RIME
DI
MARIA GIUSEPPA GUACCI
NOBILE

TERZA EDIZIONE
IN DUE VOLUMI

VOLUME I.

NAPOLI
STAMPERIA DELL' IRIDE
1847

Egli è bene avvertire il lettore che questa terza edizione delle Rime di Maria Giuseppa Guacci-Nobile ha presso che il doppio de' componimenti compresi in quella del 1839, fatta anch' essa pe' torchi dell' Iride. Le ultime dieci canzoni non trovansi punto in quell' edizione, nè le due odi che seguitano, nè la terza rima intitolata memorie e speranze: da ultimo nuovi sono all' intutto i componimenti posti in fine del libro sotto questa denominazione, altre liriche. E questo per quanto al primo volume si spetta: delle poesie inedite affatto o non comprese nella seconda edizione, che faranno parte dell' altro volume, porremo a suo luogo particolare avvertenza.

L'Editore.

Salve, schiera immortale, Che per gl'interminati firmamenti Misuri gli anni roteando e l'ore! Spira oh spirami lena, alzami l'ale, Prestami i tuoi concenti, Sì che a parole agguagli il tuo splendore. Già confonde la notte ogni colore, Ed ogni cosa del suo manto copre; Taccion le voci e l'opre; Unico veglia infaticato Amore, Onde procede il tuo lume romito E la rota de l'ordine infinito. Al dì che gli occhi apersi E conobbi la terra e disdegnai, Da voi, limpide stelle, amor mi rise; Vostri i primi sospiri, i primi versi, E in pensier tristi o gai A voi l' anima tutta si commise; E i nembi de la terra in mille guise Mi mosser contra, e dier continuo assalto: Talor levata in alto Ria procella d'affetti il cor conquise; Ma un raggio di pietà fra le supreme Tempeste apparve, e m'avvivò di speme. In quella età che stampa D'incerte e pargolette orme la terra, E la mente vogliosa ignora ed ama, Al tramontar de la dïurna lampa, Che il ciel più si disserra E su gli occhi mortali il sonno chiama, In cor mi sorse una possente brama Che allentar non lasciava ogni altro affetto, E il trepido intelletto Da le sfere apprendea splendida fama; E, al ciel conversa, e ascosa a tutta gente, Snodai le rime abbandonatamente. Un dì l' Arabo errante Per le deserte lande spazïose Ove spesso mutò guerra e dimora, Poscia che incontro al lucido levante La capanna compose, Alzò la mente e gli occhi anzi l'aurora; Così maravigliando ad or' ad ora E di nomi distinse e di cammino Ogni aspetto divino Onde l'eterno padiglion s'infiora, Ed a l'armata sua tribù predisse De la pugna le sorti a ciascun fisse. E ben l'antico Egitto Al ciel fu vôlto, e del fecondo fiume Le vicine battaglie antivenia; E il furïar de l'onde circoscritto Vedea per dolce lume Che la terra di molli erbe vestia; Ivi il solerte agricoltor tra via Prendea dal ciel paura od ardimento, E al pargoletto intento Il mover ne insegnava e l' armonia, E di mille difese accorte e spesse Intornïava la sperata messe. E a te fu colpa, o Tosco, Quando animoso interrogasti il sole Come i rotanti mondi irradïasse? E tu dal carcer tuo povero e fosco Ti levasti qual suole Aquila che più alto aria solcasse. Però le umane fantasie fur basse A tant' altezza, ed eran pur sospese Quando l'Anglo palese Fe' come tutto l'universo amasse: Chè padre è amor di tutte cose belle, Perchè discende da l'eterne stelle. Ed il fedele Arturo E il fiammeggiar de le instancabili Orse, E d'Orïon le luminose rote, E quale stella in ciel silente e puro Innamorata sorse Compagna a Sirio ardente od a Boote, Benchè dal pianto di qua giù remote, Schiaran la via che a verità conduce, Anzi ogni viva luce Quasi acerba rampogna i rei percote, E al ciel concorde, amor come la sprona, Arcanamente l'anima ragiona. Oh salve, alte, serene Intelligenze, che de l'orbe immenso Irradïate il nitido zaffiro! Oh, se benigna luce a le tirrene Sponde, ov'io piango e penso, Largiste mai nel vostro eterno giro, Ponete mente al mio caldo desiro Che voi tien muse omai, quasi vergogni Di quei leggiadri sogni Onde le greche fantasie fioriro; E il poco verso mio, chi ben l'intenda, Per voi di eterna verità risplenda. Canzon, se il vulgo a compre note avvezzo Il nascer tuo spïasse o il tuo pensiere, Rispondi: Io da le sfere Origin traggo, e nulla in terra prezzo: E l'amor che governa ogni creato Di sè medesmo è guiderdon beato. Come solevi tu, splendida Atene, Quando ciascun sentia l'eterno rezzo, Donne appellar ne' tuoi famosi giri, Che oscure in vista e nel pensier serene Spargean su l'urne a prezzo Larga merce di pianti e di sospiri; Così l'Italia, benchè onor deliri, Sovente intorno ad ogni tomba aduna Vati che piangon l'itala fortuna Come turbo d'usanza avvien che spiri. Però talor d'un' alma inerte e bruna Canta la folta schiera, Ed a sè fama spera Tonando alte parole: intanto chiede Un volger d' occhio a l' orgoglioso erede! E spregiata ne va quella gentile Che venne da le rote armonïose De l'umano intelletto infioratrice. Non è, non è costei fatta sì vile, Nè per bugiarde cose A l'esser suo celestïal disdice! E, mentre or lieti or mesti canti elice Da' nostri petti egra follia di loda, Mentre garrula età bestemmie snoda E divelle virtù fin da radice, Sol per questa gentil parmi che s'oda Magnanimo valore; Però tutta dolore Tocca d'un piè questi funerei marmi, E mi sorride, e mi risplende i carmi. Salve, o fedel, che di tua nave a prua Sol virtù candidissima volesti, La qual ti scorse ove non son confini; Certo su l'ultimar de l'ora tua Non co' flagelli infesti Rimorso punitor ti stette a i crini, Nè mai giustizia a gli occhi suoi divini, Per te venduta, de le man' fe'velo; Nè simulata prece ergesti al cielo Con gli avidi pensieri in terra chini: Te sfavillante d'amoroso zelo Colse l'ora suprema; La tua parola estrema Era amore, e dal corpo, onde le dolse, Aprendo un riso, l'anima si sciolse. E per lo mar de l'essere infinito Seco portò quella potente fiamma Che penetrava ogni riposto loco, E sì forte allumò l' etrusco lito, Che non lasciava dramma Che ne gl'itali cor'non fosse foco; E ben potea, poi che le parve gioco Scorrer l'antica e la futura etate, Potea per queste lande inseminate Svegliar gli antichi lauri a poco a poco. Così novellamente inghirlandate, Novellamente vive Fosser le nostre rive, E l'aura nostra, rinfrescando il volo, Ne portasse l'olezzo a l'altro polo! Queste dolcezze, innamorato spirto, Pregavi tu, quando incurvasti il dorso Sovra pagine eterne e faticose; E in quella età, che alletta al vago mirto Un cor di tigre o d'orso, Sole spine cogliesti anzi che rose, Quando la notte raddormìa le cose. Quando il sole infiammava l'orïente, Rimoto ognor dalla volgare gente T'immolasti a l' amor che in te si pose; E, poi che furo in te le forze spente, Ti rimanea sostegno La virtù de l'ingegno, E innanzi morte veleggiasti verso Un mondo incomprensibile e diverso. Così che la gelosa invidia scura, E l'ira pazza ch'aspre voci abbaia, E amor del peggio, e squallido sospetto, E quella esizïal discordia impura Ch'ogni cosa dispaia, Posero il campo al tuo paterno tetto; E tu sgombravi, ed esule negletto Di mite povertà spregiasti l'arti, E custodivi in solitarie parti, Sola ricchezza, il tuo sdegnoso petto. Salve, o spirto fedel, che ti diparti Da questa poca terra, Ove tempesta e guerra Il vizio move, e tien qual segno a strale Ogn'intelletto che si vesta d' ale! Or umil erba il tuo sepolcro cerchia, Mentre l'età, di cieche voglie ancella, A vento d'avarizia si commise: Pur ne la tomba che la tua soverchia Declinò l'aurea stella Ravvivatrice del figliuol d'Anchise. Ti dorme accanto quei che un dì s'assise Presso la riva, e fe' da l'onde fuori Veramente apparir ninfe e pastori, D'amor cantando in mille dolci guise. Ahi sopra l'urne povere di fiori Sol fa mesto lamento Tra foglia e foglia il vento, Nè paterno sospir vola ove giaci, Nè sorella ti diè gli ultimi baci! Nè te di sculti marmi o di ghirlande Onorerà la prona Italia nostra, Ad altri numi, che a virtute, avvezza. Però più luminoso in tutte bande Il tuo nome si mostra: De la sciagura tua tanta è l'altezza! Ahi ben un giorno, con gentil vaghezza, Memore tomba a l'Alighier pregavi, Perchè l'opre santissime de gli avi Fossero a noi rinnovatrice orezza! A te le rime libere e soavi Fian monumento eterno… Oh dal labbro materno Le apprenda il pargoletto, e la fiorita Guancia colori d'animosa vita! Pur, come a la notturna e dormente ombra Succede l'alba e il bianco cielo indora, E armonïoso a lei succede il sole, E al cieco verno che la terra ingombra Quella stagion canora Coronata di vergini vïole, Così la verità succeder suole A l'ampia notte de'terreni inganni, E destinata col venir de gli anni Di barriera mortal mai non si duole: Tale, o gentil, che, dopo tanti affanni, Posi in riva al Tirreno, Se mai giorno sereno Vedrà l'Italia, allor più chiaro assai Da le ceneri tue rinascerai. E tu, canzon, portando il vivo nome Te n'andrai pellegrina Ove il desio t'inchina, Come stella che aggiri al mondo intorno, E dovunque sfavilli annunzii il giorno. Oh compagne, oh sorelle, Che di vostre bellezze innamorate Questa del mondo più serena parte, Poichè natura al nostro suol comparte Tranquille aure odorate Ed amoroso fiammeggiar di stelle, Dritto ben è che d'opre chiare e belle Suoni il fiorito nido Il qual ne accolse dal materno grembo E i nostri anni nutrì sì dolcemente; E il ciel puro e lucente Cui rado turba procelloso nembo, E il queto mare, e l'ospital suo lido Che, per antico grido, Già di sirene albergo il mondo chiama, Or si rallegri di novella fama. Deh, se canto soave Vien che per suo trïonfo amor vi spiri Facendo l'aër di dolcezza pieno, Non sia dolce veneno Che incauto peregrin lusinghi e tiri Ove di sua virtù franga la nave, Ma sia gentile ed onorata chiave Che gl'italici petti Apra, e sprigioni quel valore antico Che lungo spazio catenato giacque, Onde di noi si tacque, E questo suol di grazia fu mendico, E fur vinte le forze e gl'intelletti, E i nostri cari tetti Da lo stranier contaminati furo, Che l'Alpe trapassò baldo e securo. Così quest'aureo sole, Che viva luce a noi largo diffonde, D' armi estrane traea lucidi lampi: E i nostri colli e i nostri dolci campi Lieti d'acque e di fronde Risonâr di barbariche parole; E le vermiglie rose e le vïole, E i fiori azzurri e gialli, E le ridenti apriche e verdi piagge, Amor di verginelle e di garzoni Cui virtù scaldi e sproni, Guastate fur da genti aspre e selvagge, E calpeste da carri e da cavalli; Nudi i monti e le valli Del lauro onde si cinse Italia e Roma, Per coronarne a lo stranier la chioma. E crebber tanti danni Le nostre menti incontra al ben sì losche, Che fur devote a le nimiche spade; E non pur queste placide contrade, Ma le romane e tosche Vestîr ne' proprii mali allegri panni; E, come tal che sè medesmo inganni, Con pompa ed ostro ed oro Cangiò virtute ogni anima gentile; E voi, cortesi e venerande donne, D'ogni valor colonne, Il materno sermon teneste a vile: Falso di gentilezza il bel tesoro, E il poetico alloro Venne inculto e negletto; e le camene, Sospirando, lasciâr l' onde tirrene. E ben forse lor tarda Di riveder questa beata riva, Donne, se voi lor sorridete un poco. Per Dio, vi stringa amor del natìo loco, E vostra voce viva Le più gelide menti infiammi ed arda; E l'Asia molle e l'Africa bugiarda, E quelle sponde estreme Che rimiran le stelle a l'altro polo, Odan le glorie nostre e cessin l'onte; E rilevi sua fronte La morta fama, e spieghi un largo volo. Certo, quando fiorìa l'antico seme Che spento Italia or geme, Dolci carmi s'udiro e chiare imprese, Perchè voi foste in santo foco accese. Dunque il sereno viso Levate al cielo, e gli amorosi labri Ogni estinta virtù traggan di Lete; E, poi che aprire e governar potete I cor' più rozzi e scabri Col volger de' begli occhi e col bel riso, E far di questa terra un paradiso, Ove a grado vi sia, La vostra mente al ben far si converta, E non ricchezza, ma virtute onori; E, in ira avendo i fiori De la strada al mal far piana ed aperta, Prendete alfin de la diritta via: Chè vostra leggiadria, Se onesta fama al mondo non l'adombra, Tostamente verrà polvere ed ombra. Se per lungo costume Diserte fur le vie sublimi e sante Ch'a' secoli futuri aprono il varco, Ove, spregiando ogni terreno incarco, Voi moverete innante, Chi rimarrà fra le ozïose piume? E, dove d'eloquenza un vivo fiume D'un bel labbro fuor esca Per invogliarne a le celesti cose, Qual petto fia cotanto acerbo e fiero, Qual selvaggio pensiero, Che non dia frutto d' opre glorïose? Sì amor l'alme trïonfi e gloria cresca, Porgendo nobil'esca. E ben fe' qual amò con dritto zelo: Chè senz'amor non avria stelle il cielo. Quell'altissimo amore, Che infiamma e gira le bellezze eterne, E di mirabil nodo il tutto lega, In voi discende e le sue leggi spiega Da le rote superne; Ne gli occhi vostri avanza ogni valore; E così Dio largì del suo splendore Alcuna parte in terra Che allumi e guidi le terrene menti. Però, donando voi corone e palme, Desterete ne l'alme Mille disiri più che fiamme ardenti. Deh per voi quell'onor che gìo sotterra Rifulga in pace e in guerra; Nè sol ricca di fior quest'alta sponda, Ma sia di chiari figli anche feconda. Cortesemente, o mia canzon, saluta Quante donne vedrai, E di'lor tua ragione e l'esser mio; E, s'odi che tuo vol poco alto sale, Di' che t'impiuma l'ale La sola carità del suol natio; Di'che la patria con pietosi lai Lor s'accomanda omai, Perchè il nemico del suo mal non rida, E tutta sua speranza a lor confida. Vedova sconsolata, Ch'a mesti pargoletti Copri il volto di lacrime e di baci, Imprimi pur ne' tenerelli petti Le prime del dolor note vivaci, Poi che dolore è la mortal giornata. Te lasciò solitaria abbandonata Il soave compagno a mezzo il corso; Quindi ogni ben t'è scorso, Ogni luce di speme a te s' asconde, E sempre chiami e nessun mai risponde. Quando l'aurea virtute Ch'accende i petti nostri S'affratella co' sensi e tocca il mondo, Tenendo ancor de gli stellati chiostri, Abbraccia un immortal disio fecondo, Onde le vien dolcezza, onde salute; Nè per pompa d'età, nè per canute Chiome tanto desio sfiorar si vede, E aiuta l'opre, e chiede Tra due bell'alme un'armonia felice De l'armonia celeste imitatrice. Sopra l'aër discende La drittissima luce, E sè stessa raddoppia e si dirama: Tale, amando, ogni cor sè riproduce, E di santi pensier'tutto risplende: Però chiara è la vita a chi ben ama. Oh dolce cosa in questa terra grama Pellegrinar d'un caro spirto al fianco, E al dì crescente e al manco Divider de le cure il fascio ingrato, Poi riposarsi sopra un petto amato! O, quando il vivo sole Da l'ampia notte è vinto, Raccorsi insieme in dolce compagnia, E l'uno a l'altro ogni pensier dipinto Veder ne gli occhi, e l'alma leggiadria Spesso contar de la dormente prole E nel futuro errar sì come suole Chi seguitando amore apre le piume, E il pueril costume Rïandar ch'a' paterni atti consuona, Come l'aria del viso e la persona. Ahi quanto perdi, ahi quanto, Diserta donna! or sola Dovrai fornir questa misera valle! Non odi più la tenera parola, Più non ti stringi a le fidate spalle, Nè il cor ti molce l'amoroso canto. Quel tuo gentil non si vestìa del manto Ch'or la dorata ipocrisia ricopre: D'alma libero e d'opre, Sovvenne a' tristi con fraterna cura, E la rara amistà gli fu natura. Ed or solo un conforto, Donna, qua giù t'avanza, Che non dilegua per morir de l'ore. Vive splendida ancor la tua speranza, Ancor di colà su ti raggia amore, Forse più lieta de l'eterno porto. Unica luce in questo viver corto E il ragionar con la futura vita: Chè la Mente infinita Così nutrica ogni alma in fragil velo, E congiunse così la terra al cielo. Cieca e volubil diva, Che a tuo senno dal ciel volgi e governi Quanto vive qua giù sotto la luna, Tu imperïosa e schiva Aggirando ti vai co' cerchi eterni, Onde scopri tua vista or chiara or bruna. A te ligie, Fortuna, Son l'armi invitte e le città famose; E dove tu favoreggiante miri Par quasi un aura spiri Che fa liete le genti e glorïose; E a qual loco t'adiri Fai tutte a valle ruïnar le cose: Tanto che i regi stessi umili e pronti Piegano a te le coronate fronti. Te l'universo adori, E vilipesa e misera e dispetta Sia la nuda virtù cacciata in bando; A te l'ara s'infiori, Ove in atto servil, com'ostia eletta, Ciascun la mente e il cor venga immolando; A te consacri il brando Guerrier vittorïoso in ogni lido, Nè de' vinti pietà gli stringa il core; Te vil poeta onore Di lauro e mirto e di votivo grido; E il sesso, ove l'amore Più breve pone e più soave nido, Da la santa onestà ritorca il viso, Sol che tu gli apra il lampeggiar d'un riso. E faccia al mondo fede Di tua sfrenata formidabil'ira Italia un dì reïna, or serva e doma; Chiami indarno mercede, Sotto il flagel che la tua destra gira, L'antica donna di provincie, Roma; Il latino idïoma Di barbarico error suoni commisto; E l'alma Astrea pe' nostri dolci campi Fuggitiva orma stampi (Colpa uno sguardo tuo livido e tristo); E più d'onore avvampi Altri sotto la gelida Calisto, Che noi d'Italia figli, ove più suole Diffonder larga luce il chiaro sole. Pur, se ministra e donna De gli umani splendori ognun te chiama, E a la tua rota, o dea, drizza l'intento, Io sola in treccia e in gonna Spregio l'alto favor che il mondo brama, Ed i fulmini tuoi nulla pavento. Crùcciati pur: già spento Hai tu stessa la tema entro il cor mio, E spento la dolcissima speranza. Forse uno spirto avanza Qua giù che non t'adori, e son quell'io, Che già bieca in sembianza Ti vidi quando aprile a me fiorìo, E l'occhio acuto de la mente intesi Ne la tua luce, ed a sfidarti appresi. E, dove alto disdegno Or t'infiammasse a l'ultima vendetta, Per me, possente diva, inerme sei: Ogni tuo ricco pegno Presto m'hai tolto, ogni cosa diletta Hai dipartita già de gli occhi miei, Sì ch'io pur non potei Vestir le piume a' miei poveri carmi Onde affannosa cura ancor mi grava, Per cui, lassa! sperava A la futura età chiara mostrarmi; Ma tu rapida e prava Contra il mio vol tutte impugnasti l'armi. Ora ogni varco a l'ira tua disserra: Chè per uso è men aspra antica guerra. Così sperto nocchiero Da' suoi verdi anni a sostenere avvezzo Il minaccioso tempestar de l'onde, Benchè nemico e fiero Contra gl'insorga il vento, ed al dassezzo Lungi lo sbalzi da le amate sponde, Ed or sua nave affonde, Or la rilevi in sino al ciel superno, E in proda e in poppa e d'ogni via l'assaglia, Tal che l'arte non vaglia, Del rotto legno ancor siede al governo, E il mar che lo travaglia Quasi per vecchia usanza ei prende a scherno; Chè la tempesta ond' è battuto e afflitto Non gli offende giammai l'animo invitto. Benchè sii nata umìle, Ed oscura ten vada e non vestita D'un abito leggiadro e pellegrino, Canzon, prendi cammino Quanto concede la tua poca vita, E a qualunque latino Vedrai per via selvaggia o per fiorita, Di' che Fortuna instabile e proterva Regna sul fango, e a l'intelletto è serva. Spirto felice, che la terra lasci, Ov'eri di virtude un chiaro sole E d'eloquenza una fontana viva, Spirami tu la voce e le parole, Che il tuo dolce costume io canti e scriva, Benchè d'eterna luce oggi ti fasci. Oh, se l'ardente desiderio pasci Di sapïenza limpida e divina, Quale in ciel le beate alme tranquilla, Qua giù ne manda stilla, E sia fresca rugiada mattutina, La qual, com'io desio, Fiorisca ed apra l'intelletto mio. Pur non tributo di sospiri e pianto A te degg'io, da che piena vittoria De' sensi avesti in periglioso marte; Ma, se favilla di tua vera gloria Alquanto splenderà ne le mie carte, Beato il canto mio sovra ogni canto! Tu, avviluppato nel caduco manto, Eri piropo di vil fango involto A cui s'addice loco più gentile: Sì alteramente umìle D'ogni men puro amor torcesti il volto, E de le cose belle Il tuo desir si fe' scala a le stelle. Così, mirando a le celesti rote Da' primi dì, non nacque in te pensiero Che leggiadro non fosse e pellegrino, Nè fosti mai timido amico al vero, E spesso dirizzasti a buon cammino L'alme più schive e di valor già vote. Ahi! mi ricorda che a mie rozze note Aprivi un soavissimo sorriso Ch' ogni laude per me vincea d'assai; Nè allor, lassa! pensai Che ben tosto t' avria morte diviso Da la terrestre schiera, Chè di tanta virtù degna non era. Ahi veramente t'aspettava il cielo, E cosa eri da lui; nè in questa terra Dura gran tempo angelico intelletto. E, illeso uscito de l'umana guerra, Fosti a l'eterno sodalizio eletto, Ove contempli il ver senza alcun velo. Deh, se pietoso ed infiammato zelo Di caritade ancor ti punge e scalda, Al tuo dolce paese i lumi gira, E fra i poeti mira Me di un' erta salita ancora a falda, Me, cui sembra sovente Di ragionar con te vivo e presente. O tu del cielo abitator novello, Se vestito di sol qua giù ti mena La carità de la terra natia, Me di tua dolce vista rasserena, E sì m'insegna per l'immensa via Come s'aggira questo polo e quello, E il magistero de l'umano ostello, E l'alte maraviglie, e l'infinita Contrada che di stelle arde e fiammeggia, E la divina reggia Svelami in questo mar che ha nome vita; E porgimi conforto, Ch'io non fallisca a glorïoso porto. Narra de' nuovi tuoi consorti, e tale Pur ve ne avrà che gran tempo si fece Pallido sotto l'ombra d'Elicona; E, se grave non t' è la nostra prece, Dimmi se caro o mal gradito suona, Ove aggiunga fra voi, canto mortale; E se qualunque in alta fama sale Abbia a portar d'ogni ventura il pondo; E come scettri e spade e verghe involve Colei che il tutto volve E de la rota sua governa il mondo; E come ogni alma pura In questo mondo vil passa e non dura. Forse (oh che spero!) da l'eterno regno Mi sarai pio d'un raggio, e di nascosa Scïenza m'aprirai largo tesoro, E il crin m'onorerà vittorïosa Fronda più cara che le gemme o l'oro, Se tu sostieni il mio povero ingegno; Ond'io, se di lassù nol prendi a sdegno, Fin dove arrivi il femminil mio verso, Inviterò la gente al chiaro tema: Chè noti altro poema Il tuo costume come specchio terso, E il dir soave e piano Che durerà quanto il moto lontano. Or tu, mesta canzon, dispiega il volo, Perchè mille ghirlande e mille carmi Abbia quest'alma ch'or più splende ed ama; E tutt'i giusti chiama Intorno intorno a i suoi funerei marmi. Ahi ben ciò ti fia lieve: Chè la schiera de' buoni è stretta e breve! Chi me, cui ne la mente Arde una fiamma di santissim'ira, Entro squallido tetto a prigion dira Chi me condanna irrevocabilmente? Forse perchè la vaga età fiorente Ancor mi ride, e in mezzo al sesso molle Nacqui de l'infelice numer'una, Roderà sempre il freno, impazïente, Quell'ardito pensier ch'entro mi bolle Sempre in governo a la viril fortuna? Nè mai, di speme e di timor digiuna, Cui tributano incensi il vile e il folle, Nè mai per questo suol ch'io amo tanto, Seguir potrò la sciolta fantasia, E d'un libero canto Allegrar l'ira mia? Oh, di luce mendico, Erri pallido spirto illacrimato Qualunque mai volse in oscuro stato Del men provvido sesso il lume amico, E circondò d'un vel santo e pudico La squallida ignoranza, e i dolci petti Insterilì col gel de la paura; E noi triste, ne l'uom fatto nemico, A spirar voglie astrinse e non affetti, E fe' sembianti ad ogni vil pastura. A noi non gli alti studii e non la pura Face che schiara i nobili intelletti, Ma sol fu dato ornar la fronte e il viso, E allettar gli occhi al par che un fragil fiore, Che, da lo stel reciso, Langue, e calpesto muore. Un mutabile ingegno L'eterno ciel ne' petti nostri accoglie, Che di quercia talor colse le foglie, E del virile ardir trascorse il segno; E vincer di natura ogni ritegno L'aspre Menadi sue vide Corinto Di ferina sembianza ricoperte; E spesso in caccia ebbe i perigli a sdegno Qualche vergine ardita, e col bel cinto Legò le belve, e ne fe' sacre offerte. Nè l'ira taccio e le saette certe, Onde maravigliava il guerrier vinto, Quando di Temiscira prorompea D'indomate fanciulle ampia coorte, E il campo orror porgea, Sparso di varia morte. Nè voi, severe ignude, Cui virgineo splendor vestìa le membra, Nè voi quest'egra etade almen rimembra Che a'glorïosi fatti adito chiude; Quando leggiadre di schietta virtude, Gagliarde in lotta, impetuose al corso, Al cittadin foste consiglio e specchio. Però venne di sangue atra palude Quel loco ov' a'trecento eran soccorso Carità de la patria e furor vecchio; Chè le madri intendean l'alma e l'orecchio, A fatica traendo il curvo dorso, E a l'antico marito e a l'immaturo Nepote adattâr l'armi e spirâr guerra, Onde i petti eran muro A la spartana terra. Qual celeste Camena Mi canterà di voi, romane acerbe, Che, d'invitta onestà chiare e superbe, Due fïate infrangeste empia catena? Oh! riposate in pace, e la serena Fronte celate negli infranti avelli, Nè più vi tardi mai cura del Tebro! Dorme quella virtù che di sè piena Rendea la terra, e nel servir fratelli Il Danubio ghiacciato', il Reno e l'Ebro; E qui, fra il popol clamoroso e crebro, Vago sol di venture e di flagelli, Tra questi campi ov'è più lieto aprile, Qualche alta donna verdeggiava un giorno, Ed a l'ombra gentile Fiorìa la terra intorno. Oh d'Italia regina Aure sacre e feconde! oh vivo sole Che di gigli inghirlandi e di vïole E l'una e l'altra splendida marina! Un tempo fu che altera pellegrina* Nicostrata madre di Evandro dicesi avesse portata in Italia la invenzione dello scrivere. Vedeste in grembo a l'erbe e a'fior vivaci Ove al fanciullo Evandro inni apprendea: Ella d'inestinguibile dottrina Sparse la terra, e incontro a gli anni edaci Vergò le rime ed incarnò l'idea: A lei colpa non era, o fama rea, Compor le guerre o rallegrar le paci. Ed ella investigando Italia corse, E il guerrier seguitò l'aurata chioma; E quindi Arcadia sorse, E il Lazio ed Alba e Roma. Luce d'amore e d'armi, Al nostro mondo un secolo saliva Sì ch'avea lauri ogni selvaggia riva, Ed ogni reggia melodìa di carmi; Eran trïonfi i sepolcrali marmi Irrigati di lagrime amorose, Ed era sole il fiammeggiar d'un ciglio: Or ciascun petto vien che si disarmi D'ogni valor, tra donne paurose, Ove non cape altezza di periglio; Nè più spada è fra noi, ma fiero artiglio, Nè speme più di combattute rose, Come allor che il chiomato elmo allacciava Al guerrier baldanzoso una donzella, E la fronte prestava Pallidamente bella. Un poter sempiterno Per l'universo tutto si diffonde, E concatena il ciel, la terra e l'onde, E d'ogni alma qua giù prende governo. Quindi una voce, un desiderio interno Chiama la soavissima dolcezza Che inghirlanda i fantasmi de la vita, Ed induce ne l'alme un ben superno, Un disio d'eccellenza, una vaghezza, Come il giro de' secoli, infinita. Così, più d'aureo serto o di fiorita Lode, un riso d'amor l'anima prezza; Così volge le cose a suo talento Quell'amor che comanda opre immortali, Ed ogni sonnolento Spirto fa bello d'ali. Ardisci, o canzon mia sola ed incolta, Chè verità disdegna biasmo e loda, E per lei questo cor le forze accampa; Ardisci, e l'aspra usanza fia disciolta Che la virtù del dolce sesso annoda, E scalda il forte di non pura vampa: Tal di timide schiave a grado avvampa Il vigil moro, e vien che mai non goda. Vola, o canzon, dove il desio t'è duce; Sveglia oh sveglia per noi qualche mercede E annunzierai la luce Che tutta Italia chiede. Oh armonïosa luna, Che l'empia terra di dolcezza vesti, E solo amor, sola pietà ragioni, Odi come addivien che dolce suoni Quest'aura piena di note celesti, E de le umane preci odi quest'una! Te, casta diva, in mezzo a l'ora bruna Prega una casta mente innamorata, Cui spense invida morte infaticata Quanto vorace più, tanto digiuna. Oh, se favilla alcuna De la tua voluttà favoleggiata Splendesse mai ver'la terrena guerra, Or fra noi discendevi, e questa terra, A virtù disavvezza, Armonizzavi d'immortal bellezza! Come lucida riga Corre il Sebeto al mar poveramente, Immemore di gloria e di trofei; Ma dal suo fonte in chiari tempi o rei S'apre di melodia largo torrente, Ch'Europa tutta e le sorelle irriga. Qui, come sorge la non colta spiga, Sorge ogni spirto ad alte cose intento, Cui del par che le biade agita il vento, Fortuna matrignevole gastiga. Ma il fiammeggiante auriga Lascerà di sè cieco il firmamento Pria che muoia il tuo nome, o santo petto! Fosti qua giù soave angelo eletto, E tosto al vago velo La luce tua ridomandava il cielo. D'una nube leggera* Quando Vincenzo Bellini incominciò a scriver musica, fu tenuto dappoco. Su l'orïente il lume tuo s'avvolse, Cui vulgo errante in poco pregio tenne; Poi d'amor arse, ed in chiarezza venne, E tutto a nuova meta il cammin volse, Tutto si dipartì da l'altra schiera. Però di te sen gìa Sicilia altera, Come nel dì che fra sue limpid'acque Prima la musa italica si piacque, Poi che discese da la terza sfera; Ma, innanzi vespro, a sera Giugnesti, e il loco, ove il tuo lume nacque, Inamarir la sua dolcezza vide; Indi ogni donna, cui dolor conquide, A l'occidente è intesa, Obblïator de l'angioïna offesa. Sperò Sicilia (ahi frale Speranza umana!) a te stringersi intorno, E sentir l'aura de l'amato ingegno! Or, vedovata di sì caro pegno, Fa con la immago tua lungo soggiorno, Desïosa di tua spoglia mortale! Deposta la ghirlanda trïonfale, Quell'Armonia, che ogni odio indietro tira, Su l'urna ove tu giaci e su la lira Pensosa il capo inchina e piega l'ale. Forse pensier l'assale Del tempo onde tua fama al mondo spira, Quando a la tua virtù, celeste raggio, Si richiamò d'un luminoso oltraggio* Allora la musica andava crescendo e di strumenti e di pompa., E tu mostravi in pria Ch'era una cosa amore ed armonia. Così fra noi lampeggia Ancor la veronese ira fraterna, E caritade ogni anima percote Mentre scioglie Romeo tue meste note, E s'abbandona a la quiete eterna, Sì ch'ala di pensier non ti pareggia. Quel suon, che gl'intelletti signoreggia, Onde traesti, al tuo pirata affiso, Al qual è stella il disiato riso Che le tempeste de la vita alleggia? E colei che la reggia Mutò in romito albergo, ove reciso S'ebbe l'ultimo fil de la speranza, Sol per te lamentando i cigni avanza, Ed ogni gentil core Stringe di soavissimo dolore. Vola per te divina Su per l'onda britanna una virtute Che le nebbie disperge e chiama il sole; S'inghirlanda di vergini vïole Quell'aspra rena, e van quell'aure mute Melodïando l'armonia latina, Quando il fervor de i petti e la ruina Di civil pugna, ove il miglior più geme, Cantando pingi, e pingi amore insieme Che fa d'ogni poter dolce rapina: Ma l'alba pellegrina Visïon ti schiarì d'aerea speme, Quando per te l'elvetica donzella Da l'ombre del sospetto uscìa più bella, E que' monti vivaci Risonavan dolc'ire e dolci paci. Un dì Grecia solea, Veneranda di senno e di sventura, Le sacre leggi irradïar di canto; Ed or, ch'è nostra legge amore e pianto, Riedi, o spirto beato, e l'età dura De le tue note angeliche ricrea! Virtù per mille rivi in altra idea D'una fonte medesima rampolla; Ma da te solo amor, che i sassi immolla, Melodïosamente discorrea. Nutre le cose e crea Il sole, or vien che l'una, or l'altra estolla, E varïando ogni stagion colora; Ma la luna di perle i campi irrora, E con voci seconde A la pietà de l'anima risponde. Bello il vederti a riva Coronato d'allòr le bionde chiome! Bello il posarti in su la via fiorita! Altri miri oscurar sua stanca vita, E lento dichinar la mente e il nome; Ma te rapì d'amor la fiamma viva, L'anima intatta e d'ogni fallo schiva, E ricca d'amistà confortatrice, Se ne partì con l'aura creatrice, Onde l'alto concetto si deriva. Oh! male incanutiva L'infermo padre e la madre infelice, Cui ne l'ora de l'ultimo riposo Baciasti col pensier volonteroso, E poi lasciavi il mondo In su l'alba di un secolo fecondo! Così la bionda testa Un altro fior di leggiadria piegava In sul meriggio di una età superba; Così cadeva a la stagione acerba, Di che l'umile Urbino ancor si grava, Sfiorata per italica tempesta, Ei si moria fra gente amica e mesta, E ne l'ora ch'a' tristi orrenda tuona Trasparia da la pallida persona La divina scintilla manifesta. E qual la fronte onesta A lui cingea di nitída corona, Il volto avea di lacrime cosperso Altri a l'eterne tele sue converso, Onde a mortal pupilla Una parte di cielo anco sfavilla. Canzon, questo gentil che Italia perde, Che gìa con la sua lira a quando a quando I dispaiati spirti affratellando, È pianta che giammai non si rinverde. Ma nostra sempre e verde Fia sua virtude in quest'umano bando Inimitata a l'emulo straniero; E da l'alpe dovrà forse (o ch'io spero!) Oltre a l'onda tirrena Formar una dolcissima catena. Quest'anima gentile, Che innanzi tempo s'è da noi partita, Come rosa d'aprile Sul cespo rigoglioso impallidita, Era leggiadra fonte D'armonia pellegrina, Era luce latina Che infiorò d'Alpe e di Pirene il monte; Or ne la parte dove il sol declina Chiude il suo viver santo, Ed a noi lascia eredità di pianto. Quantunque volte amore In petto verginal puro discenda, Quante l' ingegno e il core D'alta vaghezza ed immortale accenda, Tante, candido spirto, Dal cielo, in che ti stai, Tuoi canti rïudrai, E ti sarà ghirlanda il sacro mirto Fin dove il sol saetta ardenti rai, O dove l' aspra neve Lo schiavo impara e l'Obi ondoso beve. Ov' è la dolce strada Che apristi, fuor d' ogni prescritta usanza? Ahi quindi si digrada! Ahi non vi ride più fior di speranza! Altri l'usato volo Spieghi, del par che lice Ad ala imitatrice; Tu primo incedi ed animoso e solo, Poi che ne l' alma tua, nido felice Di be'pensieri eletti, Sentivi un' armonia di casti affetti. Su l' ora a'buoni amica Deh quanto desiderio in cor ti scese! Certo la madre antica Pensavi, e l' aura del natìo paese; Certo pe' verdi piani Di Sicilia dolente Erravi amicamente Co' tuoi cari lontani, E il primo amor ti si schiariva in mente… Quando le luci illuse Una straniera man sola ti chiuse! Oh trista Italia, a cui non si concede Bagnar di pianti amari L' ossa de' figli a tutto il mondo chiari! Un fiero veglio, venerando e bianco, Antichissimo d'anni, In mezzo al cielo aprìa sì larghi vanni, Che ricoperto avria genti e paesi; Di azzurri e verdi e neri e bigi panni Vestìa l' omero e il fianco In mille fogge; al destro lato e al manco Infiniti lacciuoli avea sospesi; Gli occhi di foco giovenile accesi Volgea cupidamente intorno intorno Come vegliato avesse l'universo Da l'uno a l'altro corno, E dichinava immensa falce verso Quante bellezze il sol colora e vede, Pronto così, che detto avresti: Or fiede. Quattro donne diverse e pellegrine Gli feano intorno ruota: L'una bianca e vermiglia avea la gota, Sparso di mille fiori il verde lembo, Pareva l' altra a Cerere devota, Cinta di spighe il crine; La terza di bionde uve e porporine Avea la fronte ornata e colmo il grembo; L'ultima, armata di fulminco nembo, Di fosca nube si fea velo al viso, E di candide pelli era coperta: Queste miravan fiso A la terra or fiorita ed or diserta, Girando i luminosi firmamenti Per l' alte vie de' quattro opposti venti. Seguiva innumerabile infinita Gente confusa e mista, Parte d' oro fregiata e chiara in vista, E parte nuda libera e selvaggia, La qual saliva, e da l'umana vista Lontanava sua gita, E mille insegne de l'antica vita Mostrava, e d'ogni etade e d'ogni piaggia, E per quell' ampia via che il sol vïaggia Dal gran vecchio togliea l'andare e il modo; Il qual guatommi, e l'alta voce mosse, Che sì viva ancor odo, E allor parea ch' eguale al tuono fosse: Ei, favellando, tutto il ciel volgea, Ed io seco m' andava e nol sapea. Io son, diceva, io son che agguaglio in terra Genti prische e novelle, Io nacqui pria col sole e con le stelle, Io porto meco gli anni, i mesi, i giorni. Opre non fur giammai sì forti o belle Cui non rompessi guerra; La falce mia mura e cittadi atterra, Nè resta perchè annotti o perchè aggiorni; E sol poss'io, dove in piacer mi torni, Fino a l'ime radici abbatter l' Alpi E gli Urali e gli Atlanti e le Pietrose, Così che il nocchier salpi La 've torreggian le cime nevose; E posso ancor di là da le vaste onde A l' oceàno dar confini e sponde. Io men' porto i volumi ove l' Egitto Segnò scïenza arcana, E i greci marmi e l'aquila romana Con l' ali chiuse onde coperse il mondo. Ecco l'asta sannita un dì sovrana, E il tosco brando invitto; Per me d' ogni sua luce è derelitto Il latin regno a null' altro secondo; E, s'io struggo ogni cosa e metto in fondo, Or che sperate voi, ciechi mortali, Navigando alto mar con picciol legno? Innanti a me son frali E la vostra eloquenza e il vostro ingegno, Ch'io sol, passando, il mondo meco volvo, Ogni opra sperdo ed ogni legge solvo. E più dicea, quando da' fiori e l' erba Una donna vid' io Levarsi tanto, fin che al ciel salìo, Ove si fe' più chiara assai che il sole: A tal fulgor piegò quel vecchio rio La cervice superba, Ed ella realmente in atto acerba Lo incatenò di rose e di vïole; E, come duce, trïonfando, suole Trar la gente nemica al carro avvinta, Così questa traea l' avversa schiera, Così di palma cinta Ogni loco vestìa di primavera; Poscia a la tromba sua dar fiato volle Che l'aspro Scita udiva e l' Indo molle. Ella cantava assai soavemente De l' antico valore; E i chiari nomi e del fuggito onore Iva chiamando e rinnovando il lume. Forse, dicea, raccesa a lo splendore De la passata gente, Qualche bell' alma di virtute ardente Ad alto volo spiegherà le piume; Tornerà forse ogni gentil costume, Udendo ognun che mai morir non ponno I magnanimi pochi a chi il ben piace: Rompasi, o vati, il sonno Pel quale ogni sperar torna fallace; Chè il tempo fugge instabile e protervo, E sol Fama lo vince, anzi fa servo. E voi sciogliete, anime elette, i carmi. Ardendo in puro foco, Suoni per voi questo beato loco D' amor, di gloria, o di speranza almeno: Chè, se viltà lo stil non rende fioco, Meglio che in tele o in marmi, Vivono in dolce verso amori ed armi, Nè per volger d' età mai vengon meno. Largate dunque a gl' intelletti il freno, Drizzate il corso a glorïosa meta, Nobil opra fra noi non si maturi Cui memore poeta Non abbia in guardia sì, ch' eterna duri; Chè il tempo volgerà mill'anni e mille, Nè d'obblio coprirà l' ira d' Achille. Tal vive sempre l' onorato nome, E sempre il canto suona Di quei che dal santissimo Elicona Descrisse fondo a l' universo intero; E quei che in vario stil piange e ragiona De le amorose some Ancor dipinge i begli occhi e le chiome Di colei che gli aprì le strade al vero. Così Fama cantava, ed il pensiero Già la seguiva, e levai l' occhio intanto; Ma quella fiammeggiò luce sì viva, E si fe' bella tanto, Che ne fu vinta mia virtù visiva; Or mi si vela de la stessa luce, Rischiarando la via che al ciel conduce. O canzon mia, se di lontan lontano Seguir t'è dato que'fulgenti rai, Non fia che il tempo te ne porti mai. Quando Notte pensosa Copre la terra sotto le grandi ale E il cielo apre i suoi lucidi sereni, Spunta da l' aurea porta orïentale Ora una stella or altra, e rugiadosa Vien che di chiara luce arda e baleni; Altra, rotando pe' celesti seni, Fiammeggia a mezzo il corso; Altra, quando più splende, Ratta a l' occidental valle discende: Tal de l' antica gente il lume è scorso, Tale ogni vita di quaggiù s'accende, Sfavilla e cade e muta loco e stato; Chè il primo Amor, per questa vece eterna, Tutto quanto il creato Con perenne armonia volve e governa. Pur de l' immenso foco Vive ne' petti nostri una favilla Che non si spegne per girar di cielo; E, al segnato suo dì, vie più tranquilla Salendo ove non è tempo nè loco, Lascia il corpo quaggiù che le fea velo; E dove accesa di fervido zelo Visse, e d' amor vestita, Ogni alto spirto lascia In desiderio intenso, in grave ambascia, E la natìa contrada impoverita. Tale, or che d' immortal lume si fascia Donna, che a l' altrui ben la vita spese, Oh come fatto se' diserto e cieco O dolce mio paese! Quanta cagione hai tu di pianger meco! Fresco e fiorito colle, Ove questa gentil soavemente Sollecita educò rose e vïole, O gelid' antro, o valletta ridente, O giovin prato dilettoso e molle, O boschetti ove invan percote il sole! L'aura de le dolcissime parole Ancor viva qui spira; Qui pietoso un lamento Par che risuoni del bel lume spento; E qui segna con mano, indi sospira Ove campò da' folgori e dal vento Il pellegrino affaticato e scarno; E il lacero orfanel, fatto importuno, Attende a l' uscio indarno La donna onde solvea spesso il digiuno. E voi, ramose piante, Che di vati e di sofi a una leggiadra Schiera l' ombre porgeste amene e liete (De'quai chi il cielo e chi la terra squadra, Tal nota e segue ogni pianeta errante, Altri carmi discioglie e lauri miete), Ora un compianto flebile accogliete, Vedove del bel riso Onde ne gli occhi ardea Allor che a l' ospital canto arridea Questa ch' or fa più bello il paradiso. Ahi, da che scinse acerba morte e rea Sua fragil veste e diede a l'alma il volo, D' ogni memore cor sospiri elice, Freddo rimasto e solo Il nido ove abitò questa fenice! Un tempo fu che al prode Tornò funesto, anzi di duol fu seme Il santo amor de la paterna riva; E tale (o sè beato!) a l' ore estreme Corse fregiato di non compra lode, Altri raminga vita ebbe, o captiva; Però di carità fiamma sì viva Prese quest'alta donna, Che a la vedova afflitta, A la scacciata prole derelitta, A gli orbi vecchi fu salda colonna. Oh sia questa dogliosa istoria scritta Nel molle cor de' pargoli innocenti, E di costei l'angelica virtute! Chè le future genti Non ne terranno mai le lingue mute. E tu, perduta Roma, E tu del fero ghibellin desio, E tu, non vôta ancor d' alme sdegnose, Felsina, al ragionar cortese e pio Di questa ch' or lasciò la umana soma, Poneste mente a le obblïate cose. De le madri latine e de le spose A voi l'almo intelletto Aprìa novello esempio, Chè di virtù verace e vivo tempio Fu la serena fronte e il casto petto. Ahi com'è breve al giusto e lunga a l' empio Di questa terra l'intricata via! Però giugnesti in su l' estremo varco, O fior di cortesia, Appena de' tuoi dì scendendo l'arco. Una voce rampogna In su la morte i tristi, e un vel da gli occhi Lor cade, e l'opre schiude inique e felle; E vien che l' ultim' ora orrenda scocchi, Che tutta carca di tema e vergogna Dal caro albergo suo l'alma si svelle; Ma questa, che aspettata era a le stelle, Poi che al mondo fallace I s$curi occhi torse, Vide infinita gente, a cui man porse, Per lei tolta di guerra e posta in pace. Indi l'angel di Dio lieto le occorse, E: Vieni, disse; i figli, a cui se'volta, Drizzan la mente al tuo medesmo segno: Quindi leggera e sciolta Trasse a l'altezza del beato regno. Or del fornito calle Forse ragioni, o nobil pellegrina, Al buon Pastor che in tua virtù si piacque; E, di Sïon celeste or cittadina, Ogni alma vedi che in quest'empia valle A l'onor de la scure un dì soggiacque. E forse in voi la carità non tacque De la materna sponda; E, poi che il cielo a prova Le cose di quaggiù spegne e rinnova, Forse tu preghi a noi l' alba gioconda Che tanto lume e tanta grazia piova, Che porti ne le nostre alme contrade Un chiaro giorno, e generosi canti, Ed onorate spade, E magnanime donne a te sembianti. O dolorosa mia, che in veste negra Inculta movi e lenta, Chè al subbietto gentile Nulla s'agguaglia il tuo dir troppo umìle, Or ti conforta, chè gentil diventa Qualunque a verità levi lo stile: Chè mentre ogni mortal luce tramonta, Sol dura il ver pari ad eterna fiamma. Sincera or movi e pronta, Per tutta Italia, come amor t'infiamma. Quando la età novella Di lieta erba e di fiori L'erta de la mia vita ammorbidìa, Come una chiara stella Che la terra innamori M' accendea l' intelletto Erato mia; Così per alta via Mossi il tenero fianco, E al destro lato e al manco Avea tema e speranza in compagnia; E forse avria lentato il corso stanco, Ma te vidi, poeta, Presso a la fronda che di sè asseta. Te vidi, e la potente Voglia d'eterna fama In diletto mutò l'aspra fatica. Oh che mi torna a mente! Forse ancor non mi chiama, Non mi ridesta quella voce amica? Te la innocenza antica Veramente informava; Nè fiero vento aggrava Tanto il bianco nocchier, nè mare implica, Come fortuna ingiurïosa e prava Con dispietato assalto Qua e là ti menava or basso or alto. Nè per misero stato, Che ti fea trista forza A scendere e salir per l'altrui scale, L' ira del mondo ingrato Passava oltre la scorza, O il vago ingegno tuo piegava l'ale. Ahi per te giunse a tale L'idïoma tirreno, Che di dolcezza pieno È con la luce tua fatto immortale, Sì ch' a'nepoti mai non verrà meno Ne'tuoi canti soavi Il grazïoso favellar de gli avi. Ahi la semplice vita, Già ruïnando a valle, Forse cadea nel dimandar del pane! La vena insterilita Segnava appena un calle, Poichè disseccan tutte cose umane; Ma tosto da lontane Parti una luce venne, E al tuo mancar sovvenne, Limpido specchio a l'anime villane: Allor altri desiri ed altre penne Ti vestisti, o gentile, Desideroso di celeste aprile. Allor la mente vaga, L'arco drizzando al cielo, Perdea di questa terra ogni intelletto; E, d'altro ben presaga, Quasi l'antico velo Ed il costume antico avea negletto. Sovente, o benedetto, Per campagne e per colli Con gli occhi ad ogni or molli Cercavi il sempiterno alto ricetto. Quante fiate sospirando io volli Per canora dolcezza Alleggiarti l'errante orba vecchiezza! Quante fiate i carmi E gli ansïosi studi Nel sospeso pensier ti ritornai, Quand'io gli amori e l'armi E i vizii e le virtudi Al cantor di Ruggiero invidïai! Or dove, or dove vai? Qual terra più fiorita De la nostra t'invita? Qual maggior pompa di lucenti rai? Ahi, dopo tanta dura dipartita, Se avvien ch'io pensi o scriva Riveggo te come persona viva! Padre, o quanti desiri, In questa poca terra, Quante speranze se ne porta il vento! Tu, che da gli alti giri Vedi l' umana guerra Onde il più dolce è l'ultimo momento, Piangi oh piangi lo stento De l'alme armonïose Ch' oltra l'alpi nevose Tetto imploran talvolta e nutrimento, Così ch'Erato mia spoglia le rose E mesta in atto e piana Da la sua cara patria si lontana. E tu, rozza canzon, vola a quel pio, Dolente messaggiera, In mezzo al riso de la terza sfera. O anima lombarda, Che un amoroso lume Di benigne virtù spandesti in terra, La cittadina guerra Facea del vizio nume Là've l'Olona il pellegrin ritarda, Ed in rosso tingea l'acque di Garda L'ira francese e l'avarizia ispana, Quindi le canne aprìa fame inumana Che i forti petti subito sgagliarda, E tu sotto sembianza umile e piana Beavi ogni infelice De la tua carità ricreatrice. Te d'alti sensi erede, Te di sante fatiche Lasciò del primo Borromeo l'amore; Angelico pastore, Tu non festi mendiche Le agnelle tue di latte o di mercede; Nè lupo s'inselvò ricco di prede Quando vegliavi il prediletto ovile, O quando il gregge tuo con dolce stile Tu rivocavi a l' ombra de la Fede; Eri de gli anni tuoi nel vago aprile, E una luce superna Già ti vestìa de la ricchezza eterna. Tu fratello, tu padre, Quando il natìo paese L'aura sentì di maladetta lue, Non fosti mai tra due, Nè paura contese Il largo volo a l'opre tue leggiadre. Allor gravosa a'figli era la madre, Il fratello al fratel bieco ed infesto, Il morir aspro ed il campar molesto, Vane le menti per tristizia ed adre; Ma soccorrevi tu com'angel presto, Che l' arme indietro tira De la divina irreparabil ira. Sicuro a te venìa Il poverel digiuno, Sicuro in te fidava il gramo infermo: Altri, che fare schermo Osò di atroce forza in atto bruno, Per te di penitenza s'abbellìa; Nè cieca cupidigia, che disvia Il numeroso esercito di Cristo, Per la vaghezza di fugace acquisto Pur ti contaminò l' anima pia. Oh sia punta il tuo nome ad ogni tristo Che le sue lurid' opre De la veste apostolica rioopre! Oh vergine, oh serena Virtù di caritade, Che allumi questa vita e l'altra allegri! Tu non consigli negri, Tu non pompe spietate, Tu non vedesti i roghi in folta arena, Ma la candida Fe per la terrena Carcere amicamente accompagnavi, E con parole e con atti soavi Temprasti i mali onde la vita è piena; De la sposa di Dio ne'tempi gravi Tu apristi in nobil guisa Che amor l'umano spirto imparadisa. Il sol che in oro tinge De le cose l'aspetto Men si discerne quanto più risplende; Ma, quando in puro e netto Cristallo i raggi stende, Ivi limpidamente si dipinge; Così da quell' Amor che il mondo cinge Procede l'evangelica dottrina, Così ne'suoi ministri i raggi inchina, Ivi si specchia, indi discioglie e stringe; Ma quanta ahi quanta miseria ruina Ove alcun tristo fallo Appanni il nitidissimo cristallo! Vola, o canzon, presso quel pio levita Che ben riflette la increata Mente, E tu vedrai come d' amore ardente A'ciechi è luce, a'poverelli è vita: Chè dove sia di carità fiorita Sacerdotal virtude, Forse il fato de'popoli dischiude. Perchè, lunata vela, Come candida nube ti dilegui Dinanzi a l' adriatica laguna? Forse varia vicenda oggi consegui, Nè d'ira apportatrice o di querela È la chiarezza de la odrisia luna? O del vivo leon per l'onda bruna Ti giunse il mortalissimo ruggito? O tremi un cieco ardito Bello d'alma vechiezza e di santa ira; Il qual non prima il brando a cerchio gira, Che ti respinge dal suo dolce lito, E stende aspra minaccia Fin dove il negro mar Bizanzio abbracia? Ferve Lepanto ancora Di vivo sangue; un italico vento L' ottomana tempesta ivi disperse; E prima di magnanimo ardimento, Vinegia mia, tu sfavillasti allora Novella Atene incontro a nuovo Serse; Assai splendidi giorni il sol t' aperse! Assai pianto ne segue a'figli tuoi! Beatissimi voi Che il lampeggiar de la vittoria ardente Salutaste con l' anima fuggente I vessilli affidando ad altri eroi, Onde mordea le arene L'empio grave di scorno e di catene! Ove quegli ardui petti, Ove ne andâr le pellegrine spade Che il commosso Ellesponto invermigliaro? Movean tonando per le azzurre strade Le barbariche moli, atroci aspetti Agitavan sovr'esse il curvo acciaro; Ma in poco d'ora esperto ebber l' amaro Corso di fuga, e qual distrutta in parte Arbori antenne e sarte Uomini ed arme su per l'onda versa, Qual paurosa al vincitor conversa Di proprie spoglie incarco Reca a la vincitrice ara di Marco. Di torri inghirlandata, Ricca sposa del mar, ti stavi un giorno, E lucente di porpora sovrana; Mille isolette t' obbedìano intorno, E invan, di gelosìa Liguria armata, Per te died' esca a l'avarizia ispana; E in quell' eterno dì, che sovrumana Virtù di fratellanza Italia accese, Nel grembo tuo discese Con l'ali vinte l'aquila grifagna! Or chi d'ogni salute or ti scompagna? Chi ghermisce i tuoi figli, aureo paese? I figli tuoi, che in guerra Ahi non morran per la nativa terra! Nè tanto mai l'acerbo Barbarossa sperò d'Italia mia Quando contra la Chiesa alzò le corna! Nè la romana maestà che pia Del perdono la man porse al superbo, Avrìa temuto il dì ch' ora s'aggiorna! Oh di lacrime oneste il viso adorna! Oh sotterra non por le tue memorie! T'educaro a le glorie, Vedova mia, le antiche ombre sdegnose Da poco scoglio ad Attila nascose; Però l'arbor di Roma Te custodì sotto la sacra chioma. Procedea trïonfale Ver te nuova letizia, a l'aura in grembo Penetrâr le tue mura i franchi squilli; Ma il popol tuo, come al venir d' un nembo Pastor s'accoglie a l'arbore ospitale, S'accolse a'consapevoli vessilli. Poi libertà mentita infra tranquilli Palagi fe'sonar legge tiranna. E ambizïon, che assanna Quantunque può, tutta cortese in atto, Sorridendo fermò l'infame patto; Quindi miserie estreme Ti disfioraro, o nostra ultima speme! Oh ben l'indica peste Corre le tue lagune abbandonate Togliendo prede a la nemica rabbia! Forse giunta lassù viva pietate Fe'di pianti sonar l'aura celeste, Poi ch'è l'agna e la tigre in una gabbia! Non più t'insulti con livide labbia La bieca invidia e gli onorati marmi; Ove i tuoi stemmi e l'armi Splendono ancor, non sien mercati a prezzo; Nè il gondolier sotto il notturno rezzo Presso a l' aule già vote Sciolga d' Erminia le dogliose note! Per duro strazio è morto De le vergini tue l'ingenuo riso, E divina pietà sì ti governa; Per duro strazio il cittadin conquiso, Orba la donna sua d' ogni conforto, Ed in ogni sentier morte s'interna; Ma fulminato da giustizia eterna Ruina l'oppressor giunto a l'oppresso. Forse tempo è dappresso Che vendetta di Dio chiara discenda Come tuon che le nuvole scoscenda, E il popol tuo mendico Pera come nemico in sul nemico! Pur quell'altera nave, Che da te si dilunga impaurita Sol perchè sì maligno aer ti fascia, Incolorarsi di novella vita Mirò l'uccisa Atene, e di quel grave Giogo spogliarsi ch'or te stessa accascia. Così l' età si rota, e quegli or lascia E questi or leva con perpetua vece; Così mansüefece L'indo, e a l'arabo tolse arme e costume. Or tutta quanta d' ogni vago lume L'itala Donna è priva Fin che il fato la svegli e torni viva. Scendi, figlia del cielo, Scendi, immortal mia diva inspiratrice, Ove la ninfa tua sola te chiama; Non ti vegg'io ravvolta in bianco velo Da le nubi avvisar questa infelice Terra, ch'or vive de la scorsa fama? O non sai tu ch' ella t' aspetta e brama, E che ad alte venture il ciel sortilla? Però che in ogni petto S' alza un potente affetto E generosi desiderii instilla. Or, disdegnando una viltà tranquilla, Qualche ardito intelletto Ver'le bellezze tue riapre il volo, E l'aere e l'onda e il suolo, Già per lunga stagion povero e molle, Tutto quanto d'onor freme e ribolle. Salve, italica stella, Celeste Erato, salve! il tuo sorriso Tutto l' amor di primavera accoglie; Scendi motrice d' una età novella $ Di tempo antica e giovine del viso, Coronata di luce e non di foglie. Come la vigil alba il mondo scioglie Dal sonno ed invermiglia l' orïente, E per l' aria serena Il roseo carro mena, Così la nuova tua vista lucente Sia limpid'alba a la volgare gente, E le dia foco e lena, E di vergogna le incolori il volto; E quindi al seme incolto Darà fervida vita un sole eterno Cui seguir non potrà notte nè verno. Pera colui che il crine Sol di trepide rose t'inghirlanda, E ti dipinse in mezzo a'lieti mirti. Te fra le greche schiere e le latine Pinger dovea, chè l'ira memoranda Tu nutricasti in quegli ardenti spirti; E prima il petto commovesti a gl'irti Vecchi di Giuda, a cui de la tua mano Squarciasti un dì l'oscuro Velame del futuro, Siccome volle il Creator sovrano; E te fra il ciel deserto e l'oceàno, Ove sol regna Arturo, Vide il canuto e solitario bardo, E il dubbio sole e tardo, E le rigide querce e gli ardui monti, E le guerre e i conviti a noi fe' conti. Sazio di morti e stanco Il prode uscìa del periglioso ludo, Di polve, di sudor, di sangue tinto, E a l' erba verde abbandonava il fianco, Affidava la testa a l' ampio scudo, L' elmo in terra deposto e il ferro scinto; Era da grave sonno il corpo vinto; Ma te l' alma fingea, canora diva, La tua libera lode Era sogno del prode, Ond' arme arme gridando ei gli occhi apriva, Dipinto del color di fiamma viva. Sorge così quand' ode De l' alte trombe il bellicoso carme Destriero usato a l' arme. Però la terra e tutta Italia mia Tutta d' opre magnanime fiorìa. Diva, e tu fosti un giorno De le pudiche vergini sospiro, Tu desiderio de le caste donne Ch'ogni vil cura si levâr d'intorno Ed ardimento e cortesia vestiro, E in virile atto ed in succinte gonne Contr'al nemico fur salde colonne; E il trovador, che i gesti adorna e côme Di qual più si periglia, Fra la terra vermiglia Di sangue e l'armi combattute e dome, Non obbliò le aurate incolte chiome, Non le stellanti ciglia Che di bell'ira saettavan lampi; Così l'arpa ne'campi Fumanti ancor di bellici furori Dolcemente confuse arme ed amori. E voi, ninfe leggiadre, Aiutrici del mondo, arti ingegnose, Voi quest'alma virtù condusse in terra; Onde al vostro venir l'antica madre Più benigna s'aperse, e fuor espose Quanta ricchezza nel suo grembo serra. A voi fu lieve alcuna volta in guerra Fabbricar lancia o meditar conquista. Se al vostro senno piacque, Ov'eran selve od acque Superba mole torreggiar fu vista, E fra la gente avviluppata e mista Legge ed usanza nacque; Quindi popoli e regni e lucid'opre Che mai tempo non copre; Ma più che tele e più che marmi vive Il canto che ne l'anima si scrive. Or a più nobil uopo Vien che tu scenda, Erato mia; te sola Più la vogliosa giovinezza aspetta, Che l'Indo non aspetti o l'Etiòpo Stilla di pioggia: sì la tua parola Molce i più duri ed i più schivi alletta. Non è questa la riva a te diletta Che sovente sentì la tua presenza? Ove ogni olmo, ogni alloro De le tue corde d'oro Intendea la dolcezza, ed or n'è senza? Libero carme è di virtù semenza; Però largo tesoro Verrai spargendo, e ne corrai bel frutto; Ed io, che il pensier tutto Ti diedi, una favilla dei tuo foco A l'ombra occulta di mia fama invoco. Se, dal desio condotte, Volaro a te le mie speranze e i voti, Me giovi errar per queste piagge apriche, E rivocar da la profonda notte De'mal distinti secoli remoti E interrogar le grandi anime antiche, E i detti udirne e le acerbe fatiche Onde il natìo paese in gloria crebbe, E a questi foschi tempi Aprir sublimi esempi, Poi che di miglior vita ora sarebbe, Diva; e, se il culto mio pur non t'inerebbe, De la tua grazia adempi Il difetto del mio povero verso, Ch'io contra un vento avverso A mal secure stelle il guardo intendo, E rado corsa fu l'acqua ch'io prendo. Canzon, le tue sorelle Verrà guidando in calma od in fortuna L'amor del caro lido ov'ebbi cuna. Se da la prima fonte, Onde move ogni luce, ogni bellezza, Spirto, chini la fronte A la terra natia, E de la sua beltà prendi vaghezza, Porgi l'orecchio a la parola mia, E del tuo santo aspetto, Prego, conforta il mio stanco intelletto! Me su l' età fiorita Accolse il mondo con amaro piglio, Fu sempre la mia vita Un amor non concesso, E ne le case mie sentii l'esiglio…. Ma un'alta donna mi si fe' d'appresso, E, di pietate ardente, Altro calle m'aperse, altr'orïente. Come divina cosa Io tenni questa mia fidata guida; Ma l' età baldanzosa Mi diè cotanta guerra, Ch'io ebbi da vicin l'ultime strida; Ed a lei dissi: A che scendesti in terra? Forse sotto la luna Sei vana immago, o schiava di fortuna? Ma pur, quando soletta M'accolsi entro le mie povere mura, Una pace perfetta, Una dolcezza viva, Mi fer superba de la mia ventura; Ed ogni ben de la terrena riva Con sue mentite larve, Siccome neve sotto al sol, disparve. E a te m'alzai, che addentro Scernesti il vero e il descrivesti in carte, Poi, fatto stella e centro Di mille altri splendori, Sovr'ogni terra hai le faville sparte; Pur non cogliesti mai frutti nè fiori De la tua nobil pianta, Ch'or già de l'ombra sua l'Europa ammanta! Per te quella fatale Catena de gli eventi e de le sorti Sostenne occhio mortale; Tu non solcati mari Desti all'umano ingegno, e nuovi porti: Chè I'Arte, avvolta innanzi in veli avari, Bella d'eterna idea A te ne l'aere aperto si solvea. Ma quest'aureo paese, Ove fruisti l'armonia del giorno, Poco o nulla comprese Il suo ricco tesoro; E, perchè ti gravasse ogni empio scorno, Altri si colse il trïonfale alloro Quel dì che in umil giostra Festi del tuo valor ben chiara mostra! Te non ultima giunse L'aspra pietà de'grandi, e quell'altera Benignità, che punse Ogni anima gentile E fu trïonfo a la volgare schiera! Pur ne la vita faticosa e vile In tua virtù sereno Non fuggisti del carcere terreno; Finchè, vindicatrice De'tuoi diritti al sempiterno Lume, Morte quella infelice Tua veste antica sciolse, E tu, spandendo libero le piume, Da la terra, che misero t'accolse, Vedevi ogni restìo A le fredde ossa reverente e pio! Fiorito pargoletto, Che su l'ossa de gli avi In pueril trastullo i giorni meni, Tu vedi aperti i lucidi sereni, A te spirano intorno aure soavi, T'offre la terra un infiorato letto. Bella ti si colora a l'intelletto La dolce primavera; Non verno pinge a te, non pinge sera La melodìa che ti ragiona in petto: Però traluce intera Dal chiarissimo lume in te cosperso Quella virtù che rota l'universo. Ogni tenero fiore T'è una speranza viva Promettitrice di dolcezza eterna; Non cupidigia od ira ti governa; Non è del mondo l'anima captiva, Ch'è una cosa libertate e amore. Ma non sai che sorella è del dolore La terrena allegrezza! Già da l'ossa che premi una vaghezza Sveglia l'acuto sol rinnovatore; I tuoi be'sogni spezza Un cieco nembo e dentro sè t'involve, E spira vita ne la morta polve. Quante oh quante germoglia Forme diverse e nove Morte benigna de le cose altrice! Così talor divelta è da radice Una pomposa quercia, e virtù muove Mille vaghi arbuscelli in fior e in foglia. Così la terra il verde abito spoglia E di neve si copre; Così talvolta i sette manti scopre E schiude al mar la via più che non soglia. Vedi parole ed opre Mutarsi, e dove fur boschi e paludi Splender nobili ingegni ed aurei studi. Vedi confusa e mista L'umana prole con perpetuo giro, E correr sempre dietro ad ombre e fumi; In luce rinnovar morti costumi Mille fiate, e sparger con desiro Quel che'n molti anni a gran pena s'acquista. Procede intanto fra gioiosa e trista Questa provera terra, Ed i popoli cresce in pace o in guerra; Per uniforme varïar di vista Quindi or chiude or disserra I suoi tesori, e per legge infinita In quanto cade in quanto muore ha vita. Ed a lo spirto è dato Formar eterna parte Di questa universal vita perenne; Che, s'ei, coperto d'animose penne, Segua il vol di sapienza o di bell'arte, Amando signoreggia ogni creato. Però qualunque a più fecondo stato Chiami le pigre menti, Rivive ognor fra'popoli fiorenti, E discorre il futuro interminato; Così fra le cadenti Fortune, e l'ire micidiali, a prova L'italica Fenice si rinnova. Fulgida, creatrice Beneficenza di lassù, che un giorno Abbracciasti la terra e festi viva, E la valle profonda e la pendice Prima informasti di virtute attiva, E di bellezze hai l'universo adorno; Il tuo misterïoso alto soggiorno, Onde colori ogni terreno aspetto, Svela, o fulgida, svela, Chè l'umano intelletto, Bello d'ale potenti, ecco, s'inciela! Quando su l'egra terra Veramente fiorìa l'uomo e l'ardire, A la tua vista ogni anima s'accolse; E, d'amore in amor, di guerra in guerra Varcando, a te le preci e i voti sciolse, Fe'colonna d'incensi a te salire. Poichè le belve impoverite d'ire E l' acque obbedïenti e i fausti campi Seguitâr le sue scuole, Misurò gli aurei lampi, E s'addentrò ne'tuoi misteri, o sole. Sette ardenti colori Nel sincero tuo raggio discoperse, Or simile a vïola or a narciso* Analisi della luce fatta dal Newton. E, avendo l'alma a'tuoi celesti ardori, In raggi varî ebbe il calor diviso** Scoperta del Melloni, per la quale i raggi invisibili del calore rimangono divisi, come i visibili della luce, in raggi di diversa natura., Onde fin l'aurea luna il mondo asperse*** Calore del raggio lunare, dimostrato dal Melloni. E, quando in mezzo a nubi atre e diverse Tu fiedi, o luce, e fra piovose stille, Il magistero intende, Per cui di color mille In aria smisurato arco s'accende. I nitidi cristalli Architettati in mille forme nove La tua chiara virtù fer manifesta; Or in gemme specchiata or in coralli, Or fra l'aure soavi or in tempesta, Mostravi il quando del tuo corso e il dove; Qui dove l'amor tuo più largo piove Surse uno spirto, e fu sereno foco* Giambatista della Porta, matematico e fisico napoletano, inventore della Camera oscura. Che mai nebbia non grava, Poichè in oscuro loco Te, fiammella di vita, imprigionava. Tu, per angusta via Ivi passando, alla contraria parte L'esterno obbietto figurar solevi. Ma l'adombrata immagine fuggìa Come da l'occhio le disciolte nevi, Sì che la fronte alzò pensosa l'Arte. Dove la Senna una città diparte Quindi levossi un pazïente ingegno** Daguerre., Che, mentre il tempo vinse, Te, che sul mondo hai regno, Ad indelebil opera costrinse. Sogno e favola parve L'atto stupendo, allor che tanta voce Ondeggiava su l'aure pellegrine; Ma disgombrâr le sospettose larve, E l'opra corse a glorïoso fine, Come fiume che va dritto a la foce. V'ha nel tuo raggio una virtù veloce, Che mille essenze accolte in una intera Scioglie in lor forme prime* Si allude a'raggi chimici che si contengone nella luce solare, i quali pare sien cagione del dipinto dagherriano., Questa d'immagin vera Argenteo specchio rapitore imprime. Oh veramente io veggio Ringiovanirsi le memorie antiche, E l'ampia terra disvelarsi ignuda, E l'oceàno offrir da l' imo seggio Quanta ricchezza mai nel grembo chiuda, Nè più l'alme scïenze andar mendiche. Oh divina pittrice, a le fatiche D' ogni assiduo intelletto ed a la speme Amorosa rispondi, Che di sì nobil seme Certo io vedrò più oltre che le frondi! Però, celeste idea, Vieni e penètra la terrena mente, E l'eterne bellezze in lei figura; Chè sozzo orgoglio ed avarizia rea Tengon la cima, e di procella oscura Velano amor che infiora l' orïente. Ahi, se una volta armonïosamente Al suo vero destino alzerà l' ali Questa umana famiglia, De le cose mortali Fia la più luminosa maraviglia. Salve, oh salve, potente Vessillo trïonfale, Che signoreggi l'africana terra! Te largo spiega un'aura d'occidente, E te ghirlanderè luce immortale, O dorma in pace il mondo o ferva in guerra. Salve, rocca superba, ove si serra Glorïoso drappello Che le squarciate mura Ancor tutela e cura E di sacre ferite ancora è bello! Se avvien che giri a te la faccia oscura L'Arabo fuggitivo, Al riveder la vincitrice insegna, Siccome sè medesmo non sostegna, Gli sproni stringerà sul corsier vivo, E andrà dove non miri orma nessuna, Bestemmiando il Profeta e l'aurea luna. Sotto ferrea quiete Giacea Numidia antica Che il beduino errante ancor disfranca…. Oh sorgete, sorgete; Già di virtute amica Sopra voi fiammeggiò la stella franca! Fredda paura il molle duca imbianca, Già tratta l'arme indarno, Che snidïato e vinto È per lo mar sospinto Povero d'ira e di possanza scarno. Uscito alfin di cieco laberinto Vive e respira il Trace E veste umanitade e cortesia: Libando va l'italica armonia, E nell'arti leggiadre, ecco, si piace. Sciolte le donne in fra'roseti ombrosi Levan secure i negri occhi amorosi. Ma cupidigia stolta, Ma ignoranza selvaggia L'arabo predatore instiga e punge. Ecco una turba immoderata accolta, Devastando, volar di piaggia in piaggia, Fuggir d' appresso e folgorar da lunge. Ogni destriero i venti al corso aggiunge: Or si cela, or si mostra, Or volteggia, or offende. Così spegne e raccende E notte e dì la sanguinosa giostra; Ma, se celeste verità mi splende, Veggio armata levarsi Generosa virtù contra furore, Veggio spuntar da' nuovi lauri il fiore, Le nascenti speranze incolorarsi, Libertade inondar quell' arsa sponda Siccome il fausto Nilo i campi inonda. Sola in picciol paese S'erge una eccelsa torre, Romita stanza di campioni eletti: L'arabe torme a conquistarla intese Coprono il piano, in mezzo a lor discorre Il duce, e par ch'or uno or altro alletti, Par che il fulmineo bronzo invan saetti, E l'aura i colpi sperda; Ma da la cima altera Pugna un'ardita schiera Siccome per fatica si rinverda. Quivi non arte, no, rabbia guerriera Che per soverchie voglie L'ingegno e gli atti di ragione ha spenti. Oh l'un su l'altro i barbari frementi Veggio cader come d'autunno foglie! L'aria di fumo e di fragor è piena, Scendon rivi di sangue in su l'arena. Ecco un adito schiude Fortuna invidïosa Ove il tremendo assalitor si caccia, Ma in pianto muta le voci alte e crude, E dichina la fronte baldanzosa, Chè in atto di ferir morte lo agghia$cia. Già l'indomato difensor s' affaccia Al conquistato varco E col suo petto frena La ruïnosa piena, Di polve asperso e di ferite carco: Veramente vegg' io voltar la schiena Al fierissimo duce E i suoi guerrier sovr'esso…oh viva, oh viva! Chi voce mi darà perch'io descriva, O franchi eroi, la vostra chiara luce Così che disfavilli in ogni etate Desio di verginelle innamorate? E voi, madri lontane, Voi spose, voi sorelle, Cui sollecita cura i sonni vieta, Superbitene or voi! L'opre romane Potranno invidïar l'opre novelle Là sotto i dardi del maggior pianeta; Un'alta morte che di sè asseta Pochi abbracciâr sul campo, E l' ultimo desio Mandaro al suol natio, L' ultimo sguardo fu d'amore un lampo. Ecco già ritornata ond'ella uscìo La schiera eletta e breve; Ecco di trombe armonïoso squillo Come saluti il nobile vessillo Per cui la servitude onta riceve, Chè pari al sol di mille raggi adorno Spande mille aure nunziatrici intorno. Levati, o veneranda Carità cittadina, Che sì be'nomi affidi a'bronzi, a'marmi; Pon giù de'gigli tuoi l'aurea ghirlanda, Chè una torbida nube pellegrina Par de l'antica luce ti disarmi; Levati, o veneranda, e grida armi, armi, Sciogli la civil briga Che le tue forze annoda, T'oda Albïone, e t'oda Tutta la terra che il Danubio riga: Così spanda le vele e giunga a proda Questa Europa sospesa. Aura benigna a'deboli ed a'forti I suoi pensosi popoli conforti E al diritto il poter faccia difesa, Chè un incendio di guerra, a pochi amara, Certo i vegnenti secoli rischiara. E tu, canzon, librata in mezzo al cielo, Prega che un dì ric$o di sante leggi Quest'alba limpidissima pareggi. Talor ne la profonda ora tranquilla Pe'lucidi sereni Inaspettata pellegrina splende, E il volgo atteso di sospetti offende, Come novelli casi in giro meni, Ed insoave maraviglia instilla. Sconosciuta favilla Dell'eterno Valor, s'aggira intorno A te, padre del giorno, Poi, volta a'cerchi dove amor sortilla, Insalutata e vedova s'invia Tra le pompe de'cieli e l' armonia. Così trascorre il mondo, e così luce Femminile intelletto, Quando a superba altezza intento aspiri; Nel qual se il volgo avvien che gli occhi giri, Come svegliato da lo strano obbietto, Visibilmente ad ira si conduce, E a quell'alma traluce La viva fiamma che di sè la schiara; Ma ne la vita amara Torna senza compagna e senza duce, Finchè del suo viaggio afflitta e lassa Rende la spoglia a la gran madre e passa. Ma tu, candido spirto innamorato, Fosti Venere stella Annunziatrice di lucenti albori, Che di fresch'erbe e colorati fiori La terra desïosa rinnovella, E sprigiona le fonti in ciascun prato. Fugge Orïone armato, L'aër s'allegra, e ride la marina, E l' ora mattutina Serena indora il monte inghirlandato, Chè il dolce lume ond'ogni amor si move Una strania dolcezza in terra piove. Però, spirito pio, questo viaggio De la vita mortale Consolando tenesti ed hai fornito; E il vivo ingegno d' umiltà vestito Virtù mirava come segno a strale, E fervea chiuso nel suo proprio raggio; Parlar accorto e saggio, E quella rilucente aria del viso, E il mansueto riso, Avrien fatto gentile ogni uom selvaggio: Chè alcun pensò, fiso al tuo santo zelo, Costei per fermo è desiata in cielo. Intorno ti fiorìa pace amorosa, Ed ogni nebbia scura Da gli occhi tuoi potenti si fuggiva; Fosti d'aurea pietà fontana viva, Sola del poverel fosti ventura, Suora cortese e casta e dolce sposa; E a te di numerosa Gioconda prole il giusto ciel fu largo…. Ahi! che parole spargo!…. Ahi! così t'offuscò morte gelosa! Così congiunta a l' ultima tua prole T'immergesti ne'rai del vero Sole! Ma non perîr ne le tue meste case Gli alti felici effetti Pria germogliati a sì benigno lume; Odor del tuo santissimo costume Conforta i lagrimosi pargoletti, Chè l' aura tua celeste ivi rimase. Virtù, che persuase Opre leggiadre umìle in atti e in voce, Spesso a guerrier feroce Vide le ciglia di baldanza rase; E spesso in loco ignoto anco a'presenti Matura il ben de le future genti. Certo vien da modesta e nobil donna D' ogni nome l' altezza, Siccome ogni arbor vien da sue radici! Volgonsi a lei d'intorno i cieli amici, E l'arco eterno, ch'ogni cosa spezza, Solo ha poter su la terrena gonna; Ella salda colonna Di sua splendida stirpe; ella soave Nocchier de la sua nave, Che mai per placid'acque non assonna; Ella al natìo paese e al suo Fattore Mallevadrice d'una età migliore. Un tempo in Roma sobrïa e pudica Veneranda matrona Fra'domestici lari si piacea; E dal labbro purissimo svolgea Quell'idïoma che sì chiaro suona, E fulge ancor di libertate antica; Con tale ardua fatica Ella i figli nutrì d'alto decoro; Chè ondeggiar feano il foro Saëttando eloquenza a'rei nemica, E avvolti fra civile invido scempio Poser la vita e il memorando esempio! Chiaro spirto gentile, Che le giovani membra Volenteroso abbandonasti in terra, Se fra l'eterno aprile Lassù mai ti rimembra De la umana miseria e de la guerra, Da lo splendido cerchio che ti serra Spandi un raggio soave, Onde dal sonno sciolta In cui vivea sepolta Levisi fino a te l' anima grave, E in mezzo al cielo acquete Qualche favilla de l'antica sete. Veramente m'arridi Coronata di luce Tra l'aër puro a guisa d' una stella; La forma in cui t' annidi A gli occhi miei traluce D'angelica bellezza ancor più bella; Però la mente mia si rinnovella Come cespo di rose Cui da la terza sfera Sorrida primavera; E superbisce de le umane cose, Che dopo aspre tempeste Toccan sì lieta riva e sì celeste! Tu, che vestendo ardire L' alto pensier drizzasti Verso l'eterna idea che a l'arti è polo, Di', quai nebbie, qual'ire, Quanti affanni portasti, Poichè virtù non merca altro che duolo? Ma libero voler ti diede il volo Per la diritta via. Però, nel vero affisa Che l'alme imparadisa, D' amor t'inebriasti e d'armonia, E a noi con dotte note Porgevi un' arra de l'eterne rote. O la candida mano Dolce destar solea L'arpa di casto amor favellatrice, O con piglio sovrano Su l'ebano scorrea Fatto di melodia prima radice, Rendea la gente misera o felice Se di gioia o di pianto Sciogliea quasi parole: Così vaga del sole Muta la terra pellegrina manto; Così l' onda superba Si commove per vento e disacerba. Spesso il Franco e il Brittanno, Che l' Alpi, or non contese, Varcaro in vista disdegnosa e schiva, E la vergogna e il danno Di guerre indarno accese Su l'Italia gittaro orba e cattiva, Negando pregio a questa verde riva Che di fior s'inghirlanda, E sveglia l'arti, ed ali Dona a'canti immortali, E ancor di antica lode olezzo manda, Per te cangiâr le ciglia Sereni di novella maraviglia. Chè armonia vereconda Ne l'imo cor governa Il pigro Scita, il Beduin rapace, Come fiamma profonda Che ne la terra interna Misterïosa nutresi e vivace; E per istinto l'anima si piace In ogni aurea : Anzi vogliosa intende Ove bellezza splende, Come a fonte di pace e di salute: Così non arse un core Che innanzi a te non rispondesse: Amore! Oh! se le snelle dita, Snodatrici leggere Di settentrïonal cupo concento, Moveano, alma fiorita, Melodie più sincere Conteste sol d'italico lamento, Tu non avresti pur commesso al vento Il tuo ricco lavoro, E spirata da l'arte Vergando elette carte Tu svellevi al Tedesco il sacro alloro, Chè queste piagge apriche Fremono ancor de le dolcezze antiche. Ma oltraggiosa Fortuna Ogni nostra speranza Su l'orïente d'ombra ricoperse, Qual per morte s'imbruna, Qual a sè stesso avanza, Ruïnando per vie scure e diverse! Oh lei felice ch'anzi tempo emerse Dal terreno soggiorno E di vïole schive E di lacrime vive Mirò dal cielo il suo sepolcro adorno, E ad ogni alma bennata Lasciò la sua memoria innamorata! Oh, non ergete a lei Una marmorea tomba Ove sia sculta la partita amara, Chè in tempi audaci e rei Ha serto il vizio e tromba E fin de la sventura il dritto impara! Ma su la zolla lacrimata e cara, Ov'è la bella spoglia, S'erga un mirto sublime, E dilati le cime, E accolga l'usignuol tra foglia e foglia; E tu co'tuoi splendori, Spirto, gli serberai perpetui fiori. Novella pellegrina, Che per le immense vie de'firmamenti Ardendo stampi le amorose rote, Tu bellezze remote Inaspettata sveli a gli occhi intenti, Nuovo porto a l'aerëa marina; Chi sei tu? qual divina Forza t'informa? Intorno A la fonte del giorno Lo stesso amor ti mena Che la superba terra arde e raffrena? Se d'Urania pensosa Abbraccia il ver lo splendido concetto, Era nel cielo un altro mondo amante Che dal sol fiammeggiante Prendea gentile irradïato aspetto Giove offuscando o Venere gioiosa. Ma quel che non ha posa Potente amor celeste A lui fe'manifeste Le sue bellezze e l'arse, E qua e là fur le faville sparse; E rotanti ed accese Ancor di puro spirto innamorato Rapide seguitâr l'impresa via, Finchè dolce armonia Le ricondusse a più tranquillo stato, Sì che il loro esser de la terra prese; Nè forse a lor contese Son l'erbe vive e l'acque, E come ad amor piacque, Piccioli mondi, il sole Cerchiâr con le perpetüe carole. Così l'imperio antico Che Roma stese a l'Africano, al Siro, Quando su l'orbe si levò gigante, Rotto, da le sue frante Parti, vergini popoli fioriro, E tempo fulse a libertate amico. Franco in atto e pudico Sorse armato l'ingegno, E ad altissimo segno Drizzossi in pace e in guerra, E l'italica luce empì la terra. E quindi il casto verso, Che rinverde le cose ovunque suona, Ghirlandata di palma Erato sciolse, Dal corpo onde s'avvolse I fulminei concetti ecco sprigiona Lui che diè fondo a tutto l'universo. Ed altri al ciel converso Snoda le rime oneste, E Venere celeste, Chiama, di sol vestita, A risvegliar la terra inaridita. Indi regina e diva Sofia levò la luminosa fronte E spazïò pe'non tentati cieli; Ivi squarciando i veli Maraviglie infinite a noi fe'conte E diede il volo a la speranza viva: Pur non vide la riva Che l'essere circonda, Chè la Mente profonda Ad uomo al corpo affisso Nega di ficcar gli occhi entro il suo abisso. Tale al fin del suo corso Questa pellegrinante anima giunge De'suoi veri destini ancor novella! Ma, come stella a stella Misterïoso amor lega e congiunge E le conduce con soave morso, Così l'alto discorso De l'umano pensiero Lega a l'eterno Vero, Ed il cor non volente De le future cose un raggio sente. E a te, picciol pianeta, Che tra'seni del ciel sorgi improvviso, Porse nome di Astrea concorde grido: Chè sul terreno lido Già l'aere inalba di giustizia il riso, Ch'or fin la predatrice Africa asseta! Certo, luce sì lieta E presso al mondo stanco, Chè il popol nero e il bianco D'un pensier fa colonna E unanime ad un'alba si dissonna! Ruoti Fortuna, ruoti I magnanimi spirti a l'imo fondo, E la forza crudel cinga d'alloro! Il miserabil oro Sole diventi a questo cieco mondo!… Tu, folgore di Dio, stridi e percuoti! Sieno a morte devoti Gli alteri pini, in questa Disfrenata tempesta; Ma sotto nube fiera I tuoi lampi conosco, o primavera! Entro la terra freme E dentro i petti una virtute altrice Che già prenunzia l'immortal chiarezza, E l'oceàn che spezza Il nuovo mondo e l'antica pendice Non pone inciampo a l'ale de la speme. Tu, Astrea, da le supreme Vette discenderai, Coronata di rai, E be'virginei cori Le nostre tombe spargeran di fiori. Presso l'erbosa riva Che del chiaro Giordan s'imperla e bagna, Fra le ruine ove percote il sole, Una turba mal viva S'aggruppa qua e là per la campagna, E pianto sparge invece di parole, Chè le sue torri e la superba mole, Sede arcana di Dio, L'assiro acerbo e rio In macerie converse aride e sole. Fra le discinte donne Una solleva il viso, e gli occhi casti Figge ne le carissime ruine: Ove se'tu, Sionne, Che di real bellezza sfavillasti? Chi t'ha laceri i panni e mozzo il crine? Ecco fatti esca ad orride rapine I santissimi arredi! Vedi i tuoi figli, vedi Lunge dannati a miserabil fine! Ancor mi suona in mente Il romor de le barbare catene, Di che andò grave il mio figliuol diletto! Ne l'ultim' orïente Forse il mio nome ei ripetendo viene, E ancor sogna la patria e il natìo tetto, Ahi da me lunge a reo servaggio astretto, Piegato a'falsi Dei, Verrà ne gli occhi miei Barbaro ne le voci e ne l'aspetto! Ahi quel sereno riso De gli anni puerili, e quelle bionde Chiome diffuse, e l'aria sua gentile, Non t'hanno il cor conquiso, Spietato Assiro, e fra glebe infeconde Il vestirai di sozzo atto servile! Oh che ti fe'quel giglio in su l'aprile? E a colpa gli si addice Che il padre (oh sè felice) Per la patria abbracciò morte non vile! Spietato assiro! ahi forse L'anima tua d'amore orba rimase, E a te sol ira saettar le stelle? Nè donna mai ti occorse? Nè i pargoletti a le fidate case Ti cinser con le braccia tenerelle? Qual guerra è mai che da le madri svelle I piccioletti nati, E al sen d'osceni armati Risospinge le ignare verginelle! Era pietà suprema, Pietà che deve il vincitore al vinto, Con vive armi compir l'ultimo scempio; E il gemmato diadema Del nostro sangue ancor bagnato e tinto Portar di guerra e di vendetta esempio! Ch'or non vedrei come sovente l'empio Fra noi stenda l'artiglio, E poserei col figlio Fra le ruine de l'antico tempio. Fremon le tombe sante, Splendono a sera de'profeti l'ossa, Che irriverente estranio piè calpesta! Ma che?… fra l'alte piante Già l'aura stride, e la terra commossa La venuta del Santo manifesta!… Tal fiammeggò l'Orebbe, e la foresta Sentìa voce inaudita, Ed a libera vita Il fatale Israello ergea la testa. E tu, superbo sire, Insultator del nostro amaro strazio, Scendi dall' aureo seggio, Iddio ti caccia! Eccoti omai vestire Ferine membra, e, di sangue non sazio, De le minori belve eccoti in caccia! L'eterna grazia aprì le larghe braccia A Siòn lacrimosa, Ed un'aura amorosa Spirò sul mondo e ne cangiò la faccia. Oh care, oh benedette Miserie nostre, che al suo fin trasporta La instancabil fiumana de gli eventi, Se a nuove anime elette, Che fioriran su questa terra morta, Pioveran chiara luce i firmamenti! Or suonin de'nostri ultimi lamenti Del Giordan le pendici, Ma su quest'ossa ultrici S'alzi l'inno de'popoli redenti! In grembo a l'oceàno, Onde il nostro pianeta s'inghirlanda, Il sol già volge le infiammate rote; Ritto sul lido ispano Un uom sospira a le marine ignote, Ove che l'alba viva ora si spanda; Ed il confin di quest'azzurra landa Già con la mente abbraccia; Vede l'opposta faccia Di questa terra, come volle Amore, Primo risvegliatore; Ed anela a quel ver che in mile guise L'armonia del creato a lui promise. Allor pe'vasti mari L'agilissima speme s'avvolgea, Lieta d'oro e d'onor promettitrice; Ma i desiderii avari, Che pingeano al nocchier nuova pendice, Sovente l'omicida onda spegnea. Tu di fraterne gare avida e rea, Sposa d'Adria iracondo, Ove il sole apre il mondo Portavi, navigando i chiari fasti, E pur costui spregiasti! Genova, e tu, che a lei turbavi il regno, Negasti al tuo Colombo un picciol legno! Ed ei, scuro e mendico, Lunghi anni travagliò di terra in terra, E sempre irriso un nuovo mondo offria, Fin che il Leone antico Che l'orbata Castiglia ancor desia Il sospirato varco gli disserra. Sì come duce a cui ride la guerra, E ad onorato squillo Spieghi il patrio vessillo, Così t'ardea, Colombo, entro al pensiero L'incognito emisfero, Però segnasti in mezzo ad onde nuove Un sentier senza quando e senza dove. Ecco, vers'occidente Già si dilunga l'infinito calle, Ed ogni lido fugge a la veduta; La tua speme potente, Già da contrarii venti combattuta, Ad ogni amata cosa or dà le spalle; Ecco tra il cielo e tra l'equorea valle Trovi condegno loco, Chè t'era angusto e poco Il vecchio mondo; ecco, sul mar levato, Dator di regni, il fato, Che di due mondi, ambo a fiorir condutti, Ti commette le sorti, e spiana i flutti! Or tu, diva compagna, Che seco affronti l'orride procelle, De l'intatto sentier movi parole! Lasciava addietro Ispagna La navicella, e discorrea col sole Che incoronato uscìa di nuove stelle; E parea vagheggiar nuove fiammelle Il vivo ago amoroso* Si allude alla scoperta della variazione della declinazione magnetica, fatta dal Colombo., E stuolo armonïoso Di salutanti augelli apria le penne Su le aspettate antenne, E il puro ciel ne l'alternato giro Si dipingea d'orïentaì zaffiro. Ma la turba tremante, Che su l'ampio oceàno era sospesa, Da'perenni euri s'attendea la morte** Cristoforo Colombo fu primo scopritore ed osservatore de'venti orientali detti alisei, i quali faceano temere non facile ritorno alla ciurma governata dal nocchier genovese. Ela paura errante, Contra ragion fatta rubella e forte, Maladicea la disperata impresa: Sì che a mezzo la via t'era contesa, Ligure mio. Ma, sorto Come face nel porto, A l'empia gente d'intelletto priva Promettesti la riva, E quella apparve; allora ogni restio S'atterrava al tuo piè sì come a Dio. Ahi quando, anima eletta, Baciasti alfin la presagita piaggia, L'ispana insegna dispiegata al vento, Quest'Italia diletta, Sempre a'suoi figli inospita e selvaggia, Ti lampeggiò nel glorïoso intento: Chè, s'ella al tuo magnanimo ardimento Porgea la man materna, La sua possanza eterna, Stesa fra il sole e fra l'opposta luna, Vinta avria la fortuna. E leverebbe ancor l'armata destra Domatrice di popoli e maestra! A piè di verdi campi Colorati per vaga primavera Sostò la temeraria navicella; Sotto i dïurni lampi Qui saltellava allegra fera e snella, Là concordi augelletti ivano a schiera, Quindi una bruna quercia ed un'altera Palma porgeano i rami, E con dolci richiami Un fresco rio dal colle ove pria nacque Spandea le limpid'acque, E guerrier nudi e vergini gioconde Ragionavan d'amore in su le sponde. Che rechi, italo ardito, A quella stirpe semplice e tranquilla, Che non s'aspetta a la stagione acerba?… Sul pacifico lito Tra sasso e sasso l'oro disfavilla!… Ahi quanto sangue tingerà quest'erba! Ispagna formidabile e superba Cinge doppio diadema, Pensa l'Europa e trema, A'trïonfi non suoi spiega le vele Ambizïon crudele, Fuman le Antille in tutte le marine Ricoperte di stragi e di ruine. E tu, se manifesta Suona ancora per noi l'antica voce, Riedevi su le ispane ingrate arene Con la fronte funesta E i polsi stretti pur d'aspre catene, Che ti diè in premio il castiglian * Francesco Bovadilla che inviò il Colombo incatena-to dall' America in Ispagna. Sapevi tu che non fu mai la croce Di schiavitude insegna, E ad ogni voglia indegna, Che il selvaggio inseguìa di schermo ignudo, Sorgesti unico scudo! Oh la pietà che ti commosse il petto Brilla più che l'altissimo concetto! Con ansïosa gara L'Europa tutta omai drizza il cammino A la terra ad acquisto d'oro usata; Ma luce non rischiara La tua stanca vecchiezza sconsolata, O primo generoso pellegrino! Obblïato sei tu, mira destino! Fino il nome ti vieta Fortuna immansueta! Sotto umil tetto da le inferme spoglie L'alma schiva si scioglie; Nè detto è pur: Costui, che spento cade, Fra gli estremi del mondo aprì le strade! Questa perpetua fiamma, Che tanto amore e tanta luce versa, Forse è di luminoso aer vestita** Si allude all'opinione più probabile degli astronomi, che il sole sia un corpo opaco vestito di un'atmosfera luminosa, dalla quale ci viene la luce., Ma in sè non serba dramma De la bellezza che a la terra è vita, Anzi è terra di tenebre cospersa. Così fuor di sè stessa si rinversa Qualche rara virtute, E vivace salute Diffonde intorno,-e schiude i mari e i cieli, Ma in sè tenebre e geli E pianti accoglie, e i mortali occhi offende, Come il fulgido sol quando più splende. Ogni cosa si volve Entro l'abisso del primo Consiglio Che l'universo al suo perfetto mena; Vittima sia la polve, Ma spunti vita libera e serena A l'intelletto che del cielo è figlio! Or levati, o Colombo, e gira il ciglio Su per l'acque d'Haìti; I popoli fioriti Ivi sotto la croce trïonfale Levan inno immortale; E la vergine America, disciolta, Scuote l'Europa ancor nel sonno avvolta. Godi, fanciulla mia, Côgli di questa terra il più bel fiore; A innamorato core È l'universo tutto un'armonia; Godi fanciulla mia! Quella stagion fiorita, Che risveglia la mente giovinetta E fa l'alma perfetta, Ti schiude il varco a l'unica, infinita Dolcezza de la vita! Un pensiero immortale, Ecco, il petto castissimo t'accende; E da gli occhi ti splende Una virtù novella, un verginale Desio che in alto sale. La mite aura serena Che dolce move le tue brune chiome Ti spira un dolce nome; Ti ride il sol che i giorni in giro mena, La terra è d'amor piena! Quando stellato velo Copre il silenzïoso firmamento, Ivi drizza l'intento; Chè sol chi vive amando in caldo e in gelo Ama e comprende il cielo. Ama, fanciulla mia, E caramente quest'amore abbraccia, Chè ogni vita s'agghiaccia Quando ad altre speranze il corso invia: Ama, fanciulla mia! Ama, ed avrai virtute Da calpestar la invidïosa gente; Ama, e sarai potente Aiutrice a la italica salute, Cui tutt'arti son mute. Però da'tuoi begli occhi Fulgeranno d'amor sì chiari lamp$, Che il tuo fedel ne avvampi, E l'arco del desio fervido scocchi, E nobil segno tocchi, Oh, se giorni beati Per grazïosi figliuoletti avrai, Non obblïar giammai Che nera frode i nostri dolci nati Cinge di orrendi aguati! Ahi l'italico seme, Per maligno cultor, nega ogni frutto! Torna terreno asciutto Quest' aureo lido; e, mentre il miglior geme, In noi madri è la speme! In sante forme e belle Invidia sorge, e nel suo grembo annida La saetta omicida; Leviam le mani al Rettor de le stelle, Leviam gli occhi, o sorelle! Vieni, fanciulla mia: Per noi l'itala stirpe or si rinnovi; In noi rifugio trovi, E pianto e morte il nostro premio sia! Vieni, fanciulla mia. Addio, loco sereno, Ch'io tenni porto de le mie fatiche, Donde il concavo lido e il bel Tirreno Scorsi, e di Capri le colline antiche, E il Vesuvio possente Che le iraconde fiamme ha quasi spente. O un azzurro infinito Senz'alcun vel mi si volgeva intorno, O l'ampio ciel di tenebre vestito A gli occhi attesi contendeva il giorno, Ne l'anima scendea Un vivo raggio de l'eterna Idea. Io vedea di lontano Appressarsi e piombar nembo oltraggioso, Poi fra le nubi accendersi sovrano Quell'arco incolorato e luminoso, Che a'l'infiammato zelo Veramente parea porta di cielo. Spesso con occhi molli Io vagheggiai la mia terra nativa, Che sotto a'verdi colli Tutta distesa al guardo mio s'apriva, E il cor per alto affetto Impetuoso facea forza al petto. Ahi! quando il ciel s'inalba, Io cerco invan l'altissimo cipresso Cui l'irta chioma invermigliava l'alba, Cui l'usignuolo il nido avea commesso, Onde suonar s'udìa L'aër d'un' amorosa melodia. E tu, soave monte, Di maestosi pini inghirlandato, Che sei colonna al gelid' orizzonte, E l'orto miri e l'occidente a lato, Tu più non mi offrirai Le tue morbide zolle e i fiori gai! Oh quante volte, affisa Alla vetta de'monti acuta e bruna, Sola aspettai su verde cespo assisa Il primo lembo de la colma luna! E incontro al suo splendore Come una luce mi partìa dal core. Presso al chiaro pianeta Vedea repente scolorar le stelle, Fra cielo e terra un'armonìa secreta Porgea lor di beltà forme novelle, Ed il mar sonnolento Tutto quanto parea farsi d'argento. Quante volte vid'io Segar la luce da barchetta oscura, E pensai: Quanto amor, quanto desìo Tragge quel vïator d'ogni altra cura! Certo la sua diletta Da le povere case ansia l'aspetta! Le stragi e le faville D'Ilio diserta ancor Grecia scontava, Che per queste solinghe onde tranquille Un alato naviglio biancheggiava, E vi sedea reina Luminosa bellezza pellegrina. I faticosi remi Trovan quiete, e vien la nave a piaggia; Tu la riva ospital, vergine, premi, Che ti promette amor, benchè selvaggia Già nuove mura ed archi Rompono i boschi d'ombra e d'anni carchi. Spandea la sua radice La greca gentilezza e l'idioma, Finchè del mondo poi fu domatrice E tenne il campo la superba Roma… Ahi terra di speranze Quante insegne mutasti e quante usanze! Ed or l'aspro sannita, Ed il pugliese e il calabro feroce, E il siculo che ancor d'ira s'aïta, Piegano ubbidïenti a la tua voce… E tu pensosa ancora Di tre diversi mar' siedi signora? Così da stanco sonno alza la testa Il peregrin, che sotto un sacro alloro S'ascose al furïar de la tempesta, E mira l'alba in su la porta d'oro De l'orïente, lucida e vermiglia, Cessando il guerreggiar d'austro e di coro, E sente come sua dolce famiglia Zefiro desta, e come ogni augelletto In quell' ora d'amar si riconsiglia, Però, levato da l'erboso letto, Le forze accoglie, ed un sospiro invia A' pensosi parenti, al caro tetto; Così la mattutina melodia L'anima gl'innamora, onde men grave Lo preme il duol de la futura via, Come il lontano tuo carme soave, Cara infelice, a buon sentier conforta De'pensier miei la combattuta nave. Or te sola io sospiro, o fida scorta, Chè il pianger nostro a le nemiche stelle Non ha tolto gli strali o l'ira morta. Oh! come teco io pingerei le belle Pompe di primavera, e ad altra etade Io forse lascerei di me novelle. E farei chiara a l'itale contrade Questa che stringe noi dolce catena, La quale è delle cose al mondo rade. E ripeter m'udresti, o mia camena, Come ciascun che t'ode aspira al cielo, Che a te fu largo di sì pura vena. Direi che di virtute un caldo zelo T'accende sì, che il luminoso ingegno Traluce fuor del tuo virgineo velo. Alto desìo rivolto a nobil segno In te s' annida, e cortesia ridente, Schieta umiltade, ed un gentil disdegno. O qual ti vidi, il pennel pazïente Con amor conducendo, in tele o in carte L'altrui forma ritrarre e l'altrui mente, O un canto sciorre con mirabil arte; Virtù maggior de le virtù che furo Sì come stelle in cielo in te cosparte. Tu spesso al viver mio turbato e scuro, In questo mar de la miseria umana, Più che Giove risplendi, e più che Arturo. Però l'anima mia tutta lontana Da me sen vola ovunque la tua voce Oda melodïar soave e piana. Passò per noi più che il pensier veloce Quella stagione in che ti fui compagna, Dolce così che il rimembrar mi coce. Tu di tua vista infiori or la campagna, Ed io sola men vivo, ahi sì dogliosa, Che, se tace la lingua, il cor si lagna! Deh al notturno sereno, a l'amorosa Malinconia de'solitarii campi, Ove l'anima s'apre e si riposa, Quando addivien che di virtute avvampi Nel petto sì, che da'begli occhi ardenti Mandi, più che le stelle, accesi lampi; De le povere mie notti dolenti Pur ti sovvegna, e quella pia che il volo Quetò là ne'beati firmamenti Prega consolatrice al nostro duolo, Se in quella pace, per terrestre pianto, Si torce il guardo da l'eterno polo. E trovi grazia al suo cospetto il canto Ch'io levo, ed ella a te vie più mi stringa, A te, spirto gentil, ch'io amo tanto. E tu scaceia l'error che ti lusinga, O forte sesso, e d'amistà nel tempio Mira una femminil coppia solinga Bella di un'amistà priva d'esempio. Oh bianche verginelle innamorate, Perchè meste, iscegliendo fior da fiore, Questa candida tomba inghirlandate? Che pianto è questo mai? pianto d' amore Che sì le guance nitide vi riga Iscolorate di gentil dolore? La bella terra che il Sebeto irriga, La fiammante montagna, e la marina Ove spesse fïate Austro caliga, Declinar vide, come sol declina In puro cielo, un'anima lucente Benefica del mondo pellegrina. Questa pur di suo corso a l'oriente, Fede portando ad onorato ufizio, Fe'le povere preci esser contente; E, disdegnosa di splendor patrizio, Anzi volle virtù schietta e modesta, Che vasta fama procacciar con vizio; E vide in questo esiglio manifesta, Volgendo sè verso l'eterno polo, Quell'altra vita che non cade e questa. E voi, donzelle, accolse, e diede il volo Maraviglioso a'timidi intelletti Che non s'ergevan dal caduco suolo. E, larga di quel ben ch'a'rei diletti Altri consacra, di più chiara vita Accese fiamma entro a'virginei petti. Ed or, che fu a lei grazia largita Del discarcar questa mortal catena, Onde il ciel prese a rapida salita, Spargete pianto d'amorosa vena, E quest' angel novello ora v'ascolti Beato de l'eterna aura serena. Oh, quando un giorno con intenti volti Da voi materni documenti udranno I pargoletti al casto seno accolti; E solerti potrete e d'anno in anno Infiorar di dottrine rigogliose Le menti ignare ancor d'ira e d'affanno; E, volte in meglio le future cose, Ove d'Italia ogni desio s'appunta, Armi vedrete ed arti glorïose; Ciascuna allor di conoscenza punta Benedirà colui per la cui opra Fu di non vana sapïenza aggiunta. Ma un'altra schiera a coronar s'adopra Quel marmo ove posar' l'ossa tranquille Perchè il nome del pio tempo non copra. Avvi di quei che fra dogliose stille Ne cantan la inflammata cortesia Onde brillano ancor lampi e faville; Altri come calcò diritta via, E in su la soglia da l'estrema etade Di celeste letizia si vestìa. Diverso ahi quanto da color cui rade Scura viltà dal petto ogni baldanza, De'quai sovente indietro il passo cade! Altri che mai non tramutò sembianza, E giustizia onorò, quella virtute Che di sè n'ha lasciata la speranza. Però mie rime e tutt'altre fien mute Verso costui che la sicura vela Drizza al porto de l'ultima salute. Nè di poeta è qui mestier querela, Che, per vento di speme o di paura, Snoda le voci ed i potenti inciela; Ma grido universal, che da ventura Dopo il supremo d$ non si deriva, Richiama i buoni ed i superbi oscura. Oh salve, antico Egitto, in cui fioriva Del giudicar gli estinti aureo costume, E del giusto la salma intatta e viva Apprendeva a'nepoti il vero lume! O voi che gite per la torta via, Restate un poco, ed attendete alquanto A questa dolorosa canzon mia. Però che, accesa in vivo zelo, io canto Un glorïoso spirito gentile Poc'anzi sciolto del corporeo manto. Deh pure alcun di voi, fatto men vile, Disïando egual luce e pari grido, Vergogni al chiaro esemplo e cangi stile! Come fenice, che nel caldo nido Mirra odorata e puro incenso pasce, Onde sì ricco è de l'Arabia il lido, E poscia elegge per ultime fasce Mille soavi e prezïosi odori, Per cui dal cener suo più bella nasce; E spira poi da quegli spenti ardori E olezza intorno un'aura peregrina Più che di freschi ed amorosi fiori; Così quest'alma, che per morte affina, Or ch'è libera e sola, e d'alto mira La terra che una volta era latina, Mentre qui sua partita si sospira, Tal manda odor di sante geste intorno, Che in paese lontan fin anco spira. O felice ora, o benedetto giorno, Che sì candido spirto al mondo venne, Per farlo poi di sue bell'opre adorno! Ch' ei tosto aprì le tenerelle penne, E innanzi tempo ad altissime cose Così, volò, che nulla lo ritenne. E lo intelletto innamorato pose Ne l'antica dottrina, e pur si piacque In sue bellezze al cieco vulgo ascose; E gustò d'Ippocrene le chiare acque, Dolce cantando a l'ombra d'un alloro, Che fin l'arguta invidia al suo dir tacque; E d'eloquenza fe'nobil tesoro, E certo penso ch'ora il canto snodi Più lietamente nel superno coro. Nè, come voi, fra gli amorosi nodi Perdè gli anni più belli, o giovinetti, Che ordite dolci insidie e dolci frodi. Nè, perchè visse fra splendidi tetti, A' suoi maturi giorni, in alto assiso, Spregiò gli alberghi poveri e negletti. Ma tenne volto a l'innocenza il viso, Tal che ne gli occhi suoi limpida ardea La pietà che sfavilla in paradiso. E tu ben sai, turba mendace e rea, Che vai sempre i potenti lusingando, Tu sai come spavento ti porgea. Deh narra tu come tremasti, quando, Quasi chiaro aquilon che indietro caccia Le fosche nubi, ei ti venìa cacciando. E voi, ch'ergete in su l'ardita faccia, Che, navigando il mar di questa vita, Avete esperto sol calma e bonaccia, Ponete mente che l'umana vita È varco infido, e le vele drizzate Al dolce porto de l'eterna vita. Ma, se avarizia ed ira e crudeltate Gireranno il timon di vostra barca, Mal passerete a la futura etate. Solamente è mestier ch'ella sia carca Di buon volere; e tal sieda al governo, Che mai non curi di mettere in arca. E udrete alzar be'voti al soglio eterno De la gente per voi fatta felice (Cara primizia di piacer superno!). Però questi da noi sospiri elice, Che, surto in grembo a secolo perverso, Veneranda virtute ebbe a nutrice. Vedete trarre al nostro flebil verso Le verginelle con pietoso volto D'un soave pallor tutto cosperso. E qual di mirto allor allora colto, E qual di lauro posa una corona Ov'è l'amato cenere sepolto. Udite la sua fama che risuona Per mille bocche, e il vecchio tremolante A gl'intenti nepoti ne ragiona. E gli orfanelli in trepido sembiante, E le vedove in mesto abito scuro', Verso la tomba sua muovon le piante, Chè mille volte consolati furo: E sia vergogna a voi che in pari altezza Non chinate a pietà l'animo duro. E voi, cortesi donne, a cui l'ebrezza De l'affetto materno il cor consola Di celeste ineffabile dolcezza, Pingete i figli a più sublime scuola, E la virtù di questo a lor sia norma Che sovra gli altri com'aquila vola. Pingete i figli su per la fresc'orma Di questo egregio, che tenne aspro calle, Ed or di vivo lume in ciel s'informa. Ad ogni van pensier date le spalle, Ed amorose ed ornate e pudiche Spregiate i fior'di questa morta valle. Chè l'alto cor de le romane antiche Partorì quella gente, ond'ebbe Roma In più lucida età le stelle amiche. E tu, che, scarco de l'umana soma, Ten vai beato a la vita verace, Cinto di palma la canuta chioma; Tu, che sembiante a la dïurna face Rischiarasti l'italico paese, O spirito gentil, vattene in pace; Ed a le genti, ad ammirarti intese, Schiara l'alto cammino onde si deve Volger lo intento ad onorate imprese. Così a la luce tua vedrassi in breve Fiorir di puri ingegni ampia famiglia, Chè dopo il verno nubiloso e greve Vien primavera candida e vermiglia. Questa, che il fral depose entro la tomba, Il fral da cui si fu lieta disciolta, Come da rete fa pura colomba, Questa bell'alma, che a la patria è tolta Innanzi tempo, e certo da le stelle Tutta amorosa il nostro pianto ascolta, Poi che spogliò le membra ancor novelle, Quell'infiammato zelo in sè ritenne Che le aprì l'ale inver' le cose belle. Più libero e spedito si convenne Con lei quel disïoso amor del vero Ch'al rapido suo vol crebbe le penne; Portò seco a più lucido emisfero Santa umiltade e schietta cortesia, Le quai nel giovín petto ebbero impero; E a noi, prendendo la celeste via, Di sè ritolse quella speme onesta Che del tenero verde allor fioria; Quella speme dolcissima, che in questa Oscura vita, ond' ella al ciel sen'vola, Le rifulse da gli occhi manifesta. Ahi! nel suo dipartir la bella scuola Lasciò di quel magnanimo, che spesso, Beneficando altrui, sè racconsola.* Il chiarissimo marchese Basilio Puoti, il quale potrebbe dirsi a buon diritto padre della gioventù. Lasciò i cari compagni, i quali espresso Le mirar' ne gli angelici costumi Del sempiterno Sole alcun riflesso. Ma i perigliosi sterpi e gli aspri dumi Ella schivò di questa via mortale, E le dolcezze che son ombre e fumi. E, quando al corpo diè l'ultimo vale, D'anime vide un bel numero eletto Coronato di fronda trïonfale, Onde si trasse innanzi il santo petto Che i secreti cantò del trino regno, Di che nel mortal mondo ebbe intelletto, Così parlando: O figliuol mio, che degno Ti festi di arrivar quel porto eterno Al qual pinsi la nave del mio ingegno; Tu vien d'Italia mia, com'io discerno, Tu vieni alla mirabil primavera Ove loco non ha notte nè verno. Or ti rallegra in sì limpida sfera, Veramente felice che vedesti A l'alba de'tuoi dì l'ultima sera, Chè que' popoli ingrati al par che mesti Del paese cui cinge il mar e l'Alpe Per tuo ben far ti si farien molesti. Non altrimenti che per pelle talpe Laggiù si scerne il vero, anzi più vede Quella gente di là d'Abila e Calpe. La bella terra che sovr'Arno siede, Per chiara stirpe che tenne da Roma, D'alme virtudi esser dovrebbe erede; Ma obblia perfin l'altissimo idïoma Che risuonò nel mio sacro poema, Per cui d'alloro inghirlandai la chioma. E saria forse d'ogni pregio scema Nostra favella, or qua or là rivolta, Siccome canna che per vento trema, Se non volgesse al ben la gente stolta Saggio cultor che ne'sebezii campi Porge argomento di dolce ricolta; Onde ancor tu di pure fiamme avvampi, E in tua prima stagion mandasti fuore Di modesta virtù sereni lampi. Or meco t'ergi a più alto splendore, E il tuo cupido ingegno appaga e spazia Nel primo ed ineffabile Valore, Il qual sovra di noi piove ogni grazia; E spegni del saper la lunga sete, Che per viver laggiù mai non è sazia. L'Amor che indìce il moto o la quiete All'universo secondo che spira, E che di sè le gerarchie fa liete; Quel solo Amore apertamente mira, Il qual comprende tutta la natura Che in infiniti soli amando gira. Ed or che intendi ad ogni creatura, Pari a globo d'arena umido e vile, Guarda laggiù la nostra terra oscura. Qui la vista inchinò l'alma gentile, Perch'io la veggio, e tanto disfavilla, Che a pingerla saria fioco ogni stile. E una soave melodìa tranquilla Move fin dal profondo de'suoi rai, Che divina dolcezza in cor mi stilla. E chiaro ascolto: A che piangete omai? In questa cieca terra, ov'è smarrita Ogni vera virtude, io vissi assai. Peregrinando ho ben la via fornita; E, quando il fral sentì di morte il gelo, Io quassù nacqui a sempiterna vita, Chè all'anime gentili è patria il Cielo, O bella donna, che la terra illustri Col chiaro viso, e vai bianco vestita, Coronata di candidi ligustri, Oh come tanta grazia m'è largita Sì ch'io ti veggio sfavillar d' un riso Che m'apre il ben de la seconda vita! Gratitudine santa! io ti ravviso, Io conosco i tuoi segni e la tua voce, Chè dolce melodia di paradiso. Al vivo lume tuo pura e veloce L'ali rïapre la speranza mia, Siccome augel cui verno più non nuoce; E penso che quell'uom creato pria, Allorchè mosse l'occhio e vide e intese De le sfere l'altissima armonia, Onde assai chiaro gli si fe' palese De l'Eterno il mirabil magistero, In tante stelle e sì diverse accese, Ed abbracciò con l'occhio e col pensiero, Come Dio volle, quante maraviglie Comprende questo e quell'altro emisfero E le belve in pacifiche famiglie, E sotto a'piedi suoi mirò la terra Lieta di rose candide e vermiglie, Come l'alba che al dì l'uscio disserra, Te splender vide, a te volse la mente Non conscio ancor de la futura guerra. Tu gl'ispirasti amor sì doleemente, Ch'ei certo a Dio levò la prima Osanna Con l'animo devoto e conoscente. E quei, che, sorto d'umile capanna, Fe'libero Israel, su cui dal cielo La vendetta pregò dopo la manna, Ed arse tanto di celeste zelo, Che partì l'acque in due lucidi monti Fermi del par che Libano e Carmelo, Quindi sospinse i passi arditi e pronti Per l'arenoso letto e giunse a riva, Che mestier non gli fu di navi o ponti, Poichè attinse la sponda e la captiva Sua gente rimirò franca e secura, Te scerse, o bella ed amorosa diva; Onde, grato al Rettor de la Natura, Empì le selve di un canto soave, Di cui la fama ancor nel mondo dura. Ove tu sei, pietà non torna grave, Tu ridi in ogni tempo, in ogni parte, Tu d'ogni cor gentil volgi la chiave. Ahi, sol perchè da te stava in disparte, Fu men chiaro il paese di Minerva, E talor vinta la città di Marte! Ben per te non è petto ove non ferva La carità di quel materno loco Che de gli avi le ceneri conserva. Tu de la patria favellasti un poco, E a Leonida un dì trïonfo parve La morte, e a Muzio parve nulla il foco. E tu vestita in differenti larve Raggiasti Italia, ond'ella s'accendea Di quella pura luce che disparve. Ogn'italo pensier sacra tenea Allor quest'alma terra, e l'aura dolce Che il suo primo vagito accolto avea. E antica fama a noi le orecchie or molce, E suona Italia ancor di là dal mare, E n' ode il vecchio che le stelle folce. Tu ne infiori il cammino, e tu le amare Memorie sgombri, e l'umano intelletto Pasci di ricordanze oneste e care. Ed or così leggiadra ne l'aspetto A che mi chiami, e di tua viva luce Quasi vesti il mio povero concetto? Vedi che il nume tuo prendo per duce, Il quale in ogni cor gitta semenza Che frutto soavissimo produce. Vuoi forse ch'io di te dia conoscenza Per le mie rime a la gente rubella Che da te fugge contra coscïenza? Spirami dunque, o diva, ed ogni stella Teco m'arrida che mi fu benigna Se mai vinsi quaggiù guerra o procella; E la mia terra, ove mal erba alligna, Tu cura e volgi al ben, qual di me fai, Benchè verga di picciola gramigna. Salve, angelica luce; ove tu stai L'aer s'infiamma de la tua bellezza, E diventa sereno più che mai. Torna in me la speranza de l'altezza S'io ti miro, e la mente immaginando Per mille rivi s'empie di dolcezza. A te la canzon mia, diva, accomando; Il tuo favore aiuti il nostro verso: Chè come amore spira io vo cantando. Deh mira un poco, o secolo perverso; Deh mira un poco al riso di costei Che tanto piace al Re de l'universo, E certo volgerai l'intento in lei Del par ch'io feci sin dal primo punto Ch'ella fu manifesta a gli occhi miei. Sempre a Virtute è il suo poter congiunto, Sì che ogni spirto reo cui vizio morde Fa de le colpe sue scevro e compunto. Per questa diva un'armonia concorde Concatena il creato ed innamora, Specchio e vergogna a nostre voglie ingorde. Lucida a l'orïente appar l'aurora; Grata la terra a lei, di fior si veste; Ed ella imperla i campi e i monti indora. E talvolta nel sen de le foreste Le rose il piè d'un lauro fanno adorno, Che le difende poi da le tempeste. E, conoscenti e fidi al re del giorno, Che de la luce sua le cose raggia, I pianeti gli fan corona intorno; Ed ei cinto di lume il ciel viaggia, Ubbidïente e grato al vero Sole Che sempre splende ne l'eterna piaggia. Però questa mia diva allegrar suole Ogni cosa di sua fronte serena, Ogni anima infiammar di sue parole. E spesso, di letizia tutta piena, Annoda insieme l'alme pellegrine Di fraterna dolcissima catena. E per larghezza di grazie divine Scende fra'nostri campi; e, s'io ben odo, Chiama e risveglia l'anime latine, Perchè alcuna si desti e ponga modo Con filïal pietà d'Italia al pianto, E di pigrizia alfin disgroppi il nodo, E soccorra a la misera, che tanto Ne fu madre amorosa, ed ora, ahi trista! In mille brani ha scisso il real manto. E, se perduto onor mai si racquista, La sua fama ristori, ond'ella geme Tutta dolente e lacrimosa in vista; E lei conforti alfin d'opre supreme, Che lunge da sospetti e da perigli Rifioriscan l'antico e gentil seme. E alcun la cetra, alcun la spada pigli, E faccia chiara ed infallibil prova Che ingrati più non son d'Italia i figli. E, come april che l'erba e i fior rinnova, Torni giustizia e primo tempo umano, E vera grazia da le stelle piova. Oh, se l'antiveder qui non è vano, Tempo tosto verrà che l'un fratello A l'altro porga soccorrevol mano; E conoscenza del nativo ostello Solva ne'petti nostri il duro gelo, Sì che rieda per noi secol più bello. Allor mi sciolga del caduco velo La fredda Parca, o diva mia verace, Chè salutando il mio paterno cielo, Io chiuderò questi occhi in tutta pace. Io non so come ancor piangendo porto Questa diserta e scura vita mia Senza pur una speme di conforto. Non sol m'è cruda ogni alma dolce e pia, Ma il ciel, la terra, ed ogni cosa bella Par che creata a mio tormento sia. E quanto a le mie brame è più rubella L'empia fortuna, tanto in me più fiera De gli affetti imperversa la procella. Oh veramente fortunata schiera, Che, al tutto ignara de'mortali inganni, Vide nel primo dì l'ultima sera! Ahi! col venir de la mente e de gli anni Vien più dura la vita e vien più grave Il tristo peso de'terreni affanni! E più quando ogni tenera e soave Cura da noi si parte, onde il dolore Solamente del cor volge la chiave, E gli aspri modi e il ghigno insultatore Portar si debbe de la gente stolta, Cui la miseria altrui rassembra errore; Ire e redire ed implorar che accolta Venga una giusta prece, e alfin vedersi Quasi in ischerno ogni speranza volta; E vanamente a gli amici dolersi Che a la trista ventura dan le spalle, Propizï nel gioir, nel pianto avversi. Ahi lassa me! di questa vita il calle Ancor non corsi a mezzo, e duolmi (oh quanto!) Che innanzi tempo non ruini a valle. Tronca, o morte, i miei giorni ed il mio pianto; E a la mia fossa qualche chiaro spirto Mesto s'appressi, e vi riponga intanto Una ghirlanda d'amoroso mirto. No, non fuggì quella canora diva Animatrice del mio poco verso, Ma ne l'anima mia sta bella e viva; Sol quando al casto orecchio un nome avverso Le suoni, ella disdegna e si confonde Fra l'eterne armonie de l'universo. Ed or che il tema al tuo desio risponde, O diva, in me commovi l'intelletto Come vento soave increspa l'onde. Donne e donzelle in bel numero eletto Entro un adorno loco Amor conduce, Obbedïente a nobile concetto. Già la notte, che i sogni e l'ombre adduce, Quindi col negro stuol cacciata fugge, Maravigliando a l'inattesa luce. Quivi la scura Ipocrisia non rugge, Quivi l'aspra superbia si scolora Che altrove il seme di virtute adugge; Quivi menar vedresti ad ora ad ora Misurate agilissime carole, Ed i petti avvivar l'onda sonora; Oh quivi ama ciascum, chè dove suole Un'armonia guidar vezzosi balli, » Crea d'amor pensieri atti e parole! Ma, come il chiaro sole apre le valli, E il capo indora de' chiomati monti, E si specchia ne'liquidi cristalli, E fior' vivaci in terra e pensier' pronti In ogni spirto sveglia, e col suo lume Dischiude a noi d'ogni bellezza i fonti, Così di melodia limpido fiume Per ogni orecchio in ogni cor si spande, Arma la mente di novello acume, E il pianto a gli occhi tira, e fa più grande La voluttà di lacrime amorose Infra gli argentei veli e le ghirlande, Chè natura al diletto il pianto impose; Tale irrorate di tremula brina Spiegano il seno verginal le rose. Ma già pon sosta a l'armonia reina, Maestosa incedendo, una severa Bella di eterni sdegni e pellegrina. Questa porse il pugnal, nudo com'era, A l'Astigian, di cor franco e d'ingegno, Che cinse Italia di corona intera. Ivi si piace ancor quella che ha regno Tra' domestici lari, e in finta scena Drizza gli acuti detti ad alto segno. Oh non avrà la mia piaggia tirrena Verginella o garzon che prenda a vile Far di sè pruova in su l'offerta arena! Ma te, celeste, e sol di te simìle, Te dove lascio, o Poesia lucente, Primavera d'ogi anima gentile? Oda ne'carmi tuoi l'età fiorente, Oda d'Italia ogni città sorella Che di mille è fra noi fatta una mente. E forse nido di una età novella E questo loco a noi, se il fren qui regge Un'armonia che gli animi affratella: Che l'arti omai condotte a servil gregge, Da nuovo amor destate a chiara vita, Risveglieran virtù, per l'aurea legge, Che la forma a lo spirito marita. Chiaro lume de'popoli, potente Condottier d'Israello, a te vogl'io Drizzar la vela de l'ardita mente; E narrerò com'era ogni desio Svegliato sì, che il trepido universo Dimandava una legge, un'ara, un Dio! Là dove s'alza e poi torna riverso Il benefico Nilo, e lascia il piano Di verde vivacissimo cosperso, Là vestìa penne l'intelletto umano, Ma, di sacerdotal possa contento, Si ravvolgea di tenebroso arcano, E il cieco vulgo, a maraviglie intento, Le sue catene misere tenea Da l'eterne armonie del firmamento. Però ne l'ora che Israel piangea Stava nel tuo pensier giovane e viva La luminosa libertate ebrea. Nè per poco ti fe'l'alma captiva Lo splendor de la reggia, ove l'ingegno Di feconda scïenza si nutriva; Chè ti rodeva il cor lo strazio indegno De'tuoi fratelli, e rimembravi l'acque A la diserta infanzia tua sostegno; E la tua patria che obbliata giacque, E i tenerelli nati a morte spinti, Onde il materno amor piangendo tacque. Vedevi oppressi ed in peccato tinti I nepoti d'Abramo, e mansueti A barbarico giogo irsene avvinti, Quale il sole adorando od i pianeti, Qual rivolgendo l'animo e la faccia A Dei sol degni di guinzagli o reti. Vedevi intanto per quell'egre braccia Le maestose moli alto levarsi, E l'un fratello a l'altro dar la caccia. Però, cercando i boschi ove più scarsi Fur di umane vestigie, ivi traesti I tuoi desiri ardenti ad accamparsi; E fra gli armenti e fra le cure agresti Ti vinse gli occhi inestinguibil fiamma, E ti spirava spiriti celesti. Nè quell' Amor che tutte cose infiamma Potè accender di te più fido specchio Sì che di nebbia non rimase dramma, E ad Israello nel servir già vecchio Passò la voce tua siccome passa La melodia da organo ad orecchio. Già sovra Memfi di ogni luce cassa L'ira di Dio per l'aëre si libra E il flagel sanguinoso in giro squassa, E lo sterminator fulmine vibra De l'altra mano, e grandi e plebe atterra Sì che a l'egizio re trema ogni fibra. Oh tu divina mia, che per la terra Spargi di verità l'aureo sereno, Cantami chi nutria cotanta guerra. Solo un concetto fu di altezza pieno, Una parola fu rinfiammatrice, Che destò fiori in arido terreno. Fu spiro di quell'aura creatrice, Che, diffondendo amor da l'alto cielo, Fa germogliar sotterra ogni radice. Il Dio de'Padri d'onorato zelo Israello arde ed affratella e indura A sofferir tormento e caldo e gelo. Or ecco uno è l'affetto, una la cura, Che risospinge un popolo infinito In cerca di novissima ventura. E tu, Mosè, d'almo saper fiorito Su pel mare il menavi a piedi asciutti, Che ti s'aperse in due monti partito; E l'Egizio, che, ignaro, a côrre i frutti Del furor suo, per quel cammin si mise, Orridamente combattea co'flutti. Chi narrerà le miserande guise Onde simili a piombo in giù travolte Le membra fur de l'anime divise? Carra superbe ed armi eran sepolte Ne la profonda rena, e per la piaggia Salian le salme già di vita sciolte, Mentre il redento popolo viaggia, E di festosi cantici risveglia Quella maravigliata eco selvaggia. E una candida nube irrora e immeglia Nel dì gli ardui sentieri, e un alto foco Del popol pellegrino i sonni veglia. Tu le man levi, e spunta a poco a poco D'un infecondo sasso un'acqua chiara Che rinnovella quel diserto loco. Per te le non concesse acque di Mara Tornano in dolci, e l'ora mattutina Un cibo soavissimo rischiara; E, poichè più fiate al peggio inchina La gente ingrata mobile e ritrosa, Da l'ime falde si commove il Sina. Come scende talor da minacciosa Nube veleggiatrice un vasto lampo, L'aria ne trema e il bosco non ha posa, Ed un mar di splendore inonda il campo, E l'aspre rocce e le palme fronzute Stridono accese da l'aereo vampo* A chi credesse ardita siffatta metafora l'autrice ricorda esser questo uno de' conosciuti fenomeni naturali. Tal fra vivi baleni una virtute Voce di tromba altissima distende Ch'agita e sveglia quelle selve mute. Ognun s'atterra, ognun le palme tende, Ed una legge espïatrice in dono Da la Virtù misterïosa attende. Ed ecco un grido, che pareggia il tuono, Diramarsi da l'etere profondo, E suonar l'aria tutta: Io son chi sono. Ecco una luce che rinverde il mondo, Ecco le nozze, i tribunali e l'are, Ecco un popolo a null'altro secondo; Ecco i vizii mutarsi in opre care: Chè dove santa verità fiammeggia, Come aspettato fior surge il ben fare. Quest' attendata gente era una greggia D'ogni tiranno a libito commessa, Ed or pensa, dilibera, e guerreggia; Ecco, Mosè rivolto a la promessa Terra, attizza le pugne, e dove cade Un guerrier, la battaglia ecco è più spessa; De'nemici al fuggir mancan le strade, Sovr'Amalec fredda paura piove, Sovra Israello di virtù rugiade. Così da quest'immenso unico Giove Scende una legge fulgida, e nutrica Quanti campi la terra intorno move: Eterna legge a fratellanza amica, Che non si cela entro secreti boschi, Ma crea cittadi e popoli affatica. Nè in ambagi s'avvolge o in pensier foschi, Nè informa i petti mai d'aspro costume, Come voglion gl'ingegni sordi e loschi. Ma di montagna non discese fiume Che sì dol ce infiorasse le sue rive, Com'ella scende a noi dal vero lume. E i fanciulletti e le vergini schive D'alti sensi comprende, e del creato Quasi fa le bellezze redivive. Nè la rota del sol, nè lo stellato Firmamento, nè l'aria è sì bell' opra Quanto il poggiar de l'intelletto alato. Vieni, o celeste, il ciel per te s'adopra, Sul Campidoglio inalbera un vessillo Che gli accorrenti popoli ricopra! Ed il tuo piglio libero e tranquillo Sia terror de' perversi, e la parola Sia della giudicial tromba lo squillo. Langue tacendo la bugiarda scuola De l'arabo profeta, e bianca Fede Già per le orïentali aure trasvola; Ch'ei dal fango ritrasse e da le prede L'Ismaelita, ma con reo consiglio Accecò l'intelletto e sciolse il piede. Indi Israello, anche Israello, il ciglio Chiuse al raggio divino, e obblio coperse Pioggia e locuste e il mar fatto vermiglio; E vide genti crudeli e diverse L'alma Sionne, e il casto vel si scinse, E nel lago de' vizii si sommerse. Ella, o Leon di Giuda, ella ti cinse Di reti, e poscia in quelle reti venne, E di avara vergogna si dipinse. E quindi or uno or altro corso tenne In pie sembianze ambizïon feroce, Sì che n'ha stanche mille e mille penne. Non odo ancor la lamentosa voce De'miserelli, cui pietade armata Per un accento afflisse o pose in croce? Amore ed intelletto eran peccata, E grave peso d'infamia cadea Su la innocente prole abbandonata! E il secol nostro, che in fallace idea Abbraccia oscuri dubbii e voglie ingorde, È forse ceppo d'una età più rea. Pur ogni coscïenza un amor morde, Che, se paresse fuor, certo trarrebbe Di tante lingue un'armonia concorde. Ahi forse tal paese in lutto crebbe, Che, se drizzasse del voler lo strale, Avrà molto di mal che non avrebbe! Religïone è arbor trïonfale, Che di tutte virtuti s'inghirlanda, Inspirator d'ogni opera immortale. Ma non sia di poter nè di vivanda Avido il sacerdozio, e parli amore, E puro fonte di eloquenza spanda, E secol tornerà rinnovatore.

Mai questa mortal vita a me non piacque.
Petrarca

Spesse fïate un improvviso affetto, Che il passato e il presente in uno accoglie, M'empie la mente e mi commove il petto: E non comprese e non distinte voglie Ad or ad or mi spira, e mi fa gravi Più de l'usato le terrene spoglie. Io penso, dolorando, le soavi Ore trascorse de'miei giovani anni, Quando la speme avea del cor le chiavi; E, quando baldanzosa in lieti panni Veggo la nuova gioventù lucente Innamorata de'suoi dolci inganni, Penso la vita mia scura e dolente, Ed il vergine tempo, e i giorni vivi Ciechi trascorsi abbandonatamente! Allora i versi, come i freschi rivi Agevoli dipingon la collina, Uscìan da me, cui disse amore: Scrivi! E un lene mormorar d'onda marina, Ed un fior tremolante in su lo stelo Fean vestir ale a l'alma pellegrina. Nè porgea fede al varïar di pelo, Chè una favilla di perpetua vita Quasi rapiva a le armonie del cielo: Penso i lucidi sogni, e la infinita Voluttà d'una casta giovinezza, Poi mi raccolgo in me tutta romita. Ed or che la mia strada è quasi mezza, Chieggo a me stessa, se fra il molto amaro Ebbi pur una stilla di dolcezza. Quanto mai tenni in pregio e quant'ho caro, Tanto mi nuoce o m'è fonte di doglia, Ch'io ho tema d'un dì soave e chiaro! E quante volte il mio voler si scioglia, Sì che un avanzo de la speme antica Entro la isterilita alma germoglia, Tante l'empia fortuna m'affatica Più duramente, e mi precide i carmi, E tra le reti di quaggiù m'intrica. Io potea, potea forse alto levarmi; Or tutta soprappresa dal disio Anelo a la battaglia, e non ho l'armi. Ahi quando questo frale viver mio Spezzerà morte, allor cadrà il mio nome Tutto annebbiato da l'eterno obblio! Nè alcun saprà di mie gravose some, Ed altri men volente e più felice Inghirlandate porterà le chiome! Ma pur dinanzi a la immortal pendice Torna bassa ogni altezza, e de l'etade La perenne fiumana irrigatrice Su la faccia del mondo involve e rade Del par le umìli e le superbe cose, E più splendida vita persuade. Lèvati omai su l'ali disïose, Alma, e drizza l'intento a l'ultim'ore, Che tu, stilla de l'onde luminose, Libera imparerai vita ed amore.
Se, de le mie dolcezze invidïosa, Morte sospingerà la vita mia Entro quel mar che tranghiotte ogni cosa, Canta il mio nome, o fior di cortesia, Che, se men contra mi sorgea fortuna, Forse ratto con me non si morìa. Canta che in su la prima ora men bruna, Mentre i dì precorreva, e con la mente Vegliava a studio di un'amata cuna, Sentii sul capo mio le vïolente Leggi de'sordi fati accavallarsi, E inabissarmi fra le cose spente. Narra però, chè il sai, narra com'arsi Dentro immortal vaghezza, e al poco ingegno Ebbi sempre la terra e i cieli scarsi; Che scoccai sempre ad onorato segno L'arco del desiderio, e la mentita Virtù, che il mondo cole, io presi a sdegno. Narra che in via di triboli gremita Intemerata e nitida portai La veste de la mia povera vita. E, quando spanderà candidi rai La dolce luna, a cui pregammo insieme, Ricordati, o gentil, com'io t'amai, E non lasciar le mie reliquie estreme.
Stende le brune reti a la marina Il pescator soletto, E la fulgida stella mattutina Saluta con affetto. L'onda piana e tranquilla a sè lo invita, L'usato calle ei varca, E dal balcon la donna sua romita Mira solcar la barca. Poi, levando i grandi occhi a l'occidente, Scorge una lista bruna, E tutta trema, e nel suo petto sente Sollevar la fortuna. Ecco si spande il nembo e chiude il giorno, L'onda spumeggia e freme, Volge la sconsolata intorno intorno L'avido sguardo e geme. Su lo sconvolto mare infuria il vento Con terribil ruggito; Già già sormonta il flutto, e in un momento Tutto ricopre il lito. Così trascorre un lungo giorno, e spesso S'apre e si spegne il sole; Siede muta la donna a l'uscio appresso, Chè il duol non ha parole. E con ansia infinita intende gli occhi In questa parte, in quella… E in ogni loco a lei par che trabocchi La nota navicella. Scerne un avanzo di sdrucito legno, Ed agghiaccia d'orrore… Poi dice a sè quasi con ira e sdegno, No, diverso ha colore! Oh! che guardi, infelice; a la tua soglia L'onda negra si stende, E del tuo pescator la fredda spoglia Disdegnosa ti rende! E sciolto il da'tempestosi orrori, Al fin del suo viaggio, A'vostri ardenti e sventurati amori Dona l'ultimo raggio! Oh dove, oh dove vai studiando il passo, Misera pellegrina? Hai lacrimosi gli occhi e il viso basso, Lacera la schiavina! Il solitario verno paüroso Discende a noi dal polo; Sotto rigide nubi è il cielo ascoso, Perdon gli augelli il volo; Le villanelle ed i bifolchi inerti Lasciano i giuochi e l'opre, E i vasti fatichevoli deserti Viva neve ricopre. Ecco vedova notte il mondo ingombra, E ogni veduta spiana; Già su la terra cade maggior l'ombra De la città lontana. Qui fra le nevi una capanna sorge… Ferma, o donna, le piante; Un vecchierel qui si raccoglie, e porge Ristoro al vïandante. Ma tu divori il tuo mesto cammino, Cui l'ombra invan contende? Qual grazia, qual amore, o qual destino Intrepida ti rende? Biancheggiando la neve, a larghe falde Cade per l'aria scura; Restano al fiero vento appena salde Quelle turrite mura! Oh, ferma il passo, oh non andar sì forte, Anima desiosa: Al tuo vivo sperar chiuse ha le porte La città sospettosa! Ma sosta la meschina, e mirar sembra Al ciel nimico e muto… Ecco abandona le affannose membra Sovra un tronco abbattuto. Sorge l'aurora splendida e serena, E le nubi dissolve; E su la terra ancor di ghiacci piena Un rivoletto svolve. Lascia per poco i dolci nati e il nido Qualche ardito augelletto, E il baldo villanel con lieto grido Lascia per poco il tetto. Parte veloce da la schiusa rocca Un garzoncello acceso, Giugne a l'aperto come stral che scocca, Mira intorno sospeso … Ahi! la misera donna immobil vede Distesa in su la via, E il giovin petto con le man si fiede, E grida: oh madre mia! Io t'aspettai, chè tu mel promettesti, T'aspettai ne l'esiglio! Apri gli occhi, e rallegra i giorni mesti A l'innocente figlio! Oh lieto il padre mio che diè la vita Per la materna terra! Ma la sua famigliuola sbigottita Ebbe più lunga guerra! Così de le sue strida empiva i piani Il giovane dolente, E tra le mani sue chiudea le mani De la donna morente. Ella apre gli occhi alfin, la fronte bianca Leva a l'amato viso, E tra le braccia sue l'anima stanca Spira con un sorriso. Assiso in riva al fiume Che Babilonia riga, Piango il perduto lume De la natia città. Sospesa al mesto salice, Cui l'onda il piede irriga, L'arpa di canto vedova Silenzïosa sta. Il vincitor fastoso Che m'adducea captivo Chiede l'armonïoso Canto de'padri a me. Come levar poss'io Inno soave a Dio, Se in terra estrania vivo Lunge, Sion, da te? Quando da la mia mente, Sionne, andrai lontano, Questa guerriera mano Sia monca di virtù! S'io non dirò sovente Il nome tuo gentile, Lordi mia bocca il vile Sermon di schiavitù. Dio d'Israel, ricordati Del barbaro Edomita Quando Sion pentita Rivocherai nel dì. Per lui negl'imi claustri Le fondamenta han guerra, E il grido: atterra, atterra, Al trono tuo salì. Figlia di Babilonia, Ch'esulti al nostro pianto, Lieto colui che vindice Strazio di te farà! L'Ira già scaglia il fulmine, Ecco ha il tuo regno infranto, E gl'innocenti pargoli Col reo confonderà! Quando spiega la notte il bruno velo Fedele amica a solitario cor, Una forma lucente in mezzo al cielo Chiara si libra e mi ragiona amor. Dagli occhi soavissimi discende Un angelico lume, una virtù, A te si leva, a te l'anima intende Oh perchè mi ragioni? oh chi sei tu? Unica mia dolcezza, unico bene! De'miei poveri canti ispirator, Sciogli, o spirto gentil, queste catene, Ch'io muoia in seno a te, celeste amor!

FINE.

Avvertimento dell'Editore pag. III

CANZONI

1. Alle Stelle 3

2. Leopardi 8

3. Alle donne napoletane 14

4. In morte di Francesco della Valle 20

5. Alla Fortuna 23

6. In morte di Francesco Berengher 27

7. Le donne italiane 31

8. Per la morte di Vincenzo Bellini 37

9. Sullo stesso argomento 43

10. A'Poeti italiani 46

11. In morte di Luisa Ricciardi 51

12. In morte di Domenico Piccinni 57

13. Federico Borromeo 61

14. Una nave turca incontro Venezia nel 1836 65

15. La Poesia 70

16* Questa Canzone porta per isbaglio ripetuto il n.°ree; XV: il che produsse errore nei numeri seguenti, esseudo iu tutto le Canzoni XXIV e non XXIII. A Giambattista Vico 76

17. La vita umana 80

18. Alla luce 83

19. Mazagram 87

20. In morte della Marchesa Transo 92

21. Clorinda Visconti 96

22. Astrea, pianeta 101

23. Una donna israelita, presso Gerusalemme 106

24. Cristoforo Colombo 110

ODI

1. Per le nozze di Giulia Costa con Mariano d'Ayala 119

2. Addio alla campagna 122

TERZINE

1. Ad Irene Ricciardi 129

2. In morte di N. N. 133

3. In morte del Marchese Orazio Cappelli 137

4. In morte di Domenico del Preite 142

5. Inno alla Gratitudine 146

6. Versi scritti nell'album di G. Campagna 153

7. Per l'inaugurazione della Società Filarmonica 155

8. Inno a Mosè 158

9. Memorie e speranze 166

10. Ad Irene Ricciardi 169

ALTRE LIRICHE

1. Il Pescatore 173

2. La Madre 173

3. Super flumina Babylonis (libera traduzione). 179

4. L'Amor celeste 181

STAMPERIA DELL' IRIDE
Strada Magnocavallo n.°ree; 29.