniva, chiedeva almeno con ansietà le nuove agli altri, e se ne facea narrare gli accidenti. La nobiltà stessa, che pur ai nostri dì affettava di sdegnare la popolarità di tai giuochi, e, per mostrarsi superiore alla plebe, riguardava lo spettacolo come un decrepito avanzo di ridicola barbarie, non poteva alla fin fine rimanere indifferente. Stupiva di sè stessa in sentir, suo malgrado, un occulto diletto, che attaccavala a que' giuochi.

Terminava questa Festa una superba macchina di fuochi d'artificio, che pur destava i popolari viva, malgrado allo stravagante costume di accenderla a chiaro giorno. Anticamente la ragione ne fu per lasciar il tempo necessario alla nobiltà di apparecchiarsi ad un balio, che la medesima sera il Doge dava nel suo palazzo. Questo ballo non ebbe più luogo in appresso, ma non per tanto non si cangiò l'ora de' fuochi, poichè si tiene il più che si può alle abitudini. Il sole, è vero, scemava il loro splendore, pure non distruggeva il loro effetto sulle anime di un popolo sempre disposto ad applaudire con trasporto a tutto ciò che facevasi in nome della patria, e che aveva qualche legame colla gloria della nazione. Esso gioiva perchè era felice; abbandonavasi ad una dolce e vera ilarità, perchè aveva cittadino il cuore e lo spirito, e perchè l'amor patrio e que' sentimenti che da esso provengono, sono una fonte inesausta di piacere, di grandezza e di prosperità.

Papa Onorio III dolente assai per i tumulti che l'Imperator Federico II destava in Lombardia a danno del Cristianesimo, risolse inviargli un Legato, che tentasse di ammansarlo. A tal fine scelse Ugolino Vescovo di Ostia, che fu poscia Papa col nome di Gregorio IX. Questi in passando per Venezia l'anno 1176 udì narrare, che i Saracini non mai sazj di perseguitare i fedeli, avevano distrutto nella santa Città anche il tempio dedicato alla Vergine. Egli ne rimase vivamente commosso, e conoscendo la molta pietà del Doge Pietro Ziani, animò la di lui generosità a risarcire quel culto, che la Madre di Dio avea perduto in Gerusalemme per l'orribile profanazione de' seguaci di Maometto. Il religioso Principe accolse con rispetto le pie insinuazioni del Vescovo, e fece tosto a sue spese innalzare nella contrada di Castello non solo un tempio in onore della Vergine, ma eziandio un monastero, in cui molte zitelle nobili fecero i loro voti, e presero il sacro velo. Questo monastero assunse il nome stesso della chiesa, e fu detto le Vergini. Il Doge sì ad esso come al tempio assegnò una dote di fondi suoi proprj, a condizione però ch'entrambi appartenessero mai sempre ai Dogi. E per convalidare questo perpetuo dominio fu decretato, che qualvolta veniva eletta una nuova Abbadessa, il Doge si recasse al monastero per darle secondo l'uso di que' tempi l'investitura. La cerimonia consisteva nel porre in dito della candidata un anello d'oro, ch'ella doveva portare sin che viveva. Inoltre per tenere più viva la memoria di questo possesso, si volle che il Doge con tutto il suo augusto corteggio si recasse ciascun anno il dì primo di maggio a visitare le Vergini. Egli cominciava dall'entrar nella chiesa, e dall'assistere ad una messa solenne celebrata da un Vescovo da lui prescelto, e cantata da' musici della sua cappella. Compiuto il sacrificio, veniva al parlatorio, ove la madre Abbadessa vestita di un lunghissimo manto bianco, con in capo due veli, uno bianco e un nero, che scendevano a coprirle la vita, presentavasi al Doge seguita dalle sue consorelle, e dalle giovanette affidate alla sua educazione. Ella parlava per tutte: e fatto al Doge il complimento, offrivagli un mazzetto di fiori col manico tutto d'oro, circondato di finissimi merli di Venezia. Il maestro di cerimonie del Doge ne dispensava uno alquanto inferiore al Vescovo, al Nunzio apostolico, ed a tutte le persone del seguito, secondo la commissione avuta da quelle religiose. È ben naturale, che il Doge nell'accogliere il gentil dono aggiungesse molte parole cortesi alla Madre Abbadessa. Interrogavala con premura di ciò che poteva spettare alla comunità; le offeriva la sua cordiale assistenza qual vero e legittimo protettore, e s'informava intorno alla riuscita delle giovani allieve. Beate quelle che per i vincoli del sangue potevano venir presentate, come le più meritevoli di tanto onore! Questa bella distinzione, e gli elogi del Capo della Repubblica pronunziati in faccia a sì augusta assemblea, potevano a giusto diritto lusingare il loro amor proprio, contribuire ai felici progressi della loro educazione, e rattemprare il dolor delle madri per una separazione ad esse comandata dall'uso comune. Fu al certo in vista di tutto ciò, che allora quando nel 1375 un incendio incenerì quasi affatto questo edificio, anzi che unire quello spazio di terreno al contiguo arsenale, com'era stato proposto, si preferì di conservarlo ad un uso sì salutare; anzi si decretò di rifabbricare il monastero in forma più ricca e più splendida. Nè per altra ragione che per quella dell'educazione, si ebbe altresì particolar cura di perpetuare in tutto il suo lustro la festa, o sia la visita del Doge tal quale la vedemmo sino all'anno 1796. Ma da che tale educazione cessò, fu buon consiglio il servirsi di quell'edificio come di un accessorio al grande arsenale. Nomando questo celebre stabilimento della Veneta Repubblica, non puossi a meno di non trattenervisi alquanto col discorso.

Il suo principio dev'essere stato, e realmente il fu, congiunto a quello di Venezia, mentre i nostri antenati volendo formare una città in mezzo alle lagune, dovettero tosto conoscere il bisogno di armarsi per reprimere gli assalti de' vicini, ai quali non poteva destar che dispetto il veder sortire di mezzo all'acque una nuova e grande città. Per tanto da che fu approntata una marina di difesa, occorsero cantieri ed arsenale. Ma quello, di cui qui si tratta, non ebbe principio nel sito ove giace, se non nel 1104. Venne a mano a mano aggrandito, e giunse dopo il 1569 ad avere oltre due miglia di circonferenza, e ad essere tutto recinto di mura. Si cominciò allora a dire, a scrivere ed a ripetere da per tutto, che Venezia aveva il più bel Arsenale del mondo, e si aggiunse persino, ch'esso meriterebbe di venir preferito a quattro delle più belle città della Lombardia. Ciò fu tenuto per incontrastabile, nè vi fu che un certo signor Forfait, il quale in questi ultimi tempi osasse annunziare all'Istituto di Parigi, ed anche stampare, che “I'Arsenal di Venezia non merita più di essere risguardato, che come un monumento antico, fatto appena per eccitare la curiosità dell'uomo, che si compiace d'indagar le traccie rare e impercettibili, che ha lasciato nella serie de' tempi il lento progresso delle scienze e delle arti nautiche.” Per sapere qual peso debbasi dare a questa opinione, sì opposta al giudizio di tutti gl'intelligenti d' ogni nazione, converrebbe ch'egli ci avesse detto se ha giudicato così al suo arrivo o alla sua partenza. Ne lascio la cura a' miei leggittori.

L'Arsenale di Venezia è una specie di città dentro la città. Lungo sarebbe il descrivere i vasti magazzini altrevolte ripieni di alberi, di timoni, di ancore, e di quanto potrebbe bastare pel lavoro di dieci anni sì riguardo al servigio, e sì alla costruzione de' vascelli. Infinite erano le officine, ove mille braccia sudavano intorno a mille opere d'ogni maniera che strepitavano un giorno pe' martelli de' lavori di ferro e di acciajo. Stupendo edifizio è la gran fonderia de' cannoni e delle palle; ma più stupendo ancora è quell'altro destinato al travaglio del canape. Esso conserva il nome di Tana, derivato dal famoso porto così chiamato, e dalla città antichissima che da Tolomeo fu detta Tanay, per essere posta sulle rive del fiume Tanay, ora detto Don; giacchè i Veneziani ne' loro primi tempi colà si recavano a fornirsi de' canapi per la marina. Merita osservazione altresì la gran sala, dove più di cento femmine adoperavansi intorno alla facitura delle vele; e molto più quell'altra, in cui stavano in bell'ordine schierati i modelli delle fortezze primarie dello Stato, delle macchine più ingegnose, de' ponti più singolari, e finalmente di tutte le forme de'vascelli dalla prima epoca della nostra marina sino a' tempi recenti. Ben fu sciagura, che tra esse andasse perduta sin da lontana epoca la forma di quella famosa Quinquereme, con cui il nostro Vettor Fausto nell'anno 1529 era giunto a rinnovare la ricordanza delle Quinqueremi Romane. Egli è certo, che tanto romore ed applauso destò nel mondo la sua invenzione che sarebbe un monumento preziose per noi il modello di un'opera, che non meno all'autore che al nostro Arsenale in cui fu lavorata, apportò tanta gloria, da venir esaltata a cielo e in verso e in prosa dalle più illustri penne. Ma che diremo di quelle altre sale piene di armi di ogni sorte e di superbi trofei? Se tu fissi lo sguardo su quelle antiche figure da capo a piedi vestite di ferro e su quelle braccia in atto minaccioso, non sapresti decidere se stieno per iscagliare un mortal colpo sul capo a qualche barbaro Musulmano, ovvero se s'accingano alla difesa contro que' barbari d'altra fatta, che ad annientarle aspirano. Che se dopo un orrido tremuoto osservasi con certa sensazione penosa quegli uomini, che sotto le sue rovine conservano tuttavia l'ultima attitudine del loro ultimo pensiero qual impressione far non dovranno le immagini di azioni vive ed illustri di que' medesimi uomini quivi raffigurati? E chi legger potrà quelle inscrizioni, che ricordano appunto le tante vittorie da loro ottenute senza sentirsi per mille guise commosso il cuore?… Utilissima previdenza sono que' canali coperti, entro cui si possono vantaggiosamente riattare i bastimenti disarmati, o tenerne in pronto alcuni altri per servizio dello Stato. I cantieri poi non solamente sono la cosa più mirabile, ma quella per cui l'Arsenale di Venezia più particolarmente si distingueva fra quanti hannovi al mondo. Son essi alcuni spazj di diversa grandezza, divisi fra loro da grossi pilastri ed arcate, e ricoperti ciascuno da un vasto tetto, per cui gronda la pioggia a dritta e a sinistra senza mai penetrarvi, talmentechè vi si possono fabbricare al coperto tutti i vascelli sino al punto di essere gettati nell'acqua. Quanti vantaggi non derivano da ciò, sia per la sollecitudine dei lavori, sia per lo risparmio degli operaj, sia per la conservazione de' materiali! Eppure contro essi appunto fieramente si scatena il sig. Forfait. E quanti discapiti non vi trova egli? In prima sono, egli dice, sì stretti che non si può lavorare liberamente intorno a' vascelli; sono sì bassi, che non si possono terminare le poppe; sono sì corti, che non vi si possono mettere gli sproni, nè lavorare il cassero; sono sì oscuri, che giammai la luce del giorno vi penetra, ed anche in un bel meriggio estivo conviene accendere le fiaccole, ed appiccare alle mure le torcie di corda impeciata. Secondo lui è dunque cosa evidente, che l'arte del falegname, di cui però i Veneziani vanno sì superbi, non può essere che male esercitata, nè può veruno de' suoi lavori avere solidità, precisione, eleganza. Simile discorso figlio dell'ignoranza, o della superbia, o dello sprezzo di quanto v'ha dell'antico, e forse di tutte queste cause insieme, persuase i direttori francesi delle costruzioni navali, che si distruggessero le volte di alcuni cantieri, ben certi che non vi potessero capire vascelli da guerra. Ma il nostro celebre ingegnere Salvini mettendo all' acqua un suo vascello lavorato al coperto, pari in ogni sua parte a quelli da loro lavorati in luogo scoperto, mostrò col fatto ch'essi avevano il torto. Migliaia di persone ne furono testimonio, non che tutte le autorità costituite di quel tempo, appositamente concorse per vedere quella nobile gara. Ogni cuor Veneziano balzò dalla gioja, e da ogni bocca uscirono viva sonori. Somma infatti fu la gloria acquistata anche in questa, come in tante altre occasioni, dal sig. Salvini, che sì bene sostenta tuttavia la fama della nostra marina, la quale fino a questi ultimi tempi gareggiar ci fece colla nazione fatta signora di tutti i mari, con quella nazione che seppe ammirar i vantaggi del nostro Arsenale, e che adesso prova un misto di compassione e di rabbia, veggendo scomparse tante ricchezze utilissime, e dall'altrui fatale presunzione deformati i cantieri più belli. A questa singolar perdita un'altra se ne aggiunge ancora più crudele. Serbava l' Arsenale una copiosa serie di cannoni d' ogni specie, cominciando dalla loro origine, quando si usavano di cuojo, e discendendo a tempi più bassi, quando il ferro ed il bronzo parvero materie unicamente opportune per sì micidiali stromenti. Scor evasi in essa la diversità delle fusioni, la moltiplicità delle forme. Gli uni rappresentavano colonne liscie o striate con capitelli di tutti gli ordini; altri figuravano serpenti o basilischi, ed altri lunghi animali; tutti di ottimo disegno e con magnifici ornamenti. I Veneziani li conservavano per vanto, e ne avevano somma cura, come quelli che alla storia ed erudizione militare giovavano, e che insieme erano parlanti testimonj delle nostre vittorie. L'avidità e l'invidia fecero che andassero alla fonderìa o alla vendita, e del tutto sparisse anche un sì prezioso museo.

Oltre tutto ciò che spetta al materiale dell'edificio sarebbe cosa veramente interessante il presentar sott'occhi il bell' ordine, i savj istituti, la retta giustizia, e le tante discipline economiche con cui al tempo della Repubblica reggevasi l'interna sua amministrazione; ma troppo a lungo ci porterebbe un minuto dettaglio. E nemmen troppo ci fermeremo sul parlare di quelle scuole erette nel grembo stesso dell'Arsenale, ed animate da regie largizioni e da premi, ove non solo insegnavansi le matematiche, l'architettura navale e civile, la nautica e il disegno, ma altresì l'Idrodinamica sommamente utile pel governo delle nostre lagune e de'lidi, le lingue francese e inglese, opportunissime per l'intelligenza de'migliori libri dell'arte; e finalmente la rurale economia e la storia naturale, a cui sì caldamente è affidata la preservazione de' boschi, uno de' primarj elementi dell'immensa officina. Quanto i boschi stessero a cuore all'antico Governo, il dimostrò l'avere unita la loro azienda alla marina, anzichè alla finanza, come altrove costumasi. In fatti l'amministrazione di questa non ha di mira che il risparmio del tesoro pubblico, il danaro contante, gli oggetti presenti e visibili. Quella della marina al contrario spinge più in là le sue mire, ed invigila al futuro incremento de' boschi, mercè delle nuove piantagioni e delle semine. Quindi è, che nè anche la caustica penna del signor Forfait potè astenersi dal confessare, che “i boschi de' Veneziani sono i più belli di quanti mai si possono vedere altrove, agginngendo, che la vera cagione di ciò è, perchè la legislazione che li riguarda, essendo conforme alla giusta politica ed alla sana ragione, e fondata sopra una saggia combinazione d'interessi, dovea necessariamente avere, com'ebbe di fatto, i più felici risultamenti.” Tra noi egli è certo, che non si voleva gruppo di alberi negletto, non pezzo di terreno ozioso. Si volevano instrutti gli alunni intorno al tempo di recidere il legname, intorno al modo di acconciarlo e di separarlo a norma de' differenti usi; si voleva infine che ognuno fosse buon conoscitore di tutti gli stati, pe' quali passa un albero dal momento in cui si consegna tenerello alla terra, sino a quello in cui assoggettasi al tormento dell'ascia e de' martelli. Sommi rigori si praticavano nella scelta degl'inspettori de'boschi. La loro nomina era appoggiata alle Accademie agrarie dello Stato, e la elezione spettava al Senato congiunto al reggimento dell'Arsenale. Ma per meritare tal posto non bastava molta estensione di lumi; ci volevano benemerenza di servigi, e soprattutto testimonianza d'incolpabile condotta; giacchè l'immoralità, là dove s'insinua, guasta ed avvelena il germe di tutte le ottime instituzioni. Quindi è che il requisito della probità era uno de'maggiori, che si esigesse dalla pubblica vigilanza in qualunque impiego, nè certo senza esso poteva veruno nutrir lusinga di diventare inspettore ai boschi, nè capo architetto, ed ancora meno ammiraglio dell' Arsenale.

Or chi potrebbe mai, avendo di questo stabilimento parlato, passare sotto silenzio la tenerezza veramente filiale, e il focoso entusiasmo verso la Veneta Repubblica di più di tre mila nomini all' Arsenale addetti, che per ciò erano giunti a meritarsi il glorioso titolo di sua prediletta famiglia? Il primo sentimento che da cuore a cuore, da generazione a generazione passava e discendeva, era questo illimitato amore per la Repubblica, nè con altro nome sapevano i buoni Arsenalotti chiamarla che con quello di nostra benedetta Mare. Era dolce cosa il trovarsi presente al mattutino aprirsi delle officine, ed al chiuderle della sera, e l' udire quelle spontanee grida di Viva san Marco, che proprio scappavano dal cuore, e che ripetute venivano dal balbettante labbro de'teneri fanciullini. Questa reciproca affezione aveva, dirò così, tra il Governo e gli Arsenalotti introdotta, stabilita e perpetuata una certa gara di fiducia, per cui non sapevasi discernere, se fosse più soave il comando degli uni, o più pronta e giuliva l'obbedienza degli altri. Ed il titolo di Patroni che portavano i Governatori dell'Arsenale, giammai meglio espresse, e con più verità la primitiva sua derivazione dalla voce Padre. Degli Arsenalotti la Repubblica si valeva per provvedere i vascelli da guerra d'industri artefici, i quali potessero viaggiare, e riparare ai disordini prodotti dalle fortune di mare, e soccorrere ai bisogni dei cantieri nella Dalmazia e nel Levante. Ad essi affidata era la custodia di tutti i luoghi della città più ragguardevoli e più gelosi. Allorchè i Patrizj si raccoglievano nel Maggior Consiglio, era una porzione di questa famiglia, che forniva di guardie il palazzo. Questo palazzo stesso era interamente posto in loro balìa all'occasione di un interregno. Un drappello di loro custodiva, durante la notte, la pubblica piazza, il tesoro di S. Marco, e que' due gran serbatoj della nazionale ricchezza, il Banco giro e la Zecca. L' Arsenale stesso, fondamento primario della nostra potenza marittima, della nostra grandezza, della nostra gloria, era consegnato alla loro fede. Ducento fra essi giravano tutta la notte e dentro e fuori delle sue mura; e benchè non dovesse cader ombra di trascuraggine in loro, pure venivano preseduti da uno de'primi architetti, e sopra tutto da uno de' tre Governatori dell'Arsenale, che nel suo mese di guardia non abbandonava pure un momento il geloso ricinto. Questa somma vigilanza era tanto più necessaria, quanto che ogni soccorso in caso d' incendio non solamente nell'Arsenale, ma nella città tutta, dai soli Arsenalotti traevasi. Ad un tocco di campana a martello accorreva tosto il Patron di guardia colla sua numerosa comitiva. L' ammiraglio, ovvero il più anziano fra gli architetti, assumeva il comando. Le trombe stabilite ne'differenti quartieri della città, da essi soli si maneggiavano; essi soli abbattevano quelle parti degli edifizj, che parea necessario di distruggere per togliere la comunicazione con quelle già attaccate dal fuoco. La maggiore armonia regnava sempre fra il comando e l'esecuzione; tutto era ordine, tutto era animato dal più spontaneo fervore. Si videro in fatti in sì terribili incontri prove di coraggio e di zelo da non potersi lodare abbastanza, nè abbastanza ridire. In ricompensa di tanto amore e di sì importanti servigi, godevano privilegi distinti. I loro figli arrivati all' età di dieci anni inscrivevansi ne' pubblici ruoli dell' Arsenale, siccome figli legittimi di quella casa, e cominciavano sin d' allora a trarre una paga. Educati ch'erano, destinavansi a que'servigj che pareano più acconci alle loro cognizioni e capacità. Fatti vecchi e inabili godevano d'una pensione proporzionata all'impiego esercitato in gioventù. Per loro gloria, ad ogni elezione di Doge, spettava ad essi lo scortarlo, allorchè pomposamente si recava a prendere il possesso del trono. Essi inoltre avevano il privilegio onorifico, e di cui tanto andavano fastosi, come altrove abbiamo detto, di condurre il Doge nel dì dell'Ascensione ai suoi misteriosi sponsali col mare; ed il Doge dal canto suo ricompensava in modo insolito la loro straordinaria fatica, trattenendoli quel giorno a pranzo nel suo palazzo. In una delle sale si apprestavano le tavole, ornate sì, ma semplici, ove le vivande e il vino erano in copia. I membri della famiglia Ducale sopraintendevano perchè nulla mancassevi, e compiacevansi di prestare ai buoni convitati ogni cordiale attenzione. A ciascuno di essi inviava il Doge un dono di quattro fiaschi di moscato greco, una scatola di confettura fregiata col suo stemma, ed un'altra piena di droghe; costume derivato sin da que' tempi ne' quali i soli Veneziani facevano il traffico di tal merce, ed aggiungeva a tutto ciò una moneta d'argento. Bizzarra costumanza era quella di permettere, ch'essi portassero con seco tutti gli utensili della tavola, vale a dire bicchieri, piatti, tovagliuoli e possate, ma veniva ad essi severamente proibito di fare la loro favorita acclamazione Viva san Marco. La decenza del luogo esige spesso il sacrifizio del cuore. Così questi buoni artigiani se ne partivano contenti ed allegri, sentendo nel loro interno questa gran verità che l' amore sincero ed il verace rispetto non tanto si appalesano con inchini ed acclamazioni, quanto con una perfetta sommissione alle leggi, e con una dedicazione spontanea ed intera di sè medesimi. Tutto ciò dal buon popolo Veneziano e dagli Arsenalotti specialmente, ci venne comprovato in tutti gl'incontri.

Spettacolo in vero commovente fu quello del ritorno a Venezia del Doge Domenico Michiel dopo una bella serie di gloriosi successi. Prima però di parlarne diasi un' occhiata ad un'epoca, di cui forse in tutta la storia del mondo non v'ha la più straordinaria ne'suoi principj, nè la più curiosa in tutto il suo progresso: ad un' epoca in cui guerre orrende insanguinarono tutta la faccia del globo dall'Egitto fino alla Livonia, dall'Irlanda fino all' Indostan; ad un'epoca in cui l'Europa intera parve divellersi da' fondamenti per rovesciarsi con tutto il suo peso sull' Asia, senza che tanta moltitudine di gente fosse a ciò forzata dalla voce imperiosa de'tiranni, ma puramente condotta dal fanatismo di una cieca obbedienza alla supposta volontà di Dio: epoca in cui ebbe luogo quell'assedio divenuto quasi famoso al paro di quello di Troja, non meno per le imprese operatevi, che per li sublimi versi del Tasso, da cui furono celebrate; epoca alfine che distrusse gli abusi del governo feudale, che fece svanire la rozzezza del gusto e dei costumi, naturale conseguenza di quello che mediante una catena di cause e di avvenimenti or più or meno apparenti, giovò a togliere per sempre la confusione, la barbarie e l'ignoranza, sostituendovi l' ordine, la civiltà, la coltura. Ognuno s' accorgerà di leggieri, che qui parlasi delle Crociate, o sia della spedizione de' Cristiani, diretta a strappare Terra Santa di mano agl'infedeli, dopo che per il lungo corso di sei secoli erasi sofferto di vedere una falsa religione adorata sopra quegli altari medesimi, in que'medesimi templi, e in quelle stesse contrade, ch'erano state consacrate dal divino autore della Religione Cristiana, unicamente vera.

Ogni classe di popolo accorse con ardore a questa grande impresa, ed un eguale entusiasmo destossi nei principi, che tenevano un posto importante nel sistema feudale; ma nessuno dei principali monarchi d' Europa entrò nella prima Crociata. Non l'imperatore Enrico IV, per non sentirsi disposto ad obbedire agli inviti del Papa; non Filippo I re di Francia distratto troppo dalla seduzione dei piaceri; non Guglielmo di Roux re d'Inghilterra, occupato della sua recente conquista; non il re di Spagna e Danimarca imbrogliati nelle guerre co' Mori; non i sovrani settentrionali di Scozia, di Svezia e di Polonia, a' quali interessavano poco gli affari de'popoli del mezzogiorno; non in fine lo stesso Papa, che quantunque successore di quel Gregorio II, a cui apparteneva la cura di armar l'Europa contro l'Asia, ricusò di concorrere, allegando per motivo lo scisma della chiesa e i doveri del Pontificato. Nemmeno i Veneziani si mostrarono punto zelanti a sostenere questa pietosa impresa. Anzi la Santa Città di Gerusalemme era già stata riscattata dalle mani degl'infedeli, e Goffredo di Buglione n' era stato eletto re, prima ch' essi cominciassero in tal facenda a meschiarsi. Finalmente l'anno 1099, pensando meglio i Veneziani ai loro interessi, fornirono una flotta di ducento vele, la quale verso Rodi s'incontrò con quella de' Pisani. Una gara di preminenza occasionò tra loro una zuffa sì sanguinosa, che bastò a decidere per sempre della superiorità in favore de' Veneti, ed i Pisani mai più non pretesero di gareggiare con loro in altro che in fatto di belle arti. Questa flotta vincitrice entrò poscia nell' Arcipelago, s'impadronì di Smirne, e facilitò ai Crociati la conquista di Jaffa, che presero d'assalto nel medesimo anno 1099, ed in tal modo finì questa gloriosa campagna.

L' anno appresso i Veneziani contribuirono sommamente alla conquista di Tiberiade e di quasi tutta la Galilea. Vennero poscia sotto a Caffa, la strinsero per mare, mentre Goffredo operando di concerto dalla parte di terra, la costrinse ad arrendersi. L'ultima prova fu questa, che Goffredo diede del suo valore, e poco dopo morì. Baldovino I suo fratello s'impadronì della corona di Gerusalemme. I Veneziani non credendosi più necessarj, rientrarono nei loro porti. Ma gli affari della Sorìa non procedevano sotto Baldovino I con tanta prosperità come sotto Goffredo, talmentechè il nuovo principe fu astretto ad implorare da tutte le parti assistenza. L' ottenne prontamente dai Veneziani, e la loro squadra contribuì assai alla presa di Acri, di Sidone, di Berito. Baldovino grato a tanti benefizj, cedette ad essi un borgo di Acri, ov' ebbero permissione di stabilirsi, di tenervi i loro magistrati, e di governarsi secondo le loro leggi e costumi, godendovi inoltre di tutti li possibili privilegi del commercio e di tutte le franchigie. La flotta Veneta lieta per tanti vantaggi, ritornò a Venezia ove ricevette veraci contrassegni di generale approvazione.

Non assai tempo durò tal riposo. L'anno 1117 le cose de'Cristiani in Oriente erano a mal partito ridotte, e la Sorìa stava per ricadere in mano degl'infedeli. Quindi Baldovino risolse di spedire oratori a Venezia per implorare soccorsi novelli. A tal fine riconfermò non solo tutte le concessioni di prima, ma ne offerse anche di più ampie riguardo al commercio. Se non che mentre in Venezia si dibatteva su tal punto, giunsevi la notizia che Baldovino era stato fatto prigioniere e chiuso in un castello da' barbari. Simile sciagura avrebbe potuto rendere vani li maneggi degli oratori, ma i Veneziani ben sapendo calcolare i loro interessi, deliberarono di porre in ordine colla maggior prestezza una flotta; e più di cento vele comandate dal Doge Domenico Michiel ben presto uscirono dal porto.

La squadra andò prima in Dalmazia a rinforzarsi di legni e di marinaj. Un vento propizio in pochi dì la condusse dinanzi all'isola di Cipro. Di là passò a Jaffa, dove una flotta d' infedeli corseggiava a vista del porto. Parve al Doge essere quella l' occasione propizia di segnalare il proprio zelo e quello de' suoi. Tosto si sforzano le vele onde raggiungere il nemico, che d' altra parte si allestisce anche' egli all'attacco con risoluta fermezza. I Veneziani danno principio con lo scagliare una nube di giavellotti, e già orrenda carneficina di qua, di là comincia. Non si discerne più il valore dalla ferocia; il sangue corre a rivi, l'aria rimbomba dello strepito delle armi, del fracasso de' vascelli, dell' urto de' combattenti, del gemito de' feriti e de' moribondi. Molte ore durò l' azione; alla fine gl'infedeli infievoliti, semivivi, piombarono da ogni parte in mare, e vi subissarono insieme colle loro navi. Distrutta così l'armata nemica, e rimasti compiutamente vincitori i Veneziani, il Doge Michiel giudicò opportuno di condurre la flotta vincitrice nel porto di Jaffa per dare ristoro a' soldati, ed attendere intanto novella occasione di altre imprese.

Si recò poscia a Gerusalemme per concertare col Patriarca, e con quelli che tenevano il governo durante l'assenza di Baldovino, le operazioni da farsi. Egli vi fu accolto non solo con tutti quegli onori che gli erano dovuti, ma con quanti possono cader in mente ad un popolo ridotto all'estremo, e che attende la sua liberazione. Prima di nulla intraprendere volle il Doge che si segnassero in iscritto le promesse già fatte alla Repubblica, al che condiscesero di buon grado e il Patriarca e i Magnati, con grand'utile de'Veneziani: giacchè, è duopo il confessarlo, questi aveano sempre l'animo rivolto non solo a non gettare le spese de'loro armamenti, ma altresìi a ritrarre il possibile vantaggio dai soccorsi, che ai loro alleati prestavano; ed in questa stessa guerra, in cui tutte le nazioni condotte da religioso entusiasmo s' impoverivano d' uomini e di danari, la sola Repubblica di Venezia dilatava il suo commercio, piantava stabilimenti, diveniva il magazzino dell'Europa e dell' Asia, e si poneva in istato d' assorbirne tutti i tesori.

Fatto e sottoscritto l' accordo, si deliberò di por mano all'assedio di qualche piazza importante; ma erano discordi i pareri dei Generali intorno alla scelta, e tal discordia produceva inazione. Il Michiel mal sofferendo un tal ritardo propose di commettere la decisione alla sorte. Questo destro espediente, sì acconcio in tempi d'ignoranza e di superstizione, ei lo credette il più sicuro e il più pronto per togliere soggetto di disputa e troncare le difficoltà. Di fatto la sua proposizione venne con trasporto accettata. Per rendere poi più solenne quest'atto politico, si decise che si cavassero le sorti nella chiesa Patriarcale. Si venne dunque al tempio; vi si celebrò il santo Sacrifizio con pompa; e l' urna contenente tanti biglietti quante erano le città proposte per l' assedio, fu collocata sopra l' altare, e scelto un fanciullo per l' estrazione, volle il cieco destino porre nell' innocente mano Tiro.

Questo tratto della sorte fu preso per un augurio felice. E veramente il caso non poteva secondar meglio le mire de'Veneziani. V'hanno poche città celebri al pari di Tiro. Fondata da Agenore figlio di Belo, essa fu per lungo tempo la sede delle arti e del commercio. Le sue colonie si diffusero per tutta la costa dell' Africa, vi fondarono Utica e Cartagine, e sulla costa d'Europa innalzarono Cadice, non lungi dalle colonne di Ercole, che allora consideravansi come gli estremi confini del mondo. Bellissima era la sua posizione, e tutta la spiaggia circonvicina era deliziosa per la fertilità, per la squisitezza de' frutti, e sopra tutto per la dolcezza del clima, mentre e primavera e autunno colà regnavano a gara, portando insieme l'una i suoi fiori, l'altra i suoi frutti. Nè il soffio ardente de'venti meridionali che tutto fanno appassire e diseccano, nè il rigore dell' aquilone osò giammai toglier ivi ai giardiui l' ornamento dei loro vivi colori. Lungo spiaggia sì ridente la città di Tiro s'innalza. Se una simile città avea meritato, che altre volte Alessandro il Grande la riguardasse come una delle sue più preziose conquiste, non è a stupirsi, che i Veneziani facessero ogni sforzo per riscattarla dalle mani del Califfo d'Egitto, che ne possedeva una parte, e da quella del Soldano di Damasco che ne occupava il resto.

Se ne prepara dunque immediatamente l' assalto. Le truppe di Gerusalemme la circondano dalla parte di terra, ed intanto la flotta Veneta s'incammina ad attaccarla dalla parte del mare. La città di Tiro non era accessibile alle truppe terrestri che dal lato di Oriente, mediante un istmo angustissimo, ed anche difeso da forti muraglie e da elevate torri, cui ricingea una fossa profonda e larghissima. A settentrione, a mezzodì e a ponente l'attorniavano vasti scogli a fior d'acqua, ed inoltre fortificavala un doppio giro di muro. Il suo porto era difeso da due immense torri, che ne proibivan l'ingresso. Ed oltre a tutto ciò numerosa guarnigione, molto agguerrita la custodiva di dentro, che dovea per lo meno far temere agli assalitori di aver a spendere molto tempo, e a sostenere lunghe fatiche prima di poter ottenere il sospirato successo.

Ad onta di tante difficoltà insieme accoppiate, cominciò dall'una parte e dall' altra l' attacco; ma lente erano le operazioni a motivo del numero e della natura degli ostacoli da superarsi. I tentativi furon molti, ma sempre vani, e dopo tre mesi non si vide più avanzamento di prima. I Veneziani, avvezzi a prendere quasi sempre le città al primo tratto, cominciarono a mostrarsi svogliati e stanchi, nè vi volea meno che la grande fermezza del Doge per tenere a freno l' armata, ed impedire la diserzione. Per colmo di sfortuna si divulgò la voce, che il Soldano di Damasco ragunava un forte esercito per correre in ajuto de' Tirj; e tanto bastò perchè il campo di terra fosse messo a rumore; giacchè i soldati prevedevano, che se tale esercito giungeva, tutto il fuoco della guerra si sarebbe rivolto contro essi, mentre i Veneziani, rimanendo sempre aperto il mare, potevano in caso di qualche sinistro ritirarsi. A chiare note aggiungevano, che se questi Repubblicani doveano essere fatti partecipi degli utili delle conquiste, era giusto che ne incontrassero anche i pericoli; che le condizioni insin allora non erano state pari, poichè gli uni rimanevano esposti a tutti i rischi, e gli altri vivevano in piena sicurezza.

Giunsero tali mormorii all' orecchio del Doge Michiel, ed ei ne rimase grandemente offeso, e a buon diritto, poichè era uomo franco, leale, generoso, esatto mantenitore delle promesse, incapace della più piccola viltà, e che avea in conto di sanguinosa ingiuria ogni ombra di sospetto, che altri osasse spargere contro l'equità dei suoi sentimenti. Egli adunque studiò il modo di poter convincere la moltitudine delle sue rette intenzioni, contrarie affatto ai loro manifesti timori. Gli nacque un pensiero non poco ardito, che tosto volle eseguire.

Le galee Veneziane stavan sull' ancora. Egli le fece sguernire di timoni, di alberi, di vele, di tutti insomma gli attrezzi navali; ne caricò il dorso de'suoi marinaj, e sceso a terra con essi, comparve al campo alla testa di sì impensato convoglio. Ivi con quel tuono franco che nasce da un vero sentimento di onore e da una pura coscienza, parlò all'armata, che attonita il guardava. Le fece comprendere, che i Veneziani non sapevano che fosse viltà o tradimento; ch'essi bensì erano sempre fedeli ai loro impegni anche in mezzo ai più tremendi pericoli; che ad ogni modo non volendo soffrir più lungamente di essere sospettati rei, erano venuti a depositare nelle mani di essi il pegno della loro fedeltà e della loro risoluzione. Fece allora schierare alla comune vista tutti gl' istrumenti, senza de' quali ogn'idea di partenza rendevasi vana. Ordinò ai soldati di Baldovino d' esserne i depositarj, indi soggiunse: “Ecco che adesso il nostro rischio è ancor più grande del vostro; voi non avete a temere che il ferro del nemico, noi il furore di tutti i venti; voi potete fuggire, per noi è tolto ogni scampo.”

Questa condotta veramente eroica del Doge riempì di stupore e di ammirazione l' esercito. I Generali fecero sommi encomj al suo coraggio, alla sua intrepidezza, nè vollero per nessun patto permettere, che tanti bravi guerrieri ed un sì gran numero di vascelli restassero esposti a perire ad ogni picciol soffio di vento; e rivolti al Doge il pregarono a voler disprezzare le ciarle d' una turba ignorante, a viver sicuro della loro piena fiducia, ed a ripigliare tutti i suoi attrezzi marittimi. Egli, trovandosi con ciò interamente soddisfatto, si congedò, e ritornato alla sua flotta la fece tosto riordinare per ricominciar subito i concertati attacchi con più vivacità e ardore di prima.

Veramente ciò che diede l'ultima mano alla presa di Tiro, dopo cinque mesi di assedio, fu per quanto dicesi, lo stratagemma di alcune lettere intercettate che venivano recate da una colomba. Nè v' è in ciò meraviglia, mentre è già noto l' antico uso ch' eravi in Sorìa, di avere speditamente avvisi da luoghi lontani col mezzo delle colombe. Che che ne sia, le truppe di Baldovino, non men che le Veneziane, entrarono nella città, e vi spiegarono sulle torri le loro rispettive bandiere. Il trattato già conchiuso fra le due nazioni venne esattamente osservato, ed il Doge prese possesso d' un terzo della città. Lo stesso venne in Ascalona, che poco appresso si arrese.

Il re Baldovino che frattanto ottenuta avea la sua libertà, pagando però il riscatto, quando rientrò in Gerusalemme ed udì la convenzione seguita tra' suoi agenti e la Repubblica, l'approvò e la confermò con un atto solenne, cioè vi pose il suo regale suggello. Inoltre dicesi, che in riconoscenza de' servigi prestatigli dai Veneziani volesse, che qualunque volta il Doge di Venezia recato si fosse a Gerusalemme, avesse a ricevere quegli stessi ouori, che si tributavano a lui stesso.

Tutti questi vantaggi furono il motivo, che destò contro i Veneziani le gelosie ed i sospetti dell' imperatore Carlogiani, che regnava a Costantinopoli dopo la morte di Alessio. Egli senz'altri riguardi comandò, che quanti vascelli Veneziani s' incontrassero nei mari della Grecia, fossero attaccati, e fece chiuder loro tutti i porti dell'Arcipelago. Quest' era veramente un ricambiar male assai i beneficj, che la Repubblica recati avea ad Alessio suo padre; ma non è da stupirne, essendo cosa rara che un privato ed ancora meno un principe riponga la gratitudine nel numero de' propri doveri, e chi ha la forza in mano preferisce agevolmente il suo interesse a ciascun altro riguardo. In quanto a Carlogiani ei non seppe abbastanza conoscere, che una monarchia sì vacillante come la sua, non poteva procurare ai suoi stati che una debole protezione. In fatti appena il Doge Michiel si presentò davanti la città di Rodi colla sua squadra, e si vide dai Rodiani negato l'ingresso, poco ebbe a sudare per farsi padrone della piazza. Onde prendere vendetta dell'ingiuria la lasciò in preda all'ingordigia de' suoi soldati; ma prima ebbe cura di sottrarre al loro furore tutti i monumenti che potevano un giorno ornar la sua patria, e li fece trasportare su i vascelli. Sì pregevol bottino era degno di lui. Rodi, come ognun sa, fu celebre non meno per le sue saggie leggi sopra il commercio che per i suoi poeti, pe' suoi pittori e per li suoi gran monumenti. Se quest'avventurata città ebbe l'onore, che seguisse in essa l'incontro di quei due illustri romani Cicerone e Pompeo, la disonorò alquanto il soggiorno che vi fece Tiberio. Li persiani se ne resero padroni sotto il regno di Onorio; poscia fu presa dai Generali dei Califfi nell'anno 647 di nostra salute; ricuperata da Anastasio imperatore di Oriente, venne indi sottommessa nel 1124 da Domenico Michiel.

Da di là si mise egli a percorrere le isole di Scio, di Samo, di Paro, d' Andro, di Lesbo, tutte in somma le Cicladi, e vi ebbe grande prosperità. Malgrado però tanta gloria e sì grandi vantaggi, il Michiel trovossi sul punto di perdere il frutto delle sue imprese, perchè gli mancò al maggior uopo il danaro onde pagare le truppe; quindi e soldati e marinaj si diedero, secondo il solito in simili casi, a mormorare del loro capo. Per prevenire gli effetti funesti di tale ammutinamento egli mandò in giro una moneta di cuojo, su cui fece improntare il suo nome, e ordinò a tutti i provvigionieri dell' armata di riceverla, promettendo sul suo onore di rimborsarli in contanti tosto che fosse giunto in Venezia. La fiducia che aveva in tutti inspirato la di lui pubblica e privata condotta e la sua alta riputazione, non permisero che alcuno dubitasse della sicurezza del pegno ch' ei presentava, e gli venne pienamente accordato quanto egli ricercava. È inutile il dire che mantenne esattamente la sua parola. Egli è in memoria di questo fatto sì utile e singolare, che si aggiunse in uno dei quadrati del suo stemma gentilizio la rappresentazione di alcune monete.

Dopo ch'egli ebbe attraversato tutto l'Arcipelago, determinò di ritornarsene a Venezia. Passando lungo le coste della Morea, conquistò Modone, e postavi guarnigione andò a riposare in Sicilia. Li primati del regno ed il popolo stesso, non sì tosto seppero il suo arrivo, gli corsero incontro, ed accesi da un vivo entusiasmo pe'suoi luminosi meriti, gli offrirono il diadema regale, pregandolo di renderli felici coll' accettarlo. Benchè l' offerta fosse assai lusinghiera, pure egli la ricusò, giacchè un vero Repubblicano, un Veneziano non potea sentir altra ambizione che quella di essere cittadino di una patria sì giustamente ammirata. Infine dopo aver empiuta tutta la spiaggia marittima dalla Siria sino all'Adriatico del nome Veneziano, pose il colmo alla sua gloria rientrando l'anno 1125 nel porto di Venezia senza aver perduto un solo vascello.

Grandi erano in patria li preparativi per riceverlo colla pompa dovuta ad un sì grande trionfatore, ma egli ricusò per sè stesso qualunque onore. Ad ogni modo al giunger suo accorse la città tutta per vedere un eroe, che avea tanto accresciuto il lustro della Repubblica. Ma quanto non si raddoppiò la sorpresa e la gioja del popolo, quando vide schierarsi sul lido li rari e magnifici monumenti e il gran numero di preziosi marmi di ogni specie ch' egli recato avea di Grecia? Soprattutto non rifinivasi mai d'ammirare quelle sterminate colonne di granito, che tuttavia si veggono sopra la piazzetta di san Marco. Fors'è per esse che la sua famiglia acquistò il soprannome di Michiel dalle Colonne, piuttosto che per quelle che sostengono la facciata del suo palazzo, nel quale anche ai dì nostri si contempla lo stendardo di questo Doge, su cui è tracciata una croce, distintivo di tutti quelli che concorrevano alle famose Crociate. Un sì antico monumento di gloria venne collocato in una sala, in mezzo ad alcuni trofei d' istrumenti navali e guerrieri da un discendente di quest' eroe, che privo essendo di prole maschile, a cui lasciar in un col suo nome anche le sue ricchezze, ed un sì illustre retaggio, avea formato il pensiero generoso e patriottico di farne un dono alla Madre-Patria, trasportandolo all' Arsenale, di cui egli era stato uno de' Governatori assai rispettato ed amato, e dove intendea di consacrare una sala pomposamente fregiata de' più preziosi attrezzi marittimi e militari, che ricordasero ai Veneziani uno dei fasti gloriosi della loro storia. Ma questo figlio infiammato da sentimenti sì nobili, ebbe la sventura di non poter effettuare le sue cittadinesche idee essendo sopravvissuto alla Madre comune.

Ritornando alla storia del Doge Domenico Michiel, di cui abbiamo interrotto il racconto con una digressione che soddisfacendo il mio cuore, chiede indulgenza a' miei lettori, dirò dunque che siccome in lui la pietà superava ogni altro sentimento, così più che tutte le preziose cose acquistate, specialmente rallegrava il suo cuore l'aver potuto trar dalle mani degl'infedeli, e recar con sè a Venezia il corpo di sant'Isidoro. Si accordano gli storici tutti nel celebrare la sua somma pietà, e bench' egli in petto annidasse tutta la forza del valore e gli spiriti più elevati, pure il suo cuore era semplice, e la sua credenza a un dipresso eguale a quella di tutti gli altri suoi contemporanei. Egli non volle por piede a terra, se prima non fosse tutto allestito per accogliere col dovuto decoro questa santa reliquia. Si raccolse in fatti sul Lido dove sbarcar dovea, la Signoria, il Senato e tutto il Clero. Allorcl è ogni cosa fu in ordine, il Doge scese dalla sua nave vestito con grande magnificenza, e seguìto da tutto il suo equipaggio si pose alla testa di una processione non solo numerosissima, ma sommamente divota. In tal modo fu trasportato a terra il corpo di sant'Isidoro, il quale venne riposto nella chiesa di san Marco; ed anche al dì d' oggi ivi esiste la Cappella a lui intitolata, ove vedesi scolpita la storia di tal trasporto, non che questa festa e questa grande processione, che porse uno spettacolo assai commovente, mercè del concorso di tutto il popolo attiratovi dal concerto di sentimenti i più vivi, quali sono della pietà, della gratitudine e dell'ammirazione. Da quel momento si decretò, che il giorno di sant' Isidoro sarebbe Festa di palazzo, e che il Doge col suo augusto corteggio si porterebbe ogni anno ad assistere ad una messa solenne, ciò che sempre si fece.

Poscia la Repubblica volle eternare in altro modo ancora le geste gloriose di uno de' suoi prediletti figli, e a tal fine le fece dipingere in alcune Tavole, che veggonsi ancora oggidì nella sala già detta dello Scrutinio, perchè ad onta di tutti gl'incendj avvenuti nel pubblico palazzo, parea che il Governo si facesse un dovere di ristabilire sempre gli stessi monumenti come contrassegni pubblici della gloria dei privati. Vedesi in una la battaglia del Doge Domenico Michiel e la vittoria da lui ottenuta sul Califfo d'Egitto. In un' altra è rappresentato il suo famoso assedio di Tiro. E perchè questa saggia Repubblica non contentavasi del valor militare, ma voleva insieme che i suoi Generali nodrissero la più rigida morale ed uno spirito affatto cittadino, così per dare un esempio di queste qualità insieme associate, aggiuntavi l'altra virtù sì necessaria ne' governi Repubblicani, della moderazione, fece dipingere nella stessa sala il Doge Domenico Michiel in atto di ricusare l' offerta sovranità della Sicilia.

A questo modo i Magistrati della Repubblica di Venezia facendo delle belle arti l'uso più nobile e più degno, se ne servivano non meno per ricompensare che per istruire. Più saggi in ciò degli antichi che si ristringevano ad innalzar delle statue, monumenti che finivano coi condurre gli animi ad una specie d'idolatria verso le persone, anzichè ad un giusto entusiasmo per le azioni, e che non aveano, come i nostri, il vantaggio di diffondere i semi della morale, porgendo insieme col testimonio della pubblica riconoscenza anche il precetto e l'esempio colla rappresentazione di fatti gloriosi ed atti a sublimare la fierezza Repubblicana.

Vedemmo già come le guerre dei Crociati avessero per oggetto la liberazione di Gerusalemme; ora vedremo come allo spirito di Enrico Dandolo la liberazione di Gerusalemme servisse di pretesto per conquistare l' impero di Costantinopoli, e verremo con ciò a parlare di un'impresa felice che capovolse un grand'impero, e decidendo della fortuna di due grandi nazioni, portò la potenza Veneziana al più alto grado di splendore a cui siasi giammai innalzata.

Non puossi proferire il nome di Enrico Dandolo, che fu il promotore ed il capo di questa grande conquista, senza che si desti ne' cuori de' veri Veneziani un nobile orgoglio di averlo avuto per concittadino. Dotato di uno spirito elevato, ne concepi tosto il disegno, e lo diresse con sano giudizio e con sagacità infallibile. Seppe preveder da lungi gli avvenimenti, far nascere destramente le circostanze, prevalersi del bisogno che delle sue forze altri aveva, col far occultamente concorrere al maggior vantaggio della sua patria tutti gli stranieri interessi, Niuno meglio di lui conobbe quelli di Venezia, niuno li sostenne e difese con più energia, con più intelligenza, con più ardore e con più disinteresse personale. Comandante della flotta, spiccò per tutte quelle virtù che costituiscono la gloria di un capo; vigilante senza inquietudine, giusto senz'asprezza, esatto senza rigore, buono senza debolezza. Tale era il Dandolo, e ben meritava il fregio del diadema Ducale che gli fu conferito solo dopo gli anni 80, e quando la sua vista era al sommo indebolita per lo tradimento dell'imperatore Emanuele, che mentre egli stava ambasciatore alla sua corte, avea tentato di bruciargli gli occhi con un riverbero. A tale difetto suppliva però largamente la magnanimità e l'altezza dell' animo suo, come da ciò che diremo si potrà rilevare.

Verso la fine del duodecimo secolo gli affari de' Cristiani andavano alla peggio nell' Asia. Li Turchi avean loro distrutti degli interi eserciti; Gerusalemme era presa, e Lusignano che vi comandava rimasto era prigioniere: non v' avea insegna cristiana in quasi più alcuna delle provincie della Siria. La serie di tante disgrazie riaccese più che mai in tutto l'Occidente l'antico ardore delle Crociate. A quel tempo Costantinopoli era il teatro delle più tragiche catastrofi. Il voluttuoso riposo dell'imperator Isaaco era già stato di frequente turbato da sollevazioni e da congiure secrete; poscia egli stesso caduto era nelle trame di un fratello, che dommato dall'ingorda sete di regnare, la quale conduce al delitto e all' atrocità, aveva per acquistare il precario possesso di un trono vacillante, postergati tutti li sentimenti di natura, di dovere e fedeltà. Mentre Isaaco stava trattenendosi colla caccia nelle valli della Tracia, Alessio di lui fratello si rivestì della porpora fra le acclamazioni di tutto l'esercito; e la capitale ed il clero applaudirono a questa scelta. Isaaco non seppe la sua caduta, che allora quando si vide inseguito dalle sue guardie. Fuggì solo senza risorse in Macedonia; ma nemmen colà giunse ad evitare un più sciagurato destino: perciocchè venne arrestato e condotto in Costantinopoli, dove gli furono cavati gli occhi, indi gettato in una solitaria torre, e tenuto in vita a solo pane ed acqua per suo maggiore torn ento. Il di lui figlio Alessio suo successore naturale all'impero, ebbe la sorte di fuggire. Vestito da semplice marinajo andò a ricoverarsi sur un bastimento mercantile Veneto, che lo sbarcò in Sicilia. L' altro Alessio si sostenne nell'usurpato trono colla forza delle sue violenze, e per sett' anni stette godendo il buon esito de' suoi misfatti.

Un tal ordine di cose offriva ai cristiani sempre maggiori pericoli pel loro passaggio; altri pure ne esistevano dalla parte della Germania e della Ungheria. I soli Veneziani potevano offrire ai Crociati i mezzi necessarj per un passaggio sicuro e pronto nel Levante; talmentechè questi unanimemente determinaronsi a spedire oratori a Venezia per ottenere il desiderato effetto. Vennero accolti favorevolmente; si segnarono le condizioni preliminari, ed i Veneziani adempirono ben presto i loro impegni. Ma al momento di affidare ai Crociati la flotta convenuta, questi si trovarono nell'impossibilità di sborsare la somma promessa di ottantacinque mila marche d' argento. I Veneziani già preveduta aveano assai prima quest'impossibilità, ma non pertanto non avevano rallentate le loro operazioni, anzi l' apparecchio fu maggiore di quanto erasi stbilito, perchè, destri com'erano, miravano ad interessi maggiori, e principalmente al partaggio delle conquiste che prevedevano potersi fare. Intanto il Doge propose un accomodamento, che riuscire poteva utile ad entrambe le parti. Quest' era, che a' Crociati ajutassero i Veneziani a toglier Zara, capitale della Dalmazia, dalle mani del re d'Ungheria che custodivala con somma vigilanza; e dal canto suo egli prometteva che la Repubblica grata a questo servigio, avrebbe accordato ai Crociati tutto il tempo necessario a saldare il loro debito; anzi consentirebbe che l'intero pagamento si dilazionasse sino al ritorno dalla Terra Santa. Questa proposizione offriva tutte le apparenze di un vantaggio reciproco; nondimeno insorsero alcune difficoltà, che a quei tempi erano d' un gran peso. Una bolla del Papa formalmente portava la scomunica a tutti quelli che prendessero l'armi contro un principe. cristiano, qual ch'egli si fosse. Il Dandolo, da uomo del più gran senno, combattè con forza e distrusse gli scrupoli de' Crociati, facendo conoscere che allora trattavasi di ricuperare i possessi proprj, e di ricondurre all' obbedienza sudditi ribelli; al che il Papa non avea diritto di opporsi. Egli infine seppe condurre gli spiriti deboli al termine a cui voleva, cioè all'intera esecuzione de' suoi disegni. L'assedio di Zara fu deciso, e poco passò ch' essa fu costretta ad arrendersi.

Tale conquista non fu per il Dandolo che il principio di altre più importanti e più utili. In tale speranza propose egli di svernare in Dalmazia, sotto pretesto di aver così il tempo neccessario per meglio apparecchiarsi alla conquista dei luogi sacri. Si trovò giusta la proposizione, perchè nessuno penetrò le di lui vere intenzioni; ma egli era ben sicuro di ricever presto nuove del giovine Alessio. Questo principe, contando assai sull' equità e sull' umanità del Papa, erasi a lui rivolto per ottenere soccorso, ma non ne aveva avuto che semplici parole di consolazione. In appresso come seppe l'arrivo in Venezia dei Crociati, quivi recossi sperando di meglio riuscire presso di loro; ma que' principi, unicamente intenti alla spedizione di Terra Santa, lo consigliarono a portarsi dall'imperatore Filippo, che avea per moglie Irene sua sorella. Alessio, nulla avendo di meglio da sperare, andò in Germania; ma Filippo, che aveva in Ottone un competitore da temersi, nessun soccorso poteva dar sul momento; il più che potè fare per il cognato, si fu di consigliarlo a ritornarsene presso i Crociati che si trovavano allora in Zara, e di offrire tutto ad essi per poter da loro qualche cosa ottenere. Vi aggiunse per altro una sola lettera commendatizia al Doge di Venezia, in cui erano esposte le vantaggiose proposizioni di Alessio di sua propria mano sottoscritte. Prometteva egli per se' e per suo padre, che, tosto che avessero ricuperato il trono di Costantinopoli, cessar farebbesi il lungo scisma de' Greci, e si sottometterebbero essi ed i loro sudditi alla Chiesa Romana. Impegnavasi inoltre di ricompensare le fatiche ed i servigj dei Crociati col pagamento immediato di ducento mila marche d' argento; di seguire i pellegrini in Egitto, oppure dove più fosse loro piaciuto; di mantenere per un anno a sue spese dieci mila uomini, e durante tutta la sua vita cinque cavalieri pel servigio di Terra Santa.

Niente di meglio aspettare potevasi il Doge, la cui eloquenza fece determinar la spedizione in favore del principe. Ma al momento della partenza non si trovarono più che Veneti e Francesi; tutti gli altri Crociati, più intimoriti dagli scrupoli, dai pregiudizj e dalla loro timida coscienza, che animati dall'umanità e dalla giustizia, ricusarono d'imbarcarsi.

La navigazione fu felice, e la flotta trovossi in breve sì vicina a Costantinopoli, da poter contemplare con vera ammirazione la capitale dell'Oriente, che anzi sembrava piuttosto quella del mondo intero, innalzandosi essa sulle sue colline, e dominando il continente dell'Europa e dell'Asia. I raggi del sole indoravano i tetti de' templi e de' palagi, e si riflettevano sulla superficie delle acque. Le mura formicolavano di soldati e di spettatori. Tanta moltitudine di gente valse per un momento ad indebolire il coraggio de' Crociati, molto più considerando, che dalla nascita del mondo non erasi giammai osato tentare un'impresa sì perigliosa. Ma l'eloquenza del Dandolo seppe rianimar il valore e le speranze in tutti i cuori, ed ognuno gettando gli occhi sulla propria spada o sulla lancia giurò di vincere o di morire gloriosamente.

Prima però di nulla intraprendere, si deliberò di spedire Ambasciatori all' usurpatore Alessio, intimandogli di rimettere la città e lo scettro a Isaaco ed al giovane Alessio, che n'erano i padroni legittimi. Il tiranno non solo ricusò di arrendersi, ma minacciò persin della vita gli stessi Ambasciatori. Tal rifiuto fece risolvere li Crociati a non più dilazionare l'attacco della città. Sì bene corrispose la riuscita, che ben presto i Greci furono ridotti alla disperazione. Si sollevarono essi contro l'usurpatore, il quale potè a stento fuggire ricovrandosi in Tracia, e non lasciando di sè altro vestigio che un ricco stendardo, per cui i Latini poterono poscia conoscere, che combattuto avevano contro un Imperatore. Il popolo allora corre alle carceri, ove sta rinchiuso il vecchio, il cieco, lo sventurato Isaaco, spezza le sue catene, lo ristabilisce sul trono, prostrasi a' suoi piedi senza ch'egli discerner possa l'omaggio vero dalla gioja simulata.

I Crociati ricevettero deputati dal legittimo Imperatore, che rimesso ne' suoi diritti era impaziente di abbracciare suo figlio, e di ricompensare i suoi generosi liberatori. Ma questi liberatori generosi non erano però disposti a rilasciare il loro ostaggio prima della ratifica del trattato già conchiuso col giovane Alessio. A tale oggetto si scelsero quattro deputati coll'apparente pretesto di felicitare l'Imperatore. Al loro arrivo le porte della città vennero aperte, una doppia fila di soldati faceva ala in ogni strada dove aveano a passare. Giunti nella sala del trono, i loro occhi furono abbagliati dallo splendore dell' oro e delle gemme, solita sostituzione al poter vero e alla vera virtù. Dopo i ceremoniali, si fece conoscere all'Imperatore il reale oggetto della loro venuta; ed egli comprese chiaramente, che conveniva soddisfare a tutti quegli obblighi che promesso aveva suo figlio. Ciò fatto, gli ambasciatori partirono; dopo di che li Confederati condussero in trionfo il giovane Alessio in Costantinopoli, che vi venne accolto col massimo trasporto di gioja da tutti gli abitanti. L'incontro dei due principi fu commoventissimo; i loro teneri abbracciamenti interrotti non venivano che dagli slanci della riconoscenza verso i loro liberatori.

Isaaco vecchio ed infermo volle associare il figlio all'impero. Ciò piacque a tutta la nazione, poichè la saggia gioventù di Alessio e le sue sventure gli avevano guadagnato tutti i cuori. La cerimonia dell'incoronazione si fece a santa Sofia con una magnificenza impossibile a descriversi. I Crociati ebbero i posti di onore, e tutti i contrassegni della più alta considerazione.

Ma siccome pochi sono quegli uomini straordinarj che, al par di Camillo, possano dire, che gli onori non aveano punto gonfiato il suo orgoglio, nè le sciagure abbattuto, così non v'è da meravigliarsi se Alessio rimesso nel sommo della grandezza cangiasse le disposizioni del suo spirito a segno d'insuperirsi della sua prosperità, e di attribuire alla propria virtù quella felicità che attualmente godeva. Quindi ne derivò, ch' egli non si credette più in obbligo di eseguire gli articoli del trattato. Per maggiore sua disgrazia, uno scellerato per nome Murtzulfo, docile ed insinuante come sono la più parte de' traditori, seppe guadagnare la confidenza del giovane principe, troppo inesperto ancora per sapere che gli adulatori sono la peste di ogni genere di società e particolarmente delle corti. I barbari consigli di quest'abbominevole cortigiano trascinarono di errore in errore il debole monarca, fino al punto d' approvare l'orrido disegno d'incendiare la Veneta flotta. E allora quando il genio del Doge Dandolo seppe render vano tale attentato, Murtzulfo approfittando del colpo fallito, rese Alessio sospetto al popolo d' essere d'intelligenza con i Latini. Tanto bastò perchè la sfrenata moltitudine si sollevasse contro di lui, e lo facesse cader morto sotto a' suoi colpi. Anche Isaaco spirò in mezzo alle convulsioni, ed il traditor Murtzulfo fu proclamato Imperatore.

Alla nuova di quest' orribile catastrofe, i Crociati giurano sull' istante di punire la perfida nazione che incoronato avea un assassino. Sfidano a guerra mortale il tiranno, e vogliono la conquista di Costantinopoli. Il volere ed il riuscirvi fu l' opera di poco tempo. Il tiranno si fugge, le porte della città si aprono, i Greci vengono ad implorar la clemenza de'vincitori.

Ai 12 di aprile dell'anno 1204 cadde dunque la famosa città, che dopo avere lungo tempo dominato l' universo era divenuta l'ultimo centro della romana grandezza; che nei giorni nuvolosi del suo spirante splendore era stata il teatro delle più tragiche scene, l'asilo di ogni sorta di perfidie e di eccessi, e che infine dovette succombere con sua gran vergogna a fronte di soli venti mila Latini, di cui essa avea irritato lo sdegno, e da' quali, se avesse ottenuto il perdono, sarebbe stata troppo felice.

Orrenda cosa è a ridirsi quale fosse il saccheggio, l' incendio, la strage. Puossi asserire con certezza, che il Dandolo rinnovò il fatto di Scipione, che distrutta Cartagine si volse mesto a guatarne le rovine. Egli avrebbe desiderato di poter almeno salvare intatto ciò che pur rimaneva dopo i due terribili incendj e devastazioni della città. Ma a que' tempi ancor barbari non era possibile frenare la cupidigia del soldato conquistatore, il cui premio principale era il saccheggio della città e degli abitanti. Pure il Dandolo tutto pose in opera per minorar i mali, ed al saccheggio stesso diede un qualche ordine. Tre chiese vennero assegnate come deposito del bottino, sotto pena della scomunica e della morte a chiunque avesse disobbedito. Per intimorire anche coll' esempio, venne appiccato con le sue armi e con lo scudo al collo un ajutante di campo del conte di S. Polo convinto di avere violato questo sacro dovere. Ciò rese per lo meno gli altri più destri e più prudenti; ma l' avidità la vince sempre su la paura, e l'opinione generale valuta il saccheggio secreto molto superiore al pubblico, quantunque questo per relazione di parecchi scrittori di quel tempo fosse sì grande, che l'eguale non fu veduto giammai. Baldovino scrivendo al Papa asseriva, che a sua estimazione non si troverebbe in tutto il resto di Europa un ammasso di ricchezze simile a quello, che i Crociati diviso si aveano fra loro. Il che non deve parere strano, se si considera che Costantinopoli godeva della miglior posizione riguardo al commercio; che eccessivamente felici erano le sue campagne; che da nove secoli stata era la sede degl'Imperatori, e, per così dire, la capitale dell'universo; che in essa trovavansi le migliori manifatture, essendo il fondaco dell'Asia e di gran parte dell'Europa, a cui le nazioni venivano a gara per approvvigionarsi di tutte le mercanzie più rare e più preziose; ch' era insomma il centro del buon gusto e delle belle arti. A tutto ciò fa anche duopo aggiungere, che questa città era stata arricchita dalle spoglie dell'antica Roma, portatevi da Costantino, allorchè venne a fissarvi il suo trono imperiale e a darvi il suo nome. Queste ricchezze si erano altresì aumentate, mercè che in un sì lungo spazio di tempo essa non aveva mai sofferto nè perdita alcuna, nè alcun disastro. Sembrerebbe a primo colpo d' occhio, che le ricchezze di Costantinopoli fossero passate dall'un all'altra nazione, e che la perdita e le sciagure de'Greci fossero state esattamente compensate dalla gioja e dai vantaggi de' Latini; ma nel ginoco funestissimo della guerra, il guadagno non eguaglia mai la perdita. Ed in fatti da questa i Latini non trassero che un vantaggio abbagliante e passeggiero, mentre i Greci piansero sulla rovina irreparabile della patria.

Si venne alla divisione del bottino. V' ha chi pretende, che i Veneziani vedendo come i Francesi si rivendevano a vil prezzo ai Greci tanti sontuosi monumenti, e colavano per avidità di oro gli avanzi preziosi delle statue di bronzo che rimanevano tuttavia dopo gli incendj della città, che consumato aveano immense ricchezze, atterrati gli edifizj, mutilate le statue, abbiano essi offerto di prender per loro la massa totale delle spoglie, dando a ciascun cavaliere quattrocento marche d'argento, ducento ad ogni prelato e ad ogni ufficiale, cento ad ogni soldato. Se falsa è la tradizione, vero è però che i Francesi nulla recarono con sè, ed i Veneziani all'incontro, più esperti conoscitori anche in quel secolo delle arti belle, vi trasportarono quantità di ricche suppellettili, gioje, pietre, anelli, tratti dal tesoro imperiale, vasi d' oro, d' argento, d' agata, sorprendenti per la loro grandezza, i quali erano stati portati in trionfo da Gneo Pompeo dopo la sua vittoria su i Re Tigrane e Mitridate; coppe di turchina, di diaspro, di amatista, lavorate da' più insigni professori dell'arte: monumenti illustri dell'ingegno degli Arabi che vi aveano scolpiti de' caratteri nella loro lingua. Tutto ciò rende probabile, ch'essi inoltre quindi apportassero e quadri, e statue, e manoscritti. Ma è fuor di dubbio che vi asportarono que' quattro cavalli di metallo dorato, non meno famosi pel loro moltiplice traslocamento, che per la venustà delle loro forme. Tanti cospicui tesori vennero ad abbellire la nostra città, ed i cavalli furono posti da prima dentro dell'arsenale, ma sembrando che ivi non fossero bastantemente esposti alla comune vista, nè conseguissero la dovuta ammirazione, s' innalzarono nella facciata della Basilica di san Marco. V' ha chi afferma, che per aggiunger loro un carattere allegorico, dimostrante che Venezia non aveva mai sofferto il giogo di straniera potenza, fu spozzato il freno che per l'innanzi portavano in bocca, talchè rappresentassero lo stato di una generosa e magnanima libertà. Colà grandeggiarono trionfalmente pel corso di quasi sei secoli. Indi una pace senza guerra, un trattato senza condizioni, una vendita senza compensi, li fecero trasportar a Parigi. Eppure chi mai creder potrebbe che a' giorni nostri vi fosse ancora un francese, il sig. Sobry, che dopo aver osato di scrivere e di stampare, che i Francesi prendendo Costantinopoli, s'impossessarono de' quattro cavalli di bronzo dorato, e ne fecero un dono alla Repubblica di Venezia, che ne ornò l'ingresso della sua capitale (quasi che la capitale della Repubblica fosse la basilica di S. Marco), osò di scrivere e stampare non meno, che conquistata poi da'Francesi la città di Venezia (senza dubbio col mezzo di truppe a cavallo trascorrenti la mercerìa, come una loro incisione dimostra) i Francesi se li fecero suoi nuovamente, e li trasportarono come cosa propria a Parigi. Certo è che da Parigi vennero rimossi mercè le vittorie de'principi alleati. L'imperatore d' Austria pensò che fatto avrebbe cosa degna del suo cuore coll'ordinare, che non già nella sua capitale di Vienna, ma nella città di Venezia fossero ricondotti a testimonio perpetuo e irrefragabile dell'antico valor Veneto. Tal ordine emanato, venne tosto eseguito. Volle egli inoltre, che si riponessero nel primo lor sito a meglio ridestare negli abitanti un vivo senso di gioja, che andasse del pari col vivo senso di dolore esperimentato allorchè ne vennero tolti. Di fatti al rivederli colà, il popolo giubilante parve dimenticare che quello fosse un dono, e gli si risvegliarono i sensi dell'antica sua grandezza, di cui andava superbo nell'epoca gloriosa, che padroni ne avea renduti i nostri antenati. Dono per altro è questo preziosissimo; dono di augurio fortunatissimo, giacchè ovunque andarono questi cavalli, dietro si trascinarono lustro e prosperità, siccome fu lor costume di partire da quegli Stati che decadevano di possanza e di signoria.

Dopo la divisione del bottino si venne a quella delle terre. I Veneziani oltre le isole dell'Arcipelago, e parecchi porti sulle coste dell' Ellesponto, della Frigia e della Morea, ebbero il possesso formale della metà di Costantinopoli. Anche questa disposizione fu opera di Eurico Daudolo, che non perdea mai di vista tutto ciò che tendeva alla gloria e all'ingrandimento della Repubblica da lui riguardata qual potenza marittima. Felici noi se avessimo sempre continuato a pensar così! Per questa ragione appunto, egli avea scelto le isole, i porti e le piazze sul mare, considerandole come vere forze a cagione del commercio e della navigazione, e preferibili a tutti i possessï del Continente.

Dopo di ciò, il nostro Eroe, alla testa di una processione solenne formata da tutto il clero, dai principi, ed altri signori che a Costantinopoli trovavansi, andò a Santa Sofia a render grazie all'Altissimo per avere durante tutta questa guerra benedette la armi degli alleati. Naturale era in vero che si riguardassero tutti questi prosperi successi come un favor celeste, quando consideravasi, che ventimila uomini solamente avevano una gloria sì luminosa acquistata, ed un sì grand'impero soggiogato. Si fecero pur anco feste magnifiche tanto in città, che al campo. Venezia nell'intendere la gran nuova manifestò con brillanti feste la gioja che ne risentiva; e benchè allora si entrasse nella Settimana santa, niente però si ommise per renderle decorose e belle. Ma quelle poi che nel giorno di Pasqua si eseguirono, furono ancor più magnifiche. Pure niente poteva esser paragonabile, a quanto stavasi preparando per celebrare il ritorno dell'illustre vincitore, che la Repubblica ricompensare voleva con tutti i meritati onori; ma la morte quasi fosse stata gelosa di vederlo trionfante in patria, ce lo rapì, e tutta la gioja converse in universale tristezza.

Pietro Ziani, che gli successe nel seggio Ducale, giudicò di non poter meglio onorare la memoria di un cittadino sì degno, quanto col soddisfare a proprie spese al voto che fatto egli avea, di erigere a san Nicolò protettore de' marinaj, nel palazzo Ducale, una cappella, se ottenuto avesse il compimento de' suoi desiderj. Tanto egli eseguì facendovi dipingere sulla muraglia la presa di Costantinopoli. Un incendio dopo molti anni ridusse in cenere la cappella; ma un altro Doge, cioè Andrea Gritti rifare la fece, e sin agli ultimi giorni della Repubblica si festeggiò ogni anno la memoria di questo fatto, recandosi i Dogi con tutta la Signoria nel dì 6 dicembre, giorno di san Nicolò, ad udire in questa cappella la messa solenne, ed a render atti di grazie all' Ente supremo che avea così bene favorite le nostre imprese.

Il Governo volle eternare in altro modo ancora la memoria del grande avvenimento, facendone dipingere tutta la storia sulle pareti del palazzo Ducale. Si provarono le fiamme di distruggere tal monumento di gloria, ma invano; giacchè alle prime incendiate pitture ne vennero tosto sostituite di nuove, le quali possiamo tuttavia ammirare nella sala, che fu un tempo del Gran Consiglio, ed ora accoglie la pubblica Biblioteca. Otto gran tele ci rappresentano le varie circostanze del fatto. I soggetti attuali sono in parte quelli stessi ch'erano stati trattati in antico. Io tenterò qui di farne la descrizione, per quanto una penna inesperta potrà seguir da lungi il vivace lavoro di portentosi pennelli.

Quadro I.

Domenico Tintoretto vi avea dipinto la cerimonia, ch'ebbe luogo nella chiesa di san Marco all'occasione di ratificare il trattato con i principi Crociati alla presenza del popolo Veneto. Il Lorenese Giovanni le Clerc si accinse a ripetere il fatto medesimo. Egli rappresentò l'interno della chiesa di san Marco ricopiato dall'originale in modo da farne illusione. Tutti i principi Grociati vi sono raccolti e sì bene contraddistinti, che tu giungi a riconoscer ciascuno. Ecco conte di Fiandra; ecco Enrico conte di san Paolo; ecco Luigi conte di Savoja; ecco Bonifacio marchese di Monferrato, ed altri ancora. Il popolo Veneto si affolla per essere testimonio e giudice al tempo stesso; presta egli la massima attenzione al discorso del Doge Enrico Dandolo. Questi dall'alto della tribuna sta annunziando pubblicamente gli articoli del trattato con li Crociati. Unanime è l' approvazione; la gioja brilla negli occhi di ognuno; tutte le menti sono egualmente colpite da rispetto, da fiducia, da ammirazione verso questo venerabile vecchio, e malgrado le differenti attitudini degli spettatori, puossi facilmente indovinare, che il Doge Enrico Dandolo verrà, con universale consenso, acclamato capo di questa grande spedizione.

Quadro II.

Anticamente in questo quadro Luigi di Murano aveva rappresentato l'imponente spettacolo offerto nelle lagune della flotta Veneziana composta di 100 grossi vascelli, di 120 galee e di 60 bastimenti da trasporto, allestiti per la partenza. Distinguevansi pur anche quelle tre gran navi chiamate il Paradiso, il Mondo, il Pellegrino, che furono la meraviglia e lo spavento dei nemici. Al momento di rimettere il quadro parve cosa poco importante il figurare un semplice apparecchio di navi, e si giudicò esser meglio l' esprimere un fatto. Quindi si diede per soggetto ad Andrea Vicentino la conquista di Zara, richiamando per tal modo alla mente un'azione gloriosa de' Veneziani, ed un tratto considerabile della loro destra politica. Quest'eccellente pittore ci presenta la vista della città di Zara dalla parte del mare, ed insieme quella della nostra formidabile flotta, che ha già forzato l'entrata del porto, quantunque gli assediati l' avessero chiusa con forte catena. E soldati e marinaj animati dal loro intrepido comandante Enrico Dandolo danno l'assalto alla città; tutti a gara fanno giuocar i dardi e le balestre per tener lontani i nemici. Già le mura si scalano, già la città è presa: che cosa resta a fare ai miseri abitanti in sì crudele frangente?

Quadro III.

L'unico rifugio per gl'infelici Zaratini si era quello soltanto d'implorare clemenza e perdono al vincitore. Non l' osavano però; che troppe volte aveano essi abusato dell'indulgenza dei Veneziani. Domenico Tintoretto nel suo quadro ci mostra la risoluzione presa dagli abitanti di Zara. Vedesi una lunga processione di donne e di giovanetti vestiti tutti di bianco, che in atteggiamento umile e sommesso vanno a giurar fede e obbedienza in nome de'cittadini, ed a presentare al Doge le chiavi della città. Ad uno spettacolo sì commovente tutti i Principi si mostrano inteneriti; s'interessano vivamente in loro favore, ed esercitano de' buoni uffizj presso i Veneziani, onde accordino il perdono a quei messi innocenti, che vengono ad implorarlo per tutti. Non v'è da dubitare; il Dandolo glielo concede, e di più leggonsi sul suo volto generose promesse di un avvenire veramente felice. I Veneziani non hanno mai mancato alla loro parola.

Quadro IV.

Jacopo Tintoretto in prima, poscia Andrea Vicentino espresse in questa tavola la scena interessantissima del giovane Alessio Comneno, che presenta ginocchioni al Doge Dandolo le lettere commendatizie dell'imperatore Filippo. II Doge sta seduto sul suo trono circondato da' principi Crociati e da'suoi uffiziali. Il genio dell'artista seppe rappresentare al naturale le diverse sensazioni che provano que'personaggi. L'attitudine del giovane principe ed il suo volto palesano abbastanza qual vivo dolore lo penetri, ed ogni cuore se ne sente commosso. Il Doge che nulla più bramava pel compimento de' suoi voti, quanto questa comparsa, c'indica in tutta la sua fisonomia le di lui future speranze; pure egli deve nascondere ciò che gli bolle in cuore. Sa di aver a fare con uomini di coscienza timida, e troppo facile a restare spaventata da quella potenza, che coperta da un mantello venerabile avea già stabilito l'opinione generale a piegare ogni cosa al suo volere; talmentechè v' era tutto da temere per parte di questi. Di fatti si osservano fra gli spettatori alcuni, i quali atterriti dalle bolle del Papa, guardano quasi con orrore quella flotta, che sta in qualche distanza, e che si può credere ora destinata per tutt' altra spedizione, che per quella di Terra-Santa. Pure sonovi alcuni altri tra gli astanti, che gettano pietosi gli occhi sul greco Principe, e già si mostrano disposti ad intraprendere tutto in suo favore. Essi sembrano partecipare delle pene e delle sciagure di un uomo, che nato in mezzo alle grandezze eccita viemaggiormente la compassione delle anime nobili e generose.

Quadro V.

È nobil lavoro d' Jacopo Palma il giovane, il quadro che vien dopo. Una galleggiante selva di alberi, di antenne, di sarte, fra mezzo alle quali fiammeggiano le Venete insegne, ci rappresenta la nostra flotta, che dopo aver vittoriosamente superati que' due famosi Promontorj di Sesto e di Abido, trovasi in faccia alle mura di Costantinopoli. L'usurpatore Alessio ricusa di arrendersi, e i Crociati sono risoluti di non più differire l' attacco. La catena che difendeva l'ingresso del canale è da' Veneziani spezzata. Vedi: la flotta è già nel porto; il fuoco invade i vascelli nemici; un fuoco eguale si appicca a molti quartieri della città; non v' è più salvezza per i Greci; tutto dee cedere dinanzi a sì valorosi guerrieri.

Quadro VI.

Toccò al pennello di Domenico Tintoretto il sottoporre agli occhi de' risguardanti il magnifico aspetto di Costantinopoli, che lungo le rive del mare distende le solide sue mura fortificate di numerose torri. Tra le navi Venete dalle quali è cinta, si distinguono quelle due sterminate, il Paradiso e il Mondo, che insieme legate rendono più facile e più efficace l' effetto delle macchine d' attacco. Se l'ardore de' soldati apparve grande nel primo conflitto, quando trattavasi di riporre sul trono avito un principe sventurato, qui è ancor più furibondo e terribile, trattandosi di vendicare il proprio onor vilipeso, e di punire la più nera perfidia. Il Dandolo è l'anima di tutta l'impresa. Armato da capo a piedi, egli sta più di tutti esposto ai colpi nemici. Innanzi a lui sventola lo stendardo di san Marco, e su quello tutti giurano di vincere o di morire. Una scarica generale di pietre e di dardi dà principio all'assalto: i Francesi sono audaci; i Veneziani abilissimi. In mezzo a torrenti di fuoco greco che investe gli assedianti, si ravvisa Pietro Alberti veneziano, che slanciasi fuori del vascello, s' arrampica sopra una delle torri, ne guadagna la sommità, salta sulla piatta-forma colla sciabola alla mano, attacca, uccide, rovescia tutto ciò che incontra, e già lo stendardo della Croce è piantato sulle mura nemiche. Andrea d' Urboise francese fa altrettanto sopra un' altra torre, ed una folla di soldati valorosi respingono i Greci, e li rovesciano dall'alto delle mura. Si sforzano le porte della città, i nemici fuggono, i Crociati inseguono, ed a gran colpi e senza distinzione tutto abbattono. Generale è l' orrore, la confusione, il macello. Poichè per salvar la città più non vale la forza, si ricorre alle preghiere. Ed ecco in fatti in mezzo al bollor della mischia uscire dalla porta una lunga processione. Vi precede il clero colla croce inalberata e colle sante reliquie. Il popolo senza capo e senza soldati venne ad implorar la clemenza de' vincitori. Il Doge ed i Principi sono troppo generosi per abusare della sommissione di tutta questa moltitudine supplicante.

Quadro VII.

Scena egualmente grandiosa fu riserbata alla bravura di Andrea Vicentino, onde rimettere il dipinto di Francesco Bassano, ehe fatalmente perì. Egli fè brillare il suo talento e la ricchezza della sua immaginazione nell' aprirci il magnifico tempio di santa Sofia, in cui dodici elettori, parte Veneti, parte Francesi, stanno raccolti sopra una specie di tribuna per la creazione del nuovo Imperatore. Benchè si tratti di acquistare la prima corona del mondo, l'attitudine di tutti que'personaggi ci assicura non esservi rivalità fra loro, non brighe di alcuna specie; tutti egualmente operano di buona fede: esempio assai raro fra due popoli emuli nel valore, in una elezione di tanta importanza. Gli sguardi di ognuno sono particolarmente diretti verso il Doge. L'alta considerazione ch' egli gode, farà certamente cadere su di lui la scelta. Repubblicani non temete, ch'egli preferisca altri titoli a quello di libero cittadino, nè altri interessi che quelli della sua patria!

Quadro VIII.

Il giovane Baldovino conte di Fiandra è creato Imperatore. La cerimonia della sua incoronazione era l' unico fatto, che mancasse a presentarci compiuto il grande avvenimento. Se nol possiamo più vedere quale lo avea ideato Francesco Bassano, non abbiamo troppo di che dolerci, mentre Antonio Vassilachi, detto l' Aliense, che venne trascelto a rinnovarlo, fu pittor tale da eccitar la gelosia nello stesso magnifico Paolo. Qual v'è cosa più stupenda della Piazza Maggiore di Costantinopoli variamente fregiata di logge, di piramidi, di palagi? La grand' arte della prospettiva usata sì nella disposizione degli edifizj, come nella collocazione e negli scorci delle infinite figure, ond'è composta la folla del popolo accorso alla funzione, ci fa comprendere la grande estensione del luogo. Ma i nostri sguardi vaganti per sì vasto spazio, vengono presto richiamati a fissarsi sopra il gruppo più vicino, che forma il soggetto primario del quadro. Sopra un'alta gradinata s'innalza un trono coperto di ricco baldacchino, e sul trono siede quell' eroe sì degno dell'immortalità, quel modello del vero Repubblicano, quell'Enrico Dandolo infine, il quale sta in atto di riporre sul capo del nuovo monarca una corona, che il comun voto avrebbe volentieri riposta sul suo. Ma egli è più contento di disporre delle corone che di conseguirle. Baldovino benchè vestito con regal pompa, e collo scettro in mano gli sta ginocchioni dinanzi. Tutti gli spettatori sono giubilanti: godono del proprio stupore, nè sanno che cosa ammirar più, se il nobile disinteresse dell'uno, o la fortuna dell'altro

Oh pittura, arte divina e vero incanto de' sensi, quanta lode a te non si deve, che sì felicemente perpetui le grandi azioni, e quasi vive le presenti anche agli occhi del volgo, del che certo vantar non si possono le dotte carte degli scrittori! Ma quanta lode insieme non è dovuta agl'illustri capi del Veneto Governo, che non ommisero giammai occasione di rivolgersi a così nobile uso, e nell'atto d'immortalare gli eroi benemeriti della patria, animarono pur anco il genio degli artisti, aprendo alla posterità una carriera, nella quale non lascieranno giammai i Veneziani di tenere il posto più luminoso!

Malgrado tutti i vantaggi che l' illustre Doge Enrico Dandolo ritratti avea dalla celebre conquista di Costantinopoli, egli non era pago abbastanza; desiderava inoltre il possesso dell'isola di Candia. Questa era stata ceduta a Bonifacio marchese di Monferrato da Alessio figlio d'Isaaco, mercè di un particolar trattato. Il Dandolo seppe fare in modo, che Bonifacio gliela cedette, mediante una grossa somma di danari. Non potea però dirsi pagato a troppo caro prezzo un acquisto di sì grande utilità. Quest' isola, che anticamente chiamavasi Creta, venne celebrata da molti scrittori. Nomavasi l' Isola di cento città, delle quali ai tempi di Plinio ne esistevano ancora quaranta. La sua fama fu tale, che perfino si ebbe ricorso alla mitologìa per innalzarne la gloria. Dicevasi essere stata governata dagli Dei, o almeno da alcuni uomini, che agli Dei rassomigliavano. Ciò che anticamente correva intorno al re Minosse, viene ripetuto anche oggidì, se non come una verità di quei tempi, almeno come il miglior esempio da essere offerto ai monarchi; poichè secondo gli storici più antichi, egli fu che colla sua saggezza e moderazione rese Creta possente e felice: gloria, dice Fenelon, che ha cancellato quella di tutti i conquistatori, i quali vogliono fare servire i popoli alla lor gloria, cioè alla loro vanità.

La posizione di quest'isola è la più vantaggiosa per lo commercio. Trovasi all' imboccatura dell' Arcipelago; ha l'Europa da una parte, l'Asia e l'Africa dall'altra, che tiene, per così dire, in soggezione. Essa è circondata da colline piacevoli, da fertili valli, da montagne coperte di pini e d'abeti molto opportuni alla costruzione de' vascelli; ed a'piedi di queste montagne verdeggiavano una volta boschetti di cedri e di aranci odorissimi. Non potevasi vedere senza ammirazione il gran numero di armenti e di greggie, che mugghiando e belando si disperdevano per quelle ridenti vallate, e pasturavano in mezzo a salubri praterìe innaffiate da pure sorgenti, e da ruscelli che le dividevano. L'occhio scorreva deliziosamente sopra que'campi da ricche messi coperti, che venivano a terminare alle falde de' colli, su cui le viti pendenti in festoni dagli alberi, offrivano bei gruppi variamente colorati, e contenenti un succo dolce e spiritoso, che prometteva ai vendemmiatori una bevanda, nella quale doveano ben presto perdere la rimembranza delle loro fatiche e dei loro lavori. Non conviene dunque maravigliare, se un'isola sì feconda sia stata sempre vagheggiata da tutti i conquistatori. Di fatti moltissimi e Greci e Barbari ne fecero, or questi or quelli, la conquista. Metello, dopo la sua vittoria sopra Antiochia, la sottomise alla Repubblica Romana. Fu pure soggetta agl'imperatori di Rome anche dopo che il seggio imperiale si trasportò in Bisanzio. Venne poscia presa e saccheggiata più volte dai Saracini. Furono essi che le cangiarono il nome, e la dissero Candia, forse a cagione della bianchezza de'suoi monti, che secondo Strabone, chiamavansi candidi o bianchi. Questi nuovi conquistatori vi costrussero la metropoli, che venne egualmente detta Candia. Tre secoli dopo ritornò in potere de' Greci sotto il regno dell'imperatore Niceforo Foca, e vi rimase fino all'epoca in cui fu ceduta al marchese di Monferrato, o sia ai Veneziani.

Se Venezia alla nuova d'un acquisto sì importante sentì tutti i trasporti della gioia, i Candiotti al contrario mercè dell'odio implacabile che aveano giurato ai Latini, si abbandonarono alla desolazione per essere stati ceduti alla Repubblica. Si lusingarono nondimeno di poter colla loro unione respingere questi nuovi padroni, ed assicurarsi da ogni invasione. Ma al momeato dello sbarco, tutto loro mancò. Il valore de' soldati Veueziani e la buona condotta de'loro capi ne compierono tosto la conquista.

Cominciossi in prima dall'esaminare qual Governo potesse meglio convenire a quest'isola, avuto riguardo alla sua estensione, allo spirito ed all' umore de' suoi abitanti. Dopo mature riflessioni fu deciso di trasportar in Candia una numerosa colonia di Veneti nobili e plebei, i quali aumentando la popolazione, potessero insiemé bilanciare la forza attuale del regno. Vennero assegnate ad essi alcune terre, e data una costituzione Repubblicana simile a quella della Capitale, a cui Candia dovea per sempre essere unita e soggetta. Il primo Doge che partì per Candia co' suoi Coloni, fu Jacopo Tiepolo.

Malgrado delle ben saggie ed avvedute sollecitudini de'Veneziani, essi non poterono soffocare la rabbia degli uni, l'invidia degli altri, e la gelosia di quelli che pretendevano gareggiare con essi loro in fatto di commercio. I Genovesi troppo deboli ancora per osar di lottare a forza aperta, ricorsero all' astuzia per sollevare i Candiotti contro il Veneto Governo. La protezione ad essi accordata da Roberto compì di determinarli. Dopo qualche anno il tradimento del Duca di Naxe incoraggiò l'audacia de' ribelli, che trovarono nuovi soccorsi presso l'imperatore Niceta; di modo che, durante un secolo e mezzo, quest'isola fu esposta a frequenti rivoluzioni, ed a ribellioni continue sotto differenti forme e pretesti diversi, che si sarebbero eternati, se non vi si ponea termine collo spargimento del sangue: mezzo infelicissimo per cuori paterni, che versano lagrime sopra simili trionfi.

Ma la sollevazione più fatale, e che più particolarmente immerse nell'afflizione i teneri padri della nostra patria, quella si fu che accadde nell'anno 1361 sotto il Doge Lorenzo Celsi. Questa volta il disordine non venne dalla parte dei Greci nativi, poichè dopo parecchi infruttuosi tentativi sembravano finalmente disposti a tollerare l' imposto giogo. Furono bensì i Veneti coloni stabiliti nell'isola, i quali unanimemente inalberarono lo stendardo della ribellione. Cominciarono dal lagnarsi, che nessun di loro fosse chiamato a Venezia ad occupare il posto di Savio, ch'era una delle prime dignità dello Stato, pretendendo che per essere essi una porzione distinta del corpo della Repubblica non doveasi trascurare di assegnare loro nel Gran Consiglio un certo numero di posti, afine di avere in Venezia persone, che procacciassero di preservare i loro diritti e difenderne gl'interessi. Su di ciò si determinarono di presentare al governo di Candia una supplica, la quale letta appena, uno de' Consiglieri rivolto a' deputati disse con ironia: ah! ah! vi sono de' Savj fra di voi? Questo amaro scherzo fu la scintilla, che accese un grande incendio. Da quel momento ad altro non si attese, che a macchinare la ribellione. Vi voleva nondimeno un pretesto; e questo si trovò, benchè mancante di fondamento. Il Senato di Venezia avea spedito in Candia un ordine, con cui veniva stabilita una nuova imposta, per la riparazione del porto e del molo. Gl' isolani senza punto badare all'utile comune che dà queste operazioni derivava, si ammutinarono, dichiarando di non voler assolutamente obbedire, e sull'istante presero le armi. Si portarono tumultuariamente al Doge Leonardo Dandolo, e trovando le porte chiuse si provarono di abbatterle. Allora il Doge escì co'suoi Consiglieri, perorò ai malcontenti, rinfacciò loro, benchè con dolcezza, l'indecenza e l'irregolarità della loro condotta, e gli esortò alla tranquillità, all'obbedienza. Nulla potè-calmarli, e fu quasi un prodigio s'essi non segnarono collo spargimento del sangue i primi movimenti dei loro temerarj trasporti. Si contentarono di arrestare il Doge ed i suoi Consiglieri, racchiudendoli in una prigione. Poscia si scelsero un capo che chiamavasi Marco Gradenigo. Siccome molto ad essi importava l' avere i Greci dal loro partito, per renderseli favorevoli abolirono il rito latino in tutte le chiese. Sostituirono lo stendardo di san Tito a quello di san Marco; apersero le prigioni; misero i delinquenti in libertà, a condizione però che si ponessero nelle loro truppe, e che servissero gratuitamente per sei mesi.

Appena l'infausta notizia pervenne a Venezia, che vi destò la massima costernazione, inspirata dal timore di perdere un'isola sì utile e sì cara. Un altro sentimento vi si aggiunse ancora. Molti cittadini erano costretti ad affliggersi per la perdita di alcuni parenti o amici, che conveniva sacrificare alla patria. Il Senato tenne a quest'oggetto alcune assemblee straordinarie, e l' opinione che prevalse fu di ascoltare anche in questa circostanza la voce della moderazione sì naturale ai Veneziani. Venne spedita una commissione per procurare di richiamare con dolcezza i Coloni alla ragione; ma nulla valse a piegarli. Si volle fare un altro tentativo, spedendo da Venezia una nuova deputazione; ma infine vedendo vani tutti i mezzi della persuasione, si ricorse alla via dell'armi. Volle il Senato prima di ogni altra cosa assicurarsi della buona disposizione de'Principi cristiani in suo favore, è poichè ebbe le risposte favorevoli, proclamò i nomi dei capi de' ribelli, e li dichiarò traditori della patria. Poscia si diede a formare un disegno di operazioni militari per la ricuperazione dell'isola. Vennero dati tutti gli ordini necessarj per l'armamento di una flotta di trentatrè galce e di molti bastimenti da trasporto. Si fece nelle vicine provincie una gran leva di soldati, onde formare un'armata di terra. Ma la difficoltà maggiore stava nello scegliere un abile generale straniero per comandarla, poichè, come l'abbiamo veduto altrove, per legge niun gentiluomo Veneziano poteva esser capo di un'armata terrestre. In quest'incontro il Doge Lorenzo Celsi gettò l'occhio sopra Lucchesino dal Verme, che trovavasi al servigio dei Signori di Milano. Per ottenerlo, pensò di valersi del Petrarca, che stava allora in Venezia, e ch'era intimo amico di quel generale. La mediazione ebbe una felice riuscita. Lucchesino giunse tosto a Venezia, ricevette gli ordini, ed assunse il comando della truppa.

Mentre facevansi i preparativi necessarj per questa guerra, i ribelli di Candia pubblicavano manifesti, che proibivano sotto pene rigorosissime il parlare di accordi o di sommissioni ai Veneziani. Decretarono inoltre, che chiunque ricusasse di seguire il loro partito, sarebbe senza remissione posto in pezzi. Quest'orribile decreto fu l'origine di avvenimenti ancora più atroci Le case, le proprietà di molti abitanti furono saccheggiate, e le loro vite esposte al furore d'uno sfrenato popolo. Non v'erano più consigli per dirigere gli affari, nè sicurezza per chi che sia. Il sospetto si librava su tutte le teste; tutto era confusione, disordine; si giunse insino ad andar armati al palazzo chiedendo la strage di tutti i Latini, che trovavansi nelle prigioni. Questa moltitudine dimandò inoltre, che dieci Greci fossero ammessi in tutti i Consigli di Stato, e che senza di essi non si potesse deliberare di verun affare relativo al regno. Tutto era stato regolato sino allora col consiglio di Giovanni Calergi, cittadino il più accreditato dell'isola ed il più amato dal popolo. Pure ben presto sospettossi anche delle di lui intenzioni. Si credette ch'egli volesse rendersi assoluto padrone di tutta l'isola, e sull'istante fu preso e balzato da una finestra del palazzo. Quel medesimo popolo, che poco innanzi lo avea proclamato liberator della patria, ecco che ora lo giudica degno di una tal morte; applaude a' suoi assassini, e spinge il suo frenetico furore fin a gettarsi sul cadavere insanguinato, che lacera in mille pezzi, portandoli in trionfo per tutta la città.

Alla vista d' uno spettacolo sì orrendo, d'una condotta sì barbara, la maggior parte de' nobili ch'entravano tra i ribelli, vedendo l'incostanza del popolo, cominciarono a temere per la propria sicurezza. Giudicarono essere più saggio avviso il prevenir le sciagure, invocando la paterna clemenza del Governo di Venezia. Ma il partito contrario più ostinato ne' suoi torti, si manifestò di una opinione affatto diversa; disse, che se l'isola dovesse divenire soggetta, doveasi preferire di sottommetterla a qualsisia altra potenza, fuorchè a quella de' Veneziani, i quali sotto sembianza di una finta umanità, cercherebbere d'ingannare la buona fede dei più creduli, per poi perderli tutti. Il sedizioso consiglio prevalse; quello della prudienza venne rigettato; e dopo di avere bilanciati tutti gl'interessi dei principi, si risolse di offerire alla Repubblica di Genova la sommissione volontaria di tutta l'isola. Marco Gradenigo, udita la proposizione, cercò di frastornarla; ma il di lui troppo tardo zelo non fece che affrettargli la morte. Egli fu trucidato sul fatto, e poco mancò che non corressero egual sorte quegli altri tutti, che si trovavano di simile avviso. Niuno osò più dir parola. I sediziosi seppero prevalersi della confusione e del silenzio inspirato dallo spavento per disporre del destino generale. Fecero in sul momento partire una galera con due deputati per eseguire il disegno di sottomettersi ai Genovesi; ma questi già prevenuti dai Veneziani, rifiutarono l'obblazione, e rimandarono a casa gli ambasciatori senz'aver nulla ottenuto.

Grande fu in Candia lo sconforto per questa vicenda; pure fu un nulla in paragone dello spavento cagionato alla vista di una numerosa flotta Veneziana, che venne ad ancorarsi nel porto della Fraschia. Seimila uomini di truppa di terra fecero lo sbarco senza trovarvi la menoma opposizione. Lucchesino dal Verme cominciò dallo stabilire il suo campo su i lidi del mare. Mentre egli era inteso a ritirare dai vascelli le munizioni necessarie e a formare i suoi magazzini, cento de' suoi soldati uscirono dal campo per andar a saccheggiare nel vicinato. Vennero essi incontrati da un grosso distaccamento di ribelli, che li uccisero tutti sino all'ultimo. Per dimostrare poi l'odio che portavano ai loro antichi padroni, ne maltrattarono i cadaveri, li mutilarono e li dispersero per le campagne. Tanta barbarie accese vieppiù i soldati Veneti, ed inspirò loro la risoluzione di non dar più nessun quartiere al nemico. Questo incoraggiato dalla buona riuscita del primo incontro, prese animo, ed osò sfidar i Veneziani in campo aperto. Lucchesino lasciollo avvicinare; ma quando lo vide a portata di freccia, diede il segnale dell'attacco. Le brigate piombarono su i ribelli, posero in disordine le loro file; nulla potè resistere a quell'ardor di vendetta, che li animava. La disfatta de' Candiotti fu compiuta. Alcuni soldati compresi di spavento si salvarono sulle montagne; il maggior numero perì colle armi alla mano. L'armata vittoriosa giunse alle porte della città; superò i borghi, li saccheggiò, ed incendiò le case. In quel momento stesso la flotta entrò nella rada di Candia. Gli abitanti costernati da un avvenimento, che non lasciava loro più veruna speranza, e vedendo la città sul punto d'esser presa d'assalto, inviarono un oratore al Comandante della flotta per implorare clemenza. Il deputato presentossi in atto supplichevole; cercò di gettar tutta la colpa della ribellione sopra la temerità di un piccolo numero; rappresentò trovarsi la città tutta immersa nel pianto, benchè la maggior parte degli abitanti fossero innocenti. Protestò, e giurò fedeltà e obbedienza alla Repubblica, scongiurò perchè fosse risparmiata una città ch'era l'ornamento del regno, e perchè sottratte pur fossero le loro mogli e i loro figliuoli al furore dei soldati. Quel comandante lo ascoltò senza mai interromperlo; poscia gli rimproverò la mala fede di un popolo sì accarezzato dal Governo Veneto, e che tante volte provato avea gli effetti della di lui clemenza. Indi gli fece sperare il perdono, qualora gli fossero dati indubitabili pegni di sommissione con promessa di esser sempre fedeli, senza mai più eccitare torbidi nell'isola. Aggiunse, che questo perdono egli non poteva concederlo che ai meno colpevoli, ma in quanto ai principali autori della ribellione, essendo persone facinorose ed infette, non potevano essere sottratti al meritato castigo. Prese tali disposizioni e segnati i patti, la città aperse le porte, e gli abitanti accolsero l'armata con una profonda umiltà.

Venne poscia staccata una galea per recare a Venezia sì fausta notizia, ove ognuno stavasi impaziente di conoscere il vero stato delle cose; poichè tutto ciò che era preceduto, annunziava per parte dei Coloni una ostinazione difficile a vincersi. Ma alla fine il giorno 4 giugno un seguale dato dall'alto della torre di san Marco, pubblicò l'arrivo di una galea, che si affrettava di guadagnare il porto. La curiosità spinse una folla immensa su i lidi. Quando essa vi giunse, e si seppe che i ribelli di Candia erano stati vinti, che le loro città, le loro castella s'erano rese, che l'isola intera erasi sottomessa, allora la gioja de'Veneziani fu una specie di ebbrezza generale. Il Doge Lorenzo Celsi ordinò subito, che per tre giorni si dovesse in tutte le chiese rendere solenni grazie a Dio; e volle in oltre che questi atti religiosi fossero seguiti da pubbliche Feste. Ordinò giostre e tornei magnifici. Il valoroso General dal Verme venne invitato a presedervi e a distribuirvi i premii. Il celebre Petrarca, al quale aveasi una sì grande obbligazione, ebbe un posto distinto. Questo capo della Repubblica delle lettere venne collocato alla destra del capo della Repubblica di Venezia. Testimonio oculare degli spettacoli dati in quest'occasione, il Petrarca ne scrisse tutte le particolarità in una lettera latina diretta al suo amico Pietro Bolognese. Siccome questa lettera non è mai stata tradotta, così penso di far cosa grata ai miei lettori di darla qui intera. Troveranno in essa di che appagar pienamente la loro curiosità, riguardo a tutto ciò ch'ebbe luogo in Venezia in tale occasione. A testimonio sì illustre e sì autentico sarebbe ardire inescusabile, se io aggiungessi una sillaba.

Petrarca—Senili—Ediz. di Basilea tom. I, pag. 782.

A Pietro Bolognese.

Benchè essendo presente coll'animo, nè troppo lontano col corpo, tu per l' orecchio accolga lo strepito e gli applausi, e direi quasi per gli occhi il fumo e la polvere degli spettacoli, e restandoti alcuna cosa a sapere, suppliscavi notte e giorno la viva voce de'passeggieri, credo tuttavia, che con piacer udrai dalla mia lettera, ciò che con piacer maggiore avresti cogli occhi mirato, se un corporal morbo non t'avesse invidiato il bellissimo divertimento. E quale infatti, quale spettacolo più vago e più giusto immaginare si potrebbe, quanto il mirare una città giustissima, non d'ingiurie fatte ai vicini, non d'intestine discordie o di rapine come le altre, ma esultare della sola giustizia? È questa l'augustissima città di Venezia, unico nido in presente di libertà, di pace, di equità; unico rifugio de'buoni; unico porto in cui le navi sbattute da tiranniche e guerriere burrasche amano di ritirarsi in salvo; città ricca d'oro, più ricca di fama; potente per facoltà, più potente per virtù; fondata sopra solidi marmi, più solidamente piantata sulle basi della civile concordia; cinta da salsi incorruttibili flutti; protetta da più incorruttibili consigli. Nè credere già ch'ella esulti pel riacquisto dell'isola di Candia; che quantunque illustre per antichità di nome, pur è piccola cosa: giacchè per le anime grandi piccolo è tutto, s'anco appare massimo, tranne la virtù; ma perchè l'esito si fu, qual esser dovea, vo' dire, ella esulta non della vittoria sua, ma di quella della giustizia. E di vero, che gran vanto è egli mai per nomini forti, potenti, scorti da tanto Duce, e maestri di guerra non men terrestre che marittima, l'aver superati alquanti inermi Grecucci e la nequizia fuggiasca? Gran vanto egli è piuttosto, che anche a nostri giorni sì prestamente ceda alla fortezza la fraude, e i vizj soggiacciano alle virtù, e che tuttora Iddio abbia cura, e provvegga alle umane vicende. Io sono il Signore, egli dice, e non cangio. E di nuovo: Io sono chi sono. Nè tale infatti in istretto senso e semplicemente sarebbe, se in lui cangiamento avvenisse. Ciò che fu, tuttora egli è; nè a caso tal nome gli attribuisce il Salmista. Di più ciò che fu, e ciò ch'è, sarà sempre. Anzi il Dio che fu e che sarà, non è ciò che a lui propriamente conviene; ma solo il dire, egli è. In simil guisa, ciò che seppe, egli sa; ciò che volle, egli vuole; ciò che potè, egli può. Su di che se talun mai dubitasse, veggendo che le colpe umane palesi, e quelle sottoposte all'occulto giudizio divino alle volte da lui pajon negligersi, ecco come testè fu tal verità comprovata dalla stupenda celerità d'una facile e non sanguinosa vittoria; celerità tale e tanta, che come d'altra nazione in Roma, così a Venezia riguardo ai Candiotti avvenne, ch'io prima udissi compiuta, che cominciata la guerra. Quindi il gaudio, quinci il trionfo. Sarebbe cosa lunga e non conveniente ad una penna umile ed occupata come la mia, il riferire tutta la serie di questa sacra letizia. Odine il succo— Stando io per avventura alla finestra ai 4 di giugno di quest'anno 1364 sull'ora sesta del dì, cogli occhi volti all' alto mare, ed avente meco il mio già fratello, ora padre amatissimo arcivescovo di Patrasso, il quale dovendo al principio d' autunno passare alla sua sede, preso da sentimento di amicizia affatto superiore ai favori della fortuna, qui in questa sua casa, che mia è detta, ora conduce l'estate, ecco che una nave lunga, chiamata galea, tutta ornata di frondi, entra a remi nel porto. All'improvvisa comparsa interrotti i nostri colloquj, presagimmo bentosto dover essa recare felici novelle, tanto lieti i marinaj solcavano a vele e a remi i flutti. Oltrechè i giovani incoronati di foglie, tutti giocondi in viso e sventolanti sul capo le bandiere, stando montati sulla prua, salutavano la patria vittoriosa, ma per anco ignara della propria vittoria. La sentinella della principale torre, tosto dato il segnale, annunzia l' arrivo d'un legno straniero. Quindi la città tutta, non da alcun comando sospinta, ma da pura curiosità, si affolla al lido. Accostasi esso, e fatto presente agli sguardi, osserviamo pendere dalla sua poppa alcune insegne ostili; nè riman più dubbio non essere quella una nave apportatrice di vittorie; se non che ignoravamo di quale guerra, di qual battaglia, o di quale espugnata città ci dovessimo sperare vincitori, nè gli animi potevano comprender che fosse. Ma sbarcati i messaggi ed entrati a parlamento in Consiglio, si seppe oltre ogni speranza, oltre ogni credenza, essere tutto prospero; cioè vinti, uccisi, presi, fugati i nemici, tratti di schiavitù i cittadini, le città tornate alla divozione, rimesso di nuovo sul collo a Candia il giogo, omai deposte le armi vincitrici, chiusa senza sangue la guerra, ed ottenuta con gloria la pace. Le quali cose udite, il Doge Lorenzo Celsi (veramente eccelso) uomo, se l'amor non m'inganna, e per grandezza d'animo, e per soavità di costumi, e per l'esercizio d' ogni virtù, e soprattutto per pietà singolare ed amor verso la patria memorabile, conoscendo che nulla a dovere e felicemente operar puossi, se non si prendono dalla religione gli auspizj, si rivolse insieme con tutto il popolo a lodare e ringraziare l' Altissimo. Il che per la città intera fu fatto, ma più solennemente nella basilica dell'Evangelista san Marco, dove non potevasi a mio avviso far cosa più splendida, per quanto ad uomini far lice con Dio. Vi si celebrò infatti magnifica messa, e fu condotta un insigne processione davanti ed intorno al tempio, alla quale non solo intervenne il popolo ed il clero tutto, ma altresì gli stranieri prelati, che o il caso, o la curiosità, o alcuna ordinaria divozione tratteneva allora in Venezia.

Compiuto eccellentemente tutto ciò che a religione appartiene, si rivolse ciascuno ai giuochi, agli spettacoli. Ma sarebbe troppo faticoso l'enumerarne le specie, le forme, le spese, la pompa, l'ordine. In faccenda di tanto concorso (cosa rara al sommo e mirabile) niun tumulto in alcun luogo, niuna confusione, niuna rissa, ma tutto ripieno di giubilo, ripieno di grazia, ripieno di concordia, di amore. Benchè quivi la magnificenza conservasse il suo impero, pure acciocchè non ne fossero sbandite la sobrietà e la modestia, ma lei nella sua città e nella sua festa regnante, reggessero e raffrenassero, fu la solennità con varietà di apparati divisa in più giorni. E finalmente il tutto fu chiuso con due spettacoli.

A dir vero, io non so co' lor proprj nomi latinamente esprimerli; pure gli spiegherò in modo che tu gl'intenda. L'uno adunque, come parmi, dire si potrebbe Corsa; l'altro Combattimento: poichè nel primo ciascheduno corre solo per diritto sentiero, e nell' altro da parti opposte gli uni si scontran cogli altri. Giuochi equestri ambidue; ma il primo è senza armi; se non che trascorrendosi in esso con asta e scudo, e con alcune bandiere spiegate al vento, presenta agli occhi una qualche immagine di guerresca azione. Ma il secondo è con l' armi, ed offre l'aspetto d'una vera battaglia. Quindi è, che in quello ha luogo molta eleganza, pochissimo rischio: in questo il pericolo va del pari coll'arte, e per ciò non tanto propriamente i Francesi chiamanlo Giuoco d' Asta, nome che meglio si acconcia al primo, giacchè in quello solamente si giuoca, in questo si pugna. Del resto sì nell'uno che nell'altro (cosa che se altri a me avesse narrato, io creduta non avrei; ma che ora agli occhi miei non posso non credere) grande e mirabile apparve l'industria d'una nazione, che non solo è navigatrice e marittima, come corre universal fama, ma eziandio guerresca e marziale. Essa fe' mostra di tal perizia nel cavalcare e nel maneggio dell'armi, di tal fervore e tolleranza nella fatica, che sarebbe d'avanzo a quanti in terra ed in mare sono combattitori più gagliardi. Ambidue i giuochi vennero eseguiti in quella piazza, a cui non so se in tutto il mondo si vegga l'eguale; dinanzi alla stessa marmorea ed aurata facciata del tempio. Ma nel primo non intervenne alcun forestiero. Ventiquattro giovani nobili, riguardevoli per bellezza, per vestito, per età scelsero per sè questa porzione di pubblica letizia. Venne chiamato da Ferrara Tommaso Bombasio, il quale, onde farlo ai posteri speditamente conoscere (se alcun poco io potrò appo loro esser noto o creduto) dirò esser tale oggidì in tutta Venezia, quale una volta era Roscio in Roma, ed a me tanto caro e familiare, quanto colui a Tullio il fu, benchè siccome nell'uno di questi due amici gran parte di somiglianza ci sia, così nell'altro regnavi molta disparità. Colla di lui scorta adunque e consiglio fu il giuoco condotto, e ciò con tal ordine, che tu avresti detto non correr uomini, ma volar angeli. Gentile spettacolo in mirar tanti giovanetti fregiati di porpora ed oro, reggere col freno, e incalzare cogli sproni altrettanti destrieri co'piè ferrati e con rilucenti bardature, che pareano toccar appena la terra co' piedi. Stavano i giovani tanto intenti coll'animo ai cenni del lor condottiere, che mentre l'uno si accostava alla meta, l'altro slanciavasi fuor dalle sbarre, ed un altro al corso accingevasi. E mercè di simile alternativa ed aggiustatezza di azione in tutti, formandosi altrettanti cerchi, ne risultava una sola e continuata corsa; giacchè il fine dell'una era principio d'altra, e terminando l' ultima, tosto ripigliava la prima, di modo che correndo tanti per tutta la giornata, tu avresti detto sulla sera non aver corso che un solo; ed inoltre, ora volavano al cielo le schegge dell'aste, ora avresti sentito rombar per l' aria le vermiglie bandiere: nè a dirsi è facile, o credibile ad udire, quale per tutto il dì fosse la folla del popolo spettatore. Niun sesso, nessuna età, niuna condizione mancovvi. Il Doge medesimo ed un immenso seguito di primati occupava la fronte del tempio sopra il vestibolo, ed ivi dalla marmorea loggia vedevano tutto agitarsi quasi sotto ai lor piedi. Il sito fu, ove stanno que' quattro cavalli di bronzo dorato, opera di antico lavoro e di egregio artefice, qual ch'egli sia, che là dall'alto involano quasi il pregio a'vivi, e pajono scalpitar colle zampe. Acciocchè poi l'estivo sole nel piegar a sera non offendesse col suo splendore la vista, erasi provveduto coll'appendere di qua e di là molte tappezzerie di diversi colori. Io stesso colà invitato (e questa è frequente degnazione del Doge) fui posto a sedere alla sua destra. Ma tuttavia pago dello spettacolo di due giorni, per gli altri mi scusai, adducendo l'ordinarie mie occupazioni a tutti già note. In piazza non v' avea più nulla di vacuo, talchè, come suol dirsi, non vi sarebbe un grano di miglio caduto. La gran piazza, la chiesa stessa, le torri, i tetti, i portici, le finestre, tutto era non dico pieno, ma zeppo, murato di gente. L'inesprimibile ed innumerabile moltitudine di persone copriva la superficie del suolo, e sotto gli occhi spiegavasi la colta e popolosa fecondità di una città fiorentissima; il che raddoppiava l'allegria della Festa: nè v' avea per la plebe in mezzo a tanta giocondità cosa più gioconda, quanto il vedere e ammirar sè medesima. Alla parte destra in forma di gran palco stava eretto un solajo là sul fatto a bella posta formato di travi, su cui quattrocento matrone onestissime scelte dal fiore della nobiltà, ed insigni per avvenenza e per abbigliamenti, in fra i continui conviti ch'eran loro offerti, porgevano sul mezzodì, la mattina, e la sera l'immagine d'un celeste congresso. Alla festa inoltre intervennero (cosa che tacere per nulla si deve) alcuni nobilissimi uomini usciti a caso dalle contrade Britanniche, compagni e consanguinei del re, i quali anch'essi esultanti per la recente vittoria, erano qua venuti con viaggio marittimo usando essi coll'esercizio sul mare assai rinfrancarsi. Fu questo il compimento ch'ebbe questa corsa equestre di molti giorni, il cuï premio fu soltanto l'onore, e ciò con tal giustizia impartito, che a buon dritto chiamare si poterono vincitori tutti, vinto nessuno. Nel secondo giuoco poi, in cui maggior era il pericolo, nè poteva esser eguale l'evento per tutti i combattenti, che in parte erano forestieri, altri premii furono stabiliti; cioè una corona di fin oro di molto peso con risplendenti gemme a fregio del vincitore; ed un cinto d'argento d'insigne lavoro a conforto di colui, che avesse ottenuto il secondo grado di gloria. Già l'editto dettato in istile bensì militare e volgare, ma però fregiato del testimonio del sigillo Ducale, era stato diffuso per le provincie confinanti e rimote, onde invitare a questo (come il chiamai) equestre combattimento tutti coloro che vaghi di simil gloria volessero intervenirvi. Vi accorsero infatti parecchi non solo di patria, ma di lingua diversi, pieni di fiducia nella loro militar perizia e virtù, non che di speranza di riportare onore. Allorchè pertanto cessò la gara del primo giuoco, il secondo ai quattro di agosto ebbe principio, e durò quattro giorni con tanta celebrità, che, da che fu piantata Venezia non si vide a memoria d'uomini spettacolo simile. Sull'ultimo dì per giudizio del Doge, de' magnati, di molti militari stranieri, ed in particolare di colui, eh'era stato condottier della giostra, ed autor, dopo Dio, della vittoria e della letizia, il primo onore toccò ad un cittadino; il secondo ad un forestiere da Ferrara venuto.

Qui ebbe termine il giuoco, ma non la gioia ed i prosperi successi: qui finisce ancora la presente lettera, in cui sforzomi di restituire a' tuoi occhi, alle tue orecchie ciò che loro il morbo rapì, acciocchè ordinatamente tu sappia, ciò che tra noi si fa, ed affinchè comprenda, che anche tra gente di mare trionfa la milizia, la magnificenza, i tratti d'animo eccelso, il dispregio dell'oro e la sete di gloria. Sta sano.

Ai dieci del mese di agosto.

Ne' primi secoli della Repubblica di Venezia, i Genovesi più di ogni altro popolo erano rimasti maravigliati dell' influenza, che ha un saggio governo sopra la prosperità dell'intero Stato. Osservavano che la libertà di cui godeva Venezia avea fatto fiorire il commercio e la navigazione; che le sue flotte coprivano i mari dell'Italia e della Grecia, e penetrando nella Propontide, nella Siria e nell'Egitto, tenevano, per così dire, congiunte le tre parti dell'Emisfero a profitto della nazione, che l'abbondanza figlia della prosperità aggiungeva non solo abbagliaute splendore alla città, ma novella forza allo Stato; ch'essa aveva accresciute le armate di terra in proporzione colle marittime, e che in tal modo era giunta a fare gloriose conquiste. Tutto ciò formava l'ammirazione di un popolo, che sentiva in sè i germi del valore, ond'è che s'infiammò tutto d'una magnanima emulazione. Genova che dopo la caduta dell'impero Romano era stata perpetuo ludibrio de'barbari e de'tiranni, già prende la ferma risoluzione di spezzar le catene, e di scacciare i feudatarj, che quai sovrani l'opprimevano. Ad esempio di Venezia creossi un Doge, stabilì un Senato, formò una marina, e seguì fedelmente l'esempio degl'illustri suoi viciui. Sin qui non è che da lodare un'impresa, la quale da qualunque lato si guardi, fa onore ad una nazione. Ma non molto dopo ecco la gelosia, la rivalità, l'invidia sottentrare a quella nobile passione, che fin allora l'aveva animata. Non ardiva però ancora mostrarsi alla scoperta. Intendeva benissimo, che ad onta de' vantaggi che di giorno in giorno ritraeva dalla sua marina, essa non era in istato di far fronte alle forze di una potenza, che avea respinti gli Ungheri, assicurato il dominio della Dalmazia, protetti i Papi, raccolte palme sopra varj nemici, ottenuta gloria immortale nella presa di Costantinopoli, e finalmente ingrandito il suo Stato coll' acquisto di molte isole nell'Arcipelago, ed in particolare di quella di Candia. Fu appunto tale acquisto che punse sul vivo i Genovesi; poichè in grazia di essa, i Veneziani vennero ad acquistare un diritto d'imporre leggi a tutti i navigatori, che veleggiavano ver l'Egitto e la Siria, talmentechè non potevano questi internarsi in quelle regioni, se non protetti dalla Veneta bandiera. Cominciarono pertanto i Genovesi nell'anno 1207 dal suscitare a dirittura una sollevazione tra' Greci, e dall'insinuare ad Enrico conte di Malta, che n'era il Governatore, intendentissimo di guerra e sommamente stimato da' Greci, essere del suo proprio interesse il porre argine all'ingrandimento della Repubblica di Venezia, e rendersi affatto necessario lo scacciare i Veneziani da Candia, e il farli rientrare uegli antichi loro confini. Al qual oggetto gli offerirono ogni maniera di ajuto sì di uomini, che di danaro; protestarono di avere secrete pratiche nel paese, e s'impegnarono di far sì, che il progetto riuscisse gradito a' Greci. Questo vile maneggio però non diede loro altro profitto, che quello di avvolgere i loro nemici in una guerra, nella quale i Veneziani uscirono con onore, ricuperando l'isola, che un ignominioso tradimento avea loro rapito.

Malgrado però d'un sì prospero avvenimento, il Governo Veneto s'accese di tal ira per la vile condotta de' Genovesi, che si sprigionò allora la prima scintilla di quell'odio, che fu poscia cagione di tante guerre, e pressochè della total distruzione delle due Repubbliche. D' altra parte mortificati i Genovesi d' aver perduto il frutto de' loro maneggi e secreti raggiri, ad altro non attesero, che al modo di esercitare in palese la loro nimicizia. Di qua e di là gran flotte in mare, di qua e di là smania rabbiosa d'incontrarsi, ed un desiderio ardente non solo di vincersi, ma scambievolmente distruggersi. I Veneziani si scordarono i loro veri interessi per badare soltanto a satollare l'ardor di vendetta. Gli altri tratti da vil piacere di nuocere al nemico, si disonorarono in faccia all'Europa, stringendo alleanza coll'imperator Greco, che poi al primo pendere della bilancia a lor danno, abbandonolli.

Sfortunatissimo infatti fu per essi l'esito della prima battaglia, da cui appena uscì salvo un legno che recasse a Genova la nuova della ricevuta sconfitta. Ma le due rivali non si acquetarono che per ripigliar nuovo flato, ed incontrarsi di nuovo per battersi ancora. Infievolivansi a vicenda per frequenti zuffe; ogni soldato parea combattesse contro un suo particolare nemico, e tal era il furore degli attacchi, il disprezzo dei pericoli, la bramosìa di distruggersi scambievolmente, che beh dir potevasi rinnovellato agli occhi dell'universo l'orrendo spettacolo dell'odio di Roma contro Cartagine. Ma se vennero imitate queste due antiche Repubbliche in ciò ch'è biasimo, v'ebbe pur anco qualche azione degna de'secoli eroici, e che aggiunge splendore alla storia moderna. Uno fra i molti ne riferiremo qui, altri si vedranno a loro luogo.

Nell'anno 1294 Andrea Dandolo, comandante della flotta Veneta, ebbe la fatale sciagura di essere fatto prigioniere su quell'Adriatico, ch'egli tinto aveva di nemico sangue. Il suo vincitore Doria fece fosto suo conto di condurlo a Genova in trionfo. Il fece porre su di una nave, e legargli le mani e collocarlo in guisa, che non potesse contro sè stesso inveire. Ma che non può un'anima risoluta! Per l'orgoglioso Dandolo era intollerabile la vergogna di comparire in quello stato innanzi al Senato di Genova. Per sottrarsene, non gli restava che un mezzo. Egli colla testa diede d'un colpo sì forte contro dell'albero del vascello, al quale era legato, che s'infranse il cranio, e sul fatto spirò.

Non è a dirsi quanto i Veneziani fossero costernati all'annunzio della succeduta sciagura. Pur non lasciarono trapelar fuori quell' acuto dolore che dentro rodevali; nè altro mostrarono che una brama ognor più aperta di ragunar novelle forze non meno per difendere le loro colonie nell'Arcipelago, che per vendicarsi di un nemico che cominciava davvero ad eccitare giusti timori. I Genovesi al contrario dieronsi a solenneggiare con feste l'ottenuta vittoria, benchè la loro squadra costretta a rientrare in porto, fosse resa inabile ad agire di vantaggio per quell'anno. Ma il vincere, in qualunque modo avvenga, accresce sempre baldanza, e fa pullulare nuove pretensioni. Quelle de' Genovesi s'aumentarono a segno di volere la sovranità del mar Nero, come i Veneziani godevano quella dell'Adriatico. Lo mostrarono col fatto, impadronendosi senza precedente avviso di quanti legni Veneti entravano in quel mare. Ma que'Veneziani non potevano soffrire al certo un'usurpazione sì contraria al diritto delle genti, e per loro sì ignominiosa. Ricorsero alle armi per farsi rendere giustizia, ed ottennero nell'anno 1358 quell'illustre vittoria, che nella storia si conosce per la battaglia di Negroponte. Essa fu subito celebrata in Venezia con feste magnifiche: e con ragione; giacchè valse a consolidare sempre più la preminenza della Repubblica di Venezia su quella di Genova. A perpetuarne inoltre le memoria, il Senato ordinò, che il dì di san Giovanni Decollato, in cui seguì il fausto evento, venisse ogni anno contrassegnato da una solenne funzione. Quindi è che il Doge colla Signoria si recava alla chiesa di san Marco a rendervi con inni e sacrifizj grazie all'Altissimo per la prosperità avuta dalle sue armi.

In questa istituzione si può giudicare che anche un fine di avveduta politica avessero di mira que' saggi, che l'aveano comandata. Essi ben sapevano, che i fatti avversi non valgono a spegnere le animosità, e potevano facilmente prevedere, che i Genovesi come prima si fossero riavuti dall'abbattimento, avrebbero di nuovo attaccati i Veneziani. Ora col mantener viva per via della Festa la memoria dell'ottenuto trionfo, venivasi ad inspirare nell'animo de'nostri una sempre maggior fiducia di trionfi novelli. E certo una nazione che si ricorda e sa di avere molte volte vinto, non si lascia avvilire, se sopraggiunge qualche sventura, e trova quel coraggio che basta a salvare lo Stato dagli ultimi disastri. Della qual verità ce ne offerse più di un luminoso esempio la Repubblica nostra.

In uno fra tanti combattimenti co' nostri più accaniti nemici, vo' dire co' Genovesi, dicesi essere questi penetrati sino all' isola di Malamocco. Colà non trovarono che una vecchietta; gli altri abitani erano fuggiti. Vennero dunque a lei, e incominciarono ad interrogarla. Essa fece destramente le viste d'imbrogliarsi nel rispondere; ma pure scappò a dire, che gli condurrebbe in un'isola di là non lungi, chiamata Poveglia, ove si trovavano tutti i suoi fratelli, e ch'essi potrebbero soddisfar in tutto alle loro bisogne. Si persuasero ad andarvi. Que' fedeli Isolani, d'accordo cogli altri abitanti, fecero loro credere che per la conquista delle altre isole, mal erano adattati i loro vascelli, e che occorrevano delle zattere appositamente fatte per queste paludi, e si offrirono essi medesimi di comporle. I Genovesi ne furono contenti. Si costrussero le zattere in modo da poterle scommettere prontamente, ed intanto uno de'Povegliesi smucciò a Venezia a nuoto, avvertì il Governo del progetto, e chiese l' assenso. La risposta fu, che piaceva il loro zelo, che si sarebbero subito armati alcuni legni per andare incontro al nemico, ma insieme si ordinò sotto le più severe pene, che qualora egli chiedesse la pace, non si tentasse cosa alcuna contra esso, e si lasciasse partire tranquillamente. I Genovesi di nulla insospettiti montarono armati sopra le zattere, e si fecero beffe di qualunque parola di accomodamento. Ma in quella ecco tagliarsi i legami che tenevano congiunte le tavole, e l' armata intera seppellirsi nell'acqua, e affogare senza riparo.

Quest'avvenimento abbastanza noto, e per la serie di tanti secoli passato in tradizione, è tuttavia privo di autenticità. Avvi qualcuno che pretende essere più antico ancora, e doversi trasportare al tempo della guerra con Pipino, il che rende maggiormente difficile la cognizione del vero. Sia che si vuole, certo è che que' zelanti Povegliesi furono tra i più ardenti difensori della Veneta indipendenza, giacchè meritarono privilegi assai notabili in preferenza a tanti abitanti dello Stato. Eccone i principali:

I. Essi erano inscritti nel ruolo de' cittadini originarj.

II. Erano esenti dal servigio militare, salvo il caso che il Doge ne prendesse il comando.

III. Non pagavano dazj, nè tasse d'arti e di mestieri, nè imposte nemmen per lo scavamento de' canali interni della città.

IV. Giunti all'età di sessant'anni avevano essi soli il diritto di comperare ad un prezzo stabilito tutto il pesce che veniva dall'Istria, e di venderlo al pubblico mercato di S. Marco.

V. Godevano dell'immediata protezione del Doge, e la Magistratura delle Rason Vecchie destinata era a tratare e decidere intorno alle loro questioni e ai loro interessi.

Oltre a tutti questi vantaggi reali, eranvi altri privilegi atti a lusingare sommamente e con ragione l'orgoglio. Veniva loro permesso di offerire alcuni regalucci al Doge: per esempio il giorno del Venerdì Santo gli presentavano ottanta passere del peso di una libbra; e il giorno dell'Ascensione regalavano alla Dogaressa, o sia alla moglie del Doge, una piccola borsa di soldi di rame per la somma di cinque ducati a fine di comperarsi un pajo di nonni, o vogliam dire pianelle. Benchè ai nostri dì fossero ite in disuso queste antiche costumanze, siccome troppo semplici, tuttavia alcune altre vennero sempre osservate. Non v'ha dubbio che qualunque volta andasse il Doge in funzione nelle sue barche d'oro, il comune di Poveglia accompagnavalo in una peota, entro cui sedevano i primarj dell'isola, che facevano risuonar l' aria coll'allegro suono delle lor trombe. Così quando il Doge si recava il dì dell'Ascensione nel Bucintoro a far le sue nozze col mare, i Povegliesi nella loro peota precedevano quel superbo naviglio, ed inoltre avevano il diritto di far ala sulla destra del ponte, per cui passare doveva il Doge nell'andare dal suo palazzo al vascello, e nel ritornar dal vascello al palazzo, ed erano ammessi all'onore di prendergli la mano, e di baciargliela.

Ma il dì del vero trionfo pe' Povegliesi era la Domenica susseguente al giorno dell'Ascensione. I loro capi in numero di sedici o diciotto col Cappellano alla testa, ch'era tratto sempre da quelle antiche famiglie, delle quali qualcuna ancora sussiste, entravano nell'appartamento del Doge. Vi trovavano Sua Serenità vestito di porpora con berretta dello stesso colore, che seduto li riceveva con molta umanità. Essi si schieravano in cerchio all'intorno, ed il Cappellano, presa la parola per tutti, li presentava al Doge, siccome i veri discendenti da quelle onorate famiglie, che non cessarono mai di prestarsi al servigio dello Stato. Rammentavagli la promessa di mantener tutti i privilegi ad essi accordati, e pregavalo a voler loro continuare sempre la speciale sua protezione. Il Doge li rassicurava di tutto, aggiungendo alcune affettuose espressioni. Allora que' buoni isolani parevano scordarsi di essere davanti il loro Principe, per non vedere in lui che il loro padre, si gettavano sulla sua destra, gliela stringevano, gliela baciavano con trasporto, e come se ciò non bastasse ad isfogar la piena della loro affezione, gli stampavano un sonoro bacio sulla guancia. Se qualche critico troppo severo, per iscemar l'effetto che questa commovente cerimonia potrebbe produrre sulle anime sensibili, osasse dire, ch'essa finalmente non era che un rancido avanzo di tempi troppo semplici e grossolani, v' avrebbe luogo a rispondergli, che la sua origine merita sempre il maggiore rispetto; poichè tal cerimonia non potè certamente essere stata comandata, ma piuttosto inspirata da un sentimento spontaneo e vivissimo. E quand'anche si volesse negare a quel buon popolo un sì ingenuo sfogo del cuore, resterebbe sempre ad ammirare la bontà paterna del Principe nel tollerare un atto che nulla certo potea avere di seducente, venendo eseguito da labbra ruvide, biancastre ed irrorate d' aglio. È ben vero che ne' tempi antichi si videro anche i soldati baciar in fronte i loro officiali, il lor Capitano e fin il loro Imperatore; ma l'uso venne ben presto abolito, e Caligola fu il primo ad ordinare, che il bacio si desse sul piede; e sì piacque quest'atto ai regnanti, che anche in secoli men rimoti gl'imperatori di Costantinopoli il giorno di Pasqua ammettevano i Principi e gli Ambasciatori al bacio del piede. I soli Ambasciatori di Venezia imitando la repubblicana fierezza dell'Ateniese Conone, che sdegnò piegar le ginocchia davanti il monarca di Persia, ricusarono di porgere un bacio sì umiliante e sì vile. I Veneziani mostrarono di conoscere mai sempre il valore del bacio. In tutti gli altri paesi la religione, la politica, la prepotenza se ne valsero secondo i varii loro oggetti; noi soli lo riguardammo come pegno d'una tenera affezione, e come il vincolo più sicuro per congiungere i cuori e immedesimarli.

Posciachè le cerimonie qui sopra indicate erano compite, i Povegliesi passavano in una sala del palazzo Ducale, ove era imbandita una mensa con isquisite ed abbondanti vivande. Da principio usava assistervi il Doge, ma una malattia avendo ad un di essi impedito di andarvi, vi sostituì il suo Cavaliere, e d'indi in poi fece sempre le veci del Doge. Continuarono tuttavia ad essere serviti in vasellame d'argento per mano degli scudieri Ducali, come se lo stesso Principe vi fosse stato presente. Nel partire avevano licenza di portar seco gli avanzi del pranzo, e ad imitazione di quanto praticavasi ne' più solenni banchetti, venivano regalati di buona quantità di confetture, e di un garofano, perchè potessero, come i nostri gentiluomini, farne altrui caro dono; giacchè, qual che siasi la differenza delle classi, un cuore di buona tempera prova sempre le sue predilezioni.

Non solamente le grandi Nazioni, ma altresì i piccioli popoli, come a dire i Ravennati, i Ferraresi, i Trevigiani, i Padovani, sentivano dispetto e gelosia dell'ingrandimento della nostra Repubblica, con tutto che ne'primi secoli essa non pensasse punto a dilatare in terra ferma il suo dominio. I Padovani fra gli altri erano invidiosi delle sue ricchezze e della sua prosperità, e si sforzavano di sturbarne tutto dì la pace, sino a venire sull'orlo delle lagune per insultare i suoi tranquilli cittadini, ed oltraggiare il vessillo di S. Marco. Nel 1110 osarono inoltre di ragunare un' armata per attaccare i Veneziani, ma non andò molto, ch'ebbero a conoscere la propria inferiorità, e quindi dovettero ricorrere alla mediazione dell'imperator Enrico, che allora si trovava in Verona, e che giunse a rappacificare le due parti. Ciò non di meno le passioni predominanti non rimasero estinte. Quest'incomodi vicini vedevansi cogliere sempre ogni più leggiero motivo per tirare i Veneziani all'armi; e quando i pretesti mancavano, erano pronti gli artificj. Avevano essi osservato dipendere specialmente la sicurezza di Venezia dalla posizione, che aveale dato la natura, cingendola d'acqua marina, ed altresì dalle cure incessanti che i nostri isolani si prendevano per preservarla. Si posero pertanto ad istudiare il modo di turbare le loro acque, e disseccare le lagune. Era certo, che tagliando gli argini del fiume Brenta esso avrebbe nel suo corso verso il mare portato seco la melma e la sabbia, e che depositando queste nel seno delle lagune, ne sarebbe sortito il bramato effetto. Non sì tosto fu immaginato il progetto, che si venne all'esecuzione. I Veneziani, visto il pericolo, non tardarono ad assoldar truppe, e a scegliere Guido di Montecchio Veronese, che le comandasse. Questo valente Generale attaccò tosto l'armata nemica, ch'era accampata presso il luogo detto la Tomba, e la sconfisse, facendo un numero grande di prigionieri, e tra questi il loro Capitano. Quanto i vinti si erano mostrati pazzamente arditi nell'intrapresa, tanto si fecero conoscere vergognosamente vili nella sciagura: dimandarono la pace, e per ottenerla più presto, accagionarono la cieca moltitudine di tutto il disordine, che aveva provocato la guerra. I Veneziani troppo generosi per porre al cimento scuse così meschine, accordarono quanto veniva richiesto, e per giunta restituirono i prigionieri.

Ecco la prima guerra terrestre sostenuta dalla Repubblica: ma ben lungi che questa vittoria inspirasse ne' Veneti un'insensata fiducia nelle loro forze, essi al contrario si dierono a pensare, che non conveniva fidarsi per nulla di tali vicini, e che prudenza volea che si tenesse sempre pronto un esercito ed un Generale per tutto ciò che potesse avvenire. Su questa carica di Generale caddero singolarmente le attenzioni de'nostri savj Legislatori. La situazione della città gli avea persuasi, che il nostro unico elemento dovesse esser l'acqua; ch'essa doveva mantenerci potenti, che ad essa sola noi dovevamo dirigere tutte le nostre cure, siccome a fonte verace di ricchezza e di gloria. Volgendo le sue mire sul continente, la Repubblica correva rischio che s'illanguidisse nel cuore de' cittadini l'amor della patria; poichè la necessità di esercitarsi nelle armi, e di prender parte nelle guerre straniere, anche quando Venezia era in pace, veniva a familiarizzarli un po' troppo cogli altri popoli, e forse ad imbeverli di usi e di principj non repubblicani, i quali trasportati in patria, potevano diventar germe di corrazione, ed apprestare abborrite catene. D'altra parte il sistema già adottato di non farci grandi per via di conquiste, rendeva inutile appo noi l'avere certi Capitani intraprendenti, che colla loro ambizione avrebbero potuto tener sempre la Repubblica in inquietudine. Ch'egli è pur troppo facile il trovar fra loro qualche spirito turbolento, a cui paja tutto lecito per regnare, ed estrema follìa il rinunziare al dominio e al proprio utile per non tradir il dovere. È rarissimo in fatti il trovar un Generale così moderato, che veggendosi caro ai soldati, favorito dalla fortuna e dall'occasione, deponga spontaneo un'autorità, che può a tutto suo agio ritenere, e si mantenga fedele a' suoi superiori o agli eguali suoi, quando può ad essi comandare. D'ordinario l'ambizione non va mai disgiunta dal militar valore, ed i cuori arditi mal sopportano l'oscurità d'una vita privata. Reiterati esempj abbiamo nella Repubblica di Roma, che con tutta la sua gran possanza non seppe abbattere quella de' suoi Capitani, allorchè le vollero far fronte. A fine dunque di allontanare simili pericoii, il nostro Governo piantò per massima fondamentale di sua condotta, che in caso di guerre continentali si dovesse appoggiare il comando delle truppe ad un Generale straniero. Non di meno e' doveva aver sempre a' fianchi due Provveditori Veneziani, senza il cui assenso nulla potesse intraprendere, e ne' quali conoscesse di avere un freno contro la seduzione del danaro. Sono queste le vere cagioni, che diedero origine al Decreto, e l'anno 1146 fu l'epoca, in cui la deliberazione prese aspetto di legge.

Durò alcun tempo d'ambe le parti la tranquillità: ma nel 1214 una lievissima causa ridestò l'antica animosità tra le due nazioni; e fu questa. Nell'epoca felicissima per l'Italia Settentrionale, in cui dopo avere scosso il giogo straniero essa stava divisa in molte Repubbliche, ciascuna delle quali godeva di uno stato di opulenza, frutto della pace, dell'agricoltura, del commercio e di una lodevole industria, ciascuna città avea le sue feste e i suoi spettacoli, che attiravano infinito concorso colla magnificenza e il buon gusto. Tra queste Treviso immaginò di dare uno spettacolo affatto singolare; cioè di rappresentare l'assedio del Castello di Amore. S'innalzò la superba macchina tessuta di legni nel mezzo della maggior piazza di Treviso. Elegante n'era la simetrìa, elegantissimi gli ornati. Le mura erano coperte di rarissime pelli, di stoffe, di velluti, e di altre tappezzerie le più ricche e pompose. Le Dame più belle e più nobili della città avevano ciascuna per loro scudiere, ovvero cavaliere d'arme, una tra le più leggiadre zitelle del distretto, poichè stava a loro il difendere tutte insieme questo castello incantatore e incantato. Gli assalitori erano i giovani della propria città, e delle città convincine. Ciascuna avea fatto suo studio di spedire a questo curioso assedio i più avvenenti, i più ricchi e i più nobili tra' signori del suo recinto. Ben lungi però dal far onta alle leggi della natura coll'uso di armi micidiali, non era lecito di servirsi da una parte e dall'altra, che di fiori, di frutta, di aromi, d'acque odorose, e di ciambelle lavorate da quelle stesse mani gentili, che procacciavano la difesa del castello. Giunse dunque il dì destinato all'assalto. Gli assalitori si presentano divisi in tanti squadroni, quante erano le città a cui appartenevano. Ogni squadrone aveva alla testa il più illustre e più distinto personaggio, che recava lo stendardo della sua patria. Appena lo squadron Veneto comparve, che gli occhi di tutti quelli ch'erano intervenuti come spettatori alla Festa, rimasero abbagliati dalla magnificenza delle vesti e dalla pompa delle armi rilucenti, che vincevano di molto quelle degli-altri. Ciò non deve far stupire, atteso che i Veneziani erano superiori agli altri in commercio e per conseguenza in ricchezza; ed oltre a ciò essi avevano di fresco conquistato Costantinopoli, e portato seco loro il ricco bottino di quell'insigne metropoli. Dicesi anzi, che il capo dello squadrone vi comparisse cinto il capo d'una corona imperiale riportata testè da Bisanzio, la quale custodivasi nel tesoro di S. Marco, e che per poterla ottenere gli convenisse depositare una rilevante somma, tanto essa era ricca per oro e per gioje. Le Dame si lasciarono tosto vedere sui merli. Quelle di primo rango portavano in capo una corona d'oro sparsa di diamanti. Erano i loro vestiti ricchi d'oro o d'argento, forniti di perle e di gemme. Quelle di seconda classe, benchè meno ricche, facevansi ammirare per la molta eleganza e leggiadrìa. Congiunte queste con quelle formavano un battaglione formidabile, e mostravansi risolute di difendere, quali nuove Amazzoni, l'amoroso castello. Una musica militare mista a gridi festosi, ch'escono da tutti gli spettatori, precede l'azione. Le squadre già marciano alla volta del castello; ciascuna si sforza a gara di arrivarvi la prima per poter scalare le mura, e guadagnare le torri. Gli assalitori e gli assediati lanciano nuvole di dardi, i quali anzichè essere nocivi; riescono piacevolissimi. II combattimento sembra ostinato senza essere sanguinoso, e le acclamazioni continue manifestano la soddisfazione generale. Si chiamano per nome le Dame più belle, che si sa essere colà entro; si canta con grazia, e per quanto la distanza il concede, non si lascia intentata ogni via di seduzione. Finalmente ecco il fortunato squadron Veneto che si avanza più sotto degli altri, e quelle amabili signore già si mostrano disposte a cedere il castello. Lungi da noi l'oltraggiosa idea di credere a talun maligno cronista, il quale osò dire, che i Veneziani vi gettarono una pioggia di monete d'oro, e che le Dame non potendo resistere allo splendore di tal batterìa diedero segno di arrendersi. La grazia, la bellezza, la maestà, l'eloquenza furono in ogni tempo le armi più valide e più opportune per sedurre i nobili cuori. E chi avrebbe potuto disputare a' Veneziani la preminenza? La forma stessa del Governo non poco contribuiva a conceder loro questi vantaggi. I continui esercizj ginnastici infondevano ne' corpi una maschia bellezza; il nuoto e la scherma davano a' muscoli quella pieghevolezza, senza cui manca la grazia; la nobiltà ereditaria inspirava un carattere sublime, e una certa aria di gravità; e in quanto all'arte di persuader colla parola, chi non sa esser questo un dono che appartiene esclusivamente alle Repubbliche, ove tutte le leggi sono discusse da molti, e non partono altrimenti dal volere arbitrario di un solo? Nulla dunque di più naturale che tante attrattive potessero sedurre. Conviene d'altra parte osservare, che non trattavasi già di superare vere Amazzoni, e che quelle dame sapevano, che la loro severità non doveva essere se non da scherzo. A que' tempi non meno che a' nostri, potevano i costumi permettersi benissimo di riguardar quelle antiche eroine siccome esseri favolosi, quanto la sì celebrata Fenice; le nostre non si davano vanto d'un coraggio soprannaturale. Che che sia, i Padovani, che combattevano presso i Veneti, arrabbiavano in vedere i progressi di questi emuli, e si posero ad insultarli con motti ingiuriosi. È ben a credersi che i nostri non si lasciarono sopraffare, nè meno in questa nuova specie di guerra, il che pose il colmo alla collera de'Padovani, che non potendo più contenerla, si scagliarono sull'alfiere, gli strapparono di mano il vessillo di S. Marco, e il lacerarono. Bastò questo a produrre un grido generale che chiamava all' arme; tutto fu confusione; si pugnò veracemente dall'una e dall'altra parte e con tal furore, che i magistrati di Treviso durarono gran fatica a separare i combattenti e a farli uscir di città. Ecco qual trista fine ebbe una festa, che avea cominciato con sì gran brio, e che cagionava tanta allegrezza. Ma l'animosità era stata troppo viva, perchè le cose senz'altro si acquietassero. I Padovani non respirando che vendetta, appena tornati in patria non mancarono, siccome avviene, di mascherare il loro torto, e di dipingere la condotta degli avversarj co'più negri colori. Avrebbero dovuto disprezzare questo accidente, come frutto di vivacità giovanile; ma tutto all'opposto, furono sì goffi da farne affare di stato. Presero le armi, aizzarono i Trevigiani a secondare il loro giusto risentimento, mostrando che coll'essersi turbati audacemente i loro spettacoli, l'insulto era fatto ad essi medesimi. La vana speranza di mortificare i Veneziani armò le due popolazioni, che congiungendosi insieme vennero ad attaccare la torre della Bebe posta alle foci dell'Adige. Era questa il più forte antemurale contro le incursioni degli Adriesi, de' Ferraresi e de' Padovani. Ivi si batterono con valore d'ambe le parti, e la sorte infine si dichiarò pe' Veneziani. Un turbine improvviso uscito dalla parte del mare ne fece gonfiare le onde in modo, che queste andarono ad allagare il campo nemico, che tosto audò tutto a rumore. Durante lo scompiglio, arriva la flottiglia Veneziana, attacca e Padovani e Trevigiani, già dispersi e avviliti: molti nell'atto di fuggire vanno incontro alla morte, ed il resto è fatto prigioniero. Armi, bagagli, più di due mila carri, cavalli, buoi, macchine da assedio, tutto divien preda del vincitore. I Padovani chiesero tosto la pace; il Doge vi acconsentì, ma a condizione umiliante. Egli volle prima, che fossero trascelti quindici tra giovinastri, che nella Festa di Treviso avevano più ardentemente osato insultar alla bandiera di S. Marco, e che venissero tradotti a Venezia; indi per lo riscatto de' prigionieri chiese il tributo di due polli bianchi per ciascheduno. Se il timore di conseguenze funeste rendea difficile l'eseguire la prima condizione, la vergogna de' Padovani in vedersi a quel modo scherniti, ponea maggior inciampo alla seconda. Essi avrebbero preferito di pagar piuttosto una gran somma; ma era stile de' Veneziani il punire in un modo sensibile, nè cosa v' era più propria a questo, quanto il ferire l'amor proprio. La necessità costrinse a sottoscrivere sì duro trattato. I quindici Gentiluomini condotti a Venezia pagarono bastante pena colla sola paura che n'ebbero, e quindi si permise loro di tornare in patria. In quanto ai trecento prigionieri, essi divennero lo spettacolo e lo scherno di tutta la ciurmaglia, la quale nel giorno prefisso accorse a vedere questa nuova specie di cambio, e così quella diventò del popolo di Venezia una verace Festa. I polli vennero numerati a due a due per ciascun soldato, e durante tal computo scoppiavano acclamazioni da tutte le parti. Il popolo ebbro com' era di gioja, avrebbe voluto che i Padovani, a somiglianza del Patriarca di Grado e de' suoi Canonici, pagassero un annuo censo in memoria di questa guerra; ma il Doge Ziani era troppo saggio per non accordare che si ripetesse un insulto, il quale non dovea essere che una lezione leggera in apparenza, benchè di profonda impronta nell'animo di chi la riceveva. L'esempio addotto dal popolo non era applicabile al caso presente; poichè evvi una gran differenza tra il punire alcuni individui temerarj, ed una intera città illustre, illuminata e valorosa. Il Governo Veneto non permise dunque nè altri tributi, nè altre Feste che quelle di che parlammo; e noi qui abbiamo voluto descriver tutto con esattezza, perchè non si confondesse la Festa presente con altre che in parecchi incontri ebbero luogo, e che troveranno anch'esse il loro posto.

Nulla v'ha in questa Festa che richiami alla memoria nè una segnalata vittoria, nè una particolar divozione; e se porta un titolo sì venerabile, ciò è perchè si celebra nel giorno di santa Marta, e nella contrada che ne ha poscia ricevuto il nome, la quale si stende sopra l'estremo lembo della città, che guarda il ponente.

In antico parecchie brigate si recavano entro certe barche alla pesca della sogliola, il miglior pesce che si mangi in luglio, e sulla sera smontavano a terra, e là sul fatto facean gozzoviglia sulla riva più prossima, godendovi l'aria fresca confortatrice delle forze illanguidite dalla fatica del pescare, non meno che dal caldo della stagione. Divenuta in appresso più ricca la popolazione, ed introdottavisi la mollezza, si lasciò l'opera della pesca ai poverelli, costretti ad esercitarla per vivere, ed il faticoso trattenimento di prima si cangiò allora in un singolare divertimento. Vi s'immaginò una cena generale, in cui signoreggiava, come signoreggia anche a' dì nostri, la sogliola, antico protagonista, nobilitato poscia coll'aggiunta di una salsa, detta volgarmente saor; e questa salsa poi, siccome assai spesso avviene, usurpando per sè tutti gli onori, finì con divenire il Nume non solo delle altre varie vivande, ma, per così dire, di tutta la cena.

Quest'annuo spasso tanto più merita la nostra attenzione, perchè è uno di quelli, in cui il buon Popolo Veneto più segnatamente offre in mezzo alla gioja più viva il quadro d'un popolo amico dell'ordine, della pace e della sociale armonia. Sembra, a dir vero, che sì gran turba non sia che una sola famiglia, i cui membri, benchè infiniti, sieno congiunti con un solo legame; e che uno stesso spirito, un principio stesso gli animi tutti, quello del comun piacere.

Sentiamo noi pure certa dolce compiacenza in descrivere uno spettacolo interamente spontaneo e non ordinato, se non da quel sentimento che inspira l'universal piacere, e l'uso inveterato in questa città di fare delle corse sull'acqua: uso che rese il suo popolo ingegnoso più di qualunque altro per inventarle singolari e brillanti, e per eseguirle con desterità sorprendente. Ma il tempo che trasvola insiem col destino, cangia, distrugge, e null'altro per isciagura ci lascia, che rimembranze. Richiamiamo dunque a noi stessi ed a' nostri lettori questa scena interessante, come se ci fosse dinanzi agli occhi, benchè altro di essa al presente non ci rimanga che languide traccie.

Il luogo principale di questa Festa marittima, di questa cena generale è il canal della Giudecca, le cui acque non si scorgono più che per intervalli, e quasi pajono altrettante striscie di fuoco agitate da remi, tanto grande è la copia di barche, che le ricoprono, e tanto raddoppiata è l'illuminazione sopra le barche stesse.

Nella sera di santa Marta il ricco mostrasi, è vero, con grande splendore, ma non con fasto; e se impiega molto danaro nell'ornare la sua peota, nol fa per avvilire gli altri, ma per mostrare il suo buon gusto. L'ornamento primario delle peote consiste ne' lumi. La mira è di accoppiare la magnificenza ad una disposizione elegante e simmetrica. Spesso sulla prua si collocano concerti di voci e di strumenti da fiato, li cui suoni ripercossi dall'acqua producono un delizioso effetto, che il silenzio della notte rende vieppiù seducente.

Società numerose cittadinesche unisconsi insieme per porsi in altre grandi barche dette tartane; queste sono quelle dell'antico istituto, giacchè servivano alla pesca, e sono quelle, che più particolarmente figurano in questa Festa. Anch'esse brillano per la loro moltiplice illuminazione, poichè le lunghe funi che servono al maneggio delle vele, sono tutte coperte di palloni variamente colorati.

Altre pure ve n'hanno di più picciole, con sopravi de' padiglioni, degli archi formati di rami d'albero, delle ghirlande di fiori a più guise illuminate.

Fin la più infima barchetta del meschin pescatore è coronata di fronzuti rami intrecciati insieme con il suo pallone di carta, in cui arde un lumicino: in ciascuna di esse siedono attorno una mensa più o meno sontuosa, que' che si sono insieme riuniti per darsi in preda al diletto; e toccando i bicchieri, i toasts eccitati dall'amicizia, e dalla libertà promuovono la letizia comune. Il modesto artigiano nel suo battello circondato dalla famigliuola assapora con gusto il suo piatto di pesce, ed applaudendo senza invidia ai concerti armonici delle peote e delle tartane, ch' egli accompagna, credesi di formar parte di quelle società. Egli gode con esse, o almeno quanto esse. Vedilo: ei ride di cuore al par di quegli strepitanti convitati, e le due candele che ardono ai due capi del suo legno entro i palloni, opera della sua industria, lo soddisfano egualmente, che la magnifica illuminazione atta ad offuscare lo splendor della luna, e rischiarante nel suo passaggio tutte le rive.

A centinaja le leggiere gondolette seguono le barche maggiori; esse godono dello spettacolo ed insieme il ravvivano, e tutto questo miscuglio di legni d'ogni specie forma una confusione che, anzichè metter timore, riesce molto grata e piacevole a vedersi. Qui non ha luogo nè la vanità, nè la gara, perchè niuno aspira alla precedenza; la Festa è per tutti, nè alcuno ha il diritto di sopraffare gli altri per passar egli solo, ritardando l'altrui cammino, sospendendolo o facendolo torcere altrove.

Vedonsi fermi presso le rive mille battelli, anch'essi con eleganza forniti e illuminati, dove i vivandieri stanno somministrando i cibi; qualcuno ha pur anco la sua musica. Sopra le mentovate rive, che diconsi Zattere, le botteghe di caffè e le bettole sono piene zeppe di gente. Fuori delle loro porte stanno apparecchiate delle tavole; tutto è illuminato, sì che par giorno.

Ciò poi ch'è sommamente bizzarro, e in vivo modo palesa la semplicità del popolo, son le cucine ambulanti, e stranamente piantate qua e là per le vie. Un uomo schiera sul suolo i suoi corbacci di sogliole preparate per cuocersi. Sopra due pietre posa due fasci di legno incrociati, e un po' di carbone acceso: versa alquante stille di olio entro una padella, e con grida e strilli insoliti invita chi passa ad approfittarsi di quell'apparecchio, che col fumo e coll'odore provoca l'appetito. Difficil cosa è il resistere a sì potente attrattiva; si arresta il passo, si prendono a sedili alcune panche, e così alla rinfusa formasi corona ad un desco. Il saor è già pronto; che aspettar altro? mangiasi con isquisito piacere.

Per tutta la lunghezza di questa contrada vedesi intanto un gran concorso di persone, che vanno e vengono sino alla piazza di santa Marta, la quale forma prospetto al canale, e donde si può goder pienamente lo spettacolo delle barche. Le botteghe del saor e d' altri commestibili sono fornite con eleganza, e illuminate con buon gusto. È specialmente su quella piazza, che si trovano le cucine posticcie, in cui spiccano qual secondaria vivanda i polli arrosto. Ivi un suono confuso di tazze, di piatti, ivi il cicalio e grido de' venditori misto a canti incomposti ed a musicali strumenti. Ogni casa cangiasi in taverna dove si mangia, si beve, e godesi allegramente in una felice armonia sociale e fraterna. L'osservatore il più rigido non giungerebbe a scoprire in mezzo a questa immensa moltitudine riunita il menomo seme di discordia, la più leggera disputa, cosa ch'è propria soltanto del popolo Veneto in tutte le sue Feste per brillanti e numerose che sieno, a segno che mai non si ebbe bisogno di chiamare il soccorso della forza pubblica; ed i Magistrati gelosi di conservare in tutta la sua purità il candore di questa felice concordia, avevano la maggior cura, onde la forza non fosse mai visibile in questi giorni, tanto temevano di affliggere colla sua presenza de' cittadini, che si abbandonavano senza riserva alla confidenza generale, e agl'inviti del piacere, riponendo la tranquillità di ciascuno sotto la sopravveglianza degli altri proprj concittadini.

Questa Festa, o per dirla alla Veneziana, questa Sagra non finisce se non quando il sole comincia a riscaldar coi suoi raggi quelle teste un poco già riscaldate dal liquore di Bacco: ma nel partire osservasi la stessa tranquillità, ch'eravi nel venire, e da per tutto regna quell'amabile cordialità e quella dolce allegria, che dissipa le querele domestiche, e riconcilia gl'inimici nel modo più stabile. Ed infatti la miglior pace è quella che si fa col bicchiere alla mano. Perchè i Monarchi si fanno tra loro la guerra? dicea un bevitor famoso: Perchè non tracannano mai insieme.

Festa di Santa Maria della Carità pag. 3

—Della Domenica delle Palme 12

—Di San Stefano, ossia Visita del

Doge a San Giorgio Maggiore 30

—Del Giovedì Grasso 44

—Del primo di Maggio, o sia Visita del Doge al Monastero delle Vergini 66

—Di Sant'Isidoro, al ritorno in Venezia del Doge Domenico Michiel 88

—Per la Presa di Costantinopoli 114

—Per la Ricuperazione di Candia 152

—Del giorno di San Giovanni Batista Decollato 185

—Della Domenica dopo il giorno dell' Ascensione 194

Per una vittoria sopra i Padovani 203

—Di Santa Marta 219

FINE DEL VOLUME SECONDO.



ORIGINE
DELLE
Feste Veneziane
DI
GIUSTINA RENIER MICHIEL

VOLUME TERZO.

MILANO
PRESSO GLI EDITORI DEGLI ANNALI UNIVERSALI
DELLE SCIENZE È DELL' INDUSTRIA
MDCCCXXIX.

TIPOGRAFIA LAMPATO.

Nella descrizione delle Feste Veneziane entrar non vi dovrebbero quelle la cui origine è tutta cattolica e propria di tutti i popoli in una medesima religione; ma spero di ottener indulgenza presso i miei benevoli Lettori, se fra le sacre solennità trovandone alcune che in sè abbiano qualche circostanza risguardante in particolare la Veneta Repubblica, io anche di queste a parlar m' accinga. Una fra esse è certamente quella del Venerdì Santo; anzi se si dee confessare il vero dalla descrizione delle cerimonie praticate in Venezia in quel pietoso giorno, doveva la mia opera incominciare. Nulla infatti poteva esservi di più antico in queste lagune, che la celebrazione di un giorno di così antica e di così venerabile ricordanza. All' epoca dell' irruzione de' Barbari in Italia, il Sacerdozio, imitando la nobilità, e tutti quelli che avevano molto a perdere, fuggì dal continente trasportando seco il prezioso tesoro delle Sante Reliquie. Accompagnato esso dalla parte più fedele del Popolo, scelse ad asilo queste lagune, e vi stabilì i riti della Chiesa Romana, madre e maestra di tutte le altre chiese. Non è quindi a dubitare essersi ben tosto veduta anche in Venezia quella commovente Processione del Venerdì Santo, che nella sua origine Apostolica venne ad esprimere un divoto accompagnamento del Corpo del nostro Signore verso il Sepolcro, ed insieme si giudicò un mezzo atto a richiamare alla mente de' Fedeli i patimenti e la morte di Gesù Cristo, e ad inspirare sempre più ne' cuori la pietà e la riconoscenza verso di lui, che fu nostro divin Salvatore. Dal suo principio in poi fu inalterabile in Venezia l' annua rinnovazione di sì edificante spettacolo; solo vi si aggiunse la pompa e la magnificenza in proporzione dell' aumento di lustro e della crescente ricchezza della Repubblica.

Due ore dopo terza scendeva il Doge dal suo palazzo colla Signorìa, il Collegio, il Senato e le principali Magistrature nella Chiesa di san Marco. Ivi dopo la celebrazione della Messa, il canto degli Inni dolenti e l' altre usate cerimonie, esponevasi a pie' dell'altare la Croce alla comune adorazione. Il celebrante era il primo; a questo seguiva il Primicerio, e terzo era il Doge, che inginocchiavasi umilmente innanzi a quel Sacrosanto Legno, simbolo del grande di tutti i misteri, e monumento d'un sacrifizio, che importò nulla meno che la felicità del genere umano. Nell'eseguire un atto di tanta religione, il Principe spogliava l' aureo manto, e deponeva il Serto Ducale per rendersi in certo modo eguale a tutti quei della comitiva, che dopo lui in bell' ordine si accostavano a prestare divotamente il medesimo omaggio. Nel dopo pranzo col metodo stesso della mattina e collo stesso seguito se ne tornava il Doge alla Chiesa per udire la Predica della Passione, che per consuetudine recitavasi da qualche valente Cappuccino. Intanto allestivasi la Processione. Cominciava questa dalle sei Confraternite, ricchissime di ogni genere di arredi d' oro e d' argento, ed abbondantissime di torcie. Ogni confratello portava inoltre la sua candela accesa in mano. Alle Confraternite succedevano i Canonici di san Marco; indi un gran numero di penitenti vestiti di una cappa nera che li copriva da capo a piedi, e ognuno di essi portava un cereo dipinto e dorato, ma di sì enorme peso da stancar le braccia più robuste. Que' buoni devoti sostenevano questa pia fatica senza venir da chicchessia riconosciuti, sicchè l' ostentazione e l'ipocrisia non potevano avere parte in tale spontanea penitenza. Due Sacerdoti titolati scortavano la santa Bara del Signore. Seguivanla il Patriarca ed il Primicerio in mezzo a' suoi Canonici. I Segretarj e gli Scudieri precedevano il Doge e la Signoria; indi i Patrizj in toga, poscia tutti i cittadini ed artigiani della Parrocchia di san Marco. Sotto uno degli archi del palazzo Ducale stava pronto un baldacchino nero sostenuto da sei sottocanonici. Allorchè la Bara col sacro Corpo del Signore in Sacramento era uscita dalla Chiesa, veniva accolta con gran riverenza sotto il baldacchino. In tal modo la Processione faceva il suo giro uscendo dal palazzo per la porta di fianco riguardante la Piazzetta, e rientrando in chiesa per la porta del lato destro in faccia la picciola Chiesa di san Basso. Nel passar della Bara dirimpetto alla porta maggiore, tutta la processione fermavasi, ed ognuno, perfino il Doge, inginocchiavasi in segno di adorazione. Rientrata in Chiesa col medesimo ordine con cui era uscita, tutti riprendevano il loro posto. La grande Confraternita di san Marco, come pure il Clero, facevano spalliera intorno al santo Sepolcro. Ed allorchè la Bara era giunta nel Coro, levato con riverenza il Corpo del Signore in Eucaristia, posavasi sopra alcuni preparati cuscini. Monsignor Patriarca lo ritoglieva poscia per dar la Benedizione, ch' era da tutti ricevuta colla maggior divozione. Si deponeva allora nel Sepolcro il Corpo del Signore, ed il Gran Cancelliere, ricevuto dal Doge il sigillo ducale, lo presentava al Patriarca, acciò chiudesse la piccola porta della sepoltura, e v'imprimesse sopra lo stemma della Repubblica. Dopo di che il sigillo ducale colla stessa formalità era restituito al Doge, il quale, ciò fatto, partivasi col suo augusto corteggio, e partivano pure le Confraternite, rimanendo solo il Clero a salmeggiare per alcun tempo ancora; e così la funzione avea fine nella Basilica di san Marco.

Ma non con ciò finiva la solennità di questo giorno. Ad imitazione della maggiore, tutte le altre Chiese Parrocchiali della Città ripetevano gli stessi riti e la stessa processione sulle prime ore notturne, facendo il giro tra i confini della propria giurisdizione. E grande n' era l' accompagnamento, composto, oltre al Clero, di tutti i patrizj, di tutti i cittadini, mercanti e artigiani abitatori delle rispettive parrocchie, portanti ciascuno una grossa candela accesa in mano. A rendere più dignitoso lo spettacolo, precedevano il sacramento con torcie calate, i domestici e gondolieri de' patrizj più facoltosi colle loro divise in gala. Grande era lo sfarzo de' fanali dorati, de' candelabri d' argento e de' cerei. Le finestre, le ringhiere e porte di tutte le case, dinanzi a cui le processioni passavano, qual più qual meno ardevano di torcie, di candele, di faci. Puossi dire che cominciando dalla gran Piazza di san Marco, non vi fosse contrada un po' nobile della Città, che non mandasse splendore; talchè chi si fosse posto sull'alto d'una delle nostre torri a riguardare in giù, avrebbe potuto credere, che Venezia tutta andasse in fiamme.

Certo non sarebbesi alcuno immaginato, che una cerimonia per cui si conservava e aumentavasi un pio fervore verso Dio ed i suoi Misterj, per cui si esercitava la fede, fortificavasi la Religione, e si distinguevano i cristiani dagl'infedeli, i cattolici dagli eretici, dovesse venire abolita dopo una sì lunga successione di secoli. Pure ciò vedemmo accadere l' anno 1797, sia per amore d'innovazione, sia per odio di tutto ciò che teneva dell'antico. Non mancarono però speciosi pretesti per giustificare l'irreligioso decreto. Si mostrò temere non la militar licenza Francese, abbattendosi in quelle processioni, commettesse qualche irreverenza; si allegò che crescendo ognor più la depravazione de' costumi, potevano i giovani d' ambi i sessi abusare della sacra solennità, trasferendosi nelle chiese e per le vie più per dar pascolo a' loro profani capricci, che per ispirito di religione; ed infine si aggiunse, che il cangiamento ultimamente successo nelle ricchezze sì pubbliche, che private, rendeva impossibile il conservare l'antico splendore delle decorazioni. Obbiezioni tutte da potersi sciorre assai presto: giacchè primieramente era facile l' evitare ogni scandalo per conto della soldatesca, ricorrendo agli Ufficiali e Comandanti ragionevoli, civili ed attissimi a porre freno alla soverchia licenza de' loro subalterni; oltrecchè potevansi eseguire le cerimonie dentro le mura delle rispettive Chiese, che sono tutte abbastanza capaci per contenere una processione. In secondo luogo chi v' è che ignori, che in una gran popolazione vi sono sempre le stesse passioni in movimento, che in ogni occasione sia sacra o profana, i due sessi si cercano sempre l' un l' altro, senza punto considerare alla causa che procaccia ad essi questa felice opportunità? Ciò fu in tutti i tempi, e ciò sarà in tutti i secoli. Il terzo pretesto non è meno insussistente degli altri due. I Veneziani tuttochè sappiano, che la vera pietà non consiste nel lusso, pure col decorare pomposamente le loro funzioni intesero sempre di rendere un grato omaggio alla Divinità, e questo pio instituto l'ebbero, finchè il comportò la generale opulenza dello Stato, nè il perdettero affatto in appresso ad onta delle cangiate fortune; e li veggiamo tutto di concorrere con grande spesa a dare musiche eccellenti, illuminazioni superbe, ed a riccamente ornare a festa le Chiese delle loro parrocchie, quando intervenga alcuna di quelle funzioni, che non vennero loro dalla scrupolosità dei superiori proibita. Quali sforzi dunque non avrebbero essi fatto per conservar lo splendore ai riti di questo giorno? Riti che oltre il grand' oggetto della Religione, soddisfacevano a tutti i cuori, erano di decoro alla città, attiravano i forestieri in folla, facevano circolare grandissime somme di danaro, e procacciavano il pane ad una gran quantità di persone. Quest' è uno de' giorni in cui il buon Popolo Veneto al suo annuo ritorno, richiamasi vivamente e tristamente al pensiero la fatal catastrofe del suo paese, del suo governo. Non più Chiese aperte la sera, non più processioni, non più case, nè palagi illuminati, non più Piazza di san Marco risplendente. Che se taluno per antica abitudine esce ancora e va errando per le vie in quella melanconica notte, il fa con quella medesima ansietà della Maddalena cercando da per tutto il Corpo del suo Signore, del quale non trovò in veruna parte indizio alcuno per adorarlo, se non che nel suo proprio cuore.

Il Codice delle Leggi Venete sarebbe un' opera importantissima ed utilissisima a conoscersi, massime per quelli che imprendono di scrivere sopra qualche punto spettante a questa illustre Repubblica: ma sciagura vuole, che tale opera non si trovi a perfezione ridotta, nè in istampa, nè manoscritta per la somma difficoltà della sua compilazione. Gli altri popoli che hanno scosso il giogo della tirannia, convinti della loro inesperienza nell' arte di governare, e insieme paurosi de' mali dell' anarchia si sommisero o presto o tardi a colui, che spiegava tra loro uno spirito superiore a tutti gli altri uomini. Le sue leggi furono accolte come oracoli, obbedite senz'altri esami e trascritte con esattezza. Ma la cosa andò altrimenti a Venezia, e l' origine della nostra costituzione fu diametralmente opposta a quella di che parlammo. Gli antichi abitanti di queste lagune, che furono i fondatori della libertà comune, non erano già persone volgari, nè agitate da turbolenze civili; erano uomini bennati e ricchi, che sfuggiti dagli orrori della guerra e delle persecuzioni, vennero qua a ripararsi, contenti assai di non dover obbedire ad alcun individuo privato. Allorchè la Sede Ducale si trasferì a Rialto, e le famiglie sparse per le isole si unirono di unanime consenso in un solo luogo per deliberare intorno al modo di piantare una Costituzione repubblicana, avvenne che intra una proposizione e l' altra corse un intervallo di tempo, affine di ponderarle meglio e riconoscere col fatto l' utilità. Quindi di volta in volta si registravano le deliberazioni adottate, che da quel punto prendevano forza di leggi, ma non sempre venivano scritte, o almeno non sempre con ordine e precisione. Talvolta erano mal ricordate o mal dettate; talvolta si registravano bensì, ma in appresso venivano abolite. Aggiungasi in tanti incendii accaduti, lo smarrimento delle Cronache, e ognuno conoscerà essere impossibile il trovare nella Repubblica Veneta un corpo di Leggi perfetto, come puossi di leggieri trovare in una monarchia, allorachè fermisi l' attenzione sopra i suoi primi Legislatori. Pure il Maggior Consiglio cercò di ottenerlo, e a tal fine instituì in varie epoche alcuni Magistrati, la cui cura fosse il classificare tutte le leggi, registrando le nuove, e riordinando le antiche, ma un pieno effetto non si potè ottener giammai. Ecco una delle gravi difficoltà, che si presentano a chi vuole scrivere intorno alla Storia Veneta. Ma una ancor maggiore ve n' ha, o forse più dura a superarsi; vo' dire di vincere le opinioni o a dir meglio le prevenzioni generalmente ricevute. La critica più scrupolosa e più studiosamente esercitata, mal potrebbe porsi in salvo contro gli attacchi di oppositori ostinati, o di maligni detrattori sino ne' fatti colla maggior ragionevolezza provati. A simili disastri devo attendermi che vada incontro la festa, che ora sto per dettare. O quanti e quanti non potranno udir senza sorpresa, anzi senza qualche mormorazione contro l'autrice, che non vi fu mai una Serrata del Maggior Consiglio, quale comunemente si crede, che ascrivesi al Doge Pietro Gradenigo nell'anno 1297, e in conseguenza la festa di santa Caterina ordinata per Decreto da questo medesimo Doge, non aver avuto quell' origine, che pur varj scrittori le diedero. Tuttavia io prego i miei Lettori a seguirmi passo passo sì in questa che nella susseguente festa, benchè alcuni ragguagli possano riuscire un po' nojosi, ma che pur sono necessarj per condurli là dove possono il vero conoscere.

Parlammo altrove dei principj della Repubblica Veneta, del suo aumento, de' suoi cangiamenti governativi, e del suo ritorno, da poche modificazioni in fuori, al governo de' Dogi. Non sarebbe forse inutile il rimontar di nuovo ai secoli primi per procurar di conoscere l' epoca, in cui la Città fu divisa in sei parti dette Sestieri, e quella in cui i Tribuni presero il nome di Elettori, e quella in cui fu instituito il corpo della Quarantia, e finalmente quella in cui all' Assemblea Nazionale venne sostituito il Maggior Consiglio. Ma si lasci ai Cronisti il disputar fra loro intorno a quest'epoche incerte, e arrestiamoci ad esaminare i punti più decisivi per la questione presente.

Diasi prima un' occhiata a quell'Assemblea Nazionale, che d' ordinario si crede composta indistintamente da tutti gli abitanti delle Isole. Non v' ha Cronaca, che non convenga nel dire, che esse si tenevano nelle Chiese; prima in quella di Eraclea, poi a Malamocco, e da ultimo nella Chiesa di san Marco a Venezia. Ma come mai queste Chiese, che ne' primitivi secoli non erano sì vaste quanto il furono da poi, avrebbero potuto contenere un sì gran numero di persone? Esse ben potevano accogliere un' adunanza di Cittandini Tribunizj, de' Tribuni attuali, di uomini i più illuminati e accreditati delle isole, e del Clero il più rispettabile; e quest' Assemblea poteva benissimo meritar il titolo di Nazionale. Secondariamente non è credibile, che gente senza educazione, senza principj avesse voluto aver parte nelle cose di governo. Que' che sono più di noi prossimi alla natura, hanno una coscienza più eloquente della nostra, ed essendo meno accecati dall'amor proprio, essa fa che sentano meglio i proprj interessi, coll'affidare ai saggi e agl' istrutti le più delicate faccende, anzi che ostinarsi e dirigerle da per loro. Dall'altro canto uomini che avevano abbandonato la patria per salvarsi nelle lagune, nemici giurati della tirannia, e ansiosi del loro ben essere, dovettero pensare non esservi cosa più opportuna per mantenerselo, quanto il cercar co' loro lumi e colla loro sana condotta di entrare alla testa degli a fari, vo' dir del Governo. Ed ecco come mercè un concerto comune ancor che tacito, si venne a dar forma ad un' Assemblea, non già popolare, ma giudiziosamente scelta. Il popolo per altro avea diritto di nominare il Doge, di sancire od approvare colla voce gli eletti a quest'Assemblea, ed anche gli affari proposti; poteva inoltre proporne di nuovi. Ma a que' tempi i Dogi avevano una grande autorità; dipendeva da loro il convocare l' Assemblea, e spesso spesso deliberavano da per loro sugli affari i più gravi dello Stato; quando nel 1032 il Doge Domenico Flabanico concepì un' idea della più fina politica, e di somma utilità alla Repubblica. Questa si fu di non voler più deliberare da sè solo di cosa alcuna risguardante lo Stato, senza il consiglio de' più saggi ed assennati cittandini. Da quel momento, come sempre anche dopo, fece egli pregare sessanta di que' zelanti cittadini d'intervenire a dare il lor parere sul partito da prendersi nelle pubbliche vicende, e nelle importanti urgenze che andavano di giorno in giorno succedendo. Un sì nobile fervore repubblicano piacque a tutti indistintamente; quindi con maggior facilità vennero approvate tutte le deliberazioni del Doge emanate col consiglio di que' cittadini. Di qua nacque quel gravissimo e sapientissimo corpo del Senato, che sin d' allora fu denominato de' Pregadi, e che venne poscia organizzato per modo che si può dire, che ai profondi riflessi, alla mirabile eloquenza di que' saggi la Repubblica nostra dovette i sommi progressi della sua grandezza. Ma per questo nuovo corpo composto di patrizj e di nobili l' Assemblea Nazionale venne molto a perdere, com' è ben naturale, della sua autorità, e la costituzione della Repubblica si fè vieppiù Aristocratica. Ed ancor più inclinò manifestamente verso di questa, allorchè nel 1172 sulle proposizioni della Quarantia si decretò di sostituire all' Assemblea Nazionale un Gran Consiglio composto di circa 450 0 500 nobili, i quali uniti in corpo avessero il potere sì deliberativo, che amministrativo. Per consolidare quest' istituzione, la quale dava più forza e più perfezione di forma al Governo, vi si aggiunsero alcune altre leggi, delle quali la principale fu, che le funzioni di questo corpo non durassero che un anno, e che nel giorno di san Michele si dovessero sempre rinnovellare. La scelta de' cittadini che avevano a comporlo apparteneva ai capi de' Sestieri, chiamati Elettori, ai quali, se fosse piaciuto di conservar in carica quelli che si trovavano, venivano confermati per un secondo e per più altri ancora. Ho detto, che questo Gran Consiglio fu composto di nobili; e non è a dubitare che così non fosse. In primo luogo il piccolo numero, di cui questo Corpo fu composto, porta a credere, che abbiasi voluto scegliere i cittadini più rispettabili, i più conosciuti, il fiore infine della nobiltà. Di fatti in tutti i Registri anche di quelli anteriori a quest' epoca, il Vir Nobilis precede sempre il nome della persona eletta, sia alle prime dignità dello Stato, sia alle cariche di mare, sia alla formazione del Gran Consiglio; di modo che anche a que' dì come a' giorni nostri dicevasi comunemente, che i nobili formano il Gran Consiglio, ed il Gran Consiglio forma i Nobili Veneziani. Puossi anche aggiungere un' osservazione. Se il Gran Consiglio avesse accolto un miscuglio di Classi, come non avrebbero anche i Plebei, membri anch' essi di questo Corpo, fatti tutti gli sforzi per far eleggere talvolta alcuni di quelli pure del loro ordine alle primarie dignità della Repubblica? É certo che per tal modo avrebbero potuto illustrare i loro nomi, ed avere una parte immediata al Governo. Che se ciò non avvenne mai; se i soli nobili furono i trascelti; come mai questi hanno sempre potuto prevalere? Ciò fu perchè ed essi soli appartenevano le scelte, ed ogni uomo ama, apprezza e sostiene quelli della sua condizione. Nei nobili risiede d'ordinario la maggior cultura figlia della educazione, e quindi la maggior influenza attiva. Di rado in qual siasi comunità la plebe ardisce pretendere alle primarie cariche civili e militari, giudicare de' gravi affari dello Stato; che se pur osasse aspirarvi, assai difficilmente può riuscire. Non è però che tratto tratto alcuni ambiziosi Cittadini non suscitassero e pretese e rivalità; di queste ne abbiamo già vedute anche in passato; ora ne vedremo di nuove.

La celebre conquista di Costantinopoli fatta dal Doge Enrico Dandolo, porse alla Nazione il modo di posseder Candia ed altre Isole, e fece estendere il suo commercio non solo in Siria ed in Egitto, ma, per così dire, in tutto il mondo allora cognito. Essa sommamente contribuì a far valere il primato di Venezia sopra l' Adriatico. Egli è vero che da quasi due secoli se ne chiamava sovrana; ma però allora ardì mostrarsi alla scoperta e senza riserba; poichè altri non suole mai sfoggiare i proprj diritti, se non quando può proteggerli colla forza. La Repubblica pose in mare una flotta, ed al comandante diè il titolo di Capitano del Golfo per costringere i naviganti forestieri a pagare un tributo, e a dirigere le corse in utile de' Veneziani. Immenso in fatti fu il profitto che quinci ne venne. La massa de' Capitali si accrebbe, la popolazione s'ingrandì per molte famiglie forestiere qua venute; le dovizie più profuse trassero seco il lusso, ed insieme tutte quelle arti e manifatture che servono a nodrirlo, ed anche a diffonderlo altrove. Di qua nacque una sempre maggior alterigia nelle teste degli ambiziosi. Chiunque era ricco cominciò ad aspirare alle dignità dello Stato, a voler entrare nel Maggior Consiglio, ed a corrompere i voti degli Elettori. Questi o sedoti da vile interesse, o lusingati dalla mira di farsi molti aderenti in grazia de' quali potessero alla lor volta ottenere le cariche le più distinte, li ammettevano, quantunque non avessero prodotto alcun titolo di servigi resi allo Stato, nè date prove delle loro virtù, nè nobilitate le loro fortune col corredo de' buoni costumi D' altra parte molti nobili antichi, fatti forti nella loro nascita, pretendevano per questa sola, ancorchè per nulla benemeriti della I atria, di conservare la loro autorità, e di esser essi soli ammessi al gran Consiglio. Quindi gl'intrighi, i maneggi, gli artificj adoperati a tale oggetto divennero sorgente di civili discordie. E come il numero degli esclusi esser dovea molto superiore di quello degli eletti, così accrescendosi la massa de' malcontenti, fatta questa più ardita e più insolente, coglieva ogni occasione per tumultuare ed inquietare. Se per esempio un Generale d'armata ritornava, anche senza sua colpa, con avverso successo dalla guerra, egli veniva accolto con fischiate, e poco men che con sassate. Un Doge stesso fu per prodigio salvato da un'insurrezione, essendo stato costretto di proporre doppia imposta di macina, onde supplire alle grandiose spese delle guerre che si succedevano. Queste violenze, questi disordini crebbero a tale, che sotto il Ducato di Giovanni Dandolo fu stabilito d'introdurre qualche nuova riforma nelle Elezioni. In fatti i tre Capi della Quarantia, Corpo che conservava ancora, dopo il gran Consiglio, la maggior autorità, proposero nel 1286 la legge, che niun Cittadino potesse venir eletto membro d'alcun Consiglio, o Collegio, o Magistrato, s'egli non era entrato una volta nel gran Consiglio, o almeno il di lui padre, o il suo fratello primogenito. Anche questa legge, con altre ancora proposte, dava la causa vinta alla nobiltà. Ma il Doge Dandolo ricusò di approvarle, il che era ben naturale; poichè egli era stato uno de' principali Capi del partito Popolare contro l' Aristocratico in alcune precedenti sommosse assai gravi, che però dalla prudenza del Governo vennero a tempo sedate. Ma il di lui rifiuto non tolse, che dopo dieci giorni non se ne proponessero alcune altre a un dipresso eguali, e che il Doge Dandolo parimente negò di sancire, adducendo per iscusa il pericolo, che si correva in far cambiamenti alla Costituzione, quando i nemici esterni arrecavano tali molestie da meritar che il Governo rivolgesse ad essi tutta la sua attenzione. Prevalse il parere di lui, e, durante il suo Ducato, nulla si alterò; quindi gli stessi vizj continuarono a fruttar sempre gli stessi disordini. Potrebbesi anche dire che il rifiutarsi ai regolamenti proposti, fu quasi un dar coraggio al Popolo di arrogare a sè l'elezione del Doge novello, di riprendere i suoi diritti, e proclamando il Doge Jacopo Tiepolo, di voler sostenere la validità di tal elezione. Il gran Consiglio temendo che da questo principio di fermento ne venisse un incendio generale, prese la via della dolcezza. Ma più di tutti si trovò imbrogliato il Tiepolo. Egli non poteva accettare la dignità senz'attirarsi attirarsi addosso l'odio e la vendetta del Maggior Consiglio, nè poteva rifiutare il Ducato senza esporsi al risentimento ed al furor del Popolo. In questa dubbiezza egli credette miglior partito l'allontanarsi da Venezia per attendere nel luogo del suo ritiro l'evento; ma con ciò venne a confermare quella gran verità, che chi abbandona il Popolo, n'è ben tosto abbandonato, sebben fosse il suo prediletto, il suo idolo. Convien che la presenza riscaldi il suo cuore, alimenti il suo affetto; se la persona sen parte, essa è subito dimenticata del tutto. Ciò appunto avvenne. Il Popolo, cercato invano Jacopo Tiepolo per porlo nel Seggio Ducale, e non trovatolo, con tanta debolezza rinunziò al suo disegno, con quanto entusiasmo l' aveva eletto. Così il Gran Consiglio veggendosi sciolto da ogni paura, venne all'elezione del Doge. Il Tiepolo è ben ragionevole che ne fosse escluso appunto perch'era stato eletto dal Popolo. La scelta dunque cadde su Pietro Gradenigo, uomo di spirito fermo, di carattere risoluto, e grande partigiano della nobiltà. Nè per ciò è da menar gran rumore, mentre chi ama scorrere le storie di tutte le Nazioni, trova, che i Popoli più morigerati, più semplici e più virtuosi sono quelli che mostrano dare maggior peso ai pregi della nascita. I patrizj Romani, ed i Baroni Svizzeri fecero sempre più stima della loro nobiltà che dell'oro. Essa merita in vero gran rispetto, qualora non sia incentivo all'orgoglio misto ad una crassa ignoranza. La distinzione dei natali deve ajutare lo sviluppo di un carattere nobile, là dove un' origine vile può soffocarlo nello stesso suo germe. La più nocevole distinzione è quella che non ha altra base che le ricchezze. Il Gradenigo si diede dunque in prima a notare gli sconcerti civili, ed il pessimo andamento delle cose, prodotto dall'essersi introdotte nel Governo persone non d'altro merito fornite che di ricchezze, senza punto d' altezza di animo, senza meriti verso la Patria, e senza cognizioni di affari. Egli pertanto si assunse di cercar il mezzo di riformar gli abusi, e di dare al Corpo Sovrano della Nazione tutta quella perfezione, a cui un governo di uomini puole aspirare. Sagace com' era, conobbe la necessità di ogni Governo di alterarne la forma, o anche cangiarla a norma non solo delle differenti circostanze interne, ma del mutarsi i costumi, le passioni, i sistemi degli altri popoli, che colla comunicazione tanto influiscono sul generale, da alterare per fino ogni carattere nazionale, e gli usi più inveterati. Questo sistema di regolazione fu quello appunto osservato dai nostri Padri, pur troppo da noi negletto. Allorchè questa popolazione docile in sul principio e tranquilla, che i Tribuni quali Capi di famiglia reggevano, divenne audace ed orgogliosa, si venne ad un Governo Repubblicano coll'elezione di un Duca o Doge. Quando i Dogi vollero abusare della loro autorità, o il Popolo temendo troppo la perdita della sua indipendenza commise su loro tante a trocità, fu creduto opportuno di venire nel 1173 alla regolazione del Maggior Consiglio, onde tenere in bilancia l'autorità del Doge colla popolare. Ma poscia neppur questa bastata essendo per impedire i disordini, il Doge Pietro Gradenigo trovò utilissimo il cominciar a dare nuove forme e nuovo metodo per le elezioni del gran Consiglio, mercè le quali fosse chiusa a quelli che non avevano diritto, e venissero espulsi gl'intrusi, il cui numero era infinito. Comunicò egli questo pensiere ai Capi de' Quaranta, i quali non fecero che ripetere que' medesimi rimedi, ch'erano stati resi vani dal Doge Dandolo, e da' suoi aderenti; quindi proposero quella famosa Legge, della quale vuolsi a torto essere stato autore il Gradenigo, mentre egli non fu che consenziente, come il Maggior Consiglio fu il confermatore. Ecco la Legge, ch'io qui riporto tradotta alla lettera dal Latino, quale si legge nel libro Pilosus dell'Avvogarìa del Comun alla pag. 67. Credo necessario riferirla per intero, affinchè i miei Lettori possano penetrarne lo spirito, e confrontandola con tutto ciò che nel proposito fu detto e scritto, riconoscere la verità.

“1296 More Veneto ultimo di febbrajo nel Maggior Consiglio.”

“Fu presa parte che la elezione del Maggior Consiglio, la quale d' ora innanzi si farà sino a S. Michel, ed in seguito per un anno, si faccia in questo modo:

Che tutti quelli i quali furono del Maggior Consiglio da quattr'auni in poi, si presentino ai Quaranta ad uno ad uno, e qualunque avrà avuto dodici Ballotte e di più, sia del Maggior Consiglio sino alla festa di S. Michele, e dalla festa di S. Michele sino ad un anno, approvandosi ad uno ad uno nella detta festa di S. Michele in questo modo:”

“E se alcuno lasciasse il Consiglio per andare fuori della Città, quando ritornerà, possa ricercare ai Capi di Quaranta, quali pongano parte tra i Quaranta, se sembri ch'egli possa essere del Maggior Consiglio o no: ed i Capi di Quaranta siano obbligati a porre questa parte; e se avrà dodici Ballotte e di più sia del Maggior Consiglio.”

“Ed inoltre si eleggono tre Elettori, i quali possono eleggere degli altri, che non fossero stati del Maggior Consiglio, secondo che dal Serenissimo Doge e dal suo Consiglio sarà loro ingiunto, e che quelli ch'essi avranno eletti, e si pongono ai voti tra i Quaranta ad uno ad uno, e chiunque avrà dodici Ballotte e di più sia del Maggior Consiglio.”

“E i predetti tre Elettori siano del Maggior Consiglio sino alla festa di S. Michele, ed altri tre che sceglieranno nella festa di S. Michele debbano essere per un anno, e siano del Maggior Consiglio.”

“E queste cose non passano essere rivocate se non dai cinque Consiglieri, e da venticinque de' Quaranta, e da due parti del Maggior Consiglio, ed in capo all'anno quindici giorni avanti si pongano al Maggior Consiglio, se paja che questa Parte debba ancora durare o no, e come sarà stato preso nel Maggior Consiglio così debba essere osservato.”

“E sia ingiunto nel Capitolare de' Consiglieri che debbano porre essa Parte al Maggior Consiglio, come si è detto di sopra, sotto pena di lire dieci per ciascuno, e gli Avvogadori di Comune siano obbligati di esigere la detta pena; e non s'intenda per ciò, che debbano essere del Maggior Consiglio quelli che ne furono esclusi dai Consigli ordinati.

E se venga ingiunto ai Capi di Quaranta, che quando dovranno provare alcuno del Maggior Consiglio, debbano ciò notificare tra i Quaranta per tre giorni avanti, e che non facciano approvazione alcuna del Maggior Consiglio, se non saranno congregati trenta di Quaranta e più, e questo si aggiunga al Capitolare.”

“E se il Consiglio o il Capitolare è contrario, sia rivocato.”

Ecco la sola vera Legge dal Doge Pietro Gradenigo emanata, intorno a cui s'inventarono tante favole, e si composero tante satire. Ma io domando, dov'è in questa Legge la famosa Serrata del gran Consiglio? Dove la dichiarazione, che questo Corpo debba esser perpetuo ed ereditario? Dove l'abolizione dell'annua clezione del gran Consiglio? Dove l'esclusione degli altri Cittadini? Non vi si dice forse, che gli Elettori devono essere per tutto l'anno del Corpo del gran Consiglio, siccome anche una posterior Legge del 1335 l'impone agli Avvogadori? Non potevano dunque sì gli uni che gli altri entrare nel Corpo o nell'anno precedente o nel susseguente? E schiettamente vi si ordina, che tutte le Elezioni ciascun anno si facciano il giorno di S. Michele, e che niun membro possa durare nel Corpo oltre un anno, affinchè quelli che in un anno non sono nel Consiglio, possano entrarvi in un altro. Non si limita il numero di quelli che devono comporlo; ed infatti ne' nostri pubblici Registri sempre vario se ne scorge il numero. Ma più che tutto questo convien considerare ordinarsi, che questa Legge venga assoggettata al gran Consiglio quindici giorni prima che spiri l'anno, perchè rimanga il tempo necessario a ben esaminare se dessa meriti di durare o no, e ciò che verrà deciso sia ritenuto per inalterabile. Come mai una Legge che a detta universale rovesciava affatto la Costituzione, convertendola di Democrazìa in Aristocrazìa, poteva venir lasciata, per così dire, in sospeso? E come non avevansi a temere in questo intervallo i maneggi, i rigiri, i brogli, le turbolenze de' Cittadini, de' plebei e degli stessi nobili esclusi dal Governo per sempre? Ma lo spirito saggio del Gradenigo sapea hene non trattarsi già di un'innovazione di Governo, ma sol d'un regolamento più sano nelle Elezioni, onde poter distruggere o evitare gli abusi introdottivi. S' egli avesse meditata una rivoluzione, un sol colpo di mano poteva condurla a termine, nè egli ignorava certo essere generale principio, che in tutte le grandi rivoluzioni occorre a riuscirvi ardire nell'immaginare e prontezza nell'eseguire. Al Gradenigo non mancava nè l'una qualità, nè l'altra; ma vero Cittadino qual era, che non pensa che al vantaggio della Patria, egli lasciò all'esperienza e all' osservazione de' Saggi il tempo necessario per ponderare il partito da prendere, una piena libertà a ciascuno di esaminare i proprj interessi, e decidere in capo all'anno se il nuovo metodo di elezione fosse utile o no. La legge fu a pieni voti adottata, e l'anno appresso venne confermata di nuovo. Altre leggi posteriori la ratificarono e consolidarono in perpetuo. In tal modo si andò a poco a poco impedendo, o difficultando l'ingresso a molti, riducendolo a chi avea la più antica orginaria nobiltà, a quelle cospicue famiglie che aveano per secoli e secoli sparso il sangue, sacri ficato le sostanze, impiegato i pensieri i più profondi a difesa della Nazione, infine a quelli i quali provar potevano per sè, padre ed avo, che la famiglia aveva avuto ingresso nel Maggior Consiglio. Quindi il padre appena era divenuto individuo di quel Corpo, che trasfondeva ne' figli il diritto di esserlo pur essi, salvo le prove che si doveano fare dell'onestà, civiltà, legittimità della madre, quando essa non fosse nobile, come altre prove, che ne' successivi tempi si vollero apposite.

Se in appresso s'introdusse qualche verme roditore e velenoso, chieggiamo noi qual Corpo semplice o composto v'abbia, che vada esente da innovazioni, da corruttela? Nell'ammasso generale de' mali convien contentarsi di quelli, che gravitano meno, almeno in apparenza, sulla totalità degli uomini. Per buono che sia un Governo produce sempre de' mal cotenti; ma non dirassi mai cattivo di sua natura e difettoso, se non quando renderà infelici molti senza confluire in nulla alla prosperità pubblica. Finchè le Leggi, le sole leggi regnano in uno Stato, il Popolo è libero; egli lo sa, e quest'opinione crea la sua felicità, nè per altro che per l' opinione si reggono i diversi Governi. Non fuvvi paese, in cui il dispotismo siasi riguardato con occhio così torto come in Venezia, ed in cui siansi usati gli espedienti migliori per tener vivo lo spirito pubblico. Le due più efficaci molle furono sempre la fiducia nella personal sicurezza, e il non esigersi dal Governo che piccioli sacrificj. Pertanto fu allora che ciascun Cittadino si persuase non essere debitore di tai beneficj alle sue forze private, ma all'unione de' Magistrati, e dovette bramare che ogni disordine introdotto nel Governo, venisse riformato dalle Leggi, e che i Magistrati divenissero i suoi difensori. È già un antico adagio, che alle Nazioni tutte poco importa quale esser si possa la forma della Legislazione; invocano esse, e chieggono soltanto quella che offre loro più di guarentigie, quella dalla quale ciascuno riceve più, dando meno. Infatti l'intera Nazione si mostrò così paga de' mentovati regolamenti, che, seguendo i migliori Cronisti, sembra certo che quel metodo di elezione durasse almeno sino al 1351, e tutti i pubblici Registri cel confermano. Altra alterazione non vi si osserva, se non nel numero di molto accresciuto dei membri del gran Consiglio. Nel 1340 se ne trovano d'inscritti sino a 1212. In appresso poi quel Consiglio che durava un solo anno, si vide durarne due, indi cinque, poscia sei e più anni, sicchè per via di fatto (giacchè legge veruna non si trova) venne dimessa l' annua ballottazione. Pare però che una ballottazione continuasse sino al 1436, nel qual anno un fatal contagio mietè moltissime vite anche di questo Consiglio, e per iscemar l' orrore di tante perdite, furono ammessi al Consiglio, quanti produssero i loro titoli per entravi. D' altronde men rigore occorreva allora nella scelta degl'individui, perchè in virtù delle ballottazioni precedenti, il Corpo del gran Consiglio erasi purgato, ed i ricchi ed i nobili appresero a conoscere quest'importante verità, che le sole ricchezze e la sola nobiltà non creano l' uomo di merito e di considerazione, ma che da lor medesimi dipendeva, il far che venisse conscesso un grado di stima più elevato a chi si nobilitava colla virtù, che a quello, il cui solo vanto era un'ereditaria grandezza.

È dunque indubitabile, che il Doge ietro Gradenigo non vide tal mutazione nel Maggior Consiglio, perchè non potè vederla; dunque egli non ebbe parte in ciò che si eseguì sempre da poi; e nemmeno egli potè immaginare un' Aristocrazia, quale la si ebbe poscia, e quale non può crearsi a volontà; giacch'essa è cosa reale, formata dal lustro delle virtù, dai servigi resi alla Patria, dall'eroismo delle azioni civili e militari; essa è identifica alla Società, è circondata dallo splendore della fortuna, è seducente per la gentilezza, amabilità, dignità delle maniere; essa infine è una forza formata dai soli secoli, e che i soli secoli non valgono a distruggerla.

Ecco come senza Decreto, e senza veruna solenne riforma si stabilì poco a poco in Venezia l' Aristocrazia ereditaria, e quella Costituzione che per tanti secoli formò l'ammirazione dell' universo. Impiegossi a sostenerla il fior de' Cittadini, e di lor potea dirsi ciò che nelle sacre Carte si dice delle Locuste (Prov. XXX): che sono più Savie di tutti i Savj, perchè non hanno re, e marciano in truppa senza disordine e senza confusione. Se i Popoli tutti, sia per abitudine, sia per pregiudizio, sia per amor proprio, sono portati a riguardare il loro Governo come il migliore degli altri, il Popolo Veneto provò più di tutti questa felice illusione; avendo in ogni tempo manifestato con trasporto la sua confidenza, e la sua divozione perfetta a quello, sotto cui viveva.

Durante il Ducato di questo medesimo Doge Pietro Gradenigo, vi fu per altro a questa stessa epoca un Decreto di molto rilievo, ch' egli ad altro momento distrusse, come a suo luogo vedremo, ma che allora a più giusto titolo poteva chiamarsi il Decreto per la Serrata del maggior Consiglio. Prima di lui i Cittadini ed i Plebei potevano entrare nella gran Sala di esso Consiglio, ed assistere ai dibattimenti sugli affari di Stato, e sulle nomine alle diverse Magistrature; ma questo Doge giudicò necessario per togliere lo strepito ed il poco rispetto verso la pubblica maestà, che tutte le porte di quel augusto Consesso fossero chiuse. Sarebbe mai possibile, che quest'atto sì materiale potesse venir preso e confuso con quella Serrata, della quale i partigiani di essa hanno menato tanto strepito? Eppure si potrebbe essere tentati a crederlo, particolarmente se insistono nella loro ostinata opinione, anche dopo che vi è da lusingarsi di avere comprovato e co' ragionamenti e co' fatti più incontrastabili l'insussistenza di questa immaginaria riforma. Che se mai rimanesse qualche dubbio ancora, questo verrà appieno dissipato nella Festa susseguente, dove tratterassi della Congiura di Bajamonte Tiepolo.

Ma indipendentemente da tutto ciò che abbiam detto fin' ora intorno la Riforma del gran Consiglio, conviene parlare altresì della Festa, che questo stesso Doge Gradenigo instituì nel giorno di Santa Caterina ai 25 di Novembre. Stando alle parole del Decreto, pare non essere stato che uno spirito di divozione particolare, che ad emanarlo il sospingesse. Tuttavia chi ama di accusarlo di superbia, pretende ch'egli per tal modo intendesse consacrare il giorno della sua elezione al Ducato; e qualcun altro l'epoca della Riforma del gran Consiglio. Ma se si riflette che la sua elezione cadde nel 1289, che il Decreto del Regolamento del gran Consiglio è del 1297, e quello della Festa di Santa Caterina del 1307, cioè posteriore di diciott'anni alla sua elezione, e di dieci al regolamento del Governo, noi siamo tratti a giudicare, che il vero spirito di tal festa sia stato benissimo la divozione del Doge a questa Santa, le cui virtù celestiali non erano minori di quelle, che si era proeacciate mercè gli studj. Non è noto in qual guisa si celebrasse la festa, che secondo il Decreto dovea esser solenne. Forse le formule posteriori adottate hanno fatto dimenticare le antecedenti. Durante la Repubblica era questa la Festa de' Dotti. In questo dì aprivasi con pompa la celebre Università di Padova, e tutti i Collegi dello Stato. In questo dì i Professori e i Maestri di ogni facoltà ricominciavano a render utili i loro talenti, e a procurarsi nuovi diritti alla gloria, coll'informare alla Patria de' Cittadini illuminati. Era questa la festa della Speranza; di quella dolce speranza, che infondeva non meno ne' genitori virtuosi, che ne' teneri figli la forza di sostenere un distacco fra loro, che dovea essere origine un giorno di felicità sì agli uni che agli altri.

Se nuove alterazioni sofferse di fresco questa solennità, pur essa tuttavia si celebra in Venezia nella Chiesa dedicata a Santa Caterina dagli Studenti del Liceo-Convito: Liceo che oggimai si acquistò la maggior rinomanza per la scelta de' suoi Professori, ed in particolare per essere diretto dal celebre Ab. Traversi, le cui vaste cognizioni si conciliano l' ammirazione di tutti gli Eruditi, e le cui paterne cure verso i numerosi Alunni si meritano da tutti i Padri e dallo Stato intero una viva riconoscenza.

La presente Festa dee star vicina a quella, di cui abbiam testè parlato; poichè entrambe ebbero origine sotto il Doge medesimo Pietro Gradenigo. Noi l' abbiamo veduto sin qui occuparsi particolarmente di regolamenti civili, che tutti riuscirono a sua voglia; l' osserveremo adesso in una carriera assai più difficile da percorrere. E prima di tutto puossi sospettare che fossero que' medesimi regolamenti, i quali levando ogni speranza agli ambiziosi senza merito, di poter avere parte nel Governo, facessero più particolarmente nascere quelle tante mormorazioni e querele, che scoppiarono in una vera sollevazione contro il Doge. Un certo Marin Bocconio, uomo di famiglia distinta fra le cittadinesche, concepì il disegno di una rivoluzione, e trovò un gran numero di aderenti, anzi si può dire che fu per ciò appunto, che venne scoperta. Tosto il Governo fece arrestarne molti, ne imprigionò alcuni; quelli che poterono scappare furono in perpetuo banditi; e a Bocconio fu tagliata la testa sulla Piazza di san Marco. Questo pronto, severo e solenne esempio valse a calmare, almen per allora, l' agitazione degli spiriti.

Credette il Doge di poter meglio assicurarsi della tranquillità interna della città, occupando la moltitudine in qualche esterna impresa, sapendo bene, che spesso la guerra produce una crisi salutare negli affari civili. La scelta però non era facile. La guerra feroce e dannosissima, che la Repubblica di Venezia ebbe a sostenere nell' anno 1294 contro i Genovesi, lacerava aucora tutti i cuori, malgrado la pace conchiusa colla mediazione de' Padovani e di Matteo Visconti. Conveniva dunque cercare qualche spedizione, che potesse avere una probabile riuscita, e un oggetto di utilità che potesse al tempo stesso accrescere il nome Veneziano. Gli parve di averla trovata. Andronico Imperator di Costantinopoli successore di Michel Paleologo, avea ricusato alla Repubblica di Venezia non solo un risarcimento, quale egli dovea ai mercanti Veneziani, ma ricusava pur anche la somma ragguardevolissima di danaro, che il defunto suo padre ricevuto aveva in prestanza dal Veneto Governo. Deliberò dunque di spedire ne' mari di Costantinopoli Belletto Giustiniani con trentasette vascelli per farsi giustizia da sè; ed il Giustiniani se la fece per modo, ch' essendosi impadronito di un gran numero di vascelli, e posto a ferro e fuoco un vasto tratto di paese soggetto all' impero, ridusse Andronico alla necessità d' implorar la pace per poter almeno sostenere la corona minacciata da' suoi proprj sudditi. Il Giustiniani, ottenuto quanto dimandava, e più ancora, sottoscrisse la pace tanto desiderata da Andronico. Il nostro eroe ritornò a Venezia recando seco quindicimila prigionieri, gran copia di sontuose spoglie, e tutta la somma del denaro, che l' imperatore aveva sino allora ricusata. La gioja de' Venezia ni si manifestò nel modo più vivace; e il Doge vide colla maggior soddisfazione, ch' egli non erasi ingannato nella sua aspettativa.

A questo felice avvenimento seguì il trionfo sopra i Padovani, di cui abbiamo altrove parlato. Ma i giorni di felicità pel Doge Pietro Gradenigo erano passati, ed egli si trovò imbrogliato in una guerra a doppie armi; le spirituali e le temporali. Eccone la cagione.

Tra i cittadini ambiziosi d' Italia, che nel decimoterzo secolo, postergando l' indipendenza e la felicità delle loro patrie, s' erano dichiarati i padroni e sovrani di esse, vi furono pure gli Estensi. Questi si erano impadroniti anche di Ferrara, ma in sul principio per poter assicurarsi meglio della loro preda, misero la Città sotto la protezioue del Pontefice, a cui essa aveva già appartenuto, e la governarono in lor nome, facendosi chiamare i Vicarj perpetui del Papa. Estesero poscia il lor dominio, aggiunsero Modena al lor Feudo, e crebbero per tal modo di autorità, di forza e di riputazione, che Carlo II re di Napoli non isdegnò di concedere sua figlia Beatrice in matrimonio ad Azzo, tuttochè fosse vedovo, e padre di un figlio per nome Fresco. Un tal matrimonio parve a questo giovane molto fuor di stagione e se ne corrucciò altamente; e forse fu tal disgusto che accrebbe in lui l' impazienza di regnare, cosicchè non potendosi più contenere, ordinò o anche eseguì proditoriamente la morte del padre. Lo sdegno de' cittadini contra l' uccisore si manifestò in maniera, che Fresco dovette andar esule fuori dello Stato. Egli non seppe ove meglio cercar salvezza che in Venezia, e come figlio ch' era di una Veneziana, implorò il soccorso della Repubblica. Procurò esse, ma indarno, il perdono per Fresco. I Ferraresi furono irremovibili. Egli allora, non vedendo più luogo a speranze per sè, rinunziò ai Veneziani tutti i suoi diritti, e solo chiese per compenso un' annua pensione da potersi godere in Venezia; il che gli fu subito accordato.

Allora la Repubblica annunziò ai Ferraresi, che da quel momento essi appartenevano al Veneto Stato. Ricevettero essi da prima molto bene una tal nuova, e fecero anche una bell'accoglienza al Governatore speditovi, credendo forse di avere in lui un antico Podestà Veneziano; ma ben tosto o pentiti di avere accordato ogni cosa troppo facilmente, o sollecitati da Francesco fratello di Azzo, che vedevasi con ciò escluso per sempre dallo sperato dominio, risolsero unanimemente di mandare Ambasciatori in Avignone, per implorar dal Papa la sua protezione contro la violenza de' Veneziani. Clemente V senza ponderar più che tanto la supplica, fece intimare al Governo di Venezia di rimettere immediatamente in libertà Ferrara, minacciando, in caso di resistenza, di perseguitar la nazione con tutte le sue armi, e di suscitare contro la Repubblica tutti i principi cristiani.

Una intimazione così risoluta del Papa non fece però grande impressione sull' animo del Doge Gradenigo; pure non potendo decidere nulla da sè solo, gli fu forza di convocare il Maggior Consiglio per prender partito. Tra i convocati fu il primo Jacopo Quirini, che con somma eloquenza procurò di persuadere la rinunzia di Ferrara, mostrando che le armi spirituali del Papa potevano essere più offensive che quelle di tutti gli altri principi uniti; poichè un' anatema sur i sudditi della Repubblica sparsi per tutta l'Europa avrebbe potuto ridurre a mal termine le loro sostanze, ed anche la vita; che il tuono minaccevole della voce Papale poteva risvegliare la gelosia assopita de' rivali della potenza Veneziana, e intimorire i sudditi fin al punto di far perdere con disonore ciò ch' era meglio cedere sotto l' aspetto di obbedienza filiale al Capo della Chiesa. Aggiunse, che se l'ambizione di estendere l'impero aveva a far prendere le armi in mano ai Veneziani, non mancavano regni in Oriente da conquistare, senza dipartirsi da' principj stabiliti dagli antenati, i quali riposto avevano le basi della nazional gloria e grandezza nella navigazione e nel commercio, riguardando come nocevole alla libertà ogni acquisto di Terra-Ferma; che ancor meno dunque dovevasi ritener Ferrara, città prediletta del Sommo Pontefice, e ciò contro la sua assoluta volontà.

Terminata questa disputa, altri Oratori presero a sostenere un'opinione affatto contraria. Fecero vedere che il Papa aveva gran torto di lagnarsi de' Veneziani, che avevano preso tante volte le armi per lui, e versato il loro sangue, e prodigati i lor tesori in favor della Chiesa; che inoltre non trattavasi già di una conquista, ma di accordar protezione a sudditi, che di loro spontanea volontà eransi sottommessi ad un Governo saggio e clemente; che non dovevasi mai per un timor pusillanime negar soccorso a chi avea diritti di attenderlo, nè rinunciare ad una Città, che situata sul Po, non poteva essere attaccata nè dal Papa, nè d' altri con forze marittime eguali a quelle della Repubblica. Terminavano col dire, che mentre il felice destino offeriva una sì ricca addizione terrestre ai possessi di mare, non dovevasi per viltà trascurarla. A tal passo altri Oratori si alzano per aver la parola; ma sono interrotti da altri. I più ardenti erano da una parte i Gradenighi, i Michieli, i Giustiniani; ed i Quirini, i Badoari, i Tiepoli dall' altra. Entrambi i partiti si riscaldano, dimenticasi la maestà sovrana, si giunge sin alle ingiurie. Quelli del partito Quirini accusano gli altri d' ignoranza, non sapendo prevedere i mali e la vergogna che derivar ponno da tanta ostinazione. Gli avversarj chiamano poltroni e nemici della Patria chi vuole la pace. Alfine il Doge si alza: quest' atto impone il silenzio; ciascuno crede di udire giusti rimproveri per i confini oltrepassati dai disputanti; nulla di questo. Soltanto l'autorità del Doge fa decider di ritener Ferrara.

Pure il rispetto alla Santa Sede volle che si spedissero Ambasciatori in Avignone per informare il Pontefice, che la Repubblica di Venezia non aveva acconsentito di occupar Ferrara, che a solo fine di soccorrerla, e per essere stata a ciò sollecitata dagli abitanti: che le sue truppe avrebbero impedito che altri principi, che già la vagheggiavano, non se ne impadronissero: che continuerebbe dunque a ritenerla a guisa di puro deposito e per sola sicurezza. Clemente V lungi dall' aggradire questa Deputazione, lanciò l'anatema contro i Veneziani, pubblicò e sparse per tutta l'Europa un Editto, con cui ordinava a tutti i popoli di perseguitar coll'armi i Veneziani, e di spogliarli di tutti i loro beni, come separati dall'unione de' Cristiani, e nemici della Chiesa Romana; poscia commise al suo Legato il Cardinal Bellagura di andar a conquistar Ferrara.

Allorquando que' Cittadini videro avvicinarsi l'Esercito Pontificio aumentato da un Corpo di Cavalleria Fiorentina, si ribellarono ai Veneti, ed apersero le porte alla milizia ecclesiastica. Per questa inattesa mutazione di cose grave fu il danno dei nostri, e per nulla valse tutto il valore, che con tanta fermezza dimostrarono. La forza nemica infinitamente superiore piombò su quegli sventurati, e vi fece un'orribile carnificina. Un piccolo numero andò a rinserrarsi nel Forte Tealdo; e allorchè questo non potè più resistere, tutti si arresero a discrezione del vincitore.

La sciagura de' Veneziani non ebbe qui fine; poichè il Papa malgrado il prospero evento delle sue armi non ritirò punto l'anatema, ed esse divennero lo scopo delle persecuzioni, e dell'odio dei Popoli, i quali sotto pretesto d'un sacro abbandono alla Santa Sede, esercitavano contro essi ogni genere di crudeltà, nè vi fu spoglio o violenza, di cui non fossero vittime. Tutte le loro ricche merci, che portato aveano in Francia, nelle Fiandre e in altri luoghi, vennero confiscate; i loro mercadanti arrestati, maltrattati, e perfino varj di loro perirono. Guai se le Saraceniche popolazioni avessero ricevuto l'acqua battesimale! la nostra nazione sarebbe stata affatto distrutta. Tali e tante rovine produsse fra noi questa terribile scomunica, che anche oggidì è portata per esempio dal volgo; dicendosi, per dinotare un uomo di tristo aspetto, che sembra recar con sè qualche cattiva nuova, pare quello che porta la scomunica di Ferrara. Ed è ben certo che Clemente V, benchè con qualche ragione irritato contro i Veneziani, spinse oltre al segno il suo rigore, e spiegò più livore che zelo in questa occasione; nè mai potrebbe essere giustificabile la sua ostinazione, e la durezza d' animo manifestata nel resistere per cinque anni a tutti gli uffizj, a tutte le suppliche della pentita Repubblica, che nel sacrosanto nome della Religione e dell'Umanità implorava indulgenza. Egli doveva inoltre non postergare, come fece, i suoi meriti verso la Santa Sede; avendo essa le tante volte accolto nel suo seno con divozione ed amore que' Pontefici, che vennero a rifuggiarvisi, e tutto il sangue e l' oro profuso per soccorrerli. Ma l'aver egli prolungata così questa crudele scomunica, fu si può dir oltre tutti gli altri mali, il principal movente di quella Congiura, che scoppiò poco dopo a Venezia. Poichè al dolore universale suscitato in tutti i Cittadini al ragguaglio di tante calamità e perdite dei nostri, successe un gagliardo fermento negli animi, ed i differenti partiti si riaccesero sempre più. Gli uni gridavano altamente contro il Doge, come autor principale de' mali pubblici e particolari, per essersi ostinato, mediante un falso giudizio, di ritener Ferrara; altri sostenevano che Marco Quirini era un traditor della Patria; poichè s'egli non avesse ceduto quella Fortezza senza tentare una battaglia, ed attendere l'approvazione del Senato, avrebbe potuto trionfare di tutte le difficoltà. Malgrado tutte queste contese, nè la colpa del Quirini, se pur l'avea commessa, venne punita a cagione del suo illustre casato, nè la calunnia, se tale ell'era, venne vendicata. Egli frattanto giunse a Venezia macchiato d'infamia, ed il Conte Doimo di Lusino Generale di terra, fu al contrario benissimo accolto. Accadde che pochi giorni dopo doveasi procedere all'elezione di un Consigliere. Entrambi si misero nella lista de' Candidati. Al momento della ballottazione Jacopo Quirini salì la Tribuna per richiamar la legge dell'anno 1266, cho non accordava ai nobili Dalmati la facoltà di entrare in Maggior Consiglio, nè quella di ottenere le primarie dignità della Repubblica. Un Giustiniani rispose; altri replicarono, ed in mezzo a questi dibattimenti di opinoni varie, si passò ad alcuni propositi inconsiderati, e a fatti più ribbuttanti ancora. Ad ogni modo il Conte Doimo venne prescelto. Osservossi subito dopo nella Piazza e per le vie varj attruppamenti, ed un certo parlar in disparte, e con molta vivacità, che diede luogo a sospettare essersi la discordia civile aumentata a segno d' inspirare giusti timori per la sicurezza pubblica. A fine di prevenir il male, il Doge d' accordo co' Consiglieri rinnovò la legge della proibizione delle armi, e fu commesso al Magistrato de' Signori di notte di soprantendere anche fra il giorno per l' esatto adempimento del Decreto. Ma il diavolo (queste sono le identiche parole di Marco Badoer) che mirava alla rovina del Governo, inspirò a Marco Morosini, Signor di Notte, di volersi assicurare se Pietro Quirini, che avanzavasi verso di lui, avesse armi indosso, e tosto gli pose attorno le mani; ma il Quirini con un colpo di piede atterrò il Morosini. Gran quantità di gente accorse sul fatto; la contesa si fa sempre più viva, e le parti vieppiù si fanno accanite fra loro; ma il Quirini per una sentenza della Quarantia è condannato ad una pena pecuniaria. Marco Quirini guardò tutto l'avvenimento come una nuova offesa diretta particolarmente a lui. Non potendo più contener la sua rabbia, risolse di vendicarsi del Doge, pronto, diceva egli, a punire i Quirini, lento a difenderli. Credette l' impresa di una facile riuscita, attesa la mala disposizione del Popolo verso Pietro Gradenigo, sia per essere stato eletto Doge contro la volontà popolare, sia perchè era riguardato come la cagion principale di tutte le calamità dell' ultima guerra. Nondimeno il Quirini non osò di mostrarsi apertamente, sapendo di non esser neppur egli in grande opinione per aver abbandonato troppo presto Ferrara. Pensò dunque di rimettere l' esecuzione del suo disegno, e di crear Capo della Congiura, che meditava, il di lui genero Boemondo Tiepolo, che dai Veneziani chiamavasi Bajamonte, figlio di quel Jacopo Tiepolo, ch' era stato dal Popolo proclamato Doge: uomo intraprendente, di una illustre famiglia, e che odiava il Gradenigo come il principal motore di essere stato punito per la sua amministrazione, allorchè fu Rettore in Morea, ed anche per l' orgoglio, diceva egli, insultante del Doge.

Da che Marco Quirini ebbe esposto tutto il disegno al Tiepolo, questo se ne mostrò soddisfattissimo, ed ambidue si misero a tenere secrete conferenze, in ognuna delle quali accrescevasi il numero de' Congiurati. Cominciossi da prima a trattare sul porre rimedio ai mali dello Stato; giacchè è sempre sotto questo pretesto che si tramano le congiure. Marco Quirini fece una rapida eposizione della sventurata situazione di Venezia dall'epoca dell' assunzione alla Sede Ducale del Gradenigo, e provò che non era possibile di salvar la Patria, se non che togliendo di vita quell'ambizioso principe insieme co' suoi partigiani. Jacopo fratello dell' Oratore, presso cui tenevansi le combricole, essendo uomo di spirito saggio e moderato trovò troppa esagerazione d' idee, e cercò di allontanare le decisioni violente; ma il Tiepolo lo interruppe, comprovando la necessità di tali misure, e prese sopra di sè l' incarico di provocare lo sdegno generale contro il Doge. Gli riuscì in fatti di far entrar nel complotto un numero grande di persone di ogni classe; le raccolse tutte, e cominciò dall'accusar il Doge come cagione della mala riuscita nell' ultima guerra contro i Genovesi, e ciò ch' era ancor peggio, e più umiliante, in quella recente col Papa. Pinse con colori assai vivi le crudeli e terribili conseguenze, che derivarono dall' anatema Papale, per cui un grandissimo numero di Veneziani furono non solo rovinati nelle fortune, ma persin trucidati. Alcuni ridotti in ischiavitù vennero venduti come oggetto di commerci, e costretti a soffrire ogni genere di umiliazione e di tormenti. Fece vedere essere divenuta Venezia più isolata da quest'anatema, che per la propria posizione; essere quasi un lido appestato in mezzo al mare, dal quale nessuno scioglie, ed al quale niuna vela amica osa approdare. Nell'interno poi esservi la carestia, la cessazione assoluta del commercio, la somma difficoltà di guadagnarsi il pane, la privazione di tutte le consolazioni, che la Religione può procurare agl'infelici; tali essere i miserandi effetti del perfido governo del Doge; e che malgrado le lagnanze, i gemiti, le preghiere di tanti infelici, pure lo snaturato erasi sempre tenuto irremovibile; così portando il suo carattere aspro ed inumano, che guardasse con tranquillo ciglio lo spargimento del sangue, e la distruzion delle fortune de' suoi proprj concittadini. Fece osservare come il valoroso marco Quirini era stato a torto privato del comando della flotta contro i Genovesi, e come ultimamente era stato esposto nel Maggior Consiglio ad ogni specie d' insulto dai suoi antagonisti senza che il Doge ne rimproverasse alcuno, senza che i Magistrati li punissero. Indi l' Oratore non dimenticò nemmen di parlar di lui stesso, dimostrando, che quantunque disceso da benemeriti Cittadini de' quali rammentò le gloriose imprese, pur venne, contro ogni giustizia, condannato a risarcire il pubblico erario de' danari amministrati nel suo governo di Modone e di Corone. Infine con queste ed altre accuse giunse ad eccitare un grido generale in tutta l'assemblea di morte al Doge Gradenigo.

Se ne formò il piano, ed il Tiepolo venne proclamato Capo della Congiura. La piazza di Rialto fu assegnata pel luogo dell' adunanza. Di là dovevasi marciare verso la piazza di San Mareo ed investire il Palazzo Ducale, atterrarne le porte, impadronirsi del Doge uccidendolo, e con lui tutti quelli che osassero opporsi. Frattanto il Badoer ch' era Podestà a Padova, dovea condurre di là un corpo di truppe, che comparissero opportunamente, caso che i Congiurati fossero bloccati, per liberarli. Quanto alle armi, tutti i nobili guerrieri ne avevano in gran quantità. Esse erano conservate nelle antiche famiglie, come oggetto di lusso o come trofie. Furono dunque queste distribuite a tutti quelli ch' erano concorsi nella medesima risoluzione, e fra essi, (cosa osservabilissima) vi si trovavno molti nobili. Per l' esecuzione era stabilito il giorno 15 di giugno di quest'anno 1310. Nè devesi lasciar di osservare (perchè cosa al certo meravigliosa) come il secreto fu da un numero sì grande di persone custodito in giusa, che sino al dì precedente niun sentore se ne avea per la Città; e ciò rincuorava ognor più i Congiurati, onde con più ardore accelerarono i preparativi necessarj pel giorno seguente. Ma appunto nella giornata del 14 s'incominciò ad osservare, che un gran numero di persone s'introducevano di soppiatto in varie case, e parlenzio ticolarmente in quelle de' nobili, ch' erano i più contrarj al Doge. La scoperta fu tosto comunicata a lui, ma sull' imbrunire ei giunse a saper chiaro di che si trattasse. Egli non perdette per ciò nè cuor nè mente. Raccolse in un punto que' tra' membri del Gran Consiglio, sui quali poteva maggiormente contare; comunicò loro il pericolo che ad ognuno sovrastava; li esortò senza perder tempo ad avvertir ciascuno i proprj parenti ed amici, e quanti più cittadini potevano atti all' armi, perchè tutti armati si ragunassero nel Palazzo Ducale prima dello spuntar del giorno: ordinò, che si sguernissero i posti meno importanti di Venezia per portarne sulla gran Piazza le truppe. Fece accorrere dall' Arsenale molti operaj. Indi assicurò l'Assemblea, che qualora si agisse prontamente, e si conservasse un perfetto accordo fra tutti, non eravi niente a disperare della cosa pubblica. In questa maniera sotto l'apparenza della tranquillità generale, e nel pacifico silenzio lenzio delle tenebre notturne, sì dall'una parte che dall' altra prendeva si tutte le disposizioni per dar principic ad un' azione, in cui Venezia dovea oattersi contro Venezia stessa, ed il sangue de' cittadini sgorgar sotto il ferro de' loro concittadini.

Appena il giorno apparve che sollevossi un fiero temporale. Il fragore delle folgori, ed il muggito del mare in burrasca diedero il segnale della scena crudele e sanguinosa ch' era per aprirsi. Ma questo fenomeno del cielo arrestò in qualche modo il primo empito de' congiurati; pure considerando il Tiepolo essere impossibile, che un concorso sì grande, per cui erasi già dovto svegliare la notte gran parte della città, non fosse arrivato a cognizione del Doge, non bilanciò più; raccolse egli tutte le sue truppe, e quando furono tutte unite, ordinò di atterrare le porte delle prigioni di Rialto, e trarne i delinquenti. Con questi aumentò la sua armata. Indi permise di impadronirsi di tutti i depositi de' grani, delle casse del danaro pubblico e di distribuirselo fra di loro. Una tal permissione fu ad essi data non solo per soddisfar la sete del bottino, ch' è sempre il principal agente nelle sollevazioni popolari, ma anche per guadagnar tempo, onde così il Badoer giunger potesse da Padova col suo rinforzo. Fu però grandissimo fallo questa permissione; poichè i Congiurati perdettero in tal modo inutilmente un tempo prezioso, del quale il Doge ne profittò per raccorre insieme tutti i suoi partigiani, e disporli in propria difesa. Diede il comando delle truppe a Marco Giustiniani, il quale pose buona difesa ad ognuna delle porte del palazzo, indi le sfilò del miglior ordine sulla Piazza di San Marco.

Frattanto il Tiepolo cominciò la sua marcia. Si videro allora uscir da ogni strada coorti di genti armate, ed il suono delle trombe misto ai gridi, agli urli, ed al rimbombo de' tuoni, tutto aumentava l' orrore. Giunti alla Merceria, raddoppiaronsi le grida: morte al Doge Pietro Gradenigo. Gli abitanti di quella contrada accorsi tosto alle finestre e su i tetti, gettarono sugli armati piertre e sassi, e tutto ciò che veniva loro alle mani. Una vecchia volle gettare un mortajo di pietra sulla testa di Bajamonte, ma se fallì quel colpo, fu però fortunata per avere colpito il suo Alfiere, che morì sul momento. Non perciò il Tiepolo si sbigottì, ma continuò la sua marcia verso la Piazza di San Marco, ne si spaventò punto per lo spettacolo imponente di un' armata disposta a riceverlo, che non aspettavasi di vedere. Le due schiere si dispongono tosto all' attacco; il sangue già scorre sul terreno, e durante lo spazio di varie ore, la Piazza di San Marco divenne il campo di battaglia, offerendo nel furor civile di un medesimo popolo tutti gli orrori d'un combattimento fra due nazioni ferocemente nemiche. Indecisa per qualche tempo fu la sorte, alla fine il valoroso Giustiniani conquise Marco Quirini, e portò la strage ad un gran numero di insorgenti. Il Tiepolo disperando sul fatto di una miglior riuscita, procurò di ritirarsi il più presto possibile co' suoi dentro l' isola di Rialto, dove, rotto il ponte di legno, che attraversava il canal grande, e tratte a sè le barche, si fortificò colla speranza di poter il giorno appresso cominciare il combattimento, mediante l' aspettato rinforzo di Padova. Ma le barche che dovevano condurlo, per sua grande sciagura rimasero per più ore in secco sulle sponde del Brenta, ed allorchè giunsero nelle lagune, furono tutte prese; il Badoer dopo alcuni giorni ebbe recisa la testa.

Frattanto il Doge fece pubblicare un perdono generale a tutti quelli, che dopo di aver seguito il partito di Bajamonte, si fossero messi alla ragione e cercò di animar il Popolo ad accorrere alla difesa della cosa pubblica. Malgrado però tali esortazioni, pochi v' ebbero, che non si tenessero ritirati senza decidersi per alcun de' partiti Il giorno 16 vi furono delle trattative. per una riconciliazione, ma non si potè nulla ottenere. Nello stesso giorno Giovanni Soranzo, e Mattio manolesso, uomini venerabili per età, e pel sostenuto maneggio di gravi affari, furono incaricati dal Doge, dai Consiglieri, e dai Capi de' Quaranta di recarsi a Bajamonte, onde persuaderlo di presentarsi, non già al Doge Pietro Gradenigo, ma soltanto alla Signorìa. Quegli non si arrese pur un poco, adducendo per ragione che le replicate ingiurie del Doge verso di lui gridavano vendetta, e ch' era risoluto di ottenerla. Quindi i Deputati si ritirarono senza poter riportare che tristi nuove. Allora Filippo Belegno, uno de' Consiglieri più rispettabili, fidato nel predominio, ch' egli sapeva di avere sul cuor del Tiepolo, si offerse di andarvi egli stesso, e ricevuto il pieno potere di dispor le cose secondo a lui paresse, si partì sul momento. Fu egli sì fortunato da poter persuadere il Tiepolo ed i suoi partigiani di allontanarsi da Venezia. Si seguò una Capitolazione da esser poi sanzionata dal Maggior Consiglio, nel cui esordio annunziavasi (ciò ch'è molto notabile) che gli ordini emanati contro il Tiepolo e gli altri complici non erano per essere stati nemici della Patria, ma per essersi abbandonati a disordini ed errori contrarj alla pubblica tranquillità. Si venne all' estensione degli articoli. Il primo risguardava Bajamonte Tiepolo. Gli si lasciò la scelta del luogo del suo esilio. Egli preferì di essere relegato per quattro anni in Dalamazia vicino ai parenti di sua madre. Il secondo risguardava i nobili patrizj, che avevano preso parte nella congiura: lasciossi a loro pure la libertà di scegliere il luogo del loro esilio, che però anche per loro durar doveva quattro anni. Il terzo abbracciava tutti gli altri complici, i quali vennero lasciati in poter del Doge e de' Consiglieri.

Il Gradenigo da uomo prudente e illuminato giudicò essere la dolcezza e l' indulgenza i mezzi da usarsi per vincere gli animi inaspriti; poichè le persecuzioni ed i rigori d' ordinario non fanno che stringere i congiurati in maggior alleanza fra di loro, ed accrescer numero di seguaci al loro partito. Col sottoscrivere gli articoli convenuti, facevasi un lungo ponte e sicuro per iscacciar da Venezia i nemici. Quindi ei ragunò per il giorno dopo il Maggior Consiglio, ove si lesse la Capitolazione, alla quale fu aggiunto solamente, nel caso che il Tiepolo, e gli altri Complici avessero mancato ai patti, fossero in sul punto risguardati come traditori della Patria, e come tali puniti. Quest' addizione fa meglio conoscere che lo scopo de' Congiurati non era stato l' annullamento della Costituzione, come alcuni asseriscono; poichè non sarebbesi riserbato solo a quel punto il dar loro il nome di traditori della Patria.

Sciolto il Gran Consiglio, i Congiurati recaronsi tutti nella terra di Mestre, dove venne ad essi letta la loro condanna. Giurarono tutti obbedienza; ma poscia udendo che la radunanza del Consiglio non era stata formata che di 377 membri, quando gli eletti in quell'anno erano 900, congetturarono che il numero de' lor partigiani anche in questo Consiglio stesso, fosse molto più grande di quanto avevano osato immaginare, ciò che animò infinitamente le loro speranze, e li determinò, malgrado il giuramento prestato, di non allontanarsi da Venezia oltre che a Treviso, per aver maggior facilità di giungere al loro scopo. Dall' altra parte il Doge, i Consiglieri, ed i Capi di Quaranta si fecero essi pure a considerare il piccolo numero di patrizj intervenuti al Consiglio per risolvere sopra un affare tanto delicato e di tanta importanza, ciò che certo non sarebbe arrivato, se fossevi stato a temere di una generale sollevazione nel Governo, poichè quelli che si trovavano essere del Gran Consiglio, avrebbero avuto interesse di sostenerlo. Ma qualunque si fossero le ragioni particolari, v' era da sospettare che il numero de' nemici occulti fosse maggiore dei palesi. Da ciò nacque, che la gioja per la partenza del Tiepolo e de' suoi aderenti si cambiasse in timori gagliardi, conoscendo esservi un resto di quel lievito, che prodotto aveva il gran fermento; perciò con nuova legge fu decretato, che dovendo ragunarsi il Maggior Consiglio fosse permesso di venire armati a questo Consesso: “et ciò fecero (dice Marco Barbaro), non perchè la Congiura era di Cittadini e Popolari, ma perchè quest' era una Congiura de' Cittadini Nobili contra Nobili Cittadini, e non erano conosciuti gli amici dalli nemici di quel Governo, volsono permettere, che generalmente e pubblicamente si portasse armi in Gran Consiglio.” Anzi non potendo penetrare il Doge con certezza, se dovesse più temere da' nobili, ch' erano membri attuali in quell' anno, ovvero da quelli che non entravano allora a formare il Gran Consiglio, gli parve sicuro partito, che le porte della Sala stessero aperte, onde poter essere facilmente cilmente soccorsi sì da' cittadini, che dai popolari nel caso di qualche emergenza. A questo fine furono fatte le seguenti deliberazioni.

“1310 li 12 luglio in Mazor Consiglio.

“, ..inoltre si ordina, che la porta per questa volta soltanto stia aperta, non intendendo, che se qualcuno uscirà dal Consiglio, incorra nella pena di libre dieci, come vuole la legge, e se qualcuno verrà dopo proposta la Parte, sen Parta.”

“1310 li 19 luglio.

Che la porta per ora stia aperta, e se il Consiglio è contrario sia rivocata la parte.”

Queste leggi sono una nuova prova ch' esisteva quella già veduta nell'antecedente Festa, di dover chiudere le porte del Gran Consiglio.

Indi vennesi a studiare i mezzi per assicurar la pubblica tranquillità, non essendovi niente di più fatale allo Stato e che ponga più in pericolo la libertà pubblica, quanto gli odj e le inimicizie civili. Giudicossi il pericolo tanto vicino da dover ricorrere ad una Magistratura di grande autorità, che potesse agire senza la lentezza delle regole ordinarie. Ma un tal potere, quasi senza limiti, non poteva certo essere posto nelle mani di un piccolo numero di persone, senza incappare in nuovi pericoli; nè in quelle di molti senza fargli perder molto della sua forza. I nostri Legislatori non arrossendo giammai di prevalersi degli usi delle altre nazioni, quando l' esperienza ne aveva provata l' utilità, ad imitazione degli Efori di Lacedemone, instituirono un corpo composto di dieci cittadini più rispettabili di Venezia, a' quali fosse specialmente appoggiata la cura di procurare i mezzi necessarj per impedire li disordini cittadineschi, ogni abuso di superiorità individuale, ogni parzialità nella pubblica giustizia, ogni attentato contra la Costituzione, e nel caso che scoprissero qualche scellerato che invece di obbedire bonariamente, studiasse il mezzo di comandare tirannieamente, o che trasportato dall' ambizione, o sedotto da perverse inclinazioni minacciasse danno allo Stato, avessero il pien poter di giudicar da loro soli l' affare, e deciderlo nella maniera la più conveniente per la pubblica sicurezza.

La saggia vigilanza, e prudente condotta di questo Magistrato lacerò tutti i fili della trama, che pur dava argomento di tema; mentre i Congiurati riunitisi nella Città di Treviso, di là non si dipartivano, malgrado le dolci e replicate insinuazioni del Governo, che gli esortava di trasferirsi ne' luoghi loro assegnati. Tanta ostinazione costrinse alfine il Governo a passare ad un castigo più severo. Furono tutti banditi in perpetuo a cagione della loro disobbedienza, e ciò ch' è peggio, a cagione de' loro segreti maneggi per restituirsi in Venezia. E siccome Bajamonte Tiepolo era quello, che tuttavia animava gli altri a resistere, così fu messa la sua testa a prezzo di due mila ducati. Decretossi inoltre che la sua casa fosse atterrata dai fondamenti, e che in suo luogo vi si ponesse una colonna con Inscrizione infamatoria. Convien conoscere questa Inscrizione per imparare al tempo stesso la fede, che prestar si deve ad un gran numero de' Cronisti, e alle tradizioni che sono passate di bocca in bocca per più secoli. Questi autori, e queste tradizioni riferiscono come scolpiti sulla colonna questi versi:

“De Bajamonte Tiepolo fu questo terreno E mo è posto in commun acciochè sia A ciaschedun spavento per sempre e sempre mai Del mille tresento e diese A mezzo el mese delle Cerese Bajamonte passò el Ponte E per esso fò fatto Consegio de Diese.”

Coll' andar del tempo la famiglia Tiepolo riputatissima e veneratissima prima e poi, ottenne di poter sotterrare questa Colonna, ed essa rimase sepolta per varj secoli. A' nostri giorni fu essa dissotterrata, ed il nostro fu celebre Bibliotecario cav. Morelli, il cui onore era certo quanto la sua erudizione, postosi ad osservare l'Inscrizione, vi trovò queste precise parole, e nulla più:

“De Bajamonte Fo questo terreno e mo Per lo so iniquo tradimento Azzò lo veda tutti In sempiterno.”

Venne poscia proclamato un perdono generale per tutti quelli che pentiti dell' errore commesso si renderebbero all' obbedienza. Con questo mezzo dolcissimo si potè riconquistare molti cittadini, ch'erano affatto perduti per lo stato; ed il Tiepolo abbandonato da' suoi, lo fu pure dagli abitanti di Treviso, che lo cacciarono dalla città, nè mai più si ebbe di lui novella alcuna.

Riconosciuta l' utilità della nuova Magistratura denominata il Consiglio di X, i cui membri avevano meritato la general soddisfazione nel disimpegno di un affare tanto difficile e delicato, fu allora adottato di rinnovarlo d'anno in anno, senza però stabilirlo perpetuamente, come lo fu in appresso.

Siccome poi cagione primaria della riacquistata tranquillità generale e sicurezza pubblica era stata l' onnipossente volontà della Divina provvidenza, così venne decretato, che in commemorazione del felice avvenimento accaduto il giorno 15 giugno, festa di San Vito, celebrar si dovesse ogni anno la festa di questo Santo nel tempio a lui dedicato, e che il Doge col suo augusto corteggio vi si recasse per render le dovute grazie. Si stabilirono tutte le formalità. Ed essendo la chiesa di San Vito alla sinistra del Gran Canale, e ad una troppa distanza dal palazzo del Doge, perchè Sua Serenità potesse fare quella strada senza andarsene a piedi, fu preso ch' egli anderebbe nelle sue barche dorate, vestito nella sua maggior pompa, e seguito dalla signoria e dagli ambasciadori. Per quelli poi che dovevano formare la gran processione, si ordinò un ponte di legno, che attraversasse tutto il canale, il cui capo mettesse alla piccola piazza della chiesa. Sopra questo ponte dovevano passare i Presidenti delle quarantie, tutta la Quarantia Criminale, i Savj degli Ordini. Seguivano questi le sette scuole grandi, i religiosi di tutti gli ordini, i musici di San Marco, e tutti quelli che assister voleano alla grande solennità.

Allorchè tutte le sacre cerimonie della chiesa erano compite, il Doge rientrava nelle sue barche, e recavasi al suo palazzo, dove dava un banchetto a tutti quegli ambasciatori, e a quei patrizj ch'erano stati pubblicamente a parte della solennità. Questa durò in vigore sino al 1797; ed è interessante a sapersi, che il concorso del popolo per rendersi in tal giorno nella chiesa di San Vito, non mai diminuì; quantunque si teneva generalmente per fermo, che l'origine della festa fosse il trionfo dell'aristocrazia consolidatasi in quest'occasione, il che prova, che malgrado le distinzioni e i privilegi del patriziato, la costituzione che governava questo popolo, produceva un sentimento generale di soddisfazione. È ben vero però, che queste distinzioni, questi privilegi non aveano luogo che negli affari governativi; mentre un'assoluta eguaglianza co'popolari esisteva in ogni tassa e imposizione, nella giustizia de' tribunali, e nelle provvidenze emanate da savj consessi, per rendere tutti paghi e contenti. E quanto alla vita sociale, regnava qui una specie di reciproca affezione, certe abitudini in comune, un miscuglio piacevole fra tutte le classi, che quantunque l' una separata dalle altre, tutte vicendevolmente si ajutavano fra loro, e si legavano nelle loro reciproche relazioni con sì dolce amistà, ch'era impossibile di veder penetrare in verun cuore nè avversione, nè invidia, nè quella mutua antipatia, che tanto si manifesta presso le altre nazioni, dove un gentiluomo è egualmente forestiere alle altre classi de' suoi compatriotti, che lo sia agli altri popoli. Qui generalmente tutti i patrizj crano conosciuti e trattati con quel rispetto spontaneo, che punto non avvilisce quelli stessi, che lo accordano; ciò che non avrebbe luogo, che quando il loro oggetto ne fosse indegno; in fine erano riguardati, così disse un eccellente autore, come quelle stelle, che si distinguono in mezzo a mille altre, che brillano ai nostri occhi nel silenzio di una bella notte d' estate.

Prima di giungere a ciò che forma il soggetto di questa festa, diasi una occhiata ai fatti che precedettero. Il conoscere l' andamento degli avvenimenti è un mettersi in istato di meglio conoscerne le conseguenze. Qual vivo interesse inoltre non inspira una epoca la più nobile, la più sublime della storia de' secoli di mezzo, quella in cui un popolo sagace e industrioso, qual era il Lombardo, scosse il giogo de' governatori incapaci e indegni di comandare? La disperazione si armò: la Lombardia fu libera. Le fu d' uopo nondimeno versar molto sangue e molto oro per conquistare la sua indipendenza, e poscia sostenerla con grandissimi sforzi. Ma queste guerre stesse furono sorgente di azioni sublimi, ed oggetto di universale sorpresa. Tutto il mondo ammirò il coraggio eroico di quel popolo, che seppe affrontare tanti pericoli, sprezzare la morte, supplire al piccolo numero de' soldati col genio e col valore, trar partito da menomi vantaggi, riparar prontamente a tutti i rovesci, vincere eserciti, che si tenevano in pugno la vittoria, acquistarsi con ciò un nome immortale, e distruggere mercè il sacro amor di patria, tutto l' orrore che inspirano le spedizioni militari. Esempj tali presentati con riuscita felicissima parvero svegliare in tutti i cuori italiani una specie di fermento generale, che fece vieppiù ardeute la brama dell' indipendenza.

Questa passione che sin dal 983, e motlo più nel 1106 aveva gettato molte scintille, nel XII secolo tanto divampò da fare sì rapidi progressi, che non la Lombardia soltanto, ma le altre principali città dell' Italia erano giunte a scuotere il giogo de' lor tiranni, a far fronte alle armate dei principi alleati, a formarsi una costituzione libera e adattata a ciascuna repubblica. Lo studio del diritto comune contribuì grandemente ad avvivare le idee più precise della giustizia e della saggezza de' governi. Si arrossì allora dell' obbedienza accordata sì a lungo a leggi barbare, a leggi forestiere, fossero pur esse o Bavaresi, o Lombarde, o Saliche, o Alemanne, o Rissuarie. Le sole leggi romane furono rimesse in tutta la loro attività. Videsi tosto ristabilito il buon ordine, suscitato lo spirito d'industria, le arti divenute un oggetto di attenzione, l' agricoltura incoraggiata ed onorata, la popolazione accrescersi sensibilmente, le ricchezze procurare i comodi ai cittadini e abbellir la città; infine la felicità sociale estendersi per ogni dove. Ma per una fatalità umiliante, a questo quadro animatore ne troviamo posto dirimpetto un altro di un genere affatto opposto. Allo spirito d' indipendenza si associò tosto l' abuso della libertà, dell' eguaglianza, e quindi ne nacque la discordia, il disordine. Si cercò un pronto rimedio, e si credette di averlo trovato, affidando le redini del governo ad un qualche personaggio noto per la sua probità, per la sua prudenza, ed i suoi lumi. E perch' egli meglio potesse tener in mano la bilancia della giustizia, senza che legami di sangue, di amicizia, di consuetudine o di riguardi potessero farla tracollare più da una parte, che dall' altra, si volle fin anco sceglierlo in una delle città vicine ed amiche. I Veneziani, che godevano della più alta riputazione per il loro sapere nel diritto comune, furono chiamati come rettori o podestà per giudicare sulla base della giurisprudenza Romana. Il primo che in questa qualità si vede inscritto ne' pubblici veneti registri, è Matteo Quirini, che nel 1186 fu chiamato per podestà a Treviso. Trovasi poscia una lista assai lunga di patrizj Veneti egualmente chiamati in tutte le città d' Italia. La repubblica di Venezia aderì sempre a tali richieste, senza aver mai d' uopo di farne agli altri per sè. La ragione è semplicissima. Un giudice estraneo conviene infimtamente in una Repubblica, che sia turbolenta e corrotta, ma in una dove le saggie leggi ed i buoni costumi sono rispettati, i proprj concittadini sono sempre i migliori amministratori della comune giustizia. I Veneziani non furono soltanto chiamati a rettori, ma anche a mediatori per acquetare le discordie civili fra le diverse fazioni. padova, Verona, Milano, Bologna la dotta, ed anche Firenze e Pisa ebbero prove del loro sapere, e della loro finezza nel maneggio degli affari anche i più difficili. Felici que' popoli se avessero sempre conservato simili rettori, simili mediatori; ma sventuratamente quelle stesse Repubbliche così pronte ad armarsi contro tutti i principi, che potevano portar qualche ombra alla loro libertà, non istettero menomamente in guardia contro alcuni ambiziosi cittadini, che non avendo se non poco o nulla di proprio, e quindi trovandosi alla stessa condizione di tutti gli altri cittadini, non ispiravano verun timore. Da ciò appunto successe che alcuni tra loro dominati dalla passione dell' autorità, cominciarono a porsi alla testa delle fazioni, mostrando molto coraggio nel condurre le armate alla vittoria, si fecero eleggere podestà, ciò che equivaleva a signori o principi di quelle città, ed acquistarono in tal modo un grandissimo ascendente sopra il popolo. Gl'imperatori ed i papi volendo essere i padroni dell'Italia, senza però aver forze sufficienti per tenerla soggetta, dovettero nominare come loro vicarj que' medesimi signori, che avevano già quasi ogni cosa usurpato. Sotto un tal titolo intendevasi un libero dominio col carattere di una dipendenza lontana. In seguito questi vicarj si rendettero padroni assoluti di tutte le provincie; e le repubbliche italiane finirono nella stessa maniera, che quelle de' Temistocli e degli Epaminondi.

Il primo che diede in Italia un tale esempio di sovranità, si fu Ezzelino da Romano, il quale nel 1237 dopo di aver acquistato Verona, Vicenza e Padova, ne prese le redini del governo da despota. Si propose imprese da superar quelle di Carlo Magno, e si computò sicuro di rendersi padrone di tutta la Lombardia. Possedeva egli tutti i talenti necessarj per l' esecuzione de' suoi vasti disegni; ma per una fatalità naturale a tutti i despoti, credette, come gli altri, che l' autorità si stabilisca, si conservi ed aumenti col terrore, e coll' immagini de' tormenti, a cui sarebbero esposti i vinti ed i ribelli. Furono appunto le sue estreme crudeltà e la sua aspra tirannide, che determinarono il pontefice Alessandro a formare una crociata nella Lombardia contro questo figlio di perdizione, contro quest' uomo di sangue riprovato dalla fede. Invitò anche i Veneziani, i quali vi concorsero e per l'amor della libertà, e per l'inquietudine, che produce sempre la vicinanza di un tiranno.

Ezzelino spiegò nel corso di questa guerra un valore mirabile; ma la superiorità di forze de' nemici, ed il tradimento de' suoi partigiani lo fecero succombere nel 1260. La vendetta si estese sopra tutti gl' individui anche innocenti della famiglia da Romano; tutti indistintamente furono crudelmente trucidati.

Allora le principali città coi loro territorj ressero i loro affari, e si stabilirono in repubbliche; ma non seppero consolidarsi in guisa, da impedire che altri ambiziosi usurpassero di nuovo l' autorità. Tra questi primeggiarono particolarmente i Carraresi, i Visconti, gli Scaligeri. Non ci arresteremo che su questi ultimi, per non allungar di troppo la narrazione.

Gli Scaligeri nel 1334 erano risguardati come i principali signori della Lombardia; Mastino dalla Scala divenne capo della famiglia. Era egli uomo di spirito fino, intraprendente e poco delicato nella scelta de' mezzi, onde soddisfare alla sua insaziabile ambizione. Al dominio di Verona avea aggiunto quello di Vicenza, di Brescia e della Marca Trivigiana; con fraude avea caeciato i Rossi da Parma e da Reggio; avea preso al re di Boemia Feltre, Belluno e Ceneda; erasi impadronito di Lucca e di Luni nella Toscana, ed avea finalmente costretto i Carraresi a cedergli Padova, al cui governo pose il suo fratello Alberto.

Giunto a tal punto di grandezza, egli poteva ben contentarsi del godimento tranquillo de' suoi vasti possessi, della magnificenza de'suoi palagi, dello splendor della sua corte, del fasto e buon gusto delle sue feste, e de' suoi spettacoli, del vedersi circondato da ventitre principi da lui spogliati, di essere lodato anzi esaltato da tutti i dotti, de' quali la sua capitale era il centro, e di essersi infine attirata l'universale ammirazione. Ma che cosa v' è che basti ad appagar la sete dell' ambizione, massime in coloro, che da una sorte propizia furono innalzati oltre la nascita? Mastino avea tutt' altro che un' anima capace di difendersi contro le insidie, che sempre si ascondono ne' favori del destino. Prese un' aria orgogliosa, dura, sprezzante. Volle anch' egli dominare col terrore. Non usciva mai se non preceduto da duemila cavalli, e da duemila fanti colla sciabla sguainata alla mano. Si sospettò che aspirasse alla conquista di Ferrara e di Bologna, e di voler infine rendersi sovrano della Lombardia. Si disse persino che si aveva fatto lavorare una corona d'oro contornata di brillanti del valore di ventimila ducati d' oro e più. Che che ne fosse, egli certamente affettò un disprezzo generale, e cominciò a spiegarne gl' indizj anche riguardo alla repubblica di Venezia. S' impossessò delle terre de' signori di Camino, che in allora erano sotto la protezione dei Veneziani. Ordinò l' crezione di un forte sui confini delle lagune a Bovolenta, dove i Veneziani lavoravano il sale. E volle inoltre far deviare il corso de' fiumi a grave danno della nostra città e del suo commercio in Terraferma. Con questo contegno ostile Mastino pretendeva di mostrare ai Veneziani, ch' egli nulla temea di loro per l' esecuzione de'suoi divisamenti. Ma egli avea mal pesate le forze di questa Repubblica. È vero ch' essa nulla ancor possedeva sul Continente, ma era però tale tanto pel suo dominio sul mare, quanto per le sue riccheze, e per la sua popolazione, da incutere timore nei confinanti. Essa tuttavia prima di venire alle vie di fatto, volle spedir ambasciatori a Verona per riconoscere le vere disposizioni di Mastino verso di essa, e avere dalla sua propria voce una risposta decisiva. In questo spazio di tempo dicesi, che un suo consigliere, chiamato Pietro Maranese, uomo prudente e illuminato, esortò vivamente il suo padrone a non disprezzare l' amicizia de' Veneziani, dimostrandogli principalmente, che un despota fa la guerra con gran discapito contro una repubblica, perchè gli ordini e le deliberazioni di lui avendo fine colla vita, i sudditi non si sottomettono che a forza a que'sacrificj; quando all' opposto quelli delle repubbliche essendo ordini tanto durevoli quanto l'esistenza di esse, hanno il consenso del popolo, la cui gloria divien nazionale; che nel primo caso è indifferente ai sudditi, per non dir desiderabile, il cangiar sovrano; non potendo nulla di peggio per essi accadere, essendo già sottomessi alla sola sua volontà; nelle repubbliche all'incontro la felicità dell'indipendenza è sì dolce che tutti concorrono per conservarla, ed è quasi impossibile di soggiogarli. Pietro avea un bel dire; nulla potè scuotere la determinazione di Mastino contro i Veneziani. Forse (come alcuni pretendono, e l'esito delle cose rese probabile) Mastino era anche sollecitato dai Carraresi, che per interesse e per vendetta speravano di precipitar per tal modo nella sua rovina il tiranno, riguardato con ragione da essi come il loro più gran nemico. Mastino rispose dunque ai deputati Veneziani in modo altissimo; giurando di non voler per nulla modificare quanto avea risoluto. Pure conoscendo quanto utile gli era di temporeggiare, aggiunse che spedirebbe tosto egli stesso un suo deputato a Venezia a fine di esporre al Senato la sua ultima volontà. Questi giunse di fatto, ma venne tosto congedato coll'intimazione di guerra.

Il doge Francesco Dandolo, benchè uomo belligero, e attissimo a dirigere le operazioni guerriere, non vedeva che con dolore la necessità di venire all'armi. Era persuaso che niente vi fosse di più dannoso ad una nazione commerciante quanto l'interruzione della pace; che il meschiarsi tra quelle fazioni, che dominavano allora il Continente agitato da discordie civili, recar potrebbe gravi sciagure anche al suo paese; e che niente infine poteva compensare le spese e i rischi di una sterile guerra. Venezia infatti non possedeva allora alcuno stato in Terra-Ferma, nè pur per poco aspirava ad averne; riguardando ciò come un pericolo di diminuire l'amor della patria per l' amor delle ricchezze continentali, come una distrazione alla soppravveglianza delle leggi, e come una probabilità di perdite maggiori ad ogni rinnovazione di guerra. Nel caso presente dovea essa cimentare le sue forze pel solo piacere di rovinar le terre dei suoi nemici, per dovergliele poscia rilasciare senza proprio profitto. D' altra parte il Dandolo era ben lontano dal voler tollerare affronti e ferite alla dignità della Repubblica. Studiò adunque il modo di salvar tutte le convenienze. Dopo un maturo esame raccolse il Senato, e cominciò dall' esporre colla maggior eloquenza tutti i vantaggi, che si traevano dall' impero del mare. Fece vedere che le sole forze marittime avevano recato ai Veneziani tutto il il loro potere, e sparso il loro nome in tutto il mondo. Richiamò alla memoria di ognuno i principj gloriosi della Repubblica, base immobile sulla quale dopo tanti secoli si reggeva il sublime edificio: l'amor della pace e della tranquillità avea popolato queste lagune, ed i cittadini nutriti con tali idee, ne avevano contratto l'abitudine. Fece ossevare che quantunque Venezia coll' andar del tempo fosse cresciuta in forze ed in autorità, essa però non avea prese mai le armi in mano che per vendicarsi delle ingiurie, o per dar ajuto agli amici, non mai per ambizione di dominio, o d'ingrandimento dello Stato. Combattè contro i Francesi, quando Pipino pretese di soggiogarla; contro gli Unni, che, malgrado la loro forza, mise in fuga; contro i Genovesi, che non cessavano di molestarla. Pure ad onta di tutti i riportati trionfi ebbe sempre la prudenza di conoscere, che la pace ed il mare erano le sole e vere sorgenti di sua prosperità, e che la posizione della città, e le antiche sue instituzioni le ingiungevano l' obbligo di non deviare giammai da questi principj: essersi perciò sempre astenuta dal mirare al Continente, siccome cosa di somma difficoltà, e d'immensa spesa, richiedendosi eserciti, armate bastantemente forti e bene disciplinate per poter penetrare sul territorio altrui, seguire il corso delle vittorie, e conservar le sue conquiste. Aggiunse l' esempio di molti antichi popoli, che malgrado la forza delle loro flotte, e la loro superiorità sul mare, non si erano però mai arrischiati di estendere i limiti del loro impero sul Continente. Atene stessa, ed altre città della Grecia, donde forse ebbe origine l'arte della costruzion navale e la nautica, si contentarono del loro dominio marittimo, senza mai pretendere alle conquiste terrestri. La Repubblica di Venezia perseverando sempre ne'suoi principj, ne' suoi studj, ne'suoi esercizj nelle cose soltanto di mare, era divenuta florida e ricca. Essa avea potuto altresì prevalersi della decadenza dell'impero d' Oriente per impadronirsi esclusivamente del commercio del Levante, occupare una porzione importante di Costantinopoli (città utilissima alle imprese di mare), metà dell' impero della Romanìa, e sottommettere alla sua obbedienza varie Isole e Porti. Pure nonostante queste illustri azioni, essa si era rimessa tosto ai suoi antichi usi; avea deposte le armi, ripreso il commercio, e tutte le sue nuove conquiste non furono, per così dire, riguardate che come un mezzo di facilitare ed accrescere ogni genere di traffico. Dopo queste osservazioni il Dandolo esortò il Senato a seguire anche nella circostanza d' allor le medesime traccie, non dando retta a consigli nuovi e rischiosi, comecchè nobili ed elevati nell'apparenza; e suggerì che, anzichè impegnarsi in un'aperta guerra offensiva, si tagliasse ogni comunicazione col Continente, e si custodissero accuratamente tutte le imboccature de'fiumi, affinchè nulla potesse uscire, od entrare nel paese nemico. Con questa specie di blocco venendo esso privato delle cose necessarie alla vita, era probabile che si fossero ben presto udite proposizioni di pace.

Parea che l' opinione del Doge non dovesse incontrare obbietti; poichè potendosi soggiogare un nemico senz'armi, è folle chi nol fa. Nondimeno un Senatore si alzò dal seggio, e montò la Tribuna per esporre un' opinione da quella affatto divers. Cominciò egli pure dall' esaminare il momento della nascita di questa Repubblica, alorchè le barbare nazioni del Settentrione vennero ad immergere nella schiavitù la sciagurata Italia, e ve la ritennero per lunghissimo corso di anni. Che se le armi possentissime dell' Impero Romano nol poterono difendere dal furore straniero, che cosa mai far poteva allora una nascente repubblica, senza forza e senza mezzi di nulla intraprendere? Non fu dunque per principj, ma per sola necessità, ch' essa dovette conservarsi tranquilla, e non pensare ad altro che a'suoi negozj. Ed allora quando fu tanto felice di mettere in fuga prima i Francesi, poscia gli Unni, penetrati entrambi sino nelle nostre lagune, non sarebbe forse stata una grande imprudenza, ed anzi una vera pazzia, di osar d'inseguire quelle due formidabili nazioni, essa ch' era ancor debolissima? E allora quando Carlo Magno ebbe discacciato dall'Italia questi così detti Barbari, e la ebbe sottomessa agl'Imperatori d' Occidente, come mai la Repubblica di Venezia avrebbe potuto opporre le sue armi a quelle de'Francesi e de' Tedeschi insieme uniti? Sin allora dunque essa non poteva mai pensare alla Terra-ferma, e ad estendere i suoi possessi sul Continente. Ma quando col tempo tutte le circostanze furono cambiate, quando gl'Imperatori ed i Papi non seppero più difendere i loro Stati; quando le provincie della Lombardia cangiarono l' amore dell'indipendenza e della lilibertà in quello della vendetta e delle discordie civili; allorchè alcuni uomini intraprendenti cominciarono ad usurpare l'autorità, senza però che nessun di loro sia stato capace di farsi sovrano dell'Italia, e nemmeno della Lombardia, se allora la repubblica di Venezia, divenuta grande e potente in forza ed in credito, avesse preso vigorosamente le armi in mano contro questi deboli tiranni, non v' ha dubbio che non li avesse vinti facilmente. E se dopo di avere cooperato alla liberazione di quelle provincie, ed averle riunite in tante repubbliche, essa avesse pur anche annesso a quelle il Milanese, la Romagna e la Toscana, formando di tutte insieme una lega di repubbliche confederate, è certissimo che nessun popolo forestiere al di là delle Alpi avrebbe potuto penetrare in Italia, e la tranquillità e la felicità di tutti gl' Italiani sarebbero state assicurate. Ma se non fu fatto abbastanza a questo grande oggetto, o se le altre repubbliche a loro danno non seppero concorrere alla loro sicurezza, ed approfittare degli altrui consigli, e degli altrui soccorsi, perchè dovrà la Repubblica di Venezia negliger per anche di formar truppe idonee alle terrestri conquiste, ed aggiungenere territorj ai suoi dominj marittimi? La storia però dimostra, che senza possedimenti continentali non puossi mai dar grandezza allo Stato. Vuolsi coll' esempio degli antenati perpetuar l' indolenza e l' abbandono? Ma quando parlasi di esempj, si è forse calcolato abbastanza la diversità de'tempi e delle circostanze? E se nulla v'è di eguale di quanto già eravi, non è mille volte meglio di regolar le azioni sulle solide basi di una matura ragione, anzichè sugli esempj, che possono mancare nell'effetto? E qui l' Oratore vivacemente esclamò, ricercando come mai può darsi che per evitare la guerra si abbia a tollerare, che un vicino intraprendente venga persino ai confini delle lagune ad erigervi forti, a porvi guarnigioni, a limitare il commercio, ad insultare la Repubblica con atti di autorità, a violare i suoi diritti, ad abusare della sua moderazione, per poi coprirla d' infamia. No no, niente di tutto questo può essere tollerato. È della maggior importanza il non soffrire, che la più menoma macchia s'inferisca alla dignità della Repubblica. Ogni nazione ha un interesse particolare di sostenere il proprio onore, ma più quelle potenze, che si conservano meglio colla riputazione e col credito, che colla forza. Conviene dunque rispinger vivamente ogni attentato contro di essa. Il privar il nemico del commercio, il chiudergli l'ingresso de' fiumi, sono ottimi mezzi, allorchè si tratta di una semplice difesa; ma contro un tal nemico conviene portar le armi, ed umiliarlo interamente. La protezione del cielo non può mai mancare in una guerra così giusta. Sarà inoltre facilissimo di trovar alleati, che ajuteranno a portarne il peso. I Fiorentini, la casa Visconti, i Signori di Este, i Gonzaga, que' da Camino, i Carrareresi, tutti odiano Mastino della Scala; accorreranno tutti con sommo piacere a vendicare le loro ingiurie personali, e ad abbassare il tiranno. Come mai potrebbe egli resistere a tante forze contro di esso unite? Non v' è da dubitare, sarà ben presto compiutamente battuto, e costretto ad accettare la pace a condizioni le più dure. Non esservi dunque da bilanciare: la guerra è necessaria per sostenere i diritti della Repubblica, e per riparare le ingiurie sin qui vergognosamente sofferte.

Questa opinione pronunziata con tutto l'ardor della persuasione, attirò tutti i voti. Il Doge Dandolo mostrò anche in quest'occasione il suo nobile carattere, ed il suo vero zelo per la patria. Superiore alla bassa gelosia, lungi dall' esser disgustato della preferenza data ad un' opinione affatto contraria alla sua, non pensò omai più che a render gloriosa la guerra. Cominciò dal cercar alleati, e si rivolse tosto ai nemici o rivali del signor di Verona. Tutti per odio a Mastino avrebbero desiderato di concorrervi, ma troppo avvezzi a temerlo, non osarono in sul principio mostrarsi troppo apertamente. Pur da essi si ottennero uomini, cavalli, danaro, e il passaggio libero pei loro Stati. I soli Fiorentini alzarono la visiera, ed unirono le loro forze a quelle della Repubblica. I cittadini Veneti furono così animati per questa guerra, che un gran numero di loro offrirono di servire a proprie spese; di modo che si raccolse sollecitamente un' armata di più di trentamila uomini. Altro non vi mancava che un generale per condurla alla vittoria. Fur posti gli occhi su Pietro Rossi, che allor godeva la riputazione del primo guerriero d'Italia, e che inoltre essendo stato spogliato da Mastino della signoria di Parma, dovea essere animato da brama di vendetta. Fu dunque chiamato a Venezia, dove ricevette il comando colle solite formalità. Per timore però ch' egli non fosse tentato di adoperar le forze della Repubblica in proprio vantaggio, gli furono aggiunti due uffiziali col titolo di Provveditori Generali, incaricati d'invigilare sopra i suoi andamenti, e seguire ogni suo passo.

Il Rossi trasportò il suo esercito all Motta, piccola terra della Marca Trevigiana su i confini del Friuli. Quando Mastino sì allora indolente per presunzione, seppe la marcia di quest'armata verso Treviso, levò tosto il campo di Pontremoli in Toscana, che teneva assediato, e venne in soccorso di Treviso. Per tal modo riuscì subito al Rossi di liberar Pontremoli, ove trovavasi la di lui famiglia in mezzo a mille angoscie. Indi passò la Piave senza opposizione: continuò la sua via sino al fiume Brenta, lo passò, si presentò sotto Padova, e vi provocò più volte il nemico per trarlo a battaglia, ma invano. Quindi per porlo alla disperazione, ordinò ai suoi soldati un incendio generale, ed un saccheggio senza pietà. Gli abitanti della Pieve di Sacco spaventati alla vista delle fiamme, mandarono oratori al Comandante, pregandolo di aver compassione di loro o di accettar la lor dedizione. Il Rossi accettò l' offerta, e volse il suo cammino per Bovolenta. Quivi ad un punto stesso vi giunse anche Marco Loredan colla sua flottiglia, di modo che la terra trovossi tosto bloccata da ogni parte. Le s'intimò la resa. Il Comandante rispose, che voleva difenderla sino all' ultimo sangue. Fu dunque attaccata vigorosamente; e benchè la resistenza fosse grande, dovette alfin cedere. Il castello di Bovolenta, come pure il nuovo Forte delle Saline furono distrutti sino da' fondamenti. Ma qui non finì la guerra, quantunque cessata fosse la cagione, che la promosse.. Il Senato vedendo il prospero successo delle sue armi, risolse di continuar la guerra col massimo ardore.

Le operazioni de' Veneziani furono pronte e decisive: quelle degli Scaligeri lente ed infruttuose; ma v'era di peggio. Vedevano essi ognor più indebolirsi la fede de' loro sudditi; tutti indistintamente bramavano di passare sotto il dominio della Repubblica di Venezia. Oltre la somma riputazione del suo Governo, la risguardavano essi come abbastanza possente per non esser sì facilmente provocata a guerra, ed in caso di esserlo, capace di difendere i suoi Stati: di più; avendo essa continuato dominio, non eravi luogo a temere di sinistre novità per la morte, e per la successione de' sovrani; cosicchè tutti potevano vivere nel suo seno stabilmente felici. I primi che risolsero di scuotere il giogo degli Scaligeri, furono quelli di Conegliano, i quali spedirono deputati a Venezia ad implorarne il soccorso e la protezione. Vi aggiunsero la preghiera, che si volesse eleggere nel Gran Consiglio un podestà per governarli. Tosto dunque vi si spedirono truppe, ed il maggior consiglio elesse Pietro Zeno a podestà, che fu il primo mandato in Terra-Ferma a nome della Repubblica.

L'esempio di Conegliano aperse ai Veneti il cammino degli acquisti continentali. Ceneda co' luoghi soggetti ben presto si arrese: altre terre e castelli fecero lo stesso. Mediante un trattato, diventò Veneta la fortezza di Montebelluna, e coll'oro il castello di Musestre sul fiume Sile. Gli abitanti di Serravalle scossero egualmente il giogo degli Scaligeri, e con essi cadde anche il castel di Vidore.

Peggiorate le cose degli Scaligeri, ne avvenne che quegli stessi signori sin allora restii a mostrarsi apertamente favorevoli alla Repubblica, ne chiesero l'alleanza, temendo di non partecipare degli Stati degli Scaligeri al momento della pace. Allora si vide in Venezia uno spettacolo, che provò quanto un tiranno abbia tutto da temere, quando la fortuna lo abbandona. Ciò fu l' arrivo di sessanta ambasciatori di principi e di città, che a gara offrivano i loro servigj alla Repubblica.

La posizione di Mastino non poteva essere che penosissima; e ciò che l'accrebbe ancor più si fu, che mentre il Rossi batteva un corpo delle sue truppe vicino a Este, una terribile sollevazione di popolo era scoppiata a Padova. Mastino potè acquietarla sul momento; ma ben conobbe quanto fosse da temere per l'avvenire. Per arrestare il corso di tante sciagure e guadagnar tempo, ricorse al mezzo de' deboli, che pur qualche volta riesce, di trattar di pace. A quest' effetto mandò un ambasciatore a Venezia. Per sua disgrazia scelse Marsilio di Carrara, il qual avea saputo dissimular sì bene l' odio contro il tiranno, che ne godea la maggior confidenza. Marsilio arrivò a Venezia; e venne tosto ammesso all'udienza secreta del Doge. Egli espose i suoi progetti, i suoi disegni, indi aggiunse: che fareste voi se vi si consegnasse Padova? Il Doge immediatamente rispose: la rimetteremmo tosto nelle mani di chi ce l'avesse data. Ciò soddisfece tutti due. L'inviato del signor di Verona si presentò al collegio in grandissima cerimonia. Il Doge gli presentò i Preliminari della Pace. Marsilio, benchè d'accordo col Doge, disapprovò altamente la troppo grande severità della Repubblica, e pregò di moderare il rigore. Non avendo potuto nulla ottenere, si congedò per andar an informarne il suo signore.

Mastino ben prevedeva che le proposizioni non potevano essere troppo moderate; ad ogni modo si lusingava che fossero tali da poter trattare; ma quando le intese, se ne chiamò estremamente offeso. Marsilio che cercava di sollecitare la sua rovina, fu uno de' più ardenti a consigliarlo di non accettare. Mastino infatti giurò di preferir di perdere ogni cosa colla spada alla mano, piuttosto che avvilirsi così.

Se tal infame maneggio da una parte fa orrore, è dall' altra un nuovo esempio di ciò che tosto o tardi accade ad un malvagio principe. I suoi più intrinseci il tradiscono; non lo adulano che per farlo cadere nelle insidie; i suoi sudditi, schiavi infelici, portano il giogo gemendo, ed attendono ansiosamente il momento della sua caduta per infrangere le proprie catene, e calpestar colui, che gli aveva incatenati. L'umanità e la natura s'interessano alla rovina del tiranno.

Il general Rossi non era intanto rimasto ozioso. Avea portato lo sterminio nel Padovano. Marsilio Rossi fratello del Generale era passato nel Mantovano, ed unite alle sue forze quelle di Filippo Gonzaga, e di Lucchino Visconti, diresse la marcia contro Verona, mentre Carlo figlio del re di Boemia cominciava l' assedi) di Feltre. Attaccati gli Scaligeri da tutte le parti, si trovarono incerti a qual partito appigliarsi. Finalmente Mastino ch' era in Verona, secondando il suo violento carattere, ordinò che tutti gli abitanti dovessero uscire armati dalla città, per decidere in una battaglia generale il destino della sua famiglia e della sua vita. Gli alleati conoscendo che un tal nemico non potrebbe lungamente resistere al peso di una lunga guerra, non vollero esporre al rischio di una battaglia una riuscita sicura, e per ciò si ritirarono a poco a poco, cagionando su tutti i territorj grandissima rovina. Mastino scioccamente interpretò questa saggia circospezione per una prova di timidezza, e se ne gloriò come di una ottenuta vittoria. Pensava d'inseguire il nemico, quando venne arrestato nella sua marcia dalla nuova, che Lucchino Visconti aveva cominciato l'assedio di Brescia. Vi accorse tosto per cercar di liberare quella città.

Marsilio di Carrara, che non aspettava che qualche occasione favorevole per l'esecuzione del suo disegno di dar Padova in potere dei Veneziani, credette esser giunto il momento opportuno. Col mezzo de' suoi Mandatarj concertò ogni cosa col Rossi, il quale immediatamente entrò nella città colla sua truppa senza trovarvi la menoma opposizione. Gli abitanti che videro in sicurezza le lor proprietà e la vita, andarono giulivi ad incontrare i loro liberatori. Si radunò il popolo, ed il general Rossi a nome della Repubblica di Venezia ordinò di riconoscere Marsilio di Carrara come il vero Signor di Padova. Il popolo vi applaudì con trasporto. I soldati Tedeschi furono licenziati sulla loro parola; gli altri vennero custoditi gelosamente. Furono mandati prigionieri a Venezia il ettore di Padova, ed il comandante Alberto dalla Scala.

Mastino si disperò, udendo la perdita di Padova, e la prigionia di suo fratello, vedendo così accresciute le difficoltà di una disposizione per la pace. A queste triste nuove si aggiunse pur quella che le truppe del re di Boemia avevano preso Feltre e Belluno, e quelle del Visconti avevano ricevuto la dedizione di Brescia e di Bergamo. Quest' è ciò che accade ne' rovesci della fortuna, quando non trattasi della difesa della propria libertà. I sudditi sono indifferenti, qualunque siasi il sovrano; non bramano che la pace, e si danno più facilmente a quello, da cui più temono di venir sottommessi colla forza; si lusingano inoltre con questa fede simulata di ottenere grazia al nuovo Signore.

I Veneziani non poterono abbandonarsi alla gioja per tanti vantaggi, come seppero la perdita del loro valoroso generale Pietro Rossi nell' atto che dirigeva un attacco al castello di Monselice. La stima giustamente meritata di questo valente uomo fece credere al Senato, che non si potrebbe meglio scegliere un nuovo Comandante, che nominando un fratello di lui. Ma Marsilio Rossi era prossimo a chiudere anch' esso i suoi giorni. Non restava adunque che un terzo fratello chiamato Orlando, che trovavasi allora all'assedio di Lucca, e che godeva pur esso di una grandissima riputazione. Orlando venne chiamato: ei giunse; e tosto si recò sotto Moncelice, il cui assedio non era molto avanzato. Incoraggia le sue truppe, vince tutti gli ostacoli, marcia verso Verona, mette il fuoco in ogni parte, e costringe Mastino a fuggire. Tutto questo fu fatto con tanta vivacità, con tanta prestezza che i soldati stessi si sentirono trasportati da vivo entusiasmo pel loro nuovo Generale. Questi approfitò del loro ardore per condurli subito alla conquista di Vicenza; e mediante un' intelligenza con alcuni cittadini, nottetempo s' impadronì de' borghi. Le speranze di Mastino caddero allora a terra. La maggior parte de' suoi Stati erano già in possesso del nemico, il resto trovavasi in grave pericolo. Ciò che metteva il colmo alla sua disperazione, era il vedersi tradito non solo da' sudditi e confidenti, ma fin anche da' propri congiunti. Convocò egli un' assemblea di consiglieri, e de' principali comandanti, i quali tutti opinarono per la pace, e particolarmente colla Repubblica di Venezia, che per la forza e per la vicinanza poteva più nuocere. Oltrechè essendo essa alla testa della Lega, ne veniva di conseguenza, che la pace con essa avrebbe sciolta la Confederazione. Mastino privo di risorse accettò il consiglio, e chiese pace alla Repubblica. Questa, che prevedeva nella rovina degli Scaglieri il temuto ingrandimento de' Visconti di Milano, non fu sorda alla dimanda. Le condizioni però non potevano non essere gravose al nemico; poich'essa dovea soddisfare agli alleati, e compensar sè medesima dalle spese della guerra. In questo trattato non meno, che nella guerra essa fece la principal figura. I Confederati, che avevano da prima ricevuti i di lei ordini, allora divennero come i suoi protetti. Propose essa dunque gli articoli seguenti. Feltre, Belluno, Ceneda co' loro rispettivi territorj apparterrebbero a Carlo figlio di Giovanni re di Boemia, che n'era stato prima in possesso. Padova col Padovano resterebbe ai Carraresi; ed inoltre a premio de' lor servigi godrebbero pur anche Castel Baldo e Bassano. I Visconti Brescia e Bergamo co' lor territorj. I Fiorentini avrebbero quattro delle piazze, che aveano perdute; ed i Veneziani per compenso della guerra, otterrebbero Treviso e la Marca Trevigiana. Mastino a suo marcio dispetto dovette sottoscrivere questi articoli. Benchè in quest'accordo i Veneziani avessero operato da vincitori, pure l'apparente moderazione loro non avendo ritenuto che una piccola porzione delle loro conquiste, attirò loro la benevolenza di tutti gli alleati. Pure questa porzione era realmente importantissima; poichè era una porta aperta per potere all' occasione (come l' esperienza l' ha provato) acquistare più vasti dominj sul Continente.

Il giorno 24 di gennajo dell'anno 1339 segnossi la pace a Venezia nella Chiesa di san Marco, dinanzi l' altare di questo Vangelista, in presenza del Patriarca di Grado, dei Vescovi di Castello di Città-nova, di Caorle, del Primicerio di san Marco, di tre Procurotori di san Marco, con un immenso concorso di Popolo e di Forestieri in folla intervenuti per essere presenti a quest'atto di comune allegrezza.

Tutti i detenuti nelle prigioni furono liberati; e nel giorno 12 febbrajo il principe Alberto dalla Scala con quanti tra' suoi aderenti erano stati fatti prigionieri, partì da Venezia accompagnato da sei nobili Veneziani. S' intese con quest'atto di rispetto di recar qualche conforto ad un principe sventurato. Mastino, che venne ad incontrarlo, rimase egli stesso così preso da un tratto di tanta generosità, che si riconciliò sì bene co' Veneziani da chiedere di venire ascritto nel Libro d'Oro di quella stessa Repubblica, che lo avea quasi per intero spogliato de' suoi Stati.

Nel giorno de' 14 di febbrajo fu pubblicata la pace col suono delle trombe anche in tutte le città della Lombardia. Ciascuna allora si fe' sollecita di celebrar i meriti del principe al quale fu sottommessa, e di manifestare co' maggiori segni di esultanza la felicità di appartenergli; di modo che, mentre Verona, Vicenza, Parma e Lucca vantavano la loro buona sorte di essere rimaste nelle mani degli Scaligeri, le altre Città si abbandonavano alla massima gioja per esserne state liberate, e per appartenere ad altri principi: l'adulazione e l'interesse operano sempre così.

La Repubblica di Venezia, che avea sì gloriosamente trionfato in questa guerra, volle pur anche distinguersi nella magnificenza delle sue Feste. Una superba Giostra in piazza di san Marco accrebbe l'esultanza di un Popolo, che allora la prima volta si vide in diritto di poter da qualche parte premere il vicin terreno con piè di padrone. Ad aggiungner lustro allo Spettacolo concorsero que' sessanta Ambasciatori, de' quali abbiamo altrove parlato, che vestiti in abito di tutta gala vennero collocati su distinti sedili, facendo pomposa corona al Doge.

Poscia che tutte le feste furono compiute, si volle pur anche decretare una Festa annua il 14 febbrajo giorno della pubblicazione della pace. Non potrebbesi segnare in che consistesse; ma certo doveva avere qualche cosa di distinto, poichè sotto l'apparenza di celebrare i primi acquisti della Terraferma, si volle eccitare tutti i Cittadini, ond' esser pronti ad ogni nuova occasione a concorrere coi maggiori sforzi a vantaggio ed ingrandimento della Repubblica.

Se col progredir del tempo venne dimessa l'annua rinnovazione della solennità, ciò fu perchè gli ulteriori acquisti fecero parer tenue quello di Treviso e del suo territorio, e andò, come suole, in dimenticanza, che da esso aveva preso i primi auspizj il successivo ingrandimento dello stato Veneto sul Continente. Ma se non vi fu un'annua Festa, perchè, si dirà da taluno, distendersi così a lungo su tale argomento? Perche essendo appunto quest' epoca memorabile, in cui ebbe principio il gran cambiamento nel sistema commerciale marittimo ed anche politico di Venezia, parve utile l'esporre alquanto diffusamente le ragioni, che lo hanno determinato, le quali servire pur anche potranno per le successive occasioni di nuovi acquisti Continentali, il che può far trovar indulgenza presso que'Leggitori, che amano di conoscere le cause, che partoriscono grandi effetti.

La prosperità sempre crescente della Repubblica di Venezia anche ne' primi suoi secoli, aumentato aveva nel cuore de' buoni Veneziani la venerazione e l' amore verso il suo illustre Protettore il Vangelista san Marco. Parea loro di essere felici in posseder il sacro suo Corpo, che si custodiva colla maggior gelosia per timore di furto; poichè nei secoli rozzi era impresa bella e gloriosa il rubarsi a vicenda le sante reliquie, come ne' secoli inciviliti si fu lo spogliarsi l'un l'altro delle ricchezze, e de' monumenti già splendidi delle Belle Arti. Per questa ragione appunto eransi nascoste le spoglie di san Marco sotto il secreto il più misterioso, di cui il Doge e poche altre persone aveano contezza. Due secoli erano passati dopo questo fortunato acquisto. Veneravasi il Santo, ma niun si curava più di pensare al luogo dove fosse depositato. Allorchè nel 1094 l'imperator Enrico V animato da una singolar divozione per esso risolvette di venir espressamente a Venezia per visitarlo. Si presenta adunque al Doge Vital Falier, e lo prega a volergli permettere, onde veder lo potesse. Il Doge vi acconsente, ed insieme discendono nel sotterraneo della Chiesa, s'incamminano verso il luogo, a cui corrisponde nel dissopra l'altar maggiore. Ma come descrivere la sorpresa e il dolore di entrambi nel non rinvenire ciò che tanto bramavano? La disperazione del Doge si manifestò così vivamente, che tosto tutto la città fu immersa nella più profonda tristezza. Per fin si diceva che non cravi più nulla a sperare pel ben pubblico, e l'avvilimento erasi renduto universale fra quel Popolo stesso, che in epoca di poco anteriore avea mostrato uno spirito forte, giusto, illuminato col non prestar veruna credenza all' opinione generalmente ricevuta, che il mondo sarebbe finito collo spirar del decimo secolo: opinione che avea immerso sempre più nella ignoranza, e in una brutale stupidità tutte le nazioni di Europa: poichè, dicevano esse, a qual pro estendere i lumi, acquistar cognizioni, raccoglier ricchezze, se tutto deve perire nell'incendio universale? I soli Veneti, il ripeto, non si erano lasciati accecare dalle tenebre generali; anzi aveano saputo trarne grandissimi vantaggi pel loro commercio dagli errori comuni. Ma a questo momento tutti gli sforzi ed i ragionamenti de' cittadini più illuminati non poterono menomamente rialzare gli spiriti abbattuti del volgo, nè ottenere verun successo. Alfine il Doge Falier, benchè egli stesso assai afflitto, procurò di rianimare il coraggio, e di richiamar ognuno alla fiducia, coll'ordinare un digiuno generale, orazioni in tutte le Chiese, ed una solenne processione per ottener la grazia da Dio Omnipotente di potere scoprir il luogo, dove erano state deposte quelle sante Ossa, sia all' occasione dell' incendio della Chiesa al momento della congiura contro Pietro Candian, sia allora quando fu rifabbricato il Tempio. Il giorno 25 giugno di questo medesimo anno la grazia con tanto fervore implorata venne generosamente concessa; e tosto nel rivedere quel Santo Corpo, la tristezza si cangiò in una vera gioja universale.

Se qualche curioso volesse saper per minuto il mirabile di questo avvenimento, non ha che a scorrere le carte di molti nostri Cronisti, e troverà che Dio esaudì le pie ricerche de' Veneziani, “facendo (sono le parole di un di essi) che a cospetto del Doge e di tutti, che presenti erano, si spezzassero da sè stessi i marmi di quel pilastro ovver colonna, alla quale noi vediamo al presente l' altar di san Jacopo appoggiato; e, spezzati, si vedesse a muoversi pian piano, e a comparir a vista di ognuno una piccola Arca, che dentro chiuso e serrato teneva il santo Corpo: il quale con molto stupore visto, e, conforme al desiderio suo, ritrovato dal Doge e dal Senato, resero infinite grazie al Signore di un tanto dono ecc.”

Comunque la cosa sia, certo è che il sacro Corpo di san Marco fu scoperto, e che una Festa annua fu decretata per solennizzare la memoria di sì gran beneficio. Venne inoltre ordinato ai più celebri Pittori della città di dipingere in tele il miracolo di questa felice apparizione; ed i Pittori posteriori si fecero pur essi una gloria di ripetere tal soggetto coi maggiori sforzi del loro genio, come possiamo anche oggidì mirare nelle loro opere.

Quanto alla Festa decretata, non è facile stabilire ciò ch' essa si fosse al suo principio; poichè dopo la nostra fatal catastrofe la maggior parte de' più antichi documenti andarono smarriti o derubati; ma è certo che deve essere stata magnifica, poichè tutto concorreva a renderla tale; primieramente perchè la divozione era allora più fervida che in presente: a quei tempi bastava l'annunzio di una qualche nuova Reliquia per attirarvi in folla i foresteri dai paesi vicini e lontani per adorarla: se poi vi si aggiungeva il racconto di un qualche miracolo, che la fama al solito aggrandiva, era maggior ancora il numero de' divoti, che accorrevano in queste lagune, e che stupefatti alla vista della grandiosità di questi Tempj, abbagliati dalla magnificenza de' sacri arnesi, e delle ricchezze immense in ogni genere, commossi dall'esemplarità delle nostre cerimonie religiose, riguardavano la casa di Dio come degna di Dio stesso, i suoi ministri come persone scelte da lui, ed il Governo Veneto come una diramazione del suo potere infinito. I Veneziani accortissimi seppero attingere anche da questo sacro fonte vantaggi grandissimi. Alle fiere ed ai mercati annui e settimanali, ne aggiunsero altri ancora ai quali diedero il nome di Sagra. Era questa un'annua Festa, che si solenneggiava sia per celebrare qualche riportata vittoria, sia per onorare il Santo Tutelare della Chiesa, in cui contenevasi qualche reliquia, o il Corpo del Santo. E per vieppiù soddisfare il pio fervore de' concorrenti, erasi ottenuta dal Pontefice una qualche Indulgenza per chi avesse in quel giorno visitata la Chiesa. Per tal modo accrescevasi il concorso, si moltiplicavano le elemosine nelle casselle, ed immenso era il consumo delle vittuarie nel circuito della Sagra; cosicchè era d'uopo di ricorrere a mezzi straordinarj per supplire ai bisogni di tutti. Quindi vedevansi tosto sul luogo Osti, Vivandieri, Fruttajuoli in copia. Nè basta ciò: vi s'introdussero a poco a poco e Ciambellaj, e Fantocciaj, e Calzolaj, ed altri mestieri i più acconci agli usi ordinari della vita, ed anche di quelli, che servono alla moda ed al lusso. Nè vi mancavano particolarmente negli antichi tempi, i narratori di Storie, le compagnie volanti di suonatori e cantatori, e perfino gli astrologhi e i ciarlatani, che sopra un apposito palco vendevano ai numerosi ascoltanti polveri, unguenti, rimedi soprannaturali, che nominavano la grazia di san Paolo; la polvere di san Valentino; i brevi contro la febbre ecc. Poscia più illuminato anche il Popolo, vennero le Belle-Arti a sfoggiare il loro magico potere. Quindi le Pitture di ogni genere, e singolarmente quelle de' nostri Artisti prediletti. La sera poi numerose Orchestre sparse qua e là facevano eccheggiar l'aria di suoni armonici. La quantità di lustri illuminavano le vie, come se fosse una continuazione del chiaro giorno: l'andirivieni era infinito, la letizia trovavasi in ogni luogo. Ed ecco come alla divozione vi si aggiungeva sempre la curiosità, la speculazione, il divertimento modificato in mille forme. La Sagra, o, per dirlo più nobilmente, la Festa di san Marco dev'essere stata certamente solenne, e magnifica più di tutte le altre. Sappiamo che le Arti per la somma considerazione in cui erano tenute, facevano più particolar pompa in questa solennità nella Chiesa di san Marco. Esse assunsero maggior splendore all'incirca nel XIII secolo, allora quando più per viste politiche, che per oggetto di perfezionamento furono costituiti in Corpi chiamati in prima Fraglie, indi Scuole Grandi, poste sotto la protezione di qualche Santo, ed assoggettate al Magistrato de' Provveditori di Comun, indi al Consiglio di X, che poteva meglio sorvegliarle. In questo giorno adunque, dopo cantata la Messa, e dopo che il Doge col suo seguito aveva preso il suo posto, si avanzavano processionalmente queste Corporazioni o Confraternite Laiche, che facevano a gara tra di loro nella ricchezza degli ornamenti. Sopra un Solajo portatile vedevasi eretto il Santo Protettore di ciascun'Arte; seguivano numerose Reliquie chiuse in oro, in argento, e contornate di gioje; quantità di Candelabri, di Aste, e di Turiboli preziosi per la materia, mirabili pel lavoro; bacini finalmente d'argento ampli e ricchissimi portati da alcuni de' Confratelli, e ricolmi di torcie di cera bianca. Giunti questi dirimpetto alla Sedia Ducale si fermavano, ed il Capo di ciascuna Confraternita avea l' onore di presentar al Doge una delle torcie abbellita di pitture emblematiche intrecciate con fregi d' oro, fra' quali collocavasi con garbo lo stemma del Principe. Frattanto altri Confratelli distribuivano altre torcie men ricche al Clero, ed alla Comitiva del Doge. Siccome questa offerta ripetevasi da ogni Confraternita, ed il numero di quelli che doveano riceverla era considerabile, così per evitare la noja del lungo indugio, ciascuna Confraternita aveva un drappello di suonatori, che andavano frattanto alternando belle sinfonie.

Ci è tuttavia ignoto, se queste torcie fossero un tributo, od una spontanea offerta. Forse fu l'uno e l'altra, se pongasi mente a ciò che correva ne' primitivi tempi di questa instituzione. Egli è certo che i Dogi in allora si tenevano come persone partecipanti del sacro. Vedesi nelle Pitture antiche, e specialmente ne' Mosaici della facciata di san Marco, che il Doge ha sul capo, non già il Corno Ducale, ma una Mitra piramidale somigliante a quella de' Pontefici. Documenti infiniti ci attestano, che i nostri Dogi esercitavano in certe occasioni alcuni atti riserbati puramente all'autorità papale, come sarebbe, per esempio, quello di dar la benedizione al Popolo alla foggia de' Papi. Essi inoltre si credevano autorizzati a trasferir da un luogo all' altro le Sedi Vescovili. Ed infatti un di loro trasportò a Chioggia il Vescovado di Malamocco; un altro quello di Malamocco a Murano. Essi fin anche pretendevano di avere la facoltà di scomunicare. Tribuno Memo Doge nel 979 donò l'Isola di san Giorgio Maggiore a Giovanni Morosini, erigendola in Abbazia, e nell' Atto di donazione aggiunse: se qualcuno osasse mai contravvenire a questo Decreto, egli sia punito colla scomunica. Pietro Orseolo Doge nel 991, nella Carta, in cui diede in dono alla Repubblica 12500 Ducati d' oro, termina dicendo che scomunicato sia e degno di andare all' inferno col traditor di Cristo quell' individuo della sua famiglia, che reclamasse un tal dono. Ed un Michiel pure, per non parlar di altri, dopo avere innalzato la Chiesa ed il Convento di san Francesco del Deserto, e messa a coltura quell' Isola, non dichiarò egli nell' Atto di donazione ai R. P. Zoccolanti scomunicato chiunque della sua famiglia avesse fatto valere diritto di proprietà sopra quel luogo? I buoni Padri però paurosi che la religione non venisse meno in quella famiglia, andavano spesso a visitarla e benedirla. Ma fu più per sentimento di umanità che per paura degli anatemi, s' essi vennero lasciati sempre godere del prodotto delle ubertose vignette, che abbellivano quell' Isole. Oh come que' buoni Religiosi apparivano giulivi, specialmente il dì che qualcuno della famiglia Michiel andava a visitarli, e ch' ess potevano trattarli con una semplice frittata in contrassegno di buona amicizia! Ma il loro destino è oggidì quello di tutti gli altri, e la famiglia benefattrice rimase così senza isola, senza benedizioni e senza frittate.

Del resto, non eran già soltanto l'effetto della semplice divozione i ricchi doni che facevano i Dogi ai Monaci e ai Frati, ma era piuttosto un sentimento di vero patriottismo, e di una sagacissima politica. Ben conoscevano essi quanta utilità traeva lo Stato da tali largizioni. Vedevano con ciò di giorno in giorno sradicarsi i canneti, ed i cespugli d' alga nella città; le acque stagnanti scorrer pe' canali chiare e veloci; gli spazj selvaggi e palustri ridursi in vigne pampinose, in orti fruttiferi; la popolazione accrescersi infinitamente; poichè alle sacre insinuazioni, ed alla magistrale eloquenza di que' ministri dell' altare, accorrevano al lavoro non già soltanto i divoti, ma i poveri, i vagabondi, i viziosi stessi anche del Continente, che trovavano qui alloggio, alimento ed ogni soccorso, qualora si facevano agricoltori ed artisti. Quindi sursero que' Templi magnifici, ornati di preziosissimi marmi, di statue, di tele mirabili; que' sacri arnesi che abbagliavano; que' Conventi vastissimi, e le Isole tutte sparse qua e là, divenute quasi Fortezze a difesa delle nostre lagune. Per tutti questi considerevoli vantaggi i Dogi si contentarono di un' assai modica imposta, e di qualche lieve contribuzione di persone al servigio dello Stato al caso di urgente bisogno. Ma insieme volendo dimostrar il loro diretto dominio sopra que' luoghi, andavano ogni anno con pompa a render loro, (come già vedemmo) una visita solenne. Chi sa che i Dogi stessi, prevedendo il pericolo che le famiglie rispettive dei donatori potessero un giorno reclamare que' terreni, come doni arbitrarj e insussistenti, dopo di aver cercato tutti i mezzi per assicurarne agli Ecclesiastici il possesso, non si sieno serviti anche di quello dell' anatema?

È certo intanto che, allora quando furono visti i Dogi accoppiare l' autorità sacra al potere civile ed esercitarne le funzioni, sursero non pochi Scrittori ad appoggiare (come sempre accostumasi) simile prerogativa, ed a provare ch' era giusta e ragionevole. Ciò che dice il Sansovino a questo proposito merita di essere ripetuto:

“E certo con ogni debito di ragione essi avevano (i Dogi) una tale autorità. Perchè se si riguarda alla Nobiltà di Venezia, la quale per la novità dell'origine sua, per la grandezza delle cose fatte da lei, per la forma del suo maraviglioso Governo, per l'accrescimento dell'impero, e per la copia delle ricchezze acquistate con virtuosa fatica e industria, sovrasta a tutte le altre città d'Italia; e se si riguarda anco ch'Ella ha edificato tanto gran numero di Chiese, di Monasteri, di Spedali, di Oratorj, ed altri luoghi pii dotati da lei, e che ha finalmente ridotto a coltura le paludi, ove sono le dette Chiese, riparandole di continuo dall'impeto de' fiumi, e furia del mare con spese eccessive a beneficio della religione e de' luoghi sacri, non dovrebbe parer cosa stravagante, se il Principe avesse la cura particolare come di cosa sua propria ecc.”

I Dogi a questo modo adulati andarono forse un po' troppo avanti, ed estesero troppo le loro pretensioni. Ma questo è proprio dell' uom potente: l'ambizione e l' orgoglio gl' inspirano un tal amor del potere, che non gli lasciano più riconoscerne i limiti, ed è incapace di metter da lui stesso il freno alla sua autorità. E forse coll' accettar l' omaggio delle sopra mentovate torcie, si credettero anzi in diritto di esigerle come un tributo somigliante a quello, che offrivasi alla divinità. Erano queste una specie di Fuoco sacro, che gli antichi conservavano sì gelosamente nelle loro magioni: e infatti ci voleva un gran corso di giorni prima che torcie sì grosse venissero a consumarsi. Che se ci piacesse di riguardarle come un semplice dono, qual cosa v' è più pura della cera bianca e raffinata, simbolo del candore de' sudditi fedeli ed affeziouati al loro Savrano? Nè deve tampoco fare stupor la semplicità dell'offerta, quando vogliamo aver riguardo ai tempi della sua instituzione. Nelle varie differenze insorte fra Alfonso re di Napoli, e il Duca Cosimo de' Medici, quest' ultimo coll' inviare al monarca un bel Tito Livio manoscritto, ottenne di ristabilire con lui la buon' armonia di prima. Ed Enrico re di Svezia riuscì con certi bei detti, e con acute risposte a rendersi amico Frottone re di Danimarca, ch' eragli suo nemico dichiarato. Non ridiam pertanto della tanta semplicità di que' tempi, e confessiamo piuttosto che, malgrado i vantaggi de' nostri secoli illuminati, sono molto a invidiarsi quelle età, nelle quali il dono di alcune torcie, d' un libro latino ovvero alcuni bei detti erano bastanti a conservar l' affezione fra i sudditi e i sovrani, a ridonare la pace fra gli Stati, e la felicità ai Popoli.

Allorchè le vittorie della Repubblica ebbero moltiplicate le Feste civili instituite per richiamare alla memoria le epoche più gloriose, fu stabilito di ridurre le tre, che si celebravano in onore del nostro Protettore San Marco, a quella sola del giorno del suo nome. Parve tuttavia opportuno di ritenere alcune delle antiche formalità, aggiuntovi però quello splendore e quella magnificenza, che per lo successivo aumento di potere, eransi ormai universalizzati in Venezia. Il corteggio del Doge divenne più pomposo; giacchè v'intervennero altresì gli Ambasciatori delle Corti estere. Non più la Messa fu celebrata da un Vescovo, ma dal Patriarca. Le Confrateruite antiche dovettero cedere il primo luogo a quelle chiamate Scuole Grandi instituite posteriormente, le quali sfoggiavano in quel giorno ricchezze sorprendenti.

Infine, terminate le lunghe cerimonie in Chiesa, rientrava il Doge nel suo palazzo, dove tratteneva seco a banchetto il suo augusto corteggio. E perchè tutte le classi potessero indistintamente goder il piacere di assistere a questo banchetto, e per aumentare inoltre la letizia di questo giorno, erasi permessa la maschera della Bauta e Tabarro. Questo vestito, ch'era il prediletto della nazione, veniva in tal giorno indossato con un particolar entusiasmo: le strade, le piazze, i luoghi pubblici erano riempiti di gente; tutti approfittavano di una permissione, che rendeva più gajo e più brillante questo bel giorno, senza che mai nulla di sinistro turbasse il bene generale.

La Repubblica di Venezia l'anno 1354 stava in mezzo alle vicissitudini della guerra e della pace, delle vittorie e delle perdite, ed inoltre era dolentissima per la morte del suo capo Andrea Dandolo, che meritato avea il pianto di ogni ordine di Cittadini. I suoi meriti personali gli aveano conciliato la confidenza e la venerazione di tutti i sudditi dello Stato, ch' egli avea con somma saggezza governati, ed i suoi lumi e la sua dottrina l' aveano reso riputato e celeberrimo anche presso gli estranei. Egli infatti fu uno de' più scienziati uomini del suo secolo; il primo, e forse il migliore storico della sua nazione; il primo pur anche tra i nostri patrizj, che sia stato annoverato tra' dottori, ed uno degli amici più cari dell'immortal Petrarca.

Essendosi riflettuto che i grandi vantaggi, da' quali la sua amministrazione era stata accompagnata, eran piuttosto frutto de' suoi prudenti consigli, della coltura e penetrazione del suo spirito, del zelante e puro suo patriottismo, anzi che delle militari azioni, assai spesso troppo esaltate, si cercò tra i superstiti Repubblicani, quello, che potesse più degnamente venirgli sostituito. Marin Falier benchè in età di ottant'anni ottenne tutti i suffragi. I suoi talenti lungamente esercitati ne' primarj impieghi della Repubblica, la sua attività provata nelle ambascerie, e ne' reggimenti delle provincie, l'eloquenza spontanea, la saggezza profonda, lo spirito vivace; aggiungasi le ricchezze, che anche nelle Repubbliche hanno per isciagura qualche influenza, trassero in suo favore il più de' voti, onde collocarlo alla testa della Repubblica. Nel momento appunto della sua elezione egli era in Avignone presso il papa Innocenzo VI a trattare la pace cogli ambasciatori di Genova ed i suoi alleati. Quindi furono deputati dodici ambasciatori, che gli recassero la gloriosa novella, e che il corteggiassero per tutto il viaggio, onde porre in gran lume quegli onori, che la Repubblica usava dare a'suoi concittadini in ricompensa de' prestati servigi.

Arrivato all'isola di san Clemente vi trovò il Bucintoro, e un immenso numero di barchette venute ad incontrarlo, e a scortarlo a Venezia quasi in trionfo. Esso vi arrivò li 5 ottobre dell' anno medesimo 1354. Il dì seguente nella chiesa di san Marco ottenne il possesso della suprema dignità; indi fu coronato nel pubblico palazzo tra gli applausi universali. Per buona ventura sul principio del suo Ducato era tornata la tranquillità esterna, e ciò era un buon preludio di durevole felicità; ma non andò guari, che una burrasca civile intorbidò sì sereno orizzonte.

Parlando altrove del giovedì grasso, dicemmo esservi stato costume che la sera nel palazzo Ducale si desse un festino a tutta la nobiltà. Giunto tal giorno, il Doge, quantunque assai vecchio, non trascurò di far l'apparrecchio non meno elegante che magnifico. La Dogaressa (così chiamavasi la moglie del Doge) lungi dall'essere attempata come il marito, era anzi giovane, bella e amabilissima: essa dunque sostenne gli onori della famiglia con mirabile disinvoltura. Tra i nobili intervenuti alla festa, ve n'ebbe uno per nome Michele Steno, il quale andava perduto per una giovane dama, che brillava a questa festa sopra le altre bellezze. Per isciagura lo Steno all' ardor della passione accoppiava un carattere temerario e sconsigliato. Costui pertanto si permise certe confidenze colla sua amica, che fortemente dispiacquero al Doge, siccome un oltraggio fatto a sè, ed alla dignità del luogo; e perciò egli medesimo ordinò che senza altri rispetti il gentiluomo fosse fuori scacciato. Dicesi che dagli scudieri sia stato eseguito l' ordine in modo forse un po' troppo villano. Incollerito il giovane per l' affronto pubblico, pensò a trarne strepitosa vendetta. Esce dalla sala ardente di rabbia, entra in quella del collegio, e scrive sulla sedia del Doge queste ingiuriose parole:

“Marin Falier dalla bella mugier, Altri la gode, e lu la mantien.”

Nell'indomani fu veduto l'insolente affisso; e allora quando il Doge il lesse, arse furiosamente di sdegno. Commise agli avvogadori del comune d'indagare chi lo avesse scritto, e alla quarantia di punire severamente il reo. Michele Steno fu preso e imprigionato; ed egli sinceramente confessò che sull'istante era stato vinto dal furor della vendetta in vedersi cacciato dall' assemblea, sotto gli occhi della sua bella, e che aveva scritto quelle parole, onde ribattere l' oltraggio con un oltraggio maggiore. Venne condannato a due mesi di prigione, ed al bando d' un anno da Venezia.

Veramente quando si consideri la gioventù e l'inesperienza, ed insieme la forza e l' ardor della passione di Steno, parrà anche troppo rigido il castigo; ma così non parve al Doge. Egli avrebbe voluto maggior severità contro il reo, e reputossi non meno ingiuriato da sì indulgente sentenza, che dallo stesso cartello d'infamia. Da questo punto un venerabil vecchio, che fin allora era stato un modello di prudenza, di umanità, di sapienza, di circospezione, spiegò un carattere affatto opposto, e il sentimento della collera infuse ne' suoi spiriti irritati tutto l' impeto proprio d' un focosissimo giovane. Tuttavia non sarebbero nati effetti fatali, se non vi si fosse agguiunto un nuovo accidente.

Un gentiluomo di casa Barbaro, d' indole risentita e stizzosa, andò all' arsenale per chiedere non si sa bene qual favore a Bernaccio Isarello, che n'era l'ammiraglio. Questi pacatamente gli rispose, non poterglielo accordare. Offeso il patrizio per tal rifiuto montò in tanta furia, che percosse l' ammiraglio nel volto sino a far sangue. Questi ricorse al Doge, chiedendo giustizia; ma il Doge tuttora esacerbato per la tenue soddisfazione conceduta a lui stesso, gli rispose essere impossibile ch' egli ottenesse alcun favore dal Governo per lui, uomo plebeo, quando nulla avea potuto ottenere per sè, che pur era principe. È assai probabile che il Doge con questa maligna risposta avesse l'occulta mira d'irritare l'ammiraglio contro il Governo; e traendo partito dalle circostanze, aprirsi una via di saziare il suo desiderio di vendetta, valendosi dell' opera altrui. Di fatti nulla più invoglia alla ribellione, quanto il vedere per qualche motivo resi inoperosi in mano de' magistrati i regolamenti della pubblica giustizia. La malizia del Falier ebbe il suo effetto, nè mancò di aumentare nell'ammiraglio il risentimento dell' offesa, ed ei medesimo si esibì di por freno all' arroganza de' nobili, e di castigarla, purch' egli volesse secondare i suoi disegni. Lungi il Falier dal rigettare la proposizione, lodò anzi il pensiero ognor più; si diè ad interrogarlo intorno ai mezzi di eseguirlo; udì con somma attenzione le risposte, e per allora congedollo senza altro, rimettendo a miglior congiuntura l'affare.

Bernaccio fatto ardito dall'accoglienza del Doge, ed insieme sitibondo di pronta vendetta, macchinò di cancellare sul fatto il torto ricevuto colla morte del gentiluomo. Ma il disegno non fu tanto secreto, che il Barbaro non ne venisse avvertito; quindi si guardò bene dall'uscir della sua casa; scrisse bensì al Doge rappresentandogli la necessità di reprimere un attentato sì orrendo e di esempio sì pernicioso. Non poteva il Doge senza palesar sè stesso dar passata a simil disordine. Citò Bernaccio Isarello a presentarsi dinanzi al collegio, ed ivi in faccia a tutti dimostrò estremo rigore col colpevole; aspramente il rimbrottò, ed aggiunse che, avendo motivi di lagno con qualcuno, egli dovea procedere per le ordinarie vie della giustizia, che stanno aperte a tutti; per ultimo gli comandò di doversi astenere da ogni specie di violenza, che in una Repubblica libera come Venezia insopportabile rendevasi. Il reo dovette di necessità promettere obbedienza, ma ben lesse il Doge che tal promessa era forzata, e che dentro sè provava un vivo rancore. Per ciò col favor della seguente notte chiamò alle sue stanze l'ammiraglio, ed ivi senza alcun testimonio cominciò a discolparsi seco lui della sua apparente severità. Indi lo trasse a discorrere sul divisato disegno. Isarello spiegò tutta la sua facondia, onde far aggradire la già ordita trama. Questa era di scegliere diciassette Capi, i quali si dovessero portare in diversi luoghi dela città, e che ognuno di essi avesse sotto di sè una compagnia di quaranta uomini, che ignorassero sino al momento dell' esecuzione ciò che dovrebbero fare. Il giorno che si sarebbe stabilito dovevasi di buon mattino far suonare le campane di san Marco, che non si potevano toccare senza il comando del Doge. Era ben naturale che al suono di esse inusitato a quell' ora, concorressero alla piazza i principali cittadini per vedere che cosa era, temendo essere il segnale della comparsa in mare di una flotta genovese, cosa per nulla improbabile, perchè i Genovesi ci eran sempre d' attorno. Ridotti colà i Capi di quelle compagnie dovevano ordinar di tagliar a pezzi tutti i patrizj. Esposto il piano, si fece Isarello a nominare le persone, delle quali poteva più compromettersi: esse erano tutte popolari. Fra queste eravi Filippo Calendario. A tal nome il Doge rimase tutto sorpreso, ed allora gli entrò proprio in cuore la maggior fiducia della riuscita. Questo Calendario essendo architetto e scultore insigne avea sotto di sè un esercito, per così dire, di ben destra e robuste gente. Oltre gl'immensi lavori de' più ricchi particolari, ad esso affidata era l' erezione del nuovo palazzo ducale. Di più godea costui la fama di essere uomo acutissimo e di peregrino ingegno. Che tale egli si fosse ben lo dimostrano le di lui opere. Quanta avvedutezza in fatti non vi voleva per assicurare sopra un suolo ondeggiante le fondamenta di un edifizio sì grande? E qual ardimento non fu il suo di poggiare una mole sì immensa sopra colonne, l' inferiore delle quali forma l' angolo del palazzo, che immoto e sicuro è tuttavia un prodigio dell' arte? Ben a ragione era egli stimato ed amato da ognuno, ed il favore di uomo sì grande dovea certamente lusingar il Doge. Isarello non lasciò nulla d'intentato per persuaderlo dell'esito felice della sua temeraria impresa, e per mostrarsi veramente esperto nel saperla dirigere. La conferenza durò sino quasi a giorno, e fi separarono giurandosi scambievole sedeltà e silenzio.

Per varie altre notti in seguito si ragunarono; e benchè il numero de' confidenti ogni dì più si accrescesse, non v' ebbe però alcuno che ne pigliasse sospetto, e ancor meno che traspirasse ciò, di che si trattava. Finalmente ogni cosa ordinata secondo il piano d'Isarello, non altro mancava che porlo ad effetto, e stabilirne il giorno. Si destinò il dì 15 aprile. Ma prima di sviluppare la fine di questa terribile catastrofe, sarà utile che il lettore apprenda una particolarità propria del costume de' Veneziani, la quale ebbe in quest'occasione un'immediata influenza sugl'interessi della Reppubblica.

In Venezia adunque regnò l' uso costante, che ciascun patrizio avesse tra il popolo uno o più cittadini, de' quali chiamavasi il protettore; e questi da quel punto divenivano suoi divoti, assumendo il tenero nome di sue creature o amorevoli. Così non men gli uni che gli altri consacravano al mutuo interesse non solo i soccorsi tutti ch'erano in loro potere, ma quelli ancora di tutta la famiglia. Era questo uno scambio di utili uffizj tra padroni e amorevoli. Anche la storia antica porge qualche consimile esempio, ma che però non ha tutta l' estensione, nè tutta l'ingenuità del costume veneziano. Gli amanti della Grecia erano giovanetti eguali tra essi di condizione, nè i lor doveri si estendevano oltre la loro falange; d' altronde (sarà forse calunnia) ma quell' alleanza ci lasciò certe idee dalla morale e dalla filosofia riprovate; giacchè le passioni le più sensuali, per quanto dicesi, vi ci avean molta parte.

Romolo nella sua costituzione volle che ciascun patrizio si facesse Patrono d' un popolare. Questo legislatore di fuorusciti conosceva troppo bene che il patriziato poteva assai presto perire, se non istabilivasi una specie di confederazione col popolo, la cui mercè questo, sotto il nome di Cliente, diveniva sempre l' istrumento della potenza del padrone.

Nel tempo in cui il dominio feudale esercitava la sua tirannia, il debole credeva di trovare un appoggio dedicandosi spontaneamente a colui, che il faceva tremare; egli cercava un asilo presso il suo proprio assassino, onde ritardar, s' era possibile, la sua perdita. Nè poteva chiamarsi sicuro, se non che consacrando il suo braccio e tutto sè stesso a que' delitti, che gli venivano comandati dal suo patrono o protettore.

Da per tutto finalmente, tranne Venezia, il nome di protettore, di cliente o di devoto non presentò mai allo spirito se non da una parte l' idea del potere sempre disposto ad abusarne, e dall' altra di una schi vitù vergognosa, che sbandisce ogni sentimento nobile e generoso. Quì al contrario tale alleanza non traeva origine da veruna legge; niuna idea di supremazia, di feudalità, di servitù accompagnava questo legame. Esso nasceva dall'umanità, dalla beneficenza, dal sentimento del comun interesse, ch'è quello che forma il nerbo dello Stato e la prosperità di ciascun privato. Molto prima che i militari abbandonati con entusiasmo allo spirito di cavalleria immaginassero certi fratellevoli nodi sotto il titolo di Fratelli d'armi, gli abitanti di Venezia n'avean dato l'esempio con una origine più degna della natura e della società; giacchè la consuetudine appo noi non nacque tra gli orrori delle battaglie, ed i nostri doveri non erano tali da sacrificare la vita in crudeli stragi, che bene spesso la ragione e la giustizia condannano. Tra noi questo fraterno nodo formavasi all'occasione di levare al sacro fonte qualche bambino, e con ciò divenivasi Compare di san Zuane. Stretto così per mezzo della religione, esso generava una spiritual parentela, e da questa nè derivava una specie d' entusiasmo presso ogni classe di persone. Diveniva allora una legge sì sacra, che per il proprio Compare la devozione e i sacrifizj non aveano più limiti. Potrebbesi anzi asserir con franchezza, non esservi in Venezia stato un esempio, che un uomo mancasse alla sua parola, quando avea giurato per questo comparesimo. I tratti più luminosi di fervida amicizia e di cordial parentela offertici dalla storia, non giungono a pareggiar que' sentimenti vivi ed ardenti prodotti fra noi da questi legami di amore, di fratellanza, di comparismo infine. Non puossi dunque cessar d'ammirare una instituzione, che oltre tutti vantaggi particolari che ne risultavano, producevane uno ancor più grande alla costituzione dello Stato; poichè mediante un tal legame, e questa parentela spirituale fra le due classi plebea e patrizia, perfezionavasi nella Repubblica quella unità e quella concordia, in cui specialmente riposava la sicurezza. Siane prova ciò che accadde al tempo di questa congiura del Doge Marin Falier. Egli è certo che a tal costumanza Venezia dovette ascrivere di non aver veduto le sue vie irrigate di sangue civile, e capovolto miseramente quel buon sistema di politico reggimento, che l'aveva resa in allora felice.

Uno de' Capi de' congiurati era compare di un patrizio detto Nicolò Lioni. Il popolare, che chiamavasi Bertrando Bergamaso, desideroso di sottrarre il suo protettore dal generale macello, andò a lui li 14 aprile nella sera, annunziandogli di avere cosa di molta importanza da comunicargli. E dopo averne voluto promessa di secreto, pregollo di non uscir di casa nell'indomani, perchè, uscendo, la sua vita correva gran rischio. Attonito il Lioni a tali parole, ne chiese il motivo. Bergamaso il più che potè si scansò di rivelarglielo, ma stretto dal Lioni, e veggendo ch' egli era risoluto di non seguir il suo consiglio, senza saperne esattamente il motivo, cedette finalmente a quell'amore, che per lui nutriva, e gli scoperse tutta la trama. Il Lioni ringraziollo senza fine; indi si fece a interrogarlo su tutti i punti, onde vieppiù riconoscere la cosa. Poscia Bergamaso si dispose a partire; ma il Lioni non glielo permise, anzi ordinò ai domestici che gli vietassero l' uscita. In quanto a lui, sua prima cura fu di cercar pronto rimedio ad un mal sì pressante. Al Doge non poteva dirigersi, perchè era alla testa de' faziosi. Credette adunque miglior consiglio il recarsi da Giovanni Gradenigo senatore de' primi, e di cui conosceva lo zelo e la destrezza, per comunicar a lui la faccenda. Andarono subito dopo ambidue alla casa di Marco Corner, uomo anch' egli rispettabilissimo; poscia tutti e tre ritornarono alla casa Lioni per far nuove ricerche a Bertrando, e procacciarsi lumi più esatti. Posero in iscritto le riferte; ed udito ch' ebbero con fatica i nomi de' principali congiurati, si trasferirono al convento di san Salvatore, e di là spedirono avvisi agli avvogadori, ai consiglieri, ai capi, anzi a tutti i membri del Consiglio di X, e finalmente a tutte la più distinte autorità, onde informarli della congiura, ed esortarli a concorrer subito al convento per cercar di concerto, finchè v' era tempo, il modo di salvar la Repubblica. Tutti i chiamati comparvero tosto a san Salvatore. Di comun accordo fu commesso il processo al Consiglio di X. E trattandosi di cosa di tanta importanza, delicatezza e sollecitudine, vennero ad essi aggiunti venti de' più cospicui soggetti scelti nel corpo del Senato. Indi mandarono ordine a tutta la sbirraglia di venirvi bene armata, e fattone giungere varj distaccamenti, furono spediti ad arrestare i rei nelle proprie case.

Disposte in tal modo le cose, quella brigata di patrizj si trasferì da san Salvatore al palazzo ducale; vi fece guardar le porte, e sotto severe pene si divietò di suonare per qual si fosse ragione le campane di san Marco. A mano a mano che andavansi imprigionando i delinquenti, s' inviavano messi di qua e di là chiamando in soccorso i cittadini e i nobili di fede la più specchiata, ed avvertendoli di venire a palazzo coll' armi, onde proteggere la pubblica sicurezza, ch' era in estremo pericolo.

Questi varj movimenti occuparono una parte della notte, nè si poterono eseguire tanto segretamente, che qualche sentore non ne trapelasse ai congiurati. Molti fra loro, sapendo ciò che correva al palazzo, prevennero colla fuga gli ordini dati di sorprenderli, e sedici soli furono da principio arrestati. Buono che fra questi v'ebbe quel Bertuccio Isarello, che abbiamo veduto essere autore della congiura, ed anche quel Filippo Calendario suo primario complice, a cui per nulla giovarono i tanti di lui meriti e talenti. E quantunque con lui si venisse a perdere un artista da non potersi sostituire, pure il suo delitto troppo era grave, perchè se ne avesse a diferire o raddolcire il castigo; in una Repubblica libera tutto dee cedere alla sua salvezza.

Costui ed Isarello furono posti alla tortura appena giunti al palazzo. Essi tutto confessarono, e sul fatto vennero impiccati a quella finestra stessa, donde il Doge era stato ad osservar le feste del Giovedì Grasso. Negli altri arrestati non si scoprirono certe colpe, e subito ebbero la libertà. Ma otto o nove tra i congiurati, che dal governator di Chioggia vennero colà presi, e a Venezia spediti, furono anch'essi sospesi alle finestre del palazzo senza guardar punto che fossero artefici eccellenti.

Convenne alfine venire al reo principale. Tutte le deposizioni si uniformavano a danno del Doge. Era vero bensì che la congiura non era stata immaginata da lui: altri prima l'aveano ordita, e formato n' era il piano; ma è altresì certo ch' era stata intrapresa col suo consenso, sostenuta col suo appoggio, inoltrata col suo incoraggiamento. Restava solo a decidere qual partito doveasi prendere intorno a lui. S la sua dignità esigeva molto rispetto, il suo delitto escludeva ogni riguardo. Mai più era caduta sotto il giudizio causa sì strana. Fu deciso finalmente, che quantunque il Doge fosse capo dello Stato, pure non era in sostanza che la prima figura della Repubblica, e che per ciò doveva al pari di ogni altro cittadino andar soggetto ai rigori della legge, posto ch'erasi fatto reo di tradimento verso la patria. Pure un giudizio di tal natura esigeva una somma prudenza, non men che una pari solennità. Fu dunque stabilito di procedere con tutta la maturità necessaria onde renderlo tale, che la posterità non lo accusasse d'ingiusto. Gli scrupolosi esami, e la verificazione delle accuse a carico del Falier occuparono tutto il giorno 15 aprile, giorno destinato per lo scoppio della congiura. Era già notte quando la relazione del processo ebbe termine. Fu fatto allora uscire il Doge dalle sue stanze, nelle quali era sempre rimasto, non sapendo che per metà lo stato delle cose e nodrendo più timor che speranza. Egli comparve dinanzi ai giudici in abito di Doge, e sostenne qual reo le interrogazioni. Ma oppresso dal numero delle accuse e dalla qualità delle prove, non potè evitare di rimaner convinto, e di necessità cofermolle. Fu allora ricondotto nel suo appartamento, e la deliberazione venne rimessa all' indomani.

La mattina dei 16 si procedette al giudizio. Tutti votarono per la morte. Sì fatale sentenza onora il civismo ed i lumi di que' saggi Repubblicani. Non si accusino di soverchio rigore; ancor meno d' ingratitudine. Essi avevano ricompensato i servigi di Falier colmandolo di onori distinti, e per ultimo col diadema ducale. Ma il suo misfatto avea sciolto ogni legame, ed i suoi servigj, che in sostanza non erano stati se non se un debito pagato alla patria, venivano cancellati dalla sua colpa. Egli dovea dunque incontrare il castigo. E per questo appunto Venezia, non confondendo mai la riconoscenza dovuta alle buone azioni de' suoi cittadini coll' obblio e l'indifferenza per le malvagie, conservò sino alla fine il tesoro della sua indipendenza e della sua libertà.

La sentenza di morte fu pronunziata il di 16, ed eseguita il giorno 17 di buon mattino. In tal giorno tutte le porte del palazzo furono perfettamente chiuse. Il Consiglio di X entrò in corpo nelle stanze del Doge. Venne spogliato di tutte le insegne del suo grado; indi condotto sopra una loggia del pubblico palazzo gli venne mozzata la testa, che rotolò giù e insanguinò quelle superbe scale che avevano tante volte veduto passar trionfanti gl' illustri suoi predecessori.

Subito dopo l'esecuzione, uno dei capi del Consiglio X si affacciò ad una delle finestre del palazzo, che mettono sulla piazzetta di san Marco, e tenendo in mano la spada insanguinata, pronunziò ad alta voce tali parole: È stata fatta giustizia al traditor della patria. Si spalanca ono allora le porte del palazzo, ed il popolo in folla corse a mirare il corpo del Doge rimasto sul luogo del suo supplizio. La sera il cadavere fu posto in una gondola, e portato senza pompa alla sua sepoltura, sulla quale fu inciso quest' epitafio:

“Dux Venetum jacet hic Patriam qui perdere tentans Sceptra, decus, censum perdidit atque caput.”

Nella sala della pubblica biblioteca, dove si veggono tuttavia i ritratti di tutti i Dogi, in luogo di quello di Marino Falier, fu posta una tavola coperta di un velo nero, e disotto una iscrizione con queste parole:

Hic est locus Marini Falerii decapitati pro criminibus.

In simil guisa la sapienza de' governanti sventò la congiura, prima che la città giungesse a saperla e a temerla. Nondimeno la pietà de' nostri padri attribuendo questo felice fine più che al resto, alla divina provvidenza, che avea voluto salvar la Repubblica, decretarono, onde perpetuare la memoria di così segnalato beneficio, che ciascun anno nel dì di sant'Isidoro, in cui già il Doge, come abbiamo altrove veduto, scendeva alla chiesa di san Marco per assistere ad una Messa solenne, si dovesse aggiungere una processione con tutte le primarie confraternite, alla quale intervenissero i comendadori del Doge, portando ciascuno in mano una torcia rovesciata per esprimere in qualche modo i funerali del Doge Falier: cerimonia molto utile per ricordare ai Dogi di non doversi riguardare mai come signori di Venezia, ma soltanto come capi della Repubblica, anzi come i primi servi onorificati di essa, e sottommessi alle medesime leggi di ogni altro cittadino. Nel tempo stesso ammoniva tutti gli altri cittadini a non abbandonarsi mai allo spirito di vendetta, nè a quel funesto irritamento del troppo ardente amor proprio. Lezione così terribile e solenne in tutti i suoi rapporti, ottenne il massimo effetto sulla popolazione intera, e i discendenti stessi di quella allora sventurata famiglia colle loro geste gloriose nella successione de' secoli, non solo cancellarono quella macchia, ma resero immortale il nome di Falier; ed i superstiti eredi si fanno anche oggidì ammirare ed amare per le loro sociali e pacifiche virtù, non potendo ormai più esercitar quelle de' loro illustri antenati.

Dopo la gloriosa conquista di Costantinopoli e l'elevazione dell'Impero Latino, furono precisamente le flotte Venete che ritardarono la caduta di quel nuovo impero, e quella pur anche del debole Baldovino II, minacciato da un usurpator coraggioso. Leonardo Quirini con venticinque galee ne prese ventiquattro, distrusse, incendiò, affondò il restante della flotta nemica considerabilissima, entrando in Costantinopoli con ammirazione di tutti gli astanti. Pure non v'ebbe valore, nè forze, che potessero cancellare dal libro dei destini la sorte segnata contro l' ultimo imperatore Latino. Nella notte dei 14 agosto 1261, i Greci introdussero in Costantinopoli per via di un sotterraneo generalmente ignoto, le truppe di Michel Paleologo, e questi venue proclamato imperatore, non altro lasciando allo sventurato Baldovino, che il tempo appena di salvarsi sopra i Veneti vascelli.

Ma nemmeno i Greci signoreggiarono tranquillamente in Oriente a cagione delle sempre maggiori conquiste fatte dalla nazione turchesca, di oscura origine, ma le cui azioni ardite e guerriere la rendettero famosa e temuta. Le prime radici di questo grand'albero furono gettate l'anno 570 da Maometto, che sagace agricoltore ne fece dilatare i rami sopra la più bella, la più fertile, la più temperata parte dell' Europa. Gli avanzamenti della sua setta furono meravigliosi. Appena bambina s'ingigantì; i suoi principj furono contrassegnati da continue conquiste; ogni momento del suo crescere fu un trionfo. I Cristiani si scossero al rimbombo delle armi ottomane; e sin dall' anno 1096 vi furono Crociate; indi si tentarono contro di loro molte spedizioni; ma non v'ebbe mai quell'unione bastante, quella corrispondenza tenace e indissolubile, senza di che mal si resiste. Forse non si conobbe mai appieno, che l'incendio turchesco era una fiamma, che abbruciate le case vicine, finirebbe coll'incenerire anche le più lontane; se meglio si fosse giudicato, avrebbesi portato in maggior copia e più prontamente acqua per ammorzarlo.

La Repubblica di Venezia non istette già semplice spettatrice in questi varj avvenimenti. Fu fedele agl'Imperatori Latini coll'attener tutte le sue promesse. È però vero, che ne trasse essa medesima sommi vantaggi, poichè riportò da essi l'investitura dell'isola di Negroponte e l'assenso di poter ricevere sotto la sua protezione e Guilfredo signore dell'Acaja e Gallo signor di Cefalonia. Nè rimase nemmeno indolente alle piraterie de'Turchi. Sin da principio mandò flotte contro di loro, predando un gran numero de' lor vascelli, uccidendo quanti fra essi Turchi cadevano nelle loro mani, e spaventando'i con tale severità di condotta. Sola però non potè impedire i loro progressi; ma questi stessi progressi tornarono in vantaggio di lei. La fama del suo saggio governo e della sua forza fe' sì, che un gran numero di popolazioni se le dedicassero, sottraendosi per tal modo alla crudele schiavitù di cui erano minacciati. Così avvenne di Lepanto in Morea, di Scutari e Dulcigno nell' Albania, e poi di Patrasso. Da un greco imperatore ricevette in dono anche Salonichio, e così tali addizioni alle isole, che già possedeva di Candia e di Corfù, ed alle città di Modone e Corone nella Morea, la rendettero potentissima nel Levante, sì per la ricchezza ed ubertà de' paesi occupati, che pel dominio accresciuto su i mari, cui appunto considerava prima base della propria grandezza.

Ma nel 1413, l'orgoglioso e felice Maometto, abbattuti i propri fratelli, che gli disputavano la monarchia ottomana, guadagnato colla generosità l'applauso generale, e trovatasi assicurata sul capo la corona imperiale, cominciò tosto a guardare con grande gelosia la potenza de' Veneziani, que' grandi Stati nell' Asia Minore marittima ch' essi tenevano sotto la loro dominazione, e quella linea di littorale non interrotta su cui camminavano da Capo d' Istria sino a Costantinopoli. Cosicchè, quantunque al momento della sua elevazione al trono, avessero queste due potenze ratificato la pace fra loro, pure i Turchi la scomposero ben presto, sorprendendo le nostre galee mercantili che ritornavano da Trebisonda, come alcune altre che veleggiavano nei mari di Costantinopoli. Avvertito di ciò il Senato armò subito una flotta, creò generale Pietro Loredan, il quale avvicinatosi allo stretto di Gallipoli, fece innalzare la bandiera bianca, e sbarcò un suo messo inviandolo a Maometto per dolersi di un tal procedere, per procurare la restituzione delle prede, e stabilire onorevolmente una pace giusta e permanente. Non si conciliò l' affare, ed auzi videsi tosto spiccarsi dallo stretto un' armata turca in ordinanza. Il Loredan, schierata la propria, fece l' ufficio di capitano valoroso e di ardito soldato. Tutti si misero a gara nell'imitare il suo esempio. Scagliossi egli colla sua galera nel più folto dell' armata degl' Infedeli, e diede principio ad un furioso combattimento. Si venne all' abbordo delle galee e delle fuste turchesche, e tutto che ferito sì nella faccia che in più parti del corpo, egli non aderì alle persuasioni di ritirarsi per curar le ferite, ma persistette arditamente sino all'intero disfacimento dell'inimico, ammazzato il general Ottomano, tagliati a pezzi tre mila Turchi, predate sei galee, e venticinque fuste, e le restanti fugate dentro Gallipoli.

Terminato così gloriosamente questo conflitto, spedì il Loredan altro messo al Sultano, lagnandosi, che venendo egli come ministro di pace, fosse stato ricevuto in forma ostile, e costretto a maneggiar l' armi a necessaria difesa. Fu sacrificato il debole, e dato il torto all' imperizia del comandante turco. Venne adunque accolto l' ambasciatore, e si ristabilì la pace nel 1418. Maometto forse temeva più le flotte venete, che quelle di tutti i Principi cristiani uniti: in fatti le prime erano sempre pronte e risolute; lente e discordi fra loro erano sempre le seconde.

Dopo qualche anno l'accorto Maometto seppe approfittare dell'indolenza de' Cristiani, e dell' accanimento implacabile fra la Repubblica di Venezia e quella di Genova, che tenevale sempre in guerra fra loro, per tentare un'impresa sopra la capitale stessa del greco impero e il cuor dell'Oriente. Co' suoi formidabili preparativi egli lasciò scorgere a quanto egli aspirasse. I Principi Cristiani stimolati e dal proprio interesse e dall'imperator greco Costantino Paleologo, che regnava in quel tempo a Costantinopoli, ordinarono di comun accordo grandissimi armamenti. Se non che l'intraprendente Maometto non lascia loro il tempo di eseguire i disegni; corre ad attaccar Costantinopoli con una forza di quasi trecento vele, e di trecento mila soldati, mentre l'infelice Costantino altra difesa non ha, che una guarnigione di nove mila Greci, e nel porto non cravi che qualche vascello mercantile veneto. I soli Genovesi crano stati a tempo di spedire alcune galee cariche di veveri e di soldati con un loro comandante. Fu a questi assegnata in custodia la Porta Romana; la Chersina ai Veneziani, che offerto avevano in questa occasione i loro servigi all'imperatore. I Turchi non tardarono ad incominciar l' attacco, sicuri di una pronta e compiuta vittoria; ma resiste la porta Chersina, e quel pugno d'intrepidi difensori tiensi sì fermo, malgrado le gravi ferite che riceveano e la tanta moltitudine d'Infedeli, che a detta di alcuni autori, Maometto sorpreso della resistenza inaspettata, e della grande perdita che faceva de' suoi, fu sul punto di abbandonare l'impresa. Ma ormai la sua grossa artiglieria ha rovinato tutte le difese della piazza; già le breccie sono aperte, ed il Sultano ordina un assalto generale. L'imperator Paleologo, montato a cavallo, percorre le mura della città, riordina quanto può gli sbigottiti difensori, li anima col vero accento belligero, collo sguardo d' una grandezza virile, coll'impronta del coraggio di un eroe che non altro sente fuorchè l' onore, quell' onore, che fu antico distintivo della sua illustre nazione. Se non che allora degenerati i Greci, e fatti pusillanimi e vili, quell' uomo veramente superiore, quel principe veramente grande e sublime non trovò più obbedienza, nè rispetto presso i suoi sudditi, come avvien d' ordinario a tutti i principi, allorchè gli imperj comincino a minacciare rovina. All'incontro Maometto vittorioso e accreditato tra suoi Gianizzeri, assisteva in persona alle operazioni, spingeva i soldati a montar sulle breccie, prometteva, minacciava, e facea crescere ogni giorno negli Ottomani la brama dell'acquisto colla speranza del promesso bottino, mentre scemava ne' Cristiani la confidenza per la mancanza di forestieri soccorsi. A capo di un mese d' incessanti lavori e patimenti, non comparve un legno, non un uomo in soccorso de' miseri assediati; spargevasi il sangue, ma mancava ogni dì più il coraggio ai difensori. L' imperator Costantino non cessa di fare prodigiosi sforzi di valore onde col suo esempio rinvigorire l' animo de' suoi. Giunto alla porta Romana inorridisce al vedervi tanti morti, tanti mutilati, tanti agonizzanti; il comandante genovese ferito se ne stava sul punto di abbandonare la mischia. Tentò Costantino coll' esortazioni di persuaderlo a fermarvisi; pregò, offerì, scongiurò, ma indarno; il Genovese fuggì dalla piazza, ma non dalla morte, che lo raggiunse ben presto. Rimasi i soldati senza capo, rimasero pur anche senza più ardire di nulla intraprendere. I Turchi approfittano di quest'inazione, e si arramipicano a migliaja sulle mura per entrar in città. Che far può l'infelice Paleologo se ogni speranza è perduta? L'elevatezza però del suo animo non l'abbandona. Abborre più che morte l' idea di vedersi prigioniere, di vedere un vincitore superbo fatto arbitro del suo destino. Ei non vuole sopravvivere alle ruine del suo trono, della sua imperial dignità: “ch' uomo diredato del regno, se vive un' ora, non val più nulla.” Ei deve e vuol morire. Ordina ai suoi soldati d'ucciderlo; ma per la prima volta li trova tutti restii a' di lui comandi; ed egli deposte le insegne imperali, precipita colla spada alla mano nel più folto delle schiere nemiche, fa sforzi di valore sovrumano; il suo formidabile braccio arresta per qualche istante ancora quel celebre impero, ch'è già sull' orlo del precipizio, e trova alfine quella morte che desiderava, manifestando nel punto stesso potervi essere una vinta grandezza di gran lunga superiore alla vittoria vincitrice. La sua caduta trascina seco quella pure della più bella città dell' Universo, di quell'antico impero, che fondato da un illustre Costantino, cessò di esistere sotto un altro Costantino, ben degno di regnarvi invece per le sue virtù e talenti. Che se quegli già mille cento e vent' un anno potè dare a quell'impero il principio e la grandezza tutto in un punto, questi alla sua morte fe'vedere in quel medesimo punto e in quel medesimo impero, distrutti l'incivilimento, le arti, il cristianesimo, per essere sostituite in lor luogo l' ignoranza, la barbarie e il fanatismo più brutale.

Non è a dirsi qual fosse l'allegrezza de' Musulmani per questo grande avvenimento. Correvano festosi a' piedi del Sultano, e con tutte le strepitose dimostranze di fuochi, lumi, spari, urli orribili, solennizzarono il felicissimo acquisto. Non mi fermerò a narrare gli orrori commessi ne' giorni, che durò il sacco della città. A tutti è noto, che un popolo incolto è sempre più feroce, e che supera in crudeltà qual siasi altro, quand' anche fosse questo avvampante ed ebbro del maggior entusiasmo per riacquistare la sua indipendenza. Ed ancor maggiormente crudele dev'essere quel popolo, il cui capo è sanguinario e brutale, quale si era Maometto. Questo barbaro monarca volea coprire la ferocia della sua tempera sotto il manto della giustizia; e per ciò appunto imputati essendo i Greci di zelo infermo, di languido fervore, e restii nell' offerire danaro per sostenere virilmente la guerra, gli fece chiamare dinanzi a sè, perchè scoprissero gli occulti tesori, che negati da essi, vennero dai loro domestici palesati. Allora comandò, che fosse reciso il capo a tutti quegli avari Cristiani; e rivolto ai bassà proferì, per verità, una sentenza degna di essere registrata nella memoria di tutte le nazioni, ed è, che i sudditi apprender dovessero a somministrare, nel bisogno, le loro ricchezze in difesa della patria, perchè perduto lo Stato, vi va in conseguenza l' oro, la libertà e la vita.

Abusando del sacro nome di giustizia, Maometto fece altresì venirsi dinanzi Girolamo Minotto, Bailo di Costantinopoli, riguardato da lui come capo di una nazione il cui valore apportato aveva un gran danno a' suoi soldati durante l'assedio. Ordinò dunque che in sua presenza gli si tagliasse la testa per godere alla sua foggia di quest'atroce spettacolo. Di quaranta sette gentiluomini veneziani applicati alla mercatura, venti fra loro subirono la medesima condanna; gli altri per intercessione di un favorito del monarca furono ricevuti in qualità di schiavi. La sciagura de' Veneziani sarebbe stata ancora maggiore, se il vigilante Luigi Diedo non avesse con intrepido animo risoluto o di rompersi colla sua galera, o di spezzar la catena che chiudeva il porto. Tentato il colpo e riuscito felicemente, potè porsi non solo egli al sicuro, ma le altre galere pure cariche di merci, di effetti preziosi, e di un buon numero di cittadini, con che ritornò salvo in patria.

Maometto intanto godevasi di andare per la città, e vedervi le strade imporporate di sangue e lastricate di cadaveri. Innalzò quindi a' gradi supremi un turco, che gli recò la testa recisa dello sventurato imperator Paleologo; e per superba ostentazione di sua vittoria mandò in dono al soldano di Egitto quaranta giovinotti e venti bellissime donzelle. Riserbò per sè la verginella Irene di vaghissimo aspetto, anzi un vero angelo in carne, a cui la nobiltà de' natali rendea più seducente il contegno. Tanta bellezza trionfò del vittorioso, e fece suo schiavo il conquistatore. Deposta la naturale ferocia, ed assopiti quegli spiriti guerrieri, che per fin sognando non altro gli rappresentavano che battaglie e sterminj, pareva egli tutto invaso da soave tenerezza e da sensuali diletti. l suoi soldati che si pascevano di guerre, temettero ch'ei s'intorpidisse, e cominciarono a mormorare e a farsi beffe di lui. Egli informato di ciò, raduna tosto la sua armata, e conducevi la sua bella Irene velata, tutta sfolgorante di perle e di gemme, come se espor la volesse alla pubblica adorazione. Mentre tutti perplessi pendono, egli le trae il velo, e fa palese a tutto l' esercito i vezzi e lo splendore di un'impareggiabile bellezza. E già a quella vista egli comincia a trovar grazia anche in quegli animi feroci. Ma che? Maometto, sguainata la scimitarra, recide di un sol colpo la bellissima testa, e dimostra al mondo tutto, ch' egli sapeva egualmente espugnare le passioni come le piazze. I suoi barbari soldati applaudirono altamente a questo nuovo trionfo.

Le scienze e le arti abbandonarono per sempre Costantinopoli; esse vennero a ravvivare l'Europa e particolarmente l'Italia, e fecero sorger de' monumenti, che furon la base di eterna gloria alla nostra città. I Turchi videro con indifferenza una tanta perdita, non curandosi che delle armi, il cui unico fine non era per loro che il bottino ed il dominio. Disprezzavano coloro il saper leggere e scrivere; e per raffermare un accordo bruttavansi la palma della mano coll' inchiostro, ed applicandola poscia sul foglio ne facevano l' impressione. Tenevano in sì alto pregio si fatte rozzezze, che in tempi posteriori usavano mostrarle come venerande anticaglie.

La fama delle vittorie, o piuttosto della desolazione cagionata per la presa di Costantinopoli, fece sì, che altre venti piazze per paura si umiliarono a Maometto. Il pontefice Niccolò V, all'infausto ragguaglio di tali progressi, eccitò i Principi cristiani ad un nuovo armamento; offerì ricompense spirituali ai soldati, che incontrassero servigio, e minacciò l'anatema a quelli che lo ricusassero. Per quanto pie fossero queste deliberazioni, il Senato veneto conobbe ch'erano fuori di tempo, e volle piuttosto con desterità e danaro assicurasi delle favorevoli disposizioni di Maometto verso la Repubblica. A tal fine spedì alla corte del nuovo imperatore Bartolommeo Marcello, che fu bene accolto e trattenuto in qualità di Bailo, o sia ministro ordinario.

Ma quale lunga pace poteva attendersi la Repubblica di conservare con questo infedel musulmano? I trattati non erano da lui risguardati che come un utile giuoco onde approfittarsi per estendere le sue conquiste, e gl'infrangeva senza scrupolo, qualora credeva di poter trarre da ciò vantaggio maggiore. La buona riuscita delle sue imprese, lo determinò di spingere le sue armi a' danni della Morea, le cui piazze appartenevano alla Repubblica. Questa provincia, un dì chiamata Peloponneso, famosa fra le greche per la celebrità delle sue Repubbliche, circondata dal mare, irrigata da' fiumi, di aria felicissima e salubre, oltre all'essere fertile ed amena, gode il vantaggio di un sito importantissimo per la navigazione del Levante. Il governo di Venezia conobbe quanto era necessario di difenderla; ma sin a tanto che si cercò di porvi rimedio, il nemico già devastato avea i territorj di Modone e di Corone, trascorrendo con oppressione dei popoli, l'Arcadia, e ritraendone ricco bottino. Vi giunse Orsato Giustiniani con trentadue galere, ed ebbe sul principio alcuni incontri con varia sorte: investì poscia la città di Metelino nell' arcipelago, entrò in uno de' suoi porti, disfece trecento turchi che gli si opposero, ma poscia rinforzato il nemico da potenti soccorsi, e vista da lui la molta strage nei nostri, pensò bene ritirarsi. Il suo animo generoso e sublime non potè tollerare sì grave sciagura; tanto egli si accorrò, che vi perdette la vita.

Il pontefice Pio II, compassionando le perdite de' Cristiani, maneggiò col massimo ardore una nuova Crociata; ma appunto quando tutto era in pronto nel porto di Ancona, ov' egli, non men che il Doge Cristoforo Moro si crano recati, fu colto da impensata morte, e così si ruppe anche la trama dell' illustre tela, che dipendeva dal filo di una sol vita. Per tal modo Maometto accrebbe sempre più le sue conquiste, ed insieme le stragi e la desolazione di tanti popoli. Mirò egli all'importante isola di Negroponte, la maggiore dell'arcipelago, chiamata anticamente Eubea, osservonne il sito importante e comodo sì pel Continente della Grecia, che per le isole; c tosto disegnò di soggiogarla. La governavano il Bondulmiero e il Calbo. Vi ci si trovava pur anche Paolo Erizzo, uom di onore e di sentimento, il quale tuttochè terminato avesse il tempo del suo officio colà, volle rimanersene per non offendere il proprio decoro. Maometto vi si trasferì in persona con cento e quaranta mila turchi e con un formidabile apparecchie. Si fecero gli approcci; s'incominciarono gli assalti; quattro ne furon dati con uno spargimento di sangue notabilissimo; tanto era vigorosa la difesa. Ma freschi soccorsi di truppe e di vettovaglie rendevano abbondante di tutto il nemico; agli assediati tutto veniva meno, rinchiusi com' erano da ogni lato. Dopo un mese di continui travagli e di disagio, erano già ridotti all' estremo, ed anche la speranza nel promesso soccorso già svaniva, quando videsi da lungi venire verso Negroponte una numerosa veneta flotta. Come dipingere la gioja? come il nuovo vigore entrato in ogni cuore? Il Sultano, di ciò instrutto, disegnò tosto di abbandonare l' impresa. Ma che? immobile si tiene quella bellissima flotta senza prender partito. Per una sciagura fatalissima, il suo comandante men mosso dall' amor della patria e del proprio onore, che dalla tenerezza per l' unico suo figlio, che con preghi e lagrime lo scongiurava a non cimentarsi al pericolo, vi aderì con grave disonor proprio e con sommo dano de' nostri, a' quali tanto il coraggio scemò, quanto s'accrebbe l'ardimento a' nemici. Sul punto stesso rinnovano questi gli assalti con una strage infinita: pure i nostri li respingono con sublime fermezza; ma coperti di ferite ed esangui, non poterono più difendere la Porta Burchiana. Quindi i Turchi penetrarono nella città, ed il Calbo e il Bondulmiero perirono colla spada alla mano; l' Erizzo con un pugno de' suoi difese per varj giorni il castello, e cagionò una perdita ragguardevole di Turchi. Ma poscia mancatigli e viveri e munizioni dovette capitolare, sperando così poter salvare dalle violenze de' barbari la bellissima verginella Anna sua figlia, che seco era rinchiusa. Maometto nella capitolazione gli promise, che la sua testa sarebbe salva; ma appena uscì dal castello, che il fece arrestare, ed ordinò che fosse segato per mezzo, dicendo di aver promesso di salvargli la testa, ma non il corpo. Non v' ha che i tiranni, che osino aggiungere al delitto una derisione che insulta la natura e il diritto delle genti. Quando Paolo Erizzo intese il barbaro comando, si volse ai Gianizzeri, pregandoli di toglier la vita alla di lui figlia innocente, e n' ebbe per risposta il giuramento, che a lei non verrebbe mai fatto ingiuria alcuna. Dopo di che colla fermezza di un eroe sostenne la crudelissima morte. Appena spirato l'Erizzo, Maometto si fece condur dinanzi la vaga donzella. Comparve essa con aspetto impavido, e con un' altezza più da vittoriosa che da schiava. Pure Maometto l'accolse con dolcezza e cortesia. Le offerse la propria abitazione; le disse che camminerebbe sopra scettri e corone; le presentò vesti ricchissime, gioie, brillanti e mille cose splendidissime. Essa tutto ricusò, dicendo, che non solo anteponeva le povertà, ma la morte stessa, al vivere impudico e al disonorare il suo nome. Fu lungamente tentata con blandizie e con ogni genere di seduzioni; ma resistette essa costantemente a tutto. Quando il sultano disperò di poterla piegare alle sue voglie, cangiato l' amore in ira, la dolcezza in furore, sguainò la sciabla, e con un sol colpo atterrò sì bel corpo, dando libertà all'anima, ancor più bella, di volare rapida alla conquista della gloria celeste, dopo averne mercata tanta qui sulla terra.

La soggiogata città fu riempiuta di uccisioni e di rapine, satollandosi l'ira col sangue, l' avarizia colle spoglie. Per quello spirito insultatore ch'è proprio de' barbari, fecero erigere vicino alla chiesa principale una gran piramide, formata di teste di Cristiani svenati, i cui cadaveri vennero gettati in mare per cibo ai pesci. Indi scorsero la Morea senza contrasto, e padroni della campagna occuparono diverse terre.

Il ragguaglio di sì gravi disgrazie afflisse quanto mai dir si può la Repubblica di Venezia. Si rivolse in prima agli ajuti divini, indi fu intenta a procurarsi gli umani. Raccolse da più paesi molti fanti, e formò una possente squadra con navi e galere. Pietro Mocenigo fu il comandante sostituito a quello, che condotto in catene a Venezia venne deposto dal suo impiego, e morì esule dalla sua patria. Il Mocenigo corrispose perfettamente alle speranze di ognuno. Cominciò dallo scorrere le riviere dell'Asia, saccheggiò e prese diverse terre turchesche, indi si avanzò nella Natolia, ove recò sì grave danno, che se ne sgomentò Maometto stesso, il quale per vendicarsi portò l'incendio in Italia. Guai per le potenze di essa, e forse di tutta l' Europa se non vi fosse stata la Veneta Repubblica, che colle sole sue forze e col suo danaro, che sapeva a tempo profondere, non si fosse, anche a rischio di perder sè stessa, posta a far argine a quel tremendo furor barbarico, alla turchesca ambizione che non conosceva più limiti. L'Italia fu liberata, senza che il general Mocenigo desistito abbia dalle sue imprese. Attaccò Smirne, città principale dell' Asia, e malgrado la forte resistenza, costrinse il nemico forza di grandissima strage a ritirarsi, per il che fu dato il sacco alla città, che fu così ricco da superare ogni credenza. Di là passò il Mocenigo a svernare nel porto di Modone, ma come raddolcì la stagione sciolse dal porto, e andò a riconquistar Sighino, Seleucia e Curco, città occupate da Maometto, ma che appartenendo ai principi di Caramania, furono queste restituite. Ad altre imprese ancora mirava il Mocenigo quando seppe trovarsi la piazza di Scutari strettamente assediata dagli Ottomani, e tosto s'accinse per accorrere in suo ajuto. Scutari è il cuore dell' Albania, la porta del mare Jonio e dell' Adriatico. Maometto aveva spedito un' armata forte di settanta mila uomini, aggiuntivi otto mila de' suoi Gianizzeri, e cento de' più esperimentati bombardieri. Il comando dell' esercito fu dato a Solimano, eunuco Bossinese suo favorito, il quale non dubitava punto della vittoria a cagion del gran numero de' suoi soldati, e della forza della sua artiglieria. Si presentò egli dinanzi alla piazza, sfoggiando un lusso veramente orientale. I suoi soldati animati dalla speranza di grandiose ricompense, occuparono tutti i transiti; in pochi giorni tutte le case furono demolite, e le mura della città bersagliate da un continuo fuoco; ma niente abbattè gl'intrepidi difensori, animati incessantemente dal loro illustre comandante Antonio Loredan, che destò col suo esempio una nobil gara fra le milizie e i terrazzani nell'esporsi ai pericoli, e nel puntualmente eseguire qualunque lavoro. Questi raccolgono ed ammucchiano le rovine, e convertonle in trinciere ai loro ignudi petti; rafforzano quelli le squarciate muraglie con grossi sassi e con botti, che riempiono di terra, e di là scagliano colpi mortali al nemico. Ma le batterie fulminanti giorno e notte hanno ormai aperto l' adito agli assalitori di entrare in città; pure non possono per anco sperare d'impadronirsene senza grande strage, e per risparmiarla osano di tentar il Loredan con offerte, indi con minaccie alla resa. Egli risponde con quella fermezza ch'è propria di un nobil cuore e di un sangue senza macchia, che non sa come si possa rendere una piazza che gli è stata affidata, e che ad imitazione de' suoi antenati, egli o la conserverà, o in essa morrà. Punto al vivo da una tale risposta, Solimano ordina un generale assalto; ma se l' impeto fu terribile, non men coraggiosa fu la resistenza. Sassi smisurati fatti cadere a precipizio dall' alto sopra gli assalitori, recavano ad essi in un la morte e la sepoltura. Gli Albanesi nel maneggio della sciabla non cedevano ai Turchi, onde correva a rivi il sangue. Ma disgraziatamente gli assediati penuriavano di ogni cosa, e particolarmente di acqua, talmentechè per averne conveniva farsi strada al fiume colle armi, e concambiarla con altrettanto sangue: inoltre un gran numero ne perì per la gran copia, che ad ismorzar la sete con troppa avidità tracannavano. Il coraggio dunque de' difensori cominciò a venir meno, e già voci confuse bisbigliavano di arrendersi. Il Loredan raduna quanti più può, e fa ad essi conoscere l' orror del servaggio, ed i mali terribili a cui certamente andrebbero soggetti, se i Turchi s'impadronissero della piazza; ma vedendoli ancora irresoluti, scopre il proprio petto, e dice loro: “Chiunue è tormentato dalla fame si nutra della mia carne, e chi dalla sete, si abbeveri del mio sangue, io glielo permetto.” Allora tutti ad una voce gridarono: Noi non vogliamo altri padroni che i Veneziani; morremo tutti senza arrenderci. Tali in fatti furono i loro sforzi di valore, che gli Ottomani infine stanchi di sì incessante perdita, dovettero per moderar il corso delle stragi, ritirarsi dall'asssalto, sperando nondimeno di riuscire per via di blocco. Ma finalmente vis o qual macello si facesse di loro dai valorosi difensori, e quai mucchi di cadaveri si alzassero a piè delle mura, oltre il gran numero di soldati, o monchi o feriti, conobbero l'impossibilità di conquistar più quella piazza, e con vergogna e dolore risolsero di abbandonarla, dopo avervi perduto più di venti mila uomini delle loro più scelte milizie.

Giunta a Venezia la fausta nuova della liberazione di Scutari, ogni ordine di cittadini corse alla chiesa di san Marco per ringraziarne la divina provvidenza. Fu poscia raccolto uno straordinario consiglio affine di prender in esame le ricompense, che accordar si dovessero ai prodi difensori. Venne stabilito, che Antonio Loredan sarebbe dal Doge decorato del titolo di cavaliere, e che dal pubblico erario si trarrebbero due mila ducati per assegnarli in dote alla sua figlia maggiore. Siccome poi dovevasi quel medesimo giorno eleggere un general di mare per la fatal perdita, che appunto in tal occasione era avvenuta del valoroso Triadan Gritti, così tutti i voti concorsero nel fregiare il Loredan di una carica sì luminosa, e ad esso sì giustamente dovuta. A favor poi di que' bravi marinaj e soldati, che avevano tanto sofferto durante l' assedio, e tanto contribuito all'onor della patria, si decretò, che oltre le largizioni da darsi al loro ritorno, si erigerebbe un ospizio che potesse assicurare un agiato ritiro, non soltanto ad essi, ma a tutti i marinaj e soldati che per età o per ferite fossero resi incapaci di più servire. Venne questo posto sotto la immediata protezione del Doge, il quale potea visitarlo qualunque volta piacessegli, ma non doveva poi mancar di andarvi una volta all'anno, vestito in tutta pompa, nelle sue barche dorate, e col suo angusto accompagnamento, affine di dare a questa visita tutto l' aspetto di una festa nazionale. Prima di tutto ne fu scelto il luogo. Questo fu a sant' Antonio di Castello sul canale, dirimpetto al porto del Lido. E veramente non potevasi scegliere posizione più bella e più conveniente; poichè i vascelli che uscivano ed entravano, erano, per così dire costretti a passar dinanzi a questa rispettabile fondazione. Così offrivasi alla vista di tutti i marinaj l'asilo ad essi riserbato dopo tante fatiche e pericoli; così lor presentavasi sul fior dell'età una prospettiva consolante per quando le loro forze si sarebbero esauste; così ciascuno contemplando quell'edificio poteva dir in suo cuore e ripetere a' suoi compagni: “Ecco qual sarà un giorno la nostra dimora; ecco dove ci rivederemo ancora riuniti per parlar dei nostri pericoli e delle glorie della nostra patria.”

Il giorno determinato per la visita solenne del nuovo ricovero, fu li 17 gennajo, giorno di sant'Antonio Abate. Per una combinazion singolare, lo stesso Pietro Mocenigo, ch'erasi tanto distinto in quest' ultima guerra co' Turchi, e che aveva avuto tanto parte nel far levare l' assedio di Scutari, fu quello che per la prima volta, l'anno 1475, celebrò questa festa. Al si lui ritorno in Venezia, il Doge Marcello era di fresco morto. Non vi fu incertezza sull'elezione del successore. Pietro Mocenigo ottenne tutti i voti. Si può ben credere qual concorso di popolo accompagnò questa visita maestosa e veramente commovente! Essa fu rinnovata per molti secoli, e fu sempre riguardata come festa nazionale, in cui anche il popolo prese sempre gran parte con viva commozione.

Ma poichè i nostri padri della patria non hanno più veruna influenza sopra que' bravi veterani, poichè la marina della Repubblica non inalbera più il suo glorioso stendardo sulle suddite onde dell' Adriatico, non solo questa festa, ma l' ospizio stesso de' suoi difensori disparve. Il luogo ch' esso occupava e cangiato oggidì in un oggetto di abbellimento, aggiungendo estensione ai pubblici giardini, che formano ora la delizia di tutti gli abitanti, come pur di tutti quelli che vengono a Venezia. Ma qual compassione di non aver conservato, trasportandoli altrove, que' superbi monumenti, che vi si trovavano, e che la patria riconoscente destinato aveva a' suoi figli prediletti! Fu rovesciato, distrutto, seppellito tutto ciò che soltanto al tempo era lecito di distruggere. Que' marmi eloquenti, destinati a trasmettere ai secoli futuri lo splendore e l'eroismo de' secoli passati, ora non possono più ricevere l' omaggio della nostra venerazione. Non v'ha che le anime fredde e volgari, che possano senza commozione veder annientate memorie sì sacre. Anche la storia c' insegna, che il sentimento svegliato da oggetti consacrati alla memoria degli eroi, non fu straniero a verun popolo. Fu per questo che Caligola atterrò per gelosia le statue poste in Campo di Marte. Sotto un governo giusto non dovrebbe mai ciò accadere, trattandosi di monumenti innalzati all' immortalità de' cittadini, che si distiusero in pro della patria. Qualunque sia la sorte a cui soggiace il loro paese, essi devono ad esso sopravvivere. Noi dunque non cesseremo di affligerci per aver perduto in quest'occasione e il deposito di Antonio Grimani, celebre per un fallo da lui purgato con sì nobile emenda, che valse a ridonarlo alla patria, alla dignità di procaratore, ed a ciugerlo poscia di corona ducale; e il monumento del Doge Pietro Lando, che sostenne l'onor della Repubblica in tempi difficilissimi; e quello di un procurator di san Marco, Antonio Diedo, personaggio di alta reputazione; e quello del celebre Vittor Pisani, che meritò di essere proclamato padre e liberator della patria. Di quest' eroe però non tutti affatto perirono i preziosi avanzi. Fortunatamente uno de' suoi discendenti, Pietro Pisani, giunse a tempo di raccoglierli, e li fece trasportare nel suo palazzo a Montagnana, ove vuol innalzare un monumento novello al suo avolo immortale. Colà i buoni Veneziani potranno ancor rammemorare i loro fasti gloriosi, inchianandosi dinanzi le reliquie di un loro cittadino sì illustre.

Non saprei finire questo melanconico quadro delle nostre perdite senza versar pur anche qualche lagrima di dolore sopra il sepolcro, che nel chiostro di san Domenico chiudeva le ossa di quella nostra illustre concittadina Cassandra Fedele, che fu l'ornamento del suo sesso per lo sublime ingegno, per i puri costumi e per la rara bellezza. La sua eloquenza più di una volta rapì nelle pubbliche solennità i primi magistrati dello Stato. La sua vivacità nel cantar versi improvvisi aggiunse letizia ai pubblici ducali conviti; le sue profonde cognizioni nella filosofia, la sua estesa crudizione nel greco e nel latino destarono sorpresa fino a' più severi dottori di Padova. Vari dotti de' più rinomati, come Poliziano, il Sabellico, il Barbaro; varj principi, come Leon X, Luigi XII re di Francia, Ferdinando re di Spagna, mantennero una frequente corrispondenza con lei. Isabella d' Arragona la invitò con grande istanza alla sua corte; un' altra gran donna, qual fu Bona regina di Polonia, nel pomposo ingresso che fece in Venezia nel Bucintoro, si sentì recitar da lei una latina orazione in sua lode, e così fu presa da entusiasmo e piacere, che si slanciò fra le sue braccia, e strappato dal collo il proprio monile, lo ravvolse intorno a quello di Cassandra. Un movimento così spontaneo in una gran principessa era molto più lusinghiero e più atto ad eccitare a magnanime e dotte imprese, che quelle tante decorazioni, che spesso non sono accordate che a cortigianesche protezioni, talora a nojose importunità e qualche volta a ciechi capricci. La nostra Cassandra fu assai sensibile a tutti questi tratti di somma bontà, e non fu senza molto rammarico, che rinunziò alle offerte generose di quest' amabile principessa, che desiderava di condursela seco; ma la nostra filosofessa preferì sempre il suo paese agli onori della corte. Volle bensì accompagnare il marito in Grecia per ammirarvi gli avanzi preziosi delle arti. Di ritorno a Venezia, presidette ad un ospitale, ed ingannò la natura, che le avea ricusato le dolcezze della maternità, adottando i poveri per suoi figli. In tal modo questa donna incomparabile, alternando le occupazioni del cuore con quelle dello spirito, passò lietamente tutto il suo tempo. Le Parche stesse ne parvero così incantate, che lasciarono intatta per lo spazio d'un intero secolo la trama d'una sì bella vita. Lo stesso istante in cui la lor forbice crudele ne troncò il filo, fu segnato colla pubblica sorpresa; tanto cravi di vigore di spirito e di salute in quel portento della natura. Ma ohimè! che quasi non fosse stato bastante oltraggio alla sua memoria l'aver demolito nel 1590 il magnifico Mausoleo, che l' ammirazione e la gratitudine le avevano eretto, giunse il dì in cui fin anco turbate vennero le tranquille sue ceneri. Oh voi, mie concittadine, donne amabili e sensibili, che un dolce ozio attrae in questo nuovo Eliso, arrestatevi dove scorgete sorger più vaghi i gigli, più vivaci i mirti e gli allori! Lasciate cader una lagrima sopra lo smalto della fresca verdura, e dite a voi stesse: Qui riposa Cassandra Fedele; il suo angelico soffio anima e vivifica questi fiori, queste piante, questi arbusti; talchè colci, che fu in vita l'ornamento del sesso, sa dopo morta ancora abbellir la natura.

Ma poichè siamo colla fantasia in quest'ameno giardino, dove tutto sembra tener del prodigio, arrestiamoci ed osserviamovi le varie sue singolari bellezze. Piantato sopra la punta orientale della città, e circondato da tre lati dalla laguna, egli sembra nascere dal mare, ed è ciò che lo rende assai pittoresco ed unico in Europa. Da qualunque parte tu volga il passo, una magnifica prospettiva ti consola lo sguardo. All' Occidente un singolare bacino, a cui i bellissimi euganei colli fanno corona, ripieno di bastimenti, e cinto dalle grandiose fabbriche della città, dalle isole di san Giorgio e della Giudecca, ti presenta l' immagine di un vastissimo anfiteatro; e le molte barche, che a remo e a vela vi trascorrono in mezzo, danno l' anima a questo quadro. Alla parte d'Ostro, l'orizzonte vien chiuso dai littorali di Malamocco e di Palestrina, che la natura alzò quasi barriere alla nostra città contro la furia dell' Adriatico. E se questi argini dal lato del mare non sono che sterili banchi di sabbia, e spiaggie aride ed infeconde, sorridono però dalla parte interna riguardante Venezia, ch' essi proteggono incurvandosi smaltati d' erbe e di fiori. Verso Greco, le isole di sant' Elena, delle Vignole, ed il Castel di sant' Andrea, fanno di sè superba mostra. Più lontano poi ecco l'imboccatura del porto di Lido, il mare, i navigli che vi veleggiano… Che più? Il complesso di questo spettacolo supera ogni descrizione. Concentriamo ora nel giardino la vista. De' viali piantati da soli pochi autunni, e sopra un suolo di fango e di sabbia marina, s'innalzano ora con una rapidità sorprendente. I parterre ed i boschetti sembrano gareggiar fra loro in bellezza. Vedi quella vaga collinetta? Le sue strade tortuose ed erranti, i suoi gruppi d' alberi, i suoi cespugli, che non dall'arte, ma dalla mano della natura direbbonsi piantati, formano un singolar contrasto col disegno del restante giardino, che l'uso di pubblico passeggio volle regolare ed uniforme. E quell' altra collinetta pure, che quantunque men vasta, si fa nondimeno ammirare per la sua maggior altezza? Chi mai creder potrebbe, che più di un terzo di tutto questo spazio, e più che la metà della prima collina, sia stato non ha guari letto di mare, innalzatosi e tolto al suo dominio per trasformars. in giardino, e che dove pochissimi anni fa remigavano i pescatori, ora un' immensa quantità di alberi spieghi all'aria le verdeggianti lor chiome? Tutto ciò sembra magico; ma questa magìa è particolarmente opera di un nostro illustre e vigilante concittadino, il quale abbandonata la bussola, lo scandaglio ed il compasso, non isdegnò di por mano agli strumenti rustici per farsi agricoltore e botanico; e dopo di avere col telescopio ammirato la natura nell'immensa varietà de' corpi celesti, volle col microscopio considerarla nelle sue misteriose operazioni degli esseri vegetabili. Omaggio sia reso a Pietro Zorzi, il quale sembra aver acquistato un'arte particolare per la buona riuscita delle piantagioni. E veramente quanto mai è dilettevole il mobile quadro, che questo giardino presenta, principalmente ne' giorni festivi, mercè il concorso di più migliaja di persone d' ogni età e sesso, che a tutte le ore v' intervengono? Quelli pure a' quali l'alto rango o le gravi occupazioni impediscono di godere la migliore di tutte le dolcezze della vita, la società confidenziale e spontanea, si compiacciono di venirvici, e di avvicinarsi un poco più alla natura, mostrandosi, per così dire, a livello degli altri, e meritando per tal modo di attrarre sopra di loro lo sguardo e l' amabile sorriso della soddisfazione, che valgono assai più de' profondi inchini. Infine i buoni Veneziani sono quasi sorpresi, e in qualche modo dolenti, che questo luogo non sia l' opera de'bei tempi della Repubblica: essi però ne approfittano con piacere, e bramano ardentemente, che venga sempre conservata.

Festa del Venerdì Santo pag. 3

Festa di Santa Caterina 14

Festa di San Vito 48

Festa per i primi possessi in Terra-Ferma 88

Festa di San Marco 128

Festa per la scoperta della congiura

del Doge Marin Falier 147

Festa per la difesa di Scutari 174

FINE DEL VOLUME TERZO.



ORIGINE
DELLE
Feste Veneziane
DI
GIUSTINA RENIER MICHIEL

VOLUME QUARTO.

MILANO
PRESSO GLI EDITORI DEGLI ANNALI UNIVERSALI
DELLE SCIENZE E DELL'INDUSTRIA
MDCCCXXIX.

TIPOGRAFIA LAMPATO.

Malgrado le pubbliche allegrezze, manifestate a Venezia l'anno 1474 per la liberazione di Scutari, la Repubblica non avea tratto a dir vero, un gran vantaggio da questa guerra. Nondimeno uno ve n'era d'importantissimo per l'opinione pubblica; quello di aver vinto un potente nemico col quale non eravi speranza di poter conciliare una pace solida ed onorifica. Tale si fu in fatti dopo questa vittoria l'energia del popolo, e tale si era allora la grandezza dello Stato, che malgrado la lunga e penosa guerra sostenuta contro i Turchi, si poterono rimettere tosto le perdite fatte in Albania, prodotte particolarmente dal cattivo clima, ed armar di nuovo cento galee da opporre alle forze Ottomane. Il valoroso Antonio Loredan, appena eletto generalissimo di mare, era subito partito per la sua destinazione. Egli si trovava a Lepanto, allorchè quel medesimo cunuco Solimano che aveva combattuto sotto Scutari, vi arrivò con trenta mila Turchi per circondare la città. Ivi il tenne assediato per quattro mesi, ma poi fu costretto a ritirarsi. Si portò quindi presso l'isola di Lemnos, sperando di poterla prendere per assalto. Già la sua grossa artiglieria abbatte le mura, atterra le porte di Cocino, ma una pronta ed intrepida resistenza dà tempo a Loredan di volar al soccorso. Lemnos è salva: Solimano è in piena fuga.

Liberato così da un nemico ostinato, il Loredan fece venire alla sua presenza tutti i valorosi che avevano tanto contribuito alla buona riuscita dell' affare. Li lodò tutti indistintamente in modo assai lusinghiero; indi volle essere più partu olarmente informato del merito singolare di ognuno per poter egualmente distribuire le proporzionate ricompense. Non potrebbesi passar sotto silenzio, che fra tanti eroi si trovò pur anche una eroina; il suo nome era Marula, nata a Lemnos. Testimonj oculari assicurarono, che suo padre essendo stato destinato alla difesa d' una delle porte di Cocino, si oppose egli con tanto ardore al nemico che ne restò ucciso, e già i Turchi stavano sul punto di penetrare nella città. Ma che? La figlia di quel prode non s' arresta ella a versar inutili lagrime sul cadavere del padre estinto; la sete di vendetta, l'amor di patria la rendono superiore al suo sesso; imbraccia lo scudo e le armi paterne, sostiene essa sola per qualche tempo tutto l' impeto de' nemici, rincora col suo esempio anche i più codardi, riaccende i più arditi, e per tal modo, secondata da' suoi, ottiene la maggior gloria nello sterminio de' Turchi, contribuisce ad inseguire i fuggiaschi sino alle navi, e vendicando così la morte del padre facilita grandemente il buon esito dell'impresa. Ciò inteso dal Loredan, gliene testificò la sua viva soddisfazione; indi le fece rimettere una somma di danaro superiore a quella di ogni altro; inoltre le offerse di scegliersi un marito fra tutti que' valorosi, promettendo di farla dotare dal governo. Marula rispose con nobile contegno: “Più de' tuoi premj mi lusingan le lodi di sì magnanimo capitano, l' aver salvata la terra, e non inulto lasciato il mio fortissimo padre. Quanto allo sposo che m' offri, arditi e valorosi sono certo tutti costoro che mi circondano, ma la mia mano sarà di colui che a queste doti congiunga e probità e gentilezza, onde trovare nel matrimonio una felicità permanente.” Tutti esaltarono la prudenza e la sagacità di questa donna singolare, e forse essi pure, al par di noi, si saran sovvenuti di quell'altra donna di Lemnos celebrata da Ovidio. L' una e l' altra si sono distinte per il loro amor filiale; il ferro cadde dalla mano d' Issipile alla vista del padre che uccider dovea; Marula alla vista del padre ucciso afferra il pugnale, e lo immerge nel cuore agli uccisori; l' una procurandogli la fuga lo fa salire al trono; l' altra col suo proprio valore lo innalza all' immortalità. E forse anche si fu la sciagurata avventura dell' antica principessa che rese la nostra Marula così circospetta pel matrimonio; poteva essa pur temere con ragione di trovar fra le armate Venete qualche altro amabile ed infedele Giasone.

Ma riprendiamo il filo della nostra storia. Maometto vedendo il cattivo esito delle sue armi, spedì a Venezia per trattar daddovero la pace; ma più che la pace segnata colla Porta Ottomana ciò che molto contribuì alla tranquillità de' Veneziani, si fu la morte quasi improvvisa dello stesso Maometto, accaduta nell'anno 1481. Con questa morte i principi Cristiani perdettero il nemico più terribile.

Bajazette, suo figlio, divenne il padrone dell'impero. I Veneziani non tardarono a ratificare con esso l' accordo fatto con suo padre. Però durante il suo regno recò gravi danni ai Veneziani. Una congiura dei grandi della Porta gli fece porre la corona imperiale sulla testa di suo figlio, il quale temendo un qualche cangiamento lo fece avvelenare.

In tal modo dunque l'anno 1512, Selino cominciò il suo regno. E non pago ancora, fece andar a morte due suoi fratelli, otto suoi nipoti, ed altrettanti bassà, che pur reso gli avevano grandi servigj in più occasioni. Formidabile in guerra, battè i Persi, disfece varj piccoli Principi, ed uccise il sultano d'Egitto presso ad Aleppo in Siria. Tante vittorie riportate da un monarca sì feroce, atterrirono i principi Cristiani, i quali parve che alfine si risvegliassero dal vergognoso letargo sì nocevole alla cristianità tutta. Per ultimo dopo un grande scorazzar di corrieri, sulla fine di marzo 1515, in una campagna aperta dell' Austria inferiore, presso il castello di Traustmandorff si unirono all' imperator Massimiliano, e Udislao II re d'Ungheria, e Sigismondo I re di Polonia, e Lodovico I re di Boemia per concertare in un congresso fra loro il modo d' interessare tutta l'Allemagna, la Ungheria, la Polonia e la Boemia alla comune difesa, ed innalzare un argine alla dilatazione delle conquiste Ottomane. L'Italia tutta se ne rallegrò assai, sperando di ottener da quella unione la sua permanente salvezza. E tale si fu la fama sparsa da per tutto di questa famosa dieta, che Selino stesso se ne spaventò grandemente, e volle essere informato di ogni cosa. A tal fine spedì segretamente sul luogo alcuni renegati, perchè destramente penetrassero i disegni di que' potenti, e lo ragguagliassero delle loro determinazioni. Ritornati quelli riferirono, non avere veduto niente di più di ciò che suol farsi in adunanze consimili. La Dieta altro non essere che una crapula; nei banchetti, dati a vicenda, consumarsi i giorni e le notti; le conferenze essere di parole senza nulla concludere; disputarsi di frivole preminenze; i capi guadagnar battaglie immaginarie, ciarlando a mensa imbandita dimentichi d'ogni apparecchio militare, e versar molto vino milantando di voler far versare a rivi il sangue. Conobbe da tutto ciò Selino di non aver più nulla a temere, e ricominciò con nuovo ardor le sue imprese.

Ma poichè il nostro oggetto non è quello di scrivere nè la Storia Turca, nè la Veneta, ma solamente que' fatti, che condurci devono all'origine delle nostre annue feste, ommetteremo di narrare que' diversi combattimenti, que' vani progetti di Crociate, quelle tante alleanze di mala fede, quegli egoismi politici che fanno gemere la morale, ed infine quelle alternative di guerra e di pace, che avemmo co' Turchi per lungo spazio di tempo.

Nell'anno 1569, Selino II formò il progetto d'invadere il regno di Cipro, che allora apparteneva alla Repubblica di Venezia. Benchè le due potenze fossero in pace fra loro, pure sedotto dalle adulazioni di tristi consiglieri, egli non si fece scrupolo di volersene impadronire. La sorpresa dell'attacco, i tardi, benchè sempre promessi soccorsi degli alleati della Repubblica, assicurarono a Selino la riuscita dell'impresa, di modo che in meno di due anni di tutto il floridissimo regno di Cipro non rimaneva più ai Veneziani, che la sola città di Famagosta. I principi Cristiani videro con terror i progressi de' Turchi; offersero forze di difesa; si tenne un consiglio generale; vi si concertarono le operazioni da farsi, e venne creato Capitan generale della Lega don Giovanni d'Austria figlio naturale di Carlo V. Se Filippo, che regnava allora nelle Spagne, fosse stato di buona fede nel voler soccorrere i Veneziani, don Giovanni avrebbe potuto mostrarsi vero figlio di un uomo illustre, degno di quel rango, che Filippo gli avea spontaneamente accordato, e quel medesimo eroe, che aveva alquanto prima discacciato i Mori dal regno di Granata. Ma la gelosa politica della corte di Spagna fece anche in tale occasione agir lentamente, cosicchè quella intrepida guarnigione di Famagosta, che per un anno intero avea sopportato tante fatiche, e tanti pericoli, e ch' era per la maggior parte coperta di nobili ferite, disperò di potersi più sostenere. Essa non aveva nemmeno più cavalli, nè cani da nutrirsi; non una goccia di vino, nè d'acquavite, e neppur aceto per correggere l' insalubrità dell'aria. Le malattie mietevano que' prodi, che rimanevano ancora, ed ognuno mancava di qual si sia soccorso. La vicinanza con i nemici dava luogo a frequenti colloqui. Essi non trascuravano di fare le maggiori esibizioni ai Cristiani per ridurli a capitolare, dicendo esser questo l'unico mezzo per preservarli dall'ultimo esterminio. Nel tempo stesso si sentivano strepiti sotterranei, indizj dell' escavazioni di nuove mine coll'esempio d'altre, che avevano portato in aria intere compagnie di soldati. Degl'Italiani n'erano rimasti soli seicento, e questi pure stanchi, ed esausti dalle fatiche e dalla fame: gli Albanesi ed i Greci più agguerriti erano per la maggior parte morti combattendo: ormai non restava più nulla a sperare di esterni ajuti. Per queste estreme angustie Matteo Golfi di Cipro con altri suoi compagni si recarono dai comandanti Veneti, rappresentando loro che il popolo di Famagosta non aveva altro ad offrire in sacrificio, se non l' ultimo eccidio di sè stessi e della città. Che se avessero ancor vigore i corpi, non lascierebbero di esporli tuttavia come in passato; ma che non avendo il male altro rimedio, si volesse liberare dall'imminente desolazione la patria fedele, col riserbare il misero avanzo di cittadini, le mogli, i figliuoli da una prossima morte o dall'irreparabile schiavitù. Con lagrime e singulti scongiurarono di venire ad un accordo co' Turchi, adducendo gli esempj di Rodi ed altre città, alle quali i nemici avevano serbata la fede promessa. Si mossero a pietà que' Comandanti, considerando inoltre che, ridotte le cose a tal punto, sarebbe piuttosto pazza e crudel ostentazione, che vero coraggio il voler sostenere per anco una piazza, dove altro più non rimaneva, che un pugno di soldati inabili, e ch' era molto meglio salvare il rimasuglio di questi valorosi, ch'esporli all' ultima sciagura. Fu dunque inalberato il vessillo bianco, e si venne ad una capitolazione. Fu convenuto che la guarnigione uscirebbe con armi, bagagli e cinque pezzi di cannoni; ch' essa sarebbe trasportata in Candia sopra i vascelli Turchi; che gli abitanti sarebbero in libertà di abbandonare l' isola di Famagosta per andare dove più lor piacesse, recando seco quanto ad essi apparteneva; e quelli che preferissero di trattenervisi, sarebbero esenti dal saccheggio e dalla schiavitù.

Poscia che questi articoli furono segnati da una parte e dall'altra, la città di Famagosta fu rimessa in potere de' Turchi. Ma quali mai sono le promesse de' barbari? I soldati si misero tosto a saccheggiare, ed a commettere tutti gli orrori. Marc' Antonio Bragadino già comandante di Famagosta, fece porgere al bassà Mustafà, le sue lagnanze, e questi mostrò di dargli ragione; anzi aggiunse che desiderava, dopo di aver ammirato il suo valore e i suoi talenti, di conoscerlo personalmente. Il Bragadino gli si presentò dinanzi accompagnato d'altri tre comandanti. Astore Baglioni, Luigi Martinengo, Antonio Quirini, e quaranta de' suoi artiglieri. Il bassà cortesemente li accoglie, si trattiene ragionando con loro sopra gli avvenimenti dell'assedio; indi chiede al Bragadino un ostaggio pel libero ritorno da Candia de' suoi vascelli, e gli dichiara di volere il bellissimo giovane patrizio Antonio Quirini. Il Bragadino, che ben s' avvide delle brutali voglie del sozzo Mustafà, ricusa fermamente di consegnarlo. La disputa si accende, il bassà più non dissimula; scoppia in vivissime imprecazioni contro i Veneziani, e passando dalle ingiurie al furore, ordina in sul fatto a' suoi soldati di assicurarsi di tutti, e di tagliar loro la testa. Il Bragadino fu riserbato ad altro momento, contentandosi per allora di fargli solo tagliar le orecchie. Ordinò inoltre di porre in ceppi quanti Veneziani, e Cipriotti v' erano, che non avevano potuto pagare il loro riscatto, e li condannò alla schiavitù. Tra questi eravi pur anche Lorenzo Tiepolo, ch' era stato ultimamente governator di Baffo. La sua nascita, il suo rango meritavano ogni riguardo. Il barbaro Bassà espresse il suo rispetto alla sua foggia; lo fece impiccare all' antenna della sua galera. La feroce rabbia di Mustafà non fu ancor sazia. Volle essere presente all' orrida esecuzione ordinata sopra il Bragadino. Lo fece condurre in mezzo alla stessa piazza da lui sì gloriosamente difesa, ed ordinò che, legato ad una colonna, fosse scorticato vivo. Sostenne il misero tutte le angoscie d'una lenta morte colla fermezza di un eroe, colla rassegnazione di un martire. Poich'egli spirò, Mustafà volle aggiungere l'oltraggio a tanto raffinamento di atrocità: fece empir di paglia la pelle del valoroso atleta, la fe' porre sopra il dorso di una vacca, e girare per tutta la città. Indi attaccolla sopra l' antenna della galera, perchè fosse esposta alla vista di ognuno, e destinolla poscia ad essere trasferita a Costantinopoli, per venire depositata nel bagno dell' arsenale, dove per qualche tempo vi stette come trofeo della barbarie musulmana. Fermiamoci un momento ad osservare la forza del destino sopra le vicissitudini umane. Questa pelle strascinata, oltraggiata, avvilita, è stata poscia dalla famiglia Bragadino ricuperata, custodita, trasportata a Venezia, e depositata in un' urna, sopra la quale fu eretto il busto al naturale del nostro Marc' Antonio in mezzo a due lioni, simboli del valore e della fortezza. Questo bel monumento di fino marmo fa ora parte di quella superba galleria, che vedesi nel celebre Tempio de' santi Giovanni e Paolo sempre più abbellito ed arricchito dalle cure del degno suo preside don Emanuele Lodi, ora pregiatissimo vescovo di Udine. Non puossi fissar l'occhio sopra questo monumento, e sopra le pitture che lo circondano dimostranti la carneficina, che il nostro eroe ebbe a tollerare, e sopra l' inscrizione postavi sotto, senza sentirsi vivamente colpiti di ammirazione per tanta virtù, e di un giusto sdegno verso quell'infame bassà, che osò dopo tanti delitti entrar glorioso in Costantinopoli. La viltà di quegli abitanti lo fece accogliere qual trionfatore in mezzo a tutti gli onori; benchè la sua vittoria costato avesse all' impero più di 50000 uomini, ed avesse egli imbrattato la sua nazione con una sì inumana condotta.

All'annunzio di tante atrocità, e de' progressi de' Turchi, parve più che mai ai principi cristiani necessario di agire risolutamente contro le forze ottomane. Le squadre degli alleati, ch' erano di ducento e cinquanta legni fra grandi e piccoli, trovavansi a Messina munite di ogni lor bisogno. I Veneziani principalmente si sentivauo vivamente bramosi di vendicar tante offese. Essi avevano per lor comandante il valoroso Sebastian Venier, che quantunque più che settuagenario, non la cedeva a qual si sia valoroso, in coraggio e intrepidezza. Vi avevano inoltre, come di consueto, due provveditori, Agostin Barbarigo e Marco Quirini, entrambi reputatissimi; ma niente potevano intraprendere, poichè il comando generale apparteneva tuttavia a don Giovanni d' Austria. Questi convocò il consiglio di guerra per decidere della direzione da prendersi da tutta l' armata. Fu sua opinione di rientrare nel golfo di Venezia. Il Venier espose tosto la sua, che fu di andar immediatamente verso Lepanto ad incontrar il nemico. Questa opinione rinforzata da quella dell' eloquente Barbarigo, approvata da tutti i comandanti Veneti, ed anche dal general pontificio Marc' Antonio Colonna, prevalse a segno, che fu immediatamente posto ordine ad ogni cosa per la partenza. La notte che andò innanzi al settimo giorno di ottobre, l' intera armata pervenne in quello spazio di mare, ch' è fra il golfo di Laerte, e quello di Lepanto, alla vista delle isolette de' Curzolari, poste non lungi dal Promontorio di Azio, famoso per quella battaglia navale, che fu l'unica, che decidesse di un massimo impero. E fu forse tal vista, e così grandi rimembranze, che contribuirono a fare che D. Giovanni d'Austria obliterasse ogni suo disgusto cogli altri comandanti, ed altro più non ascoltasse che la voce del proprio onore. Fece egli spiegar il vessillo della lega per disporsi al combattimento. Vide egli tosto schierarsi in linea tutte le galee con una prontezza meravigliosa; vide tutti i Comandanti montati su i loro navigli animar gli equipaggi all'attacco; vide e soldati e marinaj rispondere con un sol grido di gioja, per poter finalmente cimentarsi col nemico; vide il prode Venier armato da capo a piedi, che dimentico degli anni dimostrava il maggior ardimento: tutto ciò vide D. Giovanni, e da uomo veramente di gran cuore, già balza sulla Galera del Venier, e per la prima volta gli dice parole amorosissime, e gli promette di stringer vieppiù il nodo della Santa Lega. Il General Colonna, che di diligenza e di valore non si lasciò giammai superar da' suoi illustri antenati, avvicinossi anch' egli al Venier, e si mostrò infiammato del più vivo ardore contro i nemici. Tutto ciò empì di vero giubilo, e delle più sicure speranze il rispettabile vecchio.

Il Bassà Alì comandante de' Turchi, forte di quattrocento e più navigli, animato dai vantaggi riportati ultimamente sopra gli Alleati, dalle forze Ottomane, ed inoltre ingannato nel numero delle nostre Galee, perchè le isole delle Curzolari toglievano la vista di molte, risolse di andar ad incontrare gli Alleati. Già le due flotte nemiche si trovano a fronte: il Barbarigo è il primo ad essere attaccato da Siloc Alì, che comandava il destro corno. Questi vi scaricò addosso un nembo di saette; ma egli intrepido sostenne per quasi un'ora l'assalto Turchesco. Non diffidando punto de' suoi, gli parve però che non fossero abbastanza uditi i suoi comandi, perchè teneva coperto il viso collo scudo: se lo scoperse quando appunto i nemici più fieramente saettavano; ed essendogli detto che si coprisse, perchè correa pericolo di essere ferito, rispose, che minor offesa egli sentirebbe di rimaner ferito, che di non esser udito. E di fatti i suoi comandi furono poscia sì bene intesi, e sì bene eseguiti, che potè egli stesso dar addosso ai nemici, e con estremo valore si abbordò con Siloc Alì, e lo fece suo prigioniere. Ciò veduto dai suoi Rais, cercarono la lor salvezza ne' vicini scogli, e forse nessuno sarebbe scappato dalla morte, se il Barharigo non avesse ricevuto una crudel ferita in un occhio; pure furono inseguiti, ed un gran numero ne rimasero uccisi, ed altri per la fretta di salvarsi su que' scogli, s' affogarono nelle acque.

Il Comandante imperiale Alì trovavasi nel mezzo a fronte delle Galee sottili, e percosso alle spalle dalle grosse, fece rinforzare i remi per sottrarsi dalla tempesta del cannone; ma D. Giovanni ed il Veniero, riconosciuta all'insegna la Galera imperiale, l'investirono di concerto. Fece lo stesso il Colonna con quella di Portau Bassà, ed in tal modo nacque un feroce combattimento con ardor pari, egual danno, strage certa, incerto evento. Venier era da per tutto; e già vedonsi bentosto i soldari cristiani saliti sulle Galee Turchesche recarvi grandissime stragi; non meno gravi però si vedevano gli animosi Turchi salir sulle Galee cristiane; e tanta rovina si fe' da una parte e dall' altra, che è difficile il descrivere. Il rimbombo delle cannonate, il fischio della moschetteria, gli urli de' Turchi, i gemiti de' moribondi componevano una musica spaventevole. Ma già la Galera imperiale è sino all' albero guadagnata; un colpo maestro di D. Giovanni la sottomette, e vedesi cangiar lo stendardo Turco in quello della Croce. Alì ebbe la testa spiccata dal busto, e innalzata sopra una lancia, perchè resa visibile aggiungesse coraggio ai vittoriosi, e terrore ai vinti. Il Colonna anch' egli bravamente conquistò le Galere di Portau e Caracoza; il primo gettatosi in un caicchio ebbe appena il tempo di salvarsi; il secondo perì combattendo; le loro squadre furono interamente disfatte.

Rimaneva ancora il sinistro corno da conquistare: esso era comandato da Uluzzalì, che in sul principio riportato aveva qualche vantaggio; ma sopraggiuntovi Marco Quirini, si rifece ben presto del danno sofferto dai nostri. I Galeotti Veneziani, che dal Venier ottenuto avevano la loro liberazione, si fecero conoscer degni di sì prezioso dono, combattendo da valorosi; nè men fieramente combatterono a pro' nostro quegli Schiavi Cristiani di tutte le nazioni, che si trovavano nelle armate nemiche, gettati sotto ai banchi; poichè, forzate le guardie, salirono in piedi, e fecero sforzi prodigiosi per procacciarsi lo scampo, e dare ai nostri la vittoria. Sanguinosissima fu la pugna, orrenda la strage. Finalmente Uluzzalì vedendo abbattuti da per tutto i Stendardi Turcheschi, giudicò ciò ch'era, che le cose degli altri Bassà fossero andate male, e temendo la medesima sorte per sè stesso, si diè disperatamente alla fuga verso terra con que' legni, che potè raccorre; ma i nostri inseguendoli furiosamente, e non cessando l' artiglieria di fare un continuo fuoco sopra di loro, anche quella squadra venne quasi interamente distrutta, e videsi il mare coperto dì rottami di navigli, e di cadaveri sanguinanti. I Cristiani assicurati della completa vittoria, si abbandonarono a tutta la gioja, ed i gridi di allegrezza rintronarono l' aria.

D. Giovanni fece allora invitare il Comandante Venier di recarsi da lui. Questi, tutto che ferito, non mancò di portarvisi subito. Quando il principe lo vide, gli si fece incontro tutto lieto, lo abbracciò, chiamandolo col dolce nome di padre, ed attribuì ad esso il principal merito della vittoria. Il General Colonna gli fece anch'esso le medesime congratulazioni, e gli elogi più distinti. Era in vero cosa assai commovente il vedere tanti cospicui soggetti, animati tutti da un unanime sentimento, e gioir senza invidia di un esito sì felice. Quindi tutti rientrarono nelle loro Galere. I legni nemici che non poterono seguire la nostra flotta, furono incendiati, gli altri rimurchiati, e tutti s'avviarono nel Porto di Petalà. Era spettacolo affatto imponente il veder passare tante schiere vincitrici fra le isole delle Curzolari, menando in trionfo tanti legni conquistati, che tutti non potevano capire in quel porto; cosicchè fu d'uopo agli altri radunarsi intorno a quelle isole. Gettate le ancore, si fece la generale rassegna. Dell'armata Cristiana v'ebbero 7500 uomini uccisi, fra quali 2300 Galeotti Veneziani, ventisei patrizj, e tre nobili di terra-ferma: i feriti superarono di molto il numero degli estinti; ma si ebbero più di 15000 schiavi liberati, e fattine 3486 di Turchi; i lor morti oltrepassarono il numero di 30000; i legni presi furono 224; i pezzi d' artiglieria fra grossi e minori furono 373 con tutti i loro attrezzi; tutte le altre cose andarono a ruba.

Questa memorabile vittoria ottenuta nello spazio di tre ore incirca, tuttochè si continuasse a combattere per altre sei, dev' essere considerata non solamente come il maggior avvenimento del secolo, di cui parliamo, ma di tutti quelli, che sin allora avevano avuto luogo, compreso anche le disfatte di Serse, e la vittoria riportata da Augusto in quelle medesime acque sopra il suo rival Marc' Antonio. Che se la nostra non ebbe una egual celebrità, ciò fu perchè la gelosia e la politica delle Corti, e particolarmente di quella di Spagna, impedirono di trarne un frutto proporzionato, che solo decide della pubblica opinione. Di fatti potrebbesi mai credere che il passaggio delle Alpi di Annibale fosse stato così rinomato, se le conseguenze fossero state men luminose? Luminose però potevano essere anche le nostre, se vi fosse stato un accordo ingenuo e disappassionato fra tutti i principi Cristiani; poichè a quel momento potevasi assai facilmente conquistare la capitale stessa dell'impero Ottomano: tutto tutto era in sì gran costernazione, che venne subito eretto ai Dardanelli un Forte, adoperandovi trenta mila persone, onde accelerare il lavoro; tanto era grande lo spavento, che gli alleati non s'inoltrassero nello Stretto, come di fatti far potevano e dovevano. E Selino stesso per tema di una rivolta, non si credette più in sicuro a Costantinopoli, ma andò a rifuggiarsi in Andrinopoli. Indi più presto che potè diede la pace ai Veneziani, che dovettero accettarla per la poco buona volontà e unione degli alleati, che troppo temevano la loro grandezza.

Un'altra ragione pur v'ha della poca rinomanza della nostra vittoria, ed è che non tengonsi generalmente per grandi e per magnanime se non quelle azioni, che vengono narrate e celebrate da uomini celebri eglino stessi. E non solamente la nostra battaglia, ma la storia tutta delle guerre co' Turchi è stata più particolarmente trascurata da tutti gli storici non meno stranieri che veneti. Gli uni forse credettero di acquistarsi poco applauso riferendole; non già perchè mancassero loro campioni in battaglia degni di essere encomiati, ma perchè forse parve loro odioso assunto il dover palesare la mala fede de' trattati, la freddezza de' principi cristiani. I Veneti, che pur furono i principali, e quasi i soli oppositori de' progressi de' Turchi, non diedero che piccioli saggi di tale storia, forse per timore di essere tacciati di aver combattuto in apparenza a vantaggio comune, ma in effetto a fine d' ingrandir sè medesimi con sì preziosi acquisti. Questi riserbi comecchè ragionevoli, ci tennero al bujo su i moltiplici avvenimenti d'un interessantissima istoria, e nella quale ci sarebbero ancora tanti eroi da consegnare alla fama. Bello sarebbe stato certamente il vedere la più forte tra le nazioni marittime di allora sparger sangue e tesori per togliere al giogo la Grecia, e nell' atto di estendere i limiti del suo impero, confortare i discendenti di tanti eroi della libertà con nuove leggi, ornarli di nuovi usi, e richiamarli da un immeritato squallore alla dignità di civile e rispettabil nazione.

Appena entrarono i nostri nel porto di Petalà, Onfredo Giustiniani venne spedito a Venezia a recarne la faustissima nuova. Allorchè la sua Galera entrò nel porto, fece una scarica generale d'artiglieria in segno di allegrezza. Il popolo in folla si ragunò al molo, e vide lo spettacolo veramente straordinario di un numero grandissimo di soldati vestiti tutti alla Turchesca, e le bandiere ottomane parte strisciar sull' acque, parte svolazzare per l' aria. Non si dubitò più della felice riuscita dell'impresa, e ciascuno ebro di gioja esclamava altamente Vittoria! Vittoria! Abbracciavansi l' un l'altro senza conoscersi, e senza badare a differenza di età e di sesso: l' entusiasmo era generale, poichè l' onor della patria apparteneva a tutti egualmente. Tale si fu la moltitudine accorsa intorno al pubblico palazzo, che il Doge e la Signoria, dopo di aver udito il ragguaglio del prospero avvenimento, nello scendere alla gran Piazza, durò fatica a poter passare per mezzo la calca, ed entrare in chiesa, onde cantarvi il Te Deum.

Vennero poscia ordinati colla maggior prontezza i funerali a que', che rimasti vittime della morte, non ebbero il dolce conforto di ricornar in patria a cogliere il premio del loro valore. Si volle che solenni fossero acciocchè il termine della loro vita corrispondesse alle splendide geste da loro operate, ed alla grande rimembranza, che di se avevano lasciato. L' onore e la riconoscenza regolarono gli apparati, e la pompa nella chiesa di S. Marco. Non simboli funebri, non catafalchi o cipressi, ma trofei, ma spoglie nemiche, ma festoni di lauro e di mirto. Una numerosa orchestra, rinforzata dalle rimbombanti bande militari, accompagnò il canto degli inni e del Santo Sacrificio. Abbagliante fu l' illuminazione, giacchè non avevasi già a richiamar alla mente l'oscurità de' sepoleri, ma lo splendore vivissimo della gloria. Anzi per allontanare ogni idea men che lieta, qual suolsi nelle consuete pompe mortuali, venne scelto per recitar l' orazione funebre non già un ecclesiastico, ma un secolare, un nostro insigne senatore, Paolo Paruta, onde nel lodare colla sua maschia eloquenza i cittadini morti in battaglia, non obbliasse gli elogi del popolo, e con tal mezzo nodrisse in lui quelle faville di virtù, che sono naturalmente riposte nel cuor degli uomini, a risvegliar le quali niente più vale, quanto la pubblica lode. Che se tale entusiasmo eccitò fra gli Ateniesi l'orazione funebre recitata da Pericle, che le madri e le vedove di que', ch' egli aveva encomiato, il ricondussero alla sua casa tra i maggiori trasporti di gioja, non minore deve essere stato quello eccitato dal nostro celebre oratore; poichè poco appresso si videro concorrere spontanei e nuovi figli e nuovi sposi alle successive imprese della Veneta Repubblica. A questa grande solennità intervenne tutto il corpo impertante, col doge stesso alla testa vestito nella sua massima gala.

E per maggiormente appagare tutti i cuori, il pio Senato ordinò, che per quattro giorni di seguito, così in tutte le parrocchie di Venezia, come in tutte le città e terre del Veneto continente, si cantassero i Sacri Inni, e si facesse una processione solenne tra il suono de' sacri bronzi, ed il rimbombo dell' artiglieria. Indi venne permesso di celebrare anche con feste civili questo grande avvenimento.

Allora si fu che Venezia si presentò come la città la più florida e la più magnifica di tutte quelle di Europa. Sarebbe troppo lungo il narrare qui tutto ciò, che fu fatto in quest' occasione. Pure per aver un' idea delle somme ricchezze, e dell'estremo lusso di questa metropoli, daremo un'occhiata a quanto fecero i mercanti di panno nel loro quartiere di Rialto.

Dal superbo ponte, sino alla strada dei giojellieri, compreso il porticato, sotto cui si succedevano le botteghe, innalzarono una specie di firmamento artificiale, formato di un finissimo panno celeste sparso di stelle d' oro, che si estendeva sopra tutto questo spazio. Le botteghe, i muri esterni, le colonne, le panche, che aggiravano intorno per sedere, furono tutti coperti di tapezzerie le più ricche e le più rare. Da ogni arcata scendevano festoni ornati di frange d' oro. Tutto all' intorno della piazza di Rialto fu appeso un panno del più bello e fino scarlatto, sul quale si attaccarono a distanze eguali i Quadri de' Pittori più rinomati di allora, che col rendere eterne le nostre geste gloriose, ed i volti de' nostri eroi, procacciavano in tal modo anche a se stessi l' immortalità. Per vieppiù colpir la mente de' cittadini e de' forestieri si fece sorgere in mezzo alla piazza una specie di piramide circondata dalle armi, spoglie e trofei presi al nemico in questa memoranda giornata navale. A piedi del ponte si piantò un grand'arco, ed uno pure in faccia, cioè al principio della strada de' giojellieri. Su ambidue stavano intrecciati gli stemmi della Repubblica e degli alleati. Per ogni dove vedevasi svolazzare il vittorioso vessillo di san Marco.

Compiuti tutti questi preparativi, si cominciò la mattina dal celebrar una messa solenne ad un altar portatile, che fu posto sopra un apposito palco eretto dinanzi l' antica chiesa di san Jacopo. Poscia si mise in ordine la processione composta del clero della parrocchia, de' musicanti della cappella ducale, e del corpo de' mercanti di panno; era preceduta da pifferi, da trombe e tamburi. I fuochi di gioja, il suono delle campane accompagnarono questi atti divoti; il concorso del popolo e la serenità dal cielo confluirono moltissimo ad accrescere il lustro e la pompa.

Ma un nuovo giorno e più abbagliante ancora succedette al tramonto dell' astro vivificante. Un infinito numero di lumi, che risplendevano nella piazza, sul ponte, su ogni edificio, davano a tutti quegli oggetti un aspetto magico, e veramente incantatore. Le torcie e le candele poste sopra grandissimi candelabri d' argento in ogni bottega; ed i lampadarj dorati in aggiunta ai fanali accesi, riflettendo il lor lume sul tetto del porticato, realizzavano il progetto già prima concepito di offrir l' aspetto maraviglioso d' un nuovo firmamento. L'aria rimbombava di concerti armonici formati da numerose orchestre sparse qua e là. Il concorso era immenso. Le donne di ogni condizione venivano qui a passeggiare, facendo pomposa mostra de' loro vezzi, e de' loro più ricchi abbigliamenti. Gli uomini dimenticando la loro età, il loro rango, si frammischiarono alla gioventù la più vivace ed amabile; e tutti indistintamente godevano di quel luogo sorprendente. Gruppi di gente mascherata, quali con istrumenti musicali, quali con fiaccole accese percorrevano gaiamente tutto questo spazio. Generale era la gioja, la pace, la concordia, l' unione. Tre giorni e tre notti durò la splendidissima festa.

L'esempio dato dal corpo de' mercanti di panno, lungi dall' abbattere il coraggio degli altri corpi, gli accese piuttosto di una nobile emulazione; dal che successe che non solamente tutti i corpi de' mercanti nostri, ma quelli ancora delle differenti nazioni, che avevano quivi i loro fondachi, chiesero la permissione al governo di poter essi pure testimoniare pubblicamente la loro esultanza per l'accrescimento di gloria acquistatosi nuovamente dalla Repubblica. Ne' primi corpi si distinsero i giojellieri, i quali tanto gareggiarono in ricchezza e buon gusto co' Drappieri, che rimase indeciso a chi dar si dovesse la preferenza. Tra i secondi furono i Tedeschi, che si fecero grandemente ammirare. Per tre giorni e tre notti alla lunga resero il loro fondaco un palagio incantato. In quel vastissimo spazio sfoggiarono ricchezze così immense, da far comprendere assai chiaro a tutti gli spettatori, che qui trovavano quella moderazione, e quell' equità, che formano le basi d' un saggio governo, e che assicurano la felicità individuale e generale. Tutta la popolazione vi accorse, e la soavità delle orchestre eccitò ognuno alla danza ed alla gioja la più amabile.

Testimonianze così luminose dell'universale affezione verso la Repubblica, non potevano che soddisfar vivamente quelli, che ne tenevano le redini. Essa è la ricompensa la più bella, che mai possa ricevere un governo; essa inoltre è la vera forza, e la sicurezza dello Stato in ogni occasione anche la più pericolosa. Non è mai abbandonato chi è amato di cuore.

Allorquando tutte le feste ebbero fine, pensò anche il governo ad esternare in più modi la memoria delle sue glorie; e poichè queste avevano avuto compimento nel giorno di santa Giustina, ordinò che s'innalzasse sulla gran porta dell'arsenale la statua di quella Santa. Essa fu opera stimatissima, anzi fra le migliori del Campagna, e vedesi anche oggidì portante questa inscrizione:

VICTORIAE NAVALIS MONUMENTUM MDLXXI.

Fu coniata inoltre una nuova moneta, il cui nome si volle fosse Giustina, e le si pose l' epigrafe:

MEMOR ERO TUI, JUSTINA VIRGO.

Nè paghi ancora i nostri buoni padri, vollero per giunta che ogni anno il doge colla Signoria andasse in gran pompa alla chiesa dedicata a questa Santa; il che fu fatto.

Ma non solo a Venezia fu celebrata annualmente questa vittoria. Pio V considerando essere accaduta precisamente il giorno dedicato alla santissima Vergine del Rosario, e che alla di lei intercessione attribuir si poteva la riportata vittoria, ordinò che si facesse un perenne anniversario in rendimento di grazie. Anche a Lovanio nel Belgio la vi si celebra tuttavia; anzi quest' anno 1821 tre mesi prima del giorno della festa s'incominciavano i preparativi, e venne annunziata in que' fogli nella maniera la più solenne, quale si fu la seguente:

“Si celebrerà in Lovanio nella chiesa parrocchiale di Nostra Donna il ducencinquantesimo anniversario del memorabile trionfo de' Cristiani nel combattimento contro i Turchi, per la protezione speciale della madre di Dio, Santa Maria della Vittoria. Questa festa durerà quindici giorni.”

Girolamo Diedo fece una minuta relazione della battaglia de' Curzolari, ch'è molto stimata. Essa ed i suoi eroi vennero celebrati da un gran numero di poeti i più famosi. Nè certo fu la parzialità o l' adulazione che risvegliò la lor vena, mentre miste alle lodi de' Veneti, cantarono anche quelle di don Giovanni d'Austria, e del general Colonna. Anzi in onor del primo il dotto Giambattista Amalteo pose mano anche alla Cera Greca, componendo una bella ode, che leggemmo di recente tradotta dal sig. Francesco Negri, uno de' nostri cittadini di colto e gentile ingegno, che tratta liberalmente, e senza fasto le lettere, ed al quale i più teneri vincoli di amicizia e riconoscenza ci stringono.

La qui descritta battaglia viene talvolta sì dai poeti che dagli storici detta di Lepanto, ma più comunemente delle Curzolari; e con tuttochè queste scagliose isolette, che stan di fianco ad Itaca, fossero sotto il nome di Echinadi così note agli antichi, che non havvi greco o latino geografo, che non le ricordi, pure dal momento della nostra vittoria divennero sì famose, che il nome di Curzolari risuona anche adesso sulle labbra di tutti, e risuonerà eterno, finchè un impensato incendio non s' appigli a tutte le storie, e non incenerisca con esse i fasti delle più illustri azioni. Ma mentre così scrivo, m'avviene di legger cosa, che potrebbe farmi disdire, e quasi accusar me stessa di menzogna, se l'autorità di certi nomi avesse forza bastante a distruggere il vero. Un capitano inglese di gran grido e di gran merito, pubblicamente ci annunzia di aver egli il primo a questi dì scoperte le isole adiacenti ad Itaca, e le va enumerando ad una ad una, e ci fa sapere i lor nomi. Ad aggiunger peso e credibilità al suo annunzio, concorre il voto applauditore d' un astronomo geografo e letterato di prima sfera; ed ambidue fanno a gara nel celebrare l' insigne scoperta, tacciando così di crassa ignoranza nulla men che tutti i secoli anteriori, ed anche il più cospicuo magistrato della Repubblica Jonia, il quale a detta loro, nell'udir l' esistenza di luoghi posti a sessanta miglia dalla sua patria, fece le meraviglie, come se fossero allora allora sorti dall' onde. Da qual lato però stia l'ignoranza cel dimostra il non lungo articolo, che il valoroso signor Acerbi dettò nel suo Giornale. Esso basta a convincere chicchessia, ch' è molto facile il crederci scopritori di terre agli altri ignote, quando si visitano senza la previa conoscenza de' libri, e delle mappe anche le più comuni, e quando facciasi tacer la ragione a segno di non riflettere, ch' è impossibile che nel grembo di paesi i più frequentati e più illustri del mondo abbia ad esservi un angolo così remoto e spregevole, che sia sempre sfuggito all' osservazione degli uomini.

Qual tempio è questo che si maestosamente torreggia? chi eresse questo monumento a gloria dell' eterno? Fu la riconoscenza di tutto un popolo, per averlo liberato dalla peste, il più orribile di tutti i flagelli, che nell'anno 1576 avea crudelissimamente infierito contro la nostra patria.

Anche prima di quest' epoca Venezia fu di tutti i paesi d' Italia il più spesso assalito da sì tremendo morbo. E non è a stupirsi, sol che si rifletta al commercio esteso, e puossi dir esclusivo, che negli antichi tempi ella faceva per mare co' Turchi del Levante, e colle città dell'Asia. Aggiungasi la mancanza d' ogni disciplina, non essendovi per anco alcuna valida legge di polizia medica; oltrechè l' avidità di guadagno de' nostri mercadanti e marinaj giungeva a deludere tutte le cure e le vigilanze del governo. Quindi è che Venezia venne attaccata dalla peste sino a tre, ed anche quattro volte in ogni secolo.

I nostri Cronisti cominciano a parlare dei grandi sterminj ch' essa fece nel secolo X, ed ancor peggio nel XI e nel XII. Ma tutte sorpassò la peste del secolo XIV. Questa fu quasi universale, poichè serpeggiò per una gran parte dell' Asia, dell'Africa e dell'Europa. Anche Venezia ne fu fieramente infetta, e benchè non vi ci durasse più di sei mesi, pure novanta famiglie nobili rimasero estinte, e la popolazione tutta si sminuì a segno, che convenne invitar de' forestieri per ripopolar la città. Fu conosciuto allora la necessità d' un ospizio, che servisse di soggiorno a que', che in simili occasioni fossero afflitti da tal malattia. Da quel momento si pose mano all'erezione dell'edifizio, che fu piantato sopra uno scoglio di queste lagune, dove dimoravano i monaci di Santa Maria in Nazaret, dal che poscia per corruzione di lingua acquistò il nome di Lazzaretto. Questa fabbrica comoda e vasta potea capire, e pur troppo capì più volte sino a dieci mila persone. Ma in un'altra epoca egualmente fatale non la si trovò ancora bastante per soddisfare alle provvide viste del benefico ed umano governo. Quindi un secondo ospizio sopra un altro scoglio s'innalzò, posto dirimpetto al primo, e chiamossi Lazzaretto nuovo. Tali alberghi nel 1576 furono tutti e due riempiuti.

L' epoca è questa su cui sono costretta ad arrestarmi, e a richiamare la memoria d' uno spettacolo il più triste, che la natura presenti; d' un funestissimo tempo, in cui l' uomo soffre senza speranza, vive nel dolore senza soccorsi, e senza consolazione sen muore. L'Italia in un sol punto fu colta tutta dal terribile flagello della peste, e lo fu sì vivamente, che parve giunto il luttuoso istante della sua total distruzione. Lo spavento e la carestia facevano a gara con questa crudel nemica a chi più presto sapesse cangiarla in un deserto. Più robusti ch' erano gli uomini, più facilmente ricevevano gl' influssi di un veleno, che d'ordinario tanto più feroce diviene, quanto son maggiori le forze, che la natura gli oppone. I bambini allattanti, care speranze d' una generazione novella, o perivano per deficienza del necessario alimento, o succiavano insieme con esso il velen della morte dal seno di una madre spirante. I colpi spietati moltiplicavansi, riproducevasi con una rapidità da atterrire i più intrepidi. Da una morte ne pullulavan mille altre. Il torrente non conobbe più argini, e in un momento le case, le strade, le piazze intere si copersero di morti e di moribondi. Nelle ville stesse, nelle campagne, ne' luoghi più ascosi penetrarono gli effetti funesti del contaggio. Tutto era solitudine, lutto. Le case riuscivan più lugubri de' sepolcri; da per tutto respiravasi un alito mortale, esalante dalle cataste d' uomini o defunti o semivivi, nè v' avean braccia bastanti a togliere quest monti di cadaveri; poichè da per tutto rinascevano quasi altrettanti trofei della morte, la quale ogni dì più colla strage i suoi trionfi accresceva. Scorreano incessantemente per le vie certe carrette funebri cariche delle reliquie dell' umanità, ed il loro incontro continuo raddoppiava il pubblico raccapriccio. Le fosse più larghe e più profonde, non sì tosto scavate, traboccavan di morti. Finalmente per colmo di disperazione le chiese medesime, quell' asilo degl'infelici, quell' estremo rifugio, quando più nulla rimane a sperare nè dagli uomini, nè dalla natura, con saggia e necessaria precauzione erano tutte chiuse.

Da un orrore di simil fatta non andò per sua disgrazia esente la città di Venezia. Risparmiamo a' nostri lettori novelli dettagli dell' eccidio, che anche tra le nostre lagune il morbo produsse, e trasportiamo invece le nostre idee sopra immagini ben consolanti e dolcissime, dipingendo le benefiche e paterne cure del governo che con esempio forse unico nella storia de' secoli considerò come sue proprie le sciagure di ciascun individuo, e si prestò ad alleggiarle, profondendo ricchezze, e tutto ciò che immaginar poteva la pietà caritatevole a favor di ogni classe di persone, e segnatamente di quella, che per la sua indigenza destava ancor più tutta la compassione.

Appena si scoprì che la peste era entrata in Venezia, si cominciò dal collocar nel Lazzaretto vecchio gli ammalati, e nel nuovo i sani, ma pur sospetti d' infezione per aver comunicato co' primi, e vi dovean risiedere per una quarantina di giorni. Sì nell'uno, che nell'altro ospizio v' avea un Preside col nome di Priore, che a tutti dovea sopraintendere; v' avean serventi, medici, chirurgi, e di più alcune mammane pel servigio delle femmine, e quanti infine potevano riuscir proficui alla travagliata unmanità.

Ciò poi che formava uno spettacolo assai singolare ed imponente, e che dovea piuttosto rappresentare una delle nostre feste trionfali e marittime, era la vista di più di tre mila barche, dove si collocarono da otto a dieci mila persone, la maggior parte mendiche; benchè v'avessero anche de' ricchi cittadini, che persuasi d'esser meglio assistiti, vollero approfittare del servizio pubblico, facendone però essi la spesa.

Sul maggior naviglio sventolava in alto la gran bandiera di S. Marco visibile a tutti, anche a molta distanza; ed essa era il segnale, oltre il quale niun potea passare. Presso la bandiera stava eretta una forca, tremendo segnale della severità, con cui s'intendeva punire chiunque avesse trasgredito i provvidi superiori comandi.

Sull' alba i visitatori passavano di barca in barca ad esaminare se vi fosser malati, e trovandone alcuno, facean che si trasportasse al Lazzaretto vecchio, siccome i sospetti conducevansi al nuovo. Alquanto dopo giungevano i battelli carichi di pane, di vivande cotte, di pesce e di vino. Ogn'individuo ottenea la sua porzione, e la distribuzione facevasi così ordinata e tranquilla, ch' era uno stupore a vedersi. Altre barche arrivavano poscia ripiene di acqua da compartirsi per bere, per servigio della cucina, e per altrì usi.

Queglino poi ch'erano tratti al Lazzaretto nuovo, provavano gran consolazione nel vedersi cordialmente accolti da chi li avea preceduti, ed il loro ricevimento inspirava nel cuore una soave confidenza. Colà viveasi non men senza soggezione, che senza inquietudine; e se sott' altro cielo si costumò sempre, che chiunque dal pubblico ha gli alimenti, debba al pubblico almeno retribuire coll' opera e co' lavori, sotto il veneto cielo tal condizione in quel frangente non ebbe luogo. Ivi regnava l' abbondanza di tutto, eppure n' era insieme bandita ogni fatica; parendo ai pietosi governanti non essere mai soverchia qualunque indulgenza, qualunque sollievo per chi sta in continuo dubbio di morte. Dovea altresì contribuire moltissimo alla tranquillità e serenità dell'animo tanto necessarie alla situazione di quegl'infelici, la permissione a bella posta accordata ai lor parenti ed amici di visitarli. Queste visite eran per essi un momento di vera festa, malgrado gli orrori della circostanza, poichè venivano spesso accompagnate da belle serenate, e da suntuosi rinfreschi. Che più? Tu avresti detto esser quello il tempo della rigenerazione della natura, anzi che quello della sua fatal distruzione: tanto è vero che un buon governo produce la felicità de' suoi sudditi, e sa perfino alleggiare i mali, a cui la specie umana di sovente è soggetta.

Sull'imbrunire partivan le visite, e s'udiva allora ripercuoter un divoto concerto di voci, che uscivan proprio dal cuore, dirette ad implorar dall'Altissimo la perpetua conservazione della Repubblica, ben più che la lor propria.

Dopo di che s' accendevano gran fuochi di ginepro onde purificar l'aria; e a questo fine venivano ogni dì dall'Istria e dalla Dalmazia vascelli carichi di quest'arbusto. Durante la notte, non udivasi articolar una voce, o destare uno strepito capace di turbare l' universal riposo; talchè lungi dall' accorgersi ch' ivi albergavano dieci mila persone, altri avrebbero creduto non esservi colà anima vivente.

Nuova scena non meno ammirabile presentava dalla parte del lido un'infinità di case di legno costrutte per ordine pubblico in riva al mare per il medesimo oggetto, le quali da lontano vedute offrivano all'immaginazione l'idea di una nuova città balzata fuori dall'onde, e facevano bella ed elegante prospettiva.

Prese così dal governo tutte le più saggie ed accorte misure sì per i suoi sudditi di Venezia, che per quelli della terra ferma, non si dimenticò di ricorrere al cielo, perchè facesse cessare questa terribile malattia, ch' era nel colmo della sua furia, ed immergeva que' cuori paterni nel più acerbo duolo. A quest'oggetto dunque vennero ordinate preci generali per ottenere la protezione della Santa Vergine, e quella di S. Rocco. Poscia il religioso Senato fe' concorde voto d'innalzare un Tempio nell'isola della Giudecca al Supremo Redentore, perchè facesse cessare l'esiziale flagello, aggiungendovi l' obbligo solenne di portarvisi ogni anno in processione.

Ed infatti non sì tosto cessò il contagio, che si pensò ad adempiere la promessa; e il giorno stesso 21 luglio 1578, in cui proclamossi la felice liberazione della città, si decretò che ogni terza domenica di tal mese fosse in perpetuo il dì destinato a tal visita. Ma non volendo indugiar fino all'erezione del Tempio per eseguire questa divota funzione, si supplì intanto col formare una specie di portico intralciato di tronchi e di frasche, e coperto di ricche stoffe, in fondo al quale si eresse un altare per collocarvi l'immagine del Redentore, dipinta da eccellente artista, e nobilmente incorniciata d' oro.

Siccome poi la processione si prevedeva numerosissima, tanto per quelli, che doveano comporla, quanto per tutto il popolo, che la divozione e la sensibilità dovea attirare, e che troppo difficile sarebbe stato il traghettarla a traverso il canale per via di barche, così si pensò di gettare un ponte sopra una ripa di grossi battelli, tramezzato da un arco, onde lasciar libero il passaggio delle gondole. Il ponte cominciava dalla piazza di S. Marco, e metteva capo a S. Giovanni della Giudecca. Benchè assai lungo fosse lo spazio, pure dal momento, che ne fu concepita l' idea, a quello dell'esecuzione non corsero che quattro giorni, e fu prodigio. Si ornò la biblioteca, e le colonne tutte colle bandiere di S. Marco, e con festoni d'alloro, ornamento prediletto in tutte le nostre solennità, e le nostre feste.

La funzione fu accompagnata da una compunzion generale. Aprivano la processione uscita dalla chiesa di S. Marco, le confraternite primarie, ed il clero tutto; la seguivano il Doge, la Signoria, gli Ambasciatori, il Senato. Giunto il Doge sul ponte, sarebbesi detto che l' universo tutto esultava, tanto era il rimbombo delle campane, de' cannoni, de' tamburi, delle trombe, che misto alle vive grida del popolo feriva l'aria ed il cielo. La folla di gente di ogni condizione apparve sì sterminata, come se ne' due precedenti anni non fosse morto alcuno, ma piuttosto fossero stati introdotti nuovi abitanti a lustro maggiore della città.

L' anno susseguente nel giorno 3 maggio il Doge Luigi Mocenigo vestito in tutta la maggior magnificenza andò col Patriarca Trevisan a porre la prima pietra del votivo edifizio, e deposevi alcune monete colla leggenda: Ex pio solemnique voto Reipublicae. Il magnifico tempio fu innalzato su modello dell'immortal Palladio, principe de' nostri architetti. Non ci vogliam qui diffondere nel descrivere l'elegante proporzione della sua maestosa facciata, ed ancor meno la ricca decorazione de' rari e bellissimi marmi, che aggiungono splendore al suo interno. E chi non sa che quanti si recano a vederlo, siano dotti o indotti, sentono nascere entro sè stessi tal senso di ammirazione, che non dubitano di annoverarlo fra le fabbriche le più stupende, che sì possono in qual siasi luogo ammirare?

La festa del Redentore continuò ad essere sempre considerata come sacra e solenne, ed ogni anno si costumò di rinnovarne le cerimonie. Ma in progresso di tempo si meschiò alcun poco di profano. La facilità offerta da questo straordinario e inusitato ponte di passare da una all'altra parte per diffondersi sulle rive e ne' giardini della Giudecca, onde respirare il fresco sotto de' pergolati, invitava il popolo a godere tutta la notte della festa, e come a Venezia chiamasi, della sagra del Redentore. Tosto si videro, a somiglianza di quella di Santa Marta, le strade, le fondamenta, i giardini empiti di quelle cucine ambulanti, e di quelle cene semplici e gaie, nelle quali nulla aveavi che turbasse l' innocente piacere. Bello era il vedere brigate di artigiani, di operai, di gondolieri colle lor mogli e figliuoli, frammiste a crocchi di dame e cavalieri, o adagiate sull' erba, o sedute a rozzi deschi. Eguale in tutti era la letizia, eguali i cibi; il pollo arrosto era in quella sera il protagonista delle cene. Ognuno approfittava con vera soddisfazione di un'eguaglianza, che accresceva la felicità comune.

In oggi cessò la bella solennità; gl' incentivi scemarono, e con questi quasi sparirono il concorso e le cene; pure alcuni resti si vedono ancora. E come no? Il popolo senz' altro esame segue sempre quelle consuetudini, il cui scopo è il divertimento, e le segue con tanto maggior trasporto, quant'è minor la riflessione, che impiega e sopra sè stesso, e sopra il passato.

Nella festa precedente vedemmo il popolo di Venezia ricorrere all'intercessione di S. Rocco, affinchè ci otte nesse dal cielo la liberazione dal flagello della peste, che nel 1576 atrocemente incrudelì; e vedemmo altresì in qual modo venisse adempiuto il voto fatto a Iddio Redentore, allorchè la città conseguì il sospirato beneficio. Ma la pubbiica pietà non trascurò di rendere giusto tributo di riconoscenza anche al santo intercessore. Per volontà del Senato il dì di S. Rocco fu dichiarato festivo, e ad ogni annua sua ricorrenza venne prescritta la visita solenne del Doge alla chiesa a lui dedicata.

In una Repubblica sì sagace e sì illuminata, come la nostra, cosa non v'era, che mirasse ad un solo oggetto. La divozione, benchè sincera, avea sempre frammischiata qualche vista politica. Quelle maestose comparse del principato in corpo erano aggraditissime alla popolazione tutta, ed arrecavano sommi vantaggi allo stato. La visita a S. Rocco merita di essere con distinzione considerata.

Poscia che il Concilio di Costanza approvò unanimemente nell'anno 1414 il culto verso il glorioso S. Rocco, e riconosciuta l' efficacia della sua intercessione presso l' Onnipossente nelle malattie contagiose, molte città d' Italia si affrettarono con pubbliche dimostrazioni di manifestare la loro venerazione verso questo Santo, e il loro desiderio di poter meritarsi il suo favore. Venezia, siccome città marittima e commerciante, fu in ogni tempo soggetta al terribile malore. Essa non fu dunque delle ultime a ricorrer a lui, e nell'anno 1478 una di molte persone d'ambi i sessi, e d' ogni condizione chiese ed ottenne la permissione dal governo di ragunarsi in confraternita sotto lo stendardo di S. Rocco. In principio teneva essa le sue radunanze nella chiesa di S. Giuliano, poscia si unì ad una società, ch'erasi precedentemente formata nella chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari. Il numero degl' individui di questa confraternita s'accrebbe vieppiù, quando nel 1485 un monaco Camaldolese fu tanto felice da poter rapire il corpo di S. Rocco, ch' era con somma gelosia custodito in Ughiera, castello nel milanese appartenente alla famiglia Dal Verme, e portarlo a Venezia. Non potrebbesi dire abbastanza la gioja del popolo, e quella sopra tutto della confraternita di S. Rocco, in pensare ad un tanto prezioso acquisto. Ognuno da quel momento si tenne certo di trovarvi una salute permanente, e di non aver più nulla a temere dalla contagione. Sul momento fu deposto quel sacro corpo nella chiesa di S. Giuliano. Ma tale si fu la divozione, la liberalità, la premura della confraternita per erigergli un apposito Tempio, che nell'anno 1490 fu in caso di trasportare solennemente questa preziosa reliquia nella nuova chiesa dedicata al suo nome.

Qualche tempo dopo, cioè nel 1516 la medesima confraternita prese la risoluzione d'innalzare un altro edificio per tenervi le sue radunanze, il quale fosse insieme adattato alla santità di varj altri oggetti, quelli cioè di venerar la religione, di ajutare gl' infelici, e di abbellire la città. A tal fine chiamò essa i professori più rinomati nelle belle arti, ed ordinò loro di formare una unione la più perfetta di tutte e tre le amabili sorelle, cosicchè potesse meritarsi l' universale ammirazione, e si rendesse degna di passare alla più lontana posterità.

Mentre occupavansi in questa grande impresa, il Tempio fabbricato con troppa fretta cominciò a crollare. Ciò fu, per così dire, una vera consolazione per que' divoti e generosi confratelli; poichè tosto risolsero di rifabbricarlo più ricco e magnifico, e tale che fosse in armonia coll'edificio già bene avanzato della confraternita. S'io dovessi qui narrare con esatteza ciò che v'ha di più mirabile in questi due superbi edificj, nulla potrei far di meglio, che ricopiare quanto ne dice il dotto Ab. Moschini nella sua Guida di Venezia da vero conoscitore. Basti a me il dire che gli stessi forestieri, e fossero pur del rango più elevato, all'entrar quelle soglie si sentivano colti dal maggiore stupor in veder colà riunita una sì gran quantità di pitture, di scolture, d'intagli; nell' esaminare la ricchezza e l'abbondanza degli utensili sacri; nello scorgere la profusione de' marmi più ricercati e più rari; e considerando inoltre che tali enormi spese erano state incontrate da semplici particolari, ad onta di lunghe e dispendiosissime guerre sostenute a difesa del proprio onore e della nazional indipendenza. Niuno v'era che potesse di là scostarsi, senza trarre una buona lezione anche per sè medesimo, nell' osservare gli effetti utilissimi delle buone leggi, e di un governo, che col lasciare a ciascuno la libertà di godere a suo modo de' frutti del proprio travaglio, era causa principale che se ne facesse un uso sì buono.

Le occupazioni di queste virtuose Compagnie, tra noi chiamate Scuole Grandi; e l' utilità che traevano da esse tutte le classi, e la repubblica stessa, l'abbiamo altrove toccato. Quella di san Rocco composta di mercadanti potè distinguersi fra tutte per ricchezza, e meritare con ciò dei privilegi esclusivi. Il giorno del Santo era il giorno del suo maggior trionfo. Recavasi il Doge nelle sue barche dorate alla chiesa, vestito nella maggior gala, e coll' accompagnamento della Signoria, del Senato e degli ambasciatori. Le principali cariche della Confraternita, chiamate la Banca, erano destinate ad accoglierlo. Il Guardian Grande presentavagli un mazzetto di fiori, e collocavasi vicino ad esso; il SottoGuardiano ne presentava uno pure agli ambasciatori ed alla Signoria, mentre altri confratelli ne dispensavano a tutti gli altri del seguito. Entrato il Doge in chiesa ed approssimato all' altar maggiore, il Cappellano della Confraternita aveva il privilegio di dire la messa, mentre in tutte le altre occasioni spettava al Cappellano Ducale il celebrarla. Terminata la messa, i serventi portavano sopra grandissimi bacili d'argento candele di cera in copia, che venivano ad ognuno distribuite, cominciando dal Doge. Di là passava la comitiva col Doge alla testa in una delle sale della Confraternita per adorarvi le Sante Reliquie, tesoro preziosissimo di quella Società. Se nel montare quelle superbe scale taluno sentivasi gelar d'orrore, allo scorger dalle due bande dipinti al vivo i terribili effetti della peste, ogni impressione dovea cancellarglisi nel gettar l' occhio sul gran quadro della Crocifissione, che si presenta di fronte, entrando nella sala: opera stupenda di Jacopo Tintoretto, del quale non puossi veder niente di più nuovo in soggetto così ripetuto, e nel quale risplende il vero genio e la scienza la più profonda.

Il Doge non si partiva da quel luogo senza fare un gentil complimento, e dirigendo più particolarmente la parola al Guardian Superiore, lo commissionava di porgere alla Società tutta l'approvazione del governo, e le assicurazioni della sua speciale predilezione. Aggiungeva poi per suo proprio conto le proteste della sua viva riconoscenza verso tutti i suoi buoni Confratelli (giacchè tutti i Dogi al momento della loro elezione divenivano membri di questa Società) per l'accoglienza graziosa, che ne avea ricevuto. Riverenze sincerissime erano la risposta la più eloquente di tutti i cuori.

Il Doge col suo augusto accompagnamento s'imbarcava finalmente, e ciascuno si restituiva alle proprie case; ma i buoni Confratelli non sapevano separarsi senza parlare della felicità, e senza promettersi reciprocamente di continuare con tutti i loro sforzi ad onorar la religione, e a dedicarsi interamente a vantaggio e decoro della loro amatissima repubblica.

Se abbiamo tuttavia un resto di questa bella solennità; se il decreto della sua soppressione, come pure della Confraternita è stato ritirato; se non fu convertito il superbo edificio, raro deposito di cose mirabili, ad usi profani e vili; se spogliandolo delle sue ricchezze, non si osò spogliarlo degli oggetti delle belle arti, il dobbiamo alla perseveranza, ed ai buoni uffizj del suo degno Cappellano Don Sante Valentina, il cui ardente patriottismo, la cui divozione sincera, e il desiderio del bene non poterono mai affievolirsi, malgrado le tante opposizioni ch' egli ebbe a sostenere. Possa egli godere per lungo corso d' anni del residuo de' suoi privilegi, che forma il principale oggetto della felicità della sua vita.

(1) Il sistema adottato di dar prima tutte le feste annue Veneziane, per venir poscia all' estraordinarie, farà comparire fuor di luogo la presente, che appartiene a queste ultime. Ma chi può resistere alle istanze degli amici? Per cagione sì dolce anche quelli che miei amici non sono, si sentiranno, spero, inclinati a perdonarmi questa piccola licenza.
Essendo stata scritta questa Relazione delle Feste offerte in Venezia a S. M. Federico IV re di Danimarca e di Norvegia, per venir presentata a S. Altezza il Principe Reale Cristiano Federico suo discendente, credetti, onde fargli vie meglio conoscere alcuni nostri usi nazionali, adoperare qualche squarcio estratto dall' Opera stessa delle Feste Veneziane. Avrei ora desiderato togliere tali ripetizioni, ma troppo sconcerto veniva a soffrirne la narrazione, che pur volevasi da molti conservata possibilmente quale da prima fu scritta. Quindi mi restrinsi a cancellar la descrizione di quelle annue solennità, la cui ricorrenza essendo caduta nel tempo del lungo soggiorno appo noi del monarca Danese, furono da lui osservate, ma che formando parte integrante della mia opera, qui si dovevano a buon diritto omettere. Confido che a' benevoli Leggitori non dispiacerà il veder qui aggiunta la mia lettera di presentazione all' amabile Principe, siccome quella che porse motivo alla risposta di lui cospersa di sentimenti non men gentili che magnanimi.

Verso la fine dell' anno 1708 il governo di Venezia venne a sapere col mezzo del suo ambasciatore a Vienna il Cavalier Lorenzo Tiepolo, che Federico IV re di Danimarca e di Norvegia era in viaggio per l' Italia, e che intendea di passar qualche tempo a Venezia. La posizione tanto lontana di questi regni non offriva veruna corrispondenza, nè veruna corrispondenza, nè verun rapporto d' interessi colla repubblica: nondimeno il cuor de' Veneti esultò per gioja all' udire che potrebbesi ammirar da vicino un Re, cui la fama annunziava essere dalla Providenza destinato a fare la felicità de' suoi sudditi, a divenir l'esempio de' monarchi, e ad eccitare l' ammirazione universale. Non erano scorsi che nove anni, da che egli era asceso al trono; pure potevasi credere che lo fosse da un secolo. Quantunque sotto il regno del defunto suo padre una specie di gelosia gli avesse chiuso l' ingresso al Consiglio, nondimeno, allorchè nel 1699 prese in mano le redini del governo, la sua applicazione al travaglio, e la sua intelligenza negli affari produssero grandissimi vantaggi in ogni ramo della pnbblica amministrazione. I suoi talenti guerrieri ebbero occasione di comparire sulla scena negli avvenimenti dell'anno 1700; e s' egli fosse stato secondato da' suoi alleati il Czar Pietro I, e Augusto Re di Polonia, come lo fu il suo avversario dall' Inghilterra e dall' Olanda, non sarebbe stato costretto di far la pace. Seppe egli approfittare di questo riposo dalle guerriere cure per prendere molte misure utili nell' interno de' suoi Stati. Conobbe particolarmente la necessità di aumentare le sue risorse militari per formarsi una milizia nazionale, ch'è la difesa più rispettabile di uno Stato, e la custodia più sicura per un monarca equo e giusto. Ma ciò che più illustrò il suo nome si fu l' abolizione della schiavitù della gleba, alla quale era soggetta la maggior parte de' villici del suo regno. Fece loro conoscere che avevano una patria da amare e difendere, un cuore da innalzare a nobili e dolci sentimenti, e ch' essi potevano infine risguardarsi come posti a livello degli altri uomini, ed esiger rispetto e soccorso. La repubblica di Venezia sentiva dunque gran desiderio di dare a questo Re le prove le più luminose della sua alta considerazione. Fece quindi intendere a Sua Maestà ch' era suo voto ardente il riceverlo come re di Danimarca e di Norvegia; ma Federico rispose al Senato che preferiva di essere ricevuto come semplice Conte di Oldembourg, affine di poter più liberamente godere de' divertimenti del Carnevale, e approffittare così senza riserva della Società de' nobili Veneziani. Convenne a cedere un desiderio sì lusinghiero. Un altro motivo inoltre rese questa dichiarazione soddisfacente. Allora quando un monarca giungeva a Venezia col suo proprio nome, era il pubblico che faceva le spese del ricevimento, ed un governo paterno quale si era quello della repubblica, soffriva sempre con ribrezzo il trovarsi costretto ad aggravare di nuove imposte i suoi popoli; ma allorchè un principe veniva incognito erano alcune patrizie famiglie, che destinavasi a questo dovere di ospitalità; e tuttochè generalmente i nobili vivessero in una maniera assai frugale e modesta, pure in simili occasioni si addossavano volentieri tali sacrifizj per quel patriottico sentimento che li animava, qualor trattavasi della cosa pubblica. In questo caso il Senato scelse quattro Deputati dell' Ordine Equestre, come più adattati alla dignità di un sì illustre soggetto. Essi furono il Cavalier Nicolò Erizzo, il Cav. Giambatista Nani, il Cav. Daniel Dolfin, ed il Cav. Morosini di san Canzian. Inoltre diede ordine a tutti i Rappresentanti delle città di Terra ferma, per dove il Re passar dovea, di apprestargli il ricevimento il più onorevole e magnifico. Di fatti allorchè S. M. Federico IV giunse a Verona ai 14 dicembre 1708 con un seguito di cinquantaquattro de' principali signori della sua corte, vi trovò già in pronto il più bel palazzo della città riccamente ornato, e comodissimamente mobiliato per alloggiarvi. Il Provveditor Generale Cav. Dolfin, che trovavasi a Verona per una circostanza straordinaria, spedì tosto a S. M. il Sergente Generale Conte Soardi e due Maggiori per complimentarla; indi andò egli stesso a visitarla. Si fu allora che cominciaronsi a conoscere le amabili qualità, che aggiungevano ornamento ai talenti di questo monarca; avendo egli ricevuto il complimento, che il Cav. Dolfin gli fece in nome della repubblica, con una grazia ed una dignità inesprimibile. Poich' ebbe rilevato dal medesimo Cavaliere che molte Dame si erano radunate nel palazzo pubblico colla speranza di vederlo e di fargli la corte, non volle tardar un momento per trasferirvisi, e salì subito in carrozza, non permettendo al Dolfin di prender altro posto, che quello vicino a lui. Vi trovò di fatti molte Dame vestite colla maggior eleganza. Esse avevano contato, dopo la loro presentazione, di potervi godere del divertimento tanto proprio della gioventù, il ballo. Di fatti dopo mezz' ora di conversazione il ballo cominciò, ed il Re si scordò la fatica del viaggio per danzare una gran parte della notte. Alla sua partenza non permise al Cav. Dolfin di accompagnarlo se non che fino alla carrozza.

La mattina dopo S. M. spedì uno de' suoi Consiglieri al Provveditor generale per assicurarlo di tutta la sua soddisfazione e riconoscenza per le attenzioni praticategli; ed aggiunse il desiderio che avrebbe di passar la sera, come la precedente. Questa indicazione fu più che bastante per il Dolfin, onde far trovare nella sua propria abitazione tutto ciò che potesse esser piacevole a S. M. Il concorso ogni sera aumentossi; si rinnovarono i concerti musicali e il ballo; i rinfreschi vi furono sempre con gran profusione; l'illuminazione a cera, alla Veneziana, abbagliava la vista; tutto infine fu grandezza e magnificenza. Il Re v'intervenne ogni sera; ma ricusò la festa, che gli abitanti di Verono volevano offrirgli nella superba Arena. Forse Federico temette di aggravar il popolo.

La mattina andava egli percorrendo quella deliziosa città, la cui pittoresca e incantatrice situazione è tanto in armonia con quell' antica e moderna architettura, che ad ogni passo l' abbella. Rientrava poscia a casa pel pranzo, e degnavasi di ammettere alla sua tavola molti nobili Veronesi, alcuni degli officiali maggiori, e spesso il Provveditor generale. Quando questo non era invitato, dava egli pranzi magnifici ai signori della corte del Principe. Dopo pranzo eravi la corsa delle carrozze, che per il loro numero, per la ricchezza degli addobbi, per la bellezza dei cavalli, e per ciò che vale assai più, per il concorso di amabili e gentili donne, procuravano al sensibile Monarca un piacere, diceva egli stesso, veramente seducente.

Giunse in Verona il resto dell' equipaggio di S. M., ed egli risolse di partire per Vicenza, dopo di avere testificato in tutti i modi alla nobiltà, e particolarmente al Cav. Dolfin la sua viva soddisfazione per un'accoglienza, che non dimenticherebbe giammai. Per la loro parte gli abitanti di Verona vedevano con grande rincrescimento allontanarsi un Principe così affabile e generoso. Vollero accompagnarlo molte miglia fuori della città. Federico fu commosso di vedere un sì gran numero di carrozze e di persone a piedi, che non cessavano di far voti per la di lui felicità.

Ma ormai gli abitanti di Vicenza impazienti di corteggiare anch'essi questo Principe, uscirono dalla città per andargli incontro, preceduti dal rappresentante della repubblica il N. U. Antonio Farsetti. Senza entrar qui in nuovi dettagli relativi alle feste da esso offerte a questo Monarca, basterà il dire che il Farsetti era di una famiglia, in cui la magnificenza ed il buon gusto erano pregi ereditarj. Accorrevasi in folla per vedere il letto, ch'egli avea fatto preparare per Federico: l' oro brillava per ogni dove, e le cortine ricamate univano la ricchezza all' eleganza la più ricercata. E dopo tutto, come descrivere quella sontuosa cena imbandita per varie centinaja di persone? e quell' immensa argenteria? e quella superba festa di ballo nel Teatro Olimpico? chi può immaginare, non che esprimere con parole che cosa esser dovea questo singolar teatro, frutto degli studj profondi del più celebre fra gli architetti moderni, l'immortal Palladio: illuminato da più di dodici mila torce, abbellito da un prodigioso concorso di persone le più distinte per ogni pregio, onorato dal più ambile, dal più interessante dei Re? Rimase sorpreso egli stesso di tale spettacolo, e sensibile alle attenzioni delicate e generose del Farsetti, volle trattenersi a Vicenza più di quello che divisato avea. Durante il suo soggiorno in questo paese, soddisfece ad una sua curiosità, visitando il Distretto chiamato de' Sette Comuni. Non ignorava egli che un secolo circa prima dell'Era cristiana i Cimbri, antichi abitanti della Scandinavia o Cimbrica, vennero ad innondare l' Italia, e ch' essendo stati completamente battuti da Mario nelle campagne del Veronese, quelli che poterono scappar alla morte ed alla schiavitù, cercarono un asilo sulle montagne di là e di qua dell' Adige, e che una porzione di loro venne pur anche ad abitare quelle, che sono al Settentrione della Provincia di Vicenza; ma non poteva egli persuadersi, che parlassero ancora lo stesso linguaggio dei lor progenitori. Ne fu convinto, e protestò che nella sua corte non si parlava con tal perfezione il linguaggio Cimbrico, o sia l' idioma moderno Sassone.

Il 28 dicembre fu il giorno destinato per la partenza. Il Farsetti non mancò di rendergli l' ultima visita. Trovò Sua Maestà circondata da tutti i signori della sua corte. Allorchè il Re lo vide, ebbe la bontà di fare qualche passo per incontrarlo; lo colmò di elogi per la buona riuscita di tutti gli Spettacoli e tutte le Feste, che gli avea procurati, e dichiarò la sua risoluta volontà di volergli dare una prova luminosa della sua benevolenza. Trasse egli allora la spada dal fodero, e colla punta gli toccò ambe le spalle. Per singolare che ci riesca questa cerimonia, essa è però quella di uso, mediante la quale il nostro Farsetti fu creato Cavaliere dell' Elefante. Indi S. M. lo prese per la mano, e discesero insieme le scale. Il Re non cessò di protestare al nostro Cavaliere la pienissima soddisfazione ch' ebbe, durante la sua dimora a Vicenza, se non che dopo di essere asceso in carrozza, e che i cavalli lo strapparono da quella città.

Non fece egli che attraversar Padova, e montò sul naviglio ch' era pronto sul Brenta per condurlo a Venezia. Vi giunse egli di buonissima ora il sabbato 29 dicembre. Sbarcò al palazzo Foscarini a Sant' Eustachio, ch' era preparato per lui e per tutto il suo seguito; e ad oggetto di rendergli quell' abitazione più comoda, era stata aperta una comunicazione col vicino palazzo del Conte Girolamo Savornian. I quattro Deputati mandarono tosto un Segretario per concertare la visita, che volevasi fare in forma pubblica; ma Sua Maestà desiderò di esserne dispensato, essendo giornata di posta: li fece invitare a pranzo per il giorno seguente. Vuolsi però che dopo la spedizione del corriere prendesse la maschera Veneziana del tabarro e bauta, e ch'egli pure cominciasse a godere del vantaggio di un tal incognito. Tutti vi trovavano il lor conto. I nobili, che col loro ordinario imponente vestito erano in certa guisa obbligati ad una continua etichetta, ad un contegno sempre regolare, e, quasi dissi, esemplare, con questo mezzo erano in tutta libertà per una metà circa dell' anno. Il popolo, che al modo medesimo mascheravasi, credeva con questa somiglianza di vestito di rendersi eguale ai patrizj, ed ingannato da sì fina politica, tenevasi senza superiori. Un Re che per la prima volta in sua vita trovasi per tal modo liberato da ogni molesto riguardo, comincia a conoscere esservi de'piaceri più vivi, dei beni più reali, che quello di comandare. Federico sapeva esser uomo e Re secondo le circostanze.

La Domenica mattina ricevette in formalità i quattro Deputati, ed accettò con molta grazia il consueto regalo, ch' essi gli presentarono a nome della repubblica. Esso consisteva in dodici Peote cariche di bacili ripieni di selvaggiumi, di uccellami, di pesci, liquori, cioccolato, caffè, zuccheri, ed infiniti generi di commestibili, ed inoltre specchi e cristalli delle nostre migliori fabbriche dell' Isola di Murano. Pranzò con tutti i quattro Deputati, e fece loro intendere, che desidererebbe d' indi in poi non essere accompagnato che da due di essi al giorno; che questi pranzerebbero con lui, e ch' essi dovessero invitare un numero di Patrizj, per poter così fare la loro conoscenza. Cominciossi la sera stessa a compiacerlo, e due soli di loro lo accompagnarono al gran Teatro di san Giangrisostomo. Erasi aperte due loggie sulla scena, di modo che, quando S. M. vi mise il piede, non credette già di essere in un palchetto, ma bensì in una sala accomodata col miglior gusto. Il teatro era tutto illuminato e ripieno di gente. Allorchè S. M. si affacciò al palchetto una numerosissima e scelta orchestra diede la sua generale arcata, ed eseguì una superba sinfonia. Alzossi poscia il sipario. Si fu a quel momento che Federico potè ancor meglio riconoscere quell'unione sorprendente di tutte le Belle Arti, che concorrono a gara per eccitare nella nostr' anima, mediante gli organi della vista e dell'udito, il piacere il più seducente. D' assai superiori in ciò ai Greci ed ai Romani, abbiamo saputo dare ai nostri teatri tutta l'illusione, tutti i comodi, tutte le attrattive possibili. Abbiamo cominciato dall' osservare quanto la luce artificiale sia preferibile per l' effetto dell' illusione a quella del sole, e tosto abbiamo abbandonato quel barbaro uso di andar al teatro di chiaro giorno. Vi abbiamo posto un solido tetto per difenderci dalla pioggia e dal vento, onde non essere, come gli antichi, costretti a fuggirsene confusi e spesso con danno, prima di poter trovar portici per porci al sicuro. Abbiamo preferito all' enorme estensione dei loro edifizj un fabbricato proporzionato all' estension naturale dell' umana voce, ed abbiamo così potuto lasciar a parte que'vasi di bronzo e di terra cotta, che alteravano e rendevano tonante la voce, e quelle maschere che sfiguravano gli attori; i nostri si presentano sulla scena, come i veri eroi del dramma, e possono aggiungere alle parole e alla musica l' espressione degli occhi e de' gesti per ingannarci piacevolmente, ed esprimerci tutte le passioni. Abbiamo abbandonato que'gradini di duro marmo, dove gli uomini dovevano tenersi seduti per ore ed ore senza mai potersi muovere, e dove le oneste matrone erano escluse per mancanza di luogo convenevole; e le libertine stesse arrossivano di trovarsi frammiste ad uomini di ogni razza, e sovente esposte ai loro insulti e alla loro troppo sfrenata licenza. Quanto a' moderni, e particolarmente noi Italiani abbiamo inventato quelle loggie separate, quei palchetti deliziosi, dove puossi uscire ed entrare a suo piacimento, dove siedesi morbidissimamente, e dove brilla il più bel ornamento, donne belle, giovani e modestamente vivaci. Che se per una legge salica del nostro paese non poteva chi che sia andare al teatro, che mascherato in tabarro e bauta, non devesi però credere che quest' aspetto apparentemente monotono e melanconico potesse nuocere alle nostre belle. In prima le donne sanno variare all'infinito i loro ornamenti, anche i più semplici, e trovar sempre ciò che meglio a ciascheduna conviene. Inoltre quel tabarro nero attaccato con arte sulle spalle, quella specie di lungo cappuccio di finissimo merlo pur nero chiamato Bauta passando per la testa, e contornando un bel seno, e quel piccolo cappello alla maschile messo con una non so qual bizzarria, aggiungevano una grande espressione alla fisonomia, maggior vivacità agli occhi e freschezza alle guancie. Il Re medesimo fu pienamente convinto che l' oggetto principale, che attrae noi altri moderni al teatro, è assai diverso dell' antico; noi ci andiamo semplicemente per divertirci di tutto ciò che ci presenta, ed il concorso di un gran numero di persone ne facilita le combinazioni. L' opera è essa buona? tanto meglio: si ascoltano i bei pezzi; tutto il resto del tempo si dà alla conversazione, e non siamo obbigati di ascoltare e di vedere ciò che ci annoja. Chiacchierare e vagheggiare, ecco i piaceri più ricercati al teatro. Il Re ne mostrò la più piena persuasione. Il Dramma avea per titolo il Vincitor Generoso: il poeta era Francesco Bruni, che l' avea dedicato a S. M.: la musica era stata composta da Antonio Lotti. Il Re l'ascoltò nel suo palchetto sino alla fine; poscia si trasferì al Ridotto.

Sotto questa denominazione intendevasi quell'edificio grande, magnifico e comodo, destinato particolarmente pei giuochi d'azzardo, nel quale era permesso a tutti di entrare, pur che fossero mascherati decentemente. Federico vestì anch' egli la maschera Veneziana, e sperò di non essere conosciuto. Fece in prima un giro per la sala e per le camere, indi avvicinossi ai tavolieri da giuoco. Vide a ciascuno starsi assiso un patrizio con abito nero talare, e grande parrucca, distintivi dell' ordine suo, che con un monte d'oro dinanzi sembrava sfidare gli astanti. Ammira il Monarca il nobile contegno del gentiluomo, e l' inalterabile suo aspetto alle vicende della sorte, ed entra in battaglia con lui. Fortuna gli arride, e il monte d' oro è ormai sua conquista. Ma che? Il vincitore finge di scivolare, rovescia il tavoliere, confonde lumi, danaro, carte e sparisce, lasciando al vinto ogni cosa. Ad un tal tratto poteva più Federico restare incognito?

La sera del lunedì Sua Maestà andò al teatro di san Cassano ad udire il dramma l'Engelberta, lavoro dell' immortale Apostolo Zeno, che avealo mandato a stampa con una Dedica allo stesso Federico IV degna di entrambi. La musica fu di Francesco Gasparini. È inutile il dirsi che il teatro fu superbamente illuminato, e pieno di gente. Lo stesso avvenne quando fu anche all'Opera di Sant' Angelo, dove gli fu egualmente dedicato il Dramma.

Il primo giorno dell' anno fu consacrato alla pietà: non teatri, non maschere, non Ridotto, non veruna ricreazione S. M. uscì la mattina al suo solito per visitare le cose più interessanti della città. Volendo vedere il palazzo Ducale attraversò quella parte della Piazza, che allora chiamavasi Broglio, dove s'adunavano i Patrizj prima di sedere al Consiglio, e dove solevano fare gli scambievoli uffizj per le cariche, alle quali aspiravano. Osservolli il Monarca, chiese ragione dell'adunanza, ed inteso il motivo, ebbe ad ammirare la dignità degli uni, l'umanità degli altri, la decenza in tutti. Dopo qualche momento ascese le scale, e volle fermarsi per udire uno dei nostri migliori avvocati, Giovanni Negri, che perorando con gran forza difendeva un reo. La morte già minacciava la sua vittima; pure Felice Ciera non era colpevole che di un delitto, che la giustizia, è vero, punisce, ma che non degrada l' uomo, e che non lo caratterizza uno scellerato. Il suo caso commosse il cuore del Re, che chiese grazia per lui, e Felice Ciera è liberato. Federico fu oltre modo contento, e fece assicurare il Governo della sua viva riconoscenza.

Desiderò anche di percorrere la Merceria. Il Governo, avutone di ciò sentore, avvertì que' mercadanti, ch'erano affezionatissimi alla Repubblica, essere suo desiderio che Sua Maestà il re di Danimarca e di Norvegia la vedesse in tutto il suo splendore. Ciò fu bastante perchè ognuno facesse gli sforzi maggiori (1) Se ne può vedere la descrizione nel 1.0 volume delle Feste Veneziane alla p. 267., ed egli ne rimase così incantato, che non poteva allontanarsi da quel luogo; dimenticò anche per qualche tempo il pranzo ed i suoi commensali; se ne scusò in modo da rendere soddisfastissimi i buoni Veneziani.

Bramò pur anche di assistere ad un Oratorio in uno de' quattro maggiori Conservatorj (1) Se ne vedrà la descrizione nel volume delle Feste straordinarie.. Quello della Pietà fu il prescelto. L' unione di tanti varj oggetti apprestati all'udito, alla vista, allo spirito, procurò a questo Principe un piacere straordinario ed unico nel suo genere.

Il terzo giorno dell'anno, in cui per antichissimo uso si facea nel dopo pranzo una solenne processione intorno alla piazza di san Marco coll' intervento del Corpo imperante, avendo alla testa il Capo Supremo dello Stato vestito nella sua maggior pompa, venne Sua Maestà Danese invitato a vedere questa cerimonia dal procurator Sebastiano Foscarini nel suo palazzo riguardante la piazza. V' invitò pur anco molte Dame e Gentiluomini, onde corteggiassero il Monarca, il quale ebbe occasione di ammirare la pietà edificante del Governo, la magnificenza de' sacri arredi, la gravità de' Sacerdoti.

Terminate le sacre funzioni, s'incominciò nello stesso palazzo il divertimento del ballo. Il Re aperse la festa danzando colla Procuratessa Mocenigo; ma il rispetto, che questa Dama gli aveva colle sue rare qualità inspirato, non impedì che gli occhi di Federico non fossero ad ora ad ora rivolti verso un' altra Dama giovane e bella, vo'dire Caterina Quirini, in cui la ricchezza era il minore de' pregi. Il Re se le avvicina; la invita a danzare, e trasportato dalla foga del ballo rompe con una fibbia il filo, che reggeva il guernimento dell'abito della Dama tempestato di una preziosa quantità di grosse perle orientali, che tosto si spargono e rotolano sul pavimento. Essa non volge nemmen gli occhi; il marito non muovesi dal suo luogo; ma il Re sì ne rimase confuso, che fa cenno di volersi abbassare ed emendar il suo fallo. Il marito però lo previene, s'alza, e mostrando di non avvedersene, cammina sulle perle, e col piede le sparpaglia e le frange. Caterina prosegue il ballo col Re, nè si fa altra parola del fatto. Federico riconobbe anche in ciò un tratto di squisita urbanità Veneziana, e vide sempre più in questa Dama uno di quegli esseri privilegiati dalla natura, ch'erasi compiaciuta di unire insieme un' anima bella in un bellissimo corpo; nè paga dei favori ad essa prodigati, si compiacque di continuarli anche in seguito a quante discesero da questa famiglia; poichè la Dama, di cui qui si parla, era Bisavola di quella marina Quirini Benzon, ch' ebbe l' onore ai nostri giorni di ricevere in sua casa il Principe Reale di Danimarca Cristiano Federico pronipote del Re Federico IV. L'una e l' altra furono celebri al loro tempo per singolar bellezza, e per le spontanee grazie di spirito; l'una e l'altra ebbero più particolarmente la fortuna di poter da vicino ammirare questi due gran caratteri, che in circostanze differenti poterono entrambi attirar l' attenzione del filosofo e dell' uomo di Stato. Se il Re brillò per il suo rango e pe' suoi talenti, il Principe Reale, che poc'anzi fra noi abbiamo con esultanza veduto, non può ascondere quella luce risplendente, che deve ancora tenersi quasi occulta, ma di cui l' occhio penetrante vede sfavillar certi lampi, che fin d' ora formano le più care speranze di un popolo generoso. La sua adorabile Sposa ha rapito tutti i cuori per la sua bellezza, per le sue grazie, e per lo squisito senso, che facea tanto gustar alla sua bell'anima i nostri capi d'opera delle Belle Arti, e per l' intelligenza colla quale sapeva conoscerli e valutarli. Entrambi questi Principi tanto interessanti hanno lasciato in Venezia il più vivo desiderio di loro. Chi sa? Essi sono tuttavia in Italia (1) Ciò fu scritto nel 1820..

Ma rientriamo in quella sala dove si balla con tal gajezza da inspirarla anche alle persone più gravi. Il Re era instancabile in quell'esercizio: vi ballò sino dopo le quattro della mattina. I Deputati non misero più dubbio che Federico non preferisse il ballo ad ogni altro trattenimento, e per ciò si affrettarono di cercare una casa conveniente per un tal ospite, e che insieme potesse contenere la nobiltà Veneziana e forestiera. Si trovò il palazzo Giovanelli a Santa Fosca, al quale si diede comunicazione con quello vicino della famiglia Donà, ed i Deputati a proprie spese li mobiliarono colla massima magnificenza.

Li sei gennajo era uno dei giorni di allegrezza per il popolo Veneto. Ai vesperi di questo giorno un usciere della Polizia mascherato grottescamente faceva il giro della piazza di san Marco per dar segno che quella sorte di maschera d'allora in poi era permessa, e che il Carnevale già cominciava. In ciò più particolarmente consisteva la distinzione del Carnovale dagli altri tempi dell'anno, ed era pur anche l' uso particolare, che di questa sorte di maschera facevasi, che distingueva il Carnovale di Venezia da quello dagli altri paesi. A Napoli, a Roma, ed anche a Milano il genio per questo spasso non è così comune come lo era fra noi. Altrove si va mascherato al corso, al teatro, al ridotto e poco più; a Venezia vi si andava, per così dire, dalla mattina alla sera; in tutte le parti della città incontravansi maschere; queste percorrevano tutte le strade e la piazza di san Marco. Le botteghe di caffè, i teatri, i palchetti, e sopra tutto il ridotto ne ridondavano. Questo continuo andirivieni di oggetti sconosciuti e bizzarramente trasfigurati, eccitava la curiosità, e divertiva per la varietà de' movimenti. Di fatti la finezza dello spirito, le grazie del portamento, la vivacità del gesto, nel quale raffiguravasi talvolta conosciuta o amata persona, non può non dilettar grandemente; e se pur, come accade, ci troviamo talor ingannati, anche l' errore non è senza piacere. Un forestiere non avvezzo a questa specie di confusione, crede che gli sia impossibile di tollerarne la vista e lo strepito; siede isolato in un caffè o in una loggia, ed eccolo sorpreso da qualche travestita Sirena, la quale con piacevoli attucci lo trae dalla sua misantropia, lo impegna in un dialogo interessante, e alfin lo riscalda. Aggirasi egli poscia da per tutto seguendo la sua bella mascheretta, e poi finisee col vagheggiarle tutte. Federico che non era Senocrate, se ne divertiva estremamente, e assai compiacevasi di quel linguaggio franco e confidenziale, ch' esse tenevano per anche con lui.

Il Carnovale di Venezia non consisteva già soltanto nelle maschere. Oltre i sei teatri, che poi crebbero fino ad otto, ed oltre il ridotto, i balli, i pranzi e cene di compagnia, eranvi pur anche i così detti Casotti, che si erigevano sulla piazzetta di san Marco risguardante la laguna, e sulla lunga riva degli Schiavoni. Colà facevasi lo spettacolo di animali feroci, di seimie e di cani danzanti, di cavalli obbedienti alla voce dell' uomo, e di uomini volteggianti sopra i cavalli. Colà danzatori di corda, saltatori, ciarlatani, giuocatori di bossolotti, narratori di meravigliose istorie, improvvisatori, e cento altre curiosità da intrattenere il popolo, e da renderlo pago ed allegro. Federico osservava la vivacità, e la schietta gaiezza del buon popolo Veneto, e viaggiatore sagace non lasciava di trarre le sue politiche deduzioni.

La sera dei sette gennajo ebbe luogo la prima festa al palazzo Giovanelli, che prese il modesto nome di Casino, onde dare a queste radunanze un aspetto non istraordinario, tutto che l' invito fosse pubblico, e l'illuminazione, i rinfreschi, la copia de'serventi potessero abbastanza indicare il loro vero oggetto. Dovevano i festini aver luogo ogni lunedì; ma fatalmente in questa prima notte il freddo tanto incrudelì, che non solo si gelò la laguna, ma ma cominciavano a gelarsi e il gran Canale e i rivi più interni, cosicchè convenne che alle due dopo la mezza notte ciascuno si ritirasse alla sua abitazione, prima che fosse affatto impedito il passaggio delle gondole.

Per la stessa ragione non potè aver luogo la caccia dei fisoli, o anitre salvatiche, che i deputati avevano preparata. Era questa una delle gran passioni del Veneziani, ed uno spettacolo proprio del lor paese (1) Se ne vedrà la descrizione nel volume delle feste straordinarie.. Si dolse il Re che il bel trattenimento non potesse aver luogo. Tutti voller confortarsi colla speranza che il freddo si raddolcisse, e che ne permettesse l'esecuzione in altro momento; ma fu tutto al contrario. Le lagune si coprirono di un ghiaccio sì solido, che si andava e veniva a piedi da Mestre impunemente, cioè per lo spazio di cinque miglia.

Questo avvenimento sì straordinario sotto il bel cielo d'Italia fu dapprima un soggetto di gran sorpresa, ed in seguito divenne una specie di nuovo divertimento, una speculazione di utilità. Fu paterna vista del Governo, che per togliere ogni sorte di pericolo a coloro, che avessero, profittando del ghiaccio, voluto furtivamente introdurre per vie non sicure, e senza pagar gabelle gli oggetti di consumo, fosse sospeso ogni dazio, finchè la congelazione del mare durava. Per tal modo venne altresì ad assicurarsi che le derrate non mancherebbero a Venezia. Quindi un continuo interminabile parapiglia: qua rotolan botti piene di vino; là una mandra di pecore attraversa gl'indurati campi d' Anfitrite; là buoi uccisi di fresco sdrucciolano tirati da cento braccia sul ghiaccio; di qua drappelli di villanelle o arrecando dalle proprie campagne i prodotti della terra e delle cascine, o se ne ritornano liete alle loro capannuccie col guadagnato danaro. A chi considera che a que' tempi dovea il continente nutrire cento cinquanta e più mille abitanti di una ricca e delicata città, non farà sorpresa, se diremo che questo specchio d'acqua formicolava ogni giorno di gente. Ma il concorso non era formato solamente da questi varj speculatori. I Veneziani di ogni classe si erano fatti un divertimento del percorrere questo nuovo e inusitato mercato franco, e lo stesso sesso più delicato e gentile, non curando il pungente freddo, osava premere con piede sicuro quello spazio, che prima avea colla nera barchetta solcato. Vi andavan le donne la mattina nel loro abito nazionale, cioè ravvolte nel seducente Zendaletto, che giustamente fu detto l' emulo della cintura di Venere. Con artificio stava appuntato sul capo; con malizia copriva e discopriva il volto; con eleganza si attortigliava alla vita, e quest' artificio, questa malizia, quest' eleganza davagli il potere veramente magico di abbellire le brutte, e di fare viemaggiormente spiccar le attrattive delle belle. Federico non fu degli ultimi ad approfittare di un divertimento, che avea tante seduzioni da far dimenticare gli altri passeggi, e quanto di bello fra il giorno offriva il carnovale. Esso durò per varj giorni, poichè dal giorno 6 ai 24 di gennajo il ghiaccio non rifiutò di sostenere il lieto concorso.

Non cessavano gli altri piaceri ad onta del freddo. I balli, i teatri, le cene, il ridotto si succedevano alternativamente. Ma in questa settimana mancò a vivi il deputato cav. Erizzo, e le di lui estese parentele furono cagione che s' interrompessero i divertimenti; nondimeno Sua Maestà diede in sua casa delle superbe cene e balli. Il Senato sostituì tosto al defunto deputato il cav. Francesco Morosini di santo Stefano, che dimostrò la più viva premura per occupar S. M. piacevolmente; ed i deputati unanimemente risolsero di dare, oltre la settimanale festa al Casino, una festa pure ciascheduno nel proprio palazzo con invito generale.

Il giorno 31 gennajo fu quello assegnato al cav. Morosini di san Canzian per dare la prima festa. Sventuratamente il vento e la neve impedirono di potervi godere di que' magnifici apparecchi, che la struttura e vastità di quel palazzo avea fatto immaginare. La graziosa illuminazione del giardino, che divideva gli appartamenti, non potè ottenere il suo effetto; bensì quello della terrazza coperta, che li riuniva tutti, e dove vedevasi la più grande magnificenza in ogni genere. La festa riusci superba, brillantissima e numerosissima. Federico ballò sino dopo le tre della mattina.

Li 5 febbrajo il cav. Nani preparò la sua festa alla Giudecca, ch' è un isola ad un quarto di miglio dalla città. La notte fu una delle più burrascose; nondimeno vi ebbe un concorso immenso di persone. Tutti vi ebbero ad ammirare la somma magnificenza, e l' estremo buon gusto del padrone; ma le osservazioni del Re specialmente caddero sulla sfarzo delle cere, e sullo sfoggio immenso di argenteria. Ogni camera aveva un numero proporzionato di Lampadarj d'argento pendenti dal soffitto; alle pareti erano attaccati quantità di braccialetti pur d' argento a molti lumi. Sopra ogni tavoliere v'erano grandissimi vasi d'argento ripieni di freschi fiori olezzanti. Ad ogni angolo di ciascuna camera cravi una grande stufa d' argento, che là dentro cambiava in primavera il rigidissimo inverno. V' ebbe ballo, cena, e di nuovo ballo; infine il Re medesimo dimenticò e neve e vento per fermarsi a notte assai avanzata.

Giunto il giovedì grasso, il Re bramò di assistere alle feste popolari che in quel dì celebravansi. A tale oggetto in una delle sale del palazzo ducale gli si apprestò un gabinetto chiuso da invetriate, riguardante sulla picciola piazza di san Marco. Non ignorava già egli che l' origine di questa festa era stata uno de' primi trionfi de' Veneziani, e che il toro e i dodici porci che anticamente si decollavano, era un'umiliante allegoria del Patriarca di Aquileja e de' suoi Canonici fatti prigionieri (1) La descrizione di queste feste trovasi nel secondo volume a pag. 41. Federico che esaminava le cose anche come osservator politico, riconobbe in tutte queste feste la profonda politica de' Veneziani; e la sera al teatro, girando per i palchetti, non cessava di parlar del piacere che vi avea provato, ed aggiungeva alcune considerazioni atte a soddisfar assai i buoni Veneziani.

L'ultima domenica di carnovale era il giorno solitamente destinato per la caccia de' tori; ma perchè S. M. era solita nella sera di domenica di dare in sua casa un trattenimento, fu data la caccia nel precedente sabbato; e invece che nel cortile del palazzo pubblico conforme l' uso, venne apprestata nella gran piazza, affinchè prendesse un'aria di maggior grandezza. Anche questo era uno de' più cari spettacoli del popolo Veneto, godendo di farsi giudice di questa specie di battaglia, e di decidere del valor de cani nell' attaccare, e di quello de tori nel difendersi. Fu dunque eretta una specie di arena di dieci grandini, e vennero dispensati biglietti per il popolo. Quanto alla nobiltà, s' essa voleva intervenirvi poteva tutto vedere dalle finestre delle procuratie che circondano la piazza. Sua Maestà fu pregato dal procurator Morosini di voler assistere allo spettacolo nella sua procuratia; e per render questa più vasta e più comoda aperse una comunicazione colla contigua del procurator Pietro Contarini. L'invito fu generale, e la sera si aperse un festino che riuscì brillantissimo e magnifico.

Il deputato cav. Dolfin aveva fatto il suo invito a S. M. per il giorno 11 febbrajo. Ma il suo palazzo non era fornito di troppo spaziosa sala. Che fa egli? Ricopre tutta la corte interna del palazzo; costruisce una sala di legno ben solida, e la mobilia colla massima magnificenza ed il miglior gusto. Questa univa dieci camere tutte illuminate a giorno, e nelle quali trovavansi differenti concerti di musica, di maniera che passavasi da uno all'altro luogo trovandovi sempre un piacere variato e interessantissimo. I Veneziani non riconobbero più quella casa, e credettero di trovarsi in un palazzo di Fate. Anche Sua Maestà vi si trattenne sino a notte assai avanzata, e ne mostrò sommo aggradimento.

Si fu appunto a questo pubblico ballo che il patrizio Carlo Grimani pregò S. M. di voler passare la sera seguente, ultimo giorno di carnovale, al suo teatro di san Gio. Grisostomo. Vi fece egli pur anche un invito generale. Allorchè S. M. vi si recò, trovò tutto il teatro superbamente illuminato, e pieno straordinariamente di persone. Compiuta l'opera, il Grimani pregò il Re di passare in una sala, che a bella posta si aperse di fianco al teatro. Ivi sontuosa mensa stava rizzata con numerosa corona di dame e gentiluomini. Ma Federico fu ancor più sorpreso quando dopo cena ricondotto nella sua loggia, vide in pochi momenti il teatro trasformato in una sala da ballo elegantissimamente addobbata. Non dubitò quasi più, che i Veneziani non avessero un'arte magica per le loro decorazioni. Vi osservò sul palco scenico le armi del regno di Danimarca e di Norvegia illuminate trasparentemente e poste sotto un baldacchino. Il ballo cominciò, e gli squisiti rinfreschi giravano incessantemente e per la sala e per i palchetti a norma degli ordini dati dal nobilissimo padrone del teatro. La festa non ebbe fine, che allora quando i raggi del sole vennero ad avvertire ch'era tempo di ritirarsi, e che il carnovale era terminato.

L' austero aspetto della quadragesima cangiò in un punto anche quello di tutta la città. Non più teatri, ne ridotto, non più mascherette; non più rumor per le vie e per le piazze; tutto divenne serio e grave. S. M. seppe però trovar a questa mutazione un compenso soddisfacentissimo per lui nella società della nobiltà veneziana. Avendo udito che in casa del patrizio Alessandro Molin concorrevano molte persone per alleviargli colla compagnia i dolori della gotta, il Re chiese di esservi introdotto. Era il Molin uno de' più rispettabili nostri gentiluomini; aveva egli vinto molte celebri battaglie sui Turchi, ed il suo vasto sapere lo facea ammirare anche nell'augusto consesso del Senato. Fu egli assai contento dell'annunziatogli onore. Appena il Re lo vide, ed egli il Re, che s'intesero subito fra di loro, e d'allora in poi sua Maestà non lascio più di frequentare quella casa. Per parte sua il Molin cercò di ragunare maggior società del solito: unica distinzione che potea procurar un ammalato per intrattenere un Monarca.

La mattina del giorno 16 febbrajo fu destinata per la visita dell' isola di Murano, copiosa di fabbriche di specchi, e d'altri lavori vetrarii; arti che esclusivamente appartenevano alla nostra città (1) La descrizione di queste arti si può leggere nel primo volume a pag. 257.. Il Re ha tutto veduto, tutto osservato colla massima attenzione.

Si recò egli la sera dal suo amico Molin, dove trovò con grandissima sorpresa varie dame e gentiluomini, che danzavano con vero piacere, chiamando ciò esercizio di ballo, e facendovi iniervenire un maestro per meglio palliare la cosa; giacchè a quel tempo consacrato alla meditazione ed al ritiro un ballo formale non sarebbe stato approvato dal pubblico. Piacque a Federico l' ingegnosa sostituzione del nome, e volle anch'egli una scuola di ballo nella sua casa. A quest' effetto pregò quelle dame d' intervenirvi il giorno dopo. L' invito fu ancora più esteso; e sotto una denominazione simulata, che non diversificava però la cosa, il ballo di domenica, ch'egli era solito di dare a casa sua, proseguì tuttavia. Federico approfittava volentieri di tutte le lezioni che gli venivano date, ed è per ciò che all' uso veneziano volle dare il nome di frittole alla magnifica cena ch' ei diede la sera stessa.

Il cav. Francesco Morosini, ultimo deputato eletto, non aveva per anche dato, come gli altri, la sua pubblica festa; quindi fece il suo invito a Sua Maestà per la sera de' 19 febbrajo. E perchè in questi giorni cadeva molta neve, e faceva gran vento, così fece egli costruire una strada tutta coperta, che dal canal grande arrivava sino alla porta del suo palazzo. Accomodolla col miglior gusto, e illuminolla a cera alla veneziana, per modo che avrebbesi potuto credere di essere propriamente nella sala del ballo. Come poi descrivere quella che abbagliava in tutto quello spazioso palazzo? E come dipingere la bellezza, la ricchezza de' fornimenti di ogni camera? I drappi tessuti in oro, i velluti vergati pur d' oro, la quantità di argenteria sparsa per ogni dove, infine tutto faceva conoscere che trovavasi in una delle più ricche case di Venezia. Il Re ammirò col più gran piacere ogni cosa, e ballò per molte ore dopo la mezza notte.

Per il giorno 23 erasi nuovamente allestito la caccia dei fisoli e delle anitre selvatiche; anzi per facilitarne la verificazione, erasi immaginato di tentar di farla nel canal della Giudecca; ma neppur questa volta potè aver luogo

cagione della fortissima burrasca, e de' fiocchi grossissimi di neve, che cadevano. A dispetto però del tempo e della stagione studiavasi sempre nuovi mezzi di divertimento.

Li 27 febbrajo il tempo fu abbastanza tranquillo per concedere a Sua Maestà di recarsi all'arsenale. Vi trovò cinquanta dame invitatevi da governatori del luogo per incontrarvi il Re, e per accompagnarlo da per tutto. Fu egli sensibilissimo alla loro gentil attenzione (1) Mi si perdoni se ripeto qui la descrizione dell' Arsenale presso a poco qual trovasi nel secondo volume. Cominciò a girarlo, e tosto vide esser quello una città in una città. Osservò i vasti magazzini tutti allora ripieni di alberi, di timoni, di ancore, e di quanto poteva bastare pel lavoro di dieci anni, sì riguardo al servigio, che alla costruzione de' vascelli. Vide quel numero infinito di officine, dove mille braccia sudavano intorno ad opere d' ogni maniera, e ne strepitavano pe' martelli de' lavori di ferro e d' acciajo. Sotto a' suoi occhi di varj pezzi allestiti uscì tosto un'ancora compiuta. Trovò veramente stupendo l'edificio destinato per la fonderia dei cannoni e delle palle. Vi si fermò e vide fondere in sua presenza sci cannoni di bronzo. Passò poscia in quell'immensa sala destinata al travaglio del canape. Colà fu lavorata in sua presenza una gomena grosissima. Non ammirò meno quell' altra gran sala, dove più di cento femmine adoperavansi intorno alla facitura delle vele. Ma infinito interesse mostrò nell' osservare l' altro salone, ove stavan in bel ordine schierati i modelli delle fortezze primarie dello Stato, delle macchine più ingegnose, de' ponti più singolari, e finalmente le forme de' vascelli dalla prima epoca della nostra marina, sino a' tempi recenti. Egli non poteva staccarsene; pure passò a vedere quelle altre sale, ch'erano piene d'armi d' ogni sorte, d' illustri trofei e di armature di ferro, sotto le quali leggevansi le più memorabili vittorie de' Veneziani. Il Re mostrava compiacenza di trovare fra gli Eroi nominati gli stessi cognomi di quelli, che avevano l' onore di accompagnarlo. Lodò anche assai la bella instituzione di que' canali coperti, entro eui si possono vantaggiosamente riattare i bastimenti disarmati, o tenerne in pronto alcuni altri pe' servigi dello Stato. Si trattenne particolarmente ad osservare i Cantieri, che sono la cosa per cui l' Arsenale di Venezia si distingue fra quanti hannovi al mondo. Sono essi alcuni spazj di diversa grandezza, divisi tra loro da grossi pilastri ed arcate, ricoperti ciascuno di un tetto, donde sgocciola la pioggia a dritta e a sinistra senza mai penetrarvi, cosicchè vi si possono fabbricare al coperto tutti i vascelli sino al punto di essere gettati nell' acqua. Sua Maestà riconobbe tosto tutti i vantaggi che ne risultavano, sia per la sollecitudine dei lavori, sia per lo risparmio degli operaj, sia per la conservazione dei materiali. Assistette egli stesso alla formazione di un corpo di galera. Di là passò in una specie di loggia erettavi espressamente dai nobili Governatori dell'Arsenale, dove aggradì un magnifico rinfresco da essi offerto; ed in mezzo alla primaria nobiltà vide lanciare all' acqua un vascello di 64 cannoni. Divise egli con tutti gli spettatori la soddisfazione della buona riuscita di quest' operazione estremamente ardita, e fu oltremodo commosso di sentir come il buon popolo veneto nel suo trasporto di gioja non sapesse meglio esternarlo, che col gridare altamente viva san Marco! Sua Maestà non partì dall' Arsenale senza vedere quella serie di cannoni d' ogni specie che serbavasi, cominciando dalla sua origine, quando si usavan di cuojo, e discendendo ai tempi più bassi, quando il ferro ed il bronzo parvero materie unicamente opportune per sì micidiali stromenti. Scorgevasi in essi la diversità delle fusioni, la moltiplicità delle forme. Gli uni rappresentavano colonne liscie o striate con capitelli di tutti gli ordini; altri figuravano serpenti o basilischi, ed altri lunghi animali; tutti di ottimo disegno e con superbi ornamenti. I Veneziani li conservavano per vanto, e ne avevano gran cura, come quelli che alla storia ed erudizione militare giovavano, e che insieme erano parlanti testimonj delle nostre vittorie. Al discendente di Federico IV non fu dato di vedere questo singolare e prezioso Museo, e neppur i modelli dei cannoni, che furono gettati alla presenza del suo grand' avolo, e che sussistevano sino ai nostri giorni, ma che l' avidità fecero all' epoca malaugurata sparire a un dipresso come tutto il resto. Il Re seppe apprezzare quest' unione di oggetti diversi, che formano un tutto sorprendente ed unico.

Mitigata finalmente la stagione, si potè pensar a verificare lo spettacolo il più interessante ed il più imponente per Venezia, quello di una regata (1) Se ne vedrà la descrizione nel volume delle feste straordinarie.. Allorchè gli apparati per la gran lotta furono tutti in pronto, una parte della veneta nobiltà andò con ventisei peote, ed un gran numero di bissone all'abitazione del Principe, che venne pregato d' intervenire allo spettacolo nel modo che gli fosse più piacevole. Preferì la bissona, e scese in quella del cav. Dolfin. Percorse egli in prima il gran canale, poscia andò ad appostarsi vicino ai campioni già pronti al cimento. In sul fatto il cannone dà il segnale della partenza. Sua Maestà nella sua celere bissona potè precedere i nostri campioni, e trovarsi presente alla conquiste de' premii. Il palazzo Foscari è precisamente posato a quel punto, in cui il canal grande segna una curva, e dove era la macchina per le bandiere. Invitatovi dal signore del palazzo potè compiutamente godere la vista del momento il più interessante. Se ne mostrò trasportato, ed i Lottatori vi ricevettero da lui un nuovo e generoso premio de' lor sudori.

Durante tutte le corse, Federico non cessò mai di dimostrare il maggior interesse e piacere per uno spettacolo, di cui diceva egli stesso non esser possibile concepire adeguata idea senza averlo veduto; e così costante bisogna dire che fosse stata la sua attenzione, che allora quando tutto fu terminato, gli riuscì improvviso il veder colà raccolta una bellissima e numerosissima società di dame e cavalieri sì Veneti che forestieri, tutti vestiti colla massima pompa, e le donne con gioje ricchissime e superbe. I rinfreschi si rinnovarono a più riprese durante la conversazione, indi ebbe luogo il ballo. A dieci ore si passò in una gran sala dove stava apparecchiata una cena magnifica. Il Re cesse il suo luogo alla Duchessa di Baviera, che da qualche tempo trovavasi a Venezia. Si pose egli dietro la sedia della Duchessa, e tutti gli uomini lo imitarono, facendo lo stesso presso le altre dame. Era un vero piacere l' osservare le piccole preferenze delle nostre belle verso que' signori: a chi davasi una vivanda delle più rare, a chi una delle più ghiotte, a chi una delle più delicate. V' era di che potere sceglier in ogni genere. Fu impossibile a Federico il tenersi fermo nel suo luogo. Invitato da mille sguardi, da mille sorrisi un Principe amabile e galante come poteva Egli restar fedele al servigio della Duchessa? Durante questa cena, venne eseguita da' musici del teatro una superba pastorale, che fu applaudissima; ma chi l'ascoltò? Il ballo ricominciò dopo la cena, e progredì sino dopo le sette della mattina. Il Re si ritirò un poco prima, perchè il giorno dopo era il giorno destinato per la sua partenza da Venezia.

Il governo Veneto avea una cura particolare per riconoscere le inclinazioni de' Principi che venivano a Venezia; onde poter alla lor partenza regalarli di qualche cosa che potesse loro riuscir grata. Per esempio si regalarono sante Reliquie ad un Duca di Mantova; vistose somme di danaro ad un principe di Valacchia. Il re Federico IV di Danimarca e di Norvegia fu pregato col mezzo dei quattro deputati di accettare in nome della Repubblica tre de' sei cannoni di bronzo che aveva veduto fondere all'Arsenale, amando essa di ritenere i tre altri per eternar la memoria di un sì grand' ospite. Sua Maestà ebbe la bontà di accettarli, e di permettere pur anche, che a spese della Repubblica venissero trasportati nel suo Regno. Sopra ciascuno di questi sei cannoni erano improntate le seguenti inscrizioni:

I.

Attento Daniae et Norv, Rege paratum, Adveniente fusum, conspiciente perfectum. S. C. Anno Salutis 1708 (1) A Venezia non cominciavasi a contare il nuovo anno che in marzo. Vedi t. I, pag. 59..

II.

Daniae et Norv. Regi et Hospiti Maximo Aut reboet in plausu, aut tonet in foedere. S. C. Anno Salutis 1708.

III.

Magnis auspiciis Daniae et Norv. Regis fusum Senatus Jussu. Anno Salutis 1708.

IV.

Advenientem Daniae et Norv. Regem. Ne umquam animis excideret, militari aere incidit.

Gratulans Senatus. Anno Domini 1708.

V.

Adventui felicissimo Daniae et Norv. Regis Munimentum.

S. C. Anno Salutis 1708.

VI.

Daniae et Norv. Regis fortissimi praesentiam Bellicum opus sensit et festinavit.

S. C. Anno Domini 1708.

Sarebbe troppo lungo il narrare i tratti di generosità di questo insigne Monarca, durante il suo soggiorno a Venezia; oltrechè non venne già chiesto ciò ch'Egli fece pe' Veneziani, ma ciò che i Veneziani fecero per lui. Non è però a tacersi il bellissimo regalo da lui fatto ad ognuno de' deputati del suo ritratto risplendente di gemme, giacchè da quegli esemplari si trassero infinite copie dell' immagine di un Principe, che si era reso sì caro a tutta la nazione, e che colla sua maniera di vivere, coll'abbracciare i nostri usi, col prender parte ne' nostri piaceri, erasi in certo modo fatto membro della repubblicana famiglia.

Nell' ultima visita, che gli fecero i deputati, volle anche aggiungere le assicurazioni le più solenni, che conserverebbe eternamente la memoria di quanto erasi fatto per lui, e protestò il suo vivissimo desiderio di poter dare alla screnissima repubblica le prove le più luminose della sua riconoscenza, per il modo gentile, nobile e delicato con cui fu accolto e trattato in Venezia. Volle inoltre incaricare il suo maggiordomo di recarsi alle porte del collegio, e farvi chiamare un segretario, che dovesse porgere le assicurazioni le più reiterate della sua bedevolenza colle offerte le più ample a vantaggio della repubblica; poichè da quel momento riguardava come cosa sua propria la di lei prosperità e sicurezza. Partì egli il giorno 6 marzo con sommo rincrescimento di ognuno, ch'ebbe in esso ad ammirare la rara e felice unione di tante sublimi qualità.

In Chioggia, per dove avea a passare, erasi apparecchiato un alloggio conveniente, ma la Maestà Sua era premurosa di proseguire il viaggio per la Toscana senza fermarsi in nessun luogo, e per ciò non accettò que' preparativi.

Cinque mesi dopo la sua partenza Federico IV ebbe la bontà di scrivere di suo pugno una lettera diretta al Doge ed al Senato Veneto data da Friderikbourg del 2 agosto 1709, in cui rinnovò le generose proteste verso la repubblica. Dopo una prova sì segnalata del suo aggradimento, potrebbesi mai credere esservi chi osasse stampare, che Sua Maestà Federico IV re di Danimarca e di Norvegia sul punto di lasciar Firenze, colle lagrime agli occhi di tenerezza baciò il Gran Duca, e gli disse che gli dispiaceva di aver perduto tanto tempo con lo stare a Venezia? Un Re dotato di tanto spirito dovea certamente saper fare un complimento ad un Principe senza contraddire ai proprj sentimenti, e senza defraudare i Veneziani del solo premio, che da lui si ripromettevano, quella di una grata rimembranza. Ma i Veneziani devono confortarsi. Essi hanno un troppo nobile documento della sincerità del Real Ospite loro; essi hanno un augusto testimonio, che Federico fu memore e riconoscente di loro. Il suo Real Pronipote vide nell'archivio di Venezia i documenti tutti spettanti alla visita fatta a questa città dall'illustre suo Avolo; vide la sua lettera, il grazioso scritto di sua mano vergato, ed erede pur anche de' suoi sentimenti, vi lasciò scritto di proprio pugno:

“Vu avec grand intérét le 8 decembre 1819.

Christian Friderick Prince de Danemark

Voyageant sous le nom de Comte d' Oldemburg”.

ALTEZZA REALE.

Non saprei certo dimenticare giammai la favorevole occasione, che mi procurò l' onore di veder Vostra Altezza Reale nella mia patria, e conterei per una vera felicità se neppur Ella l' avesse affatto cancellata dalla memoria. E chi sa inoltre che non si risovvenga di essersi con somma bontà diretta a me per avere alcune notizie risguardanti le feste e gli spettacoli, che all'illustre di lei Avolo vennero offerti, durante il di lui soggiorno a Venezia. Non avendo io potuto sul momento soddisfare alla sua nobile curiosità, la pregai di permettermi, che ne facessi tosto la mia occupazione, e che potessi trasmetterle quelle notizie, che un dì mi fosse riuscito trarre dalle mie ricerche. In quella sera stessa cominciai a frugare ne' miei libri e nelle mie carte, e il giorno appresso, quando io era appunto per prender la penna in mano, ecco venire a me il conte Carli Rubbi, ch'io aveva fatto chiamare. Gli annunzio subito l'oggetto della mia dimanda, e lo prego di ajutarmi de' suoi lumi. Egli m'informa di essere stato egualmente interrogato da V. A. R. sul medesimo oggetto; di aver anche potuto sul momento stesso riferire alcuni aneddoti relativi, e di essere risoluto a farne una minuta relazione. Conseguentemente mi consigliò di abbandonar la mia impresa. Ne avea ragione; non conveniva più pensarci. Scorso alcun tempo, mi si affacciò alla mente questo pensiero: Tra un sapiente erudito e una donna sensibile v' è assai più differenza, che fra una quercia maestosa ed un' umile violetta. Tanto il racconto del primo, quanto la vista dell'albero eccelso eccitano idee grandi e sublimi; la seconda al contrario, simile alla viola, non può inspirare che idee passionate e piacevoli. Sarebbe ella audacia che sotto l'aspetto di un tenue fiorellino io aspirassi a risvegliare nel cuor d'un sì gran Principe dolci sensazioni, mediante la lettura di una relazione affatto diversa nel suo genere dalla prima? Veramente ne temo; nondimeno un presentimento propizio rianima le mie forze, riprendo la penna, e traccio il mio racconto. Mi era pur anche lusingata d' incontrare V. A. R. in Toscana; e di potere a viva voce implorare la sua indulgenza; ma delusa di quest' aspettazione, non mi resta altro partito da prendere, che di osar di trasmetterglielo, nella speranza che il mio piccolo lavoro possa riempiere per qualche istante gli ozj dell' A. V. R. e di quell' amabile Principessa, che il Cielo prodigo con Voi di tutti i suoi doni volle accordarvi, perchè nulla mancasse a rendere il più felice degli uomini chi è il più illuminato e il più valoroso de' Principi.

Di Vostra Altezza Reale

Firenze 20 maggio 1820.

Giustina Renier Michiel.

Il popolo Veneto, la cui eccellente indole fu sempre sostenuta dalla religiosa e illuminata pietà del Governo, accolse con divoto entusiasmo la festa del Corpus Domini ordinata da Urbano IV; e nel 1295, il giorno 31 maggio, il Gran Consiglio decretò, che il dì del Corpus Domini fosse festa solenne in palatio et ubique. Essa da principio non consisteva, che nell' esposizione dell' ostia sacrata. Indi si volle aggiugnere una processione, e tale, che nell' atto di glorificare l' Altissimo, fosse la più bella lezione di morale e di filosofia. Essendo a quella stagione grandissimo il concorso de' Pellegrini, che a Venezia capitavano per trasferirsi poscia in Terra-Santa, sceglievansi tanti fra essi quanti erano i membri della signorìa, del collegio e del senato, e ciascun gentiluomo accoppiandosi ad un di loro nella processione gli faceva splendide largizioni, e cedendogli il lato di onore sel teneva alla destra. Costumanza bellissima, ed introdotta a fine d'imprimere vie più profondamente nel cuore di chi era alle redini dello Stato, che il grado, la nascita, la dignità, anzichè porgere un diritto di spregiare chi di tali distintivi è sfornito, impongono a chi li possiede, l' obbligo di essere umili e mansueti. Essa insegnava ad un tratto al popolo spettatore, che la base della verace giustizia è la benevolenza; che non basta amare i parenti, gli amici, i concittadini, la società di cui formiamo parte, e coloro in una parola, da' quali ci vengono i beneficj e i soccorsi, ma che dobbiamo donare eguali attenzioni, egual interesse, egual protezione ad ogni uomo, qual ch' egli sia; giacchè, per dirla con Omero, è Giove stesso che ci manda lo straniero ed il povero. Ed in fatti Venezia si è sempre segnalata nel prestare cortese ospitalità ad ogni fatta di forestieri. Erano questi principi, re, imperatori? Onoravali con feste magnifiche, con sorprendenti spettacoli; nè tralasciava cosa, che potesse render loro estremamente piacevole questo soggiorno. Essa proporzionava la sua accoglienza ai desiderj, ai bisogni di ognuno. I pellegrini soprattutto risguardavansi siccome esseri in certo modo sacri. Nodriva per essi il governo sentimenti teneri e veramente paterni. Nè tanta pietà rimaneva senza compenso, poichè traeva esso grande utilità col noleggio de' vascelli, che dovean trasportarli; massime ne' primi secoli della chiesa, quando eravi sempre una folla di cristiani animati da un certo divoto entusiasmo, che riponeano tra' loro religiosi doveri il recarsi a visitare que' luoghi, in cui il figlio di Dio compiuta avea la Redenzione del genere umano. Molti vi andavano a piedi, ma i più venivano a Venezia, onde far il viaggio per mare, particolarmente dopo che i Musulmani, verso la metà dell' undecimo secolo, ebbero conquistata la Siria. Fin che la Palestina era stata sotto il dominio de' Califfi, questi principi illuminati avevano incoraggiato col loro onesto procedere il pellegrinaggio de' Cristiani di Gerusalemme. Lo riguardavano essi saggiamente come un ramo di commercio assai proficuo, che faceva entrar molto oro ne' loro Stati; ma il Turco ignorante, non riflettendo ai proprii interessi, angariava i poveri pellegrini con ogni genere di crudeltà e di oltraggi. Allora fu che crebbe in Venezia il loro concorso, poichè nel viaggio marittimo evitavano tanti pericoli e mali trattamenti ai quali era esposto il pellegrinaggio terrestre. La medesima cosa sussisteva pure al tempo di cui parliamo; poichè nella fine del decimoterzo secolo, i Cristiani ch'erano stati conquistatori dell'Asia durante il periodo di quasi due secoli, erano poi stati discacciati da tutti i possessi goduti in quelle contrade. Il passaggio de' pellegrini tuttavia continuava sempre, e i Veneziani avevano instituito per i più poveri un Ospizio, che li ricettasse ammalati, ed un Magistrato apposito che provvedesse ai loro bisogni sì per la navigazione, come pel nolo de' bastimenti, pel cambio delle monete e per altro. Prendeva parte ne' lor pericoli, gli assisteva sì nelle piccole cose, che nelle grandi, ed infine impiegava per essi quella pazienza, quella dolcezza, quella bontà, che formano il carattere distintivo de' Veneziani, e la vera essenza de' loro cuori.

Poscia che cessò il concorso de' pellegrini, il maggior consiglio co' suoi decreti, l' ultimo de' quali fu del 1454, riordinò la processione del Corpus Domini, e la volle sempre più solenne e magnifica. In questo dì segnatamente le sei principali confraternite, dette scuole grandi, facevano pomposa mostra delle loro singolari ricchezze. Di queste confraternite appunto, che sì di frequente vediamo brillare nelle nostre feste, farò parola anch'io, benchè alcuni autori ne abbiano parlato.

Antichissima fra noi fu la loro instituzione. I nostri antenati aveanle incoraggiate conoscendone l' utilità politica; e molto più il fecero dopo che il patriziato era divenuto dall abitudine ereditario. Venezia fatta ricchissima per l' intero commercio del mondo, e divenuta popolatissima, giacchè alcuni autentici documenti provano, che avea fino a trecento ventimila abitanti, ottantamila de' quali atti a portar l'armi, tenea nel suo seno sudditi attivi ed opulenti di tutte le classi, che mettean ombra non isdegnassero o presto o tardi di essere esclusi da ogni participazione di governo. Parve perciò sano consiglio il rattemperare in apparenza ed in fatto il lor men glorioso destino. Quindi alla classe più eletta si affidarono la segreteria dello Stato, ed altri nobili ufficii nelle varie magistrature. A questi, non men che a' forensi, a' ragionieri, a' fiscali, a' medici ed anco a' laureati fu concesso l' usar toga nera, cioè lo stesso abito de' patrizj, che divenne abito nazionale. A ciascun' altra classe poi si concedettero proporzionatamente incarichi civili, privilegi, ed anche certi atti di autorità, che però non potessero mai ingelosire il governo. L' esercizio di questi spiccava principalmente nella presidenza alle pie confraternite. Ve ne avevano d'inferiori, ch'erano tante quanti erano i corpi delle arti ne' quali dividevasi il popolo artigiano della città. Esse avevano le stesse leggi, le discipline e i diritti delle maggiori. I secretarj, i fiscali, i ragionati, i notai, gli avvocati appartenevano a quella della carità la più antica di tutte. I commercianti a quella di san Rocco, che fu di tutte la più ricca. I cittadini originarj, ed i soggetti insigniti di qualche titolo di nobiltà nello Stato, a quella della misericordia, alla quale alcuni principi ambirono essi pure l' onore di appartenere. Quella di san Gio. Evangelista venne formata di molti dotti secolari, e di gran parte del ministero; in questa pure vi furono per confratelli dei re. A quella di san Marco furono ascritti i negozianti della merceria, gli orefici ed i principali capi del setificio. Quella infine di san Teodoro era composta dei più applauditi artisti. Non vietavasi però ai patrizj, se desideravano essere partecipi dell' esercizio degli atti divoti e caritatevoli, che nelle scuole si praticavano, l' arrolarvisi quai confratelli, peraltro senza mai pretendere veruna distinzione. Ciascuna di esse avea un guardiano detto Grande, a distinzione dal sottoguardiano. Davasi al primo il titolo di Magnifico, affine di accrescere lustro alla dignità. Era formata la presidenza da due guardiani, e da un vicario. Vi avevano inoltre dodici aggiunti, ed alcuni ministri subalterni, che colla presidenza venivano a compiere la banca, cioè il nerbo del governo della confraternita: vera imitazione di quello della repubblica. Spettava alla presidenza di proporre, e alla banca il deciderc gli affari. Trattandosi dell' elezione delle cariche, tutta la società avea egual diritto ai suffragi; ma niun patrizio poteva essere eletto nelle cariche principali. Ponevasi la maggior attenzione nella scelta dell'annua presidenza, poichè essendo gli affari più delicati della compagnia ad essa amministrazione affidati, era duopo assicurarsi della probità di chi dovea rappresentarla. Toccava ad essa il soccorrere i poveri, dispensando gratuitamente ogni sorte di medicine agli ammalati, procurando loro letti, vestiti, legna, danari, e dotando alcune tra le zitelle delle rispettive parrocchie. Queste presidenze ottennero in fatti una sì alta riputazione, che molte persone avendo lasciato in testamento qualche somma annua da dispensarsi ai poveri, scelsero per tutori ed arbitri alcuni di questi presidenti, il che appunto fece accresccre i fondi e le ricchezze delle confraternite. Anzi tali divennero questi fondi, questi capitali, queste investiture in effettivo contante, che furono considerate come altrettanti banco-giri, che ricevevano ed affidavano danari a censo. Ne' gravi bisogni dello Stato, e in occasione di guerra, esse unitamente insolidate apersero degl'imprestiti accreditati, sostennero il giro de' capitali della Zecca, ed offrirono più volte grosse somme di danaro alla repubblica, siccome le minori confraternite diedero buon numero di soldati e di marinaj. Se poi entrar volessimo a parlare dei sommi dispendj da esse sostenuti nel procurar magnificenza e solidità alle lor fabbriche, nell'abbellir queste con tanti e sì preziosi capi d' opera delle belle arti, e con sì gran profusione di marmi, di lampade, di candelabri e di vasi d' oro e d' argento, non sarebbe cosa da finire sì tosto. Motivi tutti, per cui meritarono, che la repubblica stessa palesasse verso di loro la più distinta considerazione visitandole solennemente coll'intervento del Doge, della signorìa e del senato, che vi si portava con il solito decoroso corteggio de' suoi peatoni dorati. Anche nelle pubbliche funzioni del Doge nella regia cappella di san Marco, le scuole grandi comparivano. In occasione appunto di queste pompose solennità il guardian grande vestiva una lunga veste cremesi a maniche larghe, dette alla ducale, ed il vicario ne portava una di color pavonazzo a manica stretta. I capi delle confraternite avevano sempre la man dritta ed il passo sopra tutti gli altri, quand' anche fossero stati patrizj, perchè allora quelli e non questi figuravano in principalità. Tali pubbliche distinzioni e civili impieghi accordati ad ogni classe, recavano una vera soddisfazione generale. Con questi mezzi i nostri saggi Legislatori seppero appagare quell'ambizione che domina in tutti i cuori, non eccettuati nemmen quelli del basso popolo; e la cosa si fece con tanta accortezza da poterne trarre sempre profitto; e senza averne mai a temere, giacchè tutte queste associazioni erano sotto la sorveglianza del Consiglio di Dieci.

Veniamo ora a parlare di quella Processione che fecesi sino all' estinzione della Repubblica il giorno del Corpus Domini nella piazza di San Marco. Piantavasi a bella posta una lunga fila di archi i quali giravano tutta la piazza, e ricoprivansi di un panno bianco. Le colonne erano vestite di damaschi cremisi, contornate di alloro, pianta prediletta dai Veneziani, e che sempre avea luogo nelle nostre feste. Ad ognuna di queste colonne accendevansi due candele di bellissima cera bianca. Sotto gli archi passava la Processione, che uscita da una delle porte della Chiesa di san Marco, dopo di aver fatto il giro della piazza, per un' altra rientrava. La scuola del Santissimo Sacramento in san Pietro di Castello, era la prima a comparire; indi veniva la Scuola della Carità; poscia i Chierici secolari, cioè i Somaschi, i Monaci co' loro Abati mitrati, ed i Teatini. Seguivano poi le altre Scuole Grandi, nè si potrebbe mai ridir abbastanza quanto apparissero copiosamente fregiate di candelabri d' argento, di preziose reliquie addobbate di gemme, di torcie di cera di smisurata grandezza. Quindi alternavansi i Regolari, dietro ai quali le nove Congregazioni dei Preti, e dei Canonici d' ambe le Chiese. Procedeva poscia l' intero Senato, ogni membro del quale teneva al destro lato un poverello e largamente donavalo a similitudine di quanto erasi prima fatto con i pellegrini; giacchè a Venezia non giunse mai il tempo a distruggere questo principio, che l' umaniià è la verace sorgente pubblica, che deve da per tutto egualmente i suoi umori diffondere. Alla testa del Senato era il Doge abbigliato nella maggior gala, che con grave e lento passo accompagnava questo divoto esercito. Anche il Principe, come ciascun altro, teneva in mano la sua candela. Recava il Patriarca il Sacramento sotto un Baldacchino sostenuto da sei cavalieri della Stola d' oro. In vicinanza stavano i Vescovi suffraganei del Patriarca residenti nell' Estuario. Giunto il Patriarca alla metà della piazza, dava al popolo tutto la benedizione col Santissimo Sacramento. Quale spettacolo commovente era il vedere tante migliaja di persone ivi raccolte, cui un senso unanime di divota pietà faceva tutto ad un punto piegare a terra il ginocchio onde riceverla umilmente! Non solo il popolo artigiano, non solo il regolare e il secolare, ma l'intero Senato, ma il capo stesso della Repubblica, quegli che altrove abbiam veduto benedir egli il suo popolo, qui riverente s' inchina, leva dal capo il Corno Ducale, pone la propria mano al petto, e sommessamente si eguaglia ad ogni altro uomo in faccia al corpo di quel Signore, di cui tutti indistintamente siam figli.

Terminata così la magnifica funzione della mattina, la Veneta pietà non per anco soddisfatta, un' altra ne riserbava al dopo pranzo. Fin dal principio del secolo XIV erasi fondato un monastero e dedicata una Chiesa sotto il titolo del Corpus Domini; e verso il termine dello stesso secolo permise il Governo, ch' ivi presso si crigesse altresì una Confraternita, il cui oggetto ara quello di venerare Gesù Sacramentato. Essa avea il pregio di essere la più antica e la prima del mondo cattolico, essendo anteriore di 44 anni a quella instituita in Roma nella chiesa di santa Maria della Minerva nel 1539 da Paolo III. I patrizj ed i cittadini di Venezia componevano la divota associazione. Era ogni anno a vicenda prior di essa un Procurator di san Marco; un cittadino n' era il SottoPriore. Entrambi sostenevano le spese del culto, che specialmente riducevasi ad un solenne ottavario con musiche e illuminazioni sontuose, in onore di tanto mistero. Cominciavasi l' ottavario coll' andar processionalmente il dopo pranzo alla parrochial chiesa di san Geremia, affine di levare la Sacra Ostia e portarla alla chiesa del Corpus Domini, dove per otto giorni successivi restava esposta alla venerazione dei fedeli; poscia nel Vespro dell' ultimo giorno, ch' era appunto il giorno dell' ottava del Corpus Domini, riportavasi con tutta pompa alla Parrocchia donde era stata levata. La processione componevasi di tutti i Parrochi della città, non che della mentovata Confraternita del Corpus Domini, alla quale venivano associati i giovani patrizj che in quell'anno aveano assunto la toga, e inoltre i Senatori ultimamente eletti. Tutti questi accompagnavano la Sagratissima Ostia portata da un Vescovo dei vicini paesi. V' intervenivano altresì le sei scuole grandi, ed era particolarmente in quest' incontro che facevano singolar comparsa le primarie cariche d' esse Confraternite. Nè a cagion della distanza del luogo dal punto centrale della città, era minore il concorso degli spettatori, chè anzi maggior lo rendeva l' opportunità del sito di terra e di mare; giacchè oltre la folla del popolo a piedi, vedevasi la maggior parte dei facoltosi nelle loro gondolette, schierarsi lungo le rive, che adornano il contiguo canale, e accrescer lustro al divoto spettacolo.

Terminate le sacre funzioni, erano pronti i gondolieri ad impugnare il remo, e a formare quella singolar corsa marittima, che fu sempre per i Veneziani uno dei più gentili passatempi. Pare qui acconcio il darne un' idea cominciando dalla sua origine.

Negli antichissimi tempi le strade di Venezia non erano selciate, nè vi avevano ponti di pietra, ma il terreno n' era solido e tegnente, di modo che gli abitanti più opulenti le percorrevano a cavallo, e pel popolo eranvi certi battelli co' quali attraversavano i canali pagando una piccolissima moneta. Ma cresciuta la popolazione, e conosciutosi col fatto il doppio vantaggio, che offriva la barca in confronto de' cavalli, quello cioè della minore spesa, e quello del maggior comodo, particolarmente ne' giorni piovosi, cominciarono anche i ricchi a farne uso. A poco a poco aggiunsero alle barche molte cose di comodo ed in particolare un coperto, che chiamossi Felze, affine di star difesi dall' inclemenza dei tempi. Fu allora che si fabbricarono i ponti di pietra con un arco elevato, perchè le barche potessero passarvi sotto facilmente, e girare in ogni sito della Città. I cavalli andarono in disuso, e la nuova comodissima e piacevolissima vettura acquistò il nome di Gondola, che in greco viene a significare Conchiglia. Ma se in origine ciò fu economia, in seguito la spesa avanzò quella di un cavallo, e forse anche di due, non solo a cagione di tutto ciò che occorre per formare una gondola comoda e decente, ma perchè chi vuole marciare con nobiltà e decoro, deve avere due gondolieri, l' uno a poppa, l' altro a prua, i quali sono di maggior dispendio d' ogni altro domestico, avendo essi in grazia della lor professione maggior bisogno di nutrimento. Inoltre essi hanno varie sorte di vestiti per servirsene nelle differenti occasioni. Il numero delle gondole crebbe a tale, che, senza esagerazione, facevasi ascendere nel tempo dell'Aristocrazia a dicci mila. Oltre quelle che appartenevano ai patrizj, alle lor mogli, e a tanti agiati cittadini, ve n' erano moltissime, come ve ne sono pur anco oggidì, che al par della vettura in terra-ferma, servivano per tenue moneta chiunque passava da una parte all' altra del Gran Canale. Non si finirebbe mai di lodare la gondola, non solo per la facilità di portarsi da un luogo all' altro, ma per il piacer che cagiona il viaggiare, per così dire, senz' accorgersene, e senza soffrir fatica alcuna, a un dipresso come se si fosse in casa propria, giacchè in gondola puossi dormire, leggere, conversare, nè alcuno scuotimento o disturbo frastorna. Le belle sere d' estate, egli è una vera delizia il montar in gondola colla sua famigliuola, e l' andar a diporto lentamente per il Canal Grande, ove spirasi un salubre fresco, e dove gli occhi si pascono del superbo spettacolo di tanti begli edifizj che lo circondano. Aggiungeva una volta piacere l' incontro frequente di alcune serenate, che potevansi a sua voglia seguire per ogni dove. Tutto questo fece immaginare di stabilir dei giorni permanenti per incontrarsi in molto numero a prendere il fresco; e da ciò ne derivò quel corso di gondole, appunto come in terra-ferma fassi quello delle carrozze. Simili corse acquistarono esse medesime il nome di Fresco, e divenne uno spettacolo degno di figurare nella gran festa dell'Ascensione, in questa del Corpus Domini, ed in altre, e di essere anche offerto alla venuta in Venezia di qualche principe. Oltre il piacere che aveasi a questo Fresco, esso era di somma utilità, poichè un tale esercizio rendeva sempre più destri od animosi i giovani gondolieri colle loro frequenti tenzoni e disfide, nelle quali consolidavansi in quella forza e in quelle cognizioni tanto necessarie alla sicurezza nostra. Facevasi questo Fresco, o sia tali corse, entro uno spazio chiuso tra due rive, come per esempio nel canal di Murano, in quello della Giudecca, e in quello più ristretto del Corpus Domini, affinchè la gente ch' era a piedi, potesse anch' essa godere ed insiem rallegrare lo spettacolo. Lo spirito di speculazione che in tutto si mishcia, contribuiva in questo caso moltissimo a rendere più dilettevole la scena, giacchè scorgeansi sui margini doppie file di scranne, sulle quali si assideva quantità infinita di persone d' ambi i sessi, vestiti con varietà e garbo. Eravi il gentil costume di vestir gli stessi gondolieri con certa foggia elegante e leggiera, che ce li facea credere piuttosto attori di teatro pronti a figurare in un ballo, che servitori occupati nell' adempiere al loro dovere. I drappi di seta, le frange, i galloni, le piume, le fasce svolazzanti intorno il corpo erano i loro consueti ornamenti.

Le acque erano coperte di leggiere gondolette. Queste vedevansi andare, venire, seguitarsi, gareggiare fra loro, procurar di superarsi, e mercè la destrezza ammirabile, aprirsi, tra una folla che parea impenetrabile, un sufficiente passaggio, senza urtar le barche vicine; insinuarsi a guisa di serpi con grazia e con velocità, lasciando addietro que' che per essere meno pratici o un po' meno robusti, erano forzati a cedere. In sì fatte gare era regola osservatissima, che i padroni non prendessero parte alcuna, e ciò ad oggetto di evitare quel risentimento che avrebbe potuto derivare da una forse mal intesa protezione.

Le belle ninfe dell'Adria stavano in quelle corse, sedute voluttuosamente nella loro agile gondoletta sopra cuscini di piume, quasi sovrane di quell' argentea superficie. Vestite ed acconciate con somma eleganza, dalla negra tinta della gondola, che pur sembra sì trista a qualche forestier mal accorto, acquistavano le lor carnagioni certo vivo risalto, che le rendeva ancor più belle e interessanti. Talora andavano esse rapidissimamente come se avessero voluto involarsi agli sguardi dei curiosi; ora lente lente quasi per lasciarsi vagheggiare; spesso apparivano in preda alla spensieratezza, e davano tempo a que' che fiancheggiavano le loro gondole di pascersi delle loro attrattive mostrando di non abbadarvi; ma più spesso col lanciare sguardi lusinghieri, cercavano di aumentare il loro trionfo sottomettendosi novelli schiavi. Alcune volte ancora introducevano gaja conversazione colle gondole che alle loro si approssimavano, finchè alcune altre barche leggiere diguazzando l' onde, troncavano i faceti colloquj cacciandosi in mezzo, e passando e ripassando fra loro. Eranvi poi fra i più provetti gondolieri di quelli dottissimi delle genialità, che aveano l' arte, per dir così, di simpatizzar le gondole di maniera, che ora scorrendo velocemente, ed or rallentando il moto, facevano che spesso fossero vicinissime o paralelle fra loro quelle che più gradite erano dai loro padroni.

Ecco come anche questa festa, sì pia e divota nella sua origine compivasi con quel solito condimento di un' amabile galanteria, che serve sempre ad esilarar soavemente lo spirito e a risvegliare dolcissimo sensazioni nel cuore.

Fu terribile ed ostinata la lotta che durò per lo spazio di quasi tre secoli fra la Repubblica di Venezia e quella di Genova per la preminenza sul mare, e da essa ridondarono infinite sciagure ad entrambe. Daremo adesso una fuggitiva occhiata agli avvenimenti che precedettero, per fermarci poscia sulla guerra ch' ebbe luogo pel ricuperamento di Chioggia, la cui perdita ridotto aveva alle ultime strette la nostra Repubblica.

Parlano abbastanza le storie del valore, dall' intrepidezza e della fermezza di questi due Popoli marittimi; e se non è dalla riuscita delle battaglie che debba dipendere la superiorità del merito, rimane tuttavia incerta e sospesa la bilancia fra i Veneziani e i Genovesi. Ma se il sentimento della pura morale, quel sentimento sì bello, sì grande, sì nobile, che ci fa spesso condannare ciò che la politica approva, abbia a servir di guida ai nostri giudizj anche riguardo alle azioni guerriere, l' equilibrio è subito tolto, e la bilancia tracolla verso quella parte dove esiste maggiore moralità. Se vi fu mai un' epoca, in cui si combattesse più colla mala fede che colla forza, più colle astuzie che coll' armi, si fu certo quella di cui imprendiamo a parlare. Pur non negheremo, che il nostro nemico fece altresì mostra di un' attività e di un' ostinazione sorprendenti. Abbattuto e soggiogato, risorgeva sempre con maggior audacia e più forza, benchè non trovasse nemmen noi nè indolenti, nè oziosi, ma anzi sempre pronti, coraggiosi ed intrepidi. Si è altrove detto come i Genovesi sul principio cercarono di emulare la nostra gloria e il nostro ben essere, e come questi primi sentimenti di virtù si convertirono poscia in vizj, e degenerarono in affetti di gelosia e di bassa invidia. Tali difetti non ebbero più freno, allorch' essi videro i Veneziani nel 1205 padroni di Candia; se non che, non sentendosi bastantemente forti per dare aperto sfogo a tutto il loro disgusto, ricorsero al tradimento suscitando la sollevazione de' Candiotti; ma ne furono puniti colla perdita di molti vascelli. Nel 1256 tentarono sotto varj pretesti d' invadere i diritti ed i possessi dei Veneziani nella Siria; e furono ben presto discacciati anche di là con perdite riflessibili. Nel 1260, il Senato Veneto avea ordinato alle sue flotte di ricuperare Costantinopoli perduta dai Latini, e ciò sarebbe assolutamente riuscito, se i Genovesi, per animosità contro i Veneziani, non avessero abbracciato il partito odioso a tutta l'Europa, quello dell' infedele imperator greco Andronico Paleologo, il che fece così mancare l' impresa. I Veneziani, scordato allora il loro principale oggetto, quale si era la conquista di Costantinopoli, arrischiarono di perdere fin la Palestina; tanto era il desiderio di vendicarsi di un nemico, che di dì in dì si rendea ognor più formidabile. La rabbia scambievole da quel punto non ebbe più limiti, e per lo spazio di quasi un secolo l' un popolo e l' altro tinse del suo sangue que' mari stessi, che gli erano stati sorgente di somme ricchezze. Infine i Genovesi, più stanchi dai travagli che costretti dalla forza degli avvenimenti, preferirono di disonorarsi, e di sacrificare spontanei la loro libertà per avere la pace. Si dedicarono all' arcivescovo di Milano che governava quello Stato, tanto per il temporale che per lo spirituale. Questo principe accolse favorevolmente gli ambasciatori Genovesi, e promise la sua protezione.

Chi avrebbe mai potuto immaginare risoluzione sì straordinaria in un popolo, ch' era divenuto in Italia possente a segno da misurarsi con i Veneziani; ch' erasi fatto ammirare per il valore e la gloria acquistata sul mare; che avea fatto fin allora nobilissimi sforzi per sostenere la sua indipendenza, e lo splendor del suo nome? Eppure a tanto il condusse l' avere perduta ogni idea di dignità repubblicana, e il non ascoltar più che le proprie passioni, fra le quali l' odio, ch' è quella che più d' ogni altra precipita l' uomo in un abisso di mali e cagiona la rovina delle nazioni. Fatti forti i Genovesi del nuovo appoggio, riaccesero la guerra contro i Veneziani; ma la morte dell'Arcivescovo accelerò una pace, a dir vero, desiderata da ambe le parti. Venne sottoscritta il primo giugno 1355. Essa fu utile particolarmente ai Genovesi, i quali non più bisognosi di esterni appoggi, approfittarono delle dissensioni fra i tre fratelli Visconti per iscuotere il loro giogo. Discacciarono il governator Milanese, rielessero un Doge, e ripresero l' antico Governo. Lungi però dall'occuparsi a regolare i loro costumi, a formare savie leggi, a consolidare la felicità nazionale, a godere dei beni della pace, non pensarono che a porsi in istato di rinnovar la guerra ai Veneziani. Essa infatti scoppiò nel 1377, e questa fu la più grave e la più terribile di quante sin allora la nostra Repubblica avesse sostenuto, e quella che più meritò di venire descritta dagli Storici nazionali, e dalle penne anco forestiere. Penso tuttavia, che ai miei Lettori non ispiacerà trovarne qui ripetuto il racconto, risalendo alle cagioni che l' hanno promossa.

L'impero d' Oriente era stato principalmente il teatro delle rivalità fra Veneti e Genovesi. E gli uni e gli altri aspiravano egualmente al commercio esclusivo de' mari del Levante. Quando Paleologo, soprannominato Calogiani a cagione della sua bellezza, regnava in Costantinopoli, i Veneziani traevano grandissimi vantaggi dalla preferenza ch'egli a loro accordava. Sventuratamente questo imperatore, quantunque amato dal popolo per il suo governo dolce ed umano, non potè però difendersi dalle insidie di Andronico suo snaturato figlio, il quale congiurò per privarlo del trono e della vita. L' orrida trama fu a tempo scoperta, e Calogiani ordinò, che Andronico fosse immediatamente chiuso in una stretta prigione a Pera, ed accecato.

I Genovesi tosto presero il partito di Andronico, sicuri di avere in tal modo un imperatore, che per riconoscenza e per interesse gli favorirebbe in confronto ai rivali. Coll'ajuto di molti fra gli abitanti di Pera, valsero a corrompere le guardie delle prigioni ed a sottrarre Andronico, che mercè alcuni pronti soccorsi ricuperò quasi interamente la vista, e che fu fatto acclamar imperatore. Nel tempo stesso andarono ad attaccare il palazzo di Calogiani, si assicurarono della sua persona, lo incatenarono e lo chiusero nel castello di Arsema sul mare. Con questo destro maneggio, e con questo esito felice, i Genovesi divennero non solo potentissimi in Costantinopoli, ma ricevettero pur anche da Andronico l'isola di Tenedo, che da lungo tempo già vagheggiavano. I Veneziani, spettatori di questi avvenimenti, ne furono afflitti tanto più che non potevano sul momento opporre nessuna resistenza.

Tra quelli che si trovavano allora in Costantinopoli eravi Carlo Zeno, i cui fasti militari lo resero poi celebratissimo nella Storia. Calogiani, che lo conosceva per un giovane vivace e intraprendente, risolse di rivolgersi a lui per implorarne soccorso; e gli scrisse una lettera valendosi del mezzo della moglie del governatore del castello, sensibile al lestino di quest' illustre prigioniere. Per un anima elevata i maggiori pericoli sono stimoli i più potenti per determinarsi alle nobili azioni. Il Zeno tosto rumina nella sua mente un disegno, con cui liberar Calogiani e riporlo sul trono. Conosce l'instabilità de' Greci, vede che non v' ha che un colpo di mano per trar Cologiani dalla prigione, e presentandolo al popolo, farlo riconoscere per il solo imperatore. A questo fine assicurasi egli in prima con giuramento e con larghe promesse della fedeltà e della forza di ottocento uomini che colloca in varie imboscate; e sapendovi essere nella rocca una finestra che mette sul mare, non dubita più della buona riuscita. Reso con lettera avvertito il principe di quanto far dovea, Carlo nella più fitta oscurità della notte monta nel suo schifo, si avvicina al castello, dà il segnale convenuto, gli è gittata da una finestra una corda, che tosto egli afferra; vi si arrampica, ed entra nella stanza di Calogiani. Principe, scendete meco; ogni dilazione accresce il pericolo; non v' è momento da perdere. Calogiani, abituato alla mollezza, non si sente capace di un'ardita impresa; comincia a tremare, a piangere, e non osa di abbandonarsi alla sorte. Inutilmente il Zen cerca d'infondergli la sua energia, e di far che si determini a seguirlo. Strana situazione di questi due uomini! L' uno ha un trono e forse la vita in premio del suo coraggio, e queste due cose, le più preziose agli occhi di quasi tutti, non bastano a farlo risolvere; l'altro non ha che il piacer di beneficare, e si precipita ad occhi chiusi nel più grande dei pericoli. Pensava forse l' Imperatore, che bastasse ad un sovrano il far voti, e che occorrendo esporsi ai pericoli, toccasse ai sudditi l'affrontarli, e spesso rimanerne le vittime? Non osava però Calogiani manifestare apertamente la sua codardia, e scusavasi con dire, che non gli reggea l' animo di partire, poichè lasciando i suoi figli fra ceppi in potere di Andronico, questo si sarebbe vendicato della fuga immolandoli entrambi. Se potessimo veramente assicurarci, che questi timori fossero derivati dalle angoscie di un amore paterno, chi mai v'ha che condannar li potesse? Non sarebbe forse il trionfo il più compiuto ed il più sublime della natura, che detta il più gran sacrificio ed il pìù generoso abbandono? Ma se, al contrario, questi timori non furono prodotti che dalla pusillanimità e da una vile debolezza, che fa tremare del pericolo personale, non è possibile di non disprezzare un tal uomo. Il Zen fece tuttavia ogni sforzo per vincere tutte le opposizioni di Calogiani; ma questi non seppe con altro rispondere, che colle lagrime e coi singhiozzi. Infine il tempo stringeva; conveniva separarsi. Il Zeno con vero strazio di cuore si allontana dal misero principe, discende nello schifo, congeda i soldati, e rientra in casa afflittissimo.

Qualche tempo dopo, Calogiani non potendo più tollerare la sua penosissima situazione, fece di nuovo giungere, col mezzo della tenera messaggiera, un'altra lettera al Zen, nella quale egli protesta, che ad ogni costo vorrebbe essere liberato dalla sua dura schiavitù. Per meglio determinarlo al nuovo ajnto, gli spedì un atto sottoscritto di sua mano della donazione dell'isola di Tenedo alla Repubblica. Il Zen, che nulla più desiderava, risponde immediatamente al principe, e lo informa de' solletici mezzi immaginati per salvarlo. Per una di quelle fatalità singolari, che sembrano disposte propriamente dal destino, la messaggiera rientrando nel castello smarrisce la lettera, che viene prontamente raccolta da una delle guardie, e ch'è subito recata ad Andronico. Tosto suscitasi un gran rumore nel palazzo; si arresta la donna, e si pone alla tortura; essa svela tutto il secreto. Andronico furibondo vuol avere in sua balia Carlo Zen, per fargli subire i più orrendi supplizj; ordina ai suoi soldati di cercarlo da per tutto; minaccia il Console Veneto, e la Repubblica stessa, s'egli non viene tosto consegnato. Carlo, a tempo avvertito di quel fulmine, si salva presso ad un soldato della cui fede non potea dubitare, riserbandosi ad altro momento per quell'impresa ch' egli poi ebbe la gloria di condurre ad effetto, quella cioè di liberare lo sventurato monarca, e di riporlo sul trono.

Mentre tutto ciò accadeva in Costantinopoli, ecco giungere la flotta Veneta comandata da Marco Giustiniani, che scortava i vascelli mercantili di ritorno dal Tanaì. Come il Zeno ne udì lo nuova, si sentì tutto ravvivare, e tosto deliberò, coll' ajuto del suo fedel soldato, di trasferirsi notte tempo su quella flotta. Il Giustiniani lo ricevette a braccia aperte, e fu ben contento quando vide l'atto di donazione fatto da Calogiani dell'isola di Tenedo, che assicurava alla Repubblica libero il commercio di Costantinopoli mercè il passaggio esclusivo dall'Arcipelago negli altri mari. Senz' altre considerazioni, il Giustiniani scortò prima di tutto la flotta mercantile sino oltre l'Arcipelago, e vistala in salvo, volse la prua verso Tenedo. Il Governatore dell'isola era un Greco dedito al Calogiani. Quando riconobbe l' atto di donazione segnato dalla mano del principe, egli rimise senza dilazione ai Veneziani la città ed il castello. Il Giustiniani, dopo avervi posta una guarnigione, e dati gli ordini necessarj, ritornò a Venezia.

I Genovesi in Costantinopoli, informati di questo avvenimento, tutti furenti si recarono ad Andronico. Gli rappresentarono che l' attentato de' Veneziani era oltraggiante la sua autorità, e gli fecero conoscere com'egli stesso sarebbe assai presto privato dell' impero e della vita, se non prendesse la pronta e vigorosa risoluzione di vendicarsi di una nazione; che non rispettava nè diritti, nè proprietà, nè trattati, purchè potesse soddisfare la sua insaziabile cupidigia. Non era Andronico uomo da tollerar le offese, e meno ancora quelle che annunziavano malvaggi disegni. Volle subito inspirare il timore, ed a quest'effetto fece immediatamente cercare il bailo Pietro Griani, e tutti i mercanti Veneziani, ed ordinò la confisca de' loro beni. Poscia raccolse tutte le sue truppe miste ai soldati Genovesi, le fece imbarcare sopra ventidue galere, e montato egli stesso un grosso vascello fece vela ver Tenedo. I Veneziani, prevedendo l'attacco, aveano spedito un qualche rinforzo, ed eletto per comandante e governatore della fortezza il soprannominato Carlo Zen. Questi si trincerò nei borghi con trecento uomini, ed alcune compagnie di arcieri. Antonio Venier difendeva con un corpo di guardia la piazza, ch'eragli affidata. Quantunque nel mese di novembre, fu la stagione favorevolissima alla navigazione di Andronico, che prese da ciò augurio per la sua impresa. Giunse a Tenedo; fece la sua discesa senza trovar opposizione; dispose le sue truppe in ordine di battaglia, e si avanzò per attaccare il borgo; ma colà dovette fermarsi tutto in un punto, trovandovi qualche inattesa difficoltà. Il giorno era nel suo declinare. Andronico risolse di rimbarcarsi co' suoi soldati per non essere esposto nello notte ai dardi del nemico. Frattanto il Zen colloca nella case del borgo la maggior parte della sua truppa, con ordine di non uscire se non ad un segnale convenuto. Il giorno dopo Andronico disconde di nuovo a terra, sforzasi di vincere le trincee del borgo, e vi riesce. Zen nell'avanzarsi delle guardie, si ritira precipitosamente nell' interno del borgo. Allora e Greci e Genovesi, ingannati da questa finta timidezza del Zen lo insieguono senza nulla sospettare, guadagnano sempre più terreno sin a tanto che, dato finalmente il segnale, tutti i soldati Veneti si slanciano fuori delle case, si precipitano sul nemico, ch'è da ogni parte preso, e di cui viene fatta un' orrida carnificina. Quelli che poterono salvarsi andarono a raggiungere i loro compagni d'armi, ch'erano tuttavia nelle galere, ed il giorno appresso tutti insieme vennero ad attaccare i Veneziani, la cui forza non era neppur la metà di quella della parte avversaria. Carlo, tuttochè ferito in una coscia, giunge al campo, anima i soldati, dà gli ordini con una presenza di spirito mirabile, e combatte egli stesso colla maggior fermezza. Nell'ardore della mischia riceve due ferite, una nella mano, l'altra nel ginocchio; ma non per questo abbandona il suo posto, nè cessa d'invocare i suoi sino a che lo spargimento del sangue il fa cader a terra svenuto. I soldati, furibondi al vederlo in tale stato, si gettano come leoni su i battaglioni nemici, tagliano a pezzì gli uni, inseguono gli altri, e gli sforzano d'imbarcarsi in gran disordine. Andronico confuso, umiliato, non ha altro rifugio, che di riporsi alla vela, e di restituirsi a Costantinopoli colle sue galere.

Un simile evento può bensì abbassare l' orgoglio, ma non già ammansare l'odio e l' invidia, anzi dee renderli più gagliardi e veementi. Siccome però in quest'affare i Genovesi avevano agito sotto mano, ed era Anronico in apparenza, che sosteneva la guerra, così non potevano credersi abbastanza giustificati di dichiarar la guerra ai Veneziani per vendicarsi dei torti, e ancora meno di poterla sostenere da per sè soli. Mentre stavano perplessi, un altro accidente procacciò l' occasione di manifestare il loro mal animo. Pietro di Lusignano, re di Cipro era morto, e suo figlio Pietro eragli succeduto. Questi, secondo l'uso, s'era fatto coronare a Nicosia come re di Cipro; gli mancava ancora di essere coronato a Famagosta come re di Gerusalemme. Vi si recò agli a quest' oggetto, e per rendere la solennità più imponente, tutti i ministri e consoli forestieri furono invitati, come pure i principali signori della città ed i forestieri di maggior rango. Allorchè le cerimonie della Cattedrale furono terminate, il re accompagnato dal numeroso corteggio si restituì al suo palazzo, dove stava imbandito un magnifico banchetto. Cammin facendo, il console di Genova pretese andar innanzi al console Veneto; questi nol permise; la disputa si accenda, il rumore cresce, ma tutta la corte prende il partito del Veneziano, e accheta sul momento la rissa; se non che la stessa disputa si rinnova a mezzo il banchetto; si alza la voce; dalle parole si viene ai fatti; gli uni si gettano sugli altri, combattono, s'inseguono, si feriscono, ed a stento il resto de' convitati separa i due partiti, I Veneti ottennero il favor generale, e quindi i Genovesi vennero cacciati fuori della regia; affronto che li punse sul vivo, e per cui abbandonarono l'isola, trasportando seco tutti i loro averi.

Giunte a Genova le relazioni del nuovo fatto, tutti i cittadini di comune consenso giurarono piena vendetta. Cominciarono dal voler punire la parzialità del re di Cipro verso i Veneziani. Armarono immediatamente una flotta, le quale, sia per tradimento, sia per sorpresa, conquistò Famagosta, ove fu posto a ruba quanto apparteneva ai Veneziani. Nello stesso tempo riuscì loro di formare una lega. I Signori di Padova odiavano i Venezianj per più ragioni, e particolarmente per essere stati ultimamente costretti a segnare una pace umiliante. Nommeno il re di Ungheria gli amava gran fatto per timore ch' essendo padroni del Golfo, non si rendessero di nuovo padroni della Dalmazia, donde gli era riuscito di scacciarli. Il Patriarca di Aquileja, signore del Friuli, li vedeva con gelosia fatti padroni della Marca Trevigiana, che formava frontiera ai suoi Stati. Gerardo di Camino conte di Ceneda, li soffriva anch'egli a malincuore vicini; e così altri signori di rango inferiore. Tutti costoro adunque non furono lenti a stringere alleanza co' Genovesi, trattivi dal più vivo desiderio di abbattere la potenza Veneziana.

La Repubblica ben vide il fulmine, che le sovrastava, e tosto cercò essa pure degli alleati; ma non ne trovò che due; il re di Cipro e Barnabò Visconti, signor di Milano, di cui fu assai debole il soccorso; laonde rimase ad essa sola tutto il peso di questa formidabile guerra.

La prima flotta, che pose in mare in questa occasione, venne affidata a Vittore Pisani; che già godea alla riputazione e l'amore del popolo. Cominciò egli dal percorrere la riviera di Genova, dal prendere tutti i vascelli che ne uscivano, disordinare la flotta nemica versò Anzo, e dopo un vivo combattimento, dall'impadronirsi del comandante della flotta Lodovico Fiesco, di molti nobili, di gran numero di altri prigionieri, e di dieci galere. Indi volta la prua verso la Dalmazia prese Cattaro, e poco dopo anche Sebenico, malgrado la opposizione degli Ungheri che allora tenevanle. Tentò poscia di dar l'assalto a Trau, dove fece prodigi di valore. Provocò in tutti i modi il nemico a battaglia; ma questo mai non si mosse, e riputò sua somma salvezza lo starsi chiuso là dentro. Il che veggendo il Pisani disperò di poter condurre a bene l'impresa, tanto più che la sua armata era in gran penuria di vettovaglie; nè per li venti contrarii e la stagion burrascesa, poteva sperare soccorsi. Levò quindi l'assedio di Traù, e si rivolse contro Zara, sperando poterla prendere d'assalto; ma non gli riuscì di acquistare che l'isola di Arbe, la quale si arrese alla prima intimazione.

Il Governo di Venezia, che stava in gran timore, che Luciano Doria partendo da Traù penetrasse più avanti nell'Adriatico, e ponesse in pericolo la capitale stessa, ordinò risolutamente al Pisani di ritornarvi tosto, acciocchè o per assedio o per assalto, o coll'armi, o colla fame, prendesse la piazza, e così restasse disfatto il Doria. A tal effetto gli vennero spedite quattro grosse galee, che, tollerate molte burrasche, recarono il sospirato sovvenimento. Il Pisani ubbidì, e tosto ricomparve sotto Traù, che trovò più difeso e fortificato di prima. Senza punto scemar di coraggio, circonda il porto tutto all' intorno, rinnova a più riprese l'assalto, bombarda incessantemente Ungheri e Genovesi, e cerca colla sua insistenza di vincer l'altrui ostinazione. Ma tutto fu indarno; ed egli intanto vi aveva perduta molta gente, consumati presso che tutti i viveri, l'inverno era già inoltrato, i ghiacci fatti altissimi, ed i venti grossissimi producevano una continua tempesta di mare. Nelle milizie e nelle ciurme si erano introdotte malattie pericolose, mortalità frequenti, e molti vi ci aveano perduto e mani e piedi per l'estremo rigore del freddo. Chi poteva fuggire lo faceva; gli altri destavano tumulti; e tutti illanguiditi scongiuravano di esser riserbati a qualche più ragionevole impresa. Cosicchè per eccitamento degli stessi provveditori e sopracomiti che avevano la maggior parte delle loro galee sconquassaie e rotte, venne risolto di levar le ancore, e di recarsi nel porto di Pola. Fu certo gran ventura che i Genovesi non uscissero ad inseguire questa squadra ridotta a tale, che a grande stento potè guadagnare quel porto.

Vittore, che anche in questa fatalissima circostanza avea fatto conoscere di saper obbedire e di giudicar bene, trovavasi abbattuto nella salute, ed afflitissimo nell'animo per lo stato infelice a cui vedeva ridotta la squadra. Spedì a Venezia tutti i corpi delle galee, che non erano più di nessun uso, tutti gli ammalati ch'erano in grandissimo numero; e accompagnò con lettera questo lagrimevole spettacolo, aggiungendo, che non men compassionevole era la situazione di quei che rimanevano; ed insieme chiese licenza di ripatriare, poich'era prossimo il termine della sua carriera militare.

Lungi dall' ottener egli la grazia richiesta, ebbe l'espresso comando di doversi trattenere a Pola tutto l'inverno, affinchè i Genovesi non tentassero qualche impresa nella provincia dell' Istria, qualora fosse lasciata senza forza. Anche questa volta un tanto oggetto vinse ogni altro riguardo; ma intanto l'armata gli si andò scemando almeno di un quinto.

Correva il febbrajo, quando ricevè un rinforzo di undici galee, colle quali scortare il Giustiniani che andava in Puglia a provvedere di grani. Appena cominciato il viaggio, una burrasca fece grande strazio de' vascelli, e due si smarrirono. Di ritorno dalla Puglia, incontra la flotta nemica, ed è inevitabile l'attacco. Al primo incontro il Pisani rimase ferito mentre stava alla scoperta animando i suoi; ma senza punto smarrirsi proseguì a combattere. Il vice-capitano nemico restò ucciso, e la flotta tutta cominciò a piegare. Luciano Doria, che non si era atteso tale rovescio, prevendendo il pericolo del peggio, pensò a ritirarsi fino nel porto di Zara. Il Pisani lo inseguì alquanto, e poscia entrò nel porto di Pola, avendo salvato il convoglio, e speditolo a Venezia colla relazione del fatto.

Ma quale fu il suo dolore quando, sbarcate e fatte passare a rassegna le truppe, non ne trovò appena numero bastante per completar sei galee, di tienta che ne aveva nel mese di novembre, e queste inoltre sdruscite e mal atte a qualunque servigio! Scelse però fra esse la migliore, e la pose per sentinella al porto. Ma ben tosto e dalla guardia, e dagli stessi Polani venne avvertito, che il nemico avanzavasi da quella parte. La costernazione fu generale. Tutto era ancora sconcerto e disordine, e l'armata abbisognava di rifacimento e di ristoro. L'unico conforto del Pisani si fu il pensare, che sin a tanto ch'egli se ne stava chiuso là dentro non v'era nulla a temere, che l'armata sarebbe stata salva. Tolto così ogni turbamento anche dall' altrui animo, si accinge a sollecitare i lavori atti a dare miglior forma alla squadra; fa eostruire alcuni navigli appositi per guardare la bocca del porto, e pone in armi anche i terrazzani. Frattanto il nemico s' accostava ond'esplorare ciò che facevano i Veneziani nel porto, e li provocava con parole di scherno a battaglia; cosicchè quando la squadra fu bastantemente in pronto, e soldati e marinai, e provveditori e sopracomiti, manifestarono il più ardente desiderio di attaccare il nemico, e cercarono di determinar il generale a secondare i loro voti. Ma non ebbero forza nè rimostranze, nè preghiere per rimoverlo dal suo proponimento. Incoraggiati i Genovesi da questa inazione, si presentarono arditamente con quattordici galee innanzi al porto in ordine di battaglia, ognor più agglomerando i vituperj e gl'insulti. Parevano i nostri tanti mastini in catena che anelano di mordere i passeggieri; e si misero tumultuariamente a gridare di voler essere condotti all'attacco. Il Pisani, sempre fermo nella sua risoluzione, cercò di placarli; ma poichè vide che i provveditori e i sopracomiti autorizzavano i voti ne'subalterni, ragunò consiglio di guerra. Udì prima le opinioni di tutti; indi rispose ad ognuno, ed aggiunse alfine la sua, cominciando dal far osservare la differenza che passava dall'una all' altra armata. La Veneta composta di venticinque galee mezze infrante in più assedj, in più battaglie, in molte burassche, racconcie in fretta sia nei cantieri di Venezia, che in que'di Pola; le otto navi ed altri legni. non ad altro atti che alla difesa del porto, o al più a guardar da lungi la coda della flotta; le ciurme ei marinai provetti essere pochissimi; quelli di recente spediti, trovarsi ancora affatto inesperti, ed i Polani non potersi computare di sicura fede. Al contrario le galee de' nemici, benchè soltanto dodici di numero, essere però tutte ben fornite di gente fresca, e di soldati veterani. Chiamò inoltre a riflettere; che quel Luciano Doria, che tanto allora gli stimolava a battaglia, era quel desso, che con armata pari o maggiore della Veneta, aveva sfuggito l'incontro a Taranto, a Zara, a Traù ed ultimamente verso la Puglia; che se con forze apparentemente inferiori ordiva allora di attaccargli, era segno di averne di maggiori poste in agguato dietro i vicini scogli, o in distanza tale da poter presto raggiungere le altre. Indi concluse, che i saggi comandi del Senato a lui diretti, erano di starsene sulla difesa per conservare alla Repubblica l'armata e gli Stati, e che per ciò conveniva non uscire dal porto, lasciar vanamente gridare il Doria, e intanto adempiere ciascuno dal suo canto il proprio dovere, prestando obbedienza a chi sovrastava per grado. Punsero al sommo queste ultime parole e provveditori e sopracomiti, i quali risposero arditamente; accusarono il Pisani di abusare della sua autorità, e sostennero ch'essendo egli solo di parere di non attaccare, dovea cedere alla comun brama e alla volontà universale. Non pertanto vistolo irremovibile, si diedero ad insultarlo e a rimproverargli, che non già per obbedienza al Senato, o perchè credesse vero l' esposto, ma per viltà e condardìa volea scansare l'attacco. Lo sdegno divampò nel Pisani a tale scongiuro; nè potendo soffrire l' infame sospetto contro la sua virtù, e considerando d'altronde, che per legge egli solo non poteva resistere all'altrui concorde volere, s'alza furiosamente dal seggio, fa dar il segnale della battaglia, comanda che ciascuuo il segua, e disposti in ordine i navigli, si slancia il primo contro il nemico. Mira la galera del comandante Doria; l'investe colla massima forza; uccide il generale e s'impadronisce del vascello. Le due flotte nemiche si battono con reciproco valore da rendere la vittoria incerta, benchè paja un po' preponderare anche questa volta in favore de' Veneziani. I Genovesi cominciano a poco a poco a ritirarsi in qualche disordine; i nostri gl'inseguono con quell'ardore, che la vittoria inspira, quand' ecco improvvisamente sbucar dalla baia una flotta nascosta, che gettasi su quella del Pisani, a rompe ne' fianchi, e colla sua grande superiorità rende vani tutti gli sforzi del comandante. I Genovesi vi perdono il loro generale e gran numero de' suoi; nondimeno riportano una vittoria, che li rende padroni di quindici galee con tutti gli equipaggi; queste vengono trasportate a Zara; ventiquattro nobili patrizj fatti prigionieri sono spediti a Genova; le ciurme e le milizie veneziane vengono forzate a servire sotto gli ordini de' vincitori.

Il Pisani, a cui nulla più rimaneva a sperare, si svincola dal nemico, e colle ultime reliquie si sforza di rientrare in Parenzo. Ma qual orrore nello scontrare, via facendo, qua frantumi di galee, là cadaveri natanti, e in vedere per vastissimo spazio le acque tinte del sangue de'suoi! Afferrato il porto, gli convenne spedire a Venezia la nuova di questa fatalissima disfatta.

Non è da dirsi qual fosse la desolazione e il lutto della città per tanto pubblico e privato danno. Non solo invitavano al pianto le tante navi, il tanto oro, le tante vettovaglie perdute, le facoltà di parecchie famiglie nobili e popolari consunte; ma ciò ch'era pegio, la mancanza di tanti cittadini, che lasciavano le loro case quale orba del padre, quale del figlio, quale del marito, del fratello, o di uno stretto congiunto. A tanto dolore univasi pur anche la considerazione del pericolo della città stessa, esposta al vittorioso ed insolente nemico, senza aver pronta un'armata, od un alleato che ne assumesse la difesa. All' afflizione successe il sospetto, che tanta sciagura non fosse avvenuta senza colpa del comandante; e tale sospetto valse a suscitare tutte le antiche animosità. Nel Doge, benchè parente, si rinnovarono alla memoria i modi acerbi, e le minaccie usate per indurlo ad accettare il principato, che fermamente ricusato avea; in Pietro Cornaro Procuratore un insulto dal Pisani ricevuto in pien Senato; in Taddeo Giustiniani di lui emulo l' essere stato sempre posposto nelle ambite dignità; in quasi tutti i cittadini si destò; l'invidia della sua gloria. Ad alimentare il fuoco si aggiunse, che gli Avvogadori di que'dì, essendo stretti parenti e dei provveditori e de' sopracomiti più ragguardevoli o morti, o fatti prigionieri nella battaglia, anelavano di far vendetta sopra di lui; talchè quell' uomo, che testè consideravasi il principale sostegno della patria, in questo momento ne venne riguardato il traditore. Ed ecco come gli umani giudizj sì riguardo agli avvenimenti, che alle persone, dipendono quasi sempre da cose estrinseche al merito, e come la gloria o il baasimo sono spesso il prezzo della buona o cattiva fortuna! Dal che ne deriva, che il primo danno che accade ad un infelice benchè innocente, quello si è di vedere macchiato ciò che avea di più caro, l' onore. Gl'invidiosi, e i nemici lo colmano di calunnie le più orrende, le quali vengono generalmente ricevute per giuste, giacchè le persone disappassionate ed oneste non osano prendere la difesa della verità, certe di non essere ascoltate, e timorose di venir esse pure avvolte nella di lui sciagura. Nel presente caso adunque i consiglieri, convocato il Gran Consiglio, uniti agli avvogadori cominciarono dall'incolparlo d' imprudenza ne l'aver inciampato negli agguati, e di pusillanimità nel non aver saputo star forte contro il nemico, donde nacque il disordine e lo scompiglio della flotta. Dimostrarono coi più vivi colori, come per cagione di lui avea perduto la Repubblica il nerbo delle sue forze, l'uso e la libertà dei mari, la navigazione, il commercio e la fede de' cittadini e de' forestieri; per lui essere stata offesa la dignità del principato e messa in pericolo; per lui abbandonate al nemico le sostanze, il danaro, i viveri e perfino i proprj conconcittadini. E tanto dissero contro di lui da indurre il Gran Consiglio ad annullare solennemente l'atto della sua esaltazione al posto generalizio, ed a richiamarlo con pubblico decreto tra ceppi alla patria. Vi giunse egli: e smontato dalla capitana alla piazzetta di san Marco, venne accolto da una folla di popolo, che stava in sul tumultuare, scorgendo quelle oltraggianti catene, onde la malevolenza de'grandi gli aveva avvinti i piedi e le mani. Ma egli con volto grave e tranquillo acchetò il popolo, assicurandolo di non temer di nulla, ben certo, che narrato il fatto com'era accaduto, ogni sospetto di colpa contro di lui sarebbesi dileguato. Dopo ciò francamente salì le scale del palazzo, e si presentò in pubblico Collegio. Ivi insipirato da una pura coscienza, comincia la tranquilla sua narrazione, senza accusar chi si sia, ma solo esponendo in prima il cattivo stato della flotta, indi com'era seguita la battaglia; quando inaspettatamente il Doge s'alza con isdegno e disprezzo, gli ordina di non proseguir più oltre, di togliersi dalla presenza del principato, e di passar in carcere per subire un rigorosissimo processo. Ad un procedere così iracondo ed ingiusto il Pisani a grande stento potè contenere il fervido suo temperamento; pure sforzossi di non dar segno d'odio o di livore; e quegli che sin allora dimostrate avea le virtù di un Eroe, prese ad esercitar quelle di una vittima. Rassegnossi alla suprema volontà del Governo, senza più aggiunger parola. La sua stessa invincibile fermezza dovea anche sola comprovare la sua incolpabilità.

Allorchè fu nota la sua prigionia, la moltitudine accorse nella piazza e nella corte di palazzo incredula di tanta ingiustizia. Ognuno interrogavasi a vicenda, fissavasi lo sguardo lagrimante, stringevasi dolentemente la mano, e l' afflizione universale sembrava quella di una famiglia desolata, che perduto abbia l'oggetto ed il sostegno di tutte le sue speranze. Niente per altro fu capace d'intimorire l'inflessibile animo degli Avvogadori, i quali, malgrado le comprovate difese del Pisani, le testimonianze degli ufficiali, delle ciurme, e fino de'prigionieri Genovesi, lo vollero reo, ed ottennero colle loro eloquenti aringhe dal Senato stesso di procedere criminalmente contro di lui. Si venne per ciò a fissare la qualità della condanna. Gli Avvogadori, che per diritto erano i primi a proporre, pronunziano che condotto in mezzo alle colonne di san Marco debba essere decapitato alla vista di tutti. Ne fremette l' intero Senato, e tuttochè a que'tempi gli animi fossero propensi alla fierezza, e frequenti fossero le punizioni ai patrizj, pure non v' ebbe chi acconsentisse a un tale eccesso. Volevasi bensì correggere chi avea esposto l'onore della Repubblica, ma non pareva cosa umana nè cittadinesca l'immolare ad un infame patibolo chi avea riportate tante vittorie, sottomesse più città e sostenute sin allora sì gloriosamente le armi della Repubblica. Dopo molto disputarsi, tramutossi dunque la sentenza in un anno di prigionia, in cinque di esclusione dai pubblici impieghi, e nel pagamento di una grossa ammenda.

Allorchè il popolo intese la condanna del Pisani, non potè più contenersi; cominciò ad alzar la voce, e a disapprovare francamente un giudizio che copriva di vergogna la nazione. Dicevasi, che chi era nato libero come il popolo Veneto, detestar dovea non meno il despotismo, che l'invidiosa ingiustizia, e per sino minacciavasi di non voler più servire sotto altri comandanti. Il Governo mostrossi superiore a queste grida impotenti, e si occupò soltanto in por riparo al pericolo che sovrastava; quand'ecco scorgersi dal campanile di san Marco un ammasso di vele, che s'avvicina. I Genovesi, riparata la loro flotta, ed aumeniata anche colle nostre prede, dopo essersi impadroniti di quasi tutte le nostre isole dell'Istria, inseguirono un vascello Veneto carico di ricche merci, giunsero sino alle lagune, e quivi, dopo averlo preso, il posero a ruba ed abbruciarono sotto gli occhi stessi del popolo accorso sulla spiaggia senza osar nulla opporre. Tale è l' effetto della sorpresa; essa paralizza lo spirito ed il coraggio. I Genovesi, fatti arditi dalla buoua riuscita e dall' inazione de'Veneziani, spingono innanzi la flotta, attaccano l'isola di Pelestrina rimasta deserta per la fuga degli abitanti, se ne impadroniscono, e fanno un incendio generale di tutte le case. Indi si dirigono verso Chioggia, discendono sul lido, mettono il fuoco in varie parti de'borghi, e spiegano sull'acque, con un fasto insultante, le bandiere Venete tolte ultimamente a Vittore Pisani.

Venezia tutta trovossi in grande costernazione. Altro ripiego non potea prendere il Governo che quello di concentrare tutte le proprie forze in difesa della città, fortificando i porti e chiudendone gl'ingressi, Ma mentre davansi questi ordini, il nemico che sconsideratamente erasi ritirato, ritornò sotto Chioggia, l'attaccò a più riprese e per terra e per mare, e comechè respinto con perdita considerabile, pur la Repubblica dovette perdere alla fine la più importante piazza che possedesse nelle lagune. Il nemico entrò in Chioggia.

Giunta l' infausta nuova a Venezia, sonossi campana a martello, gridossi all'armi. Il popolo accorse alla gran piazza, ed ognuno in udire questa fatalissima disgrazia fu colpita da tale disperazione che maggiore non l'avrebbe provata, se Venezia stessa fosse stata in procinto di venir presa d'assalto. Il popolo mormorava de' patrizj come lo avessero abbandonato, ed i patrizj se ne stavano confusi veggendosi sprovvisti del necessario; le donne piangevano amaramente; i fanciulli gridavano per tal confusione; alcuni, carichi dei lor tesori, andavano qua e là cercando i luoghi meno esposti onde depositarli; altri penetrando nelle Chiese si percuotevano il petto, e confessavano ad alta voce i lor peccati, come se giunto fosse l' ultimo istante del viver loro; tutti tenevano per perduta la libertà e il nome Veneto, e senza poter proferir parola, alzavano le mani al cielo implorando soccorso, donde solo si poteva sperare. Pure i Senatori si ragunarono insieme onde proporre alla meglio i mezzi atti a ritardare l'imminente pericolo. Ma che? non v'erano in pronto nè vascelli che potessero resistere ad un primo attacco, nè provvisioni bastanti, e già la fame cominciava a farsi sentire. L' arsenale solo offriva qualche mezzo, avendovi nei cantieri e nei serbato j di che fornire bastantemente una flotta. Tosto furono chiamati al lavoro tutti gli artigiani capaci. Eranvi pur anche pareccie galee disarmate, ed eccitossi la popolazione tutta a compierne l'equipaggio. Quello fu il momento del maggior trionfo del popolo; poichè Taddeo Giustiniani odiato generalmente per la sua alterigia, essendo stato rivestito della carica del Pisani, recossi nella camera dell'armamento, e sedutosi orgogliosamente, circondato dai più potenti, chiamò i popolani a venire ad arrolarsi. Ma ognuno ricusò fermamente di dare il suo nome nei ruoli così della milizia che della marineria, protestando di non voler nè sotto esso, nè sotto verun altro comandante servire, che non fosse Vittor Pisani. Questo solo, dicevasi poter ancora salvare la patria, mentre l'invidia e le indegne passioni lo ritenevano nei ceppi. Le ciurme che avevano combattuto sotto il Pisani, unirono le lor voci a quelle della moltitudine, e così si aggiunse gente a gente, e voce a voce gridando: dateci il nostro capitano Vittore Pisani, ed allora combatteremo. Tai grida non erano nè ingiuste, nè sediziose, pure riuscivano discare al Governo, che incerto del partito a cui appigliarsi convocò il Senato. Si disputò per molte ore; alla fine fu deciso di liberare il Pisani. Come il popolo il seppe, vides immantinente cangiata l'ira in allegrezza, e ritornata, per dir così, in vita la città. Ognuno accorse al palazzo Ducale per vederlo uscire di prigione, e fece rimbombar l' aria di grida di gioja e di plauso. Se ammirammo la costanza e la rassegnazione di quest'eroe nell' avversità, dobbiamo ancor più ammirarlo adesso nella sua esaltazione. Ricevette egli l'annunzio della sua deliberazione con fermezza d'animo e tranquillità di volto. Indi chiese la permissione di trattenersi la notte in prigione; e chiamato un confessore purgò la coscienza col Sacramento della penitenza. All'albeggiar del giorno, la plebe era già affollata alle porte della prigione. Ne uscì Vittore, ma appena avea posto il piede fuori, che la calca se gli fe'incontro ripetendo le acclamazioni: Viva, viva Vettor Pisani! E già la ciurma, superata la calca, sel leva sulle braccia, e il porta in trionfo nelle stanze superiori del palazzo, dove e nobili e senatori in gran numero, e il Doge stesso gli vanno incontro. Chi lo abbraccia, chi gli stringe la mano, chi infine presagisce ogni bene alla patria. Il Pisani mostrasi sensibile a sì solenni dimostrazioni di benevolenza, e prega di poter prima di ogni cosa entrare nella chiesa di san Nicolò, che come abbiamo altrove veduto, è il Santo Protettore de'marinaj, ad assistere alla messa. Allorchè il Sacerdote al terminar del Santo Sacrificio si volse verso di lui, che stava divotamente disposto per ricevere il Sacramento Eucaristico, il Pisani disse altamente agli astanti, che con quell'atto di pietà, egli intendeva di dare una pubblica testimonianza di sincera riconciliazione, e di offerta di tutto se stesso alla patria. Partito poscia dalla Chiesa, recossi al Collegio, che convacato solennemente stava attendendolo. Il Doge gli fece bell'accoglienza per disingannare il pubblico, che il Pisani fosse da lui riguardato di mal occhio. Indi lo esortò a dimenticare le offese, e ad avere a cuore la patria, che oppressa in mille forme veniva da quel momento alla di lui particolar cura affidata. Un'anima meno nobile della sua, sarebbe stata tentata di approfittar della circostanza per esalare il suo risentimento, e rilevare l'immensa ingiustizia di quanto egli ebbe a soffrire. Il Pisani da zelante cittadino, non sentì che la felicità di poter ancora prestare i suoi servigj alla patria. Rispose con quella dignità che gli era propria; ringraziò in prima il Doge della sua liberazione, indi della fiducia che riponevasi in lui; e promise di fare ogni sforzo per poter coll' ajuto di Dio difendere la patria contro ogni nemico. Appena egli ebbe chiuso il suo discorso, che il Doge e tutti gli astanti, commossi di tanta grandezza, lo abbracciarono colle lagrime agli occhi.

Uscendo egli dal Collegio per rientrare a casa sua, venne accompagnato da un'immensa folla di popolo, la cui gioja erasi convertita in una specie di ebbrezza; e non più abbastanza paghi del Viva Vittor Pisani, vi aggiunsero: Viva il Liberator della Patria! A queste acclamazioni, egli si volse sdegnoso alla moltitudine, ed a voce alta e tonante dichiarò, di non voler assolutamente sentire altre acclamazioni che quella di ogni vero cittadino: Viva San Marco! Quest'era forse la prima e l'unica volta che il buon popolo Veneto l'avesse dimenticata.

Nel dopo pranzo del medesimo giorno, fu egli chiamato a consulta dai Savj, urgendo di preparare la città alla difesa contro gli assalti della Lega, che avea ragunate potentissime forze nella vicina Chioggia. Fu allora che il Pisani ricevette una nuova e più prova convinciente dell'amore del popolo verso di lui, giacchè ognuno si offerse di servire sotto i suoi comandi ma egli che comando non avea, e che neppur veleva palesare il mistero per paura di nuovi tumulti, rispose dolcemente, ed insinuò alla moltitudine di recarsi alla Signorìa, onde da quella ricevere gli ordini opportuni. Quando il popolo ni fatti riseppe non esser altrimenti il Pisani il Generale, e durar ancora in quel posto il Giustiniani, si ritirò sdegnato protestando di voler piuttosto lasciarsi tagliar a pezzi da' nemici, che servire sotto di questo; e discendendo le scale ognuno accusava altamente i nobili, che malgrando l'estremo pericolo della patria, conservassero tuttavia l'odio verso di un uomo sperimentatissimo nelle cose di mare, e risplendente di gloria sì per le sue azioni, che per le sue virtù, e caro al popolo. Per tali mormorii i nobili non si rimovevano dal proposito; ma finalmente il timor d'una sollevazione li fece cedere, e con unanimi voti venne rivestito della primiera dignità il Pisani. Non è a dirsi quanto il popolo ne giubilasse, e quanto grande fosse la folla di que' che correvano ad arrolarsi. In tre giorni il numero superò il bisogno.

Intanto che Venezia era tutta intenta alla preservazione dal suo ultimo asilo, e che tutto all'intorno rimbombava del frastuono delle armi ostili, il valoroso Carlo Zen, ad imitazione di Scipione Africano che mentre Annibale era alle porte di Roma portava la guerra a Cartagine, spinse anch'egli la sua flotta sino alla riviera di Genova, bruciando e distruggendo quanto non poteva seco trasportare. Recatosi poscia ne' mari Orientali, predando tutt'i bastimenti nemici che gli venìa fatto d'incontrare, depose in Candia i prigionieri, penetrò fino nella stessa Costantinopoli, dove gli riuscì di debellare i Genovesi e tutto il partito di Andronico, discacciar questo, restituire il trono all'imperator Calogiani, apportando poscia infiniti danni ai Genovesi di Pera. Ma il nostro pericolo era sì imminente, che malgrado tutti gli sforzi di Vittore Pisani, de' quali parlano minutamente le Storie, fu necessità chiamare anche il Zen in ajuto della patria. Questi abbandonò tosto ogni sua nuova impresa, lasciando per ogni dove un nome sì formidabile, che mai non ne fu spenta la memoria.

Il Senato Veneto, perchè nulla rimanesse intentato, volle anche cercar la pace. Mandò a Chioggia i molti prigionieri Genovesi che avea, e li offerse gratuitamente a Pietro Doria, mescendo insieme proposizioni di accomodamento. Ma quel superbo, lungi dal prestare orecchio ai deputati Veneti, rispose in aria sprezzante, che non si curava punto del dono, poichè fra pochi giorni sarebbe già andato egli stesso a Venezia a liberar quelli, ed anche gli altri loro compagni. Si volsero allora le mire sopra il Carrarese Signor di Padova. Il Doge gli scrisse una lettera per sollecitarlo a spedirgli i passaporti, perchè i deputati Veneti potessero presentarsi a lui ed introdur trattative. Ma egli pure, fatto altiero de' suoi proprii successi, prese quest'atto come una specie di sommessione, e rispose con arroganza, che non ascolterebbe gli Ambasciatori della Repubblica, se non se dopo esvere venuto a por la briglia ai quattro Cavalli di bronzo che stanno sulla porta maggiore della Chiesa di San Marco. Non rimaneva altra speranza che quella di persuadere il re di Ungheria a rappacificarsi, e si volle tentarla; perchè è certo, che se potevasi separare un solo degli alleati, Venezia avrebbe immediatamente cangiato di condizione. A quest'effetto dunque il Senato gli spedì ambasciatori; ma quel re fece sì esorbitanti dimande che anche tutte le ricchezze de' Veneziani di quel tempo bastato non avrebbero a soddisfarlo…

Il Senato offeso, irritato, indignato contro sì prosontuosi nemici, prese la ferma risoluzione di fare ogni sforzo ed i maggiori sagrifizj per trionfare di tanta animosità, e salvare la pubblica indipendenza. Il popolo stesso, quel popolo, che pur non avea, siccome i patrizj, da difendere nè i nomi, nè il potere, s'unì negli stessi sentimenti, e volonteroso accorse ad offrir vita e sostanze sull' altar della Patria. Le donne Veneziane anch'esse, emule delle generose Romane all'occasione di Brenno, e dopo la disfatta di Canne, fecero a gara nel portare al pubblico tesoro smaniglie, perle, gemme ed altri preziosi ornamenti; e se quelle antiche ricevettero per ricompensa un ampio elogio recitato dalla Tribuna, io credo, che le nostre (tanto era il loro patrio entusiasmo) avrebbero sdegnato una simile fastosa mercede.

Ad onta di tanto favore, l'idea del pericolo erasi così ingigantita, che, a detta di alcuni scrittori, si agitò in Senato la proposizione di abbandonar Venezia e di trasportare la sede del Governo in Candia o a Negroponte. Ciò per altro non è a crede si, e particolarmente per l'impossibiltà dell'esecuzione. Il Doge ed alcuni pochi Magistrati avrebbero ben potuto imbarcarsi sperando di fuggire alle flotte nemiche; ma una tal partenza avrebbe avuto la sembianza di un'evasione, e di un vergognoso abbandono della patria. D'altra parte, lasciare i suoi focolari, le sue ricchezze, il suol natìo per conservare l'indipendenza in un'isola lontanissima, sarebbe stata azione sublime, se la nazione tutta avesse potuto prendere egual parte in sì nobile risoluzione; ma come mai imbarcare tutta la numerosissima popolazione, in un momento in cui non v' era nemmeno una flotta bastante a ricevere i principali cittadini, e a protteggere la loro fuga? Non v' avea dunque che un sol partito da prendere, quello di perire par la patria, o colla patria. La eroica risoluzione venne premiata subito da un qualche vantaggio riportato, per cui si conobbe che tutto non era ancora perduto, benchè il nemico fosse a Malamocco, cioe a cinque miglia dalla Capitale.

Il Governo approfittò della favorevole circostanza per decretare l'apparecchio di quaranta galere; e tale fu la sollecitudine del popolo nel presentarvisi, che in tre giorni 34 erano già equipaggiate, ed i soggetti più cospicui tra i nobili furono destinati a comandarle. Indi il Doge Andrea Contarini, presentatosi in mezzo al Popolo perorò da vero cittadino con commozione di tutti; raccomandò il governo della città agli Ottimati, e fece celebrare con grande solennità la Messa allo Spirito Santo. Terminata questa, fece egli inalberare sulla galea di Luca Contarini lo Stendardo Ducale, s'imbarcò il primo, benchè fosse più che settuagenario; lo seguirono i suoi Consiglieri, e venne accompagnato dai più vivi applausi, dalle lagrime di tenerezza, dalle benedizioni di tutto il Popolo. Questa veramente patriottica condotta del Doge fece la più viva impressione. Non era svanito dalla memoria, che al momento della sua elezione a Doge, egli n' era stato sì afflitto, da ricusare costantemente un tanto onore, dicendo di non esser assolutamente capace di sostenerlo degnamente, ed avendo resi vani i consigli e le preghiere de' suoi amici e congiunti, avea costretto il Senato, per vincere la sua ostinazione, a spedirgli un Avvogadore, che gli dichiarasse di sottomettersi ai voti della Nazione, o di essere considerato come reo di Stato per la sua disubbidienza. Parve adunque un miracolo il suo cambiamento; ma non riflettevasi forse alla differenza de' tempi. All'epoca della sua elezione la Repubblica era in pace con tutte le potenze; un ordine esatto in tutto conservava la tranquillità interna; ed il commercio floridissimo rendeva tutti opulenti. Quindi ogn'individuo poteva godere allora un felicità a sua voglia, senza punto mancare a' suoi doveri, ma all'epoca presente, lo stato infelicissimo della Repubblica esigeva che ogni buon cittadino dimenticasse sè stesso per dedicarsi interamente ad essa. Così pensava il Doge Contarini, e così operò; e ben si vede non esservi cosa più capace d'inspirare andore e coraggio ai marinai ed ai soldati quanto l' esempio illustre di chi dirige lo Stato. Decretossi, che una porzione del Senato s'imbarcasse con lui per assisterlo ne' Consigli, e per dirigere le operazioni della guerra. Indi altro partito fu preso per tener vivo il fervore nel cuor de' cittadini: che le trenta famiglie popolari, che si fossero distinte nel prestar utili servigi alla Patria, sarebbero state, dopo la pace, ammesse colla pluralita de' voti al patriziato, e che le altre otterrebbero pensioni e gratificazioni; ed essendo forestiere, il fregio e i diritti della cittadinanza. Il Decreto fu assai avveduto e saggio. Esso non mirava già a porre vergognosamente in vendita il patriziato, ma di quest'eminente prerogativa si valeva come d'un pungolo potentissimo ad avvivare lo zelo, e d'una larghissima ricompensa a coronarlo. Niente in fatti può esservi di più giusto quanto il nobilitare per tal modo la virtù ed i servigi resi alla Patria. L' ambire e ostentare tanto onore senza meriti, è cosa egualmente spregevole, quanto l'invidiarlo e contrastarlo a chi per antico diritto il possiede, senz'averlo mai demeritato. In Venezia particolarmente era più solido e reale che altrove, poichè ad esso esclusivamente era attaccato il diritto a tutte le Magistrature dello Stato. I nuovi nobili per merito potevano dunque rivaleggiare con que' che traevano l'origine dalle famiglie più rispettabili di Roma e dell'antica Venezia, dalle quali scesero anticamente i Tribuni che governarono per alcun tempo le isole: famiglie che senza ricorrere ad una genealogia favolosa, possono vantare una nobiltà più antica di qualunque casa oggidì più risplendente. La speranza di ottenere un sì bel privilegio, in aggiunta al patrio amore, fece fare sforzi prodigiosi a danno del nemico che osava assai spesso uscir baldanzoso dal Forte di Brondolo. Si raddoppiò grandemente il coraggio allorchè la tanto sospirata flotta di Carlo Zen giunse in porto, recando seco buon numero di navigli carichi di prigionieri e di ricche spoglie nemiche di somme rilevanti di danaro, e di abbondantissime provvisioni di viveri. Con quest'aumento di forze, sotto gli ordini di un guerriero sì illustre, Vittor Pisani non può più moderare la sua ardente brama di accettar la disfida del nemico, che non cessava d'istigarlo e vilipenderlo per tal ritardo. Ne chiede egli la permissione al Doge, ed ottenutala, esce pieno d' animo e di esultazione dal porto, allarga le sue venticinque galee e le distende in vasto giro. A tal comparsa il comandante nemico, che non era più il Doria, nè alcuno di que' tanti volorosi i quali periti erano negli ultimi fatti, ma un certo Matteo Maruffo, orgoglioso ed insolente, fa suonar le trombe, raccogliere i navigli, e si accinge a sostenere arditamente l'attacco. Stavansi spettatori sì gli assedianti, che gli assediati; i primi dai legni dell'armata di Lova; i secondi dai tetti delle abitazioni di Chioggia, mandando tutti gradissime grida per dar coraggio alla sua parte, quando con universale sorpresa si vide tutto ad un tratto il Maruffo levarsi e prender la fuga. Il Pisani lo insiegue, ed il rimanente della flotta se ne rimane ferma alla bocca del porto di Cioggia, tuttochè di continuo tormentata da' colpi delle bombarde, che dalla piazza vanno a ferire lo stendardo della stessa galera del Doge. Ma questi intrepido non volle mai che la sua armata si ritirasse, dando egli, benchè il più esposto, l'esempio agli altri di un'eroica fermezza. Il presidio di Chioggia, vedendo che nulla bastava a fare che i Veneziani si rimuovessero dall'assedio, perduto il coraggio, e sempre più travagliato dalla fame, e disanimato dal pericolo, si mise in tale disperazione da cercare unanimamente la fuga e di salvarsi sopra piccole barche. Il Zen a tempo se ne accorge, impedisce l'evasione, s'impadronisce di cinquanta di quelle barche, uccide una gran quantità di que' fuggiaschi, molti ne fa prigionieri, e solo uno scarso numero può salvarsi rientrando in Chioggia. Disperati della loro situazione, studiano altro mezzo di salvar la vita. Spediscono deputati a Carlo Zen per offerirgli oro, argento, armi, la città stessa, purchè vengano rimandati liberi ai loro nazionali. Il Zeno, sdegnato altamente di questo vile mezzo di arrendersi, lo rigetta; nondimeno ne informa il Principe, il quale non men di lui sentì quanto sarebbe stato disonorevole il lasciare partire liberi que' nemici implacabili de' Veneziani. Si giurò anzi di non voler giammai accettare veruna condizione che fosse proposta da' Genovesi. Questi alla fine stimolati dalla fame e mancanti di lena, giacchè la maggior parte di loro era omai ridotta ad inghiottir le correggie degli scudi mollificate e cotte nell'acqua bollente, dovettero spedire ambasciatori al Doge per tentare colle preghiere e le lagrime di ottenere la vita, ma non già di liberarli per allora della prigionia. Videsi tosto levar dalla torre lo Stendardo Genovese e aprirsi le porte della città. Il Zeno con un grosso distaccamento fece il suo solenne ingresso quel giorno stesso, cioè il 22 giugno dell'anno 1380. S'impadronì di quanto rimaneva della flotta nemica, consistente ancora in vent' una galere, e in molti altri navigli. La guarnigione era forte di 4170 Genovesi, di 168 Padovani, di alcuni Friulani e di un piccolo numero di Greci e di Dalmati, che vennero disarmati e lasciati tutti partire. I Padovani e i Genovesi furono spediti a Venezia e posti in prigione. Allorchè si presentarono quelle faccie sparute e livide, que' corpi, per così dir, disseccati dalla fame e da' patimenti del lungo assedio, i buoni Veneziani si sentirono sì vivamente commossi, che accorsero colla più viva premura per ajutarli; ma il loro stomaco esausto di forze era cagione, che molti perissero; tanta era l'avidità con cui prendevano il nutrimento. Furono somministrati loro abiti, coperte, legna ed ogni cosa opportuna. Assicurasi inoltre che molte donne, ed anche alcune matrone, postergando ogni rancore verso coloro che in guerra uccisi aveano i loro padri, figli e mariti, e tentato ogni modo per invadere la loro patria, ed occupare le proprie abitazioni, abbiano esse per solo impulso di pietosa umanità, prestato nelle carceri a quegl'infelici tutti li possibili soccorsi. Tutto ciò merita di essere registrato negli annali della sensibilità.

Il governo pensò di dare al ritorno del Doge un aspetto trionfale; e frattanto che si attendeva ai preparativi, furono spediti dodici nobili per felicitarlo del prospero successo di un'impresa in cui egli avuto avea sì gran parte. Di due cose particolarmente egli era benemerito. L'una dell'essere stato il primo ad ipotecare la sua rendita ed a fondere tutta la sua argenteria per soddisfare ai bisogni dello Stato, dando col suo esempio una lezione di generosità a tutti i cittadini. L'altra di aver voluto mettersi egli stesso alla testa della flotta, e di averla sempre animata in modo da ottenere effetti prodigiosi. Qual elogio non meriterebbe in oltre, considerando la fermezza con cui in un'età tanto avanzata sostenne le fatiche e i pericoli d' un assedio di quasi dieci mesi?

Il primo luglio il Doge Andrea Contarini lasciò la flotta per restituirsi a Venezia. Giunto all'isola di S. Clemente vi trovò il Bucintoro pieno di Senatori per riceverlo e accompagnarlo. Tutti gli abitanti della città accorsero ad incontrarlo; le barche ed i battelli coprivano la laguna. La lunga riva degli Schiavoni, tutte le finestre delle case erano piene di gente; ne formicolava sino su i tetti. Allorchè fu visto da lungi avvicinarsi il magnifico naviglio, che bastava solo colla sua comparsa a risvegliare in ogni veneto cuore il sentimento di un superbo patriottismo, ed in quello d'ogni forestiere illuminato una viva ammirazione, le grida di gioja superarono lo strepito delle campane ed il rimbombo dell'artiglieria. Per sopra più, vi giungeva esso questa volta remigato con remi presi al nemico, e seguito da un buon numero di galee, che appartenuto aveano ai Genovesi. Era quello paviglionato in tutta pompa, ed ornato di nuovi trofei. Gran quantità di bandiere nemiche circondavano lo scudo del capitan Generale genovese, ch'era formato, secondo l'uso di que' tempi, di cuojo cotto; nel centro eravi in alto rilievo lo stemma del comune di Genova, il S. Giorgio a cavallo di gesso dorato. In fine tutto formava uno spettacolo veramente incanta ore. Approdato il Bucintoro al molo, ne uscì il Doge coll'augusto suo accompagnamento; ed in mezzo alle acclamazioni le più sincere. Non potè egli ritener le lagrime della commozione nel sentirsi acclamato padre e salvatore della patria, quantunque pur tutti avessero avuto sì gran parte nella sua difesa. L'espressione di ognuno può meglio, che dalla mia penna, conoscersi dal gran quadro di Paolo veronese nella facciata della pubblica Biblioteca, dove questo celebre pittore con tinta calda e saporita rappresentò l'arrivo trionfale del Doge a Venezia.

I primi suoi passi furono diretti alla basilica di S. Marco, onde ringraziare l'Altissimo della protezione accordatagli, e di avere coronto con sì felice riuscita i suoi voti. E veramente compiuta, si può dire, che fosse la grazia; giacchè la mediazione del Duca di Savoja procacciò a Venezia, non solo co' Genovesi, ma con tutte le potenze alleate la desideratissima pace. Tuttavia v'ebbero molte difficoltà da superare, l'ultima delle quali si fu una specie di puntiglio. Le due parti principali di questa guerra, cioè Genovesi e Veneti, si erano entrambe ostinate, per certo mal inteso decoro, di non esser le prime a chiedere la pace. Alla fine i plenipotenziarj Veneti terminarono la questione, dicendo: Noi la domandiamo non già come vinti, o costretti a chiederla, ma come vincitori e trionfanti. Gli articoli della pace dimostrarono effettivamente la verità dell'asserzione, e le conseguenze della guerra comprovarono vie più la superiorità della Repubblica di Venezia su quella di Genova. L'una e l'altra sostennero press'a poco gli stessi mali durante la guerra, ma come questa cessò, ben diversa fu la loro sorte. Per Genova cominciò l'epoca della sua decadenza. Essa non solo non fu più in caso di pretendere al grado di primaria potenza in mare; ma a cagione delle sue continue discordie interne, del suo irregolare, confuso ed instabile governo, cadde or nella civile or nella estrania tirannia, attraendosi con tal condotta la non curanza, anzi la disistima delle nazioni. Venezia al contrario, divenuta vincitrice di quasi vinta ch'ell' era, dopo di aver resa inetta la sua rivale, scortata dalla fama, accompagnata dalla gloria, si rese non solo padrona de' mari e del commercio, ma fece in breve sì rapidi progressi anche in terra, da rendersi potenza considerabilissima, influente ne' grandi affari politici, temuta per la sua forza, ed ammirata sempre più per il suo saggio ed illuminato governo…

Gli articoli della pace furono adunque segnati. Se ne pubblicò a Venezia la nuova, che venne ricevuta colla massima esultazione. La prima cura del governo fu l'eseguimento del decreto del primo dicembre 1379 per la scelta dei nuovi nobili. Cominciossi dal dichiarare, che tutti quelli che credevano di avere prestato maggiori servigi alla Repubblica per la liberazione di Chioggia, e che aspiravano all'onore del Patriziato, dovessero dare i loro nomi alla Cancelleria Ducale, con una notizia esatta di quanto avevano operato. Sessanta cittadini s'inscrissero nella lista de' Candidati. Molti più avrebbero potuto concorrere, se la morte non li avesse rapiti o sotto Chioggia o tra i disagi della prigionia.

Li tre settembre si convocò il Maggior Consiglio. Vi furono letti tutti li nomi de' concorrenti, e si confrontarono i meriti degli uni cogli altri. Nè la nascita, nè alcun'altra qualità personale aver poteva nessuna influenza; i soli servigi resi nell'ultima guerra dovevano venir corouati. Ogni nome fu ballottato separatamente. Questi esami, e queste ballottazioni occuparono tutta la giornata, ed una gran parte della notte, cosicchè non vi fu più tempo per allora di manifestarne il risultato.

Il dì 4 finalmente pubblicaronsi a S. Marco ed a Rialto i nomi dei trenta individui, che col maggior numero di voti erano stati eletti membri del gran Consiglio, per dover essi, i loro eredi e discendenti, essere ricevuti, tenuti e considerati nel numero de' Patrizj, ed avere gli stessi onori, le stesse prerogative, la stessa parte al governo di tutte le altre famiglie patrizie.

Fu ammirabile l'imparzialità de'nobili, poichè tutti gli eletti furono tratti dalla classe del popolo. Se non ci fosse stata la ferma intenzione di eseguire a puntino il decreto, non sarebbero mancati pretesti per dar la preferenza a persone di nascita meno umile, che quella non era de' prescelti… Nè Venezia ebbe certo a pentirsi di avere seguito anche in quest'incontro le sue regole generali di giustizia e di osservanza alle sue promesse; poichè i servigi, resi da queste famiglie nella successione de' tempi, hanno ben meritato quel rispetto che tutte le nazioni accordano ai nomi celebrati nelle storie.

Nel giorno 5 i trenta Candidati seguiti dai loro parenti, dagli amici, e da una gran folla di spettatori, si recarono alla basilica di S. Marco, avendo ciascuno in mano una candela accesa. Assistettero al divin Sagrificio con una divozione esemplare. Si recarono poscia tutti insieme al palazzo Ducale, e presentatisi al Doge ed alla Signoria, ringraziaronlo dell'insigne beneficio, offrirono l'opera loro e la vita stessa per l'onore della Repubblica e giurarono fedeltà nelle mani del Principe; ed alloraquando furono compiute tutte le formalità, felici ed allegri rientrarono nel seno delle loro famiglie a celebrarvi, ognuno a suo modo, una festa, che divenne con ciò una festa nazionale, di cui non perdettero giammai la rimembranza.

Non pago per questo il Governo, volle che più suntuosamente si celebrasse la pace con giostre e varj altri spettacoli, atti a far riprendere la naturale giovialità interrotta dalle calamità della patria. A goderli concorse tutta la numerosissima popolazione, non che una immensa quantità di forestieri. Il bel sesso, che con singolare e spontaneo eroismo escluso avea per tutto il tempo della guerra qual si sia festa o passatempo, intervenne a questi; e così il comun giubilo prese un aspetto di maggior gentilezza e diventò più perfetto.

Il popolo avrebbe pur anche desiderato che venisse instituita un'annua festa, ma il Senato per giusti motivi non giudicò sano l'acconsentirvi; bensì combinandosi che appunto in quel medesimo giorno celebravasi altra vittoria contro i Genovesi, decretò a soddisfazione del popolo, che il dì di S. Marziale fosse più solenne di prima. In che poi consistesse quest'aumento di splendore non sapremmo additarlo, perchè sin da tempi lontani non conoscevasi più questa festa, che come una delle tante Sagre che si solenneggiavano a Venezia. È però a credere, che festeggiandosi in tal giorno queste nostre vittorie, il Doge stesso col suo augusto corteggio, montato ne' suoi maestosi Peatoni, intervenisse alla chiesa di S. Marziale per assistere alla messa cantata, e dare così maggior risalto a questa festività; ma anche ciò era andato in disuso, anzi in dimenticanza. Era però rimasto sempre giorno festivo il primo luglio, in quanto che in esso le faccende forensi cessavano, ed il popolo concorreva annualmente tutto giulivo alla parrocchia di S. Marziale, essendovi rimasto l'effetto, benchè si fosse smarrita la causa.

Festa per la vittoria navale alle Curzolari. pag. 3

—del Redentore. 45

—del giorno di S. Rocco 60

Relazione delle Feste offerte in Venezia a S. M. Federico IV re di Danimarca e di Norvegia. 69

Festa del Corpus Domini 129

—del ricuperamento di Chioggia 153

FINE DEL VOLUME QUARTO.



ORIGINE
DELLE
Feste Veneziane
DI
GIUSTINA RENIER MICHIEL

VOLUME QUINTO.

MILANO
PRESSO GLI EDITORI DEGLI ANNALI UNIVERSALI
DELLE SCIENZE E DELL'INDUSTRIA
MDCCEXXIX.

TIPOGRAFIA LAMPATO.

Seguì nel 1627 l'estinzione della linea mascolina dei Duchi di Mantova, alcuni tra' più gran principi d'Europa rivolsero su quello Stato le loro mire. Pure l' ultimo Duca Vincenzeo Gonzaga avea nominato solennemente per testamento in suo legittimo erede e successore Carlo Gonzaga Duca di Nevers, come il parente più prossimo di sangue; anzi, a quest' effetto, aveva fatto venir di Francia il di lui figlio Carlo principe di Rhetel creandolo suo luogotenente generale. E per consolidare viemaggiormente le ragioni di lui, aveagli prima di morire, fatto sposar la nipote Maria, figlia di suo fratello Ferdinando, ottenutane la permissione dal Pontefice. Difatti, non sì tosto morì Vincenzo, che il principe di Rhetel prese le redini del governo, e ricevette da tutt'i sudditi il giuramento di fedeltà in nome del padre, il quale subito abbandonò la Francia, e giunse a Mantova, dove fu accolto e riconosciuto da' Mantovani come il principe legittimo, e il loro vero sovrano.

Non potevansi non riconoscere validissime le sue ragioni, ed equa la sua causa; ma gli Spagnuoli, già fatti forti in Italia, vi si opposero col pretesto, ch'essendo il nuovo Duca nato ed educato in Francia, disdiceva, che un principe suddito di quella corona dominasse in Italia. L' Austria mostrandosi di cedere alle instigazioni degli Spaguuoli spedì in Italia un commissario per prendere possesso del Monferrato, e di Mantova con tutte le loro pertinenze, intimando al Duca d' accordare che vi fossero guarnigioni tedesche in Mantova sino alla decisione dell'affare; ma questi non fu persuaso di cedere ad alcuno de'proprj diritti. Ecco dunque di nuovo la guerra in Italia. La Francia si dichiarò in favore del Duca; e la Savoja fu costretta ad allearvisi, benchè a malincuore, essendo moltissimo irritata pel matrimonio sopra indicato, che disturbava le sue mire sul Monferra to. La Repubblica di Venezia venne ricercata da tuttadue i partiti. Trovossi essa nel maggiore imbarazzo per la scelta. Non voleva allearsi all'Austria, ma non amava neppure confederarsi alla Francia, poichè già sin d' allora aveva esperimentato gli effetti de' suoi rigiri e de'suoi inganni. Pure fu d'uopo vincere ogni avversione, e scegliere fra i mali il minore. Riflettendo adunque particolarmente, che se la fortezza di Mantova, per la sua prossimità agli Stati Veneti, caduta fosse nelle mani del più forte, com'erano quelle dell' Austria, vi sarebbe stato molto di che temere per sè, risolse di prendere le difese del debole Duca di Nivers, e di unirsi alla Francia. Il Senato mandò quindi ambasciatori a Luigi XII per annunziargli questa risoluzione, e per eccitarlo anche a spedire pronti e forti soccorsi al Duca di Mantova, poichè il suo pericolo aumentavasi di giorno in giorno. Ma la Francia operava assai lentamente, e la Savoja più ancora; di modo che ben presto si videro grossi corpi di truppe austriache discendere dalle Alpi Retiche, e spargersi nel fertile territorio Mantovano, che devastarono, e nel quale, per soprappiù, disseminarono anche il contagio. Il Generale Aldringher, che comandavale, non trovava quasi mai opposizione nelle sue marcie, poichè le truppe del Duca si ritiravano precipitosamente, non amando punto il suo signore, al quale non obbedivano che per forza. Quest'avversione del popolo pel suo sovrano era il maggiore di tutt' i i mali, come sempre accade nelle occasioni pericolose. Egli veniva raggirato nei consigli, riempiuto di falsi timori, ed insidiato in tutte le guise, ad oggetto di accelerare la sua rovina. Alloraquando le truppe imperiali avanzarono al punto di minacciare il borgo di S. Giorgio, i cortigiani lo persuasero di cederlo all'Aldringher in segno di rispetto verso di Cesa re, potendo in tal modo sperar di otte nere un onesto accomodamento. Animato il comandante da un avvenimento così inatteso, ordinò immediatamente di andare a prender Goito. Ma come riuscirvi? Situato all'estremità del Mincio, la sua posizione lo rendea quasi inespugnabile; oltrechè era ben provvisto di difensori, d'armi e di mura; pure ai primi attacchi gli abitanti vollero assolutamente arrendersi, malgrado la resistenza della guarnigione, quasi tutta veneziana, che come quella del borgo intendea di difendersi ad ogni costo. Convenne però cedere. Allora gli Austriasi entrarono in fiducia di poter prender Mantova per sorpresa. Il valore de' Veneti vi si oppose; ma uno sciame di ribelli, sedotti dall'oro, rese inutili le opposizioni. Nella notte dei 18 luglio 1630 vennero gl'imperiali da due parti ad attaccar Mantova. I traditori, secondo il concertato, fecero smontar le truppe vicino al baluardo del Giardino, dando a credere agli assediati esser quello il soccorso atteso: ma videro invece uccidersi le sentinelle ed empiersi tutta la città di Austriaci. Il Duca, all'annunzio di questo terribile avvenimento, si salvò con suo figlio ed il maresciallo di Francia d'Estrè nella fortezza. La principessa Maria rimase in palazzo, dove fu trattata con poco rispetto, e di là condotta in un convento di religiose, e postevi guardie armate. Il comandante s'impossessò del palazzo Ducale, che per ricchezza di addobbi, per preziosità di pitture, di sculture, ed altri insigni lavori, era giustamente risguardato come una delle maraviglie del suo tempo. Tutto andò a sacco, a ruba; e lo stesso avvenne nel resto dell'infelice città. Nè chiese, nè monasteri, nè case private andarono esenti dalla violenza militare e dalla rapina. Quindi non è a sorprendersi se venne smantellato e distrutto anche quel famoso palazzo, in cui il celebre Vittorino da Feltre avea informati nelle lettere e nella morale non solo i figli del Duca Francesco Gonzaga, ma tanti altri preclari giovani, che accorrevano da ogni parte d'Italia per prfittare delle sue insigni lezioni. Era il palagio piantato presso a vaste praterie, ed un po' lungi dai luoghi abitati, perchè non vi fossero distrazioni. Il circondavano ombrosi passeggi interrotti ora da larghi bacini d'acque popolate di pesci, ora da fontane zampillanti. L'interno avea lunghissime gallerie ben ornate; v'erano sale e camere ariose e lucide, sulle cui pareti vedeansi dipinti varj garzoncelli in attitudini graziose e scherzevoli, secondo i differenti giuochi che rappresentavano; e fu appunto per questo, che acquistò il nome della Giojosa. Tutto in esso contribuiva a perfezionare il cuore, il corpo e lo spirito. Se furibondi soldati poterono distruggere un luogo tanto bello e rispettabile, non valsero però a cancellare la memoria del suo antico abitatore, nè gli effetti felici de' suoi insegnamenti, che, mediante i suoi discepoli, sparsero poscia per tutta l'Europa, la dottrina, il buon gusto, la religione e gli ornati costumi.

Il Duca vedendosi tradito da' sudditi, e perfino da' suoi congiunti, sui quali pur tanto fidava, risolse di rendere anche la fortezza, a condizione, ch'esso colla moglie, col figlio e col maresciallo d'Estrè fossero condotti in luogo di sicurezza, e che le truppe della Repubblica potessero andarsene liberamente. I Tedeschi, avendo acconsentito a tutto, presero possesso della fortezza, fecero scortare gl'illustri assediati da due compagnie di cavalleria sino a Melara nel Ferrarese, dove quest'infelice principe ricevette dalla Repubblica tutti i soccorsi necessarj al suo sostentamento.

Per buona sorte d'Italia, Cesare, distratto in Germania da maggiori cure, depose i pensieri guerreschi. La Spagna credendo di non potet da sè sola estendere le sue conquiste in Italia, e desiderando d'altronde di consolidarsi ne'dominj già acquistati, rigu ardò la pace come il mezzo più acconcio alle sue viste. Il Duca di Savoja, oppresso dalle sue sciagure, era morto da un colpo apopletico, ed il suo successore Vittorio Amadeo si dispose subito sinceramente alla pace. Il re di Francia sperando di trarre dal nuovo Duca di Savoja vantaggi molto maggiori, poco si curò più degl'interessi del Duca di Mantova, e desiderò anch'egli la pace. La Repubblica di Venezia, alla quale tanto avea costato questa guerra, sospirava di venire ad un accomodamento onorevole, particolarmente per poter estirpare affatto l' orribile peste, ch'erasi introdotta anche ne' suoi Stati di Terra-ferma, e che faceva orribile strazio de' suoi fedelissimi sudditi. Non fu dunque difficile convocare una Dieta a Ratisbona, e convenire sollecitamente sugli articoli della pace, in uno de' quali fu restituito ai Veneziani tutto il terreno da essi perduto in questa sventuratissima guerra; il che è una nuova prova della loro sagace politica nel trattar gli affari, essendo non di rado avvenuto, che sebben perdenti, ritraessero al momento della pace tali vantaggi, come se fossero stati vincitori. A ciò contribuiva pur anche l'opinion generale, che sussisteva tuttavia della loro forza. Nacque da questo doppio motivo, che trionfassero altresì nelle differenze insorte nel corso stesso di questa guerra; l'una colla corte di Roma, l' altra colla Spagna, le cui particolarità risparmieremo di raccontare per non deviar maggiormente dal nostro principale soggetto.

Il prospero fine di questi avvenimenti meritava certamente di venir celebrato in Venezia, come sempre usavasi di fare, con feste solenni; ma troppo generale era allora la tristezza per dar luogo a idee di solazzo. Il miasma pestilenziale erasi già introdotto nella Metropoli stessa. La filosofia, le scienze, e tutte le provvide cure del governo non avevano potuto impedire che questo terribile flagello non si dilatasse grandemente. Ad ottener ciò avrebbe bisognato il concorso unanime di tutte le potenze; ma queste non erano ancora abbastanza illuminate per potere, come si è fatto dopo, relegarlo in Oriente, dove sotto la tutela dell'ignoranza e della superstizione si conserva tuttavia, e sempre si riproduee. I nostri padri non avevano mai cessato di far il possible per distruggere sì fatal malattia. Tutte le regole, tutti gli ordini, tutti i soccorsi d' ogni genere usati per la pestilenza, particolarmente del 1578, e per altre, furono anche in questo incontro puntualmente eseguiti, ottimamente disposti, ed opportunamente applicati. Anzi per quel lume che viene dalla trista esperienza, novelle previdenze si aggiunsero in tale occasione; ond' è, che il Codice Sanitario Veneto riuscì poscia sì compiuto, che meritò di venir preso a modello da tutte le più colte nazioni Europee. Ad onta di tutto questo, il mortifero crudelissimo veleno infettava ogni giorno un gran numero di persone. Lo spavento e la disperazione stavano dipinti sul volto di quelli, che non n'erano ancora tocchi.

Il Doge Nicolò Contarini ed il Senato, dopo lunghe preghiere e digiuni, risolsero di ricorrere all'intercessione di Maria Vergine, ed alle suppliche aggiunsero il voto di erigere in suo onore un tempio col titolo della Madonna della Salute, obbligandosi di andar a visitarlo tosto che si avesse ricevuto il favore così vivamente implorato. Ed un altro voto pure aggiunsero; di rinovare ogni anno tal visita nel giorno della Purificazione di Maria Vergine.

La peste, che cominciato avea in luglio 1630, e che in sedici mesi avea distrutte nella sola città di Venezia circo 80,000 persone, e più di 600,000 nelle provincie, cessò nel mese di novembre 1631. Immediatamente il Governo si affrettò di adempiere alla solenne sua promessa. Fu scritto agli ambasciatori presso tutte le Corti (siccome si usava di fare ogni qual volta trattavasi della miglior scelta o di persona o di cosa), affinchè invitassero gli artisti più celebri di tutte le nazioni, a spedire i loro disegni o modelli per un Tempio grande e magnifico da erigersi sul Canal grande, vicino alla dogana di mare, e degno d'esser dedicato alla Madonna della Salute.

Ma la pietà del Senato non volle iudugiar sino all'erezione del Tempio ad attestare solennemente la viva riconoscenza sua e dei Veneti per un sì segnalato beneficio. Dietro gli ordini emanati si vide, come per un prodigio, nel luogo stabilito innalzata in quattro giorni una Chiesa di legno atta a contenere un numero immenso di persone, e fu coperta di addobbi così sontuosi da non potersi valutare il prezzo. Fu piantato ad una certa altezza un altare, sopra il quale si collocò l'immagine di Maria Vergine. Apprestaronsi tutti i sedili per il Doge, la Signoria, gli Ambasciadori ed il Senato. E siccome per recarsi dal palazzo pubblico a quel sito conveniva attraversare il gran Canale, si fe' costruire un ponte artificiale, simile a quello che facevasi all'occasione della festa del Redentore, affidandone la cura ai nostri fidi ed esperti arsenalotti, che egregiamente si prestarono in questa e nelle successive occasioni… La piazza di San Marco venne ornata in maniera da vestire l'aspetto di un teatro magico. Le colonne, i porticati, le finestre, furono tutte guernite di tappeti dell'Oriente, di drapperie di ogni genere, di arazzi e bronzi dorati. Vedevansi in oltre sparse qua e là tele dei nostri più celebri pittori. Nel mezzo del porticato delle Procuratie nuove erasi eretto un palco per il Magistrato della Sanità, sopra cui risplendevano gli stemmi dei Patrizj che lo componevano; e questi contornati con una ricchezza mirabile. Nel mezzo eravi un superbo quadro, opera distinta di Bernardino Prudenti, rappresentante la Santissima Vergine, avente al suo lato San Marco ed il beato Lorenzo Giustinian, ed alla sua sinistra San Rocco e San Sebastiano tutti ginocchioni, in atto di supplicarla della sua efficace protezione nella nostra grandissima sciagura. Dalla porta principale della Chiesa di San Marco sino al ponte artificiale a San Moisè sul Canal grande stavano disposti tanti archi coperti di panno bianco, sotto i quali dovea passar la Processione. Nell'uscir dalla piazza uno di essi, più degli altri magnifico, portava pendenti festoni di lauro e pitture eccellenti. Uno di consimile ve n'era pure all' imboccatura della strada che conduceva al ponte, ed un altro alla testa d'esso ponte. Allorchè tutto fu in pronto pubblicossi il giorno della festa solenne, che fu per questa sola volta il 28 novembre.

Allo spuntar di questo giorno videsi con istupore universale, il Sole sì lucido come se fosse la bella stagione di primavera, benchè i giorni precedenti fossero stati oscurissimi per nebbia e per pioggia. All'ora di terza Sua Serenità, vestita nella sua maggior gala ed accompagnata dal suo augusto corteggio, discese dalla Chiesa di san Marco, dove trovavasi tutto il Senato. Prese egli il suo luogo, e tutti gli altri similmente. Il Magistrato di Sanità, ch'era al suo posto nella Piazza di san Marco, ordinò ad ad uno de suoi Comandadori d'annunziare ad alta voce al pubblico, che per l' intercessione della Santissima Vergine Maria, l'Onnipossente Iddio aveva accordato la grazia di liberar Venezia e tutte le provincie dal terribile flagello della peste. Questa tanto sospirata proclamazione, fu seguita da altissime grida di gioja della moltitudine, dal suono dei sacri bronzi, dal rimbombo dell'artiglieria, e dallo strepito delle trombe e de'tamburi. Poscia si celebrò nella Basilica di San Marco una Messa solenne con musica bellissima. Indi cominciossi la processione. Degno di ammirazione fu in ess lo sfarzo delle argenterie, e delle cere esposte dalle grandi Confraternite ed anche con debita proporzione dagli Ordini religiosi; ma più ammirabile apparve la divozione edificante di tutti i patrizj accorsi per mettersi spontanei nella processione colla loro torcia in mano. Un numero ragguardevole di cittadini, mercadanti ed artisti, si posero essi pure nelle file; e la Plebe stessa accompagnò la religiosa cerimonia portandovi un cuore egulamente ripieno di gratitudine e di divozione. Cantossi nella nuova Chiesa il Te-Deum, che venne ripetuto da ciascheduno coll'accento della maggiore sensibilità; indi tutti rientrarono nelle loro abitazioni.

In questo modo finì quel commovente spettacolo. Ma il Governo Veneto non poteva certo credere di aver fatto ogni cosa in quest' occasione. Malgrado le immense spese sostenute nella guerra di Mantova e ne' sedici mesi che durò il contagio, volle spargere in questo giorno molte largizioni ai poveri delle parocchie, agli ospitali e ad ogni ospizio bisognoso; ed offerse con ciò nna bellissima lezione, che per adempicre ad ogni dovere della religione, non bastano le preghiere, le genuflessioni e i picchiamenti di petto, ma che fanno d' uopo sopra tutto gli atti di umiltà, di perdono e di beneficenza.

Poichè io quì per li forestieri, che per li miei cittadini, credo bene di aggiungere qualche parola sulla Chiesa votiva, affinchè non possa mai correr sospetto, che un Governo fedele alle sue promesse, magnifico in tutte le sue opere, possa essersi contentato della semplice Chiesa di legno, costrutta solamente per non ritardare la decretata funzione.

L'Architetto che meritò la preferenza fu un Veneziano, chiamato Baldassare Longhena. Fec'egli un lavoro così mirabile, sia per la pianta del Tempio, che per la cupola, per la facciata grande e magnifica, e per l'imponente aspetto dell'insieme, da far dimenticare gli errori del suo genio sregolato. Oltre la grande estensione di questa Chiesa, e l'abbondanza di marmi rari e preziosi, vi si ammirano e dentro e fuori un gran numero di sratue dei migliori artisti di quel tempo. Io non entrerò in dettagli più minuti intorno a questo nobilissimo edificio. Molti accreditati autori, fra quali primeggiano l'illustre Ab. Moschini ed il sig. Quadri, ne parlarono da veri intendenti. Pure non saprei, come grande amatrice qual sono della Pittura, passar sotto silenzio i quadri che vi si trovano del Pittore della Natura, del nostro celebre Tiziano. Quivi pure, come nel palazzo Barbarigo, ammiransi raccolte in uno tutto le gradazioni dell'arte sua; la sua gioventù, la sua virilità, la sua vecchiezza sempre vigorosa. Osserviamo in prima sulla porta della Segrestia, quel San Marco seduto ad una certa altezza, avendo sotto di sè i Santi Sebastiano, Rocco, Cosimo e Damiano. Tu in esso scorgi lo studio dell'immitazione de'suoi maestri, sia nell'aria de'volti, che nel colorito; pure in quelle belle teste, particolarmente in quella di San Sebastiano, come anche nel panno bianco, che gli ricopre una parte del corpo, tu vedi lampeggiare il suo genio creatore. Ma innalza gli occhi alla volta. Non fremi tu alla vista del feroce Caino, che sta immolando l'innocente suo fratello Abele? E non ti senti vivamente commosso al sagrificio dell' obbidiente Isacco? Non godi tu stesso della Vittoria di Davide sul Gigante Goliath? Qual'espressione in tutte quelle fisonomie! qual verità, qual disegno in tutti que' corpi semi-nudi, in quelle mani, in que' piedi! E chi mai lo eguagliò in quella perfetta cognizione del sotto in su?… Quest'è il nostro Tiziano giunto al suo apogèo, al sublime dell'arte. Ora rientriamo nel Tempio. L'invenzione, la composizione, l'espressione, per così dire, inspirata d'ogni testa nel quadro della Missione dello Spirito Santo sopra gli Apostoli, ci fanno conoscere subito un' opera di lui; il colorito però c'indica, che la sua vista viene indebolendosi; senza neppur saperlo, potrebbesi quasi quasi indovinare ch'egli avesse allora settantaquattro anni. E qual altro pittore mai fuor di Tiziano, avrebbe potuto dipingere oltre i settanta anni que'quattro Evangelisti ed i quattro Dottori della Chiesa, che separati ciascuno in otto ovali, ci rapiscono, ed esaltano l' immaginazione anche degli stessi professori, per quei tratti franchi e sicuri? Arrestiamoci particolarmente su quel San Matteo, in cui al nostro pittore piacque di trasmetterci il proprio ritratto. Possa quest'immagine venerabile servir di modello al ritratto da esser posto sopra un monumento degno di sì grand'artista, già le tante volte progettato senza effetto, benchè sempre più desiderato!

Ogni anima virtuosa e sensibile deve aver ammirato i nobili sforzi de'Veneziani e que'tratti veramente eroici del lor patriottismo, quando nel 1380, ridotti a contendere per le spiaggie di Malamocco, privi di ogni comunicazione colle Colonie, costretti a cedere all'Austria l'unica loro provincia del Continente, seppero nondimeno col coraggio e colla fermezza difendere la Capitale, vincere e fugare i loro implacabili nemici, che avevano provocata la guerra, formate alleanze, giurata la loro rovina, vo' dire i Genovesi. Fu quello il fine della memorabile lotta fra le due nazioni, il cui odio reciproco erasi manifestato per lo spazio di varii secoli con un accanimento inaudito. La Repubblica di Venezia ferma ne'principii, immutabile nel Governo, concorde ne'consigli, saggia nell'amministrazione, tranquilla in casa propria, potè riparare ben presto alle sue perdite, far uscire da'suoi porti nuove flotte per acquistar nuove ricchezze e possedimenti novelli sul mare, e mettersi in istato di dilatare il suo impero sul continente tostochè l'occasione favorevole fosse giunta.

Continue turbolenze e guerre desolavano la Lombardia per l'ambizione di que' signori che la tenevano divisa, senza che nessuno sapesse renderesene per intero sovrano. Essi invece tiranneggiavano i loro proprij Stati, e s'attiravano l'odio de' popoli in guisa, che nel 1388 non fu difficile ai Veneziani il riavere Treviso colle Castella del territorio, non meno che Feltre e Belluno. Così di guerra in guerra, di acquisto in acquisto passando, lo Stato Veneto in poco più di cent'anni pervenne ad essere il più potente di tutta Italia. Puossi porre verso la fine del XV secolo l'epoca del suo apogeo. Venezia possedeva allora sul continente ancora più di quanto teneva al momento della sua fatale catastrofe; e sul mare le costiere della Grecia e dell'Italia potevano essere riguardate come i sobborghi di Venezia, poichè dall'imboccatura del Pò sino all'estremità orientale del Mediterraneo, compreso Candia, Corfù ed il regno di Cipro, essa signoreggiava tutto il litorale. Le sue flotte numerose e bene armate percorrevano tutti i mari. Il suo arsenale passava per una delle maraviglie del mondo. Esso poteva dare cento navigli equipaggiati in tre mesi, e dugento al primo indizio di guerra. I suoi falegnami sapevano fare i vascelli con un'arte ignota alle altre nazioni. I suoi marinaj erano espertissimi e coraggiosissimi; essi si tenevano così superiori a tutti'i loro nemici, che una tal sicurezza valse a far loro riportare tante illustri vittorie. Il commercio che faceva in tutte le parti del mondo era floridissimo, e recava nuove ricchezze in un paese già ricco. I suoi porti erano sempre frequentati da innumerabili quantità di bastimenti mercantili, sì nazionali che forestieri. Il ridotto mercantile, o sia la piazza di Rialto, formicolava di mercadanti di tutte le nazioni. I fondachi, le dogane appena aveano spazio da contenere tante merci; cosicchè non è a credere che Tiro, o Cartagine, o Alessandria abbiano mai superato ciò ch'era allora Venezia. Le imposte delle decime, dei dazj, delle dogane, tuttochè assai modiche, procuravano al tesoro pubblico, anche dal solo circuito della città, una rendita maggiore di quella che molti re ritraevano dagl' interi loro regni. Doviziosa ed opulente, com'era la Repubblica, trovavasi in grado di dare alle sue truppe un maggiore stipendio di tutti gli altri principi, ed essa ne avea quante le piaceva di averne; il comandarle era il voto e l'ambizione de' più celebri capitani. Difatti condusse talvolta al suo soldo nomi splendidissimi, principi di gran valore, come quelli della casa di Brunswich, di Brandebourg, di Lorena, di Wirtemberg, di Waldek, e tanti altri, i quali dipender dovevano dai veneti provveditori al campo … La sua artiglieria era di tutte la migliore e la più ammaestrata. Corrispondente alla ricchezza dello stato era l'opulenza de' particolari; e sol che diasi un'occhiata ai rimasugli dei nostri palagi, eretti per la maggior parte in quel secolo, converrà confessare, che in grandezza e magnificenza superavano quelli de' più grandi monarchi di allora. Quanta spesa, quanta maestà in que' marmi, in quelle colonne trasportate da tutte le parti del mondo! Aggiungansi tutti que'templi e monasteri eretti, siccome i palagi, nel medesimo secolo e al par di quelli ornati di pitture eccellenti, di musaici, di statue e d'altri oggetti rari e preziosi. In oltre tanti spedali e luoghi pii, ch'esercitavano perpetuamente la generosità de' cittadiui a sollievo degl'infelici. Nè per tutto ciò venivan meno le ricchezze de' particolari; chè anzi del superfluo concorrevano spontanci, col premio d' un piccolo interesse, ad affidare alla cassa della zecca somme rilevanti, non avendo la pubblica fede mancato giammai. Le arti, che non sanno fiorire che in mezzo all'opulenza ed al superfluo, erano in Venezia nel maggior grado di splendore, mentre al di là delle Alpi si conoscevano appena di nome. Senza parlar delle conterie, drapperie e di tanti altri stupendi lavori, il vasellame d'argento era qui di un uso comune; esponevasi più pomposamente nelle occasioni solenni dei banchetti del Doge, e sulle flotte; ed un tanto sfoggio, incognito all'Europa prima della conquista del Messico e del Perù, svegliava l'ammirazione e gli applausi, ma talvolta anche l'invidia e la malignità degli stranieri, come ne fanno fede le storie. La squisitezza del gusto nelle manifatture e nelle galanterie, le rendevano accette e pregiate presso tutt'i popoli, cosicchè a quel tempo era Venezia in ciò riguardata come ora è Londra o Parigi. Difatti i forestieri vi concorrevano da ogni parte, non solo per esercitare i loro traffici, ma per godere insieme di tanti svariati piaceri, e della massima sicurezza; poichè la giustizia ch'esercitavasi indistintamente era celebrata in tutto il mondo, e fu la principal cagione, che molti popoli si sono spontaneamente sottoposti al dominio Veneto. Anche i letterati di ogni scienza e facoltà concorrevano qui in folla, sicuri di essere bene accolti e generosamente rimunerati, giacchè ben sapevano i nostri padri, che oltre il saggio governo, necessaria cosa è l'istruzione per formare buoni cittadini alla patria, e dare la superiorità ad una nazione sull'altra. La concordia civile era qui generale e stabilita negli animi di tutti. Essa derivava principalmente dalla forma del governo, che temperato nei modi migliori, e composto in guisa di armonia proporzionata, ha potuto durare per tanti secoli, senza sedizioni civili; senz'armi, senza sangue: lode della Repubblica nostra, e della quale non può gloriarsi nè Roma o Cartagine, nè Atene o Sparta. Il grand'amore de' sudditi era nutrito dall'esperienza della propria felicità; tutti la consideravano come l'effetto non solo delle buone e semplici leggi, ma ancora più, dell'esser queste esattamente amministrate da uomini prodi e illuminati… . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ognuno de'quali serviva gratuitamente lo stato per vero patriottismo ed amore del pubblico bene; e solo talvolta, dopo i maggiori sacrifizj della persona e del privato erario, l'esausta famiglia ricercava alla patria qualche onesto compenso. Di ciò se n'ebbe prova convincente allorchè, caduta la Repubblica, si videro le primarie famiglie ridotte a duro passo per avere sino a quell'epoca servito la patria in ambascierie e governi esteri, senza essere più a tempo di venire dalla patria risarciti. Questo sì nobile disinteresse era conosciuto ed ammirato dal popolo, il quale gloriavasi di appartenere a tali governatori, a tal governo; e nuova forza aggiungeva al suo convincimento l'opinione de' forestieri, che sulle opinioni nostre suole avere grandissima influenza. Gl'Inglesi pubblicavano allora, che se la Repubblica di Venezia non avesse in alcun luogo esistito, sarebbe convenuto fondarla, siccome modello della miglior legislazione, e come principal ornamento del mondo. Gli scrittori più accreditati non cessavano di esaltare il governo di Venezia come il migliore di tutti, e quello che più d'ogni altro meritava stima e venerazione. Era divenuta moda lo scrivere sopra la sua costituzione; il conoscerne ed ammirarne le leggi era un conciliarsi gran vanto. Queste leggi furono sempre immutabili; la costituzione non mai si cangiò; ma ben si cangiarono i tempi e la fortuna; quindi la moda che segue sempre gli eventi, adesso torse altrove il volo; di rado essa è nobile e giusta.

In situazione sì ridente la Repubblica non dovea temer più nulla, nemmeno da' suoi vicini. Non dal papa, avendo essa avuto la massima parte nell'elezione di Giulio II al pontificato; ed egli stesso l'aveva assicurata della sua viva riconoscenza, aggiuntavi anche la promessa solenne di volerle esser sempre favorevole. Essa in oltre sapeva, che il progetto favorito del papa era quello di scacciar dall'Italia tutt' i barbari; sotto il qual nome chiamavansi tutt'i forestieri che la volevano signoreggiare. La nostra sicurezza dovea pur anche fondarsi sull' essere la Repubblica da gran tempo legata in amicizia con Luigi XII re di Francia, per il quale avea preso le armi, molto contribuendo al suo ingrandimento in Italia. Il re di Spagna dovea essere contento d'avanzo de'possessi ultimamente acquistati nel regno di Napoli, per non dar motivo d'apprensione alla Repubblica. Essa dunque non poteva temere tutto al più, che dell'imperatore, al quale ricusato avea più volte di stringersi in alleanza, onde ajutare il nemico; ma egli era troppo debole per cimentarsi in una guerra contro tali forze unite. Per una medesima ragione essa ancor meno avea a temere dei principi di secondo rango; cosicchè era ragionevole che si avesse a credere quieta e sicura.

Pure Giulio II fu il primo che tentò di turbare la di lei tranquillità. Poco dopo il suo innalzamento alla Tiara, dimenticando ogni promessa, manifestò le sue pretensioni sopra alcune provincie della Romagna, che già da qualche tempo eransi dedicate alla Repubblica, e a ritener le quali egli stesso quand' era Cardinale aveva animato i Veneziani. Di più; anche dopo la sua assunzione al papato gliele avea di buon grado accordate. La mediazione del re di Francia, e quella ancora dell'imperatore fece cessare questa volta ogni differenza.

Ma un turbine assai più minaccevole sollevossi nel 1507. L'imperator Massimiliano avea deliberato di recarsi in Italia con forte armata, sotto pretesto di andare a Roma per farsi incoronare; ma in effetto per vendicarsi di Luigi XII, del quale diceva avere molto da lagnarsi, ed anche nella speranza di discacciarlo dall'Italia, malgrado la pace segnata, e l'alleanza ultimamente conclusa con essolui. Da molto tempo già Massimiliano vagheggiava di acquistare dominj in Italia, dove egli nulla possedeva, e dove un pollice di terra vale assai più che varie provincie altrove. Per mandare ad effetto questo disegno, uopo gli era del concorso de' Veneziani. Pertanto spedì ambasciatori a Venezia, chiedendo il passaggio per sè e le sue truppe per gli stati della Repubblica, non avendo altra strada onde recarsi a Roma, e promettendo di non portarvi nessun pregiudizio. Fece in oltre proporre di nuovo ai Veneziani un'alleanza offensiva contro Luigi XII. Fece vedere non esservi nè fede, nè perseveranza nella nazione Francese, e che per conseguenza la Repubblica non poteva attendere da essa nè soccorso, nè favore; che al contrario, se la Repubblica volesse condiscendere a stringersi in lega con lui, egli le conserverebbe sempre la sua amicizia, e dividerebbe con essa gli stati che Luigi possedeva in Italia. Che se poi essa volesse perseverare nella sua alleanza colla Francia, egli si unirebbe colla Francia contro di essa.

Mentre stavasi deliberando sulla risposta da darsi a Massimiliano, giunsero a Venezia ambasciatori di Luigi XII per sollecitare il senato a perseverare nell'alleanza con esso, e a non consentir giammai a veruna delle ricerche dell' imperatore. Aggiunsero che in caso contrario, il re Cristianissimo sarebbe in necessità di passare i monti con forze imponenti, e che lo stato della Repubblica diverrebbe il teatro della guerra la più sanguinosa.

Ecco l'affare della massima importanza, sopra il quale il Senato dovea deliberare. Molte sessioni si tennero prima di concertar le risposte. Conveniva scegliere per nemico o un imperatore od un re; la neutralità non poteva più aver luogo, dopo le proposizioni dell'uno e dell'altro principe. Disputossi lungamente; ogni risoluzione era egualmente pericolosa. In fine si deliberò di rispondere agli ambasciatori di Massimiliano, che, se l'imperatore volesse passar solo senza un'armata per gli Stati Veneti, la Repubblica di Venezia, non solo gli accorderebbe il passaggio, ma gli spedirebbe ambasciatori a complimentarlo ed accompagnarlo con tutti quegli onori che gli si competevano; ma che, se volesse entrare colle truppe, la Repubblica non poteva acconsentirvi, per non apparire infedele verso il suo alleato Luigi XII. Nel tempo stesso rispose al re di Francia, che la ferma volontà della Repubblica era di assicurarlo che nel caso, che Massimiliano volesse dichiarargli la guerra, le forze dello Stato Veneto sarebbero, come in passato, dirette interamente alla difesa del re Cristianissimo.

L'imperatore che tenevasi ben certo, che la Repubblica accetterebbe le sue offerte, fu per tal rifiuto vivamente offeso, e cercò motivo di dichiararle la guerra; ma questa guerra fu fatta a così grave di lui danno, ch'egli chiese una tregua, la quale fu sollecitamente segnata. Il riposo però delle armi non era sufficiente per riconciliare i cuori; e la Francia approfittò di quel momento per determinar l'Austria ad entrar nella lega di tutt'i principi cristiani contro la Repubblica di Venezia. Nulla di meglio poteva allora desiderare Massimiliano, poichè una tale impresa poteva vendicarlo solennemente, ed essere pur anche sorgente di lauri e di lucro. Ma come poteva fare poichè l' ultima tregua segnata con i Veneziani sussisteva tuttavia…

Tutti gli storici si estendono su questo punto di storia veramente singolare; a me basterà il dire, essersi adoperato per iscusa, che per poter andare contro il Turco conveniva far guerra ai Veneziani; come se i Veneziani impedissero così bella risoluzione, e non fossero al contrario sempre stati, colle loro imprese, il solo antemurale della cristianità. Nel proemio della convenzione fra Cesare e Luigi, venne rappresentato in modo assai patetico ed edificante il desiderio comune di cominciar la guerra contro i nemici del nome di Cristo; ma che ne impediva l'esecuzione, l'avere i Veneziani occupate ambiziosamente le terre della Chiesa; che per procedere tutti unitamente a così santa e necessaria spedizione, facea d'uopo muover ad essi guerra; tanto più che il Papa stesso chiedeva con una bolla all'imperatore di venir in soccorso della Chiesa per ricuperare il suo patrimonio; con che Cesare avea una giusta ragione di non più osservare la tregua fatta colla Repubblica, ma anzi trovavasi costretto di prestarsi alla guerra con tutte le sue forze. In questo modo adunque, cangiate le parole, come se ciò bastasse a tramutar la sostanza dei fatti, venne da tutti i principi cristiani segnata la lega a Cambray li 10 decembre 1508. Nel tempo stesso sottoscrissero la divisione fra loro di tutto lo stato Veneto, appropriandosi ciascuno la porzione che meglio conveniva; e per ciò il Papa riteneva per sè Faenza, Rimini, Ravenna e Cervia; Massimiliano, Padova, Vicenza, Verona, Treviso ed il Friuli; Luigi XII, Cremona, Giara d'Adda, Brescia, Bergamo e Crema; infine il re Ferdinando tutt'i porti e le terre che i Veneziani possedevano nel regno di Napoli.

La Repubblica non ignorava già questa lega: ma essa non poteva certo concepire giammai il sospetto, che la sola invidia, che i principi portavano alla sua prosperità, potesse esser cagione che si unissero in alleanza per distruggerla. Pure quest'è uno de'gran rimproveri che si dà al Governo di Venezia, parendo imperdonabile tanta imprevidenza; ma bisogna però confessare, che per prevedere il disastro, era d'uopo superare tutti i calcoli della sagacità umana, non contar per nulla i giuramenti e la fede data col mezzo de' trattati, e non intendere i veri interessi di tutte le potenze. Cominciando dalla Francia, come mai potevasi immaginare, che Luigi XII avesse a rivolgere le armi contro Venezia, ed unirsi al suo nemico perpetuo affine di distruggerla? Era egli animato da un sentimento di vendetta? Non già, poichè essa avea sempre cooperato a suo vantaggio. Poteva egli temere per sè stesso? Nemmeno, poichè aveva l'esperienza de' soccorsi utilissimi da' Veneziani recatigli. Poteva egli credere, che la grandezza di Massimiliano fosse per essere più confacente ai suoi interessi, che quella della Repubblica? Meno ancora, poichè la potenza di Cesare doveva essergli odiosa e sospetta, il che non dovea avvenire di quella de' Veneziani. E quanto all'imperatore, è ben vero, ch'egli non avea tante obbligazioni con la Repubblica, ma l'interesse proprio dovea consigliarlo altrimenti. Come mai poteva egli promettersi un'amicizia vera da Luigi, dopo che questo aveva apertamente manifestato il suo odio e i suoi disegni ostili contro la dignità dell'impero, e la libertà della Germania? Non doveva egli piuttosto opporre tutte le sue forze all'ingrandimento di Luigi e della Francia? Della Spagna, che diremo? Tutte le ragioni volevano che quel re ponesse ogni studio nell'impedire la preponderanza dei Francesi in Italia, onde preservar da pericoli i suoi nuovi dominj nel regno di Napoli; nè mente umana potea pensare, che nell'accedere ad una strana confederazione, macchinasse quel principe la rovina propria. E qual giudizio doveasi formare di papa Giulio II? Chi poteva credere che per l' esca del riacquisto d'alcuni paesi della Romagna, dimenticasse tutto ciò che la Repubblica avea fatto in favor della Chiesa e della cristianità, opponendo le proprie sue forze, ora contro i Saraceni, ora contro gli Unni, e da ultimo operando in guisa, che gli Ottomani, sì vaghi di soggiogare l'Italia, rimanessero per essa sola ne'loro voti delusi? E come mai non riconobbe, che, caduto il Veneto antemurale, l'Italia tutta verrebbe interamente ingojata dalle armi forestiere, quali ch'esse si fossero? Tutto ciò fu in lui tal errore, da non potersi prevedere giammai.

A questi ragionamenti conviene anche aggiungere, che niun ambasciatore Veneto presso le corti forestiere avea concepito il menomo sospetto di quanto si tramava a Cambray; tanto era secreto il maneggio. A Parigi il re stesso aveva più volte protestato all' ambasciator Veneto, ch'esso giammai si sarebbe allontanato dall'amicizia de' Veneziani. Ed il cardinal d'Amboise, allora primo ministro, anzi despoto della Francia, avea replicatamente giurato al nostro ambasciatore, che la lega non avea niente che fare colla Repubblica, e che il solo scopo del congresso era di terminare le differenze fra il re di Spagna e il duca di Gueldria alleato della Francia. Questo cardinale ardeva di brama di vendicarsi de'Veneziani, per lo favore ch'essi avevano prestato all'elezione di Giulio II in pontefice, quando egli pure aspirava al triregno; ed è per ciò, che volle trarli nell'inganno. E per meglio velar la cosa, erasi egli stesso recato a Cambray, ed aveva sottoscritto l'uno e l'altro accordo nel giorno medesimo, l'uno pubblico, l'altro custodito sotto il più rigoroso segreto.

Ciancino dunque a lor voglia i detrattori del Governo Veneto; ma chi è imparziale confesserà, che non solo il Senato, ma li più profondi politici di tutte le nazioni e di ogni tempo potevano con questi ragionamenti venir presì alla rete.

Un accidente fu quello che scoprì finalmente l'arcano. Il Residente di Venezia a Milano, Jacopo Caroldo, scrisse al Senato di aver udito dire da un Piemontese nativo di Carmagnola, ed uomo di gran credito, ch'egli sperava di vedere ben presto vendicata la morte di uno de' suoi più illustri compatriotti sopra quegli scellerati che lo avevano fatto ingiustamente perire (1) Vedasi la nota alla fine della Festa. Con che costui voleva alludere alla morte data dai Veneziani al general Carmagnola, forse al più con severità repubblicana, non certo con ingiustizia. Questo dispaccio aprì gli occhi al Senato, nè lasciò più dubbio alcuno sulla vera cagione della lega, e se ne conobbe tutta l'importanza. Forse avrebbesi potuto disciorla accettando le offerte di Giulio II, il quale desiderando di ricuperare, senza pericolo, le piazze della Romagna, fece col mezzo dell'ambasciatore Veneto a Roma, proporre al Senato, ch'ei non solo si ritirerebbe dalla lega, ma che in oltre si maneggierebbe per farla svanire, quando gli fossero restituite le città molte volte reclamate. Il Senato ricusò tali esibizioni, e credette disonorarsi meno offerendo a Cesare una riconciliazione; ma Massimiliano ricercò tali sacrifizj, che parve al Governo compromettersi ancora più la pubblica dignità coll'accordarli. Allora l'imperatore pubblicò il manifesto della lega di Cambray.

La Repubblica ben conobbe, che altro non poteva fare, che prepararsi alla guerra, e ad una guerra assai seria contro tanti e tali nemici. Si raccolsero il più presto possibile 30,000 uomini d'infanteria, e 15,000 di cavalleria. Ne fu dato il comando a Nicola Orsini conte di Petigliano, uomo di età matura, di saggio consiglio e di molta esperienza. L' Alviano che avea trionfato nella precedente guerra contro i Tedeschi, fu eletto luogotenente generale. Vi si aggiunsero, secondo l'uso, due provveditori, Giorgio Corner e Andrea Gritti, che in simili occasioni aveano dato prove di zelo e di prudenza. Vennero approvigionate tutte le città della Terra-ferma, e si pensò sopra tutto di ben provvedere il pubblico tesoro. Fu il primo il Doge Lorenzo Loredan a deporvi una grossa somma sua propria. Scorti da sì bell'esempio, i nobili ed i ricchi fecero altrettanto; gli altri cittadini offrirono il loro servigio per la preservazione dello Stato; e queste obblazioni spontanee e veramente patriottiche inspirarono in ciascheduno le più dolci speranze.

Allorchè ogni cosa fu in pronto, si raccolse il Senato per deliberare sulla condotta da tenersi in questa guerra. Già non ignorava più, che il re di Francia, ormai potentissimo in Italia, vi si recava col miglior nerbo della sua armata; e ciò che rendeva il pericolo maggiore si era, che i suoi dominj confinavano con quelli della Repubblica. Le forze di Massimilano erano aumentate per l' opinione invalsa, ch'ei dovesse rimettere l'impero nel suo antico lustro, e far buona preda in Italia; onde a lui era concorso un gran numero di gente, e varii principi della Germania. Il re di Spagna, col suo imponente apparato navale, recava una diversione alle forze terrestri della Repubblica, che aveva a difendersi contro gli assalti marittimi. L'autorità del papa, e le sue armi spirituali rendevano più pungenti e dannose le sue armi temporali. l principi di un rango inferiore erano entrati anch'essi con tutto il coraggio e l'ardore in questa lega, per l'invidia e l'odio che portavano alla Repubblica. Per resistere a tante forze, e conservare non solo lo stato ma l'armata, conveniva seguire il mezzo sempre usato dal partito debole; quello cioè di tenersi soltanto sulla difesa, e di trarre in lungo la guerra, attraversando tutt' i disegni del nemico, e scansando sempre di venire a battaglia. A quest'effetto, il Senato ordinò ai suoi comandanti, di condur subito l'armata ai confini dello stato, e prescrisse loro di non venir mai alle mani co' nemici, senza fondate speranze di riuscita, o senza un'urgente necessità.

La Francia aveva già cominciate le ostilità prima di dichiararsi nemica, e prima che le truppe Venete si fossero unite a Ponte Vico. Una sua armata prese la Terra di Trevi, ed un'altra quella di Casal Maggiore; poscia si ritirarono a Milano per aspettarvi l'arrivo del Re.

Allorchè egli vi giunse, spedì immediatamente a Venezia un Araldo, il quale, introdotto che fu dinanzi al Doge ed al Collegio, dichiarò a nome del suo Re guerra alla Repubblica, producendo ragioni più fine ed astute, che giuste e vere. Si credette essere di maggior decoro della Repubblica il non entrare in giustificazioni nè dispute con chi l'avea già attaccata colle armi; ma fu risposto dal Doge con brevissime e dignitose parole: che, poichè il Re di Francia aveva deliberato di muover guerra ai Veneziani nel momento appunto che questi si giudicavano meglio sostenuti da esso, per la ragione di quell'alleanza che essi non avevano mai violata, e che anzi per non separarsi da lui si erano provocata contro di loro l'inimicizia del Re de'Romani, essi attenderebbero a difendersi, sperando di poterlo fare colle loro proprie forze accompagnate dalla giustizia della loro causa.

Quando Giuilio II seppe l'arrivo del re di Francia, e i primi vantaggi riportati dagli alleati, ordinò egli pure la marcia delle sue truppe comandate dal duca di Urbino; e, ciò che fu peggio, spedì a Venezia un monitorio in forma di bolla, colla quale anatematizzava tutto lo Stato della Repubblica, ed anche tntti que'luoghi, dove fosse stato per rifuggirsi qualche Veneziano. Nè di ciò pago, animò tutt'i popoli a perseguitare a morte i Veneti; o almeno a farli schiavi, e ad impadronirsi de'loro beni, come nemici del nome cristiano. La Repubblica vide in tutto ciò le passioni umane, non già la volontà divina. Si regolò in questa occasione come fatto aveva in tutte le altre; cioè ricusò di riconoscere il monitorio, e proibì che fosse pubblicato in Venezia. Indi in nome del Doge e del Senato venne affisso su tutte le porte delle chiese di Roma, un atto di appellazione al futuro Concilio, dipingendovi con colori assai vivi l'acerba condotta del Papa, la perfidia francese, affine di attrarre loro adosso il dispregio e l' odio universale; aggiungendo, che in difetto della giustizia umana la otterrebbero da Cristo giustissimo Giudice, e Principe supremo di tutti.

Frattanto l'armata Veneta avea marciato sino al fiume Adda. Il comandante Pitigliano vedeva con pena la terra di Trevi, che dava ingresso agli stati della Repubblica, nelle mani dei Francesi; ed avendo osservato, che i nemici erano ancora accampati presso Milano, credette il momento favorevole per andare a ricuparar Trevi. Raccolse il consiglio di guerra. Tutti concorsero nella stessa opinione, fuorchè l'Alviano che si oppose dicendo, che invece di perder il tempo nell'assedio di una piccola piazza, era assai meglio passar l'Adda, attaccare il campo francese gettandovi lo spavento ed il terrore con azioni vive e ben sostenute. Ma gli ordini del Senato erano precisi; non doveasi nulla arrischiare. Conveniva dunque contentarsi di ricuperar Trevi. Avuto il consenso del Senato, si fecero tosto marciar le truppe. La buona riuscita coronò l'impresa.

Luigi fu estremamente punto di questa perdita, ne giurò alta vendetta, e fece immediatamente disporre l'esercito per la marcia. Il Senato avea già preveduto il colpo, ed appunto per ciò avea saggiamente ordinato a'suoi capitani di seguir l'esempio della Repubblica Romana, allorchè venne attaccata da potentissime forze cartaginesi. Ma sventuratamente la nostra non ebbe nel general d' Alviano un Fabio Massimo, che sapesse battersi e ritirarsi a norma delle circostanze; e non lo trovò neppure nel Pitigliano, che ricusò (a quanto dicesi comunemente) di soccorrere il d'Alviano per aver questo combattuto contro gli ordini di lui, là dove l'antico comandante corse ad ajutare Quinto Minucio che commesso avea una simile colpa. Che che ne sia, i due eserciti nemici si erano avvicinati a tal punto, che il d'Aviano sentitosi svegliare in sè medesimo quel suo bollente valor militare, e vedutosi in luogo che gli parve non solo opportuno, ma necessario il venire a battaglia, deliberò tosto di far marciare innanzi la sua infanteria; e seguito da alcuni pezzi di artiglieria, attaccò i nemici con tal furore, che li costrinse per quel momento a piegarsi. Ma l'armata francese, ricevuto un rinforzo, e vedendosi in presenza del proprio re, ripigliò ben presto animo e forza. Combattevasi molto ferocemente, e con somma virtù d'ambe le parti; ma in fine dopo tre ore circa di continua strage, danneggiati grandemente i Veneziani dalla cavalleria nemica, e non potendo i loro fanti fermare il piede sopra un terreno dalla gran pioggia divenuto lubrico, e soprattuto mancando loro i soccorsi, cominciarono a combattere con grande svantaggio. Nondimeno, resistendo con rara virtù (tutto che avessero perduta ogni speranza di vincere) più per la gloria che per la salute, resero per alquanto spazio di tempo dubbia la vittoria de' Francesi. Ultimamente poi, perdute prima leforze che il valore, senza mostrar le spalle agl' inimici, come dice il Guicciardini, lasciarono sul luogo un gran numero di morti. Per la qual resistenza tanto valorosa di una parte sola dell'esercito, fu opinione di molti, che se il Pitigliano foss' entrato con i suoi nella battaglia, avrebbero i Veneziani ottenuta la vittoria. Invece vi perirono, a quanto dicesi, ottomila uomini, e il rimanente della truppa fu messo in piena fuga. Bartolommeo d'Alviano rimase prigioniero; e perduto un occhio, e col volto tutto percosso e livido, fu condotto al padiglione del re di Francia. Il Pitigliano andò a ritirarsi a Caravaggio. Questa fu quella fatalissima giornata del 15 maggio 1509, conosciuta generalmente col nome di battaglia di Ghiara d'Adda.

Non potrebbesi immaginare, non che descrivere, quale fosse la sorpresa, il dolore, la costernazione di tutti i Veneziani, allorchè pervenne ad essi la nuova di tanto disastro; tanto più ch'erano assuefatti a riportar quasi sempre la vittoria in tutte le guerre. Considerava in oltre il Governo, non avere altri capitani, nè altra gente per difendersi, e che quelle che avanzavano, erano spogliate di forze e d'animo. Vedevano il re di Francia con esercito potentissimo, e reso più ardente dalla vittoria, seguitare il corso della fortuna; e se a lui non avevano potuto resistere, che sarebbe mai addivenuto se univasi pur anche l'esercito di Cesare, che già sapevasi avvicinato ai confini? Mostravansi da ogni parte pericoli, desolazioni, e pochissimi indizj di qual si sia speranza. Non deposero tuttavia i Veneziani il pensiero di difendersi, attendendo a far provvisione di danaro, assoldando nuova gente per terra, ed accrescendo di cinquanta galere l'armata navale. Ma preveniva tutt'i consigli la celerità del re di Francia, innanzi al quale schiudevansi le porte di tutte le città. La sola fortezza di Peschiera erasi opposta al suo ingresso; egli la prese di assalto, e volle vendicarsi della resistenza, facendo vilmente impiccare il valoroso comandante Andrea da Riva nobile Veneto col di lui figlio su i merli della fortezza, e passando a fil di spada tutta la guarnigione: crudeltà a cui s'indusse, acciocchè le altre città spaventate da quest'esempio non si difendessero sino all'ultimo sangue. Di fatti Verona, per timor di un simile gastigo, ricusò di ricevere il Pitigliano, che fu costretto a ritirarsi con i miserabili resti della sua armata vicino a Mestre sul margine delle lagune; ed il re di Francia, in meno di 20 giorni, acquistò (fuorchè Cremona) ancora più di quanto gli apparteneva per la divisione fatta in Cambray.

Da ogni parte piombavano allora le sciagure su i Veneti. I Tedeschi avevano racquistato il Friuli; il Papa ripigliate varie città della Romagna; il duca di Ferrara fatta la conquista del Polesine; il marchese di Mantova ricuperate Asola e Lonato; e sino il vescovo di Trento discacciate le guarnigioni venete, che si trovavano ne'castelli del Trentino. In una parola la Repubblica pareva essere ai suoi ultimi respiri. I cittadini si trovavano nell'estrema confusione; non erano già le grida della disperazione, nè le lagrime del dolore; era un tetro silenzio, un abbattimento generale; guardavasi l' un l'altro senza osare di articolar parola; tutti parevano di sasso. Non più fondachi aperti; nè più Tribunali di giustizia: le sole Chiese erano piene di gente; nè certo rimaneva altra speranza che nel Cielo. Che cosa mai fare in tal frangente? Ciò che fanno i bravi capitani di vascello, allorchè conoscono di non poter più resistere alla forza della burrasca, e veggono la nave in procinto di perire pel peso del carico; essi gettano in mare la maggior parte delle mercanzie, ed il vascello per tal modo alleggerito, giugne sano e salvo in porto, avendo conservato la vita dei navigatori, ed il resto pur anche delle ricchezze. Fu gran prudenza de'nostri dopo tanta rovina, il far getto di tutto ciò che già stavano per perdere, onde conservare il maggiore di tutt'i beni, la propria indipendenza. A tale oggetto, il Senato spedì ambasciatori a Cesare per offrirgli Verona, Vicenza, Padova coi loro territorj, e il Friuli colla Marca Trevisana, purchè si separasse dall'alleanza colla Francia: offrì pure al re di Spagna le Piazze della Puglia; e pregò il Papa di accettare tutte le città della Romagna, e di volersi far mediatore della pace con tutt'i principi Cristiani, cominciando egli stesso dal far cessare le persecuzioni contro i Veneziani ritirando le sue Bolle. In quanto a Luigi XII la Repubblica sdegnò di umiliarglisi con preghiere, non potendo ormai più considerarlo che come un traditore, il quale calpestava i più sacri giurarmenti e i doveri della riconoscenza. Indi passò il Senato a formare quel celebre decreto, per il quale la Repubblica assolveva dal giuramento di fedeltà tutt' i sudditi, autorizzava le provincie della Terra-ferma a trattare col nemico secondo i loro particolari interessi, affrancandole di tutti'i loro debiti verso il governo, ed ordinando in fine ai suoi comandanti di evacuar le poche piazze ch'essi ancora custodivano.

Quasi tutti gli storici abbandonano qui il filo della storia, per fare le loro osservazioni sopra questi avvenimenti. Hanno essi procurato di calunniare la Repubblica Veneta, dicendo, che, posciachè per la perdita di una battaglia fu spogliata de'suoi dominj in Terraferma, essa non aveva solida virtù, nè forza bastante per reggere un'impero; che più per una certa opinione ed apparenza, che per eccellenza di leggi, di consigli e di reale possanza, erasi accresciuta e sostenuta sino allora in grandezza; e che le sue disgrazie pubbliche avevano finalmente scoperte tutte le imperfezioni del suo governo. Osarono insino accusarla di viltà per tutte le deliberazioni prese dopo la fatal giornata dei 14.

Qui è dove per giudicar rettamente conviene instituire un imparzial esame su tutte le circostanze. In primo luogo, che di meglio far poteva la Repubblica, allorchè il fulmine di guerra fece sentire sopra di essa il fragore e'l danno tutto in un punto? Come poteva essa con possessi non abbastanza estesi, nè uniti sul Continente, raccogliere ad un tratto, ordinare, porre in azione le forze necessarie a frenar un torrente sì rapido e devastatore, che minacciava di tutto inghiottire? A chi ricorrere? Di chi fidarsi? Essa però in nulla cesse, non palesò esternamente nessun timore, ma preparossi ad una difesa degna di lei, del suo nome, della sua alta riputazione. Non fu allora mirabile l'unione de' cittadini, il consenso totale del popolo, l'ardor generale di correre all'armi? A Ghiara d'Adda, per confessione degli stessi storici nemici, i Veneziani si sono battuti con una forza ed un coraggio, da rendere per qualche tempo la vittoria incerta. Convenne alfine cedere alla superioriorità del numero. Ma da quando in qua l' infelice riuscita di una battaglia, unendo pur anche tutte le sue funeste conseguenze, servirà di norma per decidere della virtù, dei consigli, della saggezza di un governo? Questa sarebbe una misura ingiusta anche presso que'governi, pei quali l'onor nazionale è riposto particolarmente nella gloria delle armi, e dove una battaglia perduta è macchia tale da indebolire la forza generale; e molto più sarebbe una misura ingiusta riguardo alla Repubblica di Venezia, che non avea per comandanti delle truppe, che forastieri, e dove lo scopo degli eserciti era quello di preservare intatta la indipendenza nostra più colla perseveranza, che col valor militare. In confronto a tanto bene, che importano le battaglie e le città perdute, mentre già avevamo giurato, ed eravamo pronti di seppellirci sotto le rovine della patria, piuttosto che sottometterci ad un giogo straniero? Fu dunque vera sagacità che ci consigliò di lasciar passare la burrasca, senza nulla opporre; e fu anche effetto di prudenza e di umanità la deliberazione presa inverso i sudditi, affine di preservarli dal saccheggio, se si conservavano fedeli alla Repubblica, o dalla macchia di ribelli, se per necessità si fossero dati senza opposizione ai nemici. Oltre ciò, così operando, al caso di un propizio mutamento di sorte, era certo, che i popoli sarebbero rientrati spontanei sotto l' obbedienza dei loro antichi padroni, dai quali nulla avevano a temere. Ma ciò, in che si fondano le accuse maggiori di bassezza e di viltà, egli è quell'essere ricorso il Senato a'suoi nemici per trattare un accordo. Furono vergognosamente alcuni Italiani i primi ad immaginare e a pubblicare un discorso, sotto il nome di Antonio Giustiniani, nel quale rappresentano i Veneziani umiliati e strisciantisi ai piedi di Cesare, per implorare il perdono, esibendo perfino di sottomettere la Repubblica al suo impero. Di tanta viltà potevano mai esser capaci i discendenti di quegli eroi, che combattuto avevano sì gloriosamente anche nelle proprie lagune, e contro Pipino, e contro gli Unni, e contro i Genovesi, senza aver mai perduto il coraggio, ed avendo di tutti trionfato? Poco ci vorrebbe a smentire la nera calunnia, quand'anche non l' avesse smentita il fatto. È vero ch'essi mandarono ambasciatori a Cesare, che trovavasi a Trento, per trattar di accomodamento; ma Antonio Giustiniani colà spedito a quest'oggetto, non venne mai ammesso all'udienza dell'Imperatore. Indi basta esaminare la situazione della Repubblica a quel punto per convincersi, che ordini così disperati non poteva date il Senato al suo ministro. Essa aveva perduto, è vero, quasi tutti i suoi stati di Terra-ferma, ma conservava intatti i possessi marittimi, che nou consistevano gia in alcune città, ma in provincie molto estese ed in ricchissimi regni. Il suo apparecchio navale, infinitamente superiore a quello di ogni altra potenza, era ancora sano ed ed intero, senz'aver sofferto il menomo tocco del fulmine della guerra. La sua artiglieria, e gli attrezzi guerreschi erano in buonissimo stato e abbondantissimi. Il tesoro pubblico non era scemato di molto, essendo ancora le guerra ne' suoi principj. La capitale sì per la sua meravigliosa posizione, che per lo stato di difesa in cui era stata posta, rendea vana ogni speranza a' nemici sopra di essa. Il suo popolo era tranquillo, e subordinatissimo al governo; i suoi magistrati disposti a dare le maggiori prove di virtù, e del più ardente amore di patria. È egli mai possibile, che in tale stato di cose la Repubblica prendesse un partito sì vile e sì intempestivo, qual si era quello di rinunciare alla propria indipendenza, essa che, nata libera, avea saputo, con esempio unico, conservarsi intatta per la durata di tanti secoli? Oltre a ciò non c'insegnano le storie, che Venezia era grande, potente e rispettatissima dalle altre nazioni, in que'tempi medesimi ne' quali nulla possedeva in Terra-ferma? Non sappiamo, ch' essa più volte sdegnò d'ingrandirsi sul continente, credendo di essere più sicura e più potente con i soli suoi dominii marittimi? E quando un'occasione favorevole le si offerse di acquistare alcune città in Terra-ferma, prima di determinarvisi, quante dispute, quante opposizioni non insorsero nel senato? Qual causa dunque abbastanza ragionevole poteva indurla, dopo la fatal giornata, a darsi in mano di quello, dal quale nulla poteva temere ne' suoi naturali dominii? Bensì col cedere all'imperatore alcune città, ch' essa già non poteva più difendere, si assicurava che non cadessero in potere di Luigi, che se le avrebbe per sempre ritenute siccome più forte allora di Massimiliano. Si aggiunga, che per i Veneziani era più utile, anzichè soggiacere ad un solo, il vedere le loro provincie divise fra i due principi, rimanendo luogo a sperare, che nascessero contese fra loro, e che quindi si aprisse un giorno qualche favorevole occasione alla Repubblica di ricuperare o in parte ciò che allora doveva per necessità rinunziare. Un tal consiglio, qual che siane stato l' esito, piuttosto che vigliacco, venne tenuto assai destro e prudente, e dai più fini politici molto ammirato.

Esaminiamo ora, se quell' antica virtù romana tanto decantata, abbia, in pari circostanze, superato la virtù veneziana, che vuolsi tanto deprimere. Allorchè Brenno trovavasi vittorioso alle porte di Roma, i magnanimi Romani che fecero? Niuno pensò alla difesa della patria, ma tutti a salvar la vita e i loro effetti preziosi in Campidoglio. Le mura furono abbandonate, i soldati o fuggirono, o si diedero prigionieri, e le porte della città restarono aperte al nemico. Se il destino volle salvar Roma, ciò non fu certamente merito de'suoi difensori. Dopo la battaglia di Canne, quando Roma perdette il dominio di tutta l'Italia, qual non fu l' abbattimento, lo spavento, il disordine, l' abbandono in tutte le classi de' cittadini? Basta leggere ciò che dicono tutti gli storici, e particolarmente Tito Livio, per conoscere i terribili effetti della disperazione in un popolo avvezzo alla vittoria. Simile quadro di desolazione ci offrono que'feroci rivali de'Romani, i Cartaginesi, dopo la loro disfatta sul mare. Non solo essi offersero di cedere le isole della Sicilia e della Sardegna, ma di rendersi perfin tributarj del Senato e del popolo Romano. Ma lasciando gli esempj antichi, discendiamo a tempi più moderni, ed arrestiamoci particolarmente su quella nazione tanto ammirata pel suo valore e per la sua gloria militare; su quella nazione, che cercò sempre di abbassare tutte le altre, e che, singolarmente adesso, si sforza di avvilire il popolo Veneto, spacciando storie infedeli, statuti immaginarj, aneddoti infamatorj, sentenze tiranniche che per nulla somigliano alla verità. Vediamoli in Italia, al primo roves cio della fortuna, lasciarsi spogliare dagli Spagnuoli di tutt' i dominj acquistati nel regno di Napoli, senza opporre la menoma resistenza, e con tale precipizio, come se cedesse tante nobili città mediante un accordo col vincitore. Non minore fu il suo scoraggiamento allorchè gli Svizzeri riportarono la celebre vittoria di Novara, essa abbandonò tutti i suoi possedimenti in Lombardia, per ritirarsi oltre i monti. Lo spavento de'Francesi fu allora tale, che una possente armata giunta per soccorrerli, non fu capace di arrestarne la fuga. Lasciamo di parlare di un fatto più recente, in cui per la perdita di una battalglia, chiamarono il soccorso straniero sino dentro le porte della propria Capitale, non dovendo così chè alla generosità del medesimo la loro esistenza civile e politica.

Per questi esempj, e per altri che sarebbe soverchio di addurre, puossi conoscere, che le avversità grandi e inattese possono disordinare per un momento gli spiriti più forti e più illuminati; e che allora quando o in un a maniera o nell' altra si sono perdute le armate, che sono gl'istrumenti co'quali conservansi gli Stati, i consigli più sani non bastano per por argine e riparo alle sciagure. A torto dunque si accusa il Veneto Governo di pusillanimità pel contegno suo dopo l'infelice avvenimento di Ghiara d'Adda; le sue posteriori direzioni certo non partirono da menti deboli e costernate, ma diedero piuttosto a conoscere che buona dose di costanza e di retto senno tuttavia regnava nel petto dei padri nostri.

L'imperatore, come si disse, aveva ricusato di ricevere l'ambasciatore Veneto, e di trattare con esso senza il consentimento del re di Francia. Il Papa avea già risposto con alterezza, siccome quegli ch' era già in possesso di tutte le sue antiche città della Romagna. Il re di Francia, impadronitosi della Lombardia, aveva avuto la lealtà di mandare a Cesare quegli stessi deputati di Verona ch'erano venuti da lui per offrirgli le chiavi della città, e così pur fece con quelli di Vicenza e Padova. Massimiliano egualmente, dopo di esser fatto signor del Friuli, avea investito, secondo le condizioni seguite, il re di Francia del ducato di Milano. I cinque Porti del regno di Napoli erano stati restituiti alle truppe del re Ferdinando, di modo che non rimaneva più alla Repubblica, che due fortezze nel Friuli e la città di Treviso. Ma anche questa era in procinto di correre la medesima sorte delle altre, poichè le armate imperiali erano alle porte, ed un Commissario le avea già intimato la resa, quando improvvisamente un semplice calzolajo accompagnato da un piccolo numero de'suoi aderenti, presentossi sulla Piazza collo stendardo della Repubblica, e cominciò a gridare: Viva san Marco! Questo grido, che non ha mai mancato del suo effetto, e saltò il coraggio degli abitanti; ciascuno giurò fedeltà alla Repubblica, ed armossi alla difesa della città. Il Governo di Venezia, avvertito a tempo di questa buona disposizione, potè raccogliere e spedire un rinforzo; e Treviso fu liberata. Gli abitanti di Belluno imitarono coraggiosamente simile esempio, ed ottennero eguale riuscita.

Fu una vera consolazione il riconoscere l' attaccamento di que'popoli verso la Repubblica, e quindi si trasse augurio di migliori venture per l'avvenire. Frattanto il Senato si affrettò più che mai a sollecitare le negoziazioni, ne lasciò occasione di far seriamente osservare ai principi cristiani, e particolarmente al Pontefice, il pericolo in che erano tutti di diventare schiavi delle potenze forestiere; e li convinse, che distrutto lo Stato Veneto in Terra-ferma, non eravi altro argine per arrestare que'torrenti devastatori, che inghiottirebbero tutta l'Italia senza rimedio. I ragionamenti cominciarono ad ottenere il loro effetto. Alfonso duca di Ferrara, uno de'principi più avversi ai Veneziani, fece sapere il rammarico che sentiva per i disastri della Repubblica, ed ordinò di rifabbricare a sue spese i castelli d' Este e di Rovigo, appartenenti ai Veneziani, ch' egli stesso aveva fatto distruggere, per lo spavento, diceva egli, che i Francesi avevangli cagionato. Ma il Pontefice sentì più di ogni altro tutto il peso di quelle considerazioni. Radunò un pieno Concistoro per dichiarare la sua risoluzione di ricevere i Veneti Ambasciatori, poichè la Chiesa Romana non doveva mai ricusare misericordia ai suoi figliuoli, anche i più colpevoli, allora quando dimostrano pentimento. I Cardinali, che conoscevano al pari di lui tutto il pericolo di lasciar esposta l'Italia all'armi forestiere, approvarono unanimamente la risoluzione del Papa, e lodarono una moderazione veramente degna del padre comune de' fedeli. Gli ambasciatori di Massimiliano e di Luigi fecero molte rimostranze al Papa per la troppa sua condiscendenza; ma riuscirono inutili. I due monarchi risolsero allora di venire ad un abboccamento sul Lago di Garda, per decidere insieme sugli affari della guerra. Luigi si mise subito in viaggio, accompagnato dal maggior fasto. Massimiliano vergognandosi di comparire con un corteggio assai inferiore, gli fece sapere, che affari premurosi lo chiamavano immediatamente in Friuli. Il monarca Francese se ne disgustò, e conobbe ognora più, che nulla dovea contare sopra un alleato, che non avea nè persveranza, nè regolarità di condotta. Previde in oltre, che il Pontefice si staccherebbe presto dalla Lega, e che il re di Sapgna, contento di essere ristabilito ne'suoi dominj nel regno di Napoli, più non si sentirebbe disposto a concorrere a nuove spese per la Confederazione. Risolse dunque di assicurarsi ben bene delle sue conquiste; poscia congedò le sue truppe, che non gli erano più necessarie, e si dispose a partire per la Francia. L'Imperatore cercò di persuaderlo, che spedirebbe quanto prima nuove truppe per raggiungere le sue: Luigi non ebbe più confidenza in lui.

Niente di tutto questo era ignorato dai Veneziani; ond' è che il Senato, contando anche molto sulla buona disposizione del popolo a suo riguardo, risolse di tentare un'impresa sopra Padova. Andrea Gritti, uno dei Povveditori dell'armata, ricevette gli ordini, e nella notte dei 17 luglio 1509 fu condotta l'armata vicino a Padova, senza trovarvi la menoma opposizione. La mattina all' aprir delle porte, non v' erano che alcuni carri pieni di fieno, che aspettavano di entrare; con essi entrarono pur anche le truppe Venete, che uccisero le sentinelle, s'impadronirono di tutte le porte, attaccarono e batterono la guarnigione, e Padova tornò in potere della Repubblica.

Questo colpo di mano, riuscito così felicemente, colmò tutta Venezia d'inesprimibile gioja. Era però da attendersi, che l'Imperatore avrebbe fatto tutti gli sforzi per riavere una città tanto importante, e da cui dipendeva lo stabilimento dell' impero Tedesco in Italia. Ed ancora più di Cesare i Venezioni ne conoscevano l'importanza, giudicando consistere totalmente la salvezza propria nella conservazione di essa, poichè, conservando Padova, potevasi sperare di ricuperare col tempo i dominii perduti, tanto più che la maggior parte de'sudditi, conoscendo pel confronto, quanto fosse diverso il Governo moderato della Repubblica da ogni altro, sempre più anelavano dietro al loro naturale e antico. Al contrario perdendosi Padova, perdevasi ogni speranza di mai più reintegrarsi del perduto. Ed era grandissimo il pericolo, che Venezia stessa, spogliata di tanti dominii, privata di tante ricchezze per la diminuzione delle rendite pubbliche e private che ritraevansi dalla Terra-ferma, o non potesse difendersi al presente dalle armi dei Confederati, o diventasse in progresso di tempo preda de'Turchi, o pur anche degli stessi principi cristiani mediante una nuova lega fra loro. Per il che fu messa ogni attenzione e diligenza a migliorare i lavori necessarj alla difesa di quella città, a provvederla abbondantemente di viveri, di munizioni, di artiglierie, e di un rinforzo di truppe, quanto si poterono raccorre. Nè per tutto ciò venia meno l' ansietà e la sollecitudine del Senato, e i vigili Senatori non cessavano nè giorno nè notte di pensare, ricordare e proporre le cose più opportune per ottenere un esito felice.

Frattanto l'Imperatore raccolto aveva un esercito di ottantamila, o come alcuni pretendono, di centomila uomini, e volle venir egli stesso a porre l'assedio a Padova. I Veneti non sorpassavano i sedici mila soldati. Come resistere a tanta maggioranza? Il Doge Lorenzo Loredano, uomo venerabile per la sua età, per la cospicuità del grado sostenuto degnamente da più anni, benemerito della patria per i tesori profusi a pro di essa, ammirato per le sue virtù, pe' suoi consigli, volle nel caso presente raccogliere straordinariamente il Gran Consiglio, come il corpo nel quale risiedeva la vera maestà dello Stato. Vi si recò egli stesso, e fatto silenzio, alzossi maestosamente dal suo seggio, e levatosi dalla fronte il Corno Ducale, in segno di rispetto verso quell'augusta assemblea, cominciò la sua orazione esponendo la necessità di difender Padova non solo con tutte le forze, ma anche colla vita stessa. Fece sentire, che l' indipendenza della Repubblica, la sicurezza di tutta Italia, dipendevano dalla conservazione di quella città. Rammentò, come fatto avea altre volte, essere stato l'amor della libertà, l' odio alla tirannia, che aveano popolato queste lagune, e prodotto sopra la terra e sul mare azioni degne di dare un gran nome ai Veneziani: aggiunse, che se per abbattere tanto splendore era stato necessario il concorso delle frodi e degli eserciti di tutt'i principi cristiani, talchè la Repubblica fosse costretta di cedere al momento la Terra-ferma, allora poi che sembrava aprirsi una favorevole opportunità di risarcire l' onor nazionale, di salvare alla patria il suo più bell' ornamento, qual' era la città di Padova, egli non poteva dubitare, che tutti non accorrerebbero a difenderla personalmente; e che siccome i patrizj dovevano superare tutte le altre classi ne'sentimenti magnanimi e patriotici, così esser dovevano i primi ad esporre i loro corpi per antemurale contro l'immenso numero de'soldati nemici. Ch'egli stesso avrebbe desiderato di essere il primo a dirigersi a quella volta; ma riflettendo, che i vecchi sarebbero più di carico che di utilità al presidio, e che d'altronde non meno che coll'armi si difende una città col consigliare, provvedere, ordinare, così credeva necessario non solo di fermarsi in patria egli stesso ed i suoi coetanei, ma che non venisse Venezia spogliata nemmeno di tutta la gioventù, perchè ve ne fosse da poter accorrere al bisogno. Quindi consigliò ed animò, perchè alcuni giovani gentiluomini volessero raccogliere un buon numero di amorevoli, atti all'armi, ed andassero tutt'insieme a chiudersi in Padova, sin che quella piazza avea bisogno di difesa. Volle egli avvalorare il consiglio coll'esempio, e per ciò offerse in modo assai sentito e commovente i suoi due proprj figli, dello zelo e dell' attività dei quali facevasi mallevadore. Assicurò in oltre, che da questa provvidenza deriverebbe non solo la difesa di Padova, ma l' ammirazione di tutte le nazioni; mostrandosi così, che i patrizj stessi furono quelli che, a rischio della propria vita, erano accorsi a tanta impresa, e per la maggior sicurezza della propria vita, erano accorsi a tanta impresa, e per la maggior sicurezza della loro libertà, e per la preservazione della più degna e nobile patria che fossevi al mondo.

Il discorso del Doge fece tale impressione sul cuore di tutti, che più di trecento nobili, unendo con una celerità inaudita un gran numero di persone, risolsero di andar a chiudersi in Padova. Allorchè s'imbarcarono vennero accompagnati dal resto della nobiltà, e da una moltitudine infinita, che a gara celebrava le loro lodi, e faceva pietosi voti per la loro eroica impresa. Con non minor applauso e giubbilo vennero essi accolti in Padova. E veramente era cosa ammirevole osservare tanti giovani patrizj, i quali non esercitati alle fatiche, nè ai disagi della guerra, avevano voluto sagrificarsi spontaneamente alla difesa della città. Or qui sarebbe interessante assai il seguir passo a passo i loro sforzi inusitati, il vederli prestarsi senza veruna distinzione di grado a tutt'i lavori più penosi, come sono quelli della facitura degli argini, dei bastioni, delle mura, delle casematte, ed esporsi ai pericoli più evidenti. Il loro esempio eccitava in tutti l'emulazione, ed ognuno cercava di superare sè stesso. I soldati mercenarj vedendosi frammisti ai patrizj, si trovavano non solo animati da loro, ma confortati dall'idea, che niente potrebbe neppur ad essi mancare. Di fatti la città abbondava di qualunque genere di provvisioni, giacchè non era stato men sollecito il governo ad acquistarle, che i villici a recarle in Padova. Questi in oltre ajutavano quanto più potevano sì gl' interni, che gli esterni lavori di quella piazza, talmente che venne essa riparata e fortificata maravigliosamente. È ben vero, che a compiere tanto lavoro vi contribuì non poco il molto ritardo, che vi frappose l'Imperatore a unire le sue truppe, e a determinare il modo di dare l'assalto alla città; donde avvenne che quell'esercito potentissimo, giunto sotto le mura, in meno di sei settimane che stava assediandola, perdette ogni speranza di vittoria, e Cesare stesso fu costretto a ritirarsi per allora sino a Verona, deliberato di ritornarsene in Germania per disporsi, diceva egli, a rinnovare la guerra nella primavera. I Veneziani approfittarono del momento per racquistare molti castelli. L' Imperatore dimandò una tregua che non gli fu accordata. In fine, per abbreviare questa narrazione ormai troppo prolissa, basterà dire, che si combattè con varie vicende sino al 1516, non avendo mai mancato il governo Veneto di attività, di forza, di consiglio; e alla pace generale, la Repubblica riebbe quasi tutto ciò che aveva perduto.

Ecco il termine della famosa Lega di Cambray, che aveva armate tante braccia per annientare una Repubblica, meritevole piuttosto che tutte si armassero per sostenerla. La nostra storia può bene gloriarsi di avere un' epoca così memorabile. Havvi in essa da ammirare non solo il valore e la forza della Repubblica dopo la prima sorpresa, ma particolarmente l'unione de'sentimenti per la difesa della libertà, la sua fina politica nel saper unire e disunire le alleanze, l' arte d'impiegar e muovere a tempo tutte le molle, e singolarmente quello spirito di vero patriotismo, ch' è sempre l' effetto di un governo equo e giusto, e della felicità generale.

È inesprimibile l' esultazione di tutti i sudditi Veneti allora quando, dopo tante vicissitudini, si videro finalmente renduti all' adorato loro principe naturale. Saccheggiati dagli stranieri impudenti ed avidi, non aveano sopportato il loro giogo che con orrore, ed erano stati sempre amareggiati di aver perduto un governo, che non esigeva che obbedienza alle leggi, e imposte moderatissime. Ogni città spedì dunque i suoi Deputati a Venezia per assicurare il Senato della sua perfetta felicità, e per offerirgli la total sua dedizione. Il Senato dal canto suo rispose con effusione a queste commoventi espressioni, e volle subito con vera carità paterna sollevarle dalle imposte gravose ch'ebbero a sostenere durante la guerra. Ordinò in oltre, che si dovessero pagare tutti gli stipendj sospesi agli amministratori di ogni città e che ogni città dovesse essere non solo restaurata dai danni sofferti, ma abbellita per modo da accrescere i comodi ed il lustro de' cittadini. Queste ed altre misure, dirette al vantaggio generale di tutt'i sudditi, aggiunsero alla comune felicità la più viva riconoscenza.

Non v' ebbe popolazione, che non celebrasse con pompa questo grande avvenimento. Le feste più solenni si succedettero da uno in altro luogo, e meritarono di esercitare la penna di varii scrittori. A Venezia poi esse durarono per più giorni. Vi furono giostre magnifiche, regate in cui le donne stesse vollero correr l' aringo, fuochi d' artificio, tutto che quest' arte fosse ancora nella sua infanzia, ed altri spettacoli. Ma per rendere immortale il gran fatto, s'instituì una festa annua li 17 luglio, giorno della ricuperazione di Padova, essendo stato questo il primo passo che condusse seco tutte le altre felici conseguenze. In questo giorno celebravasi nel calendario la festa di santa Marina. Per una combinazione singolarissima, eravi in Venezia nel Tempio dedicato a questa Santa, il sepolcro del Doge Michele Steno, sotto il cui governo erasi per la prima volta acquistata Padova; ed alla sua morte vennero appese le chiavi d' essa città vicino al di lui monumento. Ciò accrebbe la pia persuasione, che fosse stata l' intercessione di questa Santa, onorata particolarmente per la sua pazienza e perseveranza, che avesse impetrato da Dio ai Veneti, imitatori delle sue virtù, questo nuovo prospero successo. Fu dunque decretato, che il Doge andrebbe ogni anno col suo augusto corteggio ne'peatoni dorati alla chiesa di santa Marina, per assistere alla Messa solenne, e baciarvi ce.

Dimenticaronsi assai presto tutt'i mali della guerra, e le somme immense che aveva costato, poichè Venezia trovava nel suo commercio una fonte inesausta di ricchezze pubbliche e private; e la Repubblica nell' amor de' suoi sudditi conservava si potente forza politica, che superava ogni altra, e che i soli secoli non avrebbero bastato a distruggere.

Nota alla pagina 45.

Che un compatriotta, e forse anche un parente del conte Francesco Carmagnola, non molti anni dopo la sua morte, punto da un vivo dolore, giudicasse e parlasse come abbiamo veduto nella narrazione, non recherebbe stupore. Ma che quattro secoli dopo, in una piena discordanza di storiche tradizioni, nell' ignoranza totale di autentici documenti, e nell' annientamento di un corpo sovrano che non ha più voce, siavi chi ami risvegliar la memoria di un fatto, senz'altro apparente motivo che quello di mordere la direzione di un Governo, per lode di giustizia e d'integrità riputatissimo, è cosa veramente singolare e degna di oeservazione. Lasciando da parte gli storici forestieri, e specialmente un Sismondi e un Daru, che quanto allettano per la grazia del dire, tanto fanno nausea per la sfigurazione dei fatti, restringeremo ora le nostre doglianze verso cert'uni, i quali fanno pomposa mostra de'lor sagaci ingegni, col produrre opere atte a riaccendere odii e rivalità, ed a rinnovare quelle discordie, onde in antico fu vittima la nostra bella e troppo vagheggiata penisola. Io intendo segnatamente parlare e della Tragedia del signor Manzoni intitolata Il conte di Carmagnola stampata a Milano, e del Quadro che, per commissione di là procedente, si è lavorato in Venezia dal signor Hayez, in cui rappresentasi la separazione del Carmagnola dalla sua famiglia, nel punto d'avviarsi all' ultimo supplicio. L'unico mezzo di unione che ci rimanga è il progresso delle belle arti, le quali ingentiliscono i costumi, perfezionano il cuore, innalzano l'anima, la rendono sollecita di pacifiche virtù, distruggono ogni rivalità fra popolo e popolo, e li legano indistintamente insieme in dolce amistà, per tendere tutti di concerto all'interesse promiscuo del bene pubblico. Ma oh perdute speranze, se i cultori di queste le fanno servire al capriccio, ed alle deplorabili animosità! E pur troppo certo è, che le opere sopriandicate non restano dall' eccitar nel generale basse e nocevoli passioni, e tentano di convertire la dubbiezza degli antichi eventi in probabilità olgraggiosa ad una nazione, che sostenne con tanto decoro la gloria del nome Italiano! Quanto bene a questo proposito acconcierebbe fors'altri il già vecchio notissimo adagio “Al Lion morto ogni animale insulta!” Quali accuse, in vero, non si danno adesso alla Veneta Repubblica di crudele, d' ingiusta, per avere quattrocento anni fa condannato a morte un suo Generale? A quali fondamenti di fatto e di raziocinio si appoggiano tali accuse? Prima di tutto abbiasi per indubitato quel canone, che per giudicare con equità degli avvenimenti dei tempi andati, conviene trasportarsi al secolo in cui succedettero, e avere riguardo alle circostanze che gli accompagnarono, alla situazione fisica e morale dei Governi, e non giudicare secondo i nostri costumi ed interessi attuali, nè co' dettami della politica presente, più illuminata e più conforme alle sante leggi dell' umanità. Sol che tu apra la storia del secolo decimoquinto, e ancor più degli antecedenti, non in Italia soltanto, ma per tutto il mondo, vedrai le vite de'principi circondate da pugnali e da veleni: i sudditi riguardati quasi mandre di vili animali condannati alla gleba: tutto spirare barbarie, atrocità, oppressione. Se in mezzo a tanti orrori, tu oercassi qualche raggio di luce, dovrai pure rivolgerti alla sola Venezia, che sin d' allora distingnevasi con un Codice di leggi, con una vera libertà sociale, e con costumanze temprate di natìa mansuetudine e di onestà; il che deve ognor più allontanare l'idea di una pubblica ingiustizia.

Venendo al caso particolare del Carmagnola che trova ora più apologisti, che non n'ebbe quando la compassione della sua morte doveva essere più viva, perchè più recente, è d'uopo considerare prima di tutto chi egli si fosse. Un villano feroce e di gran cuore, che tratto dalla sorte ad essere soldato, è venuto in credito prima presso Facino Cane, uno de' Generali de' Visconti, indi presso Filippo Visconti medesimo, fu il principale strumento della grandezza di lui, avendo, in qualità di suo Generale, riacquistato tutto il suo ducato, e discacciatine gli usurpatori. Ma per quale via giunse egli a tanto? Talvolta col valor militare, spesso colla crudeltà, più spesso coll'inganno. La sua prima impresa fu di acquistar Lodi, che teneva pel conte di Vignate. Questi, ingannato da una finta tregua, si lasciò cogliere sprovveduto in Milano; venne arrestato, posto in una gabbia di ferro e spedito a Pavia. Intanto il Carmagnola, conscio del fatto, assaltò Lodi, la prese, fecevi prigioniero il figlio del conte, e poscia padre e figlio passarono nelle mani del carnefice. Indi Crema cadde in potere di lui mercè la trama, ch' egli secondò, di alcuni faziosi contro quel feudatario. Ei tolse Vigevano al marchese di Monferrato più col timore, che colle armi. Ma in Piacenza, signoreggiata da Filippo Arcelli, pose in opera più fiero spediente. Essendogli caduti nelle mani il fratello ed il figlio di quel principe, egli, fatte piantar due forche sotto le mura della città, le intimò la resa, minacciando di far impiccare i due giovani prigionieri, se ciò non otteneva. L'Arcelli non credendo possibile tanta crudeltà, rifiutò di arrendersi, e tosto le due innocenti vittime penzolarono dal patibolo. L'infelicissima madre e la loro cognata, che dalla finestra videro l' orrenda scena, accrebbero talmente colle loro smanie la costernazione del principe, ch'egli uscì di città travestito, e così Piacenza ritornò in potere del Visconti. Bergamo fu tolta al Malatesta per sorpresa. Como, Cremona e Brescia s' arresero per contratto. Di Parma egli prese possesso per ispontanea dedizione, senza spendere nè danaro, nè sangue. Così fu di Asti nel Piemonte, che cedette ad una sua semplice intimazione; così di Faenza, d'Imola e di Forlì nella Romagna. La città che gli costò più sudori, e che non si rese se non dopo un formale assedio, fu Genova. Superbo il Carmagnola per questa impresa, e per aver in meno di dodici anni ricuperato al duca Filippo forse venti città, non dubitava di acquistargli ben presto non solo tutto lo Stato di Gio. Galeazzo suo padre, ma di estendere maggiormente i confini, quando l' invidia e la malignità de' cortigiani ruppero i suoi disegni. Quali fossero le secrete trame tese contro di lui non giova cercare. Basta bene, che gli venne un ordine dal suo signore di lasciare immediatamente il comando delle armate, e di assumer il governo di Genova. A tal colpo inaspetto, egli fremè; conobbe di essere calunniato; cercò di farsi ascoltare dal principe per lettera; ma le lettere o furono intercette o giunsero mal gradite, e non n' ebbe mai risposta. Irritato ognora più, egli lasciò finalmente Genova, e si recò al soggiorno del Duca in Abbiategrasso per avere udienza; ma questa gli venne replicatamente negata, onde non potendo altro, si diè a gridare altamente, sperando che le sue voci giungessero all' orecchio di Filippo, e dichiarò traditori e ribaldi i suoi ministri, e protestò, che in breve il Duea sarebbesi pentito di non averlo ascoltato. Detto ciò, per prevenire i pericoli, spronò il cavallo, e s'involò per sempre dalle terre del Visconte, il quale tosto ordinò la confisca de' suoi beni, e la prigionia della sua famiglia.

Non parendo al Carmagnola poter trovare migliore rifugio che in Venezia, ove gli animi erano esacerbati contro Filippo per l' oppressione in che teneva gli sventurati Fiorentini, quivi si ritirò. Il Doge Francesco Foscari, nemico acerrimo de' tiranni, e portato per natura alle ardite imprese, contribuì non poco a fargli avere buon' accoglienza, e sperò che un sì illustre e intraprendente Generale avrebbe potuto indurre il Senato ad ascoltare più le voci bellicose de' Fiorentini, che le pacifiche di Filippo. Gli Ambasciatori delle due potenze si trovavano al tempo stesso in Venezia, e secondo le varie loro mire, ciascuno incalzava i maneggi.

Il Carmagnola risiedeva d' ordinario a Treviso, nè veniva a Venezia se non che ricercato per consiglio, il che veramente era assai spesso. Ora, in Trevigi stando, avvenne che un certo Giovanni Liprando fuoruscito Milanese, fece proporre al Duca l' uccisione del Carmagnola, purchè gli venisse concesso il ritorno alla patria. Il Duca ne fu contento; ma nel punto di mandarla ad effetto, la trama fu scoperta, il reo decapitato, ed il Carmagnola da allora sentì infiammarsi ognora più di spirito di vendetta. Onde introdotto in collegio esagerò la perfidia di Filippo, si vantò di conoscere tutti i suoi piani più secreti; assicurò che debellati i Fiorentini, avrebbe rivolte le armi contro la Repubblica, dimostrò quali fossero le sue forze, quali i soldati, quali i comandanti, quale lo stato dell' erario; ed infine tutto dipinse sfavorevolissimo al Duca, promettendo poi sommi vantaggi ai Veneziani qualora volessero determinarsi alla guerra, ed affidarne a lui le forze.

Sì belle speranze, avvalorate dalle insinuazioni del belligero Doge, fecero che, portato al Senato quest'affare, fu decisa la guerra. Divulgatasi l' alleanza tra Venezia e Fiorenza, tutti gli altri principi d'Italia ricercarono d' esservi essi pure compresi, e'l furono. L'intimazione di guerra fu fatta, ed il Senato nel prepararsi potentemente per sostenerla, si riportò in tutto al consiglio del Carmagnola, cui scelse a suo generale coll'assegno di mille ducati d' oro al mese. Non tutti però i Senatori erano tranquilli su questa scelta. I più cauti avevano ribrezzo ad affidar la propria fortuna in mano ad un uomo d' inquieta natura, troppo bene istrutto nelle secrete pratiche, e che sì ardente mostravasi per impugnar l'armi contro al natural suo principe. Ma gli arrischiati la spuntarono su i prudenti, ed il Carmagnola il dì 15 febbrajo 1426 con grandissima pompa ricevette lo stendardo di S. Marco, e prestò il solenne giuramento di fedeltà.

Il giorno 18 marzo dell'anno medesimo, il Carmagnola con i Provedditori Veneti, che, com'era il consueto, seguivano il generale in campo e dai quali dipender doveva, si partirono da Venezia, e andarono a raggiungere il corpo dell' armata di dodicimila uomini, ch' era nel Trevisano. Ben tosto fu esso in marcia alla volta di Brescia. Il conte Francesco, che avea non pochi amici nella Lombardia, ricorse alle sue solite armi della seduzione per impadronirsi di quelle città; ed in parte gli riuscì; mentre potè introdurvi notte tempo ottocento uomini per una porta, ed occuparne un quartiere. Ma per far suo tutto il resto, e massime la Rocca, non ci vollero men di quattro mesi di stento, ed in oltre l'opera ingegnosa del generale fiorentino Nicola da Tolentino, il quale inventò egli, e non già il Carmagnola, come si disse per fargli onore, la doppia linea di circonvallazione e di contravallazione, ed apprestò tal ridotto agli assedianti, che poterono assiduamente stringerla, e finalmente sforzarla alla resa. Questa perdita, ed il guasto sofferto nelle sue terre, persuasero Filippo ad interporre l' autorità di Papa Martino V per chiedere agli alleati la pace. Essa gli fu accordata; ma però mediante la restituzione ai Fiorentini di quanto era stato loro preso durante la guerra, e la cessione di Brescia col suo contado, e di altre piazze ancora ai Veneziani.

Ritornato il Carmagnola a Venezia, la Repubblica non tardò a rimunerarlo largamente del prestati servigi. Lo ammise al Patriziato co' suoi discendenti; gli fece il dono di un palazzo; gli assegnò la terra di Castel-nuovo nel Veronese con buona rendita, e per giunta il regalò di mille ducati d'oro.

Ma la pace durò poco per la mala fede del Visconti, il quale l' avea forse segnata più per fermare il corso a maggiori disgrazie, che per brama di conservarla, o forse anche con lusinga di riavere il suo Generale, che sapeva essere più irritato contro i suoi ministri, che contro di lui; quindi negò la pattuita consegna delle piazze a chi, in nome de' Veneziani, era andato a riceverle.

Di nuovo adunque fu allestito un esercito, e ben più potente di prima, poichè ascendeva a 36000 uomini, oltre un gran numero di navigli da scorrere il Pò, Confermato il Carmagnola nel comando, portò la sua truppa sul Mantovano, mentre la flotta sotto gli ordini di Stefano Contarini ascendeva pel fiume. Contro essa ne aveva equipaggiata un' altra più poderosa il Visconti, e la fece tosto da Pavia discendere sino a Casal Maggiore, fortezza de' Veneziani, comandata da un nobile Pisani. Qui sbarcarono le truppe del Duca, e strinsero la piazza. Il Pisani sprovveduto di forze, ricorse al Contarini, e non ottenne che deboli ajuti. Si rivolse al Carmagnola, e non n' ebbe nessuno; sicchè dopo tre settimane di resistenza, dovette cedere. Intanto l' armata di terra erasi avanzata nel Bresciano. Il Carmaguola la condusse sotto il castello di Gotalengo, e ignaro ch'ivi presso fosse imboscato un buon corpo di nemici, tenne il suo campo con tal trascuraggine, che il nemico gli piombò addosso improvvisamente, uccise più di 1500 soldati, e costrinse il resto a precipitosa fuga. Increbbe fortemente al Senato tanta sciagura avvenuta ad un esercito de' più fioriti, che a' que' tempi si vedesse in Italia; pure esso non volle sospettare malizia del Cenerale, ed attribuì tutta la colpa al solito destino delle guerre; anzi gli animi si acchetarono affatto, quando si seppe che il conte Francesco in ammenda del fallo, avea riuniti con mirabile prontezza gli avanzi dell' esercito, lo avea rinforzato di nuove reclute, ed erasi posto in istato d' uscire in campagna; e per istornare le forze di Filippo da Brescia, era andato a minacciar Cremona. Quivi nacque un combattimento feroce con danno reciproco; ma la vittoria si decise poco appresso a favor dei nostri, sulla via che conduce a Maclodio. Grande ivi fu la strage de' Milanesi, e più di ottomille caddero prigionieri, tra quali lo stesso generale Carlo Malatesta. Ma qual che si fosse la ragione, il Carmagnola non volle approfittarsi della vittoria. Invece di diriggere i suoi attacchi contro qualche piazza importante, oppur contro la stessa Milano, egli perdette il tempo saccheggiando Soncino. Non basta; con assoluto dissenso dei Provveditori Veneziani; pose in libertà tutt' i prigionieri; e così la perdita di Filippo, non si ridusse che a cavalli, armi e munizioni, poichè riebbe a sua disposizione la stessa armata di prima. Però questi essendo tuttavia esausto di danari, e vedendo le sue milizie scoraggiate, conobbe difficile ricuperare il perduto; laonde deposto l' orgoglio cominciò a piegare alla pace, e nuovamente interpose la mediazione del Pontefice. Fu aperto in fatti un Congresso di Ferrara, ove lunghe ed acerbe furono le opposizioni; ma finalmente si concluse un Trattato li 18 aprile 1428, per cui Brescia, Bergamo, ed una parte del Cremonese accrebbero il dominio terrestre della Repubblica. In quanto al Generale, v' ebbe un articolo, che imponeva al Duca la restituzione a lui della moglie e de' figli. Circa ai beni si tacque, essendo tutti doni di Filippo.

Nel maggio susseguente, il Carmagnola giunse a Venezia con molti de' suoi capitani. Grandi onori gli compartì il Governo. Fu solenne il suo ingresso nella Basilica di san Marco, dove in mezzo ad infinito concorso rimise nelle mani del Doge lo Stendardo della Repubblica, che venne poi collocato fra i nuovi trofei riportati sul protervo nemico. Susseguitò a questo una gran processione; indi si permise non solo a Venezia, ma a tutte le città dello Stato, di festeggiare sì utile pace, con tutta la magnificenza. Al Carmagnola poi vennero accresciuti gli stipendj; fatto l' assegno di nuove rendite territoriali; ed a sua moglie, già venuta seco lui in Venezia, furono presentati panni d' oro e di seta pel valsente di 2000 ducati d' oro, ed altri ricchi doni.

Non era ancora bene consolidata la pace, che ricominciarono a pullulare i semi di nova guerra. Rodeasi Filippo delle perdite fatte, e colle frodi, armi sue predilette, tentava di rimettersi nell'antica potenza. Fra l' altre, fu troppo aperta quella di avere suscitato una congiura per introdurre le sue truppe in un castello del Bresciano. Il capo ne fu arrestato, e la sua confessione non ne lasciò più alcun dubbio.

Eccoci dunque al principio del 1431, per la terza volta in armi.

Il Carmagnola cominciò le ostilità colla presa di Trevi e di Caravaggio, e già mirava a quella di Soncino per via di astuzie, ma questa volta l' ingannatore fu ingannato; poichè mentre marciava per occuparla, venne oppresso da un tal numero di nemici, che le sue milizie furono rotte, disperse, inseguite, ed egli stesso costretto a precipitosa fuga. Rimaneva però intatta la flotta del Pò composta di 80 e più legni, comandata da Niccolò Trevisan. Tosto che Carmagnola potè riaversi del sofferto danno, e reclutar nuove truppe, mostrò di volerla sostenere. Essa essendo avanzata presso Cremona, non lontano egli pure trasferì il suo campo, nè molto andò, che i generali del Duca, fiugendo di volerlo attaccare per terra, fecer discendere per acqua i lor galeoni, certo minori in numero dei Veneziani, ma più potenti; perchè pieni del fior della milizia di terra, che col favore della notte vi si era fatta imbarcare. Il Trevisan non s'accorse della forza nemica se non quando le fu quasi a fronte. Spedì tosto messi al Carmagnola per informarlo del vicino pericolo, per eccitarlo ad accostarsi rive del Pò, e così porsi in istato di dargli pronti soccorsi; ma quegli rispose, che potendo egli stesso venir attaccato, non dovea compromettere il suo esercito coll'indebolirlo. Di qua venne, che i nostri non avendo che marinaj e soldati armati alla leggera, mal poterono sostenere uomini armati dalla testa ai piedi. Combatterono nondimeno, fecero sforzi di valore, tinsero a varie miglia l'acqua del Pò del loro sangue ma dovettero alla fine arrendersi, eccetto il comandante, che fuggì, e pochi altri con lui. La vittoria del nemico fu compiuta; più di tremila dei nostri furono uccisi; il bottino immenso; il danno superò la somma di seicentomila ducati. Per buona sorte, i generali del Duca non approfittarono dei loro vantaggi, e tutto si restrinse ad inconcludenti marcie, a guasti, a scarmuccie.

Poco dopo successe, che il Capitano di un distaccamento Veneto, veggendo mal guardato da una parte il muro della città di Cremona, concepì l' ardito pensiero di far notte tempo una sorpresa, e senz' altra considerazione lo eseguì. Si gettò nel fosso, scalò le mura, e seguito dai suoi si trincerò ad una porta, spedendone tosto l' avviso al Generale ch' era tre miglia lontano. Fu però vana ogni ambasciata, ogni preghiera d'ajuto; il Carmagnola non si mosse; quindi dopo due giorni di aspettazione, il distaccamento dovette abbandonare il posto e rinunziare alla bella speranza di conquistar Cremona, che pur era lo scopo di tutte le operazioni di quella campagna.

Così freddo ed indolente non si mostrò il Carmagnola quando, poco appresso, venne chiamato dal Governo a respingere gli attacchi del Patriarca di Aquileja, che con forze impetrate dall'Imperatore, erasi dato a saccheggiare crudelmente il Friuli; e sì valorosamente operò, che in breve quella provincia rimase sgombra da infestazioni, ed il nemico battuto e fugato.

Ma ricomparve la primiera lentezza, allorchè, ritornato nel Cremonese, si lasciò attaccare qua e là dal nemico reso sempre più intraprendente dai passati successi, il quale acquistò due importantissimi posti sul Pò, come Bordelano e la Torricella, senza trovare opposizione, e senza che il Carmagnola se ne sconcertasse punto. Questi suoi ultimi portamenti costrinsero il Senato a vieppiù serie considerazioni, perchè vedeva apertamente favorita la parte del nemico e tradita la sua.

In questo mezzo, l' imperatore Sigismondo giunto di passaggio a Milano, s'invogliò di farsi mediatore d'una stabile pace. A tal fine invitò tutte le potenze belligeranti a spedire a Piacenza i loro deputati. La Repubblica mandò i suoi. Durante i trattati, venne chiamato a Venezia il Carmagnola, sotto pretesto di voler conferire con lui sugli articoli da proporre al congresso. L'accoglimento fattogli per via dai pubblici rappresentanti, e l'incontro pomposo ch' egli ebbe al suo arrivo, non gli permisero di sospettare nulla di ciò che macchinavasi contro di lui. Egli fu condotto tosto nel pubblico palazzo, quasi dovesse entrare nelle stanze del Doge; ma le stanze Ducali si cangiarono per lui nelle contigue carceri; del che appena si accorse, che gridò, son morto. Venne formalmente processato; e negando egli tutt'i fatti de' quali era accusato, fu posto alla tortura, ed allora confessò ogni suo disegno. Per il che non gli rimase più luogo a salvezza, e fu decollato in mezzo alle due colonne della piazza di S. Marco.

È questo un esatto e semplicissimo compendio di quanto ci tramandarono intorno al Carmagnola gli storici a lui contemporanei o di poco lontani, sien Veneziani o nol sieno. Nella narrazione de' fatti tutti s'accordano; ed al loro unico fonte attinsero anche i moderni, i quali, comunque dominati da contrarie passioni, non poterono travisarli. Ciò in che a taluuo sembra che dissentissero gli scrittori veneti dagli stranieri, è la causa della decapitazione di quel celebre capitano. Mettono i nostri fuor di dubbio, che il governo abbia emanata giusta sentenza contro di lui, perchè fondata su prove incontrastabili del suo tradimento. Tra gli estranei non trovo che il Corio milanese, che in modo assoluto discordi da noi dicendo, che i Veneziani tolsero al loro condottiere il valsente di più di 300,000 ducati, i quali furono, forse, più che qualunque altra ragione, la causa della sua morte. Gli altri che si riducono a due, tengono un modo più cauto, e non fanno che riferire le varie voci, che pro e contra si sparsero in Italia all'occasione della sentenza. Un Anonimo bolognese, le cui parole si riportano dal sig. Manzoni stesso, così si esprime: “Dicesi, che questo hanno fatto, (i Veneziani contro il Carmagnola) perch' egli non faceva lealmente per loro la guerra, e che s'intendeva col Duca. Altri dicono, che come vedevano tutto lo stato loro posto nelle mani del conte, capitano di sì grande esercito, parendo loro di esporsi a grave pericolo, e non sapendo con qual miglior modo potessero deporlo, han trovato cagione di tradimento contro di lui. Dio voglia che abbiano fatto bene”.—Il Poggio Fiorentino, scrittore tanto elegante quanto imparziale, dopo aver narrato l'arresto, segue: “Assoggettato alle interrogazioni, tratte fuori le lettere, e addotti alcuni testimonj domestici, corre voce, che fosse convinto di tradimento, e venti giorni dopo il suo arresto, fra le due colonne della piazza, collo sbadiglio in bocca, perchè parlar non potesse, fu decapitato”.—E poco appresso soggiunge: Vuolsi, che non potendo soffrire i costumi de' Veneziani, mancasse loro di fede. Certuni dicono, che non abbia meritato la morte con delitto di sorta, ma che ne fosse cagione la sua superbia insultante verso i cittadini veneti, e odiosa a tutti.”

Ecco i soli fondamenti, su i quali mal'affetti al nome veneto fanno un gran lavoro d' ingegno, per provare ingiusta e crudele la sentenza; ma quanto solidi essi sieno, ciascun sel vede: un dicesi, un dicono, un vuolsi. Chi riflette alla figura del reo, Capitano reputatissimo per valore, per consiglio, per severità militare, e per imprese operate, troverà assai naturale, ch'egli si fosse acquistato l' universale ammirazione, e che caduto in grave sciagura, benchè meritata, ottenesse la compassione di molti. Chi considererà poi la qualìtà di chi avea scagliata contro lui la condanna, non si stupirà, che tra parecchie migliaja d'Italiani, v'avessero alcuni, che in onta del vero, disseminassero voci favorevoli al reo, e vituperose pe' suoi giudici. Il Governo Veneto era giunto, in quell'epoca, a tal grado di potenza, che parea quasi divenuto l'arbitro della sorte d'Italia. Ciò basti a persuaderci, ch' egli avea de' malevoli. Rado è che dalla potenza si scompagni l'invidia, e che da questa non pulluli l' odio. Gli accennati storici, nell'esporre le udite dicerìe, punto non le rafforzarono col proprio parere; anzi, se guardiamo il Poggio, troveremo, che in più luoghi della sua storia propende a credere ben fondati i sospetti de' Veneziani sulla fedeltà del loro Generale. Riguardo al licenziamento dei soldati, egli così dice: “Non v'ha chi dubiti, ch'esso (Filippo) potesse in quel giorno essere d' ogni cosa spogliato, se il Carmagnola avesse ritenuti i prigionieri. Infatti tutt'i più nobili e valorosi erano caduti nelle sue mani… Tanto era il tumulto, tanta la disperazione, e così sparsa la fama di questa vittoria, ch' egli poteva, senza impedimento alcuno, portar la distruzione sino sotto le porte di Milano.”—In quanto all'asserzione del Corio, essa non trova aderenti nemmeno tra gli avversarj dei Veneti: tanto è fuori di ragione e gratuita. Bella politica in vero sarebbe stata quella di colmar di doni e di onori colui che serviva lo Stato, ed inventar poscia false accuse per privarlo di vita, e ricuperare i largiti doni! Io non so, che taccia simile sia stata mai apposta alla Repubblica nemmeno da' suoi detrattori li più accaniti, mettendola così a paro col barbaro Musulmano. Da ciò conchiudasi, che la storica autorità qui riesce a nulla per decidere, se a diritto o a torto siasi il Carmagnola giustiziato. Tutto riducesi a presunzioni, a congetture, per giudicar delle quali è d' uopo ricorrere al raziocinio più che alle antiche memorie.

Intanto io non so quanto improbabile parer possa, che cadesse in delitto di fellonia il Carmagnola. Ritornando sul fatto racconto, appare ch'egli, oltre alla vil nascita, e alla niuna educazione avuta, era un di que' soldati di ventura, ne' quali più che l' onore suol prevalere l' interesse. Di molto valore non mancava al certo, ma era suo uso impiegarlo sol quando vedea andar a voto le astuzie, i rigiri. Profugo dalla Lombardia, cercò nuovo signore per la speranza di vendicarsi dei torti ricevuti dal primo. L' ambizione e l'interesse il facean prode; ma se l' equità non si conosce e non si pratica in tutto il rigore, quanto è mai facile lo sdrucciolare in funesti eccessi! Io ben volentieri accordo, che ad un uomo di tal tempra non potessero andar a sangue i costumi austeri e leali de' Veneziani, e quel dover da essi dipendere, come alcuni asseriscono; anzi da tutto ciò traggo il motivo per cui, dopo la prima guerra, si raffreddasse il suo zelo per essi, continuasse a servirli solo per coglierne i beneficii, e la finisse col secretamente odiarli e tradirli, tornando in grazia del Duca, il cui carattere dopio e fraudolento meglio col suo si affaceva. Ben è a sorprendersi della lunga tolleranza avuta dal Senato, che certo fu figlia della buona fede piuttosto che della necessità. A que' dì non mancavano certo anche in Italia famosissi mi capitani, che all' esca di un regal trattamento, quale potea e sapea assegnar la Repubblica, si sarebbero venduti volentieri a lei colle loro schiere. Tuttavolta ella non s'indusse a cangiar condottiero, se non quando conobbe infallibile il suo tradimento. Eppure quant'indizj non aveva egli dati sin da bel principio d'una maliziosa condotta! Fu forse comprovata abbastanza la sua impossibilità di dar soccorso al Pisani in Casal Maggiore? Fu scusabile abbastanza la sua imprevidenza a Gotolengo? Ma ciò fu un nulla in confronto al licenziamento ziamento de' prigionieri, dopo la prospera giornata di Maclodio, ed al suo lento procedere quando tutto invitavalo a cogliere i frutti della vittoria. I veri sospetti erano allora cominciati; pur la gloriosa pace, che poco appresso si ottenne, fè sì, che il Senato alla rinnovazione della guerra gli riconfermasse il comando. Come corrispose egli a tanta fiducia? Senza porre in conto l'error che commise a Soncino con sì gran danno dell' esercito, egli lasciò perire sotto a' suoi occhi una bellissima flotta e tanti valorosi combattenti, per aver ricusato di soccorrerli. Quell' ammiraglio non computandosi reo, erasi recato a Venezia con que' miseri avanzi, che avea potuto salvare; nondimeno fu egli severamente punito, ed il Carmagnola non ebbe che una lieve riprensione. Ma avesse questi almeno fatto avanzare una parte dell'artiglieria sulle sponde del fiume, e cannonato il Mincio! Nulla di questo; ed è ciò comprovato dal non essere stato gettato a fondo nemmen uno de' bastimenti nemici. Qual' uso fec'egli in tutta la campagna del suo fiorito esercito? Nemmen fu presa Cremona, che acquistar si poteva, come dicemmo, sol ch'egli avesse sostenuto il distaccamento che vi era entrato. Infine questo gran capitano, che semplice soldato sotto il castello di Monza, per la sola forza del suo genio, avea preso il comando e superata ogni difficoltà a favor del Visconti, nel combattere contro di lui era divenuto pusillanime e irresoluto; vedea imboscate e nemici dove non erano; e con tutto questo lasciossi ingannare con finti attach ver ben tre volte dal nemico.

Ma qui insorgono i suo moderni apologisti, e dicono, che se il Carmagnola avea commesso qualche errore, la debolezza umana bastava a scusarli; che nella guerra è la sorte quella che bene spesso decide dell' esito, e che gran torto quindi ebbero i Veneziani a considerare i suoi rovesci quali tratti di perfidia. L' improvviso congedo dato ai prigionieri si giustifica coll'addurre l' uso di que' tempi, che i vincitori dessero la libertà ai vinti. Ma se un tal uso era costante, perchè in tante occasioni non fu osservato? Perchè non vien mai fatto cenno, che il Duca rendesse alla Repubblica i prigionieri suoi? Perchè i provveditori al Campo tanto si opposero e fecero tanti lagni col Carmagnola di quella sconsigliata liberazione? Perchè finalmente gli storici nostri e forestieri, come il Pigna ed il Poggio, lo condannano, benchè dell'usanza predetta mostrino di non essere ignari? Quest'ultimo, cercando di giustificarlo, disse, ch' egli credea aver ciò fatto il Carmagnola, per compassione dell' infelice Filippo; ch' è quanto dire, per favorir il nemico, rovinando la causa de' suoi. Taccio ulteriori osservazioni; che un autore francese chiamò quel fatto una imprudente generosità; che il Verri, sì poco amico de' Veneziani, riconobbe egli stesso nella sua Storia di Milano, che dopo la vittoria insigne sopra l'armata ducale, Cremona, Crema e Lodi sarebbero state nostre, se il Carmagnuola il voleva; e solo mi restringo a riflettere, che l'accennata usanza non poteva essere inalterabile, come il signor Manzoni nella sua tragedia e nelle sue Notizie Storiche ad essa premesse, mostra di supporre, appunto per la ragione addotta da Redusio da Quero nel passo da lui citato. È egli mai credibile, che per contentare i soldati, a' quali spiaceva la breve durata delle guerre, i potentati volessero renderle eterne, restituendo le sue forze all' avversario, onde potesse rinnovare le offese, come fa un giuocator di scacchi che, dopo aver vinto, rende le pedine all'altro per ricominciar la partita? Il sig. Manzoni cambia l' usanza in legge, e biasima i Veneziani, che si lagnassero del Carmagnola, perchè pigliando al soldo un condottiere, dovevano aspettarsi ch' egli farebbe la guerra secondo le leggi della guerra comunemente seguite. Indi per diminuire la colpa asserisce, che i prigionieri disciolti furono 400 soli, quando avea detto da prima, e nella tragedia stessa confermato, che la liberazione fu di tutti, e che rimanendo indietro soli 400, il Carmagnola, quasi per fare dispetto ai Provveditori, liberò anche quelii. Ma il sig. Manzoni è quello stesso, che parlando della flotta Veneta sul Pò distrutta, osò dire: “Gli storici, che hanno preso il tristo assunto di giustificare gli uccisori di lui, sembrano piuttosto dargli taccia di essersi lasciato ingannare da uno stratagemma”. Egli è il solo che vorrebbe anche in questo trovarlo innocente, poichè gli altri disappassionati, ben esaminata la cosa, altramente la pensano. Il Signor Darù scrive, che della sciagura della flotta Veneta la voce pubblica accusava il Carmagnola, e che ciò non era senza ragione.—Un altro autor