LUIGIA CODEMO

DI GERSTENBRAND

SVAGO

A BUONA SCUOLA

Fronde e flori del veneto letterario in questo secolo
Giuseppe Bianchetti
Pellegrinaggio a Brusuglio - Ippolito Caffi - Gino Capponi
Antonio Berti - Aleardo Aleardi
Spine della celebrità - Chioggia e Schio - Corseggiata pittorica
Bibliografie - discorsi d'arte - Poesie

TREVISO
COI TIPI DI L˙ ZOPPELLI EDITORE
1880

Intitolo questo volume Svago a buona scuola, non pel suo merito letterario, ma pei sentimenti, che vi sono espressi, pei grandi uomini di cui parla, e riferisce le parole.

È un vero impegno, a chi ha coscienza, dare un libro ai giovani, e, quantunque le cose qui raccolte abbiano, più o meno, intento educativo, non è senza trepidazione, ch'io ne offro la lettura.

Prego anzi gl'ispettori e i maestri, di esaminarlo e stacciarlo bene, affinchè la fiera responsabilità non cada tutta sulle mie spalle. Spero che non mi sia sfuggito niente di dubbio, niente da accender la fantasia, prima che sia formato il criterio, ma la mia quiete sarà piena, quando altri voglia constatare ch'è vero.

Con ciò non intendo far pompa d'una severità fuori di luogo, e credo che in una espressione ardita vi sia più innocenza che in qualche insinuazione coperta, di chi si scandalezza solo perchè ha il sentimento del male; però un avviso qui mi par buono, pel solo riflesso, che principiare un libro a intento educativo, inculcando la docilità, la cautela, anche a proprio svantaggio, è cominciar bene.

Oh ! quando s'ha qualche anno sul dosso, e s'incontrano quelle processioni di collegiate, si trema, si fa l'esame di coscienza. Terribili giudici, taciono e sentenziano e con un mezzo sorriso e'ti fanno piangere.

La licenza di tutto dire può torsela un giovine, un adolescente; poveretto lui, divenuto vecchio, allorchè dai figlioli o dai nipoti si sentirà a domandare: — Sei stato tu a scrivere codesto?… — Poveretto lui! Quel libro, che al momento, in cui lo compose, era il suo amore, la sua gloria, diventa il suo odio, il suo disonore. Come inculcare onestà, continenza, serietà con quelle quattro righe, tirate a mille esemplari? … Il giovane ha ucciso il vecchio, il figliolo ha demolito il padre.

Scorrezioni, spropositi possono bensì passar d'occhio ai più provetti; tristo chi, avvertendoli, non sa compatire, ma quanto, quanto è diverso ciò ch'è relativo all'educazione morale!.. In un romanzo transeat. I romanzieri son pagati apposta per accozzare delle mattìe … tanto meglio se dentro c'è del buono e c'è chi lo trova, ma il modo di porgerlo può essere a capriccio; gli operai di bordo adoperano la squadra falsa, che i nostri dicono zoppa: e là zoppa significa giusta. Nel caso nostro la squadra occorre perfetta, rigorosamente perfetta.

I tempi e le condizioni ci impongono anche maggiore austerità, avendo i liberi cittadini d'un paese autonomo bisogno di Fede, non solo perch'è virtù, ma perchè è per loro ragione di vita; io non so come tutti non vedano così, e, mentre il culto al nostro primo, divino maestro, Alessandro Manzoni, cresce ogni giorno, stimino bella cosa dar la stura alle idee malsane, dimenticando le conseguenze … oh! vergogna, mille volte vergogna a chi snerva un popolo, che ha da portare sè stesso!

Chiedo scusa se in un libro, che unisce composizioni analoghe o press' a poco, fatte in tempi diversi, vi saranno ripetizioni. Alterare a uno a uno i lavori, perchè stessero meglio insieme, mi parve peggio che ripetere. Gli articoli, le appendici si volea o bruciarle o lasciarle intatte. Buttate giù pei giornali, destinate per lo più alla mia Treviso, dove il buon cuore dei lettori paesani mi concede quella libertà di cui uno, senza avvedersene, abusa; spigliate, trascurate han la sola qualità che occorre: farsi leggere: dall'altra parte perchè ometterle, e frodare gli artisti, gli scrittori, gli operai pei quali furono pubblicate, frodarli d'una lode modesta, ma sincera? …

E qui ho da domandarne un'altra delle scuse, e molto più seriamente. In ultima del volume compariscono timidi, e quasi vergognosi, dei versi; più timidi, più vergognosi di tutti, quei personali, che però sopra tutti mi dorrebbe tralasciare.

Espansione d'entusiasmi e d'affettì sinceri, oppur frutto e alleviamento di sofferenze crudeli, posso, dire senza motivo, poichè, fuor che di me, non ho a lagnarmi di nessuno, al male non inducono certo, ed hanno almen la spontaneità, circostanza attenuante, ogni volta che avvenga di fare oltraggio a quelle povere muse.

Grazie a Dio i miei versi formano un così tapino bagaglio da non uscirne fuori nemmeno un di questi eleganti elzevirini, tanto in voga, sicchè lasciandoli ai giovani, posto che a loro la moda non gli fa paura, mi par più discreto stivarli in fondo di un grosso volume, mantenendo metri e idee quali stanno, anche se antiche e fuori d'uso.

Le lettere, come ogni cosa umana, cambiano veste, indirizzo, se non sentimenti, a seconda dei fatti. La conquista di Roma, cambiò, s'io male non osservo, il carattere della nostra letteratura, creando una poesia originalissima, eppur nazionale.

Formulata, robusta, maschia a mo'delle sue costruzioni, e della sua natura. Natura aspra, fiera, ma decisa e potente, che non conosce mezze tinte, pallidi riflessi, che attrae la poesia, la serra, la rimbalza collo stesso impeto selvaggio, con cui gli alberi dell'Apennino bevono i raggi del sole, fronda per fronda, in mille specchi e si avviluppano, senza transizione, in lucidissime ombre.

Ma (dice un dettato volgare, sebben pieno d'una consolante filosofia) tutti non possono stare a messa vicino al prete. E quando non s'è Giosuè da fermare il sole, bisogna, godendo che pur v'abbia chi aumenta e glorie della nazione, contentarsi, il più delle volte, d'un povero lume di luna, ancorchè rischiari quieto, basta che non sia da far mettere il piede in fallo.

Venezia, Gennajo 1880

Questo scritto, pubblicato nel 1872, era dedicato agli educatori italiani, adunati per l'ottavo congresso pedagogico, in Venezia. Comprende dal 1800 al 1872. Lo composi per suggerimento, o per ordine, del caro barba Giovanni Codemo, giacchè, per conto mio, tutto, avrei pensato in questo mondo, fuor che uscire dalla modesta cerchia delle mie povere scene domestiche, per imbarcarmi in opere d'alta letteratura.

D'altra parte si volea da me l' apoteosi dei Veneti. Potevo rifiutarmi? e saran proprio i miei a farmene colpa? Vorrei vedere anche questa! Quando un Giacinto Gallina, poco fa un ragazzo, un toso!.. ora il Bersezio veneziano, si proclama in Germania in un'opera serissima di Weber, un altro Goldoni, ossia il Plauto dei tempi moderni!… Quando ci muoiono eroi, dei quali si sa che vissero solo quando muoiono, come un Zanellato … tacendo di tutti gli altri, che, senza il meraviglioso incremento dei più fortunati centri italiani, diedero saggi di vita e crearono nell'abbandono e nel dolore? E questa terra preziosa, di vitalità greca e di flemma nordica, di antica gloria e di prove recenti, non avrebbe ad essere eterno scopo del nostro amore, com'è eterno pretesto all'odio del nemico?…

Tornando specialmente al mio lavoro, lo ripubblico adesso nella speranza che esca meno scorretto, ma sollecito i buoni lettori a non fidarsi, generalmente, delle date, essendo per confessione dei più sapienti bibliofili, che mi onorarono de'loro appunti critici, non sempre certe le fonti a cui ho dovuto, più d'una volta, attingere. Ascoltino solo il buon volere e gli apprezzamenti che, dettati dal cuor mio, riconfermo e non cambierò mai.

Venezia, Gennajo 1880

E vere frutto verrà dopo il fiore
DANTE. Paradiso

Le più alte sventure, che possano toccare ad un popolo, caddero sul nostro paese, dal finire dello scorso secolo all'anno 1866, nel quale fu congiunto all'Italia, allora già tutta, fuori che Roma, restituita a sè stessa.

Autonomo il nostro paese sotto una gloriosa, antica republica, assalito da liberi popoli, come da ladri, venduto, riconquistato, ritornato a cedere da Francesi ad Austriaci, rimase a questi fino al marzo del 1848.

Ribellato alla signoria dello straniero, la cacciò in quella memorabile primavera, e si sostenne libero qua per quattro mesi, là per meno ancora. Venezia e le inaccessibili gole del Cadore seppero resistere fino all'autunno dell'anno seguente, e scrissero col sangue, con ogni maniera di patimento, le più splendide pagine della rivoluzione d'indipendenza italiana.

Riaggiogate al carro trionfante dell'Austria, le terre venete passarono diciotto anni di cui vorrebbero dimenticarsi non che i vinti, gli stessi vincitori, perchè nel 1859, lusingate di scuotere il giogo fin a sentire il rombo del cannone al Mincio, e scorgere l'idolatrata bandiera dal mare, videro in vece staccarsi da esse la Lombardia, quella nobile provincia sorella di sventura, e dovettero rimanere più serve di prima, sotto un padrone, inferocito nella diffidenza, com'essi nell'odio.

E tanto grave scandalo apparve la nostra miseria in Europa, che l'Austria, quantunque vittoriosa nell'ultima guerra del 1866, dovette ritirarsi dal suo quadrilatero, invano inespugnabile, e levar l'asta per sempre da campi ad ambedue fatalissimi.

Private, durante il periodo che scorse fra il 49 e il 66, queste terre del buono e del meglio, sotto ogni rispetto e specialmente dall'emigrazione continua, rinnovata con delirio nel 1859, pel distacco della vicina provincia, per le annessioni delle altre al Regno d'Italia, deperirono tanto che il marasma già incominciava, e progredì in modo, che ne sentiamo ancora i primi attacchi.

Sì veramente! Quel martirio pel quale tutto un popolo non poteva nè prendere con rassegnazione il suo male, nè guarirne, nè adagiarsi domato, nè riscuotersi padrone, fu tale che ancora del tutto non ne cessano le conseguenze mortifere, sebben da oltre un lustro sia stato sciolto quel nodo, e sia palese e universale la volontà di rifarsi.

Durante questa lunga epoca di tante e così varie sventure, sempre una sola, lo spirito letterario, simile al Gulf-Stream, che si conserva caldo, tra correnti gelate, e fa fiorire piante tropicali vicino alle eterne ghiacciaje, si mantenne costante nel Veneto: si può anzi dire che vi ebbero momenti in cui lo spirito letterario formava la essenza della sua vita, lo spiraglio per cui intravedeva il suo cielo, tornava alle memorie, dimenticava i dolori, o minaccioso esprimeva qualche parola, che ne attestasse la piena.

I letterati furono dunque i soli, durante il dominio straniero a saper ch'era vergognoso e non possibile stato: lo furono anche allora, che occupandosi di tutt'altro che di politica, ne parevano immemori.

Essi coltivando il bello o le scienze, elevandosi nelle loro concezioni, colle forme squisite della nostra lingua, ci ricordavano appartenere il Veneto all'Italia: ce lo ricordavano in quegli stessi momenti nei quali più numerosi dei sassi delle sue alpi, più rapidi che i flutti deì suoi torrenti, piedi barbari lo invadevano e contaminavano da ogni parte.

Gloria a quei letterati! O non adempirono essi al loro ufficio di poeti civili? o non fecero essi veramente quello che il nostro maggior filosofo, Giuseppe Bianchetti, sentenziò nel suo Scrittore italiano?

« Il loro ufficio, egli dice, è diverso secondo i luoghi, le condizioni ed i tempi ne'quali vivono. Qui devono sostenere una lenta e paziente guerra contro alla barbarie che domina o già si avanza: là combattere gli effetti d'una civiltà troppo inoltrata che comincia a traviare: qui metter anima in un popolo infingardo, che ignora la altrui e vilipende la sua dignità, là comprimere l'esaltamento d'un'altra che trascorre in licenza: ora devono accrescere vigore alla face della religione che comincia a mancarne; ora toglierlo alla superstizione che principia ad averne: ora opporsi alle passioni de'piccoli; ora a quelle de'grandi: ora mover guerra contro alla tirannide degli uomini, ora contro a quella delle cose. »

Tale è stata precisamente la missione degli uomini di lettere in questo secolo, specialmente nel Veneto.

Nominarli se non tutti, i principali; esaminare di volo, ciò che principalmente fecero, più i moderni degli antichi ma i morti e non i vivi: dir le loro lodi, ma non ommettere, dove la coscienza lo ordini, il biasimo, ecco il fine della presente scrittura, inspirata alla maggior possibile semplicità e rigorosa giustizia, non senza aver in mia, ove si possa, il diletto.

Chi scrive una notizia che sia catalogo o dizionario, contenterà gli eruditi, gli archeologi, i bibliofili, tutta brava gente, ma che non fa l'opinione di un paese. Egli non darà peraltro nel genio ai giovani, avvezzi a leggere facili pagine da romanzo. Ora i giovani, in una nazione giovane son essi a comandare, e se un libro li noja, non lo avversano già con la paziente acrimonia dell'antiquario … essi gettano il libro. Questa terribile vendetta lo rende allora impopolare e quindi inutile. Gli è perciò ch'io penso di toccare all'artistica tale studio; dir molto quando l'anima mi ispira: poco quando non sento di diffondermi, cercando supplire alla regolarità del lavoro con una certa filatura, che almeno lo impronti d'un solo concetto.

Quello che. fossero le lettere in Italia, al termine dello scorso secolo, conoscono tutti per poco ei siano versati nello studio di esse.

Barocche nel scicento, barocchissime da quello in giù, divennero le frasi gonfie, contorte, i concettini minuziosamente involuti, le leziosaggini, le smorfie sguajate, il distintivo d'una letteratura senza vita e senza avvenire: così che per definire quel falso s'usa chiamarlo una seicentata.

Non al solo ingegno, non al solo coraggio di Melchiorre Cesarotti, nato in Padova nel 1730, da onesta ma poco agiata famiglia, si deve se le nostre lettere da quello stato di prima sonnolenza, per la quale sempre più impoverite decadevano, vennero quasi da un punto all'altro a mutare forme, indirizzo.

Un uomo solo, per quanto grande, non può sentire la necessità d'un cambiamento così radicale, non può trovarlo, imporlo al suo tempo, e tramandarne l'eredità a quello che sta per seguire.

È ben piuttosto alle rivoluzioni, avvenute al nord dell'Europa, che si deve il primo raggio per cui fu diradata quell'atmosfera pesante.

Di questo ci fa testimonianza Cesarotti medesimo, che nei primordi del suo arringo letterario, non sognando di ribellarsi alle leggi del gusto d'allora, all'infuori di ciò che riguardava la lingua, da lui imbastardita per ampliarla, avea cominciato coi soliti greci e latini, col dettare poemetti, che al solo titolo si appalesano classici: la Purità, il Cinto d'lmeneo, il Genio dell'Adria; di più tradusse Euripide, Demostene, il Prometeo di Eschilo e la Iliade d'Omero.

Che egli conducesse cosiffatti lavori di malavoglia, e per così dire, presago di non dovere fermarsi là, ci attesta la loro imperfetta riuscita.

Fiacche e languide nello stile chiama il Maffei le versioni del Cesarotti, ma la Iliade per le forme tutto francesi che la improntavano, destò una tale crucciosa maraviglia, nei veri cultori dell'arte classica, che un Brozzolo da Padova, irritato oltre modo contro il sacrilego profanatore d'Omero, tentò lui stesso di vestire degnamente all'italiana l'immortale epopea: undici volte rifece la prova, non riuscendo, a quel che stimava … e un bel giorno s'uccise con Omero a lato.

Questa è la tragedia, a cui non mancò la farsa o per dire meglio l'apologo. Il Pasquino espose a Roma una caricatura d'Omero, vestito alla francese, in ciondoli, parrucca, gran giubba, e in mano la Iliade tradotta dal Cesarotti.

Certo singolarmente brutta dovette essere que lla traduzione, se, non contentandosi di interpretar male il sublime, schietto, vigoroso linguaggio del gran cieco, Cesarotti ne adulterava l'opera cominciando dal frontispizio, e intitolandola, in vece d'Illiade, la Morte d'Ettore.

Senonchè, tentennante come chi non trova la propria strada, aveva già l'Abate padovano incontrata una conoscenza, che gli era divenuta filo prezioso ad uscire dal labirinto dove si dibatteva fra pagani, arcadi e francesi.

Io alludo alla traduzione dell'Ossian, e ne accenno come di cosa posteriore alle altre, benchè tale non sia; ma poichè da essa rimase fama a Cesarotti, se ne parla per ordinario come di lavoro ultimo, vorrei dire unico, quantunque egli lasci fra gli altri un Saggio sulla filosofia delle lingue, uno sul Bello, e relativi ad essi i frammenti retorici, rischiaramenti apologetici, le Vite dei primi cento Pontefici, la Pronèa ossia la Providenza.

L'Ossian supposto poeta Caledonio, contemporaneo a Caracalla, e di cui l'inglese Mac-person asseriva essere opera originale, composta coi poemi tramandati a memoria dai pastori, di generazione in generazione fino al 1762; quell'Ossian, inventato o raccolto dall'inglese, pareva tutto olezzante di novità, non aspettare che un Cesarotti per entrare in iscena e trasformarla.

Al suono di quella cetra, esumata appena dalle caverne di Scozia, si vide allora e al cenno del potente ingegno padovano, avanzarsi tutta un'armata di guerrieri del nord, agitanti le selvaggie insegne e pure spiranti la malinconia di contrade senza sole, affettuosi nei loro canti o feroci.

Le clamidi, gli arnesi gallo-romani, italo-greci, che da tanti secoli facevano le spese del vecchio guardaroba artistico letterario, cominciarono a cedere il posto alle arpe, alle spade, ai figli dell'onda, ai chiari di luna, allo scoscio dei torrenti paurosi, fra le nebbie e la notte, ai guerrieri, che avanzano: Folti, foschi, terribili a vedersi, Siccome gruppo di piovose nubi, Dietro a rosse del ciel meteore ardenti, e a tutta l'espressione d'una civiltà rozza, ma fiera di liberi montanari, la quale dovea venir benissimo accolta in un tempo di rivoluzioni, prodromo dell'epopea napoleonica, la quale armata da capo a piedi, sanguinosa ma fecondatrice, si preparava a mutar faccia a mezzo mondo.

Perciò la traduzione di Cesarotti fe'tale incontro che superò l'originale inglese, originale da cui a Macperson era non pertanto venuto un tal onore, da farlo tenere non raccoglitore, ma autore dell'ispirato poema. Cosa singolare e sulla quale io voglio fermarmi un istante…

Un secolo prima Chatterton dà fuori i suoi carmi sotto il nome del monaco Rowley: ammirati, accettati veramente qual opera del monaco, così ne imitano l'antico stile, nessuno crede a Chatterton, quando si svela pel vero autore. Il grande infelice, ucciso dalla stessa ombra del passato, che il suo ingegno sorprendente evocò con troppa efficacia, è costretto a morire d'accoramento e di fame. Mac-person afferma non suo l'Ossian, e credono il contrario, e lo esaltano e lo divinizzano!

Cesarotti dunque se nella prosa mantenne imbastardita la lingua, se nella traduzione dell'Illiade fe'inorridire i cultori delle lettere classiche, diede all'Italia un Ossian tanto bello e robusto che lo naturalizzava italiano, e accresceva d'una magnifica possessione il nostro patrimonio letterario. Oltre a questo bisogna riflettere che se la lingua fu per colpa sua adulterata, egli la scosse dal mantello di piombo che i pedanti le gravavano adosso. Ora quale riformatore ha egli mai rinnovato senza guastare, e un embrione può mai essere cosa compiuta?

Da taluno si disse aver l'Alfieri trovato nella versione dell'Ossian di Cesarotti il tipo del verso tragico da lui inutilmente cercato negli autori italiani: O non sarebbe questo un merito che fa perdonare tutti i difetti?

Nel 1808 a 78 anni Cesarotti « morì, pieno di confidenza nella divinità », cui riguardò sempre qual sostegno e consolazione dell'uomo sulla terra.

Suo contemporaneo, suo eguale in merito ma non nello slancio dell'iniziativa è Gaspare Gozzi; nato in Venezia nel 1713, morto a Padova nel 1786.

Diranno gli eruditi al leggere questa data: ecco un'infrazione al titolo del lavoro! Io risponderò: se suo primo assunto è di parlare di coloro che fiorirono in questo secolo, chi potrà negare che il nostro Gozzi, ancor che morto quattordici anni prima, non sia ancora vivo e non sia sempre verde il suo alloro? Egli autore di sermoni, articoli nell' Osservatore, libri d'educazione, e di prose che pel loro stile concettoso e purgato, meritarono di restare in un massimo posto di onore, e sulle quali si formarono e si formano i più lodati scrittori moderni!

Già tutta la famiglia era un nido di letterati. Luigia Bergalli, in Arcadia Irminda Partenide, per la quale Gasparo compose molti versi petrarcheschi e che poi sposò, era poetessa: poetessa, pittrice la Tiepolo, madre dei Gozzi.

Carlo Gozzi, fratello di Gasparo, più vivace o meno angustiato descrisse nelle memorie ch'egli intitola memorie inutili, avventure proprie con tanto brio, che ancora se ne parla come di cosa fresca e di lui, come d'autore popolare. Milite di cavalleria, forse quella naturalezza, propria ai soldati, fa sì che i giovani trovino un certo attraente e passino sugli sconci. La fama però non lo risparmia qual competitore di Goldoni. È lui quel Zigo a cui allude Ferrari nel mirabile capo lavoro Goldoni e le sue sedici commedie.

Il qual Carlo Gozzi adunque coll' Amor delle tre melarancie, colla parodia della Vedova scaltra, con mille satire, combattè il nostro grande comico, e l'abate Chiari bresciano, autore di romanzi e commedie non troppo lodate; e fin che si opponeva al Chiari, la storia non lo tacciava di irriverenza, ma difficilmente perdona a Carlo Gozzi l'avere perseguitato Goldoni.

Del resto cosa contino le ingiurie dell'invidia contro il vero genio, devono i giovani rilevare da questo fatto. Le fiabe di Carlo Gozzi, il Re cervo, Re Turandote, i Pitocchi fortunati, l'Augel. bel verde, il Mostro turchino, la Donna serpente, la Marfisa bizzarra son cose, fuorchè il titolo, ignote o quasi. E pur fu acclamato, applaudito, tenuto da un Baretti superiore a Shakspeare, e perfino Schiller tradusse alcuna fiaba di lui!

Di Goldoni che dovette partire negletto, disconosciuto, che dovette, mendicante illustre, accettare in Francia prima dal Re, poi dalla Convenzione un pane, e, appena avuto, morire più che ottantenne, esule in pieno terrore, di Goldoni si recitano, si leggono le commedie, si citano, quai personaggi vivi le sue immortali creazioni, si dà il nome di lui come i Greci davano quello di Plauto; è insomma l'incarnazione di un'arte, simbolo, speranza e modello a chi s'incammina per quella difficile via.

Assai maggior merito di Carlo, ha in vero Gasparo, del quale non posso risolvermi a dir poco, sia pel carattere come per gli scritti.

Quei suoi sermoni non sono soltanto belli per la forma, aspra e insieme gradevole, di satire, mantenute in un tono così alto, che mai non cadono nello scurrile; m a belli perchè allo stile saporitissimo accoppiano verità, e rara morale, e perchè ci si vede il sentimento d'un onest'uomo, ammorbato da quella densa caligine di pettegolezzi, di pregiudizio, allora dominante.

Gli era un'anima romana, uno spirito tagliato all'Alfieri e gli toccava incontrarsi per la Merceria a un Lindoro qualunque, dagl'intestini di bambagia; gli toccava descrivere il personcino d'un innamorato, inteso a comperare spille fiamminghe e forchettine tedesche per la dama cui serve: noi che malediciamo ai nostri tempi, in cui v'hanno delle famiglie Cairoli, e delle madri Savio-Rossi e Bandiera, noi dobbiamo altamente compiangere questo pittore sarcastico e altero, che avea di quei modelli da copiare: e con che cuore si può supporlo, dacchè, infelice oltremodo, egli versasse anche in grandi strettezze economiche: ma già di tutto ei si sfoga ne' versi; si sfoga contro gli amici, che lo vanno a disturbare e a nojare, si sfoga contro la corruzione dei costumi del giorno, si sfoga contro il cattivo gusto in poesia.

La mano su quella cetra virile e in un casalinga canta fino alla vecchiaja, finchè « nel core gli sia sopito il vigor dello stomaco… » Pieno di bestemmie e di disperazione, come era vissuto infelice uomo, padre, cittadino e poeta morì Gaspare Gozzi, confortato dalla sua seconda moglie Sara Cenet, lasciando alle patrie lettere uno stile in cui è trasfuso tutto sè stesso, talchè inventa quasi parole o modi a esprimere cose permesse a lui solo, creatore d'un genere nuovo, il sermone.

Del quale erede mirabilissima fu la Teresa Alberelli Vordoni nata in Verona, morta nel 1869 qui in Venezia quasi ottantenne.

Pietosa donna, scolara di Barbieri; incensurabile nella vita e nello scrivere, straordinaria perchè fe' sua una maniera di dettato, propria più che altro degl'ingegni virili, e che le valse fama fra le migliori cultrici della poesia italiana.

Nè la Teresa Alberelli Vordoni è la sola che ci desse, in sul cadere del secolo scorso, Verona.

Posta a mezzo della gran Valle del Po, sotto i gioghi delle Alpi tirolesi in distanza, e immediatamente al piede dei colli lessinei, che le temprano col sorriso di verdi e fiorite falde il severo delle cime alpine; città ora terrore, ora schermo d'Italia, quel paese dà frutti che hanno il sapor del mele e del ferro, l'odor della tuberosa e della polvere, estremi in tutto, in tutto efficaci.

E cittadino della forte città ghibellina fu quell'Antonio Cesari che, irritato dallo imbastardir della lingua, per opera del Cesarotti e dei suoi seguaci, volle ritornarla alla primitiva purezza.

Nato nel 1760, educato ai più severi studi di grammatica, retorica, filosofia nelle scuole del seminario, appena entratagli nella mente questa nobile idea, ei vi si appassiona, e nulla più trascura per trionfare nel suo nobile intento.

Scende in campo risoluto, combatte senza tregua, non pensa ad altro; se potesse vivere senza dormire e senza mangiare, gli parrebbe tempo acquistato alla sua nobile impresa. Nè per attuare l'ambito rinnovamento egli sta pago a predicare altrui, ma ce ne porge egli stesso esempio. Traduce l'Imitazione di Cristo, Orazio, Terenzio, le lettere di Cicerone: novelle, dissertazioni, dialoghi, rime, tutto gli è mezzo a conseguire il suo fine. « Che in esse, scrive il Maffei, si mostri poeta, rimane dubbio » perchè molti, aggiungo io, sono i chiamati, pochi gli eletti; ma in ogni suo lavoro o proprio o tradotto impronta il classico carattere italo-latino dei trecentisti, che del suo spirito divennero, come si suol dire, il succo ed il sangue. Tanto studiava indefesso, che Dante egli l'ebbe a maestro e donno, per ben quarant'anni. Se fosse troppo, se non vestisse, studiando molto sui morti, una forma contorta di periodi artefatti, trasposizioni di epiteti e verbo in punta, con certe grazie niente naturali di chi ce ne vuol mettere per forza, io non dirò. Le lettere che di lui rimasero e nelle quali dovea, suo malgrado, conservarsi più famigliare e semplice, riescono più facili alla lettura di quello che le dissertazioni, gli opuscoli filologici, perchè nelle lettere si giovava di ciò che la lingua viva del dialetto toscano gli avea appreso, a lui, precursore di Bresciani, Giuliani, Tommaseo e Manzoni. Osservo anzi che l'acume del nostro linguista, appare tal volta vivissimo e supera il rigorismo del pedante, come quando in una lettera all'abate Pederzani egli afferma codesto. « I suddetti signori del Poligrafo notano saviamente che i fiorentini proverbî non sono strettamente a dire eleganze, ma cotal proprietà del paese e dei luoghi, anzi che grazie di lingua. Nondimeno egli son così vaghi e i più di loro espressivi e vivaci, che spargono molto lume e sapor negli scritti: e posciachè furono nel vocabolario raccolti, oggimai fanno massa e corpo del toscano linguaggio. Anche noi Lombardi ne abbiamo assai di altrettanta leggiadria ed efficacia, che a dar loro cadenza e piegatura toscana, starebbono nella lingua molto bene innestati. È però a desiderare e a veder modo, come quest'opera, sì delle voci (di che parlai sopra) come dei proverbi italiani potesse avere ragionevole effetto. « Questo mi pare esser liberali e presentir veramente l'avvenire d'un idioma.

Comunque sia, scopo precipuo del Cesari fu provvedere all'onor della lingua, richiamandola alle buone fonti, lo raggiunse, la rialzò. e tanto fece per questa nobile ed importante questione, che ancora dopo oltre quarant'anni (Cesari morì nel 1826) quando troviamo una scrittura imbrattata di parole di cattiva lega, o fiacca e slombata, ci sfugge, un — veh che stile! veh che vocaboli! c'è da far inorridire il padre Cesari, buon'anima sua! — Come invochiamo il marchese Puoti, di cara e venerata memoria, il quale in vece è mancato da pochi anni alla sua Napoli ed all'Italia. Tanto al padre Cesari è rimasta attaccata l'idea della buona lingua … dovrò io ricordare che lingua vuol dire nazione?

Con ciò concludo. Se Cesarotti, un Veneto, fu lui a risuscitare un nuovo spirito nelle umane lettere, e applicarlo in nuova guisa alle patrie, se, nel farlo ci portò nocumento, un altro Veneto, il Cesari, seppe fermare quella corsa precipitosa, e stringere le redini in modo da farcene sentire tuttavia il freno.

Competitore a Cesari fu l'abate Talia, filosofo, serittore d'estetica e di morale, rispettato grandemente, istitutore del giovine conte Albrizzi, figlio ad Isabella Teotochi, e che ha onorata menzione nella vita di questa.

Non dedito specialmente a questioni di lingua, ma non estraneo agli aurei studî e alla bella latinità, ecco presentarcisi un alto spirito, un vero cigno là su quelle stesse rive maestose dell'Adige.

Ippolito Pindemonte, nato in Verona nel 1753, pochi anni prima del Cesari, morto nel 1828, fiorì appunto quando questi empieva delle sue dotte prose il mondo letteraio.

Nessuno quanto Ippolito Pindemonte era adatto a sentire il purismo della lingua, predicato con tanta passione dal suo illustre concittadino, e si può dire che, anche senza eccitamenti a scrivere terso, non avrebbe mai potuto dettare, malgrado i più brutti esempî, altro che eletti e in tutto castigatissimi versi, nei quali spira la dolce malinconia del chiaro di luna, riffettuto da un bel lago.

Quando noi si volge il pensiero ad uno scrittore, di cui non ci sia ignota la condizione, lo si vede cogli occhi della mente, tal quale è, o tal quale era nella sua vita terrena. Così nel leggere le poesic o le prose d'Ippolito Pindemonte non si può non ricevere la cara rivelazione d'uno spirito elevato e gentile, tutto compreso dell'incanto di carmi, celesti, che dice lui « gli serpe ed erra nel seno. » Par di vederlo qual ce lo mostra il ritratto inciso e preposto a quello che nei Ritratti, scritti da Isabella Teotochi Albrizzi, si trova per primo. Nobilissimo in atto e nei lineamenti, col toupet, sotto a cui spazia la fronte, il sacchetto ricade sul mantello, che drappeggia a clamide; non si può in vero separare dalla sua immagine, come dai suoi scritti, un senso di alterezza e di ritegno da cui traspira nel poeta, il patrizio veronese e di quel tempo.

Il letterato gentiluomo, lo credo un tipo quasi perduto: ed è a deplorarsi perchè tipo schietto e completo. I nobili non bazzicavano col popolo, è vero, si ricordavano appena che ci fosse, ma non si mascheravano a demagoghi, eran patrizî fino all'ossa e per tali si davano; lo erano in teatro, nei loro palchetti, lo erano in campagna, anco se dettavano idilî, lo erano sempre; cavalicri dal cappello sotto al braccio, colle scarpettine e calze di seta, gli accoglieva la sera la conversazione, eletto convegno aristocratico - letterario: sia dalla Renier Michel in Venezia, sia dalla Curtoni Verza in Verona, chiarissima donna che già cominciava ad emergere, e sempre si sostenne in fama fin al 1835 in cui morì celebrata pei suoi Ritratti d'illustri amici, sia dalla contessa Anna Serego Allighieri menzionata dal Bianchetti; dove conveniva il fior dei letterati, dove imporvvisava il celebre De-Lorenzi, autore del poema La coltivazione dei monti; e Benassù Montanari, che di Pindemonte scrisse la vita: ma tanto tempo ci mise da meritarle, prima che escisse, il titolo di vita eterna. Sia in ogni Ho~tel Rambouillet, che si aprisse nelle varie città del Veneto e dell'alta Italia all'ingegno e al blasone: e dove si trattenevano piacevolmente satirici, confidenziali in quanto si trovassero fra loro semidei, sdegnosetti, ma creanti e protettori dei piccoli.

Il qual Hõtel Rambouillet è anch'esso gloria italiana e veneziana, poichè la era Pisani di casa sua, figlia di padre e madre italiani, quella madama Rambouillet, che figura fra le distinte donne francesi del secolo di Luigi XIV. E ben fece a rivendicare, questo vanto patrio Antonio Caccianiga, nel suo Dolce far niente, rimprovero che a lui non va. A ciò potremmo anche aggiungere come la prima inventrice del romanzo fosse un'altra italiana di Parigi, madamigella Scuderi.

Ben diverso da Pindemonte, Ugo Foscolo di cui, quantunque greco, più che italiano e veneziano, io devo parlare, perchè è gloria nostra, perchè riposa in Santa Croce, perchè ha nel nostro Pantheon una bella lapide, fatta erigere dai fratelli Papadopoli e perchè alla gloria sua è strettamente legata quella d'Ippolito: ben diverso, in lui si trova non il letterato nè il patrizio, ma l'uomo ed il genio, grande nelle aberrazioni e negl'impeti.

Gemme di poesia squisitissima uscirono dalla penna dorata di Pindemonte! ma senza il monumento eterno di poesia che Ugo elevava a sè stesso coi Sepolcri, Ippolito non avrebbe lasciata una così splendida memoria di sè, nè coll'Arminio, nè colla traduzione dell'Odissea, nè con l'altre, per quanto perfette, composizioni.

La risposta ai Sepolcri colloca Pindemonte allatto di Ugo, col quale rimarrà fin che ci sia Italia, e fin che un raggio di poesia la rischiari.

Di fatto ei son degni l'uno dell'altro, quei due astri fratelli, che, partiti da punti lontani della società civile, si trovano e si congiungono all'altezza dell'arte. Foscolo nella selvaggia attitudine del partigiano e del democratico, nutrito, dice la Isabella Teotochi, di sublimi e forti idee, tutto dedito a maschie passioni, uso a parlar libero fra i Bruti della Neo-Cisalpina, immenso nel carme dei Sepolcri, pur vi dimentica Dio e la speranza. Più sereno e sicuro il cigno di Verona, nella sua castigata e severa risposta, lo rimprovera, e toccando della perduta Elisa, e alla fede di rivederla, chiude con un pensiero pietoso: “Ma sotto a qual sembianza, e in quai contrade Dell'universo nuotino disgiunti Quegli atomi, ond'Elisa era composta Riuniransi, e torneranno Elisa. Chi seppe tesser pria dell'uom la tela Ritesserla saprà: l'eterno Mastro Fece assai più quando le rozze fila Del suo nobil lavor dal nulla trasse: E allor non fia, per circolar di tanti Secoli e tanti, indebolita punto, Nè invecchiata la man del mastro eterno. Lode a lui, lode a lui sino a quel giorno.”

Da tutto questo, intenta come sono, a cercare nel presente studio più lo spirito che la forma, io concludo che se maggior nervo di robusti pensieri e maggior pompa di veste troviamo nel Foscolo, maggior altezza di filosofo s'appalesa in Pindemonte, il quale, tuttochè patrizio e di quelli co'fiocchi, pure è nobilmente liberale perchè è religioso, riuscendo così più insinuante e profondo. E l'anima esulta nell'udir questo cigno, inspirato agli estri « malinconici e cari » dir qualcosa che significhi e penetri più del nulla, vederlo gettar fiori celesti sulla voragine aperta dell'ingegno immansueto e tutto volteriano di Ugo Foscolo.

Sereno morì indubbiamente Ippolito. Ugo, riflettendo alla sua morte, si esprime così: « Spero ch'io morirò con coraggio — ma poi soggiunge — forse. »

L'entusiasmo per questi due incliti a cui, perchè la triade fosse completa, si unì con pochi e valenti versi il Torti, deve essere stato ben grande, se nella nostra adolescenza, un trent'anni fa, ci giunsero all'anima sonanti ancora le oscillazioni prodotte dal concerto di quelle tre arpe maravigliose, e ne sentimmo in parte la prima dolcezza e il prestigio.

La povera Italia, costretta a cantare, per non poter far altro, si concentrava in quelle delizie; vi si appassionava, e vi consacrava quella vita, che non poteva impiegare in cose più importanti. Le sue rime, le sue note erano per essa quello, che è la musica al cieco, all'infelice, il linguaggio d'un'azione non a tutti conosciuta, ma cshe basta a mantenere viva in chi la intende una segreta potenza.

Di fatto ogni libro, ogni orazione, equivaleva ad un avvenimento presso la gente colta d'allora. Se ne occupavano come d'una grande battaglia, come d'un di quei regni, che Napoleone faceva scaturire dalla terra improvvisi, al battere della magica verga.

Ne parlavano nei geniali conviti, nei club liberali. nelle dotte assemblee, nelle splendide veglie delle dame letterate.

E ciò mi riconduce naturalmente alle case nobilissime della Giustina Renier Michiel e della Isabella Teotochi Albrizzi, alle lucide sale, dove oh! qual accolta di eletti personaggi, che convegno di illustri d'ogni ramo del sapere, d'ogni grado e d'ogni paese.

Io non conosco nessuna casa d'Italia che venisse allora più celebrata di quelle, e tenuta in maggior conto, dacchè ivi si fosse ritirato, per così dire, lo spirito moribondo d'una grande oligarchia, come un animale domestico si corica ai piedi dell'amato padrone, per darvi l'ultimo respiro.

Del valore della Giustina e della Isabella quali autrici io non discuterò. Le loro opere son là, note a qualunque, non ignaro delle cose patrie. Piacquero al primo apparire, rimasero dopo, ancora si leggono e si consultano; ciò mi pare abbastanza.

Certamente in quel tempo si domandava meno agli autori, e gli si dava di più. Una fragile imbarcazione, che trovava pronte a cullarla onde quiete e sicure, verrebbe adesso inesorabilmente inghiottita da un mar procelloso, battuto dalla furia di mille remiganti.

Allora la gran dama letterata era « una signora che scrive » un fenomeno vivo, di cui tutto riusciva prezioso e sfuggiva alla critica.

Ma la Giustina Renier-Michiel, nata in Venezia, (1755, 1832,) testimonio della caduta della sua republica, autrice delle Feste Veneziane, è qualcosa di più d'una signora che scrive, così rispetto ai contemporanci, come ai posteri.

Animata da un nobilissimo impulso, e così spontaneo che nella prefazione del suo libro veramente commove, ella ultima figlia della republica, dando non una storia completa di Venezia, ma i momenti principali della storia e il suo color locale, iniziò un genere che mancava alla nostra letteratura, io voglio dir la Storia popolare.

Narrano le cronache come Carlo Magno, vedendo alla sua lingua, alle fogge di vestire, ai costumi teutonici, prevalere lingua, fogge e costumi gallo-romani, si rifiuta a cambiarli, e ordina che almeno ei sian preziosamente raccolti e conservati per l'avvenire. Non altrimenti pietosa fu la cura della nostra inclita donna.

Di molte altre opere minori edite ed inedite è autrice la Michiel, alla quale bastò l'animo di rimbeccare Chateaubriand, quando di Venezia scrisse, « città contro natura; » — au dessus de la nature, — replicò ella in francese, in una risposta stampata, tradotta, applauditissima Ma riservandomi riparlare della egregia, che fu anco traduttrice di Shakspeare, io tralascierò l'elenco dei suoi scritti, parendomi che basti un solo titolo glorioso, famoso e degno veramente, quello delle Feste veneziane.

Erede del nome di famiglia, della riputazione letteraria e delle illustri conversazioni della contessa Giustina, fu la nobil donna Adriana Renier, vedova del celebrato medico e scrittore dottor Paolo Zannini, nella quale parve trasfuso quel gentile spirito di coltura e patriottismo.

Ora veniamo alla Isabella Teotochi, greca di nascita, nata a Corfù 1760, morta a Venezia nel 1836, moglie in primi voti al conte Marini di Venezia e in secondi al conte Albrizzi, ambedue veneziani, ci lasciò ella una galleria di Ritratti, con penna vivacissima, quanto scorretta nello stile e nella scelta dei vocaboli, tolti dal vero, e dove, più che l'altrui, impresse la propria effigie.

Dirò meglio, capricciosetta, amabile, profonda si sente nella sua maniera di scrivere l'ascendente dei personaggi da essa dipinti; Cesarotti, Foscolo, Alfieri, Pindemonte; De-Non, Chateauneuf dardeggiano in quelle carte i loro sorrisi, ch'ella ritrae con la sua propria vita, pennelleggiando franca ed a sbalzi.

« Gli occhi, lo sguardo, le ciglia, la bocca, tutto parla: pure non ha volontà. Se è invitato cammina, benchè stanco, pranza sortendo da un pranzo, s'alza appena coricato, ritorna a letto alzato appena, e, per compiacere altrui, mostra d'occuparsi del gioco più frivolo, con lo stesso trasporto con cui scrive una deliziosa anacreontica. »

Questo è il primo periodo del ritratto di Francesco Franceschinis matematico, poeta, legista. Molte altre scritture compose la valente dama, ma io accennerò la Vita di Vittoria Colonna, quella della Renier-Michiel, la Apologia della Mirra di Alfieri, che destò molto rumore, e riportò il premio in una curiosa tenzone fra la Isabella ed un tal Arteaga, avverso all'opera astigiano. Dico destò rumore, ma poca riconoscenza in Alfieri a cui presentatasi, con lettera del comune amico Cesarotti, in Firenze, la Isabella fu ricevuta freddamente, ond'ella nelle sue lettere se ne lagna. Alfieri però era vecchio, e chi, fuorchè Dio, conosce la miseria del poeta a'suoi ultimi anni?..

Del resto non negli scritti soltanto la Teotochi apparisce bizzara, ma anche la sua vita corse avventure non comuni e adesso impossibili. Aneddoto chiama il suo biografo Meneghelli quel divorzio chiesto ed ottenuto, pel quale la Isabella venne sposa all'Albrizzi, ancor vivo Marini. Ma anco il buon abate padovano, lo si capisce, è santamente conquiso dal prestigio della Diva. Il ritratto ch'ei ne fa non par di creatura umana, ma una pittura alla Boucher, in cui i contadini han vesti di seta e grazie artifiziate. Ei dunque vede tutto bello, tutto celeste, tutto sublime. Cosa credere d'una vita, ch'è un'apologia?

Venezia non fu sola il campo delle sue splendide gesta aristocratico-letterarie; ma Roma accolse la illustratrice delle opere di Canova, che le donò il busto di Elena: quindi Parigi vide brillare quella stella d'oriente nel suo cielo e alla Corte di Luigi XVIII re filosofo, ritornato sul trono precisamente per accogliere con bei motti e sali attici una illustre pellegrina come questa, ch'egli poteva benissimo apostrofare di Staël veneziana, secondo già avea fatto l'Alcibiade inglese, Lord Byron.

Non chiuderò di lei senza nominare il suo ritratto dipinto dalla Le Brun, posseduto dalla vedova del conte Marini; ritratto, che entra nella letteratura, dacchè egli solo die'motivo a un volume di versi in italiano, in dialetto, in latino, in francese e dai quali traspare che i poeti, già dipinti dalla nobile greca, erano tutti innamorati della bella immagine, e anche un pochino dell'originale. La possedeva tante attrattive quella dama « bela, zovene, elegante, leterata » come la marchesa Malaspina di Gritti. e si intende il perchè, anco senza opere di polso, la levasse tal grido, se quello che le mancava nello stile la lo avea negli occhi!

Compie la triade una celebre donna, che ha lasciato poco e pur troppo per causa sua.

Fiorenza Vendramin, sposa a Luigi Sale, madre di Cornelia, mia madre, nata in Venezia 1773, morta in Vicenza 1797, poetessa, autrice di prose francesi e italiane e pittrice.

Di lei restano un dramma intitolato Maria Antonietta, molte canzoni, idillî, apologhi, epigrammi. Un ritratto di sua sorella Maria sposata nel marchese Ricci, il qual ritratto dice di sè, della suora e del tempo. Scritto in francese, io mi riservo a darlo per intiero nelle mem orie della mia famiglia, già incominciate1) Intendevo le Pagine famigliari, stampate a quest'ora e ristampate.).

Come il genio di questa donna restasse vinto dalla passione io non dirò ora, ma chiuderò con questi pochi versi, che a quella bell'anima, traviata dal suo stesso fuoco, serviranno d'assoluzione ed epigrafe: Sento in seno un'alma forte, Ch'è talor di me maggiore, Le vie cerco dell'onore, Sul cammin della virtù. Soa del bello ammiratrice, Del mediocre son tiranna, Sol mi cruccia, sol mi affanna Pregiudizio e servitù.

Intorno agli astri di quell'empirco, molti altri pianeti s'aggruppano.

Primo annovero Vittore Benzon, nato a Venezia l'anno 1779, morto nel 1822. Patrizio, poeta e galantuomo, mi par nobile cosa presentarlo con un bel verso d'un poeta concittadino, patrizio e galantuomo, il cavaliere Antonio Angeloni-Barbiani, che nei giorni del nostro dolore, invocata la musa in un elettissimo carme le diceva: Per questa vaga dell'adriaco mare Già sposa e donna, ove, con tanto ricca Onda di versi, il nobile irrorasti Cor del Patrizio, che le avite imprese Altamente cantò….

E se ciò sia, mostrano i componimenti, poichè Vittore Benzon è autore dei Romani in Grecia, e della Nella; della Nella prezioso poemetto, dove gli sgorgò veramente l'onda, ricca di versi traboccanti d'un affetto tutto suo, e in certo modo misterioso, tanto ha profumo italo-greco di armonia primitiva, e insieme robusti sciolti di fattura foscoliana, pensieri e sentimenti serî, degni d'un uomo di stato inglese, misti al raggio della poesia orientale, a cui s'inspira nel soggetto e nelle pitture.

Luigi Carrer nell' Anello delle sette gemme cita, fra gli altri, questo frammento, in cui, figlio infelice, piange pien d'emozione e di vergogna, la patria perduta: Qual fosti Altri almen rammentasse, e de'tuoi figli Ti piangesser gli eletti; ufficio pio, Dolcezza di bennate alme, con pianto E con laudi seguir de'suoi la bara. Ahimè già ti scordaro! e far la scusa, Del non averti un dì salva e difesa, S'avvisar ti spregiando. Ahi sciagurati! Udite invece: — il ciel tai figli dielle Per accertar la sua caduta. Oppressi V'ha il suo cadere, il so; ma poichè a vile S'han gl'infelici, in cor vili non foste, Pudica fosse la miseria vostra Abbietta non saria!

Che bell'anima e che cuore cittadino, come dicea la Giustina Michiel … povero cuore, pel quale fu, senza dubbio, ventura interrompere il palpito nel vigor della vita! Negli anni codardi i gran cuori stan bene sottoterra.

I generosi rimproveri di Benzon non merita il conte Domenico Morosini, (1788-1843) confratello a lui nelle care discipline letterarie e nei sensi.

Erede d' uno dei più gran nomi, io non dirò del patriziato veneto, ma piuttosto delle glorie italiane, poichè discendente dal Morosini Peloponnesiaco, altero d'un'alterezza, che si legge ancora nella immagine sua fiera e significante, vero riflesso d'intimo orgoglio personale, il conte Domenico Morosini vergò collo stilo del tragico la Medea e il Giulio Sabino.

Sonanti versi in ambedue, frutti d'una seria e nutrita cultura classica a cui si è inspirato, traduttore d'Ovidio ed altri antichi, sarebbe a trascriversi la descrizione che, nella Medea, fa Teuda dell'infelice Creusa.

Son versi notevoli perchè oltre che suonano bene, offrono un esempio di più di quella letteratura plastica, e in tutto modellata alla scuola del Monti. Però in questa pittura d'una scena d'orrore, troppo precisa e abbondante nei particolari, con cui nota la differenza fra l'ardere della crassa parte e del sangue, nel descrivere le contorsioni della sposa di Giasone, fin che ne resta il solo avanzo fumante, v'ha una verità che arieggia il moderno realismo, e indica nell'autore un ingegno efficace e, per quanto poteva, originale.

Tanto il Giulio Sabino, come la Medea ottennero gli onori della scena; intenerirono gli uditori, inspirarono versi, sonetti al conte Francesco Pimbiolo degli Enghelfreddi, e dio sa a quanti altri che ignoro, i quali avranno inneggiato al nobile poeta, e profetato, presso a poco, nel modo dell'abate professore Andrea Capparozzo:

No, l'oso dir, no, non morrà Sabino,

con quello che segue di encomiastico e di lusinghiero.

Morosini possedeva anche una singolàre perizia nella spiegazione di qualunque misteriosa cifra, e ne diede un saggio col decifrare alcune lettere dell'Accademia de'Lincei di Roma, dianzi rimaste lettera morta. La cosa fece molto chiasso fra i colti d'allora, e levò maggiormente in fama il nostro patrizio, al quale, per divenire del tutto alla moda, non mancò nemmeno il prestigio d'un po' di persecuzione imperiale, a proposito di due sonetti (da lui qualificati aristocratici) uno dei quali diceva a Francesco I:

“Grande e forte sei tu, Cesare, è vero”

per intimargli poi a renderci libertà ed impero, vilmente rapitici, e chiudeva classicamente, rammentandogli la sorte d'Antioco, di Faraone ecc.

Faraone rispose coll'ordinare non breve domicilio coatto al poeta nel manicomio di san Servilio, ma poi gli perdonò, lo ricevette a Corte, dove alla sua quarta moglie toccò una brutta risposta. Avendo ella domandato a Morosini vedovo se si era rimaritato, disse franco:

— Non ho dato una matrigna a'miei figli.

La parola gli sfuggì, crudele senza dubbio, perchè non la ci stava, nè a questa il Sire offeso poteva rispondere col carcere, ma dovette inghiottirla.

Io solo la riportai, perchè in fin dei conti mostra un certo carattere, malgrado l'educazione e i tempi, niente servile, e che si facea rispettare dai despoti a cui le cantava sul viso; e perchè, in quel vile concerto di decaduti trovare un uomo, piace… cioè che dico?.. rattrista di più. O perchè non eran tutti così? Avrebbero risparmiata la rea vicenda di miserie, che tanto ci afflisse per oltre cinquant'anni, e di cui porteremo il segreto con noi nella tomba!

Altro nobiluomo, letterato e classico, coetaneo degli illustri già nominati, troviamo in Francesco Negri, veneziano del quale ecco quant'io riporto, da una biografia, intorno alla sua nascita e alla sua gioventù.

« Uscì di cittadinesca ed agiata famiglia, unico maschio fra sette sorelle. Nelle amene lettere fu dirozzato ad un privato liceo, indi ripulito fra le mura domestiche da Girolamo Negri suo zio paterno e valente ex gesuita.

Un altro ex gesuita, Giuseppe Marsili, lo iniziò nelle scienze e nel greco l'anno 1789, contandone egli venti di età; rimase libero da magisteri ed in ozio perfetto giacchè nè la paterna volontà, nè il bisogno, nè la stessa indole il voleano ligio ai pubblici impieghi, egli riempì quel vuoto dedicandosi alle discipline più gentili, e cominciò, siccome è l'uso dei giovani, dalla poesia, indi s'internò nell'erudizione e nella filologia, e ne scorse il vasto campo con intenzione non ordinaria. L'ingegno averebbe avuto anzi impetuoso che pronto, ma la riflessione venne a rintuzzare quell'impeto, e pigliò tal vantaggio, che quasi l'ingegno soffocò.

Se fece suo pascolo la lettura degli antichi, ciò fu solo per istinto proprio e per suggestione dello zio, poichè il gusto universale di quei dì piegava molto alle vivacità oltramontane. Ciò il persuase da prima a non far parte a chicchessia de'suoi studi, per tema di trarne dileggio, ma nel progresso vista spuntare in Italia una felice riforma, prese animo, rimise alquanto del primiero riserbo, e lasciò correre in pubblico la versione delle lettere d'Alcifrone, la vita di Apostolo Zeno, alcuni versi e qualche dissertazione nella antiquaria.

Per questi lavori si acquistò più nome che egli non credea e non volea. Si pentì allora di essere uscito dall'ombra, cominciò a sentire il peso della fama e si studiò di tarpar le ali nascenti col non istampar altro, tranne che tenui cose e per forza: ciò che per altri sarebbe stato sprone, per lui fu freno, talchè, giunto a cinquant'anni, co'libri non s'impacciò più troppo.

Gli vennero quasi a noja le lettere, e se alcun poco studiò il fe'in assistenza degli amici, che nel suo giudizio fidavano.»

Seguita questa savia, corretta biografia a descrivere come il Negri, lasciate le lettere, abbattutosi in una fresca vedovella d'ingenui e festanti costumi, la impalmò di cheto, e con lei trasse il resto de'suoi giorni per lo più a Pederobba, fuggendo il fasto e le smancerie sociali, cercando campagne solinghe e libertà di boschi.

Cessò di vivere nelle braccia della religione il 15 ottobre 1827.

La necrologia di Francesco Negri, tratta dal Giornale di scienze e lettere delle provincie venete, cominciando dal deplorare la perdita d'un tanto uomo (preceduta di poco da quella dell'ex gesuita Jacopo Coletti) riporta poi una lunga nota di opere, che per le insinuazioni vivissime dell'abate Jacopo Morelli, del conte Giulio Tomitano, e di Bartolomeo Gamba, vennero pubblicate.

La nota ci porterebbe via più pagine, tanto è fitta di versioni, osservazioni d'antiquaria, idillî, frammenti, novelle, biografie, lettere, memorie, poesie fra le quali l'elegantissimo poemetto intitolato La villeggiatura di Pederobba.

Due belle epigrafi, destinate una appunto per Pederobba, l'altra per Venezia, vennero dettate dal chiarissimo Emanuele Cicogna, a cui nel suo testamento il Negri lasciò i manoscritti, con parole degne dell'uno e dell'altro.

Tanto Bartolomeo Gamba, (1770-1841) quanto Emanuele Cicogna (1789-1868) ambedue apparteneti in questo quadro al primo periodo, ai più vecchi e classici, vorrebbero un opuscolo tutto per loro, affine di rimeritarli della paziente premura, della fedele esattezza con cui conservarono libri, documenti, autografi, scrissero vite e notizie.

Essi ci rappresentano un altro tipo, se non perduto che si va perdendo nel gran mare degl'interessi materiali: il tipo del bibliofilo, dell'antiquario e dell'epigrafista.

Il tipo non è dei più simpatici al mondo elegante: eppure quanto non si deve a quegli uomini che congiungono alla pazienza del monaco, nell'istinto della classificazione e della conservazione, l'ardore del zuavo e del bersagliere nella ricerca di cose pressochè ignorate o sepolte. Essi passano o derisi o appena osservati, tenuti poco più d'un palimsesto, o d'una pergamena color delle loro faccie, intisichite nello studio.

Il Gamba da Bassano, dove concorse alla splendida rinomanza della tipografia Remondini, venne giovane a Venezia, cosa operasse in favor degli studi e degli studiosi bisogna chiederlo alle memorie del suo tempo. Fu accademico della Crusca. Lo stesso dicasi del Cicogna, nativo di Venezia, e di cui già tante volte ci occorse e ci occorrerà citare il nome, instancabili illustratori, e epigrafisti, bibliofili, cronachisti ecc.

Di questi preziosi uomini, che portano a chi cammina nell'ardua via delle lettere tanto lume e tanta speranza, Venezia n'ebbe di veramente rari, tutti nutriti alle discipline più severe dell'antichità.

Fra i più chiari è Pietro Bettio (1769-1846), identificato colla sua Marciana a cui tanto giovò.

Agostino Corrier (1763-1844) raccoglitore passionato di patrie memorie, autore del calendario perpetuo della Chiesa ducale.

Bonicelli ab. Giovanni Antonio, padovano che fu bibliotecario della famiglia Pisani di san Stefano, fu censore di libri, anch'egli; successore bibliotecario a lla Marciana, e grande numismatico. Nel 1808 pubblicò il catalogo della libreria Pisani con questo titolo:

Bibliotheca Pisanorum Veneta annotationibus nonnullis illustrata; morì più che ottuagenario nel 1831.

Del Lazzari, morto a quarantaun anno, nel 1864, conservatore del museo Correr si è deplorato e tuttavia si deplora la perdita.

Morelli io colloco fra i bibliografi insigni (1745-1819), bibliotecario, principe dei letterati. Magliabecchi del nostro secolo lo superò, perchè lasciò cose ordinate. Era l'enfant gatè dei principi; pieno d'onorificenze, di distinzioni e regali.

Tutti gli scrittori di questo periodo hanno del resto un po'del classico, direi più presto dell'antiquario; ripassando le loro vite, sfogliando le loro opere si trova in tutti lo spirito del secolo precedente e si può dir che a questo appartengono colle estremità, come un corpo fra il limitare di due stanze ha il capo nella interna e i piedi in quella vicina.

Per questo la Isabella Teotochi, con quel suo piglio di vivace abbandono e di graziosa impertinenza, nel dipingere Cesarotti incomincia:

« Rammenti tu l'Ulisse Omerico sul punto di parlamentare in Troja?

« S'alzò spettacol novo, avea lo sguardo, Confitto al suolo…

Quantunque innovatore ed ossianico fin alla punta delle dita, ella, per dipingerlo, si serviva d'un paragone tolto alla Grecia, in pieno classicismo.

Aveva egli avuto un bel mettere in moda, l'ardito prete padovano, i figli della spada, i signori dei brandi, la vergine della neve, le Malvine ed i Cucolini. Cambiamento superficiale per allora, ma in sostanza rimaneva il sugo di prima. E anche sull'imbastardire la lingua, chi sa poi se la fu tutta colpa del Cesarotti o se ancor più del vecchietto, dal parrucchino a rotoli, non c'entravano nella deplorata corruzione quei briosi uffizialetti, stivalati alla cosacca o alla ussara, a begli sproni d'oro, e col resto d'uniformi risplendenti e con quella grazia che hanno sempre i forestieri fuori di casa!

In verità se le damine letterate o no, se le poetesse si servivano di locuzioni barbare, se scrivevano dettagli invece di particolari, calmo per pacato, azzardo per rischio e progetto per disegno e divisamento, e di tutte quelle frasi e di quei vocaboli scomunicati, a cui la vecchia Roma clericale direbbe buzzurri, ciò non si deve poi ascrivere per intero al povero preticciuolo, come lo chiama la Isabella, il quale di tutti quei malanni fu il capro espiatorio.

Ma che, appena sviato il torrente francese, tornasse a dominare il gusto classico si vede dalla schiera degli autori di quel tempo, perfino quelli in dialetto.

E tale chiamavano appunto gli editori delle Gioze d'oro (Venezia 1867, tipografia del Commercio) il Gritti nella prefazione all'elegante suo volumetto esprimendosi a questa maniera « oro di copella è quello del Gritti, classico fra i poeti vernacoli » e lo è infatti nella scelta dei soggetti, nei paragoni, nella forma, in tutta l'andatura de'suoi squisiti componimenti, nei quali trova un modo tutto suo d'acconciar Venere col zendado e gli altri Dei da lustrissimi.

Non so se parlando del Veneto letterario io deva diffondermi sugli scrittori in dialetto.

Tacerò del Buratti, benchè felicissimo poeta; nominerò di volo il Nalin, che pur merita per quegli immaginosi oroscopi, che strambottava coll'insuperabile grazia e con fertilissimo e coltivatissimo ingegno negli almanacchi e per la Festa dei pugni, poema classicissimo, caro e buffone se mai ve ne furono.

Non tacerò del Lamberti (1757-1832), autore della Biondina in gondoletta traduttore del siciliano Melli; Melli egli stesso per la insuperata dolcezza de'suoi versi, fra quali è anche famosa quella canzoncina che comincia:

“ Coi pensieri malinconici
No te star a tormentar,

e termina In conchiglia i Greci Venere Se sognava un altro dì, Forse visto i aveva in gondola Una bela come ti. ch'io trascrivo dalle Lettres d'un voyageur di Giorgio Sand, la quale, nelle più splendide creazioni, si è inspirata a Venezia. La trascrivo, ma, nella seconda edizione di queste fronde e fiori, mi gode l'animo fare una rettifica, annunziando la graziosa canzoncina opera del nostro bravo Dottore Pietro Pagello. Dirò, in un altro volume, tutto quello che so dall'egregio dottore stesso, amico e anche collaboratore nei libri della celebre romanziera, da lei scritti a Venezia. Pagello è un bel carattere e merita esser conosciuto, come medico, poeta' padre famiglia e cittadino.

Lamberti scrisse anche un romanzo in cui è insegnato il buon uso delle ricchezze, e memorie storiche degli ultimi anni della Republica.

Ma di Francesco Gritti Veneziano, (1740-1811) non posso dir soltanto il nome; se in dialetto si eleva sugli altri, poteva e sapeva anche scrivere benissimo italiano. Ciò mi par chiaramente dimostrino le facili, succose strofe intitolate a Erminia Tindaride, col ritornello gli anni miei cinquantatrè, e nelle quali si contengono significatissime professioni di fede, sotto forme facete.

Segnando il nome di Francesco Gritti nobiluomo veneziano, poeta, letterato io non posso fare a meno di non riflettere come la casta patrizia abbia dati, in quella terribile epoca di miseria e di decadenza, molto più di quanto si crede; e ciò non solo nelle lettere, ma anco in altri rami più importanti e più pratici.

Noi contemplando, dopo quasi cent'anni, tanto sfascio di monumento secolare ne incolpiamo, e non a torto, gli ottimati, che doveano esserne i primi sostegni. Nel nostro sdegno confondiamo tutti, e dal cadere della Republica ogni generazione non mancò di scagliare pietre su quei nomi, onta su quelle memorie.

Ora, avvicinandoci alle macerie, ci accorgiam che molte erano preziose, degne di figurare in un nobile edifizio di gloria e non di perire con infamia.

Tutti educati da gesuiti, da preti, da frati, alla greca, alla latina, troviamo fra i nobili, oltre alle stelle già nominate, una schiera di galantuomini dei quali devesi pure far cenno, e qui la scrittura prenderà forzatamente la forma del catalogo, perchè da un catalogo appunto prendiamo quei nomi.

Barbaro Ermolao (1770-1831) compose un poema, la morte d' Orlando, che gli valse bella fama.

Cappello Antonio (1736-1807), ultimo dei Cappello da s. Polo, scrisse i dispacci da Parigi, riferiti dal Tentori nella Storia diplomatica della Republica, commise opere d'arte e fra le altre bassorilievi a Canova. A questo innalzò una statua nel prato della Valle a Padova.

Grimani-Corner Cecilia pietosa, sapiente, matematica, naturalista, morì nel 1805.

Corner Luc'Andrea (1759-1834) nobile Sopraccomito di galèa, poi reggente: poeta traduttore di Milton.

Correr Teodoro (1750-1830) fratello a Gian Francesco, scienziato. È il benemerito patrizio, che lasciò a Venezia il museo chiamato con tal nome. Al qual museo lasciarono poi Contarini, Tironi, Zopetti.

Del Correr afferma Girolamo Dandolo, rabbioso ma sincero rivendicatore delle glorie patrie e più delle patrizie, (quando non le dimentica, come fece di Vittore Benzon!) che non fu tutto oro nel suo legato. Io non giudico in cosa consista l'orpello, ma penso che il Correr, seguitando l'esempio d'un altro nobiluomo, l'Arnaldi, ben meritò della patria, e che a una grande aristocrazia è bello, allor che cade, avvolgersi regalmente nella sua porpora, e seppellirsi colle sue memorie.

Crotta Sebastiano (1732-1817) padron d'Arsenale senatore, promotore, socio dell'Accademia de Granelleschi, con Carlo Gozzi e con Farsetti, creava il leggiadro poema le Spose riconquistate, più poeta parrebbe che storico, poichè scrisse memorie storico-civili non troppo lodate nello stile.

Dandolo Matteo (1741-1812), magistrato, uomo politico, letterato studioso di latino e di matematica, nel 1767 mandò fuori una traduzione dei saggi politici sopra il commercio di Davide Hum, tradusse le storie di Cajo Crispo Sallustio, facendo precedere la traduzione da riflessi politico-sociali, e tradusse anco la seconda Catililinaria. naria. Si vede che inclinava ad innalzarsi alle massime e considerazioni filosofiche e politiche, perchè ne stava componendo un' opera originale, quando morì.

In Silvestro Dandolo, padre del Girolamo, di cui accennai poc' anzi, ci si presenta una nobilissima figura, sulla quale ben si riflettono i raggi d' un gran nome storico, anzi eroico.

Nato nel 1766, a venti anni luogotenente, governatore di nave, poi capitano di fregata, alunno del Widmann, e perla dei nobili. Partecipe delle ultime onorate fazioni delle flotte veneziane contro Tunisi, egli, governando la Vittoria, nome che pare una derisione, stava per levare le àncore da Malamocco, quando gli pervenne l' avviso ch' era caduta la Republica, a cui apparteneva come cittadino e come patrizio. Qual core fu il suo in quel momento! come dovette retrocedere servo, da padrone qual era partito … Ah! per quanto egli se l' aspettasse quell' annunzio, dirò meglio, quell' intimazione funesta, grande ci immaginiamo il suo dolore … Chi gli avesse detto: dopo un mar di lagrime, di dolori, di miseria, di sangue, da questo porto ripartiranno, di qua a settant' anni, altre navi padrone non più venete, ma italiane! Oh! ma allora l' idea d' una Italia era così lontana!. non se la sognavano nemmeno. Tanto è vero che il conte Dandolo, nestore della marineria veneta, ultimo, con Angelo Emo, a portar degnamente quella bandiera, non tenne a vile servir l' Austria, e la servì con sapienza, con fermezza, e con gloria nella guerra greca a S˙ta Maura.

Io mi ricordo quel vecchio austero dagli abiti e dal fare dimesso; contornato da' suoi figli, silenzioso, dritto, pallido, ei pareva sempre in lutto. Ma quando si diceva: gli è l'ammiraglio Dandolo, si provava un senso d' ignota reverenza, e insieme di struccacuore. Morì nel 1847.

Diedo Antonio (1772-1847). Di lui c' è il busto in marmo all' Accademia di Belle Arti. O non basta a dir che n' è stato uno degli Dei tutelari? La storia aggiunge che fu letterato, architetto. Dalla bonarietà, tutto veneziana, del viso si scorge il carattere serio, intelligente, da fatti e non da parole, insomma d' un brav' uomo.

Erizzo Nicolò Guido (1761-1847) scrisse sui Fiumi veneti, patrizio sdegnoso ma non ignavo.

Di Giovanelli Federico Maria (1728-1800) asserisce il Mutinelli, che fu di virtù incomparabili; a cui Dandolo aggiunge che, per la sapienza, con cui seppe governare qual patriarca di Venezia, in tempi soprammodo burrascosi, meritò il titolo di Delegato apostolico da Pio VI, e la fama del suo glorioso predecessore Giustiniani, dai contemporanei e dai posteri.

Cornelia Barbaro Gritti (1719-1808), musa sotto il nome di Aurisbe Tarsense.

Marin Carlo (1746-1815), nobile, storico, erudito; resta di lui la bella Storia del Commercio dei Veneziani, e quella dei Fenici, incompiuta: fu il primo marito della Isabella Teotochi.

Martinengo Girolamo (1753-1834) latinista, poeta, tradusse Milton e il poema di Zamagna, Navis aerea.

Memmo Andrea Lorenzo (1737-1810) scrisse il codice feudale della Republica.

Molin Ascanio (1738-1813). L' Accademia e la Biblioteca gli eressero lapidi. È autore della Slesia riconqu istata, poema epico, che il Denina lodò.

Manin Leonardo (1771-1853) nipote dell' ultimo doge. Onorando, preside all' istituto R˙ e all' ateneo, illustrò le oselle venete.

Gradenigo Giuseppe (1708-1820), vescovo di Chioggia pastore degnissimo, lodatissimo pei sermoni, per le poesie, le raccolte bibliografiche e per l' alto animo.

Terminerò con una gentil donna, Maria-Lippomano Quirini Stampalia, morta nel 1849, pittrice disinvolta e graziosa: tradusse dall' inglese Web.

Del moto letterario di quel tempo, in questi paesis' accorge chi deve tesserne o bene o male l' istoria.

Non parlo dell' Accademia dei Graneileschi, anteriore all' ottocento: parlo delle prose, dei versi, degli opuscoli per nozze, per monaca, delle prediche, delle dissertazioni serie ed oziose, degli argomenti futili o letterarî, che di loro dottissime o vuote ciancie riempivano aule, bigonce, atenei.

Basta scorrere gli epistolari, le memorie del tempo: cosa si scrivevano fra loro i letterati, con che interesse si interrogavano dei loro lavori, ragionavano su quelli degli altri! Ho sott' occhio una raccolta di Lettere inedite di Cesarotti, Pindemonte, Carrer, Pieri, Negri, Meneghelli, Moschini, Michieli, Marsand, Pujatti, della Teotochi-Albrizzi, della Giustina Michiel a Maria Petrettini, corcirese, autrice della Cassandra Fedele, e d' altre pregevoli opere, raccolta ch' è un vero tesoretto d' illustrazioni letterarie del tempo.

Gran faccenda la è invero, e temo non tocchi a me adempiere la missione come a quelle padrone di casa, che si trovano intorno una veglia fiorente di cento e cento persone, a cui tutte devono dire qualcosa, per fare atto di presenza, e perchè non si credano dimenticate. Nasce per solito che la padrona, compiendo rapidamente il giro de' suoi invitati, a ognuno susurra bensì una parola, ma senza certo significato e che li disturba per poco.

Comunque sia, io penso d' intraprendere appunto un giro e nominare i meritevoli di menzione, provincia per provincia, poichè ognuna ci dà in questo periodo, più che in altri, il suo contingente. Saran queste le pagine più faticose del presente lavoro; ma per annojare meno si può forse lasciar fuori chi merita?

Cominciando da Treviso, mi cade in acconcio nominare l' abate Angelo Dal-Mistro. Veramente, oriundo dal Friuli, nacque a Burano, (1754) ma visse per lunga età arciprete delle Coste, sotto Asolo, ed ivi mori nel 1839. Dopo di lui successe nel luogo stesso l' egregio letterato Renier, poi vescovo di Belluno e Feltre.

« Purgatissimo scrittore, imitatore, forse emulo del Gozzi ne' suoi sermoni » lo decanta G˙ B˙ Semenzi in una sua monografia, che fa parte d' una grande illustrazione del regno lombardo veneto; « nestore dei letterati veneti, della patria lingua profondo conoscitore e difensore » lo dice l' epigrafe d' un vecchio libro intitolato: Biblioteca piacevole, edita appunto in Treviso dal famoso tipografo Giulio Trento, per cura di Antonio Cuccetti, e di Michelangelo Codemo, padre mio di cara e venerata memoria.

La biografia di Agnolo Dal-Mistro scrisse nel 1840, Giovanni Veludo, fratello a Spiridione, il quale fu indefesso illustratore della sua Grecia, e morì nel 1866; Giovanni, padre a Giuseppe, quel raro e simpatico giovinetto, che, nato allo studio, e ad ogni nobile disciplina, morì lasciando nell' aurora della vita un volume di lettere, memoria di sè, amaro conforto a chi lo aveva perduto.

La biografia dell' abate Dal-Mistro è preposta a tre volumi di versi e prose: da essa si rileva che fu anche agronomo e nella sua terra arcipretale, dove, come lord Brougham, nella villa di Cannes, scrisse il celebre motto: inveni portum, spes et fortuna valete, avea filosoficamente segnato sui muri: haec me saluret quies. « Immutabile delle classiche forme, robusto pensatore, se non del tutto semplice » traduttore d' Ovidio e di Catullo, autore della Spigolistra, idillio, e d' un poema il Fico; d' una epistola scherzosa, i Cappellani, di molte altre composizioni e di lettere famigliari, che figurano fra le più belle.

Manteneva relazione con tutti i chiari ingegni e con tutte le divinità dell' Olimpo aristocratico-poetico d' allora; da tutti veniva ricerco, stimato e lodato: la sua parola facea autorità, il suo aspetto allegria. Nutrito di aurei studi e di succolentissimi pranzi, si vede vane gli scritti e nella potente corporatura il profitto degli uni e degli altri. Era insomma un di quei letteratoni tutti d' un pezzo, di quei preti del vecchio credo, altro tipo difficile adesso da trovare in Italia.

Pindemonte, smilzo, irascibile, intollerante d' ogni men che minima molestia, non poteva reggere in camere dove ci fosse troppa gente e troppo caldo. Una sera stava in Procuratia a veglia da una dama letterata, e cominciava a storcersi e a penare, perchè c' erano undici persone. Sul più bello delle sue angustie s' apre la porta e s' annunzia Dal-Mistro.

— E due fanno tredici, — esclama Pindemonte levandosi e avviandosi. A cui Dal-Mistro:

— Cosa vuol dire?

— Vuol dir ch' ella conta per due, reverendo, e ch' io me ne vado. —

In altra biografia del Dal-Mistro trovo che non conobbe cosa fossero orgoglio ed invidia, e adducesi a prova che quasi nessuno seppe come Pio VII lo elevasse al grado di protonotario apostolico, tanto nascose le insegne e il titolo di quella onorevole carica, tanto era modesto!

Piene d' onor son queste rive, e molte Alme qui crebber di virtude accese, Che or sono in manti luminosi avvolte.

Così cantava del Sile Enrico Rainati da Castelfranco, poeta conosciuto anco fuor del suo territorio, non dirò in tutta Italia, perchè: Sullo stelo natio langue dimesso Fiore olezzante, e strano fior s' estima, Che sviene e pute se sta all' altro appresso. secondo egli affermò nella stessa poesia.

Di lui parlerò brevemente. Morì vecchio, or son pochi anni, visse infelice, martoriato da povertà e da debiti. Cantò quasi sempre per occasione, era, come suol dirsi, il poeta del dipartimento: gli onomastici, le ricuperate sanità, i complimenti, le nozze …

Non s' è sposata ragazza o giovinetto a modo che Rainati non coronasse la sua lira di rose idalie, secondo si esprimevano allora, e non cantasse e bene ogni volta. Però anco le poesie epitalamiche non sono sempre opera perduta. Fra queste di Rainati io ne trovo una che mi permette nominare un insigne operatore trevisano; dettata per le nozze di Pietro Varisco, inventore d' un premiato talamo operatorio, vero genio che sarebbe divenuto il vanto del nostro paese, ove la foga del suo genio stesso e delle sue passioni non lo avesse tratto barbaramente e singolarmente, nel fiore della gioventù, a morire.

Celebre è il sonetto di Rainati intitolato Gli uomini illustri di Castelfranco.

La mala sorte di Enrico Rainati, un po' voluta, a quel che la gente pretende, gli fece anche battere alle porte dei potenti, e se la cavò con onorabili facezie molto più corrette nello stile, e senza paragone più nobili di quelle di Guadagnoli: anzi parrebbe che si potrebbe definíre così, il Rainati: un Guadagnoli purgato.

In Castelfranco vuolsi annoverato anche Giovanni Dall' Oglio, poeta valente.

A questi tien dietro nel mio pacifico defilé un Bartolomeo Bevilacqua (1740-1815) quale scrittore, scienziato nella fisica e nella matematica.

Tre Pelizzari, un Jacopo zio, un Jacopo nipote, ed un Antonio divennero pure celebri in quel giro di tempo. Al primo, detto Jacopone, nativo di S˙ Zenone sotto Asolo, « accorrevano anco stranieri per interpellarlo sopra questioni intorno alle forze vive, al calcolo differenziale e logaritmico, ai binomî, alle potenze negative; questioni, che si svolgevano a' suoi tempi » e di cui ci spaventano i titoli, irti di mistero e di cifre.

Chi di noi Trevisani non ricorda un Antonio, canonico Pelizzari, e non lo rivede, vecchissimo, girar per le vie, tenendosi su la sottana orlata in rosso, e col tricorno sulla fronte, che gli lasciava scoperto il regolare cannellone d' un parucchino rossiccio? Quegli, morto quasi centenario nel 1845, fu una gloria nostra. Celebre per le sue traduzioni e pei commenti alle opere di Bacone da Verulamio e pel libro di Columella De cultu hortorum.

Il nipote di Jacopo e d' Antonio, non volle esser da meno degli zii, come scrittore, professore di matematica e di filosofia nel seminario di Treviso.

Vero luminare, non già veneto, ma italiano e veramente europeo ci dà Motta un Antonio Scarpa, anatomico insigne di cui il presente studio non può toccar che di volo, senza uscire dal suo campo. Ma come tacere questa gloria non soltanto della scienza, ma degli uomini, poichè ei solo, per indipendenza di carattere, resistette a Napoleone I°ree;, che dovè a lui in certo modo inchinarsi, e nominarlo suo chirurgo, e chiamarlo a Parigi, dove assunse la direzione suprema degli studì di medicina?.. Troppo soffrimmo in questo secolo la preponderanza, dirò meglio, la invasione di celebrità straniere d' ogni sorta in casa nostra, perchè non ci sia permessa una parola, anco fuor di luogo, ad onore di chi portò e con tanto lustro, in casa altrui il nome italiano.

Lorenzo Da Ponte (1749-1838) è uomo di vita avventurosa il quale da Ceneda, dove nacque, passò professore di belle lettere a Treviso, poi a Vienna ov' ebbe accoglimento presso Giuseppe II, e divenne scrittore del teatro italiano: finchè il Casti gli portò via l' ambito posto di poeta cesareo, successore a Metastasio. Ma il Da-Ponte, preso da ira non vide, in questa detrazione a' suoi aspiri, che un buon motivo per andarsene anco da Vienna. Varcò la Manica, e chiese ospitalità alla vecchia Albione. Come lo ricevesse non so, ma so che nemmen là gli piacque restare, e, trascorso l' Oceano, mise il piede agli Stati Uniti, dove morì nel 1838. Lirico drammaturgo, lasciò le sue memorie, stampate a Nuova York.

Questo Da-Ponte, fratello a Girolamo degno di nota nella monografia di Treviso, già citata, è quel medesimo, tessendo l' elogio del quale il povero Bartolomeo Gamba morì improvvisamente all' Ateneo di Venezia, con grande orrore e pietà degli astanti, ai quali rimase impresso il nome dell' illustre cenedese-americano come una memoria, senza sua colpa, funesta.

Marco Fassadoni (1753-1813) versato in filosofia, letteratura, scienza ed arti, dotato di straordinaria memoria, eruditissimo, attivo pel patrio decoro. Volgarizzò Genovesi, Condillac, Ossian. Gaspare Gozzi affidò a lui il proseguimento del dizionario d' arti e mestieri, cominciato dal Grisellini. Di lui lessi una curiosissima dissertazione, fatta colla maggiore serietà: Gionata nella balena.

Un Ferro Giovanni (1775-1833) tanto eloquente che in Padova fu portato in trionfo al terminare d' un dibattimento, tanto onesto e passionato del bene, che morì per non avere potuto salvar dal patibolo, allora tuttavia in attività, un uccisore della propria amante.

Nomino extra un Lasinio per la maravigliosa celebrità con cui incideva. In venti minuti la Regina d' Etruria vide sculta la propria immagine da quel fulmineo bulino.

Di monsignor Sebastiano Soldati piacemi riportare più oltre l' elogio, con quello di Monico patriarca.

Di Giuseppe Monico, arciprete di Postioma, (1769-1829) son piene le memorie di quel tempo; pochi hanno avuti e meritati maggiori encomî dai buoni e dai cultori delle belle lettere.

Bianchetti stava scrivendone l' elogio; entra Dal-Mistro e gli detta improvviso: “Un dolce portamento, una favella Pronta, faconda, un sempre lieto ciglio, Un amabile tratto, un' alma bella, Uno in non vecchio cor vecchio consiglio, Tutto seco rapì la cruda ecc.”

Appartiene a questa schiera, quantunque morisse, nel 1859 più che ottantenne, Agostino Fapanni, quell' erudito agronomo, filologo e così variamente colto che tutti noi conoscemmo.

Il celebre dottor Fario nel tesserne l' elogio impiegò quattordici grandi pagine soltanto negli elenchi: 1. delle opere di Fapanni già stampate; 2. in quelle inedite possedute dal figlio Francesco Scipione; 3. nella lista degli impieghi pubblici e delle magistrature da lui coperte; 4. in quella delle Accademie a cui fu ascritto; 5. degl' illustri con cui mantenne corrispondenza epistolare; 6. con quella dei grandi personaggi a cui ebbe devota osservanza, e antica consuetudine.

Della robusta compagine di questa intelligenza, paragonabile alle piante secolari, protettrici benefiche della terra e degli animali, che ci stanno d' accanto, io credo aver tutto detto con questo solo accenno dell' esposizione di tante opere, di tanti onori, di tante cariche, di tante onorate amicizie letterarie e scientifiche.

È quindi inutile che si riporti ad una ad una. Scrisse della coltivazione del pomo, sulla coltura del trifoglio incarnato, della piantagione del frumento negli anni di carestia, sul lino, sulla segala, sulla pastorizia, ecc.

Trattò un argomento che adesso sarebbe vitale e « palpitante d' attualità. » Del pensionatico, ossia della servitù del pascolo invernale delle pecore in alcuni paesi di pianura nelle provincie venete.

Quantunque nato agronomo, e miglioratore delle razze bovine, compose versi. Anzi non manca alla nota il poemetto, ora si direbbe colpa inevitabile degli scrittori antichi, di cui gli die' soggetto il Castello di Mestre. Raccolse i proverbî del buon contadino, le delizie della vita campestre da celebri artisti antichi e moderni. S' occupò di fiori, di frutti, di memorie storiche come le relazioni e commenti sopra il capitolare di Carlo Magno, inseriti negli atti dell' Istituto di Venezia.

Era ancora in questi ultimi anni un amabile vecchio che ne sapea di tutto, forse troppo; una conversazione inesauribile, colta, istruttiva; buono, avea presa la vita dal suo lato più solido, più pacifico, e proficuo. Conosceva tutti; da lui ebbi relazione d' una visita fatta da un Labia, inviato della Serenissima a Luigi XV; egli mi dipinse in due parole quel sovrano, e con che sguardo gelido riceveva al petit lever, lavandosi la faccia, lui nume, tra i cortigiani, poco più che castori o scimmie.

Fapanni, veneratore del Cesarotti, non iscriveva terso, da vecchio studiò la lingua, essendo membro dell' Istituto veneto, nella commissione di lingua italiana con Venanzio, Cittadella, Bianchetti.

Non pertanto più o meno terso ha sempre scritto. Era dell' Accademia dei Filoglotti di Castelfranco la quale, dice la prefazione d' una raccolta di versi degli accademici Monico, Pezzoli, Barbieri, Dalmistro, Puppati, Carrer, « ebbe la prima origine da una società di pochi amici, che, desiderosi di coltivare la natia favella, di tratto in tratto in lieta brigata raunavansi: ed ora con metriche leggi, ora con isciolto sermone trattavano alcun proposto argomento, ecc. » I proposti argomenti volgevano intorno a varî soggetti, temi sacri; fiumi, fiori e frutti. Una volta toccò a Fapanni trattare del pomo. E potete credere se ci andò di vena il consumato agronomo! Le eran solennità, finivano in simposî, lo dico alla latina perchè in quei desinari da pievani, rallegrati non da toast, ma da schietti evviva e da negro vino nostrano, tutto era classico, le persone come le cose, i discorsi … vorrei dire fino i polli e la dindia arrosta, alla quale, dopo che egli avea brillato nelle dotte aule accademiche, il bravo Dal-Mistro facea validamente onore.

Di tante sue opere io trascrivo quattro versi latini, da lui scritti sotto il suo ritratto, che litografò somigliantissimo Francesco Pesce, e che sta fra gli illustri italiani, nel Seminario patriarcale di Venezia. Ad Sileris fontes natum, me dulcis alebat Desius altinas, genitori rura colentem. Ipse ego, qui simul Astreae, Cererisque minister, Finibus atque agris collegi jura regundis.

I quali distici furono così tradotti dal cavaliere dottor Filippo Scolari.

Nato ai fonti del Sil, me l' altinate Dese nutri amoroso, Del padre a coltivar le terre amate; Quell' io, ch' egli vedea Ministro insiem di Cerere e d' Astrea; La cui mano i diritti ha in un raccolto Che a reggere i confini e i campi han tolto.

Tra le cose inedite dell' istancabile Fapanni ce n' è d' importantissime come la dissertazione intorno al quesito: Qual sia il mezzo più economico di provvedere ai figli abbandonati col minor aggravio dello Stato ecc. e l' altra della Legislazione e Giurisprudenza agraria; opera voluminosa, varî frammenti della quale vennero letti all' Istituto veneto.

Agostino Fapanni scrisse anche la biografia dell' abate Lorenzo Cricco, che fino dal 1792, si die' a conoscere per la sua versione delle egloghe di Virgilio, a cui tennero dietro le Rusticali, creazione sua, che non fu però l' ultima, nè la sola applaudita.

Nella storia della nostra letteratura trovò posto d' onore Michele Colombo, (1747-1838) altro emulo di Gozzi, filologo, maestro del Porta parmense, lasciò dotti studî sul Decamerone, un trattato sugli scacchi ecc.

Ghirlanda Gaspare (1768-1837) medico lodatissimo, fondatore dell' Ateneo di Treviso « dotto, franco, leale, benefico, venerato e compianto. »

Amalteo Francesco (1767-1838) ultimo della illustre famiglia degli Amaltei da Oderzo, ne continuò la bella fama, per gentilezza d' animo, valor di letterato e di filologo distinto.

Viviani ab. Quirico da Soligo morto poco più che cinquantenne, nel 1835, poeta e filologo; scrisse canzoni militari.

Tomitano Giulio Bernardino (1761-1828) letterato, raccoglitore chiarissimo.

Bonfadini Giacomo da Varago (1771-1838, filosofo e matematico.

Bernardi Paolo (1758-1824), poeta vernacolo, autore del famigerato Schieson Trevisan.

Poi un conte Cristoforo di Rovero morto quasi centenario nel 1814, autore della vita dei Riccati da Castelfranco.

Bregolini abate Ubaldo, poeta e prosatore, morto nel 1807, ebbe dice il Dandolo, ingegno fuor del comune, ottimo conoscitore delle lettere greche, latine; fu oratore poeta, giurista. Dettò fra gli altri, lui prete, la satira del Celibato, tradotta da un altro prete, Angelo Dal-Mistro.

È rimasta fra noi la memoria, e probabilmente rimarrà dell' ingegno e della smemorataggine o astrazione, dell' abate Francesconi (1761-1835) da Conegliano. Matematico, fisico, verseggiatore, bibliografo, rettor magnifico, liberale. Sulle cose da lui, ancor giovane, lette all' Accademia di Padova si diffuse Cesarotti nelle sue relazioni. Da Napoleone I°ree; fu annoverato fra gli elettori del Collegio dei dotti, inventò macchine, verseggiò in latino, in italiano, fu insomma un luminare.

Tanto lo trasportavano le ricerche e i sublimi calcoli della sua mente, che non sapeva quasi di esistere. Non so se, come il Franceschinis, di cui parla la Teotochi, potesse pranzare, sortendo da un pranzo. certo al Francesconi è accaduto un fatto singolare, perchè, presentatosi alla posta a chieder sue lettere a impiegati che non lo conoscevano, gli fu chiesto:

— Chi è ella, signore? — L' abate pensa ed esclama:

— Chi sono? … Oh! bella … — E si mette a ruminare per iscoprir chi fosse. Ma non potendo quella intelligenza lanciata a volo negli spazî più elevati, ritornare in sè stessa, per cercarvi il nome con cui si distingueva fra i mortali, voltò via. Dopo pochi passi incontra un tale.

— Oh! caro Francesconi!

— Ah! — esclama l' abate, pestandosi la fronte, e rapido dà di volta, torna alla posta. Ma s' egli si scordava di sè, non lo dimenticano i posteri … A questo proposito ho un altro esempio, e d' un oriundó veneto.

Tipo dei veri, buoni letterati italiani Olivo Gabardi potea dirsi de' più distratti. Quando parlava di versi e d' Italia felicissima notte… non sapea d' altro… Ci raccontava egli stesso, nel modo più caro, che nel giorno del suo matrimonio coll' Isabella Rossi, anch' ella illustrazione delle patrie lettere, se ne dimenticò. E l' amava cordialmente! Ma passeggiando quel dì con un altro poetone (credo fosse Giusti) gli passò l' ora. L' amico interlocutore nomina a caso non so che di imenei… Olivo dà un guizzo… S' era ricordato la sposa. Corre, la trova tutta di bianco, inghirlandata… Il prete attende… Olivo dovette contentarsi di comperare un paio di guanti bianchi da un guantajo là sotto e presentarsi all' altare in soprabito ossia veladon … Ciò non impedì che la rendesse felicissima fin che la morte lo tolse alla diletta compagna. L' aneddoto è solo riferito per giustificare il povero Francesconi, il quale, in fin dei conti, non obbliò la sposa, ma il suo signor sè stesso, direbbe Giusti.

Un Guerra abate Lodovico (1778-1851) erudito.

Rossi abate Giambattista, morto vecchio quand' era già inoltrato il secolo, illustre canonico autore dell' esame critico sopra il saggio degli illustri asolani, e della vita di Alvise Armoale o Campagnari, poeta estemporaneo, e della storia dei Camposampiero-Tempesta, lasciò alla sua Treviso la scelta libreria.

Perucchini Girolamo (1753-1836), letterato poeta giurista, di lui poco si ebbe in luce, perchè d'una tal modestia che nessuno valse a fargli superare.

Passiamo ora a Rovigo.

Rovigo, patria a quella Cristina Roccati, la quale trilustre recitava poesie, studiò fisica, e filosofia in Bologna, nel 1747 ov' era detta consigliera della veneta Nazione; Rovigo, che si vanta di Rosalba Carriera, conta:

Francesco Bocchi (1748-1810) notajo, archeologo, diplomatico, biografo e bel cuore di cittadino.

Gioachino Masatto (1756-1830), bibliotecario della Silvestriana, archeologo ellenista.

Annibale Torelli Minadois morto nel 1824, elegante poeta.

Lachini Giambattista (1723-1818) teologo e scrittore.

Grotto Giuseppe pubblicò nel 1777 una vita di Luigi Grotto detto il Cieco di Adria. Un Grotto Luigi Andrea si è ispirato allo stesso soggetto, interessantissimo (poichè il cieco d' Adria, poeta e comico, fu un eroe alla moda nel secolo XVI:) stampò nel 1772 in Mantova una biografia dello stesso Cieco, meno ampia, oltre alcune Poesie edite da Girolamo Bocelli.

Baccari (1747-1835) missionario della Congregazione di s. Vincenzo de' Paoli, scrittore d' alta morale, e d' arte pubblicò un erudito lavoro, La forza degli archi, e levò gran fama in Romagna: tali e tante sono le vicende che corre e supera tutte, ch' io invito i miei lettori a leggere il capitolo degl' illustri rodigini nella già citata illustrazione, al Polesine, per Francesco Bocchi.

« Qual vita meglio spesa » conclude con una mal celata amarezza, « quali eroi paragonabili a questo povero prete? Qual forza a far molto con pochi mezzi, pari a quella che s' attinge dallo spirito del Vangelo? »

Conti G˙ B˙ (1741-1820) lodato traduttore di poesie castigliane, stampate a Madrid.

Un Ramello Luigi (1752-1854) nomina lo stesso Bocchi come illustratore delle patrie cose, archeologo modestissimo poichè amava taciuto il suo nome.

Del dottor Penolazzi, dell' antica famiglia Adriese, nato in Papozze 1778, morto nel 1856, scrisse un tale che non può non iscrivere egregiamente, Antonio Berti, il quale in poche pagine ha detto tutto di quella vita, condotta e chiusa con sapienza di medico, decoro di letterato e d' uomo.

Brandolese Pietro (1754-1809), bibliografo insigne e conoscitore delle arti e del disegno.

De-Lardi (1861) chiude la schiera dei valenti di questa provincia nella illustrazione del Bocchi. Ma io vi trovo ancora un nome, estraneo alle lettere, non estraneo all' arte, non fra i morti di questo periodo, ma recentissima perdita, che mi desta una memoria dolorosa e domanda un cenno.

Domenico Buzzola, morto l' anno scorso, in età fresca, marito e padre amoroso; maestro di tutta la nostra giovane generazione Filarmonica. Buzzola di cui le nostre sale, il nostro Canal grande ripetono la sera le ariette così ben adatte alle canzoni, che pajono una cosa sola; tanto la musica ch' egli vi creava era poesia, tanto la poesia diventava musica, tanto rispondeva all' incanto dei luoghi e dell' ora, che si può ben dirlo poeta, come i poeti si dicono cantori.

Ora volgiamoci agli irrigui prati del nostro Friuli. Di quel Friuli a cui Dio mise per appoggio le alpi, la pianura a sgabello, e, come speranza, il mare. Esso è un piccolo mondo! E cosa non ha dato e cosa non darà al Veneto e all' Italia?.. Nel secolo scorso, un ebreo Friulano, ignorato e senza dubbio disprezzato da quella casta feudale, che dominava da' suoi castelli, con istolida boria ostrogota, un ebreo, per nome Zanon, paziente studiatore, prezioso scopritore e pratico, scrittore, economo, agronomo, veterinario, naturalista introdusse nella sua terra la patata e il gelso bianco; introdusse e fe' comune l' uso della torba. A giorni solo, dice il Cicconi fu creduto, ma ancora aspetta una pietra che dica ciò che fece e cos' era.

In questo secolo, il Friuli ci dà un Aprilis Bartolomeo (1763-1840); medico fisico, chimico, filosofo.

Deciani Francesco scrisse novelle stampate in Padova del 1818, ristampate dal Lemonnier, che certo non le avrà messe nel suo Panteon senza merito.

Franceschini Francesco matematico e poeta, di cui la Isabella Teotochi Albrizzi fe' un vivacissimo ritratto, scrisse sei canzoni in morte di Luigi XVI, un libretto di canzoni morali. Da vecchio imprendeva lavori di lena, nientemeno che poemi: la morte di Socrate. Morì decrepito nel 1840, ma pur troppo le sue cose morirono prima di lui.

Maniago co. Pietro (1768-1846) pubblicò un Poema intitolato il Friuli, lasciò molte poesie manoscritte e alcune stampate: avvocato applauditissimo.

Marcolini Tommaso medico e scrittore (1779-1838).

Marzuttini Giuseppe (1802-1847) prete, teologo, traduttore dell' opera dei santi Padri, redattore del giornale dei Parocchi; valente oratore.

Pirona abate Jacopo (1790-1870) filologo, raccolse molti manoscritti sulla storia del Friuli. Il suo vocabolario friulano-italiano finì d' uscire alla luce nel 1871.

Del co. Michiele Della Torre (1767-1844) restano manoscritte molte memorie sulle antichità di Cividale, da lui illustrate.

Venerio Girolamo (1778-1844) lasciò un' opera: Osservazioni meteorologiche, stampata in Udine nel 1851; e il pingue patrimonio ai poveri.

Zorutti Pietro (1792-1867), briosissimo scrittore di versi friulani, tanto che gli fu dalla voce popolare dato il nome di Strolic friulan, per un grazioso almanacco da lui pubblicato per alcune annate. Alla morte del vescovo Bricito die' fuori una poesia, bella fra mille che ce ne furono in quella solenne congiuntura.

Meris Guglielmo (1790-1850) medico autore d' un saggio di topografia statistica medica della provincia di Brescia, d' uno studio del mare adriatico a Zara e di poemetti latini.

Bianchi abate Giuseppe (1789-1868) professore di belle lettere italiane, latine e greche nel ginnasio udinese, indi prefetto degli studî. Dice una mia particolare nota, ch' io trascrivo esattamente: « brillante nelle poesie bernesche, forbito e sentimentale nelle latine, acuto negli studj critici, infaticabile nel disotterrare e ridurre a facile lezione pergamene antiche e documenti che potessero servire a compilare una buona storia del Friuli. » Conchiude: buon patriota. Ecco dunque un altro prete buon italiano.

Cassetti abate Gianfrancesco (1805-1868). Un carattere dei più cari e gentili di quelli che s' incontrano di rado. Lasciò bella fama di sè come « lirico graziosissimo, delicato, sentenzioso, morale: » le sue prose, consistenti in orazioni accademiche hanno un sapore dantesco, a cui dà maggior efficacia l' ingegno originale e il gusto raffinato dell' autore.

Pecile Enrico (1817-1862). Laureato, ingegnere civile, il suo genio lo trasse alla musica, ma fu innamorato della lingua italiana e degli autori toscani. Non trovo i titoli de' suoi componimenti, ma bensì l' assicurazione che scriveva puro.

Altri novera il dottore Giandomenico Cicconi nella sua Udine e Provincia, la quale fa anch' essa parte della grande illustrazione del Regno Lombardo-Veneto.

Vi sono un abate Greatti, prefetto della Biblioteca nazionale in Brera a Milano, autore del poemetto l' Educazione, stampato in Padova 1796. Un Pietro Peruzzi, un Angelo Ferruglio, poeti latini. Un Brazzà, un Trattori, un Pico « rapiti da morte precoce all' affettuosa lirica ».

Dandolo invece ha le biografie più particolareggiate benchè brevi d' un conte Fabio Asquini (1762-1818) naturalista; padre di Giulio e di Enrico, ambedue chiari per utilissimi studj agronomici. Enrico è anche autore di quadri cronologici in foglio massimo, che abbracciarono la storia di tutti i popoli. Quest' idea mi par così acconcia che vorrei vederla riprodotta, applicata in varie maniere, secolo per secolo, o svolta in un immenso album, panorama con illustrazioni e vignette all' uso dei giovani, e mi parrebbe giovevolissimo.

Il conte Fabio Asquini, oltre che allevare nobilmente i suoi figli, trovò anche una maniera di picolit che ebbe il favore, già incontrato da' suoi studj scientifici in Italia. Si dirà cotesto non c' entra coi letterati. Chi prende cura della gran madre che ci dà il pane, e maggior fiato a coltivare le lettere?… bisogna esclamar con Gerone, antico re di Siracusa: « mostratemi un uomo, che sappia darmi due spighe in luogo d' una, ed io lo stimerò più dello stesso Archimede ». Asquini attuò anche una torbiera nel suo feudo di Garfagnana.

Il conte Antonio Bartolini stampò nel 1797 un Saggio sopra la tipografia del Friuli nel secolo XV; compose l' elenco ragionato degli scrittori italiani di Belle Arti, legò la sua libreria alla biblioteca arcivescovile.

Percotto co. Antonio gesuita, morto nel 1802. Poeta, traduttore lasciò un poema didascalico Della natura e caccia delle topine.

Pujatti Giuseppe (1733-1824): afferma il Moschini che fin dal 1806 montassero a cinquantatrè le opere publicate dal zelante cassinese. Ei son la disperazione dei biografi questi benedetti monaci, tanto han lavorato! Delle cinquantatrè nominerò solo la cantica Sulla solitudine; perchè mi piace il titolo; e mi par che risponda alle ispirazioni di forte ingegno, nutrito fra il silenzio d' un cenobio romano.

Rinaldis co. Girolamo morto nel 1803 più che sessantenne, autore del Saggio storico della pittura friulana.

Un altro Asquini Girolamo (1762-1836) antiquario.

Un Comparetti abate Pietro (1759-1835) letterato, legale, compose studj sulla selvicoltura e sui fidecomissi.

Canciani Paolo (1725-1810) scrittore e forte ingegno.

Politi Giovanni (1738-1815) latinista, jurisprudente, ecclesiastico.

Breve salto ci sarà dalle balze del Friuli portare i nostri passi all' alpestre Belluno, patria a Demin, a Paoletti e ad Ippolito Caffi pittore, poeta, strenuo campione dell' arte e della patria, morto a Lissa nel 1866 col pennello in mano e l' Italia in core.

Non una lunga filza di nomi ci dà questa terra, ma grandi:

O non basterebbe forse Tommaso Catullo?.. illustratore di quelle sue Alpi, sconosciute a tutta Italia come a sè medesime, e dalle viscere delle quali egli, insigne geologo, rilevò preziosi veri?..

Pittori valenti, scienziati, veterinari annovera Belluno; di questi ultimi è un generale Fantuzzi commilitone di Kosciusco che nel 1795 scrisse una memoria storica.

Il conte Florio Miari lasciò bella fama come archeologo, numismatico, studiatore di cose patrie.

Così un dottore bellunese è quel Segato (1792-1836) che trovò il modo di perpetuare, lapidificando, i corpi animali dopo morti. Pur troppo morì prima che la sua originalissima invenzione fosse sicura e atta a diffondersi; ma ciò non toglie che da quel remoto cantuccio dell' Italia non sia venuto un ingegno, che applicò il suo acume nella ricerca di cosa, ch' io mi sappia, da nessuno tentata, e ch' egli cominciava a svelare dai più remoti segreti di natura, al mondo.

Adattatissimo a questo primo periodo di classici è quel conte bellunese Urbano Pagani Cesa, nato il 1757, morto nel 1835 che fece un poemetto Il Terremoto di Messina, famoso pel suo primo verso:

“Alessandri, Pompei, Cesari, Achilli!..

Come proseguisse avendo preso l' andare di questo trotto, io non lo so. Pare che non ostante il molto ingegno, e la molta coltura, che non ce ne vuol poca a sostenersi così alla seicentista, male si reggesse, perchè non trovo che l' elogio dei biografi corrisponda alle magnificenze di quell' impianto.

Colle Francesco (1744-1815) erudito valente.

Doglioni Lucio (1730-1803) istoriografo, letterato, illustrò la sua patria.

Bellati abate Gioachino nel 1803 pubblicò un saggio metafisico risguardante la religione.

Il conte Francesco Mengotti (1749-1830) è un di quei nomi in cui si riassume la gloria d' una provincia.

Già fin dal 1782, si levò in bella fama colla sua dissertazione intitolata il Colbertismo, premiata dalla Società economica di Firenze. L' altra dissertazione. Del Commercio dei Romani dalla prima guerra punica a Costantino, ottenne pure il premio dell' Accademia di Parigi, quantunque, in onta al programma, fosse scritto in italiano e non in latino o in francese. Bisogna dire che la trovassero splendida… Per quel che posso giudicarne io di volo, mi pare un lavoro (potrei dire col Mengotti un travaglio, tanto è infrancesato, che adopera persin la parola azzardo) un lavoro a effetto. Ci ha la disinvoltura che solletica, un certo brio nell' andatura, estesa erudizione, ma si ripete spesso, e quella notizia, che i romani eran soldati e non mercanti, la è detta, ridetta, fin troppo.

Il capolavoro, dice il Dandolo, del conte Mengotti, è la sua idraulica fisica sperimentale, e mi piace colla mia guida notare come dianzi ci avesse messo un modesto titolo: Saggio sulle acque correnti. Non potendo, nemmen per sogno, giudicare lavori così serî e così scientifici, io devo limitarmi a narrar le grandezze dell' uomo, e notare una volta di più che la vera e schietta modestia, la non pretensione e la lucidità sono, essenzialmente, le qualità dei grandi.

L' opera corrisponde ai suoi titoli per l' alto argomento e per la semplicità con cui è trattato.

Di Mauro Cappellari che fu poi papa e morì più che ottantenne nel memorabile 1846, dirò che pubblicava il trionfo della Fede nel 1765 con che stile, con quali idee è facile immaginarlo. Ma di lui trovo una nota curiosa, che in certo modo gli toglie un po' la fama di magno retrogrado, rimastagli nell' opinione pubblica, o almeno la scusa coi tempi in cui visse la sua prima gioventù. La nota laconicamente afferma: « permise Galileo… »

Di Pos Valerio (1740-1822), poeta, contadino, scrisse Giovanni Veludo una vita nella raccolta di Tipaldo.

In essa v' ha un bel sonetto dello stesso Valerio, in cui si dipinge e io lo trascrivo, perchè dice tutto di lui.

Traente al fosco è il color del mio volto, Ed è l' aspetto mio truce e severo, Gli occhi internati nella fronte molto, Il sopracciglio ruvido ed austero. Ample le vene e gonfie, e poco sciolte, Il polso e il corpo magro tutto intero, Ispida barba, negro crine involto, Passo lento e distratto dal pensiero. Poche ho parole, e aspre queste e dure; Indole niente affatto mansueta, Nell' ira eccedo tutte le misure. Sostengo le mie idee come un atleta, Sono ognora bersaglio alle sventure E deh! piangete amici!… e son poeta.

Non molti nomi raccolgo dalla illustrazione di Padova, nella quale uno solo ecclissa ogni altro, Melchiore Cesarotti.

Un Camposampiero, bibliotecario della Università raccoglitore di classici e di novellieri, correttore della Teseide di Boccaccio.

Un Della-Bella (1730-1822) professore di fisica a Lisbona ed a Coimbra, il quale in portoghese scrisse sulla coltivazione dell' olivo.

Un Antonio Ricci Zanoni, geografo (1730-1814) produsse eccellenti Mappe.

Un Bozza autore d' un panegirico del conte Bacucco (parodia del falso genere). Nel 1808 ancora viveva.

Di Giovanni De-Lazzara, cavaliere riputatissimo, vuolsi ricordato il nome, quantunque nulla scrisse nella ottuagenaria età, morto il 1820. Ma la gran dottrina di cose patrie gli dà posto fra gl' illustri padovani.

Un Dondi Dall' Orologio vescovo, naturalista. Si sa che l' appellativo dall' orologio viene a questa famiglia per aver un Dondi, nel 1330, scoperto quella macchinetta gentile, ed il suo prezioso impiego.

Un altro Dondi vescovo marchese Fr. Scipione (1756-1816). Più che per le sue dissertazioni sopra l' istoria ecclesiastica di Padova e la serie cronologico-storica dei canoni di quella chiesa, si distinse per carattere virile e sacerdotale ai tempi napoleonici.

Alberto ab. Fortis, naturalista insigne (1741-1803) collaboratore al giornale della Camminer-Turra. Il Denina lo tiene fra i primi naturalisti non già d' Italia, ma d' Europa.

Pastrovich Giovanni (1775-1835) poeta grazioso: in lui abbiamo un altro Melli, non vernacolo, ma italiano: se ne riportano alcune strofette nelle quali, vôlto all' aura, le dice di lasciar l' erba ed i fiori per Clori, e sono veramente amabili.

Bortoloni Caterina (1783-1823). Di questa poetessa ha scritto una breve notizia biografica, ch' è insieme un encomio, Giuseppe Vedova, il quale tanto e sempre ebbe in cura le glorie del suo paese.

Zabeo ab. Prosdocimo (1753-1828) teologo.

Michelotto Angelo (1768-1835) predicatore, letterato, latinista di stile puro.

Francesco Fanzago (1749-1823) autore di una Guida di Padova.

I conti Da Rio Girolamo e Nicolò fondarono e valorosamente diressero il Giornale dell' italiana letteratura, cominciato a stamparsi in Padova nel 1802.

I conti Polcastro Girolamo e Gio. Battista: due fratelli valenti e rinomati accademici; letterato il primo, tradusse il cantico dei cantici, morì vecchio nel 1839; scienziato il secondo stese una memoria sopra l' aereometria ecc.

Il conte Francesco Pimbiolo degli Enghelfreddi, poeta, e latinista, fioriva nel 1808.

Meneghelli ab. Antonio: autore della Bianca de Rossi, tragedia, che superò la difficile prova della scena. Allettato dalle compiacenze di quella fiera palestra, l' abate scrisse la sua Dissertazione sulla tragedia cittadinesca: morì dopo il 1850 circa. È il biografo della Teotochi.

Borromeo conte Antonio, scrisse una notizia sui novellieri italiani, soggetto che sempre gl' italiani interessa. Interrompo il medagliere e do, in brevi tocchi, un ritratto.

Mentre i cultori della scienza e delle lettere continuavano alla dotta sede universitaria del Veneto la sua inclita fama, e le preparavano lo splendido ciclo dei Giacomini, dei Leoni, dei Selvatico, dei Cittadella, essa vedeva camminare per le sue vie un bell' uomo dalle forme atletiche, dal passo marziale: ognuno guardava quella faccia brunita a fuoco vivo, e cercava nel suo sguardo intelligente un riflesso di quante peregrine bellezze avea scorte; ognuno voleva stringere quella mano poderosa, che guidava il trasporto del busto colossale di Memnone dalle rovine dell' antica Tebe al porto d' Alessandria.

Egli alla sua Padova, di dove era partito, figlio d' un povero barbiere, chiamato Bolzon, e riedeva viaggiatore illustre, noto ad Italia e ad Europa come Giovanni Battista Belzoni, egli le portava le spoglie conquistate in Africa, mummie, elefanti, che ancor si conservano.

Poi ripartiva; il demone dei viaggi lo riafferrava: non bastandogli più conoscere il vecchio centro del mondo, l' Atlante; essere stato alle cateratte di Wady-Halfa, aver portato il piede fra gli spaventosi orrori delle caverne di Carnak, alla valle di Belem e di Malak: vuol tornar in Egitto, verso l' Atlante, vuole scoprire Tombuctoo: s' imbarca, prende la via di Gato, vi giunge il 22 dicembre 1823, e muore.

Venendo a Verona nominerò primo il Carli co. Alessandro il quale ne scrisse la storia, che giunge fino all' anno 1517, e la pubblicò nel 1796. Inedite son le memorie storiche raccolte dal Fregoso.

L' ab. Federici Domenico (1739-1808) scrisse sulle memorie trivigiane.

Il marchese Alessandro Carlotti (1739-1828) variamente erudito, chiaro per istudî economici, in cui rifulse ai tempi di Napoleone I˙

Tommaselli Giuseppe (1733-1818), erudito naturalista chimico.

Villardi Francesco (1781-1833) poeta, pensatore, latinista, arbitro lo dice il Meneghelli nella lingua italiana, potente nella latina: lui felice se meno girovago e meno battagliero.

Fiorio Gaetano (1744-1807) autore di drammi.

Tommasini-Soardi, drammaturgo anch' esso (1788-1811).

Targa Leonardo (1750-1815), letterato, medico, numismatico.

Avesani Gioachino nato nel 1715, nel 1808 viveva ancora; descrisse una caccia molto curiosa, ma non altrettanto importante. La caccia dei Grilli.

Pindemonte Giovanni (1751-1812) poeta, drammaturgo; a Ippolito degno fratello, sebben di minor fama.

Mutinelli G˙ B˙ (1747-1833). Compose un poemetto intitolato, La sera e Il Giornalista, scritto contro il celebre ab. Fortis, di cui sarà senza dubbio stato il competitore. Oltre a questi si nomina del Mutinelli: La generazione dell' uomo, opera dotta; e rimane un Canzoniere inedito.

Nogarola ab. Taddeo (1720-1808). La immortalità dell' anima da lui publicata e ripublicata, ottenne plauso: ma ciò accadeva del 1780.

Orti Manara (1769-1843). Di lui trascriverò soltanto il titolo d' alcune sue opere.— Poemetto in morte della marchesa Orti Muselli. Itinerario scientifico di varie parti d' Europa. Discorso sulle rappresentazioni sceniche. La Russiade poema. Lettere sui giardini di Venezia, poesie, viaggi, tragedie, novelle, epistole, fatti storici, volgarizzamenti, versioni. Il biografo conclude, piùche valoroso, fecondo.

Due conti Giuliari annovera Verona degni di memoria:

Il primo, Bartolomeo, conoscitore della civile architettura, ma specialmente perchè aperse del suo una officina tipografica da cui uscirono splendide edizioni. — Onore dunque al gentiluomo tipografo!

Giuliari Eriprando (1727-1805) oratore, scrisse le conversazioni storico-morali intorno alle Donne celebri della santa nazione. Opera giudicata modello dei dialoghi.

Lisca gentiluomo e poeta: combattuto, per quanto si rileva da' suoi biografi. Cantò la Tomba del Fracastoro, il Bacio di Giuda, la Ginnastica. Nel 1789, uscirono le sue liriche fra cui piacque molto l' ode sul Campo dei morti.

Mabil Luigi, oriondo francese, tradusse dal latino le lettere di Sallustio a Cesare, le lettere di Cicerone, e la storia di Tito Livio.

Ad un banchetto, dove Mabil improvvisava leggiadro brindisi, uno degli astanti replicò: Pronto ad immaginar, a scriver colto, Sempre eguale a te stesso, Hai sul labro il consiglio, il cor sul volto, Ecco in tre versi fatto, Mabil, il tuo ritratto.

Del Bene, traduttore di Columella variamente erudito, elegante, indefesso, fiorì ai tempi napoleonici.

Dei grandi Veronesi di quel tempo, che bastavano, come fu detto a una intera nazione, chiuderò con un ingegno, celebrato per le sue alte attinenze, poichè fu amico al Pindemonte, e praticava tutti quei massimi della plejade letteraria d' allora.

De Lorenzi, poeta estemporaneo (1732-1822), non solo ebbe la facoltà rara, quanto calunniata e per partito preso o per astio impotente sprezzata, d' improvvisare, ma lasciò componimenti meditati, degni di menzione. Dice il Dandolo che, ancor vecchio, il De-Lorenzi toccava leggiadramente la cetra. Di lui nominai già l' opera famosa. La coltivazione dei monti.

Filippo Scolari scrisse colla vita dell' autore, il sunto del poema. Andrea Maffei, allora giovanetto, ebbe una visione quali sogliono averle i gentili spiriti. A lui poeta, nell' aurora della vita apparve il vecchio poeta morto. Il giovane raccontò la sua visione, e gettò un serto sulle ceneri ancora calde del suo illustre concittadino colle parole, ch' egli stesso, apparsogli in sogno, gli avea suggerite.

Vicenza. A mia prima guida nella ricerca degli illustri vicentini ebbi un illustre, Jacopo Cabianca, e tanto poco mi sento di contraddire ciò che dice il cantore del Tasso, che traggo una dalle sue pagine.

« Ben meritarono degli studi storici Angelgabrielle Calvi, (1716-1781), autore della Biblioteca degli scrittori vicentini, buon critico, diligente sino alla minuzia, amorosissimo di ciò che al suo paese si riferiva. Il padre Gaetano Girolamo Maccà (1740-1820) che consacrò la lunga vita a visitare a palmo a palmo il nostro territorio, e mettere insieme istorie, traduzioni, descrizioni di paesi, di castelli, di ville. Il suo non è lavoro di stile e di critica, ma una ricca, buona ed istruttiva raccolta, senza cui tante cognizioni di monumenti e d' iscrizioni sarebbero perdute. Fortunato Vigna, riunì il più che potè di scritture risguardanti la patria.

Tommaso Faccioli (1741-1808) lasciò una raccolta delle iscrizioni della città e del nostro territorio, e quell' ottima anima del bibliotecario canonico lgnazio Savi eruditamente scrisse delle nostre scuole.

Molti di questi toccarono i primi anni del secolo, e i Vicentini li ricordano circondati da altri bravi ed operosi, che ne seguitarono l' utile esempio; da Antonio da Porto, volgarizzatore di Pindaro, da Antonio Bevilacqua (1785-1800), grazioso lirico ed elegante traduttore delle Georgiche di Virgilio, da Giacomo Milan Massari, scrittore forbito, che nel poco, lasciato delle lstorie vicentine valse a collocarsi fra' più eccellenti prosatori; da Francesco Testa, terribile satirico, buon poeta italiano e latino. Chi non ha presente quel vecchio maestoso, dalla fronte socratica, dallo sguardo scrutatore, dal parlare sicuro ed incisivo che fu il Fusinieri? Fisico, filosofo, geologo, critico insigne, la colta Europa riverisce tra i più perspicaci indagatori dei segreti della natura. Chi nelle tante malattie che affliggono l' umanità non volge un desiderio a Domenico Thiene e ad Antonio Rossi, che colla lunga pratica e cogli scritti onoravano la medicina? Chi non ha udito parlare di Rodella, di Munari, onore della giurisprudenza, i quali conservarono splendide ed onorate le tradizioni di quei nostri avvocati il Vecchia ed il Cordellina, che levarono già tanto rumore nel veneto foro? Il marchese Vincenzo Gonzati, uomo intelligente e modesto, consacrò tutta la vita a raccogliere libri, manoscritti, tutto ciò che poteva riguardare la sua Vicenza, e a tutti fu largo di consigli, di studî, di lavori, così che ben può asserirsi, che in questo secolo pochi scritti uscissero qui e fuori intorno al nostro paese, che a' suoi lumi ed alle sue fatiche non devano molto ».

Nessuno spero mi accuserà se non ho resistito alla tentazione di trascrivere per intero questa pagina, dettata dice il Cabianca, brevemente, ma quel che basta per mostrare ai giovani « che l' Italia non si deve amar solo a parole, e che l' ingegno e le ricchezze appartengono alla patria, e danno obbligo di far qualchecosa d' utile ed onorato ».

Benchè fuor di posto, inserisco un' aneddoto in cui c' entra appunto Cabianca. Un dì, trovandomi dal mio legatore di libri, gettai l' occhio sopra una piccola litografia, toccata leggermente, con gusto, alla Bosa. Rappresentante un vecchio prete, curvo; cilindro in testa, capelli bianchi, ombrello sotto il braccio, un fagotto in mano, ghette in piedi, il soprabito con grandi sacoccie; sotto la graziosa macchietta, i seguenti versi: Quest' uom di Lacedemone l' aspetto E di Virgilio avea 'l dolce idioma, Sotto ruvida scorza un core eletto, A un tempo cittadin di Sparta e Roma. sottoscritto I˙ Cabianca, Io chiesi all' amabile figlia dell' illustre apologista chi fosse l' ignoto. Ella mi rispose: — Agostinis — Appresi poi ch' era friulano, professore di latinità; un' arca di scienza. Distratto al modo di Francesconi, avea la testa piena di erudizione e le tasche di vettovaglie … Un giorno, celebrando messa, ei si credette nel suo scrittojo, e cercò la penna per metter giù un distico, spuntatogli allora dal cervello. Cosa resti d' Agostinis non ricerco, mi basta avere trascritti i cari versi, segnati dal nome di tale che non adulava, e conservar la macchietta, oramai da museo.

Soggiungo, riprendendo il catalogo, nomi menzionati dal Cabianca, e da altri.

Castellini Luigi da Castel Gomberto (1770-1824), esimio allievo dell' ab. Fortis.

Muzani (1724-1813) teologo e poeta.

Larber Antonio (1739-1823) medico dottissimo.

Danieli Gaetano (1747-1829) professore di teologia e di filosofia: di lui dice Bianchetti, che non giacerebbe tanto oscuro, in quanto fu egli precursore dello Stewart nel bene investigar la natura e l' uso dei principî e degli assiomi. Quante di queste ricchezze ignorate non c' è nella povera Italia!

Un Berlendis, ab. Angelo, morto l' anno 1803, scrisse poesie bernesche ed epigrammi. Non molto lodati questi, non sempre da prete le altre, quantunque piacenti. Lasciò inediti alcuni pezzi d' eloquenza.

Martinato abate Pietro (1765-1819) autore d' Idillî tradusse dal greco. Il suo Poema dell' anima umana, piacque a Pindemonte, e con ciò i biografi intendono darne il merito. Tanto il gran Veronese era stimato.

Vivorio Angelo (1744-1822), matematico, maestro a Leon Thiene, e nella famiglia Folco, professore di belle lettere in Verona.

Come Castelfranco annovera un' intera famiglia illustre nei Riccati, Treviso nei Pellizzari; Vicenza ha i Tornieri.

Tornieri Arnaldi co. Arnaldo I, (1739-1829), traduttore di Virgilio, si occupò del Letterati vicentini, del secolo scorso. Arnaldo II mise in versi sdruccioli italiani le Egloghe di Virgilio.

Tornieri Lorenzo (1751-1834), poeta scrisse la caccia delle Quaglie, della Lepre ecc.

Breganze Jacopo fe' un poemetto in ottava rima, l' Asino sopra la rua di Vicenza; alcune odi pindariche, un bello scritto sulla libertà dei mari ed altre cose, già stampate nel 1808. Interessante dev' essere tanto il poemetto che spiega l' origine d' un uso oramai abolito: quanto palpitante d' attualità, come si dice adesso, il componimento sulla libertà dei mari. Parmi che alcune cose di questi vecchi andrebbero bene ristampate, pel confronto delle idee d' allora con quelle d' oggi. E poi per farle conoscere. Chi ne va in cerca nelle biblioteche?..

Brocchi G˙ B˙ (1772-1826). È il Belzoni bassanese, oltre che letterato è naturalista, e ora se ne festeggia nella sua città la memoria. A molti gravi uffici innalzato fin da giovine, in lui vediamo un dei colossi del regno italico. Professore di storia naturale nel licco di Brescia, poi Ispettore generale delle miniere, Elettore nel Collegio dei dotti. Non breve è la serie delle sue opere: fra di esse spiccano le importanti lettere su Dante e le memorie mineralogiche.

Non era fatto per morir nel suo letto, e come ai domatori di belve accade di finire fra le zanne dei loro domati, così a questi instancabili interrogatori della natura avviene di lasciar le ossa sul nobile campo di loro ricerche. Visitando l'Africa, studiando l' Egitto, morì nel Sennaar.

In Remondini conte Giuseppe (1745-1811) per eredità materna Dei-Perli, patrizio di Bologna, membro del Collegio elettorale ai tempi napoleonici, onora Bassano il suo Guttenberg, il suo Aldo Manuzio, dacchè la tipografia Remondini era stabilimento degno d' una capitale, e si può dire che alla cara città del Brenta donò co' famosi torchi lustro di metropoli.

Di Vittorelli, non vicentino, ma italiano, mi riservo parlare più tardi. Del Gamba. che tanto illustrò Venezia, accennai fra gli archeologi in questo stesso periodo.

Ed ora per Chioggia, vivissima speranza di Venezia, torniamo d' onde siamo partiti.

Insigni naturalisti diede Chioggia, e come sarebbe altrimenti se la è anello fra la terra ed il mare, se ha le produzioni e le ricchezze dell' uno e dell' altra?

Fra i Vianelli di Chioggia, numerosi come i Fabî di Roma, si noverano fin a quattro i sapienti in questo casato, i quali fiorirono anco nelle discipline poetico-letterarie, sul finire del secolo scorso e nel presente.

Vianelli Giovanni, i suoi fratelli Girolamo e Giuseppe: a Vianelli Giuseppe Valentino, medico e gentile poeta, acquistarono fama i suoi versi intitolati La Marina.

Un Dall' Acqua (1768-1831). sacerdote distinto nelle sacre lettere.

Un Bottari Giovanni (1758-1814), agronomo riputatissimo, si occupò della coltivazione dei litorali e della coltura delle viti.

Un Renier Stefano Andrea (1759-1830), naturalista.

Ritornando a Venezia e volendo far veramente compiuta la serie de' suoi illustri di questo periodo, vita particolare domanderebbero tanti ancora che invece d' una modesta relazione artistica, ne uscirebbe un in foglio buono a consultarsi e da figurare nelle biblioteche.

Sì, vita a parte, cominciando dal primo, Luigi Pezzoli (1772-1824) poichè di lui scrisse Luigi Carrer. È bensì vero che Pezzoli fu suo maestro; ma l'aver egli nudrito quell' ingegno non è bastante merito? Ma di lui ci accadrà parlare anco in seguito.

Filologo e maestro delle lingue orientali ebraica e greca, con questi soli titoli seppe levarsi dal comune l' abate Francesco Fontanella (1768-1830.)

Mayer Andrea (1765-1837) scrisse di musica e di pittura.

Bordoni abate Placido (1736-1821), poeta e letterato.

Rubbi Andrea (1738-1817), gesuita di tali studì e di tal buona volontà che compose un carme latino sulla vainiglia. Il grato olezzo dei suoi versi è proprio anche della sua vita integerrima.

Zandonella G˙ B˙ (1767-1836), letterato estremamente erudito, ma irregolare, nè di pura locuzione. Uomo straordinario sarebbe stato senza questa soverchia ricchezza di cognizioni alla quale non era relativa la potenza coordinatrice.

Scoffo (1767-1817), medico distinto e letterato, amico al Pezzoli, che di lui scrisse, al figlio superstite, questi versi: Se' tu che dall' Eliso Mandi il lieto messaggio, Scoffo, al compagno de' tuoi primi di? Così cortese al riso Era e vivido il raggio Che morte d' improvvisa ombra colpi. O di padre a me caro Figlio, perchè non stendi Alla morta sua lira ora la man. E sul destino avaro Tal vendetta non prendi Che il maggior colpo sia perduto invan?

Che luce immortale, che profumo eterno ha la poesia! E' pajono fatti jeri, tanto son fragranti di gentilezza; e dire che Pezzoli, classicissimo, dettava sermoni d' una robustezza e d' un sapore di latinità mirabili!

Un fac simile di Zandonella abbiamo in Alessandro Zanchi (1759-1835), letterato, poeta, romanziere, magistrato, riordinatore di più e più archivî, la versatilità del suo ingegno, la molteplicità delle sue attitudini fanno si che i suoi biografi per dovere dir troppo non sanno ove fermarsi.

Ecco un altro povero nel morale … e così fu peculiarmente nella sua travagliata vita d' avventure, per la quale come ne sapeva di tutto, era sempre da per tutto; indigente per troppe dovizie.

A simil genere di disgrazia vuolsi attribuire se il conte Jacopo Filiasi (1750-1829), stringendo troppe cose, a cui non sarebbero bastate le braccia del favoloso Briareo, non ne abbracciò nessuna. Erudizione, economia, agricoltura, commercio, chimica, fisica, idraulica, astronomia. Naturalmente, se in tutte non potè levarsi sublime, lasciò in alcune studî nobilissimi.

Fontana Alessandro (1774-1816), terso e grave scrittore, compiè la storia della rivoluzione di Venezia, ricca di patria carità: uomo giusto, mi pare che più delle sue opere sia da notarsi il carattere pel quale sosteneva la verità, anche a proprio discapito.

Di Cicuto Antonio (1766-1831) benchè professore di fisica e matematica, non posso tacere per la grazia letteraria colla quale esponeva sempre l' alta dottrina.

Sul valore di Moschini Antonio (1775-1840) letterato, erudito, abate veneziano, molto io dovrei diffondermi, perchè ha molto scritto. Ma io mi limiterò a ricordare il suo merito principale e più pratico, perchè praticamente ne trassero vantaggio tutti coloro, che si occuparono della storia letteraria veneziana del secolo passato. Cianciatore, inesatto, sguajato lo chiama Girolamo Dandolo, che da lui attinse non so quanta parte delle notizie biografiche, per la storia della caduta della repubblica veneta; ma certo tanta da permettere lo si accusasse ripetitore di un' opera pregevole e a lui veramente preziosa.

Ab. Manzoni Giuseppe (1741-1811) predicatore, letterato, appartenente a società scientifiche e letterarie.

Curioso è l' amalgama di cose da lui publicate per le stampe: ossia di temi sacri e profani; cantici da chiesa e Veneri, ma tutti lodati.

Armani G˙ B˙ (1768-1815) poeta improvvisatore, non solo, ma storiografo della poesia estemporanea in Italia. Dal Cicogna sappiamo che anco l' Armani avea pronto il suo bravo poema, intitolato l' Esopo; benchè incompiuto, si loda il quinto canto.

Artico (1745-1829) legale, idraulico non per suo proprio impulso, ma per la volontà di Angelo Emo, provveditore al Magistrato delle acque. Il qual Emo veramente, nel volerlo avvocato fiscale alle acque, ebbe il dono della seconda vista. Artico sistemò il Brenta, e propose di condurre il Sile a Venezia. Quantunque non letterato, è impossibile tacer di tale, quanto modesto, utile e valido uomo, anche perchè i fiumi del Veneto sono quistione per noi di vita e di morte.

Boerio (1755-1822). Di lui resta una sola cosa, ma importante, pratica, sempre più ricercata, e non ancora superata da nessuno. Il dizionario veneziano toscano.

Battaggia Michele (1788-1846) patrizio e letterato di varia erudizione.

Avelloni Francesco, detto il poetino (1756-1837).

Questa è vita da dramma. Parte di casa giovanetto, passa per le Calabrie, è spogliato dagli assassini. Giunge a Napoli seminudo. Si presenta a certe zie ricche, nobili, potenti. Non lo vogliono vedere … che dico? … nemmanco udir nominare. Disperato si aggira per la strada, e, visto il cartello d' una compagnia drammatica, va al capocomico, gli offre i suoi servigi, come poeta della compagnia … — per amore di Dio e della sua fame! — l' impresario accetta, Avelloni scrive, fulmina un dramma, Giulio assassino; ne avea avuto un satollo! … Il dramma piace, si ripete quaranta volte. A Napoli son possibili quelle cose, perchè c' è un teatro fisso. Applausi ogni sera, chiamate … Una sera fra l' altre Avelloni si vede un servitore, in livrea da Dulcamara, gran galloni come usavano allora. Cos' è? — eccellenza, favorisca — Dove? — Dalle signore Duchesse — Che duchesse? … — Breve, eran le signore zie, le quali si degnavano riconoscere glorioso il nipote, dianzi rifiutato povero e oscuro. Avelloni dovette guardar quel servo con la fredda impertinenza del comico pasciuto d' applausi, sicuro del fatto suo, e della cassetta. Insomma alle zie lui non ci volle andare.

Del resto per capo strambo io ve lo do a taglio quest' uomo. In mezzo alle sue glorie drammatiche, che una non aspettava l' altra, come i drammi l' uno all' altro si succedevano, fatti in prescia, pronti, vivaci, senza cancellature, tutti a effetto, e bisogna vedere i titoli per prendere idea di quella tavolozza veramente veneziana, piazzettesca, se non degna di Tintoretto; in mezzo dei suoi trionfi salta in mente all' Avelloni, che, vestito da prete, ispirerà più rispetto come letterato, e indossa l' abito, diventa abate. Quest' è il caso di dire: l' abito non fa il monaco, perchè di sotto alla talare c' era l' anima d' un drammaturgo.

Bisogna sapere che in quel tempo vi avea a Napoli quello, che vi si trova anche oggi, ossia principi e duchi che vogliono mettere in iscena drammi e commedie. Adesso li scrivono da per loro, almeno nessuno giudica in contrario. Ma quel principe di Sangro che viveva in Napoli, quando fioriva l' Avelloni, stava contento a veder il proprio nome sull' affisso, o che le produzioni si credessero sue. In vero le componeva per lui il reverendo comico veneziano, e la cosa non fu senza grande compiacimento del corvo stemmato che comandava e pagava, nè del pavone, che gli imprestava le penne. Quaranta fra drammi e commedie espose il principe di Sangro, e ad ogni pezzo il poeta, soprannominato il poetino, ricevette otto ducati e un prosciutto.

Stanco di scrivere servendo, l' abate, getta via la vesta fittizia, sposa la comica Monti, diventa babbo, ma per poco; gli muojono la moglie ed i figli. Allora si trasforma in attore: in compagnia d' un' altra comicaautrice, Marta Colleoni, scrive un lavoro drammatico, non pare con grande fortuna. Sul teatro vuol dir tutto la moda, e la non ci è quivi più stabile che altrove: anzi molto meno. Penultima trasformazione d' Avelloni maestro di fanciulle. Poi riprende moglie, sposando la vedova d' un suggeritore, e a settant' anni finisce commedie, drammi, farse e vita.

Ora ci parrà strano tornare ai nostri letterati e poeti in profilo, dopo questa vita d' avventuriere, che si presterebbe lui stesso eroe d' un dramma. Ma come fare? la storia noi Italiani non la inventiamo, come Dumas e il signore di Lamartine; poichè degli uomini diciamo, e non tutto, quello che si sa di poter dire.

Corrier Agostino (1763-1844) autore del lodato Calendario perpetuo della chiesa ducale.

Abate Cristinelli Giovanni Battista, versatissimo nella letteratura italiana e latina, nella inglese, nella francese e nella tedesca. Publicò nel 1794 le regole della sintassi latina, esempio, anello fra la lingua viva e la morta. Tradusse splendidamente dal poema tedesco: Le quattro età della donna e le stampò nel 1819.

Traversi Anton Maria (1765-1839). È il celebre Patriarca di Costantinopoli, tanto benemerito alla sua Venezia, che a lui deve, tacendo d' altro, lo splendore della Libreria, dell' Erbario, del Liceo: compose nei primordî del suo arringo sacerdotale e scolastico, un Corso di lezioni di fisica, e tenne un convito maschile rinomatissimo.

L' abate Sante Della Valentina (1748-1826) è uno di quei brayi uomini a cui la modestia fa velo, o a cui il cuore, tutto dedito al far bene altrui, non permette di eseguire quanto potrebbero. Perciò, come che a non pochi autori vien rimproverato il soverchio stampare, al Dalla Valentina si rimprovera il non abbastanza. Fu oratore di grido, maestro: e morì cappellano e rettore di s. Rocco. Per le nozze Papafava Grimani pubblicò l' Elogio della contessa Beatrice Papafava, traendolo dal Vallisnieri. Si vede che dava fuori qualcosa in quelle benedette congiunture di imenei o di monacati, delle quali tanto si lagna Parini, senza mai scotere il giogo. Nel 1800 per altre nozze Baglioni Papafava mandò alle stampe la Dissertazione sugli usi dei Padovani ai tempi di mezzo, nei loro matrimoni, opera dell' abate Gennari; e, aggiungendovi note e prefazione, un' altra Dissertazione sui ss. Felice e Fortunato, martiri. Compilò l' indice dell' opera del Filiasi. Memorie storiche sui Veneti primi e secondi. Di lui propriamente si nota la storia precisa del viaggio e prigionia di Pio VII, una accorta prefazione ad un' opera di numismatica e iscrizioni latine del Menizzi. Ma ciò per cui vien ricordata la sua studiosa e laboriosa vita è la scoperta dell' antica cronaca dell' Anonimo Altinate, già fatta di publico diritto nell' Archivio storico italiano.

Coletti Gianjacopo (1734-1827), uno dei tanti Coletti celebri. Dotto, solennissimo grecista, latinista publicò una Dissertazione sugli antichi Pedagoghi ed altri lavori di peso, continuando nientemeno che l' opera del padre Ferlati Illiricum sacrum. Con questi studî, dei quali solo i titoli spaventerebbero i nostri giovani, l' abate Coletti invecchiò fresco e vivace in modo, che di ottantasette anni recitava e publicava un elogio, dettato, dice il Dandolo, col fuoco d' una vigorosa immaginazione, ossia l' elogio di:

Monsignor Bartolomeo Zender (1736-1821) il quale discese dal pulpito per non salire in superbia, tanto piacevano le sue prediche; stampò quindi molti libretti di orazioni, a cui facea metter analoghi bei santini: il tutto con quello spirito d' ordine, di umiltà, di carità che può supporsi in tal uomo.

Zendrini Angelo (1763-1849), bibliografo, matematico insigne sotto più riguardi. Rivendicò al suo antenato Bernardino Zendrini la gloria d' aver inventate le dighe, nominate i murazzi. Di lui scrisse il Venanzio, che riassunse in un felice e significante periodo la gloria d' una vita d' oltre ottantasei anni: ornata di scienze e di bei costumi, come prima avea detto: cieco, ancor giovane, invigorì nella notte dei sensi la luce dell' intelletto.

Cimarrosto Sante (1777-1847) scrisse il catechismo universale, stampato in 100 volumi dal Curti nella Biografia Universale, ed altre cose di minor entità, ma forse meno affrettate e più corrette, a quanto assicurano i suoi biografi.

Erich Capretta Gaudenzio (1730-1806). sostenne con onore il nome veneziano a Parma. Frate, professore a quella università, presentò a Gustavo IV di Svezia che la visitava una narrazione intitolata: Gustavus IV Suaciae Rex, regiae potestatis restitutor, ossia i particolari della rivoluzione, operata dal re a favore di sè stesso e delle prerogative della corona, cui la Dieta turbolenta voleva sopraffare. Certamente questa narrazione scritta nel senso più codino che si possa ideare, a me del tutto ignota, come alla maggior parte de' miei lettori, deve essere andata a genio del monarca, perchè al bel dono di quel volume rilegato dal famoso Bodoni, voleva rimunerare regalmente: ma il frate non accettò, allegando la severità della regola da lui professata. La Republica, in particolar modo contenta dei suoi sudditi, vicini o lontani, che si mostravano alteri con monarchi estranei, lo fe' abate mitrato, e gli assegnò una pensione annua: Morì paroco di s. Sofia.

In mezzo a tutti questi monsignori si trova nella mia rassegna un uomo che, se fosse vivo, non so quanto ci starebbe contento: egli l' avventuriere galante, egli il bizzarro uomo singolarissimo « per talenti non comuni, per grazia, per vivacità d' affetti, per un donneare protervo, per colpe gravissime, anzi per iscandali, per eccessi, per traversie e vantaggi al giuoco, per iscienza cabalistica, per temerarie imprudenze e ribalderie, per follie e sfacciataggini continuate ». Tutto questo e di più lo riferisce il suo apologista Mutinelli. E se lo ribadisce il Dandolo io non dirò: solo voglio scusarmi se non ho letto Les Memoires de Jacques Casanova de Sein galt écrits par lui même: perchè, quantunque fosse agevolissimo procurarmele, penso che le sieno come tutte le memorie dei giovani d' ingegno sbrigliato, leoni, Alcibiadi, che corsero vita d' avventure, e che talvolta raccontarono orrori immaginari a far parlare di sè.

Perchè le scrivesse in francese non capisco; e nessuno ha mai capito perchè al suo nome aggiungesse, di volontà propria, il predicato di nobiltà e un nome tedesco.

Curioso è leggere nella vita di Casanova dalla raccolta del cav. Tipaldo un aneddoto furbesco, anzi doloso di quel celebre avventuriere. Come in Parigi a una vecchia, presa di lui, e' persuase d' aver il segreto di ridare la gioventù, conducendole una ballerina ad arte invecchiata, e che per via di sortilegi, da un momento all' altro, come nella Fèe aux roses, ringiovanì.

La innamorata al vedere quel prodigio si fanatizza, mostra al mago le sue ricchezze, gliele promette se opera sopra di lei tale prodigio. Egli l' assonna con un narcotico potente, poi scappa, facendo, da onesto ladro, metà colla complice ballerina.

La credula sposa al destarsi, si trovò non rifiorita a gioventù, ma del tutto al verde.

Del resto Casanova scrisse anche in italiano una confutazione della storia del governo di Venezia di Amelot de la Houssaye, e tradusse in ottava rima l' Iliade d' Omero. Segno che conservava amore alla sua patria e agli studî dell' antichità, non del tutto adunque corrotto dall' ignavia e dal vizio. Morì a 78 anni, nel 1803, fuori d' Italia.

Collalto Antonio (1765-1820) caldo cuore di patriotta, freddamente di matematico; amico di Lagrangia, Elettore del Collegio dei dotti, membro onorario dell' Istituto reale di scienze, lettere ed arti, uno dei XL della Società italiana di Modena.

Corniani degli Algarotti (1768-1845) d' illustre famiglia, naturalista, antiquario scrisse La Metallur gia, poema non finito, ma in cui non poteva non riuscire, perchè in esso venivano in certo modo a riflettersi le sue due nobili inclinazioni, la scienza e le lettere.

Gallicioli G˙ B˙ (1733-1806. Prete della chiesa parocchiale di s. Cassiano, talmente dotto che usava famigliarmente, o dirò più giusto, poteva parlare quanto il dialetto le lingue greca, ebraica, caldaica, siriaca. Per immaginarsi cosa sapeva basta leggere i titoli delle sue opere. Insomma un altissimo e raro modello del clero veneto per dottrina, per modestia e bontà.

De Martiis abate Antonio (1772-1850), eruditissimo nelle lingue antiche, istitutore, socio della vecchia Accademia dei Filareti, e del succedutole Ateneo veneziano: poeta, prosatore col Dalmistro, fu autore d' un canto del poema l' Esopo: lasciò ragguardevole libreria.

Giovanni Volmar (1779-1835), tocco da crudele affissazione, per la irregolarità de' suoi natali, si diede allo studio, compose lavori poetici; altri ne tradusse, come il Carlomagno di Luciano Buonaparte. Ritiensi non tradotto, secondo annunziò il Volmar stesso, ma creazione originale e sfogo de' suoi segreti patimenti, il Suicidio. Lasciò molte cose inedite.

Questo periodo cominciato con Cesarotti, mi piace terminare con Jacopo Vittorelli da Bassano (1749-1835.) Dalle arpe, dalle spade e da tutto quel classicismo in maschera dell' Ossian, veniamo, dopo tanto sfilare di austeri abati e professori, alle pastorelle, alle Clori, ai Tirsi d' Arcadia, in pieno classicismo insomma, in pieno sogno di poesia, di cui sentiamo forse il bisogno.

Chi di noi, fanciulli, non ha recitato o cantato …

“O Platano felice Ch' io stesso un dì cantai, Bello fra quanti mai Levano il fronte al sol.”

Forse c' è qualcuno de' miei lettori che a queste facili rime rivede una scena della sua felice infanzia, poichè le son tutte così, presso a poco, le infanzie.

Certo ha declamato l' anacreontica davanti al nonno, certo ha offerto un dono alla maestra, nel dì del suo nome, accompagnandolo con una canzoncina del simpatico poeta.

Quei dopo pranzi d' estate, il maestro che viene colla sua brava musica sotto il braccio: si mette al piano forte; due ricercatine e poi una bella voce giovanile che si stanca a cercare il do di petto, il fa, o non so qual nota … Già le trova tutte, perchè in quegli anni sono tutte sue: è suo il raggio di sole che vien per la finestra, è suo il bel fiore, appena spuntato, e può esclamare appunto col Bassanese: “Io non invidio i fiori Al molle Anacreonte, Rosa più gaja in fronte Certo non ebbe un dì!”

Narrano i biografi che Vittorelli fu impiegato, Ispettore degli studi, Elettore nel collegio dei dotti, per ultimo censore di stampe. Come corresse l' arringo burocratico non si può capire, ma si intende benissimo che coltivando, allora diceasi, le muse, stampasse poemetti intitolati il Tupé, lo Specchio, i Nei, l' Andrienne, le anacreontiche ad Irene, le quali vennero tradotte in metro latino da quella sommità ch' era l' abate Filippi.

Sua scolara, ossia sua seguace fu quella Angela Veronese, poetessa conosciuta sotto il nome d' Aglaja Anassilide, di cui ebbi dall' esimio sig. Napoleone Petrucci da Padova, autore d' una raccolta delle valenti donne sue concittadine, le seguenti notizie.

« Nacque al finire del secolo scorso in Biadene terra del Trivigiano, da Pietro Veronese, istrutto per quanto importava la sua umile condizione di giardiniere; con pari stima ed affetto, ella tenne il marito, Antonio Mantovani sensale, da lei scelto di nascita e fortuna conforme alla sua. » Che sublime lezione alle vanità presenti! … Si disse allora che la amasse quel sensale perchè mantovano, ossia della città di Virgilio, probabilmente fecero confusione col nome, e poi si fa tanto presto a inventare fandonie sul conto dei letterati! È fuor di dubbio che la fu donna esemplarissima: cara a Cesarotti, a Barbieri a Paravia, a Carrer e a Tommaseo. La ingenua pastorella del Sile, lodata da' nostrani e dagli stranieri, morì in Padova nel 1847 compianta e poverissima.

Ho detto di lei e cosa dirò delle sue poesie? Le son graziose farfalle che vissero un giorno, volando di fiore in fiore; il biografo le ha appuntate collo spillo in museo e bisogna lasciarcele stare. Popolarissime, facili, care, c' è da scommettere che non vi fu un matrimonio in quel torno di tempo senza le rime obbligate della buona Anassillide.

Dalla quale tornando a Vittorelli, io dirò che le sue anacreontiche si declamavano tanto in tutta Italia che, lo afferma il Cabianca, non meno del Tasso era popolare il poeta bassanese.

Già ei non aveano allora meglio da fare che, seduti nelle graziose convalli, sulle praterie, che la bella natura e la mano del giardiniere stendevano davanti le loro ville, i cappellini di paglia gittati sull' erbe, declamare le strofette amorose, e noi ve li lasciamo, cari lettori, esclamando: beata quella nazione che può sedere all' ombra dei faggi e prestar l' orecchio alle temperate armonie di amabile cetra. Forse questo è l' ultimo sorriso che

“Cinto le chiome della materna rosa”

ci dà il vaghissimo amore.

Ma è pur bello, nel metter l' ultima pennellata al quadro, improntarvi appunto il sorriso fuggitivo d' una gioja, ch' è il carattere di quell' epoca.

Già dolori e scene lugubri ce ne saranno abbastanza: noi riposiamo al suono silvestre dei pifferi, a cui si ricrearono tante oneste donzellette e amiche vezzose, salutanti dalla finestra l' aprile. Qua i simulacri dell' amicizia, là il tempio di Gnido: qua i satiretti che, ballando, calpestano le ajuole; là colombelle che tubano e usignoli che gemono fra le fronde, e cagnolini con nastri rosei al collo, e amanti che non vanno quasi mai in collera, o si pacificano, regalandosi cestelli di fragole.

Non aveva io ragione di dire che al leggere quelle care strofette pare di tornar giovani, e di sentir colla freschezza fittizia di quelle scritture, la letizia vera delle prime scene di vita?

Intanto che questi campioni del classicismo facevano le loro ultime prove, la scuola romantica, dal Monti chiamata audace scuola boreale, veniva su cheta, sicura e ogni dì più lucente, quanto quell' altra impallidita, si ritraeva. Perchè un tal freddo invadesse la letteratura classica al cominciare del secolo, ci voleva ancora una gran ragione morale e sociale. Di fatto ecco ciò ch' era avvenuto.

Nel mondo, già monarchico e aristocratico, la rivoluzione francese avea insediata la democrazia, ossia il governo dei più, sostituito a quello d' un solo.

Sotto il governo dei più, per la diffusione progressiva del sapere nelle moltitudini, ne veniva per conseguenza che tutto dovea rispondere a ciò che esse domandavano. Non imperando più il re dal palchetto, la platea, libera di fischiare e d' applaudire, imponeva liberamente il suo gusto.

Luigi XIV, corifeo di quel sistema in decadenza, vedendo una pittura di Broower, detto il pittore dei poveri, (riparografo o pittor del fango l' avrebbero detto gli aristocratici greci) esclamò: — levatemi dagli occhi quelle sconcezze. — Il quadro rappresentava alcuni soldati briachi!…

Semplice, non ancor dotta o a dir meglio non ancora viziata da regole e pregiudizî accademici, da leggi di rettori e di barbassori, la moltitudine adunque, divenuta qualche cosa, e in grado di dir la sua, non si piegava a batter le mani contro genio e non persuasa; non gradiva un passo, una situazione soltanto perchè ricordava Virgilio o qualunque altro celebrato fra gli autori pagani.

No, essa si compiaceva là dove il core potesse commoversi, sentiva affanni e piaceri, in quanto le rappresentavano i proprî. Sopra Ettore e Andromaca avea pianto abbastanza, e piangerà ancora, chè le pitture omeriche, schiette come la natura venivano fraintese dai servili imitatori. Chi di essi sarebbe stato tanto ardito fin a dire che una madre urlò siccome cane? … Eppure a Dante questa magnifica espressione, in cui è tutto un poema di passione materna, e una insuperabile impronta di verità, fu inspirata dallo studio che appunto dei classici e del poeta sovrano fece quel sommo ghibellino.

Aggiungo una cosa, che torna a capello. Il professore Dall' acqua Giusti publicò in un bel volume de' suoi scritti letterari certe idee su Omero, che rovesciano i vecchi sistemi, intorno al carattere de' poemi omerici. Riassumendo, il nostro valente, vero veterano della buona scuola, chiama Omero: il Walter - Scott antico, nonno di tutti i romanzieri moderni. Anche Verne parlando di questi si esprime: — da Omero alla Sand. — Di più il professor Dall' acqua Giusti ne' suoi pensieri sopra Omero ne espone uno originalissimo e notevolissimo. Afferma che i poemi epici ci furono uccisi dalla invenzione della scrittura …

Comunque sia, e tornando al punto di prima, le moltitudini nuove domandavano dunque quella semplicità, quella naturalezza applicate a soggetti moderni. Ed è questo che dietro il sistema iniziato da Shakspeare, continuato appunto da Walter-Scott, facevano i Francesi, il qual sistema, afferma Souvestre, « uccidendo il poema epico, diede vita al romanzo. »

Ora vestito alla medio evo, ora alla Pompadour, ora alla spagnola, il romanzo diveniva padrone del campo: ivi trovavano i giovani quello che corrispondeva al loro desiderio. Moti del cuore, slanci fieri e delicati, aspirazioni di gloria, riscontro a segreti dolori. Le scene che vedevano nelle loro case, il meccanismo, il chiaro - scuro, il bello, il brutto, il soave, l' orribile della vita.

Dove se ne andava Monti e i suoi personaggi tutti d' un pezzo!… Stupendo, ammirando, quel verso sonava e non creava, e non poteva resistere alla invasione d' una letteratura giovane, esso che apparteneva ad una sfiaccolata e languida, malgrado il tuonar reboante delle sue frasi, calcate sui vecchi modelli.

Come la scuola romantica, iniziata dal primo genio dell' età moderna e della penisola, ponesse radici nel Veneto non sarà difficile dimostrare, ma ciò ch' essa abbia fatto pur troppo non sarà lungo.

Il Veneto, ben diverso dalla Lombardia, non possedeva e non poteva possedere un Manzoni.

Nella Lombardia, passata dal tristissimo Governo di Spagna a quello mite ed illuminato di Maria Teresa, colla capitale della Cisalpina, quindi per ultimo del regno italico, non venduta come gregge ovino, ma data all' Austria: nella Lombardia centro d' intelligenze, di ricchezze, in diretta comunicazione con Torino e Parigi, si rinnovellavano i bei tempi di Atene e di Roma: sempre, ben inteso, paragonandola al resto d' Italia, e non alla Francia, insolente d' ogni splendore.

La Venezia, veneziana non poteva più essere, austriaca non voleva, italiana non sapeva. Cosa le restasse non so. So che la sua vita intima, sia che si riflettesse in romanzi storici oppure famigliari, non le dava che dolori, senza speranza.

A che ritrarla, come osar di farne il tema d' opere tanto vigorose che potessero varcare i limiti del suo territorio?…

Bisognava dunque accettar tutto dagli altri e dare pochissimo, simili ai ricchi decaduti, che devono contentarsi delle feste in casa altrui. Questo, ch' è il parassitismo nell' individuo, è il marasma, la decadenza d' un popolo.

La Lombardia dava i Promessi Sposi e la Pusterla. Un soldato, pittore e patrizio piemontese, dava l' Ettore Fieramosca. In Toscana grandeggiava e scintillava l' ingegno del Guerrazzi.

Il Veneto, propriamente il Veneto, allora non dava niente… Ah! esso non poteva dar niente! o presso a poco, nè in creazioni originali, nè in opere di lunga lena; esso cento volte più misero di tutte l' altre provincie, sicchè scontando quattordici secoli di gloria, non poteva dare che versi o studì di scienza e di archeologia. Pietre e monumenti che la fantasia dei poeti caritatevolmente infiorava, attestanti la ricchezza morta della nazione, più assai che la sua vita.

Non restava di quella vita che Goldoni in teatro. Lo rappresentavano nel carnovale, il giovedì o la domenica grassa, e in quelle sere i signori ci mandavano i bimbi e le serve.

Chi viaggiò dal venti al quarant' otto in Italia sa che noi non eravamo nemmen conosciuti; dicevano: — voi altri in Lombardia — e intendevano anco i Veneti.

Non pertanto ora che additammo le cause, per cui a lla poesia divenne possibile, più che ad altro genere di letteratura vivere nella nostra regione, diremo quali furono i poeti: diremo in qual modo la coltivarono, rinnovandola, e vi educarono piante nobilissime in quel bel giardino dove, come in chiuso orto, la generazione, che ci precesse, posò molte volte, e sospendendo le arpe ai salici, bevette l' obblio delle sue pene.

Dovrei in questo quadro di romantici, cominciare da Luigi Carrer, figura notevolissima fra le notevoli come poeta, prosatore, come ingegno insomma che si eleva fuor del comune.

Ma a lui verrò in seguito, premendomi cominciare da un giovane il più infelice, il più sconosciuto fra quanti poeti v' ebbero nei nostro paese. Tanto che se fosse morto in Francia, com' è morto qui, in un povero villaggio del Veneto di crepacuore e di talento, vi starebbe già con Gilbert e con Chénier.

La storia brevissima di Luigi Chiesurini è bastantemente drammatica perchè meriti d' essere riferita.

« Nato, dice Semenzi, in Santa Lucia di Conegliano, nel 1809, colla potenza della sua mente, l' altezza dell' animo, la vigorìa del sentimento, l' amore alle muse, si distinse per modo, che spogliatosi dell' abito clericale, si diede alla letteratura, ma stretto dal bisogno, dovette dedicarsi alla legge. Nel fiore della vita, dopo aver pubblicata la sua Stefania, che gli valse altissima lode, morì nel 1848. »

Da quanto suppongo la Stefania fu scritta durante gli anni in cui il Chiesurini studiava a Padova. Gli è un poemetto in tre canti, di 38 pagine circa, e più di cento versi. Questo rispetto alla mole: quanto al contenuto io trovo da dire una sola parola oltre a quelle dell' egregio biografo, e quando afferma « che la Stefania valse all' autore altissima lode » io aggiungo — e la morte.

Liberato quel giovine selvaggio dalla veste del prete, che senza dubbio portava per far piacere ai suoi, per aprirsi l' adito al seminario (inesorabilmente chiuso senza ciò) egli avea dato il lasso a tutto il genio, che gli ferveva nell' anima.

Non troncata, come fu, immaturatamente, dalla miseria e dalla morte, la vita di Chiesurini, prometteva di trasformarsi: divenir regolare, efficace, forse pia; nobilissima senza dubbio. Troppo era vivo quell' ingegno per rimanere ateo, per non sentire, per non adorar Dio, di cui tanta parte avea in sè; dalla luce dei quale si sentiva così abbagliato, che chiudeva gli occhi per non vederla.

Ma privo d' una famiglia colta, d' una madre, (io la immagino contadina o su per giù), beato di mandar fuori amplamente tutto che dentro gli ruggiva, il giovinetto Luigi non ebbe più freno.

Materialista, sarcastico, senza ritegno in pericolose pitture, acerbissimo contro i dominanti signori che sfida, quasi fosse lui il padrone, loro i servi, comincia nel metro seguente: Passa; l' opre, gl' ingegni, la natura Rode e trasmuta il tempo edace: al fianco Sua sicaria ha la morte. Una follia Sei, morte, o per te s' agita la vita E varca rinnovata?…Abborre l' uomo Dal nulla, e sul confin del suo cammino Pone la tomba, che lo eterni e illuda La morte stessa. Segue descrivendo la notte in cui Stefania giura sul corpo deformato del suo Crescenzio, giura di vendicarlo: E muta, è immota come pietra: il fonte Delle lagrime par spento, e lo chiuse Con mano ferrea la vendetta; ed ella, Come tesoro nel suo cuor la pose, E suggellò. Precipite raccolse Le vesti: le aggiustava, e giù discese Nel tremendo concetto assorta…. Son due soli segni, ma non è ella figura da Michelangelo e in un da Rafaello? C' è negli affreschi o nelle tele di quei divini qualche angelo irato, o qualche divinità ultrice a cui pare che s' inspirasse Luigi, il quale non avea visto niente… niente fuor che la sua povera villa e Padova! L' inseguente Gallo Tal fuggian le Vestali; e a chi la vide Fra la tenebra, al chiaror muto, incerto Alle scomposte chiome, al concitato Passo, alla faccia illividita, parve Della notte il fantasma. Chiude il canto nella regia del Vaticano, dove pranza Ottone: E con la spada stretta al pasturale Il giovinetto re, ed il Brunone Tra sè parlando incedono, rimpetto S' assidono. Squisite dapi, vini I più riposti, i più conditi cibi In volta vanno copiosi: curvo Sta, muto il lurco Teutono, n' insacca L' epa, trangugia, tracanna, divora. Giura Ottone davanti ai suoi baroni, ai guerrieri di difendere il potere temporale, concludendo: … ” non temer nulla Che vale un branco d' itali infingardi, Vili, contro agguerrite armi tedesche?…

E tacque, fra il consenso de' suoi, che un alto trambusto iteravano di lodi. Quindi: ” Voluttade in tresca Corre il tripudio e lor ministra. Un fumo Il capo a tutti aggrava, fanno crocchi E a gara ognun dalle tumide fauci Mette un rozzo linguaggio, ed un boato Di barbaro latino, un mistio strano Di più barbare voci; a chi sul dorso Casca il capo, chi russa, e il cittadino O affama, o è esangue maledice e muore.

Io noto come l' onda del verso così sostenuta e dalla quale sgorga vera poesia, abbia di tratto in tratto pei concetti, pel modo, lampi di verità e di naturalezza che le accrescono, in particolar guisa, efficacia. Talchè classico per la forma, romantico per l' inspirazione e realista nelle pitture, egli riunisce in sè gli splendori dei tre quadri, ch' io sto delineando, li riunisce senza imitare nessuno, perchè il genio crea ed è veramente eclettico.

Il secondo canto comincia tutt' altro da quello che finisce il primo.

Truce, foresto, come le rigide fronde de' suoi abeti nativi, il giovinetto poeta spira talvolta una tal dolcezza ne' suoi versi, che ha il molle sentore dei narcisi, quali si raccolgono sulla cima dell' alpi: Varca la notte, e il vel toglie ai delitti Alle sciagure dei mortali. O sole, Quanto sei bello, italo sol! eguale Piove il tuo raggio sul niveo cacume Delle barriere, sui ridenti colli, Sulle pianure interminate, come Allor che i numi abbandonar l' Olimpo Per questa terra. Tu vedi i suoi fiori, Le sue messi, i vigneti, i lauri, i mirti, Ti specchi nell' azzurro, ti vagheggi De' suoi mar, de' suoi laghi: ah! tu non vedi Più la gloria dell' Italo: ei seduto Sta sulle sue ruine, e lo straniero L' insulta e ride. Ardente lava bolle Sotto Etna, e il fuoco, il fuoco di che il scaldi Tal rugghia entro il suo spirto, e freme il cuore.

La descrizione di Stefania sulla fossa del marito è tale che non posso riportarne alcun verso, perchè li dovrei tutti. Ma il sicario che seppellisce i cadaveri del tradito Crescenzio e dei compagni, la donna che guata le indegne esequie, e appena le magre cavalle hanno voltato l' angolo, salta sulla fossa, bacia, colla prima passion di una vergine, i miseri avanzi, prorompe in ismanie, fin che lassa, emunta resta come « la morte sopra il tumulo seduta », tutto è dipinto col pennello di Hugo, senza le stravaganze.

Il terzo canto, che ha per epigrafe « Otto, ut fertur, ab uxore Crescentii Senatoris potionatus » è la prosecuzione e lo scioglimento del dramma.

Stefania si veste da pugliese, e aspetta, come tigre inseguente il cacciatore, Ottone alla via del Gargano. Qual la vaga donzella, a cui il pensiero Al passato ritorni, e il cuor sussulti Al ricordo d' amor, in questi accenti Fra sè proruppe… Oh! dove andaste, giorni Di gioja, di delirî, di speranze, D' inebbrianti affetti… Al par d' allora Tu sei bella, o natura; i giorni tuoi Sono un sorriso, al par d' allora io volo Sopra fiorite piagge, all' ombre siedo Rammentatrici di soavi istanti, E batte il cuore, ma nessun risponde Ora ai palpiti suoi. Ah! ch' io t' abborro, O natura: i tuoi giorni, i fiori e l' ombre Ti disecchi la bruma, e più non splenda Il sole: ma una notte eterna, buja Regni su te, come in me regna… (palpa E un ferro trae dal seno).

Stefania canta, cogliendo fiori, « funesta era la voce, misterioso e disperato il canto ».

Tanto misterioso che non si sa ciò che voglia dire; ma, cosa singolare, piace moltissimo, ha un bel metro, ha una cadenza sonante. « Passi la vita come amor; fu sera…» e prosegue con cinque terzine, che poi diventan quartine, e finisce strambalata con un:

… dirassi è arcano,
Passi la vita come amor passò.

E qui è Byron schietto, restando lui, Chiesurini. Ottone, intravista Stefania, la fa ghermire, gliela traggono al carro: egli, colla preda, scende in Paterno. Stefania con quel suo bruno occhio romano, « che passion infiamma, e grande vibra entro l' orbita sua » ha prontamente innamorato Ottone, e mentre delirante egli le offre corone, e tutto quanto può rendere ambiziosa una donna ella lo avvelena e come non bastasse, lo trafigge. Le guardie accorrono, vendicano l' imperatore colla morte di Stefania, che spira invocando il suo Crescenzio.

Quindi il poema si chiude con questi versi: Fur due tombe in Paterno: monumento Gotico l' una, preziosi marmi Regali emblemi, bizzare figure E picche e scudi, e l' aquila grifagna Sopra eran sculti. Maledetta l' una, Rovesciata, esecrata, al vento in preda Le ceneri n' andar, e solo il loco Noto per abborrir. L' altra una pietra Poca in grandezza ed in valor; coll' ombra La proteggeva il salice crescente, E cinerei cipressi: il viandante, Di Paterno le donne, e le romane Spose e donzelle il lor tributo spesso Veniano a offrir di lagrime e di fiori: Sopra era inciso di Stefania il nome.

Tutto ciò è stupendo, grazioso, saporito, nutrito di latinità, formoso, originale ad un tempo. Così pare a noi artisti ed italiani.

Ben altrimenti parve all' imperiale regio Governo, niente artista e niente italiano, che trovando il censore troppo buon uomo perchè avea lasciato passare certe bagatelle qui non riferite e d' un realismo pur troppo intollerabile, immediatamente lo licenziò. Ma non basta. Il Governo confisca le copie della Stefania, proibisce al giovane presentarsi in nessuna università dell' Impero, detta ed ordina un infame articolo nella Gazzetta, per annientare il poeta come avea annientato l' uomo.

Pur troppo l' audacissimo ingegno di Chiesurini, non moderato, nè illuminato dalla sapienza amorevole d' un parente o d' un precettore, offriva il destro a chi lo volesse combattere sotto tre punti, religione, morale, politica. Ma come religione, scettico veramente non era, e nelle sue cocenti aspirazioni ci si vede un' anima inquieta, ma non indifferente. Quanto alla moralità v' hanno bensì pitture troppo al naturale, e certo ristampando la Stefania qualcosa converebbe torre via: ma non v' è nell' insieme di quella vivacità del cherico, scappato alla briglia del seminario, nulla che accenni a sregolatezze, nè a quella corruzione di metodo, della quale appestano i giovani del bel mondo. Anzi nella scelta della Stefania io vedo il segno infallibile d' un' anima onesta e d' una rettitudine veramente rara. Italiano ardente (o dove mai s' era egli ispirato allora, nel suo villaggio, a quel nobile senso?) trova nella storia una donna italiana, che uccide un tedesco, per vendicar la nazione e il marito. La Giuditta di Roma la Jaele del medio-evo egli la dipinge come sa dipinger lui. Ma oso asserire che una vendetta illegittima, una men alta passione non gli avrebbe suggerito quegli slanci, quei tocchi divini.

Quattr' anni dopo la pubblicazione della Stefania, ossia nel 1841 chi passando per Valdobbiadene e per Pederobba, avesse veduto un uomo rozzo, l' occhio del quale truce, ma pien di genio, parea chiudesse un mistero; un uomo fuggente ogni consorzio civile, andare in qualità di cursore per le catapecchie dei contadini a oppignorare qualche misero utensile, tanto per mangiare, non riconosceva in lui il baldo poeta, imprudente sfidatore del più forte.

Poco dopo Chiesurini morì. Nessuno più ne parlò. Mio padre solo, il quale al giovane sventurato consacrò alcune belle pagine in un suo libro, Le Villeggiature e il memoriale, mio padre, ed un altro fido raccoglitore di libri Francesco Scipione Fappani (soli ch' io sappia) nascosero una Stefania. I quali due esemplari stanno presso di me: per l' eredità paterna il primo, e il secondo per la gentilezza del possessore, che me ne volle depositaria. Pochi sono cento versi alla fama d' un uomo. Ma cosa importa?.. L' addio alla vita di Gilbert, è ancora più breve, brevissima è l' ode sgorgata dall' anima ignara di Saffo, pur la attraversa i secoli. Quanto ha lasciato Chénier fuor che la Captive?

S' io parlai a lungo di Luigi Chiesurini è perchè mi pare il tipo dei nostri ingegni: midollo alpino, indorato dal sole di levante, era questo fior di poesia a cui l' odiato graffio del despotismo strappò foglie, petali e tutto, fin le radici.

Ora è tempo di venire a Carrer.

Vorrebbe giustizia che, trattandosi di questo inclito, io spendessi tre volte tante pagine quante ne ho spese per Chiesurini. Ma io non lo farò, e di Luigi Carrer basterebbe il nome solo. Non già messo insieme in una filza di nomi quasi mediocri, come fanno certi biografi italiani affrettati; ma solo e in posto d' onore.

Nacque Luigi Carrer a Venezia nel 1801.

Nel commentario della sua vita, che ne scrisse Girolamo Venanzio, è riportato come di quindici anni, udito improvvisare lo Sgricci, improvvisasse anche lui e che di quelle prove fosse testimonio un Byron! E se tal pronubo portasse lieto auspizio a quella musa nascente non è a dire, che come poeta, e non più estemporaneo soltanto, Luigi Carrer a nessuno è secondo; sicchè ben s' avvisarono coloro che presiedettero alla ristampa delle sue opere, i quali lo ritrassero da un dipinto dove figurava Sordello inspirato, perchè, tale qual' è in quell' atteggiamento, fu in vita. All' edizione, di cui parlo (Lemonnier 1856) mancano le prose ossia: l' Anello di sette gemme, Biografie, articoli del Gondoliere, Studi filologici, Saggi sulla vita e sulle opere di Carlo Goldoni, Lirici italiani del secolo XVI, il Teatro, e novelliere contemporanei la Biblioteca classica.

Il magnifico volume ha però, in un vero cosmo poetico, tutta l' anima di Carrer. Se aprite una pagina e vi cade sott' occhio, una strofa simile a questa cor cui comincia la Serenata: L' acqua del lago increspi La molle aura odorosa, Cha fa sui verdi cespi Ondoleggiar la rosa, Raggio di luna argenteo Sia face al mio cammin. e questa con cui termina: Fansi più miti l' onde Al suon di quella lira, Fremon d' amor le sponde L' aura d' amor sospira, Corra il battel più celere Odia gl' indugi amor.” ma vivadio questa è musica!

Così in molte altre canzoni erotiche, così nelle ballate, Carrer è poeta greco-siculo, e al par di Vittorelli può ben chiamarsi italiano Anacreonte.

L' Adolescenza ha riportata la Poesia de' secoli cristiani, ode che, niellata col solito garbo, ha pure un' impronta più severa e robusta, e si tiene fra i più begli squarci della letteratura italiana.

Del resto chi non conosce i versi di Carrer, chi non li ha letti, recitati, cantati?… ancora una volta, Carrer non ha bisogno di esser posto in luce, e in questo quadro è lui la prima figura.

Quanto alle poesie satiriche molte n' ha fatte; ma piacendomi dimostrare praticamente il valore delle cose ch' io asserisco, nominerò La fu, parodia del 5 maggio, in morte della Malibran, che diede poi il segnale a varî altri componimenti di quel genere. Che La fu sia graziosa e piccante io non nego, ma che, mentre rimanevano quasi sconosciute le belle creazioni di Carrer, degne di lui, non dispiacesse veder fare il giro d' Italia una parodia, è altrettanto innegabile. Già egli stesso si credette in dovere di apporvi una nota giustificativa, perchè in certo modo s' accorgeva d' aver ceduto a un estro un po' crudele, più che a gentile ispirazione. Dall' altra parte ai poeti ai filosofi dà un po' ai nervi il farnetico della gente per le virtuose della scena: e l' atrabile la ci avea un predominio in Carrer; incontrastabile quanto poco edificante, frutto di molti patimenti fisici ch' egli sfogava ne' suoi epigrammi, nelle satire, dove a chi le dava, e a chi le imprometteva.

Qual prosatore è nutrito alle buone fonti, e libri simili all Anello delle sette gemme non se ne stampano più a Venezia. Bisogna anco osservare che non c' è più agio a ciò, o che mancano i mecenati d' allora, e i tipi del Gondoliere. Con qual costrutto l' abbian fatta la magnifica edizione, lo dica chi vede il bel volume su pei muriccioli, o presso i rivenditori di libri vecchi, e può acquistarlo a poco più che peso di carta.

Non pertanto giustizia vuole ch' io noti essere prolissa, stiracchiata la vita della Giustina Renier-Michiel e come di quella egregia dama si potesse dir breve e in un più efficace, senza tanto fermarsi sopra inezie insignificantissime. Nella Gaspara Stampa si vede pure ch' ei difetta della attitudine al romanzo. Quella immane quantità di lettere, quegli artifizî dello stile pei quali Gaspara, e con essa il lettore, devono a certi punti fissi abbrividire, o adirarsi, o infuriar di gelosia, scemano naturalezza alla composizione, e fanno sorridere noi, avvezzi a certe platee, che vogliono figure vive e punto convenzionali.

Ma dove Carrer prende la rivincita è nella Bianca Cappello: là è un soggetto che lo tocca… Là gli è Carrer! Là è il poeta, a cui la musa fa le sue confidenze; confidenze terribili, sotto la pallida e cieca maschera della Fortuna. Gl' intermezzi poetici, fra una scena e l' altra, dettati in un purissimo toscano, quegli intermezzi son qualchecosa di singolarmente bello, patetico, fiero, e le strofe che seguono all' assassinio di Piero Bonaventuri, nella notte, quando partiva dalla Cassandra dei Ricci, quelle strofe mezzo alito di voluttà, mezzo di sangue, danno il brivido,

LA FORTUNA: “ Gli e là, rotto di piaghe la persona Il giovine vivace e lusinghiero… Una, due, tre… lunga saria fatica A tutte numerarle… le son tante E sì profonde, e fuor d' ogni speranza! Ben si vede la rabbia aver piantato Ella stessa il coltel… ecc.”

Luigi Carrer ha anche fatte canzoni politiche, ma non sonarono famose come le erotiche; egli morì nel 1850, onorato dalla sua Venezia, tutt' altro che dimentica del cantore, che l' aveva innebbriata ne' giorni tranquilli. E l' Italia fu pronta a raccogliere quel bel serto che la grande mendica, colla mano ancora sanguinosa, le porgeva, perchè lo collocasse fra le sue più nobili glorie.

Di Luigi Carrer stese, ripeto, una biografia Girolamo Venanzio da Portogruaro, morto in quest' anno 1872, nonagenario, autore della Callofilia, erudito, poderoso scrittore, il quale a' suoi tempi ebbe gran plauso, e la cui perdita sarà lungamente deplorata, perchè nel posto, che occupava Venanzio, non così facilmente si sostituisce un degno erede.

Eletta schiera d' ingegni s' aggruppa intorno a Carrer: Padova e Verona ce ne danno, come il solito, ampia messe.

Ma prima d' intraprendere una seconda escursione in terraferma io parlerò d' un poeta che, quantunque non veneziano ma vicentino in origine, qui visse, qui morì, qui lasciò altissima fama: e, se più che fama italiana è rimasta veneta, ciò deve dipendere da segrete e pur troppo triste ragioni … per le quali, un maligno spirito, geloso d' una nostra gloria, tanto fece che, se non altro, ne ha, involandogli preziosi manoscritti, tarpate le ali.

Giuseppe Capparozzo, nipote a quel Capparozzo, nominato nella prima parte di questo lavoro, deve tener dietro a Luigi Carrer, come deve avere un posto principale nella nostra monografia letteraria del Veneto; esso emulo di Carrer e talvolta superiore. Certamente è inspirato alla maniera di Borghi quando canta: “Svegliati, o mente dall' inerte salma: Disciogli, o lingua, il cantico primier: Luce dell' alma è la parola, e l' alma È luce in terra del divin pensier. Svegliati, o mente, ed una prece intuona A Lui che il fonte della luce aprì, Come sposo, che il talamo abbandona Nella sua pompa il re degli astri uscì.

Capparozzo lasciò anche epigrammi ingegnosi, e bisogna dire che l' anima del poeta sia un piccolo mondo, ove ogni cosa s' accoglie, se dalle ispirazioni bibliche, tutto calore e serietà orientale, egli poteva passare alla celia caustica e mordente. Fu lui che, per un gramo traduttore di classici, scrisse. Metamorfosi d' Ovidio (Metamorfosi d' Ovidio). Quella parentesi basta ad uccidere un uomo:

Capparozzo morì a 47 anni nel 1848 a Venezia, che in lui perdette non solo un alto poeta, ma un precettore di gran merito: ciò si deduce dalla biografia di Perez, premessa alle poesie di Capparozzo (Vicenza 1851), la quale si diffonde sui metodi d'insegnamento dell'illustre professore; metodi degni della più seria disamina.

Paolo abate Mistrorigo, professore di filologia e storia universale nel patrio liceo vicentino, rapito anche egli immaturamente alle lettere e a' suoi discepoli, poichè morì a 47 anni nel 1851, oltre che d' onesto uomo e simpatico, ebbe fama di valente poeta e di insuperabile traduttore d' Orazio e d' Ovidio. Tale asserivalo fra gli altri Luigi Carrer. Pare che nel rendere l'ovidiana floridezza nelle angustie del tradurre, verso per verso, destasse meraviglia negli studiosi e negli amatori delle belle e difficili prove. Tanto che la eroide di Ero e Leandro rimane ad attestare la disinvoltura e la leggiadria di quelle versioni. Fin qua io parlo per bocca altrui. Ma ciò che posso dire di quello che conosco del Mistrorigo, relativo cioè alle sue cose originali, ai sonetti, che gl' inspiravano i congressi scientifici italiani; nei quali il metro sonante, e la cadenza, tutto musicale del verso è tale, che non si sa al primo leggerli se siano anch' essi tradotti dagli aurei latini o fattura sua: e ciò senza niente di ultra classico, non che di pedante, ma anzi con un' impronta di lirismo, che ringiovanisce quelle belle forme dell' antichità, e in certo modo vi spira la vita. Lodatissima è l' ode in morte del sacro oratore Arcangelo Giusti, col quale e con Bricito e con Capparozzo, Mistrorigo riposa nella cappella consacrata agli uomini illustri di Vicenza.

Di Lucietta Confortini-Zambusi (1788-1859) in prime nozze Bonturini, madre alla cara musa che tiene oggi, con tanto onore, il posto dell' inclita Brenzoni in Verona, io riporterò un sonetto a don Francesco Disconzi oratore sacro, e darò spìegazione di ciò a cui allude.

Pare che ad una predica dell' oratore Disconzi la Lucia Confortini-Zambusi non potè andare, per essere mal disposta in salute: e che invece della madre ci andò la figlia, la quale inspirata al sermone del valente predicatore, gli mandò anonimo un sonetto. Allora il buon sacerdote, colle stesse rime del sonetto ne detta uno lui, e lo manda alla Lucia, chiedendo se sia la madre o la figlia a scrivergli in versi, e la madre così rispose: Io tel dicea, se ben te ne ricorda, Che al buon voler quel dì mancò la possa; Ma giovin fantasia, del bello ingorda, Corse a la tua parola, e ne fu scossa. Scrisse; ma nel pensier, che al tuo concorda, Colse una goccia, e là ve 'l mar più ingrossa: Fu l' oscillar d' una robusta corda, Ch' anco cessato il suono al guizzo è mossa. Salve, illustre Orator! tenebra e gelo Rompi col Verbo, che ti fa possente, Maschia eloquenza, figlia del Vangelo. A te plauso fra i Sommi, a me si serba Quel grido, che nell' anima si sente: Ho una patria con Lui, ne vo superba! Che nobile gara di anime bennate, che profumo casto di ingenui affetti, di elevati sensi in tale incidente grazioso, e soprattutto che forza nel verso! Se non erro, molto vi è della benedetta e sempre pianta madre mia nella maschia eloquenza della Confortini Zambusi, e s' intende ch' eran della stessa terra: educate agli stessi studî severi, poichè la signora Lucia compose elegie in latino; educate dunque agli stessi sentimenti di pietà, di santo entusiasmo religioso, come s' usava nelle oneste famiglie una volta. Di più v' è una circostanza, che le appaja maggiormente: la Lucia Confortini si scoprì poetessa, per una bella ode con cui, in una notte di maggio, fanciulla in collegio, salutava da un momento all'altro il Creatore, facendo rimanere estatiche le sue compagne.

Dirò altrove come con una sorpresa simile, il Nume colse mia madre: per ora terminerò annoverando alcuni lavori della Lucia Confortini ch' io non conosco, ma che immagino scritti con quell' onda di eloquenza, di sentimento e di poesia che s' appalesa nei pochi versi a me noti. Forse che dall' oscillar d' una corda non si può giudicare dell' arpa?…

Un poema sotto il titolo di Novella, in ottava rima; Missolungi, coi tipi del Sicca in Padova. Un altro la Donna. Un capitolo La scelta della sposa in terza rima. Dante, Un inno alla Luna, qualche poesia inedita, alcuni sonetti: ne trascrivo uno alla Vergine: Sopra ogni cosa a me diletta, io t' amo O tutta bella e d' ogni macchia pura, A te con fede e amor di figlia chiamo Nel pensar, nell' oprar, nella sventura; E oh quante volte al tempo mi richiamo, Che al Monte Santo, di tue sante mura, Mattutina io salìa, versando un gramo Cor combattuto di contraria cura! E come allor, sempre il tesoro aperto Di tue grazie trovò la prece mia, Or altra ne chied' io; valgami a merto, Quei che a te consacrai devoti affetti E nel transito mio vieni, o Maria, In dolce atto di madre, io là t' aspetto.

Dopo questi versi quando io dirò che la era un angelo in casa come madre, donna e padrona; che la era modestissima, tutta dedita alle nobili cure della famiglia, chi sarà mai che ne dubiti?

Venendo a Padova, primo di questo periodo, io trovo il conte Andrea Cittadella Vigodarzere, cugino a Giovanni: ambedue patrizî; letterati e stimatissimi uomini. Andrea nacque nel 1804, in Treviso. Quando morì nel 1870 a Firenze, vedemmo nella sua Padova, e in tutta Italia versati, a tanta perdita, infiniti fiori e sincere lagrime.

Di tutto quello che ha scritto, qual poeta e qual prosatore non mi è dato intrattenermi specialmente. Solo noterò essere le non molte cose tutte perfette quanto ad arte, non molte appunto perchè vi lavorava con amore, e che i suoi resoconti di presidente dell' Accademia di scienze e lettere in Padova, son mirabili di precisione e di venustà nella forma. Quelle sue necrologie le eran proprio giojelli; incise, niellate alla Benvenuto o alla Tommaseo.

Un ritratto dell'egregio pittore Gazzotto io lessi alcuni anni or sono in un articolino da giornale, firmato Andrea Cittadella. E ancora mi par di leggerlo, e di veder la testa e la fisonomia espressiva del Giotto padovano, disegnata collo stile squisito di Andrea, come Gazzotto pittore non disegnò ma scrisse Paradiso, Inferno, Purgatorio con quella sua penna, convertita a stilo.

Anco, in mezzo a varie poesie, ci ha del conte Andrea un sonetto in cui dipinge Fanny Cerrito in modo che par di sentir l' aura commossa da quella danzatrice divina; ne ha di satiriche e in una il Leone Bimano, e in altre di vario titolo, flagella coll'aurea frusta lo stupidissimo andazzo di imitare mode inglesi e francesi, di mettere nomi stranieri ai bimbi e le altre belle novità di cui, benchè liberi, non ci siamo ancora liberati. Perchè lui, che viveva in mezzo alla alta Fashion, qui va adoperata una parola inglese, a indicare tutte quelle scimmie inglesate, perchè lui ne provasse tanto schifo un trent'anni fa, bisogna dire che fosse dotato d' un bell'animo, se alle volte ci vuol più forza a vincere le piccole insidie, il pettegolezzo della moda, che a superare maggiori difficoltà, che implichino offesa all'amor proprio e all' onore.

Per saper cosa fosse Andrea Cittadella-Vigodarzere basta avere assistito all' apertura del Congresso scientifico a Padova nel 1842, dov' egli era Presidente.

Che discorso!… e come lo ha proferito, con che erudizione, con che nobiltà espansiva, con che ritegno simpatico. Come ci ha tutti commossi, come ha strappati applausi che esigevano la replica, perchè l' anima di tutti voleva attingere un' altra volta a quella fonte di bontà e di bellezza, a cui s' erano inebbriati!

Taluno potrebbe domandargli conto perchè non facesse di più dopo quelle splendide promesse.

Io risponderò: in tempi meno rei le avrebbe mantenute: meno rei per tutti e più pel ricco: al quale, in mezzo alle tormente di rivoluzione e di guerra, è applicabile, più che ad altri, il motto del Vangelo, essere più difficile che un ricco si salvi di quello, che un cammello passi per la cruna d'un ago… Inoltre v' ha tante esigenze di etichetta e di cerimonia: poi la vita di ricevimento: tanto allettamento forzato di svaghi, di comparse, di villeggiature, che non avanza troppo al lavoro chi lo vuol fare a modo, e non può postergare ogni rispetto umano, e dedicarsi corpo ed anima ad esso.

Ciò nonostante Andrea Cittadella, quantunque non coltivasse più molto quel giardino letterario, in cui da giovane così belle orme stampava, discese nella tomba onorato come uno dei preclari d' Italia, senatore del Regno; e nel dì dell' esequie v' ebbe chi ricordò di lui un giorno nella sua vita, che valeva cento volumi in foglio. Quel giorno in cui, colonnello della guardia civica, nel 1848, l' avea arringata in un momento nefasto: quando Padova senza presidio, quasi in balìa della plebe e dei condannati dell' ergastolo, ebbe nel suo nobile concittadino, strategico del cuore, una difesa, una guida, o dirò meglio un padre; padre già lo era stato fino allora, negli Asili, nelle industrie, nelle sicure opere della pace, ma nel modo agevole a tutti i buoni e a tutti gl' intelligenti, e non, come in questo caso, allorchè quel titolo poteva retribuirgli, e Dio sa in che maniera, la morte!

Ritorniamo al nostro quadro e al periodo brillante di cui ci occupiamo.

Sì, veramente brillante! Quai tempi di fervore in quella Padova, che dispute in quelle aule, dove un genio fece tempio d' un caffè o caffè d' un tempio! Qua la scuola d' Atene, là i concerti d' Apollo, qua gli scienziati, là gli uomini di lettere, qua la filantropia sublime, guidata da un Configliacchi, fondatore dell' istituto dei ciechi, unico in queste provincie. Da per tutto l' ingegno, che agli attriti della discussione sviluppava scintille feconde di nuovo sapere e di nuove intelligenze.

Stefani in quegli anni fondava l' Euganeo. L' Euganeo, giornale periodico di cui pochi più belli, più seri, più ameni si videro in Italia, e che raccolto in volumi, ha, benchè vecchio, il valore e l' unità d' un' opera compiuta.

Per nobili imprese di questo genere ei valea tant' oro Guglielmo Stefani. Sapea scegliere, sapeva volere, sapeva ordinare. Nei primordî del suo arringo giornalistico letterario avea un'alacrità, una vita che, quando ci si metteva lui in una cosa, e' ci riusciva per davvero.

Capiva cosa occorreva, e da chi. Diceva a' suoi collaboratori (e' si chiamavano Antonio Berti, Pietro Selvatico, Pier Murani..) — uno studio su quel tal argomento, una confutazione a quel tal libro… una scintilla in quell' argomento… — Ma.. ormai è troppo ristretto il tempo, non possiamo, — Ma.. — ma la cosa era fatta; oltre l' Euganeo piantò anche il Caffé Pedrocchi, letto e diffuso quant' altri mai… Se non che del quarant' otto misero in prigione il redattore, affinchè, dice la biografia di Guglielmo Stefani, avesse il piacere d' essere liberato con Tommaseo; poi bandito, esule diresse non so quanti altri giornali; dopo d' avere istituita la prima agenzia telegrafica in Italia, morì nel 1861 a Torino, stimato, compianto da tutti, ma soprammodo dalla famiglia e dalla vedova. E ciò dico per provare che, oltre a modello di cittadino, di giornalista, di letterato, egli era egregio padre e marito, buon uomo.

Fra gli splendori di Padova in quel tempo io dovrei anco ricordare Lodovico Menin, maestro a Cittadella, professore di storia all' università: e dovrei anzi parlarne a lungo e per disteso.

Me ne astengo: primo perchè è anconitano, e il Municipio d' Ancona, quando seppe famoso il suo concittadino, lo riconobbe. Secondo, perchè la gloria maggiore di Menin è impossibile riferirla. Non è come autore del Libro o meglio Quadro dei costumi di tutti i tempi e di tutte le nazioni, che levò grido; quel grido lo ha levato colla sua stessa voce, a cui facevano, nell' aule guernite di ascoltatori, eco tutti coloro che volevano udir quell' uomo prodigioso, spaziar volando di secolo in secolo, raccontar battaglie, fremente come se fosse lui stesso in battaglia, far battere i cuori, e portare l' entusiasmo all' ultimo punto che sia dato alla umana eloquenza.

Noi conosciamo cos' è la gente romagnola. Abbiam tutti visto cosa dicon quegli occhi neri, cosa può quella pronunzia, e come lampeggia in pelle in pelle quel sangue. Dicono che Napoleone apprezzasse assai fra le sue coorti quelle di Romagna. Menin era un soldato della parola e delle lettere: Padova fu il campo, ove morì nel 1868… ho a riferire anco il male? Parce sepulto!..

Un altro non veneto, ma che di sue glorie arricchì la nostra terra è Giacomini, già noi non invidiamo a nessuno, avemmo un Aglietti, il quale anticipò la grande scoperta del Galvani, e fu annoverato con Rasori, Tommasini, Scarpa, Caldani, grande anatomico. Avemmo un re dei fisiologi, il Gallino, poi un Trois, un Colludrowic, e tanti altri gran nomi. Non pertanto Giacomini è vivo genio, riformatore della scienza, luminare non d' Italia, ma d' Europa. Lasciamo che i suoi non seguaci, ma pedissequi trascendessero e fuorviassero nell' applicazione delle sue teorie… Giacomini ha, se non creato, messo in luce un nuovo sistema, basato sopra un principio eterno, un dualismo che troviamo da per tutto, la competizione perpetua su cui regge l' equilibrio universo. Le medicine oltramontane moderne son negazioni, quella italiana è una scuola. Quelle non voglion dir niente, la nostra afferma e significa. Eccellenti esse negli studì speciali, al nostro genio sintetico è meglio concesso afferrare in un solo pensiero tutti i raggi d' un' ampia luce, e riverberarne il potente splendor sopra il vero.

Austera gloria, ma non provinciale di quel tempo, il professore Furlanetto stampava il suo celebre dizionario Lexìcon totius latinitatis, tradotto e stampato in Francia da quel rinomato editore il Didot, dizionario, che si amplia dall' esimio ab. Corradini.

Il padre Gonzati illustrava la basilica del Santo.

ll conte Leopoldo Ferri compiva la Biblioteca femminile italiana.

E poi un Catullo illustratore delle sue Alpi Bellunesi, onor della scienza, compagno a Pasini, nelle ricerche del patrio terreno inesplorato, sconosciuto a noi stessi, dotti per forza della Gea di Francia e di Germania!

Catullo avea nella sua cartella di visita fatto incidere la topografia del Bellunese. Che bello stemma d' un nuovo patriziato, che alta insegna de' suoi nobili amori, che divisa da oscurar cento stolide bestie rampanti!

Dal pergamo suonano le prediche d' un Barbieri … e qui ecco un nome davanti a cui dobbiamo inchinarci e fermarci.

Di Barbieri bassanese, nato nel 1779, discepolo e amico del Cesarotti, il posto sarebbe stato nel primo periodo, poichè appunto dai classici, afferma il Mauri, nel libro dell' Adolescenza, ritrasse quel capitale di aurei modi ond' è sempre infiorato il suo stile: e aggiunge che, se peccano, è in peregrinità e squisitezza. Ma a collocarlo in quel periodo, ch' io chiamo romantico, m' induce la unzione patetica di taluno de' suoi sermoni e una certa tinta originale, una novità nelle forme, la quale gli valse una singolare accusa, ricordata anco dal Dandolo nel suo libro la Caduta della Republica: l' accusa di inspirare nelle turbe divote, che lo ascoltavano estatiche, idee di protestantismo… Terminerò le ciance, o a dir meglio i morsi delle formiche atroci, avversarie d' ogni gloria, col dire ch'è rimasta a Barbieri la fama di oratore eccellentissimo, e ristauratore della sacra eloquenza; che poi fosse in età giovanile splendido poeta, basta leggere de' suoi versi per convincersene, basta come incomincia, nel sermone L' Estate: “S' alza gigante il sole, e il mondo impronta Di sua grande virtù. L' ardente raggio Provoca biade e frutti. Omai sul prato Stancano a prova degl' incurvi ferri Le acute fila i falciator. S' impregna Della recisa innumerevol erba L' innamorato spirito di Flora, E ne cosparge il ciel. Bevono i sensi La invisibile ambrosia, e ha vita il cuore.” E più avanti: “Risuscita ogni grano. E voi sorgete Pie turbe agresti, ed implorate ai côlti La suprema mercè, que' divi a nome Risalutando a cui fur cesse in guardia Le rugiade, le pioggie, i venti, i soli, E dell' aria il governo e della terra.” Ancor meno di Barbieri, Sebastiano Soldati, poeta forbitissimo ed oratore di peso, assunto nel 1829 vescovo di Treviso, si vorrebbe nominare in questo periodo. Che se vi fu scrittore ultra-classico, tenero oltremodo della pura lingua gli è Monsignore. E chi lo udì recitare le sue omelie, i suoi discorsi che cominciavano colle inevitabili invocazioni, al chiarissimo signor Presidente, ai valorosi accademici, agli uditori umanissimi, non ha mai più dimenticato la sua voce sepolcrale, i periodi a cui non si poteva tener dietro, tanto eran lunghi, rinforzati ad ogni poco di avvegnacchè, conciossiache e tutti gli avverbî, ch' io porrei per insegna di quella letteratura scomparsa.

Se parlo qua di Soldati gli è per due ragioni. La prima perchè mi piacque aggruppare alcuni prelati insigni in un punto, la seconda perchè il vescovo di Treviso ha fatto un'azione che m' ispira a metterlo non fra le medaglie, ma fra i ritratti, e dei più interessanti.

L'elogio di fra Giocondo è fra le prose di monsignor Sebastiano, che riflettono quella letteratura di cui parlavo, quella erudizione profonda, tenace, quella flemma in cui erano potenti, come nel carattere, e nella diplomazia.

Dicesi che le sue splendide omelie dettava senza correggere, e interrotto anche alla metà del periodo, nel riprendere, scórsa pur mezza ora, continuava senza leggere il periodo sospeso. A vederlo pareva presso a spirare, nel dì della benedizione degli olî, vestito di viola incuteva un senso di angustia o di paura … sembrava uno spettro! Invece avea un animo ferreo. Odiatore dell' impero e sostenitore del papato, quasi fossimo ai tempi di Ildebrando e d' Arrigo; cauto teneva tutto dentro di sè. Ma nel milleottocento quarant' otto, quando i giovani trevisani partirono in crociata per Sorio e Montebello, essi andarono prima sotto le finestre del vescovo, il quale apparì al verone, e li benedisse con quella sua voce tremula, ma che in quel momento assunse qualcosa di solenne: li accomiatò, paragonandoli ai trecento di Gedeone, in mezzo al piangere, agli evviva della gente.

Quando morì nel 1849 i funerali dell' amato pastore e gli attestati d'amore della popolazione alla sua spoglia imbalsamata ed esposta, furono tali che ne prese ombra il Governo militare d' allora.

Qui mi par buon momento di fare elogio al clero veneto, che per la principal parte seppe mostrarsi italiano e conservarsi cattolico, seppe amare, soffrire per la causa d' indipendenza italiana, senza scemare decoro all' alto carattere della vesta sacerdotale: seppe tener unito quello che nessun uomo può disgiungere, venuto da Dio, religione e patria: il sentimento divino, quello nazionale, la vita terrena e quella futura. Quanto bene ei facessero non turbando le coscienze, quanto la loro mansuetudine evangelica giovasse alla Fede io non lo dirò, ma tutti lo sentiamo, tutti lieti di venerare i nostri padri e di chiamarli tali dell' anima e della patria.

Jacopo Monico, patriarca di Venezia, lasciò gran fama di poeta e di prosatore, è chiamato il San Giovanni Grisostomo della chiesa moderna. Egli morì nel nel 1851, e nel quarantanove sostenne mirabilmente nel palazzo di sua residenza, ov' è adesso la splendida Biblioteca Quirini Stampalia, un fiero assalto d' infami mascherati da liberali, o da republicani. Inginocchiato, mentre gli assassini lo cercavano, ei pregava per essi!…

Aurelio Mutti, altro patriarca di Venezia, morto vecchio nel 1859, è pure fra i più chiari filosofi e scrittori del Veneto, onore della sua Verona e del nostro clero.

Francesco Milesi (1774-1819), Angelo Bressa (1742-1817) sono pure di Venezia, ambedue insigni patriarchi.

Monsignor Cappellari, vescovo di Vicenza, nato in Carnia del Friuli, dotto professore di diritto canonico nell' Università di Padova. Era tenuto per avaro, quando un giorno, dell'oro accumulato, eresse il grandioso seminario di quella città, compiuto dopo il 48, morto che fu il degno fondatore.

Sublime figura è quella di Zaccaria Bricito, eletto vescovo di Udine nell' anno 1847, morto immaturamente nel 1851. Molte orazioni, molte dotte scritture uscirono dalla sua penna e dalla sua bocca.

D' una della orazioni parlerò, ch' io la udii moltissimi anni addietro a Treviso, e ancora me ne sovvengo. Perchè la bellezza del suo dire ferisse un animo nella prima adolescenza, e vi lasciasse una memoria così durevole, dev' essere stata molto efficace.

Si trattava del Beato Enrico, e a sentire come ha svolte le virtù di quel grande povero, come ha trovato modo di renderlo simpatico, e come, in mezzo di tutto ciò, ha slanciato una severa parola per gli errori che ci vengono di Germania, e ci minacciano nella Fede, io mi ricordo quasi l' udissi: e vedo il pallor della rabbia sul volto ai signori dell' Austria, là convenuti: tutta rammemoro quella unzione di pastore, quella maestà di prelato, quell' attitudine che arieggiava il cardinal Federigo, quella figura da pergamo e da monumento.

Fra le umane grandezze trovarne di quelle, che vi rappresentano il mondo morale è cosa che ferma, che seduce lo spirito qual promessa d' un ordine superiore. Quando ci si presenta un uomo così, egli è molto di più d' un grande oratore; gli animi timidi, sopraffatti dalle scandalose asserzioni dei perversi, al cospetto d'uno di questi si rincorano, essi vedono in loro la protesta viva, la conferma incarnata d' un sistema divino.

Da ciò si spiega perchè nell' illustrazione di Udine, del dottor Cicconj egli impieghi più pagine a parlare dei componimenti fatti in morte di monsignor Bricito Ma io, nello scorrerne l' indice, pensai che santo grand' uomo dovette essere… e lo pensai ancor più al leggere de' suoi funerali… La campana che pesava 5000 chilogrammi fu spezzata, appena ebbe suonati i rintocchi di quel memorabile obito… e tutto così… Che cuori quei Friulani a chi gli sa piacere; che gente fiera nell' odio e nell' amore!.. Questi sono i miracoli della bontà e dell' ingegno, della carità, e dell'altezza del carattere.

Di monsignor Bricito si può riassumere quello che Rosmini disse di S˙ Francesco di Sales: — che fe' progredir l'ascetica, presentando nella sua dottrina e nella sua vita una forma nuova e più accessibile a tutti di vita spirituale.

Non meno amabile personalità d' uomo, di poeta, non meno dignitosa parvenza di prelato ci si presenta in monsignor Giovanni Renier, vescovo di Belluno e di Feltre. Fu egli al feretro del compianto Bricito a dirne le lodi, a modo Bricito avea profferte quelle di Vittorelli, nobile incenso che i nostri eletti si davano per maggiore lor gloria e ad edificazione dei paesi, che di essi si inorgoglivano.

Come poeta molte cose ha compiute, io parlerò solo dei sonetti, perchè in un solo verso è talvolta la vita d' un uomo, o almeno l' impronta del suo spirito, l' elevatezza del cuore.

Di questi sonetti raccolti e stampati da un signore di Bassano, in una fausta occasione, parlerò con Silvio Pellico:

Ill.mo e Rev.mo signore ed Amico,

Non ebbi la sorte ed assai me ne duole, di trovarmi in Torino alla venuta dei due sacerdoti amici suoi, che si compiacquero di cercare di me, e che per me lasciarono il prezioso libretto. La prego di ossequiarli e ringraziarli a nome mio entrambi, quando ne abbia occasione; io intanto rendo a V˙ S˙ le più vive grazie dell' amorevole ricordanza che a me serba, del dono che mi porge, e della bontà che ha di pregare per me. Tornando a quel carissimo libro dei diecisette sonetti suoi (i quali hanno voluto prendere un gentile compagno) io fo sincero plauso a tanti bei pensieri ed affetti. La poesia di buon gusto, massimamente quando ha profumo di virtù cristiana, mi reca sempre assai piacere.

Abbiamo abbandonato la campagna, cacciati da straordinarie pioggie; i fiumi e torrenti sono straripati per ogni dove, e le pianure sono laghi. In tali flagelli, oh, quante afflizioni ha il povero! — Così Iddio esercita la pazienza degli uni e la carità degli altri. — Abbiamo in questi ottimi parrochi nostri i più generosi esempî di paterno amore per gl' infelici; e gli altri sacerdoti di campagna e città gareggiano con quelli. Siano benedetti! E così del pari sia benedetto nel suo lontano gregge il mio Renier, che so essere un vero apostolo. Obbedisco, pregando Dio d'assisterla nelle sue fatiche e tribolazioni, che non possono non essere molte in tanto ministero.

Torino 26 ottobre 1846.

Silvio Pellico

A DON GIOVANNI RENIER,
Arciprete di Mestre

Dei sonetti è famoso: La Donna per eccellenza.

Io conobbi una donna. Ell' era bella, Bella sovra ogni laude, ogni concetto; La conobbi fanciulla e verginella E qual'angel pudico avea l' aspetto. Fu consorte, e null' altra al par di quella Amò lo sposo di più casto affetto; Madre in natura un sol figlio l' appella, Di cui nessun più grande o più perfetto. Forte ne' mali e in sua virtute umile, D' alto consiglio mansueta e pia, Non ebbe in terra, e non avrà simile. Io l' amo assai, più che la vita mia, Ella (o che spero) non mi tiene a vile, Ma regna in cielo, e nomasi Maria.

È questo il secondo sonetto ch' io trascrivo, dedicato alla Vergine; il secondo fiore che io colloco per mani elette, sull' ara immacolata, e ch' io slancio in piena letteratura di camelie fradicie. Ma d' altra parte penso che, al discreto profumo dei nostri fiori, si educa una gioventù sana, da averne consolazione e formarne famiglie valide: mentre quelle povere camelie, all' ultimo, sentono il brutto odore di clinica.

Ciò che più mi piace di aggiungere è come il santo idealismo del vescovo Renier costantemente si associasse ai sensi italiani più vivi. Non vi è un verso di questo inclito che non suoni amor di patria; generosa coscienza della stirpe infelice, ma non doma.

Qual oratore fu tanto decantato che, fra i primi Veneti ebbe, quando predicava in Piemonte, la croce di SS˙ Maurizio e Lazzaro da Carlo Alberto. Silvio Pellico, scrivendo a Parolari, così si esprime:

Carissimo Parolari,

« Il vostro amico Renier, da me già tenuto in pregio per la sua fama, venne a Torino con un altro diritto alla mia simpatia, portandomi la vostra lettera gentilissima. Godo di tutto il bene che mi dice di voi; ed assai pure godo della compiacenza da lui fattami, circa il vostro prossimo passaggio ad una carriera tutta apostolica. Egli vede in voi le virtù richieste per quello stato, e si rallegra del nobile acquisto, che il suo buon paese sta per fare. Dio coroni questa aspettativa, e così v' offra un campo a maggiormente servire a Lui ed alla salute delle anime!

Io vado, quanto più posso, ad udire le ottime prediche del nostro valente oratore. Talora i miei patimenti o qualche dovere mi tolgono questa soddisfazione. Egli sta benone, la sua voce è potente come il primo giorno.

Riporto un altro frammento d' una lettera di Silvio Pellico a Giovanni Renier.

Rev.mo signor Arciprete,

….. « Ho parlato della S˙ V˙ col nostro professore Paravia. Egli ammalò, mesi sono, ed ha stentato a ripigliar forza. Ei va a ristorarsi in codest' aere veneto, ch' è per lui quasi nativo. Io l' incarico di questa lettera, e l' accompagno in ispirito sino ai piedi del mio venerato e caro arciprete di Mestre. Sebbene io sia stato in così lungo silenzio, non ho posto in dimenticanza un sacerdote di tanto merito. Le auguro ogni bene, e quindi la consolazione d' essere utile a molte anime, senza incontrare soverchi inciampi e dolori. Certo, le croci non mancano, e massimamente a chi regge, ma almeno le sue sieno fatte soavi da abbondanza di conforto e di grazie! Abbiamo sempre grandi motivi di fiducia nel Signore…..

Da ciò concludo quanto altamente in onore egli fosse tenuto, e auspicasse in certo modo quella nobile amicizia, strettasi quindi fra Veneti e Piemontesi nei giorni di prova, quando i migliori fra di essi emigrarono in quella ospitale contrada, e vi restano a mantenere in bella fama il nostro nome, come un Jacopo Bernardi ed altri che lungo sarebbe l' annoverare.

Dei distinti prelati chiuderò col vescovo Artico, chiamato da Carlo Alberto a reggere la diocesi di Asti, e famoso per dottrina: poi con quello, che in Padova tanto emerse, per ingegno e forte anima, monsignor Modesto Farina, ministro del culto nel Regno Italico, zio all'esimio dott. Luigi Farina, pubblicista e già compilatore del periodico la Melodia.

Riprendo il giro delle provincie: e, cominciando da Vicenza, io nominerò primo un chiarissimo uomo, che per la venerazione ch' io gli porto, mi pare in certo modo appartenga alla mia famiglia.

È questi il conte Giovanni Da Schio, nato a Vicenza nel 1798, morto a Schio nel 1869, del quale dirò in breve quello che Almerigo, suo degno figlio scrisse, per nobilissimo impulso di pietà figliale e di gratitudine.

Studioso, e chiamato a tutto che sentiva di bello e di buono, viaggiò da giovane come poteva viaggiare un gentiluomo vicentino in quegli anni, passando di grande città in grande città, di casa illustre in casa illustre. Non intendo ricca e lucente per isfarzo d' arredo; allora illustre volea dire colta, erudita… Cicognara, Trivalzio, d' Albanie, ecc… E da per tutto lasciando l' idea, che diverrebbe l' ornamento della sua patria, come appunto scriveva Leopoldo Cicognara all' Isabella Scrofa nel 1827.

Molte memorie storiche, molte illustrazioni, raccolte di lapidi, e studî archeologici pubblicò il conte Schio, ma la cosa che gli dà posto serio fra i nostri letteratr è il Saggio del dialetto vicentino dove « parole e locuzioni vi son presi ad esame, e di ciascuna è cercata l' origine vera o probabile di ciò ch' era una volta e che i secoli distrussero. »

Per questo il Federigo, autore d' una bibliografia italiana, colloca il conte Schio fra i filologi.

In un novelleto, sono raccolti fatti molto curiosi e interessanti alla lettura, dei quali escono ancora di tanto in tanto per cura d' Almerigo, taluno di inedito, e altri molti ne usciranno. Talchè il conte Giovanni sta fra i novellieri italiani; egregia qualità, essendo la novella il germe di tutti i romanzi e drammi da Sackspeare e da Molière fino a Byron e chi sa quanti altri moderni!

Fra i lavori inediti del conte Schio uno, pure importantissimo, convalida l' egregio titolo, che il suo concittadino Jacopo Cabianca (Vedi la citata illustrazione di Vicenza per J˙ Cabianca e Fedele Lampertico) gli diede di maestro delle patrie storie; ossia I memorabili delle famiglie vicentine, vera enciclopedia vicentina, la quale « fu la fonte di publicazioni importanti; e le quattordici tavole dei Thiene, in appendice alle Famiglie celebri di C˙ Litta, furono da essa cavate. »

Dire del suo galantomismo stimo inutile, poichè gli era in tutto e per tutto un' aurea persona.

Passando a Treviso, io accennerò di volo come fioriva in questo periodo maggiormente un Bernardo Missio, direttore della scuola elementare e tecnica e buono scrittore di educazione; un Tempesta, canonico valente, oratore popolare, che senza frasi gonfie e lardelle latine, ammaniva al popolo cari sermoncini improvvisati.

Sopra gli altri si leva l' abate Luigi Sartorio (1803-1868) autore di prose lodatissime, di sermoni, di canzoni petrarchesche, in cui nulla ci ha da ridire in quanto a correzione di stile, se non ci si vedesse appunto nella troppa regolarità più il rétore che il poeta, più la forma che il sentimento.

Una di quelle canzoni, bella sopra l' altre, mi cade sott' occhio intitolata il Sile, dove emergono isuoi nobili sensi di liberalismo, in cui a nessuno era secondo.

Tengo fra gl' illustri di Treviso mia madre, perchè Treviso fu la sua seconda patria.

Cornelia Sale nacque in Vicenza nel 1792 da Luigi Sale e Fiorenza Vendramin; fu sposa in prime nozze al conte Alvise Mocenigo, in seconde a Michelangelo Codemo. Amò sempre lo studio e la poesia, la ricca vena della quale ereditava dalla madre, come altrove ho accennato. Molte traversie di vita e di passione affinarono in lei quella maravigliosa tendenza in maniera, che da un momento all' altro, in mezzo ai dolori fisici e morali si sentì poetessa. Intanto conobbe mio padre, professore di belle lettere, e animata da quel paziente e robusto precettore, si die' anche a studiare il latino ed il greco; studî nei quali ella poi superava di gran lunga il maestro. Di che l' un l' altro caramente si canzonavano. Ella tradusse quindi l' Odissea d' Omero, non solo ignorando che ci fossero traduzioni italiane e francesi di quel poema, o a dir meglio di quel toccante romanzo famigliare antico, ma voltando prima il greco in latino e poi in italiano; a questa versione molte altre ne aggiunse, che lungo sarebbe notare, e che si trovano nella notizia biografica scritta da G˙ Bindoni, ed inserita nel volume dei Versi editi da me, co' tipi di G˙ Cecchini nel 1868, due anni dopo la morte di lei.

Il poema Al Sole, che pur troppo non potè compire come l'avea cominciato, fu tenuto da non indulgenti ma erudite persone uno de' migliori componimenti serî di questo tempo. Innanzi morire dettò, dedicandola ai figli conti Alvise e Giovanni Mocenigo, la sua Autobiografia, dove con vivacità rara per uno spirito, che brillava delle sue ultime fiamme, in un corpo affranto dal male, più ancora che dall'età, riassunse le care memorie della infanzia e della adolescenza, talchè vi si vede la giovinetta patrizia tutta slancio ed amore, e vi si presagisce la preclara donna, che nel suo paese, e per tutta Italia, era corsa col secondo marito, lasciando così bella fama di sapere, di ingegno e di originalità.

La Volgarizzazione d' Omero, le poesie tutte, abbondanti di vena e condotte a classica compostezza, le meritarono un posto fra le illustrazioni letterarie del suo tempo.

Molte cose potrei dire di lei come donna, e parlare della sua semplicità, per la quale, quantunque nata e allevata da principessa, usa da bimba a gettar via il tondo quand' avea mangiato, senza tema di romperlo, perchè d'argento, era modello a noi di squisita modestia. Mai non ce ne accorgemmo in gioventù, tanto era naturale. Ma poi, vedendo nel mondo tanto farnetico di vanità gentilizie, in persone che non avean nemmeno venti anni di fasti patrizî, allora ci accorgemmo della semplicità di nostra madre, che in quel senso, non si ricordava nemmeno d'esser nobile. Allora ci commosse veder quella donna illustre sotto tanti riguardi, devota al marito nella più stretta economia domestica, occupata, quando non sì ispirava al Cosmos di Humboldt, quando non traduceva dal Greco, occupata a lavorare, pei poveri, vesti e biancherie, contenta come la Margherita d'Austria e di Savoja al titolo di cucitora di camicie.

La era eccentrica ed impetuosa nell' indole; ma presto si rimetteva, con tal grazia, che bisognava adorarla… O santa, o benedetta, potrà mai consolarsi chi t' appartenne e t' ha perduta?

Compagno suo in vita ed in morte io colloco Michelangelo Codemo mio padre, e ne do queste notizie.

Nacque nel 1797 in Pederobba sul Piave da Giacomo e Francesca Piazzetta, discendente questa dall' illustre pittore. Fornito il ginnasio ed il liceo in Treviso, dedicavasi allo studio della medicina in Padova, e ne troncava il corso per mancanza di mezzi. Nominato nel 1821 professore di letteratura, geografia e storia in Treviso, cessò per ottalmia nel 1840.

Ciò non pertanto opera solerte prestò qual consigliere municipale, e fra i primi nel Veneto, promosse e favorì gli asili d' infanzia. Oltre che buon coltivatore dei classici, fu buon poeta.

Sposata mia madre, la istruì, come dissi, e le fu padre, ajuto, providenza e consiglio. Lo fu ai fratelli Giovanni e Giuseppe, a noi sue figlie Luigia ed Eleonora padre e maestro. Felice parlatore, simpatico nel viso, nella persona, onesto negli affari, modello di sapiente e nobile economia: il che dicendo io dico pochissimo dacchè negli affari egli fosse un genio: intendesse, presentisse ciò che nessuno nemmeno sospettava. Lo si vedea ritirare un capitale da una ditta stimata solidissima e ciò senza dir nulla, spiegandoci Dante, e leggendo Ugo Foscolo; di fatto poco dopo si udiva un fallimento, tutti rimanevano toccati, lui no. Con quell' intuizione, con quell' acume poteva quintuplicare il suo stato: ben lungi da ciò ei ci inspirava diffidenza delle grandi ricchezze, rispetto alla povertà, amore al lavoro. Morituro satis! diceva egli, riassumendo in questa breve sentenza i più bei trattati di filosofia e di morale.

Morto repentinamente il 22 giugno 1861, la sua mancanza venne spontaneamente annunziata dai giornali come di gran personaggio. Lui ch' era venuto via dalla sua villa, sotto le spoglie poco più che di paesano; lui che di grandi opere non era autore, lui che si dava e credeva codino schietto, più liberale invece di molti, e molti sedicenti liberali e democratici. Ma il mondo, meno ingiusto di quello che si crede, lo sapeva; sapeva che avea beneficato dilicatamente i suoi nemici, quando poteva perderli. Alvise Semenzi, per questa azione disse, « il romano oratore, per tale virtù, praticata dal Codemo, teneva l' uomo simile a un Dio ».

Molti lavori letterari lasciò: Il colle di S˙ Sebastiano, raccolta di novelle, dissertazioni, articoli e relazioni. Tutte cose fatte con garbo veramente boccacesco, e che, se hanno difetto, è d' esser con troppo studio condotte, ma il grande amore alla lingua italiana formava parte della sua vita, e di lui posso dire quel che Giordani del Cesari: Sostenne la fede di Cristo e la lingua d' Italia.

Le più belle opere di mio padre non sono per altro i suoi libri ma le lettere famigliari, dettate con istile tacitiano, pieno di grazia e di sentenze; in mezzo ad esse gettava, a caso, fra molte bonarie e festose, una parola profonda, con cui ammoniva penetrante, addolciva severo, troncava un pettegolezzo, definiva un impegno; sempre nobile, autorevole, caro; talchè ancora, dopo estinto, si può dir che la sua mano venerata e forte ci regge tutti. Beati i figli che han di quei padri!

Di mio zio Giuseppe dottor Codemo trovo in un libro d' iscrizioni dell'abate Rambaldi, la presente:

GIUSEPPE CODEMO
DA PEDEROBA
CALDO ROBUSTO PENSATORE
NON ANCORA TRENTENNE
CONFUTÒ BUFALINI
PROPUGNÒ LE GLORIE DELLA ITALICA MEDICINA
MORÌ
NON COMPRESO, MA NON INCOMPIANTO
MDCCCXLVI

Non compreso perchè prendeva troppo tutto sul serio, portato fino al misticismo per soverchia potenza d' affetti. E se è vero, lo dicano i memori colli, dove egli prodigava la carità, la scienza e la vita.

Non posso chiudere questa pagina senza rammentare di volo Ottaviano Mocenigo, figlio del primo letto a mia madre: il quale anch' egli morì giovane, anch' egli compianto: e se invece d' esser tolto fin dall' infanzia a sua madre, allora disperata ed inferma, le fosse rimasto presso, ricevendone anch' egli la ruvida educazione, che avezza alla povertà ed al lavoro, in lui dotato della grazia e dell' istinto materno, in lui, estro e valentia di pittore, slancio cavalleresco di soldato, e strenuo cor di patriota, avrebbe Italia avuto un nuovo Azeglio.

Fra le belle iscrizioni del Rambaldi io trovo questa, degna veramente di Carlo Leoni; sicchè, varcando di nuovo i miei limiti, io la trascrivo. Ma il genio che si fa universale non è al suo posto da per tutto?

COME LA MONTANA TESPIA
PRASSITILE
TE IGNOTA POSSAGNO
IMMORTALÒ NASCENDO
CANOVA

Invece di trascrivere dallo stesso libro la iscrizione in memoria della contessa Sofia Antonietta Pola-Albrizzi, (1830-1858) io dirò di lei brevemente.

Che il genio poetico fosse in famiglia attesta il padre suo conte Paolo Pola, traduttore di Virgilio, elegante poeta e pieno di brio, uno di quegli ultimi tipi di nobile veneziano originale, a cui non occorreva inglesarsi e infrancesarsi per avere spirito. Bastava che restasse qual era. Ciò attesterà pure la poesia vernacola, di cui, per una buona ragione, trascrivo la massima parte, 'diretta alle due nipoti Albetta e Marina Albrizzi, spose:

Xe zorno, coragio Da brave, putele, Scampae xe le stele Dai campi del ciel. I amici, i parenti I ariva a momenti; El nonzolo al prete La cota ghe mete; I sposi xe qua. Slissarse, lustrarse No serve i cavei, I è mori, i xe bei, I piase cussì. Xe vero che l' uso Pretende ch' el muso De chi se marida Per forza sorida Con nastri, con fiori De mile colori, Ma in pien le xe frotole Che un xero no val. Per farse dir bele, Mie care putele, Xe inutili i rizzi, Le scufie, i pastizzi, Ghe vol un musoto Alquanto stramboto. Ghe vol un occieto, Che mezo furbeto A tempo lu sapia Da cuco anca far. Perchè la modestia, Che frena ogni bestia (A dirla fra nu) In faza la zente La stuzega el dente La piase de più. Vardè co se dise Co vol la fortuna, Co sufia propizio El vento in laguna. Ghe xe tante pute Che gnanca xe brute, Nè gobe, nè zote, Con roba, con dote, Con spirito, e brio Che aspeta un mario, Che casca dal cielo, Sia vechio, o putelo Disposte de tiorselo Za come che el vien. E pur, poveraze, Ste bone ragaze Con tuti i so meriti Futuri, preteriti Al palo ligae Le sta desperae, Nè un can no le trova, Che vegna per prova, Facendo mignognole Per darghe la man. E vu do sorele (Do bone putele, No gh' è da ridir,…) Belote abastanza, (Ma gnente che avanza Che faza stupir…) Con dote discreta, Ma un nono poeta (So cosa voi dir…) Vu altre, ripeto, Col primo tragheto Vegnue sula riva Apena la piva Fe' intorno sonar “Me voi maridar” Che táchete in bota Chiapar fe la cota No za a do merloti, Ma a do zovenoti.. … … …. Ma basta… qua un baso… Sufiemose el naso… Vegnì qua da mi. Parlemose schieto… Vardeme… scometo… Mi digo de sì Che un ano no passa Che qualche bardassa Bisnono me fa: E andando a sto troto Deboto, deboto… Se a farme la sagra La longa, la magra Gran pressa no ga… Mi digo de sì De tritavo el titolo Xe pronto per mì.

La ho copiata, primo per interrompere la tristezza, variando un po' il cammino, poi perchè è impossibile descriver quella grazia e gli slanci di quella cara musa, che va come una cavallina estrosa e a cui, il solo dialetto veneziano, può tener dietro.

Le poesie della contessa Antonietta sono eleganti, sentitissime, specialmente quelle in morte della madre e del marito, conte Carlo Albrizzi. La lirica ad Arnaldo Fusinato in risposta ad un' altra bella lirica, sgorgata dal core di lui, vedovo d' una contessa Colonna, piacque e fu notata in tempi in cui niente, che non fosse politica fermava l' attenzione.

Un volume di versi venne stampato dopo la morte della contessa Antonietta, e racchiude molti e buoni componimenti. Talvolta ci si vede una lira un po' disusata, ma ciò le dà un che d' ingenuo, che le accresce piuttosto che scemarle pregio; così una certa schiettezza nel riferire le sue impressioni, qualche punto in cui si lagna e discretamente si confessa alla musa, danno l' idea d' un' anima accessibile ad ogni bel sentimento, aliena da ipocrisia e ostentazione.

Moltissima lode l' ab. Cesare Parolari, nato in Napoli, nel 1808, morto in Mestre, nel 1869, vivendo sempre fra noi, ottenne in quel tempo colla sua Eulalia o le Nozze cristiane, romanzo onorato di ristampe e traduzioni, letto ed amato dai buoni. In esso l' autore, ispirato al genio di Chateaubriand, vi versava la piena d' un' anima amante e credente, e l'abbondanza d' uno stile fiorito, a cui meglio s'addiceva veramente la lirica che la prosa.

E che fosse poeta lo dicono appunto gl' idilî biblici, le molte spontanee composizioni in verso sciolto o rimate.

Un sermone io ricordo scritto da Parolari, appena reduce da Genova, dove avea vissuto con la scelta società letteraria di quel paese. Chi conobbe la Bianca Rebizzo, Antonio Crocco, Giuliani, Celesia, Pareto, il Costa e tutta quella plejade potentissima d' incliti ingegni, trova nei versi del giovane poeta un riflesso di quella bellezza di cielo e di poesia senza pari. Il Bisagno, la villetta della Bianca: ella, inspiratrice, entusiasta, in quel suo areopago o meglio cenacolo, là sul pendio del mare, sulla costa divina d' Albaro… tutto fiori, tutto fronde, le fantasie ricche di versi, e i cuori di vita!

Un altro intitolato il Poderetto si risente d' altre care ispirazioni; è il luogo di S˙ Maria presso Treviso, là dove abitavano i Viezzoli… quella cara Ernesta, sorella a Manin, morta all' annunzio della prigionia di lui e di cui tutti piangemmo la perdita e seguimmo la bara!

Non pertanto publicò l' abate Parolari molti libri di educazione, ed ebbe la rara ventura, per un Veneto, che venissero ricerchi e ristampati in Lombardia. Anco talune predichette, che faceva ai contadini poco più che in dialetto, meritano ricordo.

Era un uomo tanto buono che pare gli affetti soverchiassero fin la realtà e la possibilità delle cose, le quali stavano nei suoi mezzi; talchè morì lasciando nella disperazione i poveri da lui protetti.

Anco Filippo Scolari, quest' uomo che morì più che ottuagenario, or son pochi mesi, andrebbe collocato fra i bibliofili, gli antiquarî gli eruditi del primo periodo. Ma la sua recente perdita fa sì ch' io lo menzioni a parte.

Dottissimo, passionato dantista, raccoglitore, ha molto scritto, molto raccolto, molto stampato. La sua vita non fu che studio, egli era l' idea incarnata di Dante. Amato come l' enfant gaté dei letterati, che lo chiamavano Pipetto, sempre lindo, sempre pulito, vestito a nero in cravatta bianca, con qualche libro sotto il braccio, sempre masticando fra sè versi latini, e rugumando sul serio se Alighieri va con una l o con due: cose che davano un tempo gran faccenda ai nostri letterati. Dettò le lodi dell' acqua di Treviso e un' infinita quantità di opuscoli d' ogni ragione.

Sarebbe troppo strano se nel periodo dei romantici io non avessi da nominare alcun romanziere, per quanto modesto. Ho invece da menzionare il conte Pier Antonio Zorzi (1765-1849) juniore, secondo lo definisce il Dandolo, e autore della Cecilia di Baone.

Certamente un romanziere deve saperne un po' di tutto: ecco a cenni la vita del conte Zorzi. Nobile di nave, sotto Angelo Emo comandava una delle sue galleggianti. Poi uno dei tre provveditori sopra ufficj. Quindi ingegnere: chiamato cioè ad assumere la direzione dei Giardini: quindi magistrato di sanità. Coltivò la patata, stampò versi; fra i quali un sermone la Tempesta, con cui descrive un fortunale da lui sofferto, si tiene per assai bella.

Ora finalmente viene il romanzo Cecilia di Baone, tra i primi che uscirono dopo i Promessi Sposi; al principio fe' grande incontro, ebbe ristampe, poi lo si denigrò. Un poema approntava con un titoio, che lo indica uomo di levatura: Il Washington.

Gli ultimi anni della sua vita sopportò la cecità, senza tralasciare lo studio, e senza rimettere la fermezza del suo carattere.

Splendido fiore non già, ma astro del cielo poetico, vicne adesso la bella trovatrice degli astri, un' altra gemma, che all' Italia diede Verona.

Caterina Bon-Brenzoni, unica figlia del conte Alberto Bon e della marchesa Marianna Spolverini, nacque in Verona nel 1813. La chiamarono Caterina, avverte il prof. Messedaglia nella biografia, che precede i suoi versi (Barbèra 1857), per ricordare il nome della contessa Miniscalchi-Bon, gentilissima cultrice di poesia, celebrata da Ippolito Pindemonte.

Non molto lunga è la serie delle sue opere, perchè non molto visse; anzi, morì immaturamente, di poco più che quarant' anni. Non le accaddero vicende in vita, da doversi notare, perchè se ha saputo nobilmente soffrire malattie d' indole terribile e morire cristianamente, cio è consentaneo alla sua nascita, alla sua educazione, al suo squisito ed alto sentire, e perchè una Caterina Bon-Brenzoni non poteva essere altrimenti.

Quel che di lei mi ferma non sono le varie poesie che ha composte e gran lode le procacciarono: Dante e Beatrice, Santa Elisabetta Regina d' Ungheria; oltre le note isolate, che mandava di quando in quando, nelle infauste o nelle liete congiunture della vita sua o de' suoi compagni ed amici. Ma quello che resta è il carme I Cieli. Publicati nel 1853, immaginati prima del 48.

I Cieli mi piace raffrontare col poema Al Sole, perchè sebbene di analogo tema, venete le autrici, e quasi dello stesso tempo in quanto a coltura, pure è notevolissima la differenza dei due componimenti. L' affetto ch' io porto alla mia adorata madre non farà, spero velo al giudizio.

Lavoro didascalico, erudito, completo in quanto a orditura ed a scienza, il poema Al sole è il riflesso fedele dell' anima di mia madre. Ella, educata a severa esattezza dal suo maestro, divide il poema in canti, descrive le varie zone, i sistemi celesti, ricorda i grandi fatti storici, compie insomma un giro pel globo o meglio per l' universo: di cui l' astro sovrano è il centro. Ingenua nell' avita fede, essa ha visioni quali possono dargliene la fantasia, nutrita alle idee religiose: si trasporta sulle sue ali in riva al Giordano, vede gl' idoleggiati fantasmi sente « un' aura molle, che fa ondular la grand' arpa » e traendo un dolce suono lontano, prelude a concento divino: “…. Era la musa Vergine di Sion, che la prendendo Fra le candide braccia, sopra il margo Del sacro fiume s' assidea cantando; “— Care mi sono queste verdi sedi, 'Ve' cantai di Sion l' alta ruina, Non t' appressar, se non se scalzo i piedi Qual tu sia, d' onde vegna, e umil t' inchina. Tutto è qui santo quanto tocchi e vedi, L' aura che spiri, il suolo e l' azzurrina Onda del fiume, che il suo corso arresta Or che sue glorie ad ascoltar s' appresta — ”.

Tutto dunque è nel suo libro, regolarità, dottrina, classico profumo e tradizione sacra.

Irradiata da potente amore, ricca di cara prole, mia madre dovea scrivere in quella maniera.

La contessa Caterina invece ha in pochi versi detto più efficace, e il suo lavoro si risente della spezzatura romantica, ma anche della sua forza.

“Padiglioni di Dio, templi di luce Oh! come trema il cor! Immenso è troppo Il creato a quest' alma prigioniera, Nell' argilla mortal! — Oh! sventurato Chi nell' opre di Dio scritta non legge Immanchevol promessa! In altri lochi Gl' impeti dello spirito avran riposo … Sciolto dai ceppi suoi fia che s' immerga Nella luce del ver!.. Povera terra, Triste esiglio, pur caro, angusti troppo Son tuoi confini a un' anima immortale!..

Questa è chiusa che fa battere il core!.. son questi i modi irresistibili dell' estro, che nessuna scuola saprebbe insegnare!

Stringerò quindi affermando come intendere le ardue discipline della scienza, irrompere con tale vigore e soavità d' armonia, unirvi un senso morale, che affina l' occhio alla luce del vero, e trasporta fuori della terra, egli è formare di tre raggi un fascio luminoso, il quale non cesserà per lungo tratto di brillare, non essendovi dubbio, che:

… di quei spazî al paro e di que' mondi
L' affetto ed il pensier sono infiniti!

Certo il genio d' Italia ebbe invidia che nella Maria Sommerville possedesse Inghilterra un alto spirito, un ingegno adamantino, che il sistema presentito da tutte le grandi anime d' ogni secolo, formulò in un maraviglioso libro, la Connessione delle scienze fisiche: e per bilanciare il folgore della stella vagante sui mari della Gran Brettagna, creò per noi quest' eletta, a cantarne le laudi e a spiegarne gli arcani.

La contessa Caterina Bon-Brenzoni morì fra il compianto ed il plauso d' Italia nel 1856, confortata dalle amorose parole del marito, e protetta nella sua fama in vita ed in morte.

Ora, per meglio farle onore, io nominerò di volo tutta una schiera di menestrelli e cantori d' amore, che a lei, inneggiante il cielo, serviranno in certo modo di elettissimo coro.

Primo a corteggiare l' alta donna io porrò Cesare Betteloni (1808-1858) della sua Verona, il quale lasciò fama veramente italiana. Come vivesse non dirò, perchè lo ignoro, e come morisse perchè lo so troppo: infelice e malinconico alla maniera dei poeti, egli diede senza dubbio corpo a' fantasimi della sua mente. Chi avria supposto che terminasse suicida quel gentilissimo cigno, autore di tante e così amabili e spontanee poesie… quegli che alle miosotidi delle strenne Lombarde (Non ti scordar di me) sapeva mescere tanti fiori, colti sulle rive dei suoi laghi, e che pieno di gioventù e di vena cantava: “Oh! che sera d' amore gioconda Era amore la terra, il ciel, l' onda, L' universo in quell' ora era amor!

Carlo Guaita (1815-1842), quantunque nascesse in Como e non in Verona, ma quì condotto bambino dalla famiglia che vi pose stabile dimora, io nomino secondo in questa schiera d' onore. Romanticissimo fra i romantici non solo nei versi, nei concetti, nel fare, ma ben anco nella vita, piena di trabalzi, d' avventure e d' amori, un poco alla Byron.

In queste avventure v' ha peraltro qualcosa di molto nobile, dacchè il poeta giovinetto dovè fuggire gli stati austriaci, e rifugiarsi a Lugano, uno fra i capi pericolosi e compromesso in politica.

Le sue aspirazioni eran quelle della giovine Italia, e tanto che innanzi di partire per l' America, dove andò come il nostro Lorenzo da Ponte, scrisse il suo Addio d' Aroldo all' Italia, intitolandolo al signore di Lamartine. Il qual addio è compreso nel volumetto di versi di Berchet, Manzoni e Byron, stampato nel 1833 da ignoto editore in Italia.

Questo carme, ossia frammento di poema, lamentazione che non è senza pregio nella forma, nè, senza vivacità ed elevatezza nelle idee, senza verità nelle pitture, parrebbe che lo dettasse o in America o a bordo del legno su cui salpava pel nuovo mondo: “S' increspa il mare dell' aurora al soffio; Vedi l' annunzia il ciel; le nubi rosse Tingon le vele, e par di fuoco l' onda, Destati, Aroldo!.. Ecco l' Italia sorge! Italia!.. Italia!.. O nome santo! o nome, Che la mia lingua balbettando ancora, Misto a quel nome, che due volte il giorno A ginocchio ripetono i fanciulli Apprese a pronunziar! nome soave Misterioso nome … ”

Molte altre poesie in un volume di versi giovanili stampò Carlo Guaita, molte strampalate, qualcheduna scorretta, tutte a frammenti ed a sospensioni, ma tutte facili, abbondanti, derivate da feconda vena: son liriche, stanze di tutti i metri, ballate, fantasie, piene di delirî, di sogni, d' illusioni, di rimembranze, di sospiri e perfino dell' essenza dei sospiri, tutto a seconda che detta dentro. E bene ispiravasi veramente nella grave ode a Saverio Costantino Amato, eletto ingegno rapito giovane alla sua Napoli. Le altre son quasi tutte su questo metro:

“Ti sovvien quella notte serena Che vegliammo parlando d' amor…

Metro che s' infosca, freme, palpita, rimprovera e che sempre ripete l' epigrafe petrachesca « Giusto duol certo a lamentar mi mena. » Se poi questo duolo fosse immaginario o reale, se per fare un bel sonetto cominciasse: “Perchè nato son io tra quella gente Che d' essere felice ha la sembianza, e lo terminasse: Nè divorato da segreti affanni, Sempre combatterei colla sventura, Che già rapito ha il fior dei miei begli anni! ecco una questione insolubile a chi non conosce il segreto di quella vita.

Certamente essa corse torbida, e piena d' avventure; dopo varcato l' oceano, inneggiato dal Picco di Teneriffa all' Atlante, e da Parigi al 1830, Carlo Guaita ritornò alla patria, che sospirava e cantava con note veramente inspirate, eloquenti nella ode Væ soli! Bello è il raffronto fra l' ignoto paese dove scrive e il suo: Come biancheggian questi monti al pari Brilla su l' alpe mia candida neve, Suonan del pari quelli e questi mari, Lo zefiro è del par canoro e lieve! Una è la strada che al sepolcro adduce; Come si muore qui, colà si muore, Risplende ovunque sempiterna luce Al giusto, che riposa nel Signore! Eppur solo son io!!. Sarò straniero Anco tra morti, se qui Dio mi chiama A un' altra terra, deh! s' erga il pensiero Sol non sarò dove in eterno s' ama!

Da qualunque fonte erompesse il dolore del poeta, esso gli dettava concetti nobili ed alti, la patria, la madre, l' arte e il pensiero di Dio.

Carlo Guaita morì in Vienna, dov' era andato collaboratore d' una Rivista italiana.

Se Besenghi degli Ughi non fosse istriano io dovrei a questo del poeta veronese far succedere il ritratto più malinconico, più tetro di tinte che sia stato al mondo. Non pertanto essendo egli anche vissuto fra noi, tacerlo affatto non voglio. Tanto più che le canzoni di lui rimaste han tale impronta da non poter mai più dimenticarle una volta lette.

Questa dolente figura passa dunque nella nostra lanterna magica in virtù del suo duolo e della intonazione sublime de' suoi carmi. Era il poeta tisico, e pare proprio la realtà d' un tipo famoso, principalmente per la romanza composta dal Radelli, poco prima di morire. « Odi d' un uom che muore, » parodiata poi tanto dai begli spiriti e dagli umoristi a cui forse il genere piagnoloso cominciava a dar noja, e volevano cose civili.

Però anco in quella poesia disperata, in quegli affanni, in quegli sfoghi ci avea pur qualcosa di potente, e se, stimandoli solo dal lato della vita reale e pratica, si trova ch' e' non giovano punto, rimane da quello ideale sempre un criterio di stima, una corrispondenza segreta, per cui l' animo non corrotto deve sentirne la non volgare bellezza. Questa per le nozze Colloredo-Mangili: Il pellegrin, che il passo Move per le felici arabe lande Poca cercando invan ombra che il capo Dal perpendicolar raggio gli salvi, Mentre sott' esso i suoi piedi il terreno Fugge e grande lo preme onda di sabbia, Di veder crede a un tratto Da lunge il fin dell' affannosa via. Ecco apparirgli immenso Un lago: ecco cittade alto salire; E le torri ne novera e distingue, I portici e i giardini, Ah! nulla vede il pellegrino! abbraccia Ei col desìo, che tien speranza aperto I fantasmi che corrono il deserto. Non altrimenti, Elisa, Sorgon, passan, dileguano in un punto Le dolci e care illusïon d' amore, Oggi ancor felicissima tu l' anima Tutta abbandoni all' estasi beata, Oggi ancor felicissima tu sogni; Sogni oggi ancor; è il sogno ultimo tuo. È amor quel fior, che nasce Delle ridenti Floride ne' campi Mesto, poichè il sol manca tra l' erba E ne' silenzî della notte il verde Tesoro spande delle foglie: l' alba Vaga di tutta sua beltade il trova; Ma langue e cade in sul mattino il fiore Una lieve lasciando aura d' odore. Tristo lui che amò un tempo e più non ama Veruna al mondo più cosa mortale …

È da credere che la sposa non fosse troppo contenta di sì severo epitalamio, cantato sopra una lira che amava più il cipresso del mirto, e con quel metro sostenuto e profondo, invocava la rupe di Leucade, interrogando il mistero alto della vita, e dicendo in un giorno in cui altrimenti s' inneggia, tutte le impertinenze immaginabili al secolo vile, codardo, al vulgo patrizio, alla plebe. Ma è altresì supponibile, ch' ella sentisse il fremere d' uno spirito nobilissimo in colui, che ad essa chiedeva figli « i quali l' aspre doglie d' ltalia afflitta alleviassero, degni di tanta madre » e ne andasse paga assai più dei soliti Cupidi ed Imenei, auspici obbligati di ogni matrimonio.

Nel ristampare questi cenni non posso tenermi dall' aggiungere altri versi, dello stesso Besenghi, mille volte più belli, tolti ad una biografia di Oscarre d' Hassek (Trieste 1878 2.a ediz.e) sono diretti ad una fanciulla Greca, che il poeta conobbe in Argo, mentre vi combatteva, a fianco dell' Ypsilanti, sulle prime aure della libertà.

O pupilla dell' Ellade! felice Un dì stanza di Numi E di belle e gloriose alme nudrice, O, già verde e ferace Argo, ove sei? Io per le tue ruine Corro meravigliando, E te invano, e di te cerco e dimando. Ov' è il Ginnasio e il Foro? Dove, del sasso solitario in cima, La rocca Larissea, Le pelasgiche mura? Erra ed urla la volpe ivi secura. E là 've l' alta reggia Del re de' re sorgea, L' oblioso papavero rosseggia; Mentre a dirute intorno atre pareti Distende al sole il pescator le reti. Che se il soffio de' secoli ti sperse, Non vivi eterno, o dolce Argo, nel canto Di lui che si vuol cieco, e avea mill' occhi? Novellamente intanto, Vinta l' onnipotente ira e la cruda De' rei casi fortuna Le dismesse vestivi armi, ed un giorno Valse a lavar d' età molta lo scorno. È ver! Non più su per gli erbosi clivi Le viti lussureggiano e gli ulivi, Nè van d' orzi e frumenti Biondi i campi cruenti; Ma alle care non più figlie e alle spose Solleverà gli osceni occhi il tiranno; Nè, finchè giri il ciel, più sorgeranno Dalle valli che inalbano funeste Le turche, abbominose ossa, e le teste. O pupilla dell' Ellade! O famosa Terra, sospiro de' miei sogni antico! Come potria mortal lingua ridire Tutto che al cuore mi ragioni? — Muto Sovente e solo, o in riva al mar (o mare Di tante sorti consapevol fido!) L' ore del dì produco; O al più espedito giogo Donde Micene ed Epidauro appare, E Lerna e Arcadia e i vertici selvosi Dell' irto Lacedemone, m' adduco. E poi che ho l' alma impensierita e trista Ai fuggitivi canti De' Tessali vaganti Pastor, che la lontana eco mi porta, Me raggiunge per vie cupe e dirotte Con le sue gigantesche ombre la notte.

Un bell' articolo, bibliografico chiudeva nel riportarli:

« Chi lesse queste stanze non potrà fare a meno di concordare coll' Hassek nel giudizio che egli ci dà del Besenghi a pag. 55. Era il poeta della natura, e se anche si disposò all' arte e ne conobbe le risorse, non le sfruttò mai per colorire pensieri e sentimenti che non gli fossero usciti dall' intimo della mente e del cuore. E quest' è forse la ragione per cui quasi tutti i suoi componimenti poetici conservano anche dopo tanti anni la natia freschezza, abbenchè non tutti di argomento elevato, o tale da destare l' interesse anche dei non compaesani ».

Un' infinità di strenne, di raccolte, di album, di Api comparivano in quegli anni, nei quali Dall' Ongaro pubblicava le sue spontanee poesie, Berti le Voci del popolo, Aleardi le Lettere a Maria. Nelle adunanze giovanili si cantavano musicate le strofe delle Ore felici di Cabianca. La Marovich esalava le celesti aspirazioni in versi soavi come tubar di colomba … lavoravano insomma i torchi, più di tutti, quelli del nestore fra i tipografi, cav. Giuseppe Antonelli. Dovunque, simile a farfalle in un bel giorno di primavera volavano canti e soprattutto frammenti di canti. Poi ci avean le ballate, i pezzi ultra romantici, e tutta quella letteratura a punti di sospensione, piena di vita sotto al suo pallor cadaverico. E quanti eroi ed eroine scapigliate vedemmo passarci davanti, armate di stilo o veleno, sallo Iddio, e quanti Arimani e quante Ildegonde ed Ermengarde!

Fra la fitta schiera di trovadori e menestrelli di quel temp menzionerò Pietro Beltrame, nato poeta e morto giovane prima di diventar qualcosa più che cantore di romanze.

Ma totalmente si eleva sopra tutti l' avvocato Luigi Bass da Padova, autore d' una celebre lirica, le Campane, e d' un' altra, il Vesuvio.

Facile, fluente, ispirata la lirica di Luigi Basso, quanto quella di Schiller è lenta, seria, filosofica. Però anche nella poesia del padovano la storia della squilla è severamente e solennemente ricordata, e annovera le fasi della vita umana, ch' è destinata a segnare. Mi dolgo che tale lirica sia troppo lunga per poterla riprodurre.

Di Napoleone Della Riva, poeta e autore d' un opuscolo Le malattie dei letterati; di Ferdinando Scopoli, di Casoretti da Venezia, autore dei canti napoleonici, di Crescini da Padova io mi limiterò a dire i nomi; di Francesco Piave, che con varia fortuna seguì l' onda meravigliosa delle note verdiane, io solo ricorderò, che tutti cantano le sue canzoni, tutti, sentono quasi colla prima dolcezza, i cori delle sue opere, facili e in uno potenti. I libretti d' adesso (vedi Don Carlos) sono scandali senza nome, davanti ai quali la causa del nostro lirico, ancorchè meno corretta, brillerebbe d' invidiabile luce.

Quando ho cominciato questo lavoro, fra i nomi raccolti mi fu suggerito un tal Peruzzini, (1815-1869) librettista-poeta, a me pressochè sconosciuto. Giunto al termine del secondo periodo, odo da ogni parte come questo Peruzzini è una gloria non più di Vicenza soltanto, ma d' Italia. Ascolto chi assevera ch' ei tradusse i lirici tedeschi quanto Maffei, e se è possibile, meglio ancora. Poi mi cade per mano un bel volume, edizione Barbèra, con prefazione di Giacomo Zanella… gli è dunque astro, dianzi quasi nascosto, e che ci viene improvvisamente segnalato da infallibili astronomi, i quali alla vedova (Virginia Perucchi) del nostro poeta, vollero aderire e coadjuvare nel nobilissimo intento di collocare al posto, che le compete, la memoria del gentile poeta.

Della fedeltà dei Fiori lirici tedeschi tradotti io non m' intrattengo, chè bisognerebbe conoscere e bene intendere gli originali ad uno ad uno. Ma di quello ch' è lo spirito, e forse il più importante, anche ignari del testo, si può parlare. Vi sono quadri anonimi che al primo vederli si esclama: ecco un Fiammingo, ecco un quattrocentista…

La forma o, per meglio dire, il carattere delle traduzioni di Peruzzini è squisitamente germanico. Come abbia potuto mantenerlo, conservando quasi sempre la fluidità, la pieghevolezza, l' eleganza, tutta spontaneità e grazia della lirica italiana, in ciò consiste il loro pregio. Pregio reale, e per convicersene io non posso far di meglio che consigliare i miei lettori a leggere quel bel volume di cui parlavo.

Prima troveranno una poesia di Geibel: Non toccate là. Squisita di fragranze sentimentali e filosofiche, quanto ahimè! vera nella realtà della vita, ed è diretta agl' imprudenti, che sfrondano i cuori ingenui colla triste scienza del male, togliendoci quel loro sogno d' aprile ossia il paradiso … La forma lascia un po' a desiderare qualchevolta in questa, come in altre traduzioni, ma è trascuranza di parola e non più. Dall' altra parte come si fa ad innestarsi, connaturarsi ad uno stile e non portarne via nessuna traccia?

Di Geibel sono pure il Giovane Zingaro del Nord, Italia, Il vecchio Gondoliere, tutte ispirate a sensi di alta pietà per la nostra sventura.

Il Natale, tradotto da Klaus Groth: pittura notevolissima per colorito dei luoghi e del tempo, mi pare una delle più belle:

“È un giorno di Natal tetro, gelato: Il foco è spento, al cammin bada un po' … Senti, nonno, che freddo indiavolato!.. Rosso, rosso il tuo naso diventò.

I vetri coperti di ghiaccio, neve che fiocca, alberi vestiti d' inverno, i poveri fanciullini curvi, avvolti nelle lane, e che piangono dal freddo e forse dalla fame, passano in tetra processione, e destano un certo sentimento di ribrezzo, che veramente agghiaccia. Ma la chiusa dà un suggello più serio a tutta quella malinconia e quel freddo: “Pria di guardare in su, siam vecchi troppo, Pria di guardarci attorno siam di gel … Viene Natal, e va va di galoppo … E la neve ci copre in muto avel”.

Comincia leggiadramente L' annellino rotto di Eichendorff, con una miniatura, come se ne vedono nei begli orologi di Germania: una valle fiorita, un molino e la rota che gira; la è si breve che posso riportarla: Nella valle di fior sparsa, D' un molin la ruota va: È la vergine scomparsa, Che veder soleva io là. Ella fede m' ha giurato E un anello mi donò … He la fede vïolata, E l' anello si spezzò. Io pel mondo errar vorrei Inspirato menestrel; Rallegrar de' canti miei Ogni strada, ogni castel. Fra i guerrieri nel conflitto Mi vorrei precipitar E di notte al bujo fitto Presso i fuochi vigilar!.. Oh girar la ruota ascolto Che vorrei più non lo so … Io vorrei giacer sepolto: Sol tranquillo allor sarò!

Soltanto a nominare le poesie tradotte da Peruzzini e a farne l' indice, che manca nella bella edizione del Barbèra, ci porterebbe via di molto spazio. Ma ce n' è una di Anastasio Grün (pseudonimo del conte Antonio Alessandro D' Auersperg) che per non sentirla bisogna esser morti; la si riferisce a noi e si intitola la Patria.

Alcuni amici in brigata, raccolti in un' agile navicella, andavano a gonfie vele, lontan lontano io non so da qual lido, ma so che erano allegri e d' umor vagabondo. Vi avea fra di essi un Francese del Rodano, uno Scandinavo, un Napoletano ed un Tedesco; pensando ai suoi querceti, aile pianure del suo Danubio, all' aure pure delle Alpi; il poeta intuona un brindisi alla patria… L' hanno tutti una patria, come tutti hanno un' amante, e ognuno, acceso in volto, sospirando la patria e l' amica lontana risponde all' invito e beve. Uno solo si astenne e stette, guardando senza parole l' orizzonte, con occhio intento, e acuto: quand' ecco lo sentono, in mezzo quel silenzio, ad esclamare: Oh patria mia, povera patria! nulla Più sei che pietra ed acque…

Poi rammenta cosa fu allorchè l' onda spumante dell' Adriatico cingeva il mondo della sua porpora…

Perchè il tuo raggio più non si diffonde. Sole di libertà? Chi lo rapìa? Perchè più nulla sei che pietra ed onde, O patria, o patria mia?

Poi tacque rovesciando, quasi rito funereo, il vino nell' acqua; e qui termina la Ode…

Dio eterno, quanto ci è voluto perchè quella strofa lamentosa non fosse più vera, perchè quelle onde e quella pietra morta riagitasse un' anima, perchè su di noi che, immemori cantavamo d' amore, non venisse un estraneo sulle miserande rovine a sciogliere, per nuovo oltraggio, il canto del nostro dolore e della nostra vergogna!

È accaduto talvolta ad alcuno di ritirarsi nella sua stanza dopo una bella sera, goduta al rezzo d' amena situazione, da un poggio o dalle rive di qualche limpida acqua al chiaro di luna, fra care melodie.. Ebbro in sè stesso dell' incanto di quei luoghi e di quell' ora, s' addormenta e li sogna.

Ma intanto ch' ei sogna, il cielo e tutta la natura si mutano; sicchè, al destarsi, vede bujo, sente il muggir dei venti e, in una parola, minacciar l' uragano. Così appunto rimanemmo noi al destarci nell' alba del quarant' otto.

Ciò che facessero le nostre muse durante il breve, ma ardente periodo militante è presto narrato. Combattevano: nelle canzoni, nelle mille e una marsigliesi improvvisate, negl' inni a Pio, all' Italia, nell' innumerevole schiera di sonetti e di stornelli: combattevano dalla bigoncia coi discorsi eloquenti di Tommaseo, Manin, Paleocapa, Avesani, Calucci; in piazza ed in istrada colle arringhe vulcaniche di cento tribuni.

Come si atteggiassero dopo quel cambiamento lo si sa. Prefiche adirate e vendicatrici durante le forzate sommessioni, esse ebbero il còmpito di quei distaccamenti che un capo d' armata invia a dar ordini e a scoprire il terreno.

Malgrado questa attitudine eroica, riuscì emergere ad un genere nuovo dovuto, nella sua più antica espressione, a Omero, a Dante; poi a Shakspeare, alle lettere francesi, a Manzoni: e nella ultimissima, ritiensi da taluno, alla fotografia. Io intendo il realismo.

Pochi sono gli autori non vivi di cui nel Veneto ci accada parlare alla distesa: ma fra quei pochi ce n' è di valenti.

Cominceremo da Ippolito Nievo, nato in Padova nel 1832, il quale artista, milite, patriotta scrisse alcuni romanzi, ossia il Conte pecorajo, Angelo di bontà, una tragedia, varie poesie. Ma ciò, a cui resta attaccato il suo nome, son le Confessioni d' un ottuagenario, edite nel 1867 coi tipi Lemonnier. Alle quali Confessioni mancano due cose per essere un libro come i Promessi Sposi, come l' Ettore Fieramosca, come gli altri capolavori della italiana letteratura. Un intreccio rispetto all' arte: la luce chiara e costante d' una Fede, rispetto alla morale.

Non potendo comporre un romanzo, è malagevole farne una cosa che non sia nè romanzo, nè storia. Della storia ha gli andamenti, i grandi capitoli, i sommari al principio di essi. Ma i nomi non sono storici, le date non precise, in fine la non è storia. È dunque romanzo, e si trascina per ottant' anni senza una ben combinata favola, che svegli dal sommo all' imo l' interesse.

La Clara e la Pisana, ottime come ritratti, appariscono insopportabili quali eroine da romanzo. La prima si presenta simile ad una tuberosa dianzi che sbocci; ma finisce ammuffita ed antipatica tanto quanto una di quelle pulzellone che si usavano in vecchio. Della Pisana, come ideale è meglio tacere. Libero il buon Friulano d' amarla svisceratamente, e descrivere la sua passione con tocchi soavissimi, e con una trasparenza di tinte che innamora, e in cui si sente anima di poeta. Ma l' affetto per una tal femmina, che (oltre al resto) mentre adempie un atto pietoso verso la madre, le domanda ex abrupto con freddezza piena di cinismo, lo scioglimento d' un dubbio disonorante per ambedue, quell' affetto è cosa da non mostrarsi con tanta evidenza al publico: ebbe ella più buon senso quando, presa da una tenerezza quasi matta, ma non impossibile, per l' Aquilina le dà Carlo per marito. La coscienza le suggerì di liberar lui da un amore inutile e brutto, un amore che indica inferiorità decisa nello spirito che n' è soggiogato, ed esercita un malo ascendente nei lettori, persuadendoli che si può amare col nobile culto, dovuto alla purezza ed alla verecondia, una povera creatura degna solo di compatimento e d' ajuto.

Se forza motrice è l' opinione publica, bisogna andar guardinghi nel portare a cielo un lavoro perch' è bello. Ciò perdette la Francia: il ritegno dei nostri grandi autori ha in vece preservata, fino adesso, l' Italia.

Il male vuol essere dipinto, posto che c' è. Ma ci vuol l' antidoto, la passione, e che dal tutto emani qualcosa di sano, di forte che dia coraggio al bene, e ne additi l' unica strada.

Fra i mille personaggi della Comedia umana di Balzac v' è una sciagurata, nella più miserabile condizione, che possa trovarsi una donna. Ma l' ha fatta così grande, mantenendola vera quanto la verità può giungere nell' arte, in mano di quel potente anatomico della vita; le ha ricomposto sulla bella fronte il diadema divino, che la baccante, nel freddo delirio, aveva perduto, la dipinse così sublime quando muore pur di non ricadere nel fango, con tal profondo senso del male, con tale entusiasmo del vero amore e della virtù, che non si può fare a meno di non interessarsi per lei: bisogna amarla, bisogna piangere insieme, poichè anch' essa amava… o il Vangelo non ha forse la Maddalena e l' adultera?

Intendo che nell' opera d' Ippolito Nievo l' ideale non ispicca abbastanza, non trionfa della realtà. Ora qualunque poligono può esser la base della piramide, basta che i triangoli si slancino al vertice. Qualunque sia la forma, basta che lo spirito d' un' opera si elevi all' idea; se gli amori dei romantici per la sorella o per l' amica eterea, movono adesso il riso, la brutta pittura de' moderni potrebbe spiacere in seguito: in una parola se la letteratura della presente democrazia non ha ideale, essa è senza avvenire.

Un giovane di bella e, aggiungo, di buona volontà non che di svariati studî, Gherardo Molmenti in una scrittura su Ippolito Nievo, nonostante la dettasse col precoce entusiasmo degli spiriti giovani e vivi, pure ebbe il giudizio di decantare e di fermarsi sopra alcuni capitoli delle Confessioni d' un ottuagenario, che soli, ei reputa, meritino di rimanere.

Gherardo avea ragione in verità, ed ora che dissi ciò che credo dovere sul libro d' Ippolito Nievo, io mi abbandono con tutta l' anima a lodare quei capitoli, veramente ammirandi, e aggiungo: i particolari della cucina descritta in principio, ed anzi i particolari di tutto il primo volume: la esattezza sorprendente, la fotografia di quelle scene del castello di Fratta, in Portogruaro, alle conversazioni della senatoressa, son veri giojelli.

Le magnificenze poi dello stile, con cui è descritta la magnificenza d' un calar di sole al bastione d' Attila, sono insuperabili, non invidiano a Manzoni, e costituiscono una pagina da poema.

Nievo morì a 29 anni e la sua morte dolorosa e drammatica, nell' impresa dei mille garibaldini in Sicilia, colloca un altro alloro accanto alle sue palme di poeta e di soldato, quella del martire per la indipendenza della patria.

Non so s' io deva parlare di Gazzoletti, trentino. Ei veramente appartiene alla letteratura veneta, e da un tal intruso, in ogni modo, non avremmo che onore.

Dirò bene com' egli, dopo avere bruciato un granellino d' incenso a tutte le scuole e specialmente alla romantica, compose Paolo. Stupenda figurona, che a lui, emigrato in Italia, ispirarono le grandi arie dell' alma genitrice.

Ha moralmente il Paolo corporatura avvenente, il far tizianesco d' un degli atleti, che stanno ai pie' dell' Assunta. Per bellezza di scene e verità è uno studio romano completo. Nerone artista, tiranno, dissoluto, mostro: s. Paolo ruvido, schietto, invaso dal Nume, che a lui ed ai compagni inspirarono il gran mutamento dell' universo civile, tutto è descritto in versi mirabili, che si risentono pure dei primi amori romantici di Gazzoletti, ossia della scuola di Prati, ma non ne hanno che la flessuosa dolcezza, corroborati quindi dal lungo uso delle schiette fonti classiche, a cui dovette attingere a comporre il suo nobile quadro.

Meno poeta, più pratico scese nel campo, appena aperto, Teobaldo Cicconi, morto or son pochi anni: immaturamente rapito alla sua Udine e all' arte drammatica.

Poche comedie italiane si rappresentavano dianzi sulle nostre scene. Portano i cataloghi bensì nomi di drammaturghi, come un Fiorio di Verona, un Avelloni, di cui parlai ed altri, ma sconosciute ne sono le opere.

Augusto Bon nel Ludro e la sua gran giornata, produzione in dialetto, nel Vagabondo e la sua famiglia, produzione italiana originale, ricca di situazioni drammatiche e di quello che i comici dicono spolvero teatrale, si era acquistato un nome; e la rara specchiatezza del suo carattere, la coltura del suo ingegno, poichè Bon publicò anche un libro sui principî dell' arte drammatica, glielo confermavano.

Un Rossi improvvisò o quasi una graziosa commedina, intitolandola Commedia per la posta, la quale ha quanto occorre per reggersi su tutte le scene e in tutti i tempi: interesse, vis comica, leggiadrìa, spigliatezza.

Ma anco quella, fiore in un deserto.

Altra erbuccia, ma cara e odorosa io menzionerò le Convenienze teatrali di Sografi, scrittore fra gli illustri padovani di questo secolo.

La sua Mamma Agata, eroina di tal graziosa produzione o vaudeville, ordinariamente sostenuta da un caratterista vestito da donna: quel brio semi-serio con cui fa da Procolo alla figlia, quegli incidenti del mondo entro quinta, han reso popolare il lavoro, e tipi i personaggi Talchè quando si dice ad una vecchia: Mamma Agata. ognun sa cosa s' intende. Questo è il più bel trionfo d' un autore. come uno insuperabile ne ottenne Bersezio col Travel, e il teatro veneto ne ha date molte di queste creature « che mai non fur vive » ma per le quali rivivono immortalmente i loro creatori. E chi non conosce Sior Todoro Brontolon, Il Burbero benefico, le Morbinese, ecc.?

Tornando a Cicconi io riprendo: le sue produzioni ebbero il merito di farsi rappresentare, e di cominciare la bella ghirlanda drammatica cui Ferrari, Torelli, Carrera e tanti altri valenti italiani avviarono poi a così bel compimento.

Lo stile di Cicconi è imperfetto, e a leggere si dura un po' di fatica: ma cosa importa?.. le son da scena e non da lettura! Un certo brio nel dialogo e vivacità negli accidenti, anco un gusto particolare a trovar titoli adatti e bene promettenti: Le pecorelle smarrite, le Mosche bianche, la Figlia unica, la Statua di carne, ecco piccoli programmi atti a stuzzicare la curiosità del publico.

Il qual publico allora inclinava all' indulgenza, e applaudiva fragoroso ogni volta che il tema o la parola alludesse alle sue legittime e costanti aspirazioni.

Più alto posto qual tragico e scrittore occupa Antonio Somma, nato in Udine nel 1809 mancato nel 1864 a Venezia. Già alla tragedia parevano più dediti i nostri ingegni, vuoi per inclinazione alle cose eroiche, vuoi per l' opportunità di tal genere, in paese morto agli attriti sociali.

Lo stesso dicasi del dramma. E bisogna far menzione che, fra i primi a tentare e riuscire fu un altro friulano, il Dall' Ongaro, il quale diede lavori originali al teatro italiano, come L' incendio della Danae, Il Fornaretto ed altri meno felici. Il Fornaretto ebbe plauso universale. O perchè non si rappresenta più?.. è forse l'aria tutto capricciosa della scena, che muta a seconda delle simpatie e antipatie o, dirò meglio, a seconda del prestigio d' un autore? O forse l' hanno smesso perchè non c' è più Modena a uscir fuori nell' ultima scena, quando gli s' annunzia che d' or innanzi sotto la Serenissima non ci avran più di quelle inique sentenze, a dire: — E il figlio chi me lo rende!… — con tal impeto di passione, che facea tremar tutti i cuori?

Anco Fambri in compagnia di Salmini ebbero il coraggio e la potenza di portare sul nostro teatro i primi passi, in tempo nel quale potevano condurli dritti allo Spielberg. Ma. tranne questi isolati sforzi, non pullulavano che tragedie nel campo teatrale, e ancora la maggior parte di esse rimanevano negli scafali delle librerie. Belle, acconcie, piene di versi inappuntabili come forma, e sentenze da scolpire nel marmo, splendide, parassite, nessuno fuor che l' alta casta dei lettori le conosceva e apprezzava. Nè tal sorte è toccata soltanto alle tragedie anteriori a quelle di Antonio Somma, ma a molte dopo di lui.

I buongustai della eletta letteratura sanno cos' è l' Anna Erizzo di Antonio Dall' Acqua Giusti, bella per fattura di verso, per largo pennelleggiar di caratteri e per erudizione. Lodati lavori drammatici compose Jacopo Cabianca; ma la Gaspara Stampa e la Sofia di Königsmark son più note ai lettori che alla platea. Così la Stefania ed il Bruto di Piermartini, così il suo Ildebrando: eppur tutte opere commendevoli, e tanto che qualche lirica della Stefania, ed un coro di bardi normanni nel Gregorio IV non la cedono punto ai più celebrati di Nicolini.

Tutto questo è detto per maggiormente ammirare lo slancio d' Antonio Somma, e congratularmi alla sua musa novella, che seppe in tempi così arcigni stampare, colla Parisina, orme durevoli nell' arringo, chiuso allora ai valorosi ingegni.

Quell' addio al sole d' Italia avea fatto battere tanti cuori e sgomentati tanti commissarî di polizia, che sulla sua efficacia non correva più dubbio.

Già niente niente che il censore fosse un po' ombroso lo tagliava netto quel brano: ma pur talvolta fu inteso: e non ci voleva altro che Capodaglio a declamarlo, un così bell' uomo, dall' occhio nero, dal tipo italino, dalla voce velata e profonda, melodiosa e sonora ad un tempo, per far andare in visibilio tutte le platee della penisola.

Poi per sè stesso il dramma era pietoso. L' amor dei due protagonisti condotto con quella purezza della scuola Italiana. Belli i versi, a cui s' aggiungeva l' incentivo di qualche lirica musicata, che la Malvina Rosa cantava soavemente; un insieme seducentissimo e per quella prima gemma collocata dal giovine poeta sul serto drammatico d' Italia, Venezia non invidiava Pellico, al felice Piemonte, nè alla Lombardia Marenco.

Non meno splendida fu l' ultima perla che lo squisito aggeminatore mise accanto la prima bellissima. Parisina, e le altre meno belle, o meno fortunate, La figlia dell' Apennino, e Marco Botzari.

Vera perla è la Cassandra. Coloro che udirono in Parigi proferita dalla bocca della italiana Melpomene la poesia del nostro tragico, creata in sì buon punto, che la ebbe lena da andare fin là, e spiegar l' ali precisamente da quella Troja futura; coloro che videro la Ristori, bella come uno di quegli angeli cui Minisini copia dal suo Friuli e dal suo pensiero, a decoro dei monumenti da lui scolpiti; coloro che la udirono sospirare, secondo le parlava il Vaticinio nel petto, dovettero credere in vero che un dio li trasportasse fuor della vita, in atmosfera sopraterrena.

Ciò spiega perchè applaudirono senza intendere. Musica celeste i versi come lo sono i nostri versi quando son belli: miracolosamente bella, dice la Sand, la musa che li declamava e parea discesa allora dall' Imeto: cosa dovette ella apparire in quel punto che, sopraggiungendo al banchetto d' Agamennone, a lui e a Clitennestra e a tutta la corte promette un inno e un brindisi, quale non avrebbero mai ascoltato, poi, da un leggero tocco d' arpa dei citaristi, rapita alle patrie emozioni mormora con affetto misterioso, e con divino sorriso: `O suoni Melanconici e cari! O dolci e piante Rive dello Scamandro a cui quel metro Chiama l' addolorata anima mia: E a voi che torno alfin! Io ti respiro, O divo etere mio!. Come sei bella, O mia convalle, e che profumi spandi Da' tuoi roseti! Ecco risalgo ancora I meandri dell' Ida: il sol rosseggia Al corimbo inaccesso, e lo saluta Degli augelli la voce! Io ti riveggo, O sacro bosco, i cui recessi allegra La cornamusa…

Insomma Italia veniva rappresentata a dovere in quei giorni nella Babilonia moderna, e Venezia, la grande mendica d' allora, riceveva dal suo felice poeta regali, ch' ella si contentava di segretamente gustare, e nascondere, simile al prigioniero, pei giorni migliori.

Delle opere di Antonio Somma c' è un bel volume, edito per cura del cav. Alessandro Pascolato, il quale vi dettò a maniera di prefazione una notizia interessante e sincera intorno all' autore e a' suoi scritti.

In questo terzo quadro, ch' è della letteratura militante e pratica io parlerò di Tommaso Locatelli, nome a Venezia carissimo, innestato alla sua storia moderna tanto, che impossibile sarebbe nominar l' uno senza l' altra.

Tommaso Locatelli scrittore e publicista nacque nel 1799 e morì nel 1867.

Non compose opere di polso, nè libri in foglio, le sue importanti scritture uscirono nella Gazzetta privilegiata di Venezia, e furono le appendici, sua proprietà e sua gloria; belle così che meritarono di venire raccolte e formare alcuni volumi, stampati adesso per la seconda volta.

Di certo gli argomenti son lievi, ma, privilegiato per la castigatezza dello stile, per la grazia dei sali non attici, ma veneziani e suoi, coi quali a punta di pennello minia e colora al modo di Gritti, del Lamberti o del trevisano Martignon, ha rese durature prose destinate a perire. Quelle maniere di dire e non dire, quelle, conversazioni con la sua lucerna, quando riferisce cose, che devono presentarsi con garbo e con una certa amabile malizia… Le appendici che parlano della Malibran sono pur care! come tocca fra serio e faceto i fasti dell' angelo ispano… come descrive l' impresario Gallo a non capir nella pelle, vedendosi davanti quel bel gruzzolo di marenghi, beccati nell' inaugurazione del teatro che (per fortuna non glielo hanno mutato) porta il nome della grande cantante… la grazia con cui gli è saltata al collo, proferendo in musica un — ah! m' abbraccia!… — Le son scene d' un mondo ito in disuso e quasi perduto: perduto quello stile e perfin certe parole di cui sempre si serviva Tommaso: chi dice più parlando delle signore — le belle?

Nel descrivere le costumanze patrie, le feste o sagre locali ha una pratica, e quasi un senso particolare, similissimo in questo al pittore Eugenio Bosa. È realismo sì, ma un realismo sui generis, e sempre a garbo.

Ei parla per esempio della sagra di Lido, udite questo frammento ch' io traggo dal bel volume, edito coi tipi Antonelli Venezia e le sue lagune, l' anno 1847, pel Congresso degli scienziati.

« Il solo viaggio è una festa: si fa di conserva, in processione, a convogli, fra canti, ed è più la spesa del fiato che dei denari. A questa e a quella porta sull' acqua, alle sponde delle fondamente, allato ai ponti, sin dal mattino stanno le barche, e veramente parate poichè molte sono adorne di tende o di rami fronzuti, e dentro s' acconciano e tavole e sedie: nè vi manca alla poppa o meglio anche alla prora, perchè a certe cose è bene aver sempre l' occhio, la sua botticella o almeno almeno la sua anguistara del vino. Uno dei più cari spettacoli è vederne anzi l' imbarco: la gente si ferma a goderlo dalle rive, e l' accompagna talora cogli applausi, talatra co' fischi. Su quelle barche fanno talora passaggio intere famiglie: la prima, la seconda, la terza generazione: il nonno che s' affida ai rischi del mare, e si concede ancora una volta, prima di chiuder le luci per sempre, quella onesta vacanza, e che innanzi di porre il pie' a bordo consulta con uno sguardo il cielo, e tenta il legno col bastoncello: la madre prudente, che tien dietro a' putti, ma più ancora al carico delle vittuaglie; i putti insolenti che balzano dentro d' un salto e fan traballare la barca, mentre i vecchi si stringono alle panchette e loro dan sulla voce brontolando ».

In questo caro bozzetto, oltre che è scritto come va, c' è di più la fedeltà della pittura, c' è la penetrazione del fisiologo: e quei bimbi, che saltano, e la madre che guata a' bimbi e alla paniera, e quel vecchietto, che, tasta il legno col bastoncello e pensa: — Chi sa se ci tornerò più un altr' anno alla sagra?…— Fanno di quella barca un piccolo quadro della vita umana e uno studio morale soprammodo simpatico.

Gravi tempi dovette passare il nostro Tommaso, da una parte trattenuto dai suoi e dai nostri padroni: dall'altra guardato in cagnesco o, se non più, con diffidenza, da chi tendeva a liberar lui e tutti.

Ciò forse contribui, se non a intimidirlo, a dargli una particolare impronta: a disegnare sulla sua bella fisonomia, aperta e gioviale quanto intelligente, un riso a fior di labbro, che non si capiva sempre cosa volesse dire: e al suo stile certi frizzi, certe ironie contorte e quasi mal sicure, che smentivano la sua attitudine patriarcale di padre-famiglia e di nestore dei publicisti.

Credo che odiasse gli stranieri e costretto ad essere il loro organo, gli si alterasse in certo modo il carattere, caldo d' amor patrio. All' ultimo questa lotta, in fra due affetti « distanti e moventi » lo resero pigro e lavorava poco: ma anche ciò dovette farlo soffrire, e la sua fu una di quelle tante false posizioni, che formavano i mille dolori delle nostre famiglie. Son persuasa che gli accorciasse la vita, ma la portò da brav' uomo e quando morì il sior Tonin Bonagrazia scrisse sotto il suo ritratto: “De mio no lasso silaba inonesta, La mia necrologia xe tuta questa.

Da Tommaso io passo al fratello Luigi, morto in quest' anno, redattore della Strenna Veneziana, fondata dal benemerito Giannantonio Piucco (1809-1866); il quale, vero fior di cortesia, perla dei traduttori, ci ha dato in eccellenti versioni, Molière, Balzac, la Sand, altri autori inglesi e francesi; cosicchè, mentre il nostro povero paese inondava illuvie di pessima letteratura, egli, scegliendo il meglio, ci porgeva la possibilità di gustarlo, senza imbrattarci nel gergo dei traduttori da dozzina, buoni al grosso del publico ed agli editori un tanto al cento, i quali esercitano quella pirateria libraria nota a tutti.

Di Luigi Stella, originario veneziano, padre a Guglielmo, egregio pittore, quantunque nato a Milano, ma vissuto in Venezia, dove morì vecchio nel 1869, accennerò soltanto qual valente publicista e collaboratore alla Rivista Europea; egli, oltre a molti altri nobili e corretti lavori, lasciò nella Maria Vetturi, storia popolare, un bellissimo quadretto, pieno di scene pietose, commoventi, dettato con grande naturalezza: un di quei libri, che andrebbero benissimo ristampati e nelle mani del popolo.

Di Agostino Sagredo (1795-1871) io dirò che fu una delle nostre glorie, forse troppo vantata, perchè sola. Quando si rimproverava il patriziato veneto di decadenza, rispondeano: — abbiamo Sagredo. — Gli era il suo nome, l' onorata bandiera di battaglia, che si agitava trionfalmente in faccia a chi insultava d' inetta l' alta casta veneziana, in confronto a quella delle altre città del Veneto, e massime di Padova. Di lui restano celebrate non pertanto, fra le sue memorie storico-letterarie e di arti belle, che molte comparvero nell' Archivio storico di Firenze: La relazione sulle consorterie delle arti edificative in Venezia ed il Sommario della storia civile e politica della Republica veneta.

Questa notevole scrittura, che fa parte della Guida Venezia e le sue lagune, ha tali pregi nella concisione, nella eleganza dello stile, nella filosofia nobilissima e patriottica sparsavi senza sforzo, e senza querimonia, che ben si comprende la fama del nostro campione in così serio arringo.

Adriano Balbi geografo, Samuele Romanin storico, Paolo Marzolo antropologo, fisiologo, scienziato, medico, poeta, meriterebbero biografia a parte per ciascheduno.

Ma di Balbi resta un libro enorme di mole, importante per la materia: darne un giudizio leggero sarebbe irreverenza e inutilità, che bisogna confutare o analizzare simili opere con ponderazione e conoscenza di causa. Certo io non credo che un lavoro così ampio si facesse in nessuna provincia d' Italia, come la Geografia Universale, che levò fama anco fuori della penisola: s' intende poi che simili opere somigliano ai calendarî, e il tempo segna la loro importanza come cosa trascorsa, via via che si accrescono le scoperte, e si facilitano i metodi.

Di Samuele Romanin, nato a Trieste nel 1808 (non veneto in conseguenza) ma che fiorì a Venezia, dove è morto nel 1861, riferirò ciò che ne disse l' esimio chirurgo, scrittore e nobile spirito, Michelangelo Asson nell' Ateneo di Venezia, quando ne lesse a quell' illustre adunanza l' elogio.

Parlando della Storia documentata della Republica veneta, lavoro serio, e che valse al Romanin gran nome, alte onorificenze, una lettera di Agostino Thierry, e l' acquisto di cinque esemplari da Napoleone III, il professore Asson dice:

« Quali però che siano i successivi schiarimenti e ampliamenti, ch' altri potesse introdurre nella storia dell' antica republica di Venezia, quelli di Romanin non potrebbero mai venire obliati. Quale che sia la sorte dalla Provvidenza a questa antica regina dei mari destinata, il nome del professor Romanin è a quella sì strettamente congiunto, che con essa durerà quanto il tempo ».

Grande senza dubbio fu la pazienza, la pertinacia usata dal nostro storico nel comporre il suo importante lavoro: è precisamente quella della sua stirpe, che arriva a tutto, perchè sa volere e potere. Che oltre alla chiara esposizione dei fatti abbia nella storia documentata quel tocco artistico e dirò quasi romanzesco chè ora si domanda alla storia, all' uso francese, la scintilla, che colorisce capitoli storici moderni a mo' di quadri; che vi abbia nemmeno spara quella filosofia, che innalza l' autore dal livello di cronista a giudice, e della sua opera fa una sintesi di morale e di metafisica non posso giudicare; perchè tutta non la conosco. Taluno udii emettere dubbi su questo proposito, ma tal altro udii preferire una storia semplice, vera ad un fac simile di romanzo, e quanto alla filosofia essa, più che dalla coltura dell' autore deriva dall' animo; e ben fa chi non poggia alle cime, fuori che a pochi inacesse, rimaner modesto, e non uscire in sentenze soltanto per atteggiarsi a grande spirito, senza esserlo.

La storia del Medio evo, lavoro giovanile del Romanin, di cui egli parlava come di cosa tenue, è non pertanto un amabile saggio, e sia per la varietà dei fatti dell' epoca curiosa e tutto pittorica, certo la si legge col piacere d' un romanzo.

Paolo Marzolo, nato in Padova nel 1811 è uomo del quale più di qualunque altro far solo un accenno par derisione, e a dir molto si prova, oltre che peritanza, un vero sgomento.

Parlo per me, dacchè qual scienziato io poco intendo le sue alte speculazioni, come filosofo io non consento alle sue dottrine.

Quando dello scienziato io riferisco avere Paolo Marzolo nella sua grande opera I monumenti del pensiero, rivelati dall' analisi della parola piantate le basi d' un sistema appunto per iscoprire l' origine degli umani linguaggi: partendo da tre primitivi elementi, automatismo, onomatopeja, interjezione; che la prima vien dall' istinto; poichè il bambino tratto da una voce interna, spinge un suono di sillabe labiali, ma, pa, ta; la seconda è l' imitazione fonica di certi rumori, da per tutto gli stessi, come la caduta d' un corpo pesante nell' acqua, tonfo, battito, ruggito. La terza. si può dir anco quella figlia dell' istinto e parte dal sentimento: è veramente un grido del cuore quello che sotto l' impressione dell' angoscia vi fa emettere le interjezioni ah! oh! uh!… quando bene ho riferito queste importantissime cose, io devo fermarmi.

Lascio ad altri procedere e spiegare il complicato meccanismo, pel quale gli uomini favellano, svolto, o disegnato dal grande lavoro di Marzolo.

Mi limiterò piuttosto a riportare come per taluno l' opera di lui non solo sia incompiuta, ma come da quel pensiero dove così mirabilmente s' intrea. non venga poi a trovarsi in un solo concetto, e, non corrispondendo così alla sua primitiva definizione, non diventi « lo strumento più delicato ed insieme più potente d' analisi, per isvelare quanto è di pertinenza dell' uomo medesimo, sia nella soggettività, che nei contatti colla oggettività, tanto nello spazio che nel tempo, così nell' individuo come nelle grandi aggregazioni politiche e sociali, che si addimandano regni, imperi e republiche ».

Sarebbe per me fuor di luogo sentenziare recisa che quella colossale opera, ammiranda nella ricerca delle sue particolarità, in vece d' essere l' adentellato di tutte le altre scienze, e quasi dello scibile, manchi poi della sintesi e di quella connessione potente in cui s' incarna un concetto, non rifiutato da nessuno, e che tutti quei preziosi elementi siano là quali aride ossa, aspettando il soffio divino a vivificarle.

Aggiungerò anche ritenersi da tal altro ingiusto e superbo chiedere ad una opera gigantesca, tuttora nei principî, la sua ultima parola, ed indizio del vecchio difetto degl' Italiani di disprezzare i proprî grandi, e servilmente onorare i forestieri, e non tacerò, per dir tutto, che v' è chi le toglie ogni merito, chiama erronee le sue scoperte, e copiate dai Tedeschi.

L' opera del Marzolo d' un interesse così ampio, anzi mondiale, avrebbe dovuto in vero levar rumore quanto le grandi scoperte. In vece il dottor Ceccarel, suo biografo ed apologista sincero e pien di dottrina, è costretto a constatare il contrario. (Della vita e degli scritti di Paolo Marzolo) conchiudendo in questa singolare maniera a pagina 310 nel capitolo XVII « persuadiamoci: le idee religiose, politiche e sociali impressionano e commovono gli uomini molto più che i fatti chimici: ogni uomo si preoccupa di quelle, pochissimi seriamente di questi ».

Dei pochi versi di Marzolo ch' io giungo ad intendere, riferisco i seguenti tolti dall Anatome: “Se precipite il guardo alla pendice, Dileguando pei vertici canuti. Manca al confin de la cerulea valle A ber i rai dell' etere, o dal lembo Sta del Sahara a errar tra polve e stelle, Ovver del flutto dai zaffiri immensi Vegga col fiato di purissim' alba Surger urlando le arriciate spume: Rapito è il cor, e il povero pensiero Nella gara del nulla, e gl' infiniti Raccapricciando interroga il silenzio”.

In questi, come in tutto quanto scrisse Marzolo, c' è un sentire suo proprio e abbondanza di peregrini concetti, forse reconditi troppo, afferma Tommaseo; che parlando della Sofia, altro carme dello stesso autore, dice « lo stile non accurato, ma suo ». Queste parole incisive, una delle mille sentenze dettata, fin dal 1840, dal venerando, cieco d' occhi e mai d' intelletto, si riscontrano d' una esattezza critica incomparabile.

Anco l' illustre Gabriele Rosa si lagna dello stile di Marzolo, e dell' opera di lui si esprime così:

« Ad onta del grande ingegno dell' autore e del mirabile cumulo de' fatti linguistici, che ha raccolto ed ordinato, noi dubitiamo che possa svelare tutt' i viluppi della storia delle lingue, perchè le occasioni delle loro composizioni, alterazioni e fusioni, sono molteplici quanto i fatti ed i pensieri di tutti gli uomini, che le hanno parlate. Nondimeno crediamo che ne rivelerà grandi e vivide verità, e ne porrà sulle tracce di leggi generali, che agevoleranno assai gli studî posteriori. La novità di queste ricerche e la copia confusa di materiali, fecero da prima ingombro alla mente del Marzolo, il quale nella prefazione s' avvolge ancora in un linguaggio faticoso che lo impastoja, mostrando che non aveva spiccato nettamente dal grande viluppo della erudizione (talvolta lussureggiante) i grandi concetti, ed i giudizî finali ».

Ripigliando al concetto dei versi dell' Anatome pare adunque che l' annientamento di sè destasse orrore anche al poeta quando « interrogava raccapricciando i silenzî, nella gara del nulla » e il non credersi niente più d'una selce gli ripugnasse. Ma nella biografia di Marzolo, stesa dal dottor Ceccarel, trovo tante volte ripetuto l'odio pei fantasmi metafisici, per gl' idoli, un tale stupore iracondo che la gente si uccida per la Fede, e stia quieta per la scienza; ond' io mi convinco non riuscisse minimamente al grande scienziato scrivere su quel monumento, da lui con tanto ardore innalzato, segni intelligibili, di quelli che aggiungono veramente alla somma delle umane congnizioni, di quelli che il cuore intende e la ragione accetta.

Diciotto secoli fa con poche parabole, dette vocalmente alla terra, fu portata una buona novella. Quei rozzi uomini che, da un Maestro divino, l' avevano appresa, facilitarono, afferma Max Müller, la formazione dei moderni linguaggi… Forse io vado fuori dell' argomento, ma la colpa ne è l' egregio biografo di Marzolo, il quale adduce alla vigente e persistente superstizione religiosa il poco grido dell' opera di Marzolo. O che ci ha che fare un trovato della scienza colla rivelazione celeste?… Era un nuovo Vangelo, che il dottor Paolo intendeva di dare al mondo, ed è perciò, che ha presa l' epigrafe, e il concetto da Persio, di espellere le cose viete?… Riprendo: a quei rozzi uomini, che annunziavano semplicemente una buona novella, il mondo rispose con diciotto secoli di obbedienza, perchè nei veri annunziati non ci aveano astruserie scientifiche, ma la luce che l' uomo cerca sulla terra.

Possibile che questa aspirazione continua sia per nulla!… e che tutte le generazioni succedentisi, con la aspettativa d' un grande avvenire, non siano veramente spiriti, che anelano alla propria origine?… Se tutto ha uno scopo, se niente va disperso, e loro anatomici lo sanno, questa speranza, questa perpetua ricerca sarà la sola parola vuota di senso, che l' umanità si tramanda, fedelmente d' onda in onda, come un trastullo perduto nel gran mare della vita?

Perchè tante farse e corone davanti un morto?.. cosa è un morto per essi increduli?.. un po' di calce!..

Deploro insomma la filosofia di Marzolo non risulti più chiara e consolante, e non ne derivi quel sistema di continuità, che è, se così posso esprimermi, il cemento d' ogni intangibile postulato del vero.

Paolo Marzolo si ammogliò sventuratamente: non per tanto egli amava quello scettico… amava, e soffriva mormorando, homo sum… con quel che segue; contento di non aver figli… e chi gli potrebbe dar torto?.. Pure chi sa, se ne avesse avuti, se a quel suo grande intelletto egli poteva dare le nozioni della paternità, essa forse diveniva per lui fonte di sentimenti divini, perchè un vero padre è pe' suoi dolori, pel suo affetto, per l' alta coscienza della sua responsabilità, in faccia al mondo, in faccia a coloro cui diede la vita, quasi immagine di Dio, su questa misera terra!

Morì professore a Pisa l' anno 1868 semiselvaggio nel suo triste abbandono, che tanto gli coceva; ma modesto, buono, zelante volle raccomandata a Giuseppe Nervi, ed a Gaetano Pini quell' opera di sterminato sapere, che gli costava, diss' egli, quarant' anni di pene. Io non finirò questa pagina senza riportare, come Marzolo legasse ad un povero Garibaldino, di cui non sapeva più niente, nemmeno se vivesse, una somma di denaro, perchè una sua vecchia serva, molti anni prima, glielo avea raccomandato.

A tal proposito io noto essere il Marzolo stato di nobili sentimenti patriottici, quantunque non pare che neanco alla risurrezione della patria serbasse gran fede. Ceccarel dice « egli, che possedeva il segreto delle nazioni, dubitò in sul principio dell' esito della rivoluzione italiana ». Di fatto in altra splendida, enfatica scrittura, ricca di quei modi, che indicano molteplice erudizione e la pompa, vorrei dir l' ostentazione particolare agliuomini di scienza, per la quale intendono colla bellezza d' uno stile fiorito, emular le fantasie del poeta, Marzolo tocca della fatalità inesorabile, della clessidra dei popoli, e per Roma, secondo quelle teorie, pronosticava male. Ma questa volta il dotto astrologo non l' ha punto indovinata. La polvere del mistico orologio è riascesa: i ricorsi del nostro grande Vico han bene la loro attuazione, ma come dice Giusti: Nè questo è cerchio come il volgo crede, Che salga e scenda e sè in sè rigire; È turbine, che al ver sempre procede Con alte spire. Una nazione che venticinque anni fa non era, ed oggi fe' discendere à son corps dèfendant un ministro francese a Roma quale ambasciatore, mostra che gli orologi umani si ricaricano, e che l' uomo, perchè obbedisce alle leggi della gravitazione, non è una pietra.

Di Marzolo basta, ma non della sua opera. Gomirato, segretario municipale di Mira lesse nel 1870, e pubblicò una memoria, col nobile intento di promuoverne la publicazione. Qui ripigliamo la via crucis…

Fra gli ultimi di questo periodo nominerò Filippo De-Boni, nato a Feltre nel 1815, morto a Firenze nel 1867 il quale ebbe vita fortunosa, ingegno vivo, spirito ribelle; e così passionato, che non rappresentò certo in Italia quella pacata e praticissima indole, che forma il vero carattere veneto.

Poeta veramente, lo udii recitare una canzone Il venerdì santo molti anni fa in Firenze, dov' era profugo, e del suo valore rimase a me ed a tutti quelli che lo ascoltarono recitare, con intonazione maschia i suoi versi, una seria idea.

Qui in Venezia ci stette quand' era cherico, e precettore in una famiglia patrizia. Scrisse un romanzo, se io non erro, l' Eccellino. Da quanto intesi, avea sfogate nelle pagine di quel libro le sue passioni personali, forse i germi del furore democratico: mala cosa per un giovine popolano vivace mettersi in condizione d' inferiorità in grandi case. Mangia, giorno per giorno, ora per ora, in mille piccole offese all' amor proprio, tanto veleno, che basta ad inquinargli la vita. Non è a stupire se invaghisce di qualche alta contessa, la quale o si piglia amabilmente gioco di lui, per rimetterlo al posto qual cagnuolo domestico, se niente niente egli scherzi, o non la gli bada… È così che più d' uno ispido demagogo si forma negli stanzini principeschi e che si dovrebbe inferirne come, per amarsi fra di esse, le varie caste sociali devano mantenersi in una certa distanza.

Certo De-Boni confessava che le allusioni stiriche del suo libro diedero nell' occhio a tutti.

Allora in Venezia nel Gondoliere, uscì la Biografia artistica, lavoro del nostro giovine feltrino.

Ecco ciò ch' io trovo nelle mie note relativamente a quest' opera, compilata sul dizionario francese di Michaud, e con la scorta del Deschamps, del Lanzi, di Vasari, Baldinucci, Ridolfi ecc. La prefazione è significante, sobria, modesta; in essa De-Boni fa brevemente una storia dell' arte, e con abilità nasconde la miseria dell' Italia d' allora, costretta d' ammannire al publico traduzioni francesi, talchè si sente nell' autore, che tanto sostiene alta la sua umile parte di quasi traduttore, il futuros patriotta.

Redenta Italia, De-Boni, dopo una vita fortunosa, profuga divenne deputato. Ma ricordando la sua giovanile vocazione, se non i principî d' allora, si die' a comporre orazioni, e non so che altro, ch' io non volli indagare, e nemmeno conoscere.

Depongo sulla tomba di Germano Polo, morto immaturamente, or fa un anno, un fiore con una bella strofa d' una ancor più bella poesia di Anna Mander-Cecchetti: D' ogni nobile idea l' animo acceso Avevi cor gentil, mente veloce Degno infelice, e fu si grave il peso Della tua croce!..

Raccontare ciò a cui allude questa terzina sarebbe, come suol dirsi, una interessante pagina di storia contemporanea: ossia dei nostri preti, collocatí fra chi dal basso li ingiuria, li beffa e tiene retrogradi, e chi dall' alto gli stigmatizza, li castiga e lor toglie il decoro sacerdotale. Polo morì vittima di questa feroce situazione, e, io spero, della sua delicata coscienza.

Del resto chi desidera conscere il poeta legga i suoi versi (Cremona, 1863) e fra quelli la Saffica dopo Villafranca, e vedrà che nerbo di pensieri e venustà di forma, che slancio lirico e meditazione filosofica, e sopra tutto che cuor d' italiano.

Un fiore anche sulla tua sepoltura, appena coperta, o Marina Astori, da Verona, infelice donna, quanto felice poetessa, che vivesti fra costernazioni e seguito di dolori indescrivibili, disacerbandoli colle amabili rime! Dio e la musa, che soli animarono la miseria della tua solitudine fin l' ultimo giorno, t' abbiano nell' immortalità del cielo e dell' arte.

Questo terzo ed ultimo periodo m' è caro non terminar con poeti, bensì con un uomo di quelli di cui abbiamo bisogno, or che la fioritura cade dalla nostra pianta e vi si disegna il frutto.

Terminerò adunque con Giovanni Battista Zannini, il quale appunto ci viene dal paese fruttifero per eccellenza, della Provincia di Belluno.

Ho sempre guardato con particolare compiacenza alle nostre Alpi e specialmente al Cadore. Sento che a completarsi la nostra terra deve riunire in sè i due elementi, alpestre e marino; soli non possono nulla, ed è perciò che si cercano. Il sogno del montanaro è la pianura: questa sempre ritrae dal montanaro l' ajuto.

Quelle regioni severe, piene d' abissi al piede, e da cui si slanciano e campeggiano fra gli scintillanti cobalti aerei, le vette dalle nevi immacolate; quei terreni, tutti selce, danno alberi preziosi pel legno o per le frutta: di là ci vengono pittori e massaî, poeti e industriali, uomini tenaci ai sentimenti ed alla fatica i quali, allorchè discendono in galosce, intirizziti, soffiando allegramente nelle mani, sono in vena di conquistar mezzo mondo… E se al ritorno, nello specchiarsi alla fontana del loro villaggio, si trovino canuti e curvi, ei si consoleranno bensì per ciò che fecer fortuna, ma non sapran mai quanto bene portarono al paese, dove han lasciato il fiore della vita, l' esempio di alacrità, gl' istinti di pace, rari balsami fra la corruzione dei grandi centri.

È per tale deferenza a quelle popolazioni così attive ch' io, quantunque di soggetti serî non possa occuparmi, fermo un po' la penna sul libro del cav. Giovanni Zannini, l' Ottimo Comune; il quale contiene verità preziose e richieste dall' urgenza dei nostri casi.

Prima parlerò dell' uomo, quindi dell' opera.

Giovanni Zannini nacque da eletta famiglia in Canale d' Agordo nel 1790: fe' pratica presso Biagi, luminare del foro veneto: sposò una Tissi, e l' amò tutta la vita, viaggiando con lei e non recandole altro dolore mai che quello di lasciarla per sempre nel 1866.

Fatto per gli studî economici e pei politici, pure da giovane pagò il suo tributo a Melpomene, e, scegliendo un tema rimproverato dalla Gazzetta Piemontese d' allora, e che a me par bellissimo, degno d' uno spirito tragico, inspirato ai maestosi orrori della sua valle, scrisse l' Ugolino.

Quindi i Principî di filosofia politica; libro di cui il vescovo Renier dice queste parole:

« Lodo il coraggio di chi osa gettar la luce della verità fra le tenebre degli errori e degli abusi: chi semina il bene può sperare quando che sia qualche frutto. Ciò che mi dava, leggendo, una grande consolazione, era la dottrina religiosa e il sentimento cattolico, incontrato quasi ad ogni pagina di quei nobili scritti, o dirò meglio posti a fondamento del principale suo concetto. In un dotto, in un uomo di legge, in uno studioso di scienza politica ed economica, in mezzo a tanto pervertimento di principî, quella dottrina pura ad un prete e ad un vescovo tornano d' indicibil conforto ».

Quindi il Piano di ristorazione economica nelle provincie venete, che si ebbe pure un intelligente encomiatore nel conte Pier Luigi Bembo.

Fedele alla nobile attitudine de' suoi conterranei, che sempre hanno il cuore all' educazione, come lo ha quell' instancabile J˙ Facen, così operoso ed intelligente nel bene, il Zannini di pedagogia molto si occupò, e scrisse di educazione, anzi fu collaboratore dell' unico giornale educativo del Veneto prima del 1866, L' Istitutore, redatto dall' ottimo ed operoso mio zio Giovanni Codemo: se non collaborò sostenne anche il Giornale del simpatico Pezzi, il Pensiero.

L' ultimo articolo, gemma, come lo chiama Selvatico, e canto del cigno, fu per un nuovo tempio della città di Lonigo, ideato da un di quei valenti, che continuano la fama di Japelli, il nostro esimio architetto feltrese Giuseppe Segusini, morto da poco con grande compianto e onoranza.

Ma il lavoro su cui deve fermarsi l' attenzione del publico e servirà di suggello al nome di Zannini è il lavoro postumo, di cui fin da principio ho toccato. Dell' Ottimo Comune, accennerò solo quel tanto che, senza mancare alla dovuta riservatezza e umiltà nel mio caso, posso affermare. Che l' Ottimo Comune è l' opera, la quale risponde veramente ai nostri tempi, e ai nostri bisogni, e porterebbe forse la sospirata palingenesi alla patria nostra.

Che il Comune sia indipendente, ecco l' idea di Zannini a cui io, per istinto, per convinzione, fo plauso.

Il Commune che preesiste allo Stato, e gli succede, è simile al cuore nell' umano organismo, primo a vivere, ultimo a morire, e quindi della stessa importanza.

Inoltre una pietra è forte, ma un ben connesso mosaico è più forte: sè ci cade sopra un corpo, spezza tre pietre o quattro: mentre, con un sol colpo, si rovina la pietra tutta d' un pezzo.

Ma è mestieri che il Comune sia ben formato, con buoni elementi, e che non lo vilipendano tanto, io sento a dire, mentre in vece qualunque è in seggio vien mal trattato, osteggiato… E cosa rispondere? coraggio e pazienza!…

Per vedere la squisita logica e schietta dello Zannini basta leggere queste righe del proemio, nette e precise come un articolo del Times.

« Nè sarebbe credibile, se non fosse vero, che tanti publicisti abbiano nei loro studî curata sì poco quest' istituzione del Comune, nella cui cerchia nasciamo tutti, e riceviamo quelle prime impressioni, che più non si cancellano dagli animi nostri: nasciamo tutti e riceviamo quella educazione, che ci farà grandi od abbietti nella vita sociale, cioè cittadini degni d' un libero stato o greggia pronta all' usufrutto dei despoti. Perlochè ci si fa manifesto, che in quell' Urna, che diciamo famiglia e comune, stanno le sorti dei popoli. Tutte le storie ce lo dimostrano: poichè, se vorremo percorrerle sotto questo rispetto, vedremo che l' assolutismo de' Governi fu tanto più vasto e profondo, quanto più fu ristretta la vita lasciata a' Comuni. E la dimostrazione massima l' abbiamo fra' Turchi dove non esiste il Comune ».

Il solo appunto che potrebbesi fare all Ottimo Comune, anco senza leggerlo e conoscerlo tutto, consiste in ciò, ch' è uscito troppo presto; Zannini l' avrebbe egli scritto così, assistendo co' suoi proprî occhi all' esercizio della libertà?.. Il nautico sapiente, che insegna dal lido, può mai esser paragonato per la pratica al marinaro, che naviga in pieno oceano?

Anco di agricoltura si compiacque molto Zannini, e se ne occupò: operoso in tutto e sempre: di quegli uomini là ce ne vorrebbe una colonia nella campagna romana; che benedizione ci porterebbero! Tacerò delle illustri amicizie di Zannini, dei versi che inspirò la sua cortesia, la sua valentìa, la sua immagine. Quante imprese incoraggiò e quanto bene fece! Ma, lieta di segnare questa simpatica figura patriarcale, che ha in sè, per gli scritti, la pacatezza, la forza della giustizia colla mansuetudine della vera bontà, io pongo fine al terzo quadro e a tutta questa rapida, e pur troppo incompiuta, rivista delle glorie venete in questo secolo.

È possibile che, malgrado il buon volere, mi sfuggisse qualche nome e commettessi qualche errore. Prego di avvertirmene quelli, che se ne accorgono, perchè è un genere di lavori a cui il concorso d' intelligenti correttori può solo dar l' ultima mano, o renderli meno imperfetti.

Quanto al riassumere io lo farò in breve; affermando cioè essere da quest' angolo di dolori, uscito un tal contingente maraviglioso alla patria indipendenza, da servire di modello alla generazione presente e alle future.

Cominciando da Manin, il suo martire, da Tommaseo il legislatore, da Aleardi che ne fu il Tirteo, come già prima Berchet, quando la rivoluzione si chiamava giovane Italia.

Con ciò non intendo che deva la poesia d' Aleardi servire d' esempio, chè anzi m' incombe l' obbligo di asserire il contrario, dicendo che perduto è chi lo studia, povero chi lo imita, ma guai a chi non lo sente, dacchè egli ha temprate le frecce del suo arco in un sentimento così magnanimo, che compra e in certo modo avvalora i difetti!

Poi vedete, anco prescindendo dal moto di risorgimento nazionale, vedete quante illustrazioni, nelle scienze e nelle arti!

Nelle quali valenti campioni diede la scultura coi Zandomeneghi, padre e figlio, in Dalla Torre di Verona, morto lasciando nella sola sua statua, l' Orgia, un capo d' opera. Ora ci dà in Luigi Ferrari il Tenerani veneto, in Borro un genio non sempre corretto, ma vivo, in Minisini lo scultor delle grazie, e intorno a questi una schiera di giovani, che promette seguire validamente le loro nobili orme.

Troppi sono i pittori per nominare i primi, e non è adesso concentrata splendidamente sopra alcuni la fama, sebbene l' arte sia da allora, presso di noi migliorata.

Classica, barocca un' trent' anni fa, essa ha prodotti risultati efficaci. Le formidabili tele di Michelangelo Grigoletti, dove, più che ritrar Tiziano, ne emulava, in colossali proporzioni, il grande carattere epico sacro, viaggiavano fuori d' Italia, portandovi un riflesso dell' antico splendore di questa scuola. Le donne di Natale Schiavoni, segnate appena, con mirabili tocchi, e per la trasparenza singolare delle carni, vive e sfumate come le incisioni del nostro Boscolo, andavano pei due mondi. Lipparini riprodusse i cento episodî della guerra greca in quadri di cui il publico non vedeva i difetti; tanto ammaliavano col brio del colore, e con un certo prestigio di decorazione invidiabile.

Poi, per opera di quel potente ingegno che con l' irresistibile seduzione dello stile trasporta sè stesso ed altrui, Pietro Selvatico, venne il purismo, e in esso cominciava taluno degli allievi della Accademia a segnare belle orme, quando un nuovo metodo, il realismo, alterò quelle mosse, mettendo un po' d' incertezza nelle nostre scuole.

Con tutto ciò la pittura di genere è in fiore, la marina ed il paesaggio non meno: nella pittura storica, che è tanto importante in una terra libera, v' è ora più d' un valente; e s' io ne taccio i nomi è perchè so ch' essi li sapranno scrivere nelle loro tele, ben altrimenti ch' io non lo faccia in queste povere pagine: soltanto, per un gentile privilegio, da tutti spero consentito, mi fo lecito ricordare come la prima pittrice di stile religioso in Italia sia la Rosa Bortolan, da Treviso, educata al sentimento ed al soavissimo pennelleggiare di Felice Schiavoni: e come il premio conseguisse l' anno scorso alla esposizione dei lavori femminili in Firenze, Leopoldina Zanetti-Borzino, nipote a Daniele Manin, pel suo bellissimo quadro, una chiesa in Brianza.

Così pure la prima che descrivesse patriotticamente i fatti domestici contemporanei, è una veneta; la quale già fino da oltre vent' anni, passeggiando romita, fra le praterie del suo Friuli, al suono dei torrenti nativi, e alle porpore di sublimi tramonti, nella pace insomma e nella poesia maestosa di quei luoghi, raccolse ispirazioni nuove e le tradusse in tanti bei racconti, senza forse immaginare, nella schietta semplicità del suo grande animo, che sarebbero divenuti famosi, e porterebbero un efficace ajuto all' alta impresa del risorgimento italiano.

E a questo la cara donna mirava, l' educazione delle famiglie più ancora che quella primitiva dei figli, la quale è tanto gelosa, che un libro di orazioni può non esserle adatto. E ben fece, e raggiunse lo scopo, dacchè a richiamar l' attenzione, a destar l' interesse sopra provincie poco note, o tenute poco meno che estranee, facea d' uopo quell' adorabile naturalezza, quello stile paesano, assai più d' una Ferrucci o di una Guacci, una Caterina Percoto; così che una novella sua fece tanto bene, e scaldò tanti cuori quanto un improvviso della musa d' Italia, Giannina Milli.

Non dovendo parlare dei vivi, ruppi la consegna, ma chi vorrà farmene appunto?..

Ben è vero che sarei adesso in obbligo di riferire la voce comune, a cui più d' una volta fece eco un egregio publicista e novelliere, Enrico Castelnuovo, il quale di poesie se n' intende; e ne fa di bellissime, e tiene fra le prime poetesse d' Italia una Erminia Fuà-Fusinato.

Ma io vedo accanto a me, cinta dei patrî ciclamini, freschi quanto i suoi versi, un' altra musa per nome Anna Mander-Cecchetti: eppoi una Eugenia Pavia-Fortis, che il ben temprato verso ereditò dall' inclito Carrer; e poi una Francesca Zambusi-Dal Lago, che sull' Adige continua la virtù e la gloria materna. Insomma le son tante!… che io lasciando al futuro il delicato giudizio, penso di far sì che, strette per mano, in un alle altre muse sorelle d' Italia, compongano il bel coro, e mantengano il sacro fuoco, non per la loro vanità, ma per l' onore della patria, di cui devono, secondo le istituzioni aborigene, costituirsi i genî custodi.

Tali esse furono veramente, anco allorquando la loro voce dava, secondo dice il poeta, suoní tremendi. Ora non resta ad esse che tutelar la soglia della casa, guardarla da estranie arpie, guardar sè medesime dalla soverchia bontà, che offusca il discernere, solo difetto possibile agli angeli.

È così che acquisteranno quell' importanza che alla poesia va scemando, e ai fiori daranno il valore dei frutti.

Serie cose in fatti domanda quella, che il nobile poeta Angeloni, già presagendo i tempi, chiamava anni sono: « Bella musa civil del secol nostro »; dacchè gli sfoghi d' intima poesia delicata, che tanto commossero nel periodo precedente gli animi, lungi dal trovar eco appassionato in mille cuori, dovrebbero forse esalare, non avvertito, il soave profumo.

Una espressione viva, palpitante, urgente della letteratura inglese è quella parlamentare. I discorsi senza fronzoli, semplici come il reso conto del fattore, con cui un deputato fa cadere un bill, ne fa adottare un altro, ecco le pagine severe di essa.

Un giorno nel Regents Park di Londra, vedendo io una frotta di bimbi saltellarvi allegri, osservai ad una dama inglese, ch' eran bene impiegati quei grandi spazî, apparentemente inutili, frapposti nello sterminato oceano di case e di contrade.

La dama mi rispose: non si voleva in principio accettare alla Camera l' idea di quei parchi. Un oratore tenne un discorso in cui riassumeva, essere i Parchi i polmoni di Londra, appunto pel gran saltare che vi fanno le generazioni crescenti. Questa frase detta in un paese, che patisce precisamente di polmoni, riportò la vittoria.

Quando Paolo Fambri perorava in parlamento pei lavori del nostro arsenale, proclamò: che noi meritavamo grandi riguardi per la nostra condotta esemplare in mezzo alle più fiere traversìe: ricordò l' edificante sforzo dei carnevali funerei dal 48 al 66, e finì dicendo che non accettammo l' aquedotto per la supponibile, quanto amara, ipotesi di doverci chiudere, a schermo d' invasioni nemiche. — A questa gente voi ci offrite acqua, ed essi la ricusano, per non morire di sete, — esclamò egli.

Questo discorso fe' impressione, e in vero gli è bello. Fatto con quella tavolozza pittoresca, sempre che ci lasci ormai stare il cinabro, e con quello stile nativo, bagnato in Arno, e ora, il che è meglio, in Tevere, riuscire a una tal conclusione, fu riassumer, seriamente faceto, l' assedio del 48, l' arsione e l' incertezza del 66; in una parola gli anni d' angoscia della nostra storia.

Quando la imponente persona di Tecchio senatore e presidente, dovette aprire la Corte d' Assise, la voce popolare, commossa, esclamò — bravo el vecio! — Tanto era stato il fascino di quella prolusione, che il publico dimenticava (sia detto di volo) come s' iniziasse una procedura non migliore della precedente, adatta appena a un piccolo popolo, e così mal combinata nelle relazioni fra conjugati, così improvvida per la vedova troppo libera, e tirannica per la moglie poco men che pupilla, così difettosa insomma, che urta i sentimenti di delicatezza e d'onore.

Io intendo che coloro i quali trattano la cosa publica, ottengono, l' attenzione data altra volta al Petrarca, all' Ariosto: e che gli è un mondo caduto come presso a poco è già dileguato quello della Fenice. In vano si vuole rialzarla. La fata, che abitava, sotto le spoglie delle gran dame veneziane, quelle splendide sale, dove Bellini, Mercadante, Verdi, Rossini crearano le loro sublimi armonie, e l' infelice nostro giovine Ferrari il suo Candiano IV, è scomparsa. Nemmen più la farebbe ricomparire la bacchetta del nostro mago coreografo, Antonio Rota, il quale risolleverebbe forse i suoi battaglioni danzanti, ma non quello spirito, perchè non è più.

Ciò vediamo accadere sotto i nostri occhi di anno in anno, di giorno in giorno, ma potremo consolarcene in altra maniera. Abbiam cori di fanciulle e legioni di giovinetti ginnastici, e campi di volontarî e molti altri spettacoli a cui ci è dato assistere senza dispendiare, senza coricarci a metà della notte, levarci tardi, portando via da un' atmosfera satura di gaz e di maldicenza tutto quello, che non va a chi vuol diventare qualcosa, a chi vuol torsi la fama d' ignavo, liberarsi dalla servitù straniera nel commercio, nell' industria nelle arti, nella moda e nel pensiero.

Mentre la terra ferma si arricchisce nell' industria, cos' ha da far la città, che moralmente ancora ci domina?

Essa deve volgersi al mare, all' antico suo sposoal primo padre della vita: e di là ispirarsi nelle azioni, nelle creazioni della fantasia, nei lavori artistici, nei metodi dell' insegnamento, e direi quasi nei discorsi famigliari.

Le Zattere, quel bel canale largo, quanto il reale Tamigi, dove al tempo della Giustina Renier-Michel la fitta dei bastimenti non lasciava passare una gondola, fu per gran tempo vuoto… ahimè era un deserto da per tutto! ma ora i deserti cominciano a popolarsi di bastimenti e di vapori.

Diamogli il ben venuto a quei legni… Già un principe, il solo che nominiamo senza amarezza, e che alla sua morte fece vedere d' esser nato alle grandi cose, ha, proseguendo assiduo l' opera cominciata da De-Grandis, Paleocapa ed altri valenti idraulici, sgomberate le vie dei nostri canali. Là dove pescavano appena navi disarmate e di mediocre immersione, fin dal tempo della Republica e di Napoleone I, entrarono nel 1858, governante Massimiliano d' Austria, e si ancorarono fieramente davanti alla sua reggia d' un giorno, vascelli della maggior portata.

Speriamo che non s' arrestino in via, e ci è buonissima arra in tale lusinga, il canale aperto a Suez, di cui un' altra gloria nostra, Valentino Pasini, profetava un venticinque anni fa l' importante avverarsi. Ci è arra l' aumentato tonnellaggio, il Lido fiorente.

Noi, colla lunga vista della speranza, precorrendo il tempo, contempliamo, spinte dai potenti zeffiri del Levante, riprender gagliardamente l' abrivo, fendere svelte il bell' indaco d' oro del nostro arcipelago, navi di tutte le nazioni. Ridarsi l' appuntamento a queste rive famose, sonare auspici alle rinnovate nozze nel secolo, l' inno della risurrezione e del gaudio sulla morta gora delle nostre lagune.

E se il vaticinio non è troppo superbo, Dio sa a quali destini noi siamo chiamati. Forse che la quarta civiltà saluta le nostre costiere, per riportarla alle sue prime origini, alla madre Grecia, all' Oriente, forse che con ciò diminuisca il predominio delle stirpi anglo-sassoni, e con esso la preponderanza della forza materiale, la sconsolata filosofia del no, e si vivifichi e rigurgiti un nuovo torrente di luce dalla prima culla del mondo.

Per incuorar quelle amiche bandiere, a noi spetta il mover loro incontro, non contentarci del commercio di transito, ma stenderne le reti al di fuori, ripigliar l' antica importanza, volgere in bene il mortificante ajuto d' una compagnia straniera, la quale ci serva a tornare a quell' ardita iniziativa, per cui, prime, le nostre provincie ran nodarono fino dal 1866 la navigazione coll' Egitto.

Bisogna avvezzarci a far tutto da noi e la stampa ha obbligo d' inculcarlo, e per ciò si vuol che sia libera, liberissima; essa non lo è punto; libera da sè medesima, dalle preoccupazioni di partito, dai riguardi particolari e dalla frivolezza. Frivolezza, voluta pur troppo dalla necessità in cui si trova il giornale di farsi reporter persino delle vesti e degli addobbi d' un ballo. Ma se al frivolo mescolerà sentimenti cittadini, avrà raggiunto il suo scopo, e sarà degno del suo ufficio.

Similmente alla letteratura parlamentare ed al teatro, i giornali son dunque nel campo militante, attivi, potenti più d' ogni altra arma. Ecco il bisogno d' esser popolari, appunto per illuminare, per istruire il popolo sì delle città che delle campagne: emanciparlo da' suoi errori, dalla sua zotichezza, senza versargli nell' anima col freddo tossico dello scherno, l' odio d' ogni autorità e d' ogni osservanza: ma, a tale scopo, coloro che possedono quel potente strumento di educazione, devono amarlo veramente il popolo: viver della sua vita, conoscerlo, dargli coraggio, buon esempio, non cercarlo fra i circoli demagogici o nelle veglie principesche.

I libri son belli e buoni, ma le opere vive di carità e di abnegazione valgono cento in folio. « E coi libri non si formano gli uomini » è detto in uno dei più bei lavori educativi, che uscissero da pochi anni nel Veneto e in Italia, le Professioni dell' abate Cestari.

Importanti studî economici e statistici videro anche la luce in breve giro di tempo a Venezia, e tanto ottennero plauso, che non credo di dovere altro che augurar lena agli arditi e persistenti spiriti, i quali così provvidamente iniziarono un genere di opere, che sempre più concorrerà a materialmente e moralmente redimerci.

Bisogna, sento aggiungere, che la stampa emancipi la donna.

Io dico invece: bisogna che la educhi, perchè emancipata lo è già, perchè si emanciperà maggiormente e quanto più presto glielo permetteranno coloro, che male agitando una volgare bandiera, spaventano la donna dabbene, disgustano l' uomo, accrescendo in esso la ripugnanza, ch' ei prova per istinto ai nuovi sistemi. Dai quali sistemi sente certo insidiata la sua felicità e forse la sua vita, perchè, toltagli la compagna non ha più nè famiglia, nè patria, nè avvenire …

Ma appunto perchè o lentamente o con rapidità il cambiamento deve avvenire, bisogna educarla fortemente, e ad ogni scrittore corre l' obbligo di temprarle armi adamantine, crescerla alla virtù e al dovere.

Coloro che, pochi fra noi grazie al cielo, escono o apertamente scandalosi o con frasi semi-oneste in libri e giornali e scemano la sorgente di pietà e di docilità nel cuore della donna, ora ch' essa ha duopo di tutta la sodezza dei più santi principî, gettata com' è sola, senza protezione in mezzo alle ree correnti del mondo, non hanno nessuna esperienza: essi non sanno le terribili contingenze della vita, malaccorti o perversi, sarebbero forse i primi a calpestarla e ad abbominarla caduta. Sicchè io esclamerò con Pindemonti: più tristi dell' assassino, che lascia sulla strada un cadavere, essi rendono la donna assai probabilmente colpevole e senza nessun dubbio orribilmente infelice.

E d' una tale infelicità a cui essa medesima non vorrebbe più rinunziare, tuttochè maledicendola, tanto è pericoloso sviluppare sensi di ribellione e d' orgoglio in un' ente fino ad ora tenuto inferiore.

Adesso uscivano i moderni materialisti con grande sfoggio di sentimentalità c di lirismo, chiamando la donna un angelo. Vedrebbero, al caso, che angelo ci preparano le loro dottrine. Non figlie, nè madri, nè spose, ma cuori di tigri, peggiori d' ogni mala femmina, perchè neanche umili e ingenue.

Da simili danni ci rassicura la mite indole delle nostre giovani, e la generosità insita nell' animo degli Italiani, liberali nei costumi domestici più di qualunque popolo civile e sedicente emancipatore degli altri.

Educarla dunque ad aquistarsi un pane, e ad essere responsabile delle sue azioni, inculcandole in tutti i modi, dalla scena, dal pergamo, dalle pagine dei libri, e delle più oscure effemeridi, quella virtù che nobilita il sagrifizio, e rende cara una inevitabile fatica, sarà ottima cosa… Ma che per elevarla agli uffizî civili non le isteriliscano il cuore, non le scemino i sensi di religione, non la ingannino con promesse di felicità che nessuno, nemmanco Dio, potrebbe tenere; perchè la sieda in parlamento, non le disturbino la quiete della casa; pel regno della terra non le tolgano il cielo!

Fa pena veramente vedere come la gioventù accetti, in questo e in altri temi, ogni nuova teoria pur che sia trista, pur che distrugga, pur che neghi… Per agglomerare quattro periodi, per arrampicarsi sui trampoli della rettorica, sgomentare le anime, seminare il dubbio, togliere il rispetto alle oneste credenze … che puerilità, che demenza, e che pena perduta! In un mar di scrittori giovani c' è appena chi li legge, l' ingegno è oramai tanto diffuso che niente leva grido e fa colpo.

Rara, e non si acquista collo studio, è la potenza del genio, che supera ogni difficoltà, irradia, quasi ignara di sè, le proprie opere e vi dà quel soffio ispirato che affascina e conquide. Fior doloroso, attinge alle prime origini della vita la sua forza; ogni secolo appena si gloria di un genio, ed è tale che le madri devono piangere nello scoprirne il recondito segno sulla fronte de' loro figliuoli.

In ogni modo pei grandi, pei mediocri aridi sono i frutti della vanità, e lasciano la bocca amara, talchè, ad un certo punto della vita letteraria, ogni onesta persona ne ritrarrebbe il piede, se a mantenerlo, e a spingerlo innanzi non avesse uno scopo onesto.

Qui da noi lo scopo è chiaro ed urgente, e s' impone di per sè a qualunque sia degno di sentirlo: questo scopo è anche particolarmente efficace.

Tutti non possono essere giovani, felici, amanti ed amati. Ognuno può essere cittadino d' una grande nazione, far del proprio cuore, chiuso a ogni altro affetto, il nobile focolare, che gli crea una famiglia se non l' ha, che lo riattacca con vincoli di sangue e di azione alla umanità e alla creatrice Provvidenza con essa.

Sostenere il decoro della nazione, e subito dopo quello della provincia, senza tema che il predominio delle singole parti nuoca all' Italia, poichè è da membra robuste, che si costituiscono le forti republiche, ecco una bella missione.

Con ciò, tornando al mio primo proposito, affermo che basta volere; qui c' è tutto: perchè se la provincia dà notevoli opificî in Friuli, e nella Vicentina; una reggia ed un padre d' operai a Schio, a Conegliano un' industria enologica progrediente e fortunata, in Verona e nel Litorale magnifici risultati nelle bonificazioni dei terreni, preziosi all' igiene e alla prosperità; nella piccola Rovigo una tipografia d' una tale eleganza, e nel suo capo Luigi Minelli un tal nestore dei tipografi, che par si inspiri alla insuperabile grazia, nella decorazione e nei fregi, del suo concittadino Prosdocimi, per emulare i più bei prodotti dell' arte parigina, se ci dà insomma paesi animati dal più bel desiderio di mettersi al livello dei migliori, qui in Venezia c' è una miniera inesauribile, sotto ogni riguardo.

Qui c' è Accademie di belle arti, fonderie, stabilimenti di musaico e di aggemina. I merletti, le ceramiche, gli specchi si riattiveranno, io confido, se non cadano a vuoto gl' impulsi dell' operoso scrittore Alberto Errera. Qui dove l' ultimo doge Manin aperse un mirabile istituto agli artieri ed ai sordomuti, qui la singolare previdenza d' un patrizio di vaglia, il conte Querini-Stampalia, lasciò una Fondazione, che, incorando i giovani artisti, irradierà perenne collo splendore dell' arte patria, in pietosa ed alta maniera il suo nome. Qui c' è una scuola superiore di commercio, unica in Europa: notevole è la scuola normale femminile e l' annesso collegio. L' Asilo di san Marziale presieduto dalla valente ispettrice Laura Goretti-Veruda, è oramai un asilo modello, e diede, colla avveduta riforma, esempio a Milano e, spero, a ben altre città d' Italia. Qui nominando solo il manicomio di S˙ Clemente, diretto dal cav. Cesare Vigna, che lo rese celebre, fra i primi del continente Europeo, v' hanno altri istituti, orfanotrofi di vecchio impianto ma di tale ricchezza che basta un incalmo a farli rivivere, a improntarci l' indirizzo voluto dalla progrediente civiltà.

Al qual proposito osservo, senza punto deviare, poichè gli è tutt' un discorso, essere le nostre popolane addestrate alle professioni come in verun paese del mondo. Senza contare le tabacchine, le cucitrici di vele, son le donne a lavorar di conterie; esse a preparare gli ornamenti di cui l' Etiope, abbellendo la propria casa ad ogni funerale, onorerà i cari perduti. In Chioggia e lungo i litorali le sono anco barcarole, fanno la regata, o cosa volete di più?…

Vorrei ben io che in terraferma s' istituisce un luogo di educazione amministrativa, con un podere annesso: un bel poderetto-modello, come ce ne ha fra gli altri uno nella trevisana: e che da questa casa e podere uscissero agricoltori, fattori e soprattutto ortolane e fattoresse.

Perchè se Guerrazzi esclama « fuori all' aria aperta, alla luce del sole » anch' io soggiungo: via un po' dall' l afa delle metropoli, fuori in campagna, ma non a scialo di briose villeggiature, fuori per crearvi professioni all' uomo e alla donna. Oh bella idea sorridente!.. la fanciulla e i fiori, la donna e la gleba dorata, la bellezza eterna della gioventù e quella dell' etere!

Sarebbe questa un' altra cara novità, che inizierebbe il nostro paese in Italia: e in verità per torlo alla sua abbiezione non ci vuole di meno che un potente impulso, e che ognuno de' suoi figli dica a sè stesso quello che Seyès disse in Francia del terzo stato:

— Che cosa è il Veneto in Italia?

— Niente

— Che cosa deve diventare?

— Tutto.

Tutto per la sapienza, per l' esempio, per la sua gloria e per la sua miseria, per quello che fu e per quello che può tornare.

Di qua non è partita una sola stolta utopia, qua non scioperi, nè scandali: qua la maggioranza fedele al Governo, che legittimamente ha scelto, ama, senza servilità, il suo capo e lo tiene per quello ch' è: più liberale di qualunque presidente di republica, che assicura il vantaggio d' una monarchia autoritaria, allontanando gli sconci d' un trono elettivo.

Conviene dunque a chi scrive reggere il paese alla bella meta. Colla serietà di chi sente la propria importanza, legislatori della pubblica opinione, riflettendo che la più grande forza sociale non è la ricchezza, ma il carattere, devono proseguir l' opera iniziata colla riscossa.

Potrebbe darsi che l' impresa riuscisse quind' innanzi ardua e ben altrimenti difficile della prima; che queste popolazioni, dimentiche di ciò che soffersero, dessero retta a quelle poche anime inquiete, che han sempre brutti consigli a dare, e male opere da iniziare, sì che non regnasse fra noi la proverbiale serenità e stabilità in tutta la sua pienezza.

È in quel caso veramente che conosceremmo il dolore! Dianzi seminavamo odio per raccogliere amore; stendevamo le braccia a combattere, per ritornarle al seno, e stringerci tutti fratelli: invece avverrebbe a noi di seminare affetto e raccogliere infamia, dar la vita per avere, se non altro moralmente, la morte.

Allora toccherà ai letterati ispirarsi non più come quelli del passato alla speranza; essi dovranno invocare la divina Memoria; alle generazioni tranquille, rispettate in casa loro, sicure, fiorenti dire come ciò sia avvenuto: con quali altalene di mezzo secolo: con quali miserande vicissitudini. Come fu per noi lieto annunzio, sublime aspettativa l' assalto delle povere città e fortezze: dipingere a colori vivi la dilapidazione legale, i sonni interrotti dagli arresti violenti, i processi, le guerre: i campi aperti ai morti, e le case al dissidio; e come tutto questo fosse ancora nulla in confronto all' orribile sentimento, che lacerava i nostri cuori.

Il che operando con prudenza e costanza ben ne ridonderà io lo confido.

Quando la voce de' suoi poeti, de' suoi artisti, dei suoi cittadini, de' suoi politici parla e consuona in coro di eletti sensi, è allora che una nazione si mantiene tranquilla negli anni di pace, e, nel tempo del pericolo, sa eccitarsi ad un tal entusiasmo da esser grande o morire.

Venezia nel maggio del 1872

1) N˙ D˙ Questa biografia è parte del Veneto letterario, essendo Bianchetti morto nell' anno 1872.

Il paesello d' Onigo sulla riva destra del Piave, è situato in un centro di belle vedute, fra le più notevoli, non solo della Provincia trevisana, ma di tutta Italia. Basta varcare il ponte della Corogna, pochi passi più in là della piazza, prendere a diritta quel viottolone dirupato, a fianco della strada maestra, e, giunti al termine, affacciarsi al bel panorama, per rimanerne estatici. Sotto va il Piave, ordinariamente a secco, fuor che in qualche filone, che, vagando, si disegna col suo cristallino azzurro fra le ampie ghiare. Le belle montagne, spartiacqua di quella catena, maestose dalla stretta gola del nord, vengono avanti portando sul dorso un' infinità di paeselli, poi si umiliano in colli, poi diventano costiere, e si rialzano; poi al levante muojono in pianura, che sfuma in un vapor molle, celestino, all' estremo orizzonte.

Questo è il punto classico della regione, segnato anche nelle guide, un tratto più in su all' osteria del Molinetto di Pederobba.

Ma non meno bello gli è un altro punto, e forse più nuovo e più romantico; intendo la vista dal Ponte della Corogna, a manca di chi va sulla strada maestra: la Rocca di Sant' Elena, lateralmente al cammino, accosto al sud della scena, e poi tutta quella linea dei colli Asolani, che si prolunga, divaga e si perde lontano in ondulazioni graziose. La qual Rocca di Sant' Elena è una rovina, tenuta su dalle edere, forti come alberi; sorge dalla cima d' un poggio, vestito di faggi e di aceri, che discende al basso letto dell' acqua, e forma la erta, boscosa, elegante muraglia, una delle due rive della piccola valle. L' altra riva, invece di erigersi in colle, repentinamente si taglia, si protende in pianura, popolata di abitazioni campestri, sin che trova le Alpi, e precisamente, la Monfenera.

Bisogna vedere quei siti in una bella giornata della bella stagione, e dopo la piova, quando, dal bruno della terra, si elevano gli alberi coloriti, con le loro foglie lustre quasi inverniciate: quando l' erbetta par tutta novella e, dai fianchi squarciati delle colline, si scorgono distinte le livide arenarie, color vinello, chiazzate di nero o di bistro.

Chi partì dalle Lagune e si trova in quel punto non gli par vero: si crede nella Svizzera, e, ascoltando il suono delle mandrie pascolanti pei prati, sente più dolce il fresco di quel valloncello romito, e odora con una specie di voluttà, una certa fraganza speciale a quei luoghi.

Più in giù d' Onigo e dalle falde di Montebelluna una vista simile alla famosa del Molinetto si presenta ancora più ricca; perchè abbraccia tutti quei luoghi e domina le sinuosità, che si devono varcare prima di giungervi. Insieme colla vista delle montagne grandiose e del letto, che s' è formato il fiume-torrente, spaziosa campagna, le colline sottoposte danno al quadro varietà e ricchezza di colore, non che di forme. Tutti quei dossi delle circostanti alture, pajono tende in un campo di battaglia; pajono gobbe di camelli o di dromedarî in un ampio anfiteatro; e la immobilità di forme così mostruose, non vi toglie questo significato, ben piuttosto lo accresce, come se quei giganteschi animali fantastici non aspettassero che un cenno per movere a meta sconosciuta.

Ad Onigo nacque Giuseppe Bianchetti, e non è per fare sfoggio di descrizioni, ch' io comincio i cenni biografici di questo uomo insigne, accennando della sua terra; ma piuttosto perchè la bellezza di essa è immedesimata coll' ingegno di lui e colla sua vita. Egli ne fece tema di appassionati discorsi colle persone più intime; soggetto di vivaci pitture nelle pagine de' suoi libri preferiti; ne teneva l' immagine in core, come i bozzetti appesi alle pareti dello studio, e volle esservi sepolto, fedele al loco nativo, fin dopo morte. Ivi gli fu eretta una lapide a eterna memoria.

Impossibile adunque dare un ritratto, per quanto in abbozzo di quest' uomo senza metterci un po' di fondo del paesaggio dov' egli spirò, colle prime aure, l' amore alla bellezza, alla verità ed alla bontà, e da cui s' informano tutte l' opere sue.

Ad Onigo, nacque nel luglio del 1791 Giuseppe Bianchetti; nè della sua infanzia trovo memorie degne di menzione. Studiò a Padova, si laureò in legge, e, ancora giovine, cominciò coi primi scritti a levarsi in fama, a far parlare di sè, ad essere non solo detto autore in fieri, ma notato quale spirito vivo, energico, indipendente; nemico d' ogni tirannia governativa e sociale. S' intende che le prime palme gliele diede proficuamente l' avvocatura, essendo allora in vigore la procedura orale; e Bianchetti giovane, pieno d' ardore, originale fin nella pronunzia, a cui il difetto dell' erre dava qualcosa di particolare… Bianchetti, con quell' occhio nero, eloquente, come la sua parola, deve in quegli anni, suol dire il nostro popolo, avere incantato le bisce, mentre perorava dalla dotta bigoncia. Così gli accadde quando lesse all' Ateneo di Treviso, suo primo foro letterario: e splendido, fra i più splendidi, fu l' elogio ivi recitato a Canova.

Già le relazioni da lui scritte, i discorsi accademici, piacevano assai per quello che c' era e per quello che non c' era; per l' arte con cui in tali scritture, fini e potenti, diceva tutto, cose permesse dai superiori o vietate, e gli tornava a capello quel motto « essere l' eloquenza l' arte di parlare libero, schivando la Bastiglia ». Nel 1814 dettò un discorso sui vantaggi della pubblicità nelle criminali procedure, quando si prevedeva che gli austriaci signori, appena ritornati, abolissero quella publicità. La era dunque materia palpitante. I Francesi già partiti, rappresentavano alla nostra povera Italia bastarda, la nazione vera e libera; popolari dunque: e odiosi quegli altri, i vincitori di Napoleone I, chiamati e benedetti per un giorno, nella stanchezza e nella miseria dello eterno guerreggiare. Che effetto producevano le parole di quel giovane, così energico, così sapiente, il quale, arringando, veniva a mettere in causa sè stesso, la propria eloquenza, e la passione d' avvocato, di scrittore, di italiano e di liberale!

Noi tutti ce lo immaginiamo nelle sale dei nostro Ateneo; noi lo vediamo con davanti quel manoscritto, dal quale, di tanto in tanto, distaccava gli occhi, e fulminava rapido i suoi ascoltatori, ripigliando focoso le argomentazioni pacate, diffondendosi, analizzando, deducendo, confrontando, anatomizzando, tutto in virtù di quella forza, del pensiero ch' ei nominava così spesso, con tanta enfasi, con impeto e con pronunzia tutta sua eludendo l' erre, laonde una volta udita da lui, non si poteva più ricordarla altrimenti.

Nel libro d' oro dei nostri tempi, Vincenzo De Castro, scrivendo la vita di Bianchetti, nominò primo fra i lavori di questo la Giulia Francardi; io invece ne farò cenno in seguito, e toccherò ora di volo, nei limiti a me imposti dall' arduo tema e dallo spazio, degli altri suoi libri.

Come filosofo, Bianchetti, è vero, non ha inventata una filosofia nuova. Questo i suoi avversarî tengono per difetto, ma, a chi giudica con equità, pare un pregio di più. È probabile che Bianchetti potesse creare in filosofia nuovi metodi, foss' anco strampalati, incomprensibili, ma che per un po' di tempo almeno portassero il suo nome. Egli pieno di quel buon senso, che ispira noi Italiani, e pel quale ogni stravaganza l' accettiamo dal di fuori, e non la tolleriamo in casa, stimò bene attenersi alle cose note, svilupparle, commentarle, (espositore forse unico per chiarezza, per nerbo, e splendore di argomentazione) concatenate insieme da una logica viva, prudente ed uguale.

La filosofia « dice Bianchetti, citato anche dal Federigo » la filosofia è fatta; ogni sentiero in filosofia fu corso e ricorso, e ripetutamente investigato. Chi può pretendere di trovarne un nuovo? O sopra un vecchio, chi può confidarsi di scoprire qualche cosa d' importante, che non sia stato prima veduto?… La materia dello studio pel filosofo è tutta nel pensiero, nel solo pensiero. Ora i modi del pensiero sono in numero definito; e ciascun modo ha il suo limite estremo al quale, una volta che l' uomo sia giunto, non gli è più possibile di proceder oltre di un solo passo. Volete sapere fin dove siano arrivati tutti i modi del pensiero? Vel mostreranno le storie della filosofia; perchè esse sono appunto le storie di questi modi medesimi, ecc.

« Ma se la filosofia è fatta (chiede il Federigo), se niente di nuovo resta a dire in filosofia che importa lo scrivere di filosofia? Importa molto », egli dice; e qui passa ad esporne due principali motivi, che non alleghiamo per non defraudare il lettore del piacere di leggerli nel suo medesimo libro.

In questo modo egli, invece di inventare una filosofia, ha creato un filosofo, ossia lo Scrittore italiano. Creazione passionata, nobile fra quante ha la letteratura di questa cara e, allora, povera Italia, a cui, più che le disquisizioni cattedratiche, dogmatiche di sistemi ideologici, occorreva l' incarnazione palpitante d' un uomo in un' idea, e d' un' idea in un uomo, d' un pensatore che nutrisce o a dir meglio covasse il concetto della riabilitazione nazionale, e lo attuasse nelle pagine d' un libro alto e adatto insieme alle menti dei non filosofi. Parlare a distesa dell' opera imperitura di Bianchetti mi par fuori di luogo e a mio riguardo inconveniente. Tutti sanno ch' è catechismo e non è libro, nel quale il chiaro ingegno del nostro filosofo segnò la via da seguirsi al letterato d' Italia, secondo allora si voleva, e si poteva. Oramai non tutti i canoni di quel nobilissimo trattato sarebbero possibili, e comprensibili, ma sempre ci resta un' infinità di cose vere e buone e belle e adatte ad ogni civiltà e ad ogni letteratura. Nel principio di questi racconti biografici io riportai un frammento in cui Bianchetti, parlando del letterato e con vero splendore di vesti, e con proprietà veramente tecnica di parola, designa a parte a parte il suo ufficio, definisce nell' insieme il suo scopo, e nobilita, e rischiara la sua importante missione. In quel raccogliere nel difficile cammino letterario ogni fase, così relativamente all' uomo di lettere, come al pubblico, non c' è nessuno ch' eguagli Bianchetti. Era territorio suo: ne metteva in luce ogni sconosciuto punto, segnava ogni pericolo ed ogni conforto, chiariva i dubbî, facea brillar le speranze, e in tutto i suoi giudizî, preziosi ai giovani autori, erano pieni di criterio, di equità, dedotti dalla scienza antica e pur sempre originali per la vivacità dello stile, la copia dei paragoni, la erudizione classica, ricca, potente colla quale confermava le sue convinzioni. E qui, piacendomi parlare più della persona che dei libri, aggiungerò: Bianchetti mi ammonì fin da principio, di accogliere ogni critica « ringraziando e cercando di far meglio ». Non so quanto egli, atrabiliare, sulfureo, avrebbe fatta sua, nel caso pratico, questa sentenza. So bene, che io l' ho presa sul serio; invariabilmente, in venticique anni d' arringo letterario, io risposi alle critiche nobili, come a quelle brutali, alle sapienti come alle inette « ringraziando e cercando di far meglio »; di che devo a lui gratitudine.

A voler citare altri frammenti, così dello Scrittore come dei Parlatori, delle altre sue opere, n' uscirebbe un volume. Nel discorso dell' entusiasmo egli mette questo sentimento a confronto colla passione della gloria, concludendo: «la passione per la gloria non potea formar Cesare che in Roma, e nella Roma del tempo suo: l' entusiasmo avrìa formato Socrate in tutti i tempi ed in ogni angolo della terra! »

In questa affermazione è, se non erro, un concetto sublime tutto ideale, di cui molti lampi traspirano nei libri del Bianchetti; tanto che fu interrogato se ammetteva le idee innate, è ben vero che egli rispose di no, e a chi sente ciò che espose Manzoni nel « dialogo dell' invenzione » ripugna tal negativa. Ma, ben guardando, anche lui, Bianchetti, il nostro eclettico è contrario solo in apparenza, perchè dice: non ci ha d' innato nell' uomo che la ragione e la potenza, ch' essa ha di scoprire il necessario nel contingente… » Di certo le son ardue materie anco pei forti intelletti, ma, se ben mi ricorda, ragionando con Bianchetti medesimo, si finiva per andare d' accordo. Laonde, ardisco concludere, appoggiata alla sua stessa autorità, che se innata è la potenza pensante intellettiva, intellettivo può considerarsi il suo frutto, la idea.

Del resto, Bianchetti, ha tale maniera di giudicare, franca ed energica, che può emettere un pensiero da cui si dissenta, ma non mai mediocre ed incerto.

L' argomento della donna di lettere, anco quello ei lo tratta da par suo: senza lirismi, senza smancerie, da filosofo e da uomo pratico. Ci furono in ogni secolo intelligenze superiori fra le donne; questo è un fatto, del quale l' esercizio dell' ingegno è una conseguenza immediata. Sarebbe malissimo se ciò avvenisse di frequente, come se tutti gli uomini fossero poeti, pittori, compositori di musica, od altro, invece che agricoltori, artieri, ec., ec. Tanto negli uomini come nelle donne la maggioranza invece è al di sotto della mediocrità. Se l' essere al di sopra è un male, ci pensi chi è nel caso; tanto meglio se ne trarrà un bene; in ogni modo, la società se ne giovi. Tutt' i trattati in contrario non impediscono ad una Saffo o ad una Staël di traversare alla distanza di parecchi secoli, la valle selvaggia del mondo e di lasciarvi un raggio di luce. Non vedere quel raggio, io dico, è impossibile. Disprezzarlo sarebbe sconoscenza e cinismo, dal momento che esso ci fornì elementi di sapere, di diletto, in una parola, di vita.

Meno splendido, ma in certo modo più pratico e più simpatico è l' ufficio della donna soltanto colta, la quale non è tanto istruita da dare ombra all' ingegno virile, ma abbastanza da comprenderlo, da incorarlo, da farlo conoscere; è la fata benigna, che sorride ai giovani spiriti, li ajuta, mezzo nascosta in una amabile aureola; e col solo raggio dei cari occhi è guida e consiglio. Di queste donne, Bianchetti ne nomina, e con molta compiacenza, più d' una.

Insomma tutto quanto ha relazione con lo scrivere e col farsi leggere è nelle sue monografie trattato a precisione. In quelle carte topografiche del mondo letterario non uno scoglio, non un oasi, non un punto ad altri ignorato, fu ommesso di segnare dalla paziente, illuminata, vigorosa penna di Bianchetti, e, mi giova il ripeterlo, nessuno in Italia può citare opere più di queste compiute, e belle sotto ogni riguardo, alte e rispondenti al loro scopo.

Quanto alla Giulia Francardi, io lo dirò schiettamente; non mi piace altrettanto. Forse taluno meravigliato a questa dichiarazione, griderà allo scandalo… Ei non si convien fare apologie tutte d' un pezzo dei nostri grandi, perchè le apologie nuociono ad un uomo, quanto i monumenti maggiori della sua fama. Richiamano le critiche, non ingannano alcuno, e mettono in maggior luce i difetti.

Supponendo inoltre che queste pagine cadano in mano ai giovani, io amo fermarmi un poco sulla Giulia Francardi, e trarne argomento di osservazioni utili e forse non troppo diffuse.

Bianchetti nello scrivere la Giulia Francardi obbedì ad impulsi non ignobili e sinceri. Uno di essi, imitare il suo prediletto Rousseau; l' altro fare un po' di storia del proprio cuore, se non delle proprie vicende giovanili ed amorose; ossia con un romanzo, del genere allora tanto in voga, mostrarsi al pubblico nell' atteggiamento, che più rende interessanti i giovani autori.

La Giulia Francardi, eccellente saggio di prosa, (Bianchetti poteva egli scrivere male?), benchè ricca di belle descrizioni, e, per quanto era possibile, tolte dal vero, non è un romanzo. Non ne ha il carattere, nè l' andamento, nè la forma. Ha pagine vivaci, eloquenti, ben composte. Ma non quel certo che di molle, di passionato, di insinuante, che diffuso in tutto lo stile e talvolta in qualche parola, basta a dare una tinta simpatica al quadro. La Giulia, non è insomma romantica.

Questa qualità sarà anche da riprovarsi, potrà riuscire pericolosa; ma è la prima qualità d' un romanzo. Nei Promessi Sposi, non c' è, è vero, una parola d' amore; ma il sentimento del romanticismo è sottinteso in ogni espressione. Trema come una luce discreta sotto al vaso d' alabastro, ma quietamente illumina tutto. Lucia è contadina, è apparentemente fredda, ma in quel suo « vi saluto, come state? » a Renzo, c' è più passione, che nelle lettere artifiziose della Novella Eloisa.

Dio mi liberi dal volere stabilir confronti, però non è mal pensato, diffondendomi sopra questo argomento, un paragone con quel grande capo della scuola romantica, e Giuseppe Bianchetti.

Esaminando la Giulia Francardi sotto il punto di vista personale a Bianchetti, egli certamente dovette trovare nello scriverla una grande compiacenza, ed anche destare curiorità ed interesse nel pubblico nel darla fuori. In quel Pietro protagonista, Bianchetti ha ritratto sè medesimo, tanto che, al vederlo, Tommaseo lo chiamò con quel nome: nella Giulia, chi vide una gran dama, signora d' Onigo, chi un' altra, a me prossima. Egli stesso con me ne celiava tal volta. Già di cor tenero lo era, pronto ad infiammarsi e a sentire, come ogni anima non corrotta, le attrattive della bellezza e della bontà femminile. Nel suo Esilio, ei, benchè vecchio nomina con entusiasmo da giovane la divina Mosti; nè la Bianca Rebizzo, con quel suo slancio di musa e di ispiratrice, gli lasciò men cara memoria.

Comunque sia, la Giulia rappresenta una donna da lui amata. Se poi il Bianchetti immaginasse tutto o in parte, certo è che l' interesse, destato allora dal suo libro, non si mantenne pari in appresso, ed è indubbiamente minore ora che ne parliamo. Ecco il punto su cui mi fermo.

Quando un ingegno, nella sua splendida aurora ebbe a sentire l' urto di passioni vivaci, è naturale ch' egli ceda alla tentazione di raccontarle. Com' è naturale, che il pubblico, in nome d' un sentimento volgare, quanto potente, la curiosità, incoraggi nel giovane autore la smania d' esporsi. Il giovane versa adunque in quelle pagine tutta l' anima, attinge ai suoi segreti le più care immagini; e della propria vita e della propria esperienza avvalora le creazioni dell' intelletto. Niente di più facile ancora che la cosa gli riesca benissimo, e che, essendovi generalmente più innamorati che spettatori nelle nostre platee, gli diventi complice passionato e in uno discreto il pubblico; vago di studiare chi sia quel personaggio, a chi alluda quella frase, se sia proprio nata quella scena…

Ma tanto più guadagna momentaneamente nell' atteggiarsi ad attore sentimentale, tanto più piace all' alta società a cui gl' Inglesi dicono, alta vita, e salito in voga, ne diviene il leader, tanto più presto può decadere, passata la moda, riuscendo all' ultimo indifferente ed anco antipatico a quel mondo leggero; talchè bisogna che la larvata autobiografia sia tale opera d' arte, abbia tal suggello subblime, che superi la frivolezza mondana.

Lord Byron si acconciò forse sotto le cupe gramaglie del suo Lara, e fors' anco del Corsaro, in ogni lavoro era lui. Manfredo, Giaurro, Childe-Harold. Ma l' autore, poeta di primo ordine, conosceva il mondo, sapeva come Alcibiade, giovane e seducente fece parlar Atene col tagliar la coda al suo cane, ma sapeva che l' alta vita di quella stessa Atene, avrebbe lasciato Alcibiade, autore vecchio, povero, sfiatato, martirizzare qualsiasi bestia senza badarci.

Byron ebbe, io diceva, il talento di morire giovane, combattendo pei Greci, vestito della pittoresca fustanella; di trovarsi in situazioni drammatiche, le quali poi diedero argomento a quadri e novelle. Il Lara non corse pericolo di venire in uggia, e forse, ciò non accadeva a lord Byron anco se moriva nel suo palazzo di Pycadilly o nel suo castello di Wittead; eccentrico, ma riverito signore delle lettere e dell' aristocrazia d' Inghilterra e quindi di mezzo mondo. Con questo non intendo di soffocare l' impulso dei giovani, che li porta ad esporsi al pubblico nei loro primi lavori. In uno slancio dell' anima, in un pensiero spontaneo, vi è sempre qualche cosa di nobile, e va rispettato. Intendo solo che se delle proprie impressioni possono i giovani valersi soltanto per avvalorarne pitture a cui, in faccia al pubblico, la loro vita sia estranea, ciò loro gioverà assai, si cattiveranno istessamente, anzi di più quel pubblico, torranno quel che di sguaiato, che accompagna un romanzo autobiografico, e sarà più bello il prestigio delle intime fonti a cui attingono verità d' un interesse generale, quando ei resti inviolabile segreto.

Indipendentemente dalle cose suaccennate, Bianchetti filosofo non poteva essere fisiologo; come Dumas figlio, assicurano i suoi Francesi, non può elevarsi alla ideologia, ma bisogna che si contenti d' essere fisiologo. Bianchetti, andava bensì nel mondo, ma, anzichè un mondano, era un letterato. L' osservazione viva, diretta, lo studio dei costumi, non poteva riuscirgli come a coloro che vivono in pieno oceano sociale, e le formule della esistenza non poteva maneggiarle come quelle della astrazione.

Forse anche riguardo la lingua Bianchetti, nella eterna controversia, speriamo, risoluta, non ebbe idee chiare e precise, e sempre quelle. Egli sosteneva parlando, e tal volta anco scrivendo, che la lingu a del popolo colto, la lingua comune a coloro, che scrivono in Italia, dev' essere la sola di chi appunto scrive in Italia, e ciò torrebbe il primato alla lingua Toscana. Ma poi nel suo Esilio chiama Firenze sede della lingua. Manzoni non si è mai contraddetto, ripetè i medesimi principî, e, secondo afferma con un' epigrafe tolta a Platone dice sempre le stesse cose, parlando dello stesso soggetto. Va bene che Bianchetti, fosse severo in fatto di lingua e furioso perchè in luogo di giardino chiuso si dicesse serra, o che altro. Ma il suo stile pecca di soverchia prolissità. Che se in un libro filosofico può occorrere il tornar indietro, in un romanzo, tutto vita e rapidità, ciò toglie, invece di aggiungere. Questo è ancora estraneo al nostro argomento, ma non inutile, dappoichè in luogo di quella lingua dotta, troppo da libro stampato della Giulia Francardi, sarebbe stato meglio adattarci uno stile con qualche idiotismo, ma che andasse a genio di tutti, in una parola popolare.

Detto ciò più per discorrere genericamente, che per criticare la Giulia, si conclude ch' è un romanzo utilissimo, ripieno di ottime idee educative, e sarebbe a desiderare che i giovani lo preferissero a Paul de Kock, a Ponson du Terrail, o altre goffe o peggiori ribalderie d' oltre-monti; il che disgraziatamente proprio non è, perchè ognuno tiene in cima de' suoi pensieri, e onora di un altissimo culto i nostri grandi, ma più come oggetti da conservarsi in vetrina, che da porsi efficacemente in opera e sopratutto da leggere.

Molti lavori compieva Bianchetti in quel tempo; scritti encomiastici, disquisizioni letterarie, vite, fra le quali notevolissima quella del Lomonaco, dimenticato da tutti, ma ch' ebbe a sublime compianto della sua fama negletta e del suo terribilissimo fato, l' unico sonetto che si conosce di Manzoni, e la eloquenza rivendicatrice d' un Bianchetti.

In pressochè tutte queste minori scritture fatte per l' Istituto veneto cui apparteneva qual membro effettivo, o per altri Atenei, si sente in principio il retore, e un po' di quel tono e di quello stile con cui udimmo da giovani incominciare ogni solenne discorso. Uditori amanissimi, valorosi accademici, ecc. ecc. Ma poi si sviluppa da quelle dande, si scalda e tuona e trionfa, senza perdere quel tanto di sussiego, che gli conservi l' impero di sè e il riguardo del luogo.

Più di tutto quello che elevò la riputazione di Bianchetti alle alte sedi filosofiche furono i Saggi della scienza.

Di queste dirò solo, ch' ei divise l' opera in otto parti.

1. Idea d' un' opera intorno la scienza.

2. Processo del pensiero verso l' unità della scienza.

3. Scienza, scienze, fatti e sistemi.

4. Speculazione.

5. Aspetto doppio della scienza.

6. Classificazione della scienza.

7. Scienza, senso comune, sentimento.

8. Scienza, arte, poesia.

Come in questo libro il filosofo si è slanciato nel nobilissimo arringo della scienza, come lo ha corso impetuoso e insieme pacato, rapido e minuzioso, togliendo a dovizia da altrui, ma rimanendo egli stesso, non innovando, ma portando la luce su nuovi punti, originale ed erudito fra la scienza antica e la nuova!

Come, incominciando dalla osservazione e dalla speculazione, e, stabilita ad ognuna la sua parte, dichiarandosi nello stesso tempo impotente a definire la scienza, pur va dal generale al particolare, e si eleva dal particolare al generale, come ricerca qual posto ha nello scibile, e se può isolarsi e tenerlo soggetto, come nomina, raffronta, deduce e passa in rassegna la scienza da Pitagora a Newton, da Archimede a Keplero!

Nel suo insieme quest' opera elevata e in un comprensibile, poichè Bianchetti, con Humboldt, Cousin, Schelling, Filangeri, vuole sia reso popolare il linguagf gio scientifico, quest' opera ha dunque qualcosa di maschio; ne traspira un sentimento serio, ma vivo con cui, per mezzo di una disamina dotta ed arguta, fra le relazioni del mondo interno ed esterno, lo scrittore avvalora colla forza dei principî la dignità della scienza, condannando i sistemi, ma affermando che senza sistemi non c' è scienza, e còlto il buon punto, flagella gli adoratori del popolo ad ogni costo.

Poi mille assiomi, mille veri da cui parte, a cui ritorna, un percotersi e un rimandarsi dei raggi del pensiero, che l' un con l' altro vibrano nei cerchi concentrici per formarsi in una luce, e (poichè questo è l' alto scopo del libro), dai varî aspetti compenetrati nell' unità della scienza, venire a un punto solo, congiungere cioè le scienze naturali alle fisiche, l' azione e la speculazione, fra cui non è finora antagonismo, ma dualismo.

L' anima è appagata dalla parola di questo sacerdote, che crede; subisce la sua autorità, per mano di lui che la eleva in regioni pure, dove lo spettro del dubbio non mostra la faccia rattristante. Tutto non comprende, ma, come colui che è vicino ad una bella musica, ancorchè non distingua le note, può rimanerne, a seconda del ritmo, o triste o ricreato, l' anima si sente se non altro maggiore di sè stessa.

Non vi sono si dirà professioni di fede religiosa, nè era il caso di farle, ma vi è la fede nella superiorità dell' uomo e nei suoi destini. Nell' ideale della scienza, principio di tutte le cose, della scienza regina dell' umanità, una, alta, potente, incontrovertibile com' è la verità, com' è Dio!

In quel tempo, Bianchetti quantunque niente mondano, veniva non pertanto ricercato, stimato, e i suoi libri facevano epoca. si conoscevano i suoi difetti, le sue stravaganze, ma le si ponevano in conto dell' ingegno, e si perdonava molto, perchè il pubblico, più buono di quello che pare, sa il valore dell' intelligenza e non si offusca delle nuvole, che passano sopra ad oscurarla. E tanto ciò è vero, che in Francia, questa soverchia passione per la eccentricitàdei loro genî, fu causa della rovina d' ambedue, pubblico e autori.

Quando al Caffè Pacchio, sede allora dei semidei trevisani, si vedeva Bianchetti levarsi dal suo cantuccio, dove perorava o leggeva la Gazzetta di Venezia, e partirsene all' entrar dei sonatori e delle cantarine girovaghe, ognuno sorrideva — ecco una delle sue manìe, chi suona non pensa, — si esclamava, ripetendo una massima a lui attribuita.

Che la proferisse non nego; che disprezzasse la musica negano i suoi libri; chè anzi egli fa una parte nobilissima e giustissima alla musica, la quale essa sola apre il campo ai voli dell' anima, agli spazî dell' infinito, essa potente sui costumi e sulle umane civiltà. « Che osservazioni scientifiche dovette raccogliere Orfeo, a cantare lo scioglimento del Caos, operato dall' amore — ossia da un Dio, padre supremo d' ogni concordia » — chiede il nostro filosofo in un capitolo seriissimo ed importantissimo intorno alla speculazione, nei saggi della scienza. E in quello delle arti, egli dice, dopo aver parlato della poesia e della pittura « e la musica ha un volo più alto, più veloce, perchè ivi è per eccellenza ogni negativa di sentimento plastico » e altrove dimostra la efficacia della musica col bell' esempio di una fanciulla greca, insidiata da giovani brutali, ch' ella mansuefece col solo mutar il suono della cetra. Pare adunque che l' odio pei citaredi ambulanti non avesse che fare con l' entusiasmo per la regina delle arti.

Nulla ostante le eccentricità, il vestire, la ruvidezza e il santissimo odio pel forestierume, invadente allora e adesso il bel mondo, Bianchetti era un tantino l' Alcibiade di Treviso. Le prime famiglie lo accoglievano con onore; quando voleva lui, come voleva. Alle signore domandava il giorno che ricevevano; esse presto a rispondere — il tale o il tale altro « va bene » — e lo notava per non andar mai in quel giorno.

Visite di signori e di signore le riceveva e allora soltanto le restituiva; a Teatro non compariva, ma non mancava in qualche ritrovo brillante e, come dicono, chic.

Regnava in quel tempo a Treviso, sovrana della moda, una signorina traricca e che portava un nome ed un titolo certamente caro a Bianchetti. Molto affabile si mostrava essa verso il gran d' uomo, ed egli, se non ossequioso, certo famigliare e cordiale. Ci andava spesso; in compagnia di essa e di altre colte persone, fecero un viaggio a Firenze. Ognuno stupiva, ognuno esclamava: o come mai quel filosofone, un uomo così volontario, così rustico, lui trovarsi in così elegante compagnia! Eppure ci stava; e se nei geniali conviti, quella regina d' un giorno onorava Bianchetti, egli ne onorava la principesca dimora; ne è piccolo merito Bianchetti nei suoi libri, nota la difficoltà, le contrarietà dell' ingegno nel gran mondo; esse sono molte, varie, penose, difficili e talvolta orrende. E che fra quei bei vasi d' alabastro e del Giappone, e fra quei ninnoli dalle mille faccette scintillanti, e fra le poltrone di velluto di raso serico c' è per una persona d' ingegno da ansiare più che in una foresta.

Carrer uscì in una sfuriata contro i saloni, ossia contro le conversazioni, ma ci andava. Parini nelle satire maldiceva divinamente d' una società di nobili, dov' era sempre. Bianchetti nel suo libro « degli uomini di lettere » dice: « Osserviamo alquanto gli uomini di lettere fra' grandi, fra' ricchi: vale a dire fra le persone più distinte della società o per nascita, o per danaro, o per grado. Osserviamoli alquanto; e confessiamo subito, che generalmente i letterati non hanno tenuto, e non tengono con esse un modo che sia molto onorevole alla letteratura. Vi sono di quelli, che offendono, dirò così, la sapienza di questa con un disprezzo ingiusto: ve ne sono molti più, che ne offendono il decoro, con una servilità peggiore. » Io noto: il letterato damerino, a cui non par vero di corteggiare una principessa, la tratta con alterigia per farle subire la superiorità del suo spirito; e si fa intanto ridicolissimo. Goffo è pure chi vuole innalzarsi a furia di umiltà, mascherata sotto qualunque apparenza di sussiego; chi adula, chi segue quella brillante coorte e, in una parola, chi le fa da servitore. Il letterato, che va nei briosi e splendidi ritrovi, se sta sulle sue e si mantiene serio, fa la più stupida e increante cosa del mondo.

Udii a Genova raccontare che la signora Sand, accolta nella ospitale villetta del Marchese di Negro, non aperse mai bocca con nessuno. Ignoro se sia vero, ma all' idea d' una sublimità qualunque, la quale se ne stia in un' accolta forestiera, investigando indiscreta e superba quella povera gente, ch' ella onora di sua presenza, viene un po' da ridere. Che se il letterato si mescola ai leggeri colloquî, se vuol essere giovane, spensierato anche lui, dapprima lo accettano con diffidenza, poi lo prendono facilmente di mira, e ne viene uno scambio di celie, in cui può perdere il suo decoro. Se si mette poi a trinciare, a fare il dottore, questo è il peggio. Già pur troppo è soggetto alla miseria comune a chi si è elevato al di sopra degli altri, intendo quella di subire i discorsi serî dei fatui; è andato fra la gioventù per isvagarsi, per dimenticare quelle eterne carte; se non altro amerebbe star lì ignorato a guardare; e gli vien vicino chi lo interroga gravemente, chi gli parla di libri, chi gli impianta un trattato!..

Venne il 48 e questa è la più bella pagina della vita di Bianchetti. Bisogna dire che in quella grande epoca storica, tuttochè in apparenza frivola, non fosse permesso a nessuno mantenersi mediocre, e ogni spirito dovesse mostrarsi nel maggior grado della sua potenza, o nel bene o nel male; come a certi soli cocenti il serpe, dianzi impigrito svolge le spire, e la pianta, creduta morta, emette il suo fiore.

Bianchetti, accusato di egoismo, fino alla sgarberia e, pressochè io non dico, fino alla indiscretezza, poichè allorquando andò avvocato a Parigi (come andò anche in Grecia), vi si trattenne più di quanto portava l' ufficio pel quale ve l' avevano i suoi committenti mandato; gli neghi l' assoluzione chi non sa cosa sia Parigi!… Bianchetti ipocondriaco, malaticcio, ombroso, calcolatore, si mostrò passionato, solido, discreto, paziente e tutto per amore alla causa di redimere questa, allora infelice, famiglia italiana. Nè fra i suoi meriti è il minimo l' avere cozzato con Manin. Manin, innocentissimo anch' egli di non essere che veneziano, come Azeglio era allora soltanto piemontese.

— Il municipalismo è morto — gridò con voce tonante Daniele Manin, nell' aula della sezione di Geografia, al Congresso degli scienziati in Venezia; e girava gli occhi minacciosi a vedere chi osava contraddirlo.

Tremarono tutti in quell' aula, fremettero i rappresentanti del governo, che in quella protesta videro un' aggressione, e di fatto presagiva il Dittatore…

Ma chi gli avesse detto a Manin — di lì a pochi mesi, tu, per municipalismo, minaccerai e farai quasi arrestare uno dei più chiari uomini d' Italia … Eppur codesta la è storia, tanto è labile il cammino della vita, che le passioni acciecano i più fulgidi intelletti!

Bianchetti, mandato da Treviso per rappresentare la città alla Consulta di Venezia, vi andò con animo dolente per la proclamazione della republica.

Ognuno di noi s' aspettava che, con quel carattere, non reggesse tre giorni, e così fu.

— Voi volete fondare un governo nazionale e non avete armi; avete dunque bisogno d' un Re, e proclamate la repubblica. Volete l' unione e cominciate col disaggregarvi dal solo che sia Regno, il Piemonte… — Bianchetti, consentendo a quanto volevasi in terraferma, proclamava così, sin da allora una monarchia sotto casa Savoja. Rejetto da Manin, Bianchetti partì insultato, ma grande; proferendo con l' amarezza del figlio, che impreca alla propria famiglia — in trentasei anni di dominio straniero, non mi è mai toccato quanto devo soffrire da' miei patriotti!

Al ritorno degli Austriaci, Bianchetti emigrò.

Qui bisogna seguire le lettere del suo Esilio; lettere, per dir la verità, che troppo si ripetono e talvolta annojano. Non importava poi tanto la fedeltà di quelle espressioni; nè chi legge « Il mio Esilio » va a confrontare gli originali, nè confrontandoli si dorrebbe di trovare in essi, detto più volte alla Rosa Bortolan — che legga la vita di Cellini; alla Caterina Bernardi — che studî Dante; al signor Alessio Pozzan e ad altri molti — che lui, Bianchetti, non anela che di finire ad Onigo — Care cose al momento che si ricevono, in più lettere, alla distanza di mesi; inutile riunirle, per ripeterle in un libro dopo vent' anni.

Con tutto questo è sempre lui, Bianchetti, schietto, vivo, entusiasta, ruvido e pronunziato. Gli è Bianchetti per l' appunto. Si vede invasato nobilmente dal furore comune. Non nomina i soldati d' allora, che come orde barbare, tigri ircane, selvaggi carnivori o poco meno. Dice sempre di tornare prestissimo, appena quei quattro manigoldi siano cacciati via per la più breve.

Poco si ferma a dir male della Rivoluzione, a far quelle maraviglie iraconde, quelle prediche interessate, quei gran miracoli sui necessarî disordini d' un tempo terribile, in cui una nazione infelice, metteva in opera ogni mezzo per redimersi; e pretendevano che scendesse in campo, a dirla come Prati, per ballare il tremendo ballo, pur rimanendo linda, pulita, qual dama al passeggio.

La seconda parte del mio Esilio, è meditata, fatta con più calma; le sono lettere immaginarie, ma perciò atte più ad esser lette, e la realtà a cui s' attengono, basta a renderle interessanti come un vero epistolario. Quelle carte in cui nota i suoi sdegni, quel favore per l' indifferenza dei Fiorentini, (non allora per anco italiani), ha del sapore dantesco, e certe parole che gli scappano a proposito di certe inciviltà della regina dei fiori, par di sentir proprio Bianchetti, acceso dalle sue furie, e in questo caso assai giuste.

Gli apprezzamenti intorno ad Azeglio, il bisticcio che crea fra i due nomi, in una sola persona, del signor Marchese Tapparelli e di Massimo pittore, sono originalissimi, forse passionati; ma un italiano, chiuso a Venezia, in mezzo alle spoglie della grande mendica, poteva egli, non lasciarsi vincere dalla passione? Chi se non un calcolatore poteva ragionare in quei frangenti?… Laonde, anco se v' ha dell' eccessivo nei giudizî del nostro filosofo intorno o meglio contro il ministro, si vuol compatirlo, specialmente quando lo punge nel lato manco; ossia in quel volere e non volere proprio di Azeglio; in quel che di dubbio nelle parole, come lo sguardo era velato; nelle parole, ridico, non nei fatti grazie a Dio; chè in ciò Azeglio stesso ci avverte, lui disapprovare i tentativi rivoluzionarî, tenerli per disperati; ma quando si trattava di menar le mani, di minestrare, ci stava con tutto il core. Questo per altro in quei momenti non poteva apparir così sicuro, come adesso, a cose finite. Allora dunque Bianchetti vedeva nell' Azeglio un uomo, che, fatta pace coll' Austria (e come no?) sedeva Ministro. Udìa raccontare d' Azeglio, che si vantasse: « il governo piemontese aver lasciato il Lombardo-Veneto in balìa degli Austriaci, per castigare quelle provincie, incaponite nella stupida idea di Repubblica. » Fiaba da nutrici, per addormentare i bambini in culla, ma allora ci credevano.

Il modo poi logico, serrato e veramente da filosofo, con cui Bianchetti staccia e crivella il manifesto d' Azeglio, e, quantunque niente repubblicano, gli rinfaccia che « la cagione prima dei rovesci in Piemonte provenne dagli aristocratici, paurosi di perdere la famosa ambizione della Capitale… » Egli chiede al Bianchi-Giovini, perchè non avvertì (in un articolo dell' Opinione, troppo ritenuto, a parer suo), non avvertì il signor Azeglio che, scrivendo una di quelle carte, non bisogna tirarla giù a modo pagina di romanzo, ma pensare molto bene a quello che si scrive. Per esempio, quando dice, che i tempi sono difficili, va bene; ma quando soggiunge che dovrebbe dirli impossibili, ciò non ha senso. Se non che il signor Azeglio è l' uomo delle impossibilità. Egli trova impossibile pel Piemonte la guerra, e trova egualmente impossibile pel Piemonte il disonore. Ma queste due impossibilità, nel caso di cui parliamo, si escludono a vicenda; poichè se la guerra che ha cagionato il disonore è impossibile, bisogna dunque sopportare il disonore; e se il disonore, ch' è provenuto dalla guerra è impossibile, bisogna dunque ripigliare la guerra.

Lasciando ora gli apprezzamenti politici, perchè a guerra finita cambia il punto di vista, quanto non è caratteristica questa sfuriata di Bianchetti contro l' impossibile dell' Azeglio! Si vede il filosofo, l' uomo alla vecchia, logico, avezzo alle sue cifre romane, nere, rotonde, strabiliare davanti ai segni romanzeschi del pittore di scuola francese aerea, fusa, e per Bianchetti impossibile Non posso però celare, che taluno credette scorgere in tanto iraconda eloquenza, un po' di gelosia del mestiere; e chi sa che la gloria del soldato, pittore e scrittore di moda non paresse soverchia al letterato filosofo. Anco i grandi vanno soggetti a inavvertite piccolezze, e chi sa, che l' autore d' una Giulia freddina non perdonasse all' altro d' avere creato un Ettore interessante

Ma dall' altra parte non è questo il solo caso di polemica nelle scritture di Bianchetti; io invito a leggere i suoi discorsi e tutto che concerne Mario Pieri, pedante Corcirese, per vedere come lo concia e gli taglia i panni addosso, con una serietà di dialettico, di grammatico, e insieme con un brio, con un umorismo inglese pien di pepe e di buon busto.

Una piccola avventura patetica mi raccontò Bianchetti del suo soggiorno a Firenze: essa tutto lo dipinge. Un dì, passeggiando lung' Arno, il nostro filosofo, infelice, lontano dal suo nido, a lui tanto caro da preferirlo alla bellezza di quei luoghi famosi, viene scosso da una voce e da un accento. La vocina d' an bimbo proferiva « mamma tornemo indrìo, perchè son stracco. » A questo punto gli scomparve la vallata d' Arno, vide l' aspra bellezza del suo Piave, e provò un tal rincrudimento d' affanno, che ancora parlando ne piangeva, talchè io l' ho presente tuttavia, quel suo profilo dantesco e la lacrima di quel pianto ancora la scorgo.

Nell' Assedio di Firenze di Guerrazzi c' è una figura, che mi ha sempre colpita e, come si suol dire, impressionata, ed è quella di Pieruccio, il quale senza famiglia, senza aderenze ha un solo amore, nella vita, la sua città natale, e muore prorompendo in ismanie. Oh quanto è gran dolore abbandonare la madre e la sposa, ogni cosa insomma più caramente diletta, e abbandonarla infelice! e bacia e ribacia la terra, che gli tien luogo di questi affetti…

Tornato il nostro filosofo da Venezia, quantunque nel memorando assedio soffrisse quanto e più degli altri, pure ritornò tutto diverso da quello di prima: egli stesso lo annunziava esultante: — ho cambiato indole, non sono più melanconico, non ho più quello che si dice il temperamento ipocondriaco, son diventato flogistico, e son trasformato.

Trasformato! ed era vero. Quanto il fuoco della carità avea dato un magnanimo impulso ad uno spirito, uso a troppo restringersi in sè stesso, a troppo subire il perfido ascendente delle piccole miserie della vita; egli dopo tanta grandezza di miseria, nobilmente sofferta in Venezia, non badava più se un gallo da qualche cortile vicino cantava; se un magnano batteva l' incudine, o se, Dio guardi, un qualche studente faceva esercizî di violino.

Però questo cambiamento fu momentaneo, e il ritorno allo stato primitivo ls' aggravò di tutto quel che di più squallido v' ha nella vita d' un uomo al tramonto, e di orribile nelle condizioni d' un paese ridivenuto più servo, sotto un padrone inferocito nel risentimento e in un perpetuo, giusto sospetto.

La vita umana in generale, quella di un autore in particolare è soggetta a tali vicende. Prima ella gli die' tutto e poi minaccia di torgli tutto. Sì, in verità, quest' uomo d' ingegno ebbe da giovane tutti gl' incentivi dell' ambizione e il fuoco di tutte le passioni; amor di donna, amor di patria, fomite potente di gloria e di beni di fortuna. Egli è onorato dalle società scientifiche, ricerco dal gran mondo, tenuto in pregio da società famigliari. Tutti leggono quello che stampa, ripetono quello che dice, si occupano di quello che fa. Se annunzia un libro, lo si aspetta con ansia; ognuno lo interroga, coopera moralmente al suo lavoro. Egli è in tutti i cuori e tutti i cuori sono nel suo; ed ecco perchè, in quel tempo felice, tutto si complica mirabilmente per far più bello il sole dei suoi giorni. Come ogni onda nel ricevere le tinte dell' aria si fa specchio, e riproduce mille fuochi in un fuoco solo, il sapersi amato e rispettato, riverbera in lui, e moltiplica la sua forza; vive cento vite in una, ricompone il passato, raggiunge l' avvenire; similmente a tutte le grandi anime, pensa ai posteri; sia per sè stesso, sia pe' suoi principî presagisce l' immortalità; egli è assunto al banchetto dei Numi.

Non pertanto, più questa situazione è bella, più riesce difficile per non dire impossibile ch' essa duri, e, come dianzi tutto cospirava al bene, v' ha un giorno in cui la vicenda può cambiare, tutto cospirando al male, e può accadere che chi lo ha sollevato lo deprima, chi lo ammirò lo trascuri o lo sprezzi, senza dire dei giovani che, nel fastidire l' autorità dei vecchi, sentono di venir essi stessi in fama e di soperchiarli.

Non vorrei cumulare citazioni, ma gli è un esempio storico. Carlo Magno, all' autunno della sua vita, fu scôrto un giorno ritirarsi pieno di mestizia da un verone. Richiesto del perchè, disse: — ho visti dei predoni Normanni spingersi qui presso. Quando essi ebbero cuore di farlo me vivo, sotto a' miei occhi, che sarà dopo morto? Il mio impero si sfascia.

Questo crudele momento può succedere in ogni vita d' autore al tramonto, e Bianchetti ne assaporò doppiamente l' amaro, per le vicende italiane. Dopo il 48, gli studî letterari non aveano più l' importanza di prima, non sapevano di quel forte agrume, che tanto piacque in aspettativa dell' altro. Cosa importava l' eloquenza abile ad evitare la bastiglia, poichè di sott' intesi, non facea più d' uopo? Ognuno sapeva, gli oppressori e gli oppressi, ciò che volevano dire; ma assai più palpitavano a una nota di Cavour, a un discorso di Napoleone III; un telegramma tenea sospesa, in un interesse vario, universale, un' intera popolazione, l' Europa, il mondo.

Di più si sa che i fratelli di sventura l' un l' altro si molestano, simili alle galline di Renzo, e gl' Italiani in qualche triste congiuntura non fecero difetto a tal costumanza. Quando Bianchetti accettò non chiesta onorificenza, dimenticarono, ch' essa gli veniva da Massimiliano per ispirito liberale, lo stesso spirito per cui vennegli poi il titolo di Senatore del Regno d' Italia.

Minacciato Bianchetti di nuovo dalla ipocondria, adempì il suo eterno voto, e andò a Onigo. Là facea lunghe passeggiate solitarie, s' ispirava davanti alla Rocca di Sant' Elena, (quel punto da me descritto in principio), e là, declamando, raccontava storie e antiche cronache legate a quelle rovine.

Non dirò quanto in queila pittoresca contrada egli trovasse di memorie sue particolari, legate invece alle rovine del suo cuore, e ricomponesse le pagine della Giulia ch' egli sempre nomina, beato e in uno dolente delle amare e dolci ricordanze di sua giovinezza.

Nemmen la dimora a Onigo gli calmò l' inquietudine, temprò l' amarezza del cuore. Dopo due anni, fe' ritorno a Treviso, per trovarsi più desolato di prima, e si trasferì a Venezia. Morta la madre (preclara, è detto per bocca de' figli) fin dal suo esilio; perduta recentemente una brava e buona donna, che da molti annì gli tenea il governo della casa, riprese abitudini misantrope, non uscì più che di mattina, fuggì i ritrovi, e quasi il consorzio umano.

Oh! nelle lunge sere, spesso solo e sempre infelice, egli scontava amaramente la sua gioventù gloriosa. — Vae soli — sospirava egli, con profonda amarezza, a che giovano questi libri? e cosa è la gloria? … Ah! intanto ch' egli, potente equilibrista del pensiero, si librava fra la meditazione e la speculazione, gli altri si formavano una famiglia, piantavano negozî, ponevano feconde fila nella trama della vita. — Cos' è la gloria? … Via, maledetto spettro, che ingombri e lasci vuota la casa!.. Oh! Dio, tutto Dante, pel sorriso d' una creatura amata, per l' inflessione d' una voce cara, che risvegli, col sentimento di natura, le sensazioni della vita, che fugge..

Vorrei pur anche soggiungere come, non avendo moglie e figli, egli poteva adoprarsi nell' istruzione, divenir padre, ossia protettore ai giovani intelletti. Tommaseo e là ad insegnargli il modo d' esser utile anco in età avanzata. Questi che, cieco, ancora dà tanta vita e tanto lume di bontà e di sapienza! nè l' animo di Bianchetti si poteva dir chiuso ai sensi di pietà e meno di religione. Senza farne pompa, era e si sentiva religioso, egli che nel contemplare dalla sua finestra di Onigo la sera del venerdì santo il passaggio delle processioni, nei varî paeselli, là intorno a' suoi monti, si sentiva vinto da commozione e tenerezza…

Bianchetti, disperato nella solitudine, pensò a prender moglie. In casa del cavaliere Tipaldo vide una buona giovane, che ci lavorava a giornata. Le offerse di sposarla, le disse lealmente tutte le stravaganti abitudini della sua vita, abitudini divenute per lui una seconda natura. La giovane accettò, perchè dava a sè un pane sicuro. Buoni, egregi tutti e due, tutti e due facevano un computo savio, ragionevole, umano…

Egli credette che bastasse stabilire i patti, perchè fosse poi agevole di mantenerli; assioma di logica: data la maggiore, deve risultar la minore. Ella credette che il pane sicuro facesse parer belli e buoni quei patti.

Nessuna cosa al mondo, potrà il matrimonio, istituzione divina, ridurre un contratto come un altro. Senza il fondamento di abnegazione, di sacrifizio, è impossibile. Sia il Sindaco, sia il Prete, dev' esser Dio a consacrarlo: tutto l' avvenire della umana società è in questo principio.

La moglie di Bianchetti, buona, cara, amabile, morì tisica. Bianchetti la pianse; ingenuo nel suo egoismo, egli non si sognò neanche ch' ella potesse attribuire la propria morte immatura, al peso di quelle abitudini, opportune tutt' al più ad un vecchio malato o ipocondriaco. Egli con lei, umile, passiva, non isprovvista di coltura e che faceva di tutto, non già per levarsi alla intelligenza sublime di lui, ma per indovinarla, egli era beato. E se ciò sia, attesti che dopo morta egli incise, bagnandola di lagrime, sulla cassa d' un orologio, tutte le qualità della cara donna perduta … amaro sollievo a un dolore, che dovea crescere ogni giorno più e accompagnarlo al sepolcro.

Le manìe ripresero più imperiose che mai, e noi lo vedemmo girare in aspetto mezzo selvaggio, con certi vestiti antiquati; magro, ma dritto e sdegnoso, guardando con quell' occhio da cui traluceva la forza del pensiero, e parea dicesse, come soleva: «Ho meco i miei pensier, gli affetti miei; Volgo, solo io non son, teco il sarei!»

Ah! qualunque cosa accada egli non può rinunziare a sè stesso: è infelice, ma non è oscuro; la realtà gli manca, ma germina in lui una seconda vita, nel regno ideale.

Devo dire, che solo non fu mai veramente. I nipoti, i fratelli, vennero spesso a lui e quindi in uno alle care muse, alle egregie donne, ch' io nominerei se non le nominasse egli stesso, con affetto e rispetto nel suo Esilio, accorsero al suo capezzale, e lo confortarono sin l' ultimo istante in cui morì lo scorso anno. 1872, in Treviso.

Anche la sua Perpetua gli fu di grande conforto: un' umile donnina, onesta, zelante, intelligente non solo nel suo ufficio di massaja ma in quelle cose che meno ella doveva intendere, e son molto, pei poveri letterati, e tutto, ad essi vecchi ed infermi. Fin che non la ci andò questa donna, ei fu disperato; ne cambiava ogni momento. Allora presto in cerca, e sapete chi gliene procurava? Un' altra illustre come lui, ma pietosa come nessun altro, la Rosa Bortolan, quel fior di virtù, quella gemma dell' arte!

Che dirò, del signor Alessio Pozzan, conosciuto per antonomasia sior Alessio, il Quasimodo del Sile? figura sublime, povero nell' apparenza: splendido nell' anima, semplice e grande per devota premura, per intelligente bontà; prezioso quanto il fedele Urbino al Buonarotti; di quelle piante, che Dio mette a protezione, sugli aridi scogli elevati, per darvi sostegno e freschezza d' ombra modesta.

Bianchetti, rappresenta i letterati del Veneto; è con lui, che si chiude la nostra era splendida e dolorosa; egli resta immagine viva e parlante dello « Scrittore italiano » profeta ed auspice della nuova Italia.

Venezia Gennajo 1873

Mi piace pubblicare una lettera di Jacopo Bianchetti, la quale è correzione e insieme completamento alla mia biografia. Dolente di non aver ricordato abbastanza la madre, osservo una volta di più: pochi illustri incontro io nella storia e nella vita, che non dovessero l' altezza del carattere e dell' ingegno alla madre. È perciò che voglio a ricordare quella di Bianchetti, il documento d' un proprio figlio.

Egregia Signora!

La ringrazio del gentile pensiero, che Ella ebbe di scrivere la biografia del defunto mio fratello, e dell' onore che mi ha fatto nel mandarmela, accompagnata con una espressione cortese. — Mi astengo dal lodare il suo lavoro letterario, perchè so che si costituisce giudice tanto chi loda come chi biasima; ed io affaccendato da oltre 40 anni nello studio delle lingue di carne umana, non oso, nè voglio giudicare quelle che sono composte di lettere e parole — Se avessi saputo che Ella stava per iscrivere la biografia del fu Senatore Bianchetti, le avrei detto che la sua giovinezza fu diretta da due persone degnissime di essere tramandate ai posteri, cioè da D˙n Francesco Benozzo direttore di un Collegio a S˙ Ilario, e del quale il Bianchetti stese l' elogio funebre, che lesse presso cotesto Ateneo, e da mia madre, Angela Bianchi, donna non di molte cogizioni, ma di alti e nobili sensi, e di oneste ed antiche virtù — Mi sarei permesso ancora di manifestarle come medico alcune osservazioni fisiologiche sulla vita fisica del Bianchetti, per le quali avrebbe forse 'la S˙ V˙ potuto tenere un avviso alquanto diverso sulla di Lui condotta sì domestica che sociale, e specialmete sulla ipocondria, che gravemente lo dominò negli ultimi anni del viver suo — Dopo tutto ciò dichiaro di portare la mia opinione, e non di criticare — Il Senatore amò molto mio figlio Carlo, medico in Asolo, si compiacque de' lavori medici che questi publicò per le stampe; lo ricordò specialmente nel testamento; fu questo mio figlio in un colla sorella Elena che assistì lo Zio nella sua ultima malattia, e gli chiuse gli occhi — Per tanto ho l' onore di dichiararmi

Suo Umilis.mo Dev.mo Servo

JACOPO BIANCHETTI

Asolo li 4 Febbraio 1874

A questa bella lettera, piuttosto censura che elogio, ma censura, che apprende e fa bene, io aggiungerò che Jacopo Bianchetti morì nell' autunno decorso (1878) nella sua Asolo, e lasciò bella fama di medico, cittadino, padre-famiglia. Questo caro vecchio, da me conosciuto in persona, io lo dovrò nominare ancora. Intanto mi limito a dire che a sentirlo, vederlo, parea suo fratello, l' illustre filosofo. Lui, nato, stampato, senza smancerie, con modi e fare alla buona, all' antica veneziana. Pronunzia sonora, fisonomia ruvida, ma espressiva e colorita. Settuagenario, avea negli occhi più gioventù di molti giovani. Era Bianchetti filosofo, con quel tanto di maggior giovialità ed espansione, che può dar la carriera pratica d' uno, il quale non visse fra le splendide miserie letterarie, ma si nutrì di succhi plastici, da formare un vero uomo, un vero patriarca.

*) I numeri che seguono i Nomi indicano le pagine ove si trovano.

Aglaja Anassilide (V˙ Veronese Mantovani Angela) 78. Aglietti Medico 105. Albanie (d') 115. Albarelli-Vordoni Teresa 10, 11. Albrizzi Conte Giuseppe 19, 20. Albrizzi Conte Giuseppino 13. Albrizzi Conte Carlo 123. Albrizzi Contesse Alba e Marina 122. Aleardi Aleardo 137, 171. Alcibiade 198. Alfieri Vittorio 8, 10, 20, 21. Agostinis 64. Amato-Saverio Costantino 131. Amalteo Francesco 45. Amelot de la Houssaye 76. Angeloni-Barbiani Antonio 22, 174. Antioco 26. Antonelli Tipografo 137, 153. Aprilis Bartolammeo 50. Archimede 53, 201. Ariosto 174. Armani Gio. Batta 69. Armoale o Campagnari Alvise 48. Arnaldi 33. Arteaga 20. Artico Vescovo 69, 115. Astori Marina 166. Asquini Fabio padre 52. Asquini Giulio ed Enrico figli 52. Asquini Girolamo 53. Asson Michelangelo Dottore 157. Avelloni Francesco 70, 71, 146. Avesani Gioachino 60. Avesani avvocato 143. Auersperg (d') Conte Antonio Alessandro (Anastasio Grün) 141. Azeglio (d') Massimo 121, 206, 208, 209.

Baccari Missionario 48. Bacone da Verulamio 40. Baglioni Papafava 73. Balbi Adriano 157. Baldinucci 165. Balzac 145, 155. Barbaro Ermolao 32. Barbaro-Gritti Cornelia (V˙ Aurisbe Tarsense) 35. Barbèra Cav. Giovanni Editore 127, 136, 138. Barbieri Oratore 10, 44, 78, 106, 107. Baretti 9. Bartolini Antonio 53. Bandiera 10. Basso Luigi 137. Battaggia Michiele 70. Bellati Abate Gioachino 55. Bellini 176. Beltrame Pietro 137. Belzoni Gio. Batta 59, 65. Bembo Pier Luigi 168. Benozzo D˙n Francesco 217. Benvenuto Cellini 101. Benzon Vittore 22, 23, 33. Berchet 130, 171. Bergalli-Gozzi Luigia (Partenide Irminda) 8. Berlendis ab. Angelo 64. Bernardi Paolo 45. Bernardi Jacopo 115. Bernardi Caterina 207. Bersezio 148. Berti Antonio 49, 104, 137. Besenghi degli Ughi 132, 135, 136. Bettelloni Cesare 129. Bettio Pietro 28, 42, 66. Bevilacqua Bartolammeo 40. Bevilacqua Antonio 62. Biagi 167. Bianchetti Giuseppe 3, 15, 42, 44, 45, 64, 187 a 216. Bianchetti Jacopo 216, 217, 218. Bianchi Angela madre di Bianchetti 217. Bianchi Abate Giuseppe 51. Bianchi Giovini 209, Bindoni Prof. Giovanni 117. Byron (Lord) 21, 90, 93, 116, 130, 198. Bocelli Girolamo 48. Boerio 70. Bocchi Francesco 48, 49. Bodoni 74. Bonagrazia Sior Tonin 155. Bon Augusto 148. Bon Alberto 126. Bon-Brenzoni Caterina 99, 126, 127, 128, 129. Bon-Miniscalchi 126. Bonaparte Luciano 76. Bonfadini Giacomo 45. Bonicelli Gio. Antonio 29. Bordoni Abate Placido 67. Borghi 97. Borro Luigi Scultore 171. Borromeo Co. Antonio 58. Bortolini Co. Antonio 53. Bortolan Rosa 172, 207, 216. Bortoloni Caterina 57. Bosa Eugenio 63, 153. Boscolo Incisore 172. Bottari Giovanni 67. Bozza 57. Boucher 20. Buratti 31. Buzzola Domenico 49. Buonarotti 216. Braganze Jacopo 65. Brandolese Pietro 49. Brazzà 52. Bregolini Ubaldo 45. Brenzoni 99. Bresciani 12. Bressa Angelo Patriarca 109. Bricito Zaccaria Arcivescovo 51, 99, 110, 111. Brochi Giovanni Battista 65. Brozzolo 5, 6. Broower 81. Brougham (Lord) 37.

Cabianca Jacopo 62, 63, 64, 79, 116, 137, 150. Caccianiga Antonio 15. Caffi lppolito 53. Cairoli 10. Caldani 105. Calucci Avvocato 143. Calvi Angel-Gabriele 62. Camminer-Turra 57. Capodaglio Attore 151. Camporetti Ab. Pietro 54. Camposampiero Bibliotecario 56. Camposampiero-Tempesta 48. Canciani Paolo 53. Canova Antonio 21, 33, 122, 190. Capparozzo Ab. Andrea 24. Capparozzo Ab. Giuseppe 97, 98. Cappellari Mauro Papa 55. Cappellari Vescovo 109. Cappello Antonio 32. Caracalla 6. Carli Conte Alessandro 59. Carlo Magno 19, 43, 212. Carlo-Alberto 113, 115. Carlotti Alessandro 59. Carrer Luigi 23, 36, 44, 67, 78, 85, 93, 94, 95, 96, 97, 98, 99, 173, 204. Carrera 149. Carriera Rosalba 48. Casanova de Seingalt Jacopo 75, 76. Casoretti 137. Cassetti Ab. Gian-Francesco 51. Castelnuovo Enrico 173. Casti 41. Castellini Luigi 64. Cavour 213. Catullo Tommaso 38, 54, 106. Ceccarel D˙ Matteo 160, 161, 163. Cecchini 118. Celesia 124. Cenet-Gozzi Sara 10. Cerrito Fanny 101. Cesare 193. Cesari Antonio 11, 12, 13, 14, 120. Cesarotti Melchiore 4, 5, 6, 7, 8, 11, 13, 20, 29, 30, 36, 44, 45, 56, 77, 78, 106. Cestari Emanuele Abate 179. Chateaubriand 19, 124. Chateauneuf 20. Chatterton 7. Chènier 85, 92. Chiari Abate 9. Chiesurini Luigi 85, 86, 90, 91, 92, 93. Cicogna Emanuele 27, 28, 69. Cicognara Leopoldo 116. Cicconi Teobaldo 147, 148. Cicconi Gian-Domenico 50, 52, 110. Cicuto Antonio 69. Cimarrosto Sante 74. Cittadella-Vigodarzere Andrea 44, 58, 101, 102, 103, 104. Cittadella Conte Giovanni 59, 101. Codemo Giacomo 119. Codemo Michelangelo 37, 92, 117, 119, 120. Codemo Luigia ed Eleonora 119. Codemo Giovanni 119, 168. Codemo Dottor Giuseppe 119, 120, 121. Colludrovich Medico 105. Collalto Antonio 76. Coletti Gian-Jacopo 73, 74. Colle Francesco 54. Colleoni Marta 71. Colonna Contessa 124. Colloredo Mangilli 133. Colombo Michiele 45. Columella 40, 62. Comparetti Ab. Pietro 53. Condillac 41. Configliacchi Abate 103. Confortini-Bonturini-Zambusi Lucietta 99, 100. Contarini 33. Conti Giovanni Battista 49. Cordellina Avvocato 63. Corradini Abate 106. Corner Luc' Andrea 33. Corniani Degli Algarotti 76. Correr Teodoro 33, 34. Correr Gian-Francesco 33. Corrier Agostino 28, 72. Costa 124. Cousin 201. Cuccetti Antonio. 37. Curti 74. Curtoni-Verza 14. Crescini Lodovico 138. Cricco Lorenzo 45. Cristinelli Gio. Batta 72. Crotta Sebastiano 33. Crocco Antonio 124.

Dall' Acqua Giusti 82, 150. Dall' Acqua Sacerdote 66. Dall' Oglio Giovanni 40. Dall' Ongaro 137, 149. Dalla Riva Napoleone 137. Dalla Torre scultore 171. Dal Mistro Angelo 37, 38, 39, 42, 44, 45, 76. Dandolo Matteo 33. Dandolo Gerolamo 33, 34, 35, 36, 46, 52, 55, 69, 71, 73, 75, 106, 126. Dandolo Silvestro 34, 35, 61. Danieli Gaetano 64. Dante 12, 66, 82, 119, 125, 126, 144, 207. Da Ponte Lorenzo 40, 42, 130. Da Ponte Gerolamo 41. Da Porto Antonio 62. Da Rio Conti Girolamo e Nicolò 58. Da Schio Conte Giovanni 115, 116. Da Schio Conte Almerigo 115, 116. De Boni Filippo 164, 165. Deciani Francesco 50. De Castro Vincenzo 191. De Grandis 175. Del Ben 61. Della Bella 57. Della Valentina Ab. Sante 72 Della Torre Conte Michele 51. De Lardi 49. De Lazzara Giovanni 57. De Lorenzi 15, 61. De Martiis Ab. Antonio 76. Demin 53. Denina 35, 58. De Non 20. Dei Perli 66. Deschamps 165. De Kok Paul 200. Didot 106. Diedo Antonio 35. Di Negro Marchese 205. Disconzi Francesco 99. Di Rovero Cristoforo 45. Doglioni Lucio 55. Dondi Dall' Orologio Vescovo 57. Dondi Dall' Orologio Francesco Scipione. 57. Dumas Alessandro 72. Dumas Aless. figlio 199.

Eichendorff 140. Emo Angelo 34, 70, 126. Erich Capretta Gaudenzio 74. Erizzo Nicolò Guido 35. Errera Alberto 182. Eschilo 5.

Faccioli Tommaso 62. Facen Jacopo 168. Fambri Paulo 150, 175. Fantuzzi generale 54. Fonzago 58. Fappani Agostino 42, 44, 45, 46. Fappani Francesco Scipione 42, 92. Faraone 26. Farina Modesto Vescovo 115. Farina Dott. Luigi 115. Fario Dottore 42. Farsetti 33. Fassadoni Marco 41. Federici Abate Domenico 59, 60. Federigo 116, 192. Ferlatti 73. Ferrari Maestro di Musica 176. Ferrari Paolo 9, 149. Ferrari Luigi Scultore 171. Ferri Co. Leopoldo 106. Ferrucci 173. Ferro Giovanni 41. Ferruglio Angelo 52. Filangeri 201. Filiasi Jacopo 68, 73. Filippi Abate 78. Fiorio Gaetano 59, 146. Folco 65. Fontana Alessandro 68. Fontanella Francesco 67. Forti 17. Fortis Pavia Gentilomo Eugenia 173. Fortis Abate Alberto 57, 60, 64. Foscolo Ugo 15, 16, 17, 20, 119. Franceschinis Francesco 20. 50. Francesco Io 25. Francesconi da Belvedere 45, 47, 64. Fregoso 60. Fuà Fusinato Erminia 173. Furlanetto Abate 106. Fusinato Arnaldo 124. Fusinieri 63.

Gabardi Olivo 47. Galiccioli Abate Gio. Battista 76. Gallino Professore 105. Gallo Impresario 153. Galvani 105. Gazzoletti 147. Gamba Bartolommeo 27, 28, 41, 66. Gazzotto 101. Geibel 139. Gennari Abate 73. Genovesi 41. Gerone 52. Ghirlanda Gaspare 45. Giacomini Professore 58, 105. Gilbert 85, 92. Giordani 120. Giotto 101. Giovanelli Federico Maria 35. Giuliani 12, 124. Giuliari Co. Bartolommeo 60. Giuliari Co. Eriprando 60. Giuseppe IIo 41. Giusti Arcangelo 98. Giusti Giuseppe 47, 164. Giustiniani Papa 35. Goldoni Carlo 9, 10, 84. Gomirato Giovanni 164. Gonzati Marchese 63. Gonzati Abate 106. Goretti Gargnani vedova Marini 21. Gorretti Veruda Laura 182. Gozzi Carlo 8, 9, 10, 33. Gozzi Gaspare 8, 9, 10, 11, 37, 41, 45. Gradenigo Giuseppe 35. Greatti Abate 52. Grigoletti Michelangelo 172. Grimani Correr Cecilia 33. Grisellini 41. Gritti Francesco 21, 30, 32, 154. Grotto Luigi Andrea 48. Grotto Giuseppe 48. Grün Anastasio (Conte Antonio Alessandro D' Auersperg) 141. Guacci Poetessa 173. Guadagnoli 39. Guaita Carlo 130, 131, 132. Guerra Abate Lodovico 47. Guerrazzi 84, 183, 210. Gustavo IV di Svezia 74. Guttemberg 66.

Hassek Oscane 135, 136. Hum Davide 33. Humboldt 118, 201.

Keplero 201. Klaus-Groth 139. Kosciusco 54. Kock (de) Paul 200.

Japelli 169.

Labia 43. Lacchini Gio. Batta 48. Lagrangia 76. Lamartine 72, 130. Lamberti 31, 153. Lampertico Fedele 116. Lanzi 165. Larber Antonio 64. Lasinio 41. Lazzari 29. Le-Brun 21. Le Monnier editore 50. Leoni Carlo 58, 121. Lipparini Professore di Pittura 172. Lippomano-Querini-Stampalia Maria 36. Lisca 61. Litta Carlo 116. Locatelli Dott. Tommaso 152, 153, 155. Locatelli Luigi 155. Lomonaco 200. Luigi XIV 81. Luigi XV 43. Luigi XVI 50. Luigi XVIII 21.

Mabil Luigi 61. Maccà Gaetano Girolamo 62. Mac-person 6, 7. Maffei Andrea 5, 11, 12, 61, 138. Magliabecchi 29. Mayer Andrea 67. Malaspina 21. Malibran 95, 153. Mander Cecchetti Anna 166, 173. Maniago Co. Pietro 50. Manin Daniele 125, 143, 171, 172, 206, 207. Manin Leonardo 35. Manin Lodovico 182. Mantovani Antonio 78. Manuzio Aldo 66. Manzoni Alessandro 12, 83, 130, 144, 147, 193, 199, 200. Manzoni Abate Giuseppe 69. Marcolini Tommaso 50. Marenco 151. Margherita d' Austria e di Savoja 118. Maria Teresa 83. Marini Co. Carlo 19, 20, 21, 35. Martignon 153. Marowich 137. Marsand 36. Marsili Giuseppe 26. Martinato Ab. Pietro 65. Martinengo Gerolamo 35. Marzolo Dott. Paolo 157, 158, 159, 160, 161, 162, 163, 164. Marzuttini Giuseppe 50. Masotto Gioacchino 48. Massimiliano d' Austria 177. Mauri 106. Melli 31, 57. Memmo Andrea Lorenzo 35. Meneghelli Abate Antonio 20, 36, 58, 59. Mengotti Conte Francesco 55, 56. Menin Abate Lodovico 104, 105. Meuizzi 73. Mercadante Maestro di Musica 176. Meris Guglielmo 51. Messedaglia Professore 126. Metastasio 41. Miari Florio 54. Michaud 164. Michelotto Angelo 58 Michieli 37. Milan-Massari Giacomo 62. Milli Giannia 173 Milesi Francesco Patriarca 109. Milton 35. Minadois Torelli Annibale 48. Minelli Tipografo 182. Minisini Scultore 151, 171. Missio Bernardo 116. Mistrorigo Abate Paolo 98, 99. Mocenigo Alvise 117, 118. Mocenigo Giovanni 118. Mocenigo Ottaviano 121. Modena Gustavo 149. Molière 116, 155. Molmenti Gherardo 146. Molin Ascanio 35. Montanari Benassù 15. Monico Giuseppe 42, 44. Monico Jacopo 109. Monti 24, 81, 83. Monti-Avelloni 71. Morelli Jacopo 27, 29. Morosini Domenico 23, 24, 25, 26. Morosini Peloponnesiaco 24. Moschini Antonio 36, 53, 69. Mosti 197. Munari 63. Murani Pietro 104. Muti Andrea Aurelio 109. Mutinelli Gio Batta 35, 60, 61, 75. Muzani Teologo 64. Müller Max 162.

Nalin 31. Napoleone Io 17, 40, 45, 60, 105, 177, 190. Napoleone IIIo 115, 157, 213. Negri 36. Negri Francesco 25, 27, 28. Negri Gerolamo 26. Nervi Giuseppe 163. Newton 201. Nievo Ippolito 144, 146, 147. Nicolini 148. Nogarola Abate Taddeo 60.

Orti-Manara 60. Orti-Muselli Marchesa 60. Omero 5, 6, 144. Ossian 6, 7, 8, 42. Ovidio 24, 38.

Pagani-Cesa Urbano 54. Pagello Pietro 31. Paleocapa 143, 175. Paoletti 53. Papadopoli Fratelli 15. Papafava Beatrice 72. Papafava-Grimani 72. Paravia Pier Alessandro 78, 114. Pareto Lorenzo 124. Parini 73, 204. Parolari Giulio Cesare 113, 114, 124, 125. Partenide Irminda (V˙ Bergalli-Gozzi Luigia) 8. Pascolato Cav. Alessandro 152. Pasini Lodovico 106. Pasini Valentino 177. Pastrovich Giovanni 57. Paul de Kock 200. Pecile Enrico 52. Pederzani Abate 12. Pelizzari Jacopo Zio 40, 65. Pelizzari Jacopo Nipote 40, 41. Pelizzari Antonio 40, 41. Pellico Silvio 111, 112, 113, 114, 151. Penolazzi Dottor 49. Percotto Conte Antonio 53. Percoto Caterina 173. Perucchi-Peruzzini Virginia 138. Perez 98. Persio 160. Perucchini Gerolamo 48. Peruzzi Pietro 52. Peruzzini Giovanni 137, 140. Pesce Francesco 44. Petrarca 174. Petrettini Maria 36. Petrucci Napoleone 78. Pezzi giornalista 167. Pezzoli Luigi 44, 67, 68. Piave Francesco 138. Piazzetta Francesca 119. Pico 52. Pieri Mario 36, 210. Piemartini Professore 150. Pimbiolo degli Enghelfreddi Co: Francesco 24, 58. Pindemonte Ippolito 13, 15, 16, 17, 20, 36, 38, 60, 61, 65, 126, 180. Pindemonte Giovanni 60. Pini Gaetano 163. Pio VI. 35. Pio VII. 38, 73. Pio IX. 143. Pirona Abate Jacopo 50. Pisani 29. Pisani-Rambouillet 15. Pitagora 201. Piucco Giannantonio 155. Plauto 10. Pola-Albrizzi Sofia-Antonietta 122, 123. Pola Paolo 122. Polcastro Co: Gio. Batta 58. Polcastro Co: Girolamo 58. Politi Giovanni 53. Polo Germano 166. Ponson du Terrail 200. Porta 45. Pos Valerio 56. Pozzan Alessio 207, 216. Prati Giovanni 147, 208. Principe di Sangro 71. Prosdocimi 182. Pujatti Giuseppe 36, 53. Puoti Basilio 13. Puppati 44.

Querini Stampalia 182.

Radelli 133. Rainati Enrico 39, 40. Rambaldi Ab. Gio. Batt. 120, 121, 122. Ramello Luigi 49. Rambouillet Pisani 15. Rasori 105. Rebizzo Bianca 124, 125, 197. Regina. d' Etruria 42. Remondini Conte Giuseppe 66. Remondini Tipografia 28, 66. Renier-Michiel Giustina 14, 18, 19, 23, 36, 95, 177. Renier-Zannini Adriana 19. Renier Stefano Andrea 67. Renier Giovanni 37, 111, 112, 113, 114, 168. Ricatti 45, 65. Ricci Marchese 21. Ricci Zanon Antonio 57. Ridolfi 165. Rinaldis Co. Girolamo 53. Ristori Dal Grillo 151. Roccati Cristina 48. Rodella 63. Romanin Samuele 157, 158. Romillo Luigi 49. Rosa Malvina 151. Rosa Gabrielle 161. Rosmini 111. Rossi Commediografo 148. Rossi Antonio Medico 63. Rossi Ab. Gio. Batta 48. Rossi Gabardi Isabella 47. Rossini Gioacchino 176. Rota Antonio Coreografo 176. Rousseau 195. Rowley 7. Rubbi Andrea 67.

Sagredo Agostino 156. Sale Luigi 21, 117. Sale-Mocenigo-Codemo Cornelia 21, 117, 127, 128. Salustio Cajo Crispo 33, 61. Salmini 150. Sand Giorgio 32, 82, 151, 155, 205. Sangro Principe 71. Sarego-Allighieri Anna 15. Sartorio Luigi 116. Savi Ignazio 62. Savio-Rossi 10. Saffo 194. Scarpa Antonio 40, 105. Scott-Walter 82. Schelling 201. Schiller 9, 137. Schiavoni Natale 172. Schiavoni Felice 172. Scoffo Medico 67. Scolari Filippo 45, 61, 125. Scopoli Ferdinando 137. Scrofa Isabella 116. Scuderi 15. Segato 54. Segusini 169. Selvatico-Estense Pietro 58, 104, 169, 172. Seyès 183. Semenzi Gio. Batta Alvise 37, 85, 120. Sgricci 93. Shakspeare 9, 19, 83, 116, 144. Sicca tipografo 99. Socrate 193. Sografi 148. Soldati Sebastiano 42, 107, 108. Somma Antonio 149, 152. Sommerville Maria 129. Spolverini Marianna 126. Staël 22, 194. Stampa Gaspara 97. Stefani Guglieimo 103, 104. Stella Luigi 156. Stella Guglielmo 156. Souvestre 83.

Talia Abate 13. Targa Leonardo 60. Tarsense Aurisbe (V˙ Barbaro Gritti Cornelia) 35. Tecchio Senatore 175. Tempesta Canonico 116. Tenerani Scultore 171. Tentori 33. Teotochi-Albrizzi Isabella 14, 16, 18, 19, 20, 29, 35, 36, 45, 50, 58. Testa Francesco 63. Thiene Leone 65, 116. Thiene Domenico 63, 116. Tiepolo-Gozzi 8. Tindaride Erminia 32. Tipaldo Cav. 56, 75, 214. Tironi 33. Tissi Zannini 168. Tiziano 171. Tomaselli Giuseppe 59. Tommaseo Nicolò 12, 78, 101, 104, 143, 161, 171, 196, 214. Tommasini 105. Tommasini-Soardi 59. Tomitano Giulio Bernardino 27, 45. Torelli-Minadois Annibale 48. Torelli Achille 149. Tornieri Lorenzo 65. Tornieri Arnaldo Io 65. Tornieri Arnaldo IIo 65. Torti 17. Trattori 52. Traversi Anton Maria 72. Trento Giulio 37. Trivulzio 116. Trois Medico 105. Thierry Agostino 157.

Urbino 216.

Vallisnieri 73. Varisco Dott. Pietro 39. Vasari 165. Vecchia Avvocato 63. Vedova Giuseppe 57. Venanzio 44, 74, 93, 97. Vendramin-Sale Fiorenza 21, 117. Vendramin Ricci Maria 21. Venerio Gerolamo 51. Veludo Giovanni 37, 56. Veludo Giuseppe 37. Veludo Spiridione 37. Verdi Maestro di Musica. 176. Veronese-Mantovani Angela (V˙ Aglaja Anassilide) 78. Veronese Pietro 78. Verne 82. Vico 162. Vianelli Gerolamo 66. Vianelli Giovanni 66. Vianelli Giuseppe 66. Vianelli Valentino 66. Viezzoli Ernesta 125. Vigna Dott. Cesare 182. Vigna Fortunato 62. Villardi Francesco 59. Virgilio 45, 78, 82. Vittorelli Jacopo 66, 77, 78, 79, 94, 111. Vivorio Angelo 65. Viviani Quirico 45. Volmar Giovanni 76, 77.

Ypsilanti 135.

Web 36. Widmann 34. Walter-Scott 82, 83.

Zabeo Abate Prosdocimi 58. Zamagna 35. Zamousi Dal Lago Francesca 174. Zanchi Alessandro 68. Zandomeneghi padre 171. Zandomeneghi figlio 171. Zandonella Gio. Batta 67, 68. Zanella Giacomo 138. Zanetti Borzino Leopoldina 172. Zannini Gio. Batta 167, 168, 169, 170. Zannini Dott. Paolo 19. Zanon 50. Zender Bartolammeo 73. Zendrini Angelo 73. Zendrini Bernardino 74. Zeno Apostolo 26. Zigo 9. Zoppetti 33. Zorutti Pietro 51. Zorzi Pier-Antonio 126.

PELLEGRINAGGIO A BRUSUGLIO

V' è nella mia vita un giorno di cui mi resterà sempre la memoria splendida e insieme carissima. Fu quello in cui ho visitato Manzoni, e siccome tutto ciò, che riguarda quel Grande, diventa per gl' Italiani d' una nobile importanza, così mi sento il dovere di riferir per intero ogni incidente di quell' ora sublime.

Partii la mattina del giorno undici agosto da Milano, e uscendo da porta Garibaldi mi diressi a Brusuglio, dove sapevo ch' era andato Manzoni, nella sua Villa. Ch' ei non fosse in città, nella sua bella casa, colla facciata di terra cotta, via del Morrone, all' angolo della piazza Belgioioso, quasi mi piacque. Una visita in campagna ha qualcosa di più confidenziale, di più umile, e m' ispirava maggiore coraggio. Pur tuttavia, avanzando nella cittadina (che a Milano chiamano Brougham) non potevo vincere un certo sgomento, e l' idea di trovarmi al cospetto d' un tanto uomo, mi facea ricordare il si figuri del sarto, nell' immortale capo lavoro « i Promessi Sposi ». Alle volte, giusto quando men si vorrebbe, escono fuori spropositi, e poi non si sa come rimediarci. Percorrere molte leghe apposta perchè Manzoni mi togliesse quell' alta benignità, di cui volle onorarmi, pareva a me troppo amaro.

Mi proponevo non pertanto di parlargli delle persone con cui lo ritenevo o lo sapevo in relazione, ed a cui mi stringe riverente amicizia. Prima, del nostro concittadino filosofo Giuseppe Bianchetti: del Professore Piermartini, per bocca del quale m' era venuto, da Manzoni stesso, l' onore de' suoi saluti: saluti dovevo portargli dell' egregia, che l' avea visitato nel cinquantanove, quando errante trovatrice, era anch' ella apparsa nelle città Lombarde, appena redente. E d' altri nostri poeti e care persone del mio paese, note certo a Manzoni di nome, mi preparavo ad intrattenerlo; ciò di cui non mi ricordai più, nemmeno in ombra, allorchè venni al suo cospetto.

Intanto al trottino monotono del cavallo s' era giunti dove, a una svolta della strada, ch' è fra due siepi, con campi ai lati, e senza prospettiva, s' apre un' altra via simile, ma più stretta. Un pietone c' indicò, che per di là s' andava a Brusuglio.

Difatto, girando ad una seconda svolta, e imboccata una via del tutto campestre, parallela a quella di prima, si cominciò a costeggiare qualche muraglia, qualche casa sulla porta della quale stavano donne, lavorando calze. Poi novamente diveniva solitaria fra siepi e campi, fin quasi presso a Brusuglio. Devo dire, ad un certo punto, vedendo la campagna coltivata con amore, belle piantagioni fitte, regolari, un aspetto insomma di intelligente accuratezza nei bei prati, nei ruscelli irriganti, supposi appartenessero a Manzoni. Difatto egli ha, come appresi di poi, cinquanta paesani sotto di lui, che lo riguardano più come pardre e maestro, che come padrone. Finalmente ecco il villaggio. Poche case, senza vetri, monelli per la strada, un' altra rivolta a mancina, e, in fondo all' unica contrada, ci fu additata la dimora di Manzoni.

Appena comparso il Brougham davanti il cancello, un servitore, in semplice ma decorosa tenuta, venne ad aprire, c' introdusse in un cortile nitido, a quattro lati, attorno il quale, gira per tre la casa. In mezzo al cortile un' ampia paniera di fiori, piantati regolarmente, con buon gusto, a zone di vari colori. Un grande e bel cane mi si accostò mentre scendevo, ma, benchè imponente, non mi passò in idea che avesse cattive intenzioni. Il servitore mi domandò chi dovea annunziare: mi nominai, partì subito, entrò in casa.

La casa d' un sol piano, l' atrio, in quel lato che prospetta il cancello, è una specie di pròstilo a colonne, dopo il quale si viene ad una stanza ottagona, lateralmente a cui si prolunga in due ali l' appartamento. Non so come vedessi tutte queste cose, perchè provavo grande emozione. Appena ito ad annunziarmi, il servitore ricomparve, e m' invitò ad entrare. Locchè fatto immantinenti, e posto piede in una stanza a destra, si mosse da un tavolino, davanti a cui sedeva leggendo, e mi venne incontro un bel vecchio, un po' curvo per l' età, ma vegeto, manieroso nella sua ritenutezza, sereno nella sua gravità. Allora accade una piccola lotta, perchè gli volevo baciare le mani e non lo permise, sebbene quasi me gli prostrassi davanti: laonde sedetti, dietro il suo cenno, sopra un canapè, ed egli, tolta una sedia, si mise alla mia dritta.

Desidererei raccogliere tutto ciò che mi disse, e mi ci proverò, tralasciando solo quello che particolarmente mi concerne, ma non quei pensieri, che mi paiano dare maggior luce e risalto alla maestosa figura ch' io dipingo.

La conversazione ebbe un nobilissimo punto di partenza, e fu la Madonnetta, ch' io due anni prima, rendendomi colpevole di vera temerità, avevo copiato da una soavissima immagine dell' egregia mia concittadina Rosa Bortolan. Io gli chiesi scusa se lo disturbai pel passato di soverchio colle mie lettere, colle mie spedizioni. Egli disse, che questo frasario male si addiceva a me, perchè era lui che si sentiva in dovere di essermi grato, appunto per l' invio della Madonna. Gli risposi che m' era venuto in mente di ritentare la prova, copiando una Addolorata della stessa Bortolan, ma che m' avea trattenuta la tema di non poter mai raggiungere l' alta espressione, tutta di cielo, che può infondere alle sue creazioni quella eletta; il sentimento religioso, il quale tocca l' ideale, non essendo cosa che s' impari alle scuole.

— È un sentimento, che si va perdendo — disse Manzoni — ch' è anzi quasi perduto.

— Pur troppo — soggiunsi — ma spero che ciò non sia che precariamente. Nessuno torrà mai Dio dal cuore dell' uomo.

— No di certo, ma non s' intende il perchè gl' Italiani si mostrino così, dacchè son divenuti liberi, se vediamo gli stessi protestanti conservare il loro culto.

— Il re di Prussia, diss' io, ordina preghiere e digiuni.

— Il presidente degli Stati Uniti lo stesso — riprese Manzoni. — Che sarebbe se Vittorio Emanuele, si sognasse di ordinare un triduo o una vigilia? …

— Forse — risposi — la ragione di questo abbandono selvaggio, si trova in ciò, che il nostro carattere non conosce mezze tinte, non può ammettere apparenze, chiese ufficiali, chiese stabilite ecc… quando non crede. Per noi la va da provare un sentimento intenso, profondo, o dirci atei alla prima.

Manzoni affermò. Io conclusi esprimendo la lusinga, che, appunto per essere tale, la cosa non potrà avere conseguenze durevoli negli animi del nostro popolo: al che il mio illustre interlocutore, fece un' osservazione consolante quanto vera e generale.

— Di certo — diss' egli — le chiese son frequentate sempre e da per tutto, quanto prima.

Tralasciato quel tema, venni a dirgli che mi ero mossa dal mio paese esclusivamente a fine di procurarmi l' onore e la consolazione di vederlo, e attestargli a voce quei sensi, ch' io gli aveva espressi per lettera.

Si scansò modesto, mormorando che non credeva meritare un tanto entusiasmo.

Io replicai: che la massima parte degli Italiani sentiva come me; ciò che riguardavo una fortuna, perchè così si poteva citarlo ad esempio, che non sono soli i poveri di spirito a credere, e perchè significa che certe massime di materialismo sono, più che altro, proteste a fior di labbro. Ogni cuore onesto si rallegra nel riscontrare la venerazione del pubblico per Manzoni.

— Se stanno per lei — ho soggiunto — stanno per la Fede, per gli onesti entusiasmi, con lei sanno, ed apprendono. In fine, questi altri falsi apostoli, ragioni non ne adducono nessuna.

— È vero — esclamò con austera vivacità — hanno un no superbo, ma non hanno argomenti!

Vorrei poter rendere il modo con cui proferì quelle parole, l' intonazione veramente superba con cui ha detto superbo quel no! Come al chiaro suono di quella voce, a quell' accento così vibrato, e in un così penetrante, mi parve rileggere tutto quanto il filosofo avea scritto su questo alto proposito: vorrei esprimere come ne fu la sintesi viva ed eloquente, che mi balenò nell' anima, e con una splendida percezione mi avvertiva: — Sei davanti a Manzoni!

Scorso qualche tempo, tremante di dargli noia, dissi al mio illustre interlocutore, che appena ne avesse abbastanza de' miei discorsi, mi mandasse via. Egli, con un brio, pieno di grazia, esclamò — ma questa è la maniera di restar sempre qua. — Allora gli domandai cosa stava facendo.

— Eh! — rispos' egli, con una certa maniera e con un certo sorriso — Che vuol che io faccia? Combatto coll' età.

— Perchè mi vuol ella ricordare questa cosa? già me l' ha scritta, e non sa che noi non ce ne vogliamo sovvenire? Per noi Ella è immortale, ed è crudeltà rammentarci che anco gl' immortali possono morire.

In questo tema si proseguì alquanto, egli schivo alteramente, io modestamente ardita, quindi si parlò delle cose presenti.

Si tratta che in quei giorni succedevano i clamorosi fatti della guerra sul Reno; le grandi vittorie dei Prussiani, e le sconfitte, non meno grandi, dei Francesi. Manzoni mi dimostrò, con una chiarezza e lucidità di criterio ammirabile, come l' Italia si trovi in condizioni migliori della Francia: perchè non si può supporre che il nostro Governo abbia velleità di tornare a disfar l' Italia, rimettere i Re, Duchi ecc. Ma che l' indebolimento assoluto della Francia sarebbe un danno per noi, una sventura.

Qui gli parlai dello spirito un po' torbido per non dir ribelle ch' io trovava, con mia maraviglia e dolore, a Milano. Gli raccontai, come il dì innanzi avevo disputata in omnibus, la causa dell' ordine, e come a certe signorine briose ed eleganti, beate delle sconfitte dei Francesi, perchè le si aspettavano un patatrac in Italia (cosa intendessero vattela pesca), avevo detto l' animo mio — e che quello che noi avevamo di meglio a fare, era pregar Dio di non sentir di nuovo gli unghioni tedeschi nelle nostre misere carni. — V' è un antagonismo di razza…

— Già. Queste diversità di razze non contano nulla, ma essi se ne valgono per sopraffare…

— Cosa vogliono in fine i Milanesi? — replicai — han tanto umore perchè son ricchi sfondolati … È vero che gl' inquieti son pochi. — Allora Manzoni:

— La popolazione è compatta: piccola minoranza è quella che dà tanti fastidi, ma che monta? … se i facinorsi son arditi, se i tribunali son incerti? … Basta studiare le rivoluzioni, si vede essere stata sempre una minoranza a trascinare il resto, che ci va dietro intimorito. È la paura personale, che prende la maschera del coraggio, e va avanti e oltrepassa … Così fu al tempo di Robespierre.

Gli ricordai il suo dialogo sull' Invenzione — come dimostra eloquentemente la voltata di Vergniaud, quando in vece di difendere il re, secondo avea promesso, e tutti aspettavano, profferì davanti alla terribile assemblea, radunata a decidere la sorte di quell' infelice, per diffinitiva sentenza la morte. Poi si scusò dicendo, che essendogli apparso il fantasma della guerra civile, avea desistito dall' intento di difendere Luigi XVI. Invece la era paura dei montagnardi.

— Ho letto, ripresi, moltissime lettere di Luigi XVI, di Maria-Antonietta, di Elisabetta, raccolte da Feuillet des Conches, e dal cavaliere Arneth, dove questa verità è provata con una progressione costante, eloquentissima… L' applicazione di questa verità sarebbe per noi terribile — conclusi — ma io confido nel buon senso della nazione. Anco la Chiesa, che ha poi raggiunta una unità così splendida ed assoluta, ebbe a sorpassare tempi fierissimi, appunto nei primi secoli della sua fondazione.

Cadde quindi, naturalmente il discorso su Venezia modello di civile sapienza.

— Noi siamo gli Ateniesi d' Italia — risposi — ma noi abbiamo tanto sofferto… tanto! tanto!

— E per questo son così buoni! — esclamò allora il mio venerato maestro, con una arguta e festosa vivacità.

— È vero — sarà per questo, soggiunsi. Per me gli anni, che scorsero dal 59 al 66, vorrei morir mille volte piuttosto che passarli ancora. Nei padroni una cupa oppressione, mascherata a condiscendenza; un volerci dare libertà, che non si accettava: per noi un odio di cui si era stanchi; tutto il nostro danaro andava fuori; un impoverimento progressivo, che ci conduceva al marasmo. Poi, negli ultimi mesi, ci fu il bouquet. Si era chiusi per ischerzo: permettevano uscire — signor no — non si esce più: lo vietavano per davvero: bisognava trovarsi al caso di morire senza vedere i suoi di terra ferma, o di lasciarli morire per un blocco fittizio. Poi non si poteva aver acqua, con un cielo ardente ci toccò patir la sete… — Qui, ripensando a quei dolori, che furono il sommo del Calvario, ripensando a chi, più d' ogni altro, m' avea infusa la forza di sostenerli con entusiasmo, e più ancora con pazienza, parlai al mio illustre ospite d' una persona, che gli somiglia nell' altezza dello spirito, del carattere, dell' ingegno e della modestia: oltre che nell' aspetto, nel fare, perfin nella scrittura. — Mi domandò chi fosse.

Gli ho nominato il Dottor Alessandri. Gliel' ho nominato con sentimento di lieta ambizione, senza immaginarmi che appena dopo tre mesi, quell' inclito medico, al quale era così facile tener lontana la morte dal letto degl' infermi, ne sarebbe stato, in modo crudele, colpito: senza nemmanco sospettare che Venezia perderebbe, così immaturamente, un tanto cittadino, un tanto filosofo, ed uomo!

Si passò quindi ad altro tema, a me sacro e ben altrimenti caro. Gli chiesi se avea ricevuto il volume dei versi di Cornelia Sale, da me inviatogli un anno prima. Dai versi di mia madre, si toccò dell' Azeglio, e gli ho spiegato come ci sia con la sua famiglia, se non parentela, affinità, essendo nella famiglia Sale, da cui nacque mia madre, come in quella dei Ricci, entrate due sorelle Vendramin. S' è parlato di Matteo Ricci, il quale sposò appunto la figlia di Massimo d' Azeglio: udii che vive a Torino studioso, ritirato, che ha due belle bimbe. Si toccò del Marchese Amico Ricci, zio di Matteo, e d' alcune opere d' arte che ha lasciate, di cui Manzoni non aveva contezza. Di Domenico m' apprese ch' è morto, di Giacocomo, antico patriotta, non ne sa nulla, io, meno di lui; d' altri particolari domestici si toccò di volo, e qui noto: Manzoni ha un modo cortese, affabile, ma naturalmente ritenuto che, senza volerlo, impone il rispetto, frena la lingua, quand' ella trascorresse al lagno, alla maldicenza, a soggetti insomma non degni di lui. Ma non per questo impedisce lo scherzo, e tanto, che, parlando appunto dell' Azeglio, non mi potei trattenere dal chieder mi spiegasse una cosa, e l' ho fatto un poco ridere.

— Senta, signore, scusi: a noi pubblico, è parso quell' epistolario fra l' Azeglio e Luigia Blondel, sua moglie, una specie di enigma; simpatico assai e divertente, ma enigma. Perchè sempre lontani? tante tenerezze fra marito e moglie, e sempre per la posta? … — Manzoni, rise di cuore e badava a mormorare — è vero — è vero. —

Da quanto poi mi disse, ho capito che amore ci fu, e vivissimo; ma che l' amore non basta, e bisogna che s' incontrino i caratteri…

Discorrendo de' suoi nipoti, e d' un certo sbaglio di nome avvenuto per lettera, fra il mio illustre interlocutore e me un anno prima, mi parlò del giovinetto Giorgini, e delle alte speranze, che ha date a quest' ora.

Anco a proposito dell' edizione di quell' epistolario dell' Azeglio, scambiate poche parole sulle condizioni librarie in Italia, mi onorò di confidarmi interessi suoi, dopo dei quali ogni autore può fra di noi rassegnarsi a non aver certi vantaggi colle opere di ingegno … E qui per tema di dargli soverchia noia, mi levai, pregandolo di accettare un quadretto da me dipinto per lui. Al che si mostrò gratissimo. Uscii dalla stanza, andai al biroccino presi la cassetta, e la portai all' illustre, che mi aspettava in piedi. Avevo dipinto un bragozzo Chioggiotto, col vento in poppa. L' aria essendo riuscita abbastanza limpida, l' acqua trasparente, non faceva cattivo effetto; perchè in quel genere, se si riesce a portar via un raggio di luce, è tutto. Certo mostrò gran piacere a guardarlo, e ancora lo vedo, con quel quadretto in mano, cercare il punto favorevole per attaccarlo al muro.

Posto che era in piedi mi feci coraggio, a domandargli il suo ritratto. — E lui — subito! se mi permette, vado di qua a prenderlo nella mia scrivania — ed io: — Mi spiace, che la si disturbi, ma le chiedo il permesso di accompagnarla. — Mi fa un onore. — E mi mossi, dietro le peste delle care piante. Passammo, dopo varie stanze di cui si compone da quella parte l' ala dell' appartamento, in una camera, anche questa arredata col sobrio decoro, ch' è il carattere di tutta la casa.

Quando un uomo, un filosofo, ch' è anco un signore, si mette in quella posizione nobilmente austera, egli comanda senz' altro il rispetto. Non dovere, non domandare niente a nessuno, è il caso in cui difficilmente sarà mai umiliato. In qualunque più larga forma si componga la società, poco essa può dargli, nulla ha da portargli via. Certo per tal maniera di vita s' accrebbe a Manzoni la stima dei contemporanei, che in tal perenne ritegno, sentirono il segreto di quell' anima altera; laonde, trionfa tore perpetuo nello splendido arringo dell' arte, da vivo ottenne gli onori del Campidoglio, nè mai lo schiavo ha dovuto susurrargli all' orecchio i ricordi sulla umana pochezza; la vita gli passò incontaminata, senza le offese della calunnia, senza le brutture dell' invidia, egli che ha dovuto eccitarne tanta!

In fondo alla camera, in una specie d' alcova, avea una scrivania: ne aprì un cassetto, ne trasse un ritratto, di dietro ci scrisse francamente una piccola dedica. Io stava dietro a lui, e a veder tanta degnazione, non osavo fiatare, e mi parea d' essere levata da terra.

Quando mi porse il ritratto, volevo baciargli le mani. Non consentì. — Mi resterebbe avvelenata la memoria d' un così bel giorno — diss' egli. — Cosa dovrei dir io — proruppi — io che l' aspetto da tanto tempo! — E come si schermiva: — Creda — ho replicato — io non soglio buttarmi via facilmente; forse merito qualche volta la taccia di sgarbatezza, ma dall' altra parte se il proprio entusiasmo non è dato con discernimento, cosa vale?

Egli inchinò con atto modesto il capo, ma poi, accostandomisi, profferì arguto e benevolo:

— È un errore della sua indulgenza!

Dalla porta laterale dello studio dove eravamo allora, si scorgeva un pergolato regolare, oblungo, nella stessa direzione e continuante direi quasi, colle sue belle pareti verdi, l' ala della casa. — Oh! che bel parco! — esclamai.

— E lui — se osassi pregarla di fare un giro. — Ella pregarmi? … spero che mi terrà in conto d' una serva, pronta a seguirlo dove avrà la bontà di condurmi. — Preso un cappello di Panama, se lo mise in testa, dopo avermene, con un gesto cortese, chiesto il permesso. Così vestito tutto di grigio, semplice e proprio da campagna, pur nel suo fare ha una correzione, direi un' eleganza, un che di assestato che rivela il gentiluomo. Si vede che s' è fatto umile, ma che nasce di famiglia cospicua; c' è appunto nell' epistolario di Azeglio un cenno sulla famiglia dei conti Manzoni, feudatari di Lecco, e, a mostrare quant' erano temuti e rispettati, riporta una curiosa tradizione. Certo quell' esser nobile e non averlo mai voluto sapere lui, nè che se ne ricordasse nessuno; quel rinunziare ad un posto ch' è suo, e di cui altri si terrebbe ambizioso, non gli scema, gli aggiunge. Tanto più gli si è grati della sua modestia, e che, figlio di quella casta, abbia insegnato l' amore al popolo. Par bello scoprire, al suo cospetto, nel filosofo cristiano, nel letterato popolare, anche il patrizio. Quest' uomo ha tutti i prestigi!

Dall' anticamera rotonda, e dalla porta retro al pròstilo, per dove si entra, scesi due scalini, fummo nel parco. Gli dico parco per dargli un nome. Però non è che un bel tappeto verde, circondato da alberi magnifici, di portamento maestoso e ricchissimi di fronda. Il tappeto devìa un po' a destra, e sale con tenuissimo declivio. A veder quella simpatica chiusa, tanto di mio genio, non mi trattenni dall' uscire con una sfuriata contro quei borghesi, pizzicagnoli, banchieri straricchi che in un giardino mettono di tutto. Chioschi, gabbie, baroccate d' ogni genere, piantagioni di scope, un pettegolezzo di mille fioretti, e ciò anco davanti a bei paesaggi grandiosi, là dove non occorrerebbero che praterie, gruppi d' alberi, ondulazioni di terreno, tanto di secondare il bello che ci hanno attorno, e ch' essi, Dio gliel perdoni, rovinano … Al che Manzoni mi rispose: — È una consolazione per quello che manca. — Cosa vuole di più bello che un prato … cioè zolla, o gazon, o pelouse … ecco il caso — io soggiunsi — di saper come si direbbe in Toscana. — ed egli — Non c' è che tappeto.

Intanto si proseguiva nel bel viale di altissime piante che circonda il suolo.

— Tutte fedi di battesimo! — esclamò Manzoni. — le ho piantate io.

Mentre le guardavo: — Posto che la mi permette osservarle se qualche cosa manca, le dirò, manca l' acqua, che ad un giardino è come gli specchi in una camera, e al romanzo la pittura d' una donna soave. — Manzoni riprese:

— Avesse visto prima delle piove, quel prato! che aridezza! dopo era come un lago. Adesso le farò vedere una catalpa, ch' .io chiamo l' ippopotamo, tanto è cresciuta da sua posta in modo stravagante. — Ci inoltrammo allora in un sentieruolo, e salimmo il pendio.

Raggiunta, al fianco del nobile vecchio, la cima di quella montagnola, domandai permesso di riposare sopra un sedile che c' è all' intorno, e a cui la mostruosa catalpa fa da ombrello: e sedetti. Alle mie spalle vi aveva il prato e la casa. Davanti le campagne coltivate, che si stendono a magnifica pianura liscia, rotta da pioppi come ce ne sono in tutta la gran valle subalpina, a gruppi, o isolati, d' un verde carico; belle aste, dritte come fusi, con un pennacchio sul vertice, alberi di nave, in mezzo l' oceano, e fanno un magnifico vedere.

Manzoni, mi mostrò il Resegone, che si distingueva appunto (com' è detto nei Promessi Sposi) per la sua forma di sega. Venendo a sinistra, le Alpi prendono aspetto più severo, giogaie imponenti, qualche punta lucicava per nevi eterne. Non so se da quel sito si scorgano i Monti Rosa e Bianco.

Il mio illustre Cicerone mi additò fra gli altri il castello di Mombello, dove stette Napoleone I, ancor generale, per più d' un mese, e dove andarono i poveri inviati Veneziani, che già non contavano più niente. — Pur troppo — mormorai! — erano immiseriti nella vita domestica, e quei nobili pensavano più alle loro case, alle ville, piuttosto che allo Stato, come se, cadendo lo Stato, non cadessero anche le loro case, le loro ville, il prestigio del nome e tutto! Quando si vedono gli uomini occuparsl d' inezie, sono andati. Per esempio, Napoleone terzo si è assai immiserito ultimamente! via via che gli è cresciuto il figliolo, pensò alla dinastia più che alla Francia, e a far mettere da per tutto il proprio stemma. I sovrani che studiano paleografia e numismatica sono sulla strada del tramonto. E lo dicevano tanto bravo, e lo decantavano per tanto furbo! Ed egli avea l' esempio della vera furberia, nell' onestà, nel galantomismo d' un re, che pare faccia poco e fa moltissimo. In guerra monta a cavallo; in pace lascia la nazione a sè stessa, o la ammonisce quando occorre, e la guida con misure, che somigliano a ispirazioni. Non pertanto a discolpa del primo, se non a minor gloria del secondo, c' è da riflettere: là una nazione che decade; qui il vigor della vita al suo nascere.

Queste ultime cose non mi ricordo se le dissi davanti a Manzoni, ma in ogni caso le dico adesso, perchè così giudico e sento.

Il mio illustre interlocutore riprese: — Già, una repubblica aristocratica non si poteva più sostenere, al sorgere d' un governo popolare e rivoluzionario. Bisognava che finisse. — E profferì queste parole col tono dell' uomo pratico, dell' uomo d' affari, che ha studiata la dinamica sociale; e vede benissimo come si regolano le cose umane.

Non posso trattenermi qui dal riflettere quanto in Manzoni questa vena di positivismo si unisca, si associi maravigliosamente al raggio di poesia, con cui ha innebriate più generazioni.

Dotato dell' attitudine propria alle grandi anime di elevarsi a idee generali, ha il colpo d' occhio sicuro per ogni particolarità, quand' occorra. Ei sa dunque essere alto e pratico, universale e concreto. L' onda del verso non attenua, ma invigorisce coi concetti pensati, e sarebbe uomo di stato, com' è lirico potente. Nel canto patriottico cita la maschia Iaele, che vibrò il colpo; nel romanzo vera dipinge la monaca colpevole, benchè, nell' ideale senta Ermengarda e Lucia. Addita unico linguaggio vivente il Toscano, ma distingue sovente: ma sovente i suoi scritti insapora di forme classiche, elette. Poggiato ad argomenti legali, puramente umani, esattissimi, dimostra l' erroneità della sentenza, che condannò gli untori; ma il sistema di Bentham, che pone la morale nell' utile, confuta con una logica creatrice, che guida alla eterna giustizia. Dialettico stringente, lontano da pericolose utopie, da nebulose dottrine, nel dialogo dell' invenzione, ti convince della verità d' una filosofia sublime, con apprezziazioni sicure; di deduzione in deduzione, di dilemma in dilemma penetra nei più sottili avvolgimenti del pensiero, ti spiega l' origine delle idee, risale ai principî fino che arriva a Dio: e sempre, in ogni raziocinio della mente, in ogni slancio del cuore approda fermo alla terra, ma è partito dal cielo!

In quanto a ciò che ha più strettamente relazione con lui stesso, Manzoni non si è mai dato al pubblico se non per un letterato serio e coscienzioso, un capo famiglia saviissimo, un vero patriarca. Parrebbe che a lui la tempesta delle umane passioni fosse sconosciuta, così poco ha parlato di sè, ha fatte confidenze a suoi lettori, come usano molti, specialmente stranieri, i quali si atteggiano ad eroi del loro intimo poema. Eppure nelle sue pagine quanti riscontri agli attriti della vita, quante esattissime note de' più riposti e vari moti del cuore, quante parole che dicono un mondo di cose. Certo egli solo nel registrare quelle idee, sa dove termina la contemplazione del filosofo, e comincia l' esperienza dell' uomo; ma, chi legge, trova in lui più che un freddo osservatore, e sente, per esprimermi colle sue parole, un' anima consapevole, presente a sè stessa, nel riferire ciò che ha provato.

Un altro pensiero o a dir meglio un paragone. Manzoni è pratico nel suo parlare, ne' suoi scritti, e ha diffuse idee alte, sovrane, colla semplicità di Colombo, quando mostrò come si fa a tenere un ovo ritto. Eppure non ha preso parte attiva in pubblico ai grandi eventi, da lui tanto sentiti e preparati. In vece lo stile in Tommaseo, lungi dal vestire quella forma alla buona dell' uomo d' affari, propria dei politici inglesi, talora ha un carattere tutto suo, d' alta e profonda astrazione, poco famigliare alle intelligenze comuni. Eppure la vita di questo inclito si mescolò efficacissima alla rivoluzione d' indipendenza Italiana. Cosa simile parrebbemi poter dire anco di Guerrazzi.

Per quante vie lontane una dall' altra, con quanti raggi di luce diversa, è piaciuto alla divina Provvidenza valersi in quest' opera de' secoli!

Adesso ritorna il discorso sopra Venezia.

— Senza il servaggio di Venezia non ci sarebbe unità italiana — riprese Manzoni.

— È possibile — soggiunsi — ma l' abbiam pagata coi nostri dolori. Le lagrime che ci han costato cinquant' anni di servitù sono un mistero per noi stessi, ed è un mistero quanto possano durarne le conseguenze, a cui credono che in un giorno si rimedii.

Qui si è discorso del blocco, del cholèra, ecc. — Fabris di Conegliano — disse Manzoni — mi raccontò che avean avuto per nutrimento perfin cibi guasti. — Poi mi parlò di Venezia, dov' era stato del 1804, abitava dall' Avvocato Cromer a san Maurizio (credo in casa dove ci sta ora l' Avvocato Lantana). Quelli che ha conosciuti son tutti morti. Nominò, fra gli altri, una Contarini. Ed io a lui:

— C' è una Contarini editrice, a cui Ella diresse una lettera, ch' io conservava preziosamente, prima di possederne a me dirette. — Manzoni fece quel suo nobile atto di modestia, non comprendendo il perchè del mio culto per lui.

— Ah! come può Ella dir questo, signore, Ella che a tanti poveri cuori infuse il coraggio di vivere, proclamando nel più gran libro del mondo — non si può viver bene, ma bisogna far il bene! — Creda: l' ingegno solo, scompagnato da questa feconda luce, mi lascierebbe indifferente. Cosa mi danno quelli, che mi tolgono tutto?…

— Non hanno nemmeno delle false teorie! — esclamò quel Grande, con sicurezza sdegnosa.

Difatto è vero: ci dicano germe di scimmia, o, più giustamente, rettili nel germe: analizzino fin all' indivisibile atomo: giungano a disseccare fin la cellula embrionica, compongano essi perfino (se è vero che vi sian giunti) qualche miserabile parte di materia organica, cos' hanno inteso, cos' hanno concluso? Hanno spiegato il mistero della vita, hanno estinto nell' uomo la sete dell' infinito, per la quale tutto soffre piuttosto che rinunziare al maggiore sviluppo del proprio ente? hanno scoperto perchè è soggetto a delinquere? hanno chiarito i destini dell' umanità? hanno creato quel verbo di vita che, alla somma dell' umana cognizione non muta, ma aggiunge?

— Però, ripresi — non vorrei ch' Ella giudicasse io stessi pel potere temporale; perchè anzi la Chiesa non mi parve mai tanto grande come quando fu perseguitata. — E Manzoni: — La Chiesa non ha che da rientrare in sè stessa …

Noto queste parole colla sicurezza con cui vennero pronunziate, benchè non si potesse ancora immaginarsi che tanto presto il poter temporale sarebbe caduto, e che la sua grande ombra sarebbe ita sotterra: poichè, secondo a me dice, e spiega una stimatissima persona, ad esso stanno a capello i versi di Didone: “Vixi, et quem dederat cursum fortuna peregi, «Et nune magna mei sub terras ibit imago.» “Urbem praeclaram statui, mea moenia vidi” etc.

— La Chiesa è incrollabile — soggiunsi — perchè i suoi cardini sono incrollabili: Libertà, perchè nessuno vi è superiore alla legge del dovere; Fraternità, ch' è il suo spirito; Carità, ch' è il suo sentimento. E questi sono i cardini delle società moderne, e saranno fin che esistano umane società non selvagge. Può il mondo roteare fino all' estinzione del tempo, mai ne troverà di più saldi, e non fu prima la democrazia a redimere lo schiavo, a emancipare la donna; la donna, che nel cristianesimo, fatta serva a nessuno, è ligia al suo dovere, e può rifiutarsi di obbedire a qualunque superiore le comandi il male. Non le si vieta che sia regina, conquistatrice, filosofa, artista, guerriera; le si interdice solo i passi che guidano al fango, da cui, nel crudele discernimento del mondo, nemmen l' acqua dell' oceano potrebbe detergerla. Laonde, ciò ch' è canone religioso è anche canone civile.

Manzoni si fermò in mezzo al parco, e profferì queste parole:

— Negli eventi della vita pubblica o domestica, ogni cosa che non è bene, la Chiesa lo vieta: ogni cosa ch' è buona, essa la suggerisce. E se quei tali hanno coscienza… se l' hanno… — Intanto rientravamo in casa. — Di novo Manzoni prese il quadretto col bragozzo, e gli cercava un punto dove stesse bene in luce. Allora si venne a discorrere dei Chioggiotti; Manzoni parlò con passione della loro valentia marinaresca.

— Appunto, signore, sono bravissimi, ed io le offro quest' umile barca peschereccia, come prospero augurio alla nostra marina. — Poi, innanzi di partire, gli dissi che avevo portato meco un ritratto della Bortolan, e glielo feci vedere. Una bella fotografia, in cui è atteggiata nel momento di dare la vernice alla Madonna, ch' io copiai, due anni prima, per lui. Bel contegno, attitudine dolce e maestosa, panneggiar semplice, cadente, e, come si suol dire, di stile. Manzoni esclamò:

— Si capisce che donna è, al solo veder questo ritratto — Poi timidamente gli chiesi se desiderava anche il mio.

— Anzi! — e se ne impadronì con amabile furia, quindi escimmo dalla stanza. Egli volle accompagnarmi al Brougham. Quando fummo fra le colonne, in cima alla gradinata del pròstilo, e scorse nel biroccino la mia compagna, rimasta fuori, mi die' un cenno di rimprovero, e cominciò a farle, premuroso ed umile, ripetutamente di cappello. Gli risposi ch' era troppo averlo incomodato io sola. Quindi accennai al vetturino, che avanzasse. Ma l' automedonte dormiva. Bisogna avvertire che non sapeva in casa di chi fosse, nè s' immaginava di trovarsi al cospetto di colui, del quale: — vede la sua propria figliola legger sempre i libri. — Non credeva nemmeno che ci fosse al mondo, ma assicuratosi in tal modo del contrario, non gli è parso vero, e durante il ritorno udimmo il buon uomo brontolare più volte — sunt prôpri content.

Mentre stavamo, accennando al cocchiere, e Manzoni gli diceva: — Eh! carrossè!… carrossè! — mi sfuggì un: — Oh i xe duri da capir! — Allora Manzoni, con una vivacità di voce e di gesti, che lo ritornava a' suoi anni giovanili: — Non son mica svelti come i barcajoli. Questi vengono addosso senza avvisare, ma i gondolieri hanno la loro maniera di dar segno: scia, stali e premi! — Ognuno può credere che effetto mi facesse udire là, da quella bocca, con quella festosa confidenza, il grido della mia laguna.

Intanto sopraggiunto il servitore di prima, il fiaccheraio col legno, restìo quanto il conduttore, si avvicinava agli scalini. Manzoni volle aprir lo sportello, ma non ci riusciva, anco perchè avea male a un dito, e vi portava un ditale di seta nera. Io ci pativa proprio, e tutti si ebbe un gran da fare a risparmiare al mio ospite quella fatica. Di baciargli le mani non osai, e mi tenni paga di stringerla. Tralascio le benedizioni che gli diedi, i ringraziamenti per tanta accoglienza, i voti di tornarlo a vedere, i reciproci saluti.

Montai, e la carrozza si mosse. Manzoni rimase sotto l' atrio a guardarci. Io, allo svoltare del Brougham, cambiai posto per poterlo scorgere ancora, mentr' egli salutava colla mano, in attitudine cordiale e decorosa; ancora vidi quella sua venerata canizie, che la luce meridiana pareva illuminare, come un' aureola d' argento; poi quel nobile vecchio, dopo un ultimo gesto, a cui rispondemmo agitando i fazzoletti, si mosse, e un po' curvo, ma con passo fermo, rientrato nella sua stanza, ci si tolse dagli occhi.

Venezia, Decembre 1870.

Qualched' uno ha creduto che Manzoni non mi conoscesse affatto quando mi presentai a lui a Brusuglio. Sebbene oscurissima, come potea non conoscermi, se teneva appesa al suo letto la madonnina, da me poveramente copiata per lui, dalla stupenda opera della nostra inclita Bortolan? Riporto un brano di lettera di Renzo Manzoni, diretta all' Illustre prof. Piermartini, prezioso documento, in appoggio d' una verità, così per me lusinghiera. Di più vi aggiungo la lettera stessa di Manzoni, scritta a me, appena ebbe ricevuto il quadretto. La cornice di cui accenna Manzoni è di Girolamo Bortotti da Belluno.

Carissimo Signor Professore,

La ringrazio infinitamente della sua affettuosisissima e carissima lettera. Lei è fin troppo buono e gentile. Mio Nonno la ringrazia tanto e poi tanto, e mi prega di farle i suoi più sinceri auguri e saluti. Anche mio padre e mia madre la ringraziano tanto. Papà mi ripromise, che se passo gli esami, mi lascierà venire a Venezia; allora sì mi troverò veramente felice, tanto per trovarla come per vedere una città a me nuova.

Sarà certamente in relazione colla Sig.a Codemo, quando la vedrà, mio Nonno la prega di salutarla, e di ridirle che quel quadro l' ha in sua stanza da letto, in faccia a dove dorme, e che tutte le sere lo guarda e l' ammira rammentandogli la gentilissima Signora che glielo regalò.

Non voglio più disturbarla ecc.

Renzo Manzoni

Questa è la lettera di Manzoni a me diretta.

« Gentilissima e chiarissima signora,

Milano, 24 dicembre 1868.

« Non so come renderle degni ringraziamenti per il prezioso dono, di cui Le è piaciuto onorarmi e rallegrarmi. Oltre il piacere di contemplare una bella opera di arte, la cara immagine, appesa nella mia camera, mi farà un bene, a cui forse Ella non ha pensato, perchè con l' aria di serenità celeste, che spira m' aiuterà a sotlevar la mente dai pensieri della terra; esercizio tanto più necessario a chi deve, non già presto o tardi, ma certamente prestissimo abbandonarla.

« La singolare ricchezza e finitezza della cornice non ha avuto alcun guasto dal viaggio.

« Si degni d' accogliere, insieme con questa debole espressione d' una vivissima riconoscenza, l' attestato del profondo ossequio, con cui ho l' onore di rassegnarmi

Dev. obbl. servitore

Alessandro Manzoni »

IPPOLITO CAFFI

Euforione: — Questo terreno ne ha creati più d' uno nel pericolo, fuor del pericolo, d' un coraggio franco, senza limiti: prodighi del proprio sangue; sacri spiriti inaccessibili alle tenebre; i combattenti ne facciano loro pro Volete restare invitti? armatevi leggermente: ogni donna diventi amazzone, ogni fanciullo croe.

(GOETHE, Secondo Fausto)

Quando sul cadere del giorno si ha davanti agli occhi lo spettacolo, che presenta questa città in certi punti, e si vede l' aspetto de' monumenti farsi vieppiù grandioso pei modi con cui li illumina il sole al suo discendere; quando dietro la cortina di Alpi, da cui è chiusa a un lato la Laguna, si contemplano quei bei tramonti, quei cieli che campeggiano tutti d' oro fra l' azzurro splendido aereo e quello d' acciajo dell' aqua: e striscie di porpora, che li tagliano obliqui, o sprazzi di luce incandescente, che si sprigionano dietro i monti colorati, essi, d' un viola acceso … quella bella scena insomma che vien poi via tutta insieme degradando in misurata, armonica rivoluzione di tinte e di forme, fin che dalla parte opposta, proprio in faccia a quei fuochi, e fra i riverberi lacchicci, mezzo spenti di nuvole solitarie, si annunzia la notte, allora è ben raro che dall' anima di noi, memori d' una recente catastrofe, non parta un grido: Caffi non la vedrà più questa bellezza di natura, e non potrà più riprodurla!

Perchè ognuno di noi, che lo ha conosciuto, sa come, prima d' essere padrone dell' arte, fosse della verità, come niente perdesse dei mille fatti importanti all' artista, e come in piedi avanti l' alba, per assistere al levar del sole, lo accompagnasse attento anche nel suo partire: nè stupirà se l' aspetto della bella natura sia appunto legato alla memoria del maestro: o se, per poco che la fantasia eccitata consenta a finzioni poetiche, paja in quella malinconia di ore e di luoghi, udir per l' aria un eco al proprio rammarico, una voce di enti invisibili, che lamentino anch' essi la grave perdita… « è chiuso l' occhio a cui furono aperti i nostri segreti: colui che interpretò e legò alle sicure leggi dell' arte le nostre fugaci leggiadrìe per poi fissarle, incomparabile, sulla tela; colui che con semplicissima tavolozza, semplicissimi mezzi, colse l' intonazione robusta d' ogni cielo più caldo, e il glauco dei flutti ne' quali ci specchiamo, lo perdemmo … in qual maniera e per sempre! »

E veramente la stupenda freschezza delle sue arie, i suoi fondi di non mai superata lucidità e trasparenza, egli li copiava coll' anima, spesso camminando assiduo spettatore d' ogni fase del giorno, d' ogni fenomeno della luce e degli elementi in guerra ed in pace. Qui in Venezia, ti sarebbe stato agevole incontrarlo, aitante della persona, con quell' andatura gagliarda, uso a calcare le balze dei gioghi alpini, come la sabbia del deserto: ferma la testa, slanciando di sotto alla larga tesa del cappello occhiate con cui rubava la bellezza ed il vero: col pollice fisso nel foro del gilè, all' angolo del petto, come se trattenesse la mano, smaniosa d' adoperar subito pennelli e tavolozza.

Così procedendo studiava, pigliando tutto a volo, intendendo tutto, e creava.

Linee che s' intersecano per lo spazio e precipitano all' orizzonte, da tutt' i punti, al punto di vista: colonne in fila, archi in fuga: piani diversi, figure per iscorcio, in ogni posa: istessamente il vario aggrupparsi di persone, le varie mosse nell' onda del popolo, i mille vestiti, i mille colori: e tutto gli era cenno, e di tutto si serviva per animarne le sue grandi prospettive. Cosa mirabile! quanto sapeva trovare e mettere al suo posto il più indifferente passaggio, la minima tinta neutra, così ardito e sicuro colla mano, quasi compasso, dalla diagonale traeva l' infallibile quadrato, e il suo occhio scopriva i punti fuori d' angolo o, come dicono, accidentali i più ardui in mezzo a foreste di complicatissimi segni. È diverso il segnare rigorosamente giusti gli effetti di ottica, lo sbattimento colossale d' un profilo sopra un muro illuminato, una proporzionata distanza di cose o di figure; è diverso dal saper fare che un oggetto stacchi per tono, e risalti fra grandi partiti d' ombra e grandi piazze di luce, o dal riprodurre così bene certi effetti, certi contrasti. Chi meglio del Caffi seppe cogliere e portar via la scena piena d' incanto del Colossco al lume opaco e misterioso dei fuochi bengalici, e rischiararlo così amorosamente con luce o di rubino o d' opala diffusa, e contrapporla con più mirabile effetto ai cupi orrori, agli antri perduti nelle tenebre di quelle venerande rovine? Nello stesso modo riproduceva la baraonda vivacissima d' un baccanale romano, d' uno veneziano; le torcie, i lumicini vaganti, i cento palloni, le cento macchiette piene di gioja e di movimento: nello stesso modo penetrava e palesava il bel punto di pace d' una famiglia egiziana, la quale si riposa sotto alle larghe foglie della palma o del banano: o quello più poetico ancora dell' Arabo che s' inginocchia al sopravvenir della sera, e piantata in terra la lancia, fermato il cammello, prega davanti all' incendio del suo sole, presso a spegnersi; come sapeva offrire alla vista incantata il blu profondo, l' oltremare divino di Suez, o il giungere confuso e animato della carovana all' oasi, o tanti altri episodi della bella e ricca vita d' oriente … Per far ciò, e senza l' agio di studiare parte a parte o nell' insieme feste momentanee, aspetti fuggevoli, bisogna trasportarsi sull' ali della fantasia; sublime privilegio, essere poeti; vedete s' è vero, che il grande prospettico, di cui vi parlo, molte volte lasciava d' improvviso il cavalletto per dar di piglio al flauto e, suonando, nel fluido succedersi di note soavissime, trovare l' armonia corrispondente a quella del suo quadro. Ora l' esser poeta è cosa opposta al maneggiare il compasso, e non errare in un calcolo di geometria, o nella misura d' una proporzione. Il prospettico può non essere grande artista e l' artista non prospettico. Caffi era tutto.

Se non che, e per quanto mirabile m' apparisca il bell' accoppiamento di due rami dell' arte, non dirò opposti, ma che suppongono differente sentire in chi tratta o l' uno o l' altro, io ho, parlando di questo valentissimo, ad aggiungere cosa più rara e oh! quanto più alta… Quest' uomo avea due passioni.

La è stata sempre una cosa codesta ch' io ho difficilmente creduta, e quando Ugo Foscolo si sforzò a provarla nel Jacopo Ortis, e lo dipinse combattuto da due affetti, io lo tenni per un assurdo, riflettendo anche essere uno dei due il più esclusivo di tutti: voglio dir l' amore. Meno difficile crederei l' amor di patria e quello dell' arte in un solo cuore; pur non ostante sempre cosa rara … Dio mio! … due affetti intensi allo stesso grado, due eguali passioni insieme, quando il cuore dell' uomo è poco per una!

In questo caso però, senza fermarci ad indagare quale si sottomettesse all' altra, risulta dai fatti ch' egli consacrò le fatiche, il sangue ad ambedue e per ambedue incontrò la morte.

Modellata sull' antichità classica, l' Italia diede sempre individualità degne di fissare sopra di esse l' attenzione del pubblico: figure notabilissime, nomi celebri: qualche ingegno ardito, avido di belle imprese, d' avventure straordinarie, il quale illustra, foss' anco una disfatta.

Ippolito Caffi, l' onor di Belluno, quest' uomo, che in sè unì il bel carattere dell' Italiano al XIX secolo, artista, m' intendo, e soldato; che nel 1848 fu creduto morto, appeso dagli austriaci ad un albero; quest' uomo che ne avea insomma passate d' ogni sorta, volle, posto che i grandi spettacoli della natura gli avea visti tutti per la massima parte, come tutte le feste nazionali: come avea ritratto Pio IX, benedicente di notte dal Quirinale al lume di bei fuochi d' artifizio, la moltitudine; come avea riprodotto il momento pieno di ansietà in cui la carovana, ai raggi sinistri del gran disco solare, nunzio del Simoun, si arretra presso la Sfinge o le Piramidi nel deserto: posto che avea copiato il Vesuvio fumante fra il sorriso di Mergellina, come il trionfo del Re d' Italia in Napoli, posto che niente gli mancava, volle assistere alla prima battaglia navale, che l' Italia ora combattesse contro il nemico, dal cui giogo tendeva a liberarsi.

Sperava egli, nel suo entusiasmo, di assistere ad una splendida vittoria: voleva esser lui il primo, l' unico a riprodurre sulla tela l' innalzarsi della bandiera italiana anche sul mare: sentiva di meritare un tal privilegio: già con quella fantasia ardente lo vedeva questo momento di gloria: i tre colori piantati sulle prore nemiche, quel drappo benedetto sbattuto dai venti d' Adria risorta, in mezzo al lampo fulmineo di cannoniere italiane, fra l' orrendo cozzo dei legni, fra nembi di fumo e di faville, fra le spume e il fluttuare del marezzo; fra tutti quei volubili e sublimi accidenti ch' egli, fermo fra cose in furia, avrebbe saputo cogliere di volo, e poi buttar là colla inimitabile sprezzatura del genio!

D' una tal pagina, che si preparava a segnare sulla tela, non ci resta che la memoria del nobilissimo intendimento, unita a quella d' un disastro che guai se non ci serve di scuola. La scena d' orrore ci rapì tutto; senza dir delle tele future che al maestro avrebbe ispirato Venezia rivendicata a libertà, risorta italiana e le incantatrici vedute del s. Marco in mezzo a mille fiamme e bandiere, in mezzo a mille deliri, bello come mai più, esso ch' è tanto bello … ci rapì tutto, opera ed artefice, lasciandoci solo l' esempio del suo alto coraggio.

Un pittore, non più giovanissimo, il quale, senza che alcuno lo sforzi, o nemmanco glielo accenni, lascia la moglie, tutt' i suoi cari per esporsi a rischi fierissimi, nuovi del tutto anche a lui, esperto e stanco da mille patimenti, e ciò per la gloria dell' arte e della Nazione, non vi par egli un fatto raro e veramente degno di storia? C' è qualche cosa di alto in questa natura eroica, sprezzatrice impavida di così grandi pericoli: non è facile trovare chi, dalla sicurezza della vita privata, si metta sopra una nave destinata a incendiare o a venire incendiata, a sommergere o a venire sommersa: non si improvvisano gli uomini di mare dotati di quel sangue freddo, che costituisce la loro superiorità, e armati del quale affrontano cimenti si può dir senza scampo … Quando gli venne l' invito d' andare a bordo del Re d' Italia, taluno lo consigliò a rimanere sul legno dove già stava assai bene appostato, co' suoi attrezzi dell' arte: egli stesso, presago forse dell' imminente rovina, forse si moveva a malincuore, per montare sulla nave ammiraglia: eppure andò: « sarebbe scortesia rifiutare l' invito » diss' egli con semplicità, riponendo nella sua valigia la lettera del conte Persano: e lo fece con un atto da cui pareva sapesse ch' era il decreto di morte! … eppure andò. Io crederei di poter dire: chi è capace di tanto si leva dall' ordinario, egli ha quella tempra di cui si fanno gli uomini grandi.

Mi fermo su ciò per una buona ragione.

Giunti al punto, in cui è costituita una la famiglia italiana, e si vuol cominciar per davvero a governarci da noi; punto grave e solenne dopo il quale sta sopra noi soli la malleveria delle nostre azioni, e il bene o il male dipenderà dall' adempimento più o meno esatto di doveri supremi, ogni esempio bello, ogni atto di maschio coraggio diventa un valore intrinseco, una ricchezza. Non vi dico che occorra precisamente fare lo stesso: vi son congiunture che non si possono ripetere a volontà d' uomo: intendo soltanto che divenuti, dopo vent' anni di lotta crudele, meritevoli d' un posto di tanto onore, com' è quello di provvedere da noi alla sicurezza e dignità dei focolari domestici, ogni nobile cosa, ogni atto di virtù s' ha a tenerlo nel cuore, riporlo nel tesoro di casa, come un oggetto prezioso, che possedere è fortuna.

E tanto più volentieri vi ragiono a questo modo in quanto che niente nella vita privata d' Ippolito Caffi deturpa o scema la bella fama: assai di mal animo avrei accettato l' incarico, forse l' avrei rifiutato, di parlare d' un eroe di cui tutto non si potesse dire ad alta voce: non perch' io neghi compatimento alle umane imperfezioni, ma perchè abbiamo bisogno di virtù come del cibo; poveri, appena costituiti, non possiamo darci bel tempo noi, e il triste agio del vizio deve mancarci sotto pena di ricadere in quella umiliante condizione, da cui tanto ci costò redimerci.

Così godo asserire come al nostro alpigiano, venuto su gloriosamente a forza di lavoro da piccolo stato, non rimanesse de' varî stadî trascorsi nessuna triste abitudine, nemmeno nel linguaggio, nessuna miseria morale.

Civile nel tratto, anzi vero cavaliere, ed avea meritato di chiamarsi tale per le sue opere; scrittore di versi, scrittore soprattutto di cose relative alla prospettiva; di tal costume che nessuno ebbe mai a parlarne: caritatevole, colto assai, perchè come alcuni artisti credono, egli non teneva punto l' ignoranza un buon ajuto per l' arte: nè stimava il professare irreligione prova di patriottismo: nè imprecava pazzamente per dare idea del suo coraggio: nè andava via malacconcio per parere un genio… ah! le sue prove valevano qualche cosa meglio.

Io terminerò dunque dicendo; piangemmo l' artista, glorifichiamo l' uomo: partiti, a modo costumano le bande negli accompagnamenti funebri de' militari, con musica di pianto, nel ritorno cambiamo il metro; esclamando, ancora col Goethe nel coro del Fausto, allusivo a Byron, morto per l' indipendenza greca « ora modulate nuovi canti, rialzate le teste inclinate: di questi uomini il suolo ne darà, come sempre ne ha dati » consideriamo solo degno d' invidia chi seppe meritare così splendida sorte.

Un giorno, quando a lato del Salvator Rosa o d' altri valenti si mostreranno i quadri del Caffi, si aggiungerà « morto alla battaglia di Lissa, nella guerra d' indipendenza d' Italia », allora dal cuore dei riguardanti sorgerà una voce sicura, quale non può non esser quella de' posteri; una voce per cui sarà cresimata e fatta immortale questa sentenza, che noi, quale epigrafe, destiniamo alla sua tomba sconosciuta: « CAFFI GRANDE PITTORE, GRANDE ITALIANO. »

Venezia, ottobre 1866.

Riporto a proposito di Lissa e di Ippolito Caffi un frammento di lettera autografa, scritta col lapis, alla propria moglie Virginia Missana, da Ippolito stesso, pochi giorni prima della battaglia di Lissa (Luglio 1866)

… prevedo così, la nazione avrà la ver gogna di possedere una flotta impotente, la doppia umiliazione di avere speso molti milioni per affidarne la più bella delle flotte in una mano impotente, operando pel bene della patria comune. — Eccoci mia cara la pura storia della nostra situazione…

A questo documento, prezioso, poich' è l' ultima parola d' un vero martire, naufrago dell' arte e del sentimento patrio, io aggiungo un cenno, che, per quanto discreto e modestissimo, gli serve di commentario. Voglio dire che non è sola da cercare la perfezione del naviglio, le esatte manovre, gli allievi eccellenti. Ma l' animo, lo spirito, che fa gli equipaggi perfetti e invincibili. Ho sott' occhio un breve, ma ottimo studio d' un vero marinaro Giovanni Moro, fratello di Domenico Moro, l' illustre vittima, compagno dei Bandiera, coi quali morì in Calabria, coi quali rivive, fatto costellazione nell' empireo delle glorie italiane. Giovanni Moro, nel suo opuscolo La giornata di Lissa, conclude:

« Bisogna ora badare all' animo: gli antichi romani vinsero per la virtus, ch' era in loro, ch' è quanto dire per quel pregio, che viene dall' armonico cospirare di tutte le forze fisiche e morali … ossia per noi … accrescere in armonica cospirazione le forze morali della marina »

Non avrei ardito di sentenziare in cose da me tanto lontane, ma mi compiacqui, leggendo questo notevolissimo e bello studio, trovare una conferma al mio sentimento.

La lettura di cose navali, tutto ch' è di marineria mi pare utilissimo ai giovani … che dico? a tutti.

La descrizione d' un disastro in mare supera quello che l' immaginazione può figurarsi, e, come un viaggio per gli oceani può liberare lo spirito da piccole manìe, da grettezze, che lo opprimono ed atrofizzano, così la storia di vicende in cui ordinariamente la forza morale con cui sono sopportate dagli uomini, è al livello degli orrori dell' arte e della natura, può rinfrancare, sostenere… Si ha vergogna di lasciarsi abbattere da inezie, quando l' anima umana può trovarsi alle distrette d' una battaglia navale …

Ma per prima cosa occorre quella siffatta virtus di cui parla il bravo capitano Moro, e quell' armonica cospirazione, che non si fonde in nessuna officina d' arsenale. Bisogna che l' equipaggio sia affiatato … Villeneuve, l' infelice ammiraglio di Napoleone I, innanzi di combattere a Trafalgar, scrivea al ministro Decrès le parole amare, che ci stavano bene per Lissa. « Che si venga a bordo della squadra e si vedrà con quali elementi dobbiamo combattere. » Certo non alludeva al materiale. Nelson, il lupo di mare brittanico, ebbe per tattica una parola, che riassume in faccia al nemico — Subito addosso — mi pare Thiers la traduca — allez droit à eux. — Ma per poterla dire, e che sia come fulmine … lì ti voglio. Forse ciò riuscì a Tegethoff. Dio voglia che possiamo dirla noi e rialzare col nome nostro quello della nazione.

GINO CAPPONI

Oggi ho visto per la prima volta Gino Capponi. Fin da ieri mi presentai al suo palazzo, ma egli era in conferenza, e nessuno poteva entrare. Gli lasciai il mio indirizzo, e la sera rientrando udii con rimorso, più ancora che con rammarico, esser corso lui stesso, il gran vecchio, appena libero dalla conferenza. Seppe che mi trovavo a pranzo dalla Giannina Milli, e sarebbe venuto là, ma, ignaro dell'alloggio di quella illustre amica, nol potè. Mi lasciò detto che m'aspettava la mattina appresso.

Alle nove montai in carrozza, e mi feci condurre alla via di S˙ Sebastiano; salii le scale di quel palazzo, di cui il solo nome commove. Glorie cittadine, glorie italiane antiche, recenti; gemme d'arte, tutto e là, e per di più il sospiro di Giusti, che in quella nobile dimora, emise la sua grande anima a Dio.

Entrai in un'anticamera addobbata alla vecchia, ossia canapè di cuoio dal piè di capro; pitture, stucchi, ornamenti del secolo scorso. Poi venni introdotta nella stanza dove il nobile marchese m'aspettava, seduto in un cantuccio d'un soffà; la stanza tutt'aperta, chiara, modesta, tenuta con un certo abbandono.

Gino era vestito da casa, con un berretto in testa a frontino sporgente, tutto di tela leggera. Portava gli occhiali blù. Si levò in piedi e mi fece la più festosa accoglienza, anche egli intendea dirmi cose lusinghiere, ma io lo supplicai, con tanto rispettosa autorità, a non parlarmi di me, ch'egli tacque. Così io dovetti obbedirlo e non parlargli di lui. Non restava allora che intrattenersi delle cose del giorno e s'incominciò con Venezia.

Al qual proposito devo confessare che molto mi dolse udir come, generalmente, di tutto ch'è nostro parlano in Italia con pochissima cognizione. Credono la povera regina dell'Adriatico molto più decaduta di quello che la non sia: stimano che Trieste prevarrà in tutto e sempre in riguardo al commercio, anzi sotto ogni riguardo. Per fortuna le cifre son là a dimostrare il contrario. Del che mi sforzai a convincere il mio nobile ospite e mi parve con sua grande compiacenza.

Del resto in ogni giudizio questo venerando Fiorentino è d'una moderazione, d'un'equità serena e benevola, che spiega l'ascendente del suo gran nome, quantunque di lui non si conoscano opere popolari e famose. Non è grande autore, è gran cittadino, è padre di famiglia onesto, come fu onesto uomo di stato, e apparirà preclaro storico, nei lavori tuttora inediti.

Della stampa conosce i malanni, ma non crede disperate le cose, e non grida al finimondo perchè i monelli han preso un momentaneo sopravvento. Insomma questo gran cieco vede più sereno di quelli che vedono; sì questo vecchio ha più vita dei giovani.

Quando mi mossi per partire volle accompagnarmi; io non lo soffersi, e tentai impedirlo. Ma egli la vinse. Mi sfuggì come al solito una parola veneziana. — « Mi no vogio » — ed egli, con una prontezza tutta cortesia e buon umore. — « E mi vogio! » — E dovetti cedere a tanta guida.

Accade in questi tempi d'andare nelle redazioni dei giornali, o negli uffici, o in luoghi consimili; trovare giovani impiegati, vanesî, dottarelli, sbarbatelli, col mozzicone dello zigaro in bocca, l'occhialino a molle, superbamente sul naso; in atto di scrivere, o di sfiorare i giornali, neanche guardano, neanche salutano; miracolo che dicessero a chi entra o giovane o vecchio: — buon uomo, o buona donna, sedete…

E questo illustre, per grandezza avita, per ricchezza d'ogni maniera; questo ch'è principe, creato dall'amore de'suoi concittadini, questo grande Etrusco, inclito fra gli italiani, cieco, venerando per età e per dolore, questo è così umile, così manieroso, così semplice e così modesto!…

O non è il mondo a rovescio?…

Jirenze, 16 Settembre 1874

ANTONIO BERTI

Berti giovinetto - rovesei di fortuna - bella promessa sulla scorza d'un albero - Berti predicatore.

Nelle « Pagine Jamigliari » io nominai un giovine scolaro di mio padre, il qual giovine mi raccontava, dura nte la mia infanzia, le fiabe, fra le quali mi sovvenia, pel titolo avventuroso: Guerrino, detto il meschino agli alberi del sole. Il giovine si chiamava Antonio Berti.

Avvenutane la morte, sento il bisogno di riassumere i miei ricordi personali, circa quest'uomo a cuì la sua città, una delle più cospicue del Regno, fece esequie da Re, mentre il popolo tutto lo accompagnava in quei funerali, con lagrime spontanee.

Non intendo scrivere la vita d'Antonio Berti, senatore. Altri lo fece a'quest'ora, altri lo farà con più agio, conoscenza ed esattezza. Ha tanto fatto lui, Antonio Berti, che la sua vita non s' improvvisa… Ma le note che, semplicemente, senza ombra di lirismi inutili; ma le memorie tutto domestiche, ch' io sono al caso d' offrire, potranno servir benissimo ai biografi venturi, perchè schiette e prese dal vero.

Varî anni or sono, trovandosi con me, quì in Venezia, al letto d' un illustre filosofo infermo, anzi morente, per incurabile malinconia, Berti ci riferì un piccolo incidente della sua infanzia, il quale a parer mio, ne compendia la vita.

A ognuno de' miei trevisani e a non pochi veneziani, soliti prediligere, nella bella stagione le rive del Sile, è nota la villa dei Conti Nini, sulla sponda sinistra del poetico fiume. Quella apparteneva alla famiglia Berti e fu, nel disastro generale, venduta.

Antonio Berti descrivendoci il suo dolore, nel giorno fatalissimo in cui dovettero ceder il posto ai nuovi proprietari, ci disse: — quella stessa mattina, innanzi di lasciare la Villa, corsi in giardino e sulla scorza d' un albero, incisi fortemente la mia cifra e la data, giurando in cuore di tornar padrone di quel luogo, appena le forze me lo consentissero. Questo voto me lo suggeriva la lettura d' un romanzo, nel quale un giovinetto, trabalzato in povertà, giura di riconquistare il castello paterno e segna, alla presenza del proprio ajo commosso, le iniziali sul tronco di una pianta.

Berti non si scomponeva quasi mai parlando: raro è che mostrasse l' interna commozione; anche quando (irascibile per indole), si arrabbiava, pur sapea frenarsi e rimaner serio, quasi flemmatico. Ma, quando tornava su quelle memorie, un leggero tremito tradia l' emozione della voce, il principio d' una lagrima gl' inumidiva l' occhio. Insomma si vedea che il ricordo di quel dolore ineffabile ei lo tenea fitto nell' anima.

Io credo che esso fu la leva per la quale, irresistibilmente, salì tanto in alto, e che la stessa superbia di diseredato, nel riflettersi al suo caro paese e alla sua nazione, lo mantenne saldo a propugnarne gl'interessi, fino a morir sulla breccia.

Ecco perchè, anco se materialmente non ricomprò quella Villa, io scorgo nelle due figure del giovinetto in giardino e del senatore sulla sedia curule, una figura sola e rifletto, una volta di più: — è pur fecondo il dolore! —

Berti adunque, seguendo l'impulso del segreto assillo, non perdette un giorno, un' ora. Anco da ragazzo quando ci veniva in casa, passava ore a leggere, tradurre versi italiani, francesi. La musa di Vittore Hugo dava allora le sue prime sfolgoranti melodie. Tanto Berti che mia madre n' erano entusiastati, perdonandogli tutto, anco le seicentate, il barocchismo. Ma vi avea tanta gioventù in quei versi e nei loro cuori… in mezzo all' immensa luce e' non vedevano ombre.

In un giornale fu detto che Berti andò a Padova con una genova, chè di più la famiglia non potè dargli. Sarà verissimo, e tanto più onora il nostro giovine che, per mantenersi all' Università dovette guadagnare subito, senza por tempo in mezzo. Di fatto egli lavorava, guadagnava, e, fra gli altri, in un modo piuttosto singolare… che lo mette in luce in maniera nuova, perchè m' immagino che nessuno sapia come Berti fu predicatore. Questo non mi fu asserito da lui, ma lo udii raccontare da chi lo conosceva. La cosa, del resto, non è inverosimile.

Diceano adunque d' un prete il quale, possedea tutte le buone qualità d' oratore; voce, gesto, presenza, tutto fuori che la volontà di predicare. Dovea essere un prete gaudente, un poco mondano. Amava il paretajo nelle stagioni dell' uccellare, gli spettacoli in quelle della fiera, la buona tavola in tutte. Breve! Sia che il fischio amoroso d' un merlo in primavera, o le corse dei barberi in autunno, sia qualunque altro svago lo distogliesse dallo scrivere i dovuti quaresimali, fatto sta, che, al momento d' ammanire alle sue gregge la buona parola, ei non sapea da qual parte cominciare e non trovava scampo fuor che pregare l' amico giovinetto a scrivergliele.

Di queste prediche io non so altro se non che erano stupende e che l' uditorio si domandava come quel prete sapesse dir così belle, savie cose, in uno stile così spigliato e romantico… la penna d' un giovine, anco se scrive cose gravi è come il vin nuovo in una botte vecchia; avea quello studente oratore un bel lardellare i sermoni di latinismi e torre a prestito sentenze ai Santi padri, le prediche sentiano l' anima fresca.

Aggiungerò solo che il prete le pagava una genova l' una. Allora queste benedette genove passeggiavano allegre. Di più non dirò, perchè di più non mi sovviene, La storia l' ho udita e se è antica io non l' ho punto inventata.

Le novelle veneziane - Le voci del popolo note importanti - un articolo rabbioso - uno misterioso.

Tralasciando adunque il parlare della letteratura sacra verrò subito a quella profana, poichè, appena Berti potè metter l' ali, ei cominciò a volare, e i primi voli, intendo da far chiasso, furono le novelle veneziane, in prosa, più tardi le voci del popolo in versi. Io non ne farò la critica, ma il parlare delle novelle veneziane e delle voci del popolo, studiando le cause per cui non divennero popolari, ci servirà di studio, e anche, di cautela ai giovani, avviati per la disastrosa via della gloria.

Le novelle veneziane, quanto a intreccio pochissimo io me le ricordo; so che in quegli anni in cui l' appettito dello spirito è vivace e si divora tutto, esse mi deliziarono: ma non me ne rimase una forte impressione. C' era brio, interesse: lo stile ben mi sovvengo, inappuntabile e anzi, se peccava, di troppo appuntato: colpa non dell' autore. ma della nostra lingua, allora mummificata nella crusca, assai più d' adesso. Non mancavano in quelle novelle velleità di fisiologia; tocchi descrittivi, tolti dal vero, insomma conteneano abbastanza succo vitale da poter vivere… Ora perchè non vissero, secondo meritavano, ossia non ebbero ristampe, non andarono per le mani di tutti?… La novella è per sè stessa eterna. È il primo nucleo del romanzo: è la fiaba: e l' uomo ha pur sempre bisogno della finzione che gli allegerisca le miserie della realtà…

Cosa servì d' inciampo ai primi lavori del nostro giovine autore? … cosa lor tolse l' aire? … L' esser veneziane, paesane, stampate modestamente in casa, non con torchi d' un editore di Milano, che sola, fin d' allora, arieggiava Parigi? … alle volte circostanze estranee mantengono oscuro un lavoro o lo portano sull' ali della fama. I caratteri, il formato, comodo o no, la vignetta, il frontespizio: i compari, impresarî di nomèa, da dar buono o cattivo augurio.

Da queste novelle passerò ai versi le voci del popolo, e ne parlerò con più cognizione di causa, perchè li so a mente e ne possedo una copia.

Le quali voci del popolo, sebben mancassero al loro scopo, poichè pel popolo non furono e non resero popolare il nome del volonteroso giovine, meritano ch' io mi diffonda sul loro nobile tema e sulle vicende che ne accompagnarono l' esito. Esse uscirono in Padova nel 1842, coi tipi Crescini, per mezzo d' una associazione, secondo s' usava nel Veneto; la prima pagina portava questa dedica: — Al buon popolo — della fiamma poetica — eter no conservatore — questi poveri canti — espressione de' suoi forti affetti — l' autore offeriva. — Sante, quanto inutili parole, poichè allora, men che mai il popolo non leggeva, nè si appropriava cose che più che per lui, fossero pei letterati; ma preferiva alle più squisite composizioni, altre, mettiamo, anche rozze, fatte per esso.

Per conto nostro, parlo della mia famiglia paterna, quei canti li spargemmo con tutta premura, nelle case, nelle scuole: piacquero, si lessero e rilessero, ma non si propagarono come gl' inni di Manzoni, le poesie di Berchet, le odi di Carrer … Zacco ebbe un bel metterle in musica, imitando le arie popolane e cercando i ritornelli, gl' intercalari più curiosi come nel voto: “Vado pregando el cielo e le stelle Perchè me daga agiuto a mi” o l' altra nelle Fate: “Un zorno andando a trare Per mio divertimento, Go visto una quagiota Calarse in tel formento”

E così non so quante, ben addatte ai metri delle poesie.

Fra le quali ve ne aveano di istruttive e drammatiche, più delle altre l' Invalido, specie di ballata facile e stringata, con cui un vecchio soldato italiano riassume le guerre di Napoleone, e descrive gli orrori di Spagna: riporterò le ultime strofe del pietoso e fiero racconto, pur troppo attinto alla storia: “Mi sovviene d' una donna Di vezzoso aspetto e onesto; Era avvolta in negra gonna, Inchinava il ciglio mesto, E teneva al seno stretti Due leggiadri figliuoletti. Qual richiede un tanto lutto Ella è triste, ma secura; Chè in suo cuor parea distrutto Ogni germe di paura, Sola, sola a passi gravi Procedea verso le navi. Mi commosse e la dolente Di salvare allor tentai, A lei volto di repente: Bella giovane, sclamai D' alcun danno non temete Prigioniera mia sarete. Sia che a me negasse fede O l' aiuto a sdegno avesse, Qual chi asilo altro non vede Ver' le mura il pie' diresse, E dall' alto parapetto Si slanciò nel mar soggetto. La vedemmo coi bambini Lungamente errar nell' onde; Poi si chiuser sui tapini Le voragini profonde La mattina il mare in calma Rigettò la morta salma.”

Non so adesso cosa si direbbe a questa poesìa: a me la par naturale, civile, da imparare e da commovere: allora si camminava coi piedi, se la moda è cambiata e si vuol camminare colla testa in giù, a quattro gambe è inutile ogni discussione. Di gusto non si disputa.

Un' altra assolutamente bella mi pare il Voto: è una mamma, altro soggetto eterno, che comincia: “Povero il mio bambin requie non trova, Tormentosa gli torna anco la culla, E la virtù d' ogni rimedio è nulla” E dopo molti lagni soavi, penetranti, finisce: “Madonna benedetta il vostro volto Pallido e triste ha il buon Gesù veduto, Quando il piangeste per tre dì perduto. E se per sempre il mio mi fosse tolto? Oh! per l' amore del figliuol divino Non togliete a una madre il suo bambino.” Questa, se non mi fa velo la simpatia pei lavori che ricordano la prima gioventù, la trovo degna quanto gli affetti d' una madre di Giusti, di venir citata e sentita.

La Neve, un coro di fanciulli, che l' uno all' altro risponde o cantano insieme: “Corriamo fanciulli, la brezza è più lieve Il cielo sereno, cessata la neve. Vedetela sparsa per l' ampia campagna: Il noto sentiero sott' essa sparì. Si stese sui fianchi dell' ardua montagna; D' un solo colore la terra vestì. Corriamo fanciulli, la brezza è più lieve Il cielo sereno, cessata la neve.”

Le strofe, che seguono, dipingono una campagna colla neve, mescolando alla pittura qualche pensiero d' affetto, parlando del nonno, compiangendo i vecchi a cui il freddo fa tanto male, poi un altro ragazzo canta le miserie della passera e dissuade i fanciulli dal tenderle agguati.

Poi c' è il compianto d' un compagno morto or fa l' anno.

“Invano alla soglia dell' umil casetta Con noi di ritorno sua madre l' aspetta. Noi tutti il vedemmo fra speme e paura Tre giorni languire, nel quarto morì. Se il luogo cercate di sua sepoltura D' un candido drappo la neve il coprì. Invano alla soglia dell' umil casetta Invano sta sera la mamma l' aspetta.”

Mentre i ragazzi alternano queste dolci nenie, essi fabbricano un castello di neve, lo prendono d' assalto, ogni fase dell' operazione guerresca ha i suoi versi adatti: fin all' ultima.

“La foga s' addoppii del nostro drappello Son prese le mura, s' atterri il castello. Le mura, il castello fur opra d' un' ora, E l' ora che segue li vede cader. Fanciulli è la sera vicina all' aurora, Incerta la vita, fugace il piacer. La foga s' allenti del nostro drappello, Son prese le mura — distrutto il castello.

Anche qui, non cercandovi l' aspra e potente impressione della realtà moderna, vi è pur vita e moto: non c' è la pittura grassa di colore come s' intende ora, ma c' è gioventù. Riposa e rallegra, in mezzo a più d'una novità stramba e presso ch' io non dico sudicia, tornare in un ambiente di naturalezza e di salute. Par di trovarsi nell' orto, in mezzo a quei giovani e fare con loro le palle, e fregarsi le mani….. infine questa neve riscalda.

Del resto come poesia fu tenuta delle migliori, e quel potentissimo ingegno italiano, Cesare Cantù, fu lì lì per inserirla in un' antologia scolastica. Chiarire il perchè si trattenne, sarà mostrar l' acume d' Omobono delle parabole, essendovi, nella canzone della neve, la strofa seguente: “Se avessimo il libro, la verga incantata Che mette gli spirti del mago in poter; Se aiuto, benigna, ci desse una fata, Potremmo d' un soffio le mura veder… Ma vano è sperarlo! ciascun del drappello All' opra s' accinga, s' innalzi il castello.

L' idea della Jata, della verga magica fece escludere tale poesia da un libro per i giovanetti. Così mi disse Berti stesso.

Allora i libri educativi si formavano con gran discernimento e ponderato criterio. Si pensava che gli arbusti si vuol circondarli di spini, perchè fin che son teneriniente li guasti, sicchè insinuare un' idea falsa a fantasie tanto pronte ad imbeversene non pareva opportuno. Libera la balia, o la bambinaia, perchè il meraviglioso non si potrà mai torlo dall' infanzia e forse da nessuna età della vita… ma non l' educatore avveduto e severo.

Anche in questo canto, sebben fra i migliori, il giovine poeta non avea dunque raggiunto lo scopo: non pei giovani, non pegli adulti: bello, ma non pratico, e riassumeva in sè il difetto del libro.

Il qual libro non digerito dal popolo, fu combattuto con qualche acrimonia da uno scrittore, il conte Sagredo, storico, erudito, rispettato, onorato, e che allora figurava qual protoquamquam dei critici nelle stampe, nei circoli, nelle conversazioni dell' alta vita.

Sagredo publicò nella Gazzetta di Venezia un' articolo ostile al giovine poeta; articolo creante, ma che simulava appena la rabbia per quel che di ribelle, quella tinta di democrazia, ancor non si dicea di comune, spirante dall' opera.

Breve! lo accusò di socialismo, maltrattando sopratutte la poesia intitolata Ludovica, tolta da una delle novelle veneziane dello stesso autore: ossia la storia d' una giovane, tradita da un seduttore potente. Quella poesia, col ritornello: “È la storia della misera Dolorosa oltre ogni idea, Poveretta ora pro ea,” diede singolarmente a' nervi del critico gentiluomo, il quale ammonì l' autore acerbamente, dicendogli ch' era passato il tempo d' accusare gli alto locati e inimicargli i minori: che di feudatari i quali facciano morir popolane, abbandonandole dopo sedotte non ce ne hanno più… “Ma il baron fiutato il giglio Da sè lunge lo spingea, Poveretta, ora pro ea! malissimo uscire con questi rimpianti, poichè il popolo, amato dai signori, carezzato, soccorso, ha scuole, ospizi, tutto quello che occorre a renderlo felice…

Più ancora della Ludovica urtarono, io non so se interamente a torto, le strofe del Mendico. Sull' aria della canzone: “Quando mi vedo sula fenestra La Teresina, la Teresina” un povero canta: “Quando disteso sopra un sentiero, Il poveretto con umil voce, Al cor si volge del passaggero, E chiede il pane che il dee nutrir. Questi del ricco sono i saluti — Vattene in pace che Dio t' ajuti. —

Le ultime strofe tuonavano fiere, quanto belle e potenti: “Oh! bella pace! la donna mia, I miei figliuoli non han più pane: Giacciono ignudi, sopra una via La fame, il freddo, li ucciderà. Eppur mi date questi saluti, Vattene in pace che Dio t' ajuti!”

Fedele al sistema, che mi suggerisce l' anima, io lessi a buone creature popolane, in cui è intelletto d' amore, questi versi e domandai — son belli?… — mi fu risposto: — Le parole del poveretto fanno compassione, quelle del ricco sono cattive: — era meglio tacerle? — Sì, non andavano dette…

V' è anche taluno a cui par che lo spargere l' elemosine fra i questuanti della strada è il più delle volte incoraggiare il parassitismo. Un economista, un uomo serio dovea dunque pensarci due volte prima di proferire quelle minaccie, che guai se trovavano eco… Ma già le son questioni che scottano adesso più d' allora… e sono scorsi quarant' anni!

Ad attenuare l' impressione prodotta dal fiero ritornello io però osservo: — Berti era giovine, scrivea come scrivono i giovani: cosa veramente singolare… scrivono quello che non sentono; parlano per udita, sfogano affan ni a loro estranei, esprimono pensieri totalmente lontani dalla loro mente. È una potenza meccanica, e la riflessione non c' entra. Hanno occhio, mano, un vigore ignoto, una luce di cui, senza avvedersene, s' imbevono e si riflette in ciò che creano; qualche volta vanno al di là, esagerano, ma senza metterci malizia.

La acerba critica ebbe non pertanto una risposta: si vide in un altro foglio del Veneto, (allora se ne contavano io credo tre in tutti), un articolo che sosteneva le ragioni del popolo. Dettato con garbo, finezza e passione; sottoscritta: una donna. La qual donna, Berti lo seppe, era nientemeno che la Bon-Brenzoni; la musa di Verona, l' inclita trovatrice delle stelle; — ella sola, disse Berti, ella sola mi avea compreso!

Ancora del perchè le voci del popolo non suonarono come potevano. — Berti dottore — Desinari paesani — Il girarrosto accorda i partiti — Il Giornale Euganeo.

Tuttociò che narro non potè per altro far prevalere il nostro giovine,. e crearlo poeta. Si dicea un brav' uomo, un eccellente scrittore, un forte ingegno: ma non inebriava come Dall' Ongaro, Carrer, Prati, Capparozzo: ottenea laudi, un bel credito… ma non la nomèa… e la nomèa, pericolosa, lusinghiera, menzognera, la è quella per l' appunto che cercano i giovani… E lui perchè non l' avea?

Io ripeterò qui le cose dette a proposito delle novelle veneziane.

Vi ha forse nell' acume del pubblico un istinto, dirò meglio un termometro?… Uno studente serio, rischierò una parola, che ha la scomunica, un uomo arrangiato, studioso, niente scomposto, nemmeno infelice, poichè guadagnava e assai nobilmente: poichè non perdeva nemmanco un anno all' università, perchè la onesta giovine da lui scelta, in condizione agiata e civile, lo prediligeva sopra tutti, promettendogli una mogliera dabbene, una madre, una donna di casa sua …

Infine, qual è la droga che eccita il pubblico e fa che si passioni per un' opera d' arte?

La potenza creatrice si rivela in una farsa, quanto in un poema. La farsa può riuscire una creazione e non il poema. Forse in questo caso trasparì qualcosa di convenzionale, di partito preso, e il pubblico, presentendo lo scienziato, non accettò il poeta? Oppure occorreva la messa in scena, il prestigio della moda, rappresentato da qualche bella signora, a lanciarlo?

O, per non lasciar fuori il più brutto, era perchè il più delle volte i popoli schiavi usano disprezzare sè stessi, onorare i lontani, lasciar in un canto le cose semplici e oneste, a cui manca il lustro e il clamore?

Non cercando altro il perchè un lavoro così opportuno e che mostrava qual scintilla di vita fervesse nell' alta Italia, e precisamente nel Veneto, mentre nell' Italia meridionale di letteratura popolare nemmeno si parlava e Leopardi stesso confessò d' aver più chiaro il concetto greco che quello Italiano1) Vedi il nobilissimo studio critico intorno a Leopardi, di Vittorio Bacci. — Estratto dalla Rivista Europea 1874.) senza indagar dunque le cause per cui una maniera facile di sventolare temi urgenti passò inavvertita, dirò come in mezzo a tali vicende il nostro giovine diventò dottore.

Spesso veniva a Treviso, e ci favoriva a desinare. Quasi tutti i Sammartini li passava con noi. Non occorreva invito, bastava che si presentasse, a qualunque ora debita. Una posata in tavola, nella enorme pentola una misura di riso e più lucaniche, le famigerate lucaniche trevisane. Omogenea la compagnia, sotto ogni riguardo. C' era spesso anche Beppo Carraro, il collega di Berti, degno collega, il quale ne sapea, lui solo, quanto l' Università. E la sapea giusta. C' era mio zio Giuseppe, da noi chiamato il barba Beppi. Triade ottima, sapiente, valente, oso dire senza iattanza … perfetta. La tavola patriarcale, le persone tutte infarinate di lettere, di varia scuola, ma che combinavano insieme in un robusto e gioviale appetito classico, in pieno romanticismo: maniere alla buona, lontane dall'abbandono soverchio, quanto dalle smancerie sociali.

Berti non era più quel ragazzetto, quel toso dimesso e non mi contava più le fiabe. Severo nella sua mettitura, arieggiava il paino e avea maniere da gentelman, senza ombra di caricatura, niente vanesio, anzi alla mano, paesano, paesanissimo. Parlava come un libro stampato, irascibile ma contenendosi, litigioso ma non trinciante, nè troppo paradossale, sfogandosi a carezzarsi una famosa moschetta, che gli spuntava sul mento e per la quale mostrava una certa ambizione.

In quel tempo c' era un gran da fare nelle dispute tra la scuola nordica e quella italiana antica. Già la francese portava via il campo a tutte. Anche quelli che la combattevano, leggean sempre libri francesi. Ma si trovavano gusto a litigare. Sicchè a quella mensa era il più vivo frastuono, il più caro scoppio di frizzi, fra cui emergevano belle sentenze, parole d' oro.

In mezzo a tutte non mancava la politica, anzi era politica anche la letteratura. Perciò i nomi, che con maggior rombo, fra i piatti e le terrine fumanti emergevano, sopra di tutti, e più spesso, erano Lamartine, Vittore Hugo, la Sand, idolo degli uni, demonio degli altri, leader della democrazia passionata, a cui l' alto clero, più pronto a schierarsi dalla parte del despotismo, che da quello del popolo, movea guerra, non tanto per sentimento, che per interesse.

Istessamente gli uni teneano modello di re Luigi Filippo, bestia nera del mio caro barba Beppi, il quale da lui pretendeva un guerrone europeo da scacciar l' Austria.

Non mi ricordo per chi parteggiasse Berti. È miracolo ch' io mi sovvenga di tutto quello che riferisco. Ma ho chiara la memoria del modo nobilissimo con cui sostenea le sue ragioni, e non mi par mai di dirlo abbastanza. Riflessivo e ragionevole al di fuori, sebbene estroso e fanatico per indole, egli mostrava, oltre l' acume, un gran mondo, e sapea far sue le idee più moderne con una rettorica ponderata ed efficace da trascinare l' uditorio.

Sicchè, anche questo è da ripetere, perchè fa bene tornar su quel passato, aurora d' uno splendido giorno, fa bene ricordar quei banchetti pieni di sugo, e di strepito, nelle dispute dei quali, per quanto sussurrone, non ci avea stilla d' odio. Areopago o tribuna, il buon umore solo tenea il campo: sul più bello del chiasso letterariosociale si udiva un improvviso e rapido grin grin, dalla prossima cucina. Era il cuoco, il quale, per far andare attorno le allodole, infitte nello spiedo, dava una fiera tirata alla catena del girarrosto. Grande la cucina, immenso il focolare, il girrarosto che toccava i travi negri, alla sansovina, avea un peso come un paracarro. Lo stridor delle catene, il cigolio delle rote di quella venerabilissima fra tutte le macchine, caricata col sistema medio-evo, interrompeano i diverbi. Si mesceva il patrio picolit, il refosco e il più lieto evviva confondea tutti i pensari.

Quando Berti fu dottore, ebbe una condotta a Teolo, e la prese con impegno. Che dalle sue prime armi letterarie non gli fosse venuta la gloria, a cui potea pretendere, e di che ogni giovane si tien sicuro, mostrò di non accorgersi. La coscienza lo avvertiva che, cadendo da un lato, si rialzava da quell' altro. Era e si sentia potente. Quella vena di flemma, associata nel suo ente morale all'estro poetico, io penso pel doppio ascendente paterno e materno, lo sosteneva a vicenda. Depresso per poco, si rifacea subito. Gli tornava l' appetito, il sacro appetito dell' arte, della scienza, l' ansia della publicità, l' impulso di fare.

Beato della sua Geggia, che sposò santamente, il nostro medico letterato mandava dalla nuova residenza all' Euganeo, ottimo giornale in cui collaboravano le prime intelligenze italiane, notevolissimi articoli. Berti trattava di tutto, e di tutto si può dir bene. Ei ghermiva un tema, lo estrinsecava; potea non toccar sempre giusto, le apprezziazioni mutano a seconda della luce. Ma certo parea convinto: mostrava la vivacità della passione, e il rigore dell' astronomo. Secondo avvertii, anco se non inventava cose nuove, facea comparir nuove quelle note. Infine piaceva. Alessandri dicea di lui: — è fatto per insegnare.

Belle riuscian le sue critiche, ma gli studî che più mi colpirono, leggendoli dopo molti anni, furon gli studî sulla campagna; monografie da medico e da fisiologo. Scrutava quella gente, veri autoctoni, collo stesso interesse con cui scrutava le stelle. Le donne, i figli, gli affari, il contadino nelle sue relazioni domestiche e sociali. Berti avea campo da stacciar tutto a dovere… Pur troppo la diagnosi sempre dava un risultato. Il segreto di quelle vite, generalmente parlando, uno solo, l' interesse! Però Berti, quantunque istruito dallo stetoscopio, vedea preziose miniere in quelle popolazioni di selvaggi civili. Parlando con lui c' intendevamo in questo punto, credea come me che in quei terreni da dissodare vi sieno tesori. Le donne son potenti d' intelligenza, astuzia, coraggio, ricche nella maternità, virili nel dovere, tutto un mondo può uscir da quei fianchi e venire allattato dalle loro feconde mammelle, un mondo qual fa d' uopo alle generazioni presenti, e più farà alle venture, nervose o snervate delle metropoli. Filone di metallo nel composto umano, si può cavarne l' ossatura, e chi meglio dei preti se intendessero bene il prezioso compito, se amassero veramente da padri il loro gregge?..

Tale, s' io male non avviso fu il pensiero di Berti nell' esporre quelle note e mi par buono il riferirlo.

La Berta - sue disgrazie - Berti prosatore - Berti ortopedico.

Qui interrompo le memorie giovanili. Già prima del 1848, Berti ed io ci perdemmo di vista. Egli in condotta, colla famiglia, io co' miei, in viaggio. Volentieri le troncherei a questo punto. Fugaci, leggere, esse sono schiette. In gioventù vedevo e sentivo tutto come in sogno, di letteratura, di politica non m' impicciavo affatto. Nel procedere la cosa cambia: io avrò parte in queste memorie, tutto personali, e parte interessantissima. Ma, ritirandomi, io mancherei alla gratitudine … cosa imposibile.

È dunque a malincuore, più che mai, ch'io, passando dai gaudi spensierati delle prime età, e venendo alle ineffabili angosce dell' arte, dovrò intrattenere il lettore di me e precisamente d' un lavoro mio, a cui fu santolo pietoso il nostro caro Berti.

Nel 1857, appena pubblicate, con esito per quel tempo e questi paesi, bastantemente allegro le Memorie d' un contadino, scrissi la Berta. Sebben fuori della dolce giurisdizione paterna, io sottomisi il manoscritto a mio padre, mio primo maestro.

Qui potrei difondermi a raccontare una storia da occupare più pagine… dirò tutto in una parola. La Berta a mio padre non piacque. Disse che lui n' avria fatta una novella boccacevole e che a legger la mia… lui non poteva andare avanti.

Cosa fare? … cambiarla?… neanche pensarci. Cambiar lui?… nemmeno. Eravamo dell' istessa razza.

Ritirato il manoscritto, io pensai allora di offrirlo a Tommaso Locatelli, affinchè nelle Appendici della Gazzetta di Venezia pubblicasse le mie scene domestiche, intitolate Berta.

La Gazzetta di Venezia era allora molto, anzi quasi unicamente diffusa. Il sor Tommaso fece alla Berta un' accoglienza festosa, mi assicurò che l' avrebbe annunziata a suon di tromba e la chiuse sotto-chiave, per tema che gli fuggisse.

Dopo pochi giorni, e quando, colla lieta impazienza dei primi passi nella carriera, io aspettava il famoso annunzio, vedo a tornare la povera Berta. Umiliata e confusa, respinta anche dal celebre prosatore, appendicista… Perchè?…

— Il soggetto punto drammatico, il modo di svilupparlo non adatto all' appendice, lo stile? che so? — Forse il vecchio autore pratico e fino lesse fra le linee e fiutò un certo odore sottinteso di nazionalità, che gli parve pericoloso per un foglio, in fin dei conti, ufficiale… Alla conclusione, la povera Berta mi tornava coll' onta d' un secondo ripudio.

Ecco la povera imbarcazione di nuovo in alto mare…

In quel tempo uscì un opuscolo di Antonio Berti, già fin dal 1848, stabilito a Venezia. La Vita del Tiepolo, letta dal nostro bravo autore alla chiusa dell' Accademia di Belle Arti, stampata in nitido, elegante opuscolo, riuscì talmente egregia sotto il punto di vista letterario, da far colpo. Il primo periodo di questa interessante composizione, nel quale l' autore si scusava « se le aride discipline della scienza gli toglievano favellare del bello e infonderne altrui la sublime percezione » parea musica. Perdetti l' opuscolo, ma ricordo la bellezza di quella introduzione. I Romani soleano prima di proferire un' orazione farsi dare la nota da un sonatore sul flauto; ora, quella volta un sonatore invisibile ben l' avea sospirata all' orecchio nel nostro poeta. Dico poeta, poichè la venustà dello stile è poesia.

Dei criterî, in fatto d' arte, espressi da Berti in quella vita di Tiepolo, o anche in altre pubblicazioni, io non intendo parlare. Pur troppo i poveri artisti son condannati alla più gran confusione, per ciò che di loro dicono i letterati, che adesso predicano purismo, poi naturalismo, poi non so cosa. Berti, scusando Tiepolo del barocchismo profferì una sentenza inappellabile, condannando per infezione dell' aria non men di quella colerica, il fare manierato del celebre veneziano. Berti giudicò stupendamente. Tutte le scuole, tutte le convenzioni, le son peste e rovine…

Comunque fosse, io leggendo quel discorso biografico-artistico esclamai:

— Ecco il mio giudice!.. ecco l' omo che taglierà la testa al toro! —

Confidai in famiglia il mio divisamento: trovai tutti annuenti. Babbo, mamma, consorte, zio, amici e nemici… Presi il manoscritto e lo portai a Berti.

— A voi! — gli dissi — io mi trovo in un bivio, il quale non è precisamente quello d' Ercole, ma per me peggiore. Ricorro a voi, nè classico, nè romantico, ma dell'aureo mezzo, come la monarchia di Luglio. Decidete. — Allora gli raccontai le vicende della Berta, e conchiusi pregandolo che nella sua qualità di Dio Termine la proclamasse vitale o no. Voglio aggiungere che a proposito delle Memorie d' un contadino, Berti mi si era mostrato poco favorevole. Potevo dunque contare sulla sua imparzialità.

— Ditemi schietto, dopo esame ponderato, è essa da esporre? Oppure ho da prepararle il rogo, per abbruciarla incognito, come la vedova d' un rajah indiano?… Pronunziate!

Così gli lasciai intendere ch' io non transigeva in fatto di gusto. Docile in quanto mi si osservi in ciò che riguarda la morale, e Dio mi conservi così; abborrente dall' esprimere sentimenti dubbî, tenendo anzi veri birbanti quelli che pensano altrimenti, io m' apparecchiava ad ardere a fuoco vivo la povera Berta, piuttosto di trasformarla. — Scrivessero i miei cari censori un romanzo a loro piacere, il mio non poteva cambiare pennaggio. — Lasciai il mio buon ortopedico colla Berta fra. le braccia, e vidi che prendea la cosa con vero impegno.

In gioventù si ha la pelle forte e le impressioni appena la sfiorano. Quell' orribile malattia, l' orrore della pubblicità, che castiga chi, ascoltando la passione, non seppe nascondersi, m' era ignota, grazie Dio. Quelle disgrazie, che adesso mi farebbero gettare al fuoco non uno ma cento manoscritti, mi mortificarono fin a un certo punto. Ma nonostante alla baldanza dei primi anni, la fiducia era scossa: e, nell' attesa d' un verdetto migliore, dovevo confortarmi al pensiero della severità paterna, che ogni lavoro, men che buono, condannava inesorabilmente… E poi aveano proprio tutte da andar male?…

La berta trionfa - Tommaseo la sostiene - Berti magnanimo.

E un bel dì mi rivolsi alla casa di S˙ Samuele, corte del duca, e montai quella lunga scala, piuttosto ripida che mettea al ridente appartamento del dottore sul Canalazzo. Per solito lo si trovava di dopo pranzo. Si passava un' anticamera affrescata il soffitto dal Casa, si entrava in un salotto-scrittojo il quale sempre mi diè l' immagine di lui che lo abitava. Ingombro e ordinato, pieno di libri, d' oggetti d' arte, di cose di scienza. Non la sciammanata confusione dell' atèlier, non la rigida e severa nudità del gabinetto scientifico. Una tavola tonda in mezzo conteneva di tutto, e, per più contenere, avea due piani. Ritratti, gingilli, doni che il simpatico uomo meritava d' ogni parte… Libri, non sapea più dove cacciarli. Le librerie ne portavano doppia fila ogni palco. Berti a quell' ora fumava, metodicamente, sobriamente un zigaro di Virginia…

— E la Berta?… — Un segno favorevole mi quietò, appena ebbi messo il pie' nel tempio.

La mia speranza non si era delusa. Berti, trovava il lavoro buono e vitale; la Berta gli piaceva e lo interessava. Non la pretende a poema — diss' egli — è quello che vuol essere, una storia domestica.

Corresse alcuni errori, mi rimproverò la trascuratezza dello stile, ma mi lasciò le parole apparentemente veneziane, ossia il frasario locale. Del resto io gli feci toccar con mano, ch' eran toscane, da me scelte apposta fra quelle che s' avvicinano alla parlata nostra.

— Mettere in bocca — gli dissi — al popolino di Venezia fiorentinerie di Camaldoli mi parrebbe tale affettazione ridicola che piuttosto io tralascerei di scrivere… Walter-Scott (è dai grandi che si può torre l' esempio), adoper ò locuzioni scozzesi pe' suoi personaggi di Scozia. Manzoni i lombardismi nei Promessi sposi, tutti non li levò, nemmeno quando ebbe sciacquati i suoi cenci in Arno. Ha dato più garbo toscano, ma lasciò la tessitura, i francesi direbbero tournure lombarda. Avrei potuto aggiungere che Cesari stesso, e persin Leopardi consigliavano ispirarsi ai dialetti, ma aggiungerò poi qualcosa di più recente e più significativo.

Felice e' col cuore pieno di gratitudine riportai, dopo un sì autorevole giudizio, la Berta redenta: alla quale nacque ciò che suol nascere alle ragazze lasciate per occhio dagli sposatori, che se uno si presenta, tutti le vogliono.

La Berta trovò compari, che le procurarono un editore. Mi fu pagata dieci marenghi in oro, come allora si costumavano. Uscita in elegante e comodo formato, ebbe laudi onorevoli e sincere, biasimi e critiche ancor più sincere e da far più onore d' ogni laude. Gli articoli eran segnati da nomi preclari. Dall' Acqua - Giusti, che precisamente sul romanzo ne sa più d' un altro, Piermartini, Leone Fortis, Tommaseo … — L' articolo di Tommaseo, che l' illustre suo figliuolo adesso ristampa, valeva un libro. Prima perchè, prendendo le parti della povera serva italiana, dava addosso alla madama francese, dicendo roba da chiodi, contro la cattiveria dei signori, dei civili, che scherzano con un cuore, come il gatto fa d' un sorcio.

Non posso tenermi dal copiare l' ultimo periodo di quest' articolo sulla Berta che «riesce una condanna severa a quei ricchi e civili, per mollezza crudeli e per sbadataggine peggio che imbecilli, i quali non sentono vergogna di tormentare nelle anime semplici speranze improvvide, di scherzare con un cuore umano come farebbesi con un animale bruto, di non sentire i dolori da sè provocati, d' adontarsene e schifarsene, di tormentarli con la stessa pietà, di richiedere dagli umiliati e feriti a morte i consueti servizî, come da una macchina senza senso». Poi censurandomi il gelido fare, il contorto sistema d' umorismo francese, e ancor più inglese, il gran Dalmato (voglio dire Italiano) m' incoraggiava e mi consigliava piuttosto a prediligere le maniere paesane, e anzi proprio veneziane perchè dai petali varî, ma tutti nutriti dalla stessa aria, risulterebbe l' immenso fiore della lingua italiana.

Oltre al notevolissimo articolo vennero suffagi d' altra specie. Una bella lettera della Sand, che si trovava d' accordo con Berti, ond' io trionfante gliela portai. E lui volle vedere un disegnino a penna, che rappresentava Berta, la contrastata eroina, e ch' egli guardò con quella attenzione sostenuta, con quella sua serietà, assestandosi l' occhialino a molla e osservando da anatomico, o da astronomo, più che da poeta: per concludere brusco, sul mio conto: — Costei, la ne fa d' ogni erba un fascio! — poi tentò saper qualche cosa di più di quel che diceva il libro, ma trovò un muro di bronzo. Io gli sussurai, con una solennità misteriosa: — Caro! voi volete penetrare nelle quinte. Statevi contento al quia, e di più non domandate. Voi cresimaste la signora Berta; i letterati non la sdegnano; la gente alla buona, le brave padrone di casa la leggono … È quel che volevo … Punto e basta …

Io qui noto una cosa. Berti avea una qualità sublime. Non conosceva l' invidia… almen non appariva che la conoscesse, perchè dentro nessuno vede. In fin dei conti potea sentirla. Cento e cento, meno validi, aveano ottenuto in quelle vie dov' egli stampava nobilissime orme, il successo; (non trovo altra parola) il successo a lui negato, e che solo gli portava un male: ossia che generalmente non lo accettavan per medico. In Francia se un medico non si è messo in vista con un libro, stenta a farsi nome. Nel caso di Berti, l' autore, scrivesse pure di medicina, ostava al medico.

Con un cuore mal fatto, Berti potea dunque aprir l' animo all' invidia, e in vece lui si appassionava, si fanatizzava per ogni cosa che fosse da piacere.

Questa virtù è rarissima nell' Italiano, appunto in forza della sua potente personalità, unita ad una certa pigrizia, eredità funesta di generazioni a cui fu sconosciuto il sentimento di nazione, e quindi della propria dignità; ognuno vuol essere qualchecosa, urta e caccia indietro chi gli minaccia il posto a cui aspira. Nil admirari, è la divisa di questi infelici; o se ammirano è con ostentazione e per far dispetto. Si armano di mille esclusioni, travedono tutto, frantendono per la buona ragione che hanno un' idea in testa, e che è tutto subordinato a quella. E pazienza fin che son giovani! Ma più tardi!… Quelli che strisciano e rampano e insozzano di brutta bava anonima tutto che spunta a tepore del sole, quelli non devono attribuire altra origine alla cancrena che li atrofizza, fuor che uno sciagurato sentimento d' invidia, da cui non seppero guardarsi in principio.

Berti sia per una santa e benedetta leggerezza, sia perchè si sentisse tanto forte da esser sempre lui anche in mezzo a mille, che emergeano, secondava gli entusiasmi, sostenea gl' ingegni, si compiacea d' ogni trionfo. Non domandava se chi scrisse un bel libro, compose un bel canto, fosse prete o secolare, giovane o vecchio, uomo o donna. Di questo s' occupava pochissimo; un' eterna gioventù, costantemente mantenuta nel suo nobile cuore, lo rendea espansivo e sereno, pronto in ogni evenienza ad incoraggiare chi lo meritasse.

Berti consigliere scolastico - Il ritratto - episodi toccanti - Berti sublime.

Dopo il fortunato oroscopo della Berta io sottomisi altri manoscritti a Berti, ma sopravvenuta la fatalissima Villafranca, tutto per noi cambiò. Parlar di quel tempo supera le mie forze. Eravamo qui in un cimitero, mal vivi, sepolti senza la quiete dei morti, con qualche maledetto urlo di belve che interrompeva la notte. Nè queste sono iperboli poetiche. Chi l' ha dimenticato è senza cuore. In quegli anni la sola speranza facea battere il cuore… e io non l' avea. Gli altri volevano illudersi; colla chiaroveggenza della passione, o colla spensieratezza della disperazione vedeano l' avvenire. Eravamo qui, miserabili, privi di ciò che è più della vita, ossia la dignità umana, qui a beccarci tra fratelli di sventura e potevamo tutti lagnarci l' uno dell' altro, cominciando da noi stessi. Oh! come si fa a esser buoni quando si è infelici?.. Il dolore, è verissimo, educa severamente, e qualche volta, Dio mel perdoni, sarebbe castigo desiderabile; ma perchè il risultato è efficace, non costa meno il soffrire … e un soffrire come quello!

Perciò allorchè sento piagnistei, dopo ch' è succeduto un di quei miracoli, fra i più sublimi che possano darsi nella storia, io guardo attorno e non capisco niente. Sarà effetto della mia ignoranza in politica, ma io l' ho più cara della sapienza, se mi permette d' esser felice, quando tutti si lagnano. Mi par che solo incontrare i nostri soldati, solo veder quegli uniformi deve far passare le malinconie. Dir quella parola che riassume tutto. — Son nostri! —

Per questo benedico Dio che mi fece provar dolori credo, unici al mondo, se questi mi danno di poter parlare di confidenza, quando gli altri non sentono che noja o malumore, e pajono dimentichi di quell' ora sublime in cui la torre di S˙ Marco suonò, dopo settant' anni di dolore, il cader delle bandiere straniere e l' issarsi di quelle nazionali.

Si obbietta: d' entusiasmo non si vive. Verissimo, e quello che urge adesso, per far andare men peggio la gran macchina, gli è precisamente l' opposto dell' entusiasmo. Ma dalla serietà di chi raddirizza gli affari sconcertati da una rivoluzione d' indipendenza a non esser mai contenti, ci corre.

Anche nei sentimenti che esprimo ci trovammo d' accordo con Berti e in circostanze brucianti. Ora mi farò a chiarirlo.

Poche relazioni ebbi con lui dal 66 in poi. Ma importantissime, perchè avendo il Municipio presa la direzione delle scuole festive per le analfabete, le quali, dietro espresso incarico di Ottavio Gigli da Firenze, io dovetti iniziare in Venezia, ci accordammo più d' una volta nelle sale del Palazzo Farsetti, dove egli, in qualità di consigliere scolastico, presiedeva.

Berti era là, qual era in casa mia, in casa sua e sempre. Assiduo, cauto, corretto, sapiente, con una vena di quell' umore veneziano o trevisano, che dietro la facezia nasconde una gran finezza.

Io mi teneva in disparte e mi godeva a udirlo discorrere in mezzo a quelle madri della patria, emancipate per lavorare, educare e dare il buon esempio. Mi sovviene d'aver fatta un' osservazione, tanto su lui che sul mio venerato zio Giovanni Codemo, compagno e fratello a Berti nella pietosa bisogna scolastica.

Quando loro due parlavano là e s' occupavano con quell' interesse di cose tanto utili e serie, parean più giovani di quando eran giovani. Sì in verità! Parean belli!.. Tanto le nobili passioni han vigoroso ascendente sull' aspetto e vorrei dir sull' igiene. A frolli Adóni, ansiosi, di nasconder gli anni, raro accade di mostrar quella freschezza e serenità dell' uomo di lavoro e di studio.

Berti non portava più quella famosa moschetta, di cui si tenea da studente; già sotto il paterno reggime, uggioso e tribolatore perfino, anzi nelle piccole cose, avea, per ragioni d' ufficio, dovuto sagrificarla. Ma colla faccia rasa mostrava più fisonomia, come dicono i francesi; quella fisonomia piena di penetrazione accortezza e risoluzione. Ascoltava attento, o pareva ascoltare. Non tanto pensoso, quanto riflessivo, macchinava, ricordava, astratto, non perdeva niente. Fissando dietro gli occhiali a susta, che tenea quasi sempre, non senza un po' di dandismo, fissando gli occhi poco aperti e che mai non vidi scintillare, ma che stavano fermi, e guardavano dritti. Così la bocca avea d' uomo quieto, ma le labbra strette lo mostravano in atto di chi s' appresta a parlare con creanza, quanto da senno.

Osservo qui, Berti non si potea dire una testa classica da pittura o da scalpello. Ma l' impronta d' un carattere l' avea. Tant' è vero che riuscia nei ritratti. Riescitissimo vidi un ritratto in fotantracografia, eseguito dal figliuolo suo, pittore. Riusciti quelli dell' Illustrazione italiana, e dell' Illustrazione popolare di Milano. Riescito bene quello improvvisato nel Dizionario degli scrittori contemporanei che coi tipi Le Monnier, publica in Firenze l' esimio De-Gubernatis …

Improvvisato, perchè (segno mortale) il povero caro Berti mai non si risolvea a mandargli le proprie notizie, nè la fotografia. Eran, a Firenze, co' sassi alle porte, e convenne, quasi di frodo accozzare e spedire quel che si poteva e si sapeva, affine di soddisfare la nobilissima impazienza dell' illustre biografo, di quello ch' io chiamo il nostro Saint-Beuve. Lui così premuroso delle glorie italiane, così imparziale, anche per noi veneti, fino adesso gli ultimi, i paria, lui con quella ostinazione piemontese e quello slancio italiano, mal si adattava a lasciare in bianco il nome di Berti … E in bianco non fu lasciato. La bella, succosa biografia comparve nel dizionario, comparve il ritratto, ma tutti lo videro … fuori che lui stesso!

Chiudo la parentesi, a me suggerita, anzi, imposta dalla gratitudine e torno al mio dire sul proposito delle analfabete.

Qualche volta ebbi a far ridere e commovere i miei superiori, col racconto di qualche incidente scolastico, e uno mi par buono di riferirlo. Fra le nostre più volonterose analfabete ve ne aveano perfin di 60 anni e vederle al banco, in capelli grigi imponeva. Quelle, dandogli il soggetto ad libitum delle loro scritture, lo si sapea prima. Scrivere ai figlioli, o ai mariti lontani, via per mare. Qualcuna delle giovani scrisse al moroso. Ne io, nè la maestra ci trovammo a ridire. Se la lettera è semplice, (tralascio dall' aggiungere onesta perchè disonestà in quei luoghi, in quell' anime non ce n' entra proprio), se la esprime un affetto del core, vada anche la lettera al moroso … Ma quella che ci commosse fu una che, sui quarant' anni, giunse a scrivere la prima lettera alla famiglia da cui vivea divisa, par con immenso dolore e da molto tempo. Non posso dir la nobile e santa esultanza di quella donna a guardare, leggere, rileggere, il suo primo, completo autografo, o motu-proprio …

Finalmente la scrivea ella quel che la volea … senza interpreti.

— Quando mi venian lettere dai miei e bisognava che stessi a quel che mi leggeano gli altri, io pensava — sarà vero ciò che mi riferiscono? — e che son contenti, e che son sani, ecc. — adesso le vedo io le loro scritture … — Oh! la era beata! la era da commovere. E la maestra stessa mai non ricorda questo episodio senza piangere.

Spero che non sarà dispiacente questo fuor d' opera; l' elemento educativo è sanissimo. Frequentare le scuole dei poveri giova all' anima tanto quanto fan male nell' alta vita i libri e gli spettacoli frivoli. È là, più che altrove, là in mezzo a quelle povere, buone creature ch' io mi conforto e trovo … l' Italia.

Tornando a Berti, e alla serietà de suoi sentimenti, corroborati appunto da questo esercizio di umile carità patria, il discorso di lui che più di tutti mi colpì fu il più breve. Il meno preparato, senza aula e senza uditorio. Fu dopo che l' avean rovesciato, colla giunta di cui era l' anima. Rovesciato, vilipeso, calunniato, messo in caricatura, fischiato e tutte l' altre belle cose che toccano a chi è nella vita publica, alla quale siam novellini e a cui stentiamo abituarci, desiderosi della libertà, ma non volendone gl' inseparabili inconvenienti.

Incontrai Berti in Merceria e lo fermai —

— Siete contento? — gli chiesi.

— Io sì — E voi?..

— Io? Benedico Iddio dalla mattina alla sera. Se ho dolori non li sento, se ho dispiaceri procuro di non accorgermene. Sapete che non la speravo questa consolazione di trovarci in famiglia. Accetto tutto, anche il male… inevitabile — E lui:

— Pretendere che nascan tali cambiamenti senza disordini …

— La libertà col cimitero di prima?

— Bisogna esser molto ingenui a volerla.

— O di mala fede. Il paese del buon Governo sarà sempre un ideale, negli affreschi di Siena, ho paura, in questo mondo. È meglio contentarsi d' un ben' essere relativo… e non portar livrea.

Dopo di che lo lasciai, stringendogli una mano e dicendo fra me — Ecco un uomo! Alla prova si vede un petto forte … Eppure Dio sa quanto soffriva!

Dolori che non vanno detti - Insuperabili soddisfazioni - La musa e le sue confidenze.

V' hanno nella vita d' un funzionario, d' un padre famiglia, ch' è anche uomo politico cose che chi, per sua ventura, è isolato non le conosce. Io parlo in genere, ma per un medico, per un capo casa è sempre grave il trovarsi nelle baraonde fra le risa e i maltratti del pubblico. La famiglia è un porto e deve consolare. Ciò anche può essere. Ma è altrettanto vero, che un autore drammatico, a cui la platea irriverente manda i suoi fischi, trova in tutti quelli che lo circondano un sentimento che gli scema il credito. La è così pur troppo. Uno avendo, anche senza ragione, avuto torto, si tiene esautorato davanti a coloro a cui deve imporre. Lo spirito di esame, la libertà che degenera secondo i luoghi ed i tempi, creano un ambiente assai doloroso all' uomo che si rispetta ed esige rispetto.

Un dotto, un pratico che ha sotto di sè la cura di tante famiglie, un magistrato che ha dipendenti, è messo in berlina, pei trivî: il suo nome è barattato dalle bocche meno degne. Potria sopportare l' ingiuria, ma il ridicolo?… E peggio di tutto il ridicolo discreto, della gente a garbo. Potria aver le lezioni degli uomini serî, ma quando i monelli, che nemmeno han rasciutto il latte sulle labbra, lo giudicano, gl' insegnano, la pretendono a omo, senza averne ancor la statura?…

Di più c' è da rincarare la dose su quella fiera circostanza che ci fa assistere, dopo la passione, a una fase di stanchezza. I creatori vedono chi gode il frutto della dolorosa creazione, io non dirò dispettarlo, ma averlo a noja, o certo non intendere l' entusiasmo in nome del quale fu fatto il miracolo. Tanto fu abusato della parola di martire, che quasi si pone in dubbio il martirio. Quel non intendersi tra giovani e vecchi!… e pazienza!… quell' essere il mondo a capo in su. I vecchi giovani.. i giovani vecchi, e i vecchi dovere scusarsi d' avere amato, creduto, sofferto e operato le grandi cose… Indicibile martirio quello d' un' anima calda, aperta alla passione e che nel punto fatale del declino, quando le si scema, non l' ardire, ma l' impeto, deve sostenere il gelido attrito degli spiriti volgari!

Un tempo bastava la sola autorità che sola, non può più bastare, e Dio solo sa cosa le verrà sostituito… Questi sono gli spini d' una civiltà avanzata; lagnarsi è inutile, poichè nè le nazioni, nè gl' individui rinunziano al proprio crescere. Ma chi li tollera è bravo.

Ripeto che io parlo a caso, e in genere. Non conosco in tale periodo la vita del mio nobile amico. Solo mi consta la sua nobile fermezza nel mostrarsi sereno e pronto al lavoro, anche in mezzo alla buffera. Io non voglio mettere l' orecchio sopra un cuore che ha cessato di battere, per domandargli i suoi più segreti dolori. Se n' ebbe li portò bene; seppe offrire così ai suoi figli, che virilmente amava, e da cui tanto era amato, un di quegli esempî di virtù passiva, di virtù alla prova, che costituiscono il vero padre, e son tanto rari che si suol compatire chi non n' è capace; nè altro non chiediamo.

Quella sublime forza, che lo innalzava sopra sè stesso e sopra gli altri nelle più fiere circostanze, fece sì che Berti potè dare alla scienza, all' arte al paese tutto sè stesso, e superare anche l' immenso dolore della morte d' una figlia.

Perciò lo vedemmo più potente che mai difendere in questi ultimi anni, quando la sua costanza, il suo ingegno gli aveano retribuito il più serio premio a cui possa aspirare un uomo; ossia, di fargli, coll' ammetterlo in Senato, prender parte nella politica della sua nazione, costituita in gran regno, lo vedemmo difendere la nostra Laguna.

I discorsi, le lettere su questo argomento, possono considerarsi il suo canto del cigno. Non mi pronunzio sul merito, che a me tali cose non ispettano. A me come a tutti gli altri di questa popolazione, per la quale i danni e i pericoli mai non cessano e si succedono senza somigliarsi, è indicato attendere e sperare, pregando il cielo che non sia per nulla.

Ma posso ben dire che in quelle orazioni Berti ci ha messo il core… e si sentiva!… la prendea con fervore, parea trasformato anche lo stile, qualche volta stretto in una rettorica un po' compassata. Eppur la materia Dio sa quanto ardua, e quanto combattuta. Che tiene, pel rigore delle argomentazioni alla matematica e per l' applicazione all' infinito… si tratta di lagune, mare, fiumi… E lui riescì chiaro e giusto, splendido e amabile, stringente e diffuso, infiorando quelle belle parlate di sali attici, d' un umorismo discreto, in mezzo a cui non si perdea mai la nota dominante: voglio dir la passione. Oh! io leggea esultante quelle scritture, quei resoconti, provavo ambizione per lui e dicevo — c' è da tenersene d' esser veneti!

Così pel nostro valoroso quei discorsi, quelle sublimi concioni, furono degni preparativi alla sua apoteosi. Perchè, sorpreso dalla morte, mentre si atteggiava a dir le sue ragioni, là appunto nel Palazzo di città, fra i padri della patria, il nome di Berti resta per sempre legato a quel lo di Venezia. Qualunque sia il destino di questa metro poli del mare, egli sarà nominato come uno, che più di tutti la protesse a viso aperto e morì sostenendone le difese.

Più d' uno, ingegno vivace, si fiacca nel progredire. Gli spiriti deboli perdon la forza, subiscono quella naturale, quanto dolorosa involuzione del proprio ente, per cui l' anima umana è portata a chiudersi in sè stessa e prepararsi alla fine. I forti si corroborano. Questo, giunto al delta della vita, andò con impeto da renderne suntuoso tutto il corso. Ai fioretti le aiuole, ai larici le alture tremende.

Così, fin che avea cercata la gloria, essa lo fuggiva. Quando non la cercò più e pensò ad altri più che a sè stesso, allora trovò l' ispirazione.

Quell' ideale vagheggiato da lui sotto tante forme, in gioventù, nella virilità; quella figura aerea, quella musa, piuttosto indocile o restia nei primordî, allorchè la inseguiva sulle belle rive del Sile, sui pendii dell' Euganeo, lo aspettava adesso nell' ultimo, solenne momento.

La musa, simile alla lionessa, predilige i forti, che la liberano dagl' imbelli. Essa vide quest' uomo che si trascinava, sebben malato, che non avea fiato e parlava; vide che lo abbeveravano d' assenzio e lui lo sublimava in liquore di vita, cambiando l' odio, (impossibile non lo sentisse, vivaiddio) in virile proposito, essa vide, infine ch' era qualcosa più d' un poeta, d' un prosatore, d' un dottore, d' un politico. Voglio dire un cuor d' uomo, e di cittadino… e perchè no un genio, se il genio non è altro che amore?… Sicchè, vinta finalmente, essa venne a dirgli le parole novissime:

— Tu hai ben meritato della scienza, della famiglia, della patria, poichè sapesti amare e soffrire. Quella gloria che sognavi tu l' avrai nell' ultima ora, ma farà la tua memoria virilmente perenne. — E lo baciò nella morte.

Uomini, che reggano al sacrifizio ce ne son pochi, e va bene collocarne il busto in sito da essere visto. Alle spose si mettono belle immagini attorno, perchè ne siano bene impressionate nel cammino della famiglia, o secondo il nobile dire dei tedeschi, in quello della speranza.

Io mi ostino a credere così la nostra nazione, e non accetto le gran querimonie sul mal costume presente, su tutto che va alla peggio.

Vorrei vedere i nostri giovani se ci trovassimo in pericolo. L' idealità può aver perso il prestigio, ma vi è la coscienza. Oh! se la c' è! Quella non s' uccide, s' affina col progresso. Nei tanto vantati secoli, in cui tutti erano quell' anime buone, si troverebbero forse abissi di corruzione, perfin nelle più sante imprese. Male ce n' è, poich' è umano, ma si sa ch' è male, e se ne resta malcontenti. Dio cacciato dal tempio s' è rifuggito nei cuori e di là grida: — Vi son debiti da pagare, chi non li paga è vile. Primo fra i primi è quello di sostenere la propria nazione, ossia la famiglia in grande.

La coscienza adesso ci addita che dove termina l' entusiasmo comincia il dovere, meno potente, ma più efficace, poichè in ogni ebbrezza l' anima è oppressa dal sentimento che non dura, mentre nel dovere presagisce, che manterrà più di quel che promette.

Lord Beaconsfield, (quei seri inglesi studiano politica, leggendo romanzi, e in mezzo alle eccentricità pronunziano sentenze da praticoni, a mo' degli antichi veneziani), Lord Beaconsfield parlando di noi affermò: — La sorte d' Italia è nelle mani d' Italia. — Lo stesso abbiamo a dir noi di Venezia. Bisogna dunque darsi per davvero le mani d' attorno e provvedere da noi medesimi al nostro destino. Possibile, che abbiam sempre ad invidiare la felice Genova, che non ha solo cittadini, ma figli?.. Ho sentito a dire, che, alla lunga, l' invidia è malsana.

Venezia, nel Maggio del 1879

ALEARDO ALEARDI

Nel 1875 Pier Murani, (nome di guerra, noto agli antichi lettori del giornale Euganco) Pier Murani dunque mi disse:

— C' è in Venezia Aleardi.

— Va bene — gli risposi — non voglio morire senza averlo visto, ma intendo anche di vederlo senza che sappia chi sono. M' informi dove abita, a che ore è in casa.

Il giorno dopo Pier Murani, fedelmente mi riferì: — Aleardi è presso al Dottor Calzoni, all' ospedale civile. Sta in casa fin alle nove della mattina.

— Benissimo! Nell' ospedale ci ho entratura e le ore della mattina son le mie. Mi presento come una maestrina, che si raccomanda per un posto, a lui che è del consiglio scolastico. Non mi tradisca.

Pier Murani, accennò di no, ma con un sorriso che (più tardi me ne accorsi) avea del satanico!

Il giorno appresso, per tempo, ero in piedi. Il mio vestito è ordinariamente così dimesso, che s' addatta al più modesto incognito. Di più io portava il lutto del mio Beppi1) Giuseppe Codemo, aggeminatore, morto in giovine età, nel fiore delle speranze.).

Andai impaziente alla porta indicata. Si domanda ïl tradizionale: — Chi è?

— Una povera maestra, che si vuol raccomandare al signor Aleardi — risposi. — Una parola, ma che non mi rifiuti una udienza.

Mentre si indugiava ad aprire io pensai: — alle nove esce: io aspetto in istrada; siedo sulla panca di stazione dei barcaroli, addossata al muro della fondamenta, quand' esce lo vedo.

Devo avvertire che il non nominarmi avea una mia ragione più, anzi meno che romantica.

Anni prima io scrissi ad Aleardi per avvisarlo, che sviavo i giovani dal seguire le sue pedate. Niente per altro che per timore ei si rompessero il collo nei luoghi innaccessi, fatti unicamente al genio.

A taluno parve la mia temerità quasi brutale. Ma io tenni dovere il farlo. Non volevo somigliare agli insetti, che graffiano nell' ombra il pie' dei colossi. Speravo anche in risposta un autografo che mai non venne. Potevo temere che Aleardi avesse presa in mala parte la mia franchezza; dubitare che non gli fosse giunta la lettera non potevo: la lettera essendo stata raccomandata… Sicchè?… e se lui non intendea vedermi nemmanco in ispera di sole? Ecco la ragione del mio incognito.

Maffei mi disse che Aleardi incoraggiava i giovani che lo imitavano… Se questo è vero, il gran poeta non chiudea dunque l' orecchio all' adulazione… l' infermità, propria ai letterati, che degenera in vizio cardiaco alla vecchiaja: voglio dir la vanità, cominciava essa a dare i suoi brutti sintomi? Io non lo sapeva, espongo solo il mio dubbio, da cui derivava il non volermi far conoscere.

Torno al racconto della visita.

Mi fu aperto, salii le scale, entrai in una camera grande, ariosa ben arredata, con belle marine di Cecchini alle pareti. Io sedetti in un cantuccio, accosto ad una finestra, che dà sulla fondamenta e sul rio, di fianco all' ospedale.

Bel rio largo, fiancheggiato dall' altra parte da bei orticelli, anzi giardinetti, squeri, da abitazioni che paiono casini di campagna in mezzo ad una pace, spirante ilarità campestre.

Entrò una signora, la padrona di casa, cortesissima, cominciò ad insistere perchè sedessi sul canapè, guardandomi ella e trattandomi con una deferenza, che mi mise di cattivo umore. Però non dissi nulla; soltanto mi rannicchiai tanto più nel mio cantuccio, quanto sospettavo che la signora potesse scoprirmi.

Per fare diversione, raccontai alla signora che in quel rio era pochi anni prima, accaduta una tragedia. Una bambina, d' una famiglia abitante in calle della testa si annegò con circostanze da lasciar supporre un suicidio. inammissibile per la giovanissima età. La madre (da me conosciuta per accidente in viaggio) m' avea narrato ella stessa quell' orribile avvenimento; dopo del quale mai non la stette bene, e a tal segno patì, che a poco più di cinquant' anni la poveretta è morta in questo inverno. Io, mentre riferivo il pietosissimo caso, fissavo il rio, in quel punto del più bel verde limpidissimo a mo' di smeraldo, come fluiva dalla laguna portato da un buon vento di terra. Fissavo e abbrividivo, pensando al punto in cui, dopo mille ricerche o dirò meglio dopo mille angosce, i desolati parenti scorsero la bambina, ferma sotto la rivetta d' approdo del giardino, lasciato inavvertitamente aperto. Un uomo dal di fuori era venuto a prendere un secchio d' acqua e, senza accorgersi della piccola, caduta in rivo avea rinchiuso il cancello e collocata la chiave al muro. Questa circostanza fece sì che non si corresse subito alla riva — quando vedo una stella in acqua, mi disse la sorella superstite, — credo che siano i capelli del nostro angelo a tralucere, come nell' acqua ho visto la sua chioma d' oro in quella orribile mattina.

La signora … (ahimè qual orrenda parentesi! Questa signora è la moglie del D˙r Calzoni e chi le avria detto, madre sventurata, lo stesso spasimo ti riserva la sorte, entro quattr' anni?) la signora dunque m' ascoltava con sempre maggior interesse: io sempre con maggior diffidenza, finchè mi convinsi del mio sospetto. Pier Murani m' avea tradito. Entrò Aleardi: io, invece che corrergli incontro con rispettoso fanatismo, feci un moto e un' esclamazione per la quale il gran poeta non potè trattenersi dal ridere. Il sotterfugio drammatico scoperto, la mi era andata male, avevo perso il gusto! — Sedemmo, si parlò, ma, se ho a dire il vero, mi parve che fossimo nel discorso melensi tutti e due; un difetto di sordità che mi si aumenta quando sono in confusione o in soggezione, appunto per la tema di riuscir di noja, mi impacciava un poco. Aleardi uso, dal canto suo, alla indiscreta investigazione dei reporters forse temeva ch' io potessi scrivere ciò che diceva. Però lo trovai affabile, modesto e non d' una modestia pensata, ma di chi veramente si ignora.

Gli offersi le Pagine Famigliari, non per omaggio, ma solo perchè io credeva le raccomandasse come ispettore scolastico. Volle che scrivessi di mio pugno una dedica sul frontispizio. Fu l' unica piccola corte che mi fece. Io non voleva, ma vedendolo sincero in quell' insistenza, scrissi il suo nome. E altro non occorrea, mi pare.

Lo pregai di indicarmi gli errori senza tema di urtarmi. — Non mi adiro mai di nessun critico, anche se mi duole. Quando mostro i miei sgorbi a Pier Murani (qualche barca, per lo più) e che lui, in qualità di proto marinaro, trova la costruzione brutta e cattiva mi dice semplicemente: — La la buta in acqua — E io lo ascolto e ne faccio un' altra. — Ma la barca è da buttare in acqua — esclamò Aleardi con vivacità. — Quello fu il momento in cui provai una vera contentezza di parlare con lui. Era così che mi piaceva scoprirlo, alla buona, senza sospetto di letterature, vanumi, e rettoricumi, più o meno romantici, quasi fosse il primo venuto insomma… e dire che quest' uomo alla mano, alla buona è un dei primi poeti del secolo!

Del resto non vi fu pericolo che Aleardi posasse un solo momento, che si manierasse. Heine dipinse la Sand come un montone stupito. Verdi è un cristiano come un altro, per di fuori … La Percoto pare una semplice gastalda. Dico pare, giacchè il profilo è da romana. Augusto Conti, l' alto poeta, ha l' aria d' un uomo alla buona, e per poco non dissi d' un magnano. Bisogna guardarlo bene, per scoprire nel suo viso la corretta austerità d' Arnolfo e di Michelangelo. Si suol ideare il genio ispirato, coi capelli giù per le spalle, la pupilla accesa o estatica, il labbro fremente …

C' è qui all' ufficio della strada di ferro un bravo e buon impiegato, che pare Aleardi in persona. I ritratti d' Aleardi lo mostrano in attitudine alfieriana, gran cipiglio, espressione altera. Quel giorno m' apparve tutt' altro … E forse quel giorno era ne' suoi bassi spiriti, indicano gl' inglesi, e noi boso.

Io so che a Pier Murani Aleardi tenne discorsi malinconici, occupandosi unicamente del proprio avvenire, ossia di non restare isolato in vecchiaja. Ciò mi fa pensare che la vita domestica è più necessaría all' uomo che alla donna; questa allorchè ha un fiore, un uccelletto, un gatto, ha famiglia. Per l' uomo ci vuole una donna a popolargli la casa.

Aleardi si confortava pensando alla sua amata sorella alle nipoti, carissime: — Spero, egli disse, di non morir solo.

Da giovani questi poeti lasciano la realtà per l' illusione, pel fumo l' arrosto: per la creazione la creatura. Shakspeare stesso, alla voltata ingratissima, tornò alla figlia, da lui dianzi posta in oblio per l' arte… ella, non lo riconosceva, o lo respingea: la puritana, di quell' autore drammatico, tutto puzzante di istrioni e di quinta non potea far caso… anzi lo fuggiva. Fu un gran castigo, e di questi ne toccano a più d' un poeta.

Il sonetto di Aleardi, inserito nella ghirlanda di beneficenza, e che è diretto alla governante, a cui il poeta mandava il proprio letto di ferro, è una prova di questa disposizione punto allegra.

Il tasto che die' un' po' di vena al mio illustre interlocutore fu la via sbrigliata e sciammanata delle lettere. La presunzione, non sempre adeguata al merito, la quale turge adesso più che mai nei giovani e presso ch' io non dico nei bimbi; si credea assolutamente offeso … anzi… a questo proposito mi disse una parola da vecchio: — Incidimus in mala tempora. Presso a poco ciò che sospirava Seneca o non so qual altro antico negli antichi tempi … Io però, a cui le parole da vecchi non garbano proprio, risposi: — Caro Aleardi l' Italia è fatta! questo è l' importante. Quanto ai giovani se battono la travalca a mo' di cavalli spauriti, vedrà che torneranno sulla buona strada. Torneranno alla luce, è impossibile che non sentano l' ideale … — Aleardi confermava e mi parea che le mie parole gli facessero bene: di fatto erano spontanee; espressione della mia fede, ci credevo e ci credo ancora.

La progressione è legge umana. Se la progressione portasse la negazione bisognerebbe dubitare della vita stessa e tenerla un tristo sogno … Ma perchè un uomo cresce ha da perder la vista? Ha bensì da regolare i suoi passi, frenarli, ma non diventar cieco! E loro questi ragazzi, perchè non ci vedono, essi, perchè non possedono la verità, han da schernire quelli che almeno la sentono e ne han l' ansia in core, han da volere che tutti sieno orbi, come loro?

Innanzi di lasciare Aleardi lo pregai che venisse a vedere la Madonna della Bortolan, e il mio ritratto dipinto dalla stessa. Dopo il mezzogiorno, venne puntualissimo: mi trovò al cavalletto: ci stavo appunto copiando in piccolo il mio ritratto, dipinto dalla Bortolan, lo copiavo coll' idea di offrirlo, come un ex voto alla galleria degli Uffizi.

— Ognuno vuol essere quello che non è — dissi ad Aleardi. I nobili d' un giorno mettono e puntano lo stemma da per tutto, se lo farebbero tatuare sul viso. Io la pretendo a pittora. Guerrazzi scrisse un libro perchè non potea andar in battaglia … io lo scrissi per non saper fare un quadro.

Aleardi guardava con somma compiacenza i miei sgorbi, e insieme si parlò della sublime arte, ch' è nell' ordine morale una creazione. Egli guardava dunque con amore e con pazienza tutto paterna le mie prove, ma se devo dire il vero mi parve più amante che intelligente, non gli udii profferire di quelle parole, di quelle frasi che illuminano, a modo sa dirle Selvatico, alla buona, ma piene di pratica esperienza.

I discorsi accademici di Aleardi intorno all' estetica saranno bellissimi, ma avrei preferito da lui un' osservazione da farmi vedere che intende, e da istruirmi. L' arte non è che intendere.

Già in tutto lo affermo, senza tema di venir contraddetta, lo trovai gentleman, aristocratico, appuntato. Manzoni quasi nonagenario, mostrava più furia giovanile, più candore d' un anima potente fino all' ultimo … Così Gino Capponi.

Ciò non vuol dire che il vigore dello spirito mancasse ad Aleardi. Fece alla causa italiana sacrifizi reali, che se il suo amore fosse unicamente stato un espressione poetica, una forma di stile, non gli avrebbe fatti.

Finalmente Aleardi partì: mi parve cordiale nello stringermi la mano; io gli dissi, con qualche emozione, che quella mattina conterebbe fra le più nobili e forti rimembranze della mia vita.

Venezia Agosto 1878

SPINE DELLA CELEBRITÀ

1) Questo discorso (scritto forse sotto impressioni assai dolorose) doven esser letto ad un Ateneo di cui mi avean fatto l' onore. non meritato e non ambito, di nominarmi fra i socì. Per molte ragioni, mi venne provato difficile, pesante alla lettura. Spero che per la stampa riesca più agevole, quindi opportunissimo al presente volume, che non ha altra mira fuor di un onesta ed utile ricreazione.

Chiamata, contro la mia aspettativa e, permettetemi di dirvi, per quanto me ne onori, contro il mio desiderio, dacchè io mi creda mal addatta a questa cattedra, tanto diversa dal trespolino pegli studî all' aria aperta, io avrò cattiva grazia di farlo in modo, che par contraddica questa nobile istituzione.

D' altronde ho troppa stima di voi per non essere certa che gradite meglio un discorso schietto, alle più belle cose ch' io v' esponessi, attinte a sentimenti non miei.

Il tempo degli umanissimi uditori e degli illustri accademici è passato. Siamo uniti qui per far un po' di chiaro in questioni che c' interessano; mio intento è mostrare i danni d' un farnetico assai comune, la smania di celebrità, e invogliare i giovani a cercare il bene per sè stesso, non per mettersi loro in voga. Se tratto la parte letteraria è perchè la conosco e la ci conviene; laonde senz' altro entro in argomento.

Un giovane, delizia dei suoi, vanto della scuola, portato a cielo pei saggi d' un precoce ingegno, stampa qualcosa d' originale, e lo slancia in pieno mare della più diffusa pubblicità.

È probabile che in date circostanze la cosa riesca. Un giovane ha per sè la forza creatrice, l' occhio, la mano: tutto gli serve, anco l' inesperienza.

Oltre a questo concorrono a favorire i primi lavori d' un giovane, ragioni estranee, leve che lo alzano, obbiettivo inconscio e fortunato della sua gloria.

Prima è la novità, che sveglia nel pubblico un sentimento volgare ma efficace: la curiosità. Un nome nuovo, un lavoro inatteso invogliano a conoscerli o per compiacersene o per farne strage a seconda del merito. Di più fra coloro che portano, che sostengono le primizie c' è i suoi interessati.

V' ha sempre nel pubblico chi è stanco di sentir lodare qualche autore, o perchè la cosa dura da troppo tempo, o perchè la fama l' esaltò oltre misura. Contraddire il concerto d' elogi non si osava, si può bene piuttosto, per deprimere il vecchio, sollevare il giovine.

Oltre a questi fautori o complici interessati, che fan più susurro di tutti, c' è i buoni: quelli che amano affermare, incoraggiare; voci angeliche, pronte a intonare osanna ad ogni aurora, essi formano la gloria nel cielo dell' arte.

Tali cospirazioni hanno dunque a scopo, e lo raggiungono, di porre in luce il nostro giovane, il quale (a meno che non sia di marmo) sente vieppiù infiammarsi di nobile ardore. Tacerò delle feste in famiglia, delle compiacenze della mamma, del babbo, dei fratelli, tutti intenti ad ascoltar la lettura degli articoli, a bearsene. Tacerò l' entusiamo del novellino autore al giungere di qualche prezioso autografo … — Come? … è quel grand' uomo, è quella gran donna? … personaggi leggendari, miti della fama, e hanno scritto a lui, proprio a lui? …

Il giovane non crede a sè stesso; ei già si vede lanciato nel campo senza confini della immortalità.

Quanto più agevoli i primi passi, tanto più ardui i secondi. È possibile che un giovane, a cui fin dal primo giorno tutto sorrise, si mantenga discreto, proceda cauto studii e tremi di perdere il bel prestigio, che inaugurò il suo arringo. È anche possibile, possibilissimo che accada il contrario; che si insuperbisca, che trascuri il secondo lavoro, troppo presumendo di sè; oppure che lo ritenga la paura, adesso che gustò la lode, e sofferse in mezzo a quella qualche brutto graffio anonimo, punto nero fra i primitivi trionfi.

In qualunque modo resti egli eguale, il pubblico non è più quello. Non lo trova più a caso vergine, è preparato, si comincia a dire: — un altro lavoro del tale … Chi? … quello? … — e nelle varie inflessioni di questo pronome v' è un mondo di cose, tutte serie, tutte paurose. Significa: — ci sorprese la prima volta, s' è creduto una gran cosa; non si trovò poi un capo d' opera. — Chi nota un difetto, chi un errore, e terminano col discreditarlo.

La curiosità, la novità non son dunque più le buone pastriciane da cogliersi all' impensata. La seconda produzione non si adagia più sopra un letto di rose. Chi innalzò il giovane per deprimere i vecchi comincia ad avere a noja lui e le lodi prodigate. L' han fatto loro, si preparano a disfarlo.

I lavori d' un autore felice hanno un' impronta particolare, che apparisce a prima vista. Gli è come l' entrare in iscena d' un attore o d' un' attrice prediletta al pubblico. Lo stile d' un fortunato, massime s' è giovane ha un carattere di naturalezza, tutto suo. Irresistibile modo di piacere: sicchè l' effetto diventa causa.

Quelle pagine, infiorate di spirito, nutrite di sentimento, di finezza, di originalità; la spigliatezza del dettato, la schiettezza delle impressioni, l' agevolezza dell' esprimersi, mostrano un' anima senza sospetto, sicura di piacere, lontana dalle bruscherie di chi fa il cipiglio per paura, e dalla servilità di chi concede per cattivarsi benevolenza. Insomma è lui; gli va bene, e ha sempre ragion lui. Se è ardito, è vivace; s' è ritenuto, è discreto; se fa poco, è sobrio; se molto, è fecondo. Amabile catena, bel ricambio di cortesie, di carezze, doni che si prodigano fra di loro i ricchi: L' invidia è ignota; la cattiveria non si sa dove la stia di casa.

Anzi uno contento s' adopera a dar mano ai rimasti indietro, ai poverelli maltrattati; di lodi è schivo per sè, ma difende e loda gli altri …

Mi par che Schiavoni a dipingere una testa luminosa la preparava tutta a cinabro … e poi ci lavorava su. Il core di questo giovane è tutto cinabro ardente, e così la tavolozza, e così gl' inchiostri.

A pochi frescanti è riuscito dipingere il paradiso. Proviamoci a dipingere l' inferno.

Se un giovine v' assicura non importargli il plauso del mondo, essere indifferente alla indifferenza e al biasimo, non gli credete. Ciò è impossibile. Ha sentito, nello sbocciare della vita raddoppiarsi il proprio ente, nella creazione del pensiero; ha espresso e spanta l' anima sua in quanto ha di più nobile e, se posso esprimermi, di più immortale; ne ha chiamato partecipi altre anime parimenti forti e conscie come la sua. Ineffabile compiacenza! L' uomo non sarebbe tale, ossia al di sopra d' ogni altra creatura, se non consentisse a un tal privilegio.

Ma questo, se l' apoteosi fu chimera, inganno suo o d' altri, mistificazione del mondo o della fortuna è il punto di partenza della più gran miseria.

Ogni autore, parlando o scrivendo suppone ascoltatori o lettori benevoli, compiacenti; l' opposizione la immagina schietta e da godersi a risponderle: lotta che non prostra, ma sostiene, esercita le forze, le avvalora. Sente all' orecchio mentale il lieto susurro d' aure favorevoli, e gli si moltiplicano le idee, come nel voltare del caleidoscopio le mille combinazioni delle pietre riflesse.

Nel caso opposto egli invece comincia a dubitare di sè: la sicurezza che impone ei non l' ha più, e nessuno gliela presta; se la ostenta riesce sguaiato, indiscreto, antipatico, strano, giustifica il freddo generale verso di lui, ed egli va …

Nessuno più dei cantanti e dei comici è avezzo al publico. Eppure per confessione dei migliori, il grado di temperatura della platea è efficacissimo a farli da più o da meno, o (dicono loro) ad affiatarli.

Poichè non è naturale che una persona si esponga, parli, gesticoli in faccia a mille altre, pressochè tutte estranee. Il teatro, le lettere non sono fiori spontanei della vita, ma prodotti artificiali, voluti dalla civiltà, quasi in onta a natura.

Metter fuori la voce, il pensiero, prodigarsi altrui, richiamar l' attenzione, sedere a scranna, innalzarsi a giudici par contrario alla prima ritrosia d' un cuore bennato, che dee vincere un pudore, e in cui solo una bella passione ajuta; ma che senza di essa divien ridicolo, impaccia, è goffagine.

La reazione del cuore sotto la maschera dell' istrione ha dunque bisogno d' uno sforzo, d' una ebbrezza. Il gelido fiato dell' avversione la paralizza, la assidera: infine l' arte è un amore.

Quando, per una serie di circostanze tristi, volute, fortuite, o pel mal volere degli editori o dei librai, o dei giornalisti o dei lettori o del publico, ad un giovane è chiusa la via, è tarpato il volo, comincia il suo inferno.

S' era abituato a veder la vita non nella vita stessa, ma nella copia. Le affezioni a considerarle, più che sentimenti, effetti da dipingere: non a fissar la natura viva davanti ad uno specchio per quello che è, ma per quello che appare. Persa l' immagine, perde tutto.

Tanto più perde tutto in quanto è coscienzioso; s' è messo con impegno, ha presi sul serio applausi e critiche, ha volato sull' ali della fantasia e della fama.

Triste fatto di cui una è la causa, mille le conseguenze. Amor proprio ferito dà per risultante l' invidia, la mala fede, sorella dell' odio. Apatia, attività febbrile o male applicata, alternative di infecondo scoramento, di esaltazione pericolosa… oh! Dio, c' è tanto da rovinare un' anima.

Questo non potendo emerger lui, denigra chi emerge, ad un articolo benevolo per altrui storce la testa, ammica, fa spallucce — e ringraziar Dio, che, se è anonimo l' articolo, non insinui — l' ha fatto lui. — Cosa possibilissima, e in Francia i giornalisti a cui un autore, assai raccomandato, presenta un lavoro importante — intimano bruschi: — faites l' article. — E così i comici di là ed i nostri. Ciò può apparire brutto, mortificante, da ridere o da piangere che i poveri autori si costringano a questo. Ma chi per torsi il cruccio d' una lode altrui lo sospetta, è vile, ributta più di qualunque spudorato elogio, che uno prodigasse a sè medesimo. Questo tale afferma, crede se non altro al merito proprio, manda, sebbene sfacciata, una luce. Il detrattore nega, dubita, l' anima sua è involta nelle tenebre. Non legge più per ammirare, ma per criticare.

Altri invece s' avvilisce, si mortifica, fissa il chiodo. Un bel poeta, mettiamo, compone le più gentili poesie; ad ogni una che gli esce dalla elegante, vigorosa, corretta officina del suo cervello è un applauso in famiglia. Un' amabile consorteria di poeti e di poetesse, oppur Mecenati potenti, un partito, una scuola, sia per far emergere degnamente un brav' uomo, sia per ingraziarsi un editore in tal voga, che dia prestigio agli autori coi tipi famosi, lo innalzano. Ahimè! questo ch' è il Campidoglio può divenire la rupe Tarpea, ed egli è perduto, perduto, se a risollevarlo non trova, unico faro, Iddio stesso!

Basta una circostanza a cambiar tutto. Il compiersi d' una nuova fase di rivoluzione sociale o politica, come fu per esempio il tramutarsi in questi ultimi anni della capitale, dalle gentili sponde dell' Arno a quelle del Tevere; dove si vuole non atticismo e grazia, ma colorito e potenza, fin che un' altra circostanza non muti di nuovo il gusto.

Oggi aggiunge al prestigio esser nobile o plebeo, militare o sacerdote, domani questi abiti sono pessimi conduttori, ossia mettono senza loro colpa sotto la peggior vista chi li porta. Poi v' hanno disgrazie personali, perdite in cui si riassumono i più grandi dolori umani, il vuoto l' isolamento…

Guai se in uno di quei punti uno spirito sensibile s' accorge di non esser più il prediletto del pubblico!… o se non s' accorge, v' è chi glielo va a dire: Voi lo vedete, un' intelligenza superiore, un' anima elevata! Quanto ha di amabile la poesia, di serio la scienza, di più vivo la fantasia, il core ed il pensiero di più caldo… tutto era in lui… non se ne fa più nulla. Solitudine dov' era il più lieto fremito di vita; scuro dove piovea luce e allegria… Le conoscete voi quelle notti passate a bioscio sul letto, in un silenzio pauroso, fra ombre e fantasime, collo spirito oppresso dalla memoria o sgomento dall' aspettativa? … Se piove, le goccie di piova somigliano a voci. Il vento urla, ogni rumoretto prende un carattere misterioso e minaccioso di compianto o di scherno, e insieme al rombo monotono che picchia agli orecchi, fanno un' orchestra!.. Par che perfino la solitudine sia violata e cessi la miserabile speranza dell' oblio; v' è lo scherno anche dopo la tomba!

Puerili angosce, terrori non giustificati… ahimè! crudeli quanto la più fiera, dichiarata sventura… Nel core gli sbucciava un bel fiore, beveva nel calice divino tutto il succo e l' etere della vita; il bel fiore s' è cambiato in verme e gli rosica il cuore; il brutto rospo ei lo vede volare nelle tenebre, mordergli il viso, prima baciato da carezze ineffabili.

Dianzi anche quest' autore comandava agli altri, ora nemmeno a sè stesso. È il proprio servo, è lo schiavo delle proprie impressioni. Non più uomo, assai meno d' un bimbo. Ma se così non fosse, non sarebbe lui. Se pestava cannella o misurava bambagina, non gli si turbavano i sonni per le ferite all' amor proprio. Va male un traffico, se ne intraprende un altro, senza che l' ulcere della vanità depressa alteri gli umori.

Io accenno a questo poeta, supponendolo de' sublimi. I sublimi si ritirano da grandi. È privilegio degli alti spiriti rimaner tali decadendo; sicchè e' non trascinan l' estro sulla falsariga… essi accolti freddamente?… essi dovere mendicare attenzione, contentarsi di venir tenuti da meno di quel che sono e furono considerati nella splendida ora d' un apoteosi fugace? mai più!

Ma per uno, che si avviluppa nobilmente nel silenzio, ve n' ha cento che tombolano male fra le risa del circo. Di questi, grazie a Dio non ha Italia la privativa.

Dumas padre (e unico, lo chiama Pasquino), uscì da vecchio in una facezia serissima, veramente unica. A proposito di Madama di Chamblais, settantunesimo fiore (la chiama lui) del suo giardino drammatico. Già da alcuni anni le produzioni di quello stupendo colorista divenivano sempre più fiacche. Parea che andasse, noi diciamo alla sensa, perdeva sempre più il prestigio e il credito… Parigi fa presto a dimenticare, e non lo volle più… e fu allora che andò in giro per l' Europa a predicare, a leggere… tanto da far parlare di sè e guadagnare quel denaro che dagli editori francesi non buscava più. Negli ultimissimi anni dunque, rincasato, compose un dramma… bisogna sentire da lui stesso i particolari di questo ultimo travaglio… (qui il francesismo torna a cappello). Da un pezzo ne cercava la conclusione, quando (son parole sue), in un di quei giorni benedetti, in cui par che Dio mandi alle creazioni umane un raggio della sua medesima luce, vide, qual bottone che spunta a vista d' occhio, uscire lo sciolgimento dal soggetto stesso, e completarlo nel più simpatico personaggio… »

Con tutta la intervenzione divina i direttori dei teatri parigini, certe buone lane che credono poco più che al marengo, non ne vollero sapere di quel dramma, e gli toccò annunziarlo e metterlo all' incanto, lui che solea venderli e toccarne migliaja e migliaja di franchi, prima che fossero fatti. Il teatro della Porta di san Martino, chiuso dopo un disastro, restava la compagnia, o truppa, dicono loro, libera e senza pane. Le parve un pan unto, una novità, nel cuore del caldo trasportarsi a Ventadour e mettervi in iscena Madama di Chamblais. Se la si reggeva, la ripetevano per tutto l' estate. L' ami des femmes di Dumas figlio, che non piacque, si ripetè quaranta sere. Così credo la Cosima di Giorgio Sand. Tutto è colossale a Parigi, anco i fiaschi.

Madama di Chamblais ebbe un esito rachitico, degno della eroina poveretta e linfatica. Dumas però non si sgomenta e stampa il dramma e ci mette la prefazione ch' io tale quale vi traduco. La è in cinque linee, ma la vale per un foglio da sedici pagine in quanto a strambezza ed orgoglio.

Aristide (tragedia in una scena)

L' Areopago, Aristide, un contadino (paysan) Il contadino (presentando ad Aristide una conchiglia d' ostrica ed uno stilo). Vuoi tu incidermi il nome d' Aristide su questa conchiglia d' ostrica?

Aristide. Che male t' ha fatto Aristide perchè tu voglia proscriverlo?

Il contadino. Nessuno. Soltanto io l' ho a noja, perchè da dieci anni lo chiamano il giusto.

Aristide incide il proprio nome — il contadino getta la scorza d' ostrica nel ricinto. — Il capo dell' Areopago fa lo scrutinio. — Aristide è proscritto.

Direte, quando scrisse questa tragedia buffa, Dumas era vecchio. Ma vecchio non significa imbecille. Gli areopaghi non son composti da giovani. Se gioventù sapesse, se vecchiaja potesse! A meno che ogni eccentricità non sia riservata ai grandi d' oltr' alpe, agli uomini enormi.

Vedete invece il nostro divino! Vedete Manzoni, in quell' ammirabile studio intorno a cose di lingua, scritto in età avanzatissima, con vena da giovane, con argomentazioni potenti e sottili, con quella dialettica serrata, che mette fra l' uscio e il muro… In quest' opuscolo sul più bello ei si ferma… non osa progredire, temendo che sia o apparisca la sua parlantina di barbogio… lui! Parlantina di barbogio…e da vent' anni non mandava fuori una carta!…

Questo miracolo di modestia è perchè nella disastrosa via della gloria s' è mantenuto modesto, schivo d' applausi. Cristiano, ossia umile, padre, cittadino, filosofo — uomo, vir, — parola in cui si deve comprendere ogni forza, ogni grandezza morale. Non s' è lasciato ridurre arnese da torchi, figurina da decorare illustrazioni, manichino da discorsi. Queste cose non le ha cercate, dovette subirle contro volontà. Preferì la contemplazione d' un coleoptero, d' un fioretto pratense sulle rive de' suoi laghi, agli spettacoli nelle sale dei grandi. Eppure in queste sarebbe stato portato, incensato… quanto un tempo lo trascuravano. E resistette al desiderio di rifarsi.. lui che sapea bene quanto valesse, oh credetemelo pure!

Negli ultimissimi anni della sua vita ho visto un grande, che lui non m' ha vista perchè il sole non gli allegrava gli occhi, come disse Giusti, il suo immortale amico. Io parlo di Gino Capponi. Più celebre di lui credo che non se ne potesse trovare. Eppure nelle sue parole, nel suo fare gioviale, schietto, alla mano, senz' ombra di ostentazione, proprio come chi non ci pensa, si vedeva un' anima fuori di sè stessa. Di quella esitazione, di quello sgomento di vecchi, e tanto più se ciechi, in lui nemmeno un' ombra!… Si occupava dell' Italia, non vedeva poi così nero, non disperava tanto. Nelle parole semplici e ingenue del venerando Etrusco spirava l' alito d' una grande anima, pronta a riconoscere il bene dov' è, sgombra da prevenzioni personali, da pensieri storti… A lui tutto andava bene, perchè non s' occupava del suo amor proprio, ma riponeva la sua speranza nella speranza dei buoni, e tanto che posso dire che la bella luce di fede, che m' iraggiò alla presenza di quel vecchio senza sguardo, io invano la cerco nella più parte dei nostri giovani.

Un giorno si presentò a Chateaubriand, già vecchio il giovane Musset; Chateaubriand, il grande autore dei Martiri gli fa quest' intemerata; — non amo che si conduca la musa alla bettola — (Je n' aime pas qu' on conduise la muse à la guinguette). Se glielo avesse detto per ammonirlo, tanto meglio, ma si ritiene parlasse per invidia; giacchè Musset lo scacciava, per regnar lui in sua vece.

Ma se Manzoni e Capponi prendeano gusto allo elisire, allo sciampagnino della gloria, finivano grulli e rimelensiti come gli altri. Ci si va senz' accorgersi, nessuno ha cuore di avvertire, e ancor che avvertano non gli si crede: la si tiene per malignità, per invidia. Si citano articoli, lettere, frasi adulatorie, di cui, da giovani, nel vigor dell' ingegno non si avrebbe voluto: simili a chi apre la giubba, mostra la catenella di princisbecco, quando non ha più quella d' oro.

Uno dice mal di tutti, uno atterra ogni tentativo, schernisce ogni prova, massime dei giovani, e ciò niente per altro che non può più emerger lui. La ragione che non può più emergere? … — Chi lo sa? S' è ridotto in condizione trista, non da uomo, da ciacco per elettrizzarsi nel vino, posto che madonna gloria gli tolse le sue grazie… Tutti fanno malissimo a occuparsi, a lui solo è permesso. Idrofobo, fugge l' acqua e vi anela. Vorrebbe silenzio, gli dà noja l' altrui voce e tende l' orecchio a sentir se lo nominano.

Un satirico parigino chiama titanite acuta questa corsa alle ambizioni … acuta o cronica la titanite ha mille forme da manifestarsi, da svilupparsi, e mille crisi: quest' ultima è brutta, ma non antipatica; quest' idrofobo è schietto, forse ha maggior ricchezza nell' anima di quanto pare, e fu un concorso di circostanze a ridurlo così.

Che pensare di chi si ritira pomposo, si nasconde pien di boria, si rinchiude in una maestosa inazione e la crede più proficua della attività? … Questi, a sentirli, son loro soli accorti, loro soli avveduti. Con editori non s' impicciano, non hanno a fare con giornalisti. Essi la indovinano più di tutti, essi raggiungono la vera perfezione. Quando in vece la loro bravura consiste, che mentre gli altri si cimentano e lottano ei si risparmiano. Ma badate che all' ultimo aman la lode, conoscono chi li riconosce, portano chi li porta; e sono per lo più i centri di quelle che furono chiamate: società di mutuo incensamento.

Eppur tutti questi sono innocentissimi!… saran cattivi per loro, frivoli e vani, ma non pericolosi e dannosi altrui. E ce n' è anco di questi scrittori anonimi, fattori d' articoli infami, di libelli, detrattori, coperti dalla maschera in ogni più laido vicolo della stampa.

E tutto perchè? … Perchè la celebrità è a loro negata, perchè devono rinunziare alla immortalità … O cosa è ella? … E vale la pena di morirne, ed è possibile o per lo meno facile ancora … e chi la cerca la trova?

Quelli che composero i salmi non cercavano la celebrità e la immortalità, è supponibile. Quando Davide trasse dall' anima e dall' arpa quei sublimi sospiri, che attraversano i secoli, obbediva egli a un' ispirazione o a un partito preso di voler eternare il suo nome? Non era un dolore, un rimorso, una passione profonda a commoverlo, scoterlo nelle più intime fibre? Egli apparteneva a un fortissimo popolo, viveva in regioni di tutta grandezza, di insuperata potenza. Perciò quella letteratura vince ogni altra al mondo e la vincerà nel futuro. La servetta che, senza nemmanco intendere il De profundis, ne indovina, anzi ne sente il recondito significato: una cosa che la fa piangere, pensare alle creature sue che ha perdute… oh! ella sa per tradizione che in quelle parole v' ha un compianto ai morti, si penetra d' un' affezione che le svela un legame misterioso, ma innegabile… Eppure quella letteratura non fu proclamata dai giornali, nè da libri stampati. Fu versata da un core gemente e raccolta da altri non meno infelici, di cui v' na sempre troppa, ma troppa copia nel mondo!

In Grecia, nei tempi antichi, una giovane, scherzando in qualche ora d' allegria d' una mattina di primavera, ridente come son ridenti, quando lo sono, in quelle spiagge; questa giovine, che non sapea proprio cosa la si dicesse, fece un' ode a strofe di tre endecasillabi, con in fine d' ogni strofa un verso di cinque sillabe, rimati alternativamente fra essi. La ode, creazione perfetta e per la spontaneità, l' armonia, pittura plastica, per la filosofia che la pennelleggia a tocchi sempre freschi e descritta con precisione da dizionario fisiologico, rimase modello di non so quanti altri milioni e trilioni di odi simili, che ne portano il nome.

Questo si chiama divenir celebri a buon mercato; una ragazza morbinosa, che strambotta, secondo le frulla in capo, nel suo gineceo! Ma tutto non si deve alla bellezza dell' ode, e in questa celebrità il caso, quel gran buffone, ha la massima parte.

Volle dunque accidente o fortuna che una donna sciagurata di professione, persa dietro uno sventataccio, che di lei non volea saperne, la si gettasse da una rupe, a guarirsi sopravvivendo, del male d' amore. La sciagurata portava lo stesso nome della poetessa. Il publico però col volgere degli anni fece tutt' uno. Per la buona ragione che da giovane la avea composto quella stramberia in versi, credettero la si dovesse anche slanciare dalla rupe. In vece Saffo andò moglie d' un brav' uomo, ebbe una figlia. C' è tutta la ragione di credere la signora Saffo la più brava massaja, e la più devota madre, poichè, sotto la ardente tunica della fanciulla, battea un di quei cuori delle madri greche… e che infine la morì di vecchiaja.

Ma l' errore del nome suppose morta così drammaticamente Saffo e la eternò colla poveretta, annegata per davvero. Tutte le gran belle cose dette dai tragici nelle mille e una tragedie intitolate Saffo, si riducono a un mito. Più d' un documento storico lo attesta.

Questa celebrità dunque non la cercavano nè l' una nè l' altra, la creò il publico, forse assai più filosofo di quello che si crede, e assolutamente senza saperlo.

Facendo un salto mortalissimo vedete il nostro Giusti. Da studente, mosca senza capo, (se lo dice lui e non è creanza contraddirlo), buttava giù quel che gli venisse in capo. I giovani imparavano, copiavano le strofette satiriche di quello sventato, le diffondevano. I giornali non solo si asteneano dal farne pomposi reclami… Dio guardi nominarlo, giravano ex lege: ma da esse si sprigionava la scintilla e toccavan la corda. Italia stava per sorgere e lui n' era il poeta, il portavoce, il nobile araldo. Anche le poesie d' Aleardi giravano manoscritte negli educandati e proibite. Allora la celebrità è fatta. Lui, e molti altri dovettero la celebrità alla fortuna … alla sfortuna la dovette un altro… Udite una storia e piangete!

Un giovine in Francia, nel secolo scorso, fu mandato a Parigi, da genitori contadini, che ne speravano la ricchezza, perchè il giovine annunziava grande ingegno.. un vero talento, lo chiamano là. Raccomandato a una dama o di poco ascendente o di poca buona volontà, oppur che fosse lui superbo… insomma gli andò male. È da supporlo alle imprecazioni in versi, scagliate ai propri genitori, che lo tolsero all' ignoranza dei campi. I quali versi non appariscono slanci di rettorica, ma la traduzione misurata (o smisurata), di quelle bestemmie, che gli usciano dall' anima, in tante distrette. C' è chi tiene egli finisse piuttosto dall' operazione del trapano, in conseguenza d' una caduta da cavallo. C' è all' incontro (e la tradizione popolare vede solo questo lato della storia) c' è chi lo descrive cencioso, affamato, correre per le strade di Parigi, ricoverato da Monsignor Arcivescovo. Poi di nuovo in fuga, in delirio, sopra un giaciglio, in una soffitta, inghiottire morente una chiave, credendola pane…

Di queste versioni ci resta una prova, poichè innanzi morire gli uscì dalle labbra quel famoso canto di tutta bellezza: — « au banquet de la vie infortunè convive » ch' io vi tradurrò se è possibile senza scemargli la sublimità del patetico, la concisione e la forza del dolore.

Ospite sventurato al gran banchetto Della vita comparvi, e muojo, ahi lasso!.. Me spento non cadrà una d' affetto Lagrima pia, sul mio deserto sasso. Oh, bei campi salvete, oh, verde scena, Oh, recesso dei boschi, oh, dolce obblio… Padiglione dell' uom, tenda serena, Ciel ti saluto, addio, per sempre, addio! Quest' ineffabil tua beltà immortale, O terra contemplar lungh' anni tocchi A coloro, che amai, sordi al mio vale. Ei s' abbian piena vita, e quando scocchi Fra sincero compianto, il dì fatale, Cara, soave man lor chiuda gli occhi!

Questi versi dunque, ancora belli, sebbene imperfettamente tradotti, ci dipingono la disperazione del poeta. Sono il grido d' un' anima desolata, troppo vicina alla verità per mentire, essi contengono tutto che vi può essere di vero e di passionato, di profondo e di naturale… Ma se pochi giorni o poche ore dopo Gilbert non moriva, credete voi che l' immortale epitaffio, scritto a sè stesso, risplenderebbe pei secoli, sull' umile sepolcro a incidervi, con caratteri indelebili, la sventura, e il conforto del genio; resterebbero, nelle nostre scuole, qual tipo del pocta morente?

Quante pene per arrivar là… e poi?… la morte?… ma la morte davvero e il martirio.

Allorchè Francesca d' Aubigny, nota per Madama di Sevignè, scriveva alla figlia diletta, ad ingannare il dolor della lontananza, immaginate che pensasse: i contemporanei ed i posteri, i vicini, i lontani troveranno in queste carte, a cui io confido come la Sibilla alle foglie d' autunno, quello che il core mi detta, quello che vedo, quello che sento, la pittura del paesaggio, la storia, la cronaca, il pettegolezzo. Credete che lo sospettasse nemmeno, e sapete cosa mai la ci ha messo in quelle lettere?… una cosa sola, potente, unica, irresistibile e che non s' insegna alle scuole. Il suo amore materno. Eppure dove c' è una celebrità che la agguagli, se leggendo una bella lettera si suole esclamare — è degna di Madama di Sevignè — dicesi: — i Sevignisti vanno perdendo terreno ogni giorno: la fama di questa donna decresce… oh! cosa importa se ogni epistola scritta bene è il suo monumento. La non ha bisogno di richiami, di annunzi, con o senza pagamento, e durerà per un pezzo.

Posto che siamo a parlare di donne francesi (è il paese delle celebrità, tanto d' uomini che di donne) la Sand credete voi che la cercasse la gloria? sapete cosa la cercava in vece?… un pane…

Infelice sotto il tetto conjugale, il marito non consentiva pagarle un soldo fuori di casa. Esposta, mal compromessa per altre vicissitudini di passione e dolore, la va a Parigi, cerca guadagno: prova a dipingere portazigari, scatole in legno di Spa: gliele comperavano, sì ma ci vuol altro! A Parigi non si fan complimenti, la va da vivere, a morire di fame. Ella cambia industria, e, in compagnia di Sandeau, comincia a scrivere. Devo avvertirvi, che la si fidava pochissimo alle proprie forze… credea di non saper scrivere… e, tanto dubitava di sè, che volle esaminato un suo manoscritto da un uomo di fama, uno di quei protoquamquam dell' opinione, tali costituiti dal modo loro di stare, di parlare, di sputar sentenze, e di tenere il mento nella cravatta. Da anni ed anni il rètore, dottorone in cattedra, sudava a fare un romanzo per ecclissare Walter-Scott… e si tenea, che quest' opera, covata da più lustri, da un ominone di quel calibro avesse a riuscire l' ottava maraviglia.

La fuggitiva del Berry presenta il manoscritto al gran professore: malaccorta, commette un' imprudenza, perchè, vedendo una giovinetta distesa sopra un canapè, le domanda manierosa e con premura: — Sua figlia sta poco bene? — La era invece moglie, e invano il professore agognava a divenir padre. Poco dopo la, allora niente illustre, paesana del Berry andò a riprendere il manoscritto. Afferma un diavolo di biografo che il professore, a eccitar l' estro, per sotterrare Walter-Scott, tabaccasse oltre misura. Il manoscritto portava le traccie di questa abitudine. Il professore prende pel braccio la Sand e le intima battendo le sillabe: — credete a me, fate dei figlioli. — Tenete il precetto per voi — gli risponde ella, madre di belle creature, a mantener le quali giusto appunto la volea scrivere… gli dà una risata in faccia e scappa: Il pover' omo sarebbe sepolto nel più profondo obblio, lui, il suo romanzo da cui cercava la immortalità, sepolto senza il tabacco e il giudizio stupido, emesso sulla prima opera della Sand. Torniamo a lei, che non iscoraggita, publica il libro, sotto il pseudonimo divenuto mondiale, ma in quel tempo ignoto… e Dio sa per quanto… Se non che volle una triste fortuna che due infelici si suicidarono, e il romanzo di Giorgio Sand, che parlava di suicidio, sebbene Indiana e Ralph, i protagonisti, non si uccidano e dopo un passo a due sulla rupe di Bernica, pensino bene di vivere e probabilmente di sposarsi; volle dunque una triste fortuna, che quel romanzo si rinvenisse nella camera dei due suicidî. La cosa fece chiasso, il libro si nominò, si sparse, piacque e subito il pubblico a prender passione per l' autore, o per l' autrice — Chi è ella, è un uomo?.. no, una donna… Ah!.. bella?.. bellissima, eccentrica, veste da uomo, fuma (fumare si considerava allora affare di stato). È via da marito, ma vi fu trascinata da sciagure, da passioni… — Non ci volle di meglio. Queste quattro chiacchiere bastano in Parigi per far scorrere il fiume Pattolo davanti ad un misero mortale. L' editore (che perle d' uomini c' è in quel paese!) lacerò il contratto primitivo e offerse lui spontaneo il doppio, il triplo per la seconda edizione.

Al piè di due oscuri che per mangiare collaboravano, caddero, de rore coeli a centinaja le mille lire, incominciò una gloria che i francesi tengono una delle più grandi del secolo; quando, la Sand morì fu chiesto all' assemblea francese un capitale, per innalzarle una statua in nome del genio umano; sicchè non era la mediocrità che trionfasse!

Anche tutto questo però ci convince che non fu cercata, e.. senza colpa, fu trovata male. Aver la parte di becchino, indurre a disperazione le anime, destare impressioni che ajutino alla propria distruzione… Io vi confesso questo vanto d' una splendida prosa mi fa tanta paura, che vi rinunzierei e lo abborrirei, nè l' ho ricordato che per dimostrare che chi lo trova, il più delle volte non vi pensava.

Ahimè! chi lo cerca si mette sopra una orribile strada, pur d' emergere, di mettersi in vista, di salire in fama, e suonando la tromba lusinghiera della moda… non si sa cosa tenterebbe. Napoleone faceva morire a migliaia i giovani, ei diceva per la gloria della Francia; ciò fu in principio, all' ultimo era in gioco la vanità di lui e nient' altro! Egli diveniva feroce, come ridicola, per vanità, parve Madama di Stael, in quel famoso, breve dialogo in cui gli chiese — Qual donna ei preferisse nell' antichità — Ridicola perchè fu evidente che la si aspettava una Corinna o qualcosa di simile al pseudonimo classico sotto cui nasconde la propria autobiografia. Così penso, ignorando chi fosse il vero Lord Nelvil, ma supponendo, a vederla ritratta da David (o Gerard) con un turbante in testa, con un peplo, ispirata e solenne. Oh! non si va poi mica lontani nel supporre quella pretensione! Se la era un poco meno letterata e aristocratica, un poco più umana e religiosa, la non facea quella domanda balorda: ditemi pur prepotente; io, messa in tal caso, intimavo a Napoleone — ammazza cristiani, tu fai piangere tutte le madri, smetti di satollare, col sangue del popolo, il mostro di vanità che ti rode! — Ed ella che non lo stimava, che lo chiamava Robespierre a cavallo, che presagiva — se rincula, rinculerà fino all' inferno, — ella va a provocare quella famosa risposta, che le andò a capello…

La era una grande autrice, ma non una grande anima, l' avea stile, ma non carattere. Così invece di essere glorificata, fu ridicolizzata, condannata, eterna ebrea errante degli articoli bibliografici femminili, punto di partenza, paragone, ripresa per un cominciamento di chi non ha di meglio…

Miserie! E Colombo non cercava la vana gloria, ma un mondo (così trovo riferito) per diffondervi il culto di Dio. E lo trovò, ma la gloria umana gli è mancata; così la è fellona, che la diè il nome d' un mercante arricchito, a quel mondo e una provincia a chi lo avea scoperto. E Giovanna d' Arco, la sublime pastora, che ignara si mosse per la gran pietà, ch' era nel regno di Francia… e non sapea che il suo nome farebbe battere i cuori, fin che sarà sacro il sangue versato per la patria.

Infrango il mio proposito di non parlare dei vivi. Ma questo vivo perdette la sua cara donna, e tengo il cor suo quasi morto. Credete voi che Arnaldo Fusinato pensasse ai fiori di retorica, nè ai lenocinî del lirismo, quando creò quella ode con quel ritornello: “ma il morbo infuria, ma il pan le manca, sul ponte sventola bandiera bianca!”

Egli non pensava: allora egli sentiva. Il grido d' un di quei dolori, che commovono l' umanità fin nelle viscere, si ripercoteva nel cuor suo d' uomo e di patriota: riflesso delle più splendide miserie, che la volontà di risorgere faccia scrivere in pagine di sospiri e di sangue ad una popolazione tradita, quei versi ne fissavano l' immagine tremante, come lo spettro solare è fissato dalle sostanze chimiche nella piastra del fotografo. Segnava un' ora negli annali del mondo… una grande ora.

Ma per comporle non bastava saper rimare: bisogna saper piangere, gemere, non cercare la gloria, ma nutrire il sentimento.

Indipendentemente da quello che ho detto la è ora una vicenda quella di pubblicare, farsi nome, strada, non parliamo di guadagnare; una vicenda ben diversa da un tempo.

In passato c' era, in specie da noi, nel Veneto, prudente per indole e per abitudine, la ripresa delle associazioni. Bianchetti, con tal metodo, si procurò in principio fama e con essa un patrimonio.

Diramate le schede, raccolto un numero di firme, i nomi dei generosi soscrittori comparivano per ordine alfabetico nelle ultime pagine del libro. Era lo spirito d' associazione in atto, o meglio in pratica. L' autore, dirigendosi alle persone agiate, colte, godenti d' una certa considerazione, al miglior ceto insomma, avea una garanzia, un freno, si presentava a chi, nello spingerlo, indicava la misura. Impossibile publicare un' opera disonesta, quando nelle famiglie oneste le si preparava un seggio per riceverla. Materialmente parlando, altri vantaggi; si potea stabilire un numero di esemplari che poco sorpassando le copie allogate, prima d' uscire, venisse con facilità smaltito dai librai, onde l' opera piacendo si potesse dar presto mano alla seconda edizione.

In quei tempi l' associazione in certe condizioni non poteva fallire. Un nome, le attinenze, un po' di saper fare. Allorchè Tommaso Grossi diramò in Milano le schede d' associazione alle sue opere, ne raccolse più migliaja di firme. La conversazione, il salotto d' una signora di moda, di coltura, gliene procurò non so quante. Ai visitatori si presentava la gentile cambialetta a vista… come non sottoscriversi?.. Oh! queste amabili e potenti calze turchine, valeano un tesoro nella delicata bisogna.

Tommaso Grossi, che tanto si lagnò delle lettere, e le prese a dispetto, guadagnò di che comperare una campagna, e ritirarsi a fare il notajo.

Adesso la associazione è una povera ripresa al lumicino, e non c' è mago a darle più vita. Badate al modo con cui uno, incaricato di raccogliere firme, vi porge la scheda, con che viso contrito. Si atteggia all' umiltà di chi involontariamente deve usarvi un dispetto, in tale circostanza nella quale prima vittima è lui, ma che non può far di meno… Voi stesso avanzate la mano, vi sottoponete, pensando: — andiamone fuori…

Son pochi i generosi mecenati che si offrano loro, che sottoscrivano spontenei per una, per più copie, sotto altri nomi a nascondere, pietosi, il benefizio. Sicchè di quel modo di pubblicazione non c' è più a discorrere.

Cosa resta a chi vuol pubblicare e non può e non vuole spendere in un' edizione per rimetterci il denaro, o per donare alla prima il libro?.. Questo ch' è sempre il caso d' un opuscolo, mantiene l' autore nella ristretta cerchia dei dilettanti, è, più che altro, pel mondo dei letterati, mondo in dileguo; è diverso il campo della vita militante, è ben più ampia la cerchia dove scorrono le grandi correnti delle lettere. Tolto questo, resta scrivere pei giornali.

V' è chi tiene che se il giornalismo invadesse il campo, non vi avrebbe più letteratura. Sentenze generiche, ancora da provarsi. Questo non toglie che nel giornale si possa scrivere e bene. I discorsi degli uomini di stato son presso le nazioni civili la prima letteratura. Il Giornale è una tribuna. Gli articoli ponderati, risoluti, che guardan le quistioni d' ogni lato, per concludere in un modo solo, talchè resta da ammirare non la bellezza del dettato, ma la persuasione, la convinzione che si ingenerano nell' animo a trovare in quegli apprezzamenti verità che avevamo dentro di noi; ecco il vero pregio.

Un giornale però non è l' arte. È un fabbricato, non un tempio, e noi parliamo, oltre di ciò che dimostra, anche di quello che consacra e sublima. Il giornale ha il nome in sè — giorno per giorno —

Vi è l' appendice, ma anche là le cose non procedono troppo lisce. Ammesso che non vi manchi l' opportunità di pubblicare nel pian terreno d' un giornale, molte altre difficoltà si presentano.

Il colore politico, il formato, l' importanza, il publico da cui vien letto; poi altre specialissime che vi riguardano. L' appendice non è pei lavori di contemplazioni e d' analisi, non ci vuol ispirazione a comporli, ma destrezza; prontezza e disinvoltura più che stile. Ed è lo stile soltanto che mantiene in salamoja le opere dell' ingegno. Ogni quattro o cinque colonne, l' intreccio d' un racconto ha da troncarsi in modo, che la curiosità non venga meno, anzi vieppiù si ecciti.

Artifizio che mette l' intelejatura d' un quadro in appositi scompartimenti pericolosi; fastidiosi, difficili, contrarî alla realtà, alla naturalezza. Non si cercano più le tinte sincere del vero, ma gli effetti drammatici, anco se contorti e trascinati per forza.

Possibile o no, tutti gl' ingegni non si prestano a questo. Ora il romanzo è una forma di tutta libertà, e di inspirazione. È il poema, non più epico, famigliare, sociale. Tolte le pastoje che imbrigliavano la poetica, procede spiccio colla violenza alternata ai riposi, come la società ch' esso copia; la quale va alla deriva, non lo sa nemmen essa per quanto, nè per dove. Ora chi si sente portato a fare un quadro, un' opera d' arte, si contenterà proprio di sbranarlo dì per dì, e stare al tibio come i cavalli di risaja?…

Dall' altra parte così si scrive in Francia, in Inghilterra, dove la società ha raggiunto il massimo grado. Le appendici dei nostri Giornali sono empiute, per la massima parte, di opere tradotte: segno che buone o cattive, si fanno leggere, mentre, quelle italiane stentano a trovar grazia. La sola tutta nostra, è la critica, fiero esercizio, da non invidiare.

Oh! quanto è triste a dire, ma dipende da molte cause.

Primo, che la vita italiana è troppo ancora mancante dell' unità da poterne ritrarre in uno specchio e per tutti le fasi. Secondo, che avezzi per ciò al culto classico, i nostri autori o il nostro publico son perplessi fra una letteratura che si decanta sublime, ma che è morta mortissima, e una che si proclama perversa, e che, in onta alle mille insolenze, è viva e sempre più briccona. Come quei poveri comici senza giubba che indossano il giustacuore o la zimarra del cinquecento, tolta al vestiario teatrale, e, tanto se ne compiaciono, che gli pare strano vestirsi come gli altri.

Sommato tutto è per noi difficile questo modo di pubblicazione; esclusi i giornali, restano gli editori.

Senza nome non trovate editori, senza editori non fate nome. Ecco un circolo vizioso, un ibis e redibis, un tira molla, una bolgia senza fondo nella geenna letteraria, da far fuggire la voglia di stampare a Dante se tornasse.

Uno va a un editore in voga, ad un potentato della stampa di qualche capitale: si presenta col su' bravo manoscritto sotto il braccio, e intona quel solito: — Io sono autore, ho stampato questo e quest' altro, di cui parlarono questo e quell' altro giornale: — e qui riporta la frasi lusinghiere con cui fu consacrato il suo trionfo, i detti delle persone celebri, i frammenti di lettera. L' editore lo ascolta con faccia marmorea, quanto il lodatore di sè stesso fa per forza una figura ridicola, e anche indiscreta. Intanto l' editore è sempre in sospetto di chi va a lui. Vuol esser lui quello che, subodorato un buon affare, invita l' autore. Occorre dunque il santolo, uno o più compari i quali dicano bene di voi all' editore, lo seducano. Dio faccia che tutto vada pel meglio… e se non va?.. Un povero autore che sa d' aver fatto il dover suo, lavorato coscienziosamente e che si sente a soffiar con gelido fiato da un editore, (o per davvero o in apparenza malcontento) — e che l' edizione resta là, e che lo stile del libro non è quollo che si domanda in questi tempi, e che non c' è quella vena (verve) e che… e lascia a lui nominare gli autori in voga. Quelli son potenti, universali, noti nei due mondi…

Cosa deve rispondere l' autore onesto e modesto?… deve sostenere la tesi ch' è lui solo bravo e gli altri mediocri; che han torto i lettori a non intenderlo?.. che può essere sfortunato, ma non inabile… deve atteggiarsi a genio incompreso, erigersi sui trampoli… Leggete, a proposito di autori, editori, lettori, la circolare dell' esimio Professore De Gubernatis, nome che basta io credo… e vedrete che piaghe.

Tolti gli editori rimane rischiare da voi privatamente…

Ma come lo farete?… siete voi isolati?… avete attinenze colla gente, che costituisce il mondo?… Siete fuori della baraonda politica, letteraria, sociale e soprattutto da quella giornalistica?…

Toccando un punto così delicato, io devo fare una dichiarazione ampia, amplissima. Che se nel mio giudizio ci fosse una parola severa, ciò non si riferisce a me, che di nessuno ho da lagnarmi, sibbene a lodarmi di tutti. Non ci fu, in più di vent' anni di arringo letterario, circortanza in cui non ricevessi dalle redazioni giornalistiche, d' ogni partito, segni di rispetto, prove di simpatia, incoraggiamento, benefizî, nobili servigi.

Se accettarono articoli in contrario, lo fecero attenuando piuttosto che accrescendo; se criticarono, misero nelle critiche estrema cortesia. Me felice se avessi saputo proffittarne a corregermi de' miei diffetti!

Aggiungerò; per noi altri il giornalismo non è come negli altri paesi. Nella nostra cara città, mortificata da tanti dolori, isolata e per positura, e per tradizione e per condizioni, siam tutti quai fratelli, in una sola casa a cielo scoverto.

La nostra vita non s' informa a quella febbrile delle grandi città; vi parlo delle altre capitali italiane e soprattutto di Parigi.

Chi publica dunque un' opera qualunque se non ha l' appoggio dei giornali è come se non la pubblicasse. Non è più il tempo di Giusti, di Vittorelli che, con piccole strofe o anacreontiche, uno divenìa popolare col solo ajuto della destra vocale. Ora la concorrenza soffoca, ci voglion anni ad acchiappare un posticino, e un anno d' adesso conta per dieci d' una volta; bisogna far presto.

Dire l' appoggio dei giornalisti è dire una cosa tanto vaga, tanto incerta, che non si sa definirla.

Una redazione è formata di più individui. Non sempre restano quelli, non sempre il giornale stesso continua con l' indirizzo con cui ha cominciato. Giovano personali, relazioni, attinenze: c' è povera gente di nulla, da incontrarli per via e dargli un soldo e che hanno entratura, autorità in un giornale. E onestissimamente. Da sei mesi voi battete per ottenere un articolo, una raccomandazione. Per accidente v' imbattete in quell' omino da nulla e vi dice — lasci fare a me — Domani l' articolo è pubblicato. È compare del proto, è parente del cronista, è amico del torcoliere… Chi sa?… indovinate, le son chiavi segrete. Tanto segrete che un volume apposta non basterebbe a svolgerne il mistero. Questi individui abbietti e importanti, sprezzati e temibili si trovano anche nella profondità della quinta teatrale. Precedo colle seguenti notizie. Affermano gli autori francesi, pratici di quei luoghi tremendi, che nessuno è miglior giudice di questi insetti. Essi presagiscono le cadute e i trionfi; son gente propria a tutto, atta a tutto. Al vizio, alla virtù, al delitto alla riconoscenza. Giboyer in carne ed ossa, fecero di tutto; infermieri, acrobatici, impiegati doganali: son capi di comitato republicano, agenti di questura, dieder lezioni di chitarra o si spacciano professori callisti. Han la chiave in certi giornali, e nelle platee, trattengono un libello o scatenano i venti.

Certamente il giornalista è una potenza. Esautorata, oppure obbedita, odiata, invocata, temuta o benedetta. Sta a lui porre in luce o lasciar morire nel silenzio. Perchè parlano d' una cosa, perchè tacciono d' un' altra? C' entra l' interesse, la simpatia, la noncuranza, la benevolenza?… Avete nella redazione chi vi ama o chi vi avversa? Tutto ciò forse, fino ad oggi… cosa sarà domani?…

Tante e tali emergenze ha la vita di chi maneggia quelle formidabili macchine, che anche, essendo le migliori persone del mondo, non è terreno il loro su cui possiate far calcolo. Date retta al pubblico, al modo con cui li nomina, con qual disistima ne parla. Questi è un venduto: l' altro è un vizioso; questi vive male, l' altro è un figuro. Così dicono tutti di tutti, avendone un salutare terrore e leggendo fedelmente tutto quello che stampano.

Calunnie forse, ma che la vita di quei condottieri della penna possa scorrere ordinata, regolare, composta a mo' dei semplici borghesi privati, par difficile assai. Perchè, vedete, gli è un gran compito il loro, ed è ben fiera la corrente che li trascina. Occuparsi di cose d' arte, gustare le lettere, aver agio di proteggere gli ingegni, d' incorare le belle anime… Oh!.. essi hanno, (permettetemi un proverbio volgare, ma chè calza appuntino), essi hanno altri gatti a pelare, pel momento.

Per questo li vedete assidui e noncuranti, temerarii e circospetti, puntuali qual chi è avezzo alle esigenze del publico, e disordinati come chi vive fuori delle condizioni normali, proceder oltre unicamente solleciti delle cose in cui è per loro questione di vita e di morte.

Se uno ve n' è che non sia così, è dillettante, lo fa per genio, ma non per mestiere. Ci mette il core, si appassiona, ma non si lascia corrompere; vuol dire ch' è in condizione da cavarsi quel gusto: la è sempre una primazia e se ha ingegno da ambire, petto da resistere, tanto meglio per lui. Ma quanti ce n' è nel gran mare del giornalismo?

I più domandano al giornalismo la sussistenza. È il loro agro. Cosa gravissima! Il mondo li accusa, essi han da nuotare fra i mille gorghi delle necessità. Una tipografia da mantenere, operai da dirigere, spese da fare, riportatori da retribuire. Non sempre gli va con vantaggio: adesso scadono cambiali, occorrono somme; poi c' è sfide, lotte di partito, nemici aperti od occulti, devono vivere al corrente di tutto, emettere giudizio su tutto. Il giornale è il gradino del ministero o del manicomio.

Non è dunque a stupire se, vivendo in piena aria di publicità, si occupano solo di chi comparisce in publico. Se hanno un fiuto per capire chi appassiona il publico, chi gli appartiene, chi gli piace.

Insomma per loro la vita non è nell' essere, ma nel parere. Si lagni con sè stesso chi ha i meriti e non li sa far valere; vegeti nell' ombra, si trascini all' oscuro; o sia amabile cogli amici, li inviti a pranzo, reciti le sue poesie, dopo la tavola bianca; stia pago di cenni isolati dei periodici a cui è socio, (o a esser galantuomo, il che è meglio di tutto), ma non pretenda esser di moda.

— Chi dà fama? — disse Alfieri… — i giornalisti… ma chi infama? — i giornalisti. — Ebbene, vi assicuro che senza questi portavoce voi, usiamo la brutta parola commerciale, voi non fate affari. È impossibile ottener niente in questi tempi; la bontà, la bravura, l' ispirazione, la coscienza, tutte cose bellissime, che onorano, ma che non ajutano a vendere. Anni sono un uomo di bello, culto, vigoroso e grazioso ingegno publicò in Milano un capo-lavoro. Gregorio VII. Liriche degne di Nicolini, scene CODEMO, Svago a buona scuola d' un tempo remoto, vive come d' adesso, e talune da far tremare e piangere; esattezza storica, sobrietà, nobiltà nel verso, c' era tutto. Quest' uomo assai modesto, incapace a lavorar di gomito per farsi avanti, non trovò editori, stampò per suo conto, mise in vendita il Gregorio, non si raccomandò ai giornalisti… quante copie credete che ne vendesse?.. nessuna! Che vi leggan le buone mamme, i poveri reclusi dal mondo, la gente oscura, ciò non vi dà nome. Voi dovete piacere ai letterati, ai professori, ai reporters dei grandi e piccoli giornali, a quelli che mandano le corrispondenze d' occasione, voi dovete piacere ai lioni delle lettere, senza incutergli gelosia, rimanendo più mediocre ch' è possibile, e offrendo, il più che potete, modo di ricambiare l' incenso… Questi spargono la vostra fama da lontano, ed è soltanto da lontano che la si forma: in casa nessun prestigio! Sicchè senza l' appoggio della stampa giornaliera non toccate la meta; e… oh! chi ha quel mestolo in mano è assolutamente una potenza.

Quegli uomini di cui sentiste a dir orrori, di cui forse tanto ne diceste voi stesso, voi dovete farveli amici, adescarli in una maniera o nell' altra: presentarvi timido, voi che siete senza dubbio con tutti gli altri, se non orgoglioso, sostenuto ed altero: rimaner umile, con benevolo sorriso davanti la loro fredda arroganza; esserne ricevuto una volta su cento, o esserlo come da un monarca del l' Asia, che coll' occhio vi intima di parlar breve, e, colla penna brandita, congeda. Dovete (io parlo delle gran capitali) tremare, fingere di rispettarli, anche se non son rispettabili, stringere delle mani… offerte per cerimonia teatrale, stringerle con premura e apparenza di stima, voi dovete, (che è peggio), aderire alle loro viste cangianti, a seconda dei mutati calcoli della loro ambizione e del loro interesse… E tutto questo… forse per niente… ahimè! se voi mettete il piede in quella orribile distretta siete in grave pericolo: vi è la fiera contingenza di non ottener niente… e (l' amor proprio è un grande tiranno!) perder tutto, non salvando nemmeno l' onore!

Non toccherò del teatro, estraneo al nostro discorso, ma è tutt' uno, colla differenza che la illusione comincia fra i lumi della ribalta e termina al cimitero… e ancor peggio, poichè i suicidi una volta non si seppellivano in sacro, e di questi Parigi ne ha buona messe ogni anno. Giovani che vanno superbi, che guardano con occhio sprezzante altri scrittori d' un genere più modesto, essi che si tengono sicuri, e sognano allori e ricchezze. Poi tutto va alla malora. La bocca si atteggia al dolore, al sarcasmo, fin che l' infelice si appoggia alla fronte una canna di pistola. Più d' un cadavere è retribuito da quella bolgia alle tristi sponde, più d' un anima agonizza o spira in quel miserabile palco-scenico, tutto sputi e menzogna… Celebrità e lucro volevano: ottennero la rovina e la morte.

Il teatro è certo importantissimo; è una delle fibre della vita nazionale, tanto più viva quanto più è nazionale, ed è principio di moralità avere un repertorio proprio, e non torre a prestito da nessuno… ma, anche per un giovane, mettere il meglio della propria vita in una finzione, i palpiti, riservati alle sacre affezioni, darli ad un gioco; via! la cosa fa orrore: ma è così. Chi beve a quel vino si reggerà per sempre fra una ubbriacatura e l' altra… avventuroso se non termina sciagurato.

Leggeste la brillante e seria, narrazione, che fa delle proprie vicende teatrali Parmenio Bettoli… (P˙ F˙ Barti) autore dell' Egoista per progetto?.. lo la scorsi come un romanzo, trovandovi la reale impressione di quel marezzo funesto.

Si dirà c' è tempo a ritirarsi… Dio vi salvi dai passi retrogradi… E vi par facile esser stato qualcosa e non esser più niente… esser nel treno, secondo si usa dire in Parigi, ossia guardar dall' alto, e correre, per poi restar per terra, guardando correr gli altri … oh! guai aver gustata una tale ebbrezza e rimanerne privo.

Immaginarsi l' oblio, assistere ai proprî funerali, lasciare gli emuli sorpassarci… oltre di che è difficilissimo, poichè il passato lega, avvince quale anello di ferro, ed è l' anello del condannato…

Nemmeno io toccherò di ciò che le condizioni della donna aggravano il quadro della vanità delusa. Esse son tanto gravi che si presentano da sè, e non v' è bisogno di accennarle. Con ciò non intendo niente che si riferisca al sentimento. Il sentimento è escluso da questo arido tema. Si preferirebbe forse una donna sregolata negli affetti, scorretta nei sensi ad una superba sapiente. Terribili contingenze! Una donna può dimenticare il proprio cordoglio, la bella premura che la ingrandisce e la confina al letto di chi non ha che lei, dimenticarla per le sollecitudini della vanità: badar più a quello che dice un articolo bibliografico, che alle prescrizioni del medico.

Ci fu chi deplorò la mancanza di ispiratrici e toccava giusto. Ma a' nostri giorni è difficile che le si tengano alla modesta parte, cosi cara agli uomini d' ingegno, d' ascoltare, approvare, incoraggiare, trattenere: esser le Egerie e nient' altro. È più probabile che, a forza d' ascoltare, venga loro un po' di smania di fare. A star col lupo s' impara ad urlare, dice il dettato. E questo nelle ispiratrici è peggio di tutto. Perchè loro manca probabilmente la potenza, e acquistano la pretensione. Debolezza moltiplicata per vanità dà una bruttissima risultante. Eccole impancate a predicare e sdottorare anch' esse; eccole in guerra, senza il corredo neccessario a combattere.

Mille altre cose, è vero, strappano la donna dal luogo dov' ella esercita l' opera sua di pietà e di mansuetudine: la galanteria, lo svago, il lusso; ma a queste cose si dà il suo nome giusto, si stigmatizzano, si maledicono. Quell' altro brutto peccato della vanità letteraria prende mille nomi rispettabili, serî, missione, progresso; è difficile da cogliere perchè quelli stessi, che predicano alle donne di badar ai fatti loro, parlando poi specialmente di queste o di quelle, ne lodano la rettitudine come donna di casa, sia o non sia, anche se han mandato a rotoli la famiglia. Sicchè tutte sono le più brave, le più a modo, le più savie e proprio da edificare… andate a trovare in mezzo la scandalosa.

Per fortuna la noncuranza italiana rende il pericolo rimoto. Han da fare e da dire gli uomini ad emergere: immaginatevi poi la donna. Ciò non vieta che non sia facile, magari per un giorno, diventare di moda, cosa ch' io tengo fra le peggiori disgrazie.

Ma se la realtà è diversa, se l' economia, la modestia, l' ordine e cento altre belle cose sono scritte sui libri di queste donne e madri modello, e che invece tutto vada a male; i figli trascurati, i conti da pagare, tutto sporcizia e a capo all' insù?… Adesso l' inaugurazione d' un monumento, poi la lettura d' un discorso, una primizia teatrale, una artistica e bisogna andarci; corri qua, corri là, la famiglia si sviluppa e si ordina in istrada di ferro, fra una corsa e l' altra. E dopo tutto pregar Dio, che oltre alla vanità letteraria non ci sia quella della teletta, e che la calza turchina non sia anche mondana, e che queste due ambizioni non si complichino e si diano la mano, l' una tenendosi lo strascico e dimenando gli orecchini, l' altra sospirando belle frasi in cui la rettorica è velata dal romanzesco e vice versa.

Dove sono le care abitudini di temperanza e d' amore?… dov' è il bello e riposato vivere nel seno della propria famiglia, educando per davvero la gioventù, più che colle parole coll' esempio?… e quell' immenso piacere di voler bene sarà ancora possibile in un cuore roso dall' ambizione. Parlo sempre dell' ambizione, non della passione, nè del nobile lavoro, nè dell' onesto guadagno.

Ah! se avete delle figlie e che una di esse vada per quella via, serratela in camera, confinatela in campagna, non vi dirò alla Dumas — uccidetela! — Sebben meglio varrebbe una donna morta, che una eretia sui miserabili trampoli, dove nemmanco le resta non solo l' onestà od il pudore, ch' ella invano trascina per isfuggire all' oblio, ma il sentimento stesso dell' onestà e del pudore; poichè all' ultimo, dopo un momento brillante, vien quello che non la è più nemmeno di moda.

Ora parliamone un poco di questa maga…

La moda è un po' come la fortuna cieca, e aggiungerebbe taluno malignetto — la è donna — volubile, capricciosa, le si perdona tutto, vista la sua natura, essenzialmente puerile.

Tutto è vantaggio, e pretesto alla moda; di tutto si giova, tutto le nuoce. Le circostanze, la sventura, la felicità, la personalità, l' umiltà, la prepotenza, l' oscurità, la grandezza … farle la corte o contrariarla.

Cominciare il proprio arringo in una capitale è bene, ma una musica sonata in un povero paese da Verdi, alla presenza di sommità teatrali lo trasse dal nulla, ove vegetava, perchè il primo lavoro non avea incontrato a Milano. Adesso Verdi troverebbe più un publico da inebbriare, troverebbe l' ispirazione? La gran voga meritatissima, l' incanto di quelle note potenti e soavi erano i fati a volerlo? era il genio d' Italia?

Il prestigio d' un nome è l' effetto di mille cause, luce a marezzo di mille riflessi. Trissino cercava la immortalità, e l' ebbe, non pe' suoi quattromilla versi, ma per esempio: che i lunghi poemi non rendono celebri. Il pover' omo, correa dietro la moda, a forza d' importunarla, ella gli permise attaccarsi dietro il carro, come quei lazzaroni che dopo pranzo si ficcano dietro le carrozze dei signori, a far la trottata.

Riassumo: un' alta nascita, particolari avventure o sventure, una gran bellezza, un carattere fiero, alto eccentrico, attinenze cospicue, mettono in fama un autore. Una vita modesta, nessun lustro, nè di patria, nè di natali son cattivi conduttori o troppo buoni perchè lasciano scappare la nomea, e la disperdono. Qualche volta perfin la puerilità d' un nome è ostacolo: difficile a pronunziarsi è lasciato fuori. Un giornale francese raccontava che per questo un pittore si uccise; ma nemmen ciò fece gran chiasso perchè nè in vita, nè in morte nessuno potè nominarlo.

V' ha un racconto di Töpfer, grazioso e vero (la traversèe). Un giovine di talento, anzi di genio, non tocca a niente di ciò che poteva, perchè gobbo. In tempo di guerra, lui pien d' anima, di coraggio, vuol partire, capitanare un drappello di patriotti, ma sul più bello una risata lo interrompe. Effetto della gobba. Finite le guerre entra nel foro, e ci porta lo stesso entusiasmo, lo stesso disinganno, e la stessa gobba. Mentre perora per esercizio all' aria aperta, i suoi compagni sbucano fuori a schernirlo. Comincian gl' impeti del cuore: s' innamora; domanda una giovine in isposa.. peggio che peggio. Quella benedetta gobba venìa fuori, sconcertando ogni bell' avvenire, vagheggiato dall' anima ardente… Mi par che finisse a trovar cambio d' affetto in una infelice, e là è la morale del racconto, ma non per noi che ne cerchiamo un' altra: ossia che poco basta a interrompere il prestigio della moda.

Napoleone, sbarcato a Cannes dall' isola dell' Elba, sale le montagne del Delfinato, a riconquistar l' impero; lancia l' aquila perchè rivoli, di campanile in campanile, sulle torri di Notre Dame. Stanco e assiderato, entra in una povera casa, dove gli si offre la ospitalità montanara. Egli rimane incognito e chiede alla vecchiarella padrona:

— Cosa si dice del Re in questi luoghi? — Ed ella:

— Chi?… l' Imperatore?… è sempre laggiù: — e accenna Parigi. (Quoi, l' Empereur? il est toujours là bas.) Nemmanco la sapeva niente che fosse caduto… e da un anno… Napoleone fu mortificatissimo. Nel declinare della vita e della sua splendente parabola quella ingenua parola lo atterrò. — Volto a Drouot, ajutante di campo, gli disse: — cos' è la gloria?… cosa vale rimestare il mondo per essa! — A me quest' osservazione fa freddo… quanto mi fa sorridere la satira che a sè stesso fece Luigi Filippo esule, morente a Richemond. Finse di presentarsi al cielo dove Carlo X da lui scacciato, lo riceve e gli domanda ironico. — L' hai tastata la gloria? (En as tu tatè de la glorie?) Nessuno de' suoi nemici gli ebbe a dir tanto!

Accidente momentaneo, poichè v' hanno esempî di persone portate a cielo da mezzo mondo, di cui non si seppe neanche dove fossero sepolte. Tanto morirono oscure… Così fu della Cassandra Fedele… Re, principi, imperatori a gara nel venire di lontano a corteggiarla. E poi nemmeno un sasso ed un nome. La avea vissuto troppo. Di Sebastiano Cabotto, uno dei primi scopritori e navigatori del mondo si perdono le traccie in fine della sua vita. Bastò il disfavore d' una regina a piombar nella oscurità un uomo, salito al più potente grado, e che avea procurato all' Inghilterra incomparabili vantaggi commerciali.

Abuserei della vostra pazienza mostrandovi i danni della celebrità fortunata. Il dover stare in berlina, le presentazioni a gente curiosa che vi squadra, vi esamina colla lente, ripete, àltera le vostre parole, vi fa ridicoli, vi disonora, tanto per dire qualcosa. Non vi accenno poi ciò che si riferisce a più fieri crucci. Il sentire portate le cose vostre in publico, giusto quelle che non volete, messe a nudo le vostre piaghe, detti dolori che non dite a voi stessi: offesi i vostri cari, le memorie, gli affetti… e poi non aver requie nemmeno in punto di morte, poichè colgono, sorprendono, sciupano le vostre ultime parole… vi ridicolizzano e Dio nol voglia vi infamano… Questo che è il lato più brillante, è per me il più orrendo del quadro.

La vedete voi l' ultima scena di questo brutto quadro; io ve l' ho già lasciata supporre e non vi tornerò più sopra; soltanto soffrite ch' io lo ripeta, che per conto mio di niente ho a lagnarmi, sibbene da esser contenta di tutti, e che se di più d' una modesta riputazione casalinga non ottenni, vuol dire che di più non ho voluto, e non ho da rimproverare nessuno, se io medesima stetti paga al rispetto dei miei.

Se in queste circostanze, relativamente liete, io vi dissuado adunque dal pericoloso campo, gli è perchè è un campo dove non fa buon' aria…

Spero che a nessuno venga in mente ch' io maledica ai grandi che diedero veri tesori al patrimonio morale delle nazioni. Sacri spiriti, dir male di loro, nostro conforto, nostro consiglio, ah! ma sarebbe un delitto. Nelle loro parole è la vita, sicchè ajutano a vivere. Meteore, essi hanno in sè il principio della loro incandescenza: anime immense, il fervore fatale che le eccita, non può il suono di miserabili ciancie fermarlo, nè intiepidirlo nessuna previsione d' ostacoli umani. Tutto si cerca distruggere intorno a noi; ogni nozione d' autorità superna, ma il divino fiato che, per viste superiori, si agita negli alti intelletti, nessuno può negarlo, perchè lo attestano le grandi cose compiute, mercè la loro ispirazione.

La mia condanna non ha di mira che la vanità e l' orgoglio che seduce anco le belle anime a scherzare col pericoloso gioco della immortalità; a intraprendere inconsultamente il formidabile edifizio della gloria: a macerarsi per avere il ritratto nelle Illustrazioni, per ottenere gli applausi, per avere chi domanda gli autografi… ahime! tutte cose che le può avere il genio o anche la sua larva… o una bella rendita: non sarà per nulla che Schiller si stomacò della gloria, vedendo l' alloro sulle fronti volgari.

Che se invece di nomea v' è chi desidera buona fama; se lo move amore del suo paese nativo, sollecitudine per l' umanità, ad alleviarne i dolori, a scemarne l' ignoranza, allora che Iddio lo conduca. Se questo nobile intento lo spinge, io non ho nulla da osservare nè pro, nè contro, perchè tanto il premio, che l' impulso lo ha in sè medesimo. Se ricevendo una critica anche aspra, può domare il risentimento e ravvivare i sensi di affezione e di gratitudine per chi, bene o male, s' è occupato di lui, egli sarà, oh! quanto più grande d' ogni poetino e d' ogni romanziere superbo, per quanto s' eriga da sè, o con l' ajuto dei buoni compagni.

Vincersi, reggere all' urto d' ogni colpo, ritrarne forza a far meglio, ringraziare, non per ostentazione ipocrita, ma per convinzione cordiale, questo non è andare in tentenni per la via spinosa della gloria mondana, è una palestra, una ginnastica per cui un giovane diviene non soltanto artista, ma uomo: imparte la virilità all' anima sua, la padronanza di sè, vince i mostri dell' orgoglio e del maledetto egoismo.

Se invece d' una celebrità scritta voi sapete acquistarne una a voce, guadagnerete novanta su cento. Non mancar mai di parola, far che quando è detto una cosa la sia quella, star fermi ai proprî principî di onestà e di rettitudine, l' esser da tutti conosciuti per incapaci d' una viltà o d' una mala azione qualunque, questo fa celebri senza pericolo. È una gloria di cui nessuno s' adombra, può far nascere una nobile emulazione, mai una gara astiosa. Come i frutti d' un certo albero americano, che un cotone involge e protegge, ei si difende e si nasconde da sè. Nella storia dei Vespri Siciliani emerge fra mille il nome di un francese, perchè fu onesto, a segno che la sua onestà si riconobbe dai nemici.

La sola cosa che si cerca al declino della vita, la sola che s' invidia quando si conobbe il niente delle cose umane, la sola che si piange di non possedere, in cambio di una miserabile aureola di carta.

Sapere infilzare quattro periodi più o meno lo possono tutti; consocersi, comandarsi, ahime! quanto pochi. Nei libri e nelle necrologie siam tutti buoni e bravi… ma in realtà?…

Eppure volendo ad ogni costo essere autori, quello che raggiunge una modesta, ma sicura fama, lasciando quanto v' ha d' orpello nel terribile arringo, ha conforti inattesi. Spira in ciò che scrive uno spirito superiore, donno di sè, un' aura forte ad un tempo e leggera, che penetra nelle anime dei lettori, massime quelli infelici, e pur troppo sono in maggior numero, un' aura di cui hanno bisogno, che li trasporta, che li esilara e li sorregge. Un quid arcano che fa bene e li incatena a quelle pagine come al fianco d' un amico sicuro. Per cento lettori indifferenti, un autore trova in questo caso spiriti fratelli, e confidenti sinceri: il suo, non è un libro, come un altro. Fiori gli spuntano là dove meno si attendeva; approvazioni di gente modesta che va spontanea a cercarlo, a sentirne, dalla viva voce, parole da cui trasse conforto leggendole. Nel principio della carriera mandò e mandò ai grandi in voga, e nemmen degnaron rispondergli. Adesso è il suffragio di sconosciuti che gli cade ai piedi. Una corrispondenza secreta s' apre tra lui ed altri cuori sofferenti; non è più solo: è un piacere di tutti i tempi!

La fraternità sublime della società cristiana si attua per lui; le lettere non son più campo d' ire pettegole, ma di onorata discussione, di grandi idee; la vanità vi si esclude da sè, come quelle vergognose che, spinte in luoghi ad esse vietati, sguisciano via senza che nessuno le intimi di partire.

È questo che vi propongo, questo solo, miei cari e giovani ascoltatori, uccidere il vostro voi prepotente e permaloso per darvi tutti ad una grande causa. Oh! se sapeste, c' è tanto, ma tanto da fare. La gran massa delle moltitudini s' innalza scomposta e violenta; ancora un poco, se i furbi sapranno agitarla, io non so che ne avvenga. Le età antiche, il medio evo poterono compiere la loro vita. Rozzamente squadrato in pietra, o fieramente stretto nell' acciajo, il compito di queste grandi epoche fu raggiunto: la mano sull' elsa della spada o sull' aratro; i giorni nel recinto domestico o nei tornei; l' occhio all' Olimpo o le ginocchia sul sepolcro di Cristo, vissero e furono. Segnarono in una parola sola la data della loro nascita, e il decesso, nel libro dei secoli. Divinità, autorità, possessione ebbero tutto. Gl' ingegni sapevano cosa aveano da cantare, da sostenere, da respingere. Qual sorte si aspetta a chi pensa nelle età venture? qual croce avran da portare nel faticoso pellegrinaggio mortale gl' intelletti? Tolto il Dogma, regnerà il materialismo?

Orribile contingenza d' un vuoto futuro; non parliamone. Pensiamo che sin adesso gl' intelletti comandano, provvediamo che il dominio resti e pel bene, a conservare il fuoco della carità, ideale che mantiene vivo da diciotto secoli il mondo cristiano… Oh! questa gran cosa non può essere stata per niente. Tutte le forze, tutte le esperienze di chi ha cuore e intelletto si rivolgono a fare che i tristi non abbiano ragione. Che fin l' ultimo respiro sia in vantaggio comune per gli altri, non per noi. Non siamo nati a noi soli, disse un filosofo antico, ma alla patria, ai parenti, agli amici, all' umanità in una parola. Così facendo otterremo anche un' altra cosa importante, sostenere la cara patria appena sorta: è impossibile che le patrie stabilite da Dio spariscan dal mondo: allora tanto farebbe immaginarsi il caos e la sua fine! Nelle case dove nasce un figliolo si suona a battesimo. Oh! perchè non avremo da scampanare a distesa anche noi?… Il figliolo è nato. È la nazione. Badiamo a tirarla su, a reggerla col nome di Dio! e vedete come a chi segue i computi del sentimento, tutto si volge in bene; innalzando la patria, innalzate voi stessi; chi appartiene ad una grande nazione ha mezzo piedestallo fatto. Io vi domando se un autore, noto soltanto in uno dei nostri poveri paesi, avesse scritto excelsior, credete voi che excelsior sarebbe famoso nei due mondi?…

« Amore, amore, solo incremento di civil restauro » disse un bravo poeta: Luigi Sani, che Italia appena conosce, perchè non uscì dalla sua cittadella. Amore, amore, carità sublime, unica àncora, sola speranza per la famiglia, per la patria e per la umanità. E di più non so dire.

Vorrei che queste fossero le mie ultime parole, affinchè vi lasciassero maggior impressione; tanto mi preme convincervi non per me, che bene o male nient' altro mi aspetta fuor che la morte, ma per voi.

E così che, a mettere in pratica il discorso, eviterò un fervorino finale da farmi batter le mani, e concluderò semplicemente: cercate più le buone opere, che le belle parole; e se parole hanno ad essere, che sien più buone che belle.

Riporto la prefazione, stampata nel 1872, in testa al presente studietto, essendovi in essa le ragioni, per cui lo composi. Da allora tutto è mutato e in bene, grazie a Dio, ma se si dovessero alterare le descrizioni man mano che le cose cambiano, non rimarrebbe mezza pagina intera, in nessuna scrittura. È dunque meglio lasciar tutto come sta, a memoria e conforto.

Del resto non basterebbe dir Chioggia, perchè paresse bello occuparsene?… Leopoldo Robert, il grande pittore francese è immortale nei moissoneurs (mietitori) della campagna romana, e nella partenza dei Chioggiotti, per la pesca. Goldoni, fin che ci sarà mondo, vive più che in qualunque altra commedia, nelle Baruffe Chiozzote. I giornali francesi riproducono e illustrano la vita, i costumi, le contrade della pittoresca isola; il nostro bravo Dalmedico ne raccolse, quando nessuno ci pensava, i canti, le villotte; Chioggia è la radice preziosa di Venezia, nè altro aggiungo per non antecipare e dir forse due volte.

Venezia, Ottobre 1879

Nell' autunno decorso il prestantissimo signor Francesco De Cola Proto siciliano mi scrisse, chiedendomi un lavoro inedito, o il permesso di scegliere, fra gli editi, un qualche tratto da inserirsi nella Ghirlanda della ben eficenza che si stampava a Messina a vanta g gio d' un asilo per l' infanzia di quella città.

Quando si tratta d' asili mi par si tratti di cosa che m' appartiene, perchè di niente udii tanto parlare nella mia famiglia paterna quanto di questi; e, per tacer d' altro, l' asilo di Treviso, alla cui maggior prosperità ora intende, (come annunzia ed inaugura quella Gazzetta), la carità dei miei concittadini, fu promosso dal benedetto e sempre pianto mio padre.

Di più sorridevami assai cooper are all' incremento d' un istituto della bella isola, che, alcuni anni fa, per noi non era; essa contiene tesori tali, che a metterci an co per mezzo modestissimo in comunicazione con essa, non può che infondere a noi la sua vita. Dire modesto mezzo non è dir povero, nè torgli il suo importante carattere di prima scuola della umanità.

Inoltre, ambiziosa della mia Venezia, dove per le cure, non saprei adoperare più adatta espressione che chiamarle materne, della brava signora Laura Goretti-Veruda, nominata or ora ispettrice onoraria, appunto dell' asilo di Chioggia, c' è un asilo modello, il quale pei suoi metodi rinnovati, ma fermi alle basi ed all' indole della nostra Fede e della nostra nazione, diede il tono ad istituti simili di città preclare, sotto ogni riguardo avanzatissime, volevo mandare in Sicilia qualcosa se non di buono, almeno di fatto apposta.

Risposi dunque, e promisi per la benefica ghirlanda uno studietto intitolato Chioggia e Schio, a cui non mancava che un po' di ravviatur a, e copiarlo. Ma ciò non essendo compiuto a tempo, dovetti limitarmi ad offrire due poveri sonetti, e, solo per un compenso all' involontaria mancanza, domandai agli editori della Strenna messinese se potesse il mio lavoro, uscendo separato e più tardi, servire allo stesso pio scopo. L' offerta venne gradita, ed io mantengo la mia promessa.

Cosa siano gli STUDIETTI giudicherà di per sè ogni lettore. Che se li chiamo povere fog lie d' autunno, non è ad ostentare modestia, ma perchè così quelli che vogliono usare indulgenza, si confermano nella buona intenzione, e quelli che non vogliono usarla vengono avvisati, come non s' intenda far loro aggradire per forza, ciò che non gli andasse, dato il caso, a genio.

Uno spirito sincero bada all' onestà dello scopo, umile ma fermo; procede, secondo le forze il consentono; si rinfranca all' esempio dei buoni, o, se pur talvolta ne ha d' uopo, sospira in petto uno di questi conforti:

Nell' ore mie serene La parola dei tristi io non pavento, Ma sulla via del bene, Con la parola mia ridurli tento. Che se talor mi lice Dov' era il dubbio seminar la fede, L' alma altera e felice Non sogna al mondo una miglior mercede.

Così ha scritto una cara musa di nome Erminia, e ognun sa chi voglio dire perchè in Italia delle Erminie non ce ne sono due e adesso pur troppo più nessuna.

Tornando alla presente scrittura, provo una grande compiacenza pensando che, per causa mia, si leggano sulle mura d' una città della Trinacria i nomi di Chioggia e di Schio, e che, disconosciuta la nostra regione, si sappia per quel po' che ci sta in queste pagine, che la può di quanto si crede.

Non temo l' accusa di municipalismo perchè l' utilissimo spirito d' autonomia delle singole provincie, in luogo di togliere, aggiunge all' alma genitrice Italia.

Cosa giovò alla Francia mutare le sue in ottantaquattro dipartimenti, se non a piantare una Babele che ne divenne il cancro? distruggere le piccole patrie, perchè la grande si perdesse nell' idea umanitaria d' una forma impossibile?

Così io prèdico: Conosciamo noi stessi, facciamoci conoscere, sosteniamoci. Anco se il Veneto somiglia un po' a quell' asino di Esopo, che portava vino e beveva l' acqua, e se grandi o piccini ci lasciarono, come suol dirsi, per occhio, non importa. Tant' e tanto, dacchè c' è qualcuno dei nostri alle Finanze, l' erario se n' è accorto e in bene. Un po' d' ajuto ci venga, da tornar signori del mare, e la nazione intiera ne avvantaggerà perchè quì, sotto ogni riguardo, stoffa, e della buona, ce n' è da vendere.

Si parte di mattina, in giorno festivo, quand' è bel tempo, dall' approdo della Riva, a bordo del grazioso vapore l' Elida, che lietamente fischia, e sbuffa globi di madreperla: verso la punta dei Giardini, facendo una bella girata, si volgono le prore a ponente.

Alla destra ci sfuggono le isole della Laguna, in fondo si perde Venezia, che, vista di là, sfolgora di luce in tutte le facciate delle sue case, lungo la bella contrada, chiusa alle due estremità, dal giardino pubblico e da quello reale.

Fra le altre isole ci si mostra a s. Clemente, il manicomio femminile, ampio, immenso col suo terreno incolto, selvaggio davanti, il quale gli dà l' aspetto d' un brutto cimitero, e siccome là saranno le intelligenze morte o malate, non è a dire quanto il formidabile ammasso di tetti, di fabbriche prolungate in avancorpi regolari e severi, con quella sodaglia devastata, chiusa da belle mura, di tanto in tanto interrotte da cancelli, non è a dire quanto, là in mezzo a tanta acqua, faccia senso e tristezza. L' immaginazione precorre il momento in cui sarà abitato, presente i drammi di cui sarà muto spettatore, ode gridi incomposti, gemiti incompresi, desolazioni senza nome…

Poco dopo verdeggiante, fiorita è Povegia. Comincia in seguito il passaggio lungo i paesetti del litorale, gli Alberoni, Malamocco e la sua formidabile diga, che s' avanza contra mare, San Pietro in volta, Portosecco, Pelestrina, ecc.

Lande brulle, paesi poveri, case alte, isolate come torri, con un solo balcone per piano. In vapore si parla della condizione miserrima di chi ci sta, e di quella ancor più compassionevole delle famiglie militari, a cui tocca rimanere, mesi ed anni, fra le zanzare e la poveraglia. E Dio sa a quali damine, avezze al corso di Milano, a Chiaja e al Babbuino toccherà di sperimentare il fiero pungiglione di quelle più che zanzare, locuste. Felici quelle damine, felici le famiglie di quei militari se, pensando a quale armata appartengono, sapranno consolarsi con un verso patriottico: — e quel dire son nostri! — Ma ho paura che non c' è bellezza di verso a render tollerabile tal vita d' ogni giorno.

A Malamocco incominciano i Murazzi alti, imponenti per chi vi cammina sotto, ma a noi dal piroscafo, quell' opera, veramente romana, non parea più che un muricciolo da orto. Al di là spunta qualche vela dei bragozzi che navigano in mare. Dopo due ore di viaggio s' entra nel porto ampissimo; a destra abbiamo le lagune, quanto tira l' occhio, a sinistra apparisce finalmente, bello e vaporoso, l' Adriatico. Poi si tocca terra.

Della prima contrada che s' imbocca a Chioggia sarà meglio non parlare: e meglio varrebbe se l' approdo fosse alla piazza. Qui si prese a nolo un topo e due uomini. Andammo prima di tutto a messa, il barcaiolo ci vuol condurre al duomo — dove ghe va i signòori. — S' imbocca dunque un canale pieno di bragozzi in lunga fila, colla loro vela ripiegata e fatta su. Il canale fiancheggia una fondamenta sulla quale passano donne colla tonda sul capo, e pescatori. Si scorge, in mezzo ad essi, qualche bel vecchio, di quelli colla gabbana a capuccio, dalla faccia rubizza, la barba tenuta corta a punta di forbice, il berretto marinaresco, o, per dir meglio, frigio sul capo.

A mano dritta la sponda è ricca di erbe e di certi arbusti di fronda leggera e d' un verde pallidino. Il barcaiolo la chiama: tamarindi — tamaris gallica la chiamano i botanici.

Narrano per via i remiganti la recente tragedia, succeduta a Chioggia, d' un uomo che uccise un gatto e due donne innocenti, per gelosia della moglie, innocente senza dubbio anch' ella, ma sfuggita alla strage. Le due vittime, ch' eran sorelle, dice il Chioggiotto, furon messe nella medesima cassa, solo conforto all' atro caso di sangue.

Intanto s' approda al Duomo, sopra un sagrato erboso, a filari d' alberi dritti; se non erro, belle rubinie, poi s' entra e s' ascolta messa.

Ignoro se la chiesa che è a tre navi, spaziosa, pulita, contenga bei dipinti. Non è di ciò che si vuol occuparsi in una rapida scrittura come questa. Quello che si può assicurare veramente gli è che in quel Duomo, ove ci vanno i signòori, c' è di gran bella gente. Gioventù fresca e sopratutto donne, acconciate con vera grazia. Han la tonda sul capo… ma come la portano! Come la gonna di sotto, dalla cinta mezzo nascosta, ricade in due linee corrette, un po' dilatate, via via che scendono a terra, dove toccano appena. Come tengono internamente, con una mano, quel lembo della tonda candidissima, che avviluppa con sì naturali e giuste pieghe e quasi incrocia il bell' ovato del viso! Viso per lo più ben disegnato e soave, in mezzo a cui, fra il candor del lino, fra il pallor vivace o l' incarnato della faccia, scintillano bellissimi occhi.

Poveri accademici! Poveri classici d' un tempo… perchè speriamo che ora non ce ne siano più… e mandavate a studiare le Agrippine, le Giulie dei Musei! Questa è viva Grecia!… qua sono l' aure primitive e serene della grande arte! E voi, stupidi copiatori delle fogge d' oltremonte, guardate la severa bellezza di queste Chioggiotte! Val proprio la pena di prodigare milioni per far venire con altre merci putride, le caricature di là, quando s' ha modelli simili in casa! A render ciò più manifesto si nota qualched' una che, a distinguersi, osa adulterare la semplice, primitiva teletta, aggiungendovi stregherie, che fanno un pessimo effetto.

Usciti di chiesa si torna alla barca, e, per un canale interno, ci conducono al porto. A destra un po' lontano, si lascia il ponte, che congiunge Chioggia alla terraferma, e dove scorgonsi cavalli, rozze e carrozze da disgradarne quelle di Mestre, ma in perfetta relazione colle strade, che son destinate a percorrere. Le quali strade per altro verranno, da quanto intesi assicurare, fatte praticabili, degne d' un paese civile, e ciò per la iniziativa del bravo dottor Monterumici, r. commissario di colà, al quale parve senza dubbio che finora i Chioggiotti pensassero abbastanza al mare, e che possano ora un poco ricordarsi della terra ferma, poichè a poca distanza vi ha il padre Eridano e la via dell' Emilia, e tante altre, tutte aperte, tutte tremanti sotto l' incarico di più e più locomotive, tutte palpitanti di vita e d' onde loro viene, come un tempo ad Enea, il sacro e ripetuto grido — Italiam, Italiam!

Si transita quindi un bel canale largo, di faccia a san Domenico. Da un lato ci son case, strade e barche, dall' altro una riva o meglio un lungo squero, sul quale sorgono molti cantieri, capannoni di legno, dove gl' irsuti polsi dei calafati di Chioggia preparano al coperto le loro imbarcazioni. In cima del cantiere c' è la immagine della Madonna, adorna di frasche, e a quelle pittoresche officine dà l' aspetto di tempio.

Il barcaiolo ci racconta che, appena i Chioggiotti possono reggersi in piedi, e' vanno in mare. Talvolta i babbi devon portarli loro, perchè da sè non si reggono.

— E dove li mettono?

— Oh! là sotto prua — rispose l' uomo facendo un gesto, come se parlasse d' un fagotto qualunque.

— E vivono?

— Molte volte, quando tornano, la madre non li riconosce più — poi additandoci la chiesa di san Domenico aggiunse che là vi è un Crocefisso, davanti al quale ci vanno i pescatori, nelle solenni giornate di partenza o di ritorno. Chi assistette a quei congedi e a quei ritorni assicura come, in pochi luoghi del mondo, si vedono scene più commoventi e più strazianti di quelle.

Mentre si discorreva entravamo in porto, e ci avvicinavamo al mare, ch' io voleva toccare da presso. In faccia s' erge il forte di san Felice, ch' è difesa a Chioggia, e lo fu memorabile nel 49, talchè a vederlo ora, e pensare a quei giorni, si spasima ancora e non par vero.

Via via che si avanza, il topo comincia a ballare, più leggero sopra onde più formidabili. Finalmente, voltata la punta delle scogliere, su cui sorge il castello, non senzà una lieta emozione, ci spingemmo nell' alto.

Esso era quieto, ma il movimento, per quanto placido, de' suoi flutti faceva un su e giù simile al marezzo dopo le burrasche, forse colà accresciuto dalla vicinanza dei massi, che i marosi flagellano.

Quanto al cielo, o a quella che si dice aria, poche volte è così. Non so qual antico poeta descrivendo Elena, e l' incantarice magìa, e il fascino di quella bellezza, disse che poteva somigliarsi alla beltà del mare in calma. Non ho mai sentito la serena e classica verità di tal paragone come dal golfo di Chioggia in quel giorno, e credo impossibile il far più che invertire la similitudine greca.

È uno splendore riposato, una mollezza diffusa, un tremar d' atomi d' oro, fra un azzurro, in cui par si disalteri misteriosamente l' anima. E poi quel biancheggiare scintillante delle vele lontane, quel fuggir grazioso delle coste, più di tutto quel mare unico, sterminato di lapislazzuli e gemme, che col suo moto ravviva la bella scena, senza togliere solennità alla sua calma…

O non è forse a queste aure ispiratrici che fu creato il genio, veramente soave, di Rosalba Carriera?

Dopo breve sosta si rientra in porto, e si vien davanti la contrada di Sotto Marina, che appunto il porto separa da Chioggia.

Grandissime differenze si notano, a quanto disse il barcaiolo, fra i costumi di Chioggia e di Sotto-Marina. Le donne di Sotto-Marina son le robuste nudrici, le gagliarde viragini dell' antichità, della Bibbia, le donne forti, le vergini prudenti del Vangelo.

Levate all' alba, esse approntano tutto in casa e fuori, allestiscono il pranzo, la barca, portano i bimbi e sollevano le àncore. Insomma fanno tutto, anco la regata. L' uomo (e questa poi non mi va) le sta a guardare.

Ben diversi da così edificanti costumi della donna di Sotto-Marina sono, disse il barcaiolo, quelli delle donne di Chioggia, le quali non vogliono far nulla. Non affermò che costringano l' uomo a rimestar la polenta, i soffritti, lavorar di rammende o di calze; ma certo è che, appena sposate, intonano un — m' aveu sposà, mantegniime. E, trincerate dietro questa inappuntabile proposizione, si rifiutano ad ogni opera, non che virile, semplicemente muliebre, fors' anco alla tradizionale opera dei merletti.

Del resto può esser vero che queste popolazioni siano pretto germe antico del Lazio e dell' Umbria; e che si possa conservar l' antico valore lo mostra una colonia veneziana, la quale fieramente porta la sua origine antica sulla costa Normanda, sotto il nome di Polletesi (Polletais).

Fra quei discorsi del nostro cicerone navalestro toccavamo la riva, e, nell' atto che egli legava ad un piccolo palo il topo, io guardava il curioso, originalissimo aspetto della contrada.

A noi di fronte s' apriva una callicella, che con molte altre simili, tagliano verticalmente la striscia di litorale chiamata Sotto-Marina. Le callicelle son costituite da file di casupole alte, strette e ricordano il Ghetto di Venezia. Anco qui una sola finestra per piano e relativi vasi, senza fiori. Ogni abitazione è isolata; colpisce veder quella successione di campanili, di torrette, che sfolgorano, bianche ed ignude al sole, contornate al pie' da un terreno, che sfido pennello di fiammingo a riprodurlo come sta nella sua naturale e regolare confusione di stecchi, pannocchie, stuoje, reti, fieno, paglia, scranne, pali, gabbie da polli e da uccelli, sudiciume, vele, fatte e disfatte, cani, gatti, bimbi, donne, che una coll' altra, in istrada, si van pettinando.

Pare che nell' edificar in così singolar modo quelle case vi abbiano una ragione, e sappiano di farle così più resistenti all' imponenza del vento, a cui convien opporre o immani costruzioni, salde come roccia, oppure tenui fabbriche di pareti abbastanza sottili da fuggire alla possa d' Austro e di Borea, i quali devono senza dubbio esser i padroni del sito.

Dietro alle case, in fondo alla contraduccia, stanno i porcili, attraversati i quali, fra il cicaleccio delle chiacchierine, tutte allora in istrada, colle loro mamme, e il grugnito dei personaggi, da cui prende quel luogo la sua denominazione, fummo ai Murazzi: son fatti di gran massi di marmo d' Istria, uniti con cemento idraulico di Pozzolana; alti più di cinque metri, bisogna salirvi per una scalinata scarpata, al sommo della quale eccoci di nuovo davanti il mare. Una turba di bèceri ci seguita, ci assedia per una monetuccia; appena conseguita si battono, si accapigliano, si dan pugni e calci, e, se il barcaiolo non li separa, verrebbero al sangue per pochi centesimi; su quella bella spiaggia, davanti a quegli inapprezzati e inapprezzabili tesori, ci danno una rappresentazione gratis delle Baruffe chiozzotte.

Ritornati in barca si fa l' ultimo tragitto e si scende al ponte Vigo, bellissimo ponte che guarda Venezia: esso è ad arco ardito, in pietra bianca, sul quale fin dai tempi della Repubblica si teneva un fanale, faro dei naviganti.

Di là si entra dal trattore poco distante, situato proprio alla bocca della piazza, cioè della larga, lunga principalissima via di Chioggia.

Seduti fuori della porta, sotto una specie di tettoja, a perta da ogni lato, chiusa solo alla base, che gira in uno steccato quadrangolare, poco alto da terra, col porto, il ponte, la Chiesa di san Domenico da un lato e la piazza dall' altro, si desina quasi in istrada.

E per verità la cosa non sarebbe punto brutta, se il desinare in istrada a Chioggia non volesse dire patir l' assedio continuo di monelli e di poveri d' ogni età, d' ogni sesso, dal momento che si siede, fino a quello che si vien via.

Appena messi a tavola comincia la processione dei bèceri, e delle lazzarone. Per di qua sfilano, lungo la via, le più brutte vecchie e più arruffate, e più lacere che al mondo possano darsi. Pare incredibile che l' aria, il sole, la miseria giungano a ridurre simili a megere, veri tipi viventi delle Parche o di quante furie immaginò fantasia di poeta o di pittore, quelle donne per lo più così belle da giovani.

Però l' umiltà, con cui stendono la mano, ci sfiora un raggio, se così posso esprimermi, se non dell' avvenenza e del prestigio femminile, ma qualcosa che induce a compassione e scema il brutto di quello spettacolo. Come i licheni e i muschi delle aride punte alpine quando un po' di sole li tocca, abbelliscono o rendono meno desolate quelle paurose regioni.

A sinistra sbucano in vece da una contraduccia, che aprendosi alla cantonata dell' albergo, parallela a molte altre, termina alla piazza, i pitocchini a dieci, a venti in una volta, e portano non dirò vestono, un tale accozzo di cenci da non poterlo e non doverlo descrivere. Ma, ancora più curioso dei cenci, è il modo con cui domandano la carità. S' intende che vi stanno a ridosso, e s' appoggiano all' impalcatura, che limita lo spazio delle mense imbandite, e dove, in comune cogli altri passeggeri dell' Elida, si sta pranzando. Le mani sudice dei monelli premono le nostre schiene, la loro voce monotona come una cantilena ci suona direttamente agli orecchi:

La me daga un toco de pan! — la me daga un toco de formaggio! — poi si rompe, e diventa pressante a mo' d' una confidenza o, a dir giusto, d' una perentoria intimazione:

Andemo via, la se destriga — dopo vado via subito, no la seco altro. — Propostaci per tal modo una tregua, tanto per aver quiete, si consegna ai birrichini di Chioggia un po' di pane, qualche altro commestibile, impegnandoli a rispettare i patti, ma sul più bello della distribuzione, il cameriere, avvertito del susurro, viene avanti minaccioso, prende un boccione d' acqua, la slancia sui questuanti, e accompagna questa lavatura con un' imprecazione e con mandare alla malora i pitocchi e i Chioggiotti, coi quali pare, tanta è l' acrimonia del suo dire, lui abbia una ruggine.

I birboncelli fuggono, portando seco le ottenute vettovaglie: in un momento la piazza è deserta, e succede un gran silenzio. I commensali riprendono il desinare, interrotto dall' accidente. Son gente alla buona; ma allegra, e badano allegramente al disbrigo delle pietanze, benissimo condite, e a cui i pescatori del luogo aggiungono crostacei, appena tolti su dal mare.

Noi presso allo steccato si respira, si mangia in pace, non parendoci vero che i galletti rinunzino all' assedio, ciò avvenga per mantenere la convenzione, o per paura del risciacquo. Ma in verità la calma dura poco, e bisogna dire che o le convenzioni abbìano sempre il loro difetto originale, che, come germe riposto le fa morire, o che qualunque paura passi a chi sia determinato a dar noja, perchè, trascorsi alcuni secondi, ecco dal canto della callicella vicina, spuntare per aria, cosa mai?… due piedi e attaccati a quei due piedi due gambe, che avanzano tremolanti, sorrette da un corpo del quale prima si vedono le due mani a terra, costrette all' ufficio dei piedi, e per conseguenza attaccate a quelle v' han le braccia, e poi un torso, una testa a capo all' insù, un viso tutto rosso, per lo sforzo di quella posizione. Il birbante, primo della turba, scoperse una maniera diplomatica di venire e non venire, camminando cioè alla rovescia. In breve dietro a lui tornano gli altri, ricomincia l' antifona: — La me daga un toco de pan … — si riaprono le trattative, ricomparisce inviperito il cameriere, agitando il tovagliolo; i lembi della sdruscita giubba gli volano per la furia con cui corre addosso, e investe i monelli, a cui di novo lancia un boccione d' acqua e le solite imprecazioni a loro ed ai Chioggiotti: quindi azione comune e tablò.

Proseguire sarebbe ripetere, e senza dubbio nojare, ma non crediate che la cosa finisse lì. Fortunatamente dall' altra parte dello steccato c' è altro da distrarsi, e non vi manca il suo patetico, dacchè sulla fine del desinare ci è venuto vicino il nostro barcarolo di poppa, con una bambina in braccio. Ci racconta che gli fu a morte, e di fatto ella conserva i segni della malattia, sul viso color di limone e in tutta la persona, patita.

Bisogna vedere con qual tenerezza quell' uomo la mira e le discorre: regge col braccio villoso, dalla tinta ardente sotto alla pelle, madida di sudore, quelle povere membra di cera, quella piumetta, ancora tremante dopo la burrasca: approssima il suo viso, biscottato dal sole, alle ganascette flosce della sua morticina. Ella lo guarda; guarda attorno con due occhioni neri, attoniti, dai quali però traspare la vita, che torna, e tanto spira nella movenza di quel corpicciolo, che vi desta le sue grazie primitive, mentre il padre la palleggia, come Ettore il suo caro Astianatte. Nè questo paragone vi paja troppo poetico: perchè vera poesia c' è nei Chioggiotti, che ancora sentono quella del Tasso, e la ascoltano estatici, là in quella piazza, dove uno dei loro gliela spiega.

Il barcarolo ci racconta come la piccola fu tanto malata ch' era per andarsene — giera megio! una povereta de maànco — aggiunse con quella sua cantilena, la quale pel voto che esprimeva, dopo tante manifestazioni d' affetto, ci strinse l' anima di pietà.

Certo a stare in simili compagnie si può guadagnarne degli acquisti poco gradevoli, e punto desiderabili; ma cosa importa se ci guadagna l' umiltà del cuore, prezioso sentimento, fonte d' ogni altro affetto più santo. O non disse il nostro divino Manzoni « creder lui che nella benevolenza del fatuo v' abbia qualcosa di più nobile e di più eccellente che nell' acutezza d' un gran pensatore? »

E questo squisito sentimento han provato appunto a Chioggia le pietose persone, che vi rinnovarono l' asilo infantile: perocchè, affacciatesi ad una specie di stalla, dov'eran raccolti i poveri bimbi, e richiestili del nome, il nome loro ignoravano. E lo ignoravano le madri, le quali, interrogate rispondeano presso a poco in una maniera:

Oh! a questo ghe digo el me roòsso. — Oppure — questo lo ciamo el me moòro — e poco d' avvantaggio ne sapevano.

Non c' è dunque a stupire se, all' aspetto di tale idiotismo, s' avvalorasse tanto la pietà negli animi di chi n' era spettatore, da sentir veramente il bisogno di profondere materne e paterne cure a quei piccoli selvaggi, tenuti nelle loro case niente più, e non vorrei dir niente meno, che nel pollajo i pulcini.

Dopo una passeggiata lungo l' ampia via, in mezzo a cui c' è il Municipio, bell' edifizio con facciata a colonne, da non confondersi con quello antico che ne ha settantaquattro delle colonne, e dove c' è l' erberia e la pescheria, si ritorna al vapore. Di veder oggetti d' arte che pur ve n' hanno a Chioggia; nè la bella raccolta del Naccari, nè la biblioteca del Seminario, gl' istituti, le manifatture, le fabbriche di candele di sego, di conservazione alimentare, di mattoni, i lavori di corde, di vimini, di feltro, di stagno ed altri, non era il caso, e non lo permetteva il tempo d' una gita di piacere.

Presso all' approdo, là dove ci aspetta l' Elida, vi ha in uno squero in lavoro un legno. Legno piccolo, quando sarà in mare, e par di gran fazione a vederlo così, come poggia la chiglia sulla sua armatura di ben combinati puntelli o careghe, come si slancia colle vertebre in aria, giganteggia coi poderosi contorni nel bel azzurro del cielo, e par lo scheletro d' un cavallo rovesciato sul dorso.

A me tutto che sa di marina o di costruzione navale in ispecie, desta alte e serie riflessioni. E là, davanti a quel nudo e formidabile carcame, il quale vestito de' suoi madieri, diverrà appena un umile topo, una modesta paranzella, io penso: un grande naviglio essere un vero paese o, per dir più giusto, un regno natante.

Ciò dà la proporzione esatta di quanto, tutto che è relativo al mare, supera ciò che è di terra. E come il vero marinaro è nel senso nobile della parola, virilmente uomo. Nelson vinse Napoleone, non perchè inventasse a Trafalgar una nuova tattica, che già asseriscono gl' intelligenti era trovata dai predecessori, ma perchè era Nelson, perchè era lui, il figlio della vecchia Albione, signora dell' oceano, da cui è sorretta e dov' essa regna.

Da questo l' anima non può trattenersi di provare una ancor timida compiacenza al pensiero di quanto potrà fare Italia con tale lunghezza di coste, e collo stare a cavallo di due mari. Molto, moltissimo se amplia il navile peschereccio e mercantile di trasporto, e se drizza una considerevole flotta.

La cosa è ardua perchè la libertà ha un' azione oscillante, e, per poco che trascenda, dissolvente, la quale, se non altro, ritarda lo sviluppo di cose per sè stesse eminentemente assolute, anzi dispotiche, dove si vuol l' alto dominio d' una intelligenza ferma, e che sa ciò che fa, senza tante controllerie, senza tante discussioni.

Può benissimo l' Inghilterra proseguir fieramente e liberamente sul mare, perchè è suo, perchè l' educazione marittima è nelle famiglie, identificata coi loro costumi, insomma perchè è la loro vita. Così bisognerebbe che tornassero Veneti e Genovesi, Tirreni, Siculi e Partenopei… O non vi par che sia meglio un dottorino di meno e un marinaro di più?…

Intanto il Vapore si va riempiendo, il timoniere torna al suo posto, le rote si movono, la colonna fischia, fuma e si riparte. Nel ritorno si nota la solita circostanza. Meno discorsi, e il bisogno di raccogliersi, quanto più avanza il vespero.

Fissando la bussula, l' occhio si ferma con compiacenza sopra il nome della fonderia, dov' è stato costrutto il vapore. È il nome Giacomelli, ditta trevisana, per una famiglia, bel diploma di nobiltà da invidiare chi lo possede, e augurar che si moltiplichi stabilmente nelle famiglie italiane.

Mentre si cammina il sole comincia a declinare, e bagna di una lunga striscia lucente la laguna lontan lontano, fin dove lo sguardo arriva.

Anche l' aspetto di quell' ampio bacino d' acqua sveglia nella mente idee severe e per sè molto importanti.

Rifà la strada dei secoli, quando queste isole vennero abitate, per solo momentaneo scampo. Pensa a che grandezza pervennero alcune, come altre finirono. Una nuova era di gloria si appresta essa a quelle che sono perite? Oppure è possibile, oh, dio, che ce le lascino imbonire?… che non provvedano seriamente, urgentemente, con assidua cura, con efficace costanza affinchè Venezia non sia, entro cinquant' anni, una nuova Caorle? Possibile che, smettendo puerili questioni di rappresentanza e di partito, non appoggino i nostri deputati, primo fra essi l'Ajace tonante della Camera, a far sì che di queste spiagge, dove noi soffrimmo tanto, dove speriamo, dove la generazione, che ci va innanzi, apprenderà finalmente a vivere senza disonore, non isparisca tutto, fuori che qualche miserabile maceria, fra cui cerchino i futuri eruditi gli avanzi d' una civilizzazione sepolta?…

Nell' avvicinarci alla meta ci accorgemmo che eravamo preceduti da uno stuolo di bragozzi che, a vela spiegata, andavano tutti a Venezia per la tombola. Tutti, uno dietro l' altro, colla loro vela dipinta a vari segnali: pieni di donne, puttelli e vecchi.

Lo spettacolo, per sè stesso piacevole, risveglia il chiacchierio dei viaggiatori, essendo che le barche si mossero per la tombola, la quale si estrae appunto quella medesima sera nella piazza di s. Marco.

Ognuno parla e persino il timoniere e qualche marinaro mescola ai nostri i suoi discorsi.

— Magari la toccasse a me!… disse il timoniere — che vorrei proprio godermela! Beati i signori. Non ho da potere io, che vorrei star bene e far star bene gli altri!

— Avete famiglia?

— Appunto, moglie e figlioli.

— I figliuoli son sani?…

— Altro che sani — affermò il timoniere, voltando, la sua piccola testa abbronzata, che su quelle spalle torose e ben proporzionate gli dà l' aspetto dell' Ercole Farnese.

— Sono saette scatenate! — aggiunse con un sorriso pel quale scintillarono, in mezzo al bruno della sua faccia, piena di bontà, due file di denti bianchi come madreperla.

— E cosa domandate di più a questo mondo?

Per andare a Schio gli è tutt' altro.

Si parte da Vicenza coll'omnibus alle nove antimeridiane. Omnibus ve ne hanno due. A me toccò il più modesto, e tanto che non par degno della città, tutta eleganza e vero profumo di capitale, ch' è la patria di Palladio, Cabianca, Zanella, e di cento bei nomi, che, a dirli tutti, troppo ci vorrebbe!

Nel punto stabilito, quantunque piovesse, caricati i pochi passeggeri, mosse l' omnibus dal vicolo dov' è l' imbarco, e partì, avviandosi a porta santa Croce.

Dopo il Corso mi toccò passare, non dirò con quale interno struggimento e crepacuore, davanti casa Sale, ora edifizio pubblico, trasformato in Banca. Là dove è nata mia madre: là dove è morto il mio diletto fratello Ottaviano, morto prima d' aver veduto avverarsi i grandi fatti, che il suo cuore aspettava, per cui avea tanto sagrificato e tanto perduto!

Lasciando la contrada di s. Lorenzo, uscimmo dalla porta di santa Croce e, costeggiati alcuni antichi, erbosi e tutto pittoreschi muraglioni, imboccammo i sobborghi, e fummo senz' altro sulla strada maestra.

I compagni di viaggio erano gente alla buona, con cui si attaccò discorso. Già per sè l' omnibus è un veicolo di confidenza, e le compagnie di viaggio hanno quell' attraente, che dà talvolta un isolato capitolo di romanzo, trovato per caso, a cui l' immaginazione lavora in ciò che lo precesse e in ciò che deve seguirlo.

Al discorrere porse il destro la piova, che cadeva sempre più intensa e continua. Il pensiero d' ognuno ricorse alle manovre militari, e si fecero grandi oimei su quei poveri soldati, a cui toccherebbe tanta aqua indosso. Taluno opinava che si protrarrebbero le fazioni, ma un vecchietto, benestante di Monteforte, e che la sapeva lunga, saltò fuori, e disse che i militari della piova non n' hanno a tener conto, che son militari per quello — vadano uniformi, s' ammollino gli uomini sino all' ossa…

— Proprio oggi ha da piovere! … che peccato, — esclamò una buona donna d' Isola di Malo, a cui un' altra, operaja per le rammende, in un opifizio di Schio:

— Oh! si vedeva! il tempo era carico, e anco jeri le anitre si bagnavano a capo all' insù; si sa, quando esse guazzano a quel modo, supine, colle zampe in alto, chiamano piova.

— Che peccato! — ritornava a dire la donna.

E tutti femmo coro, aggiungendo — Quei begli spallini, quei begli uniformi dell' artiglieria, sopratutto quella povera gente!

— Ma! è la legge! — replicava flemmatico il vecchio.

— Certo — risposi — e dice niente quell' altra bella cosa, che a tutti, signori e non signori, tocchi fare, se non altro, un anno di servizio? Quella è benissimo intesa! E se c' è chi si lagna non è degno d' appartenere ad una nazione, non è degno della libertà, la quale può chiamarsi benissimo un peso, ma senza cui è disonorato il vivere.

— Ma crede poi — sussurrò un altro dei viaggiatori — crede che questa legge sarà osservata, e non delusa da certi signori?

— Tanto peggio per essi! … — cominciavo, ma il vecchio:

— Lasci pure che provino a deluderla e ci arrivino in qualche caso, ma in generale dovranno starci, e la si farà costume nazionale; in modo che nessuno, a meno che non sia un vero malescio qualificato, non oserà rifiutarsi al suo dovere di cittadino.

— Se rifiutassero — disse un altro — per badare a qualcosa di serio, ma torre braccia alla terra, legare al servizio chi ci dà il pane, per potere essi trascinarsi da un caffè all' altro, a declamarvi da politiconi, o azzimarsi, per corteggiar le damine … oh la è troppo amara.

— Il castigo — risposi — che meriterebbero i renitenti, ammesso che ce ne siano, avrebbe ad essere nel mandar gli oziosi e ricchi a vangar la terra, mentre i coloni portano in loro vece il fucile. Almeno diverrebbero agricoltori, acquisterebbero un titolo, che a un nostro brioso orticoltore, Eremita e scrittore di cose campestri, dà ancora più bello e ambito vanto degli onori meritati, preferendo il lavoro al dolce far niente.

— E stimo che ci guadagnerebbero loro nella salute e farebbe tanto pro all' Italia, che, all' essere principalmente agricola dovrà, se si arricchisce di molti beni, e se evita molti mali — disse il vecchio.

— Il detestabile lusso — io soggiunsi, e tutte le disgrazie per cui la Francia fu ridotta a quel punto. Possibile che una popolazione campagnola trovi il mezzo di straviziare e corrompersi?

Intanto sempre più diluviava, e noi sempre più esclamavamo — Povero Re, — che dovea passar la rivista proprio là vicino, nelle valli di Caldiero…

— Chi l' avrebbe detto, — soggiunsi poco dopo — che nell' anno di grazia milleottocento settantauno ci affanneremo per un esercito nostro! …

— Ma già la dovea venire.

— Grazie! e aspettare un cinquant' anni! … ora ci par niente, e niente parrà ai nostri eredi, perchè la cosa è fatta… A ragione, fin dal 1866, Cantù mi scrisse. « Chi nel giolito della messe ricorda coloro, che han seminato in mezzo ai travagli? »

— Di certo, se la cosa tardava, noi non si vedeva nulla, appena questa bella bimba … — esclamò vivace e manieroso il vecchio di Monteforte, accarezzando una piccola fanciulla, figlia della donna d' Isola di Malo, la qual donna ci disse, ch' era stata a prender la bimba dalle monache, dov' era in educazione. — Ahi!.. disse allora il vecchietto, in tono niente acre e più da scherzo che altro, ma non pertanto arguto e vivace — ahi… badiamo veh! le monache!.. ad esse non gli sta a cuore che una sola cosa. Il collo torto … ma per farne delle brave donne da casa, delle madri-famiglia serie …. non so!.. perchè il primo pensiero delle monache è il collo torto … oh! sì … quello gli preme davvero … il collo torto..

Noi ridevamo e la bimba anch' ella, ma la madre si schermiva; io le venni in ajuto:

— Speriamo - risposi - che le monache istitutrici di questa cara bimba, non sian giusto di quelle che si occupano esclusivamente del collo torto. Quanto a me non mi avvenne di trovarmi in nessuna scuola tenuta da monache, mai finora, e schiettamente aggiungo, non lo desidero per l' avvenire. Ma devo dir che monache io n' ho viste negli ospedali e nelle case di ricovero, e di quelle posso parlare, e assicurare, che a vederle come assistono i malati con che cuore, con che paziente dolcezza sorreggono gl' infelici nelle fiere angosce del male e della morte, si dubita che non le sian donne, creature umane, ma angeli. E come nell' istesso tempo badano alla pulizia, intendono al lavoro, portano l' alacrità, il buon umore, perfino in quelle squallide sale, dove talvolta si passa mezz' ora più gaja, che fra la gente a modo, in mezzo alla elegantissima musoneria….

— Oh! quest' è vero! — disse uno della compagnia, che pareva lo sapesse anche lui per prova.

— Sì, in verità — ripresi — e quante di quelle belle monachine, quante ne muojono giovani, per mal di cuore, oppressione, marasmo, attossicate dall' aria morbosa, dal continuo spettacolo di patimenti, dalle fatiche, dalle pene proprie ed altrui. Vorrei un po' mettere ai capezzali degl' infermi qualche d' uno di quei demagoghi, che si disfanno ed urlano per tenerezza del popolo. Vorrei metterci le signorine (per moda) emancipate ed emancipatrici, cignone incipriato sin a mezza schiena e scudiscio di amazzoni o libretto del ballo in mano … ma ciò tornerebbe a disperazione dei malati ancor più che di cruccio a loro, perciò sarà meglio lasciar tutti al loro posto; le monache, sorelle di carità, a far da angeli per gli ospedali, e quegli altri da demonî, belli e profumati, ma da demonî nei teatri, alle veglie, ai brillanti convegni, alle cene saporite ecc.

Successe un silenzio, il quale fu rotto da un:

— Oh! carina, bada tu ti guasti le guancie: no… lascia stare.

Esortazione amorevole d' una viaggiatrice a me vicina.

— Glielo dico sempre — eslamò la donna d' Isola di Malo, prendendo le mani della bimba. — La ebbe un po' di calore al viso, e sempre la si graffia — Allora la persona, che avea dianzi parlato:

— Tu fai male — ti guasti proprio quel bel musino, è peccato… e poi allora non trovi più lo sposo…

Non l' avesse mai detto! Perchè il vecchio di Monteforte, rizzatosi dal cantuccio dell' omnibus, e tentennando il capo, ed agitando minaccioso il dito proruppe:

— Male! … male! …. malissimo! …. no, così non si fa. Ecco il sistema d' educazione moderna! Troppa confidenza coi giovani, troppi discorsi. Non bisogna far tanto con loro a tu per tu, e meno parlar di certe cose alle fanciulle… monachismi no, ma serietà e disciplina. Di sposi, di matrimonî le non dovrebbero nea nche sentir fiatare finchè non è il momento, perchè in questa maniera invece le si distraggono dalle occupazioni serie, non si formano brave donne, non si preparano a divenir sul sodo madri-famiglia, le si rovinano a nima e corpo. Immaginarsi! non hanno appena rasciutto il latte sulle labbra e cominciano i genitori, la gente a garbo, la servitù e: — quando verrà lo sposo, e tu hai a trovarti lo sposo, e devi piacergli ecc. — Allora cosa n asce? … che non fanno altro che pensare e aspettare questo benedetto sposo. Eccole da mattina a sera allo specchio, pulirsi, azzimarsi, non saper più che atto fare, come volgere gli occhi, come stringere il bocchino, non sapere che stregheria mettersi indosso … infine, per dar nel genio a questo sposo futuro, diventano tante belle caricature. Ma pazienza, v' è di peggio? … sì v' è di peggio …

Noi si ascoltava con tanto d' orecchi.

— Il primo — ricominciò il vecchietto — il primo che loro viene davanti, tanto si sono scaldate la testa ad aspettarlo, gli par quello, e volere o non volere lo sposano. Allora poi cambiamento di scena. Se prima facevano di tutto per piacere, dal momento che son maritate, non se ne curano più. Tutto va alla malora. Si trascinano per la casa in ciabatte, i capelli in disordine, che pajono parrucche da ravviare; cattive maniere, a ogni osservazione del marito saltan su come vipere, o fanno spallucce. Allora il marito, che delle grazie e dei capelli posticci di prima, non trova più ombra, si disgusta, va fuori, prende l' abitudine di andare in altre famiglie, dove ci siano creature più amabili e ordinate della sua… — Qui il vecchio aggrottando le ciglia, e tentennando il capo, si mise a tossire, nel modo più significante, a raschiarsi in gola, per farci capire a quali pericoli alludesse, pericoli, che davanti la bimba non occorreva specificare d' avvantaggio….

Questa predica di cose vecchie non ha altro merito, cari lettori, che d' essere stata fatta in un giorno di settembre, sulla strada, che da Vicenza mena a Schio, sotto un imperversante diluvio, che cambiava la strada in vero torrente giallo - rosso, pari al fulvo Tevere; e l'aria tutto attorno era talmente annebbiata quasi un immenso tendone dai fili obliqui, svolgendosi continuo a precipizio, nascondesse la campagna, di cui appena qualche ramo d' albero vedevamo agitarsi convulso, in mezzo a quell' inferno: lo vedevamo traverso le brutte lastre d' un omnibus, che dal soffitto lasciava cadere a falde la fodera, simile alle nuvole d' un teatro; talchè eravamo sottoposti ad una specie di docciatura.

Mettendo il viso agli sportelli di quella povera novella Arca nuotante, u no della compagnia s'accorse come lungo la strada, corresse una vigna, ossia, di albero in albero, un sèguito di tralci a festone, pieni, carichi di bella uva nera.

Fu chiesta spiegazione d' una cosa tanto nuova, che facea di quello un cammino parato a festa, una via trionfale, che nemmeno la regina Vittoria, nei tre regni uniti, non ne ha uno così. Ci rispose chi lo potea sapere: essere stato, dai proprietarî della terra su cui venne costrutta la strada, ceduto il fondo a condizione di mantenere, finchè durano, quelle vigne, che per alcune miglia van rigogliose, alte, feconde.

Presso ad Isola di Malo Spiovve un poco. Vedemmo il bel ponticello che cavalca l' Orollo, torrente di sassi bianchi e lividi, fiancheggiante la strada. All'altra sponda v' han bei colli, sinuosi, verdeggianti e, all' estremità di uno di essi, una bella e pittoresca abbazia che, scôrta attraverso il velo della piova, appena diradato, somigliava ad una scena di sogno. Sulla piazza d' Isola di Malo la bimba e sua madre scesero, e fra i saluti e l' ultima goccia di quell' acquazzone entrarono nel caffè, che loro appartiene.

Da Isola di Malo a Schio non s' è parlato che di monasteri, sul bene che fecero, sull' inutilità presente, sulla loro trasformazione, poichè distruzione non pare possibile.

Giunti a Schio, colla accompagnatura del fedel diluvio, che imperversava, come dianzi, l'omnibus si fermò all'osteria. Ci asciugammo un poco al focolare della cucina, ampio e dove ardeva una catasta di legne, quali occorrevano a far bollire una relativa caldaja, pignatte e tegghie all'attorno. Tutte cose punto eleganti, ma la vista delle quali, sopratutto, di quella fiamma allegra, ci fece un gran piacere.

Dopo di che ci avviammo, i miei compagni ed io, allo Stabilimento Rossi, primo, vorrei dire, solo movente della gita.

Ma al primo entrare ecco un guajo serio. Era passata l' ora in cui si permette ai forestieri l'accesso, e, fino al giorno dopo, impossibile entrarvi. Che fare? Il cattivo influsso delle anitre vaticine durava tuttavia più fiero che mai … mettersi in viaggio per Piovene, sotto quella tropèa come la chiamano a Roma … e rischiare di non giungere nemmen là in ora opportuna, insomma un vero inconveniente. Ma poi, ai gentili, i quali sotto la direrezione del re degli operai, han la facoltà di serrare e disserare la reggia, parve possibile non rifiutarne l' entrata ad una operaja di buona volontà, e venne tolto il divieto.

Però, siccome in quell' ora le macchine stavano in silenzio, si pensò bene di tornare all' albergo per desinare. Il che fu fatto di tanto miglior voglia, che da un momento all' altro, cessata l' acqua, il sole ricompariva in tutto il suo splendore. Passando per la piazza, bello ci parve il Duomo al sommo d' un alta gradinata, torreggiante nell' aria serena.

In questa piazza si costruirà senza dubbio una fontana, che s' intitolerà Giovanni da Schio, poichè sopra lo zampillo d' una fontana incompiuta vidi un cartello con quel rispettabile nome.

Al qual proposito devo dire che, avendo io nell' albergo chiesto d'Almerigo da Schio, figliuolo di Giovanni, mi fu risposto semplicemente da alcuni popolani e dall'ostessa — è molto apprezzato per le fontane.

E a questo elogio non mi par fuori di luogo, posto che siamo nel paese del suo nome, aggiungere che non è soltanto in lui il merito di avere, in compagnia d'altri generosi e pronti Schiotti, preso la iniziativa ammiranda dall' abbate Saccardo, compiendola in fontane vive e perenni; perchè ha il merito, io non dico in onta, ma oltre ad esser conte, è schietto galantuomo e schietto italiano: perchè l' ha provato nella sua provincia come in cima dell' Etna: perchè lo prova cogli studi scientifici, e colle brevi, ma frequenti pubblicazioni, improntate delle care grazie toscane. Grazie che ci piacciono tanto più, quanto ci spiace lo scorretto e, presso ch' io non dico, barbaro stile di molti giovani scrittori, i quali buttano giù nella fretta quel che vien viene … brave persone ma che non sanno proprio scrivere, e dimenticano che il bello ha da dar la mano al buono ed al vero, secondo dice Giusti, a cui s' è inspirato sempre Almerigo.

Riassumo ciò ch' è dover mio di gratitudine e che si lega, oltre alle cure sapienti e veramente fraterne di Almerigo, alla memoria del conte Giovanni da Schio, autore dei memorabili delle famiglie vicentine. Il suo bravo figliolo ha eziandio insegnato il modo di restar nobili e diventare operai.

Ecco alcune calde parole da lui dette all' inaugurazione delle fontane di Schio:

« … ciò dimostra che a Schio siamo tutti operai, sia con la testa sia con le braccia, e perciò siamo tutti ricchi, sia di una lira, sia di mille; ciò insegna che così va intesa la uguaglianza e la fratellanza delle classi sociali, perchè la forza di tutte insieme approdi alle grandi cose. »

O non vi pare una bellezza questo discorso a cui sono analoghi i fatti? o non vi par che sia giusto la maniera di gettar acqua nell' incendio e di smorzare il petrolio?

Circa alle due pomeridiane si riaprono le officine nella fabbrica Rossi, e noi vi entrammo, condotti da un educatissimo giovine, che la gentilezza del signor Senatore ci assegnava a guida.

Oltrepassato il cortile, s' entra in un' officina, detta sala della Filatura, che già dal camerino del portinajo si vede, perchè è tutta a vetri, e pare un gran châlet lavorato a giorno. Fin da quando, come un eden vietato, l' occhio lo fissava da lontano, vôto, qual era, avea un aspetto singolare e bello, ma al porvi il piede, mentre tutti gli operaî vi lavoravano, provai una sensazione, cui non temo di esagerare chiamandola sacra. Forse per effetto di quel po' di poesia, che portan con sè i figlioli d' una musa, mi parve d' entrare, senz' altro, nel tempio del lavoro.

Dal tetto, costruito alla Belgica, a finestroni paralleli, specie di grandi abbaini, uno dietro l' altro, piove tutta la luce possibile nel laboratorio; veder tutta quella gente intesa chi ad un' opera, chi ad un' altra, e che seria, ma non malinconica, invigila l' opera delle macchine, lo strepito continuo, vario, il tremolìo che fanno, il luogo ampio, spazioso, che ricorda un cantiere d' arsenale marittimo, o un magazzino da vele … E tutto ricorda il mare, par d' essere in un immenso naviglio, chi è avvezzo a vivere in un porto ci respira la sua aria, ne sente il sereno; chi frequenta scuole ed asili trova qualcosa di quell' ordine, di quella calma, qualcosa di quella severa letizia, e quell' attività e quel sentimento di sicurezza, che fa parer bello un sito, e nobili le sensazioni ch'esso produce.

Il lavoro di quella sala si spiega col suo nome, ed ha tutti gli apparati meccanici neccessarî per ridurre la lana da greggia a filata e torta, pronta per la tintura; ossia prima è largo velo, poi grandi falde, quindi più strette, poi unite a più fili, si torce, s'annaspa, s'aggomitola.

Gli uomini, che ci lavorano intorno, son sussidiati, pei movimenti dei rocchetti, da ragazzini di circa nove o dieci anni.

Dal bel salone della filatura si passa in altra stanza di fianco, ove stanno le rote principali, che dal gran motore son fatte girare, e da cui deriva il movimento dei magnifici e complicati meccanismi di quella prima officina. Nella seconda stanza altri ve ne hanno e, in un riparto, i lavoratori di cuoî per le correggie delle ruote.

Usciti di là, ascesi per la larga scala a chiocciola, si va alla sala della tessitura, tutta telaî a macchina, robusti, massicci ove sono lavorati panni e flanelle a colori diversi; ve n'han colle spole a revolver, ossia quattro o cinque navette che, rapide come freccie, vanno e vengono, si scambiano, passando fra l'ordito. In un'altra sala, che segue, si tessono pure lane e flanelle.

In una di queste ci accadde di vedere una flanella, che mi parve riconoscere. — È stoffa per l'esercito — disse l' egregio nostro cicerone.

— Ah! esclamai con giubilo — e volevo aggiungere — Quei bravi gesuiti vengon dunque dalla nostra, son loro a vestire i nostri cari soldati! — Perchè sullo stradale da Padova a Vicenza avevo udito che la fabbrica Rossi va per conto dei gesuiti, e che il cavaliere è un famoso codino … Di quelle storielle, che del resto i cattivi fan benissimo a inventare, dal momento che c'è sempre qualche anima pietosa a portarle in giro.

— Vorrei — dissi — che molti seguissero questo esempio. Che tutto si fabbricasse in casa, che si facesse venir dal di fuori soltanto ciò che non si può assolutamente fare da noi. Che, in nome del decoro, dei dolori passati, della nostra futura sussistenza stringessimo tutti un patto. lo mi auguro che incomincino le nostre care e belle giovani, regine della moda, e tengo che a noi si conviene anche esagerare, essere esclusivi, pedanti … fummo per tanto tempo vili, calpestati, derisi … oh chi potrà rimproverarci, se, a mettere noi stessi al livello delle altre Nazioni, facciamo anco una caricatura, uno sforzo per sì grande opera, qual è la compiuta costituzione e indipendenza d'un popolo?

Domandai quindi come l'andava a scioperi, e intesi che la fabbrica di Schio è un vero modello. Credo una volta sola insorgesse qualche velleità di ribellione, ma che accorto, Alessandro Rossi da vero re e padre degli operaî, rinnovasse l'apologo con cui Menenio Agrippa avea persuasi i popolani di Roma a non morire essi spontanei, privandosi del loro capo.

Quattro parole schiette, semplici, oneste che dicano — La cosa sta da qua fin qua. Per me, vedete, vi posso perder qualcosa, ma voi potete perder tutto, pensateci voi altri… — È la migliore, e s' è visto al re de Belgi se valse a mantenergli onore e trono.

Di fatto sarebbe Schio, oppure Alessandro Rossi che perderebbe di più? Se da 18 operaî in cui incominciò del 1817 ora ne ha 1200, se ha aumentata Schio d'una metà nella popolazione?

Fummo poi condotti più in su alla sala delle ripassature, se non erro detta nopajo. Qui v'ha quiete e niente susurro. Qui donne sedute che esaminano i panni, svolgendoli da un cilindro e facendovi, se occorre, le rammende. Uomini, invece, caricano di filato i grandi cilindri pei telaî e poi da una bottola o apertura quadra li calano nelle sottoposte sale. Altri piegan le pezze di panno. V'è un cilindro a vapore con cui si stirano le pezze ripassate.

Molto ci piacque, da un'altana elevata, dare un colpo d' occhio, alla sottoposta fabbrica che abbraccia un'area di 30 mila metri quadrati, ed alle chiovere, così chiamate dai chiodi, a cui s'appendono ad asciugarsi le lane. Il tetto del salone della Filatura ci apparve anch'esso, tutto com'è, co'suoi grandi abbaini che, simili a denti di sega, la tagliano traversalmente: scorgemmo i cortili, il gazometro, i magazzini degl'invalidi, ossia dei telaî e degli arnesi smessi.

Di là gode la vista percorrere la cerchia dei colli, o a dir meglio dei monti, che coronano quella regione. Appena rarefatta l'atmosfera dalla passata burrasca, limpidissimo il cielo, d'un bel verde, o d'un bel viola le falde, sterminata la pianura davanti.

— Per di là del monte c' è Piovene — disse il garbato giovane, che ci conduceva. Piovene, ossia un' altra fabbrica Rossi, con una sala fra le notevoli, non già d'Italia, ma d'Europa. Ricca d'un getto d'aqua, che scaturisce dalla viva roccia: getto d'aqua viva pittoresca alla vista, potente nell'efficacia.

Poi si enumerarono le fabbriche, gli stabilimenti, le officine, le cartiere dei dintorni non appartenenti al commendator Rossi, ma bene avviati e ben promettenti.

Salve, o bella provincia di Vicenza, fertile d'ingegni alacri e gentili. Salve, o vivo esempio al nostro paese, o cara e preziosa Manchester d'Italia!

Poi scendemmo.

Cosa dire di tutto che v'ha nel pian terreno?

E gualchiere e canali, dove col mezzo di strumenti, che battono assidui si purgano le lane, e tintorie; poi la sala dei testori a cilindro che fan l'ufficio delle cesoje, per ricimare il pelo ai panni, poi l'essiccatojo a vapore a non so quanti gradi, le sono cose da soffocare al solo affacciarsi… I forni, i caloriferi, poi le macchine motrici di tutto. Certe macchine Ugues e Teston, che fan paura al solo vederle, con quelle loro due zanche o membri, detti colli d'oca le quali, come stantufi, si avanzano e retrocedono, rapidamente inesorabili, mortalmente dannose a chi troppo le avvicinasse. Del resto tutto in quei paraggi ha un aspetto pauroso, le può coprire un'insidia.

Sian forni, sian rote, sopresse e strettoî, sia filoni d'aqua mezzo nascosti, a cui si passa vicino, sian forbici, sian turbini, sian oche tremende! Bisogna stare sopra sè stessi, e guardare dove si mettono i piedi.

Trovo, a proposito del combustibile, in una memoria scritta da un giovane dell'Istituto tecnico di Torino e stampata a Vicenza, menzionate le caldaje solari. Di fatto mi pare opportunissimo questo cenno. In che modo poi le si possono applicare, io non dirò, che non m'intendo; manderò piuttosto, e non senza un vero compiacimento, manderò a consultare la memoria sulle caldaje solari del conte Giovanni Mocenigo da Vicenza; memoria, che merita serio esame, che ciò ovvierebbe al perico lo delle torbiere scarse od esauribili.

Per ultimo visitammo i depositi delle lane, ancora imballate, strette nei cerchi di ferro, come vengono dalla Russia.

Lì accosto ci fu mostrato il teatro, e con mio stupore intesi che vi si preparava lo spettacolo d'Opera.

Scambiate alcune parole, ringraziato a voce il figlio del Senatore, mandato a me espressamente, per esuberante gentilezza del padre, ch'era inteso a serie occupazioni, partii. Partii senza chiedergli se quel teatro, che è annesso o attiguo al Lanificio, gli appartiene, e se quell'opera è per gli operaî o pel bel mondo, per l'high life di Schio e della provincia.

Questo dubbio avrei potuto levarmelo dopo, ma non volli, per avere il pretesto di fare, a questo proposito un po' di predica, privilegio ordinario di chi naviga dalla brutta parte della quarantina.

Se il teatro Jacquard rappresenta spettacoli d'opera (di ballo non credo), almeno saran molto severi nella scelta dei soggetti. Daranno opere come i Lombardi, il Nabucco, i Promessi Sposi, opere insomma, che non esaltino la fantasia del publico a cui pajono destinate. Gli è un terribile publico quello là e delicatissimo.

Cosa gli giovi udire un Arturo qualunque sdilinquire per un'Azema, sublimarsi alla vista di quegli eroi sdolcinati, indorati, e di quelle regine di carta pesta, non si può intendere. Avvezzarlo anche a quei falsi splendori sarà bene, ma è pericoloso. Perchè la vita dell'operajo che tanto decantiamo, consideriamo degna, onorifica, quella vita a noi, che ci stiamo due ore, può parere bellissima in vero. Ma per chi ha da starci sempre! Poco più che macchine: qua affogar dal caldo, là bagnarsi nell'umido: qua badare a un cannello che vada per una parte, là invigilare perchè una correggia non esca da un'altra. Che vita!

Non deve tremare un capo fabbrica di portar in mezzo a quel severo recinto, a cui si può dar veramente il nome, che diede alla sua fabbrica l'esimio Rossi, dicendola Basilica (cattedrale), non ha da tremare, di portarci qualche cosa delle insidie, delle seduzioni mondane e profane e delle più corruttrici e delle più snervanti! Non si terrà mai per un impresario, ma vorrà quel teatro per una buonissima ragione, egli che, mercè le sue provvide cure, ha ottenuto che l'igiene del suo stabilimento non abbia più del tre per cento dei malati sui sani, egli che vi istituì società di mutuo soccorso, asili infantili, scuole, casse di previdenza…

Bisogna, io dico, ringraziar Dio che stabilimenti di questa sorte siano in un piccolo paese. Tanto meglio se sarà in un'aperta campagna, in aria pura, in mezzo alle grandiosità delle bellezze di natura, nella sua quiete maestosa, consigliatrice di riposati pensieri, di opere proficue, che alle vene dà sangue e temperanza all'anima.

Canti patriottici, scene famigliari, cose miti, soavi, in cui si sviluppi il sentimento dell'affetto domestico, il sole permesso alle moltitudini legate all'industria, e sopratutto cose in cui si rinforzi il sentimento religioso. Non pedanterie, nè bigotterie, ma sentimento religioso, perchè è, perchè deve essere il loro sole. Potrà ognuno discutere i dogmi, negare ogni verità ad una ad una. Rimane che la Fede afferma, ed è la vita. Il dubbio nega ed è la morte. Per questo è il sole.

Chi volesse prendere in mano un raggio di sole cosa stringerebbe?… nulla. Ma il sole c'è. Astro lontano, mondo fulgente, immenso centro d'una forza la quale, col solo moto, anima elementi che a quel palpito divengono luce. Ma è il sole. Non gli si può paragonare nulla, nè sostituir nulla. È sempre lui nella sua manifestazione, ne' suoi risultati, splendidamente alti, unicamente potenti.

Intendo che ai nobili sensi di pietà, di famiglia, di patria è dato scongiurare i pericoli, esagerati dal mondo circa gli operaî, ma che non si possono del tutto negare. Intendo che i signori, i proprietarî, i capi fabbrica, i capi-casa, i capi-scuola, hanno, senza scaldarsi la testa a veder nell'operajo un nemico, hanno a pensare per lui. Hanno ad amarlo, ad occuparsi di lui, e ancor più che di lui, di loro stessi. Viver temperati, non fare sfoggio d'un lusso inconsulto, non farsi apostoli di miscredenza e di materialismo, non insegnare nè colla parola, nè coll' opera il disprezzo d'ogni autorità.

Ci badino! un po' d'esame di coscienza! Guardino cos' è nato altrove, non per colpa di chi era a pianterreno, ma di quelli, e più di quelle, che abitavano i primi piani, e pensino a tenersi bene ritti, per non esser mandati per aria loro e quei bei ninnoli di lusso, a cuit tengono tanto.

Bisogna dar mano tutti moralmente; porre argini, incanalare il torrente, che ingrossa e, non tenuto nelle ben costrutte dighe, potrebbe straripare con alto danno d'irreparabile desolazione. E se così parlo, parlo in genere, e dico a nôra perchè socera intenda, perchè ho visto che invece di riformare il pubblico c' è da istruire gli attori sul teatro, da educare i parenti più che i figli nelle case, i maestri molte volte più che i bambini nelle scuole, i padroni molte volte, più di famigli, gli alti insomma più dei pusilli.

Dalla società antica, che non conosceva se non il cittadino e l'eroe, emerse nobilmente, col cristianesimo, l'uomo. Da questa, in quella che si sta maturando, sorge virilmente l'operajo. Se tale sarà l' ultima forma delle società umane, se attingerà il suo perfezionamento o toccherà la rovina e lo sfascio, questo è il segreto di Dio.

Noi, fermi fra l'egoismo dei ricchi e la violenza dei poveri, dobbiamo dirigere a nobile segno, polo d'un'eterna idea, ogni nostro pensiero, ogni nostra azione; trasformarci nei nostri costumi, lettere, arti, relazioni intime ed esterne, perchè dal Mongibello in eruzione non iscaturisca la morte soltanto; perchè la sua luce illumini e non incendii; infine perchè il cambiamento si operi con meno urto, conservando in quello che si può e si deve conservare, il passato.

Della civiltà d' oggi io dico ciò che un dotto e chiaro scrittore, il conte Ermanno Lunzi, ha scritto del Cristianesimo, in relazione alla storia universale: « Il Cristianesimo, il quale con varie vicende si venne svolgendo nei trascorsi secoli, si svolgerà nei futuri, lo stesso pensiero acquistando maggior ampiezza, e dallo stesso principio essendo cavate nuove conseguenze. »

Lessi inoltre come i selvaggi delle isole Sandwich credono ereditare la forza dal nemico vinto, e la cosa mi par giusta. Del tempo antico, del feudalismo, da noi con tanti sacrifizî debellato, acquistar il meglio, sentirci gli eredi di quanto han di grande e sopratutto di forte, ecco il nostro còmpito. E che ciò che ha da sparire si ritiri come il borace, quando ha purificato l'oro, o per servirci d'un paragone più adatto a questi poveri studietti, somigli al cader della fioritura, che lascia il posto ai frutti, e abbellisce coi petali sparsi ai piedi degli alberi, il suolo del frutteto.

Venezia, nel dicembre 1871.

Poscritto. L'inaugurazione a Schio della statua, ordinata dal Re degli operai, al re degli scultori moderni, è una prova di più della idealità, polo sublime alla vita umana. Cos' è una statua? Cosa c'entra in quel luogo? È un arnese da far tela?.. Eppur mille e mille cuori palpitarono all'inaugurazione d'un'opera scolpita, che sta là per attestare la divina potenza dell'arte; là di dove dalla credenza, voglio dir dalla negazione, materialista sarebbe esclusa.

Venezia, Ottobre 1879

PER MONTI E PER VALLI

Trovarsi al caldo, al sicuro, nella quiete, in bella compagnia; andare al freddo, alla piova, esporsi ai rischi d'una stagione rotta, per monti e per valli, forse in pericoli, ma certo in solitudine, questo si dice essere un poco matti.

Ma senza esserlo un poco non si dipinge e non si scrivono corseggiate pittoresche. E se il più brav'uomo del mondo, il più gran dottore vi facesse, in uno stile appuntato con gli spilli e con le gale allo sparato della camicia una esposizione artistica, c' è da scommettere che e' ci mettesse pur anche l'arco della schiena, non riuscirebbe a piacervi.

Il primo passo fu bello, tutto sentore, tutto profumo di olea fragrante, di tuberose, di geranî e fiori d' arancio. Fidatevi all'olezzo dei fiori! Più volubile di certi cuori, innebria e passa. Sulla montagna di Fadalto cominciò la piova, il vento, l'inferno. Non ci si vede più, le nuvole investono la carrozza, quel solo che si scorge al basso è il Lago morto.

Ahime? non più laghetto di Scozia, da guardarlo e sospirare al chiaro di luna; cupo fondo d'un cerchio dantesco, nero imbuto di non so qual voragine ignota, il vento lo commove a onde funebri. Di bel dopo pranzo è già notte, solitudine paurosa… ma bisogna montare, montare, ciò ch' è arduo più che scendere, tanto più in mezzo a quell'orrore.

Il diluvio continua, la piova batte a stravento; non c' è angolo nella carrozza dove si possa ascondere la faccia, livida pel gelo. Il cocchiere non può più reggere le redini. Ecco begli accidenti da raccontare, dopo passati. Qualcheduno tornerebbe indietro, ma chi ha fisso il chiodo d'andarne fuori in ogni impresa, piccola o grande, va avanti. Avanti! in onta all'acquazzone, agli aquiloni, all'erta difficile, al bujo, ai cavalli che scivolano. Avanti, avanti e sempre avanti. O non è il caso di dire excelsior? Col buon tempo sanno andar tutti.

A Santa Croce si deve fermarsi, impossibile proseguire, una notte da ladri. Si scende, si entra in cucina per abbrustulirsi al fuoco; poi si va a letto. La bufera nella notte si scatena, dalla gola d'Alpago vengono, urlando Borea, Austro e tutti i venti di nome classico. Si incontrano con Libeccio e Scirocco furiosi. La ridda infernale, da essi ballata nel convenio, io non posso dipingerla, perchè non l'ho vista, ma le imposte scassinate, la piova, che batte come gragnuola, dicono abbastanza.

Alla mattina su! Presto in carrozza e nel partire si ripetono le domande affannose. Ogni paesano, ogni servetta pare un oracolo, un Mathieu de la Drôme.

— Pioverà? farà buono? — Cosa dici, bella mia? — e voi brav' uomo? — Dopo le risposte se ne sa quanto prima, ma tant'è, non si può tenersi dal cavare gli oroscopi.

Nulla ostante che siano lieti, il tempo imperversa. Bisogna tenere il landeau chiuso, viaggiare in un cassone … le son cose da piangere, ma immollarsi fino alle ossa è impossibile. Il lago appena si vede, confuso con l'acqua che riversa il cielo; solo in fondo, presso le montagne, là sotto la bella Vignona una linea bianca, quasi un vapore, segna il suo limite.

A Capo-di-Ponte ci si presenta la maestosa stretta del Cadore, dove entriamo e che, con quell'ordine, appare la entrata d' un circo anatomico.

A Longarone altra sosta, altro abbrustolimento al foco. La cucina è là che ci aspetta.

Care cucine del Cadore, voi ne siete l'emblema, la sua moralità, la sua civiltà. Ara della famiglia, pietra di conforto, di sostegno e di nutrizione, attorno di voi meglio che nelle anticamere delle reggie il core si scalda, si feconda alla vita. I Dei penati e i Lari domestici hanno fedele stanza sotto il vostro padiglione. Dio voglia che essi non sentano mai altro che parole oneste, di famiglia e di patria secondo che voi, discreto loro nido, potete ispirare.

Il focolajo del Cadore e di molti paesi Alpini è una pietra quadrangolare, o meglio un parallelogrammo cogli angoli a ottagono. È bassa, isolata in fondo alla cucina, anzi per lo più in una specie di cella o alcova, dove torno torno si gira in una stretta callicella. Al muro, fornito di finestrini, son addossate le panche, affinchè gli ospiti possano starsene seduti a chiacchera. È bello, tenendo i piedi appoggiati al focolajo, guardar fuori; il contrasto fra l'orrore della bufera e la bella fiamma tranquilla porge alle teste poetiche più di un paragone, che non importa riferire; a tutti il suo.

Mi piace piuttosto parlando del focolajo disegnar gli alari; enormi, alti, terminati al vertice da un recipiente a giorno da contener mestole, mestolini, e simili arnesi. Da essi pendono anche palle, pallette, schiumarole, molle. Una sbarra traversale congiunge al piede i due alari, non senza ornamenti di lamine ricurve a modiglione, che la rendono più solida a sostenere i ceppi, le legne, gli alberi adagiati, secondo l' uso nordico, verticalmente per mantenere il fuoco.

A Longarone v'ha di più: il focolare ha due mense mobili, fisse al muro, sospese a uso bordo o calate, se così posso esprimermi, qual boccaporta, quando occorra a chi vuol rifocillarsi senza abbandonare il tepido ambiente: così si fece.

Dopo di che, lasciati cari saluti, si riparte tra una goccia e l' altra, col freddo, col vento, fra la tristezza, coll'incubo di un cielo tra l'uragano e un brutto tempo invernato: fra le mille interrogazioni e risposte, gl'iterati augurî a cui si vorrebbe dare interpretazione di lieti, ma che lasciano nell'incertezza di prima … Si riparte perchè bisogna andare avanti.

Il paese prende un carattere più severo, quanto più si monta. Le falde, vestite o semi-vestite, si dipingono d'un colore d'un fogliame denso, misto alle aride tinte della roccia, di cui via via s'affiggon le pareti dei monti. La piova non cessa dal perseguitarci; sulle rigide fronde dei pini e degli abeti s'imperlano lacrime. Dai rami frangiati dei larici scoloriti cadono stille, come il sudore dai capelli dei tisici. Le mughe escono, sulle cime, da sotto terra, quai prefiche annunziatrici di sventura. Si sale di zig zag in zig zag, si va internandosi negli anfratti delle Alpi, finchè, fra una ventata è l' altra, si giunge a Tai.

— Pioverà? — dissi ad una buona tedeschina dalla sottana corta, dalle trecce sulla nuca, infilzate cogli aghidal pomo a filigrana; zigomi rilevati, espressione ingenua ed umile.

— Quando fa chiaro fra il Rite e il Pelmo è buon segno.

— Dici davvero mia buona tedeschina? — il cielo ti rimuneri, chè la tua parola mi dà la vita.

Oh Dio, pensar di rimanere otto giorni in quei greppi, con quell' ordine e per divertirsi!

Intanto che si aspetta il desinare, l' occhio attraversa gli orti, i broli, i prati, la collina; fissa il vertice della montagna di Rite, aspetta e palpita.

Da un momento all' altro una nuvolaccia paurosa e gravida di misteri, che pare incomba e minacci sul torrazzo del Pelmo, cambia ciera. Le sue rotondità di bambagia prendono le tinte soavi del gialletto, del rossetto dei pomidori, dei nasturzî fin a parere amaranti o verbene spremute. Poi la si squarcia, compare il Pelmo brillante e la cima severa del Rite. Il cielo si apre e sorride timido, ma giojoso, come chi fa pace dopo un lungo dolore. Eravamo redenti dopo il brutto lavacro.

Oh! cara tedeschina, tu ha' pur detto la verità, quel chiaro valse per noi l'arco baleno.

Una buona notizia non vien mai sola, la signora Luigia Zanetti-Tomas, albergatrice a Tai, ci annunzia che avremo una famosa bestia selvatica per l' arrosto; e col cuore tranquillo e l' appetito agguzzo si siede a tavola; dopo della quale si va a quel benedetto focolajo a far quattro chiacchere, ad ascoltar la musica dei citaredi ambulanti. Due che suonavano il violino ed una Schiavona la chitarra. Tre macchiette da far piacere a guardarle, anche senza sentir la musica. Poi si va a letto, per levarsi a tempo e veder presto l' indomani realizzato il sogno, il sospiro di tanti anni: voglio dir l' Antelao.

Qui miei cari lettori, ho a chiarirvi come in questa rapida corseggiata io non intenda offrirvi la Guida del Cadore, perchè non avrei tempo, perchè la guida del Cadore l' ha fatta il nostro bravo professore Ronzon.

Sapiente, ricco di coltura e di poesia di quella, che si ha in petto più che nelle rime, egli si contentò di scrivere una guida, la quale ha tutto quello che può occorrer e. Indicazioni d'osterie, messaggerie, distanze, notizie che non escludono le belle pennellate pittoresche, e tanto da adontarmene, perchè mi ruba il pane: non escludono gli accurati studi scientifici, le nozioni biografiche, poichè egli, accanto ai geni ed agli uomini forti, volle menzionare le brave donne, le madri-famiglia, che seppero esser padri.

Al bravo Ronzon riuscia forse, quanto a un altro, buttar giù spropositi e invece fa da Cicerone di casa sua. Benedetto lui e chi lo ispira; dev' essere un mite genio amico ai dolcissimi lari, unica religione che ci resti; sia encomio e buon augurio a chi forbisce pietre preziose, a tutti sconosciute, nascoste finora tra i capelli della gran madre risorta. Questa parola mia dev' essere tutta di laude e tacere non il biasimo ma le necessarie deficenze. Intendo che, ristampata, a questa Guida si aggiunga tutto che è del Cadore, la Flora, la Fauna, tutte le indicazioni precise geologiche, palmo a palmo, passo a passo; arduo ma nobile cimento, perchè un popolo è tanto più padrone di sè, quanto più si conosce.

Nemmanco descriverò io queste prealpi superbe, nelle gole di cui s'interna chi viaggia nel Cadore, dopo Tai.

La descrizione io riservo a un altro lavorino, se ci arrivo.

E perciò che accenno soltanto come, ripresa la via alla mattina dopo, tutto ci apparia bello: le montagne fiorite, la nebbia librata sulle valli, danza di silfi festeggianti il sole, che le screziava di mille iridi. Si fe' sosta in un Châlet di S˙ Vito, proprio Châlet di legno pulito, lustro, adorno di dentro e di fuori, e qui sta meglio che al Lido. Sulla facciata del Châlet s' arrampican le clematiti; è popolato nell' interno da una cara famiglia, che tutti si vogliono bene, mamma, babbo, puttini e puttine; tutti biondi come l' acajù, con occhi d' un celestino come il fior della cicorea. Quieti e contenti nella loro santa ingenuità, più che i gran signori nei palazzi di marmo. Dopo di che, passato il confine, si fu a Cortina d'Ampezzo.

Ma a chi va per monti e per valli accadono di gran cose. Udite avventura o sventura.

In quel dì avvenne lì davanti alla locanda, sotto i nostri occhi l' incontro del Principe ereditario Rodolfo (o Rodolfolo?) e quello del Vescovo, il quale da molti anni non visitava la Diocesi; e che di più avea lui cresimato Sua Altezza serenissima, il kronprintz, arciduca Rodolfo. Sicchè a un dato momento si videro uomini, donne, bimbi, in due file, coi loro abiti da festa, ritti interriti, le braccia inarcate e le mani dure e pendenti ai femori; chi reggendo gonfaloni, chi stendardi e bandiere bianche e rosse (Ampezzo è quasi indipendente) e tener loro dietro l' autorità, col noto enorme raviolo, orlato di piume in testa; poi i notabili del paese con grande sfoggio di puntapetti, a due e tre, sugli sparati della camicia e sulle cravate di raso.

A un dato punto s' udirono gli spari e dal fondo di quell' immenso anfiteatro, che ha per solajo i prati più verdi e più sinuosi e in retro scena la Seekofel, la Pomagagnon, la Tofana, brillanti di neve, avanzare una carrozza. Era il Vescovo.

Non vi dirò gli incontri, i saluti, le scappellate, gli inchini di quei ravioli a piume arricciate; non sapevo in che mondo mi fossi. Or fa l'anno a Livorno in un teatro, che festeggiava l'incontro di noi a Roma, là il caldo ardente; qua un freddo da tremare; non sapevo se ridere o piangere.

Poco dopo un nuovo rimescolio di gente e nuovo avviamento di processioni; torna in campo una signora, vestita a nero e le sue scolare; i monelli impalati, gl'impiegati, i notabili in gala.

I mortai scoppiano, un fumo azzurrino si sfalda dal campo di quell' immensa scena. Questa volta è il principe in persona. Questa volta mi tocca sentir l'inno sonato dalla banda del paese, chè militari non ne ho visto: l' inno è bello, sonato bene, lo udimmo nella nostra infanzia e lo credemmo nazionale. Al monotono ritornello si svegliano in core le dolci memorie, confuse con quelle di dolore come i serpi colle erbe dei pascoli. A desso piango alla prima.

Sua Altezza imperiale salta giù dalla carrozza. È un giovine in sui venti anni (ancora ho il rombo del cannone che salutò nel 1858 la sua nascita). Biondo, col labbro di casa d' Austria, veste un soprabito lungo, in testa un cappellino tondo, eguale a quello delle donne d'Ampezzo, che del resto lo portano come quello degli uomini, fuor che la piuma: è piccolo, nero, semplice, basso.

Qui mi cadde in acconcio, a proposito di cose frivole, dir cose serie.

Il vestito delle donne in Cadore mi pare nobilissimo, colori quieti, per lo più di pannino scuro, si compone d'un guarnello, appena assestato alla vita; non ha ornamenti, solo qualche volta un finto collare di velluto, che si disegna a punta sulla schiena e si chiude sul petto. Una sottana non troppo corta, non troppo lunga… Oh! quella sudiceria di strascico non la si vede qui, come in altri siti. Le vecchie, all' antica moda, la portano a faldoncini riboccati, stretti l' uno all' altro. La calzatura è per tutte di feltroni (scalfarotti) oppure di stivaletti, allacciati sul davanti e calze scure. In peduli o scalzate non ne ho visto nessuna. Becerume qui non ce n' è; acconcie, pulite, una semplice treccia, che vien fuori dal cappellino tondo e che parrebbe tutt'uno se il color dei capelli, per lo più biondi e due aghi d'argento, non la rompessero.

Le donne qui lavorano; camerieri in locanda nessuno, tutte fraile. Belle tedeschine, educate, graziose, pronte e armate di sostenutezza, anche quando fanno e lasciano fare il chiasso. In loro è natura e apparisce studio.

Dissi qui le donne lavorano; ero al bersaglio iniziato dal principe Rodolfo, che si aspettava, e vedo una donna venir pei prati con un dispaccio in mano. Odo ripetere. Sua Altezza non viene, ha mandato un dispaccio. La tramessiera era lei, quella buona paesana.

Tutte dunque lavorano, persin tiran la carretta … e si dice pigri agl' italiani, indolenti, poltroni. Vorrei vedere qual uomo in Sicilia e a Napoli permette alla donna di faticare così; e quel petto, dedito prima alle opere della maternità, lascia trascinare alle fatiche di bestie da soma. Non intendo dir che sia male, troppo ardui son questi problemi; penso e ripenso.

Mi piacque in mezzo a quel freddo e quella neve in settembre scrivere a Mario Rapisardi. Anco (e lui è tanto nobile che non se ne offende a sentirselo a dire) anco se scrive cose da spiritar cristiani, è un genio; e dal genio c' è più da sperare che temere, porta luce, lucifero sempre e da per tutto. Guai agli spiriti deboli e melensi, che non sanno stare con Dio, nè col Diavolo. Questo mi osserva un prete di talento, primo lui a riconoscerlo. Scrivo dunque guardando le nevi dell' Antelao al poeta dell' Etna. — Qui la donna è uomo. Ma da questa donna vengono uomini forti, soldati, alpinisti, cacciatori. Nessuno ha vergato, con minori mezzi, in cifre più sublimi e incancellabili per volger di secoli, pagine più belle di quelle, che col solo loro nome scrissero questi Leonida sulle cento Termopili del loro Cadore.

Dalle Spartane ignorate di questo versante delle Alpi uscì gente intrepida, cocciuta, formidabile, severa come gli abeti delle sue foreste, e dura come le roccie dove è nata.

Agli altri le chiacchere a questi, fatti.

Una nazione di uomini così non si lascia soggiogare. Io consiglio i miei lettori a scorrere la meritamente lodata guida di Ronzon, e notare le battaglie e le vittorie di questi Alpigiani contro gli oltramontani invadenti, e ciò non soltanto oggi, ma jeri; vedano solo in Vigo, fin dal 1344.

« Nel punto più culminante del pase sorge la chie setta della difesa, caro e venerato monumento di a mor patrio, eretto nel 1512 per voto degli uomini del luogo alla Vergine, perchè li difendesse dai Tedeschi. Al fianco sinistro dell' altar maggiore conservasi an cora religiosamente questa rozza ma preziosa iscri zione: MCCCCCXII adì X Dhcembrio. siando el paese in grada fortuna da Todeschi el Plebano con « el suo popolo fece vodo de fare una gesia a laude della Madona, »

È meglio che la donna sia educata seriamente al lavoro e alla sobrietà? sarà un danno se, umile e forte, non per fumare l' avana, nè per sciorinare sconciamente la propria vanità e, senza criterio, far da dottora in pubblico, ma per educare uomini, e reggere, al caso di vedovanza, le redini da uomo nelle loro famiglie? Non mi par nemmen dubbio.

Ritorno il dì appresso dall' aver impostata la lettera a Rapisardi, quando mi cade l' occhio sulle pareti laterali dell' albergo, dianzi intravviste. Osservai in belli, succosi e vivaci affreschi la vita dell'uomo in quattro riparti.

Primo — il bimbo giuoca coi compagni fra la neve.

Secondo — il bimbo, fatto addoloscente, discorre ad una ragazza sotto un pergolato, e le cime del monte si incoloran di rose.

Terzo — il ragazzo è uomo, padre, genero, figlio, scherza con un bambino, un altro è nella cuna, fatta a madia o vanduja come usano in Cadore, piccoletta, colla base piena, concava da dondolarla e altalenarla, o, a dir meglio, per cullare il bimbo.

Quarto — un vecchio solo abbandonato, appoggiato al letto…

Domando chi fu a dipingere? — mi si disse: — Ghedina.

Conosco sue opere d' uno stile severissimo, studiato a segno da simulare l' antico, e non mi par vero che sia lo stesso autore dell' Amleto a dipinger con la semplicità di scene domestiche. Guardai l' altra facciata a figure allegoriche. Tutte belle; tavolozza, disegno, effetto …. Ma quel vecchio mi stava a cuore.

Domandai se Ghedina fosse in paese per parlargli; Sua Altezza l' Arciduca Rodolfo l'avea fatto domandare.

— Veda che gli discorre poco discosto da not.

Feci due passi lungo la via, che costituisce il paese, strada bianca, in pendio fra due file di case, interrotte da altre contrade, piazze, orti. La locanda è l' ultima, dopo vengon prati e monti.

Il figlio dei Cesari e futuro imperatore di tutte le Austrie e Ungherie stava seduto sopra il timone d'un carro di legna e lo facea dondolare. Stava composto, confidenziale, beato d'esser lasciato quieto, senza urrà, fuochi del Bengala, bande e discorsi di notabili.

Per non insudiciarsi i calzoni nel fango, li tenea rilevati al collo del piede e mostrava due bei stivaletti di pelle lucida a bottoncini.

Non osai avanzare, il principe saluta tutti, manieroso e discreto; volendo, potevo parlargli, ma tutte quelle gran corone, che porta in capo mi fecero paura. I principi mi piace rispettarli e stargli da lontano. Attesi che Ghedina fosse libero; di fatto, appena potè, mi si fece incontro più disinvolto che in queste contrade non s'usi. Si vede che della vita veneziana non ha potuto perdere la scioltezza, l' amabilità insuperabili.

Allora gli dissi tutto quello che mi parve sulla bellezza di quegli affreschi, egli mi rispose che ebbe in idea di dipingere prima quelle scene in costume del cinquecento, e poi si limitò a quadri, cosidetti, di genere. In ciò egli fu veramente ispirato. Perchè rappresentare forme che non ci sono più? … Ha fatto benissimo.

— Ella, così severo nei quadri di stile, ha tanto brio in queste scene? … Una cosa però mi dispiace, è quel vecchio solo, il lavoro è bello, il senso è triste. Ella non dovea segnar una pagina che demoralizza.

I nostri buoni vecchi si sarebbero scandalezzati a questo francesismo, adesso si demoralizza a core tranquillo.

— Ma l' uomo quand' è vecchio… — cominciava Ghedina.

— Può esser vero — lo interruppi — vero in qualche cosa, ma non s'ha a proclamarlo: il verismo, come lo chiamano, non può rivelare certe piaghe … Come? una pagina vista da tutti, sentita da tutti colla magìa dei colori, con quello che hanno di più efficace le arti rappresentative, resterà eternamente a torre il coraggio a chi ne ha tanto di bisogno? L' uomo, simile all' eider, si leverà il meglio delle sue penne di sotto l'ala, per farne il nido a'propri nati, e finirà solo, peggio d' un cane? … non è vero signor mio, i vecchi, che meritano, non son lasciati soli. Vuol ella ch' io le faccia toccar con mano l' esempio? La venga con me nella mia Treviso; le farò vedere un vecchio rispettabile, sorretto da una figlia sublime, una che lasciò la pittura (per la quale avea lasciato tutto), sibbene la potesse, nel suo genere, dirsi non rara, ma unica, tenendosi le sue Addolorate, insuperabile tipo divino. La vedrà questa figlia infelice, ma serena, qual è chi adempie un dover del cuore. E il vecchio venerando non è solo condotto per le vie da questa ch'io chiamo Antigone del Sile, ma dal figlio, padre lui stesso e presidente d'un tribunale.

Ghedina tacque. Egli non potè contraddire. Forse nel suo interno piacque al brav'uomo esser contraddetto coll' esempio d' una che gli fu consorella d' arte all'Accademia di Venezia e che potè lui stesso valutar quanto merita.

Gli domandai il permesso di stampare quello che dicevo. E di ciò non ho altro da aggiungere. Accenno soltanto che prima di partire da Cortina d'Ampezzo assistemmo alla partenza di monsignor Vescovo ed a suoi inchini a Rodolfo, che stette col cappello in testa, mentre Monsignore mostrava a nudo il cranio, sulla pubblica via. Anche questa proprio la mi spiacque.

Un uomo rivestito d'una autorità che deve tenersi al di sopra d' ogni altra, nell' ordine morale, non ha da rimaner prono davanti a un principe, che non tocca i vent' anni. C' è a scommettere che il nostro Re non potrebbe tollerare che un prelato gli stesse davanti così. Ma se noi abbiamo un Re come Vittorio, abbiamo anche i Vescovi come un Riario Sforza, di cara, nobile, anzi splendida fama.

Non parlo dei monti che formano cortina ad Ampezzo, ho già detto il perchè, e poi son luoghi noti. Gli inevitabili Inglesi, che invadono locande e case, son là ad attestare il loro entusiasmo di metodo, secondo è scritto nella guida, ora seduti davanti l' Antelao, (sasso gigante) o davanti il monte Cristallo o il Sorapis, la Nuvolau, le tre Tofane e via discorrendo. Ogni punto, ogni ora ha, da quei rigorosi ammiratori, interjezioni d' obbligo; a me piace tenere le mie impressioni nel più riposto dell'animo e passare oltre.

Gli è per questo che ci troviamo a Pieve di Cadore davanti il piedistallo, che aspetta la statua di Dal Zotto…. Oh! con quale angoscia io lo guardai, io che so la differenza da un manoscritto a un libro stampato; da una vignetta disegnata e la stessa in silografia; da una commedia letta a una recitata; da una statua in creta a una fusa.

La starà bene in quella piazza? il colossale Tiziano, che tanto mi piacque nello studio di S˙ Trovaso, figurerà degnamente nella piazza di Pieve di Cadore? io lo spero. L'onor di Venezia lo vuole; di Venezia profanata da monumenti troppo, ma troppo in opposizione alle sue insuperabili glorie.

Poi visitai la stanza ov' è nato Tiziano.

Gl' Inglesi, e come non parlarne ancora se nemmeno lo Czar di tutte le Russie può attenuare la loro supremazia? Gl'Inglesi son, fin alla minuzia, fin alla pedanteria vaghi di certe particolarità, attinenti agli illustri; toccano il cranio di Shakspeare, e lo palpano da ogni lato; restano incantati al posto dov' egli sedeva; stanno a smiracolare davanti la sella di Maria Elisabetta: davanti al ceppo di Anna Bolena, e via discorrendo.

Confesso d' aver provato grande emozione nel miserabile stambugio dov' è nato Tiziano.

C' è una pittura fra l' altre meglio conservata, che rappresenta Maddalena penitente, e la credono di Tiziano. La penitenza di questa celebre peccatrice somiglia un poco alla teletta di gala d'una abituata dell' Opera. Ma un filo di perle spezzato, e dal quale le perle hanno il talento di non cader mai, è la superficialissima insegna della risoluzione a non peccare di quella peccatora famosa. Nella pittura scorretta, c' è tocco, una cert'anima, qualcosa di vita.

Uscendo mi fermai alla Piramide, semplice monumento.

« a P˙ F˙ Calvi e ai prodi morti combattendo con lui per la patria indipendenza nel 1848. »

Siamo all' ultima tappa della corseggiata pittorica, e il nome ci sta a capello, poichè mi vi mandò un pittore, l'ottimo professore Bresolin, allievo di Marko, maestro ai nostri migliori paesisti, innamorato delle sue Alpi a cui così bene si ispira.

Voglio dire che da Pieve di Cadore m'avviai per Sappada, in tedesco Plodn, da cui Bladen, poi Piave, sopra il livello del mare, colonia tedesca in quattordici borgate fra l'estremo lembo del Comelico e la Carnia. Per andarci attraversiamo la Via della Valle, aperta in quella superba catena di monti dove si divide il Comelico dall'oltre Piave. Via famosa per mala fama. Già la strada, anche prima d' imboccare questa fiera vallata, e fin da quando si lascia alle spalle Pieve di Cadore, è notevole.

La ha una fisonomia propria. S' incontra prestissimo il Piave che vi corre in una conca, stretto, poichè è vicino alla sua origine, e gli si cammina accosto. Il re del Veneto, che al ponte della Priula è un mare, qui è qualche metro. Paesi poveri, poche case, qualche chiesa. Una bella, bella poichè anche in quei deserti Segusin ha seminato una delle sue gemme: consolatrice del povero, riposo all' occhio stanco dal desolato o dalle grandezze del luogo, si vede una bella chiesa di stile Lombardo. Ah! per fare un architettura così bisogna aver sentito Dio, proprio là in quella profonda pace, tutta poesia e devozione. Via via che s' avanza nel cammino s' oscura, il pensiero e impaura; boschi d' abete, di larici, di pini, tanto fitti che a mezzogiorno appena ci si vede. Il sole penetra fra le rigide fronde dei sempre verdi, bacia l' erbe, semina di scintille d' oro ogni pozza d' acqua, ogni rio. Alla Gogna (d' onde si crede vengan gli Euganei) si comincia la Via della valle, via mala, la dice la Guida, e taluno valle di lagrime, forse confondono con Zähre (lagrima), ch' è gola vicina, conosciuta pe' suoi pericoli. In ogni modo questa, delle valli, merita il titolo della peggior valle del mondo.

Costruita del 1839 costò un milione; costa trenta mila lire annue a mantenerla. Intagliata nel tufo, è la cuna del Piave, che scorre nel fondo incassato nella roccia, fra le nude, erte pareti del Tudaio e il monte di Zovo. Formidabile scenario in una stretta gola, tra un vero labirinto di squallore e di paura. L' altezza della via dai burroni non è straordinaria. C' è abbastanza da accopparsi mille volte, ma non può contendere col S˙ Gottardo, col Monte Bianco, ecc. Ciò che domina, opprime, avvilisce, è il sentimento della solitudine, è il trovarsi per sì lungo tratto fuori del mondo, in una strada stretta, a perpendicolo, sotto immani roccie. Ad ogni punto, ad ogni piè sospinto la strada è rotta dalle frane e dalle lavine. Ogni ponte, che cavalca i scoli delle acque montane, è puntellato, e così mal puntellato che passandoci sopra si vede, a occhio, la forte depressione del terreno, massime sull' orlo del precipizio. Alcuni pali e relative traverse, formanti un parapetto, in luogo di quello rovinato, indicano di tenersi indietro.

Questi ponti, di cui ce n' è molti, e tutti in quello stato, e qualcheduno lungo più del bisogno, si presentano di lontano, nel zig zag del tornichetto; si ha tutto l' agio di assaporare la poco lieta aspettativa di doverci passar sopra con una carrozza piuttosto pesante.

Al termine di questa vera via crucis domandai al cocchiere — Son saldi quei ponti? — e lui: — gnanca tanto. — Ecco una parola, che vale in quei casi una dimostrazione in cinque punti. — Va bene, — risposi con disinvoltura, ma dentro di me risolsi di tornare a casa. Un' angoscia crescente m' invadeva l' anima. Il freddo, la poca luce, la solitudine, rotta solo da croci con laconiche iscrizioni — quì s' è accoppato il tale, il tal giorno, la tal ora — per di là s' è accoppato il tal' altro …

Una grande responsabilità pesava sopra di me, che comandavo la marcia. Chiudermi la strada a tergo, rischiavo di non poter venire indietro o di tornare in Italia per Toblach, le sorgenti della Drava, e Cortina.

Tutti fanno un gran caso per una galleria aperta nel masso lunga cinquanta metri, è la sola in cui si può chiamarsi sicuri; ond' io avrei voluto, che la seguitasse un bel pezzo.

Giunti a S˙ Stefano si discende in cucina. Io ordinai al cocchiere: — dai la biada ai cavalli e torniamo a Tai — poi esposi tranquillamente le mie ragioni. Mi fu risposto di trionfo essere i ponti rattopati, forti a carri di granaglie. Io, senza contrariare, osservai: — chi mi assicura d' un turbine, una scionata notturna, da rovinar più che mai quei puntelli? Ecco una contingenza da cui niuno può scamparmi.

— Per chi scrive, — mi fu insinuato (or ora vi dirò da chi) c' è da godere e da imparare — io replicai: — la strada non lo nego è bellissima di squallore e di desolazione, bella a ricordarla dopo averla passata. Si può servirsene a scioglimento di romanzi; anche più bene ci starebbe un dramma, l' innocenza perseguitata, e, all' ultimo atto, il tristo punito, mentre varca uno di quei ponti. Ma là i materassi aspettano il malfattore, d' altra parte il mio è genere d' umili scene domestiche, in cui troppo strillano le catastrofi eroiche.

Seduti al tavolo della cucina un vetturino ci narra, che condusse allora allora dei veneziani e che la signora (senza dubbio contraria anch' ella a questo genere di finali, tranne che nei teatri diurni) pianse e gridò tanto da non saper lui pover' omo come guidare.

Io celiai volentieri a proposito di quei ponti, deboli non meno della modestia dei letterati, ma feci zùrük.

Adesso vi dirò come il mio principale interlocutore fosse il sotto ispettore forestale signor Cappelletto, amico dell' amico mio e della mia famiglia Antonio Liepopilli.

A me non è parso vero di usufruire preziosamente la fermativa a S˙ Stefano. Preziosamente, dacchè nulla calmi più le apprensioni quanto la ricerca della verità, massime quando s' aggira ad oggetti nobili e serî.

Ma perciò, poveretto chi casca sotto le ugne di artisti e scrittori ignoranti. Io non lasciai pace al bravo signor Cappelletto.

— Dia retta, signore, io sono al martirio, perchè vorrei sapere il nome d' ogni sasso e d'ogni fiore, do molestia a tutti, interrogo tutti quelli che incontro: — come si chiama questo? — pietra, — e questo? — erba, ma il nome? — è medicina, — ma come si chiama? — non lo so. — C' è a disperarsi, di casa sua nessuno sa niente, e a me ogni prodotto della flora montana parla all' anima. Scopro nel folto dell' erba, tra rupe e rupe, graziose creazioni, fiori gentilissimi, su più gentil stelo, dal calice campanulato, d' un viola caro e profondo, come — note di liuto; vi scopro somiglianze con le persone amate, gli parlo e mi par che mi intendano e mi corrispondano. — Il bravo uomo mi dà spiegazioni sapientissime, di cui vorrei far tesoro; mi scuso col bisogno d'ajuto da chi ne sa, per dire, scrivendo, meno spropositi, e il pietoso mai non si stanca; dolomie, arenarie, tufi cretacei, campanule, ranuncoli, fiori del nespolo, solani, da me raccolti, passano sotto a' suoi occhi e tutti egli classiffica.

Si rimonta in carrozza, lasciando l'ultima Tule dietro le spalle. Nel ritorno le rotture fan meno impressione, ma s'è contenti di esserne fuori. Alla mia valorosa compagna questa volta non potei nasconderli. Ma ella è intrepida, perchè ha fede ne' suoi santi, beato chi ha un santo!

Trattandosi d'una corsa è permesso correre, correre e fermarsi dove pare. A me piace fermarmi il dì dopo a Perarolo nel giardino della signora Luigia Lazzaris-Costantini, sospeso sul pendìo del monte.

Il luogo è largo un palmo, e contiene bellezze notevoli, che ne ampliano lo spazio e lo rendono un Versailles in miniatura.

Un bravo giardiniere alla buona, ma anche pieno di buonagrazia, ci fece da cicerone. Avverto queste cose, perchè i subalterni sono lieto indizio della generosità dei padroni.

Questo piccolo Versailles ha dunque, fra i brevi meandri delle sue rive, con savio accorgimento lasciate abbastanza naturali, chè sarebbe un vero delitto alterare una così potente natura, ha, fra gli uccelli rari e le piante, una peschiera circolare, con balaustri attorno; un zampillo vi scaturisce nel mezzo.

Dirvi come l' arte cambia il zampillo in mille zampilli, è far diventar scempia un apparizione magica, è quasi distruggerne l' incanto. So che al sovrapporre d' un piccolo arnese d'ottone scaturiscono, in luogo dell' unico, tre getti dritti, brillanti a formare un tridente, dalle cime spumose. Un altro tocco e il tridente divien circolo di pispini, che s' incurva come piuma a un rango, a due, a tre, pajon corone messicane, serti di gemme e di perle; un altro tocco il pispino si assottiglia, si distende a ventola, s' incurva; il serto è campana. Oh! la bella campana! è cristallo fuso, vetro scorrente, con un guizzo di luce nel convesso, che trema di mille iridi. Poi un altro tocco e tornano i zampilli, non più regolari, non più diritti, ma a spirali, che si intersecano, si dibattono quai raggi conserti e quali stelle cadenti, e l' incessante getto circonvolge i colori dell'arco baleno, trasporta alette di farfalle, tinte di madreperla e tutto si frange, sfuma in un vapore.

Ahimè! voi udite il lamentar sommesso della Boite, che poco di là lontano si sposa al Piave; voi aspirate il profumo delle resine sui monti e del basilicò delle zolle vicine, voi contemplate quei lucidi rivi improvvisati, quei fuochi d' artifizio, come le rime che sgorgano dall' anima di un poeta … tutto è un sogno, ma quanto durano i sogni di questo mondo?

Però i sogni del giardino non sono finiti. S' entra in una capanna rustica ottangolare, e si guarda ad uno dei finestrini. La vista è un quadro, rappresenta, nella realtà, la Cavallera, strada, che in tre pronunziate curve ascende all'Allemagna. Al basso tra la conca del Piave e la valle del Boite, che là muore, c' è fra i burroni del Piave il Cidolo. Aprendo dalla mia sapiente guida essere il Cidolo una chiusa artificiale, formata da robuste traverse di legno e da paloni verticali, disposti a guisa di grata « e in modo da lasciar libero il corso all' acqua, ma di chiudere il varco a tutto il legname, che si fluita per il Piave e che quivi s' ammucchia e si accavalla, fino a che in luglio d' ogni anno il Cidolo viene aperto, e i diversi mercanti vi scelgono e ricevono il proprio le gname, che porta un rispettivo contrassegno. »

Questo bel triangolo, popolato di case, severo e verdeggiante, ampio e serrato, fu ci disse il giardiniere, dipinto dal professore Molmenti, per commissione della padrona del villino. I termini con cui il brav' uomo ci parlò di questo quadro furono tali da valere un articolo in cinque colonne. — Ci si vede tutto, in quel quadro, — lui ripeteva. — tutto com' è.

Cosa vi pare? a coscienzioso artista la lode di un uomo semplice, che non guarda per criticare, ma che sente il bello alla barba dei critici.

Mentre si contempla lo spettacolo di quella natura fra coltivata e selvaggia essa si trasforma, all' alzar d' un vetro, in paese incendiato. L' unità meravigliosa di questa tinta non può il pennello accozzarla, nè la parola, è una tinta sola. La terribile nominanza degli incendî in Cadore, il cielo tutto una fiamma, il riflesso che si diffonde, il fiume, che arde.

All' alzar d' un altro cristallo è il gialletto dopo l'uragano, anche questo è stupendo. L'immaginazione fa un'ode, ascolta una sinfonia, indovina quello che manca, il palpito dei rami, appena quietati, sente il muggir delle mandrie che tornano a casa, stupite dall' insperato ricovero, il fresco della buon' aria, che venta al viso.

Il terzo cristallo è la neve, il drappo gelido, il silenzio, la morte… Ma veniamo alla fine, alla nostra ultima tappa.

S'è incominciato in cucina e in cucina si termina. V' ho già detto cos' è la cucina in questi paesi; niente vi fa meglio figura delle padrone di casa o di locanda, poderose, ben tornite, dal seno ricolmo, intelligenti, buone e severe, a camminarvi per entro, con un passo da scena, come facea la Barbieri-Nini nella Lugrezia Borgia. Anch'elle hanno la loro poesia e della più succosa.

Nella cucina di Longarone ci furono ammaniti (la era proprio manna) fagioli in minestra.

Allora mandai a chiamare don Stefano dal Molin, perchè favorisse. Don Stefano è un cuor d' angelo e un' anima d' artista; lui, se gli offro qualche libro, mi dona in cambio fagioli…. e di quelli! frutto più dolce e saporito dalle mie letterature io non ho mai raccolto.

In quella cucina si beve un gotto allegramente, e si propina alla sana e schietta democrazia, al Cadore, alle sue spartane, brave donne da casa, e ai suoi pater-patriae, primo Costantini, senatore, che Dio gli conservi petto da resistere al gelido fiato dell' alta vita.

E qui mi fermo; non sarà mai detto vero ch' io mi scotti le guance riferendovi le accoglienze ricevute, in casa di don Stefano, dalle sue brave parenti. Accennerò breve che don Stefano ci fece vedere in chiesa pitture del Piazzetta, che ben conservate e ristaurate mi parrebbero degne di Murillo.

Ripeterò anche il voto che questo Piemonte del Veneto, d' onde, ho inteso, s' aspetta l' epidemia del bene, s' inspiri sempre ai forti affetti dei domestici lari, che siano per esso casa, tempio, teatro, e che sempre veda le famiglie raccolte intorno al suo ingenuo recinto, e ascolti parole che, nel momento del pericolo, lo movano ad azioni a cui, per eternarle, basta un nome.

Treviso, ottobre 1877

Illustre signora,

Mentre m' accingo a fare verso di lei un atto d' omaggio, non posso trattenermi dal pensare com' ella avrebbe dovuto aspettarselo ben prima d' adesso. Pare a me che gl' ingegni abbiano diritto a questa specie di riconoscimento, che nelle lettere costituisce una nobile fratellanza, un legame. Per noi italiani di spirito democratico, più sincero dei Francesi, e a cui torna così difficile l' essere conosciuti, questo presentarsi l' uno all' altro diventa un dovere e, in una via tagliata per lo più nelle spine, è una specie di tappa, che può dar coraggio e che rinfresca dolcemente lo spirito. Io scrivo poche lettere e, fors' anco allora che mi toccherebbe rispondere a lungo, se non mi va, mi rifiuto a vergare una riga: ma non mi convinco mai dell' audacia di scrivere io la prima un' interminabile lettera, quando si tratti d' esprimere il mio entusiasmo a chi me l' ha saputo destare, e crederei piuttosto mancare a me stessa, defraudando i nobili intelletti d' un omaggio, che sta in me d' offerir loro, per quanto poco esso valga. Ora le dirò, illustre signora, il perchè non le ho scritto prima.

Adolescente, io lessi le sue prime novelle, portateci a casa dal benedetto padre mio. Un libro in casa nostra era un avvenimento, e mi ricordo che assai ci piacque tale lettura. Ma i giovinetti, lo saprà di certo, e ne avrà osservati molti perchè deve amarli, son mosche senza capo e più un giorno saranno atti a posare, ad approfondirsi, più volano leggeri e pajono, colla loro spensieratezza, volere rifarsi delle severe apprezziazioni di cui saranno quindi suscettibili. Mosca senza capo, anch' io come gli altri, lessi i suoi racconti, mi dilettarono, e non ci pensai più. Dio sa per quali ultra-francesate sarò ita in solluchero: roba fracida ch' io dimentico o sprezzo. Col progresso del tempo, cominciai a udire il suo nome pronunziato con grande onore, e vidi alle vetrine de' libraj una bella edizione de' suoi racconti, fatta dal Lemonnier. Ma allora messa a scrivere anch' io, m' ero (affine di non rubacchiare senza accorgermi dagli altri) imposta una legge di non conoscere più niente d' ameno, e di cibarmi soltanto di scienza e di storia. Però provavo un po' di rimorso ….. sì glielo confesso, qualche volta mi venne in mente che mi trattenesse la tema di trovar troppo belli i suoi racconti, di scoraggiarmi e gettare via la penna, che già amavo con passione. Finalmente, divenuta promotrice del giornale La donna e la famiglia, i suoi Racconti mi pervennero in dono … bisognava proprio che mi cadessero in grembo quasi rugiada del cielo! Ma ascolti, mia signora, come il leggerli e il provare ciò, che nasce talvolta nella vita al praticare domesticamente con persona modesta, dianzi poco nota e dal la quale non si può quindi più distaccarsi, fu tutt' uno. Le dirò adunque ch' io me li andava leggendo pian piano, gustandoli un po' per giorno, quando una mattina all' incontrare una delle nostre bigolanti (le port' acqua sono friulane), al veder adunque la foggia del suo vestire, a udirne il linguaggio mi sentii nel core una certa cosa che somigliava ed era infatti, il rinnovarsi d' una sensazione cara, ossia una rimembranza, ma che per la prima volta si vestiva di tutta la soavità sua, di tutta la sua dolcezza. Così all' aspetto di quella povera creatura, mai da me prima osservata, ecco apparirmi in confuso tante scene, tanta gente per cui m' ero commossa, avevo tremato o pianto, i luoghi ch' io non conosco certo tutti, ma che l' anima si dipinge dietro la pittura, ch' ella così mirabilmente ha saputo colorire: e, compresa di tenerezza perch' ella si fosse occupata di quegli umili personaggi nostri e suoi, mi viene d' improvviso all' orecchio mentale il fragor sonante della But, che precipita fra le balze, il suono delle aeree campane di s. Pietro, i muggiti delle mandrie sparse sui prati irrigui del Friuli, o sui monti della Carnia … poi un moto di contadine dai fianchi tondi, dalle guancie di pesca: mi sfilano davanti turbe piangenti senza pane, senza tetto …. il trasporto dell' immagine di Maria, l' ombrella del Sagramento, i cerei accesi … tutto vedo … ah, illustre signora, in quel punto, credendo aspirare gli effluvî del ciclame, i penetranti sentori della vite, contemplando in idea i cieli stellati, a cui si volgevano gli occhi innamorati dell' innocenza, o le porpore dei tramonti in cui attingevano conforto a segreti dolori altri sguardi malinconici, nel provare questo bel miraggio in mezzo ad un centro di civiltà e di corruzione, fra l' afa dello scirocco, ho veramente sentito, mi sono veramente convinta del casto impero d' ogni anima dolce e meditabonda sugli spiriti vivi.

Cosa le aggiungerò? Le dirò i pregi di semplicità, di esattezza, le tante rivelazioni toccate con mano leggera e pur ferma, e quell' insegnar l' amore di patria dimenticando l' odio, non perchè non sia talvolta una trista necessità, ma perchè a lei dev' essere lettera morta, e sempre con quel placido stile, che può non riuscire monotono, tanto è vago, ed ha l' andatura del genio, il quale ignora sè stesso!…

Perdoni se le parlai di me, delle impressioni mie, ma credei che in luogo di elogi calcati su quelli degli altri, e che assumevano forse un tuono d' importanza in me fuor di posto relativamente a lei, potesse riescirle più cara l' ingenua, la semplice esposizione dell' effetto destato in me lettrice, non giudice, de' suoi racconti e penso, senza tema d' offendere la modestia sua, egregia signora, di pubblicare queste poche righe, ben lieta di dare anch' io la testimonianza del mio entusiasmo per lei all' Italia, usa a venerare il suo nome.

Accetti queste poche scene campestri e popolari1) Anzù e i Pittochi.) inezie ch' io mi fo' cuore d' offrirle, solo perchè mi danno il pretesto di dirigermi a lei, e coll' espressione de' miei sentimenti più distinti mi dichiaro …

Venezia, Settembre 1863

In mezzo a tante voci che si alzano, chiamate dall' uso, a deplorare, trasmodando, la perdita di molti fra quelli, che abbandonano la carriera mortale, egli è un vero sgomento di far udire la propria voce che abborre dalla menzogna, e trema di venir confusa alle comuni. Pure, essendo che questo pubblico compianto è un tributo, reso alla memoria degli estinti, che ci furono cari, ch' esso è un lenimento al cordoglio dei rimasti, non posso lasciar passare in silenzio il doloroso decesso della nobile Caterina Brusch de Neüberg, nata Jamin Decordez, avvenuto alle 5 antimeridiane del giorno 10 del mese corrente.

Vavers, nel Brabante, fu sua patria, cui ricordava nell' aspetto robusto, floridissimo: vero tipo vivente di Rembrandt o di Van-Dych: giovane si sposò al nobile Giovanni Brusch de Neüberg I˙ R˙ capo Intendente delle proviande nell' Armata di S˙ M˙ l' Imperatore d' Austria, e dopo maritata, quante vicissitudini, quanti mutamenti anche non lieti, quali trabalzi, sopportati con una forza intrepida così da recare meraviglia a qualunque l' ha conosciuta.

Fu madre di tre figliuoli: d' una, perduta lentamente, angosciosamente, tenne il luogo, nonna impareggiabile, ed amò i nepotini rimastile con quell' amore, che tutto dimentica, tranne la propria preziosissima cura. Poi, da lungo tempo vedova e non più necessaria alla prole della cara estinta, vivea col figliuolo Guglielmo, amantissimo; confortata anco dall' amore dell' altra figlia Teresa. Vecchia d' ottantacinque anni, ma giovane di brio, di memoria, passò tranquilla, mentre i suoi diletti la circondavano, la sorreggevano; e benchè decrepita, fu pianta con quelle calde lagrime, che si versano per chi è rapito da morte improvvisa, immatura.

Prodigiosa vita, invidiabile morte!

Venezia, Gennajo 1856

Le scrivo, egregia signora, non molte parole intorno all' opuscolo, che mi ha favorito Sulla indolenza in Italia e sulle donne italiane; dico non molte perchè ci andrebbe risposto con un libro, il quale pur riuscendo di grossa mole, non conterrebbe ancora la soluzione del tema, principalmente in esso trattato, ossia l' emancipazione della donna.

Questo tema, del quale è la prima volta che mi occupo, è dunque importante; esso, in mezzo ai fanatismi di chi vuol portarlo a compimento e le fischiate di chi non ne vuol invece sentir a parlare, ha sempre, o bene o male, fatta la sua strada, trovando è vero sempre nuovi nemici, ma anco nuovi difensori. Segno che v' ha qualcosa in tale questione, che si riattacca alle grandi idee, correnti di vita, da cui è animata l' umanità, o per dir meglio, la società civile. Segno che ha o può avere qualche bontà dal lato giuridico, come questione famigliare, e da quello spirituale in quanto ei si riferisca ai misteri dell' anima.

Questo tema Ella lo ha trattato con una moderazione, una schiettezza generosa, che veramente edifica: ma io non mi fermerò in elogi nè sulla erudizione, nè sulla chiara e nobile dicitura, perchè crederei darle ciò di cui non ha bisogno, assumendo io un' importanza, che punto non mi si addice.

Mi farò lecito dunque risponderle che a me l' idea delle professioni per le donne, anco civili, anco agiate, pare da lungo tempo opportunissima. Le professioni terranno luogo dei conventi, tanto più che maggiormente si difficulta lo stabilire le fanciulle, con bene assortiti matrimonî, e si è già a domandarsi cosa faranno quelle che, non volendosi scavezzare il collo, non trovano un buon partito. Hanno ad aspettare eternamente lo sposo, che non viene? Ecco dimostrato il bisogno d' una educazione severa, che tolga il ridicolo alla fanciulla vecchia, e le dia l' importanza della donna, della madrefamiglia, della cittadina, impiegandola negli istituti, nelle officine, nelle infermerie, nei campi di guerra, nelle agenzie campestri, in tutti quei luoghi dove la sua azione intelligente e soave può tornare utile e bella, altrui ed a sè stessa.

Le sue idee, o signora, tanto combinano colle mie, che vi aggiungo essere desiderabile si trovino, per quelle donne, che lo domandano, scuole professionali, e tutto un sistema di cose che lor giovi all' uopo: un sistema di educazione che le allontani da quel mondo di ricchezze, di vanità, di poesie, di fantasie, anche di gioie o passioni, che devono rimanerle, in perpetuo, forse, terre ignote.

Fin qua, e in altro ancora, che m' avverrà poi d'accennarle, io approvo; ma comincio a riflettere quand'Ella dice: « Nell' anno 1870 leggiamo nel codice all' articolo 63, che al matrimonio dei figli è necessario il consenso d' ambo i genitori, ma in caso di dissenso fra le loro opinioni, basta il consenso del loro padre: questo non è solamente umiliare l' autorità della madre innanzi ai figli, recare offesa all'amore ed al rispetto che le si deve, ma è poi un atto nocivo ai veri interessi dei figli, poichè la madre conosce meglio il cuore e il carattere della prole ».

Ov' Ella con questa osservazione reclami la perfetta parità di voti fra i due conjugi, in modo che il consenso d' uno fra di loro fosse inefficace, senza quello dell'altro, chi potrebbe dissentire dalla sua nobile aspirazione? Ad essa consente ogni cuore onesto, e udii anco da persone illuminate e valenti nella legge, proclamarla esigenza tanto giusta, che non occorrono argomenti a dimostrarlo.

Se non che dalla sua frase « che la madre conosce meglio il carattere e il cuore della prole », taluno potrebbe credere che in caso di dissenso fra le due opinioni, l' autorità paterna deva cedere, e se devo confessarglielo, a me pure apparisce ch' Ella intenda così.

Anche ammesso che si riformi il codice, e si riesca a dare la preferenza alla donna, sarebbe una ingiustizia, contraria alla parità di diritto. In quel caso è meglio alla prima il sistema ideato da alcuni socialisti, pei quali non è da riconoscere legittimità altro che nella madre.

Così pure, fatto riflesso alle ciniche ragioni che inducono quei socialisti a tale sistema, ragioni simili a quelle di certi barbari dell' Africa, i quali non tengono per legittimi eredi, che i figli della sorella, il codice presso di noi mal soffrirebbe alterazioni. Altrimenti qual' uomo sosterrebbe i pesi d' una famiglia, per legarlo alla quale gli mancano certezza ed autorità? …

Perdoni s' io proseguo a supporre che più dell' eguaglianza nei diritti, Ella abbia pensato alla prevalenza materna, poichè questa è anche una maniera di sviluppare il tema, e chiarirle come, sì l' una che l' altra cosa, possano tuttavia parere ardue, io non dirò imprudenti, a proporre.

M' immagino Ella non si appoggi, nel sostenere prevalente la madre, all' esempio di natura, perchè se i bruti non hanno che una madre, questa li caccia via appena spoppati, e in grado di procurarsi la sussistenza.

La donna è, e resterà per molto tempo soggetta a mille debolezze, e certo se l' educazione odierna le dà una forza, è a temersi le scemi quella insuperabile della religione. Non crede Ella che i figli potrebbero un giorno lagnarsi della cambiata autorità? Ella mi risponde: una volta perfezionata la donna, sparisce quella frivola creatura tutta capricci, tutta mode, balli, ecc. sguaiata fanciulla, cattiva sposa, pessima madre: in una parola la donna mondana.

Ecco un circolo vizioso.

Quando la donna sarà così, non c' è bisogno di riformare il codice. Tanto se l' uomo è savio, come se non lo è.

Savio, aderisce alle insinuazioni d' una moglie che rispetta, anzi egli vede quello ch' ella vede, e la parità di diritti ha una base intima, indiscutibile. Inetto o pazzo, la moglie gli fa subire l' ascendente, la superiorità, della sua anima, gli toglie anco (e in ciò le leggi devono sempre più coadiuvarla) il mezzo di nuocere alla famiglia. Egli è dunque esautorato, da sua posta, esautorato pur troppo!

Dico e torno a dire; pur troppo! Nessuna legge di codice potrà mitigare gl' intimi affanni d' un tale intimo disordine: d' un tale squilibrio, a cui il senno della donna mai non porterà che un equilibrio relativo: intendo l' equilibrio instabile, come chiamano quello dei dólmini druidici. La base in aria, il vertice in giù. Trista condizione in cui la libertà è fomite a nuovi dolori, e triste quel giorno in cui un sentimento di vera pietà, un sentimento divino cessi dal sostenere le anime combattute e discordi, e il loro legame apparisca soltanto un contratto bilaterale, sciolto non appena uno dei due contraenti vi manchi. La famiglia è un così fiero peso, che la maggior parte di esso non potrebbe essere affidato all' uno dei conjugi, il quale è per sua natura (tolte le eccezioni) il più sensibile e delicato.

Basta leggere cosa scrive la Sand, una donna veramente forte e grande nel genio, negli ardimenti con cui scaldò gli animi alle emancipazioni femminile e sociale; giudicata male dagli uni, portata a cielo dagli altri, inetta per nessuno, ma famosa per tutti, le sue parole sono sentenze. Da esse comprendesi quanto ha da aver penato a reggere da sola una famiglia, a tirar su varî figli, quando le mancava l' autorità maritale. Ella a quel punto delle sue memorie dice: « d' ou je conclus que le mariage doit être rendu aussi indissoluble que possible. » Per rimanere in carattere, aggiunge poi, che a ciò occorre: l' égalité des droits, entre l' homme et la femme.

A questa eguaglianza se è possibile, come si è detto più sopra, aderisce ogni cuore sincero. Ma sono eglino sinceri questi emancipatori che la propongono, o non è una scorciatoja per disfare leggi che ci sono, senza saper poi cosa mettere al posto di esse?

Non resta adunque allora, per radicale rimedio, altro che si modifichino e migliorino i costumi, e veramente bene assortiti riescano i matrimonî, dei quali tornerebbe in acconcio scherzare, a modo fece Manzoni sui versi, affermando — che se è più facile farli male, è poi anche più difficile accomodarli. — Ossia che non guidi nella scelta il calcolo, la leggerezza, il tornaconto, la violenza morale delle famiglie: e gli stupidi pregiudizî mondani non vi costringano una giovinetta, perchè in posizione cospicua, perchè il mondo non abbia a prenderla in ridicolo, vedendo che la resta a casa. Che sia invece dato a qualunque giovane entrare in una corporazione rispettabile, nel fare parte della quale si senta qualche cosa e trovi un centro dove abbian nobile sfogo i suoi affetti, la sua operosità; dove acquisti quell' autonomia, che avrebbe perduta rimanendo eternamente in aspettativa, donzella da maritare. Tutto fuori che si vendano legalmente, che tradiscano la natura e sè stesse, che impiantino famiglie infelici, maledette negli esempî, nei frutti, dalla società umana, da Dio.

Riassumendo, direi la repubblica di Platone, il regno del Vangelo sarebbero pur la bella cosa, e rimangono come l' abolizione della guerra, della pena di morte, come l' equa distribuzione della proprietà, un ideale per l' uomo sulla terra, finchè dallo stato di santa utopia non si cambino in buona realtà.

Bello è intanto portarsi innanzi verso questi smisurati e splendidi orizzonti del mondo, e opera degna di spiriti generosi e valenti; noi confidando che ciò non serva solo agli spiriti torbidi e mediocri, e offra loro un pretesto per fare un po' di rumore, con poco vantaggio delle cose, cui, più zelanti che giudiziosi, propugnano, noi accettiamo volentieri i bei risultati che da tale avviamento ci vengono. Fra i quali primo è appunto l' esercizio delle professioni per le donne.

Il qual esercizio, o mia signora, che nobilmente esse reclamano, è meno ancora un diritto che un dovere, dovere voluto dalle esigenze d' una civiltà progredita. Perciò il facilitarne l' adempimento sarà sempre caro ed agevole all' uomo, il quale sa, che la donna lavora per non poterne far senza; e qui sono con Lei a desiderare vivamente che in Italia l' uomo s' accorga sempre più che ha anch' egli da aspettar tutto da sè stesso, poco dagli altri, in ispecie dal governo. Il governo è la nazione, l' uomo appartiene alla nazione, deve lui aiutare il governo, e non, eterno parassita, torgli più che non gli dà.

Finchè l' uomo vedrà adunque nella donna un' operaja solerte ed intelligente, egli non proverà mai quel disgusto, quell' antipatia che gli desta la sola idea della dottoressa; pesante e barocca figura, la quale va sgonellando pei club, impancata a predicare con istucchevole monotonia i suoi diritti, le sue preminenze. Miseria di querimonia, che la rende simile al pitocco, il quale fa spettacolo de' suoi cenci per ottenere giustizia, quando il male è soltanto che si senta povero, e non giunga a levarsi da sua posta quei cenci.

Tali cose Ella, signora, le approva, poichè parla col dovuto disprezzo delle calze turchine, e ne desidera l' estinzione dal mondo. Dall' Italia no perchè non ci sono, ch' io sappia: e le nostre muse, care e soavi quant' altre mai, sogliono metter giù la lira, interprete di elette ispirazioni, per lisciare colla stessa mano e collo stesso amore, i capelli ai bimbi se ne hanno, o a lavorare, anco, se occorre, a rimestare pentole o tegghie in cucina. Le nostre muse stan contente al plauso domestico, alla stima dei buoni, premio superiore ad ogni onorificenza possibile; la quale non pertanto sarebbe, com' Ella giudica, una giusta retribuzione al vero merito; ed è una vergogna che solo nel campo garibaldino, solo in Francia, sia stato, finora, impartito un distintivo di pubblica stima alle donne, mentre in altre circostanze, in altri paesi lo avrebbero senza dubbio meritato. E questo è un desiderio a cui ogni equa persona si associa, sia donna sia uomo: perchè anche l' uomo accetta con rispettoso amore in famiglia e fuori la donna quando vale qualche cosa.

Ma con sola ammirazione egli accetta invece le Semiramidi, le Cristine di Svezia, le Caterine di Russia; quali donne straordinarie le accetta, chiudendo a fatica un occhio su qualche azione di simili eroine. E lo ritiene dal suo entusiasmo il pensiero che la eccezione non diventi regola, e l' ingegno non iscusi la sregolatezza.

Abisso per abisso, l' uomo preferirebbe la sregolatezza della donna, soltanto vana, a quella della sdottorante o per meglio dire non vorrebbe nè l' una, nè l' altra. Ecco ciò da cui era minacciata la società francese, prima della presente guerra. E in quel caso, poichè tutte le amazzoni, in compatta falange non possono forzare un uomo a prender moglie contro volontà, resterebbe alla donna l' isolamento, la sterilità, o uno stato di abbiezione a cui è da preferirsi, per essa, mille volte la morte.

Un tanto triste risultato sarebbe a deplorare assai, perchè ora da noi la donna non è schiava. Una certa bonomia, un certo filosofico abbandono, che abborre dalla tirannia sotto ogni forma, sia brutale o pettegola, è il fondo del carattere negli Italiani, liberali per istinto, talchè se pecca, è per soverchia noncuranza, è perchè l' indolenza, che Ella giustamente deplora, non è soltanto fuori, ma in casa: è perchè lasciano troppo fare alle donne, anco quando non sono atte; è perchè talvolta dimenticano la grave responsabilità, che incombe ad un capo di famiglia.

Osservazioni più serie avrei da farle in quanto Ella insinua intorno al sentimento religioso, ed esprime il voto che da noi entrino in discussione appunto le materie religiose, nè so qual vantaggio Ella stimi, per la nostra nazione, di introdurvi la Babele protestante. Sciolte le condizioni difficili, che alterano, almeno nella superficie, le coscienze de' cattolici, e liberato il potere spirituale dal temporale, che gli dava impaccio, perchè mai si scinderebbe l' unit à della Chiesa, si imiterebbero popoli che hanno religione senza fede, ministri e non sacerdoti, confusione in luogo d' autorità? …

Tengo per certo, ancor che ciò disgraziatamente si avverasse, ei non prenderebbe stabile radice presso gl' Italiani, i quali han troppo solido criterio per discutere cose indiscutibili, per dispendiare, così malamente, la febbrile attività degli oltramontani.

Potrà bene, com' Ella osserva, taluno di noi essere devoto ad una pratica, trascurarne un altra, potrà desiderare cambiamenti in materia di disciplina; ma erigere, al punto in cui è giunta la Chiesa, erigere in sistema una discussione di tal sorte, analizzare, ossia probabilmente distruggere: questo l' Italiano non lo farà mai. A questo giuoco, che riuscirebbe irriverente o puerile, ei presceglierebbe se fosse possibile l' ebraismo, il quale è infine una religione, mentre quella povera cosa del protestantismo ne è la negazione, e i protestanti, che credono, sono in buona fede, cattolici senza saperlo: oppure si darebbe francamente, risolutamente al materialismo e all' ateismo, che nella sua bell' anima, egregia signora, destano, ed a ragione tanto ribrezzo.

Mi fo un vero piacere, ringraziandola della saporita poesia del signor Cimino sulla guerra, offirirle il volume dei versi di Cornelia Sale-Mocenigo-Codemo, mia madre; di quella eletta, in ogni riguardo; perchè patrizia di nascita, ha sempre amato il lavoro, quantunque umile, quantunque grossolano, pur di non rimanere oziosa. E perchè, veramente democratica, come il padre mio, suo secondo marito, si conservò sempre fedele ai principî della nostra religione, in cui fui allevata, in cui resterò io stessa, fin che viva.

La prego di perdonarmi d' aver osato prendere in disanima il suo bell' opuscolo, ma fu appunto per meritare, con una franca esposizione delle mie idee la stima, di che, senza si può dire conoscermi, ha voluto onorarmi.

Venezia, 10 Febbrajo 1871

Co l' ago e la pezeta
se mantien la povaretta.
(Proverbio)

Questa bella vecchina, dipinta nell' atto di cucire uno scalfaroto, come noi chiamiamo uno scarpone di feltrelli, visse ottantadue anni d' affetto e di lavoro. Giovanetta, andò sposa ad un calzolajo suo compaesano, soldato nell' armata di Napoleone I˙ Ebbe molti figlioli, alcuni ne perdette, e perdette il marito amatissimo, quando ella e la prole aveano più bisogno di lui. Dei figli sopravvissuti i più piegarono al bene, altri pericolarono con grande cruccio e sgomento della brava donna, e tanto che appariva non si occupasse, ella madre così giusta, altro che dei malviventi: interrogata da chi ne maravigliava: « Ohe, sora Teresa, com' è che non vi pigliate affanno, se non per quel discolo del vostro Pippo, o per quella temeraria della Nina, da cui non vi vengono che guai, e ai figliuoli buoni, che vi danno vera consolazione, pare che non ci pensiate neanche? » Allora la vecchietta rispondea, formulando le sue idee sull' eterno verbo evangelico: — Il Signore lasciava le pecorelle in salvo per accorrere in traccia della sola smarrita. — Proprio così, la diceva, pacata ma ferma; e talmente insistè nell' adempire il suo santo programma, secondo lo chiamerebbe un uomo politico, che trasse in salvo anco i figliuoli traviati.

Nell' ultimo periodo della sua vita, Dio, affine di prepararla alla morte, le mandò un male, che la colpiva nell' anima, dacchè, non potendo movere la mano destra, le fosse impedito il lavoro, e quell' ozio forzato divenisse a lei vero Purgatorio. Però la dovea ringraziare la Provvidenza, che, quantunque inabile al lavoro, non le mancava il pane, poichè viveva accasata con una figlia, sposa ad un marinaro, che spontaneo la tolse presso di sè, dal primo giorno del suo matrimonio: sicchè, anco allora che si ridusse a letto, la vecchina non mancava di compagnia, fino a un certo punto allegra: dico fino a un certo punto, poichè spini ce ne han dapertutto, e la vecchiaja è, anco nelle migliori condizioni, una povertà.

La abitava, in un bel campo di Venezia una casetta, fatta a mo' di torre, che di fuori si notava per un magnifico oleandro arboreo, esposto al davanzale d' una finestra del piano inferiore. Entrati la soglia, si capiva subito essere quella l' abitazione d' un marinaro: già cominciando dall' ingresso, a pie' della scala, s' afferrava una gomona da bastimento; poi, su pareva di sbucare da una specie di bocca porta, al pianerottolo del primo piano. Quivi l' uomo di mare avea, con una tenda, eretto un camerino, a sembianza di tuga, e in quella, nei dì solenni ci si riceveva, presso alla camera nuziale. Più in alto la cucina, e la stanza della vecchietta; stanza, lunga, bassa, veramente simile ad una stiva di naviglio. Tutto in ordine; lucidissimo tutto nella casa del marinaro, il quale, credendosi sempre a bordo, non ristava dal lustrare ottoni, vetri, pavimenti, gingilli, tolti anch' essi alla flora ed alla fauna marittima; ossia conchiglie, coralli: oppur lavorini, fatture dei macchinisti d' arsenale; àncore, pennoni, ed altri modelli d' attrezzî, tutto marinaresco e tutto lustro.

Alle pareti gran pitture di navi, corvette, brik, pieleghi, urche svedesi, tricandiri dell' Egeo: ci era rappresentata la marina del mondo intiero.

Tornando alla nostra operaja vi dirò che, fino dai primi attacchi della paralisi, la ebbe una delicata precauzione: d' allontanarsi cioè dal luogo ov' essa ordinariamente lavorava colla figlia: e ciò per divezzarla dalla sua compagnia. Ma poi, costretta a letto, la dovette essere ben paga di vedersi tutti i suoi da vicino. Il letto pulito, la rimboccatura del lenzuolo candida e stesa, in mezzo ci stava la vecchina tranquilla, rassegnata; contenta no….. che ad una madre felice, nemmeno fra i triboli, non sorride la morte!

Ella adempiè, appena colpita, gli obblighi di cristiana, ed ella stessa annunziava con candore e serenità incomparabili « ch' era assicurata ». Bruciate i vostri libri, sconsolati filosofi del dubbio, perchè quella semplice parola d' una morente tranquilla li vale tutti!

Al lume d' una lucerna da olio (la novità del petrolio là non ci giunse mai) si trovava in quella cameruccia una conversazione di varia specie, o col signor pievano, ospite abituale e riverito, o con un arsenalotto nipote, il quale di tanto in tanto ajutava a sollevare l' inferma, a rimoverla dalla cuccia, e bisognava vedere con quale delicatezza quella mano poderosa, usa a tagliar fuori i remi e calafatare le barche, eseguiva gl' incarichi d' infermiere.

In occasioni di sagra capitavano alcune parenti di Canareggio, e mica a mani vuote … per esempio: — Oh! nonna … veda, le abbiamo portati gli aranci, o i datteri, o i confetti … — Voi le scorgete, cari lettori, discriminatura in parte, calze di bucato, pianelle di marocchino, gonne corte, manin (catenella) d' oro al collo.

Allora la veglia prendeva un aspetto gajo, e ornato di quelle locuzioni energiche e d' una tale rettorica, non sempre presentabile, però senza la malizia e senza la malignità, solita là dove la parola ha l' ufficio di mascherare il pensiero. Qualche po' di lotto c' entrava, posto che la c' è questa sporcizia! Nè ci mancava la sua politica, politica ingenua e tutta d' un pezzo, i ricordi del giorno immortale in cui vennero gl' Italiani (gl' Italiani!) e poi di quell' altro in cui il re in persona, proprio lui, Vittorio Emanuele, visitò la chiesa d' in faccia, e la vecchina raccontava lo sbarco della gondola all' approdo e tutto quello che vide passarle giusto là sotto i balconi.

Il marinaro suo genero parlava in vece del quarant' otto. Schietto patriotta, italianone per la vita, descriveva le gesta memorande di quell' epoca storica. Poi il conseguente lutto al ritorno degli Austriaci. Dei quali però non diceva male: soltanto gli cuoceva tuttavia la rimembranza della battaglia di Lissa, e quanto avea dovuto fremere in mezzo ai suoi padroni dell' Arsenale, soffocar le sue lagrime di dolore, mentre essi, disonestando cogli urrà della vittoria quelle mura gloriose, cercavano di mitigare la rabbia del prossimo abbandono. — Sentir maltrattare il proprio sangue — esclamava il marinaro — e dover tacere! — Ora s' egli fosse vivo un altro spettacolo ben più scandaloso ed iniquo ferirebbe talvolta il rozzo servo di marina, che avrebbe a nascondere un ben diverso dolore, udendo chi vitupera nella propria nazione sè stesso, chi ingiuria il fratello, e offende la madre, appena e dopo tanti sacrifizj redenta.

Quanto alle figliole, ai nipoti della vecchina altro stile, altri concetti! Allorchè, a vicenda, appressandosi alla cara malata, la interrogavano come la stesse, o se nulla desiderasse; e un offrirle pastine, persicate, o frutta anco fuori di stagione, poichè ogni sforzo si tentava da quelle buone anime pur di soddisfare le brame della loro diletta. — E la vuoi una pera?.. — oh! perchè non t' addolcisci la bocca con un granino d' uva, e gua', vecchia mia, to' un ovetto fresco, lo ha fatto or ora la gallina della comare, che te lo manda espressamente … — e questo e quest' altro … tanti discorsetti, tante confidenze, tante premure caritatevoli e oneste, che, a chi ne udì l' ingenua manifestazione, rimase la memoria pura come d' un concerto d' angeli.

Dopo sei mesi d' infermità la vecchiarella morì… le figlie la composero nella bara piangenti, ma tranquille: in seguito è morto anco il marinaro genero; lesse troppì fogli, s' immaginò che il cambiare governo equivalesse a trovarsi in gloria, e divenire, Dio sa cosa … Si scaldò la fantasia, e accidentato anche lui, ebbe a soccombere: il nipote navigò per mari lontani, la casetta-vascello è stata rifabbricata: non c' è più l' oleandro alla finestra, e nessuna faccia amica e sorridente vi si mostra dietro.

Tutto passa « così nell' anno, dei secoli; passano le generazioni » è scritto in una novella di Cantù: « gli edifizj, che noi ci prepariamo, verranno levati come il padiglione d' una notte, altre generazioni succederanno a godere, a gemere, a compiangere ad essere compiante, a soffrire a far soffrire, sino a che, giunta a sera la loro giornata, daranno luogo alle successive, nulla più ne indicherà l' esistenza, se non le rovine ». Ma, io soggiungo, la memoria dei dolci affetti, e l' esempio della onesta attività rimaranno sempre uguali. Di molecola in molecola, di palpito in palpito brilleran come sole da un' unica fonte di calore e di luce.

Venezia, marzo 1873

Scrivo con rammarico poche parole in commemorazione della signora Margherita Zoppetti, vedova Franceschi, mancata ai vivi il dì 9 del corrente mese, nell' età di 89 anni.

Poche parole, perchè semplicissime le qualità che la onoravano, e farne elogii pomposi offuscherebbe quasi la mite luce di quella nobile vita.

Come donna, la fu esemplare figlia, moglie, madre, ava impareggiabile nel vero affetto, senza debolezza. Come padrona di casa, la fu savia ed economa, che Dio ne accordi una simile per ogni famiglia, vigile e insieme prudente nel consorzio domestico; ai servi, più che padrona, madre amorosa, conservando quel decoro che non domanda, ma impone rispetto. Alle virtù casalinghe di questa egregia si vorrebbe più d' un cenno, in quanto servirebbero di lezione, offrirebbero modello a compostezza nelle relazioni famigliari. Saper tacere, saper parlare, approvare a cuore aperto il bene, correggere, simulando, il male; condursi, insomma, secondo i dettami della sapienza domestica, madre a quella civile. Come cittadina era sempre liberale, anco allora che di libertà non si parlava: lo era, quantunque le mancasse coltura adeguata all' ingegno, poichè nemmeno a educare la donna in quei tempi non ci si pensava. Ma in lei supplivano il naturale criterio e la memoria fedelissima.

Fra gli avvenimenti patrii ricordava spesso il più antico, il più mesto. La caduta della Repubblica. Si sovveniva di quel trambusto, di quel via vai pieno di confusione e dolore; rivedeva gli Schiavoni dalle faccie ruvide, bagnate di pianto; udiva il loro grido di Víva S˙ Marco, e le parole con cui esprimevano il furore di cacciare i Francesi, le ripeteva con passione giovanile.

Così pure altri fatti rammentava la buona signora, e li riferiva col vero interesse d' un cuore a cui preme il bene del paese, informato a schietto liberalismo, il quale però non le faceva velo al giudizio, ed ella sapeva benissimo gli entusiasmi del momento scemino e quanto presto si cambino in ogni popolo, e più in quelli d' indole vivace. A tanti mutamenti di Governo assistette! Ed ella solea dire che quiete e felicità più di sei mesi non la vidde mai; dopo tornava il malumore di prima, laonde migliore avviso le pareva coadiuvare, senza servilità, il reggime nazionale sussistente, piuttosto che favorire innovazioni, e incontrar mali nuovi, aggravando i vécchi.

Per quanto si riferisce alla vita sociale, la signora Margherita si mantenne sempre qual dev' essere una vera cristiana. Allorchè il nipote, potendo aspirare al più brillante arringo, scelse il commercio, la ne fu beata; e a me, quella sua contentezza parve nobilissima, perchè democrazia a parole ce n' è molta, a fatti poca.

Questi sono insegnamenti pratici, e la non ne fu certo avara in famiglia, fin che le bastarono la mente e la parola, che negli ultimi tempi essa perdette, e fu grande tortura, come ognuno può credere. Pure, vederla nella sua poltrona, assestata, pulita, con quella cuffia bianca in testa; trovarla circondata dalle cure de' suoi, la destava un senso di simpatia; e ancora tanto sapeva, senza parole, esprimere i bei sentimenti, innati a quell' anima cortese, che si partiva da lei, sebben tristi, ma compresi d' una dolcezza riferibile all' antica stima, di quella che sopravvive alla perdita… Cara donna! Amabile vecchia!…. Ella non diede mai certo dolori alla sua famiglia, e questo, ch' è il primo, vale a consacrare nei loro cuori la memoria delle sue virtù, e a farne sempre più palese l' importanza, inspirando loro il desiderio di metterne in pratica, nel corso della vita, la nobile tradizione.

Venezia 15 dicembre 1873

Il lodato scrittore milanese,1) Salvatore Farina.) ci die' coi nitidi torchi della Tipografia Lombarda un altro libro, che consta di tre lavori. Fante di Picche; Una separazione di letto e di mensa: Un uomo felice. Dirò qualcosa del primo, ch' è il più lungo e il più interessante.

L' egregio autore scelse la novella per questi suoi racconti. E invero essa è il nucleo, la amandorla saporosa e succosa da cui vengono poi romanzi, drammi e poemi. Forma per eccellenza italiana, Shakspeare, Molière, Byron e chi sa quanti altri ne trassero, i più bei frutti, facendo onore alle loro letterature d' una ricchezza attinta ai nostri germi.

Quanto al fatto in cui s' intreccia il « Fante di Picche » esso è amabile. Per lingua, precisione di pennellate gentili, e proprio scritto per i buon gustai. La Gasparin dipinge la Svizzera col garbo di particolari, tutti verità e grazia, con cui Farina ci ha dipinto la sua Brianza.

L' intreccio vorrebbe essere meglio architettato, perchè quantunque breve, da questo racconto a una novella boccacevole, molto ci corre. Infine gli è un piccolo romanzo. Forse all' egregio autore gioverebbe scrivere pel teatro dove, anzitutto per reggersi occorre architettura robusta, nè in quei tentativi ei perderebbe di certo la nozione delle squisitezze d' arte, che così bene intende. Certo a un romanziere una prova drammatica, bene o male riuscita, gli fa tanto pro.

Del resto altro non potrei dire; lievi mende, qu alche facezia studiata, qualche studiata naturalezza nel dialogo, che contrasta con la elevatezza di concetti e modi non comuni. Noto più che per altro, affine di aggiungere autorità alla lode, perchè lode merita; santa è la mira di mettere orrore del gioco, le ansie del quale sono dipinte con fiera efficacia. « Il Fante di Picche » falso usurajo, sostiene, con umorismo e rallegra l' amara scena. Il giocatore è redento da una bella passione di giovane e con un buon matrimonio alla vecchia. La giovinetta che fa la parte d' ignota Dea è la più cara personcina del mondo; emancipata e pur severa, modesta e in un risoluta. Taluno trova che la si lascia abbracciare con troppa facilità in una certa mattina, quando ha salvato da morte il giovane, ma era un momento di confusione: la non ci ha messo malizia, nè ce l' ha messa l' autore, che mostra bell' anima, aperta ai più bei sentimenti, di quelle che Dio conservi all' Italia e moltiplichi.

Treviso 16 Novembre 1874.

dramma in tre atti ed in versi del Prof. Angelo De Gubernatis, direttore del bel periodico La Rivista Europea, non vuole generici elogî, perchè lavoro tutto originale sì nella forma che nelle idee ed anco nel soggetto, quantunque Romolo sia personaggio storico dei più noti.

La bella vita di questo dramma fu certamente attinta ad una estesa erudizione di antichità storiche, il filologo aiutò dunque il filosofo ed il poeta, nè è da farne meraviglie, perchè dal connubio di questi raggi ne viene la massima luce all' arte; Manzoni e Walter-Scott, innanzi che romanzieri, furono grandi eruditi.

La favola del Romolo è tenue, un amore n' è il perno; gelosia di fratelli, tristizia d' anime deboli e prave son le rote che movono la semplice macchina: cioè a dire gli è il ratto delle Sabine sceneggiato, anzi incarnato in una breve azione.

I caratteri spiccano scolpitissimi, senza ombra di sforzo sebbene in questo dramma intendesse l' autore nascondere un' allegoria; ciò veramente apparisce fin a un certo punto, e forse non ci si penserebbe senza la dedica al signor duca Gaetani di Sermoneta.

Ma ciò non toglie al dramma, piuttosto vi aggiunge; molte volte le allegorie son le riprese dei lavori mal riusciti. Romolo, in vece tipo storico, e capo della grande famiglia latina, è un' allegoria per sè stesso. Romolo, dramma, non ha bisogno di allusioni politiche per piacere, ed anzi non par vero che con poche figure leggendarie, favolose, e colla esposizione di fatti remoti, da noi totalmente diversi, si possa prendere interesse a tale lettura. Ma la verità opera di questi prodigi.

Romolo vincitore, idea della forza, ma non brutale, costretto a divenir fratricida, è in quest' affresco storico del professore Angelo De Gubernatis toccato con vivi e simpatici colori. Remo, il Caino, ha nel viso più che la luce, ombre sbiadite, qual si conviene alla sua parte subdola e odiosa.

Quanto ad Ersilia deve il chiarissimo autore aver tolte da care immagini vive, le tinte della sua eroina.

La è appena toccata, ma niente indecisa, e quando occorre la spicca per bei sensi gagliardi. Il padre la disprezza perchè femmina: ella, figlia riverente e riconoscente, gli perdona, e lo ama: però sul punto di staccarsi da Romolo, per divenir moglie d' un re, a cui dal padre stesso è costretta, essa insorge e dichiara aperto il suo affetto. La miseranda condizione della donna Sabina non potè dunque deprimere del tutto quell' anima vergine, sì che non divampasse all' impeto della prima passione.

Mezio padre di Ersilia, re dei Sabini, Acrone signore di Cenina, antipatici ambedue, fan la loro parte, benchè troppo poco e alla fine si vorrebbe saperne qualcosa. Ma i mimi col tamburello, i lazzi ed il cacchinno obbligato, ben rappresentano chi gl' invia a Romolo. E' son ritratti al vivo: vili schernitori, arditi e impudenti fin che non tremino di paura: e' paiono d' oggi.

Dirò una parola su Tarpeia, compiuta figura, benchènon si veda. L' A˙ annunzia che la potrebbe divenire soggetto d' altro dramma. Chi sa poi se gli riesce così perfetta come qui, dov' è lasciata nelle quinte? La passa di lontano sulla groppa di un corridore selvaggio, fra l' orror delle selve. Romolo vince la invitta virago al corso: e nulla o poco più.

V' ha una grande generosità nella apparente sprezzatura d' un pennello, che tocca e salta via. In tal caso sarebbe previdenza, purchè alla lunga la Pantasilea potria divenire una uggiosa virago, o, come dicono, una calza turchina della peggiore specie.

Ben è vero che dalla Camilla di Virgilio in poi questo della donna forte è tipo nazionale: “ È Camilla la fiera virago E d' Italia l' amazzone antica.” Dice Dall' Ongaro “Donna o diva degl' Itali amica È l' imago del genio latino, Che dall' Alpi all' estremo Appennino Desta i germi del prisco valor.”

Ma nella freddezza di Romolo per Tarpeja vi è un fatto fisiologico più vicino alla realtà, che nella poesia di Dall' Ongaro; il culto delle amazzoni è più in Francia che da noi.

Belli ed ispirati mi paiono i cori, originalissimi in ispecie quelli degli Arvali: e tutte le liriche melodiose: quando Romolo vede Ersilia: “Vergin chi sei? … la bionda Flora primaveril, O la gioconda aurora, Che ride al primo april?.. “Parla! — o il lion che rugge Se ti sgomenta ancor, Deh! il piè che fugge allenta, La voce mia si muor.” Ersilia risponde: “Signor non son la bionda Flora primaveril, Nè la gioconda aurora Che ride al primo april. Se dalla mia pupilla Ti cada stilla al piè, Non stilla di rugiada Lagrima viva ell' è. Sognai, sogno fors' anco Larve, fantasme ahi son, Col bianco dì scomparve La cara visïon.”

I cori han qualche strofa oscura e conviene rileggerla, ma ciò non fatica, e il canto romano al sole è un vero inno: “Salve o sol, che la stirpe latina Svegli, eterno, ad eterni splendori; Salve o sol, la tua luce divina Ci trasporti in divini furori.”

Forse taluno desidererebbe tronco l' ultimo verso, ma così è più romano, ha più l' imponenza grave e sostenuta del ritmo latino. La stessa lode merita il carme nuziale e quello funebre, abbondanti di lirismo e di argomenti e paragoni pensati.

Nel tutto insieme del dramma la rettorica non è sbandita; nè lo poteva: talora le allusioni contro gli auguri soverchiano, per uno spirito, che sa contenersi, come quello del chiarissimo autore: però, si capisce, le sono scagliate contro a coloro, che del sentimento religioso si servono per quel tristo furore partigiano, cui si fa onta col solo suo nome di clericale. Non contro chi ha della divinità un inalterabile, puro concetto, e lo afferma, più che con preghiere, con forti opere di carità e di giustizia.

Color locale, non a tratti strillanti, ma fuso da per tutto; sapore mezzo agreste, mezzo guerriero di vita aborigena, nelle condizioni dell' antica Roma e di quegli ingenui dissodatori di selve; un che d' arcano nella poesia del mito, un aroma come quelli acutissimi, che si sprigionano alla mattina nei boschi; cosicchè l' impressione provata dal lettore corrisponde al soggetto e dandogli la sua vita antica, lo fa parere a noi cosa nuova.

Venezia, 14 del 74

Il conte Luigi Torelli, senatore del Regno, è uno di quegli uomini che non si contentano di dire il bene, ma lo fanno; non predicano agli altri, ma danno l' esempio. Benedetto lui!.. ha sempre qualche bella idea, qualche nobile ispirazione. A Venezia, chi passa davanti al bacino Orseolo (e avrebbe a chiamarsi Torelli, perchè i benefizî d' Orseolo, buon' anima sua, ci son più lontani), chi passa adunque davanti a quel bacino e sa cosa c' era prima, e invece dell' antico orrore vede un' apertura, un lucido, un' eleganza, una piccola cala o darsena, sorta per incanto, in cui si specchiano di giorno i caseggiati nuovi, dalle cento finestre, colle tende tirate e protese, e alla sera cento lumi, che la pare una festa! … Se taluno avesse suggerito un giorno a certe teste fine, che reggean la cosa pubblica — Togliete un po' quella sconcezza, quella miseria, quella cosa contraria alla civiltà, alla salute… — Oh Dio! non si può; l' acqua, il livello, le fondamente… — E lui, questo mago, edile, idraulico, magistrato, mi butta via tutto, e primo li mette fuori lui i denari… Tacciamo del resto; e dei monti di cui sollecita l' imboscamento, e delle condizioni migliorate al nostro commercio, e degli Ossarî, e delle opere d' arte!

Adesso il conte Torelli ebbe un' altra idea, non tutta sua, ma partita da tale, ch' è degno di lui; un' idea diversa nell' applicazione, sempre uguale nella nobiltà dell' intento. Ha pubblicato, coi bellissimi tipi Barbèra di Roma, la Rassegna di Novara, in versi sciolti, composti nel 1861 dal conte Costantino Nigra, ministro d' Italia a Parigi, e che li donò alla Società degli Ossarî di Solferino e di S˙ Martino, affinchè, venduti cogli altri fascicoli, aumentassero i prodotti della cassa, e permettessero maggiori spese ad abbellimento del sepolcreto.

I versi son ben fatti e assai ben sostenuti. In essi, prima ancora del poeta, traspare l' uomo di guerra. Ispirato dall' eterna anima del paese, il suo armigero Piemonte, egli nella visione d' un sogno, riassume con fedeltà rigida e con serrate frasi, ad una ad una, le squadre. Comincia dai prodi carabinieri, coi

“Purpurei pennacchi erti ed immoti, Come bosco di pioppe irrigidito. Usi obbedir tacendo, E tacendo morir, terror de' rei, Modesti, ignoti eroi, vittime oscure E grandi; anime salde in salde membra”.

Mettere in una poesia, primi di tutti, i militi della benemerita arma è segno d' uno spirito serio, pieno di grandezza e d' indipendenza dalla piazza, più difficile che quella dal Governo.

Poi viene: “Quasi muta di veltri alla foresta, Avida, ardente la colonna invitta Dei bravi bersaglieri”.

Quindi i cacciatori sardi, i veterani d' Aosta, i corpi franchi veneti, genovesi, lombardi, toscani… e tutti insomma. Ombre dolorose, ma non querule, intorno a Carlo A lberto, che li passa in rassegna, fin che sull' aurora: “a poco a poco Si spolpano cavalli e cavalieri, E all' incerto crepuscolo confusi Van balenando in bianche righe i nudi Scheletri. Ancor paleggiano le lancie Le scarne destre, e librano i fucili. Premon gli acuti femori le vuote Equine coste: e sotto ai radianti Elmi s' infoscan le scavate occhiaie. Insolito clangor metton le tube, Imboccate dall' aride mascelle, Come squillo d' arcangelo. Col brando L' ombra regal dà l' ultimo saluto Alle spente falangi, e si dilegua, Nei primi raggi del nascente sole.

Noi ci figuriamo un diplomatico, oppure uno chiamato a divenir tale, ce lo figuriamo ritto, interito nella sua cravatta. Un segno di emozione non gli traspira dall' occhio gelido; se parla ha da dire il rovescio di ciò che pensa: ha da gabbare, e questo è ciò che preme, il prossimo… Tutta roba vecchia, tutti ferri iti in disuso. Il diplomatico d' una nazione giovane dev' essere un uomo a cui batta il core, che dica quello che sente, e a cui si presti fiducia. Tanto peggio per chi si ostina a tenersi sui trampoli dell' antica politica. La nostra politica è di rimanere onesti, fare il dover suo, mostrandoci forti. E, quando i versi son del metro di questi del conte Nigra, ei non guastano proprio nulla.

Venezia, 21 giugno 1875

Rosa Govona, la benefattrice piemontese, fondatrice degli Asili manifatturieri per le fanciulle povere, fu benissimo scelta per tema di discorso dalla signora Raffaella Barbiera direttrice nell' educandato delle Zitelle in Venezia, il giorno della solenne distribuzione dei premî, in questo stesso anno.

Il discorso, semplicissimo per le idee e per lo stile, esalta una gloria vera, ma umile, e con ragione lamenta il maggior plauso del mondo per le glorie fatue e pel fasto della potenza…..

« Rosa Govona sorge più luminosa e più grande al mio pensiero di cento antiche imperatrici, e il suo dominio è fondato non sull' aura popolare del momento, ma negli animi riconoscenti, e non morrà che in quel giorno in cui la vera beneficenza non avrà più un altare e il santo coraggio di una donna sarà disprezzato ».

Del la Rosa Govona dice Tommaseo: “Caddero quercie e rupi Vive il tuo nome o Rosa; Non è terrena cosa Il fior di carità! Scintillerà il tuo nome, Sublime poverella, Fida e pudica stella Sulle volgenti età”.

Questi versi che la brava Raffaella mise ad epigrafe del suo discorso fanno del nome della illustre piemontese un' insegna di carità celeste; forse quel solo nome sul frontespizio dell' opuscolo era preferibile al generico titolo « un angelo di carità » perchè della Rose Govone ce n' è una sola, e angeli ce ne sono tanti!… In ogni modo, lode alla brava Direttrice che mise in luce, anche fra noi, quella illustre, povera e oscura, che senza pretendervi raggiunse la più al sicuro dall' invidia, ma la più da ambire fra le glorie del mondo.

Venezia, ottobre 1875

Un giovane d' ingegno e di onesti sentimenti, Carlo Raffaelle Barbiera, che Venezia s' è lasciata scappare, poichè egli andò a Milano, dove chi pensa e scrive è retribuito con seria attenzione e lucro, pubblicò adesso pei tipi di Natale Battezzati un libro col titolo Simpatie, studî letterarî. Contiene biografie, critiche, necrologie e tratta fra gli altri di Francesco Dall' Ongaro, di Luigi Alfonso Girardi, Cesare Betteloni, del Lamberti, di Carrer, di Zorutti, Nievo, Somma, Camerini e Maroncelli.

Perchè nell' anno 1876 uno scrittore che, in fin dei conti, è serio e sa benissimo ciò che può valere un libro di studi letterarî, ossia la voce d' uno studioso in mezzo al fragore di cento trombe e tromboni politici; perchè uno si arrischi, bisogna dire che abbia vera passione. Questo io cerco in chi scrive e per questo ne dico, non foss' altro, che una parola, ma semplice e dal cuore. Il pietoso compito d' uno che, offeso dal clamore, spesso inane e vuoto di voghe momentanee, rialza riputazioni o poco note o già dimenticate, è per sè stesso così nobile, che divien quasi dovere dargli ascolto.

La prefazione del volume, nitidissimo, elegante, compatto, degno del Barbera o del Treves, è breve e mi piace riferirla, preceduta da questa dedica: « Alle reclute dell' arte, che combattono e muoiono in silenzio, queste pagine ai pochi che mi leggono ». La prefazione prosegue:

« Non mi sarei lasciato vincere dalla tentazione di pubblicare questo volume di studî, alcuno dei quali fu stampato altra volta nella prima sua forma come saggio, se l' indole loro non fosse stata una sola e uno lo scopo, e, lasciatelo dire, uno l' affetto che li dettava. Fra tante demolizioni e fra tanti onori usurpati, mi parve dovere il ricordar nomi dimenticati a torto dai più, o non degnamente apprezzati da tutti. Nè la loro memoria è infeconda, perchè ci richiama a tempi, a passioni, ad ingegni ch' è bene ricordare con essi, nè il nostro è un affetto esclusivo, perchè ci solleva all' entusiasmo dovuto ai grandi.

« Ho chiamato Simpatie questo lavoro, perchè ciò che è umile, ch' è sconosciuto a torto e a torto condannato, ha il primo mio affetto. Del resto, non bado a pregiudizî di scuole, di caste, di partiti, vera peste dell' arte. So che questo libro è destinato a perire, e presto; e io non lo giustifico di più. Soltanto vorrei sperare che non fosse confuso colla vanità letteraria il sentimento, che lo ispirava ».

Come ognuno vede, questa dedica è semplice, lontana da quella certa scapigliatura, da quei romanticismi eroico-sentimentali, con cui i giovani nascondono il poco vigore, la poca solidità dello stile e del carattere. Bisogna tenergli conto di ciò, perchè il Barbiera (difetto comune agli Italiani, la vita dei quali conta pochi lustri d' orgasmo) v' inclinerebbe.

Non parlerò delle biografie, alcune già note e lodate da me, da giudici ben più di me competenti. Lo scrivere del Barbiera ha un bel nerbo, eleganza, concetti, criterio e non occorre dirlo, tutti lo sanno.

Ma perchè cominciare un libro dalla biografia d' un suicida, quando Barbiera stesso intende ed esprime « il genio che crea, l' uomo di forte carattere, che ci spingono al bene, ecco coloro a cui dobbiamo soltanto rivolgerci? » Porre sul primo piano d' un quadro il cadavere d' uno morto malamente! Non pare al nostro buono e bravo giovane scrittore, che occorrano altri esempi da mettere in prima linea all' Italia? Uomini forti, uomini per davvero che diano muscoli e sangue alla cara madre… ahimè, Dio sa quanto presto la ne avrà bisogno! Perchè tanta fretta di dare a spettacolo anime infelici, eroi squallidi che, dopo aver tentennato nel dubbio, si uccidono da sè?

Dall' altra parte consola che il nostro giovane autore si sia fermato sull' affezione più che nobilissima del Pinchetti alla madre. Finchè un cuore batte di quel palpito, non è morto del tutto.

Ciò fa sperare che Carlo Raffaelle Barbiera, trabalzato per l' amore dell' arte dal suo caro nido nativo, conserverà oltre al nobile stile anche il cuore.

Egli va aspirando alle cime aride e nude, dove non cresce un fil d' erba; dove non si vedono che nuvole, rotte da lampi, il più delle volte sinistri. Intanto che altri pensa a' traffici proficui, pianta casa, si prepara per l' inverno, coltivando l' orto che dà frutti saporosi e nutrienti, egli lavora nell' onde, solca la sabbia d' una grande metropoli, perde in quel rombo il suono dolce dei parlari di casa. Egli starà là fra le ire e gli amori della gente letterata (gli uni più pericolosi degli altri, poichè sollevano sugli scudi mal fermi soltanto chi non dà invidia). Oh! cosa troverà all' ultimo il giovane Barbiera, che nel mettere pietosamente in luce le « reclute che muoiono in silenzio » dà troppo a divedere quanto, non senza motivo, aspiri alla gloria; cosa troverà egli, coscienzioso e serio, egli lontano dai favori della moda, quando un grande, il Guerrazzi, ucciso, com' ebbe ad esprimersi, dalla mediocrità, che fa Pasqua, riferì e fece sue le parole, scritte da una, famosa nei due mondi « Jumo di gloria non val fumo di pipa! »

Il cavaliere Antonio Angeloni-Barbiani, nome caro alle belle e buone lettere, pubblicò intorno a Tommaso Campanella uno studio notevole per dottrina, erudizione, conciso e corretto dettato. Dopo un bel proemio, egli espone con diligente acume le condizioni morali del tempo in cui il filosofo calabrese ebbe a dibattersi per debellare (ei diceva di sè) tra mali estremi la tirannide, i sofismi, la ipocrisia.

La scolastica, la rinascenza, il nominalismo, il panteismo, il realismo, il concettualismo altri ismi d' ogni maniera; noti al gergo delle scole; post rem, ad rem, altre mille questioni per cui quella brava gente d' allora si dicervellava e di cui a noi profani preme pochissimo; solo, tenendo a mente i nomi che illustrarono queste dottrine, sebben siano lettera morta. Telesio, Scott, Abelardo, conosciuto più per essere l' infelice amante di Eloisa che il discepolo e l' antagonista del Roscellino. San Tommaso che colla sua opera delle Somme (da Tommaseo definita gigantesca) conciliò l' individualismo … e poi … e poi? … sottigliezze, sillogismi scolastici, ombre del medio-evo, amarezze, persecuzioni… e tutto finisce in un carcere…. dove il grande franteso, che die' il primo colpo alla scuola aristotelica e mise i fondamenti di quella moderna, stette ventisette anni!

La tenacità della vita e potenza meridionale non potrebbe avere maggior prova di questa, poichè nel carcere mai non venne meno all' uomo il cuore, al filosofo la mente.

Riferiremo un pagina del saggio critico di Angeloni perchè ci pare la più schietta.

« Campanella, che nell' entusiasmo della ribellione appellava sè stesso squilla settimontana, campana che annunzia l' aurora del nuovo giorno, avea giurato sulla tomba di Telesio di difendere la giustizia e predicare la verità, e con raro coraggio civile attenne la sua promessa. Simile ai Profeti di Giuda, ei tentò di scuotere l' inerzia de' suoi concittadini e di suscitarvi lo spirito guerriero e il fremito della libertà. Ma le fila della congiura si spezzarono, e cominciò contro il celebre cospiratore una terribile persecuzione. Allora il Campanella fuggì da Stilo, e si ricoverò in un convento di francescani, posto sopra una montagna solitaria; se non che Maurizio dei Rinaldi lo scoperse, e tentò di sacrificarlo. L' amore paterno salvò il magnanimo ribelle, e lo condusse verso le marine, d' onde avrebbe potuto trasmutarsi nella prossima Sicilia; ma tradito e denunziato dal principe della Rocella, questi lo fece vilmente legare da' suoi sgherri, e carico di funi lo consegnò a Carlo Spinelli, fautore potentissimo in Calabria della dominazione spagnola. Nel settembre del 1599 fu tradotto il Campanella innanzi a' giudici, che stupidamente lo interrogarono: come sa egli di lettere, se non le imparò giammai? forse tiene addosso il demonio? Campanella fieramente rispose agli stolti magistrati: ho consumato più olio, che voi non consumate del vino. La mordace risposta inacerbì l' animo dei giudici, e il Campanella fu sottoposto alle più barbare torture che ricordi la storia, e poscia gittato nella fossa del Niglio in Castelnuovo, dove rimase ventisette anni a espiare il libero pensiero e i generosi propositi, infaticabile sempre nel comporre opere speculative e politiche, tra cui più famose la Monarchia Spagnuola e la Città del Sole, e sereno al cospetto de' carnefici e della morte. Finalmente la voce generosa di Urbano VIII si levò a favore del prigioniero, e il 6 aprile 1629, egli, dopo aver passato qualche tempo nelle stanze dell' Inquisizione, potè imprimere i passi per le vie dell' eterna Città. Eppure la plebaglia romana, concitata dagli Spagnoli, chiedeva furibonda il sangue dell' eretico calabrese, e fu prodigio, s' egli, sotto mentite spoglie, protetto dall' ambasciatore di Francia, giunse a salvarsi a Civitavecchia, dove rinvenne una nave per veleggiare alla volta di Francia. Là fu splendidamente accolto dal Peirescio nel suo palagio di Aix; l' inclito filosofo Gassendi gli fu compagno indivisibile; e là compose il suo libro immortale: la Metafisica. Luigi XIII lo accolse e lo protesse; Richelieu lo chiamò alle discussioni del Consiglio di Stato e all' Accademia; tutta Parigi l' onorò, ed egli sentì ringiovanirsi sotto il cielo ospitale della Francia. Ma i patimenti le torture e le persecuzioni aveano logorata quella nobile esistenza, e nel 21 maggio 1639 la grande anima del filosofo di Calabria salì al Signore da quel convento dei domenicani, donde un giorno sarebbe scoppiato l' uragano della rivoluzione francese. »

Taceremo del come il chiarissimo autore del saggio sintetizza le opere del Campanella: gli scritti sul senso, sulla investigazione delle cose, nel commentario alla Monarchia Cristiana, nel trattato di etica, in quella del reggimento della chiesa, e particolarmente nella Monarchia Spagnuola, ideale del monaco calabrese… ahimè tanto era scaduta Italia e ben le si attagliano i versi scritti dal Berchet, tanti anni dopo: Non è lieta, ma pensosa, Non vi è plauso, ma silenzio, Non v' è pace, ma terror. Come il mar su cui si posa Sono immensi i guai d' Italia, Inesausto è il suo dolor!—

Taceremo della Città del Sole ove si riflettono Platone e Tommaso Moro: notando solo, a tal proposito, che in questa repubblica impossibile il monaco calabrese immagina « abolita la proprietà, la famiglia; vuol elezione universale, agricoltura in comune… lavoro, povertà, contemplazione ascetica…» In questi che l' autore del saggio chiama deliri, ascetismi da cenobita, o non si vedono forse, coi lampi del genio, quelli delle moderne rivoluzioni? Enfantin, Proudhon, Fourrier presso a poco aveano simili idee. Questa società, che i sognatori creano in fantasia è una alterazione del Vangelo, da cui non si possono allontanare, è un' immagine dell' inferno?

Parlando di Campanella, come poeta, l' egregio Angeloni riporta fra gli altri un sonetto a Venezia, che vorremmo fosse meditato dai moderni.

Chiudiamo dicendo al cavaliere Angeloni quello che l' esimio D' Ancona disse della prosa di Campanella; « non è dolce, sdolcinata, non corre fluida, non vivace, scherzosa, ma seria, di forte tempera, e maschio suono. Il D' Ancona aggiunge che ciò non garba agli stomachi avvezzi ai delicati cibi odierni… Sentenza d' oro, da praticone la è codesta.

Da noi l' alta letteratura se non la è al lumicino poco manca; i nostri grandi bimbi, avvezzi alle fosforescenti pagine, piene di magìa dei libri francesi, vorrebbero il romanzo perfin nelle più astruse vie della scienza. Un francese avrebbe fatto anche in un saggio critico (dicendo mille spropositi in quello, che sapeva di non essere inteso) un Tommaso Campanella per proprio uso e consumo, inspirandosi là sui luoghi, inventando un a more, o drammatizzando il punto nel quale il monaco di Stilo rimprovera al Vicerè di Napoli l' orrendo sgoverno. Quel Vicerè che a una donna morente di miseria intimò:— vendi l' onor di tua figlia e paga le gabelle! — Poichè, afferma Campanella, si pagava per tener la testa sul collo …

Il cavaliere Angeloni ha invece composto un lavoro puramente di verità e di studio, in cui sola emerge una bella sintesi, pregio caro e finora specialissimo agli Italiani. Egli non ha dubitato dei tempi volti a tutt' altro, tempi nei quali ciò che non è politica militante o semplice svago si classifica fra i fossili: non ha dubitato di sè medesimo. Ciò suppone in lui una fede robusta, un petto molto valoroso. Di questo sopratutto si vuol rendergli lode e congratularsi; perchè un' anima giovine, uno spirito pronto valgono più delle più brillanti letterature, non ispirate agli schietti sentimenti, che infervorarono la bell' anima del nostro autore.

Venezia, ottobre 1876

Antonio Ronzon, giovane del Cadore, scrisse la vita di Natale Talamini in modo, che ferma l' attenzione e quanto di Talamini dà idea chiara di sè come scrittore e come uomo. Una parola intorno a questo lavoro mi pare opportuna ad accennarne i pregi e difetti. Trattandosi d' un giovane premono assai le mende e con esse comincio. Le laudi prodigate in principio dai critici sono ordinariamente un passaporto, per quindi avere più agio a dare una generosa bastonatura. Qui sarà il caso inverso.

Intendo che le prime pagine del primo capitolo mi aveano un po' disgustato. Le mi apparivano studiate, artifiziose come un discorso accademico di cinquant' anni fa, intinte di quella fraseologia romantica e punteggiatura a singhiozzi, che asconde il vuoto dei pensieri e del sentimento. Ma subito ebbi a disingannarmi: l' esordio non prometteva giusto. Appena il giovane scrittore s' è messo a raccontare, è ito per la via liscia. Ha detto tutto con semplicità, schiettezza, naturalezza, con una moderazione e giustizia che, anche chi non conobbe Talamini, pensa — gli è lui! — Così avviene dei ritratti riusciti. La rettitudine e moderazione, parlando d' un prete a questi tempi, è preziosa; io vedo più che uno scrittore nel bravo Ronzon, vedo un carattere. Non segue la moda, dunque se la farà andare appresso; non obbedisce nel male, dunque saprà comandare il bene. Col nome di Dio! gente che non segua il gregge ce n' è così poca, e ce n' è tanto bisogno! Anzi ai forti e nobili spiriti soli è affidato l' avvenire della nazione.

Non mi intrattengo di Talamini. Un nome basta. Quei larici dell' Antelao, con le radici sature delle sostanze del nord e colle cime indorate dal sole d' Oriente, sono, per conto mio, quanto può dar di grande ed efficace un paese. Di loro si fa tutto. Vigore, poesia, docilità, indipendenza; la pratica più sicura negli interessi materiali, lo slancio più fervido nel sentimento, fino all' ideale divino. Fuoco di vulcani, freschezza d' acque cris talline; roccie porfiriche, boschi profondi, olezzo di fiori selvaggi e in un delicati.

Questo sublime prete ebbe un' anima, sentì, sofferse, seppe esser grande, originale e non ridicolo. Patriotta italiano, agricoltore, cittadino, parente. Raccontarne la vita fu dunque ottima cosa, leggerla sarà ottimissima.

Forse adesso in cui non si leggono dai più che romanzi, si volea scrivere la biografia a modo romanzo. Non trovo opportuno che Ronzon tagliasse il suo eroe in tanti scompartimenti, buoni per un libro serio di scienza, o per un trattato; per una scrittura popolare no. La biografia può somigliare al romanzo, poichè esso non è che una biografia: possono d' una persona uscire più immagini diverse, ma un solo ritratto non si può scindere, mostrandolo parte a parte. Anche la storia greca fu detta da Omero a mo' di fiaba, soave licore, che adesca i piccoli e grandi bimbi. Ma fare un capitolo apposito pel poeta, uno per l' uomo politico, inaridisce l' argomento. C' è nel poeta il politico, nel politico il filosofo, come c' è luce nell' onda, acqua nell' aria e via discorrendo. Fondere insieme, impastare la nobile personalità dell' inclito Cadorino, effigiarla a cento pennellate e riprodurla caratteristica tutta d' un pezzo, interessava di più e si risparmiavano pagine.

Antonio Ronzon è una bell' anima schietta; credo e spero ch' egli scriva ancora; tengo dunque a dovere, posto ch' io sono al termine, suggerire modestamente ciò, che può agevolare la via a lui che comincia. Riassumo dunque, consigliandogli un po' di garbo toscano nello stile. Non cercato, ma discreto, e possibilmente fedele alla parlata nativa. S' ha da voler bene alla mamma anco se la è paesana, paesanissima, e non ci si perde mai. Basta un fiato di grazia a iridare uno scritto, basta una sfumatura di vernice, un tantin d' eleganza, di pittoresco e di… c' è una parola nostra, che merita di entrar nell' amabile schiera delle più diffuse fiorentinerie; che tocca e non urta, che carezza e dipinge: voglio dir coccolezzo.

Tutto ciò esprimo solo pel vivo desiderio che questo bravo giovine faccia onore a sè, al suo, al nostro Cadore. Di martiri non è il tempo. Hanno sterpata la via, hanno versato il sangue a fecondare il terreno. Occorrono anelli di ferro a mantenerci fermi, a legare le memorie alle speranze, le tradizioni antiche alle opere future, da consolidare l' edifizio, che senza ciò sarebbe (oh! Dio, si piange a pensarlo) eretto per niente.

Venezia, aprile 1877

Ho visto l' altro giorno il nostro Principino giuocare in giardino reale e posso assicurar che sta bene. Vispo, svelto, un vero babao. Fa piacere guardarlo, sentir la sua voce argentina, ma risoluta, gridare — all' armi! — È un ragazzo come devono essere i ragazzi; mi sarebbe spiaciuto scorgere in lui un piccolo importante, un bimbo, serio, un omino; perchè quelli diventano bamboli, quando è tempo d' esser uomini.

Questo caro puttello gioca ilare, corre qual daino; la sua figura agile, e ben proporzionata, in costume da marinaro, sbuca insieme ai compagni, dalle belle macchie di verdi, sbacchetta allegramente, con una canna, brandita a fucile, sparisce, ricomparisce, inseguendo … cosa mai? … Cos' altro che la sua stessa allegria, la sua gioventù serena, la quale gli fa a' capo, dalle rigide foglie degli evonimi e dietro le frange dei deodara? Che Dio lo conservi, il bel figliolo della graziosa Margherita, a cui la sorte impartì il privilegio di chiamarsi prima regina d' Italia, e di dare a questa, in un piccolo re, un caro soldatino in erba.

Venezia, Settembre 1879.

Le son ventidue paginette, che, a parer di chi sa, valgono un tesoro. I versi brevi, quinarî a rime sdrucciole, sincopate, s' alternano alle ottave ed alle terzine; egli è un polimetro. I versi brevi suonano strani, frizzanti, razzenti; incidono, passano sfiorando, come ala di corvo sull' onda, fremono come corde, e qualche volta strillano. Ma nell' insieme si capisce tutto cosa vuol dire, e tra il nero scritto del niello c' è il suc bell' azzurrino oltre-mare, a nuvole d' oro, simili a colombe pel cielo, e qualcosa di molle, di soave che freme nel cuore e rompe il solo tono di quel metro duro e pesante.

Il poeta, qui, perdiana, il titolo non è pari a quello del re di Sardegna, ch' era di Cipro e di Gerusalemme per niente… Qui, il poeta non ha che a ricordarsi una cosa: di non ripetersi troppo in questo genere, perchè alla lunga affatica. Il pubblico s' infastidisce presto; bimbo male avvezzo, si slancia su tutto, ch' è nuovo, ma subito ne ha d' avanzo. Gli si presenta uno con qualche altra novità, la trova sublime, e fa amaramente scontare al lodato d' jeri, col dolce che prodiga al lodato d' oggi.

Del resto il poemetto è bello, bello, tre volte bello. La conclusione è di una serenità primitiva, d' una bellezza, che non cambia mai per gli animi onesti, grazie a Dio il maggior numero. Questa leggenda finisce castamente. Può darsi che a taluno questo epiteto venga a noja…. Oh! dio la purezza a questi lumi di luna… le son cose da morir da ridere. Il poeta lo intende e dice e protesta.

“E dunque io giuro che, a toccar la cima “della poetica “metterò un adulterio in terza rima, “sfrattando gli angeli. “Che farci? il tempo che è pur vostro e mio, “crede punto al demonio e poco a Dio — “vïete fisime!

Ci ammaniscono l' adulterio fritto, arrosto, allesso. In una famosa commedia francese, dove l' azione si sviluppa a cagion d' un temporale di estate, è anche in umido. È lui solo dunque a fare le spese delle lettere e ad aver fortuna. Accogliamo perciò a core aperto il brillante Cherubino della leggenda, narrata da Vittorio Salmini, perchè essa termina col trionfo dello spirito sopra il senso.

Dove questo regna, decadono le stirpi. Prova ne sian quei bruttissimi Turchi, a cui il nostro poeta diede una fiera botta in teatro, mostrando una volta di più che si può mantener l' anima elevata e non esser niente affatto melensi.

Questo giornale, buono anzi ottimo, esce in Firenze, la cara città, sacrificata dalla politica; splendidamente rimasta grande, per l' arte e per la lingua.

Basta il titolo a dir l' intento di questo nobilissimo bollettino… proteggere gli animali! Gli amici, i compagni dell' uomo. Vilipendere, castigare chi li maltratta.

Le son idee, che vengono sulle rive dell' Arno, dove i fiori e i pensieri gentili mai non cesseranno di spuntare. I collaboratori del giornale tutti scelti, tutti, come suol dirsi, numero uno.

Citeremo solo la prima fra di essi. La contessa Isabella Rossi, vedova Gabardi, che, sotto il nome di contessa Comparini, die' al bollettino un notevole studio sui tiro al piccione; in esso la preclara autrice sostiene la nobile causa, tanto bella alle anime pietose, di proteggere le innocenti bestiuole.

Oh! lasciatemi dire!… quante volte non fremeste di dolore e di rabbia nel veder, dalla finestra o nella pubblica via, tormentare una passeretta, un povero canino, un miccio, una bestia qualunque fuggita, o perseguitata, o mettiamo anche colpevole.. ma degna di misericordia e d' aiuto… Quante volte non pensaste — è così tristo il cuore dell' uomo? — e non irrompeste contro ai crudeli monelli o beceri, che guardavano sghignazzando l' empio strazio?

La signora contessa Isabella nel suo studio sul tiro al piccione ha però qualcos' altro in mira. Son le caccie eleganti, sono i diletti dei civili, i crudeli piaceri dell alta vita….. Il compito è più bello, ma più fiero. Oh! essi son difficili a cogliere i crimini in giubba….. Peste alla plebe, sorrisi ai guanti bianchi! I signori, dice la valorosa autrice, nel suo articolo pieno di brio, di spigliatezza e di erudizione, dai tornei son passati al tiro dei colombi!.. e adesso c' è anche la caccia al lepre, la non meno crudele coursing, inglese.

Del resto la contessa Isabella è un' illustrazione italiana. Famigliare ai grandi italiani da Giusti, ad Azeglio (V˙ Epistolario), moglie a un nobile intelletto e a un fervido cu ore, qual fu Olivo Gabardi, oriundo trevisano, madre a fi gli, degni di loro, essa fu tra le prime a dare il segnale della riscossa, nei tempi in cui pareva ridicolo occuparsi d' altro che della teletta.

La contessa Isabella ci inviò inoltre alcuni eletti versi, che le sgorgarono dal cuore, ferito per una dolorosissima perdita. Noi ci asteniamo dal parlarne, temendo di profanare un di quei cordogli, che si compiangono, ma non devono analizzarsi. Ci basta raccomandare il simpatico bollettino e la nobile causa ch' esso propugna.

In principio dell' anno si fece, in questa stessa Gazzetta, menzione d' un opera di polso, che si preparava a Firenze, coi tipi Lemonnier, sotto la direzione dell' illustre commendatore Angelo De-Gubernatis.

Noi parliamo del Dizionario biografico degli autori contemporanei, il quale è già alla lettera D, e accenna di guadagnare il tempo speso nelle altre precedenti, ricche di nomi, affine di compiere entro il termine promesso, il bel volume, con l' ultima lettera.

Render conto d' un libro siffatto è impossibile. Son come gli affreschi d' un immenso palazzo. Dall' altra parte è anche ai primordî, e si può solo dir qualcosa dei fascicoli comparsi; ne daremo un semplicissimo accenno.

Prima di tutto una parola sul proemio.

L' esimio professore De-Gubernatis non ha voluto entrar nel Dizionario, ma non potendo lasciarsi fuori, si mise in testa della gran caravana, ci si mise discretamente, seriamente, raccontando sè stesso quanto e come poteva, senza apparire sfacciato, o, peggio ancora, timido, di quella ipocrita ritrosia, avida di pompeggiare e insieme paurosa.

L' illustre biografo espose, semplice e schietto, la verità. Solo è da biasimarlo non abbia sviluppato di più ciò ch' è relativo alla sua vita, fra i democratici. Preziose confidenze, importantissimi avvertimenti risulterebbero dal sapere come si svolge questa società, come si dirama, come trasforma il mondo civile, fin che lo sublimi o lo distrugga. Ma i delicati riguardi, che imposero tal ritegno all' illustre commendatore, vanno rispetati. Solo si osserva: ebbe petto forte, petto di bronzo a mescolarsi in tali elementi terribili, e poi ritrarsi, quando lo volle, non sappiamo se stanco o deluso. È vero che ha trovato al suo fianco un angelo, ma non tutti ascoltano le voci degli angeli, non tutti sanno potere quello che vogliono. Al postutto, galantuomo prima e dopo, rimase tale, che i suoi figli proferiranno sempre il suo nome con onore. Del letterato, del poeta poco ci occupiamo per ora. È robusto nella prosa, spontaneo nella poesia. I sonetti pubblicati a saggio nel proemio, sono eleganti, corretti, sentimentali. Certo, gettandosi del tutto in braccio alle muse, riuscia creatore, quant' altri mai. In vece, savio e avveduto, seppe non abbandonarsi troppo gli amplessi pericolosi e tenersi nella via sicura, modesta, dove men si vola, ma si cammina fieri, tanto alle prime ore del giorno, come a quelle della sera. Ch' ei sia benedetto! Questo occorre ad una società francamente democratica. Dare globuli al sangue, pionieri all' arte, non vanesî e svaporati vagheggini, intesi a tastarsi il polso e guardarsi nello specchio.

Del Dizionario impossibile distinguerne parte a parte i pregi. Si riassume: è come dev' essere. I francesi sogliono, parlando dei loro grandi, raccontare il modo con cui si soffiano il naso, riferire come qualmente la tal sera, la tal celebrità guardando la luna disse — Oh! che luna! — se questa preferisce il grog al caffè, o se il primo poeta (son tutti primi laggiù) preferisce il rape alla civetta In simili particolari e' ci mettono la più gran compiacenza. Empiono pagine, colonne e là si sale sui trampoli della noméa, solo perchè si starnuta con grazia.

L' Italia, in questo ha (Dio gliel conservi) più buon senso. Essa vuol profili schietti, contorni precisi. L' illustre De-Gubernatis scrive biografie e non fa bozzetti: dispensa i gradi, non incensa, non esalta, ma non critica…. Pover' a lui, se criticasse, tanto varrebbe raccomandarsi l' anima a irritare l' irritabile genus. Avere i letterati dei due mondi contrarî!.. Sicchè menzioneremo di volo quelli, finora comparsi, di cui il biografo parlò succinto e degnamente, che più conosciamo.

De-Amicis, Barbiera, Angeloni-Barbiani, Cesare Cantù, la Ghedini-Bortolotti, Antonio Caccianiga, Vittorio Bersezio. Alcuni hanno il ritratto. Il mio, tant' è nominarlo subito, disegnato da Stella; la bella, brava Brunacci-Bonamonte musa perugina, Antonio Berti: stupendo è quello di Alessandro d' Ancona, il pubblicista erudito e brillante, il bravo professore, che scrive nell' antologia, nella Rivista settimanale; basta veder quel ritratto, vivace e caratteristico, perchè piaccia l' autore e si scorga quanto ha la vena propria ai figli dell' Appennino, cresciuti alle arie potenti dell' alma genitrice, che il padre Eridano battezza e due mari cullano.

Taluno chiederà … e gli scrittori meritevoli, che mancano … e noi risponderemo … e di chi la colpa? … Ha da dettar quel che gli frulla, quand' ha tirato inutilmente per la giubba i renitenti, e gridato ai sordi?…

Treviso nell' agosto del 1879

Parlarvi espressamente della Regata non conviene. Cento reporters, lo fecero per me a quest' ora mille volte. Ma scrivere una conversazione, grazie a Dio, innocentissima, sopra un tema palpitante, questa la mi va.

Vi dirò dunque dell' ultima. Quando andai al Giardino reale, a veder quelli che tornavano indietro dallo spettacolo, trovai tutto un mondo. Il cancello aperto, la gente, in due ale, formava spalliera. Un tappeto si stendea sui scalini, tutti guardavano, tutti si spingevano; s' attendea la Regina.

Aspettare! Ecco la più bella cosa della vita, massime quando l' aspettativa è dolce, e non la fa male a nessuno. E poi cos' è la vita stessa fuor che aspettare?… S aspetta sempre, fin che viene la morte.

Aspettare vuol dire correre e star fermi: bever la luce dell' aurora cogli occhi e la speranza coll' anima, non importa che all' ultimo e' sian disinganni amarissimi: intanto s' aspetta.

Da questa poesia cascando al reale io avertii: — senza un posticino, o dove aspetto?… e dov' è questo posticino, in mezzo a tanta calca? — Adocchio la ringhiera di marmo: là almeno si è più in alto, là starò meglio. — Monto all' angolo dell' approdo; presso di me stanno due soldati semplici. Provo, con buona grazia, a domandare un tantin di luogo… pochissimo a me ne occorre… Non subito, ma un po' per volta, ci riesco e non mi par vero.

Là dunque, da quel punto, avevo tutto l' agio di scorgere la graziosa Regina spuntar dal Canalazzo, arrivare all' approdo, scendere, attraversare il giardino e rientrare nella Reggia.

Però uno dei due soldati, quello di destra, tenea il braccio in fuori e mi togliea la visuale. Io insinuo:

— Mi faresti il favore d' abbassare il braccio? — Lui non capisce o non vuole: dopo un certo tempo io m' incoraggio a replicar la domanda. Ma il soldato non m' ascolta: è giovane, pare una recluta.

— Senti — gli dissi — tu sei un soldato italiano, e il soldato italiano ha garbo, cortesia; non è mica un croato. Ti prego tira giù quel braccio.

Il soldatino m' obbedisce.

— Di che paese sei? — Avverto che domandare ai marinari e ai soldati di qual paese sian nativi, è la mia ambizione. Quando li sento rispondere — Palermo, Arezzo, Cagliari o Forlimpopoli — mi dà un guizzo al core … provo un' esultanza, mai scemata in questi dodici anni, dacchè siamo liberi…

Della qual esultanza trovo la ragione confermata da un nemico. Il colonnello Haymerele, in quel famoso opuscolo Res italicae, scrive « essere l' esercito italiano la istituzione più popolare d' Italia, fin che non giungano i partiti politici… » e di più non trascrivo, poichè spero che non perverranno a sciogliere la sola unità che resista, che serve e comanda, che è nostra e tutta a sè stessa; sangue, incarnazione del pensiero e azione di difesa… oh! bisogna dir quella gran parola — no! non toccate là. —

Il soldato mi risponde aspro, ma distinto:

— Turin.

— Ah! Torino! sarai contento di veder la tua compatriotta, è dunque giusto che me la lasci mirare un pochino anche a me.

Il soldato non risponde. È il vero tipo del pestapaut piemontese. Pentolino fin sulle orecchie; guantato, cravattato, tutto in ordine. Ignora tutto, fuor che farsi ammazzare al suo posto.

Mi volto, domando al soldatino di sinistra: — E tu di che paese sei?

— Son lombardo.

Col nome del cielo! Fra il Piemonte e la Lombardia io non ho più paura.

Dopo di che m' apposto al mio cantuccio e guardo fuori.

Dire tutto quello che passa sotto, di fianco, davanti è impossibile. Un panorama non si dipinge in due tratti. Vedo in quel mare magnum ogni sorta di cose. Chi più corre, più dà nell' occhio. Una barca di rematori dilettanti fa le sue prove. Sono snelli; un giacchettino bianco, i calzoni scuri, attilati, beretto, sull' orecchio. Somigliano ai gondolieri del medio evo. Io non m' intendo, ma mi par che voghino a piacere. I barcaroli li cucculiano, chiamandoli dilettanti senza odor.

Mentre questi si dileguano rapidi, facendo le loro prove di scuola e di bravura, io penso una volta di più alla stupenda ginnastica del vogare. Seguo coll' occhio le eleganti, ardite, sviluppate e corrette figure di quei battellieri-gentiluomini, che si profilano nell' aria limpida, a guisa di siluette, e mi convinco essere l' esercizio del remo ai nostri giovani assolutamente prezioso.

Intanto un' altra barca arresta la mia attenzione. È un caicco, lo fanno andare i giovani del collegio armeno. Allineati a due a due, seduti sulle panche, col fez in testa; i giovani levantini vogano a ritroso, con movimenti armonici, sollevando tutti in una volta il remo, che grandina gemme, si rituffa per rialzarsi e ricadere; poi lo fermano, come i cavallerizzi un corridore, e le spume e il gorgoglio avvalorano la similitudine.

A prora quei giovani hanno i loro maestri, le guide: il cappello a larghe falde, l' abito talare, le barbe intiere, anche di lontano emerge la gravità orientale in quei pacifici sacerdoti; istessamente nei ben disciplinati giovani traspira il fuoco del sangue armeno.

La bandiera maomettana sventola alla prora del la piccola imbarcazione. Cos' è una bandiera? un cencio! È uno stemma, un giocarello… Eppur quante cose attaccate a un' insegna, come all' aspo di Lucìa!…

Quella mezza luna facea tremare mezzo mondo. C' è a Pitti, in Firenze, un verso al soffitto d' una sala: “E al nome sol dell' ottomana luna; Paventa l' Asia e tramortisce Europa”.

Io volto il capo, per non veder quel labaro vinto, più che disonorato; vinto da sè stesso, più che da altri da suoi vizî, dalla sua cocciutaggine, e mi rincoro a un' altra vista.

È la lancia del Qiunnebaugh, (cosa vorà dire?) legno da guerra americano. Sventola dall' asta di prua la sua bandiera. Gloriosa questa; vittoriosa per tutti i mari, in ogni terra. Ecco le trentasette stelle, inquartate nel campo a sbarre rosse e bianche, della libera America. Questi son giovani, sono potenti; nessuno li sfida, nessuno li tocca. Semplice vestito marinaro; biondi, bianchi, la maggior parte, stirpe anglosassone, fredda in apparenza, tutta muscolo e vita… Dietro a loro è un palischermo, più originale; è della Peninsulare; l' equipaggio, che a noi parrebbe di scimiotti (salvando il battesimo, se l' hanno) va anche quello come il fulmine. Dietro la Peninsulare son barche diverse, con diversi stemmi, Consoli, rappresentanti di governi stranieri e anch' essi fecer la corte alla nostra graziosa sovrana, e asistettero allo spettacolo.

Mentre guardo e sempre più m' impaziento che questa graziosa sovrana si faccia aspettare, una mano furtiva tenta di agguantare il parapetto della terrazza, là, dove sono io.

— Ehi! ehi! la dica… la stia un po' tranquilla… da brava; qua ci sono e qua ci sto! — le intimo con quiete e fermezza. La giovine si volta da un' altra parte, e tanto la fa con le sue manierine veneziane, che trova chi le cede il posto. Non più in pensiero pel mio, torno alla contemplazione del prospetto. In faccia ho un piroscafo del Lloyd austriaco; più in qua un vaporino, sempre pronto per la graziosa Regina.

Due piccole imbarcazioni, una attrezzata a yacht, l' altra uno scalè, anche quelli ad esclusivo servizio della Regina. Belle, carine; due fuste snelle, bianche, due gingilli, due ninnoli da orologio: si dondolano lievi e leggiadre, si inchinano a seconda che l' acqua si move, quai leviti innanzi l' altare.

Nell' immenso stuolo di barche, di gondole che transitano, io distinguo gl' inevitabili inglesi. Le ladies coll' occhialino a molla sul naso, ritte, interite, guardano con impassibilità e rigore. Le son certo reporters. Ferme al loro dovere, potrebbero essere schiacciate, fra due bastimenti, non scomporrebbero la metodica ammirazione, sian là per dovere o a semplice svago, devono divertirsi. Nel libro dello snobs, codice giornaliero della moda, è scritto — assistere alla Regata: veder la Regina, — « Have yon seen the Queen, the Regata? » — E non poter risponder sì! Oh! vergogna!

Antitesi viva e cara al cuor mio, ho immediatamente sotto, più e più barche del popolo e del popolino. Queste son come cent' anni fa. Immobili quanto la popolazione della campagna.

Una barca, sedie in fila, e tutti dentro; i vecchi, i giovani, le donne, i putelli, il cane; e assai che manchi il gatto.

Sor Tommaso li dipinse tal quale, un cinquant' anni fa… solo una differenza. Egli, descrivendo quelle carovane dell' onda, avverte che in caso d' aver sete (le precauzioni non sono mai troppe, e bisogna pensare a tutto in questo mondo) c' è sotto prora la sua brava boraccia… o il boccione… Ebbene!… adesso c' è il fiasco! Il liquore, che gemono le viti festanti d' Etruria, ha invaso tutto il veneto e più di tutti Venezia, che all' aspro e negro vino schiavone preferisce il chiaretto di Toscana. Godi bella Fiorenza! ancorchè tu non sia più capitale d' Italia, il tuo fiasco, il fiasco paesano domina, trionfa da per tutto.

Se non che… il guardar quel fiasco impagliato mi produce un effetto singolare… Da un momento all' altro mi prende un' allucinazione, cambia la scena, non vedo più quello che c' è… ma quello che fu.

Mi trasporto a un giorno, prima del 70: là da quello stesso luogo, da quel parapetto, vedo un enorme legno della marina francese… un magnifico legno, quasi troppo bello!

Mi sovviene la triste impressione provata davanti a quel magnifico bastimento a vapore, turto ori, eleganza, lusso. I marinari belli, grassi, ben nutriti parean venuti fuori dal camerino dell' opèra: i palischermi, quasi inverniciati, indorati; mancava solo che i remi, come al tempo della Regina Cleopatra, battessero a suono di flauto.

Io, in quello sfarzo opulento, lessi un sintomo di decadenza… nè m' ingannai. Quel legno era l' Aigle.

A bordo portava l' imperatrice Eugenia nel suo viaggio d' Egitto. In Venezia dovea venire a riverirla Vittorio Emanuele, e noi tutti, minutaglia del popolo, s' aspettava quell' incontro.

Eravam là… là… si guardava al canalazzo; il re, arrivava con un treno apposito, e, visitata l' illustre ospite, ripartiva. Di fatto dopo una breve attesa, Vittorio comparve, ma non dal canalazzo, sibbene dalla Giudecca. Per lui era qui tutto angusto: lui così potente, così avvezzo a correre sul cavallo, pei campi, a slanciarsi in cima alle rupi, qui mi par si trovasse a disagio. Venezia, che per gl' Inglesi è la più cara città del continente, non potea, riguardo al materiale, riuscir tale pel Re.

Quando vedemmo, dietro la Dogana della Salute, spuntare quel gondolino scoperto, con Vittorio seduto in trasto; senza cappello, in abito borghese; quando lo scorgemmo, che movea, cercando l' aria, quella sua testa leonina, un applauso scoppiò da tutti i petti. Non so se lo udisse, ma certo sorridea gioviale.

Intanto era giunto. L' Imperatrice, avvisata, uscì dalla sua tuga, stanza di bordo, di cui, attraverso i vetri tersi, si scorgea la splendida eleganza, e mosse incontro al Re. La Imperatrice vestia semplice: un abito di seta scuro una tunica per di sopra, assettata alla vita, al collo una sciarpetta o fettucia, di cui non si distingueva nè il ricamo, nè il colore, ma di cui si scorgeano svolazzare i due capi.

L' Imperatrice, vista là, camminare lungo la impagliettatura del legno appariva grande, elegante, ma non maestosa. La nostra Regina ha nel camminare, benchè naturalissimo, un incesso regale. L' Imperatore avea potuto far la sua Eugenia imperatrice, ma non Dea.

Mi piacque la premura e cordialità con cui ella si affacciò alla scaletta, mentre ascendeva il Re. Fosse interesse, diplomazia, la si vedea contenta di ricevere quel visitatore; anch' ella amava Vittorio… e chi non l' amava?… E lei era amata?… e suo marito, che per farla accettare si sognava di insinuar nientemeno ch' ella sapeva di falansteriana. Ella, con quel lusso! Oh quanta finezza, per niente! Il core si stringe a ricordar quell' ora splendida, a bordo dell' Aigle, e confrontare Chilslehurst….

Oppressa da questi pensieri, mi voltai un poco dal lato del palazzo reale… ma là … proprio là, un' altra visione mi sorprese … Oh! ma più lontana, più mesta, più avviluppata in un fascio di mille dolori…

L' occhio dello spirito attraversa quegli appartamenti, ricorre alla piazza, fissa i veroni che la prospettano.

Due sposi giovani, prestanti, potenti vi si presentano: se non amati, intendeano farsi amare, e lo poteano in circostanze diverse.

Il giovine principe, che m' apparisce nella memoria era biondo, affabile, non avvenènte, ma distinto. Sul viso portava impresso lo stampo di casa d' Austria, molta bontà ed intelligenza, tormentato dal povero frullo di regnare. La giovine principessa era bella; fisonomia, più ancora che francese, italiana; ilare, disinvolta, un po' di cipiglio, ma da non far paura.

Un bel diavolo o un bell' angelo. Sulle spalle tenea uno sciallo di finissima lana scarlatto, un cappello bianco in testa.

Vedo quella coppia, vedo quei due sposi… quelle due, certamente, simpatiche figure del passato… e penso al dopo… un campo sanguinoso da una parte, un castello di dolore dall' altra… E anche quelli due voleano farsi accettare contro genio… colla forza!… ahimè cosa vuol dir ella la forza, se non sia quella del cuore?…

L' eco degli applausi, prodigati in quel lontano giorno, da una popolazione infelice, che a tutto si appigliava, che mentiva anche a sè stessa, pur di non disperare, fu interrotto nella mia memoria dai lieti evviva reali, che suonavano a me vicini. Questa volta era la Regina, era lei … la Regina vera, amata, voluta, sacra per diritto e per amore. Ella, fra uno stuolo di barche da tremare a vederla avanzarsi…

In quanto a lei … ahimè ho a dirvelo?.. Io non l'ho scôrta! Tanto aspettare per venir via a bocca asciutta! Ma nessuno potea incolparsene, fuor che la notte. La notte inesorabile, ignara di Regate, o di Re, calando il velo mestissimo nascondea tutto.

Quando lo chiamo mestissimo è la mestizia delle notti d' Oriente e di Venezia. Pallor soave in cui trema la vita, e che dice tante cose ai cuori, che non sono morti. La luna, fedel compagna del mare e della laguna, inseparabile, per una rima, cara ai poeti, comincia a splendere.

I lumicini s' accendono, la dama si adorna di brillanti per la veglia. Ogni barca tiene a prora un fanalino di varì colori, e ne porta con sè il riflesso, a mo' d' un bel pennacchio rovescio, sfolgorante a perpendicolo delle agili chiglie. Ma sempre più, tutto in quel via vai si confonde, sola emerge sull' acqua, in un canto la dolce lamina biancastra, del chiaro di luna, steso in mille ondicine, simili a frondi frementi. Qualche barca passa su quello strascico uniforme e tranquillo: passa a mo' di fiammella fatua in mezzo a campagna notturna, o come lanterna magica sul muro, o, anche i paragoni non sono mai troppi, simile a un pensiero di vita, in un' anima a cui la vita fu tolta.

Venezia, settembre 1879

La Madonna, detta del Baldacchino, pittura fra le più stupende di Raffaello, gemma fra le gemme della Galleria Pitti, incise in rame Giovanni Fosella da Firenze.

Mai fino adesso nessun incisore avea ritratto questa tela in proporzioni così grandi come lo fece l' artista di cui parlo, il quale vi lavorò undici anni di seguito!. Ma non ci voleva di meno, e n' è uscito un tal rame che gl' intelligenti, proprio i giudici periti, dicono non potersi veder cosa simile dal Leon X di Samuele Jesi in poi, e aggiungono che questa stampa, a cui il tempo, in vece di torre accrescerà pregio, segna un bellissimo punto nella storia dell' incisione.

Per gli altri, per coloro che parlano dietro il sentimento, allorchè gli si svolge davanti l' amplissima prova, è un grido d' ammirazione, e da principio si sente a più riprese sclamare — bella! magnifica!.. — Poi tacciono e stan là a mirarla, quasi per tema, che lor sia tolta dagli occhi, e quando finalmente vanno via, e' girano ancora la testa, a guardarla un' ultima volta.

Egli è che infatti raro accade di veder Raffaello interpretato in tal modo: raro s' è vista una freschezza d' intaglio, una varietà simile. C' è il fare classico del Morghen, e un' originale impronta che a quello si lega, senza che ne risulti la ben che minima disarmonia; c' è nelle carni la soave trasparenza del nostro Boscolo: mentre le parti che meno devono osservarsi, son trattate con una certa quiete opaca, con un rigore da bulino maestro: insomma per la precisione questo lavoro, essendo incisione, pare dipinto. Sì tale è il mirabile gioco dei chiaroscuri, dei passaggi in ogni gradazione, in ogni tono, dai piani più squadrati alle ombre più dolci, dalle più aeree sfumature ai segni più risoluti: dalla gentilezza tutto Raffaellesca dei visi, alla rude evidenza di qualche panno, ogni salto è così ben preparato, studiato che ne spicca un quadro a colori.

Credo che capi d' opera simili non possano uscire che da Firenze, da quella fucina dove, fra i mille incensi dei fiori, vennero creati i gioielli di Benvenuto Cellini; dove di sotto terra escono colle rose e le viole, i graziosissimi vasi, che attestano la civiltà e l' arte etrusca, assicurandole forse il primato sulle altre: dove Raffaello ha nella Tribuna un' anticamera del cielo.

Allora quando si pensano queste cose, allora si comprende il perchè del ritirarsi con rammarico di chi guarda la stampa del Fosella! Dev' essere che l' osservatore sente nell' anima la rivelazione d' una bellezza immortale, e trema di perderla: egli parte a ritroso, intende gli occhi furtivamente a quegli angeli rapiti, si solleva ai loro voli: si bea nella divina scena, in quella pace profonda, quasi patetica, in quel tratto che lo innalza e gli largisce il dono degli inspirati ai profani: dono che rende per così dire poeti e, momentaneamente, inebbria al fervore degli estri. Egli è perciò che vuol godere più ch' è possibile quel raggio di poesia; nella stessa maniera uno, trasportato dalla soavità di bella musica, la ascolta anioso quanto più s' allontana, e cerca di cogliere, in un' ondulazione fuggitiva, i suoni, che tanto leggiadramente lo hanno ricreato.

Venezia, marzo 1866

Tempo fa trovandomi all' esposizione generale nel palazzo Mocenigo a S˙ Benedetto, non potevo trattenermi dal pensare qual arduo cimento dev' essere per gli artisti, anco se peritissimi, il riprodurre l' effigie di Dante. Pensavo a ciò cercando, in quei busti dell' Alighieri, che mi stavano in faccia, una cosa che non mi appariva manifesta in nessuno, e senza dubbio, non per colpa degli autori, tutti provati, o sulla via di divenirlo, nè di me, che mi sentivo l' anima disposta favorevolmente verso le opere e i loro autori.

È egli forse che col lungo nominare, illustrare, portare a cielo la memoria d' un uomo grande si termina a formarsene un tipo così alto, così sovrumano, vario a seconda pei modi varî, e proprî ad ognuno, di sentire?…. e egli insomma che si termina a comporre, a questa specie di mito, una fisionomia lontana dal vero, e da ciò che interpretano e ritraggono, fedeli a una maschera o ad un ritratto, gli artisti?

Giovane più che di belle speranze, di belle opere è il Borro. Chi passeggia nel Panteon di Venezia e vede i busti del doge Gritti e del Loredano, trova in quei marmi l' impronta d' un ingegno franco, risoluto e, per così esprimermi, intero: di quell' ingegno, che manda fuori dallo stampo creazioni di getto. V' è nell' insieme un che di grandioso: v' è dei lampi di grazia in mezzo a tanta energia di tratti e di movenze: v' è qualche punto in cui si scorge il colpo tutto michelangiolesco d' un martello, che ordina alla trasformata pietra il misterioso — adesso parla! — Tale è la maniera del nostro Borro. È il frutto dell' ispirazione e di quel soffio a cui non può supplire il più paziente studio. Ha una vera ricchezza chi lo possede, e fra noi ce n' è dovizia, motivo pel quale lo teniamo da meno in conto, che non lo tengano altrove.

Di fatto qual altra potenza diede al Borro di raffigurare il Lazzaro Mocenigo in modo, che a vederlo si prova un vero senso d' orgoglio, assai più che dalla bella fattura del marmo, nato dall' aura di vita che vi spira? Io voglio giudicarlo da ignorante, ma ecco ciò che a trovarmi in faccia al busto del Lazzaro Mocenigo mi venne a memoria.

L' anno scorso in una guerra non d' Italia, ma nemmeno contro Italia, uno de' nostri, combattendo nei mari del Nord, avea ricevuta una ferita in un occhio: il suo comandante gli ordinò di far fuoco, verso un dato punto — di quest' occhio non ci vedo — rispose semplicemente il marinaro, perchè mi spiccia il sangue, e mi cola giù per il viso, ma vuol dire che tirerò con quest' altro. — Tal bella azione, che mi s' impresse nel cuore, la ricordai davanti al busto di cui parlo.

Quell' orbo da un occhio, quel viso duro ma espressivo, il vero tipo degli eroi del mare: uomini di bronzo, avvezzi a tutto fuori che alla fuga, vergogna impossibile a chi, circondato dalla morte, non può trovare scampo che in quella, o nel vincere. C' è di bei sentimenti nella faccia di questo illustre monocolo: c' è nobiltà; bonomia di persona alla mano: valor tranquillo, che non sa d' esser tale: c' è la grandezza del campione, che ai Dardanelli fece così belle prove contro a Mustafà, e scrisse col sangue una delle più belle pagine della nostra storia.

Ora non dirò io che nello spalmare la maschia fisonomia del prode Veneziano l' artefice fu veramente inspirato dal concetto di ciò che rappresentava se (lontano il pensier mio le mille miglia dal fatto che accennavo poc' anzi) se io sentii, all' aspetto della trascorsa gloria, così bene espressa nel marmo un doloroso avvicinamento d' idee, e vi lessi lo stesso principio d' una gloria recente: lo stesso coraggio, gli stessi frutti d' un medesimo cielo, d' uno stesso mare?… E quando l' arte ha toccato un tal punto, non raggiunse ella il suo vero scopo, ch' è l' ideale?

In questo lavoro fece dunque il Borro opera egregia: qui, quella certa sprezzatura, quei colpi, quel far grandioso s' è combinato a meraviglia con un viso ruvido e coll' espressione d' uomo più da fatti che da parole, più da sentimenti che da pensiero.

Ma dirò io cosa nuova asserendo che ogni artista, geloso della sua fama, ha da stare in guardia contro quel genere di seduzione, la quale s' informa al buttar giù franco e sicuro? In verità non è tutto la franchezza; ci vuol anche sapere contenersi: ricordar come stia bene uno e la frazione di più sia soverchia; sconcii la bellezza dell' opera: si vuol tenere a mente la sentenza d' un vero genio — essere il genio la sobrietà dell' ingegno.

È il sapere fermarsi: il vedere il confine per di qua del quale c' è il bello, per di là un principio di affettazione, di barocchismo, ossia la caricatura: è l' istinto insomma, che trattiene lo scalpello o il pennello tremanti di varcare l' invisibile limite; è, unito alla sicurezza della pratica, il segreto dell' arte…. direi d' ogni arte.

È così che i sospirati fantasmi del bello possono essere colti nella loro danza: è così che è concesso all' ingegno significare le grazie fuggenti: sempre badando cioè ad imperare sull' estro, senza torgli la sua foga.

Io vorrò senza dubbio attribuire a perfetta somiglianza del tipo dantesco, se uscì fuori nel medaglione, eseguito dal Borro per Treviso, un profilo arcigno, d' uomo disgustato ed in collera, più che fiero della fierezza propria al grande Italiano. Io vorrò attribuirlo solo a Dante, che certo non se l' avrà per male, se i fanciulli passando sul ponte, e guardando a quel medaglione, domandavano — chi è quella vecchia? —

Intendo che qualunque copiasse fedelmente la maschera ne farebbe saltar fuori una cosa, la quale dall' ingenua bocca dei bimbi strapperebbe l' irriverente frase, fatta apposta per dare a' nervi d' ogni appassionato dantomano. Io voglio supporlo.

Ma certo se in qualche luogo occorreva quella delicata intelligenza d' ogni più leggero sentimento era qui. Qui, più che la forza, la risolutezza del modellare, ci voleva conoscere profondamente il tipo…. sentirlo; sentir cosa voglia dire: come abbia a far battere i cuori: ci voleva quella squisita eloquenza d' uno scalpello assai colto, che nell' espressione sa mettere ciò che l' anima prova e la parola non ispiega. Quella cosa che impresse nel suo angelo della risurrezione il Tenerani: angelo, che fa tremare chi lo contempla e provare un arcano senso, che non si dimentica più tutta la vita.

In questo più che in altro spicca la dignità dell' arte. Se no, si limitasse a copiare, non finirebbe ella ad essere cosa poco più che puerile? Fare il ciabattino avrebbe tanta importanza come essere artista, e più necessità. L'artista può assumerla maggiore in quanto invita alle grandi cose, sveglia alti sentimenti e coll' esposizione d' un semplice tipo, richiama agli atti eroici. È così che le grandi produzioni dello spirito umano, nate da grandi fatti, conducono a quelli, e costituiscono l' anello prezioso, che tiene insieme l' idea e l' azione.

Certo breve campo è un semplice bassorilievo alla valentìa d' uno scultore. Eppure mostrato a gente ignara il piccolo profilo di Dante, eseguito dal Duprè, nella medaglia commemorativa del sesto centenario, mostrato, dico, a persone che giudicano solo col sentimento, esclamarono subito — oh! che viso da nobile! si vede proprio un gran nobile. — Come, alla piccola fotografia del Dante in esilio di Peterlin io udii un grido di compassione — oh! poveretto! — a più riprese, e un intenerirsi: giusta prova d' eloquenza nella sdegnosa miseria dell' alto esiliato, espressa in quel quadro.

Riporto leggere cose; ma significative; nè volli esprimere tali censure sul medaglione del Borro, se non per un sincero rispetto al suo ingegno, da cui può sempre farsi obbedire. — Chi direbbe mai che l' autore del bassorilievo di Treviso è lo stesso della Cassandra Jedele, ordinata da S˙ E˙ il principe Clary, e che è nel Panteon veneziano? Come ha saputo nella Cassandra esser soave!… Che arcana leggiadria, che mirabile concerto di purissime linee in quel profilo di donna! Ignoro se assomiglia… so ch' è un' incantevole immagine, e, per l' effluvio di grazia che spira, è degna di rappresentare la bella poetessa non solo, ma la poesia medesima.

S' io parlai così al Borro è dunque perchè lo stimo. Una lunga esperienza, l' aver praticato valenti persone, mi diedero animo a mettere al servizio d' un tanto bravo artista osservazioni, da me credute utili. Con riserva per quanto sta in me, con forza in quanto esterno il parere del pubblico: aggiungerò: con una specie di diritto, dacchè si tratta della mia Treviso…. la fu una gran solennità, una festa memorabile, in mezzo alle altre del Veneto, l' inaugurazione del ponte « dove Sile e Cagnan s' accompagna » e bisogna prestarsi a farne sacra la ricordanza nel modo più eletto, e non, falsando l' altezza di un monumento storico, dar materia alle censure e al ridicolo.

Torniamo ora a Dante, ossia alla difficoltà di ritrarlo.

Io cominciai il presente discorso manifestando l' impressione fredda che i busti dell' Alighieri esposti al s. Benedetto mi aveano lasciata. Eppur ve n' erano di scalpelli famosi. Che più? dei tre Danti del Minisini, il quale co' suoi angeli, vere visioni di cielo, rapisce: nemmeno nei suoi tre Danti, stupendamente eseguiti, io non trovai ciò che cerco.

Istessamente tipo nobilissimo è il Dante del Professor Zandomeneghi: è veramente ispirato, ma, per essere giusti non è qui il caso di scorgere il difetto opposto a quello di Treviso? Quello arcigno, grossolano: questo troppo condotto, troppo sdolcinato: manca di quella selvatica ritrosia che è il primo carattere del tipo dantesco: è tanto soave che si trasforma, e taluno durò fatica a riconoscerlo. Certo l' illustre autore volle ritrarre il poeta quando vede Beatrice, e bisogna concludere che l' amore addolcisce e cambia il più accigliato viso del più iroso poeta del mondo.

Ben altrimenti fiero e vivace seppe mostarsi lo scalpello del Prof. Zandomenighi, quando, senza perdere la squisitezza di condotta in cui pochi lo agguagliano, raffigurava l' Emo.

Voi non avete che a voltarvi, sempre nel Panteon qui di Venezia, voglio dire in palazzo ducale, e fissare il busto quasi in faccia di Dante.

Un vecchietto arrabbiato, che par salti su dalla colonna, di dove si erige; un vecchietto con l' uniforme dai magri spallini a lingua di gatto (s' io ben li definisco), e con una parrucchetta a ricciolini da canonico, dovrebbe far ridere: eppure commuove! È un Nelson veneziano, quel vecchietto: è anche questi un uomo di mare, ma d' un epoca tutto diversa da quella di Lazzaro Mocenigo. L' Emo, invece di manifestare la semplicità dei robusti, è il gentiluomo della decadenza: e si vede benissimo: e mentre pare si eriga ed eserciti il difficile impero dalla prora della sua nave o dalla galleggiante, gloriosa invenzione sua, ha nel viso e nella movenza una atrabile, una superiorità, che ricorda il patrizio capace di fulminare con una parola, come di far calare a fondo un legno nemico.

Mi sovviene un fatto. Certo uffiziale sotto gli ordini dell' Emo si abbandonava ad un vizio indegno d' uomo che rispetti la propria dignità. Egli beveva. L' Emo, dovendo mandare altrove delle botti di vino, per l' uso della truppa, incaricò l' ufficiale di dichiarare se la merce era buona, e gli spedì una bottiglia a saggio, con suvvi una bella iscrizione. — Al tale ecc. intendente del genere. — Mai più l' ufficiale bevette. La fu una lezione magnifica e proprio da gentiluomo. Ora in quell' Emo scolpito dal Prof. Zandomeneghi si scorge appunto l' eroe di Venezia, in uno degli ultimi campioni d' un' aristocrazia, stata tanto grande, quanto vile divenne dappoi, per la nostra eterna sventura. È un estremo raggio della più nobile luce: la gemma che orna l' ultimo lembo della bandiera Veneziana: e, tale essendo, si prova maggior affezione per lui nello stesso modo che il vecchio predilige il figlio, natogli in vecchiaja e che nel consolarlo colle sue grazie lo richiama alla bella giovinezza, ai primi gaudi, che non potrà trovare mai più.

Nel chiudere questi brevi cenni m' è dolce parlare un' altra volta della nostra egregia pittrice, Rosa Bortolan. Vorrei farlo spesissimo acciocchè il suo ritiro in Treviso non le valesse la dimenticanza, vorrei anzi che, intesa a sinceramente enumerare e trar gloria d' ogni nostra ricchezza, la mia voce potesse convincere i generosi mecenati del nostro paese, che le loro gallerie saranno sempre incompiute, fin che non racchiudano qualche tela sacra della Rosa Bortolan.

È pur triste quel mormorare d' orecchio in orecchio — oh! se la fosse in Francia: — Di certo sarebbe famosa da per tutto. Non credo che la Rosa Bonheur, la quale ricevette una decorazione dall' imperatrice Eugenia pe' suoi bellissimi quadri d' animali, non credo la superi in merito la Bortolan: e in ogni modo, c' è una bella differenza dal raggiungere un alto punto ritraendo pecore e buoi, all' essere primi nei soggetti religiosi.

Anni sono il purismo imponeva la pittura sacra, escludendo quasi ogni altro genere: era soverchio perchè il genio dell' arte non soffre pastoje. Ora di questa tirannia non c' è più vestigio: è sparita l' idea purista: sono entrate in iscena le traviate, e la morale pubblica s' inspira all' aspetto delle cortigiane seminude. Ma pazienza. Il peggio si è che anco dipingendo soggetti sacri, in cui la casta maniera dei puristi sarebbe assolutamente necessaria, e' ti fanno cose tutt' altro che pie: mentre una volta si cercava d' imitare il beato Angelico, il Cima da Conegliano ecc., e quasi si portava all' affettazione il riprodurne quelle testine storte, quegli atti devoti, ora ti sgorbiano giù una Madonna, a cui manca il cesto de' pannilini lavati ai piedi, per poter dire con tutta sicurezza — è una bella lavandaja! — o così presso a poco.

Ferma: tranquilla: sempre uguale perchè trae l' inspirazione dall' anima, e non intraprese ad essere purista per imitare gli altri, o per portare una veste uniforme d' ultima moda: passionata di quella nobile passione che non conosce altro scopo al mondo: guadagnando sempre nella forma, in cui da principio accennava una certa inferiorità, dovuta alla sola peritanza di chi teme di sè, la Rosa Bortolan è rimasta sempre la stessa, ed ha amata sopra ogni altra la pittura, che sta in cima della piramide artistica, come il pensiero di Dio, è quello che sta in cima d' ogni pensiero umano, anche allora che par dimenticato, anche allora che lo bestemmiano.

Andate nello studio della Rosa Bortolan? E' vi sembra il paradiso. È il tempio dell' arte, dove ha da parer che non si possa formare un brutto pensiero, o se mai, vergognarsene appena accolto nella mente. C' è una quiete, un ordine, una pulitezza, un decoro, che smentisce la tradizionale confusione degli studi, e l' esser la tenuta di rigore un vestito sporco, i capelli spettinati per dipinger bene. Guardate attorno piuttosto! vedete immagini soavi e visi celesti: voi felici se vi tocchi star davanti ad una Addolorata come quella che possiede il conte Portalupi di Verona: voi felici se potete fissare quella faccia sovr' umana dove si riflettono coi dolori di madre, espressi nel più eloquente modo, le speranze d' un mondo divino, che solo ha potuto ispirare il pennello della esimia pittrice… Perchè… lo tengano a mente gli artisti… un animo elevato, un core educato alla dignità possono soli dare le nobili ispirazioni: e l' espressione religiosa, quella che può consolar nel dolore, rialzare dall' avvilimento, trasportare alle grandi cose, la non si compera alle botteghe. È posta fuori del dominio del tanto vagheggiato e tanto proclamato oro! Necessaria dunque più d' ogni altra e più preziosa di tutte: e ben pago può tenersi un paese dove modesta, ma sicura, vive una donna, nella mano della quale questo alto fattore di civiltà cristiana è così saldamente, nobilmente tenuto. Il ritratto della Rosalia Fenoglio-Giacomelli è l' ultimo lavoro della nostra Bortolan. È in un bell' ovale la testa e il busto a pastello d' una cara, vispa, amabile donna, che noi tutti di Treviso abbiam veduta l' anno scorso a morire d' un male così prontamente fiero e terribile da parer misterioso.

La è là quella povera Rosalia: la è là viva: brunetta: fra il sorriso e un che di amabilmente caparbio: maniera tutta sua con cui esprimeva una vivacità gioviale e disinvolta: è là con quel fare pieno di confidenza, che accenna al suo bello e funesto difetto di creder tutti buoni come ella era.

Si disse che la vita è piena d' addii. È questo veramente un ultimo addio: è un saluto, un sorriso postumo un' ultima visita della madre ai figli, della sposa allo sposo; ricostituita dall' arte, per mano del genio, viene a rinfrescare la sembianza sua, effigiata nel loro cuore: a dar forza a quel filo di dolcezza amara, che solo può lenire l' irreparabile distacco dai propri cari: viene a ravvivare la dolce corrispondenza, che abbellisce i sogni, e fa, come in un convegno, ricomparire la nota immagine, parlarle ed illudersi, quando l' illusione è premio unico, immenso dell' amore perduto.

Venezia, Settembre 1865

È stato esposto ultimamente, al palazzo Mocenigo a S˙ Benedetto, un quadro di Massimo d' Azeglio, rappresentante La disfida di Barletta, proprietà del signor conte Angelo Papadopoli. Quando si vede annunziato il nome dell' Azeglio, si accorre subito, nella speranza, o dirò quasi nella certezza, di trovare qualche cosa di più o meno bello, ma da cui l' anima riceverà sensazioni forti e gradite … insomma quel nome è una lieta promessa.

Per esser giusti, molto significa sapere ch' è lui. Il fiero Allobrogo, il gran signore piemontese, l' artista romano, lo scrittore dell' Ettore Jieramosca, il soldato, il ministro dell' indipendenza italiana, uno di quei grandi, cioè, dietro la potente iniziativa dei quali fu cominciata l' Italia.

Di fatto, non tutti i suoi quadri, parlando nel senso artistico, son capilavori: hanno talora nuvole, onde pesanti, foglie dure e contorte, di cui si potrebbe dire, come de' versi dell' Azeglio disse, amabilmente sentenzioso, il Grossi: — hin propri minga bei. — Ed anche in questo della disfida di Barletta, i veri intelligenti troverebbero un po' impacciato il maneggio del pennello, poca grazia nella fronda, che talvolta tiene della cifra; le macchiette son niente più che macchiette: un accenno; e pare strano il dare nome storico ad una tela di così minime proporzioni. Tutto questo è vero, ma il quadro è di Massimo d' Azeglio. Gli manca lo squisito frondeggio dell' Holzer, la trasparenza del Camino, la realtà fotografica del Cammarano, gli effetti del Caffi, la lucidezza, l' eleganza del Cavaliè … ma cosa importa? … È lui. Il pubblico ne sente il genio, s' innamora della sua anima in un quadro suo. Non vedete quell' aria, quella luce, l' oro di quel sole fiammante, diffuso, incorporato, che senza tòcchi di pretesa, anzi quasi senza badarci, guizza sulle calde scorze degli alberi, oscilla soave sul lontano promontorio, e illumina tutto?

Non si sa cosa: è una poesia nell' aria; un' intuizione profondamente sentita del carattere di certe ore, di certi luoghi, tanto se dipinge un' aurora sui Giovi, stupendo quadretto che l' Azeglio regalò al Caffi, degno del donato e del donatore, perocchè ci si sente il freddo dell' alba, e il bisogno di chiudersi nel pastrano, come esserci in quella pesante diligenza che, svoltata la montagna, s' avanza in mezzo alla strada, bianca della prima luce.

Nel quadretto della Disfida, invece, la è una splendida mattina d' estate; quì tutto è ricco, è potente: fatevi un po' indietro e guardate quella piccola scena chiusa da quelle due macchie d' alberi ai lati. Che magnifiche quercie, che belli elci, che polvere infocata, che moto, che vita! Non vi par d' essere in una cittadina dell' Italia meridionale, non li sentite quei raggi, che fecondano l' aloe e la palma, non lo vedete quel cielo ampio, sereno, quella benedizione di Dio della terra latina, dell' antica madre, nostra passata e futura grandezza? Il quadretto, dunque, è lui. È Massimo d' Azeglio. Ah! egli ben s' occupava di cose nostre, e questa è una pagina de' suoi ricordi. Diego Paredes, il quale sta ritto sul davanti, co' suoi Spagnoli, a guardare la mischia, è certo una memoria di qualcheduno degli amici di Genzano, della Riccia, o di Rocca de Papa, o uno della compagnia di casa Tozzi, un sor Fumasoni, l' Ercole marinese, o un Beppe Rosso, e via di seguito: peccato che vi manchi la sora Nina, col suo viso di patata lessa; ma vi son certo i cavalli prediletti, e a quello bianco sfacciato, che si rizza sulle gambe di dietro, non ci ha che aggiunta la gualdrappa, e quell' altro che stacca per scuro dal gialletto del terreno, e spara calci in aria, l' ha colto al vivo lui, l' ha visto certo a fuggire per quella grandiosa campagna romana, che gli ha per tanti anni scottata la testa.

Nominando io l' Esposizione permanente, sarebbe dover mio toccare di quadri recenti, ma crederei prender la mano a quel forbito, studioso scrittore, ch' è il dott. Vincenzo Mikelli, che saprà benissimo far menzione dello Stella, del Rota, del Carlini, encomiare le nobili, ardite prove del giovane Gavagnin, meglio ch' io non possa farlo.

Se ho toccato della Disfida è perchè so male resistere alla tentazione di parlare d' una cosa, che abbia destato nel mio animo sentimenti efficaci e così vivi, che il non darne l' espressione mi parrebbe non voler partecipi altrui di quella vera ricchezza, di quella pura letizia, ch' è, in questa povera vita, l' entusiasmo del bello, quando non si discosta, ma si associa al vero ed al bene.

Venezia, luglio 1868

pala da altare di Rosa Bortolan per la chiesa di Carpenedo (Mestre)

Di questa tela, lasciando a chi spetta la parte scientifica del lavoro, dirò in breve, e per quel diritto o meglio dovere, che mi dà la concittadinanza, e il rispettoso affetto verso la illustre pittrice, riferirò le impressioni di chi ha visto la sua bella opera, e insieme le mie, come popolo, più che come giudice.

Già credo che poco ci sarebbe da criticare, sì per la correzione del disegno, come per la purezza dello stile, la nobile armonia del colore intonato, pieno di sugo, le quali cose son solito pregio della Bortolan, quì più malagevoli a conseguire, a cagione della lunghezza e strettezza del quadro, in cui tre figure, più grandi del vero, devono ben comporre una scena placida e sovra ogni altra nobilissima.

L' effetto fu dunque raggiunto, per l' arte e pel sentimento, poichè non è possibile guardare quel bel vecchio moribondo, fra la Vergine ed il Figlio, senza provare la più soave emozione, e fu veramente rara ventura che la egregia pittrice avesse non la immagine d' un Santo immobile, o un semplice ritratto a dipingere, ma che, pur restando nel campo dell' ideale, ch' è suo, la potesse descrivere un punto della vita umana in una delle fasi più solenni: ossia la morte di un capo famiglia, d' un venerando vecchio, il quale sorride, mentre gli altri piangono, e corrisponde al bel concetto di quel verso d' un padre a suo figlio: — Quando nascesti piangevi, e gli altri sorridevano: fa che alla tua morte tutti piangano, e tu solo sorrida. — Ognuno può avere o la memoria o la mesta aspettativa di una tale scena, e il sentimento interno dell' anima prende efficacia e si sviluppa, direi quasi, vivo e palpitante, dal patetico della scena dipinta: come la pittura divien più bella allo sguardo di chi la contempla pegli affetti domestici, ch' è atta a destare.

E questo veramente fu il pensiero a cui la egregia artista si è informata, ossia di ritrarre il passaggio del Santo in modo che gli animi dei poveri contadini, per cui fu commesso, si ricreino, si aggentiliscano, e insieme coi sensi di pietà avvalorino nel loro cuore quello fra gli affetti umani, ch' è il più disinteressato, il più alto, il più tenero, il più serio e proficuo, poichè è l' espressione del principio d' autorità, ed è, in una parola, tanto vicino agli effetti celesti, che si confonde con quelli.

Quel vecchio è parlante! Anzi noterò, per dare forza all' encomio, e per ispirito d' imparzialità, come la testa di S˙ Giuseppe apparisse a taluno troppo vera e quel pallore cadaverico del moribondo svegli un' impressione troppo viva per un quadro che ha, primo scopo, un divino ideale. Si può rispondere che l' accusa di soverchio realismo non è da biasimare in un tempo, in cui esso è legge. Però la brava pittrice, troppo indipendente e sicura di sè, non obbedì a veruna legge moderna, e avrebbe fatto il contrario se lo stimava opportuno, anche in onta alle critiche, agli scherni dei più temuti giudici.

Ci fu dunque nelle regioni supreme del sentimento artistico la prescrizione di quel languore mortale, della pesantezza di quell' abbandono, a cui danno significato sublime lo sguardo errante, che cerca il cielo, la canizie argentea e l' espressione del viso, su cui aleggia, nel transire, il dolcissimo spirito.

Della Vergine fu detto non essere ella abbastanza dolente: ma in questo caso confesso di approvare pienamente che quella della Vergine appaja angosciosa ricerca, aspettativa di dolore, piuttosto che costernazione assoluta, poichè il divo infermo ancora respira. E anzi tale pensiero non poteva venire se non a lei, e la esperienza dell' artista si unì in mirabile modo alla delicatezza, alla prudenza di un' anima figliale. E cosa la possa fare in questo caso lo dicano le sue Addolorate, insuperabili. Nè maggior movenza domanda il Cristo, nobilissimo nella sua attitudine; altrimenti riusciva forse artifiziato, gli si scemava il decoro. Tutta la vita di quel Cristo è nell' occhio espressivo, levato al cielo, d' onde prega, e benedice. Egli è figlio, ma è Dio, e il diverso atto fra Lui e la Vergine segna con aeree, ma sicure gradazioni, la differente essenza dalla madre al Salvatore nel dogma cattolico.

Null' altro mi resta a dire se non che di queste tele poche se ne vedono; nè è già che io parli con disprezzo della pittura di genere; si danno quadri preziosi per ammaestratrice bellezza in soggetti casalinghi, e soltanto merita l' appellativo di peinturlure, che le danno i Francesi, stanchi di quadrettucci (tableautins) la pittura che non vuol proprio dir nulla, che non domanda studî serî, ma che tutti possono alla meglio, alla peggio trattare, disertando più proficui ed utili uffizî, per riempiere le Esposizioni di povere cose.

La grande, la nobile arte di stile, che diede alla nazione un tesoro nei dì del dolore, quella che pare sia riservata ai poveri preti di campagna tener viva ed in onore, ci si presenta ora dunque in un bel quadro, per mano d' una degna interprete. Questa pala farà più bene di certe prediche fuori di luogo: s' è visto ai funerali di Manzoni che i veri sensi di pietà, quelli che non si alimentano di pensieri mondani, per farne bandiera di partito e di scandali, sono tutt' altro che lettera morta in Italia: ma dal tronco, creduto perso, soffocato dalle male erbe, spuntano fiori di tale efficacia da risanare l' aria corrotta e ridarle la sua vita.

Venezia nel luglio del 1873

Per l' artista, abituato ad occuparsi della parte ideale dell' arte, di quella storica, cioè o meglio ancora di quella religiosa, più sublime di ogni altra, essere costretto alla semplice nuda copia del vero, certo è discendere. Che se, oltre al dover copiare esattamente, egli abbia a rappresentare una somiglianza di fisonomia, con quella perfezione voluta dalle mille esigenze del pubblico in tale argomento, allora credo di non trascendere assicurando come ciò torni di grave sacrificio all' artista.

Di fatto, non basta che nel modo più scrupoloso ei sia costretto di intendere una forma, e palesarla, come sta, sulla tela, bisogna ch' ei ne senta, ne indovini lo spirito, quello spirito particolare ch' è legato strettamente colla forma, eppure è cosa a parte: variabile, unico nel suo carattere, diffuso dovunque, eppure difficile a cogliersi: vago e non perciò manifesto. Così ecco nel ritratto due compiti per l' artista, l' esattezza della forma, e poi la vita, ossia quanto concerne l' ispirazione.

Ma pronunziando questa parola in tal caso, chi mai non si persuade ch' ella è tutt' altra da quello a cui liberamente si eleva il pennello dell' artista, allorchè accesosi di nobile estro, dipinge l' idea astratta d' un sentimento vuoi di coraggio, di dolore, di gioja, e di quant' altri sensi v' hanno nella scala degli affetti, o, rapito a più eccelse sfere, quando vede i volti sovrumani degni di rappresentare la divinità? Quanto diversa adunque! Nel ritratto o ccorre bensì un' ispirazione, un' indovinare, non trattandosi di formulare soltanto l' aspetto corporeo d' un ente; ma è d' uopo di quello per cui il pittore, s' innesti nella vita morale dell' ente, che descrive, traduca fedele i modi, coi quali s' esprime al di fuori, ne indovini il pensiero; conviene adunque, ch' ei rada terra e s' innalzi; che intenda la materia e lo spirito, non uno spirito ch' ei compone a sua guisa, ma quel tale, ma quella individualità, come lo chiamano, di chi sta in faccia a lui.

A' giorni scorsi ebbi la fortuna di vedere due ritratti nei quali parmi, queste difficoltà furono superate nel modo più bello. Il primo dei due, eseguito dalla egregia pittrice Rosa Bortolan è il ritratto della contessa Rachele Londonio-Soranzo, morta pochi mesi or sono. Della somiglianza non giudico, che per la fotografia, non avendo conosciuta l' illustre dama defunta; ma, colla fotografia in mano trovo che non si possa desiderare maggiormente: coloro che giudicano con ben altri confronti, assicurano, commossi, d' una somiglianza perfetta: nè aggiungo parola.

Ma ciò, in cui ardisco esporre l' ammirazione mia sincera egli è per la stupenda maniera, con cui è eseguito il ritratto; adesso a pastello, andrà dipinto ad olio e in grande, mentre finora non se ne vede che la testa.

È dunque d' uno studio ch' io parlo: ma quello studio è già abbastanza: prima per la verità sorprendente della forma, per la maestria con cui furono trattati certi aerei passaggi di quella carnagione, un tempo fresca, appassita ora per l' età; appassita, non vizza, per la fermezza di contorni molli ad un tempo, per la grazia con cui la pittrice seppe fissare le tinte fuggevoli, e conservare la massa delle ombre concentrando i lumi, digradandoli a misura, fondendo tutt' insieme alle mezze tinte; cosicchè, tutto distinto, ne risulta un magico impasto; nuova nell' esercizio del pastello, merita lode anche per quei pregi a cui ci ha già avvezzi col suo pennello raro ed intelligente.

Che cosa dirò ora dell' espressione? … che a me, d' una persona morta rifece davanti una creatura viva, talchè mi par d' averla conosciuta, e comprendo la beatitudine mesta che invase chi l' amò, la perdette e ora la trova, là, su quel cartone, con quello sguardo di madre, a cui dignità di matrona non toglie soavità, e quel sorriso fuggitivo che invita a confidenza, e incatena al rispetto: con quel certo che di posato e di dolce con quella bellezza dolce e maestosa, « che brilla nel sangue lombardo, raquo; e che all' età in cui è raffigurata l' illustre donna, imparte un' avvenenza severa, come il tramonto di un bel giorno, il secondo fiore, la second a giovinezza! … Felice l' artista a cui toccano volti simili, lieto chi commette ad una Rosa Bortolan la immagine cara di una estinta così nobile e bella!

L' altro, eseguito da Pietro Roi, vicentino, è il ritratto egualmente al pastello d' un' altra creatura, tolta da poco all' amore dei suoi diletti. È il ritratto d' una bambinella di S˙ E˙ il principe Clary. Qui l' illustre pittore doveva superare più fiere difficoltà, perchè della creaturina spenta non avea vista che la salma, sul letto funebre, nè per i guida nel suo arduo lavoro aveva la memoria, ma solo uno studietto da lui fatto a due lapis, dal quale non apprendeva che la morte. L' illustre pittore, uso ad emular i sommi dell' arte cristiana a' suoi preziosi tempi, ad emularli dico nei cartoni di stile, che Italia e ora Inghilterra ammirano, da questi due segni ha tratta la vita, la vita di una bambina non ideale, ma vera.

Egli le aperse gli occhi, quegli occhi, che non il sonno dell' infanzia, ma quello della morte, la qual rapida invecchia persino i neonati, teneva chiusi; vi spirò la giocondità ingenua e tutta scherzo, solita a illeggiadrire la cuna dei bambini in salute. Eppure la madre pianse a così fida somiglianza di ritratto, e la trovò sua, e la riconobbe in quella fanciulletta, che fra trine magnifiche, lavorate a stupenda artistica esattezza, gioca con un vezzo d' argento e sorride.

Così, senza scostarsi dalla nuda rappresentazione del vero, l' artista ha potuto infondervi la vita. È cosa che consola, ora che le macchine minacciano perfino i sacrari dell' arte; consola pensare che nè potenza di luce o di lenti potrà operare un tale miracolo. Ci vorrà l' intelligenza dell' uomo per penetrare fra gli arcani della vita ed esprimerla; ci vorrà il palpito dell' artista per dire ad una testa: sollevati dai tuoi guanciali di morte, acquista le movenze, il riso dell' infanzia: ti darò i colori e il rilievo non solo, ma il mio segreto: l' anima, il mio alto dolore, il mio alto privilegio!

1) Ottobre 1872

Quei due contadini, babbo e figliolo, i quali conducevano il somarello al mercato, non la indovinavano mai. Ora la gente ci trovava a ridire, perchè lo lasciavano andare senza montarlo; ora perchè ci saliva il vecchio, o il giovine, o tutti e due.

Per le esposizioni la cosa ha un po' d' analogia a questa favola. Se i grandi artisti espongono si mormora, — che portan via il premio, — o se non altro, l' attenzione ai piccoli; se si astengono, si grida alto — veh! non degnano — sicchè hanno sempre il torto.

A quale di questi due scogli urtassero i grandi artisti nella Esposizione Regionale di Treviso, non è mestieri decidere, dacchè apparisca da sè, che pochi grandi artisti c' inviarono i loro lavori, i più disertando le fila della mostra; perlochè invano la gente domandi: — dov' è la moderna Rosalba, la nostra esimia Bortolan, dov' è Roi, dov' è Stella, Zona, d' Andrea ecc.?

Una persona che volesse descrivere imparzialmente tale Esposizione artistica si troverebbe in un bel impiccio. S' hanno a nominare tutti i quadri dei grandi e dei pusilli; assolutamente no. Dir male di tutti gli scadenti cadrebbe nell' ingiustizia; e i principianti e i dilettanti, anche loro si adoperarono con amore, e sarebbe inospitalità dar giù come usano certi critici, che tanto per fare dello spirito, non badano di mortificare i giovani e le persone di buona volontà. — Dir tutto bene, chi oserebbe commettere un tal peccato! … E a dispensare a tutti il suo, parte a parte, diverrebbe cosa non da articolino da giornale, ma scrittura da opuscolo.

Ecco perchè, senza catalogare uno a uno i quadri della Esposizione, ci fermeremo alquanto su quelli di cui accennare i pregi e i difetti non torni inutile, sì pel pubblico, come per l' autore; il quale tuttavia nei primordi del suo arringo, pare accenni di camminarvi con discreta gagliardìa e spigliatezza.

Primo fra questi ci pare Luigi Mion, dappoichè egli, tralasciando le pitture tanto in voga di ciane e di monelli, ha pur dipinta una scena nel quadro che porta per epigrafe « Troppo tardi » e allude a una ragazza che muor per amore, quando, con tardivo pentimento, la famiglia a lei concede in isposo il giovane amato.

Già da qualche anno Luigi Mion cominciava ad esporre i suoi quadri, e in essi costantemente si riscontrava una accuratezza singolare nello studio detto dai pittori di dettaglio, ossia dei particolari; ma una mancanza nello spirito delle sue opere, che ne rendeva smorto il concetto.

In questa tela il giovane artista, slanciandosi in un campo piuttosto elevato, volle cogliere uno dei punti più drammatici nella vita d' una famiglia. Che il soggetto ultra-romantico non si risenta di soverchio d' una scuola ormai vieta, e non presenti un tipo riprodotto sino alla noja, non è nessuno che lo neghi. D' altra parte perchè esser tanto difficili nella scelta del soggetto, se l' autore l' ha trattato bene, se non cade nel triviale, e non offende il costume?

Anche in questa tela volevano taluni trovare i pregi o i difetti proprî al Mion: in una parola vedevano il pittore, ma non il poeta.

A tale giudizio non sento di sottoscrivermi.

Il quadro non è un accozzo di figure e di oggetti senza significato. La giovine eroina, attinta, di mal sottile e d' amore, tuttocchè troppo azzimata nella vesta elegante, tuttocchè troppo regolarmente seduta, ed anche non abbastanza bene disegnata, pur non manca d' espressione. Il pittore la condusse con soverchia cura, con pennello un po' sdolcinato tratteggiò la pelle trasparente, mostrandone attraverso i fini tessuti fin l' azzurro delle vene; ma non isbiadì le tinte in modo che togliesse il valore a quell' occhiata languida, eppur penetrante, che essa lancia, troppo tardi beata, al giovane sposo.

Questi, è vero, non ha grande espressione nel viso, e riesce personaggio antipatico, cosicchè non si sa a prima vista, s' egli sia un infedele che torna, o uno respinto dalla famiglia perchè plebeo, o meglio ancora perchè semi-grullo. Il chè verrebbe a chiarire, piuttosto che una improntitudine patrizia nei genitori, un cattivo gusto nella ragazza. La madre allo incontro, senza buttarsi via, mostra un vero affanno; colle mani levate e gli occhi dolenti, essa è in armonia all' attitudine seria del padre e a tutta la scena.

Per giudicare con giustizia di simili lavori la più dritta è badare ai discorsi di chi guarda.

Più d' uno manifestò una certa tristezza nel contemplare il mesto episodio, e vi fu chi esclamò fra ironico e faceto « questo quadro fa malinconia » tanto, che per rallegrarsi bisogna guardare la servetta, belloccia e un tantino furba.

Mion adunque ha raggiunto il suo scopo, dal momento che la tela produsse un' effetto e che, male o bene, se ne parla. Ma egli ha bisogno di studiare, di ingentilirsi. Potenti ali occorrono a chi vuol esprimere la passione nell' arte. Non soltanto occhio pratico del modello, mano agevole alle ben composte pieghe, agli esatti accessorî: ma animo nudrito ad energici affetti, a nobili aspirazioni, da cui scaturisca la scintilla creatrice. Allora egli potrà salire di grado in grado fino al drammatico, all' epico; lontano da quella servile copia del vero, che è senza scopo e senza utilità.

Il quadro « Le Donne al pozzo » del Da Rios è una di quelle tele da cui mal si saprebbe cavare un concetto, ma ha tanta verità, tanta vita e rilievo, che non si può non guardarlo con compiacenza.

L' autore parrebbe della scuola dei così detti macchiajoli; intendo, e credo di non isbagliare, un certo modo di cogliere i valori e farli spiccare netti, rilevando così ogni forma in virtù della macchia. Quella scuola ci offerse bei frutti nei pittori Napoletani, il Cammarano, il Volpe, ed altri valentissimi. Però in essi è la natura che li fa agire così. Così la vedono con quella loro pupilla potente, che beve a larghe onde la luce. Ignoro se il Da Rios appartenga a quella scuola e a quel cielo, ma nel suo quadro il metodo par più pensato che sentito, più maniera che natura; e se fosse maniera dovrebbe guardarsene per quanto mirabili e seducenti ne sieno gli effetti. In ogni modo lo studio dal vero non ha punto giovato al Da Rios per la sua «Pia de' Tolomei» in cui non si saprebbe scorgere nè l' ideale, nè il realismo, del quale pur ci diede nelle « Donne al pozzo» così stupende prove.

Due bellissime tele ha il Danieli, una rappresenta il monte Pelmo, una il monte Civetta. Son fatte con tal padronanza di pennello, che ritraggono così mirabilmente quelle nebbie, quelle pietre e tutta quella natura morta, che veramente piace. Il solo difetto è che a forza di essere buttate giù alla brava, le pitture acquistano il difetto proprio ai nostri buoni amici (al di là del Frejus), vuol dire un po' di falso, ciò che per un pittore provetto diventa grave pericolo, essendo egli in caso di far comparire i suoi errori in modo che seducano lui ed il pubblico.

Le medesime osservazioni, crederei dover fare ad altri artisti valenti, il Maddalozzo, lo Seffer, il Gabardi. Valeriano Fontebasso espose un quadro, ch' egli fece per attestare riconoscenza a' suoi benefattori, il quale per una certa spontaneità non è privo di pregio.

Di Canella, di Cecchini, De Nat, Paoletti e Moja non c' è da discutere: le marine di Cecchini, ispirate alle patrie lagune son quadri giudicati e ognuno sa con quanto favore. Così le prospettive di Moja, che col suo fraticello fra le rovine, riportò moralmente in questa Esposizione la palma.

Non è male studiato e composto il quadro di Pietro Pajeta «una visita in città» ma gli starebbero meglio le dimensioni del bel quadretto di Nani, le galline che razzolano nel suo «rustico cortile». Un dipinto che accenna se non a caricatura, a celia, sta più bene piccolo, raccoglie meglio le figure, a cui dà più grazia l' esser sotto forma di macchiette, che di persone serie.

Per ultimi, menzioneremo: primo un quadretto di Cesare Rota « Flaxman e sua moglie» carino assai, perchè fatto con grazia ed esattezza degno di un pennello fiammingo; secondo il « Duscotus filosofo-teologo», ottima pittura di Giacomo Favretto. Questo quadro piacque a tutti, non appartiene a nessuna maniera, non ha bisogno di paroloni tecnici per esser lodato. Qui il Favretto è come il Clerici, di quelli che fanno la verità e vi soffiano l' anima. Nè c' è altro che mandar la gente a veder il suo fraticello, quieto, intento e pensoso sul libro; da essa avran l' elogio dell' autore più che da qualunque povero articolo.

Parlare dell' Astolfi, del Botter, del Tagliapietra, del Dalla Libera sarebbe troppo lungo; e di tutti gli altri pure. Ma se ci duole tralasciare per taluno qualche parola d' encomio, ci è grato ommettere per altri qualche grave censura che, importerebbero le loro opere, sì pel lavoro, come per la scelta del soggetto.

Giustizia vuole che non si termini senza accennare che per tutti il locale non fu punto addatto; non si prestava nè per la situazione; nè per la luce ad una Esposizione artistica che da queste condizioni ritrae un' essenziale vantaggio.

Nelle sale della scoltura, dove s' ammirano i Cammei del Campanini, c' è pur qualche buon lavoro del giovine dal Zotto: qualche bel fiore del Dolce; qualche intaglio del Bortotti; dell' Asteo, ed altri.

Dalla « Vanitosa » del Dal Favero traspira un' aria di compiacenza che non fu senza merito raggiungere; ma la figura mi par un po' tozza. » L' operajo che si educa » in vece, non ha l' espressione tranquilla, che dovrebbe avere un così bel soggetto.

Ma rieccoci al punto di dove siamo partiti.

Chi può tanto fermarsi sulle prove giovanili quando ha visto il sublime monocolo, l' eroe di Negroponte, in una parola il Lazzaro Mocenico, scolpito dal Borro; il busto dello Schiavoni, pur modellato da quella mano che sa, quando vuole; e più di tutti quel Mirabeau, che col solo atto, con cui si erige dalla sua erma, come si erigeva il Mirabeau vivo dalla tremenda tribuna, ha tutto l' ottantanove in sè stesso?

A Paulo Fambri, in risposta alla sua Memoria, intorno ai merletti di Burano.

CARO FAMBRI,

Se voi foste meno formidabile ed io non temessi l' accusa di presunzione, come la povera mosca d' Esopo, vorrei bene rispondervi qualcosa di serio intorno ai merletti di Burano, e aiutarvi efficacemente in sì pietoso acquisto.

Dio sa, preso l' aire del vostro bello, importante discorso, che, stampato, niente perdette della sua grazia, Dio sa quante gran cose mi sarebbero uscite dalla penna, posto che il desiderio che tutto diventi paesano è in me quasi manìa: ora a chi non è noto che le manìe trascinano, fin anco all' impertinenza, più in là di quello che si vorrebbe?

Imitando adunque la vostra delicata riserva, nel toccare di certe cattive volontà, io non voglio dirvi altro se non che ispirazione opportunissima fu la vostra d' occuparvi delle operaie di Burano, e rialzare un' industria disusata, ma non morta.

E a chi notasse che a voi non istà punto insegnare a lavorar di merletti, rispondete franco; « Il primo fabbricatore di merletti fu il mare, il padre Oceano, prima vita del mondo.

Fu lui che, nel deporre gioioso alla riva l' immenso volume della sua vesta, color del cielo o dello smeraldo, nei dì più sereni, la volle ornata d' un' orlatura sua propria; e non v' è mano d' Aracne o pennello d' artista che, con tanta maestria, conduca i sottili arabeschi o i guizzi a rilievo, segnati sulle sabbie, nel momentaneo impeto, del divino artefice.

Gli è così ch' io spiego l' origine marinara dei merletti, e se la mi paia bella di poesia primitiva, io non lo vo' riferire. Un piccolo trattato di estetica è talvolta in una semplice osservazione.

Pel resto, affermando in tutto e per tutto quanto leggo nella vostra Memoria, mi piace anco aggiungervi due parole, nella fiducia che, dicono i Toscani, la derrata faccia passare la giunta.

Vero, verissimo esservi più da perdere che da guadagnare nelle riprese del lusso; ma che tanto e tanto alle veglie l' alta vita ci andrebbe lo stesso; e se non la vi trascinasse per terra, colla modestia e colla economia, i nostri merletti, vi trascinerebbe il Chantilly, o il d' A lençon, o che so altro!

Certo a sopprimere i ninnoli di lusso e i gingilli inutili, e' non si ridurrebbe un' anima a salvamento, in onta a tutte le leggi oppie del mondo, come voi arguto notaste.

Se un corpo d' uomo o di donna nel crescere si sforma e degenera, o cosa importa rimettergli l' abitino da bimbo? Il sanguinoso idilio dei legislatori terroristi francesi, che tagliavano braccia e gambe alla società per tornarla al buon tempo antico, risponda.

Occorre che la società si corregga da sè, e pregar Dio che, a meglio spicciarsi, la non ricorra a certi mezzi di foco….

I merletti sono adunque innocentissimi nella deplorata corruzione delle alte caste, e c' è da scommettere ch' essi, umili di loro natura, preferiscano figurare sulle vesticciole dei ragazzetti, al venir pesti o malmenati dai piedi furiosi di ballerini mal pratici. Preferiscano stare bellamente acconci in solenne parata sulle lenzuola delle nuore venete o italiche in felice puerperio.

Preferiscano anche adornare l' ara domestica e assaporare, in benedetta calma, l' incenso dei fiori, e l' armonia dei bei canti soavi alla Vergine-Madre, fra la schietta allegria di cori ingenui.

Nè l' idea della preghiera esclude quella virile o guerresca; ogni mattina, a pie' della statua di Giovanna d' Arco, trovano i Parigini mazzi di fiori e corone, conserte in un potente voto di devozione e di patriottismo, per invocare dalla sublime pastora conforto a redimersi.

E sia dunque pur tutto nostro dalle officine operaie alla teletta! Rileviamo in ogni modo questo povero paese, che tuttavia servo sotto certi riguardi, ama e vezzeggia la propria livrea.

Qui c' è operaie veliere, qui c' è perlere, come in nessuna altra città, tabacchine come altrove, pittrici, maestre; oh cosa manca per aggiungere quanto ci occorre, valendoci dei mezzi, che si possedono, o, a dir meglio di ricchezze, che, inoperose diventano un onere di più? …

Vada dunque pei fuselli e coraggio! Chi insegna a questo povero popolo vestirsi del suo, fa opera meritoria, perchè gli dà non solo il pane, che voi dite santo, ma gli dà il rispetto di sè stesso; una cosa che, per conto mio, contende quell' epiteto al pane; dacchè non ci sia al mondo, per gl' individui come per le nazioni, forza maggiore del carattere.

Venezia, marzo 1874

Tutto sta essere di moda a questo mondo, la cosa è stata detta ancora, ma non provata mai come adesso. Una volta quando noi, che navighiamo dalla brutta parte della quarantina, eravam giovanetti e stavam poco bene, il medico ci ordinava subito la dieta, rinfrescanti, purganti, altre sporcizie farmaceutiche. Se non era il dottore, era la mamma o la donna di casa: — Questo puttello gli ha gli occhi da vermi: el gà màgnà massa — non Massa città, ma troppo. E voi a una tale dichiarazione sapevi cosa tenea dietro, e ancora vi apparisce, nel miraggio del passato, la buona massaja che, colla contrizione ipocrita del poliziotto e la implacabile risolutezza dell' inquisitore, vien dimenando un cucchiarino in una chicchera, e sì che ancora voi lo sentite quel trin trin di sinistro augurio! Ammalatevi adesso, e star male gli è un pretesto per gozzovigliare e c' è di quelli che manco il dì delle nozze bevvero tanti bicchierini di Madera quanti ne ingollano da infermi… e gli fa bene!

Perciò, or ch' è in moda la luna … quel Verne, benefattore dell' umanità, lui che profittando d' una nostra invenzione, la talpa Toselli, suggerì, col Nautilus, a Ruggero, altro italiano, il modo di far fare cappello qui dicono scuffia, alla marina moderna… quel Verne cosa non farebbe diventare di moda?…

L' idea d' andare alla Luna per sè stessa è desolante, e la atterrisce ogni poeta. Come?… quel bel globo opaco, quella vergine pallida, che danza languida e fantasiosa cogli astri, quel romito fior delle notti, a cui confidaste i primi sospiri, a cui domandate un ultimo raggio sulla vostra tomba, quello è un mondo o popolato o che si potrà popolare?.. Ci saran là uomini e donne, ville e città, ministeri di sinistra e di destra, giornalisti che si accapigliano, cassieri che scappano?… È tolta la ripresa di rifugiarsi, in pensiero al mondo della luna, poichè anco là c' è da litigar di politica, ammorbarsi di discorsi economici, scientifici o, peggio di tutto, in conversazioni letterarie!

Basta! lasciamo la verità a suo luogo, e, fin che non si possa sincerarsi, entriamo in una Luna accessibile, poichè il proprietario dell' albergo, che s' intitola da lla casta Selene, ebbe la bella idea d' adornare la sala da pranzo in modo veramente artistico.

Nei tempi antichi, sotto altri proprietari, la Luna aveva un nomignolo: specie di satira con cui gli infelici, i quali ne partiano colle guancie afflitte da mille ecchimosi, quanti eran stati i pungiglioni delle zanzare, si vendicavano … E lo dicevano: albergo dei mussati. — Forse per questo la elegante farmacia Zampironi cominciò a metter fuori l' estate quel formidabile Vill you sleep? (volete dormire?) e la pietosa idea le valse credito, con una bella industria, i piroconofobi. Tornando alla Luna, tutto corrispondeva al nomignolo. Ciò nelle prime fasi, quando la Luna roteava malamente sul proprio asse. Ma le rivoluzioni sono anch' esse di moda.

La luna s' è trasformata; ingresso allegro, cortiletto rispettabile, fontana dal gentilissimo e discretissimo pispino ricascante: scala piena di lusinghiere promesse, per chi ascende. Eleganti sgabuzzini, in vece del brutto stambugio pel portinajo.

Nella sala da pranzo, Ermolao Paoletti dipinse le due pareti laterali. In due quadri figurano scene di costumi del secolo scorso. In uno la Piazzetta e la gente, che guarda la piavola de Franza, che dava la moda: specie de Longchamps veneziano. Quando Venezia prese la moda fuori, si sentiva strema. Nulla è indifferente nella vita d' un popolo, nemmen le cose frivole. Se avessimo cuore a vestirci come i nostri paesani, saremmo goffi, ma saremmo noi. Invece le nostre giovani imitano le furie francesi, poichè la piavola, oggi in cui parliamo, divenne furia.

Nel quadro di fronte è un concerto in piena aria, fra gli orti, in cui si divertono signori e signore, incipriate, a falbalà, a nei, insomma nel costume del tempo. Queste pitture son toccate con garbo, maestria, e begli effetti, nelle vesti sgargianti, negli accessorî svariati. Forse gioverebbe più ampia sala: i fondi andrebbero più lungi, l' aria circolerebbe fra le persone aggruppate. Il tempo sporcherà gli ultimi piani, naturalmente più languidi, lascierà più freschi i piani davanti più intonati, e l' equilibrio si farà da sua posta.

Così riassumo del soffitto, affrescato da Paoletti con decorazioni di Scattagia. Divinità, amorini, satiri, coppie vestite leggerine, sedute sulle nuvole, dove stanno a contarsela amabilmente, e tutt' altro che sul riscatto delle ferrovie o sul macinato. Farebbero troppo fuggire quei begli amorini, librati in alto, che reggono le briglie a graziose colombelle, volanti per l' aria serena. Tutto è fresco e vivace; fiori e dorature, fregi e cartocci. A me niente stona all' occhio. Parlo da ignorante e l' occhio vuol la sua parte. Chi sa se fossi scienziato, quante strambezze direi di più! Così gli stucchi del Gianola; così le mobiglie in legno di Marco Dal Tedesco, lavorate a rilievi in cui s' intrecciano frutta e foglie, poichè tutto è allusivo. Noi abbiamo artisti che valgono tant' oro. Da Londra vengono ordinazioni di porte e imposte da mille e più lire l' una. Peccato non essere inglesi!

Gaudens in gaudio! posto che tutti i mali guariscono col mangiare, mangiamo e beviamo! Coroniamoci d' edera, leghiamoci la salvietta sotto il mento; spero che diventeremo grassi. Non più medici, cuochi. Veramente le statistiche dan cifre melanconiche: più i morti, meno gl' imenei. Che con tanto mangiare questa società morisse di atrofia…. sarebbe amara. Pretende Seneca esser l' effetto di chi mangia non per cacciare, ma per accender la fame. Melensaggini da rimbambito!

Ma coloro, i primi martiri della democrazia, i primi cristiani, digiunavano, vigilavano nel fervor della preghiera, coll' esempio dell' attività, del disinteresse e dell' annegazione per un' altra causa, divina ad un tempo e mondiale…. e sulle loro braccia robuste s' innalzò un edifizio, che sta poco men che da duemila anni!

Guarda che mattìe mi vengono in mente a proposito d' un bel tinello! Ci pensi chi ci ha da pensare. Noi badiamo a satollarci e ingozzarci come polli. Viva il lattato di ferro! vivan gli ovetti freschi. Sento a dire che gli ovi delle galline italiane son ricercatissimi, perchè contengono principî nutrienti, elementi vitali, più delle galline d' altre nazioni. Anche la primazia delle galline la non è da buttar via; anzi la è preziosa. Vagoni con milioni d' ova nostrane vanno in Germania a fare l' ufficio del ferro Bravais.. ripresa al commercio, o sancta gallina ora pro nobis. Conforto delle donne da parto, reggi i ministri nelle notti travagliose, in cui ci ammanniscono il substrato d' ogni sapienza. Viva il vinetto, buono sicuro, quand' è da Conegliano. Imperlatevi, grappoli d'oro, sospe ndetevi ai tralci, in festoni lungo le gentili colline, attortigliativi nei begli arabeschi dei pampini, spremete il prezioso colirio! viva la Luna, ma viva sopratutto la vite, e la nostra.

Venezia, 25 aprile 1876

C' è alcuno di voi, miei cari lettori, che abbia idea di prender moglie? La cosa non è mai stata indicata come adesso. Voglio dire che il mondo è al sicuro, e che delle botte probabili, che si potessero dare a una certa babbuccia o ciabatta vecchia e sporca (magari oggi) noi non abbiamo a darcene per inteso.

Negli anni scorsi c' era lo spauracchio d' un ministero di sinistra. Ad ogni interpellanza un po' viva della camera i fedeli lettori dei giornali, i pacifici borghesi, allora e sempre di destra, vedevano una caduta del ministero conservatore, una salita di quello democratico, e conseguente fine del mondo. — Oh! cosa mai sarà …. e dove s' anderà a finire? — Le madri correvano alle cune, macchinavano un apparecchio a difendere i loro nati, le brave massaje si preparavano a serrare gli scuri, ritiravano i vasi dei fiori, come allorquando minaccia l' uragano, annunziato da un qualunque Mattio De la Drôme.

Son già due mesi e più: la sinistra è insediata, e il mondo non è ancora caduto. Stando alla finestra si vedono ogni mattina le stesse persone avviate ai loro negozî, i ragazzi uscire coi libri sotto il braccio, la panierina della merenda in mano, e alle stesse ore le mamme o i babbi o le serve, andarli a riprendere. Ogni giorno in tutte le famiglie, che si rispettano, fu, allo stesso momento, passato il brodo, e nel punto in cui, vivo e loquace come un miting romanesco, spiccava il bollore, vi fu gettato trionfalmente il riso dentro, collo stesso metodo di quando amministravano Minghetti e consorti.

Eccoci dunque a prova di bomba, e fin che la destra permette alla sinistra ammanire la pappa, base d' ogni politica, si può accingersi a piantar casa.

Nè questo è detto per ironia: un governo modello avrebbe a tener per divisa il motto di quest' umile appendice: mobile nell' immobilità. Caschino cento ministeri, ma si regga Italia!

Adesso veniamo ai mobili, perchè se ci fosse in Treviso o provincia chi ha l' abitudine di farsi venire di lontano le suppellettili, dia prima una occhiata nella dominante, dove c' è roba solida, al miglior mercato, io credo, e d' artefici tutti paesani.

Comincierò dal meno chic, dal più alla buona: l' Ogna, che ha officina in Canareggio, palazzo Diedo, a Santa Fosca, vicino alla famosa, antica farmacia.

L' Ogna lavora co' suoi operai: lui è podestà e capitanio: lascia la pialla e viene in maniche di camicia a farvi da cicerone. Oh! per originale gli è desso! quanto un lord, che compie il suo giro sul continente.

L' entrata in palazzo e nell' officina è angusta, contorta, a scale, scalette, cortili, anditi, anditini. Un accorto milanese o francese non soffrirebbe quell' ingresso, in un tempo che vuole scale e vestiboli più belli dei teatri, frontespizî più vistosi dei libri, code più superbe degli abiti. Io notai il difetto, l' Ogna rispose: — e la pigione? — Dopo di che mi mostrò i mobili; in mogano, in palissandro, noce; e quanto a fazione non so cosa si trovi di più solido, elegante, in una parola di ottimo.

Camere da letto, stanze da visite ne ha più d' una, in istile palladiano, pompeiano, bisantino. Così è scritto sull' avviso. Per verità la differenza di questi stili, non saprei, con una sola occhiata, valutarla: e mi parve, nell' armoniosa correttezza di queste forme uno il pensiero, che guidò la mano all' autore, specialista, di fama europea: anche ciò io rilevo dall' annunzio, e non ne dubito osservando i lavori, ma io preferiva all' indicazione generica un nome.

Certamente i disegni piacciono a qualunque stile, appartengano. Quelle testiere dei letti gemelli, quelle curve che han della severità e della grazia lombardesca: i fregi di qualche altro mobile, foggiato più sul rococò, gli armari (che la nostra povera gente si stroppia a dire armoà) non da confondere cogli armadî, i tavolini, tutto fa bel vedere sì nell' insieme che nelle parti. Gli armadî, eseguiti sugli ultimi iradiè della moda, sono a credenza. Due portelle s' aprono, sul davanti e dentro c' è le casselle: (questa non è parola turca, ma latina capsella). Stanno a più ordini, quali scansie (colti) nell' orlo esterno son praticati due buchi, in modo che la mano li agguanta e tira fuori quella specie di palco, ben incassato negli incastri laterali. Una sposa può tenerci il più fino del suo corredo, coprirlo di garza, farlo andare come un letto sulle sue guide.

Non parliamo della elegante finezza con cui i fili d' agere puri come ambra, corrono e ricorrono ad ornamento: non dei commessi, vere intarsie di rables moschettato e altri legni che luccicano quai pietre preziose. Per la solidità gli artefici nostri si ricordano d' appartenere ad uno Stato che, unico al mondo, si resse quattordici secoli e lavorano per l' eternità. Questi mobili paiono tutti d' un pezzo, per di dentro, per di fuori, tutti a viti, si fanno e disfanno quanto un giuoco di dominò.

A tal proposito sento a dire esser questo metodo milanese, a cui è da preferire il veneziano. Rischiose le viti, se si rompono tutto è perduto: sicchè torna meglio, fatta la pianta, battere un incastro sui fianchi: poi con una chiave di legno di noce legar tutto in modo che in un momento si slega. Tocca ai lettori artefici giudicare: ch' io non posso decidere, mi contenterei di riferire esatto.

Un' osservazione bensì la feci all' Ogna.

— O perchè mai, allestendo case (e v' è quì in Cannareggio Martin Jonia, che ha fondachi da fornire in un giorno Pompei, se si volesse riabitarla) perchè non fabbricate tinelli, più necessari delle stanze da visite … Sapete, visite non se ne faranno più. — Ogna mi guardava. — Non si faranno più visite? — Nossignore! Le donne avran tanto da occuparsi che non gli resterà tempo da girare e visitarsi. Oh che? la vi pare una gran disgrazia, codesta? Operaie, figlio caro, operaie. Il tinello occorrerà sempre. Nelle camere da letto non vedo cune. Voi dimenticate l' alfa e l' omega della vita, nascere e mangiare. — Ogna saltò su brusco: — Prima i puttelli, dopo le cune. — Il brav' omo è economo. I tinelli poi e' non li fa, se non li ordinano. La è un' idea come un' altra.

Quanto a me, la mia delle idee era questa. Parlarvi anco d' un bel deposito di cose giapponesi, perchè (fin che ci sia stanze da ricevere) se voleste comperare gingilli, ninnoli di lacca, di porcellana d' ogni forma, di bambou, tartaruga; ventagli, ventaglini, ombrelle, servizi da thè, astucci, vasi, vasetti d' ogni maniera e d' ogni fregio: neri, indorati, inargentati, dipinti a uccelli, a farfalle, a biscie, paesaggi, a signori e signore dalle bocchine impossibili e dai piedi ancora più impossibili …. Insomma c' è di tutto: un amabile pandemonio che brilla, che luce, che trema come le prospettive incantate delle belle contrade d' onde viene.

Acquistando di questi giocarelli, o di questi utilissimi arnesi voi incoraggerete il sig. `Businello, che non si peritò unirsi al sig. Kyoyo Yoshibei, e tenerne deposito al ponte della Guerra; tornando così la cara madre Venezia, alle vecchie, onorate relazioni cogli amici di Oriente, massime coi giapponesi … Brutti! Oh! Dio per brutti, massime questi che vengono colla Peninsulare, lo son tanto da far paura. È, in vedendoli, la sola volta in cui si è tentati d' affermare la teoria evoluzionista di Darwin. Ma intanto girano e fanno girare il denaro.

Volevo anco, e lo spazio mi manca, indicarvi un altro deposito di tappeti di cocco, Yute, sparto; belli a vedere e buoni, io credo, alla prova: roba fatta qua e che va oltre: in Romagna, in Piemonte ecc. Hanno il vantaggio di stare fermi senza chiodi e di non domandare carte o altro di sotto, perch' e' son consistenti e rigidi come la materia, da cui traggono la filatura. Il deposito è a S˙ Moisè, salizzada 1345.

Se vi piacciono e corrispondono bene adoperandoli, io mi chiamerò felice d' averli additati. Che questo miserando mestiere di scribacchini-appendiciai giovi a qualche d'uno; e allora non par più d'avere a vergognarsene, ecco!

(Corrispondenza della Gazzetta di Treviso)

Fui stamattina nello studio di Dal-Zotto e ti confesso che il modello del monumento a Goldoni mi piacque assai. Fu il capo ameno di Osvaldo Monti ad avvertirmi che ci andassi. Monti è artista … mi pare … E io trottai subito verso S˙ Vio!

Goldoni è rappresentato sotto un punto di vista mirabile. Egli è en flaneur; sai cosa vuol dire? Far niente e tutto. Girare, guardare; oziare … Ma flanare (oh! il bel neologismo!) non è oziare. Anni sono uscì in Francia una fisiologietta del flaneur. È un tipo, un ente a parte; è un genio o un milionario. Di qua a cent' anni flaneurs non ce ne saranno più. Tutti avranno il bel da fare a scalcagnar in fretta per non mangiarsi un coll' altro. Al tempo di Goldoni non restava che flaner e che il mondo andasse alla malora.

Il Goldoni di Firenze è tutt' altro di questo del Dal-Zotto. È più solenne, più ispirato. Ma Goldoni dovette mostrarsi com' è quello del nostro giovine autore.

Forse più serio. Anche flanando si può esser seri. Goldoni vivo, era serio. L' ingegno è distratto, coglie i veri alla buona, non ci pensa. Non corre dietro all' ispirazione, è lei che sfacciata ghermisce al lembo del tabarro, quando manco uno se l' aspetta.

Guardare, camminare; leggero in apparenza, profondo osservatore in sostanza, filosofo senza saperlo. Adesso do l' obolo volentieri al monumento. Possibile che i modelli ingannino sempre? Ahime chi ci libera dalle brutte statue, dalle sculture sconcie? nemmeno il terremoto. Dunque una riesca a bene, col nome di Dio!

eseguito da Antonio Dal-Zotto

Quando si parla d' un' opera d' arte viva, potente, spontanea non si vogliono trattati; bastano poche parole che traducan l' impressione ricevuta.

Tale mi pare la statua di Tiziano, modellata in creta, dal nostro esimio Dal-Zotto, perchè sia fusa in bronzo; laonde, senza farne la critica, Dio guardi, e non saprei assolutamente cosa criticare, io procurerò solo di svolgere le ragioni della bellezza d' un lavoro nobilissimo e virile.

Lo scultore avea un compito assai malagevole. Egli dovea rappresentare una delle più splendide personalità della storia, un' eroe dell' arte, il quale, come tutti i grandi, fu sublime senza saperlo. Effigiarlo ispirato, e non distaccarsi dalla verità.

Dal-Zotto nell' idear Goldoni ebbe (lo dissi in questa stessa Gazzetta) un felice pensiero. Rappresentò un uomo che flana, che cammina oziando, ocando; ecco la parola. Uno di quelli a cui nessuno bada se non allorchè, avendo essi raccolto il vero, lo traducono al pubblico.

Quì non era il caso. Tiziano riprodusse il vero, ma sentì il grande; le sue tele eseguite colla scrupolosa esattezza, collo studio severo di chi possiede la forma, sono epopee, talchè a figurarlo bene non si potea tenersi alla nuda semplicità e plasmare un uomo a mo' degli altri.

Nel grave bivio lo scultore scelse, o a dir più giusto, divinò la strada migliore. Egli modellò un bel Tiziano col pennello nella destra e la tavolozza nella manca, in attitudine per sè stessa semplice, ma decisa, naturale, senza quella goffa ostentazione di naturalezza, quel brutto e servile studio di realismo, che deturpa tante opere moderne.

La statua di Tiziano è adunque naturale, ma ciò non toglie l' ispirazione. L' ispirazione la c'è; nel viso, nell' occhio, nella movenza, nel piglio franco, risoluto, fermo, con cui guarda non si sa cosa. Ispirazione virile, d' uno che attinge dall' alto, ma per tradurre praticamente: è Tiziano e non Galileo, è pittore, non già speculatore o ideologo; nè meno è uno che si atteggi a positure sdolcinate o drammatiche da richiamare l' applauso; è una forte anima d' artista che, sollevata alle regioni dell' ideale, vede balenarsi la sublime visione, che lo farà vivere pei secoli, nella storia della nazione e dell' arte. Ecco l' impressione, che lascia questo bellissimo lavoro, e ciò dicendo credo di tutto riassumere.

Mi limito ad avvertire che, trattata con un far largo, qual domanda una statua gigantesca, essa è stupendamente modellata. Profondo studio di anatomia, bene scelti partiti, gentili motivi di pieghe. Forse quelle del petto voleano maggior grazia e meno monotonia, ma io le vidi non compiute e all' ultimo saran riuscite a piacere anche quelle.

Adesso resta solo a sapere quanto e quanto più bella apparirà la statua sulla piazza di Pieve di Cadore, vicino alla fontana, che col cristallino delle sue acque e col perenne susurretto manterrà all' inclito cittadino una perpetua armonia, con quel fondo di guglie erette e scintillanti pei ghiacci dove brilla e sfolgora in cifre immortali il nome del Grande.

L' aria è pur la attiva fattora nell' arte. Un mio bravo giovane mi osservò: — Cosa sarà il Colleoni a cavallo ch' è a S˙ Giovanni e Paolo, cosa sarà riprodotto a Berlino? là in quell' atmosfera grigia, monotona, fra alberi regolari, tirati a dritto filo e tutto col compasso? Ci vuol l' occhio amoroso del nostro cielo, le nostre architetture, il nostro popolino vivace che va, viene, traffica, ciancia e pesta bacalà sulle pietre, il rio, gli approdi …. insomma ci vuole Venezia.

Beati dunque loro che avranno il Tiziano colossale nel romito e sommo nido della sua gloria. A noi non resta che invidiar quel felice Cadore, e congratularci col bravo artefice, che seppe ideare ed eseguire un tal lavoro da decorare un paese.

Sacre aure degli studi, sacro silenzio degli asili dell' arte quanto vi benedico! È fra voi che il core, esulcerato dalla miserabile vanità della scena del mondo, trova un ristoro. Che sarebbe di noi se dal centro di queste case di pace e di contemplazione serena non partisse un effluvio di vita, se non potessimo, sollevati sulle crete immortali, veder qualcosa di meglio della nuda realtà? Non tutti i monumenti sono dunque sciupati. V' è chi li merita, e chi li fa bene; v' è chi, ispirato alla potenza del genio, infonde la luce nei nostri cuori, se non guasti, confusi ed oppressi.

Venezia, 21 aprile 1877

Girolamo Bortotti, da Belluno, giovane scultore, o meglio studente di scultura, eseguì or ora un gruppo in creta, lo gettò in gesso e lo mise in mostra negli ultimi giorni dell' esposizione di quest' Accademia, quindi alla Permanente, dov' è ancora. Comparso troppo tardi perchè i giornali ne parlassero, mi par ben fatto dirne qualcosa.

Questo gruppo rappresenta un episodio del ratto delle spose veneziane; ha due figure, il pirata e la donna, è di grandezza maggiore del naturale o che per le forme e le mosse, tale apparisce.

Ad esser giusti si vuol confessare che questo primitivo lavoro destò l' ammirazione e la meraviglia, fu trovato un atto di coraggio, uno slancio non troppo comune.

Vicino alla meraviglia per un così forte lavoro si destarono anco le critiche, non irose, ch' io sappia, e tutte di gente a cui dispiaceano le mende d' un opera pregevole. Riferirò le critiche, vi aggiungerò le mie, combattendo con modestia, ma con vera convinzione le altrui, affinchè ne risultino meglio le bellezze.

Prima di tutto si notò che l' Uscocco nel ghermire la donna lo fa in modo brutale o per lo meno con mala grazia. A questo io credo si possa rispondere che l' Uscocco è quale deve essere. Fiero, terribile: non par naturale che un selvaggio nel rubare la sposa d' un altro le domandi il compermesso: — sta bona, carina, che ti voglio portar via. — Nient' affatto! La ghermisce come un avoltoio e scappa. Il non essersi dunque l' artista inspirato al gruppo delle Sabine e ad altre pose accademiche, ma ad una scena viva, è segno di talento originale.

Seconda critica: il fianco dell' uomo è mancante, non segna bene, sotto la breve tunica, il femore. Riguardo a questo non mi prendo la responsabilità di giudicare, la è questione propriamente anatomica, e ci vuol conoscenza a confutarla. A vedere l' accuratezza con cui l' artista ha ritratto i modelli, si dubita della veracità di questa accusa; ai profani la gamba apparisce ben modellata; naturale e giusto il turgor delle vene, dei gemelli, degli estensori e degli altri muscoli da cui risulta se non lo sforzo, il movimento.

Terza critica: il pirata è tozzo: ma ciò non gli nuoce, poichè tale il carattere di quei Fiumani, o slavi, o croati, o quel ch' ei sono … (per carità ch' io non commetta qualche delitto di offesa nazionalità …) tracagnotti, camusi, arditi e furbi.

La critica, a cui non trovo da contraddire, è la più grave; che nella faccia della donna non si scorga quella schietta bellezza che ci immaginiamo dovesse brillare nelle venete nuore. Forse allo scultore mancò un tipo, castellano o nicolotto, ma bello. Forse, similmente al grande pittore fiorentino Sabatelli, più gli sorride un ideale di fierezza, che uno di femminile avvenenza. Certo nel plasmare il pirata balenò allo scultore un truce stampo, ahimè! ricordo di efferata crudeltà, che a lui insanguinò la casa, e la apparizione riuscì compiuta, sublimemente orribile, nel far tenere al brigante il coltello in bocca.

Più di tutto nocque alla donna che, nel grido, le si intravvedessero i denti: ciò che par contrario all' estetica. Questa l' ho sentita da dei bravi professori; la confermò a Bortotti stesso una lodata scultora americana.

Che si deva tenersi strettamente, servilmente al vero, lo dirà chi, per non saper che fare, e per mandare all' orsa i poveri artisti, inventa un sistema: ma in vece bisogna distinguere, frequentemente distinguere.

Riassumo: nel gruppo c' è l' impronta d' un ingegno creatore, drammatico, più atto a sentire le cose di maniera che le semplici, poichè egli scende da un anfiteatro, dove non vi ha niente di meschino; le grandi Alpi. Per ora gli manca la grazia, il gusto che corrisponde al garbo toscano nello scrivere, allo spolvero dei comici; amabile passaporto delle cose meno importanti.

Io non adulo nessuno, adulare un giovane terrei non già male, malissimo. E per ciò ch' io non mi perito a dire alla madre di Girolamo Bortotti: — Confortati, buona vecchia, il tuo figliolo ti farà onore!

Venezia, 12 settembre 1876

Un dettato volgare, ma espressivo afferma: allorchè due d' accordo ti dicono brillo e tu va e ti corica.

Passa uno, passano due, passano tre davanti una vetrina e si incantano a guardare un lavoro ed esclamano: — Oh! gli è bello — oh! la cara scena — oh! la stupenda pittura! — Ciò significa che il lavoro è per davvero eccellente. Ecco gli articoli spontanei, che nessuno paga, nessuno vende e nemmeno suggerisce. Scaturiscono dall' anima di chi, senza esservi preparato, prova all' aspetto d' un bello assoluto improvvisa soddisfazione.

Questi pensieri io feci nell' osservare un acquarello di Guglielmo Stella, acquarello che ha per conto mio l' importanza d' un quadro e di cui tutti quelli che lo videro fecero elogi.

L' acquarello rappresenta il vestibolo del palazzo Albrizzi a Sant' Aponal, di notte, ed è precisamente un quadro di prospettiva, animato da macchiette. Idea per sè stessa bellissima poichè raggiunge due scopi, è la fotografia coi colori e colla vita, che la fotografia non può avere. Già da molti si vedono svariate prospettive con figure, e, più che da altri, dal solerte pittore Dalla Libera, i quali rappresentano punti storici importanti io stessa ebbi a lodarne l' intento, che udii generalmente approvare; a tutti il suo.

Nel lavoro dello Stella le macchiette non hanno significazione storica, sono generiche, nel costume del tempo e nulla più. È una dama, un cavaliere, son servitori, paggi…. che so? Ma la gente non fa il quadro: gli dà vita, ma non lo occupa; la prospettiva è sola signora della scena, è questo il segreto della gran difficoltà e della bellezza.

Un vestibolo con travi alla sansovina, con panche, attrezzi come s' usavano allora, di forma piuttosto barocca, e mezzo foderato di assi lungo le pareti, col pavimento di marmi. Tutto è regolare in questo notevolissimo studio, cominciando dal punto di vista, preso con savio accorgimento, all' altezza d' un uomo. Diversi punti o più alti o più bassi, avrebbero dati maggiori intersecamenti di linee, o combinazioni prospettiche, e maggiormente dimostrata la bravura dell' artista. Ma riuscivano effetti da teatro e l' insieme meno semplice e meno schietto. Qua par d' esserci dentro, la cosa più naturale, è preferibile a qualunque più studiato artifizio.

Tre luci, digradate a distanza, illuminano il portico. Ogni chiaro ha i suoi effetti precisi, ben disegnati, bene adombrati. Ottima circostanza è un fanale da galea al primo piano, che ha il carattere della vita e della potenza marinara veneziana. Ahimè anche della nostra gloria, perchè il fanale di casa Albrizzi, cretto a poppa d' una nave capitana, vide perire sotto il suo raggio gli eroi della famiglia e della patria.

Grande, formidabile, quadrato lo storico fanale è il protagonista della scena nell' acquarello di Stella: esso manda un chiaror quieto, ma limpido a cui stanno sottomessi gli altri a distanza; la luce guizza, amabilmente discreta, lungo i marmi del suolo, scivola in una nota fluida e fuggevole come le voci delle maschere nel carnevale di Venezia, si ferma, si riflette in placche tenui, quali pozze d' acqua dopo la piova.

Tutto è mezzo tono, eppur c' è la sua forza, tanto la ben contemperata scala di toni forma un insieme armonico e direi quasi perfetto; colori non ce ne hanno, ed è tutto colore.

Credono i più che l' arte del dipingere stia nel colorire; falsissima idea. Ingres tenne la massima contraria e cadde nell' errore, ma ei partiva dalla verità poichè la è tutta questione di disegno e di chiaro-scuro.

A tal pensiero s' è inspirato senza dubbio l' egregio Stella; egli studiò certo i grandi del passato, vide i Fiamminghi, sommi coloristi non trasandare disegno e chiaroscuro…. trasandarli? mio Dio, se son tutto! Se danno il contorno, il rilievo, se imprimono la forza, se determinano le forme e toccano le gradazioni.

La luce compone i colori, la luce li decompone; quando è ben definita la macchia poco basta a dar la tinta. I Fiamminghi pennelleggiavano franchi, ricchi e potenti, sicchè nelle loro tele brilla e risplende l' arco baleno.

Quelli che con tal metodo riuscirono crudi, isolati, a strilli ed a sbalzi, come appunto Ingres, non facevano bene. I Fiamminghi invece prima avean ponderati i valori, i riflessi, dei riflessi; relazioni incatenate fra di loro, che danno risultato pieno e, suol dirsi, di getto. Allora un tòcco, un dettaglio, un effetto parziale fa trionfare il tutto, come un' ultima battaglia decide una guerra ben condotta.

Tiziano, gli altri campioni della nostra scuola, gloriosa e famosa, furono disegnatori e modellatori stupendi, così molti dei moderni, ed io potrei confermare la massima, sviluppando parte a parte il metodo di più d' uno dei nostri professori e delle nostre professore, che in cima ad ogni cura mettono il sì ed il no, il bianco ed il nero, il dentro ed il fuori. Oh che forse le incisioni del Dorè non sono dipinte?

Ciò non è detto per ostentare scienza, nè per fare i pedanti: le nostre scuole, prima del quarant' otto diedero bei saggi con tali sistemi, iniziati dal Selvatico. La rivoluzione sconvolse tutto, ed è ora di metterci un po' di freno. I giovani adesso credono che basti la tavolozza imbrattata di colori, sprimacciarsi il ciuffo, dare un po' di garbo ai baffi e tirar via, quel che viene, viene. La non è precisamente così: bisogna studiare sul serio, tanto in arte come in politica.

Pover' a me! questa benedetta politica la c' entra sempre. Come si fa a non parlar di politica se la è la padrona (a momenti io direi la matta) della casa? Vent' anni fa Stella era un pittore amato, stimato; si cercavano nelle esposizioni le sue scene domestiche, e popolari; i suoi bozzetti tranquilli, efficaci da soddisfare gl'intelligenti e compiacere gl' ignoranti. Venne la tormenta politica; l' artista fu trabalzato di qua, di là. In un tempo nel quale occorrevano soldati e non pennelli, dovette scrivere, trarre il sostentamento della famiglia dall' inchiostro, più che dalla tavolozza. Aveva due corde al suo arco, e fece opportunemente. Ma quest' odiosissimo fra tutti i mestieri, massime quando si tratta di critica, gli fruttò più nemici che danaro, più crucci che plauso. Oltre a che, senza avvedersene, ei perdeva l' ispirazione. Non valeva più o non lo tenevano più per artista. I suoi quadri (tuttocchè ben fatti) non appassionavano, come in principio del lieto arringo, il pubblico, che non gli trovava più quella potenza arcana, la poesia, l' effluvio creatore, che affascina, che innamora. L' arte non istà nella tavolozza, ma nel sentimento.

Adesso le mutate circostanze gli rifecero l' anima, che, pur troppo, l' analisi andava struggendo. La vita dell' estro è di nuovo nel suo pennello, senza che sia sbrigliato; senza che oblii le fondamenta e a convincersene basta veder questo lavoro.

Mi rallegro cordialmente con lui e anche con la signora contessa Elsa Margarit Albrizzi, la quale tenne a cuore un desiderio del marito, poichè l' acquarello è ordinazione del conte, ed ella potea non confermarla.

Quando il ceto nobile, rinchiuso in sè stesso, dà tali segni di bella volontà per l' arte, bisogna considerarla una fortuna, e battere le mani.

Bravo dunque Stella, tornato più che mai artista, e bravissima questa cara donna, rimasta nobilmente fedele al semplice voto di chi non è più.

Venezia, 14 del 1877

Chi vuol vedere questa parola, scritta dalle mani di venti operaie, assidue nell' intessere sul tombolo i merletti policromi, coll' istesso punto, ma con maggior leggiadria dei soliti merletti veneziani bianchi, non ha che da salire al primo piano d' una casa in Calle degli Albanesi, presso al Campo di S˙ Filippo e Giacomo.

Inutile descrivere questi merletti, ancorchè alla penna lo stile consentisse le agevoli mosse delle fila a colori, nei giri sinuosi delle volute, piene d' estro e di grazia, aggrovigliate in cento fogge, a rappresentare ornati in fogliami e arabeschi, fra cui spuntano fiori e s' annidano uccelli, dalle ali dipinte, pacifici come in una scena di paradiso ….

I merletti furono visti e stettero trionfalmente all' Esposizione di Parigi, ma non si perde il tempo, visitando l' officina, e questo è ciò ch' io volli dire.

Per sè stesse le care operaie sono un attraente; fa bene trovarle acconcie, volonterose, ordinate; ispira confidenza la brava anziana dai capelli grigi, cogli occhiali sul naso, capitana seria e tranquilla, che istruisce, invigila il piccolo squadrone leggero, sotto a' suoi ordini.

Del manifesto, appeso ai muri, in quell' amabile corpo di guardia, m' astengo parlare. Là ci son le norme per altre figliazioni consimili, i premî, per chi saprà meritarli, ma già il programma è di pubblica ragione, e non ha bisogno d' ulteriori richiami. Se nella pratica vi sarà da correggere, lo vedremo in seguito. Intanto è santissima l' idea e il principio della sua attuazione.

Non par vero nei giorni dolorosi che traversiamo, esser là in quel recinto di spensieratezza e lavoro. Ivi si pensa. — L' Italia c' è: l' Italia sana, laboriosa, che porta avanti il buono e non disconosce il bello, anzi ne aggiunge un filo d' oro alla trama di questa misera vita. Così pensando, si attenua l' impressione delle recenti amarezze, tali da scuotere le anime più ferme nell' amore e nella speranza, più decise a trovar tutto buono, tutto migliore della schiavitù e della vergogna, a chiuder gli occhi e non volersi assolutamente persuadere che la povera, cara Italia intenda, di sua propria volontà, ritornare infelice … Forse scrivo sotto un' impressione penosa, ma rifletto:

Quarant' anni or sono chi prendea una storia per cercarvi, nei tempi moderni, le gesta del popolo italiano dovea gettarla mortificato. C' erano Gallo Sardi contro Austriaci, Austro-Sardi contro Francesi. Il valore del piccolo Piemonte, unico palladio prezioso, dovea confondersi con quello d' estranei, chè tutti si trovavano nei tremendi convegni, tutti fuorchè gl' Italiani, e l' Italia era geograficamente una penisola, politicamente un miserabile tronco spezzato, a cui, col cader di Venezia, moriva anche il ramo sublime che i secoli non aveano scosso.

Tutti coloro, che sentìano in petto un' anima non atrofizzata nel povero guscio di pisello d' una inutile boria gentilizia, seppero che dolore fosse il non appartenersi, il dover assistere alle glorie degli altri e dir: — siamo figli di nessuno! — Combattiamo per chi ci opprime e dal servire riscotiamo per premio maggior danno e le beffe!

Cosa importava lo splendore delle arti quando eran tolte le armi e la politica, che sole costituiscono l' autonomia d' un popolo, cioè a dir la sua vita?

Una serie di miracoli fece il gran miracolo meritatissimo, perchè la nazione ha saputo, divisa unirsi, spensierata e noncurante, divenir seria, quanto più i suoi nemici le comandavano di ridere e di non pensare; ha saputo, pacifica e agricola, prender le armi… in un corso d' anni, che la storia registrerà come un punto, ma che darà a questo secolo il nome, ha superato tutto. Forza materiale e spirituale: amori ed odî, coscienze e interessi, ostacoli che in tutto il mondo era sola a contare quasi invincibili.

E questa sublime sintesi è niente! Dall' esserci a non esserci, la nazione vi è, e già, nella bile del parteggiare, la comincia a non accorgersene!

Preponderare colla voce dei nostri uomini di Stato nei consigli europei, posseder la libertà con un Re senza rimorso e senza paura, una Regina forte e graziosa, un figlio del loro sangue; avere, quando non è ancor dissipato il puzzo delle armi straniere, un esercito proprio, le discipline del quale potranno modificarsi, ma che resterà sempre nostro … Tutto, tutto è niente. I selvaggi stessi sentono d' essere una stirpe, gettano baci passionati a un cencio pendente dalle aste sanguinose, perchè rappresenta la loro bandiera, e noi, appena conquistata la nostra, non ne faremo più caso? Allora la civiltà in fatto d' onore e di sentimento varrebbe essa meno della barbarie?

Tali pensieri che mi crucciavano assai prima di entrare in quelle due stanzette del Campo S˙ Filippo e Giacomo, là si dileguarono alquanto, in quell' ambiente di attività e di pace: dal lieto tramenio dei fuselli una corrente sana mi venne al core a disperdervi i tetri presagi, a scrivervi in cifre gioconde: laboremus!

Dopo tutto, il male è grande, ma le forze a superarlo non ci mancheranno. A furia di tribolare, lo troveremo il bandolo della matassa! Tra l' egoismo dei ricchi e la violenza dei proletarî uscirà pure una parola di tregua! Coloro che possedono la verità hanno soli diritto di comandare, e la verità ce la riveleranno i fatti e l' esperienza. Voglia Iddio che non la ci riesca troppo amara!

Intanto confortiamoci. Il cuore non è morto. Abbiamo nella democrazia più pura sublimi campioni che espongono la vita pel loro Re. Abbiamo conservatori che si spupillano per dar pane ai proletarî. Ognuno intende che nomino Paulo Fambri, capomistro della officina per la quale m' interesso a scrivere.

Cosa singolare! quest' uomo, fin da giovane, si slanciò in ogni arringo, ambì ogni gloria, volle ogni primazia; oggi sul campo, domani oratore, letterato, idraulico, tutto gli pareva poco. Le corone del circo, quelle drammatiche, gi' incisi nella prosa, gli ablativi assoluti nella tragedia, le eccentricità pericolose nei discorsi politici, tutto fece, tutto provò, ansioso di emergere, abusando della sua forza, mettendo a repentaglio la vita, il nome intemerato, fino, se fosse possibile, a stancar Dio.

Ora si trova che, notevolissimo in tutto per ingegno, acume, potenza, niuno lo supera in una cosa sola, voglio dire in questa bella industria cittadina, da lui in unione al cavaliere Iesorum, ricreata, la quale ripopola le officine, aumenta la man d' opera, ed è un lusso da non far male, un lusso discreto, che tanto sta sulla cuna d' un bambino, quanto sulla mantiglia d' una dama, sul faziolo della Buranella, come sulle telette principesche, e di cui insomma, nemmen chi si sente democratico fin all' osso, non può tenersi dal dir bene.

Il nostro bravo Paulo che si atteggiava all' alfieriana, lui moderato con fibra d' opposizione, duellista, campione della forza, parea l' ultimo che avesse ad occuparsi di così mite e pietosa bisogna, qual è quella dei merletti. Invece egli ascoltò l' aspirazione delle donne gentili; sotto il valido patrocinio della più graziosa fra tutte le Regine, pensò: — diamo al povero da lavorare e da mangiare. Sarà sempre tempo di frenare le belve. Prima l' amore, dopo la corda, e chi sa che la non occorra … tanto peggio per chi mal corrisponde, ei si metteranno dalla parte del torto e perderanno tutto, anche l' onore. —

Integrando a questa maniera il nostro concittadino si mostrò veramente forte, più forte che in tutte le sue altre bravure, e di lui si può dire: che non fu mai tanto Ercole come quando ha filato.

Venezia, Dicembre 1878

Lodare una Dolorata della Bortolan è portar fronde al bosco ed acqua al mare, poichè le Dolorate della Bortolan son passate in proverbio. La potenza divinamente creatrice della esimia artista ha saputo imprimere le immagini del suo cuore tanto bene sulla tela, da renderle archetipi di bellezza e di quell' espressione che ella sentiva dentro. Anche coloro che tentarono discuterne, in altri soggetti, l' ingegno, non misero mai in dubbio l' eccellenza delle sue pitture religiose, e nessuno rimase freddo davanti alle sue Beate Vergini.

S˙ M˙ la nostra graziosa Regina stessa, nella sua visita a Treviso, or fa l' anno, fu colpita da una di quelle divine immagini, e mostrò l' acume del proprio intelletto e la gentilezza del sentimento, con vera esultanza di quanti amano la bella arte e la nobilissima artista.

Non sarebbe dunque novità se la chiesa di Serravalle inaugura pel prossimo settembre una fra le più belle Dolorate della Bortolan; ma la novità consiste in ciò, che questa Madonna fu eseguita con un altro metodo. Dianzi la brava pittrice modellava a corpo, e terminava con leggere velature. Questa volta provò con un suo metodo di chiaro scuro, che lascia campo alla maggior forza di velatura, e d' una velatura speciale, con un colore che indora le carni, affonda gli scuri, scalda, sfiora, insomma fa meraviglie.

Tutto ciò non le alterò il bel pennelleggiamento, franco, largo, l' impasto pieno di freschezza. Anzi il quadro spicca per masse che campeggiano, fra temperanza di toni e vigoroso risalto, in un tutto splendido di trasparenza.

Dire di più mi parrebbe scortesia. Il resto lo penserà chi vede, nel giorno della funzione, la diva Madre sull' altare, il dolore materno sarà sempre sacro, m' immagino; senza madri non si reggerà il mondo. Le turpi fantasie (anche pel più schifoso realismo fantasia ce ne vuole), le più scomposte grida di chi proclama il nulla non prevarranno fino ad oscurare il sentimento del buono e del bello.

Ferita la illustre pittrice da dolori domestici, che le portarono via mezza vita, ella trovò, certo, nella espansione della sua arte uno sfogo, e seppe, affinata dal dolore, sorpassare sè stessa. Questo ho voluto dire e nient' altro, chè le belle cose non han bisogno di panegirici. Ma ai divini artisti, che sentono l' ideale, parlando al pubblico il linguaggio degli Dei, si devono lodi sincere, per provar loro che non son soli nel culto del sublime.

Venezia, agosto 1878

Tutto quello che merita d' esser visto di Venezia non andò all' esposizione. Crediamo anzi che il meglio sia restato qua.

Nello stabilimento, per la sua importanza si vuol chiamarlo così, di Marco Dal Tedesco, noto popolarmente per Marchetto, vedemmo a questi giorni un mobile ch' è un vero oggetto d' arte.

Tacendo di tutto il resto, ossia fornimenti completi, arnesi stupendi, gabinetti giapponesi, diremo una sola parola sul mobile, il quale corse anche le sue vicende.

La è una credenza, che per solo difetto ha l' esser troppo grandiosa. I nostri artisti han nel cuore, negli occhi la grandezza avita, lo splendore veneziano, passeggiano nel palazzo ducale, in quello dei Foscari, dei Grimani, dove le antiche finestre superano le porte moderne.

Questa credenza viaggiò in Amsterdam, vi fu esposta, e piacque. Il re la vide, la scelse per la sua casa di campagna. Vero mobile per una villa regale. Domanda il prezzo … cinquemila lire … onestissimo! Ma vale anche di più. Si prendono le misure, la credenza non entra nella reggia olandese, la Venezia del nord, non può dar posto agli arnesi di quella d' oriente.

In verità è a deplorare che una così dolce soddisfazione ci sia tolta: ma abbiamo di che rifarci; porte, imposte, armadi consolle da migliaia e migliaia di lire, eseguite dai nostri artefici, vanno in Inghilterra, in Russia, in Egitto, in America. I Nabab del mondo vecchio e nuovo ci mandano le loro sterline. Così, speriamo, ci saran quelli nostrani, che per dire la verità non mancano. Ci saranno principi o comunità. La credenza, di cui parlo figurerebbe all' Hôtel de Ville, in Parigi, poichè il bello trova nel seno della più fiera democrazia nobile stanza.

La credenza del bravo Marchetto poggia su larga e solida base, a' varî scompartimenti, dalla quale s' innalzano due palchi, o piani, detti colti, framezzo i quali s' hanno a collocare i serviti. Superiormente v' ha un bel cimiero elegante, che termina con una paniera di fiori a intaglio, sopra uno specchio a volto nel mezzo, e due più stretti ai lati. Quattro vasi ai lati si slanciano a moto guglie dalle estremità di questa ch' io chiamerò bella facciata; ma dire (senza che l' abbondanza distrugga l' armonia e tocchi la necessaria sobrietà) cosa c' è di mensole a varie foggie, sporgenti, con teste di animali, di rosettoni, gole, filetti, mascheroncini, ornati, fiorami, sarebbe troppo lungo; ma le più graziose paiono, a mio avviso, le picagie, secondo le disegnano i nostri operai, e significa pendagli: di fatto pendono dai riquadri superiori e rappresentano uccelli e pesci; vittime e numi di questo lieto edificio che par organo e altare: scolpiti a rilievo, vi stanno a piacere.

Per una credenza ho detto che basta. Solo mi piace aggiungere che il bravo Dal Tedesco ha forti lavori e molti operai: che il figlio maggiore saviamente mantenuto, come il minore, nella professione paterna, e capo di uomini è insieme vero gentleman e pei modi e pel sapere.

Amareggiati da insulsi e infecondi pettegolezzi in cui si atrofizza il sentimento nazionale, tanto e sempre più prezioso, l' anima nostra ha qui motivo di respirare. Fa allegria montar la scala d' una gran casa lungo la quale stanno allineati enormi pezzi di magogan, detto mogano; formidabili assi, alberi intieri, tali come vengono segati dalle foreste d' America.

Auguriamo al bravo artefice sempre nuovi lavori e che continui a invigilare sulla sua eletta squadra di pacifici militi, conservando l' ordine, la pulitezza, ossia il lusso del popolano e la sua salute.

Questi sono i nobili di Venezia, che portano degnamente il nome della madre all' estero. Seduta al banco dell' operaio, oppure davanti al campo fruttifero delle sue campagne, una nazione non può cadere.

Venezia, Ottobre 1878

Il quadro del professore, cavaliere Pompeo Molmenti, da lungo tempo atteso, è finalmente esposto alla Accademia di Belle arti in Venezia.

Appena lo seppi, corsi a vederlo, come si va ad una festa, ma nell' istesso tempo tremante che, dopo tanta aspettativa e tanto sentirne parlare in bene, non mi producesse l' effetto desiderato. Ora l' impressione ch' io, malgrado questo fondato timore, ne provai, fu potente.

D' un quadro così non mi pare opportuna minuziosa descrizione. La scena, che rappresenta, ultima dell' Otello di Shakspeare, è nota a tutti: celebre nei libri, nei teatri, pei poeti, per i maestri di musica, pegli attori, cominciando dal gran barbaro, che la mise in luce, venendo a Rossini, Salvini, alla divina Malibran, suoi interpreti.

È dunque nel punto in cui, uccisa Desdemona ed Emilia, chiarito dell' inganno, Otello si suicida, in presenza di Lodovico, Cassio, Jago, Montano…. Desdemona sta nel letto, l' ancella a pie' di quello. Otello, a sinistra di chi guarda, è il primo che si presenta, e ciò va benissimo, essendo il protagonista, l' eroe. Dietro ha i coltrinaggi del letto di Desdemona, belli d' un celestino amoroso, d' una stoffa molle. E lui, Otello, distacca fiero, colla sua carnagione d' Etiope, colle vesti sgargianti, da quel fondo.

Otello è vivo, assolutamente vivo, sebben l' occhio, vôlto in su, col bianco che pare avorio, ne immobilizzi l' espressione. Colla mano ha impugnato il ferro, di cui si scorge il solo manico. Forse potendolo rappresentare curvo o di tre quarti, avrebbe scansato l' inconveniente di stancare, alla lunga, la vista o l' anima, in un' azione dirò così, plastica.

Ciò espongo io trepidante; e mi perito e mi vergogno di trovare una sola osservazione contraria d' un lavoro serio, stupendo.

La critica, spesso ingiusta, qui diverrebbe odiosa, perchè inutile. Un grande artista, dopo anni d' amore e di travaglio, compose un quadro, ch' è un poema. Ammonirlo, a guerra finita — dovevi scegliere altrimenti — crederei, nel mio caso, più che cattiveria, presunzione. Lui, nel suo concetto artistico, sentì quella figura, in quella maniera, e benissimo operò a mantenerla tale, quale gli apparve.

Se il dubbio germina nel cuore di chi crea, non è degno d' esser creatore. Può bensì correggere, ma non falsare la propria ispirazione.

Non aggiungerò dunque altro sul conto d' Otello, corroborando la mia osservazione (mia personale e forse erronea) sulla monotonia di quella mossa, a cui avrei preferito una, o più disperata o almeno scomposta, giacchè il segno d' una collutazione si dovrebbe pur vederlo. E dirò: — ch' è lui stesso, il terribile Moro, a non lasciar libera la scelta, e che bisogna rappresentarlo così, quel frenetico, dannato, per castigo de' suoi furori africani, a segarsi eternamente il collo.

Dopo viene Desdemona: essa è sublime. Poche volte ho vista una bellezza compagna. Che senso fa quella morta! Dico morta, senza che vi sia ostentazione di realismo, nella verità con cui è ritratta.

Un uomo come l' esimio Molmenti potea copiare un cadavere da far gridare, al solo affaciarsegli. In vece si contenne. Non fu riproduttore, fotografo, sibbene poeta. E lì ti volevo. La morta piace, trionfa, desta la segreta simpatia della vittima …. essa è là; si capisce, che ha lottato, ma non rimase per niente sconcia; è in ombra e distinta, e si disegna, in bianco, sulla sua coltrice, come il fior della magnolia, fra il conserto dei rami, dove cadde fulminata.

Cento e cento Desdemone vedemmo in teatro, ben accomodate sul canapè, colla sua bella striscietta scarlatta sul seno, a figurare il sangue. Qui sangue non se ne vede, ma se ne fiuta l' odore, e, benchè tutto sia naturale, come in Shakspeare tutto è grazioso e tutto è terribile, quì tutto è drammatico. Intendere il genio così non è elevarsi alla sua altezza? Per far ciò non è sufficiente l' intelletto, occorrono ali al core.

Il nostro valente sfuggì ogni servile e puerile dettaglio, ma lo stilo del tragico è sospeso su quel letto di morte, dove aleggiano le passioni della vita. Basta ella, Desdemona, il demonio bianco; ella così quale si mostra, nuda il piè, nuda il seno, a far compassione. Si impreca a lui: — maledetto selvaggio, perchè l' hai uccisa quella bella giovine, di cui neanche eri degno: perchè impallidisti col tuo ferro brutale quella faccia soave e chiudesti per sempre quegli occhi, a baciar tanto dolci?..

Chiamando bella la Desdemona del cavaliere Molmenti non intendo una bellezza classica, appetitosa. La è quale io mi immagino Desdemona, gentile, un pochetto greca, un pochetto slava, sopratutto veneziana, graziosa e coccolona.

Mirabile in tutto, questo quadro lo è anche nelle figure secondarie. Certo non interessano quanto la vittima e il carnefice: guai se ciò fosse, ma le son benissimo fatte, han rilievo, colore, espressione; osservano, fremono, dolenti od attonite. Forse il ferito è un po' troppo freddo, ma Jago, prigioniero, è spregievole, cinico, brutto, strapazzato quale dev' essere.

Il quadro è dunque un capolavoro. La gente canzonava pei tanti anni che l' autore vi mise; e lui lasciò cantare. Adesso lo guardino! Vedano ch' è bello da vicino, da lontano, per la forma, per l' idea; nei particolari, nell' insieme; dall' aggemina delle daghe, dai ghirigori delle vesti, ai riporti del letto, all' intarsie nell' inginocchiatojo, ai fiori del tappeto, steso sul suolo.

Lo spazio è breve, l' ambiente è chiuso: pur vi circola l' aria, e son tanto sapientemente combinati i distacchi, da ottenere che ogni cosa stia nel suo piano ed ogni piano al suo posto. Contrasti di lumi, di ombre, penombre; tinte dimesse ed opache, tinte sfogate ed allegre; tutto ciò senza artifizi, senza rettoriche…. nel girar l' occhio su quella armonia di toni e di linee sì mormora la parola di Lord Vellington a Waterloo. — Splendid !

Il pericolo in cui cadono gli artisti coscienziosi è di tormentare, insecchire, ticchignare. Allora si attenua la potenza dell' estro; si spegne il sacro fuoco. Ben fortunato chi sa stare a cavallo fra la precisione e l' impeto, chi sa allettar l' occhio subito e piacere dopo tanto; chi congiunge la prospettiva all' ideale, i segni corretti alle pennellate gustose.

Io mi rallegro dunque assai col pittore ed anche coi committenti, fratelli, conti Papadopoli. Dio lo sa che incensare ai grandi, ai ricchi non è mia inclinazione. Ma quando i signori ne fanno di queste si è tentati di perdonargli …. che siano signori ….. poichè essi accrescono il patrimonio morale, o a dir giusto, il tesoro della nazione.

Dovrei a questo proposito parlare dell' Angelo della Risurrezione, scolpito in marmo dal prof. Ferrari, emulo di Tenerani. Ma di capi d' opera artistici è bastante uno per volta, e non è d' avanzo.

Venezia, agosto 1879

Issa la randa e la maistra; il flocco Dall' albero al bompresso agil sospendi, Piglia l' abrivo al soffio di scirocco, E in alto scendi. Amorose dal blu d' un ciel sereno Si staccano, in arancio e terra rossa, Le vele, che riverse, culla in seno L' onda commossa. Pitturati ha la randa un coccodrillo, Un mondo, un cuor, non so cosa; il padrone, Da vecchio marinier, pipa tranquillo Al suo timone. Mille specchi d' azzurro e mille d' oro Danzan pel liscio pian d' acque fulgenti, E l' alterno fragor somiglia un coro D' umani accenti. Salpa, tartana, salpa, amabil esca Porgeti il mar: de' tuoi compagni in flotta. Già radunati alla gioconda pesca, Segui la rotta. Come stormo d' augei vedi in lontano, La compagnia s' imbranca alla marina, E ogni vela la sua drizza nel vano Punta latina. Ben diverse partian carche di prodi Flotte da questa, un dì, piaggia signora, Che cento e cento di sua gloria i nodi Filava all' ora. Onde ovunque suonò, dall' orïente Ad ogni terra più di luce avara, D' Adria il nome, regina onnipossente, E marinara. Ed ella via portava a tutte vele, Degli oceàni al più remoto varco, Unica imago d' un amor fedele, Il suo San Marco. Altri tempi, altra vita, altro costume… Ma se quel sole è spento, ah! non men bella Piove l' amica a noi, suo dolce lume, Itala stella. Basta che franca serbi questa rada Inconcusso voler d' anime forti, E nessun, viva Iddio, nessuno invada I nostri porti! Anzi pria che d' infamia êra seconda Torni mai più, sepolte ad una ad una, Quest' isole per sempre inghiotta e asconda Morta laguna. Sì che quanto il dolore aggravi e quanto Giammai non sappia chi, d' alto lignaggio, Più che pane, mangiar dee il proprio pianto, In vil servaggio. Salpa, o mia pescatora, e va superba, Vecchia carcassa, di tua randa a toppe, Hai, se la patria fe', l' onor si serba, Il vento in poppe. Vanne e il flutto racconti all' agil prua Lo splendor d' Adria nostra un dì qual' era. Ma chiamata a maggior gloria è la tua Giovin bandiera.

Litanie1) Queste litanie mi sgorgarono dal cuore al primo grido d' allarme. che si lasciasse interrire la nostra laguna. Spero che oramai non significhino più nulla.

Lo sdegno fa il verso

Tu dunque perirai, bella dell' onda, Te lenta morte avvolge nel lenzuol, Come fiore di loto, che un' immonda Gora impaluda nel nativo suol! Queste, che son tuo vanto e maraviglia Erette moli, invidia allo stranier, Fian muschi e sassi e putrida fanghiglia, A rospi e bisce inutile sentier! Tal de' suoi fiumi torbida congiura Questa reggia sommerge dì per dì, E niuno storna la fatal sciagura, Nemmen chi vita nel suo sen sortì? Di mutata fortuna oh! strane leggi! Gli stessi fiumi un dì, carchi di pin, Qui discendean, che da famosi ormeggi, Ivan d' Adria portando alto il destin. Così al ricco padron curvi i coloni Le prescelte onoranze offrono in man, E a lui, tapino e decaduto, i doni Con disprezzo codardo ei getteran! Ma, s' è ver tanto danno, in monumenti Ma perchè s' affatica lo scalpel, A far che geman desolati i venti Sovra più ingombro e miserando avel? Questo che trema e fulge ampio tesoro Nell' acque, al sole, pria che fango. vil Si riduca, struggete e i marmi e l' oro, E San Marco e l' eccelso campanil… La mente si confonde! E l' alma Diva, Perennemente Assunta, o dove andrà, Se Lei repente alla celeste riva Stuolo d' angeli suoi non porterà? Maledetto sia 'l dì ch' esuli i primi La barea fuggitiva alàro quì, Se tai sedi cader dovean sublimi Onta perpetua a chi innalzarle ardì! Ah! no morir non la lasciate, invano Deh! non suoni un tal grido di dolor. Giammai non fia che ascolti orecchio umano L' empia novella: — che Venezia muor. Niente più, niente più! Sol odo il fiotto, Com' uom che in agonia rantola dir: — Dandolo, Bragadin, Polo, Cabotto… Daniele… — e muor la voce in un sospir. Niente più, niente più. L' acqua per tutto, Sol fra maremme l' ombra d' un vascel, Issata in derno la bandiera a lutto Passa oltre, e rompe della nebbia il vel. Appese stanno alle potenti grue, Scheletri ignudi del perduto imper, E Chioggia e Lido e l' altre ancelle sue, Cui morte le natìe lagune dier. Nell' orror de la liquida campagna Alcune voci s' odon lamentar Tai pietose letanie, che accompagna Dei coccali impauriti il remigar. — Addio Venezia, mia sorella un giorno, Tu fosti nella gloria e nel dolor, Poi che regina sovra tutte io torno, Ahi pianger devo sul tuo fato ancor. Qual destino m' aspetta e del mio regno L' antica rivivrà forte virtù, Se dopo tanto secolo, a sì indegno Fin miserando serbata eri tu? O leon, batti l' ale e vola via, A lido ti rifugia ermo e lontan, Vanne dove la madre in agonia Non chieda a figli suoi soccorso invan. Un' altra: — in pace ti riposa, oh! quanto Di nostre guerre mi rimorde il sen: Oggi al vederti nel funereo manto, Che diletta mi sei lo intendo appien. — Un' altra ancora: — Addio, se a poco a poco Te la non ben guidata onda perdè, A me improvvisa insidia tende il foco, Oh suora, addio… addio, prega per me! — Cosi mesto un bisbiglio e di fraterni Saluti un pio ricambio in vario stil, E del maroso vien, coi moti alterni, D' aranci e terebinti aura gentil. E pace, o madre, anch' io pace ti dico, Se speme di salvarti più non ho, A tue grandi rovine io benedico, Con un affanno che spiegar non so. Tanta vita, mio Dio! Feste, regate, Eroismi, virtù, d' armi il balen, Fremer per l' onde musiche beate, E gondole notturne al ciel seren…. Assai la luna pianger deve anch' ella Se nel viso non può baciarti più, Quando pallida sei pari più bella Di beltà cui simile altra non fu. Ogni anno al mar t' impromettevi o cara, Godi or perpetue nozze e funeral, Hai l' abito da sposa nella bara, E gli anelli saranno il tuo guancial. Dormi ora dunque e dorma anco in eterno La memoria di quei che in te passar: Oh, taci sempre!… Paradiso o inferno A nessuno più mai nol confidar. Ma se di carità, d' amor profondo Puro tu trovi un palpito … uno sol, Di tanti che in sì lunga êra del mondo Agitarono i cor sovra il tuo suol, Quello tu il serba; ancora alle fangose Lande è fecondo il germe di pietà, Non freschi mirti, nè cespi di rose, Nè la superba palma a te darà. Darà il fior dell' affetto; reverenti Perfino i serpi bacieran quel fior; Alle cittadi ed agli imperi spenti Unico, immenso sopravvive amor.

Venezia 25 aprile 1876

1) Leggendo certi giornali viennesi, ostili all' Italia, improvvisal questo sonetto. Italia mia, la senti ancor la zampa Stringerti il sen del gelido straniero? Lo vedi il ghigno ipocrito, che avvampa Se non altro, di morderti in pensiero? Guardati pur! se da lontano accampa Le sue ragion, non men nemico è fiero, Guai viva non serbar la sacra lampa, Ei fa di te novello un cimitero. Tieni una man sul cor, l' altra alla spada, Non perder tempo in ciance brutte e stolte, La domestica Furia in bando vada. Che se dal cor le inani brame hai tolte, Mostro non v' ha che innanzi te non cada, E all' alpe, sempre tua muti le scolte.

L' ultima ora del 1878 Venezia

Ad Antonio Berti senatore

Questo leon, che posa, e sull'eterno Libro tiene la zampa e par che aspetti, A noi favella, s' io mal non discerno, Tai di speme e doglianza, ultimi detti. — Per dieci e quattro secoli all' alterno Raggio di soli e ai nembi orridi stetti, Nè prevaler potean cielo od inferno, Contro ai lidi dal mio senno protetti. Or l' onda e l' aria, combinate a morte, Ristagnano in letal putrida spugna: Se non m' aita alcun, scritta è mia sorte, Ma il nome di colui, che per me pugna, Io scolpirò in macigno tanto forte, Che l' invidia a graffiarlo perda l' ugna —

Venezia Febbrajo 1879

di Rosa Bortolan

Lievi, leggiadre appajono Le ben diffuse tinte, E dell' ombre fuggevoli Le masse variopinte; Molle il bel manto scende, Pura ogni luce splende; Tetra armonia di crocei Raggi colora il ciel. Bello a la nuda tavola, Del ver seguendo l' orma, Fidar parlante e splendida La ben concetta forma; Crear di vita adorni I nitidi contorni, E al sangue dir di scorrere Fra il diramato vel! E tu 'l facesti! ed agile L' astruso magistero Compìa la mano al vigile Cenno del tuo pensiero. Giugne difficil segno Il paziente ingegno, Se di verace gloria Gli arda la fiamma in cor. Ma de l' arte le varie Leggi insegnar non sanno Come de l' alma Vergine Ritrar l' augusto affanno. In lei t' affisa ….. Bella Come pallente stella, Che luce fra le tenebre, Bella nel suo dolor! Senso gentil femmineo Sempre nutrito in petto, Cor, che consente ai palpiti D' ogni innocente affetto, Religiosa cura, Alma filiale e pura, Miti costumi, esempio, Di caste e pie virtù; Ecco le fonti! Vivida Sulla divina faccia Elle ti dier di pingere D' intimo duol la traccia; E l' atteggiato al pianto Pallido labbro santo, E 'l scintillar del languido Occhio rivolto in su. Donna non è, che in lagrime Il suo diletto plori, E all' aura sfoghi l' ansia De' crudi suoi dolori: Diva ella è ben, che ascosa Chiude l' ambascia, e posa Muta dinanzi al gelido Sasso del suo figliuol. S' ange Ella sì, ma intrepida Di Dio il comando accetta, Ed i promessi gaudii Sommessamente aspetta. Ella è di Dio l' ancella, Che fuga la procella, E che quaggiù de' miseri Torna in letizia il duol. Spirito e forma! oh nobile Connubio, amor divino! Sperta ne' suoi misterii, Discorri il tuo cammino. Rado il Signor l' intensa Tua volontà dispensa, In uno al genio e a un' anima Pari alla tua gentil. E là nel tuo pacifico, Dolce, romito nido, Dove tu scordi il fremito Del mar di vita infido, Al grande, al vero anela, Gl' incarna sulla tela; E andrà per te più celebre Il nostro patrio Sil.

Venezia 29 Gennaio 1856

Alla nonna

V' è un nome a ripetere Ben caro e soave, Quel nome d' un ave Saluto ogni dì. V' è pure una tenera, Diletta persona, E il nome ne suona Gradito così. Ed or, che festeggiasi In mite allegria, Tal giorno a Maria, Non taccia il mio cor. Ma ascolti, in mia tenera Sincera favella, La Vergine bella Un voto d' amor. Un voto che dicale — Oh! santa Madonna Proteggi mia nonna Dall' alto del ciel! — Ed io, salutandoti Ogni alba d' un ave, Un fiore soave Porrò sul tuo vel.

Venezia 1854

Madre amabile e pia, che il divo infante Culli e vezzeggi amabilmente in sen, Mentre l' aria ti scherza intorno errante, Nella dolce allegria d' un ciel seren. Madre amabile e pia, che in grembo assiso, Muta contempli il tuo divino amor, Che ti vezzeggia e ti ricambia un riso. Tutto vestito di beltà e candor. Quel fra tutti gentil che ti compose, A tanta venustà, fido pennel, Dove ha ritratte le celesti rose, Onde s' abbella il tuo corporeo vel? A colei che ti pinse in qual lontano Mondo la casta immagine apparì, E del baleno d' un tal raggio arcano Quest' alma tela illuminò così? Ah! certo in terra ella non l' ha mai vista Una scena di tal sacra virtù, Se non prodigio, fu vision d' artista, Di cui fosti modello unico tu. Tanto o Vergine io credo, e una preghiera Fervida a te sollevo come so, Poichè dei tempi la fatal bufera Un sospetto crudel mi suscitò. Deh! per l'amor del tuo divino infante. Volgi su noi la tua diva mercè, Drizza di questa gioventude errante Fra dubbio e ardir la vacillante Fè. Fa che i nati amorose le recenti Madri vezzeggin con assiduo amor, Nè mai soffio, nè gel d' aridi venti Ne attiepidisca a' dolci affetti il cor. E come ben nutrito arbor novello, Anco in terra di foco, cresce e sta, Ognor più rigoglioso, ognor più bello Immortal de la patria il fior vivrà.

Treviso, nell' autunno del 1876.

(Lamartine)

Come furiosa l' onda Pace ha se tocca il lido. Come nave errabonda Volgesi al porto fido. Come augel, che ripara Presso alla madre cara Dal falco insidiator, A te, fonte di calma, Ansiosa vien quest' alma, E si confida e struggesi, Nel tuo potente amor. Noi e' intendiam; sepolti I miei caldi sospiri Nell' imo sen, tu ascolti, E tu il mio pianto miri. Beâto in un sublime Amor, che non s' esprime, Taccio dinanzi a te. Ma il cor dentro comprende Questa, che pronta scende Ora nel tempo, e involasi Piena di speme e fe'. Spiegar l' intimo affetto Dinanzi a Dio, che vale … A quel del cor, qual detto Avvi nel mondo eguale? Che val se il pronto giro Del sangue mio, il respiro. Il palpito del sen; Il rapimento e l' estasi, La sacra fiamma ond' ardo, Anco il silenzio, il guardo Pregano a te, mio ben? Scambian così segreti Palpiti l' onda e il sole: Così gli astri e i pianeti Libransi in lor carole. Salgon le fiamme ardenti. Spiran fecondi i venti. Rombano i tuoni in ciel. Suona dovunque il tacito Inno dell' uom nel core E dell' eterno amore Nell' armonia fedel.
Splende il sole al meriggio, ed una mesta Lugubre stanza il suo raggio rischiara, Sinistra face, abbandonata festa, Dove scomparso è il nume e infranta l' ara. Ineffabil dolcezza ancor vi resta, Vi resta un' aura di tristezza amara, Sacra all' affetto e al duol la stanza è questa Ove giacque e morì la madre cara. Quivi ci sorrideva ella ed oh! quanto Dolce premio d' amor, alto desìo Noi fea beati a quel suo letto accanto. E come t' addormisti, angelo mio, Mentr' io sì t' abbracciava in muto pianto, E a togliermi con te pregava Iddio. Verso la scena lugubre Di visioni spente, Per noto fil recondito Vola il pensier dolente, E si raccoglie a piangere Il tempo che passò. Così vagar coll' anima Ahi quanto è dura sorte, Mute evocar fantasime, Nel regno della morte, A ignoto mondo chiedere, Ciò che ridar non può. Triste, ma caro al misero Per cui gioia non resta, Fuor che ripeter gli ultimi Colloqui a un' ombra mesta, Ed il ricambio etereo Di lagrime e sospir. Quando alle stanche immagini Del giorno, oblìo prepara L' ora silente, moversi Ecco soave e cara Turba d' amati spiriti, E incontro a me venir. Tornate a me, dolcissime Ombre dilette appresso, Il pianto mio detergere Ancor vi sia concesso, Posar qui fra le latebre Del mio deserto cor. Svanian gl' incanti, al fascino Di chi, ebbro, mal vede Per troppo lume, un debole Baglior cupo succede, Che del propinquo tumulo Antecipa l' orror. Mesta e confusa l' anima A tal variar di scena, In sua miseria attonita, Sè riconosce appena, E ardente ancora s' agita, Mentre la invade il gel. A nuotar pegli spazî Usa d' immenso affetto, Sdegna or novelli accogliere Mediocri sensi in petto, E gemebonda copresi, Del suo funereo vel. Perchè dolci tornatemi Aeree forme appresso, Al vostro empireo simile Non è forse l' amplesso Di quel, che l' urna gelida Vince potente amor? In voi, fedel ricovero, La mente s' abbandona, Consiglio chiede, ogni intimo Caro pensier vi dona, Torna al perduto gaudio La gioventù del cor. Per voi tranquilla pascersi Nel duol, romita, gode Ama il suo duol, lo nutrica Nel fido sen custode, E vi consacra in tacita Speme i deserti dì. A voi, come a principio Santo, lo spirito ascende, Franti i suoi lacci a libero Vol desïoso intende, Verso le dive origini, D' onde immortale uscì.

Venezia 1867

Mai dal mesto pensier non si cancella L' ultimo dei tuoi giorni e l' ultim' ora, Quando, col suon di tua stanca favella, Invocato un addio mi giunse ancora. “Bondì Giggia” dicesti, e il pianto a quella Ultima voce mi diruppe allora. China alla sponda del tuo letto, anch' ella, Piangeva accanto, a me, la Lëonora. Se tu in sogno m' appari, qual dolcezza Mi resta, o madre, e che beata sorte, Se mi ripeti l' estrema carezza! Ancor viva ti credo, ancor più forte Del nostro affetto il nodo; ah! non si spezza Santo e verace amor nemmen per morte.

Autunno del 1868 Treviso

Occhi dolci azzurrini in cui la luce, Della mente e del cor queta riposa; E' ti guarda sottecchi, e ti seduce, Tanto è lo sguardo suo benigna cosa. Cura di padre e d' uomo alto traluce In quella bella sua fronte pensosa. Tranquillo è in atto, qual prudente duce, Che, in eletto consiglio, fermo posa. Reverenza ed amor, siccome invita, Chi a quella cara immagine non debbe? Tal comandò nella terrena vita. “E se il mondo sapesse il cor ch' egli ebbe” Agli offensor porgendo ei stesso aita, “Assai lo loda e più lo loderebbe.”

Alla contessa Maria Giustiniani-Barbarigo, sposa

Poichè a me fu caro un giorno, Tu lo sai, pinger l' imago D' un bel lito a cui d' intorno Volgea l' onda azzurro lago, Sotto al piè d' erto castel. Colto a volo, al vivo aspetto Di sì bella, itala stanza, Quest' umil quadro, negletto, È pur fida rimembranza Di quell' onda, di quel ciel. Io te l' offro; esso d' antica Amistà fia novo pegno, Ma se vuoi, mia dolce amica, Men di te renderlo indegno, Odi un voto e il chiudi in cor. Pari al limpido zaffiro D' un bel ciel di Lombardia, Lieto scorra il lungo giro De' tuoi giorni a te, o Maria, E lo irraggi un puro amor.

Gennajo del 1871

Alla mia cara nipote Antonietta Sartorelli, sposa,

donandole un quadretto che rappresenta la Carità

Vedi, in atto amoroso ed umile, Alla soglia d' un povero ostel, Questa bimba dal viso gentile, Dalla vesta colore del ciel? Che risplende mai sempre ti dice Bello il raggio di santa pietà, Non v' ha core, per quanto infelice, Ch' ei non tocchi, nè loco, nè età: Fausto riso di lunga fortuna Oggi schiudeti provvido amor, Ma se mai qualche nube importuna Osi ombrarne il soave fulgor, Alla luce ti volgi, che sola Mitemente sfavilla così, Che rattempra, ravviva, consola Della vita fin l' ultimo dì.

Aprile 1872

Mio divino maestro, o di mia vita E de' miei studî pia guida secura, Sì temuta, sì pronta or m' ha colpita L' alta del tuo morir patria sciagura … E piango e gemo e il pensiero m' irrita, Che te, divo, immortal non fea natura, Nè speme di vederti unqua m' aita, O venerando, in questa valle scura. Ahi che l' usato ben oggi non trovo De l' opre tue ne la beltà, sovrana; Ond' io le fuggo, e l' affanno rinnovo. Tu fosti! e andrà quanto 'l mondo lontana Tua nominanza; ma quel duol, che provo Tanto avvenir di gloria anco nol sana.

Venezia 25 Maggio 1873

Sempre agogno quel dì, ch' estinta fia La vena del pensier, sopito anch' ello, E di vagar l' alata fantasia Termini, che mi dà sì fier martello. Ma, quanto ansiosa l' anima desìa Pace, tanto più il mal si fa rubello, Pace divien sperar mera follia, E pace troverò sol nell' avello. O demonio dell' arte, angelo, nume, Perchè mi tenti, perchè, ognor più fino, Attiri a te l' affaticato acume? Alta ambascia tu sei d' amor divino, Scura notte è per me fuor del tuo lume, Maledirti, adorarti è il mio destino.

L' ultimo del 1874

(quando si credeva malato)

Spirto gentil, che a luminosa meta Bello pur or drizzavi e franco il volo, Onde te salutò nobil poeta Degl' Itali plaudenti il vario stuolo. Perchè t' arresti, a noi quale indiscreta Nube ti fura di mal conscio duolo, Sì che di gloria il sol t' asconde e vieta D' ogni grand' alma il desïato polo? Se la madre hai perduta, e non ti resta E la speme e il cordoglio e del vangelo La pura fè, l' immacolata vesta? I vanni riposati apri: quel velo Sgombra e l' oppresso cor alto ridesta Alla fama, alla patria, all' arte, al cielo.

moglie al Cav. Pietro Pedrazza

Te quanto invidio, che l' orrendo incarco Della vita gettavi, alma cortese, E, fuor di mira del terribil arco, Più da temer non hai le crude offese, Mite costume, grave eloquio e parco, Rendesti lieto chi te lieta rese, Dal primo dì fin all' estremo varco Un sol sorriso nella tomba scese. Te invidio sì, ma un cor pien di dolore Unico tuo, compiango; e tu il lasciasti Primo duolo, ahimè eterno, in tanto amore. Due spiriti in uno, ed un nell' altro core, Opre dolci, bei detti e pensier casti, È troppo sulla terra… E allor si muore!

Venezia 23 Febbrajo 1876

Ti sovvien di quel giorno, ahi! non par vero, Che nella via corresti presso a me? Di lieta nuova fido messaggero, Rapido incontro mi movesti il piè … E ansante, ancor t' ascolto, caro Guido, Mi dicesti, — la mamma vien doman: — Ond' io, che del mio orecchio non mi fido, Ti ripetea: la mamma vien doman … Come all' udir le tue parole arcano Un affetto provassi io non dirò, Asconde i suoi segreti il core, e invano Quel che li serra indovinar li può. E alla dimora della mamma i passi, Pria che s' involi da codesto suol, Al tuo gentile invito io docil trassi Qual chi nullo rimorso o lagno vuol. Ahimè Guido, la mamma più non torna, Fuor che dei sogni nell' etereo vel; Più non la vedi che del riso adorna, Ch' han pei figli le madri assunte in ciel. Quell' immagine pia, cara, romita, Guido, accarrezza quale occulto ben, Speme, conforto, scudo nella vita Tutto non perdi se ti scalda il sen.

Ottobre 1876

All' aër dolce, che carezza e impera, Al guardo mansueto e che non pave, Io nell' immagin sua ritrovo intera La bell' anima, il cor forte, söave. Qual vivo lume dietro a sottil cera, Quale in gentil melode nota grave, Qual raggio in sulle nevi, allor ch' è sera, Splende il sorriso, che l' egual non ave. Iddio, la patria, amor di poësia, Rigore, intenso affetto di famiglia, L' alma donna nel sen chiuso nutria. Lieta chi l' ebbe a madre e le somiglia, Chè, in ogni evento, a lei concesso fia Invocarla, adorarla, esserle figlia!

Venezia Febbraio 1877

Pel suo busto la Bice,

Commissione del Sig. Conte Nicolò Papadopoli

Dove l' hai scôrto quel dolce sembiante, Che 'l tuo scalpel creò, alma fattura, E del divo Allighier la diva amante, Con sì elette parvenze a noi figura? Vestita in uman velo, a te davante Passò forse la bella crëatura, Oppur d' un sogno nell' etereo istante Forma t' apparve di miglior natura? Raggio d' amore egli è: confusamente Lo sente il cor, siccome ignoto bene, Che men si spiega, quanto più si sente. Di nostra poesia questo è pur dono, Ch' ella, del prisco amor memore, viene, E nel lampo d' un riso afferma: io sono!

dopo la recita della Cassandra di Antonio Somma

Quando del bel poeta i cari accenti La Melpomene sua vibra amorosa, E le interne del cor note dolenti Ai fatidici carmi ella disposa, Quando regal captiva in fra i concenti D' Ilio spira la molle aura odorosa, E al suo fiume paterno ed a' cruenti Lari deserti nel pensier riposa, Deh! scolpitela in marmo e resti impressa Tanta beltà, pria che ne cada il fiore; Cosa bella e mortale presto cessa. Deh! scolpite quel divo angel d' amore, E se l' immago sol ne fia concessa D' arte mai la divina opra non muore.
D' Italia ha il sol nel guardo, ed ha un sorriso Fra la perla e il coral söave molto Se di musa un l' accende estro improvviso Par che si levi al ciel, chi porge ascolto. Lieto augellin per l' aure appena sciolto, Esul che piange dal suo ben diviso, Ritmo di guerra al genio italo tolto, Madre che canta al bimbo in grembo assiso. Tal' è la voce di costei, che i gesti Vivi accompagna, come il cor la scote, Ne' carmi alati, a virtù sola desti. Pingerla volli, e fu speranza, vana, Che di lei resti, e di sue dolci note Debol segno, sommessa eco lontana!.. O casa ti saluto, ove l' estremo Sospiro al ciel salì de' miei parenti, Ove tanto soffersi che ne fremo, A ricordar sì crudeli tormenti. Ti rivedo in pensier, tua polve premo, Percorro i vôti, silenziosi ambienti, Nell' onda del passato immergo il remo, Le voci ascolto in sibilo di venti. Al davanzal di notte spingo il guardo, Stende di trama argentea il fil leggero La luna, con pennel gelido e tardo. Là un lumetto in lontano, qua un severo Profil di case e fronde irte qual cardo, Oh! dolente vision di cimitero.

Novembre 1877 Treviso

Cara luna, gentil raggio pietoso Che ti distendi in patetico velo, Più ti guardo, più viene a me un riposo, Balsamo puro, che mi manda il cielo. Sì, alla tua placid' onda un bene ascoso Bevo, amica fedel, cui tanto anelo, È al tuo dolce chiaror solo, che oso Di gioventù rialzar l' arido stelo. Quanto amabil via vai d' ombre in distanza, Ch' han l' occulta del cor vita diviso, E movono in furtiva, opaca danza. Nel rimirarle io spero, anco un sorriso Forse in sogno m' avrò, e l' umil stanza Cambia il tuo raggio o luna in paradiso.

Venezia 1878

Oh! va che non m' hai più niente da dire, Luna a' bei dì confidente discreta, Tanto m' aggrava il duolo e addensa l' ire, Ch' ogni amor, anco il tuo, cara mi vieta, Un tempo fu, che mi parea fruire, In vederti, del cielo, e un' alta pièta Scorrea sovra le mie piaghe più dire, Come in arida sabbia un' onda cheta. Or perchè brilli, dopo il fiero assaggio Della vita, perchè mi guardi ancora, Quando non muti il mio dicembre in maggio? Deh! se piacermi vuoi, serba fin d' ora Pallida amica il tuo più dolce raggio, E mel dona nell' ultima dimora.

Treviso Settembre 1879

I.°ree;

So che mi fai morire e mi dissangui, Che mi laceri il core a brano a brano, So che m' affoghi com' un di quegli angui, Che serran mutamente un petto umano. Nè perch' io mora a poco a poco, langui, Funestissimo amor, sempre più insano, Chè mentre si disfan le membra esangui, Tu più potente guizzi ed ardi invano. Invano sì! Nemmanco la fugace Fama dirà quel ch' ho amato e sofferto, Dietro la tua misteriosa face. Oh! se, almeno ad esempio, fosse offerto, Là dove l' ossa mie staranno in pace, Quale a chi t' ama dai spinoso serto!

Treviso Ottobre 1879

II.°ree;

M' è caro il mio dolor, m' è caro il pianto, M' è caro disperar, bramar la morte, Premermi il core, che, nel dubbio affranto, Chiede ansioso le sue dolci ritorte. Pianger, soffrire, amar, tremar per quanto Implacabil lo vuol la cieca sorte, Questa è vita, piacer sublime tanto Che 'l dolor fu più vivo e fu più forte. Dell' african deserto, là sui rasi Piani, al confine sterminato appare Un miraggio, a temprar l' orride fasi. Così nel duol. Le immagini più care Balenano alla stanca alma un' oasi, Nota solo a chi sa piangere, amare.

Venezia Ottobre 1879

Il Sile

Chiara, fresca, raminga del mio Sile Fida e sommessa va la limpid' onda; Tutta ritrae del ciel l' aura gentile Fra sponda e sponda. Delle dipinte rive i cigli erbosi, Capovolti con sè, par che trasporti; E case e mura e salci lagrimosi Lunghesso gli orti. Dal grembo ai lati, fra bei sassi, fuore, Quai serpi d' ogni verde, o brune o rosse, L' erbe accompagnan de l' onda, che muore, Le alterne scosse. Qua son le lavandaje: odi lor note Vispe, battendo i lini al margo innante; Colpi e canzon gioiosa ripercote L' eco sonante. Via pei meandri azzurro-argentei, snella Del pescator la barca scende il fiume, Piena d' estro vi tuffa l' anatrella. Sue molli piume. Tutto è amor, tutto è riso, tutto è sole Della gente nel bello, ilare aspetto; Nei grandi occhi, nel cor, nelle parole Senza sospetto. O caro Sil, che, nel tuo corso umile, Tacitamente alla marina vai, E di te sol la mia terra gentile Beata fai. Non invidiar de le città regali Il vano fasto, e i vani simulacri; Contaminati son, nido di mali I rei lavacri. Si disseccan le perfide radici, L' aure ammorbate salgono crüente; Dio le ricaccia al suol, quai Furie ultrici, In piova ardente. Tu scorrerai sempre tranquillo, e ancora L' immacolato vel delle tue fonti, Di lieti incendi pingeran l' aurora E i bei tramonti. Quando invidiarti la fresc' onda e l' erba, E le allegrie del tuo bel cielo aperto Ogni Babel potrìa la più superba, Fatta deserto. D' ambizion così stanco e di duoli, Un cor combusto dal suo stesso foco Perde il vigor dei baldanzosi voli, A poco a poco. E, oh quante volte, al riandar la viva Del suo lare natal pura memoria, Sospira il dì, che un folle ei non seguiva Spettro di gloria. No, che pari non v' ha d' un innocente, Al mondo ascosa, gioventù romita,